LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" -- A-Z ZU

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zubiena: la ragione conversazionale e l’implicatura demoniaca -- corpi e corpi -- filosofia fascista – la scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Keywords: simbolo, parabola. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “Perhaps without knowing it, Z. has explored a crucial concept in Graeco-Roman philosophy, that of ‘daimone,’ – ‘il demoniaco,’ as Z. calls it, focusing on its iconography. One may call Z. the Italian G. W. H. Parkinson. Like Parkinson, Z. edits a volume on ‘semantics.’ I would also call him the Italian A. G. N. Flew. Like Flew, Z. edits a volume on “Language and philosophy.” Z. bears what Italians, and everybody else, for that matter, call a ‘topographical’ cognomen. ‘Zubiena,’ being a comune nella provincia di Biella, Piemonte.” Insegna a Roma. Fonda l'archivio di filosofia e organizza i colloqui Castelli. Z. should have called these colloquia the Z. colloquia --, incontri che riuniscono filosofi per discutere temi diversi. Vicino all'esistenzialismo, Z. parte da una posizione spiritualista. Si caratterizza per uno stile filosofico dal tratto auto-biografico. Si interessa di temi legati al rapporto tra RAGIONE, arte, e religione. Introduce il dibattito sulla de-mitizzazione. In general, since Evola, Italian philosophers should know better, and avoid the Greek or Hellenic mystic concept of the ‘mythos’ and replace it for the very relatable one of ‘legend.’ In Z. convergono suggestioni tratte da Agostino, Kierkegaard, Šestov, e Heidegger, in una ricerca volta a delineare una filosofia della storia italiana sulla base della considerazione del concetto di peccato – ‘that Cicerone lacked’ -- Grice.  Nei colloqui Z. convenneno filosofi di rilievo della scena fenomenologica ed ermeneutica. Vi fanno la loro comparsa Gouhier, Breton, Brun, Bruaire, Tilliette, Lacan, Ricœur, Lévinas, Ellul, Argan, Starobinski, Benveniste, Eco (si veda) Scholem, Vahanian, e Giannini (si veda). Z. prende il suo posto, come organizzatore dei colloqui e direttore dell'archivio di filosofia, Olivetti. Panikkar e suo grande amico e collaboratore. Saggi: Il tempo esaurito, Bussola, Roma; Presupposti di una filosofia della storia, Milani, Padova; Il demone, Electa, Milano – cf. H. P. Grice on J. L. Ackrill on eudaemon and kakodaemon --, Pensieri e giornate, Milani, Padova; Simbolo e immagine, Rinascimento, Roma; Il tempo invertebrato, Milani, Padova; Paradossi del senso commune, Milani, Padova – cf. H. P. Grice, “The Philosopher’s Paradoxes and common sense”; La de-mitizzazione, Milani, Padova, Il tempo inqualificabile, Milani, Padova; Diari, Milano, archivio di filosofia, Padova, Olivetti, La filosofia cristiana, Città Nuova, Roma; Prini, L'esistenzialismo teologico, Filosofia cattolica, Laterza, Roma. Enciclopedia Treccani, Sapienza Roma, Filosofia della religione, esistenzialismo teologia razionale. Archivio di filosofia. Sichirollo, Enciclopedia italiana, appendice, Roma, istituto dell'Enciclopedia Italiana, Episcopale Italiana. L’«Archivio di Filosofia» viene fondato da Z. ome organo della Società Filosofica Italiana e diventa la rivista dell’Istituto di Studi Filosofici. L’«Archivio» esce in fascicoli miscellanei, affrontando temi che spaziano dall’esistenzialismo alla teologia, dalla sociologia alla psicologia (aree che, specialmente negli anni dell’egemonia filosofica gentiliana, sono piuttosto trascurate); oltre a ciò, naturalmente, vi si trovano riflessi gli interessi del suo direttore: dall’eco (all’epoca affatto flebile in Italia) data alla Kierkegaard Renaissance all”edizione di alcuni studi di Blondel e Laberthonnière. Si interrompono le pubblicazioni a causa dell’occupazione tedesca. La rivista riprende le attività, dandosi un’inedita veste monografica e aprendosi a collaborazioni internazionali: in questi anni, è uno dei primissimi periodici a dar voce in Italia a filoni come la fenomenologia, la psicoanalisi, la filosofia del linguaggio, destinati ad avere successivamente particolare risonanza.  Colla costituzione a opera di Z. del Centro di Studi Umanistici, la rivista dedica vari studi al filone umanistico-rinascimentale: oltre naturalmente agli atti dei convegni promossi dal centro, a questo periodo risale la pubblicazione di alcuni testi d’epoca moderna inediti o rari, grazie soprattutto alla collaborazione con GARIN (vedasi).  A partire dagli anni Sessanta, con l’avvio dei Colloqui sulla demitizzazione, uno o due fascicoli l’anno vengono destinati alla trascrizione e pubblicazione degli atti dei convegni, consolidando il respiro ormai internazionale della rivista.  Ancora una volta, la scelta dei temi da discutere e degli interlocutori riflette e orienta il contesto culturale: siamo negli anni del Concilio Vaticano II, dell’affacciarsi degli studi sulla psicoanalisi anche negli ambienti cristiani, di una prima presa di contatto della filosofia italiana coll’ermeneutica.  Dopo la morte di Z., la direzione dell’«Archivio» va al suo collaboratore OLIVETTI (vedasi). Il passaggio di testimone segna anche una ridefinizione del profilo della rivista, che rivolge l’attenzione ad autori quali Schleiermacher e Heidegger e si mostra particolarmente sensibile alle risonanze della filosofia ebraica.   L’Archivio di Filosofia è una rivista fondata da Z e in passato curata daOlivetti. La rivista ha cadenza quadrimestrale ed è pubblicata da Serra editore (Pisa – Roma), oggi il più importante editore italiano di riviste accademiche. Editor: Bancalari Associate Editors: Z., Ciglia, Valenza Editorial Board: Botturi, Casper, Dalferth, Vitiis, Fabris, Grassi, Greisch, Ivaldo, Marion, Melchiorre, Peperzak, Poma, Swinburne, Theunis Editorial Assistant: Palamara, Pazzelli, Tarli    La rivista “Archivio di Filosofia – Archives of Philosophy” pubblica testi selezionati mediante una procedura di call for papers, di norma sottoposti a procedura di “revisione tra pari” mediante procedimento cosiddetto “a doppio cieco” (double blind peer review). Nel caso delle rare (e motivate) eccezioni è invece la Direzione, nella sua collegialità, che dopo attento esame si assume la responsabilità dell’accettazione dei testi.  La rivista, fondata da Z., esce in fascicoli monografici dedicati a singoli temi filosofici, con particolare attenzione a quelli di filosofia della religione. In virtù della qualificazione dei collaboratori (scelti tra i massimi rappresentanti della filosofia contemporanea), della pubblicazione degli articoli in lingua originale e dell’importanza dei temi trattati nei singoli fascicoli, la rivista costituisce notoriamente un punto di riferimento internazionale per la ricerca filosofica. Enrico Castelli Gattinara di Zubiena. Keywords: simbolo; parabola; diavolo; l’individuo e lo stato, la corporazione, demonio, vita beata. Refs.: Luigi Speranza: “Grice, Flew, Parkinson, and Zubiena,” Luigi Speranza, “Grice e Zubiena: implicature demoniache,” pel gruppo di gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Zubiena.

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zucca: FILOSOFIA SARDA, NON ITALIANA -- la ragione conversazionale e il filosofo di filosofi – la scuola di Villaurbana -- filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Villaurbana). Abstract. Grice: In my Some remarks about the senses, I speak of Martian, the language spoken by Martians. The equivalent in Italian philosophy is an Italian philosopher speaking of Sardinian! Keywords: un filosofo di un filosofo  a philosophers philosopher --. Grice: Platts called me a philosophers philosopher. I took it as an insult! Filosofo sardo. Filosofo italiano. Villaurbana, Oristano, Sardegna. Grice: I like his surname. Mine means pig; his means pumpkin! -- zcca prov. zucs, sucs; a. fr. suc/cosse/; vuolsi derivi dalla voce popolare cucuzza, v. q. voce, soppressa la prima sillaba e trasposte le lettere del rimanente. Altri dal gr. sikya, zucca, Diez. Pianta annuale della famiglia delle curbitacee con lo stello rampicante, le foglie grandi, cuoriformi, rotonde, e i frutti buoni a mangiare, grossi e di varia rotondit -- rum. cucurbitu; mod. prov. cougourdo; mod. fr. courge; per similit. La testa umana; deriv.: zuccata; zucchtta-tto -- quella berretta rossa che portano i cardinalli -otto-no-one. Grice: The metaphor is an interesting one. I’m not called Grice because I look like a pig, but Zucca _is_ called Zucca because, as the dizionario etimologico puts it  per similit. la testa umana!" Saggi: L'uomo e l'infinito, Imola, Sociale; Il lamento del genio: parodia, Sassari, Gallizzi; Dopo il dolore: canto, Chiari, Rivetti; Il grande enigma, Modena, Formiggini; Le lotte dell'individuo, Rivista di filosofia, Modena, Formiggini; Essere e non essere, Rivista di Filosofia; Roma, Formiggini; Pensieri, Rivista sarda, Leggenda e realt, Rivista sarda, Ardig [si veda] e il vescovo di Mantova: un'intervista nel sogno, Rivista sarda, Roma, Ferri; Un filosofo di un filosofo, Mediterranea; I rapporti fra l'individuo e l'universo, Padova, Milani. Sardo Sardu Parlato in Italia Regioni Sardegna Parlanti Totale 1 000 000 (2010, 2016) - 1 350 000  Altre informazioni Tipo SVO[4][5][6] Tassonomia Filogenesi Lingue indoeuropee Lingue italiche Lingue romanze Lingue italo-occidentali Lingue romanze meridionali Sardo (Logudorese, Campidanese) Statuto ufficiale Minoritaria riconosciuta in Italia (bandiera) Italia dalla l.n. 482/1999 (in Sardegna (bandiera) Sardegna dalla l.r. n. 26/1997[8] e l.r. n.22/2018[9]) Codici di classificazione ISO 639-1 sc ISO 639-2 srd ISO 639-3 srd (EN) Glottolog sard1257  Estratto in lingua Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1 Totu sos sseres umanos naschint lberos e eguales in dinnidade e in deretos. Issos tenent sa resone e sa cussntzia e depent operare s'unu cun s'teru cun ispritu de fraternidade.[10] Distribuzione geografica della lingua sarda, coi suoi relativi dialetti in dettaglio, nonch di quelle alloglotte in Sardegna Manuale Il sardo (nome nativo sardu /sadu/, lngua sarda /liwa zada/ nelle variet campidanesi o limba sarda /limba zada/ nelle variet logudoresi e in ortografia LSC[11])  una lingua[12] parlata in Sardegna e appartenente alle lingue romanze del ramo indoeuropeo. Per differenziazione evidente sia ai parlanti nativi, sia ai non sardi, sia agli studiosi,  considerata autonoma dagli altri sistemi dialettali di area italica, gallica e iberica: viene pertanto classificata come idioma a s stante nel panorama neolatino. Dal 1997 la legge regionale riconosce alla lingua sarda pari dignit rispetto all'italiano.[8] Dal 1999, con la legge nazionale sulle minoranze linguistiche,[7][18][19] la lingua sarda, risultandovi inclusa assieme a undici altri gruppi,  de jure tutelata con diversi progetti finora sostenuti, per quanto ancora non risulti integrata in ambito scolastico per il suo apprendimento. Fra le dodici comunit di minoranza, quella sarda  la pi robusta in termini assoluti bench in continua diminuzione nel numero di locutori[20][26] e lingua minoritaria in pericolo di estinzione. Situazione attuale Per quanto la comunit di locutori possa definirsi come avente una "elevata coscienza linguistica", il sardo  attualmente classificato dall'UNESCO nei suoi principali dialetti come una lingua in serio pericolo di estinzione (definitely endangered), essendo gravemente minacciato dal processo di deriva linguistica verso l'italiano, il cui tasso di assimilazione, ingenerato dal diciannovesimo secolo in poi, presso la popolazione sarda  ormai alquanto avanzato in via esclusiva e sottrattiva verso gli idiomi storici dell'isola. Lo stato alquanto fragile e precario in cui ormai versa la lingua, in forte regresso finanche nell'ambito familiare,  illustrato dal rapporto Euromosaic, in cui, come riportato nel 2000 dal linguista Roberto Bolognesi, il sardo  al 43 posto nella graduatoria delle 50 lingue prese in considerazione e delle quali sono stati analizzati (a) l’uso in famiglia, (b) la riproduzione culturale, (c) l’uso nella comunit, il prestigio, l’uso nelle istituzioni, (f) luso nellistruzione. I sociolinguisti hanno classificato il panorama linguistico della Sardegna come diglossico a partire dall'unit d'Italia, in accordo con la politica linguistica del paese che designava l'italiano come la sola lingua ufficiale da promuovere in ambiti quali l'amministrazione e istruzione, relegando di conseguenza il sardo e altre minoranze linguistiche a domini non ufficiali,[29] quando non a un piano di disvalore. A partire dalla seconda met del ventesimo secolo, sarebbe subentrato un predominio totale dell'italiano finanche nei domini informali, ingenerando timori sull'estinzione della lingua sarda, riconosciuta da tempo sotto il profilo linguistico ma solo allo scadere del secolo come minoranza linguistica della Repubblica italiana. Le ricerche effettuate negli ultimi anni sembrano indicare un declino dello stigma associato alla sardofonia, anche per una maggiore consapevolezza e grazie agli sforzi dei progetti istituzionali finora approntati, i quali non hanno tuttavia significativamente inciso sulle pratiche odierne dei parlanti nell'isola, ormai improntate sull'italofonia regionale.[31] La popolazione sarda in et adulta non sarebbe a oggi pi capace di portare avanti una singola conversazione nella lingua etnica,[32] essendo questa ormai impiegata in via esclusiva solo dallo 0,6% del totale,[33] e meno del 15%, all'interno di quella giovanile, ne avrebbe ereditato competenze, peraltro del tutto residuali[34][35] nella forma deteriore descritta da Bolognesi come un gergo sgrammaticato.[36] Per le generazioni pi giovani e, ad oggi, in predominanza monolingui in italiano, il sardo parrebbe essere diventato un ricordo e poco pi che la lingua dei loro nonni,[37] essendone del tutto stata recisa la trasmissione intergenerazionale almeno dagli anni Sessanta. Essendo il futuro prossimo della lingua sarda tutt'altro che sicuro[38], Martin Harris asseriva gi nel 2003 che, qualora non si fosse riusciti a invertire la tendenza, essa si sarebbe del tutto estinta, lasciando meramente le sue tracce nell'idioma ora prevalente in Sardegna, ovvero l'italiano (specificamente nella sua giovane variante regionale), sotto forma di sostrato.[39] La lingua sarda non  stata de facto ancora introdotta nella scuola, bench sia riconosciuta dal 1999 come minoranza linguistica della Repubblica, in contemporanea con le altre undici. Da qualche tempo sono tuttavia in atto progetti di recupero volti a riguadagnare al sardo un ruolo di lingua alta e riparare a detta interruzione di trasmissione intergenerazionale, nell'esigenza, sentita anche e soprattutto presso le classi anagrafiche pi giovani e i ceti culturalmente pi avveduti, di riappropriarsi di un patrimonio che passate politiche linguistiche non avrebbero tutelato.[40] Quadro generale (inglese) Sardinian is an insular language par excellence: it is at once the most archaic and the most individual among the Romance group. (italiano) Il sardo  una lingua insulare per eccellenza:  allo stesso tempo la pi arcaica e la pi distinta nel gruppo delle lingue romanze. (Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi, New York. p. 171) Classificazione delle lingue neolatine (Koryakov Y.B., 2001).[41] La lingua sarda  ascritta nel gruppo distinto del Romanzo Insulare (Island Romance), assieme al crso antico (quello moderno fa parte a pieno titolo della compagine italoromanza, cos come gli idiomi sardo-corsi). Panorama linguistico dell'Europa sudoccidentale nei secoli fino a oggi. Il sardo  classificato come lingua romanza, ovvero derivata dal latino volgare. Celebre  il giudizio espresso dal Wagner nel 1950, per il quale il sardo costituiva l'evidenza di un "parlare romanzo arcaico" non avente stretta parentela con alcun dialetto italiano della terraferma, e solo per questioni politiche, poi successivamente risolte col suo riconoscimento definitivo e ufficiale a minoranza linguistica della Repubblica, "uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo  anche il serbo-croato o l'albanese".[42] Il sardo  considerato da molti studiosi come una delle lingue pi conservative derivanti dal latino, se non la pi conservativa;[43][44][45][46] a titolo di esempio, lo storico Manlio Brigaglia rileva che la frase in latino pronunciata da un romano di stanza a Forum Traiani Pone mihi tres panes in bertula ("Mettimi tre pani nella bisaccia") corrisponderebbe alla sua traduzione in sardo corrente Ponemi tres panes in sa brtula.[47] La relativa prossimit fonologica della lingua sarda al latino volgare (in particolare per quanto riguarda le vocali accentate) era stata analizzata anche dal linguista italo-americano Mario Andrew Pei nel suo studio comparativo del 1949[48] e ancor prima notata, nel 1941, dal geografo francese Maurice Le Lannou nel corso del suo periodo di ricerca in Sardegna.[49] Sebbene la base lessicale sia quindi in massima misura di origine latina, il sardo conserva tuttavia diverse testimonianze del sostrato linguistico degli antichi Sardi prima della conquista romana: si evidenziano etimi protosardi[50] e, in misura minore, anche fenicio-punici[51] in diversi vocaboli e soprattutto toponimi, che in Sardegna si sarebbero preservati in percentuale maggiore rispetto al resto dell'Europa latina.[52] Tali etimi riportano a un sostrato paleomediterraneo che rivelerebbe relazioni strette con il basco.[53][54][55] In et medievale, moderna e contemporanea la lingua sarda ha ricevuto influenze di superstrato dal greco-bizantino, ligure, volgare toscano, catalano, castigliano e infine italiano. Caratterizzato da una spiccata fisionomia che risalta dalle pi antiche fonti disponibili,[56] il sardo  ritenuto da vari autori come parte di un gruppo autonomo nell'ambito delle lingue romanze.[16][17][40][57][58][59] La lingua sarda  stata rapportata da Max Leopold Wagner e Benvenuto Aronne Terracini all'ormai estinto latino d'Africa, con le cui variet condivide diversi parallelismi e un qual certo arcaismo linguistico, nonch un precoce distacco dal comune ceppo latino;[60] il Wagner ascrive gli stretti rapporti tra l'ormai estinta latinit africana e quella sarda, inter alia, anche alla comune esperienza storico-istituzionale nell'Esarcato d'Africa.[61] A confortare tale teoria si menzionano le testimonianze di alcuni autori, quali l'umanista Paolo Pompilio[62] e il geografo Muhammad al-Idrisi, che visse a Palermo nella corte del re Ruggero II.[63][64][65][66][67] La comunanza sarda e africana del vocalismo,[40] nonch di diverse parole alquanto rare se non assenti nel resto del panorama romanzo, come acina (uva), pala (spalla), o anche spanus nel latino africano e il sardo spanu ("rossiccio"), costituirebbe la prova, per J. N. Adams, del fatto che una discreta quantit di vocabolario fosse un tempo condivisa tra Africa e Sardegna.[68] Sempre con riguardo al lessico, Wagner osserva come la denominazione sarda per la Via Lattea (sa (b)a de sa bza o (b)a de sa blla, letteralmente "la via o il cammino della paglia") si discosti dall'intero panorama romanzo e si ritrovi piuttosto nelle lingue berbere.[69] Ciononostante, un'altra classificazione proposta da Giovan Battista Pellegrini associa, comunque, il sardo al ramo italoromanzo sulla base non tipologica, ma di valutazioni sociolinguistiche contemporanee a suo dire espresse dalla popolazione sarda, pur rilevandone le peculiarit nell'intero panorama latino (Romnia).[70][71][72][73] Prima di lui, Bernardino Biondelli, nei suoi Studi linguistici del 1856, pur ammettendo per la "famiglia sarda" un'autonomia linguistica in guisa da poter essere considerata come una lingua distinta dall'italiana, del pari che la spagnuola, la aveva comunque accorpata ai vari "dialetti italici" della penisola, stanti gli stretti rapporti della lingua con il progenitore latino e la dipendenza politica dell'isola dall'Italia.[74] Discussa  l'assegnazione tipologica delle variet linguistiche sardo-corse, ovvero il gallurese e il sassarese: per taluni andrebbero ricomprese nel sardoromanzo, per altri sarebbero del tutto separate dal dominio linguistico sardo e invece incluse nell'italoromanzo.[75] Il Wagner (1951[76]) annette il sardo alla Romnia occidentale, mentre Matteo Bartoli (1903[77]) e Pier Enea Guarnerio (1905[78]) lo ascrivono a una posizione autonoma tra la Romnia occidentale e quella orientale. Da altri autori ancora, il sardo  classificato come l'unico esponente ancora in vita di una branca un tempo comprensiva finanche della Corsica[79][80] e della summenzionata sponda meridionale del Mediterraneo.[81][82] Thomas Krefeld descrive, in merito, la Sardegna linguistica come una Romnia in nuce contraddistinta dalla combinazione di tratti panromanzi, tratti macroregionali (iberoromanzi e italoromanzi) e perfino tratti microregionali ed esclusivamente sardi, la cui distribuzione spaziale varia in ragione della dialettica tra spinte innovatrici e altre tendenti alla conservativit.[83] Secondo Brenda Man Qing Ong e Francesco Perono Cacciafoco, la lingua sarda sarebbe un diasistema comprensivo di variet e sottovariet che non hanno subto l'unificazione linguistica o nazionale, ma contengono comunque elementi linguistici, fonetici, grammaticali e lessicali simili.[84] Variet linguistiche di tipo sardo Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese e Sardo campidanese. Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ci sono il campidanese, e l dialetto del capo di sopra. (Francesco Cetti. Storia naturale della Sardegna, I quadrupedi. G. Piattoli, 1774) I dialetti della lingua sarda propriamente detta vengono convenzionalmente ricondotti a due ortografie standardizzate e reciprocamente comprensibili, l'una riferita ai dialetti centro-settentrionali (o "logudoresi") e l'altra a quelli centro-meridionali (o "campidanesi").[85][86] Le caratteristiche che vengono solitamente considerate dirimenti sono l'articolo determinativo plurale (is ambigenere in campidanese, sos / sas in logudorese) e il trattamento delle vocali etimologiche latine E e O, che rimangono tali nelle variet centro-settentrionali e sono mutate in I e U in quelle centro-meridionali; esistono per numerosi dialetti detti di transizione, o Mesana (es. arborense, barbaricino meridionale, ogliastrino, ecc.), che presentano i caratteri tipici ora dell'una, ora dell'altra variet. Tale percezione dualistica dei dialetti sardi, originariamente registrata in via esogena per la prima volta dal naturalista Francesco Cetti (1774)[87][88] e riproposta in seguito da Matteo Madao (1782), Vincenzo Raimondo Porru (1832), Giovanni Spano (1840) e Vittorio Angius (1853),[89][90] piuttosto che segnalare la presenza di effettive isoglosse, costituisce per Roberto Bolognesi la prova di un'adesione psicologica dei Sardi alla suddivisione amministrativa dell'isola effettuata nel 1355 da Pietro IV d'Aragona tra un Caput Logudori (cabu de susu, "capo di sopra") e un Caput Calaris et Gallure (cabu de jossu, "capo di sotto") ed estesa poi alla tradizione ortografica in una variet logudorese e campidanese illustre.[91][92] Il fatto che tali variet illustri astraggano dai dialetti effettivamente diffusi nel territorio,[93] che invece si collocano lungo uno spettro interno o continuum di parlate reciprocamente intellegibili,[94][95][96] fa s che risulti difficile tracciare un confine reale tra le variet interne di tipo "logudorese" e di tipo "campidanese", problematica comune nella distinzione dei dialetti delle lingue romanze. Dal punto di vista propriamente scientifico, tale classificazione binaria non  condivisa da alcuni autori,[91][97] coesistendo proposte alternative di classificazione tripartita[98][99][100] e quadripartita.[101] I vari dialetti sardi, pur accomunati da morfologia, lessico e sintassi fondamentalmente omogenei, presentano rilevanti differenze di carattere fonetico e talvolta anche lessicale, che non ne ostacolano comunque la mutua comprensibilit.[85][97] Distribuzione geografica Viene tuttora parlata in quasi tutta l'isola di Sardegna da un numero di locutori variabile tra 1 000 000 e 1 350 000 unit, generalmente bilingue (sardo/italiano) in situazione di diglossia (la lingua sarda  utilizzata prevalentemente nell'ambito familiare e locale mentre quella italiana viene usata nelle occasioni pubbliche e per la quasi totalit della scrittura). Pi precisamente, da uno studio commissionato dalla Regione Sardegna nel 2006[102] risulta che ci siano 1 495 000 persone circa che capiscono la lingua sarda e 1 000 000 di persone circa in grado di parlarla. In modo approssimativo i locutori attivi del campidanese sarebbero 670 000 circa (il 68,9% dei residenti a fronte di 942 000 persone in grado di capirlo), mentre i parlanti delle variet logudoresi-nuoresi sarebbero 330 000 circa (compresi i locutori residenti ad Alghero, nel Turritano e in Gallura) e 553 000 circa i sardi in grado di capirlo. Nel complesso solo meno del 3% dei residenti delle zone sardofone non avrebbe alcuna competenza della lingua sarda. Il sardo  la lingua tradizionale nella maggior parte delle comunit sarde nelle quali complessivamente vive l'82% dei sardi (il 58% in comunit tradizionalmente campidanesi, il 23% in quelle logudoresi). Aree non sardofone In virt delle emigrazioni dai centri sardofoni, principalmente logudoresi e nuoresi, verso le zone costiere e le citt del nord Sardegna il sardo , peraltro, parlato anche in aree non sardofone: Nella citt di Alghero, dove la lingua pi diffusa, assieme all'italiano,  un dialetto del catalano (lingua che, oltre all'algherese, comprende tra le altre anche le parlate della Catalogna, del Rossiglione, delle Isole Baleari e di Valencia), il sardo  capito dal 49,8% degli abitanti e parlato dal 23,2%. Il mantenimento plurisecolare del catalano in questa zona  dato da un particolare episodio storico: le rivolte anticatalane da parte degli algheresi, con particolare riferimento a quella del 1353,[103] furono infruttuose poich la citt fu alfine ceduta nel 1354 a Pietro IV il Cerimonioso. Questi, memore delle sollevazioni popolari, espulse tutti gli abitanti originari della citt, ripopolandola dapprima con soli catalani di Tarragona, Valencia e delle Isole Baleari e, successivamente, con indigeni sardi che avessero per dato prova di piena fedelt alla Corona di Aragona. A Isili il romaniska  invece in via d'estinzione, parlato solo da un sempre pi ristretto numero di individui. Tale idioma fu importato anch'esso in Sardegna nel corso della dominazione iberico-spagnola, a seguito di un massiccio afflusso di immigrati rom albanesi che, insediatisi nel suddetto paese, diedero origine a una piccola colonia di ramai ambulanti. Nell'isola di San Pietro e parte di quella di Sant'Antioco, dove persiste il tabarchino, dialetto arcaizzante del ligure. Il tarbarchino fu importato dai discendenti di quei liguri che, nel Cinquecento, si erano trasferiti nell'isolotto tunisino di Tabarka e che, per via dell'esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe, ebbero da Carlo Emanuele III di Savoia il permesso di colonizzare le due piccole e inabitate isole sarde nel 1738: il nome del comune appena fondato, Carloforte, sarebbe stato scelto dai coloni in onore del sovrano piemontese. La permanenza compatta in una sola locazione, unita ai processi proiettivi di auto-identificazione dati dalla percezione che i tabarchini avrebbero avuto di s stessi in rapporto agli indigeni sardi,[104] hanno comportato nella popolazione locale un alto tasso di lealt linguistica a tale dialetto ligure, ritenuto un fattore necessario per l'integrazione sociale: difatti, la lingua sarda  compresa da solo il 15,6% della popolazione e parlata da un ancor pi esiguo 12,2%. Nel centro di Arborea (Campidano di Oristano) il veneto, trapiantato negli anni trenta del Novecento dagli immigrati veneti giunti a colonizzare il territorio ivi concesso dalle politiche fasciste,  oggigiorno in regresso, soppiantato sia dal sardo sia dall'italiano. Anche nella frazione algherese di Fertilia sono predominanti, accanto all'italiano, dialetti di tale famiglia (anch'essi in netto regresso) introdotti nell'immediato dopoguerra da gruppi di profughi istriani su un preesistente sostrato ferrarese. Un discorso a parte va fatto per i due idiomi parlati nell'estremo nord dell'isola, linguisticamente gravitanti sulla Corsica e quindi la Toscana: l'uno a nord-est, sviluppatosi da una variet del toscano (il crso meridionale) e l'altro a nord-ovest, influenzato dal toscano/corso e genovese.[105] Francesco Cetti, che per primo, come si  detto, oper la classificazione bipartita del sardo, aveva reputato l'idioma sardo-corso che si parla in Sassari, Castelsardo e Tempio come straniero e non nazionale (ovvero, "non sardo") al pari del dialetto catalano di Alghero, giacch sarebbe a suo dire un dialetto italiano, assai pi toscano, che non la maggior parte de medesimi dialetti d'Italia.[106] La maggior parte degli studiosi li considera infatti come parlate geograficamente sarde ma tipologicamente facenti parte, assieme al corso, del sistema linguistico italiano per sintassi, grammatica e in buona parte anche lessico.[107] Secoli di contiguit hanno fatto s che tra gli idiomi sardo-corsi, afferenti all'area italiana, e la lingua sarda vi fossero reciproche influenze sia fonetico-sintattiche sia lessicali,[108] senza per comportarne l'annullamento delle differenze fondamentali tra i due sistemi linguistici. Nello specifico, i cosiddetti idiomi sardo-corsi sono: il gallurese, parlato nella parte nord-orientale dell'isola,  di fatto una variet del crso meridionale. L'idioma sorse verosimilmente a seguito dei notevoli flussi migratori che, procedenti dalla Corsica, investirono la Gallura dalla seconda met circa del XIV.[109] secolo o, secondo altri, invece, a partire dal XVI secolo[110] La causa di tali flussi andrebbe ricercata nello spopolamento della regione dovuto a pestilenze, incursioni e incendi. il turritano o sassarese, parlato a Sassari, Porto Torres, Sorso, Castelsardo e nei loro dintorni, ebbe invece origine pi antica (XII-XIII secolo). Esso conserva grammatica e struttura di base corso-toscana a riprova della sua origine comunale e mercantile, ma presenta profonde influenze del sardo logudorese in lessico e fonetica, oltre a quelle minori del ligure, del catalano e dello spagnolo. Nelle zone di diffusione del gallurese e del sassarese, la lingua sarda  capita dalla massima parte della popolazione (il 73,6% in Gallura e il 67,8% nel Turritano), anche se  parlata da una minoranza di locutori: il 15,1% in Gallura (senza la citt di Olbia, dove la sardofonia ha un notevole rilievo, ma comprese le piccole enclavi linguistiche come Luras) e il 40,5% nel Turritano, grazie alle numerose isole linguistiche in cui i due idiomi convivono. Competenza del sardo all'interno delle diverse aree linguistiche La presente tavola sinottica  contenuta nel gi citato rapporto di Anna Oppo (curatrice), Le Lingue dei Sardi. Una Ricerca Sociolinguistica, commissionato dalla Regione Autonoma di Sardegna alle Universit di Cagliari e di Sassari.[111] Attiva Passiva Nessuna Totale Interv. Area logudoresofona 76,0% 21,9% 2,1% 100% 425 Area campidanesofona 68,9% 27,7% 3,4% 100% 919 Citt di Alghero 23,2% 26,2% 50,6% 100% 168 Area sassaresofona 27,3% 40,5% 32,2% 100% 575 Citt di Olbia 44,6% 38,9% 16,6% 100% 193 Area galluresofona 15,1% 58,5% 26,4% 100% 53 Carloforte e Calasetta 12,2% 35,6% 52,2% 100% 90 Storia Preistoria e storia antica Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua protosarda. Le origini e la classificazione della lingua protosarda o paleosarda non sono al momento note con certezza. Alcuni studiosi, tra cui il linguista svizzero esperto degli elementi di sostrato Johannes Hubschmid, hanno creduto di potere riconoscere diverse stratificazioni linguistiche nella Sardegna preistorica.[51] Queste stratificazioni, cronologicamente collocabili in un periodo molto ampio che va dall'et della pietra a quella dei metalli, mostrerebbero, a seconda delle ricostruzioni proposte dai diversi autori, similitudini con le lingue paleoispaniche (proto-basco, iberico), lingue tirseniche e l'antico ligure.[112][113] Anche se la dominazione di Roma, iniziata nel 238 a.C., import fin da subito nell'amministrazione locale la lingua latina attraverso il ruolo dei negotiatores di etnia strettamente italica, la romanizzazione dell'isola non procedette in maniera affatto spedita:[114] si stima che i contatti linguistici con la metropoli continentale fossero probabilmente gi cessati a partire dal I secolo a.C.,[115] e le lingue sarde, fra cui il punico, permasero nell'uso ancora per diverso tempo. Si reputa che il punico continu a essere usato fino al IV secolo d.C.,[116] mentre il nuragico resistette fino al VII secolo d.C. presso le popolazioni dell'interno che, guidate dal capo tribale Ospitone, adottarono anch'esse il latino con la loro conversione al cristianesimo.[117][Nota 1] La prossimit culturale della popolazione locale rispetto a quella cartaginese risaltava nel giudizio degli autori romani,[118] in particolare presso Cicerone le cui invettive, nello schernire i sardi ribelli al potere romano, vertevano nel denunciarne la inaffidabilit per via della loro supposta origine africana[Nota 2] avendone in odio i portamenti, la loro disposizione verso Cartagine piuttosto che Roma, nonch una lingua incomprensibile.[119] Diverse radici paleosarde rimasero invariate e in molti casi furono incamerate nel latino locale (come Nur, che presumibilmente compare anche in Norace, e che si ritrova in diversi toponimi quali Nurri, Nurra e molti altri); la regione dell'isola che avrebbe derivato il suo nome dal latino Barbaria (in italiano "paese dei Barbari",[120] lemma comune all'ormai desueto "Barberia") si oppose all'assimilazione romana per un lungo periodo: vedasi, a titolo di esempio, il caso di Olzai, in cui circa il 50% dei toponimi  derivabile dal sostrato linguistico protosardo.[51] Oltre ai nomi di luogo, sull'isola sono presenti diversi nomi di piante, animali e terminologia geomorfica direttamente riconducibili agli antichi idiomi indigeni.[121] Anche nel suo fondo latino il sardo presenta diverse peculiarit, dovute all'adozione di vocaboli sconosciuti e/o da tempo caduti in disuso nel resto della Romnia linguistica.[122][123] Durata del dominio romano e nascita delle lingue romanze.[124] Per quanto lentamente, il latino sarebbe alla fine comunque diventato la lingua madre della maggior parte degli abitanti dell'isola.[125] Come risultato di questo profondo processo di romanizzazione, l'odierna lingua sarda  oggi classificata come lingua romanza o neolatina,[121] presentante caratteristiche fonetiche e morfologiche simili al latino classico. Alcuni linguisti sostengono che la lingua sarda moderna sia stata la prima lingua a dividersi dalle altre lingue che si stavano evolvendo dal latino.[126] Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente e una parentesi vandalica di 80 anni, la Sardegna fu riconquistata da Bisanzio e inclusa nell'Esarcato d'Africa.[127] Il Casula  convinto che la dominazione vandalica procur una netta frattura con la tradizione redazionale romano-latina o, quantomeno, una sensibile strozzatura cos che il successivo governo bizantino pot impiantare i propri istituti operativi in un territorio conteso tra la "greca" e la "romnia".[128] Luigi Pinelli ritiene che la presenza vandala avesse estraniato la Sardegna dall'Europa legando il suo destino al dominio africano in un legame volto a rafforzarsi ulteriormente sotto la dominazione bizantina non solo per aver l'impero romaico compreso l'isola all'Esarcato africano, ma per averne, sia pure indirettamente, sviluppata la comunit etnica facendo ad essa acquistare molte delle caratteristiche africane che avrebbero permesso a etnologi e storici di elaborare la teoria dell'origine africana dei paleosardi,[129] ormai deprecata. Nonostante un periodo di quasi cinque secoli, la lingua greca dei bizantini non diede in prestito al sardo che alcune espressioni rituali e formali; significativo, d'altro canto, l'utilizzo dell'alfabeto greco per redigere testi in primo volgare sardo, ovvero una lingua neolatina.[130][131] Periodo giudicale Estratto del Privilegio Logudorese (1080)[132] (sardo) In nomine Domini amen. Ego iudice Mariano de Lacon fazo ista carta ad onore de omnes homines de Pisas pro xu toloneu ci mi pecterunt: e ego donolislu pro ca lis so ego amicu caru e itsos a mimi; ci nullu imperatore ci lu aet potestare istu locu de non (n)apat comiatu de leuarelis toloneu in placitu: de non occidere pisanu ingratis: e ccausa ipsoro ci lis aem leuare ingratis, de facerlis iustitia inperatore ci nce aet exere intu locu [] (italiano) In nome di Dio, amen. Io giudice Mariano de Lacon faccio questa carta a onore di tutti gli uomini di Pisa, per il dazio che mi chiesero; e io la dono loro perch sono a loro amico caro ed essi a me; che nessun imperatore che abbia a potestare in questo luogo non possa togliere loro questo dazio concesso con placito: di non uccidere arbitrariamente un pisano: e per i beni che venissero arbitrariamente tolti, gli faccia giustizia l'imperatore che ci sar nel luogo [] (Privilegio Logudorese 1080) Quando gli omayyadi si impadronirono del Nordafrica, ai bizantini non rimasero dei precedenti territori che le Baleari e la Sardegna; Luigi Pinelli ritiene che tale evento abbia costituito uno spartiacque fondamentale nel percorso storico della Sardegna, determinando la definitiva recisione di quei legami culturali in precedenza assai stretti tra quest'ultima e la sponda meridionale del Mediterraneo: le comunanze con le terre d'Africa si dileguarono, come nebbia al sole, per effetto della conquista islamita giacch questa, a causa dell'accanita resistenza dei sardi, non riusc, come avvenuto in Africa, ad estendersi nell'isola.[129] Nonostante le numerose spedizioni intraprese verso la Sardegna, infatti, gli arabi non sarebbero mai riusciti a conquistarla e a stabilirvisi, a differenza della Sicilia.[133] Michele Amari, citato dal Pinelli, scrive che i tentativi dei musulmani di Africa di conquistare la Sardegna e la Corsica furono frustrati per il valore inconcusso degli abitatori di quelle isole poveri e valorosi che si salvarono per due secoli dal giogo degli arabi.[134] Essendo Costantinopoli impegnata nella riconquista della Sicilia e del Meridione italiano, caduti anch'essi nelle mani degli arabi, questa distolse la propria attenzione dall'isola che, quindi, procedette a dotarsi di competenze via via maggiori fino all'indipendenza.[135] Pinelli reputa che la conquista araba separ la Sardegna da quel continente senza che, per, si verificasse una riunione all'Europa e che detto evento determina una svolta capitale per la Sardegna dando vita al governo nazionale di fatto indipendente,[129] retto da una figura chiamata "giudice" (judike o juighe in sardo), intesa come autentico sovrano a capo di una statualit (Logu) sovrana, perfetta, non patrimoniale ma superindividuale (iudex sive rex, da cui il sardo judicadu e la resa italiana in "giudicato"), piuttosto che nel suo significato in italiano di comune "magistrato".[136] Il Casula ritiene che, da un esame degli elementi diplomatistici e paleografici, l'isola emerga dal black-out documentario anteriore al Mille con un'assunzione di sovranit avvenuta, intorno al secolo IX, come conseguenza marginale dell'occupazione della Sicilia da parte degli Arabi e dalla disgregazione dell'Impero carolingio;[137] una lettera di Brancaleone Doria, marito di Eleonora d'Arborea, recita che nell'ultimo decennio del secolo XIV il giudicato arborense avrebbe avuto gi "cinquecento anni di vita" e fosse, perci, nato verso la fine dell'800.[138] Il volgare sardo, sviluppando nel tempo le due varianti ortografiche logudoresi e campidanesi, costitu durante il periodo medioevale la lingua ufficiale e nazionale dei quattro Giudicati isolani, anticipando in emancipazione le altre lingue neolatine[139][140][141][142] tra cui il volgare toscano, come riportava in guisa di esempio da seguire per gli italiani "sulla scorta dei vicini Sardi" lo storico e diplomatista Ludovico Antonio Muratori.[Nota 3] L'eccezionalit della situazione sarda, che costituisce in tal senso un caso unico nell'intero panorama romanzo, consiste nel fatto che tali testi ufficiali furono redatti fin dall'inizio in lingua sarda per comunicazioni interne ed escludessero del tutto il latino, a differenza di quanto accadeva nel periodo coevo nelle regioni geografico-culturali di Francia, Italia e Iberia; il latino in Sardegna era infatti impiegato solo nei documenti concernenti rapporti esterni con il continente europeo.[143] La coscienza linguistica sulla dignit del sardo era tale da giungere, nelle parole di Livio Petrucci, a un suo impiego in epoca per la quale nulla di simile  verificabile nella penisola non solo in campo giuridico ma anche in qualunque altro settore della scrittura.[144] Il Casula riporta in merito che i documenti "per l'interno", cio destinati ai Sardi fossero gi in volgare sardo, laddove quelli per l'esterno fossero in latino "quasi merovingico".[145] La lingua sarda presentava allora un numero ancor maggiore di arcaismi e latinismi rispetto a quella attuale, l'utilizzo di caratteri oggi entrati in disuso nonch in diversi documenti una grafia della lingua scritta che risentiva degli influssi continentali degli scrivani, spesso toscani, genovesi o catalani. Scarsa la presenza di lemmi germanici, giunti perlopi attraverso lo stesso latino, e degli arabismi, importati a loro volta dall'influsso iberico.[146] Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia (1303-1305) ne riferisce ed espelle criticamente i sardi, a rigore "non italiani (Latii) per quanto a questi accomunabili",[147][148] in quanto agli occhi di Dante parlerebbero non una lingua neolatina, bens in latino schietto imitandone la gramatica come le scimmie imitano gli uomini: dicono infatti domus nova e dominus meus.[147][148][149] Tale asserzione  in realt prova di quanto il sardo, ormai evolutosi autonomamente dal latino, fosse divenuto gi in quell'epoca, nelle parole del Wagner, un'autentica e impenetrabile "sfinge"[146], ovvero una lingua pressoch incomprensibile a tutti fuorch gli isolani. Famosi sono due versi del XII secolo attribuiti al trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras, che nel suo poema Domna, tant vos ai preiada equipara il sardo per intelligibilit a due lingue del tutto escluse dallo spazio romanzo, quali il tedesco (un idioma germanico) e il berbero (un idioma afroasiatico): No t'entend plui d'un Todesco / Sardesco o Barbar (lett. "Non ti capisco pi di un tedesco / o sardo o berbero")[150][151][152][153][154][155] e quelli del fiorentino Fazio degli Uberti (XIV secolo) il quale nel Dittamondo scrive dei sardi: una gente che niuno non la intende / n essi sanno quel ch'altri pispiglia  (lett. "una gente che nessuno capisce / n essi capiscono quel che gli altri bisbigliano").[149][156] Il condaghe di San Pietro di Silki (1065-1180), scritto in sardo Il primo documento scritto in cui compaiono elementi della lingua sarda risale al 1065 e si tratta dell'atto di donazione da parte di Barisone I di Torres indirizzato all'abate Desiderio a favore dell'abbazia di Montecassino,[157] noto anche come Carta di Nicita.[158] Prima pagina della Carta de Logu arborense (Biblioteca universitaria di Cagliari). Altri documenti di grande rilevanza sono i Condaghi, la Carta di Orzocco (1066/1073),[159] il Privilegio Logudorese (1080-1085) conservato presso l'Archivio di Stato di Pisa, la Prima Carta cagliaritana (1089 o 1103) proveniente dalla chiesa di San Saturnino nella diocesi di Cagliari e, assieme alla Seconda Carta Marsigliese, conservata negli Archivi Dipartimentali delle Bouches-du Rhone a Marsiglia, oltre a un particolare atto (1173) tra il Vescovo di Civita Bernardo e Benedetto, allor amministratore dell'Opera del Duomo di Pisa. Statuti Sassaresi Gli Statuti Sassaresi (1316)[160] e quelli di Castelgenovese (c. 1334), scritti in logudorese, sono un altro importante esempio di documentazione linguistica della Sardegna settentrionale e della Sassari comunale;  infine d'uopo menzionare la Carta de Logu[161] del Regno di Arborea (1355-1376), che sarebbe rimasta in vigore fino al 1827. Per quanto i testi a noi rimasti provenissero da zone alquanto lontane l'una dall'altra, quali il nord e il sud dell'isola, il sardo si presentava allora piuttosto omogeneo:[162] bench le differenze ortografiche tra il logudorese e il campidanese cominciassero a intravedersi, il Wagner rinveniva in tale periodo l'originaria unit della lingua sarda.[163] Paolo Merci vi riscontra una larga uniformit, cos come Antonio Sanna e Ignazio Delogu, per il quale sarebbe stata la vita comunitaria a sottrarre l'ortografia sarda ai localismi.[162] A detta di Carlo Tagliavini, nell'isola si andava formando una koin illustre basata piuttosto sul modello ortografico logudorese.[164] In seguito alla scomparsa del giudicato di Cagliari e di quello di Gallura nella seconda met del XIII secolo, sarebbe stato il dominio dei Gherardesca e della Repubblica di Pisa sugli ex-territori giudicali a provocare, secondo Eduardo Blasco Ferrer, una prima frammentazione del sardo, con un considerevole processo di toscanizzazione della lingua locale.[165] Nel settentrione della Sardegna, invece, furono i genovesi a imporre la propria sfera di influenza, sia mediante la nobilt sardo-genovese di Sassari, sia attraverso i membri della famiglia Doria che, anche dopo l'annessione dell'isola da parte dei catalano-aragonesi, conservarono i propri feudi di Castelsardo e Monteleone in qualit di vassalli dei sovrani della Corona d'Aragona.[166] Alla seconda met del XIII secolo risale la prima cronaca redatta in lingua sive ydiomate sardo,[167] seguendo gli stilemi tipici del periodo. Il manoscritto, redatto da un anonimo e oggi conservato presso l'Archivio di Stato di Torino, reca il titolo di Condagues de Sardina e traccia le vicende dei Giudici succedutisi nel Giudicato di Torres; l'ultima edizione critica della cronaca sarebbe stata ripubblicata nel 1957 da Antonio Sanna. La politica estera del giudicato di Arborea, indirizzata a unificare il resto dell'isola sotto il suo regno[168][169] e a preservare la propria indipendenza da ingerenze straniere, oscill tra una posizione di alleanza con gli aragonesi in funzione antipisana a una, di senso contrario, antiaragonese, instaurando alcuni legami culturali con la tradizione italiana.[169][170][171] La contrapposizione politica fra il giudicato di Arborea e i sovrani aragonesi si manifest anche con l'adozione di certe matrici culturali toscane, quali alcuni moduli linguistici nell'Oristanese.[172] Ciononostante, in linea con la propria politica estera, il giudicato arborense si contraddistinse per diverse innovazioni, quali un proprio tipo di scrittura cancelleresca (la gotica cancelleresca arborense, derivata dalla triangolare italiana) e per una qual certa riluttanza a sottoporsi eccessivamente all'influsso di culture forestiere, maturata sulla consapevolezza di una propria identit autoctona, etnica, antropologica, culturale e linguistica.[173] In merito a detta cancelleresca, sulla cui costituzione il Casula non ha dubbi, egli dice che non parr arbitrario, quindi, se cercheremo di spiegare il modello attraverso i campioni offertici dai documenti originali della curia giudicale dell'Arborea, la quale ci sembra facesse qualcosa di pi che abbandonarsi all'esecuzione passiva e sciatta della grafia gotica appresa in Italia o importata dagli italiani, verosimilmente dai Pisani: i Sardi oristanesi, infatti, calligrafarono, caratterizzarono, collettivizzarono e conservarono questa scrittura fino alla fine del giudicato. In poche parole: con essa crearono la propria cancelleresca, che dopo il 1323 pu essere contrapposta alla cancelleresca catalana delle scrivanie regie dell'isola.[174] In ogni caso, una qual certa influenza italiana pot essere mantenuta nel giudicato arborense grazie alla presenza in loco di alcuni notai, giuristi e medici provenienti dalla suddetta penisola, nonch di alcuni uomini d'arme toscani a capo di milizie locali, fra cui Cicarello di Montepulciano e Giuliano di Massa: Mariano IV d'Arborea, che aveva trascorso parte della propria giovinezza in Catalogna, avrebbe impartito ordini ai propri comandanti in italiano o in sardo secondo la loro nazionalit d'origine.[175] Periodo aragonese e spagnolo L'infeudamento della Sardegna da parte di papa Bonifacio VIII nel 1297, senza che questi avesse tenuto conto delle realt statuali gi presenti al suo interno, port alla fondazione nominale del Regno di Sardegna: ovvero, di uno stato che, per quanto privo di summa potestas, entr di diritto quale membro in unione personale entro la compagine mediterranea della Corona di Aragona. Ebbe cos inizio, nel 1353, una lunga guerra tra quest'ultima e, al grido di Helis, Helis, il precedente alleato Giudicato di Arborea, in cui la lingua sarda avrebbe rivestito un ruolo di codice di contrassegno etnico.[176] La guerra aveva tra i suoi motivi un mai sopito e antico disegno arborense di instaurare un grande Stato-Nazione isolano, tutto indigeno assistito dalla partecipazione stavolta massiccia, per la prima e ultima volta nella loro storia, finanche del resto dei Sardi, ovvero non giudicali (Sardus de foras) e residenti nei possedimenti signorili o regnicoli,[177] nonch una diffusa insofferenza per l'imposizione di un regime feudale che minacciava la sopravvivenza di radicate istituzioni autoctone e, lungi dall'assicurare la riconduzione dell'isola a un regime unitario, vi aveva solo introdotto, a detta di Ugone d'Arborea in una lettera inviata al cardinale Napoleone Orsini, "tot reges quot sunt ville" ("tanti re-padroni quanti sono i paesi"),[178] laddove "Sardi unum regem se habuisse credebant" ("i sardi credevano di avere un solo re"). Il conflitto tra le due entit sovrane si concluse dopo sessantasette anni con la definitiva vittoria della "confederazione" aragonese nella storica battaglia di Sanluri nel 30 giugno 1409 e, infine, la rinuncia dei diritti di successione arborensi da parte di Guglielmo III di Narbona nel 1420. Tale evento, accompagnato alla scomparsa del re di Sicilia Martino il Giovane nel 1409, segn per Francesco Cesare Casula l'uccisione reciproca delle due "nazioni", sarda e catalana, e per l'isola "l'inizio del vero medioevo feudale",[179] terminato solo nel 1836: per il Casula, il predetto avvenimento, paragonato per rilevanza storica alla fine del Messico azteco, dovrebbe ritenersi n trionfo n sconfitta, ma la dolorosa nascita della Sardegna di oggi.[180] Durante e dopo questo conflitto, sarebbe stato sistematicamente neutralizzato ogni focolaio di ribellione antiaragonese, quali la rivolta di Alghero nel 1353, quella di Uras del 1470 e infine quella di Macomer nel 1478, richiamata nel De bello et interitu marchionis Oristanei;[181] da quel momento, qued de todo punto Sardea por el rey.[182] Il Casula reputa che i vincitori emersi dal conflitto avessero poi proceduto a distruggere la preesistente produzione documentaria dell'et giudicale, redatta perlopi in lingua sarda ma anche in altri idiomi che meglio si confacevano alle relazioni della sofisticata cancelleria arborense, non lasciando dietro di s che poche pietre e, nel complesso, un esiguo gruppo di documenti,[183] molti dei quali sono infatti tuttora conservati e/o rimandano ad archivi fuori dell'isola.[184] Nello specifico, la documentazione giudicale e il suo palazzo sarebbe stata data completamente alle fiamme il 21 maggio 1478, mentre il vicer faceva trionfalmente il proprio ingresso ad Oristano dopo aver domato la summenzionata ribellione marchionale, che minacciava la ripresa di una soggettivit arborense de jure abolita nel 1420 ma ancora ben viva nella memoria popolare.[185] Il catalano, lingua della corte della Corona d'Aragona, assunse anche nell'isola l'egemonia, in una condizione diglossica in cui il sardo venne relegato a una posizione alternativa, quando non secondaria: emblematica era la situazione delle citt soggette al ripopolamento aragonese, quali Cagliari[186] e in cui, nella testimonianze di Giovanni Francesco Fara,[187] per un tempo il catalano subentr interamente al sardo come ad Alghero, tanto da generare espressioni idiomatiche quali no scit su catalanu ("non sa il catalano") per indicare una persona che non sapeva esprimersi "correttamente".[188][189] Il Fara, nella medesima prima monografia di et moderna dedicata ai Sardi e la Sardegna, riporta anche il vivace plurilinguismo presso un medesimo popolo, per via dei movimenti migratori di spagnoli (tarragonesi o catalani) e di italiani nell'isola, ivi giunti per praticarvi il commercio.[187] Ciononostante, la lingua sarda non scomparve affatto dall'uso ufficiale: la tradizione giuridica nazionale dei catalani nelle citt convisse con quella preesistente dei sardi, contrassegnata nel 1421 dalla conferma della stessa Carta de Logu arborense da parte del Parlamento del sovrano di Aragona Alfonso il Magnanimo,[190][191] quale intelaiatura fondamentale di una rete di rapporti localmente stratificata nei vari capitoli di grazia. In ambito amministrativo ed ecclesiastico, si seguit a impiegare il sardo per usi normati dalla scrittura fino al Seicento inoltrato.[192][193] Le corporazioni religiose fecero anch'esse uso della lingua. Il regolamento del seminario di Alghero, emanato dal vescovo Andreas Baccallar il 12 luglio 1586, era in sardo;[194] essendo diretti all'intera diocesi di Alghero e Unioni, i provvedimenti destinati alla diretta conoscenza del popolo erano redatti in sardo, oltre che in catalano.[195] Il primo catechismo ad oggi rinvenuto in "lingua sardisca" di matrice posttridentina  del 1695, in calce alle costituzioni sinodali dell'arcivescovato di Cagliari.[196] L'avvocato Sigismondo Arquer, autore della Sardiniae brevis historia et descriptio (il cui paragrafo relativo alla lingua sarebbe stato grossomodo estrapolato anche da Conrad Gessner nel suo "Sulle differenti lingue in uso presso le varie nazioni del globo"[197]), riferisce che in Sardegna fossero parlate due lingue, ovvero lo "spagnolo, tarragonese o catalano" appreso dagli elementi iberici nelle citt, e il sardo nel resto del Regno:[189] per quanto quest'ultimo fosse ormai frazionato a causa delle dominazioni straniere (ovvero "latini, pisani, genovesi, spagnoli e africani"), l'Arquer riporta come i sardi nondimeno "fra loro si comprendessero perfettamente".[198] Il gesuita portoghese Francisco Antonio, nel 1561, riportava che la lingua ordinaria di Sardegna  il sardo, come l'italiano lo  d'Italia. [...] Nelle citt di Cagliari e di Alghero la lingua ordinaria  il catalano, sebbene vi sia molta gente che usa anche il sardo.[189][199] I Gesuiti, che fondarono dei collegi a Sassari (1559), Cagliari (1564), Iglesias (1578) e Alghero (1588), inizialmente promossero una politica linguistica a favore del sardo, usandolo nell'esercizio del loro ministero con grande favore delle popolazioni che, per la prima volta, si sentivano rivolgere nella loro lingua, piuttosto che in quella catalana, spagnola o italiana; tuttavia, tale pratica fu ritenuta inopportuna dal nuovo generale dell'Ordine, Francesco Borgia, che nel 1567 impose per tutte le attivit l'utilizzo esclusivo del castigliano.[200] L'influenza del toscano, fra il XIV e il XV secolo, si manifest nel Logudoro, sia in alcuni documenti ufficiali, sia come lingua letteraria: l'internazionalizzazione del Rinascimento italiano, a partire dal XVI secolo, avrebbe infatti ravvivato in Europa l'interesse per la cultura italiana, manifestandosi anche in Sardegna soprattutto nell'impiego aggiuntivo di suddetta lingua presso alcuni autori, parallelamente al sardo e a quelle iberiche che, comunque, conservarono la loro preminenza. In questi stessi secoli o in epoca immediatamente successiva, anche a causa della progressiva diffusione del corso in Gallura nonch in ampie zone della Sardegna nord-occidentale, cui si  fatto accenno in precedenza, il logudorese settentrionale assunse talune caratteristiche fonetiche (palatalizzazione e suoni fricativi-palatalizzati) dovute al contatto con l'area linguistica toscana (sic)[201]. Come rileva Bruno Migliorini, la Sardegna ebbe con la penisola italiana complessivamente scarsi rapporti.[202] Nel Parlamento del 1565, lo stamento militare richiese, nella forma di una petizione da parte di lvaro de Madrigal, che gli statuti di Iglesias, Bosa e Sassari, fino ad allora redatti "in lingua genovese, pisana o italiana", fossero tradotti "in lingua sarda o in quella catalana", giacch non  opportuno n  giusto che delle leggi del Regno siano in lingua straniera.[203][204] In questo primo periodo iberico abbiamo una qual certa documentazione scritta della lingua sarda tanto in letteratura quanto in atti notarili, essendo l'idioma maggiormente diffuso e parlato, che per ben esplica l'influenza iberica. Antonio Cano (1400-1476) compose, nel XV secolo, il poema di carattere agiografico Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (pubbl. 1557);[205]  una delle opere letterarie pi antiche in lingua sarda, nonch pi rilevanti sotto l'aspetto filologico del periodo. Estratto de sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (A. Cano, ~1400)[205] O Deu eternu, sempre omnipotente, In saiudu meu ti piacat attender, Et dami gratia de poder acabare Su sanctu martiriu, in rima vulgare, 5. De sos sanctos martires tantu gloriosos Et cavaleris de Cristus victoriosos, Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu, Contra su demoniu, nostru adversariu, Fortes defensores et bonos advocados, 10. Qui in su Paradisu sunt glorificados De sa corona de sanctu martiriu. Cussos sempre siant in nostru adiutoriu. Amen. Nel 1479 si ebbe l'unificazione fra il regno di Castiglia con quello di Aragona. Tale unificazione, di carattere esclusivamente dinastico, non comport, sotto il profilo linguistico, cambiamenti di sorta. Il castigliano o spagnolo tard infatti a imporsi come lingua ufficiale dell'isola e non oltrepass i domini della letteratura e dell'istruzione:[2] fino al 1600 i pregones si pubblicarono perlopi in catalano e solo a partire dal 1602 si inizi a utilizzare anche il castigliano, che per Giovanni Siotto Pintor sarebbe stato usato nelle leggi e decreti a partire dal 1643.[206][207][208] Nel XVI secolo, il sardo conobbe una prima rinascita letteraria. L'opera Rimas Spirituales del letterato sassarese Gerolamo Araolla, che scrisse in sardo, castigliano e italiano, si prefisse il compito di "magnificare et arrichire sa limba nostra sarda", allo stesso modo in cui i poeti spagnoli, francesi e italiani lo avevano fatto per la loro rispettiva lingua,[209][Nota 4] seguendo schemi gi collaudati (es. la Deffense et illustration de la langue franoyse, il Dialogo delle lingue): per la prima volta fu cos posta la cosiddetta "questione della lingua sarda", poi approfondita da vari altri autori. L'Araolla  anche il primo autore sardo a stringere in nesso la parola "lingua" con "nazione", il cui riconoscimento non  direttamente espresso a chiare lettere ma dato per scontato, data la "naturalezza" con la quale gli autori di diverse nazioni si cimentano in una propria letteratura nazionale.[210] Antonio Lo Frasso, poeta nativo di Alghero (citt che ricorda con affetto in vari versi[Nota 5]) e vissuto a Barcellona, fu probabilmente il primo intellettuale di cui abbiamo testimonianza a comporre in sardo liriche amorose, bench abbia scritto maggiormente in un castigliano pregno di catalanismi; si tratta in particolare di due sonetti (Cando si det finire custu ardente fogu e Supremu gloriosu exelsadu) e di un poema in ottave reali, facenti parte della sua opera principale Los diez libros de Fortuna de Amor (1573).[Nota 6] Nel XVII secolo vi fu una produzione letteraria anche in italiano, per quanto limitata (nel complesso, secondo le stime della scuola di Bruno Anatra, circa l'87% dei libri stampati a Cagliari era in spagnolo[211]); nello specifico si trattava di alcuni scrittori plurilingui, come Salvatore Vitale, nato a Maracalagonis nel 1581, che accanto all'italiano utilizz anche lo spagnolo, il latino e il sardo, Efisio Soto-Real (il cui vero nome fu Giuseppe Siotto), Eusebio Soggia, Prospero Merlo e Carlo Buragna, il quale aveva vissuto lungamente nel Regno di Napoli[212]. Nel complesso, gli istruiti e la classe dirigente sarda dell'epoca conoscevano assai bene lo spagnolo e avrebbero scritto tanto in spagnolo quanto in sardo fino al XIX secolo; Vicente Bacallar Sanna, per esempio, fu uno dei fondatori della Real Academia Espaola.[213] Lo spagnolo si afferm, pertanto, tardivamente ma riusc a ritagliarsi, comunque, una posizione di eminente prestigio nei campi elitari della letteratura e dell'erudizione, rispetto al catalano, la cui forza di propagazione fu tale da entrare nella massima parte delle contrade della Sardegna centrale e meridionale e in alcune aree di quella settentrionale (ma non certamente nel capitolo di Sassari, dove i contratti d'appalto iniziarono a privilegiare lo spagnolo dal 1610,[214] gli atti ufficiali vennero scritti in sardo logudorese fino al 1649[215] e gli statuti di alcune prestigiose confraternite sassaresi in italiano[216]; in aree quali Macomer, gli archivi parrocchiali impiegarono il sardo fino al 1623[214]), resistendo tenacemente negli atti pubblici e nei libri di battesimo. Il sardo resistette, inoltre, nella drammatica religiosa, nella redazione di atti notarili nelle aree interne[217] e negli atti e statuti delle confraternite, come quello dei disciplinanti di Torralba[218]. Il sardo rest comunque l'unico e spontaneo codice della popolazione sarda, rispettato e anche appreso dai conquistatori.[219] Il sardo era, a pari merito rispetto al castigliano, catalano e portoghese, una delle lingue la cui conoscenza era richiesta per potere essere ufficiali dei tercios, nei cui ranghi i sardi erano considerati "spanyols", come richiesto dagli Stamenti nel 1553;[220] dal momento che potevano fare carriera e arrivare in posizione di comando solo coloro che parlassero almeno una di queste quattro lingue, Vicente G. Olaya sostiene che gli italiani che parlavano male lo spagnolo cercavano di farsi passare per valenciani per provare a essere promossi.[221] La situazione sociolinguistica era caratterizzata da una competenza, sia attiva sia passiva, nelle citt delle due lingue iberiche e del sardo nel resto dell'isola, come riportato da varie testimonianze coeve: Cristfor Despuig, ne Los Colloquis de la Insigne Ciutat de Tortosa, sosteneva nel 1557 che, per quanto la lingua catalana si fosse ritagliata un posto di cortesana, "non tutti la parlano, dal momento che in molte parti dell'isola si conserva ancora l'antica lingua del Regno" (llengua antigua del Regne),[204] tributando a quest'ultima un insigne riconoscimento; l'ambasciatore e visitador reial Martin Carillo (supposto autore dell'ironico giudizio sulla nobilt sarda: pocos, locos y mal unidos[211]) not nel 1611 che le principali citt parlavano il catalano e lo spagnolo, ma al di fuori di queste non si capiva altra lingua che il sardo, compresa da tutti nell'intero Regno;[204] Joan Gaspar Roig i Jalp, autore del Llibre dels feyts d'armes de Catalunya, riportava a met del Seicento che in Sardegna parlen la llengua catalana molt polidament, ax com fos a Catalunya;[204] Anselm Adorno, originario di Genova ma residente a Bruges, not nei suoi pellegrinaggi come, nonostante una cospicua presenza di stranieri residenti nell'isola, i nativi di questa parlassero comunque la loro lingua (linguam propriam sardiniscam loquentes[222]); un'altra testimonianza  offerta dal rettore del collegio gesuita sassarese Baldassarre Pinyes che, a Roma, registrava la partizione etnica e linguistica del Regno, scrivendo: per ci che concerne la lingua sarda, sappia vostra paternit che essa non  parlata in questa citt, n in Alghero, n a Cagliari: la parlano solo nelle ville.[223] La consistente presenza, nel capo di sopra, di feudatari valenzani e aragonesi, oltre che di soldati mercenari l stanziati di guardia, rese i dialetti logudoresi pi esposti alle influenze castigliane; inoltre, altri vettori di ingresso furono, per quanto concerne i prestiti linguistici, la poesia orale, le opere teatrali e i gi menzionati gocius o gosos (vocabolo derivante da gozos, stante per "inni sacri"). La poesia popolare si arricch di altri generi, quali le anninnias (ninne nanne), gli attitos (lamenti funebri), le batorinas (quartine narrative), i berbos e paraulas (malefici e scongiuri) e i mutos e mutetos. Si annoti che diverse testimonianze scritte del sardo permasero anche negli atti notarili, i quali pur subirono crudi castiglianismi e italianismi nel lessico e nella forma, e nell'allestimento di opere religiose a scopo di catechesi, quali Sa Dottrina et Declarassione pius abundante e Sa Breve Suma de sa Doctrina in duas maneras. Frattanto il parroco orgolese Ioan Mattheu Garipa, nell'opera Legendariu de Santas Virgines, et Martires de Iesu Christu che provvedette a tradurre dall'italiano (il Leggendario delle Sante Vergini e Martiri di Ges Cristo), pose in evidenza la nobilt del sardo rapportandola al latino classico e attribuendole nel Prologo, come Araolla prima di lui,[209] un'importante valenza etnico-nazionale.[Nota 7][224] Secondo il filologo Paolo Maninchedda, tali autori, a partire dall'Araolla, non scrivono di Sardegna o in sardo inserirsi in un sistema isolano, ma per iscrivere la Sardegna e la sua lingua  e con esse, se stessi  in un sistema europeo. Elevare la Sardegna ad una dignit culturale pari a quella di altri paesi europei significava anche promuovere i sardi, e in particolare i sardi colti, che si sentivano privi di radici e di appartenenza nel sistema culturale continentale.[225] Nei primi anni del Settecento, nell'isola si impiant l'Arcadia e si assistette a una grande variet di generi poetici, che variavano dalla poesia epica di Raimondo Congiu a quella satirica di Gian Pietro Cubeddu e quella sacra di Giovanni Delogu Ibba.[226] Periodo sabaudo e italiano L'esito della guerra di successione spagnola determin la sovranit austriaca dell'isola, confermata poi dai trattati di Utrecht e Rastadt (1713-1714); pur tuttavia dur appena quattro anni giacch, nel 1717, una flotta spagnola rioccup Cagliari e nell'anno successivo, per mezzo di un trattato poi ratificato all'Aia nel 1720, la Sardegna venne assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia in cambio della Sicilia; il rappresentante di quest'ultimo, il conte di Lucerna di Campiglione, ricevette infine, da parte del delegato austriaco don Giuseppe dei Medici, l'atto definitivo di cessione, a condizione che i "diritti, statuti, privilegi della nazione" oggetto della trattativa diplomatica fossero conservati.[227] L'isola entr cos nell'orbita italiana dopo quella iberica,[228] bench tale trasferimento di autorit, in un primo tempo, non implicasse per i sudditi isolani alcun cambiamento in fatto di lingua e costumi: i sardi seguitarono a usare il sardo e le lingue iberiche e persino i simboli dinastici aragonesi e castigliani sarebbero stati sostituiti dalla croce sabauda solo nel 1767.[229] Fino al 1848, la Sardegna sarebbe infatti rimasta uno stato con le proprie tradizioni e istituzioni, per quanto senza summa potestas e in unione personale entro i domini perlopi alpini di Casa Savoia.[227] La lingua sarda, bench praticata in condizione di diglossia, non era mai stata ridotta al rango sociolinguistico di "dialetto", essendone comunque universalmente percepita la indipendenza linguistica e parlata da tutte le classi sociali;[230] lo spagnolo era invece il codice linguistico di prestigio conosciuto e adoperato dagli strati sociali di almeno media cultura, talch Joaqun Arce ne riferisce nei termini di un paradosso storico: il castigliano era ormai diventato lingua comune degli isolani nel secolo stesso in cui cessarono ufficialmente di essere spagnoli.[231][232] Constatata la situazione corrente, la classe dirigente piemontese, in questo primo periodo, si limit a mantenere le istituzioni politico-sociali locali, avendo per cura di svuotarle allo stesso tempo di significato,[233] nonch di trattare egualmente li seguaci dell'uno e dell'altro partito, con lasciarli per divisi, ad evitare che si possino unire per ricavarne nell'occasione quel buon uso che la Rivalit pu produrre.[234] Tale approccio, improntato al pragmatismo, era dovuto a tre motivi di ordine eminentemente politico: in primo luogo la necessit, nei primi tempi, di rispettare alla lettera le disposizioni del Trattato di Londra, firmato il 2 agosto 1718, il quale imponeva il rispetto delle leggi fondamentali e dei privilegi del Regno appena ceduto; in secondo luogo, l'esigenza di non generare attriti sul fronte interno dell'isola, in larga parte filospagnolo; in terzo e ultimo luogo la speranza, covata dai regnanti sabaudi per qualche tempo ancora, di potersi disfare della Sardegna e riacquisire la Sicilia.[235] Dal momento che l'imposizione di una nuova lingua, quale l'italiano, in Sardegna avrebbe infranto una delle leggi fondamentali del Regno, Vittorio Amedeo II sottoline nel 1721 come tale operazione dovesse essere portata a termine "insensibilmente", ovvero in modo relativamente furtivo.[236] Tale prudenza si riscontra ancora nel giugno del 1726 e nel gennaio del 1728, allorquando il Re espresse l'intenzione non gi di abolire il sardo e lo spagnolo, ma solo di diffondere maggiormente la conoscenza dell'italiano.[237] Lo smarrimento iniziale dei nuovi dominatori, subentrati ai precedenti, rispetto all'alterit culturale che riconoscevano al possedimento isolano[238]  evinto da un apposito studio, da loro commissionato e pubblicato nel 1726 dal gesuita barolese Antonio Falletti, dal nome "Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua italiana in questo Regno" in cui si raccomandava all'amministrazione sabauda di applicare il metodo di apprendimento "ignotam linguam per notam expnre" ("presentare una lingua sconosciuta [l'italiano] attraverso una conosciuta [lo spagnolo]").[239] Nello stesso anno, Vittorio Amedeo II aveva manifestato la volont di non poter pi tollerare la mancata conoscenza dell'italiano presso gli isolani, dati i disagi che ci stava comportando per i funzionari giunti in Sardegna dalla terraferma.[240] Le restrizioni sui matrimoni misti tra donne sarde e ufficiali piemontesi, fino ad allora proibiti per legge,[241] sarebbero state revocate e questi anzi incoraggiati allo scopo di meglio diffondere la lingua tra i nativi.[242] La relazione tra il nuovo idioma e quello nativo, inserendosi entro un contesto storicamente contrassegnato da una marcata percezione di alterit linguistica,[40][243] si pose fin da subito nei termini di un rapporto (ancorch ineguale) tra lingue fortemente distinte, piuttosto che tra una lingua e un suo dialetto come invece avvenne poi in altre regioni italiane; gli stessi spagnoli, costituenti la classe dirigente aragonese e castigliana, solevano inquadrare il sardo come una lingua distinta sia rispetto alle proprie sia all'italiano.[244] La percezione dell'alterit del sardo era, per, pienamente avvertita anche dagli italiani che si recavano nell'isola e ne riportavano la loro esperienza con i nativi.[245][246][247] L'italiano, nonostante venisse da taluni anche in Sardegna settentrionale ritenuto "non nativo" o "forestiero"[248], aveva svolto in quell'angolo di Sardegna fino ad allora un proprio ruolo, provocando nelle parlate e nella tradizione scritta un processo di toscanizzazione iniziato nel XII secolo e consolidatosi successivamente;[249] nelle zone sardofone, corrispondenti all'area centro-settentrionale e meridionale dell'isola, era invece pressoch sconosciuto alla grande maggioranza della popolazione, dotta e no. Purtuttavia, la politica del governo sabaudo in Sardegna, allora diretta da Bogino, di alienare l'isola dalla sfera culturale e politica spagnola in modo da assimilarla a quella pi italiana del Piemonte,[250][251] ebbe quale riflesso l'introduzione diretta dell'italiano per legge nel 1760[252][253] sulla scorta degli Stati di terraferma e in particolare del Piemonte,[254] nei quali l'impiego dell'italiano era ufficialmente consolidato da secoli, nonch ulteriormente rinforzato dall'editto di Rivoli[255]. Difatti, nel provvedimento in questione venne, tra le altre cose, vietato senza riserve nello scrivere e nel dire l'uso della favella castigliana; il quale, a quarant'anni d'un dominio italiano, era siffattamente abbarbicato nel cuore degli anziani maestri di lettere.[256] Nel 1764 l'imposizione esclusiva della lingua italiana fu infine estesa a tutti i settori della vita pubblica,[257][258] quali anche l'istruzione[259][260] parallelamente alla riorganizzazione delle Universit di Cagliari e Sassari, le quali videro l'arrivo di personale continentale, e a quella dell'istruzione inferiore, in cui si stabiliva l'invio di insegnanti provenienti dal Piemonte per supplire all'assenza di insegnanti sardi italofoni[261]: nello specifico, gi nel 1763 si previde l'invio in Sardegna di alcuni abili professori italiani per stenebrare i maestri sardi dai loro errori e indirizzare pel buon sentiero maestri e discepoli.[256] Tale manovra ineriva soprattutto a un progetto di allacciamento della cultura sarda a quella della penisola italiana[262] e di rafforzamento geopolitico del dominio savoiardo sulla classe colta isolana, ancora molto legata alla penisola iberica; il proposito non sfugg alla classe dirigente sarda, la quale deplorava il fatto che i Vescovi piemontesi hanno introdotto el predicar in italiano e, in un documento anonimo attribuito agli Stamenti ed eloquentemente chiamato Lamento del Regno, denunci come sonosi tolte le arme, i privilegi, le leggi, la lingua, l'Universit, e la moneta d'Aragona, con disonore de la Spagna, con detrimento di tutti i particolari.[204][263] Ci nonostante, Mil i Fontanals scriveva nel 1863 che, ancora nel 1780, si continuava a impiegare il catalano negli strumenti notarili,[204] cos come in sardo, mentre in spagnolo furono redatti, fino al 1828, i registri parrocchiali e atti ufficiali;[264] nel 2017  stato rinvenuto un libro di gosos, originario di Ozieri, redatto in castigliano in onore di Sant'Efisio del 1850.[265] L'effetto pi immediato fu, cos, l'emarginazione del sardo piuttosto che delle lingue iberiche, dal momento che per la prima volta anche i ceti abbienti della Sardegna rurale (i printzipales) cominciarono a percepire la sardofonia come un concreto svantaggio.[257] Girolamo Sotgiu asserisce in merito che la classe dirigente sarda, cos come si era spagnolizzata, ora si italianizzava senza mai essere riuscita a sardizzarsi, a riuscire a trarre, cio, dall'esperienza e dalla cultura del popolo dal quale proveniva quegli elementi di concretezza senza i quali una cultura e una classe dirigente sembrano sempre stranieri anche nella loro patria. Questo d'altra parte era l'obiettivo che il governo sabaudo si era proposto e che, nella sostanza, riusciva anche a perseguire.[256] Il sistema amministrativo e penale di matrice francese introdotto dal governo sabaudo, capace di estendersi in maniera quanto mai articolata presso ogni villaggio della Sardegna, rappresent per i sardi il principale canale di contatto diretto con la nuova lingua egemone;[266] per le classi pi elevate, la soppressione dell'ordine dei Gesuiti nel 1774 e la loro sostituzione con i filoitaliani Scolopi,[267] nonch le opere di matrice illuministica, stampate nella terraferma in italiano, ricoprirono un ruolo considerevole nella loro italianizzazione primaria. Nello stesso periodo di tempo, vari cartografi piemontesi italianizzarono i toponimi dell'isola: bench qualcuno fosse rimasto inalterato, la maggior parte sub un processo di adattamento alla pronuncia italiana, se non di sostituzione con designazioni in italiano, che perdura tutt'oggi, spesso artificioso e figlio di un'erronea interpretazione del significato nell'idioma locale.[258] Francesco Gemelli, ne Il Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, cos ritrae il pluralismo linguistico dell'isola nel 1776, rinviando a I quadrupedi di Sardegna un migliore esame dell'indole della lingua sarda, e delle precipue differenze tra 'l sassarese e 'l toscano: cinque linguaggi parlansi in Sardegna, lo spagnuolo, l'italiano, il sardo, l'algarese, e 'l sassarese. I primi due per ragione del passato e del presente dominio, e delle passate, e presenti scuole intendonsi e parlansi da tutte le pulite persone nelle citt, e ancor ne' villaggi. Il sardo  comune a tutto il Regno, e dividesi in due precipui dialetti, sardo campidanese e sardo del capo di sopra. L'algarese  un dialetto del catalano, perch colonia di catalani  Algheri; e finalmente il sassarese che si parla in Sassari, in Tempio e in Castel sardo,  un dialetto del toscano, reliquia del dominio de' Pisani. Lo spagnuolo va perdendo terreno a misura che prende piede l'italiano, il quale ha dispossessato il primo delle scuole, e de' tribunali.[268] Il primo studio sistematico sulla lingua sarda fu redatto nel 1782 dal filologo Matteo Madao, con il titolo de Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua antologia colle due matrici lingue, la greca e la latina. Lamentando egli in premessa il generale declino della lingua (La lingua della Sarda nostra nazione, comecch venerabile per la sua antichit, pregevole per l'ottimo fondo de suoi dialetti, elegante per le bellezze, che aduna delle altre pi nobili, eccellente per la sua analogia colla Greca, e colla Latina, e non solo giovevole, ma eziandio necessaria alla privata, e pubblica societ de nostri compatrioti, e concittadini, giacque in somma dimenticanza in fino al d d'oggi, dagli stessi abbandonata come incolta, e dagli stranieri negletta come inutile[269]), l'intenzione patriottica che animava Madau era quella di accreditare il sardo come lingua nazionale dell'isola,[270][271][272] seguendo l'esempio di autori quali il gi citato Araolla in periodo iberico; purtuttavia, il clima di repressione del governo sabaudo sulla cultura sarda avrebbe indotto il Madau a velare i suoi proponimenti con intenti letterari, rivelandosi alla fine incapace di tradurli in realt.[273] Il primo volume di dialettologia comparata fu realizzato nel 1786 dal gesuita catalano Andres Febres, noto in Italia con il falso nome di Bonifacio d'Olmi, di ritorno da Lima in cui aveva pubblicato un libro di grammatica mapuche nel 1764.[274] Trasferitosi a Cagliari, si appassion al sardo e condusse un lavoro di ricerca su tre specifici dialetti; scopo dell'opera, intitolata Prima grammatica de' tre dialetti sardi,[275] era dare le regole della lingua sarda e spronare i sardi a cultivare ed avantaggiare l'idioma loro patrio, con l'italiano insieme. Il governo di Torino, esaminata l'opera, decise di non permetterne la pubblicazione: Vittorio Amedeo III consider un affronto il fatto che il libro contenesse una dedica bilingue rivoltagli in italiano e sardo, un errore che i suoi successori, pur richiamandosi a una "patria sarda", avrebbero poi evitato, premurandosi di fare uso del solo italiano.[273] Sul finire del Settecento, sulla scia della rivoluzione francese, si form un gruppo di piccolo-borghesi, chiamato "Partito Patriottico", che meditava l'instaurazione di una Repubblica Sarda svincolata dal giogo feudale e sotto la protezione francese; si diffusero cos nell'isola numerosi pamphlet, stampati prevalentemente in Corsica e scritti in lingua sarda, il cui contenuto, ispirato ai valori dei Lumi e apostrofato dai vescovi sardi come "giacobino-massonico", incitava il popolo alla ribellione contro il dominio piemontese e i soprusi baronali nelle campagne. Il prodotto letterario pi famoso di tale periodo di tensioni, scoppiate il 28 aprile 1794, fu il poema antifeudale de Su patriotu sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio Mannu, quale testamento morale e civile nutrito degli ideali democratici francesi e contrassegnato da un rinnovato sentimento patriottico.[276][277] Nel clima di restaurazione monarchica seguito alla rivoluzione angioiana, il cui sostanziale fallimento segn per la Sardegna uno storico spartiacque sul suo futuro,[278] l'intellettualit sarda, caratterizzata tanto da un atteggiamento di devozione nei confronti della propria isola quanto di comprovata fedelt verso la Casa Savoia, pose in maniera ancora pi esplicita la "questione della lingua sarda", usando per generalmente l'italiano quale lingua veicolare dei testi. Nel diciannovesimo secolo, in particolare, all'interno dell'intellettualit sarda si registr una frattura tra l'aderenza a un sentimento "nazionale" sardo e la dimostrazione di lealt nei confronti della loro nuova "nazionalit" italiana,[279] per la quale infine la classe dirigente propendette come reazione alla minaccia rappresentata dalle forze sociali rivoluzionarie[280]. Il richiamo alla "nazione sarda" di medievale memoria, con le sue istituzioni, la sua propria storia e patrimonio culturale , anzi, in questo periodo pi frequente che in quelli successivi, scomparendo poi del tutto con l'affermazione dello stato unitario;[281] per Pasquale Tola in un suo saggio, la lingua sarda, come lingua dei sardi, ne rappresenta il segno inconfondibile del carattere nazionale e anch'essa  riscoperta nel primo venticinquennio dell'Ottocento, con strumenti approntati alla sua conoscenza scientifica. A breve distanza dalla rivolta antifeudale, nel 1811, si rileva la pubblicazione del sacerdote Vissentu Porru, la quale era per riferita alla sola variante meridionale (da cui il titolo di Saggio di grammatica del dialetto sardo meridionale) e, per prudenza nei confronti dei regnanti, espressa soltanto in funzione dell'apprendimento dell'italiano, anzich di tutela del sardo;[283] nel 1832-34 Porru pubblic il Nou dizionariu universali sardu-italianu. Degno di nota  il lavoro del canonico, professore e senatore Giovanni Spano, la Ortographia sarda nationale ("Ortografia nazionale sarda") del 1840;[285] bench ufficialmente seguisse l'esempio del Porru[Nota 8], cui pure rinviava, per Massimo Pittau egli elev un dialetto del sardo su base logudorese a koin illustre in virt dei suoi stretti rapporti con il latino, in maniera analoga al modo in cui il dialetto fiorentino si era culturalmente imposto a suo tempo in Italia quale "lingua illustre".[286][287] Ciononostante, Giovanni Spano teneva in considerazione nelle sue opere anche le altre variet della lingua.[288] A detta del giurista Carlo Baudi di Vesme, la proscrizione e lo sradicamento della lingua sarda da ogni profilo privato e sociale dell'isola sarebbe stato auspicabile nonch necessario, quale opera di "incivilimento" dell'isola, perch fosse cos integrata nell'orbita ormai spiccatamente italiana del Regno;[289][290] dato che la Sardegna non  Spagnuola, ma non  Italiana:  e fu da secoli pretta Sarda,[291] occorreva, a cavallo delle circostanze che l'accesero dell'ambizione, del desiderio, dell'amore delle cose italiane,[291] promuovere maggiormente tali tendenze per trarne profitto nel comune interesse,[291] in ragione del quale si dimostrava quasi necessario[292] diffondere in Sardegna la lingua italiana "presentemente nell'interno s poco conosciuta"[291] in prospettiva della Fusione Perfetta: la Sardegna sar Piemonte, sar Italia; ne ricever e ci dar lustro, ricchezza e potenza!.[293][294] L'istruzione primaria, offerta solo in italiano, contribu dunque a una pur lenta diffusione di tale lingua tra i nativi, innescando per la prima volta un processo di erosione ed estinzione linguistica; il sardo venne infatti presentato dal sistema educativo come la lingua dei socialmente emarginati, nonch come sa limba de su famine o sa lingua de su famini ("la lingua della fame"), corresponsabile endogeno dell'isolamento e miseria secolare dell'isola, e per converso l'italiano quale agente di emancipazione sociale attraverso l'integrazione socioculturale con la terraferma continentale. Nel 1827 venne infine abrogata per sempre la Carta de Logu, lo storico corpus giuridico tradizionalmente noto come consuetud de la naci sardesca, in favore delle pi moderne "Leggi civili e criminali del Regno di Sardegna", pubblicate in italiano per espresso ordine del re Carlo Felice di Savoia.[295][296] Cimitero storico di Ploaghe, nel quale si sono conservati 39 epitaffi scolpiti in sardo e 3 in italiano.[297] Si noti, a sinistra, la presenza di una lapide in lingua sarda con riferimento a prenomi storici del tutto assenti in quelle, pi a destra, scritte invece in lingua italiana. La fusione perfetta del 1847 con la terraferma sabauda, auspicata da Baudi di Vesme come l'inizio della gloriosa rigenerazione della Sardegna[298] e nata sotto gli auspici, espressi da Pietro Martini, di un trapiantamento in Sardegna, senza riserve e ostacoli, della civilt e cultura continentale,[299] avrebbe determinato la perdita della residuale autonomia politica sarda[58][295][300] nonch il definitivo declassamento del sardo rispetto all'italiano, marcando cos il momento storico in cui, convenzionalmente, nelle parole di Antonietta Dettori la 'lingua della sarda nazione' perse il valore di strumento di identificazione etnica di un popolo e della sua cultura, da codificare e valorizzare, per diventare uno dei tanti dialetti regionali subordinati alla lingua nazionale.[301] Nonostante queste politiche di acculturazione, l'inno del Regno di Sardegna sabaudo e del Regno d'Italia (composto da Vittorio Angius e musicato da Giovanni Gonella nel 1843) sarebbe stato S'hymnu sardu nationale ("l'inno nazionale sardo") finch nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, non venne anch'esso del tutto sostituito dalla Marcia reale.[302] Tra il 1848 e il 1861, l'isola sarebbe piombata in una crisi sociale ed economica destinata a durare fino al primo dopoguerra.[58] Il canonico Salvatore Carboni pubblic a Bologna, nel 1881, un'opera polemica intitolata Sos discursos sacros in limba sarda, nel quale egli lamentava che la Sardegna hoe provinzia italiana non podet tenner sas lezzes e sos attos pubblicos in sa propia limba ("oggi, da provincia italiana qual , non pu disporre di leggi e atti pubblici nella propria lingua") e, sostenendo che sa limba sarda, totu chi non uffiziale, durat in su Populu Sardu cantu durat sa Sardigna ("la lingua sarda, bench non ufficiale, durer nel popolo sardo quanto la Sardegna"), si domandava alfine Proite mai nos hamus a dispreziare cun d'unu totale abbandonu sa limba sarda, antiga et nobile cantu s'italiana, sa franzesa et s'ispagnola? ("Perch mai dovremmo disprezzare con un totale abbandono la lingua sarda, antica e nobile quanto l'italiana, la francese e la spagnola?").[303] L'et contemporanea (sardo) A sos tempos de sa pitzinna, in bidda, totus chistionaiamus in limba sarda. In domos nostras no si faeddaiat atera limba. E deo, in sa limba nada, comintzei a connoscher totu sas cosas de su mundu. A sos ses annos, intrei in prima elementare e su mastru de iscola proibeit, a mie e a sos fedales mios, de faeddare in s'unica limba chi connoschiamus: depiamus chistionare in limba italiana, la lingua della Patria, nos nareit, seriu seriu, su mastru de iscola. Gai, totus sos pitzinnos de 'idda, intraian in iscola abbistos e allirgos e nde bessian tontos e cari-tristos. (italiano) Quando ero bambino in paese parlavamo tutti in lingua sarda. Nelle nostre case non si parlava nessun'altra lingua. E io cominciai a conoscere tutte le cose del mondo nella lingua nativa. A sei anni andai in prima elementare e il maestro di scuola proib, a me e ai miei coetanei, di parlare nell'unica lingua che conoscevamo: dovevamo parlare in lingua italiana, "la lingua della Patria", ci diceva serio. Fu cos che tutti i bambini del paese entravano a scuola svegli e allegri e ne uscivano intontiti e tristi. (Francesco Masala, Sa limba est s'istoria de su mundu, Condaghes, p.4) All'alba del Novecento, il sardo era rimasto oggetto di ricerca pressoch solo tra gli eruditi isolani, faticando a entrare nel circuito d'interesse internazionale e ancor di pi risentendo di una qual certa marginalizzazione in ambito strettamente nazionale: si osserva infatti la prevalenza degli studiosi stranieri su quelli italiani e/o l'esistenza di fondamentali e tuttora insostituiti contributi ad opera di linguisti non italiani.[304] In precedenza, il sardo aveva trovato menzione in un libro di August Fuchs sui verbi irregolari nelle lingue romanze (ber die sogennannten unregelmssigen Zeitwrter in den romanischen Sprachen, Berlin, 1840) e, in seguito, nella seconda edizione della Grammatik der romanischen Sprachen (1856-1860) redatta da Friedrich Christian Diez, accreditato come uno dei fondatori della filologia romanza;[304] alle pioneristiche ricerche degli autori tedeschi segu, nei confronti della lingua sarda, un qual certo interesse anche da parte di alcuni italiani, quali Graziadio Isaia Ascoli e, soprattutto, il suo discepolo Pier Enea Guarnerio, che per primo in Italia classific il sardo come un membro a s della famiglia linguistica romanza senza pi, come si soleva in ambito nazionale, subordinarlo al gruppo dei dialetti italiani.[305] Wilhelm Meyer-Lbke, autorit indiscussa in linguistica romanza, pubblic nel 1902 un saggio sul sardo logudorese dall'indagine del condaghe di San Pietro di Silki (Zur Kenntnis des Altlogudoresischen, in "Sitzungsberichte der kaiserliche Akademie der Wissenschaft Wien", Phil. Hist. Kl., 145) dal cui studio avvenne la iniziazione alla linguistica sarda dell'allora studente universitario Max Leopold Wagner: all'attivit di quest'ultimo si deve gran parte delle conoscenze novecentesche sul sardo in campo fonetico, morfologico e in parte anche sintattico.[305] Durante la mobilitazione per la prima guerra mondiale, l'esercito italiano arruol la popolazione di stirpe sarda[306] istituendo la Brigata di fanteria Sassari il 1 marzo 1915 a Tempio Pausania e a Sinnai. A differenza delle altre brigate di fanteria italiane, i coscritti della Sassari erano solo sardi (compresi molti ufficiali). Attualmente  l'unica unit in Italia avente un inno in una lingua diversa dall'italiano, che sarebbe stato scritto quasi alla fine del secolo, nel 1994, da Luciano Sechi: Dimonios ("diavoli"), derivando il suo titolo dal soprannome Rote Teufel (in tedesco "diavoli rossi"). Il servizio militare obbligatorio intorno a questo periodo ricopr una qual certa rilevanza nel processo di deriva linguistica all'italiano ed  indicato dallo storico Manlio Brigaglia come la prima grande "nazionalizzazione" di massa dei sardi, pi che per altri popoli regionali.[307] Tuttavia, analogamente ai membri del servizio di leva che parlavano Navajo negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, cos come ai parlanti Quechua durante la guerra delle Falkland,[308] ai nativi sardi madrelingua fu offerta la possibilit di essere reclutati come code talker per trasmettere, attraverso le comunicazioni radio, informazioni tattiche in sardo che altrimenti sarebbero state intercettate dall'esercito austro-ungarico, dal momento che alcune delle sue truppe provenivano da regioni di lingua italiana alle quali, perci, quella sarda era del tutto estranea:[309] Alfredo Graziani scrive nel suo diario di guerra che avendo saputo che molti nostri fonogrammi venivano intercettati, si era adottato il sistema di comunicare al telefono soltanto in sardo, certi che a quel modo non avrebbero potuto mai capire quanto si diceva.[310] Per evitare tentativi di infiltrazione da parte di dette truppe italofone, nelle postazioni presidiate da reclute sarde della Brigata Sassari si imponeva a chiunque si presentasse da loro di identificarsi dimostrando di parlare sardo: si ses italianu, faedda in sardu!.[309][311][312] In coincidenza con l'anno dell'indipendenza irlandese, l'autonomismo sardo riemerse come espressione del movimento dei combattenti, coagulandosi nel Partito Sardo d'Azione (PsdAz) che, entro breve tempo, sarebbe assurto ad attore fra i pi rilevanti nella vita politica isolana; ai primordi, il partito non avrebbe tuttavia avuto caratteri di rivendicazione strettamente etnica, essendo la lingua e cultura sarda ampiamente percepiti, nelle parole di Toso, come simboli del sottosviluppo della regione.[58] La politica di assimilazione forzosa culmin nel ventennio del regime fascista[2], che avvi una campagna di compressione violenta delle istanze autonomistiche e determin, infine, il decisivo ingresso dell'isola nel sistema culturale nazionale attraverso l'operato congiunto del sistema educativo e di quello monopartitico,[313] in un crescendo di multe e divieti che condussero a un ulteriore decadimento sociolinguistico del sardo;[314] fra le varie espressioni culturali sottoposte a censura, il regime era anche riuscito a bandire, dal 1932 al 1937 (1945 in alcuni casi[315]), il sardo dalla chiesa e dalle manifestazioni del folklore isolano,[316] quali le gare poetiche tenute nella suddetta lingua.[317][318][319] Paradigmatico fu l'alterco tra il poeta sardo Antioco Casula (noto come Montanaru) e l'allora giornalista fascista dell'Unione Sarda Gino Anchisi, durante il quale quest'ultimo, riuscendo a fare bandire la presenza del sardo dai giornali isolani, afferm che morta o moribonda la regione, come d'altronde proclamava il regime,[Nota 9] morto o moribondo il dialetto (sic)[320] che della regione era d'altronde l'elemento spirituale rivelatore;[321] le argomentazioni del Casula si prestavano, in effetti, a possibili temi eversivi, dal momento che questi pose, per la prima volta nel XX secolo, la questione della lingua come una pratica di resistenza culturale endogena,[322] il cui repertorio linguistico nelle scuole sarebbe stato necessario per mantenere una "personalit sarda" e allo stesso tempo riconquistare una "dignit" percepita come perduta.[323] Un altro poeta, Salvatore Poddighe, si sarebbe suicidato per depressione in seguito al sequestro del suo magnum opus, Sa Mundana Cummedia.[324] Nel complesso, a fronte di una parziale resistenza nelle zone interne, entro la fine del ventennio il regime era riuscito con successo a sradicare nell'isola i modelli culturali locali con altri impiantati per via esogena, provocando, nelle parole di Guido Melis, la compressione della cultura regionale, la frattura sempre pi netta tra il passato dei sardi e il loro futuro "italiano", la riduzione di modi di vita e di pensiero molto radicati a puro fatto di folclore, nonch uno strappo non pi rimarginabile tra le generazioni.[325] Nel 1945, in seguito all'avvenuto ripristino delle libert politiche, il Partito Sardo d'Azione avrebbe richiesto per l'isola l'autonomia come stato federale in seno alla nuova Italia sorta dalla Resistenza[58]: fu nel contesto del secondo dopoguerra che, al crescere della sensibilit autonomista, il partito principi a contrassegnarsi per desiderata impostati sulla specificit linguistica e culturale della Sardegna.[58] Manlio Brigaglia parla del ventennio come di una seconda fase di "nazionalizzazione di massa" dei sardi e della Sardegna, in quanto caratterizzata da una politica deliberatamente puntata alla sua "italianizzazione" e da una guerra dichiarata dal regime e dalla Chiesa all'uso della lingua sarda.[326] Nel complesso, la consapevolezza del tema concernente l'erosione linguistica entr pi tardi, nell'agenda politica sarda, rispetto a quanto avvenuto in altre periferie europee contrassegnate da minoranze etnolinguistiche:[327] al contrario, tale periodo fu contrassegnato dal rifiuto del sardo da parte dei ceti medi,[314] essendo la lingua e cultura sarda ancora largamente inquadrate come "simboli del sottosviluppo regionale".[300] Buona parte della classe dirigente e intellettuale sarda, particolarmente sensibile ai richiami egemonici di quelle continentali, reputava infatti che la "modernizzazione" dell'isola fosse attuabile solo in alternativa ai suoi contesti socioculturali di tipo "tradizionale", quando non attraverso il loro seppellimento totale.[328][329] Si  osservato, a livello istituzionale, un forte osteggiamento del sardo e nel circuito intellettuale italiano, concezione poi interiorizzata nell'immaginario comune nazionale, esso era (il pi delle volte per ragioni ideologiche o come residuo, adottato per inerzia, di vecchie[Nota 10] consuetudini date dalle prime) spesso ritenuto come una variante degenerata dell'italiano,[330] contrariamente all'opinione degli studiosi e persino di alcuni nazionalisti italiani come Carlo Salvioni,[331][Nota 11] subendo tutte le discriminazioni e i pregiudizi legati a una tale associazione, soprattutto l'essere ritenuto una forma bassa di espressione[332][333][334] ed essere ricondotta a un certo "tradizionalismo".[335][336] I sardi furono cos indotti, come del resto avvenuto presso altre comunit di minoranza, a sbarazzarsi di quanto percepivano recasse il timbro di un'identit stigmatizzata.[337] Al momento della stesura dello statuto autonomistico, il legislatore decise di eludere a fondamento della "specialit" sarda riferimenti alla sua identit geografica e culturale[338][339][340][341] che, pur facendo da colonna portante delle originarie argomentazioni giustificative a fondamento dell'autonomia, erano considerati pericolosi prodromi a rivendicazioni pi estreme quando non di ordine indipendentista; Antonello Mattone sostiene al riguardo che in tale progetto erano rimasti inspiegabilmente in ombra i problemi legati agli aspetti etnici e culturali della questione autonomistica, per i quali i consultori non mostrano alcuna sensibilit, a differenza di tutti quei teorici (da Angioy a Tuveri, da Asproni a Bellieni) che invece proprio in questo patrimonio avevano individuato il titolo primario per un reggimento autonomo.[342] Il disegno dello Statuto, emerso in un quadro nazionale ormai mutato dalla rottura dell'unit antifascista, nonch in un contesto contrassegnato dalle croniche debolezze della classe dirigente sarda e dalla radicalizzazione tra le istanze federalistiche locali e quelle, per converso, pi apertamente ostili all'idea di autonomia per l'isola,[343] emerse infine come il risultato di un compromesso, limitandosi piuttosto al riconoscimento di alcune istanze socioeconomiche nei confronti della terraferma,[344][345] quali la sollecitazione allo sviluppo industriale della Sardegna con uno specifico "piano di rinascita" approntato dal centro.[Nota 12][346][347] Lo statuto, infine redatto dalla Commissione dei 75 a Roma, trovava cos per il legislatore una ragione giustificativa non tanto in circostanze geografiche e culturali, quanto nella cosiddetta "arretratezza" economica della regione, alla cui luce si auspicava il suddetto piano di industrializzazione per l'isola in tempi brevi: diversamente da altri statuti speciali, quello sardo non vi richiama la effettiva comunit destinataria nei suoi ambiti sociali e culturali, i quali erano piuttosto inquadrati, dall'anzidetta Commissione dei 75, all'interno di una sola collettivit, ovvero quella nazionale italiana.[348][Nota 13] Lungi dall'affermazione di un'autonomia sarda fondata sul riconoscimento di una specifica identit culturale, come avvenuto in Valle d'Aosta o Alto Adige, il risultato di tale stagione fu quindi un autonomismo nettamente economicistico, perch non si volle o non si pot disegnare unautonomia forte, culturalmente motivata, una specificit sarda che non si esaurisse nellarretratezza e nella povert economica[349] Emilio Lussu, che a Pietro Mastino confid di aver votato a favore della bozza finale solamente per evitare che per un solo voto lo Statuto non venisse approvato neppure cos ridotto, fu l'unico esponente, nella seduta del 30 dicembre 1946, a rivendicare invano l'obbligo dell'insegnamento della lingua sarda, sostenendo che essa fosse un patrimonio millenario che occorre conservare.[350] Nel mentre, ulteriori politiche di stampo assimilatore sarebbero state applicate anche nel secondo dopoguerra,[2] con un'italianizzazione progressiva di siti storici e oggetti appartenenti alla vita quotidiana e un'istruzione obbligatoria che ha insegnato l'uso della lingua italiana, non prevedendo un parallelo insegnamento di quella sarda e, anzi, attivamente scoraggiandolo attraverso divieti e sorveglianza diffusa di chi lo promuovesse:[351] i maestri disprezzavano infatti la lingua, ritenendola un rude dialetto e contribuendo a un ulteriore abbassamento del suo prestigio presso la comunit sardofona stessa. Secondo alcuni studiosi, i metodi adottati per promuovere l'uso dell'italiano, improntati a un'italofonia esclusiva e sottrattiva,[352] avrebbero inciso negativamente sulle performance scolastiche degli studenti sardi.[353][354][355] Fenomeni riscontrabili in maggiore concentrazione in Sardegna, quali i tassi di abbandono scolastico e delle ripetenze, analoghi a quelli di altre minoranze linguistiche,[353] avrebbero solo negli anni Novanta messo in discussione la effettiva efficacia di un'istruzione strettamente monolingue, con nuove proposte volte a un approccio comparativo.[356] Le norme statutarie cos delineate si rivelarono, nel complesso, uno strumento inadeguato per rispondere ai problemi dell'isola;[300][357] a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, inoltre, prese avvio il vero processo di sostituzione radicale e definitiva della lingua sarda con quella italiana,[358] a causa della diffusione, sia sul territorio isolano sia nel resto del territorio italiano, dei mezzi di comunicazione di massa che trasmettevano nella sola lingua italiana.[359] Soprattutto la televisione ha diffuso l'uso dell'italiano e ne ha facilitato la comprensione e l'utilizzo anche tra le persone che, fino a quel momento, si esprimevano esclusivamente in sardo. A partire dalla fine degli anni Sessanta,[300][357][360] in coincidenza con la rinascita di un sardismo declinato sotto il segno di un "revivalismo linguistico e culturale",[361] cominciarono a essere avviate numerose campagne a favore di un bilinguismo effettivamente paritario quale elemento di salvaguardia dell'identit isolana: per quanto gi nel 1955 fossero state stabilite cinque cattedre di linguistica sarda[362], una prima richiesta effettiva venne sporta per mezzo di una delibera adottata all'unanimit dall'Universit di Cagliari nel 1971, in cui si richiedeva all'autorit politica regionale e nazionale il riconoscimento dei sardi come minoranza etnica e linguistica e del sardo come idioma coufficiale dell'isola.[363][364][Nota 14] Una prima bozza di legge sul bilinguismo fu redatta dal Partito Sardo d'Azione nel 1975[365]. Famoso il richiamo patriottico espresso qualche mese prima di morire, nel 1977, da parte del poeta Raimondo Piras, che in No sias isciau[Nota 15] invitava al recupero della lingua per opporsi alla dissardizzazione culturale delle generazioni successive[315]. Nel 1978 una legge di iniziativa popolare per il bilinguismo raccolse migliaia di firme, ma non fu mai implementata in quanto incontr la ferma opposizione della sinistra e in particolare del Partito Comunista Italiano,[366] che a sua volta procedette a proporre un proprio progetto di legge "per la tutela della lingua e della cultura del popolo sardo" due anni pi tardi[367]. Un rapporto della commissione parlamentare d'inchiesta sul banditismo avrebbe messo in guardia da tendenze isolazioniste particolarmente dannose per lo sviluppo della societ sarda, che di recente si sono manifestate con la proposta di considerare il sardo come una lingua di una minoranza etnica.[368] Negli anni Ottanta, all'attenzione del Consiglio regionale furono presentati cos tre progetti di legge aventi contenuto simile alla delibera adottata dall'Universit di Cagliari.[358] Nel corso degli anni Settanta, si registr nelle aree rurali un significativo processo di deriva linguistica verso l'italiano non solo nel Campidano, ma anche in aree geografiche un tempo reputate linguisticamente conservatrici, quali Macomer nella provincia di Nuoro (1979), ove si era costituita una classe operaia e una imprenditoriale di origine prevalentemente esogena;[369] alla ridefinizione della struttura economico-sociale ancora in atto corrispose, infatti, un'accentuata mutazione del repertorio linguistico, che determin a sua volta uno slittamento dei valori su cui si basavano l'identit etnica e culturale delle comunit sarde.[370][Nota 16] Tale questione  stata oggetto di analisi sociologiche sui mutamenti occorsi nell'identit della comunit sarda, i cui atteggiamenti sfavorevoli nei confronti della sardofonia sarebbero significativamente influenzati da uno stigma di presunta "primitivit" e "arretratezza" a lungo impressole dalle istituzioni, di ordine politico e sociale, favorevoli all'italianit linguistica.[371] Il sardo avrebbe subito un arretramento senza sosta rispetto all'italiano, per via di un "complesso della minoranza" che spinse la comunit sarda a un atteggiamento fortemente svalutavivo nei confronti della propria lingua e cultura.[372][373] Negli anni successivi, tuttavia, si sarebbe registrato un parziale cambio di atteggiamento: non solo la lingua sarebbe stata inquadrata come un positivo marcatore etnico/identitario,[374] sarebbe anche stata il canale attraverso il quale avrebbe trovato espressione l'insoddisfazione sociale a fronte delle misure approntate a livello centrale, reputate incapaci di provvedere alla soddisfazione dei bisogni sociali ed economici dell'isola.[375] Allo stesso tempo, per, si osserv come tale sentimento positivo nei confronti della lingua contrastasse con il suo uso effettivo, che procedette a calare sensibilmente.[376] Nel gennaio del 1981 il giornale bilingue "Nazione Sarda" pubblic un'inchiesta la quale riportava che, nel 1976, il Ministero dell'Istruzione aveva pubblicato una nota per richiedere informazioni sugli insegnanti che utilizzavano la lingua sarda nelle scuole, e che il Provveditorato di Sassari aveva pubblicato una circolare con oggetto "Scuole della Sardegna - Introduzione della lingua sarda" nella quale chiedeva ai presidi e ai direttori scolastici di astenersi da iniziative di quel tipo e di informare il provveditorato a riguardo di qualunque attivit legata all'introduzione del sardo nei loro istituti.[377][378][379] Nel 1981 il Consiglio Regionale dibatt e vot per l'introduzione del bilinguismo per la prima volta.[380][381] In risposta alle pressioni esercitate da una risoluzione del Consiglio d'Europa sulla tutela delle minoranze nazionali, nel 1982 fu creata dal governo italiano un'apposita commissione per meglio indagare la questione;[382] l'anno successivo fu presentato un disegno di legge al Parlamento, ma senza successo. Una delle prime leggi definitivamente approvate dal legislatore regionale, la "Legge Quadro per la Tutela e Valorizzazione della Lingua e della Cultura della Sardegna" del 3 agosto 1993, fu subito bocciata dalla Corte costituzionale a seguito di un ricorso del governo centrale, che la riteneva "esorbitante per molteplici aspetti dalla competenza integrativa e attuativa posseduta dalla Regione in materia di istruzione".[383][384] Come  noto, si sarebbero dovuti aspettare altri quattro anni perch la normativa regionale non fosse sottoposta a giudizio di costituzionalit, e altri due perch il sardo potesse trovare riconoscimento in Italia contemporaneamente ad altre undici minoranze etnolinguistiche. Infatti, la legge nazionale n.482/1999 sulle minoranze linguistiche storiche fu approvata solo in seguito alla ratifica, da parte italiana, della Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d'Europa nel 1998.[382] Una ricerca promossa da MAKNO nel 1984 rivel che tre quarti dei sardi erano a favore tanto dell'educazione bilingue nelle scuole (il 22% del campione auspicava un'introduzione obbligatoria e il 54,7% una facoltativa) quanto di uno status di bilinguismo ufficiale come la Valle d'Aosta e l'Alto Adige (62,7% del campione a favore, 25,9% contrario e 11,4% incerto).[385] Tali dati sono stati parzialmente corroborati da un'altra indagine demoscopica svolta nel 2008, in cui il 57,3% mostrava un atteggiamento favorevole verso la presenza del sardo in orario scolastico assieme all'italiano.[386] Un'altra ricerca, condotta nel 2010, segnala un parere decisamente favorevole da parte della stragrande maggioranza dei genitori verso l'insegnamento della lingua a scuola, ma non il suo impiego come idioma veicolare.[387] Chiesa del Pater Noster, Gerusalemme. Iscrizione del Padre Nostro (Babbu Nostru) in sardo Alcune personalit ritengono che il processo di assimilazione possa portare alla morte del popolo sardo[388][389][390] diversamente da quanto avvenuto, per esempio, in Irlanda (isola in gran parte linguisticamente anglicizzata). Bench risultino in ordine alla lingua e cultura sarda profondi fermenti di matrice identitaria,[358][391] ci che si riscontra attraverso analisi pare sia una lenta ma costante regressione nella competenza sia attiva sia passiva di tale lingua, per motivi di natura principalmente politica e socioeconomica (l'uso dell'italiano presentato come una chiave di avanzamento e promozione sociale,[392] stigma associato all'impiego del sardo, il progressivo spopolamento delle zone interne verso quelle costiere, l'afflusso di genti dalla penisola e i potenziali problemi di mutua comprensibilit fra le varie lingue parlate,[Nota 17] ecc.): il numero di bambini che userebbe attivamente il sardo crolla a un dato inferiore al 13%, peraltro concentrato nelle zone interne[393] quali il Goceano, l'alta Barbagia e le Baronie.[34][394][395] Prendendo in esame la situazione di taluni centri logudoresi a economia tradizionale (come Laerru, Chiaramonti e Ploaghe) in cui il tasso di sardofonia dei bambini  comunque pari allo 0%, Mauro Maxia parla in merito di un autentico caso di "suicidio linguistico" in capo a ormai poche decine di anni.[396] Purtuttavia, secondo le suddette analisi sociolinguistiche, tale processo non risulta affatto omogeneo,[397][398] presentandosi in maniera ben pi evidente nelle citt che non nei paesi. Al giorno d'oggi, il sardo  una lingua la cui vitalit  riconoscibile in un'instabile[358] condizione di diglossia e commutazione di codice, e che non entra, o non vi ha ampia diffusione, nell'amministrazione, nel commercio, nella Chiesa (in cui si registra una qual certa attivit per introdurvi la lingua[399][400]), nella scuola,[396] nelle universit locali di Sassari[401][402] e di Cagliari e nei mass media.[403][404][405][406] Seguendo la scala di vitalit linguistica proposta da un apposito pannello dell'UNESCO nel 2003,[407] il sardo fluttuerebbe tra una condizione di "sicuramente in pericolo di estinzione" (definitely endangered: i bambini non apprendono pi la lingua), attribuitogli anche nel Libro Rosso, e una di "serio pericolo di estinzione" (severely endangered: la lingua  perlopi usata dalla generazione dei nonni in su); secondo il criterio EGIDS (Expanded Graded Intergenerational Disruption Scale) proposto da Lewis e Simons, il sardo sarebbe in bilico tra il livello 7 (Instabile: la lingua non  pi trasmessa alla generazione successiva[408]) e il livello 8 (Moribonda: gli unici parlanti attivi della lingua appartengono alla generazione dei nonni[408]), corrispondenti rispettivamente ai due gradi della scala UNESCO sopramenzionati. Il grado di progressiva assimilazione e penetrazione dell'italiano tra i sardofoni  confermato dalle ricerche dell'ISTAT,[409] secondo le quali il 52,1% della popolazione sarda impiega ormai esclusivamente l'italiano in ambito familiare, mentre il 31,5% pratica alternanza linguistica e solo il 15,6% riporta di usare il sardo o altre lingue non italiane; al di fuori dell'ambiente privato e amicale, le percentuali sanciscono in maniera ancora pi schiacciante l'esclusiva predominanza raggiunta dall'italiano nell'isola (87,2%) alle spese del sardo e altre lingue, tutte ferme al 2,8%. Gli anni '90 hanno conosciuto un rinnovamento delle forme espressive nel panorama musicale sardo: molti artisti, spaziando dai generi pi tradizionali quali il canto (cantu a tenore, cantu a chiterra, gosos, ecc.) e il teatro (Mario Deiana) a quelli pi moderni quale il rock (Kenze Neke, Askra e KNA, Tzoku, Tazenda, ecc.) e addirittura rap e hip hop (Dr. Drer & CRC posse, Quilo, Sa Razza, etc.) utilizzano infatti la lingua per promuovere l'isola e riconoscere i suoi vecchi problemi e le nuove sfide.[410][411][412][413] Vi sono anche dei film (come Su Re, parzialmente Bellas mariposas, Treulababbu, Sonetula, etc.) realizzati in sardo con i sottotitoli in italiano,[414] e altri ancora con i sottotitoli in sardo.[415] A partire dalle sessioni d'esame tenute nel 2013, hanno suscitato sorpresa, data la mancata istituzionalizzazione de facto della lingua, dei tentativi da parte di alcuni allievi di presentare l'esame o parte di esso in lingua sarda.[416][417][418][419][420][421][422][423][424][425][426][427] Sono inoltre sempre pi frequenti anche le dichiarazioni di matrimonio in tale lingua su richiesta dei coniugi[428][429][430][431][432] Ha suscitato particolare scalpore l'iniziativa virtuale di alcuni sardi su Google Maps, in risposta a un'ordinanza del Ministero delle Infrastrutture che ordinava a tutti i sindaci della regione di eliminare i cartelli in sardo piazzati all'ingresso dei centri abitati: tutti i comuni avevano infatti ripreso il loro nome originario per circa un mese, finch lo staff di Google non decise di riportare la toponomastica nel solo italiano.[433][434][435] Di rilevanza  l'impiego, da parte di alcune societ sportive quali la Dinamo Basket Sassari[436] e il Cagliari Calcio, della lingua nelle sue campagne promozionali.[437][438] In seguito a una campagna di adesioni,[439]  stata resa possibile l'inclusione del sardo fra le lingue selezionabili su Facebook. L'opzione di scelta  ora a tutti gli effetti attiva ed  possibile avere la pagina in lingua sarda.[440][441][442];  anche possibile selezionare la lingua sarda su Telegram[443][444] Il sardo  presente quale lingua configurabile anche in altre applicazioni, quali F-Droid, Diaspora, OsmAnd, Notepad++, QGIS, Stellarium,[445] Skype,[446] ecc. Nel 2016  stato inaugurato il primo traduttore automatico dall'italiano al sardo,[447] VLC media player per Android, Linux Mint Debina Edition 2 "Betsy", Firefox,[448][449] ecc. Anche il motore di ricerca DuckDuckGo  stato interamente tradotto in lingua sarda. La comunit sardofona costituirebbe ancora, con circa 1,7 milioni di parlanti autodichiaratisi nativi (di cui 1.291.000 presenti in Sardegna), la pi consistente minoranza linguistica riconosciuta in Italia[23] bench sia paradossalmente, allo stesso tempo, quella cui  garantita meno tutela. Al di fuori dell'Italia, in cui al momento non  prevista pressoch alcuna possibilit di insegnamento strutturato della suddetta lingua minoritaria (l'Universit di Cagliari si distingue per avere aperto per la prima volta un corso specifico nel 2017;[450] quella di Sassari, di rimando, nel 2021 ha annunciato l'apertura di un curriculum parzialmente dedicato alla lingua sarda in filologia moderna[451]), si tengono talvolta corsi specifici in paesi quali Germania (universit di Stoccarda, Monaco, Tubinga, Mannheim,[452] ecc.), Spagna (universit di Gerona),[453] Islanda[454] e Repubblica Ceca (universit di Brno)[455][456]; per un qual certo periodo di tempo, il prof. Sugeta ne teneva alcuni anche in Giappone all'universit di Waseda (Tokyo).[457][458][459] La estrema fragilit sociolinguistica del sardo  stata valutata dal gruppo di ricerca Euromosaic, commissionato dalla Commissione europea con l'intenzione di tracciare un quadro delle minoranze etnolinguistiche nei territori europei; questi, posizionando il sardo al quarantunesimo posto su un totale di quarantotto lingue di minoranza europee, rilevando un punteggio pari al greco del sud Italia,[460] conclude cos il suo rapporto: (inglese) This would appear to be yet another minority language group under threat. The agencies of production and reproduction are not serving the role they did a generation ago. The education system plays no role whatsoever in supporting the language and its production and reproduction. The language has no prestige and is used in work only as a natural as opposed to a systematic process. It seems to be a language relegated to a highly localised function of interaction between friends and relatives. Its institutional base is extremely weak and declining. Yet there is concern among its speakers who have an emotive link to the language and its relationship to Sardinian identity. (italiano) Sembra si tratti di ancora un'altra lingua di minoranza in pericolo. Le agenzie deputate alla produzione e riproduzione della lingua non adempiono pi al ruolo che svolgevano la scorsa generazione. Il sistema educativo non sostiene in alcun modo la lingua e la sua produzione e riproduzione. La lingua non gode di alcun prestigio e in contesti lavorativi il suo impiego non promana da alcun processo sistematico, ma  meramente spontaneo. Pare sia una lingua relegata a interazioni tra amici e parenti altamente localizzate. La sua base istituzionale  estremamente debole e in continuo declino. Ciononostante, si riscontra una qual certa preoccupazione presso i suoi locutori, i quali hanno un legame emotivo con la lingua e la sua relazione con l'identit sarda. ( Relazione Euromosaic "Sardinian language use survey". URL consultato l'11 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2018)., Euromosaic, 1995) Frequenza d'uso delle lingue regionali in Italia (ISTAT, 2015) Come spiega Matteo Valdes, la popolazione dellisola constata, giorno dopo giorno, il declino delle proprie parlate originarie, si fa complice di questo declino trasmettendo ai figli la lingua del prestigio e del potere ma, contemporaneamente, sente che la perdita delle lingue locali  anche perdita di se stessi, della propria storia, della propria specifica identit o diversit.[461] Roberto Bolognesi ritiene che la perdurante stigmatizzazione del sardo come la lingua dei ceti "socialmente e culturalmente svantaggiati" comporti l'alimentazione di un circolo vizioso che ulteriormente promuove il regresso della lingua, irrobustendone il giudizio negativo presso quelli che pi si percepiscono come competitivi: difatti,  chiaro come questa identificazione sia da sempre una self-fulfilling prophecy, una profezia che si conferma da s: un meccanismo perverso che ha condannato e ancora condanna alla marginalit sociale i sardoparlanti, escludendoli sistematicamente da quelle interazioni linguistiche e culturali in cui si sviluppano i registri prestigiosi e lo stile alto della lingua, innanzitutto nella scuola.[462] Essendo il processo di assimilazione ormai giunto a compimento,[463] il bilinguismo in gran parte sulla carta[464] e mancando ancora misure concrete per un uso ufficiale anche solo all'interno della Sardegna, la lingua sarda continua dunque la sua agonia, seppur con minore velocit rispetto a qualche tempo fa, soprattutto grazie all'impegno di coloro che nei vari contesti ne promuovono la rivalutazione in un processo che, da alcuni studiosi,  stato definito come "risardizzazione linguistica".[465] Nel mentre, l'italiano continua a erodere,[461] nel tempo, sempre pi spazi associati al sardo, ormai in stato di generale deperimento con la gi menzionata eccezione di alcune "sacche linguistiche". In merito alla predominanza ormai completamente raggiunta dall'italiano, Telmon registra l'atteggiamento fortemente utilitaristico che i sardi hanno assunto nei suoi confronti. Pur essendo sentito infatti come fondamentalmente estraneo alle tradizioni pi autenticamente popolari, il suo possesso viene considerato necessario e, in ogni caso, simbolo potente di avanzamento sociale, anche nel caso di diglossia senza bilinguismo.[466] Laddove la pratica linguistica del sardo  ora per tutta l'isola in netto declino,  invece comune nelle nuove generazioni di qualunque estrazione sociale,[467] ormai monolingui e monoculturali italiane, quella dell'italiano regionale di Sardegna o IrS (spesso chiamato dai sardofoni, in segno di ironico spregio, italinu porcheddnu,[468] letteralmente "italiano maialesco"): si tratta di una parlata dialettale dell'italiano che, nelle sue espressioni diastratiche,[469] risente grandemente degli influssi fonologici, morfologici e sintattici del sardo anche in quei parlanti che non hanno alcuna conoscenza di tale lingua.[470] Roberto Bolognesi sostiene che, a fronte della persistente negazione e rifiuto della lingua sarda,  come se questa si sia vendicata sull'originaria comunit di parlanti e continui a vendicarsi "inquinando" il sistema linguistico egemone,[36] rievocando l'avvertimento gramsciano profferito all'alba del secolo precedente. Infatti, a fronte di un italiano regionale ormai prevalente che, per Bolognesi, si tratta in effetti di una lingua ibrida sorta dal contatto fra due sistemi linguistici diversi,[471] il (poco) sardo usato dai giovani costituisce spesso un gergo sgrammaticato infarcito di oscenit e di costruzioni appartenenti all'italiano:[36] la popolazione padroneggerebbe dunque solo "due lingue zoppe" le cui manifestazioni non scaturirebbero da una norma riconoscibile, n costituirebbero una fonte di sicurezza linguistica chiara:[36] Bolognesi ritiene che per i parlanti sardi, quindi, il rifiuto della propria identit linguistica originaria non ha comportato la sperata e automatica omologazione ad unidentit socialmente pi prestigiosa, ma lacquisizione di unidentit di serie B (n veramente sarda, n veramente italiana), non pi autocentrata ma bens periferica rispetto alle fonti di norma linguistica e culturale, le quali rimangono ancora al di fuori della loro portata: sullaltra riva del Tirreno.[471] D'altra parte, Eduardo Blasco Ferrer riscontra una propensione dei sardofoni esclusivamente per la pratica di commutazione di codice, piuttosto che per quella di commistione o commutazione intrafrasale (code-mixing) tra le due diverse lingue.[472] Nel complesso, dinamiche quali il tardivo riconoscimento come minoranza linguistica, accompagnato da un'opera di graduale ma plurisecolare e pervasiva italianizzazione promossa dal sistema educativo e da quello amministrativo, cui segu la recisione della trasmissione intergenerazionale, hanno fatto s che la vitalit odierna del sardo possa definirsi come gravemente compromessa.[473] Vi  una sostanziale divisione tra chi crede che l'attuale normativa in tutela della lingua sia ormai giunta troppo tardi,[474][475] ritenendo che il suo impiego sia stato oramai interamente sostituito dall'italiano, e chi invece asserisce che sia fondamentale per rafforzare l'uso corrente, per quanto debole, di questa lingua. Le considerazioni sulla frammentazione dialettale della lingua sono portate da alcuni come argomento contrario a un intervento istituzionale per il suo mantenimento e valorizzazione: altri rilevano che questo problema sia gi stato affrontato in diversi altri casi, come per esempio il catalano, la cui piena introduzione nella vita pubblica dopo la repressione franchista  stata possibile solo grazie a un processo di standardizzazione dei suoi eterogenei dialetti. In generale, la standardizzazione della lingua sarda  argomento controverso.[476][477] Fiorenzo Toso rileva, a paragone con l'attuale forza del catalano garantita dalla elaborazione di uno standard scritto a fronte di sottovariet dialettali anche molto differenziate tra loro, che la debolezza del sardo risiede invece, tra gli altri elementi, nell'assenza di un tale standard, poich i parlanti logudorese o campidanese non si riconoscono in una variet sopradialettale comune.[478] A oggi si ritiene improbabile il rinvenimento di una soluzione normativa alla questione linguistica sarda.[358] In conclusione, fattori fondamentali per la riproduzione nel tempo del gruppo etnolinguistico, quali la trasmissione intergenerazionale della lingua, rimangono ad oggi estremamente compromessi senza che se ne possa apparentemente frenare la progressiva perdita,[479] in stadio ormai avanzato. Al di l dello strato sociale gi interessato dal suddetto processo e che risulta quindi italofono monolingue, persino tra molti sardofoni si riscontra ora una "limitata padronanza attiva o anche solo esclusivamente passiva della loro lingua": l'attuale competenza comunicativa tra le coorti anagrafiche pi giovani non andrebbe oltre la conoscenza di qualche formula stereotipata e neanche gli adulti sarebbero pi in grado di portare avanti una conversazione nella lingua etnica,[32][480]. Le indagini demoscopiche finora effettuate sembrano indicare che il sardo venga ormai considerato dalla comunit come uno strumento di riappropriazione del proprio passato, piuttosto che di effettiva comunicazione per il presente e il futuro[481] Il sardo tra le comunit linguistiche di minoranza riconosciute ufficialmente in Italia[482][483] Riconoscimento istituzionale Lo stesso argomento in dettaglio: Legislazione italiana a tutela delle minoranze linguistiche e Toponimi della Sardegna. Segnaletica locale bilingue italiano/sardo Segnale di inizio centro abitato in sardo a Siniscola/Thiniscole Il sardo  riconosciuto come lingua dalla norma ISO 639 che le attribuisce i codici sc (ISO 639-1: Alpha-2 code) e srd (ISO 639-2: Alpha-3 code). I codici previsti per la norma ISO 639-3 ricalcano quelli utilizzati dal SIL per il progetto Ethnologue e sono: sardo campidanese: "sro" sardo logudorese: "src" gallurese: "sdn" sassarese: "sdc" La lingua sarda  stata riconosciuta con legge regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 "Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna" come lingua della Regione autonoma della Sardegna dopo l'italiano (la legge regionale prevede la tutela e valorizzazione della lingua e della cultura, pari dignit rispetto alla lingua italiana con riferimento anche al catalano di Alghero, al tabarchino dell'isola di San Pietro, al sassarese e gallurese, la conservazione del patrimonio culturale/bibliotecario/museale, la creazione di Consulte Locali sulla lingua e la cultura, la catalogazione e il censimento del patrimonio culturale, concessione di contributi regionali ad attivit culturali, programmazioni radiotelevisive e testate giornalistiche in lingua, uso della lingua sarda in fase di discussione negli organi degli enti locali e regionali con verbalizzazione degli interventi accompagnata dalla traduzione in italiano, uso nella corrispondenza e nelle comunicazioni orali, ripristino dei toponimi in lingua sarda e installazione di cartelli segnaletici stradali e urbani con la denominazione bilingue). La legge regionale applica e regolamenta alcune norme dello Stato a tutela delle minoranze linguistiche. Nessun riconoscimento  stato invece attribuito, nel 1948, alla lingua sarda dallo Statuto della Regione Autonoma, che  legge costituzionale: l'assenza di norme statutarie di tutela, a differenza degli storici Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige, fa s che per la comunit sarda, nonostante rappresenti ex lege n. 482/1999 la pi robusta minoranza linguistica in Italia, non si applichino le leggi elettorali per la rappresentanza politica delle liste in Parlamento, che pur tengono conto della specificit delle suddette minoranze.[484][485] Si applicano invece al sardo (come al catalano di Alghero) l'art. 6 della Costituzione (La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche) e la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche"[486] che prevede misure di tutela e valorizzazione (uso della lingua minoritaria nelle scuole materne, primarie e secondarie accanto alla lingua italiana,[487] uso da parte degli organi di Comuni, Comunit Montane, Province e Regione, pubblicazione di atti nella lingua minoritaria fermo restando l'esclusivo valore legale della versione italiana, uso orale e scritto nelle pubbliche amministrazioni escluse forze armate e di polizia, adozione di toponimi aggiuntivi nella lingua minoritaria, ripristino su richiesta di nomi e cognomi nella forma originaria, convenzioni per il servizio pubblico radiotelevisivo) in ambiti definiti dai Consigli Provinciali su richiesta del 15% dei cittadini dei comuni interessati o di un terzo dei consiglieri comunali. Ai fini applicativi tale riconoscimento, che si applica alle "popolazioniparlantisardo", il che escluderebbe a rigore gallurese e sassarese in quanto geograficamente sardi ma linguisticamente di tipo crso, e sicuramente il ligure-tabarchino dell'isola di San Pietro. Cartello bilingue nel municipio di Villasor Il relativo Regolamento attuativo D.P.R. n. 345 del 2 maggio 2001 (Regolamento di attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante norme di tutela delle minoranze linguistiche storiche) detta regole sulla delimitazione degli ambiti territoriali delle minoranze linguistiche, sull'uso nelle scuole e nelle universit, sull'uso nella pubblica amministrazione (da parte della Regione, delle Province, delle Comunit Montane e dei membri dei Consigli Comunali, sulla pubblicazione di atti ufficiali dello Stato, sull'uso orale e scritto delle lingue minoritarie negli uffici delle pubbliche amministrazioni con istituzione di uno sportello apposito e sull'utilizzo di indicazioni scritte bilingui con pari dignit grafica, e sulla facolt di pubblicazione bilingue degli atti previsti dalle leggi, ferma restando l'efficacia giuridica del solo testo in lingua italiana), sul ripristino dei nomi e dei cognomi originari, sulla toponomastica ( disciplinata dagli statuti e dai regolamenti degli enti locali interessati) e la segnaletica stradale (nel caso siano previsti segnali indicatori di localit anche nella lingua ammessa a tutela, si applicano le normative del Codice della Strada, con pari dignit grafica delle due lingue), nonch sul servizio radiotelevisivo. La bozza di atto di ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d'Europa[488] del 5 novembre 1992 (gi sottoscritta, ma mai ratificata,[489][490] dalla Repubblica Italiana il 27 giugno 2000) all'esame del Senato prevede, senza escludere l'uso della lingua italiana, misure aggiuntive per la tutela della lingua sarda e per il catalano (istruzione prescolare in sardo, educazione primaria e secondaria agli allievi che lo richiedano, insegnamento della storia e della cultura, formazione degli insegnanti, diritto di esprimersi in lingua nelle procedure penali e civili senza spese aggiuntive, consentire l'esibizione di documenti e prove in lingua nelle procedure civili, uso negli uffici statali da parte dei funzionari in contatto con il pubblico e possibilit di presentare domande in lingua, uso nell'amministrazione locale e regionale con possibilit di presentare domande orali e scritte in lingua, pubblicazione di documenti ufficiali in lingua, formazione dei funzionari pubblici, uso congiunto della toponomastica nella lingua minoritaria e adozione dei cognomi in lingua, programmazioni radiotelevisive regolari nella lingua minoritaria, segnalazioni di sicurezza anche in lingua, promozione della cooperazione transfrontaliera tra amministrazioni in cui si parli la stessa lingua). Si noti che l'Italia, assieme alla Francia e a Malta,[491] non ha ratificato il suddetto trattato internazionale.[492][493] In un caso presentato alla Commissione europea dal deputato Renato Soru in sede di parlamento europeo nel 2017, nel quale si denunciava la negligenza nazionale con riguardo alla sua stessa normativa rispetto alle altre minoranze linguistiche, la risposta della Commissione faceva presente all'Onorevole che le questioni di politica linguistica perseguita dai singoli stati membri non rientrano nelle sue competenze.[494] Le forme di tutela previste per la lingua sarda sono pressoch assimilabili a quelle riconosciute per quasi tutte le altre storiche minoranze etnico-linguistiche d'Italia (friulani, albanesi, catalane, greche, croate, franco-provenzali e occitane, etc.), ma di gran lunga inferiori a quelle assicurate, mediante specifici trattati internazionali, per le comunit francofone in Valle d'Aosta, a quelle slovene in Friuli-Venezia Giulia e, infine, a quelle ladine e germanofone in Alto-Adige. Segnaletica locale bilingue a Pula Inoltre, le poche disposizioni legislative a tutela del bilinguismo sin qui menzionate non sono de facto ancora applicate o lo sono state solo parzialmente. In tal senso il Consiglio d'Europa nel 2015 aveva aperto un'indagine sull'Italia per la situazione delle sue minoranze etnico-linguistiche, considerate nell'ambito della Convenzione-quadro come "minoranze nazionali".[495][496][497] Il sardo non  stato, infatti, ancora oggi introdotto nei programmi ufficiali, rientrando perlopi in alcuni progetti scolastici (moduli di ventiquattr'ore) senza garanzie di continuit.[498] La revisione della spesa pubblica del governo Monti avrebbe abbassato ulteriormente il livello di tutela della lingua, attuando una distinzione fra le lingue soggette a tutela in base ad accordi internazionali e considerate minoranze nazionali perch "di lingua madre straniera" (tedesco, sloveno e francese[Nota 18]) e quelle afferenti a comunit che non hanno una struttura statale straniera alle spalle, riconosciute semplicemente come "minoranze linguistiche". Tale disegno di legge, nonostante abbia destato una certa reazione da pi parti del mondo politico e intellettuale isolano,[499][500][501]  stato impugnato dal Friuli-Venezia Giulia, ma non dalla Sardegna, una volta tradotto in legge, la quale non riconosceva alle minoranze linguistiche "senza Stato" i benefici previsti in tema di assegnazione degli organici per le scuole:[502] con la sentenza numero 215, depositata il 18 luglio 2013, la Corte costituzionale ha per successivamente dichiarato incostituzionale tale trattamento differenziato.[503] La delibera della Giunta regionale del 26 giugno 2012[504] ha introdotto l'uso delle diciture ufficiali bilingui nello stemma della Regione Autonoma della Sardegna e in tutte le produzioni grafiche che contraddistinguono le sue attivit di comunicazione istituzionale. Quindi, con la stessa evidenza grafica dell'italiano, viene riportata l'iscrizione equivalente a Regione Autonoma della Sardegna in sardo ovvero Regione Autnoma de Sardigna.[505] Il 5 agosto 2015 la Commissione Paritetica Stato-Regione ha approvato una proposta, inoltrata dall'Assessorato della Pubblica Istruzione, che trasferirebbe alla Regione Sarda alcune competenze amministrative in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, quali sardo e catalano algherese.[506] Il 27 giugno 2018, il Consiglio Regionale ha infine varato il TU sulla disciplina della politica linguistica regionale. La Sardegna si sarebbe, in teoria, cos dotata per la prima volta nella sua storia regionale di uno strumento regolatore in materia linguistica, con l'intento di sopperire all'originale lacuna del testo statutario:[9][507][508] tuttavia, il fatto che la giunta regionale non abbia tuttora provveduto a emanare i necessari decreti attuativi fa s che quanto  contenuto nella legge approvata non abbia ancora trovato alcuna applicazione reale.[509][510][511] Il 2021 vede l'apertura di uno sportello in lingua sarda per la Procura di Oristano, qualificandosi come la prima volta in Italia in cui tale servizio sia offerto a una lingua minoritaria.[512] Per l'elenco dei comuni riconosciuti ufficialmente minoritari ai sensi dell'art. 3 della legge n. 482/1999 e per i relativi toponimi ufficiali in lingua sarda ai sensi dell'art. 10 vedi Toponimi della Sardegna. Fonetica, morfologia e sintassi Fonetica Vocali: // e // (brevi) latine hanno conservato i loro timbri originali [i] e [u]; per esempio il latino siccus diventa siccu (e non come italiano secco, francese sec). Un'altra caratteristica  l'assenza della dittongazione delle vocali medie (/e/ e /o/). Per esempio il latino potest diventa podet (pron. [poete]), senza dittongo a differenza dell'italiano pu, spagnolo puede, francese peut. Le vocali Sarde sono soggette al processo di metafonesi dove [ ] sono alzate a [e o] se la sillaba seguente contiene vocali /i/ o /u/. Inoltre /fnmnu/, ad esempio,  realizzato come [fenomenu]. Nel gruppo di dialetti solitamente ricondotti alla grafia campidanese / / sono state alzate a /i u/ nelle sillabe finali. Le nuove /i u/ non producono la metafonesi. In questi dialetti quindi [e o] possono contrastare con [ ]. Per esempio i vecchi [bn] 'bene' e [beni] 'vieni' diventano [bni] e [beni] come coppie minime distinte solo dalla vocale tonica. Il campidanese contiene quindi sette diverse vocali. Esclusivi  per l'area romanza attuale  dei dialetti centro-settentrionali del sardo sono inoltre il mantenimento della [k] e della [] velari davanti alle vocali palatali /e/ e /i/ (es.: [kentu] per l'italiano cento e il francese cent). Una delle caratteristiche del sardo  l'evoluzione di [ll] nel fonema cacuminale [] (es. cuaddu o caddu per cavallo, anche se questo non avviene nel caso dei prestiti successivi alla latinizzazione dell'isola - cfr. bellu per bello - ). Questo fenomeno  presente anche nella Corsica del sud, in Sicilia, in Calabria, nella penisola Salentina e in alcune zone delle Alpi Apuane. Fonosintassi Lo stesso argomento in dettaglio: Sardo logudorese  Alcune regole di fonosintassi e Sardo campidanese  Alcune regole di fonosintassi. Una delle principali complicanze, sia per chi si approcci alla lingua sia per chi, pur sapendola parlare, non la sa scrivere,  la differenza fra scritto (qualora si voglia seguire un'unica forma grafica) e parlato data da specifiche regole, fra le quali  importante menzionare almeno qualcuna nei due diasistemi e in questa voce nella generalit dei casi. Sistema vocalico Vocale paragogica Nel parlato generalmente non  tollerata la consonante finale di un vocabolo, quando per lasciata isolata in pausa o in chiusura di frase, altrimenti s pu essere presente anche nella pronuncia. La lingua sarda si caratterizza pertanto per la cosiddetta vocale paragogica o epitetica, cui si appoggia la suddetta consonante; questa vocale  generalmente la stessa che precede la consonante finale, ma in campidanese non mancano esempi discostanti da questa norma, dove la vocale paragogica  la "i" pur non essendo quella che precede l'ultima consonante, come il caso di cras (crasi, domani), tres (tresi, tre), ecc. In questi casi la vocale finale pu anche essere riportata nella lingua scritta, essendo appunto diversa dall'ultima della parola. Quando invece  uguale a quella precedente di norma non va mai scritta; eccezioni possono essere rappresentate da alcuni termini di origine latina rimasti inalterati rispetto all'originale, eccettuando appunto la vocale paragogica, che per si sono diffusi nell'uso popolare anche nella loro variante sardizzata (smper o smpere, lmen o lmene) e, nel diasistema logudorese, dalle terminazioni dell'infinito presente della 2 coniugazione (tnner o tnnere, pnner o pnnere). Per quanto riguarda i latinismi, nell'uso attuale si preferisce non scrivere la vocale paragogica, quindi smper, mentre nei verbi della seconda coniugazione  forse maggioritaria la grafia con la "e", seppur molto diffusa anche quella senza, perci iscrere piuttosto che iscrer (scrivere), che peraltro  altres corretto. I termini campidanesi vengono generalmente scritti con la "i" dai parlanti di questa variante, dunque crasi, mentre in logudorese avremo sempre e comunque cras, anche qualora nella pronuncia dovesse risultare crasa. Cos per esempio: Si scrive semper ma si pronuncia generalmente sempere (LSC/log./nuo., in italiano "sempre") Si scrive lmen ma si pronuncia generalmente lumene (nuo., in LSC nmene o nmene, in italiano "nome") Si scrive per e si pronuncia generalmente per o peroe (LSC/log./nug. /camp., in italiano "per") Si scrive istrrere (LSC e log.) o istrrer (log.) e si pronuncia generalmente isterrere (in italiano "stendere") Si scrive funt ma si pronuncia generalmente funti (LSC e camp., in italiano "essi sono") Si scrive andant ma si pronuncia generalmente andanta (LSC, camp. e log. meridionale, in italiano "vanno"). In nuores/baroniese la consonante finale della terza plurale solitamente cade e si pronuncia la vocale paragogica: andan(t)a, cheren(t)e e ischin(t)i. Vocale pretonica Le vocali e e o stanti in posizione pretonica rispetto alla vocale i, diventano mobili potendosi trasformare in quest'ultima. Cos, per esempio, sar corretto scrivere e dire: ertu o irtu (log., in italiano "riccio"; in LSC, log. meridionale e camp. eritzu) essre (LSC), issre (log. ), bessire (log. meridionale) o bessiri (camp.) (in italiano "uscire") drumre o dromre (log., in italiano "dormire"; in LSC dormire; camp. dromri) godre (LSC) o gudre (log., in LSC e log. anche gosare, camp. gosai, in italiano "godere") Vi sono delle rare eccezioni a questa regola, come dimostra l'esempio seguente: buddre vuol dire "bollire", mentre boddre vuol dire "raccogliere (frutti e fiori)". Sistema consonantico Posizione mediana intervocalica Quando si trovano in posizione mediana intervocalica, o per effetto di particolari combinazioni sintattiche, le consonanti b, d, g diventano fricative; sono tali anche se si presenta, fra vocale e consonante, un'interposizione della r. In questo caso, la pronuncia della b  perfettamente uguale a quella della b/v spagnola in cabo, la d  uguale alla d spagnola in codo. Fra vocali, il dileguo della g  la norma. Cos per esempio: baba si pronuncia ba[]a (in italiano "bava") sa baba si pronuncia sa []a[]a (in italiano "la bava") lardu si pronuncia lar[]u (in italiano "lardo") gatu: in singolare la g cade (su gatu diventa su atu), mentre in plurale quando precede /s/, si mantiene come fricativa (sos gatos = so'/sor/sol []toso) Lenizione Comune ai due diasistemi, cui fa eccezione la sottovariet nuorese,  il fenomeno di sonorizzazione delle consonanti sorde c, p, t, f, qualora precedute da vocale o seguite da r; le prime tre diventano anche fricative. /k/  [] /p/  [] /t/  [] /f/  [v] Cos per esempio: Si scrive su cane (LSC e log.) o su cani (camp.) ma si pronuncia su []ane / su []ani (in italiano, "il cane"). Si scrive su frade (LSC e log.) o su fradi (camp.) ma si pronuncia su[v]rade/su [v]rari (in italiano, "il fratello"). Si scrive sa terra, ma si pronuncia sa []erra (LSC/log./camp., in italiano, "la terra"). Si scrive su pane (LSC e log.) o su pani (camp.) ma si pronuncia su []ane / su []ani (in italiano, "il pane"). Incontro di consonanti fra due parole (sandhi) Reindirizziamo alle voci cui pertengono le differenti ortografie. Pronuncia rafforzata di consonanti iniziali Sette particelle, aventi vario valore, provocano un rafforzamento della consonante che a esse segue: ci accade per effetto di una sparizione, solamente virtuale, delle consonanti che tali monosillabi avevano per finale nel latino (una di esse  italianismo di recente acquisizione). NE  (lat.) NEC = n (congiunzione) CHE  (lat.) QUO+ET = come (comparativo) TRA  (it.) TRA = tra (preposizione) A  (lat.) AC = (comparativo) A  (lat.) AD = a (preposizione) A  (lat.) AUT = (interrogativo) E  (lat.) ET = e (congiunzione) Perci per esempio: Nos ch'andamus a Ngoro / nosi ch'andaus a Noro (pron. "noch'andammus a Nnugoro / nosi ch'andaus a Nnuoro") = Ce ne andiamo a Nuoro Che a cussu maccu (pron. "che mmaccu") = Come quel matto Intra Nugoro e S'Alighera (pron. "intra Nnugoro e Ss'Alighera") = Tra Nuoro e Alghero A ti nde pesas? (pron. "a tti nde pesasa?") = Ti alzi? (esortativo) Morfologia e sintassi Nel suo insieme la morfosintassi del sardo si discosta dal sistema sintetico del latino classico e mostra un uso maggiore delle costruzioni analitiche rispetto ad altre lingue neolatine.[513] L'articolo determinativo caratteristico della lingua sarda  derivato dal latino ipse / ipsu(m) (mentre nelle altre lingue neolatine l'articolo  originato da ille / illu(m)) e si presenta nella forma su/sa al singolare e sos/sas al plurale (is nel campidanese e sia sos / sas sia is nella LSC). Forme di articolo con la medesima etimologia si ritrovano nel balearico (dialetto catalano delle Isole Baleari) e nel dialetto provenzale dell'occitano delle Alpi Marittime francesi (eccettuando il dialetto di Nizza): es/so/sa e es/sos/ses. Il plurale  caratterizzato dal finale in -s, come in tutta la Romnia occidentale ((FR, OC, CA, ES, PT) ). Es.: sardu{sing.}-sardos/sardus{pl.}(sardo-sardi), puddu{sing.}/puddos/puddus{pl.}, pudda{sing.}/puddas{pl.} (pollo/polli, gallina/galline). Il futuro viene costruito con la forma latina habeo ad. Es: apo a istre, apu a abarrai o apu a atturai (io rester). Il condizionale si forma in modo analogo: nei dialetti centro-meridionali usando il passato del verbo avere (ai) o una forma alternativa sempre di tale verbo (apia); nei dialetti centro-settentrionali usando il passato del verbo dovere (dia). Il "perch" interrogativo  diverso dal "perch" responsivo: poita? o proite/poite? ca, cos come avviene in altre lingue romanze (francese: pourquoi? parce que, portoghese: por qu/porqu? porque; spagnolo por qu? porque; catalano per qu? perqu... Ma anche in Italiano perch/poich). Il pronome personale tonico di prima e seconda persona singolare, se preceduto dalla preposizione cun/chin (con), assume le forme cun megus (LSC, log.)/chin mecus (nug.) e cun tegus (LSC, log.)/chin tecus (nug.) (cfr. lo spagnolo conmigo e contigo e anche il portoghese comigo e contigo e il napoletano cu mmico e cu ttico), e questi dal latino cum e mecum/tecum. Ortografia e pronuncia Lo stesso argomento in dettaglio: Limba Sarda Unificada e Limba Sarda Comuna. Fino al 2001 non si disponeva di una standardizzazione ufficiale n scritta, n orale (quest'ultima non esiste ancor oggi) della lingua sarda. Dopo l'epoca medievale, nei documenti della quale si pu osservare una certa uniformit nella scrittura, l'unica standardizzazione grafica, dovuta agli esperimenti dei letterati e dei poeti, era stata quella del cosiddetto "sardo illustre", sviluppato ispirandosi ai documenti protocollari medievali sardi, alle opere di Gerolamo Araolla, Giovanni Matteo Garipa e Matteo Madau e a quelle di una ricca serie di poeti.[514][515] I tentativi di ufficializzare e diffondere tale norma erano per stati ostacolati dalle autorit iberiche e in seguito sabaude.[516] Da questi trascorsi deriva l'attuale adesione di una parte della popolazione all'idea che, per ragioni eminentemente storiche e politiche[517][518][519][520] ma non linguistiche,[518][521][522][523][524][525] la lingua sarda sia divisa in due gruppi dialettali distinti ("logudorese" e "campidanese" o "logudorese", "campidanese" e "nuorese", con chi cerca pure di includere nella categorizzazione lingue legate a quella sarda ma differenti, quali il gallurese o il sassarese), per scrivere le quali sono state sviluppate una serie di grafie tradizionali, anche se con molti cambiamenti lungo il passare del tempo. Oltre a quelle comunemente definite "logudorese" e "campidanese", come gi detto, sono state sviluppate anche la grafia nuorese, la grafia arborense e quelle dei singoli paesi, a volte normata con regole generali e comuni a tutti, quali quelle richieste dal Premio Ozieri.[526] Spesso, per, il sardo viene scritto dai parlanti cercando di trascriverne la pronuncia e seguendo le abitudini legate alla lingua italiana.[518] Per risolvere tale problema, e ai fini di consentire una effettiva applicazione di quanto previsto dalla Legge Regionale n. 26/1997 e dalla Legge n. 482/1999, nel 2001 la Regione Sardegna ha incaricato una commissione di esperti di elaborare una ipotesi di Norma di unificazione linguistica sovradialettale (la LSU: Limba Sarda Unificada, pubblicata il 28 febbraio 2001), che identificasse una lingua-modello di riferimento (basata sulla analisi delle variet locali del sardo e sulla selezione dei modelli pi rappresentativi e compatibili) al fine di garantire all'uso ufficiale del sardo le necessarie caratteristiche di certezza, coerenza, univocit, e diffusione sovralocale. Questo studio, pur scientificamente valido, non  mai stato adottato a livello istituzionale per vari contrasti locali (accusata di essere una lingua "imposta" e "artificiale" e di non avere risolto il problema del rapporto tra le variet trattandosi di una mediazione tra le variet scritte comunemente con una grafia logudorese, pertanto privilegiate, e non avendo proposto una valida grafia per le variet solitamente scritte con la grafia campidanese) ma ha comunque, a distanza di anni, costituito la base di partenza per la redazione della proposta della LSC: Limba Sarda Comuna, pubblicata nel 2006, che partendo da una base di mesania, accoglie elementi propri delle parlate (e quindi "naturali" e non "artificiali") di quella zona, ovvero l'area grigia di transizione della Sardegna centrale tra le variet scritte solitamente con la grafia logudorese e quelle scritte con la grafia campidanese, al fine di assicurare alla grafia comune il carattere di sovradialettalit e sovramunicipalit, pur lasciando la possibilit di rappresentare le particolarit di pronuncia delle variet locali.[527] Purtuttavia, anche a questo standard non sono mancate critiche, sia da chi ha proposto degli emendamenti per migliorarlo,[528][529] sia da chi ha preferito insistere con l'idea di suddividere il sardo in macrovarianti da regolare con norme separate.[530] La Regione Sardegna, con delibera di Giunta regionale n. 16/14 del 18 aprile 2006 Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell'Amministrazione regionale[531] ha adottato sperimentalmente la LSC come lingua ufficiale per gli atti e i documenti emessi dalla Regione Sardegna (fermo restando che ai sensi dell'art. 8 della Legge n. 482/99 ha valore legale il solo testo redatto in lingua italiana), dando facolt ai cittadini di scrivere all'Ente nella propria variet e istituendo lo sportello linguistico regionale Ufitziu de sa limba sarda. Successivamente ha seguito la norma LSC nella traduzione di diversi documenti e delibere, dei nomi dei propri uffici ed assessorati, oltre al proprio stesso nome "Regione Autnoma de Sardigna", che figura oggi nello stemma ufficiale insieme alla dicitura in italiano. Oltre a tale ente, lo standard sperimentale LSC  stato utilizzato come scelta volontaria da diversi altri, dalle scuole e da organi di stampa nella comunicazione scritta, spesso in maniera complementare con grafie pi vicine alla pronuncia locale. Per quanto riguarda tale utilizzo  stata fatta una stima percentuale, legata ai soli progetti finanziati o cofinanziati dalla Regione per l'utilizzo della lingua sarda negli sportelli linguistici comunali e sovracomunali, nella didattica nelle scuole e nei media dal 2007 al 2013. Il Monitoraggio sull'utilizzo sperimentale della Limba Sarda Comuna 2007-2013  stato pubblicato sul sito della Regione Sardegna nell'aprile 2014 a cura del Servizio Lingua e Cultura Sarda dell'Assessorato della Pubblica Istruzione.[532] Da tale ricerca risulta ad esempio, riguardo ai progetti scolastici finanziati nell'anno 2013, una netta preferenza delle scuole nell'utilizzo della ortografia LSC insieme ad una grafia locale (51%) rispetto all'utilizzo esclusivo della LSC (11%) o all'utilizzo esclusivo di una grafia locale (33%) Riguardo invece ai progetti finanziati nel 2012 dalla Regione, per la realizzazione di progetti editoriali in lingua sarda nei media regionali, si riscontra una presenza pi ampia dell'utilizzo della LSC (probabilmente dovuto anche ad una premialit di 2 punti nella formazione delle graduatorie per accedere ai finanziamenti, assente invece dal bando per le scuole). Secondo tali dati risulta che la produzione testuale nei progetti dei media  stata per il 35% in LSC, per il 35% in LSC e in una grafia locale e per il 25% esclusivamente in una grafia locale. Infine gli sportelli linguistici cofinanziati dalla Regione nel 2012 hanno utilizzato nella scrittura per il 50% la LSC, per il 9% la LSC insieme ad una grafia locale e per il 41% esclusivamente una grafia locale.[532] Una ricerca recente sull'utilizzo della LSC in ambito scolastico, svolta nel comune di Orosei, ha mostrato come gli studenti della scuola media locale non avessero alcun problema a utilizzare quella norma nonostante il fatto che il sardo da loro parlato fosse in parte differente. Nessun alunno ha rifiutato la norma o l'ha ritenuta "artificiale", il che ha dimostrato la sua validit come strumento didattico. I risultati sono stati presentati nel 2016 e pubblicati integralmente nel 2021.[533][534] Si indicano di seguito alcune delle differenze pi rilevanti per la lingua scritta rispetto all'italiano: [a], [/e], [i], [/o], [u], come -a-, -e-, -i-, -o-, -u-, come in italiano e spagnolo, senza segnare la differenza tra vocali aperte e chiuse; le vocali paragogiche o epitetica (che in pausa chiudono un vocabolo terminante in consonante e corrispondono alla vocale che precede la consonante finale) non si scrivono mai (feminasa>feminas, animasa>animas, bolede>bolet, cantanta>cantant, vrorese>frores) [j] semiconsonante come -j- all'interno di parola (maju, raju, ruju) o di un nome geografico (Jugoslavia); nella sola variante nuorese come -j- (corju, frearju) corrispondente al logudorese/LSU -z- (corzu, frearzu) e all'LSC -gi- (corgiu, freargiu); nelle varianti logudorese e nuorese in posizione iniziale (jughere, jana, janna) che nella LSC viene sostituita dal gruppo [] (giughere, giana, gianna) [r], come -r- (caru, carru) [p], come -p- (apo, troppu, pane, petza) [], come -b- in posizione iniziale (bentu, binu, boe) e intervocalica (abile); quando p>b si trascrive come p- a inizio parola (pane, petza) e -b- all'interno (abe, cabu, saba) [b], come -bb- in posizione intervocalica (abba, ebba) [t], come -t- (gattu, fattu, narat, tempus); quando th>t nella sola variante logudorese come -t- o -tt- (tiu, petta, puttu); Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [] (tziu, petza, putzu) [d], come -d- in posizione iniziale (dente, die, domo) e intervocalica (ladu, meda, seda); quando t>d si trascrive come t- a inizio parola (tempus) e -d- all'interno (roda, bidru, pedra, pradu); la finale t della flessione del verbo pu, a seconda della variet, essere pronunciata d ma si trascrive t (narada>narat) [] cacuminale, come -dd- (sedda); La d pu avere suono cacuminale anche nel gruppo [n] (cando) [k] velare, come -ca- (cane), -co- (coa), -cu- (coddu, cuadru), -che- (chessa), -chi- (chida), -c- (cresia); non si usa mai la -q-, sostituita dalla -c- (cuadru, camp.acua) [] velare, come -ga- (gana), -go- (gosu), -gu- (agu, largu, longu, angulu, argumentu), -ghe- (lughe, aghedu, arghentu, pranghende), -ghi- (ghina, inghiriare), -g- (gloria, ingresu) [f], come -f- (femina, unfrare) [v], come -f- in posizione iniziale (femina) e come -v- intervocalica (avvisu) e nei cultismi (violentzia, violinu) [] sorda o aspra (ital. pezzo), come -tz- (tziu, petza, putzu). Nella LSC e nella LSU sostituisce il gruppo nuorese [] e il corrispondente logudorese [t] (thiu/tiu>tziu, petha/petta>petza, puthu/puttu>putzu); nella scrittura tradizionale il digramma tz- non compariva mai a inizio parola. Compare inoltre nei termini di influenza e derivazione italiana (per esempio tzitade da cittade) di cui sostituisce la c // sonora (suono non presente nel sardo originario, ma gi da tempo proprio di alcune variet centrali e campidanesi) al posto del suono velare nativo /k/ ormai scomparso (ant.kitade). Anche il suono tz  proprio delle variet centrali e campidanesi. [], come -z- (zeru, ordiminzare). Nella variante logudorese/nuorese e nella LSU come -z- (fizu, azu, zogu, binza, frearzu); nella LSC viene sostituita dal gruppo [] (figiu, agiu, giogu, bingia, freargiu), come nelle variet centro-meridionali. [], nella sola variante nuorese come -th- (thiu, petha, puthu). Nella LSC e nella LSU viene sostituita dal gruppo [] (tziu, petza, putzu) [s] e [ss], come -s- e -ss- (essire) [z], come -s- (rosa, pesare) [], nella sola variet campidanese come -ce- (celu, centu), -ci- (becciu, aici) [], come -gia-, -gio-, -giu-. Nella LSC sostituisce il gruppo logudorese-nuorese [] della LSU e il [] del nuorese (fizu>figiu, azu>agiu, zogu/jogu>giogu, zaganu/jaganu>giaganu, binza>bingia, anzone>angione, crzu/crju>crgiu, frearzu/frearju>freargiu). Il suono [] come in bingia  proprio delle variet centrali e campidanesi. [] (franc. jour), nella sola variante campidanese, sempre come c- a inizio parola (celu, centu, cidru) e come -x- all'interno (luxi, nuraxi, Biddexidru). LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese LSC LSU Lugodorese Nuorese Campidanese Simbolo AFI Sempre ch / c ch / c ch / c ch / c c k k k k t/k t t t t t t t t t t th  f f f f p p p p p p p p p p gh / g gh / g gh / g g  / g g g d/g g / gi g / gi d d gi z z j ? d dz dz j ? r r r r r      v v v v Ad inizio di parola gh / g g c / ci , t d d t (d) t (d) t (d) d ? d d d f f f v v v b b p (b) p (b) p (b)  / b b    s s s s s s s s s s Intervocalica gh / g  j j j j j j j j j j x  s s s s s z z z / s z / s z / s d d d d d      v v v v v v b b b b b  b    c / ci t Doppie o combinazioni ll ll ll ll ll l l l l l rr rr rr rr rr r r r r r dd dd dd dd dd      nn nn nn nn nn n n n n n bb bb bb bb bb b b b b b mm mm mm mm mm m m m m m nd  ss ss ss ss ss s s ss ss ss tt t Finale t t t t t d d d d Grammatica Lo stesso argomento in dettaglio: Grammatica sarda. La grammatica della lingua sarda si differenzia notevolmente da quella italiana e delle altre lingue neolatine, particolarmente nelle forme verbali. Plurale ll plurale viene ottenuto, come nelle lingue romanze occidentali, aggiungendo -s alla forma singolare Nel caso di parole terminanti in -u, il plurale viene formato nel logudorese in -os e nel camp. in -us. Articoli Determinativi LSC Log. Camp. Sing. su / sa su / sa su / sa Plur. sos / sas / is sos / sas is Indeterminativi Masch. Femm. sing. unu una pl. unos unas Pronomi Pronomi personali soggetto (nominativo) Singolare Plurale (d)eo/jeo/deu LSC deo nuor. (d)ego = io nois/nos/nosu = noi tue/tui = tu vost/fostei o fusteti (uso formale, richiede la 3 persona sing., derivato dal vost catalano, cfr. usted spagnolo, da vuestra merced) = lei bois/bosteros/bosatrus - bosteras/bosatras = voi (nelle varianti centrali e meridionali si hanno in sardo due forme, maschile e femminile, per il voi plurale, come nello spagnolo peninsulare vosotros / vosotras) bos (uso formale, persona grammaticale singolare ma da coniugare con un verbo nella 2 persona plurale, come il vous francese; cfr. antico vos spagnolo, ancora in uso in Sudamerica per t) = voi (come tuttora in uso nell'italiano meridionale) issu (isse) - issa = lui/lei issos/issus - issas = loro (essi/esse) dopo le preposizioni pro/po, dae/de, intra/tra, segundu, ecc. dopo la preposizione a dopo la preposizione con/chin (la variante chin  propria del nuorese) mene (a mie)/mei mie/mimi (nuor. mime) cunmegus (nuor. chinmecus) tene (a tie)/tei tie/tui (nuor. tibe) cuntegus (nuor. chintecus) issu (isse) - issa nois/nos/nosu bois/bosteros/bosatrus - bosteras/bosatras issos/issus - issas Relativi (forma valida in LSC in grassetto corsivo) chi (che) chie/chini (chi, colui che) Interrogativi cale?/cali? (quale?) cantu? (quanto?) ite?/ita? (che?, che cosa?) chie?/chini? (chi?) Pronomi e aggettivi possessivi meu/miu - mea o mia/mia tuo o tou/tuu - tua suo o sou/suu - sua; de vost/fostei; bostru/bostu (de bos) nostru/nostu bostru (nuor. brostu)/de boisteros/bosteros/bosatrus - de boisteras/bosteras/bosatras, issoro/insoru Pronomi e aggettivi dimostrativi custu,custos/custus - custa,custas (questo, questi - questa, queste) cussu, cussos/cussus - cussa, cussas (codesto, codesti - codesta, codeste) cuddu, cuddos/cuddus - cudda, cuddas (quello, quelli - quella,quelle) Avverbi interrogativi cando/candu? (quando?) comente/comenti? (come?) ue? o ube? in ue? o in ube?; a in ue o a in ube? (direzione)/aundi?, innui? (dove?; la forma sarda varia se si tratta di una direzione, cfr. lo spagnolo adnde?) Preposizioni Semplici a (a,in; direzione) cun o chin (con) dae/de (da) de (di) in (in,a; situazione) pro/po (per) intra o tra (tra) segundu (secondo) de in antis/denanti (de) (davanti (a)) dae segus/de fatu (de) (dietro (a)) in antis (de) (prima (di)) a pustis (de), a coa (dopo (di)) Il sardo, come lo spagnolo e il portoghese, distingue tra moto a luogo e stato in luogo: so'andande a Casteddu / a Ispagna; soe in Bartzelona / in Sardigna Articolate Sing. Plur. a su (al) - a sa (alla) a sos/a is (ai) - a sas/a is (alle) cun o chin su (con il) - cun o chin sa (con la) cun o chin sos/cun is (con i) - cun o chin sas/cun is (con le) de su (del) - de sa (della) de sos/de is (dei) - de sas/de is (delle) in su (nel) - in sa (nella) in sos/in is (nei) - in sas/in is (nelle) pro/po su (per il) - pro/po sa (per la) pro sos/pro is/po is (per i) - pro sas/pro is/ po is (per le) Verbi I verbi hanno tre coniugazioni (-are, -ere / -i(ri), -ire / -i(ri)). La morfologia verbale differisce notevolmente da quella italiana e conserva caratteristiche del tardo latino o delle lingue neolatine occidentali. I verbi sardi nel presente indicativo hanno le seguenti peculiarit: la prima persona singolare termina in -o nel logudorese (terminazione comune nell'italiano, nello spagnolo e nel portoghese; entrambe queste ultime due lingue hanno ciascuna quattro soli verbi con un'altra terminazione alla 1 persona sing.) e in -u nel campidanese; la seconda persona sing. termina sempre in -s, come in spagnolo, catalano e portoghese, terminazione derivata dal latino; la terza persona singolare e plurale ha le caratteristiche terminazioni in -t, proprie del sardo tra le lingue romanze e provenienti direttamente dal latino; la prima persona plurale ha nel logudorese le terminazioni -amus, -imus, -imus, simili a quelle dello spagnolo e del portoghese -amos, -emos, -imos, che a loro volta sono uguali a quelle del latino; per quanto riguarda la seconda persona plurale, la variante logudorese ha nella seconda e terza declinazione la terminazione -ides (latino -itis), mentre le varianti centrali e meridionali hanno nelle tre declinazioni rispettivamente -is, -is, -is, terminazioni del tutto uguali a quelle spagnole -is, -is, -s e a quelle portoghesi, lingua in cui la 2 persona pl.  per ormai in disuso. L'interrogativa si forma generalmente in due modi: con l'inversione dell'ausiliare: Juanni tzucadu/tucau est? ( partito Giovanni?), papadu/papau as? (hai mangiato?) con l'inversione del verbo: un'arantzu/ aranzu lu cheres o un'arangiu ddu bolis? oppure con la particella interrogativa a: per esempio a lu cheres un'aranzu? (un arancio, lo vuoi?). La forma con la particella interrogativa  tipica dei dialetti centro-settentrionali. Prendendo in considerazione i diversi tempi e modi, l'indicativo passato remoto  quasi del tutto scomparso dall'uso comune (come nelle lingue romanze settentrionali della Gallia e del Nord Italia) sostituito dal passato prossimo, ma risulta attestato nei documenti medioevali e ancor'oggi nelle forme colte e letterarie in alternanza con l'imperfetto. Parimenti scomparso  l'indicativo piuccheperfetto, attestato in sardo antico (sc. derat dal lat. dederat, fekerat da fecerat, furarat dal lat. volgare *furaverat, etc.).[535] L'indicativo futuro semplice si forma mediante il verbo ere/i(ri) (avere) al presente pi la preposizione a e l'infinito del verbo in questione: es. deo apo a nrrere/deu apu a na(rr)i(ri) (io dir), tui as a na(rr)i(ri) (tu dirai) (cfr. tardo latino habere ad + infinito), ecc. Nella lingua parlata la prima persona apo/apu pu essere apostrofata: "ap'a nrrere". L'imperativo negativo si forma usando la negazione no/non e il congiuntivo: per esempio no andes/no andis (non andare), non cmpores (non comprare), analogamente alle lingue romanze iberiche. Verbo ssere/ssi(ri) (essere) Indicativo presente: deo/deu so(e)/seo/seu ; tue/tui ses/sesi; issu/isse est/esti ; nos/nois/nosu semus/seus ; bois o bosteros/bostrus sezis/seis ; issos/issus sunt o funt . Verbo ere/i(ri) (avere). Il verbo ere/i(ri) viene usato da solo unicamente nelle varianti centro-settentrionali; nelle varianti centro-meridionali  usato esclusivamente come ausiliare per formare i tempi composti, mentre con il significato dell'italiano avere viene sempre sostituito dal verbo tnnere/tnni(ri), esattamente come accade in spagnolo, catalano, portoghese (dove il verbo haver  quasi del tutto scomparso) e napoletano. Per questo motivo in questo schema vengono indicate unicamente le forme del presente e dell'imperfetto dei dialetti centro-meridionali, che sono le sole dove nei tempi composti appare il verbo ere/i(ri). Indicativo presente: deo/deu apo/apu ; tue/tui as ; issu/isse at ; nos/nois/nosu a(m)us/eus ; bois o bosteros/bostrus a(z)is ; issos/issus ant ; In LSC: deo apo; tue as; issu/isse at; nois amus; bois ais; issos ant. Coniugazione in -are/-a(r)i : Verbo cantare/canta(r)i (cantare) Indicativo presente: deo/deu canto/cantu; tue/tui cantas; issu/isse cantat; nos/nois/nosu canta(m)us; bois o bosteros/bostrus canta(z)is; issos/issus cantant ; In LSC: deo canto; tue cantas; issu/isse cantat; nois cantamus; bois cantades; issos cantant. Coniugazione in -ere/-i(ri) : Verbo tmere/tmi(ri) (temere) Indicativo presente: deo/deu timo/timu ; tue/tui times/timis ; issu/isse timet/timit ; nos/nois/nosu timimus o timus ; bois o bosteros/bostrus timideso timis ; issos/issus timent/timint ; In LSC: deo timo; tue times; issu/isse timet; nois timimus; bois timides; issos timent. Coniugazione in -ire/-i(ri) : Verbo finire/fini(ri) (finire) Indicativo presente: deo/deu fino/finu ; tue/tui finis ; issu/isse finit ; nos/nois/nosu fini(m)us ; bois o bosteros/bostrus finides o fineis ; issos/issus finint ; In LSC: deo fino; tue finis; issu/isse finit; nois finimus; bois finides; issos finint. Lessico Tabella di comparazione delle lingue neolatine Latino Francese Italiano Spagnolo Occitano Catalano Aragonese Portoghese Romeno Sardo Sassarese Gallurese Crso Friulano clave(m) cl chiave llave clau clau clau chave cheie crae/-i ciabi chiaj/ciai chjave/chjavi clf nocte(m) nuit notte noche nuit/nuch nit nueit noite noapte note/-i notti notti notte/notti gnot cantare chanter cantare cantar cantar cantar cantar cantar cnta cantare/-ai cant cant cant cjant capra(m) chvre capra cabra cabra cabra craba cabra capr cbra/craba crabba capra/crabba(castellanese) capra cjavre lingua(m) langue lingua lengua lenga llengua luenga lngua limb limba/lngua linga linga lingua lenghe platea(m) place piazza plaza plaa plaa plaza praa pia pratza piazza piazza piazza place ponte(m) pont ponte puente pnt pont puent ponte punte (pod) ponte/-i ponti ponti ponte/ponti puint ecclesia(m) glise chiesa iglesia glisa esglsia ilesia igreja biseric crsia/eccresia gesgia ghjesgia ghjesgia glesie hospitale(m) hpital ospedale hospital espital hospital hespital hospital spital ispidale/spidali ippidari spidali/uspidali spedale/uspidali ospedl caseu(m) lat.volg.formaticu(m) fromage formaggio/cacio queso formatge formatge formache/queso queijo brnz/ca casu casgiu casgiu casgiu formadi Alcuni vocaboli nella lingua sarda e in quelle alloglotte di Sardegna Italiano Sardo[536] Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino la terra sa terra la tarra la terra la terra a tra il cielo su chelu/clu lu celu lu tzelu lu zeru lo cel l'acqua s'abba/cua l'ea l'eba l'aigua l'aegua il fuoco su fogu lu focu lu foggu lo foc u fogu l'uomo s'mine/mini l'omu l'ommu l'home l'omu la donna sa fmina la fmina la fmmina la dona a dona mangiare mandigare o papare/papai manghj magn menjar mangi bere bufare/bufai o bbere b b beure beive grande mannu mannu/grandi mannu gran grande piccolo minore o piticu minori/picculu minori petit piccin il burro su botirru lu butirru lu butirru la mantega buru il mare su mare/mari lu mari lu mari lo mar u m il giorno sa die/dii la d la d lo dia u giurnu la notte su note/noti la notti la notti la nit a ntte la scimmia sa moninca/martinica la scmia la muninca N.D a scimia il cavallo su caddu/cdhu/cudhu lu cabaddu lu cabaddu lo cavall u cavallu la pecora sa berbeghe/brebi la pcura la pggura l'ovella a pgua il fiore su frore/frori lu fiori lu fiori la flor a scia la macchia sa mcula o sa mantza/mancia la tacca la mancia/maccia la taca a maccia la testa sa conca lu capu lu cabbu lo cap a tsta la finestra sa bentana o su balcone lu balconi lu balchoni/vintana la finestra u barcn la porta sa janna/ghenna/genna la ghjanna/gianna la gianna (pron. janna) la porta a porta il tavolo sa mesa o tula la banca la banca/mesa la mesa/taula a ta il piatto su pratu lu piattu lu piattu lo plat u tundu lo stagno s'istnniu/stngiu o staini lu stagnu l'isthagnu l'estany u stagnu il lago su lagu lu lagu lu lagu lo llac u lagu/lgu un arancio un'arantzu/arngiu un aranciu un aranzu, cast. aranciu una taronja un etrn la scarpa sa bota o su botinu o sa crapita la botta la botta la bota a scarpa/scrpa la zanzara sa t(h)ntula/tzntzula la zinzula la zinzura la tntula a sinsa la mosca sa musca la musca la moscha, cast. muscha la mosca a musca la luce sa lughe/luxi la luci la luzi, cast. lugi la llumera a lxe il buio s'iscuridade/iscuridadi o su buju o s'iscurigore lu bughju lu buggiu, cast. lu bughju la obscuritat scuur un'unghia un'ungra/unga un'ugna un'ugna una ungla un'ngia la lepre su lpere/lpori lu lparu lu lpparu la llebre a lve la volpe su matzone o su mariane/margini o su grodde/grdhe/grdhi lu maccioni lu mazzoni, cast. maccioni lo guineot/matxoni a vurpe il ghiaccio s'astragu o sa titia o su ghiciu lu ghjacciu lu ghiacciu lo gel u ghiacciu il cioccolato su tziculate/ciculati lu cioccolatu lu ciucculaddu la xocolata a ciculata la valle sa badde/badhe/badhi la vaddi la baddi la vall a valle il monte su monte/monti lu monti lu monti lo mont u munte il fiume su riu o frmene/frmini lu riu lu riu lo riu u riu il bambino su pitzinnu/picnnu o piseddu/pisedhu o pipu lu steddu la criaddura/lu pizzinnu lo miny u figgeu il neonato sa criadura la criatura/stiducciu la criaddura/lu piccinneddu la criatura u piccin il sindaco su sndigu[537] lu sindacu lu sindagu lo sndic u scindegu l'auto sa mchina o sa vetura la vittura/la macchina la macchina/la vettura la mquina/l'autombil a vta/a machina la nave sa nae o navi/su vapore la nai lu vapori/la nabi la nau a nve/vapre la casa sa domo/domu la casa la casa la casa a c il palazzo su palt(h)u/palatzu lu palazzu lu parazzu lo palau u palssiu lo spavento s'assustu o assconu o atzchidu l'assustu/scalmentu l'assusthu/assucconu/ippasimu, cast. assucunadda l'assusto u restu il lamento sa mmula o sa chscia lu lamentu/tunchju lu lamentu/mimmura, cast. mimula la llamenta u lamentu ragionare arresonare/arrexonai rasghjun rasgiun arraonar rajiun parlare faeddare/fa(v)edhare/fuedhai faidd fabidd parlar parl correre crrere/curri curr curr corrir camin a gambe il cinghiale su sirbone/sirboni o su porcrabu lu polcarvu lu purchabru lo porc-crabo u cinghiole il serpente sa terpe/terpente o sa colovra/colora/su coloru su tzerpenti/colovru la salpi lu saipenti lo serpent adesso/ora como o imoe/imoi ab ab ara aa io deo/(d)e(g)o/deu eu eu/eiu jo m camminare ambulare o caminare/caminai camin camin caminar cammin la nostalgia sa nostalgha/nostalgia o sa saudade/saudadi la nostalghja la nostalgia la nostlgia a nustalgia I numeri - Sos nmeros / Is nmerus Tra i numeri sardi troviamo due forme, maschile e femminile, per tutti i numeri che terminano con il numero uno, escludendo l'undici, il centoundici e cos via, per il numero due e per tutte le centinaia escludendo i numeri cento, millecento, ecc. Questa caratteristica  presente tale quale sia nello spagnolo sia nel portoghese. Abbiamo quindi in sardo per esempio (gli esempi sono nel sardo centrale o di mesania) unu pipiu / una pipia (un bambino/una bambina), duos pitzinnos / duas pitzinnas (due bambini, ragazzini/due bambine, ragazzine), bintunu caddos/cuaddos (ventuno cavalli) / bintuna crabas (ventuno capre), barantunu libros (quarantuno libri) / barantuna cadiras (quarantuno sedie), chentu e unu rios (centouno fiumi), chentu e una biddas (centouno paesi), dughentos mines (duecento uomini) / dughentas domos (duecento case). In sardo abbiamo, come in italiano, due diverse forme per mille, milli, e duemila, duamiza/duamgia/duamilla. Tabella dei numeri basata sulle varianti logudoresi del Marghine e del Guilcer e del nuorese[538], su quelle di transizione del Barigadu e su quelle campidanesi della Marmilla I numeri duecento, trecento e, unicamente in campidanese, seicento hanno una forma propria, dughentos e treghentos in LSC e in grafia logudorese, duxentus, trexentus e sexentus in campidanese, dove il due, il tre e il numero cento sono modificati; questo fenomeno  presente anche in portoghese (duzentos, trezentos); le altre centinaia invece vengono scritte senza modificare n il numero di base n chentu/centu, perci bator(o) chentos/cuatrucentus, otochentos/otucentus, ecc. Il fonema "ch" di chentos in logudorese viene comunque sempre pronunciato g, a eccezione del numero seschentos, e la "c" del campidanese centus sempre come x (j francese di journal). In nuorese "ch" viene invece pronunciato sempre k, perci tutti i numeri sono scritti con "ch" in questa variante. I numeri 101, 102, cos come 1001, 1002, ecc., vanno scritti separatamente chentu e unu, chentu e duos, milli e unu, milli e duos, ecc. Anche in questo caso, questa caratteristica  condivisa con il portoghese. Chentu viene spesso apostrofato, chent'e unu, chent'e duos, pi raramente anche milli, mill'e unu, mill'e duos, ecc. I numeri che terminano con uno, a eccezione di undici, centoundici, ecc., vengono spesso anch'essi apostrofati, sia nella loro forma maschile sia in quella femminile, se la parola seguente inizia per vocale o per h: bintun'mines (ventuno uomini), bintun'amigas (ventuno amiche), ecc. Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese 1 unu, -a unu, -a unu, -a 2 duos/duas duos/duas duus/duas 3 tres tres tres 4 bator btor(o) cuatru 5 chimbe chimbe cincu 6 ses ses ses 7 sete sete seti 8 oto oto otu 9 noe noe/nuor. nobe noi 10 deghe deghe/nuor. deche dexi 11 ndighi ndighi/nuor.ndichi ndixi 12 dighi doighi/nuor. doichi doixi 13 trighi treighi/nuor. treichi treixi 14 batrdighi batrdighi/nuor. batrdichi catrdixi 15 bndighi bndighi/nuor. bndichi cundixi 16 sighi seighi/nuor. seichi seixi 17 deghessete deghessete/nuor. dechessete dexasseti 18 degheoto degheoto/nuor. decheoto dexiotu 19 deghenoe deghenoe/nuor. dechenobe dexanoi 20 binti binti/vinti binti 21 bintunu bintunu, -a bintunu, -a 30 trinta trinta trinta 40 baranta baranta coranta 50 chimbanta chimbanta cincuanta 60 sessanta sessanta sessanta 70 setanta setanta setanta 80 otanta otanta otanta 90 noranta noranta/nuor. nobanta noranta 100 chentu chentu centu 101 chentu e unu, -a chentu e unu, -a centu e unu, -a 200 dughentos, -as dughentos, -as/nuor. duchentos, -as duxentus, -as 300 treghentos, -as treghentos, -as/nuor. trechentos, -as trexentus, -as 400 batorghentos, -as bator(o)chentos, -as/nuor. batochentos, -as cuatruxentus, -as 500 chimbighentos, -as chimbichentos, -as, chimbechentos, -as/ cincuxentus, -as 600 seschentos, -as seschentos, -as sescentus, -as 700 setighentos, -as setichentos, -as, setechentos, -as setixentus, -as 800 otighentos, -as otichentos, -as, otochentos, -as otuxentus, -as 900 noighentos, -as noichentos, -as, noechentos, -as/nuor. nobichentos, -as noixentus, -as 1000 milli milli milli 1001 milli e unu, -a milli e unu, -a milli e unu, -a 2000 duamgia duamiza duamilla 3000 tremgia tremiza tremilla 4000 batormgia bator(o)miza/nuor. batomiza cuatrumilla 5000 chimbemgia chimbemiza cincumilla 6000 semgia semiza semilla 7000 setemgia setemiza setemilla 8000 otomgia otomiza otumilla 9000 noemgia noemiza/nuor. nobemiza noimilla 10000 deghemgia deghemiza/nuor. dechemiza deximilla 100000 chentumgia chentumiza centumilla 1000000 unu millione unu milione unu milioni Le stagioni - Sas istajones / Is istajonis Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese la primavera su beranu su beranu su beranu l'estate s'istiu s'istiu/ nuor. s'estiu, s'istadiale (s.m.) s'istadiali (s.m.), s'istadi (s.f.) l'autunno s'atngiu s'atunzu/s'atonzu s'atongiu l'inverno s'ierru s'ierru/nuor. s'iberru s'ierru I mesi - Sos meses / Is mesis Italiano Grafia LSC Grafia logudorese Grafia campidanese Gallurese Sassarese Algherese Tabarchino Gennaio Ghennrgiu Bennarzu/Bennalzu/Jannarzu/Jannarju Ghennarzu/Ghennargiu Gennaxu/Gennargiu Ghjnnagghju Ginnaggiu Gener ("gian") Zen Febbraio Frergiu Frearzu/Frealzu/Frearju Friarxu/Freargiu Friagghju Fribaggiu Febrer ("frab") Frev Marzo Martzu Marthu/Malthu/Martzu Martzu/Mratzu Malzu Mazzu Mar ("malts") Mrsu/Marsu Aprile Abrile Abrile/Aprile Abrili Abrili Abriri Abril Arv Maggio Maju Mju Mju Magghju Maggiu Maig ("ma") Mazu Giugno Lmpadas Lmpadas Lmpadas Lmpata/Ghjugnu Lampada Juny ("jun") Zugnu Luglio Trulas/Argiolas Trulas/Trbulas Argiolas Agliola/Trula/Luddu Triura Juliol ("juril") Luggiu Agosto Austu Austu/Agustu Austu Austu Aosthu Agost Austu Settembre Cabudanni Cabidanni/Cabidanne/Capidanne Cabudanni Capidannu/Sittembri Cabidannu Cavidani ("cavirani)/ Setembre ("setembra") Settembre Ottobre Santugaine/Ladmene Santu 'Ane/Santu Gabine/Santu Gabinu Ledmini Santu Ani/Uttobri Santu Ani Santuani/ Octubre ("utobra") Ottobri Novembre Santandria/Onniasantu Sant'Andria Donniasantu Sant'Andra/Nembri Sant'Andra Santandria/ Novembre ("nuvembra") Nuvembre Dicembre Nadale/Mese de Idas (Mese de) Nadale (Mesi de) Idas/(Mesi de) Paschixedda Natali/Dicembri Naddari Nadal ("narl")/ Desembre ("desmbra") Dejmbre I giorni - Sas dies / Is diis Grafia logudorese Grafia campidanese Sassarese Gallurese luned lunis lunis luni luni marted martis martis marthi malti mercoled mrcuris/mrculis mrcuris/mrcuris marchuri malculi gioved jbia/zbia jbia giobi ghjovi venerd chenbara/chenpura cenbara/cenpura vennari vennari sabato sbadu/spadu sbudu sabaddu sabatu domenica dumniga/domniga/domnica domniga/domnigu dumenigga dumenica I colori - Sos colores / Is coloris biancu/ant. arbu [bianco], nieddu [nero], ruju/arrbiu [rosso], grogu [giallo], biaitu/asulu [blu], birde/birdi/bildi [verde], arantzu/aranzu/colori de aranju [arancione], tanadu/viola/biola [Viola], castngiu/castanzu/baju [marrone]. Etimologia Nel presente paragrafo si elenca, senza alcuna pretesa di esaustivit in merito, parte di quella msse lessicale facente parte sia del substrato, che dei vari superstrati. Nei nomi con due o pi varianti viene prima riportato il logudorese, quindi il campidanese. Varie ricerche hanno messo in luce il fatto che la competenza dei parlanti adulti del sardo non ammette un numero di prestiti, provenienti dalle varie lingue dominanti nei secoli, superiore al 15,5% del lessico posseduto.[539] Substrato paleosardo o nuragico CUC  ccuru, cucurinu (cima di un monte, cocuzzolo; punta sporgente, come Ccuru 'e Portu a Oristano; cfr. basco kukurr, cresta del gallo)[540] GON-  Gonone, Gologone, Goni, Gonnesa, Gonnosn (altura, collina, montagna, cfr. greco eolico gonnos, colle) NUR-/'UR-  ant. nurake  nuraghe/nuraxi, Nurra, Nora (mucchio cavo, ammasso), Noragugume NUG: Nug-or; Nug-ulvi (cfr. slavo noga, piede o gamba; sia Nuoro sia Nulvi sono localit ai piedi di un monte) ASU-, BON-, GAL  Gallura ant. Gallula, Gartedd (Galtell), Galilenses, Galile GEN-, GES-  Gesturi GOL-/'OL  Gollei, Ollollai, Parti Olla (Parteolla), golostri/golostru/golstiche/ golstise/golstiu/golosti/'olosti (agrifoglio, si confronti lo slavo ostr, "spinoso"; il basco gorosti, a cui si associa,  d'origine oscura e probabilmente paleoeuropea, cfr. infatti greco klastros, agrifoglio) EKA-, KI-, KUR-, KAL/KAR-  Karalis  ant. Calaris (Cagliari), Carale, Calallai ENI  ogl. eni (albero del tasso, cfr. albanese enj, albero del tasso); MAS-, TUR-, MERRE (luogo sacro)  Macumere (Macomer); GUS  Gusana, Guspini (cfr. serbo gua, gola); ALTRI TERMINI  toneri (tacco, torrione), garroppu (canyon), chessa (lentischio) THA-/THE-/THI-/TZI- (articolo)  thilipirche (cavalletta), thilicugu (geco), thiligherta (lucertola), tzinibiri (ginepro), Tamara (monte nel territorio del comune di Nuxis) thinniga/tzinniga[541](stipa tenacissima), thirulia (nibbio); Origine punica CHOURM  kurma ruta di Aleppo[542] CUSMIN  guspinu, spinu nasturzio[542] MS'  mitza/mintza sorgente[543] SIKKRIA  camp. tsikkira aneto[543] YAAR bosca  camp. giara altopiano[542] ZERA seme  *zerula  camp. tserra germoglio, piumetta embrionale del seme del grano[542] ZIBBIR  camp. tsppiri rosmarino[543] ZUNZUR corregiola  camp. sntsiri coda cavallina[542] MAQOM-HADAS  Magomadas luogo nuovo MAQOM-EL? ("luogo di dio")/MERRE?  Macumere (Macomer) TAM-EL  Tumoele, Tamuli (luogo sacro); Origine latina ACCITUS  ant.kita  chida/cida (settimana, derivata dai turni settimanali delle guardie giudicali) ACETU(M)  ant. aketu>aghedu/achetu/axedu (aceto) ACIARIU(M)  atharzu/atzarzu/atzargiu/atzarju (acciaio) ACINA  ant. kina, ghina/xina (uva) ACRU(M)  agru, argu (aspro, acido) ACUS  agu (ago) AERA  ara/iri AGNONE  anzone/angioni (agnello) AGRESTIS  areste/aresti (selvatico) ALBU(M)  ant. albu>arbu (bianco) ALGA  arga/liga (spazzatura; alga) ALTU(M)  artu (alto) AMICU(M)  ant.amicu  amigu (amico) ANGELU(M)  anghelu/njulu (angelo) AQUA(M)  abba/cua (acqua) AQUILA(M)  ave/bbile/chili (aquila) ARBORE(M)  arbore/arvore/rburi (albero) ASINUS  inu (asino) ASPARAGUS  camp. sparau (asparago) AUGUSTUS  austu (agosto) BABBUS  babbu (padre, babbo) BASIUM  basu, bsidu (bacio) BERBECE  berbeke/berbeghe/prebeghe/brebei (pecora) BONUS  bonu (buono) BOVE(M)  boe/boi (bue) BUCCA  buca (bocca) BURRICUS  burricu (asino) CABALLUS  ant. cavallu/caballu  caddu/cuaddu/nuor. cabaddu (cavallo) CANE(M)  cane/cani (cane) CAPPELLUS  cappeddu, capeddu (cappello) CAPRA(M)  cabra/craba (capra) CARNE  carre/carri (carne umana, viva) CARNEM SECARE  carrasegare/ nuor. carrasecare (carnevale; "tagliare la carne" nel senso di buttarla via, in quanto ormai prossimo l'inizio della Quaresima; l'etimologia del termine italiano carnevale ha lo stesso significato di origine, seppur una forma differente (da carnem levare); la forma latina  a sua volta un calco del greco apokreos)[544][545] CARRU(M)  carru (carro) CASEUS  casu (formaggio) CASTANEA  castanza/castanja (castagna) CATTU(M)  gattu (gatto) CENA PURA  chenbura/chenbara/cenbara/nuor. chenpura (venerd; questo nome era originariamente una definizione diffusa tra gli ebrei dell'Africa settentrionale per indicare il venerd sera, momento in cui veniva preparato il cibo per il sabato. Numerosi giudei nordafricani si insediarono in Sardegna dopo essere stati espulsi dalle loro terre da parte dei Romani. A loro si deve probabilmente la parola sarda per venerd)[546] CENTUM  chentu/centu (cento) CIBARIUS  civrxiu, civraxu (tipico pane sardo) CINQUE  chimbe/cincu (cinque) CIPULLA  chibudda/cibudda (cipolla) CIRCARE  chircare/circai (cercare) CLARU(M)  craru (chiaro) COCINA  ant.cokina  coghina/coxina (cucina) COELU(M)  chelu/celu (cielo) COLUBER  colovra/colora/coloru (biscia) CONCHA  conca (testa) CONIUGARE  cojuare/coyai (sposare) CONSILIU(M)  ant.consiliu  cunsizzucunsigiu/cunsillu (consiglio) COOPERCULU(M)  cropettore/cobercu (coperchio) CORIU(M)  corzu/corju/corgiu (cuoio) CORTEX  ant. gortike/borticlu  ortighe/ortiju/ortigu (corteccia del sughero) COXA(M)  cossa/cosa (coscia) CRAS  cras/crasi (domani) CREATIONE(M)  criatura/criathone/criadura (creatura) CRUCE(M)  ant. cruke/ruke  rughe/(g)ruxi (croce) CULPA(M)  curpa (colpa) DECE  ant.deke  deghe/dexi (dieci) DEORSUM  josso/jossu (gi) DIANA  jana (fata) DIE  die/dii (giorno) DOMO/DOMUS  domo/domu (casa) ECCLESIA  ant. clesia  cheja/crsia (chiesa) ECCU MODO/QUOMO(DO)  cmo/imoi (adesso) ECCU MENTE/QUOMO(DO) MENTE  comente/comenti (come) EGO  ant.ego  deo/eo/jeo/deu (io) EPISCOPUS  ant. piscopu  pscamu (vescovo) EQUA(M)  ebba/gua (giumenta) ERICIUS  eritu (riccio) ETIAM  eja (s) EX-CITARE  ischidare/scidai (svegliare) FABA(M)  ava/faa (fava) FABULARI  faeddare/foeddare/fueddai (parlare) FACERE  ant. fakere  fghere/fai (fare) FALCE(M)  ant.falke  farche/farci (falce) FEBRUARIU(M)  ant. frearju  frearzu/frearju/friarju (febbraio) FEMINA  fmina (donna) FILIU(M)  ant. filiu/fiju/figiu  fizu/figiu/fillu (figlio) FLORE(M)  frore/frori (fiore) FLUMEN  ant.flume  frmene/frmini (fiume) FOCU(M)  ant. focu  fogu (fuoco) FOENICULU(M)  ant.fenuclu  fenugru/fenugu (finocchio) FOLIA  fozza/folla (foglia) FRATER  frade/fradi (fratello) FUNE(M)  fune/funi GELICIDIU(M)  ghilighia/chilighia/cilixia (gelo, brina) GENERU(M) ghneru/nneru/gneru (genero) GENUCULUM  inucru/benugu/genugu (ginocchio) GLAREA  giarra (ghiaia) GRAVIS  grae/grai (pesante) GUADU  ant.badu/vadu  badu/bau (guado) HABERE  ere/ai (avere) HOC ANNO  ocannu (quest'anno) HODIE  oe/oje/oi (oggi) HOMINE(M)  mine/mini (uomo) HORTU(M)  ortu (orto) IANUARIUS, IENARIU(M)  ant. jannarju> bennarzu/ghennarzu/jennarju/ghennargiu/gennarju (gennaio) IANUA  janna/genna (porta) ILEX  ant.elike  elighe/lixi (leccio) IMMO  emmo (s) IN HOC  ant. inke  inoghe/innoi (qui) INFERNU(M)  inferru/ifferru (inferno) I(N)SULA  sula/iscra (isola) INIBI  inie/innia (l) IOHANNES  Juanne/Zuanne/Juanni (Giovanni) IOVIA  jvia/jbia (gioved) IPSU(M)  su (il) IUDICE(M)  ant. iudike  juighe/zuighe (giudice) IUNCU(M)  ant. juncu  zuncu/juncu (giunco) IUNIPERUS  ghinperu/inbaru/tzinnbiri (ginepro) IUSTITIA  ant. justithia/justizia  justtzia/zustssia (giustizia) LABRA  lavra/lara (labbra) LACERTA  thiligherta/calixerta/caluxrtula (lucertola) LARGU(M)  largu (largo) LATER  camp. ldiri (mattone crudo) LIGNA  linna (legna) LINGERE  lnghere/lingi (leccare) LINGUA(M)  limba/lngua (lingua) LOCU(M)  ant. locu  logu (luogo) LUTU(M)  ludu (fango) LUX  lughe/luxi (luce) MACCUS  macu (matto) MAGISTRU(M)  mastu (maestro) MAGNUS  mannu (grande) MALUS  malu (cattivo) MANUS  manu (mano) MARTELLUS  martheddu/mateddu/martzeddu (martello) MERIDIES  merie/mer (pomeriggio) META  meda (molto) MULIER  muzere/cmulleri (moglie) NARRARE  nrrere/nai (dire) NEMO  nemos (nessuno) NIX  nie/nii/nuor. nibe (neve) NUBE(M)  nue/nui (nuvola) NUCE  ant. nuke  nughe/nuxi (noce) OCCIDERE  ochidere, occhire, bochire/bociri (uccidere) OC(U)LU(M)  ogru/oju/ogu/nuor. ocru (occhio) OLEASTER  ozzastru/ogiastru/ollastu (olivastro) OLEUM  oliu  ozu/ogiu/ollu (olio) OLIVA  olia (oliva) ORIC(U)LA(M)  ant.oricla  origra/orija/origa/nuor. oricra (orecchio) OVU(M)  ou(uovo) PACE  ant.pake paghe/paxi/nuor. pake (pace) PALATIUM  palathu/paltziu/palatzu (palazzo) PALEA  paza/pagia/palla (paglia) PANE(M)  pane/pani PAPPARE  log. papare, camp. papai (mangiare) PARABOLA  paraula, nuor. paragula (parola) PAUCUS  pagu (poco) PECUS  pegus (capo di bestiame) PEDIS  pe/pei/nuor. pede (piede) PEIUS  pejus/peus (peggio) PELLE(M)  pedde/peddi (pelle) PERSICUS  prsighe/pssighe (pesca) PETRA(M)  pedra/perda/nuor. preda (pietra) PETTIA(M)  petha/petza (carne) PILUS  pilu (pelo), pilos/pius (capelli) PIPER  pbere/pbiri (pepe) PISCARE  piscare/piscai (pescare) PISCE(M)  pische/pisci (pesce) PISINNUS  pitzinnu (bambino, giovane, ragazzo) PISUS  pisu (seme) PLATEA  pratha/pratza (piazza) PLACERE  pighere/prghere/praxi (piacere) PLANGERE  prnghere/prangi (piangere) PLENU(M)  prenu (pieno) PLUS  prus (pi) POLYPUS  purpu/prupu (polpo) POPULUS  ppulu/pbulu (popolo) PORCU(M)  porcu/procu (maiale) POST  pustis (dopo) PULLUS  puddu (pollo) PUPILLA  pobidda/pubidda (moglie) PUTEUS  puthu/putzu (pozzo) QUANDO  cando/candu (quando) QUATTUOR  battor(o)/cuatru (quattro) QUERCUS  chercu (quercia) QUID DEUS?  ite/ita? (che/che cosa?) RADIUS  raju (raggio) RAMU(M)  ramu/arramu (ramo) REGNU  rennu/urrennu (regno) RIVUS  ant. ribu  riu/erriu/arriu (fiume) ROSMARINUS  ramasinu/arromasinu (rosmarino) RUBEU(M)  ant. rubiu  ruju/arrbiu (rosso) SALIX  salighe/slixi (salice) SANGUEN  smbene/snguni (sangue) SAPA(M)  saba (sapa, vino cotto) SCALA  iscala/scala (scala) SCHOLA(M)  iscola/scola (scuola) SCIRE  ischire/sciri (sapere) SCRIBERE  iscrere/scriri (scrivere) SECARE  segare/segai (tagliare) SECUS  dae segus/a-i segus (dopo) SERO  sero/ant.camp. seru (sera) SINE CUM  kene/kena/kentza/sena/setza (senza) SOLE(M)  sole/soli (sole) SOROR  sorre/sorri (sorella) SPICA(M)  ispiga/spiga (spiga) STARE  istare/stai (stare) STRINCTU(M)  strintu (stretto) SUBERU  suerzu/suerju (quercia da sughero) SULPHUR  trfuru/tzrfuru/tzrfuru (zolfo) SURDU(M)  surdu (sordo) TEGULA  teula (tegola) TEMPUS  tempus (tempo) THIUS  thiu/tziu (zio) TRITICUM  trigu/nuor. trdicu (grano) UMBRA  umbra (ombra) UNDA  unda (onda) UNG(U)LA(M)  unja/ungra/unga (unghia) VACCA  baca (vacca) VALLIS  badde/baddi (valle) VENTU(M)  bentu (vento) VERBU(M)  berbu (verbo, parola) VESPA(M)  ghespe/bespe/ghespu/espi (vespa) VECLUS(AGG.)  betzu/becciu (vecchio) VECLUS(S)  ant. veclu  begru/begu (legno vecchio) VIA  bia (via) VICINUS  ant. ikinu  bighinu/bixinu (vicino) VIDERE  bdere/bere/biri (vedere) VILLA  ant. villa  billa  bidda (paese) VINEA(M)  binza/bingia (vigna) VINU(M)  binu (vino) VOCE  ant. voke/boke  boghe/boxi (voce) ZINZALA  thnthula/tzntzula/sntzulu (zanzara); Origine greca bizantina AGROIKS  gr. biz. agrik  gregori terreno incolto[547] FLASTIMAO  frastimare/frastimai bestemmiare KAVURAS granchio  camp. kavuru KASKO  cascare sbadigliare *KEROPLIDA  kera/cera bida cera che sigilla il favo[547] KHNDROS fiocchi davena; cartilagine  gr. biz. kontra  log. iskontryare[547] KLEISORA chiusa  krisura (krisayu, krisayone) chiusa di un podere[547] KONTAKION  ant. condake  condaghe/cundaxi raccolta di atti KYNE(OS) blu scuro  camp. ghyani manto morello di cavallo (o di bue)[547] LEPDA lama di coltello  leppa coltello[547]   ant. Luka  Lugha/Luxia (Lucia) MERDOUKOS, MERDEKOSE maggiorana  centr. mathriksya, camp. martsigusa ginestra[547] NAKE  annaccare (cullare) PSARS grigio  *zaru  log. medioevale arzu[547]   theraccu/tzeracu servo   Istevane/Stvini Stefano Origine catalana ACABAR  acabare/acabai (finire, smettere; cf. spa. acabar)[548] AIX  camp.aici (cos) AIXETA  log. isceta (cannella della botte; rubinetto)[548] AL  alenu (alito)[548] ARRACADA  arrecada (orecchino) ARREU  arreu (di continuo) AVALOT  avollotu (trambusto; cf. spa. alboroto (ant. alborote))[548] BANDA  banda (lato)[548] BANDOLER  banduleri (vagabondo; originariamente bandito; cf. spa. bandolero) BARBER  barberi (barbiere; cf. spa. barbero) BARRA  barra (mandibola; insolenza, testardaggine) BARRAR  abbarrare (nell'odierno catalano significa per sbarrare, in sardo camp. rimanere) BELLESA  bellesa (bellezza) (AL)BERCOC  luog. barracoca (albicocca; da una termine balearico passato poi anche all'algherese barracoc)[548] BLAU  camp.brau (blu) BRUT, -A  brutu, -a (sporco) BURRO  burricu (asino; cf, spa. burro e borrico)[548] BURUMBALLA  burrumballa (segatura, truciolame, per est. cianfrusaglia) BUTXACA  busciaca/buciaca (tasca, borsa)[548] CADIRA / CARIA (vocabolo ancor presente in algherese)  camp. cadira (sedia); Cara (cognome sardo) CALAIX  camp. calaxu/calasciu (cassetto) CALENT  caente/callenti (caldo; cf. spa. caliente)[548] CARRER  carrera/carrela (via)[548] CULLERA  cullera (cucchiaio) CUITAR  coitare/coitai (sbrigarsi)[548] DESCLAVAMENT  iscravamentu (deposizione di Cristo dalla croce) DESITJAR  disigiare/disigiai (desiderare)[548] ESTIU  istiu (estate; cf. spa. esto, lat. aestivum (tempus)) FALDILLA  faldeta (gonna)[548] FERRER  ferreri (fabbro) GARR  garrone, -i (garretto)[548] GOIGS  camp. gocius (composizioni poetiche sacre; cf. gosos) GRIF  grifone, -i (rubinetto)[548] GROC  grogo, -u (giallo)[548] ENHORABONA!  innorabona! (in buon'ora!; cf. spa. enhorabuena) ENHORAMALA!  innoramala! (in mal'ora!) ESMORZAR  ismurzare/ismurgiare/irmugiare/imrugiare (fare colazione)[548] ESTIMAR  istimare/stimai (amare, stimare) FEINA  faina (lavoro, occupazione, daffare; gi da una forma catalana medievale, da cui si  poi anche originato lo spagnolo faena)[548] FLASSADA  frassada (coperta; cf. spa. frazada)[548] GNJOL  gnjalu (giuggiola, giuggiolo) IAIO, -A  jaju, -a (nonno, -a; cf. spa. yayo, -a) JUTGE  camp. jugi/log. zuzze (giudice) LLEIG  camp. lggiu/log. lezzu (brutto) MANDR  mandrone, -i (pigro, nullafacente)[548] MATEIX  matessi (stesso) MITJA  mgia, log. miza (calza) MOCADOR  mucadore, -i (fazzoletto) ORELLETA  orilletas (dolci fritti) PAPER  paperi (carta)[548] PARAULA  paraula (parola) PLANXA  prncia (ferro da stiro; prestito di origine francese, anteriore allo spagnolo plancha)[548] PREMSA  prentza (torchio)[549] PRES  presone, -i (prigione) PRESSA  presse, -i (fretta)[548] PRSSEC  prssiu (pesca)[548] PUNXA  camp. puna/log. puntza (chiodo) QUIN, -A  camp. chini (in catalano significa "quale", in sardo "chi") QUEIXAL  sardo centrale e camp. caxale/casciale, -i (dente molare) RATAPINYADA  camp. ratapignata (pipistrello) RETAULE  arretulu (retablo, tavola dipinta) ROMS  nuor. arrumasu (magro; originariamente in catalano "rimasto"  rimasto a letto  indebolito dimagrito, magro)[548] SABATA  camp.sabata (scarpa) SABATER  sabateri (calzolaio) SAFATA  safata (vassoio)[165] SEU  camp. seu (cattedrale, "sede del vescovo") SNDIC  sndigu (sindaco)[548] SNDRIA  sndria (anguria) TANCAR  tancare/tancai (chiudere) TINTER  tinteri (calamaio) ULLERES  camp. ulleras (occhiali) VOST  log. bost/camp .fostei o fustei (lei, pronome di cortesia; da vostra merced, vostra mercede; cf. spa. usted)[550] Origine spagnola Le voci di cui non viene indicata l'etimologia sono voci di origine latina di cui lo spagnolo ha modificato il significato originario che avevano in latino e il sardo ha preso il loro significato spagnolo; per le voci che lo spagnolo ha preso da altre lingue viene indicata la loro etimologia come riportata dalla Real Academia Espaola. ADIS  adiosu (addio, arrivederci)[548] ANCHOA  ancioa (alice)[548] APOSENTO  aposentu (camera da letto) APRETAR, APRIETO  apretare, apretu (mettere in difficolt, costringere, opprimere; difficolt, problema) ARENA  arena (sabbia; cf. cat. arena)[548] ARRIENDO  arrendu (affitto)[548] ASCO  ascu (schifo)[548] ASUSTAR  assustare/assustai (spaventare; in camp.  pi diffuso atziccai, che a sua volta viene dallo spagnolo ACHICAR)[548] ATOLONDRADO, TOLONDRO  istolondrau (stordito, confuso, sconcertato) AZUL  camp. asulu (azzurro; parola arrivata allo spagnolo dall'arabo)[551] BARATO  baratu (economico) BARRACHEL  barratzellu/barracellu (guardia campestre; parola questa che anche passata all'italiano regionale della Sardegna, dove la parola barracello indica appunto una guardia campestre facente parte della compagnia barracellare) BVEDA  bveda, bvida (volta (nell'ambito della costruzione) )[552] BRAGUETA  bragheta (cerniera dei pantaloni; il termine "braghetta" o "brachetta"  presente anche in italiano, ma con altri significati; con questo significato  diffuso anche nell'italiano regionale della Sardegna: cf. cat. bragueta) BRINCAR, BRINCO  brincare, brincu (saltare, salto; termine arrivato in spagnolo dal latino vinculum,[553] legame, parola che  poi stata modificata e ha assunto un significato completamente differente in castigliano e che poi con questo  passata al sardo, fenomeno condiviso da molti altri spagnolismi) BUSCAR  buscare/buscai (cercare, prendere; cf. cat. buscar) CACHORRO  caciorru (cucciolo)[548] CALENTURA  calentura, callentura (febbre) CALLAR  cagliare/chelare (tacere; cf. cat. callar)[548] CARA  cara (faccia; cf. cat. cara)[548] CARIO  carignu (manifestazione di affetto, carezza; affetto)[548] CERRAR  serrare/serrai (chiudere) CHASCO  ciascu (burla)[548] CHE (esclamazione di sorpresa di origine onomatopeica usata in Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e in Spagna nella zona di Valencia)[554]  c (esclamazione di sorpresa usata in tutta la Sardegna) CONTAR  contare/contai (raccontare; cf. cat. contar)[548] CUCHARA  log. cocciari (cucchiaio) / camp. coccerinu (cucchiaino), cocciaroni (cucchiaio grande)[548] DE BALDE  de badas (inutilmente; cf. cat. debades) DBIL  dbile, -i (debole; cf. cat. dbil)[548] DENGOSO, -A, DENGUE  dengosu, -a, dengu (persona che si lamenta eccessivamente senza necessit, lamento esagerato e fittizio; voce di origine onomatopeica)[555] DESCANSAR, DESCANSO  discansare/discantzare, discansu/discantzu (riposare, riposo; cf. cat. descansar)[548] DESDICHA  disdcia (sfortuna)[548] DESPEDIR  dispidire/dispid (accomiatare, congedare)[548] DICHOSO, -A  diciosu, -a (felice, beato)[548] HERMOSO, -A  ermosu, -a / elmosu, -a (bello)[548] EMPLEO  impleu (carica, impiego)[548] ENFADAR, ENFADO  infadare/irfadare/iffadare, infadu/irfadu/iffadu (molestia, fastidio, rabbia; cf. cat. enfadar)[556] ENTERRAR, ENTIERRO  interrare, interru (seppellire, seppellimento; cf. cat. enterrar)[548] ESCARMENTAR  iscalmentare/iscrammentare/scramentai (apprendere dall'esperienza propria o altrui per evitare di commettere gli stessi errori; parola di etimologia originaria sconosciuta)[557] ESPANTAR  ispantare/spantai (spaventare; in campidanese, e in algherese, significa meravigliare; cf. cat. espantar) FEO  log. feu (brutto)[548] GANA  gana (voglia; cf. cat. gana; parola di etimologia originaria incerta)[558] GARAPIA  carapigna (bibita rinfrescante)[559] GASTO  gastu (spesa, consumo)[548] GOZOS  log. gosos/gotzos (composizioni poetiche sacre; cf. gocius) GREMIO  grmiu (corporazione di diversi mestieri; anche questa parola fa parte dell'italiano parlato in Sardegna, dove i gremi sono per esempio le corporazioni di mestieri dei Candelieri di Sassari o della Sartiglia di Oristano; oltre che in Sardegna e in spagnolo, la parola si usa anche in portoghese, gremio, catalano, gremi, tedesco, Gremium, e nell'italiano parlato in Svizzera, nel Canton Ticino) GUISAR  ghisare (cucinare; cf.cat. guisar)[548] HACIENDA  sienda (propriet)[544] HRREO  rreu (granaio) JCARA  cchera, ccara (tazza; parola originariamente proveniente dal nhuatl)[560] LSTIMA  lstima (peccato, danno, pena; qu lstima  ite lstima (che peccato), me da lstima  mi faet lstima (mi fa pena) )[548] LUEGO  luegus (subito, fra poco) MANCHA  log. e camp. mncia, nuor. mantza (macchia) MANTA  manta (coperta; cf. cat. manta) MARIPOSA  mariposa (farfalla)[548] MESA  mesa (tavolo) MIENTRAS  camp. mentras (cf. cat. mentres) MONTN  muntone (mucchio; cf. cat. munt)[561] OLVIDAR  olvidare (dimenticare)[548] PEDIR  pedire (chiedere, richiedere) PELEA  pelea (lotta, lite)[548] PLATA  prata (argento) PORFA  porfia (ostinazione, caparbiet, insistenza)[562] POSADA  posada (locanda, luogo di ristoro) PREGUNTAR, PREGUNTA  preguntare/pregontare, pregunta/pregonta (domandare, domanda; cf. cat. preguntar, pregunta) PUNTAPI (s.m.)  puntep/puntepei (s.f.) (calcio, colpo dato con la punta del piede) PUNTERA  puntera (parte della calza o della scarpa che copre la punta del piede; colpo dato con la punta del piede) QUERER  chrrer(e) (volere) RECREO  recreu (pausa, ricreazione; divertimento)[548] RESFRIARSE, RESFRO  s'arrefriare, arrefriu (raffreddarsi, raffreddore)[548] SEGUIR  sighire (continuare; seguire; cf. cat. seguir)[544] TAJA  tacca (pezzo) TIRRIA, TIRRIOSO  tirria, tirriosu (cattivo sentimento; cf. cat. trria)[563] TOMATE (s.m.)  nuor. e centrale tamata/camp. e gall. tumata (s.f.) (pomodoro; parola originariamente proveniente dal nhuatl)[564] TOPAR  atopare/atopai (incontrare, anche per caso, qualcuno; imbattersi in qualcosa; voce onomatopeica; cf. cat. topar)[565] VENTANA  log. e camp. ventana/log. bentana (finestra) VERANO  log. beranu (sp. estate, srd. primavera) Origine toscana/italiana ARANCIO  aranzu/arangiu AUTUNNO  atonzu/atongiu BELLO/-A  bellu/-a BIANCO  biancu CERTO/-A  tzertu/-a CINTA  tzinta CITTADE  ant. kittade  tzitade/citade/tzitadi/citadi (citt) GENTE  zente/genti INVECE  imbtzes/imbecis MILLE  milli OCCHIALI  otzales SBAGLIO  irballu/isblliu/sblliu VERUNO/-A  perunu/-a (alcuno/-a) ZUCCHERO  thccaru/tzccaru/tzcuru Prenomi, cognomi e toponimi Lo stesso argomento in dettaglio: Prenomi sardi e Cognomi sardi. Dalla lingua sarda derivano tanto i nomi storici di persona (nmene / nomen / nomini-e / lumene o lomini) e i soprannomi (nomngiu / nominzu / o paranmene / paralumene / paranomen / paranomine-i), che i sardi avrebbero conferito l'un l'altro fino all'epoca contemporanea per poi cadere nell'attuale disuso,[566] quanto buona parte dei cognomi tradizionali (sambenadu / sangunau), tuttora i pi diffusi nell'isola. I toponimi della Sardegna possono vantare una storia antica,[567] sorgendo in alcuni casi un significativo dibattito inerente alle loro origini.[568] Note Esplicative ^ Con riguardo alla cristianizzazione dell'isola, Papa Simmaco fu battezzato a Roma e si diceva fosse ex paganitate veniens; la conversione degli ultimi pagani sardi, guidati da Ospitone, fu descritta da Tertulliano come il seguente evento: Sardorum inaccessa Romanis loca, Christo vero subdita. Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 19511997, p. 73. ^ Fallacissimum genus esse Phoenicum omnia monumenta vetustatis atque omnes historiae nobis prodiderunt. ab his orti Poeni multis Carthaginiensium rebellionibus, multis violatis fractisque foederibus nihil se degenerasse docuerunt. A Poenis admixto Afrorum genere Sardi non deducti in Sardiniam atque ibi constituti, sed amandati et repudiati coloni. [...] Africa ipsa parens illa Sardiniae, quae plurima et acerbissima cum maioribus nostris bella gessit. Cicero: Pro Scauro, su thelatinlibrary.com. URL consultato il 28 novembre 2015. ^ Potissimum vero ad usurpandum in scriptis Italicum idioma gentem nostram fuisse adductam puto finitimarum exemplo, Provincialium, Corsorum atque Sardorum ("In verit ritengo anzitutto che la nostra gente [italiana] sia stata indotta a usare nello scritto l'idioma italico, seguendo l'esempio dei vicini Provenzali, Corsi e Sardi") e, pi in l, Sardorum quoque et Corsorum exemplum memoravi Vulgari sua Lingua utentium, utpote qui Italis preivisse in hoc eodem studio videntur ("Ho ricordato, fra l'altro, l'esempio dei Sardi e dei Corsi, che hanno impiegato la propria lingua volgare, come quelli che in ci hanno preceduto gli Italiani"). Antonio, Ludovico Antonio (1739). Antiquitates Italicae Moedii Evi, Mediolani, t. 2, col. 1049 ^ Incipit di Ines Loi Corvetto, La Sardegna e la Corsica, Torino, UTET, 1993. Hieronimu Araolla, edited by Max Leopold Wagner, Die Rimas Spirituales Von Girolamo Araolla. Nach Dem Einzigen Erhaltenen Exemplar Der Universittsbibliothek in Cagliari, Princeton University, 1915, p. 76. Semper happisi desiggiu, Illustrissimu Segnore, de magnificare, & arrichire sa limba nostra Sarda; dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas naciones dessu mundu hant magnificadu & arrichidu; comente est de vider per isos curiosos de cuddas. ("Sempre abbia il desiderio, Illustrissimo Signore, di magnificare e arricchire la nostra lingua sarda; nel medesimo modo in cui tutte le nazioni del mondo hanno magnificato e arricchito [la propria]; come si pu vedere per coloro che ne sono incuriositi.") ^ L'Alguer castillo fuerte bien murado / con frutales por tierra muy divinos / y por la mar coral fino eltremado / es ciudad de mas de mil vezinos Joaqun Arce, Espaa en Cerdea, 1960, p. 359. ^ E.g.: Non podende sufrire su tormentu / de su fogu ardente innamorosu. / Videndemi foras de sentimentu / et sensa una hora de riposu, / pensende istare liberu e contentu / m'agato pius aflitu e congoixosu, / in essermi de te senora apartadu, / mudende ateru quelu, ateru istadu Antonio de Lo Frasso, Los Cinco Ultimos Libros de Fortuna de Amor, vol. 2, Londra, Henrique Chapel. ^ Sendemi vennidu  manos in custa Corte Romana unu Libru in limba Italiana, nouamente istampadu, [] lu voltao in limba Sarda pro dare noticia de cuddas assos deuotos dessa patria mia disijosos de tales legendas. Las apo voltadas in sardu menjus qui non in atera limba pro amore de su vulgu [] qui non tenjan bisonju de interprete pro bi-las decrarare, & tambene pro esser sa limba sarda tantu bona, quanta participat de sa latina, qui nexuna de quantas limbas si pltican est tantu parente assa latina formale quantu sa sarda. [] Pro su quale si sa limba Italiana si preciat tantu de bona, & tenet su primu logu inter totas sas limbas vulgares pro esser meda imitadore dessa Latina, non si diat preciare minus sa limba Sarda pusti non solu est parente dessa Latina, pero ancora sa majore parte est latina vera. [] Et quando cussu non esseret, est suficiente motiuu pro iscrier in Sardu, vider, qui totas sas nationes iscriven, & istampan libros in sas proprias limbas naturales in soro, preciandosi de tenner istoria, & materias morales iscritas in limba vulgare, pro qui totus si potan de cuddas aprofetare. Et pusti sa limba latina Sarda est clara & intelligibile (iscrita, & pronunciada comente conuenit) tantu & plus qui non quale si querjat dessas vulgares, pusti sos Italianos, & Ispagnolos, & totu cuddos qui tenen platica de latinu la intenden medianamente. ("Essendo entrato in possesso, presso questa Corte Romana, di un libro in lingua italiana di nuova ristampa, [] l'ho tradotto in lingua sarda per darne notizia ai devoti della mia patria desiderosi di tali leggende. Le ho tradotte in sardo, anzich in un'altra lingua, per amore del popolo [] i quali [popolani] non necessitavano di alcun interprete per potergliele enunciare, anche per via del fatto che la lingua sarda  nobile in virt della sua partecipazione alla latinit, giacch nessuna lingua parlata  tanto prossima al latino classico quanto quella sarda. [] Giacch, se la lingua italiana si apprezza molto, e se tra tutte le lingue volgari si trova al primo posto per aver molto replicato quella latina, non meno si dovrebbe apprezzare la lingua sarda dal momento che non solo  parente di quella latina, ma  in gran parte latino schietto. [] E quandanche non fosse cos,  un motivo sufficiente per scrivere in sardo vedere che tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella loro lingua naturale, fregiandosi di avere storia e materie morali scritte in lingua volgare, affinch tutti possano recare giovamento da esse. E dal momento che la lingua latina sarda , quando scritta e pronunciata come si conviene, chiara e comprensibile in misura uguale, se non superiore rispetto a quelle volgari, dal momento che gli Italiani, e gli Spagnoli, e tutti coloro che praticano il latino in generale la capiscono"). Garipa, Legendariu de santas virgines, et martires de Iesu Crhistu, Per Lodouicu Grignanu, Roma, 1627. ^ Nella Dedica alla moglie di Carlo Alberto si possono scorgere diversi passaggi in cui egli omaggiava le politiche culturali perseguite in Sardegna, quali "Era destino che la dolcissima Italiana favella, sebbene nata sulle amene sponde dell'Arno, divenuta sarebbe un d anche ricco patrimonio degli Abitanti del Tirso" (p. 5) e, formulando un voto di fedelt alla nuova dinastia di reggenti in luogo della spagnola, "Di tanto bene la Sardegna  debitrice alla Augustissima CASA SABAUDA, la quale, cessata l'ispanica dominazione, con tante savie istituzioni promosse in ogni tempo le scienze, statuendo fin dalla met del secolo trascorso, che nei Dicasteri e nel pubblico insegnamento delle Scuole Inferiori si facesse uso di quel Toscano che fu poscia la lingua di quante persone ebbero voce di bennate e di colte." (p. 6). Nella Prefazione, pi specificamente intitolata Al giovanetto alunno, si dichiara l'intenzione, comune al Porru, di pubblicare un lavoro dedicato alla didattica dell'italiano, partendo dalle differenze e similitudini fornite dalla grammatica di un'altra lingua pi familiare, il sardo. ^ Al fine di meglio comprendere tale dichiarazione, occorre infatti osservare che, secondo le disposizioni del governo, in nessun modo e per nessun motivo esiste la regione (Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e oe (PDF)., p. 66). ^ In realt, databili intorno alla seconda met dell'Ottocento, in seguito alla gi menzionata Perfetta Fusione (cfr. Dettori 2001); difatti, neanche nella trattazione settecentesca di autori quali il Cetti si rinvengono giudizi di valore circa la dignit del sardo, sulla cui indipendenza linguistica convenivano generalmente anche gli autori italiani (cfr. Ferrer 2017). ^ Il Wagner cita al riguardo Giacomo Tauro che, a dispetto della vulgata fascista sull'assimilazione del sardo al sistema linguistico italiano, gi osservava in una conferenza tenuta a Nuoro nel 1937 che [La Sardegna] ha una sua propria lingua, che  qualcosa di pi e di diverso dai dialetti delle altre regioni dItalia Se i diversi dialetti dItalia hanno tutti qualcosa dinterferente, per cui non  difficile a chi attentamente ne ascolti qualcuno e di essi abbia una certa pratica, dintuirne e comprenderne, almeno superficialmente, il significato, i dialetti sardi invece non solo riescono quasi del tutto incomprensibili a chi non  dellisola, ma anche con la pratica difficilmente possono essere acquisiti. ( Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1951-1997, p. 82.) ^ Tali istanze eminentemente industrialistiche e produttivistiche sono finanche attestate nelle norme di cui all'art. 13 del progetto finale, che recita lo Stato con il concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola. Cfr. Testo storico dello Statuto (PDF). ^ Alla base del cosiddetto "autonomismo abortivo", secondo i primi critici dello statuto quali Eliseo Spiga, vi era la mancata assunzione di un'identit sarda dotata di soggettivit distinta, nelle sue specificit etnonazionali, linguistiche e culturali rispetto alla comunit statale nel suo insieme; in mancanza della quale, a loro avviso si sarebbe approdati a un modello amministrativo che omologava l'isola a "una qualsiasi provincia dello Stivale". Francesco Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, 2008, p. 116. URL consultato il 25 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 20 ottobre 2020). ^ Istanza del Prof. A. Sanna sulla pronuncia della Facolt di Lettere in relazione alla difesa del patrimonio etnico-linguistico sardo. Il prof. Antonio Sanna fa a questo proposito una dichiarazione: Gli indifferenti problemi della scuola, sempre affrontati in Sardegna in torma empirica, appaiono oggi assai particolari e non risolvibili in un generico quadro nazionale; il tatto stesso che la scuola sia diventata scuola di massa comporta il rifiuto di una didattica inadeguata, in quanto basata sull'apprendimento concettuale attraverso una lingua, per molti aspetti estranea al tessuto culturale sardo. Poich esiste un popolo sardo con una propria lingua dai caratteri diversi e distinti dall'italiano, ne discende che la lingua ufficiale dello Stato, risulta in effetti una lingua straniera, per di pi insegnata con metodi didatticamente errati, che non tengono in alcun conto la lingua materna dei Sardi: e ci con grave pregiudizio per un'efficace trasmissione della cultura sarda, considerata come sub-cultura. Va dunque respinto il tentativo di considerare come unica soluzione valida per questi problemi una forzata e artificiale forma di acculturazione dall'esterno, la quale ha dimostrato (e continua a dimostrare tutti) suoi gravi limiti, in quanto incapace di risolvere i problemi dell'isola.  perci necessario promuovere dall'interno i valori autentici della cultura isolana, primo fra tutti quello dell'autonomia, e "provocare un salto di qualit senza un'acculturazione di tipo colonialistico, e il superamento cosciente del dislivello di cultura" (Lilliu). La Facolt di Lettere e Filosofia dell'Universit di Cagliari, coerentemente con queste premesse con l'istituzione di una Scuola Superiore di Studi Sardi,  pertanto invitata ad assumere l'iniziativa di proporre alle autorit politiche della Regione Autonoma e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza etnico-linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua nazionale della minoranza.  di conseguenza opportuno che si predispongano tutti i provvedimenti a livello scolastico per la difesa e conservazione dei valori tradizionali della lingua e della cultura sarda e, in questo contesto, di tutti i dialetti e le tradizioni culturali presenti in Sardegna (ci si intende riferire al Gallurese, al Sassarese, all'Algherese e al Ligure-Carlofortino). In ogni caso tali provvedimenti dovranno comprendere necessariamente, ai livelli minimi dell'istruzione, la partenza dell'insegnamento del sardo e dei vari dialetti parlati in Sardegna, l'insegnamento nella scuola dell'obbligo riservato ai Sardi o coloro che dimostrino un'adeguata conoscenza del sardo, o tutti quegli altri provvedimenti atti a garantire la conservazione dei valori tradizionali della cultura sarda.  bene osservare come, nel quadro della diffusa tendenza a livello internazionale per la difesa delle lingue delle minoranze minacciate, provvedimenti simili a quelli proposti sono presi in Svizzera per la minoranza ladina fin dal 1938 (48 000 persone), in Inghilterra per il Galles, in Italia per le minoranze valdostana, slovena e ultimamente ladina (15 000 persone), oltre che per quella tedesca; a proposito di queste ultime e specificamente in relazione al nuovo ordinamento scolastico alto-atesino. Il presidente del Consiglio on. Colombo, nel raccomandare ala Camera le modifiche da apportare allo Statuto della Regione Trentino-Alto Adige (il cosiddetto "pacchetto"), modifiche che non escono dal concetto di autonomia indicato dalla Costituzione, ha ritenuto di dovere sottolineare l'opportunit "che i giovani siano istruiti nella propria lingua materna da insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico"; egli inoltre aggiungeva che "solo eliminando ogni motivo di rivendicazione si crea il necessario presupposto per consentire alla scuola di svolgere la sua funzione fondamentale in un clima propizio per la migliore formazione degli allievi". Queste chiare parole del presidente del Consiglio ci consentono di credere che non si voglia compiere una discriminazione nei confronti della minoranza sarda, ma anche per essa valga il principio enunciato dall'opportunit dell'insegnamento della lingua materna a opera di insegnanti appartenenti allo stesso gruppo linguistico, onde consentire alla scuola di svolgere anche in Sardegna la sua funzione fondamentale in un clima propizio alla migliore formazione per gli allievi. Si chiarisce che tutto ci non  sciovinismo n rinuncia a una cultura irrinunciabile, ma una civile e motivata iniziativa per realizzare in Sardegna una vera scuola, una vera rinascita, "in un rapporto di competizione culturale con lo stato () che arricchisce la Nazione" (Lilliu). Il Consiglio unanime approva le istanze proposte dal prof. Sanna e invita le competenti autorit politiche a promuovere tutte le iniziative necessarie, sul piano sia scolastico che politico-economico, a sviluppare coerentemente tali principi, nel contempo acquisendo dati atti a mettere in luce il suesposto stato. Cagliari, 19 febbraio 1971. [Farris, Priamo (2016). Problemas e aficntzias de sa pianificatzioni linguistica in Sardigna. Limba, Istria, Sotziedadi / Problemi e prospettive della pianificazione linguistica in Sardegna. Lingua, Storia, Societ, Youcanprint] ^ "O sardu, si ses sardu e si ses bonu, / Semper sa limba tua apas presente: / No sias che isciau ubbidiente / Faeddende sa limba 'e su padronu. / Sa nassione chi peldet su donu / De sa limba iscumparit lentamente, / Massimu si che l'essit dae mente / In iscritura che in arrejonu. / Sa limba 'e babbos e de jajos nostros / No l'usades pius nemmancu in domo / Prite pobera e ruza la creides. / Si a iscola no che la jughides / Po la difunder menzus, dae como / Sezis dissardizende a fizos bostros." ("O sardo, se sei sardo e sei bravo / abbi sempre presente la tua lingua: / non essere come uno schiavo ubbidiente / che parla la lingua del padrone. / La nazione che perde il dono / della lingua scompare lentamente, / soprattutto se le esce dalla mente / scrivendo e discorrendo. / La lingua dei nostri padri e dei nostri nonni / non la usate pi neanche a casa / dal momento che la ritenete povera e rozza. / Se non la portate a scuola / ora, per diffonderla meglio, / starete de-sardizzando i vostri figli.") in Piras, Raimondo. No sias isciau (RTF), su poesias.it. ^ L'italianizzazione culturale della popolazione sarda aveva allora assunto proporzioni tanto considerevoli da indurre il Pellegrini, nella Introduzione all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano, a tessere le lodi dei sardi giacch questi ultimi si dicevano disposti ad accettare che il loro idioma, pur costituendo un mezzo espressivo assai meno subordinato all'italiano fosse considerato un semplice "dialetto" dell'italiano, in netto contrasto all'orgoglio e lealt linguistica dei friulani (Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, p. 195 ; Pellegrini, Giovan Battista (1972). Introduzione all'Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF), Vol. I, p. 17). Considerazioni analoghe a quelle del Pellegrini erano state avanzate qualche anno prima, nel 1967, dal linguista tedesco Heinz Kloss in riferimento al concetto da lui coniato di Dachsprache ("lingua tetto"); nel suo studio pioneristico, egli osservava come idiomi di comunit quali i sardi, occitani e haitiani, fossero da esse stesse ora percepiti meramente come dialetti di lingue vittoriose piuttosto che sistemi linguistici autonomi, diversamente dalla profonda lealt linguistica dei catalani che, nonostante il proibizionismo franchista, non avrebbero mai accettato una siffatta degradazione del loro idioma rispetto all'unica lingua allora ufficiale, lo spagnolo (Kloss, Heinz (1967). "Abstand Languages" and "Ausbau Languages". Anthropological Linguistics, 9 (7), p. 36). ^  interessante notare come nella questione linguistica sarda possa, per certi versi, sussistere un parallelismo con l'Irlanda, in cui un similare fenomeno ha assunto il nome di circolo vizioso dell'Irish Gaeltacht (Cfr. Edwards 1985). Difatti in Irlanda, all'abbassamento di prestigio del gaelico verificatosi quando esso risult parlato in aree socialmente ed economicamente depresse, si aggiunse l'emigrazione da tali aree verso quelle urbane e ritenute economicamente pi avanzate, nelle quali l'idioma maggioritario (l'inglese) sarebbe stato destinato a sopraffare e prevalere su quello minoritario degli emigranti. ^ Non  un caso che queste tre lingue, protette da accordi internazionali, siano le uniche minoranze linguistiche ritenute da Gaetano Berruto (Lingue minoritarie, in XXI Secolo. Comunicare e rappresentare, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, pp. 335-346, 2009) come non minacciate. Bibliografiche e sitografiche ^ Ti Alkire; Carol Rosen, Romance languages : a Historical Introduction, New York, Cambridge University Press, 2010, p. 3. Lubello, Sergio (2016). Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p.499 ^ AA. VV. Calendario Atlante De Agostini 2017, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 2016, p. 230 ^ The World Atlas of Language Structures Online, Sardinian. ^ La tipologia linguistica del sardo, Eduardo Blasco Ferrer https://revistas.ucm.es/index.php/RFRM/article/download/RFRM0000110015A/11140 ^ Maurizio Virdis, Plasticit costruttiva della frase sarda (e la posizione del Soggetto), su Academia, Rivista de filologia romanica, 2000. URL consultato il 4 maggio 2024. Legge 482, su camera.it. URL consultato il 25 novembre 2015 (archiviato dall'url originale il 12 maggio 2015). Legge Regionale 15 ottobre 1997, n. 26-Regione Autonoma della Sardegna  Regione Autnoma de Sardigna, su regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015 (archiviato dall'url originale il 26 febbraio 2021). Legge Regionale 3 luglio 2018, n. 22-Regione autonoma della Sardegna  Regione Autnoma de Sardigna, su regione.sardegna.it. URL consultato il 25 novembre 2015. ^ United Nations Human Rights. Universal Declaration of Human Rights in Sardinian language.. ^ Regione Autonoma della Sardegna, LIMBA SARDA COMUNA - Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dellAmministrazione regionale (PDF), pp. 6, 7, 55. in altri casi, per salvaguardare la distintivit del sardo, si  preferita la soluzione centro-settentrionale, come nel caso di limba, chena, iscola, ecc.. ^ Riconoscendo l'arbitrariet delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" in accordo alle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Negli altri casi, viene usato il termine "dialetto". ^ Da G. I. Ascoli in poi, tutti i linguisti sono concordi nell'assegnare al sardo un posto particolare fra gl'idiomi neolatini per i var caratteri che lo distinguono non solo dai dialetti italiani, ma anche dalle altre lingue della famiglia romanza, e che appaiono tanto nella fonetica, quanto nella morfologia e nel lessico. R. Almagia et al., Sardegna in "Enciclopedia Italiana" (1936)., Treccani, "Parlari". ^ Leopold Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis (archiviato dall'url originale il 26 gennaio 2016). - Ilisso ^ Manuale di linguistica sarda., 2017, A cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, p. 209. Il sardo rappresenta un insieme dialettale fortemente originale nel contesto delle variet neolatine e nettamente differenziato rispetto alla tipologia italoromanza, e la sua originalit come gruppo a s stante nellambito romanzo  fuori discussione. Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. La nozione di alloglossia viene comunemente estesa in Italia anche al sistema dei dialetti sardi, che si considerano come un gruppo romanzo autonomo rispetto a quello dei dialetti italiani. Fiorenzo Toso, Minoranze linguistiche, su treccani.it, Treccani, 2011. ^ L. 15 dicembre 1999, n. 482 - Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche ^ L'UNESCO e la diversit linguistica. Il caso dell'Italia With some 1,6 million speakers, Sardinia is the largest minority language in Italy. Sardinians form an ethnic minority since they show a strong awareness of being an indigenous group with a language and a culture of their own. Although Sardinian appears to be recessive in use, it is still spoken and understood by a majority of the population on the island. Kurt Braunmller, Gisella Ferraresi (2003). Aspects of multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia: University of Hamburg. John Benjamins Publishing Company. p. 238 ^ Nel 1948 la Sardegna diventa, anche per le sue peculiarit linguistiche, Regione Autonoma a statuto speciale. Tuttavia a livello politico, ufficiale, non cambia molto per la minoranza linguistica sarda, che, con circa 1,2 milioni di parlanti,  la pi numerosa tra tutte le comunit alloglotte esistenti sul territorio italiano. De Concini, Wolftraud (2003). Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana: Comune, p. 196. ^ Lingue di Minoranza e Scuola, Sardo, su minoranze-linguistiche-scuola.it. URL consultato il 15 aprile 2019 (archiviato dall'url originale il 16 ottobre 2018). Inchiesta ISTAT 2000 (PDF), su portal-lem.com, pp. 105-107. ^ What Languages are Spoken in Italy?, su worldatlas.com. ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 188. ^ Sebbene in continua diminuzione, i sardi costituiscono tuttora la pi grossa minoranza linguistica dello stato italiano con ca. 1 000 000 di parlanti stimati (erano 1 269 000 secondo le stime basate sul censimento del 2001). Lubello, Sergio (2016). Manuale Di Linguistica Italiana, De Gruyter, Manuals of Romance linguistics, p. 499 ^ Durk Gorter et al., Minority Languages in the Linguistic Landscape, Palgrave Macmillan, . Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it, 2000, p. 120. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale il 26 marzo 2023). ^ Cfr. Leonardo Sole, Lingua e cultura in Sardegna. La situazione sociolinguistica, 1988 ^ Stefania Tufi, Language Ideology and Language Maintenance: The Case of Sardinia. International Journal of the Sociology of Language 2013, pp. 14560 ^ cfr. Atteggiamenti linguistici degli studenti sardi nei confronti della lingua sarda e della lingua italiana, Piergiorgio Mura, Universit Ca' Foscari Venezia Andrea Costale, Giovanni Sistu, Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia, Cambridge Scholars Publishing, . ^ ISTAT, lingue e dialetti, tavole (XLSX). La Nuova Sardegna, 04/11/10, Per salvare i segni dell'identit - di Paolo Coretti ^ Giuseppe Corongiu, La politica linguistica per la lingua sarda, in Maccani, Lucia; Viola, Marco. Il valore delle minoranze. La leva ordinamentale per la promozione delle comunit di lingua minoritaria, Trento, Provincia Autonoma di Trento, 2010, p. 122. Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it, 2000, p. 126. URL consultato il 19 giugno 2022 (archiviato dall'url originale il 26 marzo 2023). ^ Lai, Rosangela. 2018. "Language Planning and Language Policy in Sardinia". Language Problems & Language Planning. Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2003, p. 21. ^ If present trends continue, it is possible that within a few generations the regional variety of Italian will supplant Sardinian as the popular idiom and that linguists of the future will be obliged to refer to Sardinian only as a substratal influence which has shaped a regional dialect of Italian rather than as a living language descended directly from Latin. Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York, 2003, p. 349. Il sardo, cos vicino, cos lontano. Treccani ^ Koryakov Y.B. Atlas of Romance languages. Mosca, 2001 ^ Sorge ora la questione se il sardo si deve considerare come un dialetto o come una lingua.  evidente che esso , politicamente, uno dei tanti dialetti dell'Italia, come lo  anche, p. es., il serbo-croato o l'albanese parlato in vari paesi della Calabria e della Sicilia. Ma dal punto di vista linguistico la questione assume un altro aspetto. Non si pu dire che il sardo abbia una stretta parentela con alcun dialetto dell'italiano continentale;  un parlare romanzo arcaico e con proprie spiccate caratteristiche, che si rivelano in un vocabolario molto originale e in una morfologia e sintassi assai differenti da quelle dei dialetti italiani. Wagner. La lingua sarda. Storia, spirito e forma. Ilisso. Nuoro, pp. 90-91. ^ Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 122. ^ Rebecca Posner, John N. Green (1982). Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. L'Aja, Parigi, New York. pp. 171 ss. ^ cfr. Ti Alkire, Carol Rosen, Romance Languages: A Historical Introduction, Cambridge University Press, 2010. ^ L'aspetto che pi risulta evidente  la grande conservativit, il mantenimento di suoni che altrove hanno subito notevoli modificazioni, per cui si pu dire che anche foneticamente il sardo  fra tutti i parlari romanzi quello che  rimasto pi vicino al latino, ne  il continuatore pi genuino. Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Soter. ^ Sardegna, isola del silenzio, Manlio Brigaglia, su mclink.it. URL consultato il 24 maggio 2016 (archiviato dall'url originale il 10 maggio 2017). ^ Mario Pei, A New Methodology for Romance Classification, in WORD. ^ Il fondo della lingua sarda di oggi  il latino. La Sardegna  il solo paese del mondo in cui la lingua dei Romani si sia conservata come lingua viva. Questa circostanza ha molto facilitato le mie ricerche nellisola, perch almeno la met dei pastori e dei contadini non conoscono litaliano. Maurice Le Lannou, a cura di Manlio Brigaglia, Pastori e contadini in Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre, 1941-1979, p. 279. ^ Prima di tutto, la neonata lingua sarda ingloba un consistente numero di termini e di cadenze provenienti da una lingua originaria preromana, che potremmo chiamare "nuragica". Salvatore Tola, La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, 2006, p. 9. Heinz Jrgen Wolf, p. 20. ^ Archivio glottologico italiano, vol. 53-54, 1968, p. 209. ^ A.A., Atti del VI [i.e. Sesto] Congresso internazionale di studi sardi, 1962, p. 5 ^ Giovanni Lilliu, La civilt dei Sardi. Dal Paleolitico all'et dei nuraghi, Nuova ERI, 1988, p. 269. ^ Yakov Malkiel (1947). Romance Philology, v.1, p. 199 ^ Il Sardo ha una sua speciale fisionomia ed individualit che lo rende, in certo qual modo, il pi caratteristico degli idiomi neolatini; e questa speciale individualit del Sardo, come lingua di tipo arcaico e con una fisionomia inconfondibile, traspare gi fin dai pi antichi testi. Carlo Tagliavini (1982). Le origini delle lingue neolatine. Bologna: Patron. p. 388. ^ Fortemente isolati rispetto ai tre gruppi maggiori stanno il sardo e, nel settentrione, il ladino, entrambi considerati come formazioni autonome rispetto al complesso dei dialetti italoromanzi. Tullio de Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Editori Laterza, 1991, p. 21. Fiorenzo Toso, 2.3, in Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, Societ editrice Il Mulino, Moseley, Atlas of the World's languages in Danger, 3rd edition, Paris, UNESCO Publishing, p. 39 ^ Max Leopold Wagner (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lmpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica, 29 (3), 151-157. doi:10.2307/477388 ^ Non vi  dubbio che vi erano rapporti pi stretti tra la latinit dell'Africa settentrionale e quella della Sardegna. Senza parlare della affinit della razza e degli elementi libici che possano ancora esistere in sardo, non bisogna dimenticare che la Sardegna rimase, durante vari secoli, alle dipendenze dell'esarcato africano. Wagner, M. (1952). Il Nome Sardo del Mese di Giugno (Lmpadas) e i Rapporti del Latino d'Africa con quello della Sardegna. Italica, Pompilio: ubi pagani integra pene latinitate loquuntur et, ubi uoces latinae franguntur, tum in sonum tractusque transeunt sardinensis sermonis, qui, ut ipse noui, etiam ex latino est ("ove gli abitanti parlano un latino quasi intatto e, quando le parole latine si corrompono, passano allora ai suoni e tratti della lingua sarda, che, da quanto ne so, deriva anch'essa dal latino"). Citato in Michele Loporcaro, Vowel Length from Latin to Romance, Oxford University Press, 2015, p. 48. ^ Traduzione offerta da Michele Amari: I sardi sono di schiatta RUM AFARIQAH (latina d'Africa), berberizzanti. Rifuggono (dal consorzio) di ogni altra nazione di RUM: sono gente di proposito e valorosa, che non lascia mai l'arme. Nota di Mohamed Mustafa Bazama: Questo passo, nel testo arabo,  un poco differente, traduco qui testualmente: "gli abitanti della Sardegna, in origine sono dei Rum Afariqah, berberizzanti, indomabili. Sono una (razza a s) delle razze dei Rum. [...] Sono pronti al richiamo d'aiuto, combattenti, decisivi e mai si separano dalle loro armi (intende guerrieri nati). Mohamed Mustafa Bazama, Arabi e sardi nel Medioevo, Cagliari, Editrice democratica sarda, Wa ahl azrat Sardniya f al Rm Afriqa mutabarbirn mutawain min ans ar-Rm wa hum ahl naida wa hazm l yufariqn as-sil. Contu, Giuseppe. Sardinia in Arabic sources (PDF), su eprints.uniss.it. URL consultato il 23 aprile 2022 (archiviato dall'url originale il 25 febbraio 2021). Annali della Facolt di Lingue e Letterature Straniere dell'Universit di Sassari, Mastino, Storia della Sardegna antica, Edizioni Il Maestrale, 2005, p. 83. ^ I sardi, popolo di razza latina africana piuttosto barbaro, che vive appartato dal consorzio delle altre genti latine, sono intrepidi e risoluti; essi non abbandonano mai le armi. Al Idrisi, traduzione e note di Umberto Rizzitano, Il Libro di Ruggero. Il diletto di chi  appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo, Palermo, Flaccovio Editore, 2008. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30, 42. ^ J.N. Adams, The Regional Diversification of Latin 200 BC - AD 600, Cambridge University Press, 2007, p. 576, ISBN 978-1-139-46881-7. ^ Wagner prospetta lipotesi che la denominazione sarda, identica a quella berbera, sia una reminiscenza atavica di lontane tradizioni comuni e cos commenta: "Parlando delle sopravvivenze celtiche, dice il Bertoldi: Come nellIrlanda odierna, anche nella Gallia antica una maggiore cedevolezza della materia linguistica, suoni e forme, rispetto allo spirito che resiste pi tenace. Questo vale forse anche per la Sardegna; antichissime usanze, superstizioni, leggende si mantengono pi saldamente che non i fugaci fenomeni linguistici". Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 19511997, p. 10. ^ Giovanni Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d'Italia, Pisa, Pacini, 1977, p. 17, 34. ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1970). La classificazione delle lingue romanze e i dialetti italiani, in Forum Italicum, IV, pp.211-237 ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1972). Saggi sul ladino dolomitico e sul friulano, Bari, pp.239-268 ^ Pellegrini, Giovanni Battista (1975). I cinque sistemi dell'italo-romanzo, in Saggi di linguistica italiana. Storia, struttura, societ, Torino, Boringhieri. ^ Bernardino Biondelli, Studi linguistici, Milano, Giuseppe Bernardoni, 1856, p. 189.) ^ Antonietta Dettori, Dialetti sardi, Treccani ^ Max Leopold Wagner (1951). La lingua sarda, Bem, Francke, pp. 59-61 ^ Matteo Bartoli (1903). Un po' di sardo, in Archeografo triestino. Guarnerio. Il sardo e il corso in una nuova classificazione delle lingue romanze, in Archivio Glottologico Italiano, 16, pp. 491-516 ^ In earlier times Sardinian probably was spoken in Corsica, where Corsican (Corsu), a Tuscan dialect of Italian, is now used (although French has been Corsicas official language for two centuries). Sardinian language, Encyclopedia Britannica. ^ Evidence from early manuscripts suggests that the language spoken throughout Sardinia, and indeed Corsica, at the end of the Dark Ages was fairly uniform and not very different from the dialects spoken today in the central (Nuorese) areas. Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315. ^ Sardinian is the only surviving Southern Romance language which was also spoken in former times on the island of Corsica and the Roman province of North Africa. Georgina Ashworth, World Minorities, vol. 2, Quartermaine House, 1977, p. 109.. ^ Jean-Marie Arrighi, Histoire de la langue corse, Paris, Gisserot, 2002, p. 39. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 321. ^ Brenda Man Qing Ong, Francesco Perono Cacciafoco, Unveiling the Enigmatic Origins of Sardinian Toponyms, Languages, 2021-2022. Sardinian intonational phonology: Logudorese and Campidanese varieties, Maria Del Mar Vanrell, Francesc Ballone, Carlo Schirru, Pilar Prieto (PDF). ^ Massimo Pittau, Sardo, Grafia, su pittau.it. ^ Nel caso del sardo, essa ha prodotto la esistenza non di una, ma di due lingue sarde, il "logudorese" e il "campidanese". La sua costruzione storica ha origini ben precise e ricostruibili. Nel periodo di esistenza del Regno di Sardegna, l'Isola era suddivisa in due Governatorati, il Capo di Sopra e il Capo di Sotto. Nel XVIII secolo, il naturalista Francesco Cetti, mandato da Torino a studiare la fauna e la natura della Sardegna, e quindi a mappare anche i Sardi, riprese la partizione amministrativa da un celebre commentario cinquecentesco della Carta de Logu utilizzato in ambienti governativi, e la trasl in ambito linguistico. Se esisteva il Capo di Su e il Capo di Sotto, doveva pur esistere un sardo di Su e un sardo di Sotto. Il primo lo denomin logudorese, e il secondo campidanese. Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, p. 79. ^ Marinella Lrinczi, Confini e confini. Il valore delle isoglosse (a proposito del sardo) (PDF), su people.unica.it, p. 9. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 16. ^ Roberto Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes. In altre parole, queste divisioni del sardo in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla necessit - chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della Sardegna in due "capi". [] La grande omogeneit grammaticale del sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per mancanza di cultura linguistica, ma soprattutto per la volont, riscontrata esplicitamente in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in variet "pure" e "spurie". In altri termini, la divisione del sardo in due variet nettamente distinte  frutto di un approccio ideologico alla variazione dialettale in Sardegna. Roberto Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Roberto Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 138. ^ Roberto Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 93. ^ Una lingua unitaria che non ha bisogno di standardizzazioni, Roberto Bolognesi. ^ Contini, Michel (1987). tude de gographie phontique et de phontique instrumentale du sarde, Edizioni dell'Orso, Cagliari ^ Bolognesi R. & Heeringa W., 2005, Sardegna fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi, Condaghes, Cagliari Queste pretese barriere sono costituite da una manciata di fenomeni lessicali e fonetico-morfologici che, comunque, non impediscono la mutua comprensibilit tra parlanti di diverse variet del sardo. Detto questo, bisogna ripetere che le varie operazioni di divisione del sardo in due variet sono tutte basate quasi esclusivamente sull'esistenza di pronunce diverse di lessemi (parole e morfemi) per il resto uguali. [] Come si  visto, non solo la sintassi di tutte le variet del sardo  praticamente identica, ma la quasi totalit delle differenze morfologiche  costituita da differenze, in effetti, lessicali e la percentuale di parole realmente differenti si aggira intorno al 10% del totale. Roberto Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, 2013, p. 141. ^ Cf. Karl Jaberg, Jakob Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Sdschweiz, vol. 8, Zofingen, Ringier, 1928. ^ Noi ci atterremo alla partizione ormai classica che divide il Sardo in tre principali dialetti: il Campidanese, il Nuorese, il Logudorese. Maurizio Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1978, p. 9. ^ Cf. Maria Teresa Atzori, Sardegna, Pisa, Pacini, 1982. ^ Gnter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Scmitt, Lexicon der romanistischen Linguistik, vol. 4, Tbingen, Niemeyer, pp. 897-913. ^ Stima su un campione di 2715 interviste: Anna Oppo, Le lingue dei sardi (PDF). URL consultato il 15 ottobre 2009 (archiviato dall'url originale il 7 gennaio 2018). ^ Perch si parla catalano ad Alghero? - Corpus Oral de l'Alguers. ^ La minoranza negata: i Tabarchini, Fiorenzo Toso - Treccani. ^ Meyer Lbke, Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti toscani, 1927, riduzione e traduzione di M. Bartoli, Torino, Loesher, 1972, p. 216. Sta in Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996, p. 562. ^ Le lingue che si parlano in Sardegna si possono dividere in istraniere, e nazionali. Straniera totalmente  la lingua d'Algher, la quale  la catalana, a motivo che Algher medesimo  una colonia di Catalani. Straniera pure si deve avere la lingua che si parla in Sassari, Castelsardo e Tempio;  un dialetto italiano, assai pi toscano, che non la maggior parte de medesimi dialetti d'Italia. Francesco Cetti, Storia naturale della Sardegna. I quadrupedi, Sassari, 1774. ^ Giovanni Floris, L'uomo in Sardegna: aspetti di antropobiologia ed ecologia umana, Sestu, Zonza, 1998, p. 207. ^ Cfr. Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese, Villanova Monteleone, Soter editrice, 1998. ^ Mauro Maxia, Studi sardo-corsi, 2010, p.69 ^ Francesco Bruni, op. cit., 1992 e 1996. p. 562. ^ Le lingue dei Sardi (PDF)., Sito della Regione Autonoma della Sardegna, Anna Oppo (curatrice del rapporto finale) e AA. Vari (Giovanni Lupinu, Alessandro Mongili, Anna Oppo, Riccardo Spiga, Sabrina Perra, Matteo Valdes), Cagliari, 2007, p. 69. ^ Eduardo Blasco Ferrer (2010), pp. 137-152. ^ Mary Carmen Iribarren Argaiz, Los vocablos en -rr- de la lengua sarda, su dialnet.unirioja.es, 16 aprile 2017. ^ Sardinia was under the control of Carthage from around 500BC. It was conquered by Rome in 238/7 BC, but was isolated and apparently despised by the Romans, and Romanisation was not rapid. James Noel Adams (9 January 2003). Bilingualism and the Latin Language. Cambridge University Press. Although it is an established historical fact that Roman dominion over Sardinia lasted until the fifth century, it has been argued, on purely linguistic grounds, that linguistic contact with Rome ceased much earlier than this, possibly as early as the first century BC. Martin Harris, Nigel Vincent (2000). The Romance languages. London and New York: Routledge. p. 315 ^ Ignazio Putzu, "La posizione linguistica del sardo nel contesto mediterraneo", in Neues aus der Bremer Linguistikwerkstatt: aktuelle Themen und Projekte, ed. Cornelia Stroh (Bochum: Universittsverlag Dr. N. Brockmeyer, 2012), 183. ^ The last to use that idiom, the inhabitants of the Barbagia, renounced it in the 7th century together with paganism in favor of Latin, still an archaic substratum in the Sardinian language. Proceedings, VII Congress, Boulder-Denver, Colorado, August 14-September 19, 1965, International Association for Quaternary Research, Indiana University Press, p. 28. ^ E viceversa gli scrittori romani giudicavano la Sardegna una terra malsana, dove dominava la pestilentia (la malaria), abitata da popoli di origine africana ribelli e resistenti, impegnati in latrocinia ed in azioni di pirateria che si spingevano fino al litorale etrusco; un luogo terribile, scarsamente urbanizzato, destinato a diventare nei secoli la terra desilio per i condannati ad metalla. Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, 2 ed., Il Maestrale. CICERONE (vedasi) in particolare odiava i aardi per il loro colorito terreo, per la loro lingua incomprensibile, per l’anti-estetica mastruca, per le loro origini africane e per l’estesa condizione servile, per l’assenza di città alleate dei Romani, per il rapporto privilegiato dei Sardi con l’antica Cartagine e per la resistenza contro il dominio di Roma. Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale. Wolf. Lupinu, Storia della lingua sarda (PDF), su vatrarberesh.it. Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 170. ^ Per una lista di vocaboli considerati ormai gi desueti all'epoca di Varrone, cf. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton. Bereznay, Erdly trtnetnek atlasza, Mry Ratio. Casla(1994), p. 110. ^ Huiying Zhang, From Latin to the Romance languages: A normal evolution to what extent? (PDF), in Quarterly Journal of Chinese Studies, vol. 3, n. 4, 2015, pp. 105-111. URL consultato il 1 febbraio 2019 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2018). ^ Dopo la dominazione vandalica, durata ottanta anni, la Sardegna ritornava di nuovo allimpero, questa volta a quello dOriente. Anche sotto i Bizantini la Sardegna rimase alle dipendenze dellesarcato africano, ma lamministrazione civile fu separata da quella militare; alla prima fu preposto un praeses, alla seconda un dux; tutti e due erano alle dipendenze del praefectus praetorii e del magister militum africani. Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso. Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 46, 48. Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 16. ^ M. Wescher e M. Blancard, Charte sarde de labbaye de Saint-Victor de Marseille crite en caractres grecs, in "Bibliothque de l cole des chartes", 35 (1874), pp. 255265. ^ Alessandro Soddu, Paola Crasta, Giovanni Strinna, Uninedita carta sardo-greca del XII secolo nellArchivio Capitolare di Pisa (PDF). ^ Privilegio Logudorese, su it.wikisource.org. . ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 19511997, p. 180. ^ Luigi Pinelli, Gli Arabi e la Sardegna : le invasioni arabe in Sardegna dal 704 al 1016, Cagliari, Edizioni della Torre, 1977, p. 30. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 19511997, p. 65. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Glossario di autonomia Sardo-Italiana. Presentazione del 2007 di Francesco Cossiga, Logus, Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 49. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda. La lingua sarda acquisa dignità di lingua nazionale quando, grazie a favorevoli circostanze storico-politiche e sociali, sfuggi alla limitazione dell'uso orale per giungere alla forma scritta, trasformandosi in volgare sardo. Tasca, Manoscritti e lingua sarda, Cagliari, La memoria storica, 2003, p. 15. ^ I Sardi inoltre sono i primi fra tutti i popoli di lingua romanza a fare della lingua comune della gente, la lingua ufficiale dello Stato, del Governo Mario Puddu, Istoria de sa limba sarda, Selargius, Ed. Domus de Janas. Ortu, La Sardegna dei Giudici, Il Maestrale. Virdis, Le prime manifestazioni della scrittura nel cagliaritano, in Judicalia, Atti del Seminario di Studi Cagliari 14 dicembre 2003, a cura di B. Fois, Cagliari, Cuec. Un caso unico - e a parte - nel dominio romanzo  costituito dalla Sardegna, in cui i documenti giuridici incominciano ad essere redatti interamente in volgare gi alla fine dell'XI secolo e si fanno pi frequenti nei secoli successivi. [...] L'eccezionalit della situazione sarda nel panorama romanzo consiste - come si diceva - nel fatto che tali testi sono stati scritti sin dall'inizio interamente in volgare. Diversamente da quanto succede a questa altezza cronologica (e anche dopo) in Francia, in Provenza, in Italia e nella Penisola iberica, il documento sardo esclude del tutto la compresenza di volgare e latino. (...) il sardo era usato prevalentemente in documenti a circolazione interna, il latino in documenti che concernevano il rapporto con il continente. Lorenzo Renzi, Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino. Petrucci, Il problema delle Origini e i pi antichi testi italiani, in Storia della lingua italiana, vol. 3, Torino, Einaudi. Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda. Tola, La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC. Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur. Dantis Alagherii [ALIGHIERI (vedasi), De Vulgari Eloquentia., The Latin Library. Eliminiamo anche i sardi -- che non sono italiani, ma sembrano accomunabili agl’italiani -- perchè essi soli appaiono privi di un volgare loro proprio e imitano la "gramatica" come le scimmie imitano gli uomini. Dicono infatti "domus nova" e "dominus meus". De Vulgari Eloquentia, parafrasi e note a cura di Cecchin. Edizione di riferimento: Opere minori di ALIGHIERI (vedasi), UTET, Torino. Lrinczi, La casa del signore. La lingua sarda nel De vulgari eloquentia. Domna, tant vos ai preiada (BdT 392.7). Wagner, Max. La lingua sarda, a cura di Giulio Paulis. Ilisso, pp.78 ^ Salvi, Sergio. Le lingue tagliate: storia delle minoranze linguistiche in Italia, Rizzoli. Posner, Green. Language and Philology in Romance. Mouton Publishers. p. 178 ^ Alberto Varvaro, Identit linguistiche e letterarie nell'Europa romanza, Roma, Salerno Editrice. Le sarde, una langue normale - Jean-Pierre Cavaill. ^ Dittamondo III XII 56 ss. ^ Archivio Cassinense Perg. Caps. XI, n. 11 " e "TOLA P., Codice Diplomatico della Sardegna, I, Sassari. Strinna, La carta di Nicita e la clausula defensionis (PDF). Zedda, Raimondo Pinna, (2009) La Carta del giudice cagliaritano Orzocco Torchitorio, prova dell'attuazione del progetto gregoriano di riorganizzazione della giurisdizione ecclesiastica della Sardegna. Collana dell'Archivio storico e giuridico sardo di Sassari. Nuova serie, 10 Todini, Sassari. (PDF), su archiviogiuridico.it. URL consultato il 2 ottobre 2017 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016). ^ Il primo testo legislativo in lingua sarda ^ Testo completo, su nuraghe.eu. Salvatore Tola, La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC. Ma, prescindendo dalle divergenze stilistiche e da altri particolari minori, si pu dire che la lingua dei documenti antichi  assai omogenea e che, ad ogni modo, loriginaria unit della lingua sarda vi si intravede facilmente. Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso. Tagliavini, Le origini delle lingue neo-latine, Bologna, Patron, Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Walter de Gruyter, Bruni, Storia della lingua italiana, Dall'Umbria alle Isole, vol. 2, Torino, Utet. Orunesu, Valentino Pusceddu (a cura di). Cronaca medioevale sarda: i sovrani di Torres, 1993, Astra, Quartu S. Elena, p. 11. ^ Tale indirizzo politico, poi palesatosi con la lunga guerra sardo-catalana, era gi manifesto nel 1164 sotto la reggenza di Barisone I de Lacon-Serra, il cui sigillo recava le iscrizioni, di tipo decisamente "sardista" (Casula, Francesco Cesare. La scrittura in Sardegna dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino Editore, p.91) Baresonus Dei Gratia Rei Sardiniee ("Barisone, per grazia di Dio Re di Sardegna") e Est vis Sardorum pariter regnum Populorum (" la forza dei Sardi pari al regno dei Popoli"). I sardi di Arborea si allearono ai catalani per cacciare gli italiani. I pisani, battuti, lasciarono l'isola. I genovesi seguirono la stessa sorte. La nuova dominazione innesca per una sorta di rudimentale sentimento nazionale isolano. I sardi, cacciati finalmente i vecchi dominatori (gli italiani) intendono cacciare anche i catalani. Mariano IV di Arborea vuole infatti unificare l'isola sotto il suo scettro e impegna a tal punto le forze catalane che Pietro IV di Aragona  costretto a venire di persona nell'isola al comando di un nuovo esercito per consolidare la sua conquista. Sergio Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli. È evidente, scrive Casula, che la diversità di lingua e forse un atteggiamento di superiorità nei confronti dei sardi da parte degli Aragonesi mal accetto in generale e in particolare in un Paese che si considera sovrano fece sì che l'Arborea si mantenesse fedele alla tradizione italiana ormai recepita da secoli e adattata alle esigenze locali. Casula, Cultura e scrittura nell'Arborea al tempo della Carta de Logu, sta in Il mondo della Carta de Logu, Cagliari. La citazione si trova in: Francesco Bruni (direttore), AA.VV. Storia della lingua italiana, vol. II, Dall'Umbria alle Isole, Utet, Torino, Garzanti, Milano. Lo studio delle fonti documentarie di Arborea effettuato da Francesco Cesare Casula rileverebbe, a detta dell'autore, non solo una qual certa influenza toscana, ma persino un'affermazione di italianit. Francesco Cesare Casula, op. cit., 1979, p. 87; sta in Francesco Bruni (direttore). Bruni (direttore). Ferrer, Storia linguistica della Sardegna, Tbingen, Niemeyer. Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, Casula sostiene che chi non parlava o non capiva il sardo, per timore che fosse aragonese, veniva ucciso, riportando il caso di due giocolieri siciliani che, trovandosi a Bosa in quel periodo, furono aggrediti perch creduti iberici per la loro lingua incomprensibile. Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda, 1978, pp. 56-57. ^ Cfr. Francesco Cesare Casula, Le rivolte antiaragonesi nella Sardegna regnicola, 5, in Il Regno di Sardegna, vol. 1, Logus, Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Editrice Democratica Sarda. Casula, Profilo storico della Sardegna catalano-aragonese, Cagliari, Edizioni della Torre, 1982, p. 128. ^ Proto Arca Sardo; Maria Teresa Laneri, De bello et interitu marchionis Oristanei, Cagliari, CUEC, Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso. Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 29. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna. La "documentaria" nell'epoca aragonese, Cagliari, Editrice Democratica Sarda, 1978, p. 28. ^ Francesco Cesare Casula, La Sardegna catalano-aragonese, 6, in Il Regno di Sardegna, vol. 2, Logus. Casula, La storia di Sardegna. I sardi parlano una loro lingua peculiare, il sardo, sia in versi che in prosa, e questo in particolare nel Capo del Logudoro ove  pi pura, pi ricca ed elegante. E giacch sono immigrati qui, e ogni giorno ve ne giungono altri per praticarvi il commercio, molti spagnoli (tarragonesi o catalani) e italiani, si parlano anche le lingue spagnola (tarragonese o catalana) e quella italiana, sicch in un medesimo popolo si dialoga in tutti questi idiomi. I Cagliaritani e gli Algheresi si esprimono per, in genere, nella lingua dei loro maggiori, cio il catalano, mentre gli altri conservano quella autentica dei Sardi. Testo originale: [Sardi] Loquuntur lingua propria sardoa, tum ritmice, tum soluta oratione, praesertim in Capite Logudorii, ubi purior copiosior, et splendidior est. Et quia Hispani plures Aragonenses et Cathalani et Itali migrarunt in eam, et commerciorum caussa quotidie adventant, loquuntur etiam lingua hispanica et cathalana et italica; hisque omnibus linguis concionatur in uno eodemque populo. Caralitani tamen et Algharenses utuntur suorum maiorum lingua cathalana; alii vero genuinam retinent Sardorum linguam. Ioannes Franciscus Fara, De Chorographia Sardini Libri duo. De Rebus Sardois Libri quatuor, Torino, Typographia regia. Traduzione di Giovanni Lupinu, da Farae, In Sardiniae Chorographiam, "Sulla natura e usi dei Sardi", Gallizzi, Sassari. Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 185. Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo (secoli XVI-XVII), Il Maestrale. Dexart, Capitula sive acta curiarum Regni Sardiniae, Calari, 1645. lib. I, tit. 4, cap. 1 ^ Tutta la popolazione sarda che non abitava le citt e che era vassalla nei feudi era retta dalla Carta de Logu, promulgata da Eleonora dArborea e dichiarata legge nazionale dei Sardi da Alfonso V nel parlamento tenuto in Cagliari. Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Nuoro, Ilisso, 1997, p. 69. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda: storia, spirito e forma, Bern, Francke. Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton. Nughes, Alghero. Chiesa e societ nel XVI secolo, Edizioni del Sole, Nughes, Alghero. Chiesa e societ nel XVI secolo, Edizioni del Sole, Maninchedda, Il pi antico catechismo in sardo. Bollettino di studi sardi. Gessner, De differentiis linguarum tum veterum tum quae hodie apud diversas nationes in toto orbe terraru in usu sunt., Sardorum lingua. Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC, certamente i sardi hanno un tempo una lingua propria, ma poich diversi popoli immigrarono nell'isola e il suo governo è assunto da sovrani stranieri -- vale a dire da latini, pisani, genovesi, spagnoli ed africani --, la loro lingua è pesantemente corrotta, pur rimanendo un gran numero di vocaboli che non si ritrovano in alcun idioma. Ancor oggi essa conserva molti vocaboli della parlata latina. per questo che i sardi, a seconda delle zone, parlano in maniera tanto diversa. Appunto perchè hanno una dominazione così varia. Ci nonostante, fra loro si comprendono perfettamente. In questa isola vi sono comunque due lingue principali, una che si usa nelle città e un'altra che si usa al di fuori delle città. I cittadini parlano comunemente la lingua spagnola, tarragonese o catalana, che appresero dagl’ispanici, i quali ricoprono in quelle città la gran parte delle magistrature. Gl’altri, invece, conservano la lingua genuina dei sardi. Habuerunt quidem Sardi linguam propriam, sed quum diversi populi immigraverint in eam atque ab exteris principibus eius imperium usurpatum fuerit, nempe Latinis, Pisanis, Genuensibus, Hispanis et Afris, corrupta fuit multum lingua eorum, relictis tamen plurimis vocabulis, quae in nullo inveniuntur idiomate. [] Hinc est quod Sardi in diversis locis tam diverse loquuntur, iuxta quod tam varium habuerunt imperium, etiamsi ipsi mutuo sese recte intelligant. Sunt autem duae praecipuae in ea insula linguae, una qua utuntur in civitatibus, et altera qua extra civitates. Oppidani loquuntur fere lingua Hispanica, Tarraconensi seu Catalana, quam didicerunt ab Hispanis, qui plerumque magistratum in eisdem gerunt civitatibus: alii vero genuinam retinent Sardorum Linguam. Sigismondo Arquer; Maria Teresa Laneri, Sardiniae brevis historia et descriptio (PDF), CUEC. Turtas. La questione linguistica nei collegi gesuitici in Sardegna, in "Quaderni sardi di storia". Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, Wagner, op. cit., 1951, p. 391 e Antonio Sanna, Il dialetto di Sassari, Cagliari, Trois. Entrambi sono in Francesco Bruni. Migliorini, Breve storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni. Per quant en lo present regne hi ha algunes citats, com es la vila de Iglesias y Bosa, que tenen capitol de breu, ab lo qual se regexen, y son en llengua pisana o italiana; y por lo semblant la ciutat de Sasser t alguns capitols en llengua genovese o italiana; y per quant se veu no conv ni es just que lleys del regne stiguen en llengua strana, que sia provehit y decretat que dits capitols sien traduhits en llengua sardesca o catalana, y que los de llengua italiana sien abolits, talment que no reste memoria de aquells. E. Bottini-Massa, La Sardegna sotto il dominio spagnolo, Torino, 1902, p. 51. Jordi Carbonell i de Ballester, 5.2, in Elements d'histria de la llengua catalana, Publicacions de la Universitat de Valncia, 2018. Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (PDF), su filologiasarda.eu. Pintor, Storia letteraria di Sardegna, I, Torino, Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Berna, Francke, Verlag, 1951, p. 185 ^ Francesco Bruni, op. cit.. 1992 e 1996. p. 584. First attempts at national self-assertion through language date back to the 16th century, when G. Araolla, a speaker of Sassarese, wrote a poem intended to enrich and honour the Sardinian language. Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton, 1993, p. 286. ^ Intendendo esservi una "naturalit" della lingua propria delle diverse "nazioni", cos come v' la lingua naturale della "nazione sarda", espressione, quest'ultima, non usata ma ben sottintesa. Ignazio Putzu, Gabriella Mazzon, Lingue, letterature, nazioni. Centri e periferie tra Europa e Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda: dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, , Cuec, Cagliari, p. 92. ^ Francesco Bruni. Bacallar, el sard botifler als orgens de la Real Academia Espaola - VilaWeb. Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, Bruni. Ci si riferisce allo statuto della Confraternita del SS. Sacramento, fondata nel 1639 e della costituzione di quella dei Servi di Maria. Francesco Bruni. Sorgia, Storia della Sardegna spagnola, Sassari, Chiarella, Virdis, Sos battudos. Movimenti religiosi penitenziali in Logudoro, L'Asfodelo Editore. Il brano qui riportato non  soltanto illustrativo di una chiara evoluzione di diglossia con bilinguismo dei ceti medio-alti (il cavaliere sa lo spagnolo e il sardo), ma anche di un rapporto gerarchico, tra lingua dominante (o "egmone", come direbbe Gramsci) e subordinata, che tuttavia concede spazio al codice etnico, rispettato e persino appreso dai conquistatori. Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 99. ^ Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo, Il Maestrale. ^ Los tercios espaoles solo podan ser comandados por soldados que hablasen castellano, cataln, portugus o sardo. Cualquier otro tena vedado su ascenso, por eso los italianos que chapurreaban espaol se hacan pasar por valencianos para intentar su promocin. Olaya, La segunda vida de los tercios, in El País. Hobart, A Companion to Sardinian History, 5001500, Leiden, Boston, Brill, Turtas, Studiare, istruire, governare. La formazione dei letrados nella Sardegna spagnola, EDES, 2001, p. 236. ^ Totu sas naziones iscrient e imprentant sos libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa Sardigna  sigomente est una natzione  depet iscriere e imprentare sos libros in limba sarda. Una limba chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de afinicamentos, ma non est de contu prus pagu de sas ateras limbas neolatinas. ("Tutte le nazioni scrivono e stampano libri nella propria lingua natale, e dunque anche la Sardegna - dal momento che  una nazione - deve scrivere e stampare libri in lingua sarda. Una lingua - segue il Garipa - che senza dubbio necessita di arricchimenti e limature, ma non  meno importante rispetto alle altre lingue neolatine."). Casula, Francesco. Sa chistione de sa limba in Montanaru e oe. Maninchedda: Nazionalismo, cosmopolitismo e provincialismo nella tradizione letteraria della Sardegna, in: Revista de filologa Romnica. Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli. Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 65. ^ I territori della casa di Savoia si allargano fino al Ticino; importante  l'annessione della Sardegna (1718), perch la vita amministrativa e culturale dell'isola, che prima si svolgeva in spagnolo, si viene orientando, seppur molto lentamente, verso la lingua italiana. Bruno Migliorini, Breve storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, Lepori, Dalla Spagna ai Savoia. Ceti e corona della Sardegna del Settecento (Roma) ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton. Arce, España en Cerdea. Aportación cultural y testimonios de su influjo, Madrid, Consejo Superior de Investigaciones Cientficas, Instituto Jernimo Zurita,  Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, pp. 168-169. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton, Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre. Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza. Palmarocchi (1936). Sardegna sabauda. Il regime di Vittorio Amedeo II. Cagliari: Tip. Mercantile G. Doglio. p. 95. ^ Palmarocchi, Roberto. Sardegna sabauda, v. I, Tip. Mercantile G. Doglio, Cagliari. Cardia, Amos. S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 86 ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, Cuec, Cagliari. Rossana Poddine Rattu. Biografia dei vicer sabaudi del Regno di Sardegna. Cagliari: Della Torre. Rocca, La cessione del Regno di Sardegna alla Casa Sabauda. Gli atti diplomatici e di possesso con documenti inediti, in "Miscellanea di Storia Italiana. Terza Serie", v.10, Torino, Fratelli Bocca. Ferrer, Peter Koch, Marzo. Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics. De Gruyter Mouton. La più diffusa, e storicamente precocissima, consapevolezza dell'isola circa lo statuto di "lingua a s" del sardo, ragion per cui il rapporto tra il sardo e l'italiano ha teso a porsi fin dall'inizio nei termini di quello tra due lingue diverse (benchè con potere e prestigio evidentemente diversi), a differenza di quanto normalmente avvenuto in altre regioni italiane, dove, tranne forse nel caso di altre minoranze storiche, la percezione dei propri "dialetti" come "lingue" diverse dall'italiano sembrerebbe essere un fatto relativamente pi recente e, almeno apparentemente, meno profondamente e drammaticamente avvertito. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton. La consapevolezza di alterit rispetto all'italiano si spiega facilmente non solo per i quasi 400 anni di fila sotto il dominio ispanico, che hanno agevolato nei sardi, rispetto a quanto avvenuto in altre regioni italiane, una prospettiva globalmente pi distaccata nei confronti della lingua italiana, ma anche per il fatto tutt'altro che banale che gi i catalani e i castigliani consideravano il sardo una lingua a s stante, non solo rispetto alla propria ma anche rispetto all'italiano. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton. Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance linguistics, De Gruyter Mouton. L'ufficiale Giulio Bechi ebbe a dire dei sardi che parlavano un terribile idioma, intricato come il saraceno, sonante come lo spagnolo. immagina del latino pestato nel mortaio con del greco e dello spagnolo, con un pizzico di saraceno, masticato fitto fitto in una barba con delle finali in os e as; sbatti tutto questo in faccia a un mortale e poi dimmi se non val lo stesso esser sordomuti! Giulio Bechi, Caccia grossa. Scene e figure del banditismo sardo, Nuoro, Ilisso. Lingue fuori dell'Italiano e del Sardo nessuno ne impara, e pochi uomini capiscono il francese; piuttosto lo spagnuolo. La lingua spagnuola s'accosta molto anche alla Sarda, e poi con altri paesi poco sono in relazione. [...] La popolazione della Sardegna pare dalli suoi costumi, indole, etc., un misto di popoli di Spagna, e del Levante conservano vari usi, che hanno molta analogia con quelli dei Turchi, e dei popoli del Levante; e poi vi  mescolato molto dello Spagnuolo, e dir cos, che pare una originaria popolazione del Levante civilizzata alla Spagnuola, che poi coll'andare del tempo divenne pi originale, e form la Nazione Sarda, che ora distinguesi non solo dai popoli del Levante, ma anche da quelli della Spagna. Francesco D'Austria-Este, Descrizione della Sardegna, ed. Giorgio Bardanzellu, Cagliari, Della Torre, 1993, 1812, p. 43, 64. tanto nativa per me la lingua italiana, come la latina, francese o altre forestiere che solo s'imparano in parte colla grammatica, uso e frequente lezione de' libri, ma non si possiede appieno dice infatti Andrea Manca Dell'Arca, agronomo sassarese ('Ricordi di Santu Lussurgiu di Francesco Maria Porcu In Santu Lussurgiu dalle Origini alla "Grande Guerra" - Grafiche editoriali Solinas - Nuoro, 2005) ^ Francesco Sabatini, Minoranze e culture regionali nella storiografia linguistica italiana, in I dialetti e le lingue delle minoranze di fronte all'italiano (Atti dell'XI Congresso internazionale di studi della SLI, Societ di linguistica italiana, a cura di Leoni, Cagliari,e pubblicati da Bulzoni, Roma, 1979, p. 14.) L'italianizzazione dell'isola fu un obiettivo fondamentale della politica sabauda, strumentale a un pi ampio progetto di assimilazione della Sardegna al Piemonte. Cardia, Amos. S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 92 ^ En aquest sentit, la italianitzaci definitiva de l'illa representava per a ell l'objectiu ms urgent, i va decidir de contribuir-hi tot reformant les Universitats de Cller i de Ssser, bandejant-ne alhora els jesutes de la direcci per tal com mantenien encara una relaci massa estreta amb la cultura espanyola. El ministre Bogino havia ents que noms dins d'una Universitat reformada podia crear-se una nova generaci de joves que contribussin a homogenetzar de manera absoluta Sardenya amb el Piemont. Joan Armangu i Herrero (2006). Represa i exercici de la conscincia lingstica a l'Alguer, Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ The phonology of Campidanian Sardinian : a unitary account of a self-organizing structure, Roberto Bolognesi, The Hague: Holland Academic Graphics, p. 3 ^ Cardia, Amos. S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 88, 91. ^ Ai funzionari sabaudi, inseriti negli ingranaggi dell'assolutismo burocratico ed educati al culto della regolarit e della precisione, l'isola appariva come qualcosa di estraneo e di bizzarro, come un Paese in preda alla barbarie e all'anarchia, popolato di selvaggi tutt'altro che buoni. Era difficile che quei funzionari potessero considerare il diverso altrimenti che come puro negativo. E infatti essi presero ad applicare alla Sardegna le stesse ricette applicate al Piemonte. Dirigeva la politica per la Sardegna il ministro Bogino, ruvido e inflessibile.. Guerci, Luciano (2006). L'Europa del Settecento : permanenze e mutamenti , UTET, p. 576 ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p.80 Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 77. Bolognesi, Roberto; Heeringa, Wilbert. Sardegna fra tante lingue, pp.25, 2005, Condaghes Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 181 ^ In Sardegna, dopo il passaggio alla casa di Savoia, lo spagnolo perde terreno, ma lentissimamente: solo nel 1764 l'italiano diventa lingua ufficiale nei tribunali e nell'insegnamento. Bruno Migliorini, La Rassegna della letteratura italiana, vol. 61, Firenze, Le Lettere, 1957, p. 398. ^ Anche la sostituzione dell'italiano allo spagnolo non avvenne istantaneamente: quest'ultimo rest lingua ufficiale nelle scuole e nei tribunali fino al 1764, anno in cui da Torino fu disposta una riforma delle universit di Cagliari e Sassari e si stabil che l'insegnamento scolastico dovesse essere solamente in italiano. Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, 2009, p. 9. ^ Cardia, Amos. S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, p. 89 ^ L'attivit riformatrice si allarg anche ad altri campi: scuole in lingua italiana per riallacciare la cultura isolana a quella del continente, lotta contro il banditismo, ripopolamento di terre e ville deserte con Liguri, Piemontesi, Crsi. Roberto Almagia et al., Sardegna, Enciclopedia Italiana (1936)., Treccani, "Storia". ^ Rivista storica italiana, vol. 104, Edizioni scientifiche italiane, 1992, p. 55. ^ Clemente Caria, Canto sacro-popolare in Sardegna, Oristano, S'Alvure, 1981, p. 45. ^ Sant'Efisio cantato in castigliano: rinvenuti gosos dell'800, su unionesarda.it, 2017. ^ Il sistema di controllo capillare, in ambito amministrativo e penale, che introduce il Governo sabaudo, rappresenter, fino all'Unit, uno dei canali pi diretti di contatto con la nuova lingua "egemone" (o lingua-tetto) per la stragrande maggioranza della popolazione sarda. Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 111. ^ Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 89, 92. ^ Francesco Gemelli, Luigi Valenti Gonzaga, Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, vol. 2, Torino, Giammichele Briolo, 1776. ^ Matteo Madao, Saggio d'un'opera intitolata Il ripulimento della lingua sarda lavorato sopra la sua analogia colle due matrici lingue, la greca e la latina, Cagliari, Bernardo Titard, 1782. ^ Matteo Madau, Dizionario Biografico Treccani, su treccani.it. ^ Marcel Farinelli, Un arxiplag invisible: la relaci impossible de Sardenya i Crsega sota nacionalismes, segles XVIII-XX, su tdx.cat, Universitat Pompeu Fabra. Institut Universitari d'Histria Jaume Vicens i Vives, p. 285. ^ Matteo Madau, Ichnussa. Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 111-112. ^ Febrs, la prima grammatica sul sardo. A lezione di limba dal gesuita catalano, su sardiniapost.it. ^ Febres, Andres (1786). Prima grammatica de' tre dialetti sardi , Cagliari [consultabile nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, Collezione Baille, ms. 11.2.K., n.18] ^ Eduardo Blasco Ferrer, Giorgia Ingrassia (a cura di). Storia della lingua sarda : dal paleosardo alla musica rap, evoluzione storico-culturale, letteraria, linguistica. Scelta di brani esemplari commentati e tradotti, 2009, Cuec, Cagliari, p. 127. ^ Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg. 182-183. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna, 1. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 95. ^ Costoro erano spartiti fra il desiderio di un nazionalismo sardo quale eredit recente degli eventi di fine Settecento, da un lato, e la costruzione della nuova nazione italiana di cui volevano essere parte attiva, dallaltro, pur senza che nulla venisse loro sottratto delle idealit del nazionalismo sardo del secolo precedente. Maurizio Virdis, Geostorica sarda. Produzione letteraria nella e nelle lingue di Sardegna, Rhesis UniCa, p. 21. ^ Nel caso della Sardegna, la scelta della patria italiana  avvenuta da parte delle lite legate al dominio sabaudo sin dal 1799, in modo esplicito, pi che altro come strategia di un ceto che andava formandosi attraverso la fusione fra aristocrazia, nobilt di funzione e borghesia, in reazione al progetto antifeudale, democratico e repubblicano della Sarda rivoluzione. Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 84. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 92. ^ [Il Porru] In generale considera la lingua un patrimonio che deve essere tutelato e migliorato con sollecitudine. In definitiva, per il Porru possiamo ipotizzare una probabilmente sincera volont di salvaguardia della lingua sarda che per, dato il clima di severa censura e repressione creato dal dominio sabaudo, dovette esprimersi tutta in funzione di un miglior apprendimento dell'italiano. Siamo nel 1811, ancora a breve distanza dalla stagione calda della rivolta antifeudale e repubblicana, dentro il periodo delle congiure e della repressione. Cardia, Amos (2006). S'italianu in Sardnnia candu, cumenti e poita d'ant impostu: 1720-1848; poderi e lngua in Sardnnia in edadi spanniola, Iskra, Ghilarza, pp. 112-113. ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 93 ^ Johanne Ispanu, Ortographia Sarda Nationale o siat Grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana (PDF), su sardegnadigitallibrary.it, Kalaris, Reale Stamperia, 1840. URL consultato il 26 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 26 giugno 2019). ^ []Ciononostante le due opere dello Spano sono di straordinaria importanza, in quanto aprirono in Sardegna la discussione sul "problema della lingua sarda", quella che sarebbe dovuta essere la lingua unificata e unificante, che si sarebbe dovuta imporre in tutta l'isola sulle particolarit dei singoli dialetti e suddialetti, la lingua della nazione sarda, con la quale la Sardegna intendeva inserirsi tra le altre nazioni europee, quelle che nell'Ottocento avevano gi raggiunto o stavano per raggiungere la loro attuazione politica e culturale, compresa la nazione italiana. E proprio sulla falsariga di quanto era stato teorizzato e anche attuato a favore della nazione italiana, che nell'Ottocento stava per portare a termine il processo di unificazione linguistica, elevando il dialetto fiorentino e toscano al ruolo di "lingua nazionale", chiamandolo "italiano illustre", anche in Sardegna l'auspicata "lingua nazionale sarda" fu denominata "sardo illustre". Massimo Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, pp. 11-12, Premessa. ^ Il presente lavoro per restringesi propriamente al solo Logudorese ossia Centrale, che questo forma la vera lingua nazionale, la pi antica e armoniosa e che soffr alterazioni meno delle altre. Ispanu, Johanne (1840). Ortographia sarda nationale o siat grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s'italiana, pg. 12 ^ Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Giangiacomo Ortu, 2006. Storia della Sardegna dal Settecento a oggi, v. 2, Editori Laterza, p. 94. ^ "Una innovazione in materia di incivilimento della Sardegna e d'istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe importantissima, si  quella di proibire severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l'uso dei dialetti sardi, prescrivendo l'esclusivo impiego della lingua italiana. In sardo si gettano i cosiddetti pregoni o bandi; in sardo si cantano gl'inni dei Santi (Goccius), alcuni dei quali privi di dignit  necessario inoltre scemare l'uso del dialetto sardo [sic] e introdurre quello della lingua italiana anche per altri non men forti motivi; ossia per incivilire alquanto quella nazione, s affinch vi siano pi universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo s finalmente per togliere una delle maggiori divisioni, che sono fra la Sardegna e i Regi stati di terraferma." Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, pp. 49-51. ^ In una sua opera del 1848 egli mostra di considerare la situazione isolana come carica di pericoli e di minacce per il Piemonte e propone di procedere colpendo innanzitutto con decisione la lingua sarda, proibendola cio "severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche". Baudi di Vesme non si fa illusioni: l'antipiemontesismo non  mai venuto meno nonostante le proteste e le riaffermazioni di fratellanza con i popoli di terraferma; si  vissuti anzi fino a quel momento - aggiunge - non in attesa di una completa unificazione della Sardegna al resto dello Stato ma addirittura di un "rinnovamento del novantaquattro", cio della storica "emozione popolare" che aveva portato alla cacciata dei Piemontesi. Ma, rimossi gli ostacoli che sul piano politico-istituzionale e soprattutto su quello etnico e linguistico differenziano la Sardegna dal Piemonte, nulla potr pi impedire che l'isola diventi un tutt'uno con gli altri Stati del re e si italianizzi davvero. Federico Francioni, Storia dell'idea di "nazione sarda", in Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, pp. 173-174. Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 306. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 305. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 313. ^ Sebastiano Ghisu, 3, 8, in Filosofia de logu, Milano, Meltemi, 2021. Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.184 ^ Des del seu crrec de capit general, Carles Flix havia lluitat amb m rgida contra les darreres actituds antipiemonteses que encara dificultaven l'activitat del govern. Ara promulgava el Codi felici (1827), amb el qual totes les lleis sardes eren recollides i, sovint, modificades. Pel que ara ens interessa, cal assenyalar que el nou codi abolia la Carta de Logu  la consuetud de la naci sardesca, vigent des de l'any 1421  i all que restava de l'antic dret municipalista basat en el privilegi. Joan Armangu i Herrero (2006). Represa i exercici de la conscincia lingstica a l'Alguer (ss. XVIII-XX), Arxiu de Tradicions de l'Alguer, Cagliari, I.1 ^ Cimitero antico, su Sito ufficiale del comune di Ploaghe. ^ Carlo Baudi di Vesme, Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, Dalla Stamperia Reale, 1848, p. 167. ^ Pietro Martini, Sullunione civile della Sardegna colla Liguria, con il Piemonte e colla Savoia, Cagliari, Timon, 1847, p. 4. Toso, Fiorenzo. Lingue sotto il tetto d'Italia. Le minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte - 8. Il sardo, su treccani.it. ^ Dettori, Antonietta, 2001. Sardo e italiano: tappe fondamentali di un complesso rapporto, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto. Limba lingua language: lingue locali, standardizzazione e identit in Sardegna nellera della globalizzazione, Cagliari, CUEC, p. 88. ^ Gian Nicola Spanu, Il primo inno d'Italia  sardo (PDF). URL consultato il 23 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale l'11 ottobre 2017). ^ Carboni, Salvatore (1881). Sos discursos sacros in limba sarda, Bologna, cit. in Salvi, Sergio (1974). Le lingue tagliate, Rizzoli, pp. 186-187. Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 114. Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 115. ^ Manlio Brigaglia, La Sardegna, 2. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 175. ^ Manlio Brigaglia, Un'idea della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre, 2017. ^ Marita Kaiser, Federico Masini, Agnieszka Stryjecka (a cura di), Competenza comunicativa: insegnare e valutare, Rome, Sapienza Universit Editrice, 2021, p. 49. Fiorenzo Toso, Moschetto e dialetto, su treccani.it, 2014. ^ Alfredo Graziani, Fanterie sarde all'ombra del Tricolore, Sassari, La Nuova Sardegna, 2003, p. 257. ^ Storia della Brigata Sassari, Sassari, Gallizzi, 1981, p. 10. ^ L'amarezza leggiadra della lingua. Atti del Convegno "Tonino Ledda e il movimento felibristico del Premio di letteratura 'Citt di Ozieri'. Percorsi e prospettive della lingua materna nella poesia contemporanea di Sardegna" : giornate di studio, Ozieri, 4-5-6 maggio 1995, Centro di documentazione e studio della letteratura regionale, 1997, p. 346. ^ Il ventennio fascista segn per la Sardegna l'ingresso nel sistema nazionale. Il centralismo esasperato del governo fascista riusc, seppure - come si dir - con qualche contraddizione, a tacitare le istanze regionalistiche, comprimendole violentemente. La Sardegna fu colonialisticamente integrata nella cultura nazionale: modi di vita, costumi, visioni generali, parole d'ordine politiche furono imposte sia attraverso la scuola (dalla quale part un'azione repressiva nei confronti della lingua sarda), sia attraverso l'organizzazione del partito (che accompagn, come in ogni altra regione d'Italia, i sardi dalla prima infanzia alla maturit, oltre tutto coinvolgendo per la prima volta - almeno nelle citt - anche le donne). La trasformazione che ne segu fu vasta e profonda. Guido Melis, La Sardegna contemporanea, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 132. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, 2017, p. 36. Remundu Piras, su sardegnacultura.it. URL consultato il 17 febbraio 2018 (archiviato dall'url originale il 30 ottobre 2020). Sardegna Cultura. ^ Dopo pisani e genovesi si erano susseguiti aragonesi di lingua catalana, spagnoli di lingua castigliana, austriaci, piemontesi ed, infine, italiani [] Nonostante questi impatti linguistici, la "limba sarda" si mantiene relativamente intatta attraverso i secoli. [] Fino al fascismo: che viet l'uso del sardo non solo in chiesa, ma anche in tutte le manifestazioni folkloristiche. Wolftraud De Concini, Gli altri d'Italia : minoranze linguistiche allo specchio, Pergine Valsugana, Comune, Farinelli, The invisible motherland? The Catalan-speaking minority in Sardinia and Catalan nationalism, in: Studies on National Movements, Pittau, Grammatica del sardo illustre, Nuoro, Premessa. Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli. Est torradu Montanaru, Francesco Masala, Messaggero. Atzeni, Mediterranea: politica e cultura in una RIVISTA FASCISTA, Cagliari, AM & D, Montanaru e la lingua sarda, su Il Manifesto Sardo. Il diffondere luso della lingua sarda in tutte le scuole di ogni ordine e grado non  per gli educatori sardi soltanto una necessit psicologica alla quale nessuno pu sottrarsi, ma  il solo modo di essere Sardi, di essere cio quello che veramente siamo per conservare e difendere la personalit del nostro popolo. E se tutti fossimo in questa disposizione di idee e di propositi ci faremmo rispettare pi di quanto non ci rispettino. Antioco Casula, Poesie scelte, Cagliari, Edizioni 3T. Poddighe, Salvatore. Sa Mundana Cummdia, Editore Domus de Janas, Il prezzo che si pag fu altissimo: la compressione della cultura regionale, la frattura sempre pi netta tra il passato dei sardi e il loro futuro italiano, la riduzione di modi di vita e di pensiero molto radicati a puro fatto di folclore. I codici di comportamento tradizionali delle zone interne resistettero, seppure insidiati e spesso posti in crisi dalla invasione di nuovi valori estranei alla tradizione della comunit; in altre zone della Sardegna, invece, i modelli culturali nazionali prevalsero facilmente sull'eredit del passato e ci, oltre a provocare una crisi d'identit con preoccupanti riflessi sociali, segn una frattura non pi rimarginabile tra le generazioni. Guido Melis, La Sardegna contemporanea, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La geografia, la storia, l'arte e la letteratura, vol. 1, Cagliari, Edizioni Della Torre. Brigaglia et al., Un'idea della Sardegna, in Storia della Sardegna, Cagliari, Edizioni della Torre, 2017. ^ Carlo Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore, Cit. Manlio Brigaglia, in Fiorenzo Caterini, La mano destra della storia. La demolizione della memoria e il problema storiografico in Sardegna, Carlo Delfino Editore. Le argomentazioni sono sempre le stesse, e sostanzialmente possono essere riassunte con il legame a loro avviso naturale tra la lingua sarda, intesa come la lingua delle societ tradizionali, e la lingua italiana, connessa ai cosiddetti processi di modernizzazione. Essi hanno interiorizzato l'idea, molto rozza e intellettualmente grossolana, che essere italofoni  essere "moderni". La differenza tra modernit e tradizione  ai loro occhi di sostanza, si tratta di due tipi di societ opposti per natura, in cui non esiste continuit di pratiche, di attori, n esistono forme miste. Alessandro Mongili. "9". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Martin Harris, Nigel Vincent, The Romance languages, London, New York. Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli. Sa limba sarda - Giovanna Tonzanu, su midesa.it. The Sardinian professor fighting to save Gaelic  and all Europe's minority tongues, The Guardian. Conferenza di Casula sulla Lingua sarda: sfatare i pi diffusi pregiudizi sulla lingua sarda. ^ La lingua sarda oggi: bilinguismo, problemi di identit culturale e realt scolastica, Maurizio Virdis (Universit di Cagliari), su francopiga.it. ^ Quando muore una lingua si oscura il cielo: da "Lettera a un giovane sardo" dell'antropologo Bachisio Bandinu. La tendenza che caratterizza invece molti gruppi dominati quella di gettare a mare i segni che indicano la propria appartenenza a un'identità stigmatizzata. quello che accade in Sardegna con la sua lingua. Mongili. "1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Strumenti giuridici per la promozione della lingua sarda, su sardegnacultura.it, Sardegna Cultura. Relazione di accompagnamento al disegno di legge Norme per la tutela, valorizzazione e promozione della lingua sarda e delle altre variet linguistiche della Sardegna. Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli. Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo (PDF), Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla, Mattone, Le radici dell'autonomia. Civilt locali e istituzioni giuridiche dal Medioevo allo Statuto speciale, in Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre. Come dimostra l'iter dell'approvazione dello Statuto sardo, il braccio di ferro tra le classi dirigenti nazionali, rappresentate dal potere centrale, e la classe dirigente locale si risolse a tutto svantaggio di quest'ultima. Paradossalmente, come nel 1668, nel 1793-96, nel 1847 le classi dirigenti locali venivano sconfitte proprio per lo scarso peso contrattuale che avevano a livello nazionale quando si trattava di far valere le proprie rivendicazioni. La vicenda dello Statuto regionale pone quindi in piena luce le radici profonde del fallimento della borghesia sarda, la sua organica debolezza, le preoccupazioni e la riserva che hanno sempre accompagnato le sue aspirazioni liberiste e sardistiche. Ma bisogna anche ricordare che lo Statuto sardo  stato approvato nel contesto di un clima politico nazionale completamente mutato. Manlio Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre, Pala, Idee di Sardegna, Carocci Editore, 2016, p. 118. ^ Pintore, Gianfranco (1996). La sovrana e la cameriera: La Sardegna tra sovranit e dipendenza. Nuoro: Insula. Casula, Gianfranco Contu, Storia dell'autonomia in Sardegna, dall'Ottocento allo Statuto Sardo, Dolianova, Stampa Grafica del Parteolla. Serve per il Piano di rinascita, oggi bisogna puntare sulle vere peculiarit, in La Nuova Sardegna, 20 novembre 2022. ^ se i poteri della Carta sarda apparivano estesi sul piano economico (pur con limiti in sede di applicazione concreta), lo statuto lasciava scoperto totalmente lambito sociale e culturale. L'art. 1 dello statuto, infatti, non fa alcun riferimento n alla nozione di popolo sardo n di lingua sarda []. Manca il fondamento della soggettivit di popolo che invece  previsto in altri statuti speciali. Per esempio, mancano i riconoscimenti di tipo etnolinguistico e culturale. Pala, Carlo. La Sardegna. Dalla vertenza entrate al federalismo fiscale?, in Istituzioni del Federalismo. Rivista di studi giuridici e politici, Cardia, Mariarosa. La conquista dell’autonomia, in Berlinguer, Luigi e Mattone, Antonello. La Sardegna, Torino, Einaudi, Brigaglia, La Sardegna. La cultura popolare, l'economia, l'autonomia, vol. 2, Cagliari, Edizioni Della Torre, Lingua sarda: dall'interramento alla resurrezione? - Il Manifesto Sardo. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton. Anche qui, per quanto riguarda le percentuali di posticipatari [ripetenti] presenti nel campione, viene rilevata una loro maggiore presenza nelle regioni settentrionali e una diminuzione costante nel passaggio dal Centro al Sud. In Val d'Aosta sono il 31% e nelle scuole italiane della Provincia di Bolzano il 38%. Scendendo al sud, la tendenza alla diminuzione  la stessa della scuola media, fino ad arrivare al 13% in Calabria. Unica eccezione la Sardegna che arriva al 30%. Le cause ipotizzate sono sempre le stesse. La Sardegna, in controtendenza con le regioni dell'Italia meridionale, a cui quest'autore vorrebbe associarla, mostra percentuali di ripetenze del tutto analoghe a quelle di regioni abitate da altre minoranze linguistiche. Bolognesi, Le identità linguistiche dei Sardi, Condaghes, 2013, p. 66. ^ Mongili, Alessandro, in Corongiu, Giuseppe, Il sardo: una lingua normale, Condaghes, 2013, Introduzione ^ Ancora oggi, nonostante l'eradicazione e la stigmatizzazione della sardofonia nelle generazioni pi giovani, il "parlare sbagliato" dei sardi contribuisce con molta probabilit all'espulsione dalla scuola del 23% degli studenti sardi (contro il 13% del Lazio e il 16% della Toscana), e lo giustifica in larga misura anche di fronte alle sue stesse vittime (ISTAT). Alessandro Mongili. "9". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton. Salvi, Le lingue tagliate, Rizzoli, pg.198-199 (EN) Rebecca Posner, John N. Green (a cura di), Trends in Romance Linguistics and Philology: Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, Lingua e musica in Sardegna - Sardegnamondo, su sardegnamondo.blog.tiscali.it. Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, Corriga (edited by), 1977. Etnia, lingua, cultura : un dibattito aperto in Sardegna, EDES, Tradizione, identit e cultura sarde nella scuola, Giovanni Lilliu, Coluzzi. Minority Language Planning and Micronationalism in Italy: An Analysis of the Situation of Friulian, Cimbrian and Western Lombard with Reference to Spanish Minority Languages. Peter Lang. p. 45. ^ Pier Sandro Pillonca, La lingua sarda nelle istituzioni. Quarant'anni di dibattiti in Consiglio Regionale, Rende, Edizioni Fondazione Sardinia, The University of Cagliari passed a resolution demanding from regional and state authorities the recognition of the Sardinians as an ethnic and linguistic minority and of Sardinian as their national language. Rebecca Posner, John N. Green (1993). Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance. De Gruyter Mouton. p. 272. ^ Rebecca Posner, John N. Green (1993). Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance. De Gruyter Mouton. Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, Posner, Green. Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance. De Gruyter Mouton. Pillonca, La lingua sarda nelle istituzioni. Quarant'anni di dibattiti in Consiglio Regionale (PDF), Rende, Edizioni Fondazione Sardinia, Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli. ^ Nel Mura, tali trasformazioni socioeconomiche sono state considerate come generative di un cambiamento pari a una vera e propria mutazione antropologica della realt isolana. Mura, Giovanni. Fuddus e chistinis in srdu e italinu, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro. Nella coscienza dei sardi, in analogia con i processi che caratterizzano la subalternità ovunque, si  costituita un'identità fondata su alcune regole che distinguono il dicibile (autonomia in politica, italianità linguistica, criteri di gusto musicali convenzionali non sardi, mode, gastronomie, uso del tempo libero, orientamenti politici) come campo che pu comprendere quasi tutto ma non l'indicibile, cio ci che viene stigmatizzato come "arretrato", "barbaro", "primitivo", cio sardo de souche, "autentico". Questa esclusione del sardo de souche, originario, si  costituita lentamente attraverso una serie di atti repressivi – Butler --, dalle punizioni scolastiche alla repressione FASCISTA del sardismo, ma anche grazie alla pratica quotidiana del passing e al diffondersi della cultura di massa in epoca recente (in realtà molto più porosa della cultura promossa dall'istruzione centralizzata). Alessandro Mongili (2015). "1". Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna. Condaghes. ^ Mura, Giovanni. Fuddus e chistinis in srdu e italinu, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro, p. 3. ^ It also triggered a negative attitude on the part of the Sardinians, if not a pervasive sense of inferiority of the Sardinian ethnic and cultural identity. Costale, Sistu. Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia. Cambridge Scholars Publishing. p. 123. ^ It also became obvious that the polarization of the language controversy had brought about a change in the attitude towards Sardinian and its use. Sardinian had become a symbol of ethnic identity: one could be proud of it and it served as a marker to distance oneself from the 'continentali' [Italians on the continent]. Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton. It also turned out that this segregation from Italian became proportionately stronger as speakers felt that they had been let down by the 'continentali' in their aspirations towards better socio-economic integration and greater social mobility. Rebecca Posner, John N. Green, Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton. The data in Sole 1988 point to the existence of two opposing tendencies: Sardophone speakers hold their language in higher esteem these days than before but they still use it less and less. Posner, Green, Bi-lingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton, Schedati tutti gli insegnanti che vogliono portare la lingua sarda nelle scuole, in Nazione Sarda, 20 gennaio 1981. ^ (SC) Sarvadore Serra, Cando ischedaiant sos maistros de sardu, in Limba Sarda 2.0, 28 gennaio 2021. URL consultato il 1 febbraio 2021. ^ Francesco Casula, Lingua sarda: dallinterramento alla resurrezione?, in Il Manifesto Sardo. Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton, 2017, p. 37. ^ Pier Sandro Pillonca, La lingua sarda nelle istituzioni. Quarant'anni di dibattiti in Consiglio Regionale (PDF), Rende, Edizioni Fondazione Sardinia. Braunmller, Ferraresi. Aspects of multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia: University of Hamburg. John Benjamins Publishing Company. p. 238. ^ Sentenza n.290/1994, pres. Casavola. ^ Deplano, Andrea (1996). Etnia e folklore : storia, prospettive, strumenti operativi, Artigianarte, Cagliari, Pinna, M.T. Catte. Educazione bilingue in Sardegna: problematiche generali ed esperienze di altri paesi, Edizioni di Iniziative culturali, Sassari. ^ Oppo, Anna. Le lingue dei sardi, Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda. Manuals of Romance Linguistics, De Gruyter Mouton. Pillonca, La lingua sarda nelle istituzioni. Quarant'anni di dibattiti in Consiglio Regionale (PDF), Rende, Edizioni Fondazione Sardinia, Pau, in un suo intervento ne La Nuova Sardegna (18 aprile 1978, Una lingua defunta da studiare a scuola), sosteneva che "per tutti l'italiano era un'altra lingua nella quale traducevamo i nostri pensieri che, irrefrenabili, sgorgavano in sardo" e ancora, per la lingua sarda "abbiamo vissuto, per essa abbiamo sofferto, per essa viviamo e vivremo. Il giorno che essa morr, moriremo anche noi come sardi." (cit. in Melis Onnis. Fueddariu sardu campidanesu-italianu, Domus de Janas, Presentazione) ^ Marco Oggianu, Paradiso turistico o la lenta morte di un popolo?, su gfbv.it. ^ Se dunque il quadro delle competenze e degli usi linguistici  contraddittorio ed estremamente eterogeneo per le ragioni che abbiamo citato prima, non altrimenti si pu dire per l'opinione. Questa  generalmente favorevole a un mutamento dello status pubblico della lingua sarda e delle altre lingue della Sardegna, le vuole tutelare e vuole diffonderne l'uso, anche ufficiale. Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, Il ruolo della lingua sarda nelle scuole e nelle universit sarde (Institut fr Linguistik/Romanistik). ^ Damien Simonis, Sardinia, Lonely Planet Publications. Ai docenti di sardo lezioni in italiano, Sardegna 24 - Cultura, su sardegna24.net. ^ Silanus diventa la capitale dei vocabolari dialettali, La Nuova Sardegna. La situazione sociolinguistica della Sardegna settentrionale, Mauro Maxia. ^ Da un'isola all'altra: Corsica e Sardegna - Jean-Pierre Cavaill. ^ Sardinian language use survey, su uoc.edu. ^ Niente messa in limba, lettera al vescovo: Perch in chiesa  vietato parlare in sardo? - SardiniaPost. ^ Nuovo appello dei fedeli ai vescovi: celebrare le messe in lingua sarda ^ Caro Mastino, non negare l'evidenza: per te il sardo  una lingua morta. Che l'Universit di Sassari vorrebbe insegnare come se fosse il latino - Vito Biolchini. ^ Lingua sarda: la figuraccia di Mastino, rettore dell'Universit di Sassari. ^ I mass media in Sardegna (Institut fr Linguistik/Romanistik). ^ Sardinian in Italy (qualora si riscontrino problemi per la consultazione di suddetto documento, si selezioni List by languages, Sardinian, Sardinian in Italy), su uoc.edu. ^ No al sardo in Rai, Pigliaru: Discriminazione inaccettabile - La Nuova Sardegna. Bill excluding Sardinian, Friulian from RAI broadcasts sparks protest - Nationalia. ^ Brenzinger et all. (2003). Language Vitality and Endangerment, Document submitted to the International Expert Meeting on UNESCO Programme Safeguarding of Endangered Languages, Paris. Lewis, Gary F. Simons. Assessing Endangerment: Expanding Fishmans GIDS. L'uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere (XLSX). Istat. Storia della lingua sarda, vol. 3, a cura di Giorgia Ingrassia e Eduardo Blasco Ferrer, CUEC, Stranos Elementos, musica per dare voce al disagio sociale. Il passato che avanza a ritmo di rap - La Nuova Sardegna. Cori e rappers in limba alla Biennale - La Nuova Sardegna. La lingua sarda al cinema. Un'introduzione. Di Floris e Pinna – UniCa. Storia della lingua sarda, vol. 3, a cura di Giorgia Ingrassia e Eduardo Blasco Ferrer, CUEC, Do you speak su Sardu? - Irene Bosu , Focus Sardegna. ^ Cagliari, promosso a pieni voti il tredicenne che ha dato l'esame in sardo - Sardiniapost. ^ Eleonora d'Arborea in sardo? La prof. continentale dice no - Sardiniapost. ^ Sassari, studente dell'Alberghiero si diploma parlando in sardo - ULS Alta Barona (La Nuova Sardegna). Esame di maturit per la limba: Buddus, la tesina di Elio Altana scritta in italiano ma discussa in logudorese - La Nuova Sardegna. ^ Quartu,esame di terza media in campidanese:studenti premiati in Comune - CastedduOnline. ^ Studentessa dialoga in sardo con il presidente dei docenti - Nuova Sardegna. ^ In sardo all'esame di maturit. La scelta di Lia Obinu al liceo scientifico di Bosa - Bentos. ^ Studente sostiene l'esame di terza media su Grazia Deledda interamente in sardo, L'Unione Sarda, 2016. ^ La maturit ad Orgosolo: studente-poeta in costume sardo, tesina in limba, Sardiniapost.it. ^ Col costume sardo all'esame di maturit discute la tesina in "limba", Casteddu. Quartu, discusses the maturity exam in Sardinian: "I wanted to honor a beautiful and rich language" ^ Nozze in lingua sarda a Cagliari - Il primo matrimonio in Municipio. ^ Matrimonio in sardo a Mogoro, Il s in limba di Simone e Svetlana - Unione Sarda. ^ Matrimonio in limba - Iscanu / Scano di Montiferro. ^ Il matrimonio in "limba" piace, la delibera sbarca anche a Quartu - Unione Sarda. ^ All'esame di terza media con una tesina in sardo, La Nuova Sardegna. ^ Sardinian 'rebels' redraw island map - The Local. ^ La limba sulle mappe di Google - La Nuova Sardegna. Su Google Maps spariscono i nomi delle citt in sardo - La Nuova Sardegna. Io ci credo, noi ci crediamo E tu? Dinamo Sassari (versione del sito in sardo). ^ Il Cagliari parla in sardo: era ora! Adesso abbia la forza di insistere e rilanciare - SardegnaSport, su sardegnasport.com. Bene su Casteddu in sardu (ma rispetet s'ortografia de is sardos) - Limba Sarda 2.0. ^ Facebook in sardo:  possibile ottenerlo se noi tutti compiliamo la richiesta - LaBarbagia.net. ^ Come si mette la lingua sarda su Facebook - Giornalettismo. Facebook in sardo: ora  realt, su labarbagia.net. ^  arrivato Facebook in lingua sarda, Wired. ^ Telegram in sardu: oe si podet, Sa Gazeta, su sagazeta.info. Tecnologies de la sobirania, VilaWeb. ^ La limba nel cielo: le costellazioni ribattezzate in sardo, La Nuova Sardegna. ^ Skype language files for additonal languages, Sardu. ^ Finanziato da Google nasce il primo traduttore automatico per la lingua sarda, Unione Sarda, su unionesarda.it. Firefox parla in sardo: la missione di Sardware per diffondere la limba sul web, su La Nuova Sardegna, Loddo, Firefox, como su navigadore web faeddat sardu, su Istrias. Lingua sarda: "trinta prenu" per i primi due studenti, Unica.it[collegamento interrotto]. ^ Nasce Sardistica, lingue e culture della civilt isolana, in La Nuova Sardegna. ^ 30 e lode in lingua sarda per gli studenti tedeschi, La Donna Sarda. I tedeschi studiano il sardo nell'isola - La Nuova Sardegna. Da Mogoro all'Islanda per insegnare il sardo: così promuovo l'isola, Videolina.it. ^ Studenti cechi imparano il sardo - La Nuova Sardegna. ^ Ecco come insegno il sardo nella Repubblica Ceca - Sardiniapost. ^ In citt il professore giapponese che insegna la lingua sarda a Tokio - In citt il professore giapponese che insegna la lingua sarda a Tokyo - La Nuova Sardegna. ^ "Limba" made in Japan - La Nuova Sardegna. Il professore giapponese che insegna il sardo ai sardi - La Nuova Sardegna. ^ Sergio Lubello, Manuale Di Linguistica Italiana, Manuals of Romance linguistics, De Gruyter, Valdes, Valori, opinioni e atteggiamenti verso le lingue locali, in Oppo, Anna. Le lingue dei sardi: una ricerca sociolinguistica, Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it. Al giorno d'oggi i sardi stessi si identificano con loro lingua meno di quanto facciano altre minoranze linguistiche esistenti in Italia, e viceversa sembrano identificarsi con l'italiano pi di quanto accada per altre minoranze linguistiche d'Italia (Paulis, Giulio (2001). Il sardo unificato e la teoria della panificazione linguistica, in Argiolas, Mario; Serra, Roberto, Limba lingua language: lingue locali, standardizzazione e identit in Sardegna nellera della globalizzazione, Cagliari, CUEC, p. 161) ^ Il bilinguismo perfetto  ancora solo un miraggio, in La Nuova Sardegna, 2021. ^ La situazione del sardo in questi ultimi decenni risente da un lato degli esiti del processo di italianizzazione linguistica, profondo e pervasivo, e dall'altro di un processo che si pu definire come risardizzazione linguistica, intendendo con questo una serie di passaggi che incidono sulla modifica dello status del sardo come lingua, sulla determinazione di una regola scritta, sulla diffusione del suo uso nei media e nella comunicazione pubblica e, infine, sullo sviluppo del suo uso come lingua di comunicazione privata e d'uso in set d'interazione interpersonale dai quali era stato precedentemente bandito o considerato sconveniente. Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore, 2017, pp. 67-68. ^ T. Telmon, Aspetti sociolinguistici delle eteroglossie in Italia, in Storia della lingua italiana, 3, Le altre lingue, Torino, Einaudi, 1994, p. 944. ^ Roberto Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Condaghes, Lingua e società in Sardegna - Mauro Maxia. The socio-linguistic sub-ordination of Sardinian to Italian has resulted in the gradual degeneration of the Sardinian language into an Italian patois under the label of regional Italian. This new linguistic code that is emerging from the interference between Italian and Sardinian is very common among the less privileged cultural and social classes. La subordinazione sociolinguistica del sardo all'italiano ha ingenerato un processo di degenerazione graduale della lingua sarda in un patois italiano etichettato come "italiano regionale". Questo nuovo codice linguistico, che emerge dall'interferenza tra italiano e sardo,  particolarmente comune presso i meno privilegiati ceti socio-culturali."). Relazione Euromosaic "Sardinian in Italy". Euromosaic, 1995 ^ Andrea Corsale e Giovanni Sistu, Sardegna: geografie di un'isola, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 191, 199. Roberto Bolognesi, Un programma sperimentale di educazione linguistica in Sardegna (PDF), su comune.lode.nu.it. Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton, Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter. Si sos Sardos an a sighire a faeddare in italianu a sos fizos che a como, tando est malu a creer chi sa limba amministrativa, sinstandardizatzione e finas su sardu in iscola an a poder cambiare abberu sas cosas. Se i sardi continueranno a parlare in italiano ai loro figli, come avviene ora, sar difficile credere che la lingua amministrativa, la standardizzazione e finanche l'introduzione del sardo nelle scuole potranno davvero cambiare le cose. Paulis, Variet locali e standardizzazione nella dinamica dello sviluppo linguistico, in Corongiu, Giuseppe; Romagnino, Carla. Sa Diversidade de sas Limbas in Europa, Itlia e Sardigna. Atos de sa conferntzia regionale de sa limba sarda. Macumere, 28-30 Santandria 2008, Casteddu, Edizione de sa Regione Autnoma de Sardigna. Difendere l'italiano per resuscitare il sardo, L'Indiscreto, Enrico Pitzianti. La standardizzazione del sardo, oppure: quante lingue standard per il sardo? E quali? (Institut fr Linguistik/Romanistik). Le contese sulla Lsc. Lo standard  il futuro. Senza diktat - Alessandro Mongili. Toso, 1, in Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, Societ editrice Il Mulino. Ci nonostante non si  potuto n frenare l'italianizzazione progredente attraverso la scuola e gli ambiti ufficiali, n restituire vitalit al sardo in famiglia. La trasmissione intergenerazionale, fattore essenziale per la riproduzione etnolinguistica, resta seriamente compromessa. Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch, Daniela Marzo, Manuale di linguistica sarda, De Gruyter Mouton. Yet, it cannot be ignored that at present many speakers, who have frequently been brought up in Italian, have a restricted active or even a merely passive command of their ethnic language. Braunmller, Ferraresi. Aspects of multilingualism in European language history. Amsterdam/Philadelphia: University of Hamburg. John Benjamins Publishing Company. Costale, Giovanni Sistu (2016). Surrounded by Water: Landscapes, Seascapes and Cityscapes of Sardinia. Cambridge Scholars Publishing. Lubello, Manuale Di Linguistica Italiana, Manuals of Romance linguistics, De Gruyter. Lingue di minoranza e scuola, Carta Generale. Ministero della Pubblica Istruzione, su minoranze-linguistiche-scuola.it. V. il ricorso.. dell'avvocato Besostri contro la legge elettorale italiana. Tra gli aspetti che necessitano una immediata rivisitazione - aggiunge il governatore - vi  il fatto che nel nostro Statuto Speciale di Autonomia non  ancora contemplata una norma che in qualche modo richiami e contenga la lingua e la cultura isolana. Mentre, per contro, negli Statuti della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige, per quanto emananti nello stesso periodo, tali norme son ben presenti. Il che ha consentito il riconoscimento di un pacchetto di misure e agevolazioni da parte della Repubblica proprio in ragione del fatto di essere territori aventi lo status di minoranza etnolinguistica. Giornata mondiale della lingua madre, Solinas: "Il sardo deve avere la stessa dignit dell'italiano", in L'Unione Sarda. La Cassazione: "Il sardo  una lingua, non pu essere considerato un dialetto" - Unione Sarda. ^ Lingue di minoranza e scuola. A dieci anni dalla Legge Quaderni della Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolasticie per lAutonomia Scolastica (PDF). Lingua sarda, Legislazione Internazionale, Sardegna Cultura, su sardegnacultura.it. Italia, sulle lingue minoritarie passi ancora da fare, su affarinternazionali.it. Lingua sarda, Marilotti (M5s): "Occorre ratifica della Carta europea delle lingue minoritarie", su cagliaripad.it. ^ European Parliamentary Research Service. Regional and minority languages in the European Union, Briefing. La mancata ratifica della Carta rivela le scorrettezze del Belpaese L'Europa e il sardo: cartellino giallo per l'Italia - Unione Sarda. L'Ue richiama l'Italia: non ha ancora firmato la Carta di tutela - Messaggero Veneto. ^ Question for written answer E-005984-17 to the Commission, Rule 130, Renato Soru (S&D), su europarl.europa.eu. The Council of Europe Advisory Committee on the Framework Convention for the Protection of National Minorities, Fourth Opinion on Italy. Il Consiglio d'Europa: Lingua sarda discriminata, norme non rispettate, L'Unione Sarda. ^ Resolution CM/ResCMN(2017)4 on the implementation of the Framework Convention for the Protection of National Minorities by Italy, Council of Europe, su rm.coe.int. ^ Piera Serusi, Se i ragazzi non parlano la lingua degli anziani, su da L'Unione Sarda (Universit degli Studi di Cagliari. Universit contro spending review Viene discriminato il sardo - Sassari Notizie, su sassarinotizie.com. ^ Il consiglio regionale si sveglia sulla tutela della lingua sarda, su buongiornoalghero.it.  (CA) Alguer.it Salviamo sardo e algherese in Parlamento, su notizie.alguer.it. Scuola e minoranze linguistiche, vertice a Roma, su lanuovasardegna.it. ^ Sentenza Corte costituzionale, depositata su ricorso della regione Friuli-VG, su giurcost.org. ^ Delibera della Giunta regionale. Dicitura bilingue per lo stemma della Regione, in La Nuova Sardegna, Il Consiglio si prende la Limba, da oggi interventi autonomi dal Governo - SardiniaPost. ^ Sardegna, approvata la legge che d lo status ufficiale di lingua al sardo, La Nuova Sardegna. ^ Sardegna, s alla legge per la tutela della lingua: sar insegnata nelle scuole, La Repubblica.it. ^ Lingua sarda: quest'anno niente corsi nelle scuole, in L'Unione Sarda. ^ Manca, 5Stelle, denuncia: 100 docenti di lingua sarda rischiano il lavoro, in La Nuova Sardegna, 2019. ^ Niente lingua sarda a scuola, la legge regionale  inattuata, in La Nuova Sardegna, 2020. ^ Nella Procura di Oristano si parla sardo: primo sportello giudiziario in Italia per una lingua minoritaria, in La Nuova Sardegna, 2021. ^ Jones, Sardinian Syntax, Routledge, Pittau, Grammatica del Sardo Illustre, su pittau.it. Pittau, Grammatica del sardo illustre, Sassari, Carlo Delfino Editore, OCLC. Nel periodo giudicale si osserva una certa unitariet del modo di scrivere il sardo, ma non si ha notizia di alcuna regolazione: la sua ufficialit era implicita e data per scontata. Nei circoli umanisti e in quelli gesuitici, rispettivamente, si  osservato un tentativo di fornire una regolazione, ma tali tentativi furono non solo ostacolati ma anche repressi dalle autorit coloniali ispaniche e soprattutto sabaude. Paolo Caretti et al., Regioni a statuto speciale e tutela della lingua, G. Giappichelli Editore. L'esistenza di una striscia di "terra di nessuno" (fatta eccezione, comunque, per i dialetti di Laconi e Seneghe) tra dialetti meridionali e settentrionali, come anche della tradizionale suddivisione della Sardegna in due "capi" politico-amministrativi oltre che, ma fino a un certo punto, sociali e antropologici (Cabu de Susu e Cabu de Jossu), ma soprattutto della popolarizzazione, condotta dai mass media negli ultimi trent'anni, di teorie pseudo-scientifiche sulla suddivisione del sardo in due variet nettamente distinte tra di loro, hanno contribuito a creare presso una parte del pubblico l'idea che il sardo sia diviso tra le due variet del "campidanese" e del "logudorese". In effetti, si deve pi correttamente parlare di due tradizioni ortografiche, che rispondono a queste denominazioni, mettendo bene in chiaro per che esse non corrispondono a nessuna variet reale parlata in Sardegna. Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Condaghes, p. 93 Giuseppe Corongiu, Il sardo: una lingua normale: manuale per chi non ne sa nulla, non conosce la linguistica e vuole saperne di pi o cambiare idea, Cagliari, Condaghes, OCLC Bolognesi, Il dimezzamento del sardo fra scienza e politica, su Bolognesu: in sardu. Bolognesi, Simbentu de su campidanesu e de su logudoresu, su Bolognesu: in sardu. Bolognesi, Le identit linguistiche dei sardi, Cagliari, Condaghes, OCLC 874573242. In altre parole, queste divisioni del sardo in logudorese e campidanese sono basate unicamente sulla necessit - chiarissima nel Cetti - di arrivare comunque a una divisione della Sardegna in due "capi". La grande omogeneit grammaticale del sardo viene ignorata, per quanto riguarda gli autori tradizionali, in parte per mancanza di cultura linguistica, ma soprattutto per la volont, riscontrata esplicitamente in Spano e Wagner, di dividere il sardo e i sardi in variet "pure" e "spurie". In altri termini, la divisione del sardo in due variet nettamente distinte  frutto di un approccio ideologico alla variazione dialettale in Sardegna ^ The phonetic differences between the dialects occasionally lead to communicative difficulties, particularly in those cases where a dialect is believed to be 'strange' and 'unintelligible' owing to the presence of phonetic peculiarities such as laryngeal or pharyngeal consonants or nazalized vowels in Campidanese and in the dialects of central Sardinia. In his comprehensive experimental-phonetic study, however, Contini concludes that inter-dialectal intelligibility exists and, on the whole, works satisfactorily. Posner, Green, Bi-lingualism and Linguistic Conflict in Romance, De Gruyter Mouton. Contini, Etude de gographie phontique et de phontique instrumentale du sarde, Cagliari, Edizioni dell'Orso, OCLC Bolognesi e Wilbert Heeringa, Sardegna fra tante lingue - il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi (PDF), Cagliari, Condaghes, OCLC. Bolognesi, Una lingua unitaria che non ha bisogno di standardizzazioni, su Bolognesu: in sardu, 9 gennaio 2018. URL consultato il 14 novembre 2020. ^ Regole Ortografiche - Premio Ozieri di Letteratura Sarda, su premiozieri.it. Regione Autonoma della Sardegna, LIMBA SARDA COMUNA - Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dellAmministrazione regionale, su regione.sardegna.it. ^ Xavier Frias, Proposte di Miglioramento dello Standard Sardo L.S.C.. Bolognesi, S alla lingua sarda standard, ma con questi emendamenti, su vitobiolchini.it, Arrgulas po ortografia, fontica, morfologia e fueddriu de sa Norma Campidanesa de sa Lngua Sarda (PDF), su provincia.cagliari.it, DELIBERATZIONE N. 16/14 DE SU - Limba Sarda Comuna. Adotzione de sas normas de referntzia de cartere isperimentale pro sa limba sarda iscrita in essida de sAmministratzione regionale, su regione.sardegna.it. Regione Autonoma della Sardegna, Monitoraggio sull'utilizzo sperimentale della Limba Sarda Comuna, su sardegnacultura.it. Gobbo e Laura Vardeu, Which Sardinian for education?, in Contested Languages: The hidden multilingualism of Europe, Gobbo, Laura Vardeu, Which Sardinian for education? Renzi, Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino, Per vedere il vocabolo principale, in aggiunta a vari localismi, visitare il Ditzionriu in lnia. In alternativa, la perifrasi su mere/meri de sa bidda. Mensching, Einfhrung in die sardische Sprache, Bonn, Romanistischer Verlag, Bolognesi, Wilbert Heeringa (2005). Sardegna fra tante lingue. Il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi. Condaghes, Ainas ^ (DE) Guido Mensching, Einfhrung in die sardische Sprache, Bonn, Romanistischer Verlag, academia.edu. Paulis, L'influsso linguistico fenicio-punico in Sardegna. Nuove acquisizioni e prospettive di ricerca, in Circolazioni culturali nel Mediterraneo antico. Atti della giornata camito-semtica e indo-europea, I Convegno Internazionale di linguistica dell'area mediterranea, Sassari, a cura di Filigheddu, Cagliari, Corda, Paulis, Sopravvivenze della lingua punica in Sardegna, in L'Africa romana, Atti del VII Convegno di Studio, Sassari, Sassari, Gallizzi, Mensching, Einfhrung in die sardische Sprache, Bonn, Romanistischer Verlag, carnaval, su Diccionario de la lengua espaola. Mensching, Einfhrung in die sardische Sprache, Bonn, Romanistischer Verlag, Putzu Ferrer, Atti Convegno Linga Gadduresa, Palau), su maxia-mail.doomby.com. RAE - ASALE, prensa, su Diccionario de la lengua espaola. URL consultato il 2 maggio 2016. ^ (DE) Guido Mensching, Einfhrung in die sardische Sprache, Bonn, Romanisticher Verlag, azul, su Diccionario de la lengua espaola. RAE - ASALE, bveda, su Diccionario de la lengua espaola. brinco, su Diccionario de la lengua espaola. che; che, su Diccionario de la lengua espaola. RAE - ASALE, dengue; dengue, su Diccionario de la lengua espaola. Mensching, Einfhrung in die sardische Sprache, Bonn, Romanistischer Verlag, escarmiento, su Diccionario de la lengua espaola. gana, su Diccionario de la lengua espaola. RAE - ASALE, garapia, su Diccionario de la lengua espaola. jcara, su Diccionario de la lengua espaola. RAE - ASALE, montn, su Diccionario de la lengua espaola. RAE - ASALE, porfa, su Diccionario de la lengua espaola. RAE - ASALE, tirria, su Diccionario de la lengua espaola. tomate, su Diccionario de la lengua espaola. topar, su Diccionario de la lengua espaola. ^ Quali erano anticamente i nomi pi diffusi in Sardegna? ^ I toponimi sardi, un tesoro da riscoprire come i luoghi che raccontano Brenda Man Qing Ong e Francesco Perono Cacciafoco, Unveiling the Enigmatic Origins of Sardinian Toponyms, in Languages. Bibliografia Vissentu Porru, Dizionariu universali sardu-italianu, Casteddu, Spano, Ortografia sarda nazionale, Cagliari, Reale Stamperia. Spano, Vocabolario sardo-italiano e italiano-sardo, Bologna-Cagliari, Arnaldo Forni, Wagner, Fonetica storica del sardo [H. P. Grice: “I knew more of the phonology of Greek and Latin than I did of English!”], Cagliari, Trois. Traduzione di: Historische Lautlehre des Sardinischen. Wagner, La lingua sarda. Storia, spirito e forma, Berna, Francke, ; ora a cura di Giulio Paulis, Nuoro. Max Leopold Wagner, Dizionario etimologico sardo, Heidelberg, Carl Winter, Cagliari, Trois. Angioni, Giulio, Pane e formaggio e altre cose di Sardegna, Zonza, Cagliari. Angioni, Giulio, Tutti dicono Sardegna, EDeS, Cagliari. Francesco Alziator, Storia della letteratura di Sardegna, Cagliari, 3T, Anatra, Editoria e pubblico in Sardegna fra Cinque e Seicento, Roma, Bulzoni,  Maxia, Mauro, Lingua Limba Linga. Indagine sull'uso dei codici linguistici in tre comuni della Sardegna settentrionale, Cagliari, Condaghes. Maxia, Mauro, La situazione sociolinguistica della Sardegna settentrionale, in Sa Diversidade de sas Limbas in Europa, Itlia e Sardigna, Regione Autnoma de Sardigna, Bilartzi, Kamps e Lepori, Sardisch fur Mollis & Muslis., Steinhauser, Wuppertal, 1985. Blasco Ferrer, Eduardo, Linguistica sarda. Storia, metodi, problemi, Condaghes, Cagliari, 2003. Blasco Ferrer, Eduardo Paleosardo. Le radici linguistiche della Sardegna neolitica, Berlin/New York Bolognesi, Roberto e Wilbert Heeringa, Sardegna tra tante lingue: il contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo a oggi, Condaghes, Cagliari. Bolognesi, Roberto, Le identit linguistiche dei sardi, Condaghes Bolognesi, Roberto The phonology of Campidanian Sardinian : a unitary account of a self-organizing structure, The Hague: Holland Academic Graphics Cardia, Amos, S'italianu in Sardnnia, Iskra. Cardia, Amos, Apedala dimniu, I sardi, Cagliari, Casula, Francesco, La Lingua sarda e l'insegnamento a scuola, Alfa, Quartu Sant'Elena. Casula, Francesco, Breve storia della scrittura in Sardegna, EDES, Cagliari, Francesco Casula, Letteratura e civilt della Sardegna. Volume I, 1. ed, Dolianova, Grafica del Parteolla, Francesco Casula, Letteratura e civilt della Sardegna. Volume II, 1. ed, Dolianova, Grafica del Parteolla, Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, it, Carlo Delfino Editore, Sugeta, Shigeaki, Su bocabolariu sinotticu nugoresu - giapponesu - italianu: sas 1500 paragulas fundamentales de sa limba sarda, Della Torre, Cagliari. Sugeta, Shigeaki, Cento tratti distintivi del sardo tra le lingue romanze: una proposta, Colomo, Salvatore (a cura di), Vocabularieddu Sardu-Italianu / Italianu-Sardu. Giuseppe Corongiu, Il sardo. Una lingua normale. Manuale per chi non ne sa nulla, non conosce la linguistica e vuole saperne di pi o cambiare idea, Cagliari, Condaghes, OCLC Farina, Luigi, Vocabolario Nuorese-Italiano e Bocabolariu Sardu Nugoresu-Italianu. Jones, Michael Allan, Sintassi della lingua sarda (Sardinian Syntax), Condaghes, Cagliari, Lepori, Antonio, Vocabolario moderno sardo-italiano: 8400 vocaboli, CUEC, Cagliari. Lepori, Antonio, Zibaldone campidanese, Castello, Cagliari, Lepori, Antonio, Fueddriu campidanesu de sinnimus e contrrius, Castello, Cagliari. Lepori, Antonio, Dizionario Italiano-Sardo Campidanese, Castello, Cagliari, Lepori, Antonio, Gramtiga sarda po is campidanesus, C.R., Quartu S. Elena, Lepori, Antonio, Stria lestra de sa literadura sarda. De su Nascimentu a su segundu Otuxentus, C.R., Quartu S. Elena, 2005. Mario Argiolas, Roberto Serra. Limba lingua language : lingue locali, standardizzazione e identit in Sardegna nell'era della globalizzazione, Cagliari: Cuec. Mameli, Francesco, Il logudorese e il gallurese, Soter, Villanova Monteleone, Mensching, Guido, Einfhrung in die sardische Sprache, Romanistischer Verlag, Bonn, 1992. Mercurio,Giuseppe, S'allega baroniesa. La parlata del sardo-baroniese  fonetica, morfologia, sintassi, Ghedini, Milano, Ong, Brenda Man Qing e Francesco Perono Cacciafoco, Unveiling the Enigmatic Origins of Sardinian Toponyms, Languages, Pili, Marcello, Novelle lanuseine: poesie, storia, lingua, economia della Sardegna, La sfinge, Ariccia. Pira, Michelangelo, Sardegna tra due lingue, Della Torre, Cagliari, 1984. Pittau, Massimo, Grammatica del sardo-nuorese, Patron, Bologna, Pittau, Massimo, Grammatica della lingua sarda, Delfino, Sassari, Pittau, Massimo, Dizionario della lingua sarda: fraseologico ed etimologico, Gasperini, Cagliari Putzu, Ignazio, La posizione linguistica del sardo nel contesto mediterraneo, in Neues aus der Bremer Linguistikwerkstatt. aktuelle Themen und Projekte, a cura di Cornelia Stroh, Universittsverlag Dr. N. Brockmeyer, Bochum, Rubattu, Antonino, Dizionario universale della lingua di Sardegna, Edes, Sassari, 2003. Rubattu, Antonino, Sardo, italiano, sassarese, gallurese, Edes, Sassari, Grimaldi, Lucia, Code switching nel sardo  un segno di disintegrazione o di ristrutturazione socio-linguistica? Wolf, Studi barbaricini: miscellanea di saggi di linguistica sarda, Cagliari. Heinz Jrgen Wolf],Studia ex hilaritate : mlanges de linguistique et d'onomastique sardes et romanes offerts  Monsieur Heinz Jrgen Wolf, Wolf, Toponomastica barbaricina: i nomi di luogo dei comuni di Fonni, Gagoi, Lodine, Mamoiada, Oliena, Ollolai, Olzai, Orgsolo, Ovodda, Editore Insula, Nuoro, Wolf, Il Vocabolario sardo geografico patronimico ed etimologico di Giovanni Spano, Quaderni Bolotanesi n. 31, Bolotana, Tola, La Letteratura in Lingua Sarda. Testi, autori, vicende, Cagliari, CUEC, OCLC Salvatore Tola, 50 anni di premi letterari in lingua sarda, 1. ed, Sestu, Domus de Janas, OCLC Toso, Fiorenzo, La Sardegna che non parla sardo, Cuec, 2012 Poscheddu, Peppe; a cura di Giuseppe Petazzi. Vocabolario medico : italiano-sardo sardo-italiano, 2D Editrice Mediterranea, Cagliari Alessandro Mongili, Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna, Cagliari, Condaghes. Corongiu, A dies de oe. Annotos pro una limba sarda tzvica e cuntempornea, Cagliari, Condaghes Voci correlate Sardegna Grammatica sarda Lingua protosarda Prenomi sardi Cognomi sardi Limba Sarda Comuna Italiano regionale della Sardegna Nuova letteratura sarda Varianti della lingua sarda Sardo logudorese Sardo campidanese Lingue alloglotte della Sardegna Lingua sassarese Lingua gallurese Dialetto algherese Dialetto tabarchino Bilinguismo Segnaletica bilingue in Sardegna Toponimi della Sardegna AlWikipedia dispone di un'edizione in sardo sc.wikipedia.org canti in sardo proverbi in sardo Sardu.wiki, Atlante dei lemmi della lingua sarda, su sardu.wiki. Apertium. Traduttore automatico dall'italiano al sardo.. CROS - Curretore regionale ortogrficu sardu in lnia. Memorie in lingua sarda, interviste realizzate in sardo (sottotitolate in Italiano e Sardo) in tutti i comuni della Sardegna, su sardegnadigitallibrary.it. Vocabolariu durgalesu-italianu de Gonario Carta Brocca, su vocabolariudurgalesu.it. Sito Internet Sportello Lingua Sarda Universit di Cagliari, su formaparis.com. Ichnussa, la biblioteca digitale della poesia sarda, su poesias.it. Piccolo estratto del Piccolo Principe in sardo, su www3.germanistik.uni-halle.de. Dizionari (SC, IT, EN) Ditzionriu in lnia de sa limba e de sa cultura sarda - Dizionario sardo online, su ditzionariu.nor-web.eu. Dizionario universale della lingua di Sardegna [cf. H. P. Grice: “Austin would say: “Go through the dictionary: I got as far as BY-!” Rubattu A-L M-Z. Italiano - Sardo, su antoninurubattu.it. Logudorese. Campidanese. Nuorese. Italiano Bocabolariu Sardu nugoresu-Italianu, Italiano-Sardo nuorese - Farina, su sardegnacultura.it. Dizionario sardo-italiano, su birraichnusa.it. Vocabolario italiano-sardo (Giovanni Spano) - Sardegna Digital Library ( Giovanni Spano, Vocabolario Italiano-Sardo a cura di Paulis, su sardegnadigitallibrary.it, ILISSO  Bibliotheca sarda Grandi opere. Edizione originale Cagliari 1852 Normative Legge regionale, "Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna", Regione autonoma della Sardegna  Regione Autnoma de Sardigna. Legge Regionale, "Disciplina della politica linguistica regionale", Regione autonoma della Sardegna  Regione Autnoma de Sardigna. "Limba Sarda Comuna: Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell'Amministrazione regionale, su regione.sardegna.it. Deliberazione "Limba Sarda Comuna. Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell'Amministrazione regionale" (pdf) (PDF), su regione.sardegna.it. Deliberatzione n. 16/14 de "Limba Sarda Comuna: Adotzione de sas normas de referntzia de cartere isperimentale pro sa limba sarda iscrita in essida de s'Amministratzione regionale", su regione.sardegna.it. V  D  M Lingue romanze Lingue d'origine Latino classico Latino volgare Latino medievale Lingua sarda Sardo campidanese Sardo logudorese Lingue romanze italo-occidentali Lingue gallo-iberiche Lingue galloromanze Arpitano Faetano-cellese  Francoprovenzale Lingue gallo-italiche Emiliano  Ligure  Lombardo  Piemontese  Romagnolo Lingue d'ol Francese (Francese antico  Francese medio)  Normanno (Anglo-normanno)  Piccardo  Vallone Lingue retoromanze Friulano  Ladino  Romancio Lingue occitano-romanze Catalano  Occitano Lingue ibero-romanze Lingue iberiche occidentali Lingue asturiano-leonesi Asturiano  Cantabrico  Estremegno  Leonese  Mirandese Lingue castigliane Spagnolo (Spagnolo medievale)  Spagnolo amazzonico Lingue galiziano-portoghesi Galiziano  Minderico  Portoghese  Xlimego Lingue pirenaico-mozarabiche Aragonese  Mozarabico  Navarro-aragonese Lingue italo-dalmate Lingue italo-romanze Corso  Gallurese  Italiano Napoletano Sassarese  Siciliano Lingue dalmato-romanze Dalmatico  Istrioto Veneto Cipilegno  Talian  Veneto Lingue romanze orientali Arumeno  Rumeno  Meglenorumeno  Istrorumeno Lingue franche Lingua franca mediterranea/Sabir Lingue giudeo-romanze Giudeo-aragonese  Giudeo-catalano  Giudeo-francese  Giudeo-italiano  Giudeo-latino  Giudeo-portoghese  Giudeo-provenzale  Giudeo-spagnolo Classificazione incerta Romanzo africano  Romanzo britannico  Romanzo mosellano  Romanzo pannonico lingua estinta (nessun sopravvissuto tra i parlanti nativi e nessuno tra i discendenti) V  D  M Minoranze in Italia V  D  M Italia (bandiera) Lingue e dialetti d'Italia Portale Linguistica Portale Sardegna Categorie: Lingua sardaLingue SVO Lingue SOV Lingue VO S [altre]. Nome compiuto: Antioco Zucca. Zucca. Keywords: un filosofo di un filosofo. Refs.: Luigi Speranza, Un filosofo di un filosofo: Grice e Zucca, -- H. P. Grice, The Grice Papers, BANC, MSS The Bancroft Library, The University of California, Berkeley. Luigi Speranza, The Swimming-Pool Library, for the Anglo-Italian Club, Villa Speranza, Liguria, Italia.

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zuccante: l’implicatura conversazionale e la ragione – la scuola di Grancona – la scuola di Milano -- filosofia vicentina – filosofia veneta -- filosofia ialiana — Luigi Speranza pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Grancona). Abstract. Grice: “It amazes me to note the influence of the English empiricists on Italian culture, when they have monsters of their own! Z. has read Aristotle, and unlike many other than the great three – Bologna, Sorbona, Oxford – in the vernacular!” Keywords: storia della filosofia. Grice: “At Oxford, it would be unthinkable to have a professor professing on The Big History of Philosophy!” -- Filosofo veneto. Filosofo italiano. Grancona, Vicenza. Saggi filosofici. Storico italiano della filosofia Grancona, Vicenza, Milano. Professore di storia della filosofia all’accademia scientifico-letteraria di Milano, poi trasformata in facoltà di filosofia. Si occupa soprattutto di positivismo e di filosofia antica. Le sue principali opere sono: Saggi filosofici; La dottrina della coscienza morale in Spencer; Fra la filosofia antica e la moderno; Socrate; Mill e l’utilitarismo; Uomini e dottrine; Illizio e la morale. Professore di storia della filosofa nella r. accademia scientifico-letteraria di Milano. lt 0 M A TIPOGRAFIA DELLE TERME DIOCLEZIANE DI BALBI, Via della Mercede. La storia della filosofia e i rapporti suoi colla storia delia coltura e della civiltà. Saluto questa illustre città, esempio mirabile di vita intensamente operosa in tutti i campi, nelle industrie non meno e nei commerci che in ogni maniera d’istituzioni sociali e politiche, nelle lettere e nelle arti non meno che nelle scienze. Italiano o straniero, nessuno può dimorare anche per poco a Milano, senza ammirare, non dirò, le sue vie, i suoi giardini, i suoi templi, i suoi teatri, le sue scuole, i suoi istituti scientifici, i monumenti innalzati ai suoi grandi, le officine e gli stabilimenti immani, i segni esterni insomma di un’attività prodigiosa ; ma più di tutto le sorgenti intime di quest’attività, le qualità peculiari di un popolo forte e serio, per cui il lavoro è una seconda natura e il tempo è danaro ; per cui la vita non vale la spesa di essere vissuta, se non è rivolta al proseguimento di un fine alto e degno; di cui tutti gli sforzi cospirano a ciò : provvedere ai bisogni della vita materiale e alla ricerca della prosperità economica, ma non dimenticare i bisogni più elevati dello spirito e soddisfarli anzi nella misura più larga. Modesto lavoratore, ma diligente e coscienzioso, io non potevo, o Signori, desiderare campo più adatto alla mia attività che questa nobile città, che di lavoratori è piena, e di lavoro è insieme esempio ed eccitamento. E quando questa vostra accademia, che è come il centro della operosità letteraria e scientifica di Milano, mi fece l’onore di chiamarmi alla cattedra di storia della filosofia, esultò l’animo mio. Esultò, ma fu preso insieme da sgomento. Quest’Accademia, lo so bene, ebbe in ogni tempo insigni maestri, e ne ha tali anche oggi che onorano da soli una città e una nazione, e non posso io, conscio come sono della mia pochezza, non trovarmi a disagio in siffatta compagnia. D’altra parte i due che mi precedettero di recente nell’insegnamento che assumo oggi) hanno lasciato tale traccia di sè, o per vigoria d’intelletto e risorse inesauribili di critica e di polemica, o per genialità larga di studii e di parola, ch’io mi sento anche più da poco al loro confronto, e tutta comprendo la gravezza del compito a cui mi sobbarco. Ma l’esempio loro mi soccorra, o Signori, e il vostro favore non m’abbandoni; e se è vero che ognuno, e specialmente chi non è vecchio, fecondi e moltiplichi le proprie forze nell intima società di uomini insigni, mi giova sperare che aneli io sentirò moltiplicate le mie qui, dove splende tanta luce di scienza, e che, a questa cooperando anche in minima parte, mi mostrerò non indegno della fiducia di cui mi onoraste chiamandomi a questo posto. Colla storia dulia l'oltura e delia civiltà. D IL Ciò che dà l’impronta ad un secolo e ne forma come la caratteristica, voi ben lo sapete, o Signori, è non tanto il tesoro effettivo delle sue cognizioni, delle sue invenzioni e scoperte, quanto piuttosto la via che segue per giungere ai risultati a cui giunge, il modo con cui si rappresenta la natura e la vita, lo spirito che intornia e vivifica le sue ricerche. Ora del secolo nostro spirito informatore e abito mentale, a cosi dire, è il concepire la natura e la vita storicamente ; il rappresentarsi i fenomeni o morali e sociali, o biologici e fisici, come una continua evoluzione, come dipendenti gli uni dagli altri, come determinantisi reciprocamente in una sempre maggiore eterogeneità e complessità attraverso a differenziazioni successive. Scienza dei fatti vuol dire oggidi storia dei fatti; ogni maniera di scienza si può dire abbia assunto la forma storica; tutto il movimento scientifico contemporaneo è essenzialmente storico. Mentre nel secolo passato, in gian parte, si avea rinunziato ad ogni criterio storico e tradizionale, e con principii generalissimi e coi dati della ragione astratta si pretendeva ricostrurre la scienza, la religione, l’arte, la vita civile e sociale (il grande moto della rivoluzione nella Gallia è come l’attuazione pratica di questa tendenza), nel secolo nostro si riconobbe che fuori della storia non v’ha salute, che la storia non solo ci conserva il passato ed è la scuola migliore per l’avvenire, ma è addirittura la forma, a dir cosi, della vita e della civiltà. E già incominciando dalle scienze morali e sociali, prime ad assumere la forma storica, come quelle che s’occupano di fatti che più chiaro presentano il carattere dello svolgersi e formarsi progressivo, questo spirito storico andò a mano a mano propagandosi alle scienze stesse naturali, sicché oggidì non solo, ad esempio, la filologia classica, la linguistica, la scienza del diritto, quella delle religioni, l’economia, la letteratura e l'arte stessa hanno un fondamento essenzialmente storico, e metodo e procedimenti storici ; ma metodo e procedimenti storici hanno anche la geologia, la cosmologia, la biologia; poiché nella prima alla vecchia teoria degl’improvvisi cataclismi, dei subitanei rivolgimenti, delle creazioni ex nihilo, s’è sostituita quella delle lente e graduali trasfonnazioni della crosta terrestre e quindi d’una vera storia del nostro pianeta; e nella seconda l’idea, divinata dal Kant e ridotta a teoria dal Laplace, d’una graduale formazione del sistema solare da una materia diffusa, tiene oramai il campo ; e nella terza finalmente veniva a mano a mano perdendo terreno la dottrina del Cuvier sulla stabilità delle specie, e vi domina sovrana ora l’idea che, già divinata da Kant, daHerder e dai Gfoethe, assume, con Lamark e con Darwin specialmente, il valore di teoria e scoperta scientifica, sulla trasformazione delle specie, sull’evoluzione graduale e progressiva degli organismi viventi. Scienza della natura è oramai storia della natura, anche secondo il concetto dell’Haeckel, che all'opera sua dava il nome di storia naturale della creazione » ; scienza dello spirito è storia dello spirito. Come le faune e le flore si studiano nelle loro filiazioni e nei loro svolgimenti, cosi ogni scienza si studia nella filiazione e nello svolgimento dei suoi prodotti. La dottrina dell’evoluzione che è come l’anima di tutta quanta la coltura scientifica moderna, ha contribuito più che altra mai a diffondere questo spirito storico, che è diventato, a dir cosi, una cosa sola con essa. Conformemente a questa tendenza cosi spiccata che mostra il secolo nostro per lo storicismo, anche la filosofia è diventata una scienza essenzialmente storica. Per verità non mancano anche oggi tentativi di costruzioni filosofiche, fatte quasi in odio ad ogni spirito storico, ad ogni critica anclie rudimentale dei sistemi ; ma sono casi isolati, avanzi di tendenze antiscientifiche non ancora appieno scomparse, prodotti di cervelli, acuti anche, se si vuole, ma chiusi ad ogni altra idèa, che non sia quella del sistema o della chiesuola, e destinati perciò ad avere la vita d’un giorno. Siamo ben lontani oggi dal tempo in cui Cartesio, isolandosi nella riflessione individuale, esclamava che non vole\ r a neanche sapere se c erano stati P degli uomini prima di Ini », Quel suo disdegno pei il passato, quel suo proposito fermo di attingere solo alle sorgenti del proprio spirito, come se altri spiriti prima di lui non fossero stati, era giustificato da una naturale reazione contro l’autorità degli antichi, che dominava esclusiva nel medio evo; ed era forse necessario a pieparare i tempi nuovi e a fare che l’uomo nuovo, acquistando una nobile ed alta coscienza di sè, cimentasse cosi le proprie forze nell’acquisto dei nuovi veri. Oggi più che il proposito di Cartesio giova rammentare quello del Leibnitz, che, pur non disconoscendo la necessità della speculazione originale, voleva che questa s innestasse, per cosi dire, sul vecchio, e chiamava perciò in suo aiuto la storia. E in realtà le dottrine filosofiche hanno vita e si propagano o per somiglianza e imitazione, o per opposizione e contrasto; sicché in ogni caso il presente è figlio del passato e padre dell’avvenire. Una filosofia pertanto che faccia astrazione dalla sua storia, è presso a poco senza fondamento ; un pensiero che s’isoli volontariamente da tutto ciò che l’ha preceduto, vaga d’ordinario nel vuoto, e riesce a delle stranezze. Come potrebbe un problema filosofico essere affrontato convenientemente, se non se ne conoscessero tutti i lati e gli aspetti, se non si conoscesse come vi si è affaticato attorno lo spi (II Noucea.v Essai, livro 1, cb. 1, I.a véiité est plus rppan-ìiie qu’on ne penso ; mais elle est souvent affaiblie et mutile. En faisnnt remarquer le* traces de la veii-écliez Ics anciens, on tirerait l'or de la boue, le diamant de la mine, et la lumière dcs ténébres: et ce serait perenni quaedam philosophia. ‘t rito umano in ogni tempo, e quali furono i tentativi fatti per scioglierlo? Soltanto nei passato si può trovale la ragione del presente e ravviamento per l’avvenire. Mentre le altre scienze possono fino a un certo punto prescindere dalla loro storia, della filosofia invece è parte integrante la sua storia. Gli è che la filosofia e la sua storia hanno in fondo il medesimo oggetto; lo spirito che riflette su se stesso e vuol comprendere se stesso. Ciò che ogni individuo, colla riflessione filosofica, scopre in sè, la storia della filosofia ce lo fa trovare, come in un’immagine ingrandita, nelle dottrine che si sono succedute attraverso i tempi. Non a torto Wundt lamenta che chi si pone a filosofare si creda troppo spesso sciolto dall’obbligo di conoscere la storia della filosofia; e noi dal canto nostro lamentiamo che una scuola pur nobilissima, il Positivismo, che ha reso servigi segnalati alla scienza e alla filosofia, e che, fondandosi sul concetto dell’evoluzione, dovrebbe per ciò stesso tener conto della storia, la trascuri invece, o non la curi a sufficienza, latta qualche rara eccezione, massimamente in Italia, sotto pretesto che quasi tutto il passato è un tessuto di dottrine vane e fallaci, sogni metafisici di cui non giova occuparsi; e che solo il presente, il presente positivistico, è degno di studio. Invece tutte le dottrine sono degne di studio ad un modo, o Signori, come quelle che, rappresentando varii momenti della vita storica dello spiiito, Fouillèe.  HUloire de la Philosophie. Paris. Delagrave, Philonophic und WisscnirliaSt in Essays. la storia della filosofìa f« i uaì’ì'ort! suoi sono egualmente necessarie a rivelarne l’intima natura; ed ogni esclusivismo è perciò contrario alla scienza e impedisce la nozione vera dell’oggetto della filosofia. Le altre scienze hanno anch’esse una loro storia; ma riguarda più che altro il succedervisi delle ipotesi e delle teorie, l’affermarvisi di cognizioni nuove e di nuove idee alla luce di nuovi fatti, i rivolgimenti fecondi portativi da divinazioni d’intelletti geniali, gli arresti improvvisi dovuti a tristizia di tempi o d’uomini e cosi via. Sicché questa storia, a cosi dire, esteriore, nulla, o ben poco, ha che fare coll’oggetlo delle scienze stesse; e può anche fino a un certo punto essere ignorata dallo .scienziato. Egli sarà per questo meno dotto, meno erudito; ma non sarà meno acuto, meno profondo, meno conoscitore della materia sua, meno scienziato per questo. Gli è che nelle scienze è sempre la forma ultima quella che vale; le precedenti, scalzate dall’ullima, non hanno alcun valore, e 11 conoscerle può importare all’erudito, importa mediocremente allo scienziato. Come volete che un fisico, in possesso di tutti i trovati della fisica moderna, collo spirito imbevuto delle nuove idee e dottrine, abbia bisogno, per far avanzare anche di più la scienza sua, di sapere come la pensavano, ad esempio, i Caldei intorno a un dato fenomeno? Egli sa già che contraria al vero è ogni altra idea e dottrina, che non sia quella confermata dai recenti studi, dalle recenti esperienze; e perciò o non se ne cura, o se ne cura appena quel tanto che basti a soddisfare una legittima curiosità: a lui preme sovratutto assicurarsi del presente; perchè il presente solo è scienza, e da questo solo può prendere le mosse alla conquista di nuove idee, di nuove cognizioni.Nulla di tutto questo in iilosofìa. TI progredire di questa non sta in un continuo accrescersi di cognizioni positive, nel giungere a risultati ben saldi e definitivi, nel risolvere i problemi che si pongono, e nel porne di nuovi clic si risolveranno allo stesso modo; ma piuttosto in un continuo rifarsi da capo, però con una coscienza a mano a inano ] iit chiara e comprensiva del problema speculativo; non nel risolvere definitivamente questo problema. ma nel porlo via via con maggior sicurezza e corredo d'esperienza, sovratutto poi nel conoscere sempre meglio i metodi che ne prepareranno la soluzione e nell’acquistare via via maggiore abilità ad applicarli. Ciò vuol dire che altri non potrà avere una chiara nozione dell’oggetto della filosofia, se non ne conosce la storia; che anzi la filosofia trova, per cosi dire, se stessa nella sua storia, la quale è perciò, come dicevamo, parte integrante di quella, e insieme di quella generatrice e fondamento. Non già che la filosofia stia tutta quanta nella sua storia, come altri ha sostenuto, e che nulla si deva lasciare all’iniziativa individuale. Come non è bene che l’uomo si i li, si chiuda in un pensiero tutto individuale ed estraneo alla storia, cosi non è bere che niente pensi di per sò e ripeta soltanto cose dette da altri ; è deplorevole egualmente il soverchio d’originalità, in filosofia si- [Chiappelti. La Ctltura «lorica e il rinnocamente della filotojla, r . 38, in Sanai e Note Critiche, Bologna, Zanichelli. nonimo di stranezza il più delle volte, come l’assenza di originalità e il sostituire all’invenzione la compilazione. La storia della filosofia impertanto, nel tempo stesso che ci dà una chiara nozione della filosofia e del formarsi e svolgersi progressivo del suo oggetto attraverso i tempi, deve anche eccitare in noi quello spirito di ricerca e di scoperta, senza cui saremo bensì uomini dotti, biblioteche ambulanti, pieni la testa d’idee e pensieri altrui, ma mancanti affatto d’iniziativa, inetti a muovere un passo senza che gli altri c’indichino il cammino. C’e un indirizzo oggidì nel campo delle scienze morali e sociali, che per esser meglio scientifico, per esser meglio positivo, per fondarsi meglio sui fatti, per poco non finisce col ricondurre l’uomo al passato, coll’arrestare ogni progresso, sotto pretesto che non trova nessuna giustificazione nei fatti; col rendere l’uomo un automa culi antesi nella contemplazione di ciò che fu e vietante a se stesso ogui aspirazione, ogni ideale d’avvenire. Ma questo è un falso storicismo, o Signori, non è lo storicismo sano e fecondo, di cui abbiamo parlato prima; è un empirismo vuoto e pernicioso, che ci dobbiamo ben guardare d’introdurre negli studi di storia della filosofia. Il pensiero umano, come del resto la vita dei popoli e degl’individui, non è una specie stabile, non è qualche cosa di rigidamente fisso e permanente; è qualche cosa invece che si forma e diventa incessantemente; e in questa sua evoluzione ha bisogno del passato sicuramente, ma per prendere da esso le mosse, per mettersi, partendo da questo punto, per vie nuove, intentate ancora. Forsechè la storia perde del suo valore, se può fornire qualche utile insegnamento? Ma se fu chiamata in ogni tempo maestra della vita! Forsechè perde della obbiettività e serenità che deve avere, se altri può trovarvi un eccitamento al peusare e all’agire? Ma se la narrazione schietta e sincera dei fatti non può non produrre un eccitamento negli animi, se la verità ha una sua forza motrice speciale, che in nessun modo è possibile contenere! A che servirebbe il passato, se in ogni caso dovesse lasciarci freddi e indifferenti, se per null'altro si dovesse ricercare e disseppellire, che per soddisfare una vana curiosità? Il passato non ha valore se non in quanto svegli in noi forza ed attività, se non in quanto cessi di esser passato e si trasformi, per cosi dire, in carne e sangue nostro, sangue che vivifichi questa nostra vita moderna. Ben sappiamo che ci sono nel passato delle forme caduche, destinate a tramontare coll'ambiente che le ha generate ; e non a queste certamente chiederemo quella vita che non hanno; ma c’è anche e si produce nel tempo qualche cosa che ha in sè una vitalità immortale, destinata perciò a rivivere perpetuamente sotto forma nuova nella coscienza umana ; e a questa chiederemo di compiere l’ufficio suo nella storia; questa cercheremo che, sorgente di vita, non cessi mai di distribuire e fecondare la vita. Voi sapete, o Signori, della lampada che là nelle feste Panatenee si trasmetteva di mano in mano; ebbene che il passato si trasmetta a noi nello stesso modo, sicché la fiaccola della vita mai non si spenga, ma splenda anzi e fiammeggi di luce nuova e più intensa. Come mancheremo perciò ai dettami di un metodo rigorosamente scientifico, come ai precetti della critica f i,\ sooma OKT.U filosofia k i rapporti suoi storica; come ci si accuserà (li poca serenità eil obbiettività, se alcuni pensamenti di lilosofi, notevoli per originalità e vigoria, per felice coerenza e connessione logica, per una certa tal quale divinazione dell’avvenire, additeremo ai giovani come degni di essere studiati e ammirati, sicché anche in loro si svegli l’aculeo della ricerca e della scoperta, e non rimanga quindi senza frutto questa grande eredità del passato? Poiché i grandi filosofi, scriveva Pascal, non si sono serviti delle invenzioni che loro sono state lasciate, che come di mezzo per averne di nuove, e questo felice ardimento ha aperto loro il cammino alle grandi cose, noi dobbiamo prendere quelle che essi ci hanno lasciato nello stesso modo, e, seguendo il loro esempio, farne il mezzo e non il fine del nostro studio, e cercare cosi di sorpassarli imitandoli. Anche nel campo del pensiero, o Signori, e non soltanto in quello dell’azione ci sono gli eroi; ebbene, comeaccendono a grandi cose gli eroi dell'azione e l’esempio loro è seme elio frutta abbondantemente, e cosi siano a noi stimolo ed eccitamento quelli che l’Hegel con frase felice chiamava gli croi del pensiero nella storia, i grandi filosofi. Stimolo cd eccitamento a sorpassarli imitandoli, secondo il detto del Pascal; poiché chi .s’arresia alla semplice imitazione e riproduzione del pensiero altrui, e non lo rifa in se stesso, e non vi aggiunge del suo, fa opera vana, e quasi quasi, nel moto incessante che affatica il mondo degli spiriti e delle idee, si direbbe che si proponga stoltamente d’arrestarlo ad un tratto. Gl’individui (1) l)c Vanloritc cu matih'c .  fiumi, come i torrenti e gli umili rigagnoli del sapere ; si potrebbe dire clie tutto essi assorbauo l’ambiente intellettuale dell'epoca in cui vivono. Ma come il mare, se assorbe in sè fiumi e torrenti, è pur quello in fondo che dà vita a fiumi e a torrenti, cosi i grandi filosofi, figli del loro tempo, esercitano anche sulle intuizioni scientifiche e sulla coltura generale del loro tempo un’efficacia poderosa, sebbene latente spesso e inconsapevole. Chi vorrebbe negare, ad esempio, che le dottrine filosofiche dello Spencer costituiscano in qualche modo l’ambiente intellettuale del tempo nostro, sicché tutti, anche quelli che le ignorano, purché non sprovvisti affatto di coltura, ne risentono l’influenza e quasi l’assorbono, a dir cosi, coll’aria che respirano ? Della critica kantiana chi non sa quale poderoso moto d’idee abbia suscitato in Germania al suo apparire, e come anche ora, dopo tanto lasso di tempo, il vecchio Kant torni più vivo di prima alle menti de’ suoi connazionali, sicché filosofi e scienziati insieme vanno a gara nel rinverdirne i principii e le dottrine fondamentali ? Non occorre rammentare poi che dalla scuola dello Schelling uscirono insigni naturalisti ; dalla scuola dell’Hegel insigni storici ; dalla scuola dell’Herbart valenti cultori delle discipline antropologiche e pedagogiche; e che in generale non c’è stato filosofo e pensatore di vaglia, die a questo o a quel ramo del sapere non abbia contribuito a dare indirizzo nuovo, o certamente vigoria e forza nuova. Senza dire che oggi specialmente il nesso tra la filosofia e la scienza s’é fatto anche più stretto che non fosse in passato. Già gli scienziati, fisici e biologi specialmente, vanno a mano a mano persuadendosi che i concetti loro devono cimentarsi alla stregua d’una severa critica della conoscenza. E Helmholtz in una sua  Lesione sulla vista  accennava alla necessità d’una critica fìlosuiìca delle cognizioni sperimentali, e in un discorso che ha per titoloIl peti’ siero nella medicina, torna sullo stesso argomento affermando chea quel modo che l’anatomista, giunto che sia a toccare i limiti della potenza ottica del suo microscopio, deve rendersene conto, cosi è obbligo d’ogni scienziato studiare esattamente il vaio) e e l’ufficio del massimo di tutti gli strumenti, di cui egli si serve, il pensiero umano. » E più esplicitamente ancora in un suo discorso fatti nella percezione dopo avere accennato che il problema della conoscenza è quello in cui s’imbattono, muovendo da due parti opposte, la filosofia e la scienza naturale, concludeva che in fondo l’nna e l’altra hanno l’obbligo di esaminarlo, sebbene ciascuna da un punto di vista suo proprio. D’altra parte il Wundt in uu suostudio Sul problema della filosofìa nel tempo presente » scrive che più o meno consapevolmente s’è fatta strada nell’animo di tutti l’opinione clm nella scienza dei corpi non si devano più solo descrivere e collegare fra loro i fenomeni, ma si tratti oramai di penetrarne il fondo ; onde è chiaro Contenuta nell’opera * P-rpn'ii-e risia mia miche Vortrii/e ». Pas Peniteli in dar Medi-in ». P'e T'O tsachea in d'r Wahrnahmung ». Veher die An/gabe dar Phdosophie in. dee Gegencart. » I.i iprip, che cosi la scienza riconosce esser suo obbligo il dar mano a comprendere filosoficamente l’unità della natura ». E non solo, egli continua, i singoli rami delle varie dottrine sperimentali si sporgono verso la filosofia. La stessa base astratta della scienza naturale, la Matematica, non è andata esente dai segni del nostro tempo. Da quanto s’è detto risulla adunque che storia della filosofia vuol dire largamente storia del sapere e della coltura in generale. Non già che tutte le idee siano idee filosofiche, e che lo scienze siano una cosa sola colla filosofia. Ma tutte le idee hanno la loro più alta espressione nella filosofia, come tutte le scienze hanno in ultimo il loro fondament i nella filosofia. A non ripetere quello che s’è detto or ora sui rapporti delle scienze naturali colla filosofia e sulla necessità che quelle hanno di sottoporre ad una critica assidua i concetti direttivi dell’esperienza, che le renda atte ad una larga sintesi della natura ; a non insistere su cose già note, che i concetti di spazio, di tempo, di numero, di quantità ecc., su cui costruiscono il loro edificio le matematiche, sono concetti essenzialmente filosofici, e cui spetta alla filosofia discutere largamente ; su che cosa si fondano la morale, il diritto, la politica, e in genere le scienze sociali, se non su quei concepimenti riguardanti la natura dell’uomo e della soci) Cfr. il mio Problema della conoscenza nell'Empirismo contemporaneo » noi Sa^gi filosofici, anche per le necessarie citazioni. . 2o cietà, da cui la filosofia non può prescindere e che sono anzi suoi proprii ? Xon è vero che la morale e il diritto hanno questo o quell’indirizzo, secondo che l’uomo si concepisce essenzialmente egoista, o altruista, secondo che è l’utilità od il dovere il movente supposto delle azioni? Gl’Inglesi non riescono a persuadersi che l'uomo non sia in ogni caso indotto ad agire da motivi egoistici, non riescono a persuadersi che debba determinarsi ad agire indipendentemente dalle conseguenze utili o dannose che dalle sue azioni può aspettarsi ; e perciò concepiscono una moralità pratica e positiva fondata esclusivamente sull’utile e sull’interesse ; nè diversamente si comportano in rispetto al diritto e ai resto delle scienze politico-sociali, penetrate anch’esse tutte quante da cotesto concetto d’utilità. I Tedeschi, meno pratici, più idealisti, essenzialmente metafisici, concepiscono invece una moralità fondata sur una legge categorica ed assoluta, che impone all’uomo il dovere di fare il bene per il bene, indipendentemente da qualunque vantaggio gli possa derivare; e questo concetto della moralità estendono anche all’ordinamento giuridico e all’ordinamento economico della società; sicché, come osserva il Trendelenburg, c è la tendenza in Germania a dare un fondamento etico aldiritto naturale, e quella non meno spiccata a fondarsi sovratutto su considerazioni etiche e morali per proporre delle riforme all’organizzazione economica della società presente. E l’Individualismo e il Socialismo, le due teorie sui rapporti dello stato cogl’individui che si confi) Trendelenburg Naturrccht auf (lem Grande der Ethik, Leipzig. Cfr. CARLE (si veda), La vita del diritto. Torino, Bocca. >G  tendono il campo oggi, su che cosa si fondano in ultimo che su concetti essenzialmente filosofici, riguardanti la natura dell’uomo e della . ocietà? L’Individualismo si potrebbe assomigliare in gualche maniera all’Atomismo. A quel modo che l’Atomismo nel mondo fisico considera l’universo come la risultante di un numero infinito di atomi, che, spinti da una loro intima energia, si combinano diversamente cosi da produrre quella immensa varietà di cose esistenti e coordinate fra di loro che dicesi natura, senza che alcuna idea preconcetta presieda a questa combinazione; così anche l’Invidualismo considera la società umana come il risultato del reciproco accomodarsi degl’individui, atomi sociali, che, spinti dai proprii bisogni, dalle proprie tendenze, da influenze naturali, si combinano diversamente ira loro, dando luogo a quegli aggiogati, che, tribù dapprima, si trasformano poi per via di successive evoluzioni in stati e nazioni. E anche qui nessuna idea preconcetta presiede a quest'opera di successivo aggregamento ; tutto proviene da una forza intima inerente agli stessi individui, che aggregandosi costituiscono la società. E siccome gl'individui, secondo questa dottrina, sono essi la realtà vera, mentre la roe : età non è in fondoche un’astrazione, non devono perciò esser a-sorbiti da questa, non devono esserle in alcun modo sacrificati ; devono essere lasciati liberi nello svolgimento della propria persona; devono essere, non contrariati, neanche diretti nelle loro iniziative, ma abbandonati ad esse ; sicché per questo modo si abbia, secondo vagheggia Mill, quella varietà e ricchezza di CARLE (vedasi). — temperamenti, di caratteri, di opinioni e di condizioni sociali, che rompe la monotonia della convivenza civile e forma uno dei migliori ornamenti della medesima. Tutto al contrario il Socialismo. Il Socialismo nou parte dal fatto concreto dell’individuo ; parte dall’idea dell’ente sociale e collettivo, e vuole atteggiare gl’individui all’intento proprio di questo tutto. Mentre per 1 Invidualismo la società è come un organismo fisico che si svolge, a dir cosi, meccanicamente sotto l’impulso di una forza intima e latente, per il Socialis.no la società è un organismo morale che nel suo svolgimento si propone e deve proporsi di attuare un fine, un ideale offerto dalla ragione. Il Socialismo non lascia perciò agl’individui il libero governo di se stessi, non lascia gl’interessi individuali in balia alla libera concorrenza, come fa lTndividualismo, ma vuole disciplinare questi e quelli secondo una norma prestabilita, mirando per questa via a un’organizzazione sociale, in cui tutti gl’interessi possano coordinai^ in una mirabile armonia. L’Individualismo vieta allo stato ogni ingerenza nelle iniziative individuali, e vorrebbe ridurne l’azione alla sola tutela dei diritti e alla repressione del male, se pure non vorrebbe distruggerne addirittura ogni azione, considerandola come male peggiore di ogni male e preferendo, come fa lo Spencer, che i mali sociali siano lasciati alla vis naiurae medicatrix; il Socialismo confida nel potere sovrano dello stato, e ne vuole l’intervento in ogni caso a mettere in atto questo o quel  Le idee di Mill sull’argomento sono contenute sovrattutto nell’opera La Libertà e nell’altra Il Gocerno rappretentatico ».  l’ideale di organizzazione sociale, con cui si possa recare x’iraedio effettivo ai mali che affliggono la società umana, ed ottenere la moralità ed il benessere. L’Individualismo s’attiene più che altro ai fatti; il Socialismo all’idea ; l’uno si connette col Positivismo, l’altro coll’Idealismo ; l’uno si svolge in Inghilterra, il paese classico del Positivismo ; l’altro in Germania, il paese classico dell’Idealismo ; l’uno ha a suoi principali rappresentanti Bentham, Mill, Spencer, strenui campioni della filosofia dei fatti, del positivismo; l’altro, a non parlare che dei più recenti, ha propugnatori efficaci e poderosi Marx e Lassalle, ambedue ferventi segnaci dell’Hegel, il grande idealista, di cui adottano spesso il linguaggio metafisico e le forinole astruse, e al cui idealismo appartiene quell’alto concetto dello stato, accettato nelle sue conseguenze pratiche dal socialismo tedesco, per cui esso è come la ragione permanente e la personifìcazionc vivente dello spirito assoluto. Tutto questo basta, credo, o Signori, a provare che il pensiero e l’idea filosofica è come il sostrato naturale d’ogni dottrina sociale, e poiché le dottrine sociali tendono a tradursi nei fatti, è anche ciò che pervade e penetra tutta quanta la vita dei popoli. Pare esagerazione alfermar ciò ? Parrà esagerazione agli osservatori superficiali non avvezzi a rendersi conto Calle. I delle riposte cagioni dei fatti; non parrà agli altri che queste riposte cagioni ricercano, e per cui il fatto è indice sempre d’un’ idea. Lo studio delle speculazioni filosofiche, delle forme del pensiero pare talvolta trasportarci ben lontano dalla realtà, in un mondo ideale, quasi chimerico, che nulla abbia che fare col mondo reale in cui si vive e si opera. Il vero è però che questo studio ci mette ben addentro nella realtà, ce ne fa penetrare, per cosi dire, il segreto. Non si può spiegare il movimento senza conoscere il pensiero che lo dirige e governa; non si può spiegare l’azione senza conoscere l’idea che si è volata attuare con essa, e che fu quindi la sua causa motrice. La storia delle azioni non si può intendere interamente che per la storia delle idee. C’è chi ostenta un superbo fastidio delle idee, e non crede degna di studio altra cosa che i fatti. Ma le idee sono fatti essi stessi sott’altra forma ; e d’altra parte possiedono un loro potere, una loro forza speciale, per cui tendono a tradursi in atto. Un’idea che s’impadronisca d’uno spirito, non lo lascia in pace un istante, e lo trae anche suo malgrado a operare. Furono fatti studii notevoli, voi lo sapete, sull’impulsività dell'idea; l'Ardigù nostro ha pagine importanti sull’argomento e nella Psicologia e nella Morale ; il Fouillée in Francia ha una vera dottrina su quelle ch’egli ha chiamato idee-forze. E le idee sono forze non solo in quanto agiscono su indi • vidui isolati ; le idee sono forze più che altro in quanto agiscono sull’intera comunità ; le idee sono forze individuali e collettive. Ci sono fatti che si presentano come effetti di esplosioni momentanee, isolati quasi nel tempo ; in realtà furono preparati a poco a poco dal lavorio dell’idea. L’idea è come la goccia d’acqua che scava lentamente il masso; o, se mèglio vi piace, come quei germi che, infrodottisi di soppiatto nell’organismo, v’iniziano un vero lavoro di trasformazione. Si potrebbe capire la rivoluzione francese senza conoscere quel moto poderoso d’idee che l’ha preparata? Si potrebbe capire la rivoluzione nostra, se ignorassimo tutto ciò che dai suoi precursori s’è fatto nel campo del pensiero ? Gli è che accanto alla storia esteriore, alla storia dei fatti, c’è sempre la storia interiore, la storia delle idee ; nè l’una può stare indipendentemente dall’altra. Si parla oggi tanto, e a buon diritto, d’ambiente e della necessità di conoscerlo per spiegarci interamente ciò che vi accade. Or bene, c’è soltanto un ambiente fisico, o non anche un ambiente morale e sociale, un ambiente storico, diremo noi, che importa conoscere per ispiegarci la storia ? E quest’ambiente storico da qual altra cosa è costituito che dalle idee che vi dominano ? Delle vitali attinenze fra le grandi correnti del pensiero e i fatti della vita sociale ci dà incontestabili testimonianze la storia. Dottrine che sembrano le più lontane dalla vita reale, che si direbbero campate in aria, quali il Platonismo e lo Stoicismo, hanno esercitato la più benefica influenza morale in epoche di profonda dissoluzione e precorso e preparato il più grande rivolgimento sociale che rammenti la storia, il Cristianesimo : dal Neopitagorismo e dal Neoplatonismo derivò la più gagliarda opposizione al Cristianesimo invadente e il tentativo <li Giuliano l’apostata di ripristinare la religione greca : le speculazioni di Sant'Agostino sul peccato originale e sulla grazia misero capo alla riforma e alle guerre di religione : le astratte dottrine della scolastica, negli ultimi anni del medio evo, s’intrecciarono, per opera dell’Occam specialmente, colle più vive controversie politiche fra l’impero e la chiesa ; e la distinzione, anzi la rottura d’ogni legame fra teologia e filosofia che l’Occam cosi gagliardamente sosteneva, faceva riscontro a quella sua polemica contro i papi in favore dell indipendenza dello Stato: Molinisti e Giansenisti, le cui controversie agitarono per tanto tempo la .Francia e che ebbeio parte cosi notevole nei suoi destini, furono il frutto naturale, sebbene lontano, delle speculazioni filosofico-religiose di Sant’Agostino e Pelagio : l’Illuminismo, di cui è nota l’efficacia poderosa esercitata, in Germania specialmente, sulla religione, sulle dottrine giuridiche e politiche, su quello spirito di riforma che invase studiosi e filosofi, popoli e principi nella seconda meta del secolo A.VIII, e a cui son dovute le riforme di Federico 2°, di Giuseppe 2°, e d’altri regnanti minori specialmente in Italia, e in ultimo anche la rivoluzione francese, fu la conseguenza del razionalismo del Leibnitz e più ancora del \\ olf applicato alla vita pratica, nonché delle dottrine degli Inglesi, specialmente del Locke, che si diffusero ed ebbero il loro effetto maggiore in Francia, dove le tendenze dell’ Illuminismo presero un carattere più risoluto e più aperto, e giunsero, dapprima nei libri, poi nella vita, alle estreme conseguenze. Non palliamo poi dell’efficacia che il pensiero speculativo d’un uomo esercitò talora direttamente sulle sorti d’un popolo. I Discorsi alla nazione tedesca » del Fichte, pubblicati nel 1808, mentre ancora Berlino era invasa dai Francesi e Napoleone era onnipotente in Germania, risvegliarono l’abbattuta coscienza nazionale ed eccitando vivamente la gioventù, prepararono le giornate di Lipsia ; le pagine del Primato e del Rinnovamento di Vincenzo Gioberti, questo emulo di Fichte troppo dimenticato, prepararono gli animi al riscatto della patria nostra. Vili. Che dire poi dei rapporti tra la filosofia e la religione? La religione è una specie di metafisica spontanea ; ciò che le religioni comprendono allo stato di credenza istintiva, la filosofia comprende sotto la forma di conoscenza ragionata ; in fondo ad ogni religione c'è l’idea e il principio filosofico ; ogni moto religioso è come pervaso e penetrato dal pensiero speculativo, latente, se si vuole, avvolto, per cosi dire, e quasi nascosto nelle pieghe del sentimento, ma non meno certo ed efficace per questo. Corre tra queste due forme della vita umana, la filosafia e la religione, lo stesso rapporto che tra le due funzioni fondamentali dello spirito, la ragione e il sentimento ; e come non è possibile disgiungere queste, cosi non è possibile disgiungere quelle ; non è possibile delineare le vicende della religione senza indicare i progressi della filosofia ; non è possibile riandare la via percorsa dal pensiero religioso, senza riandare insieme quella del pensiero filosofico. Dirò anzi che per certi popoli, come per esempio gl’indiani, i Persiani, i Chinesi, gli Egizi, gli Ebrei, la religione è quasi tutta la loro filosofia, e nei libri sacri, non altrove, deve essere ricercato il pensiero loro intorno a Dio, all’ uomo, alla natura e a quei problemi fondamentali, che soltanto piu tardi e presso altri popoli furono argomento delle discussioni di filosofi propriamente detti. D’ altra parte i grandi sistemi metafisici hanno anch’essi qualche cosa di solenne, di sacro, di sovrannaturale quasi ; furono paragonati a grandi epopee ; si potrebbero fors’anche, non senza ragione, paragonare a grandi costruzioni religiose. Un grande poeta, 1’ Heine, ha messo in rilievo questo che di miotico e religioso che è proprio dei metafisici, allorquando scriveva del più arido fra questi, lo Spinoza : la lettura dello Spinoza ci colpisce come l’aspetto della grande natura nella sua calma vivente ; è una foresta di pensieri alti come il cielo, le cui cime fiorite s’agitano in movimenti ondulatorii, mentre i loro tronchi ben fermi affondano le loro radici nella terra eterna ; si sente nei suoi scritti spirare un soffio che vi commuove in una maniera iudifinibile ; si crede respirare l’aria dell’avvenire» {De l'Alemagne). Ed è naturale che sia cosi ; la religione e la metafisica s’aggirano in fondo nella medesima sfera ; non è il mondo dei fatti, della realtà quello di cui s’ occupano 1’ una e l’altra; è un mondo che trascende i fatti e la realtà ; anche la metafisica, al pari della religione, sebbene per vie diverse, ricerca quelle ragioni ultime dell’ uomo e delle cose, che non possono venir date dall’osservazione ed esperienza sensibile. So bene che questa ricerca delle ragioni ultime è condannata coinè vana illusione e che si considera come perduto il tempo che vi si consacra ; so che si tenta di guarirne lo spirito, come d’una malattia pericolosa; ma, tanto, la malattia è cronica oramai e lo spirito, credo, non riuscirà a liberarsene. D’altra parte è giusto che l’importanza delle ricerche si misuri solo dal successo ? Cercare senza speranza non è insensato, nè volgare, osserva il Ribot ; si può intravvedere, se non trovare. La vera nobiltà dell'intelligenza umana non sta tanto nei risultati che ottiene, quanto nel line che si propone e negli sforzi che fa per raggiungerlo. Se la Metafisica non riuscirà mai a scoprire le lagioni ultime delle cose, se non troverà mai la chiave dfcll’nniverso, rimarrà però sempre un tentativo nobilissimo sull’ignoto di tutti gli spiriti curiosi ed attivi ; e non dovesse rendere all’ intelligenza altro servizio che quello di agitarla e tenerla sveglia di continuo, di sollevarla al di sopra d’ uno stretto empirismo, mostrandole che 1’esperienza non è tutto, che tutto non è neppure la scienza, che anche le idee, e non i fatti soltanto, hanno valore, che anche le ricerche sono pregevoli e non solò le scoperte, le renderebbe sempre un servigio eminente. Certo, e 1’ abbiamo ammesso anche prima, 1' ufficio principale della filosofia intesa come metafisica, o mètempirica che dir si voglia, sta oggi nell’unificare e sistemare il sapere, nel rivederci principii e i risultati delle singole scienze, coordinandoli e armonizzandoli ; certo, Ribot, Psgchologie augluite contenifiorui'ie, 3“ eJiz. Pari*, Germor Bailliére, latro I.. essa - IT* S0PratU “° ri " e a dtm,aMnI zioni delle scienze pei m comuni, che vate e «sfocate dall. nuova l-e-dee ^ ^ divengono cosi l’anima e^g » (1). Ma la tiene e si accresc f l’unico alimento scienza non basta all'uomo ; non form ^ anche a L’intelletto non „ c la volontà reclamano sentimento in ^^“^Sefecoltà non s’arrestano nei la loro parte. E <1 esse oltrepassano ° T SVarlicao dove cono appianate lo ocammÌ ° • f onesto e d’onde attinge vigoria di propo traddiziom di questo, le sue visioni nella Siti ad attuare, almeno largano guerà ma, d cona „ist. piena dell' i • U quelli che io interno e nei Cr,^^azionidV;e^c^ = “ ideale^“Lzi a un perchè che sfugge, rir;» -, come nelle pii, alte della coscienza, minngo, 1894, p. !'• ot) in quelle energie poderose onde nell’universo è moto, è vita, è senso, è pensiero ; perfino nei fatti più semplici e famigliari, nei rapporti più elementari. Ora può la filosofia disinteressarsi di tutto ciò? può la filosofia trascurare queste altre tendenze dello spirito umano ? Gli antichi volevano che la filosofia spiegasse insieme ed appagasse le varie tendenze dello spirito, e che tosse di questo l’espressione più nobile e più adeguata ; ebbene, perchè non avrà anche oggi questo compito ? perchè le si vorrà impedire di essere ancora quello che era già la scienza della verità, l’arte della vita, il fondamento della virtù »? . Tyndall, l’illustre scienziato, discorrendo davanti all’Associazione britannica per il progresso della scienza, dell’evoluzione storica delle idee scientifiche, usciva in queste parole memorande: Se lo spirito umano, quale pellegrino che sospira al remoto focolare, vuol rivolgersi al mistero ond’è uscito, e cerca come modellare in una sola immagine il pensiero e la fede, purché s’accinga a siffatto tentativo non solo senza intolleranza o bigotteria, ma riconoscendo che non si tocca quaggiù l’estrema perfezione e che ogni età deve essere libera di plasmare il mistero d’accordo coi suoi proprii bisogni ; allora, a dispetto di tutte le restrizioni del materialismo, io affermerò essere questo il campo sul quale le facoltà creative dell’uomo, diversamente dalle sue facoltà conosci (1) 1 ale era la filosofia j.er gli antichi secondo il Uertini. — La JìloaoJìa onera prima di Socrate tive, potranno essere nobilmente esercitate. E, non meno esplicitamente del Tyndall, il Wundt che, scienziato eminente, tentò la costruzione di un sistema su base largamente scientifica, assegna alla filosofia il compito di ordinare le cognizioni varie per modo che rimangano soddisfatte insieme le esigenze della ragione e del sentimento. Non mi dilungherò più oltre in quest’ argomento che non tratto di proposito ; toccando dei rapporti della filosofia colla religione io avevo soltanto per iscopo di mostrare anche per questa via la grande efficacia pratica di quella sulla vita dell’umanità, e quindi l’importanza della sua storia nella storia generale. La quale importanza è anche dimostrata per un altro verso : le attinenze della filosofia colla letteratura e coll’arte in genere, la corrispondenza che è quasi sempre fra i varii indirizzi letterarii e le correnti del pensiero, fra le forme, le concezioni e le scuole artistiche e i sistemi filosofici. Trasportiamoci per un momento coll'immaginazione a quell’epoca tanto gloriosa per la letteratura francese, che é il secolo XVII, il secolo di Luigi XIV. In questo tempo è la filosofia cartesiana che tiene il campo, la fi (1) h'Ecolution hitturique det idées scientijlques. Discours presìdentiel de Tyndall à l’Association Britannique pour 1’ avancement dea Sciences. Cours scientifìques.  la Stoma dìclla filosofia e i rapporti suoi losofia per cui la natura non è che una macchina inerte, un sistema di ruote e di congegni, senz’attività, propria, specie di fantoccio nelle mani di Dio. Ebbene, la natura, priva di vita com’è, non parla nessun linguaggio agli uomini di questo tempo. Mentre il poeta moderno ascolta il misterioso battito della vita universale, essi non ascoltano che un secco e monotono tic-tac d’orologio, essi non s’abbandonano alla natura ; non trovano in essa turbamento o conforto ; non avvertono alcuna analogia tra i moti dell’anima loro e quelle infinite parvenze onde si manifesta la vita nelle cose ; non simpatizzano con la natura, non le danno valore e significato, o, se le danno un significato, è quello solo d’un freddo simbolo, rappresentando essa ai loro occhi il complesso delle cause finali, che concorrono alla dimostrazione di Dio, supremo architetto dell’universo. Cosi è che i letterati non si sentono attratti dalla natura, e la marchesa di Rambouillet esprime come il sentimento di tutti, allorquando assicura cne gli spiriti dolci e amatori delle belle lettere non trovano mai il lor conto alla campagna ». La ragione astratta in quest’epoca domina in tutti i campi dell attivila intellettuale e morale. XI pensiero prova l’esistenza ; cogito ergo suoi, dice Cartesio ; l’uomo, la persona è sovratutto pensiero, e il pensiero nell’uomo uccide, o quasi, il sentimento, le facoltà affettive; l’immaginazione è tenuta in sospetto, perchè turba il giudizio: i sensi sono organi d’errore ; criterio di verità è non affermare che ciò che è chiaro, evidenfe, chiaro ed evidente come il cogito ; il corpo è in contrasto inconciliabile collo spirito, e per poco non se ne t.ien conto; lo spirito stesso ha il suo reale fondamento in Dio ; e in Dio l’atto creatore e l’atto conservatore fanno una cosa sola ; sicché la conservazione delle creature è una creazione continuata ». Questo razionalismo cartesiano si rivela nelle varie forme dell’arte. Ecco qui il teatro, che, anziché rappresentarci individui in carne e ossa, ci rappresenta personaggi senza corpo quasi, mere astrazioni, stati morali ; anche ciò che di propriamente umano e sensibile c’ è in essi, si cerca idealizzare per modo cogli artificii dello stile, che non possa produrre alcuna impressione materiale. Le circostanze di tempo e di luogo che determinano l’individualità, si sbandiscono più che è possibile, e solo gli elementi generali, proprii d’ogni tempo e d’ogni luogo, si mettono in luce; il buon senso e la ragione, osserva Racine stesso, sono i medesimi dappertutto e sempre. Quindi avviene che Achille potrebbe anche non essere un greco, e Andromaca potrebb’essere benissimo una principessa del secolo XVII, e non già soltanto la moglie di Ettore; Arpagone non è questo o quell’avaro, ma l’avaro, il tipo dell’avaro, come Tartufo non è un ipocrita, ma l’ipocrita, il tipo dell’ipocrita. Anche la critica letteraria riproduce questo indirizzo razionalistico : al di sotto dell’autore non cerca l’uomo, come fa la critica moderna, che notomizza, a cosi dire, l’uomo, i suoi sentimenti, i suoi affetti, i suoi pensieri più intimi, per sorprendere nell’uomo l’autore. Dell’uomo non si cura quella critica, studia l’opera in se stessa, come un’astrazione, un qualche cosa per se stante, e la giudica dall’alto di certi PRINCIPII RAZIONALI, alle cui esigenze non è dato mancar mai : si direbbe che l’opera d’arte non sia per qiaella. critica qualche cosa d’organico, di vivente; sia un fossile e nulla più. È notala poetica di Boileau. Alla ragione, egli sentenzia, deve il poeta attingere tutto ciò che darà lustro e pregio alle sue opere; l’estro, l’ispirazione sono esclusi. Amate la ragione, compiacetevi di essasola,egli ripete di frequente; il buon senso » è lo scopo supremo d’ogm poesia. Anche Bacine felicita Corneille d’aver primo mostrato sulla scena la ragione e d’averne adoperato il linguaggio. Perfino la storia che parrebbe, più di qualunque altro genere letterario, dover tener conto delle circostanze di tempo, di luogo, di tutti i particolari riferentisi al costume, al carattere degl’individui e delle età, astrae da tutto ciò volentieri, e rappresenta uomini e tempi m una specie di generalità costante, sacrificando cosi anch’essa al razionalismo dominante. X. . C \ potrebbe essere prova più convincente dei rapporti intimi fra letteratura e filosofia ? Ma non basta. Questi stessi rapporti possiamo trovare fra il pensiero filosofico e 1 indirizzo artistico e letterario del tempo nostro. E noto che l’indirizzo filosofico dominante al tempo nostro è quello che nel fatto s’incardina e dal fatto, dalla realtà positiva prende il nome, il P 0 0) Vedi del bellissimo libro di Georges l*ellismer:« Le mouvement da p. 11 a p. 15 P ( Sciame » specialmente sitivismo. Il Positivismo abborre da ogni maniera di trascendenza, ripudia la ricerca delle cause prime, delle cause finali e non studia che ciò che può essere sottoposto a una verificazione empirica; il suo metodo è l’osservazione e l’esperienza. La natura è ridotta per esso a fenomeni di movimento, lo spirito umano a fenomeni di coscienza : se nello spirito e nella natura ci sia una sostanza a cui quei fenomeni appartengono come a loro principio immutabile, il Positivismo non sa, o nega recisamente. Ciò che cade sotto l’osservazione e l’esperienza è solo una serie di fatti ; quale altra realtà ci potrebbe dunque essere in noi e fuori di noi? E questi fatti si svolgono gli uni dagli altri necessariamente, si determinano reciprocamente; determinismo adunque nel mondo esterno come nell’interno ; il libero arbitrio, l’autonomia della persona, la persona stessa sono vecchie fole, che più non reggono alla luce della scienza. Noi non siamo padroni delle nostre azioni, come non siamo padroni dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri ; al pari del mondo fisico, anche il mondo morale si sottrae ad ogni specie di azione libera ; anzi non esiste affatto mondo morale, poiché virtù e vizio sono in ultimo prodotti naturali, come potrebbe essere il vetriolo o lo zucchero. Inutile perciò parlare di dovere; soltanto d’appetiti e d’interessi è lecito parlare ; i fatti sono sprovvisti d’ogni carattere morale ; l'ideale che tende a legittimare diritto e moralità è inconciliabile coi fatti. Ebbene, a questo indirizzo positivo in filosofia corrisponde un indirizzo positivo in arte ; mentre la filosofia conclude la legittimità dei fatti dalla loro necessità, l’arte si riduce ogni giorno più a notarli e a trascriverli. Ecco qui il romanzo che sottopone ad analisi minuziosa e sapiente il processo dell’agire umano, e mostrando come si leghino le azioni l’una all’altra, come ciò che dicesi condotta si sviluppi in una serie sucessiva e necessaria di atti, presenta l’uomo quale un ingegnoso meccanismo di ruote, che l’una muove l’altra senza riparo. È il gusto della ricerca, della descrizione minuta, che domina il romanzo. Voglia esso presentarci un’anima, un ambiente, un quadro di costumi, un avvenimento storico, si direbbe in ogni caso un’opera formata essenzialmente di documenti ; tanto si cerca di ridurre la parte dell’invenzione, e di copiare per quanto è possibile la realtà anche in quanto ha di meno significativo. Fatti e personaggi sono tratti dalla realtà ; il romanziere pare non si proponga neppure d’integrare questa realtà, per paura si possa dire che ci ha messo del suo. Egli non vuole apparire nell’opera sua, se ne disinteressa quasi ; rappresenta il bene, senza mostrargli simpatia ; rappresenta il male, e non gli scappa alcuna parola di riprovazione; è e vuole essere sopratutto uno spettatore imparziale, quasi lo spettatore imparziale dello Smith. Anch'egli, come i pittori, ha il suo album ; e in quest’album nota, sorpresi nella realtà, atteggiamenti, gesti, movimenti, intonazioni e flessioni di voce, perfin qualche nome strano che lo abbia colpito, a non parlare di costumi, di temperamenti, di caratteri, ecc., materiali tutti di cui trae poi largo profitto ; egli ama sovratutto di essere un analista, uno storiografo, un raccoglitore di fatti e di sensazioni, e in questo principalmente fa consistere il pregio 1 valore dell’opera sua.  Se tale è il romanzo, che cosa dovrà essere la storia? La storia come opera d’arte è un'anticaglia oramai ; le storie deU’Amari, del Capponi, del Botta, del Colletta, del Cantù, quelle del Thierry, del Michelet, del Guizot, del Mignet ecc. in cui si cerca di dar vita al documento col soffio dell’arte, non sono più compatibili coll’indirizzo positivo. Lo storico dei giorni nostri non sacrifica ai lenociai della forma, non ama i quadri pittoreschi, le vaste generalizzazioni, le sintesi geniali, non ordina e dispone gli avvenimenti secondo un intendimento artistico ; egli è sopratutto un erudito paziente che si appiatta in un cantuccio del passato, e vi scova fatti ben accertati e vagliati con una critica minuziosa e sagace. Egli teme l’immaginazione, diffida del sentimento, perfino degli apprezzamenti della ragione vorrebbe far a meno ; il fatto, il nudo fatto è la sua preoc cupazione costante ; una commozione improvvisa di fronte a un avvenimento, la previsione anche ragionata delle conseguenze di questo, un insegnamento che se ne voglia trarre, tutto ciò oltrepassa la cerchia del fatto e gli è quindi sospetto. Il più assoluto disinteresse, la più assoluta obbiettività deve dominare nell’opera sua ; solo a questo patto essa soddisferà alle esigenze di un metodo scientifico ; poiché essa è scienza, non arte. E ben vero che le sue ricerche particolari, le sue storie di luoghi e di tempi determinati, le sue monografie minuziose devono trovar posto in un assieme più vasto e preparare quella sintesi universale, che è lo scopo supremo degli studi storici. Egli sa bene ciò ; ma quella sintesi deve essere certa, fondata su basi salde, non qual I che cosa di chimerico, di campato in aria, e perciò non vede per il momento di meglio a fare che studiare fatti separati, di cui possa acquistare conoscenza piena ed intera ; compiuto questo lavoro analitico, il lavoro sintetico verrà poi come sua naturale conseguenza. Anche la critica dell’arte corrisponde all’indirizzo dominante; era un esercizio di gusto, è diventata una scienza ; una scienza che nell’esame delle opere porta quel medesimo spirito che porta lo storico nell’esame degli avvenimenti. L’opera d’arte è sovratutto un documento oramai ; il critico non si lascia commovere dal bello, come non si lascia commovere dal brutto ; sono fatti naturali 1 uno e 1 altro, hanno l’uno e l’altro il loro valore e il loro significato. U vero critico non ammira, nè biasima, osserva ri Pellissier ; egli accetta le forme molteplici che prende l’anima umana per rivelarsi, non ne condanna alcuna e le descrive tutte. Applicando all’ arte come alla morale un determinismo implacabile, estende 1’,impero delle leggi organiche fin nel dominio della produzione letteraria. Egli riduce gli individui a non essere che la risultante della loro razza, del loro secolo e dell’ambiente in cui vivono. Dei documenti, ecco ciò ch’egli cerca nel1’opera estetica» (1). Che dire poi della poesia? Essa è sovratutto il linguaggio del sentimento e dell’immaginazione; non può dunque che trovarsi a disagio nel secolo della critica e della scienza. E in realtà la letteratura al tempo nostro è in gran parte prosastica.L’epica non è più pos ti) Op. cit. p. 270. Vedi tolo L'Éeolution lénlisie • l’intero baUiesimo capitolo che ha per ticolla storia oklla coltura k dell* civiltà 45 sibile : il dramma sfugge alla poesia; alla lirica solo ò concesso di vivere ancora non ingloriosamente come forma poetica. Ma il poeta è guardato dalla gente quasi con compatimento, con quello stesso senso press’a poco con cui si guarda un ragazzo che giuoca e scherza ; poveretto, non ha altro da fare, lasciamolo divertire ! E difatti è divertimento innocente la poesia; si scherza gx-aziosamente colle parole, coi suoni' colle rime. Ma un uomo serio, positivo potrebbe permettersi ciò ? Ohibò ! L’uomo serio, positivo arrossisce, come di colpa grave, dei tentativi poetici della sua prima gioventù ; l’uomo serio, positivo, dice quello che ha da dire in prosa. Tu ti contentei’ai della prosa, dice a se stesso, giovane ancora, Dumas ; essa sola dice bene quello che hai da dire ». Del resto la poesia sopravvissuta si risente anch’essa dello spiiùto dominante ; descrizioni minuziose di realtà specialmente famigliar! ; analisi delicate di pensiei'i e di sentimenti, ricerche e rappresentazioni fin troppo esatte di fatti storici ; studio d’una forma, che all’espressione precisa del concetto congiunga, fin dove è possibile, L’andamento semplice e piano della prosa. E il Positivismo, è il Realismo filosofico che penetra fin dove parrebbe non dovesse mai penetrare. È tempo di riassumere, è tempo di raccogliere le vele fin troppo spiegate nel nostro discorso. Voi siete già persuasi con me che la filosofia ha attinenze strettissime con tutte le forme della vita spirituale, con tutte le manifestazioni della civiltà e della storia. La storia I della filosofìa è per ciò insieme storia del sapere e della coltura ; storia in largo senso del progresso e della civiltà. Non meno dei metafisici di Germania, i positivisti di Francia e d’Inghilterra sostengono ciò. Il Comte e lo Stuart Mill considerano d’accordo il progresso della speculazione come la causa principale del progresso sociale. Sarà dunque uno studio di lusso, come sostengono alcuni, la storia della filosofia ? Anche ammesso che sia un lusso, è un lusso necessario, un lusso di cui non possono far a meno gli uomini colti. Sarà una vana curiosità, come credono altri, un’inutile commedia, un terreno sparso di rovine? Ma è anzi spettacolo grande e solenne, un dramma pieno di vita e ricco di significazione, un terreno produttivo e fecondo. Le si farà colpa di essere un’incessante e sterile lotta di vita e di morte, un’ alterna vicenda di sconfitte e di trionfi? Ma se questa è la sorte di tutte le cose umane, se nella morte è la vita e nella vita la morte ! Si dirà che è una serie di soluzioni contradditorie dei medesimi problemi, di risposte unilaterali tutte e tutte esclusive alle stesse domande? Ma chi potrebbe sostenere che lo spirito umano sia un tutto essenzialmente armonico e coerente ? L’ incoerenza, la contradizione è nel pensiero, nel sentimento, nelle opere, in tutte le manifestazioni dello spirito insomtna; e pretendereste non fosse nella filosofia che dello spirito è la manifestazione più piena e più alta ? D’altra parte perchè guardare i sistemi filosofici solo nei rapporti onde alcuni sono legati ad alcuni ? Guardateli invece nel loro complesso, abbracciateli con uno sguardo unico tutti [Veti specialmente Mill, Logique. assieme, e vedrete che ricompongono l’unità vivente del pensiero, vedrete che non s’elidono veramente, ma s’ integrano piuttosto a vicenda e sono come le membra d’un vasto organismo, come le faccie di un immenso poliedro. Alcuni, più radicali degli altri, sostengono addirittura che parte almeno dei sistemi filosofici 6ono vere bizzarrie e, bontà loro ! aberrazioni mentali, veri scherzi di natura,^ come si diceva un tempo di quei prodotti naturali fuori dell’ordinario, di cui non si sapeva dare la sp : egazio^e. Ma la natura non scherza mai, è ben noto; la natura fa sempre sul serio ; e come quei prodotti che si dicevano scherzi una volta, si apprezzano ora più degli altri, perchè meglio atti a rivelarci il segreto dell’operare della natura; cosi i sistemi filosofici, che del resto non sono scherzi, hanno per la scienza nuova un immenso valore, poiché solo per essi è dato scoprire le leggi onde venne formandosi il pensiero moderno; solo per essi è dato percorrere le tappe per cui è passato il pensiero prima di arrivare allo stato presente. Ma io penso sovratutto aU’efficacia educativa della storia della filosofia ; maestro ed educatore, è naturale che ciò mi preoccupi. La filosofia incomincia là dove finisce il senso comune ; quello che al senso comune appare chiaro ed evidente, o insignificante almeno, a una riflessione più profonda è irto di difficoltà e problemi d’ogni maniera, è addirittura mistero. Ora che cosa gioverà più a scuoterci dal pigro sonno d’una morta e acquiescente tradizione, che studiare il pensiero di coloro che hanno tentato risolvere quei problemi, svelare quel mistero ? E non basta; ai grandi monumenti dell’arte noi ci accostiamo, perchè ci illumini nn raggio d’imperi ’OIfrt SUOI tura bellezza, perchè l’educazione artistica e letteraria meglio si forma collo studio dei grandi classici dell’arte e colla famigliarità delle loro opere, che colle astratte regole e le vuote forinole della vecchia retorica: ora l’educazione del pensiero scientifico non dovrebbe allo stesso modo formarsi collo studio dei grandi eroi del pensiero, i genii della speculazione, Platone, Aristotele, Leibnitz^ Kant, Spencer ? Aggiungasi che quella meravigliosa varietà di tendenze, d’impulsi, d’indirizzi che si riscontra nei grandi pensatori, è mirabilmente atta ad arricchire la coscienza scientifica e a svolgere le moltiformi energie dell’ingegno ; e che per l’esempio di questa varietà l’uomo acquista più facilmente quella serena equanimità di giudizio, quello spirito largo e comprensivo, che abborre da ogni maniera di esclusivismo, e quindi di dogmatismo, quello spinto finemente critico e insieme libero e indipendente, che guarda le cose dall’alto, senza odio e disdegno, seuza entusiasmi e adorazioni soverchie, sine ira et studio, che è una virtù e una forza insi me dello scienziato. Oggi cè nei giovani specialmente la tendenza all’affermare reciso ed assoluto anche nelle questioni più controverse: ebbene, la storia della filosofia vi terrà lontani da questo vezzo, o giovani, vi avvezzerà a considerare le cose da vari punti di vista, non da uno, o da pochi parziali ed esclusivi, vi renderà tolleranti con tutti, con tutti i lavoratori serii ed onesti; vi convincerà che anche nella scienza brutta cosa sono le sette e le chiesuole; che la libertà è condizione di progresso non soltanto nella vita civile e politica, ma in quella più intima del pensiero e delle idee. 9° Z. | os PROFESSORE NEL R. LICEO AZEGLIO DI TORINO. SAGGI FILOSOFICI, TORINO; LOESCHER FIRENZE ME R'ONCA, Via Tornabuoni, Via del Corso = 307 3 ran ali Aia n) 2A. Ho raccolto sotto il nome di “saggi filosofici” certi studi a cui attendevo da qualche anno fra l'una e l’altra occupazione del mio magistero, e che mi parvero non affatto privi d’interesse per chi s’occupi di filosofia. Sono i più d’indole storica. Credo anch'io, con molti altri, che la filosofia non possa prescindere dalla storia e dalla critica dei sistemi, e il metodo suo dove essere essenzialmente STORICO-critico. Alcuni di essi sono pubblicati nella Rivista -& diretta da ROVERE (si veda), ed ora con nome ed indirizzo più largo da FERRI (si veda); e ricompaiono qui con modificazioni ed aggiunte, a mio credere, importanti. I più sono inediti. Di essi uno, quello che ha per titolo “Il determinismo di Mill,” ebbe già nel NR: : | tin po’ più di modestia, una fiducia meno [Sono dolente a questo proposito che non mi sia possibile comprendere in questo volume un altro mio studio sullo Stuart Mill, che pure dall'Accademia dei Lincei fu quest'anno onorato d’un premio. i Del resto il mio libro non riempie alcuna lacuna, non soddisfa ad alcun bisogno; nè io, scrivendolo e pubblicandolo, ho avuto questo pensiero e questa pretesa. L’ unica cosa buona e nuova che ‘a me pare d’aver fatto, si è d’avere scritto con una certa chiarezza c una certa semplicità di cose filosofiche. È così raro che ciò si faccia, scrivendo di filosofia, ch'io mi terrò fortunato se mi si giudicherà almeno non tanto oscuro quanto si suole essere, in tale materia. Non faccio una professione di fede filosofica; le mie idee risultano abbastanza chiaramente dai Saggi. Dirò solo che sono nemico di tutte le esagerazioni, di tutte le esclusioni sistematiche, da qualunque parte vengano: dirò anche -che sono amico della critica cortese, della critica da persone per bene; e che deploro, odio anzi, quel fare burbanzoso, altezzoso, con cui taluni dal tripode della loro scienza giudicano e mandano », bandendo dal mondo scientifico i poveretti che hanno la sventura di non pensarla come loro. Il mondo è tanto grande che ci dovrebbe essere posto per tutti... per tutti 1 lavoratori serii ed onesti. Un po’ più di riserbo, cieca nelle Bir = inno "e cai ni ES PREFAZIONE i AL aiar cigeee catena sete AR i NANI PEETLI proprie forze sarebbe tanto di guadagnato per la scienza. Ci si avvezzerebbe così a essere un po” più tolleranti, un po’ meno sgarbati, a non dare come certo irrevocabilmente ‘e assolutamente quello che invece è molto, ma molto problematico; ci sì avvezzerebbe sovratutto a dubitare .un po’ più e alal affermare un po’ mena. i Dicendo questo, non mi riferisco -a nessuna in particolare delle varie scuole filosofiche; mi riferisco piuttosto a tutte, chè tutte hanno più © meno la pretesa di aver risoluto definitivamente i problemi filosofici, tutte hanno lo stesso spirito d’ intolleranza, lo stesso dogmatismo ad oltranza. | - A me piace la libertà e la tolleranza, come in tutto il resto, anche in filosofia: la libertà è condizione di progresso mon soltanto nella vita civile e politica, ma in quella più intima del pensiero e delle idee. de | ì Grancona, Vicenza. Fino a Socrate la filosofia s'era tenuta a un livello superiore alle intelligenze comuni, e in generale avea ben poco giovato al migliore avviamento della società. S'era proposto come oggetto d'esame la natura ed il cosmo; ma ne avea considerato il rispetto fisico e metafisico unicamente, vale a dire avea studiato la matura in se stessa e nelle sue relazioni affatto l’uomo, che è pure la della natura. O se pure l’uomo fu preso a considerare, poichè i grandi problemi che poteano certo sfuggire agli acuti pensatori che prece dettero Socrate, non lo si fece speciale ed a parte: chè anzi, siccome la morale e la fisica, l’uomo e la natura erano confusi insieme, collo stesso sistema, onde spiegavano la n spiegare il fatto umano in generale. Così a tutti è noto che i Pitagorici, come dicean dei numeri!, anzi faceano dei numeri le cose stesse*, 1 Aristot. Metaph. 1. ©. 3. 2 Aristot. Metaph. 1. 6. 6. coll’assoluto, trascurando parte migliore e più nobile interessano l'umanità, non mai l’oggetto d’ uno studio atura, pretendeano i filosofi o le cose fatte ad imitazione teca Be” ml è dle dé FORRAIIET PIO AA =L METODO 4 DEL M spiegavano la morale e i rapporti morali pure per mezzo dei numeri!. Ma questi erano tentativi PIÙ o meno ingegnosi, più o meno fortunati; in realtà non faceano procedere d'un passo lo studio dell’uomo € della sua natura morale. Per istudiare l’uomo conveniva partire dall'uomo stesso, conveniva sovratutto distaccarsi da quel vago aggregato di parti disparate e contraddicentisi, concepito allora sotto il nome di fisica, e dare al nuovo studio un indirizzo suo proprio e indipendente. Come Ippocrate nel suo trattato Dell’antica medicina ® comincia dal respingere il tentativo fatto per congiungere lo studio della medicina a un?’ ipotesi fisica od astronomica; e mentre si scaglia contro gli scrittori medici, che perdevano il loro tempo a stabilire ciò ch'era l’uomo nel suo principio, in qual modo cominciò ad esistere e come fu generato, tenta di fissare i limiti entro i quali la medicina deve aggirarsi; nella stessa maniera Socrate, svincolandosi all'atto “dalla tradizione filosofica, reputando pazzo chi sì occupasse di cose divine? (e tali erano per lui le cose della natura e del cielo), perchè gli dei aveano di queste riserv a se i i È ichi q rvato a se stessi il segreto, richiamando 1 Aristot. Metaph. 1, 5? p. 985-986. 'Tò uèv cowivda Fay dol) U ’ n 1) a PZA ia diuziocnivi, 76 7° Torovdz duyà VAL volle Èxspoy NA ; S o vi > } TIVOMEVZ, AI È, Lode E Sr AGI DIAZ nuo, FL os TZ ZA èrindebpaza DIANA :, Sn idea e44oTO Ciponezta. 5 Xenoph. Mem. Socr. IV 7. 6 2 AI) «DO ERLTTO) I | | -- e perciò i suoi famigliari alla conoscenza pura € semplice di se stessi !, l’unica all'uomo accessibile; pose il fondamento a quella scienza morale, che dovea poi trovare in Aristotele il perfezionatore e il maestro. È per questo motivo che Cicerone potea dire di Socrate, che richiamò la filosofia dal cielo in terra e la collocò nelle città e la introdusse nelle case, e la sforzò a ricerche intorno alla vita, ai costumi, ai beni ed ai mali. Ed è notevole questa popolarità che Cicerone attribuisce alla filosofia socratica, poichè se Socrate fu il primo a studiare il fatto umano indipendentemente dal fatto naturale, non si propose già questo studio per soddisfare a un bisogno della sua natura speculativa unicamente, e limitarne quindi a se stesso i risultati, press’ a poco come farebbe uno qualunque dei nostri filosofi moderni; ma studiò l’uomo anche collo scopo di migliorarlo, anzi esclusivamente collo scopo di migliorarlo; e di qui la necessità che la sua filosofia prendesse Ja forma esteriore dell’insegnamento popolare. Nell’ Apologia platonica ® è detto chiaramente; che Socrate era persuaso che Dio gli avesse imposto di vivere per la filosofia e nello studio diligente di sè e degli altri; e questa sua persuasione avea Messo così profonde radici nella sua anima, che Socrate affermava di voler piuttosto morire che disobbedire al comando di Dio, € smettere un. istante solo dal filosofare e dal fare esortazioni e dimostrazioni a chiunque incontrasse. Altrove, pur nella stessa Apologia ‘, Socrate dice esser posto dal Dio a’ fianchi della città, quasi ella fosse un grande e generoso cavallo dalla sua stessa grandezza fatto tardo 1 Cfr. Mem. Socr. passim; Dialog. plat. pass, 2 Cicer. Disput. Tuscul. L.'V e. I $ + 5 Apol. ci XVII p. Stef. 28E-29. + Apol. Stef. 30E-31. Rn oseeGog eni guup sgn1essoassasopora sog atene e bisognoso di qualche spronata per essere eccitato; cittadini aver bisogno dell'opera sua, come di chi li desti dal dormigliare, persuadendoli e rimprocciandoli. Ad un uomo, come Socrate, in cui era profondo il sentimento della giustizia e della morale, non potea certo sfuggire la miseranda confusione che regnava al tempo suo nei concetti regolatori della società e della vita, e la totale depravazione dei costumi: e siccome le grandi convinzioni della sua anima scambiava il più delle volte colla voce d'un Dio; imposto: a se stesso l’apostolato santissimo di richiamare sulla retta via la società pericolante, e postosi all'opera coll'ardore dell’apostolo e la fede del martire, dovea naturalmente reputare quella forza potente che lo trascinava, un non so che di sovranaturale che Dio stesso in lui avesse trasfuso. Comunque sia, e noi non pretendiamo per nulla entrare nella questione intricatissima dalla religiosità di Socrate, questa convinzione religiosa speciale combinata colla sua natura essenzialmente speculativa e dialettica, fece di Socrate un Dio elenchiico, per adoperare la parola Si Platone 1, che esamina e convince i deboli in È cea I N O, È i azione. Trascurava le cose proprie, andava continuamente attorno per la città or: al passeggi pubblici, ai ginnasi destinati na ittà, pai corporali dei giovani, ora ai banchi dei RE adunanze dei Sofisti, nelle botteghe degli a OE alle perfino nelle case delle cortigiane? e dal rara ) Ppertutto e con ! Plat. Soph. c. l. p. Stef. 216.È 1° espressione che pera rispetto all'ospite che ha la parte principale nel es E È) Alea t GUAI ” OPpo. Cfr. il singolare dialogo che ha Socrate (Mem a ) coll ” 1.) colla etera Teodota intorno all’arte di allettare gli uomini I. iii rratriiii_zznnnnttni tt ili iti ii A PRESE e PI ii A LI Se O chiunque il volesse, faceva ricerca di ciò che è giusto, di ciò che è ingiusto, di ciò che è pio, di ciò che è empio, di ciò che è bello, di ciò che è turpe, € in generale di quante altre cose potessero interessare l’uomo ela società 1. Ed è noto come nelle sue conversazioni ei non facesse distinzione di persona, poichè s' intratteneva egual mente coi politici e coi Sofisti, cogli uomini d’ arme e cogli artigiani, coi giovani ambiziosi e cogli studiosi, e con quanti altri ricercassero la sua conversazione, 0 stimasse dover ricercare egli stesso. E questa ricerca della conversazione e dell'esame, questo commercio incessante cogli altri, per un uomo come Socrate in cui la conoscenza e la volontà, l'intelletto e l'affetto si confondevano, non era solamente un bisogno intellettuale; ma nel tempo stesso un bisogno personale e morale: l'abitudine del filosofare s' identificava in lui con la comunità della vita, il desiderio della scienza era pure il desiderio dell'amicizia; e sta, come osserva acutamente lo Zeller ?, nella fusione di questi due ordini di bisogni il carattere originale dell’ Eros socratico. L'amore socratico non aveva soltanto un alto valore pratico e morale, ma anche, e più specialmente, un valore intellettivo e didattico. Abbiamo detto più sopra che Socrate era dotato di natura speculativa e dialettica; Platone ci conserva in proposito un molto singolare racconto. Narra nel Parmenide che Socrate ancora giovinetto ebbe con Parmenide e Zenone una disputa intorno alla dottrina dell’ 20, che i due filosofi Eleati sostencano. A un certo punto ammirando il fervore che Socrate mettea nella disputa, si 1 Mem. Socr. I 1. 16. ; 2 Geschichte der Philosophie der Griechen della traduzione francese, c è x guardarono l’ in l’altro sorridendo 1 e più Innanzi Parmenide, vedendo l'imbarazzo di Socrate a procedere oltre disputando, sì provò a dargli alcuni consigli intorno all’arte del disputare: Troppo per tempo, o Socrate, innanzichè tu ti eserciti a parlare, ti sforzi a definire ciò che sia il bello, il giusto, il buono, e qualunque delle altre specie. Per certo, mi credi, è bello e divino il fervore col quale muovi alle ragioni: metti fuori adunque te stesso ed esercitati, finchè sei giovane, in questa facoltà che sembra inutile e si chiama dal volgo garrulità; altrimenti ti sfuggirà la verità ». E poichè Socrate domandava a Parmenide di VELIA (vedasi) qual fosse la maniera di questo esercizio questa, rispose il filosofo, «.che hai udito da Zenone.... Conviene non solo, se è qualche cosa, supponendo che la sia, considerare quello che dalla supposizione deriva - ma anche se non è ‘ questa stessa cosa, supporre che la sia —se pur vuoi “ esercitarti 505 I più ignorano che senza questo vagare e discorrere per tutte le cose è impossibile aver mente che s'imbatta nella verità. Dal quale racconto apparisce che Socrate naturalmente portato fin da' suoi più giovani anni a correr come un cane Lacone, di qua e di là dietro ai dis È) e a seguirne le orme è, ebbe a correttori e a pa ra natori di questa sua facoltà d’ investigazione da È PRI Eleati, e specialmente Zenone, che fu il prim > Paoli care alle questioni filosofiche |a di prMO ad applia quel tempo in Atene, vi godeva e una a massima rinoma nza!. ! Parmen. p. Stef. 130. 2 Parmen. p. Stef. p. 135-130. 5 Parmen. p. Stef.  C 247 cò perabeis 2ì iyvedere tà VeyBivra, 4 Cfr, Alcibiad. magg. c. 14 pi DI GITZO va vi \4 meo ve vl Adani FIN LAI alettica, e che, venuto: 119 A e Plutarc. Vita di Pericle c,.3, Per tal modo la dialettica che avea incominciato a fare le sue prove con Zenone, e avea messo în giuoco con lui quella sua forza aggressiva 0 negativa, colla quale rilevava gli assurdi e le contraddizioni che derivavano dall’ipotesi contraria alla dottrina dell’ uno, senza curarsi più che tanto delle ragioni positive che militassero in favore di essa dottrina!, pur a questa mirando positivamente, passava nelle’ mani di Socrate, che dovea farla mirabilmente servire allo studio dell’uomo e della società. Se non che fa d’uopo avvertire collo Zeller® che se Zenone, per difendere la filosofia di VELIA, ha potuto adoperare un metodo dialettico, e fu per questo chiamato da Aristotele l’inventore della dialettica, non per questo la filosofia Eleatica nel suo complesso può chiamarsi un sistema dialettico. Perchè si potesse chiamare così converrebbe che fosse dominata da un’ idea precisa intorno all'oggetto e al metodo della conoscenza scientifica, converrebbe che facesse precedere le sue ricerche fisiche e metafisiche da una teorica della conoscenza, € nella concezione medesima del mondo cercasse il suo principio regolatore nella definizione e nella distinzione dei concetti. Questo doppio carattere che fa difetto alla filosofia Eleatica è invece la nota distintiva della filosofia di So crate e del suo grande discepolo; e solo questa perciò si può chiamare un sistema essenzialmente dialettico. x 1 Gfr. il passo del Parmenide p. Stef.  B, ©, D, dove Zenone parla de’ suoi scritti. 2 Zeller-Geschichte der philosophie der Griechen. Il. Una delle dottrine che nell’ antichità ha avuto maggiore fortuna e che in generale ha esercitato un’ azione molto benefica sugli spiriti, è la dottrina della preesistenza dell'anima al corpo e poi della trasmigrazione dell'anima da corpo a corpo. Venuta a quanto pare dall’ Egitto! sul suolo greco, fu primieramente accettata dagli Orfici; da questi, secondo ogni probabilità, passò fra i Pitagorici®, i quali alla loro volta doveano trasmetterla a-Platone. Se non che mentre gli Orfici e i Pitagorici fecero servire questa dottrina ad uno scopo essenzialmente morale, poichè dallo stato felice dell’anima prima della sua unione col corpo, e dalla unione dell'anima col corpo avvenuta in seguito ad alcune sue colpe, coglievano occasione a predicare la virtù e l'espiazione; Platone, oltre che a questo medesimo Scopo, la fece servire eziandio alla spiegazione d'uno de’ più VER che lo spirito umano si proponga, il ma della conoscenza. L’ani imi Aa ‘unione col corpo a RISI dela sue e, dopo la sua unione col cor È Sete GIO, po, trasmigrando da questo a quello, ebbe a vedere tutte cose e tutte c ] prendere ®; sicchè i tipi di, areale queste cose essendo in lei ! Cîr. Bertini, Filosofia presocratica p. 202. 2 Giacchè non è per nulla accettabile ii o dai Pitagorici si sia trasmessa agli Orfici. 3 Cfr. Pinione opposta che Menon. plat. p. Stef. 81 in fine c. XIV-XV Cfr, anche il Fedro plat. p. Stef. 246-249 e il Fedon. p. Stef. 84 e seg. Nel Fed . ro però e sel pedone le ragioni che si adducono a spiegazione del fat della reminiscenza sono alquanto diverse che nel Menone e cescrsurseresevenzeazionesansenaon nre ne Fonntenseenisenovosagsaregsonevasga erbopronstessacaaeneostae contenuti e l’universa natura essendo stretta in congiunzione, all'anima non è difficile, richiamata una sola notizia, ciò che gli uomini dicono apprendere, richiamare eziandio tutte le altre, purchè abbia coraggio e non si ritragga dalla ricerca!. Per modo che quello che si dice dagli uomini conoscenza, non sia in realtà che la ricordanza di quello che già si sapeva, cd ignoranza non esista veramente, ma soltanto dimenticanza. Questa dottrina, detta della reminiscenza (2v4uvnsto), che Platone metteva innanzi a ribattere |’ obbiezione sofistica ed eristica, che sia impossibile l’apprendere e il ricercare qualunque cosa che non ci fosse già nota antecedentemente?, serviva mirabilmente a spiegare anche il metodo dell’insegnamento e della disputa di Socrate. Poichè ogni uomo possiede virtualmente tutte le nozioni, sicchè per possederle coscientemente non ha che a richiamarsele alla memoria, l’ ufficio del maestro è per ciò stesso limitato a ridestare queste nozioni, a trarle fuori da quello stato d’ oscurità e di latenza, in cui erano involute nell'anima. Perciò nulla di suo insegna il maestro, anzi non insegna veramente, solamente per mezzo d’in-0 terrogazioni adatte aiuta il discepolo a ricordare quello che ha dimenticato. Quindi è che Socrate non appella se stesso maestro nè in Senofonte, nè in Platone; anzi ‘in Platone? dichiara esplicitamente che mai non si fece maestro ad alcuno; e quindi è ancora che nel Teeteto paragona l’arte sua all'arte della levatrice, e dice d'aver attinta quest'arte dalla sua stessa madre Fenarete. Come le levatrici aiutano a partorire le donne, così egli gli 1 Cfr. Menon. ibid. 2 Gir, Menon. platon, p. Stef. $o in fine ed Eutidem. platon. p. Stef.. 3 5 Apol. platon. p. Stef.bo, 17. CONE i iffer ‘è ch'egli non ostetrica i loro $ uomini, colla differenza pero ch'egli i | | f corpi, sibbene le loro anime; e di più he IERI i simo vantaggio la sua arte sopra di que (3; RO Tra | ogni modo esaminare se sia falsità o verita E Gero | l’anima partorisce; mentre non accade alle leva È so ! distinguere se sia uomo od ombra d uomo que o) 1 | la donna partorisce; non essendosi mai dato il paso Ì | un parto di donna che non sia parto reale. Del resto | come le levatrici sono per età infeconde,, alla maniera ! stessa che è infeconda Diana che presiede ai parti, So- ; crate pure è infecondo, e il rimprovero che molti mi | fecero, egli osserva, d’interrogare sempre gli altri e di ! non risponder nulla io stesso, ha in questo la sua ragione che Dio m’impose di osfelricare, ma mi tolse di poter | generare !. | La quale ultima osservazione, fatta per burla certamente, contiene però il secreto del metodo negativo di Socrate. Socrate muoveva una facile interrogazione, i | alla quale veniva data una risposta altrettanto facile; ‘ questa offriva il destro a una seconda interrogazione e bs quindi a una seconda risposta; dalla quale poi deriva*. vano altre interrogazioni ed altre risposte, finchè si Pri giungeva al punto che l'interlocutore veniva a porsi da se stesso fuor di questione, o contraddicendosi, o venendo a riconoscere che non era verità quella che pur aveva preteso fosse tale. E allora Socrate non veniva a risolvere la questione, come s'aspettava l'interlocutore, mettendo egli stesso innanzi una sua propria opinione, che potesse surrogare quella di cui era stata riconosciuta la falsità: invece abbandonava nel dubbio e nella con+ fusione il suo avversario; il qu S ale, se presuntuoso dap-, prima, venia ora fatto og getto di scherno alla moltitudine. Teetet. plat, p. Stef. 149-151. Senofonte non comprende a mio credere questo lato scettico della disputa di Socrate. E bensì vero che in un luogo dei Memorabili !, ad ‘Ippia che lo rimprovera di deridere gli altri, interrogando e convincendo tutti, senza voler egli stesso dichiarare la propria sentenza, Socrate risponde che non gli è bisogno dichiarare quali cose ei reputi giuste, perchè lo dimostra:col fatto ogni giorno; sicchè verrebbe quasi a dire — la mia sentenza è la mia vita stessa, traete dalla mia vita le conseguenze positive del mio insegnamento. — Ma questo non basta, e se potè esser vero in certi casi e in certi rispetti particolari, a torto lo applicheremmo generalmente a spiegare la forma scettica delle conversazioni socratiche. Però fa d’uopo notare che Senofonte non dà questo esempio come regola generale; quantunque è anche a notare che non si trova in tutti i Memorabili alcun'altra spiegazione in proposito. La vera spiegazione ci è data da Platone. Abbiamo già accennato più addietro. come Socrate appellasse se stesso infecondo di sapienza; ebbene non è soltanto per ironia che s'appella così. Socrate interroga gli altri per comando del Dio, com’egli dice ?, ma non già per redarguirli in questo o quel discorso, o perch’egli abbia pronta una soluzione della proposta questione: è l’anima degli altri che vuole chiarire a loro medesimi, nel tempo stesso che vuole chiarire la sua a se stesso; è la qualità dei concetti altrui che è risoluto pel bene comune di mettere a prova, nel tempo stesso che i suoi pure, 0 indefiniti, o incompleti, sente il bisogno di concretare e di rettificare. Quindi è che giunto col ragionamento a fare una disamina attenta, acutissima dell’ opinione I L.IV 4 g-10. 2 Apolog. plat. p. Stef. ii | PETITITLILILICALMIAR:I altrui e della sua, riuscito a togliere certi pregiudizi, 3 certi errori che poteano essere comuni e @ lui e agli . altri, non sa poi all’ abbattuto edificio sostituirne uno nuovo, e tronca, quando meno si crede, la disputa. E sopratutto l'opinione in se stessa quello ch'io esploro; ma accade forse che ci si esplori amendue, me che interrogo e chi risponde » osserva Socrate nel Protagora!; e nel Menone®:« non è già ch’ io essendo pie« namente certo, faccia dubitare gli altri, ma anzi, «essendo io stesso sopra modo dubbioso, i’ fo dubitare anche gli altri ». Socrate in verità non possedeva teorie completamente svolte intorno a checchessia, non possedeva alcuna dottrina dogmatica positiva. Egli aveva bensì il sentimento { pieno e profondo della necessità della scienza fondata sui ‘ concetti; ma essendo stato il primo a mettere in luce questa necessità e spendendo per così dire il suo tempo a convincerne altrui, non avea acquistato conoscenze determinate che costituissero la materia di questa scienza. Insomma l’idea della scienza non si presentava ancora a lui che come un problema indeterminato, in faccia al quale egli non poteva che riconoscere la sua ignoranza? ». Socrate adunque partendo dal dubbio ch'era in lui intorno alla verità delle opinioni altrui, o delle sue, arrivava a comunicar questo dubbio anche agli altri. Nel Pa “7a \L illomne «na PS i 7 E È 1 Prot. plat. p. Stef. trad. Bonghi. 2 Menon, plat. p. Stef.  trad. Ferrai. Cfr. anche quello che Aristotele dice negli Elenchi Sofistici, bi 7: Sne nai dd edito Nozpdrns pura, dI ob Omespivaro. Ouoroyer do obz sidiva. 9 H. Zeller-Geschichte der Philosophie der Griechen tom. 3. della trad. francese p. 115. i - ‘’‘cmosetttittitenittntietteienticannea che consiste veramente la grande efficacia del suo metodo; poichè giunti un momento a. dubitare di quello che già si credeva sapere, naturalmente abbiamo fatto un gran passo nella via della scienza: se non fosse altro abbiamo imparato ad esser meno presuntuosi e a non far troppo a fidanza colle forze del nostro intelletto. Ma c'è di più. Il dubbio è uno stato assai molesto dell’ anima e suscita le doglie e fa passare giorni e notti nelle ansie » come osserva Socrate nel Teeteto!; sicchè tentiamo naturalmente di liberarcene, ricercando la soluzione vera del problema, e non arrestandoci un momento fino a che non l'abbiamo ritrovata, Credi tu », dice Socrate a Menone a proposito dello schiavo che vavea preso a catechizzare, ch’ e’ si sarebbe messo a cercare « ed imparare ciò che si credeva di sapere pur nol sa« pendo, se prima non fosse caduto nel dubbio, accor« gendosi di non sapere e sentendo desiderio di saper « veramente ?.... Pon mente adesso com’ egli movendo « da questo dubbio, e con me la ricerca facendo e' ri« troverà il vero, non altro ch'io l’interroghi non già « che gl’insegni® ». i E questo dubbio, ch’ era l’ ultima conseguenza della conversazione socratica, si accompagnava naturalmente a quel senso di stupore e di meraviglia, che dovea suscitare nell'anima degl interlocutori di Socrate l' arte finissima, ond’egli riusciva a imbarazzarli e a convincerli sovratutto dei loro errori. Già Senofonte nei Memorabili ® ci parla di certe malie e di certe cantilene, che Socrate consigliava a’ suoi famigliari per persuadere e farsi amici gli altri; e Platone nel Teeteto mette in bocca a Socrate le singolari A Teet. p, Stef. Menon. p. Stef. 84 trad. Ferrai, 5 L.HIc. VI $ 10. > fingono ren deg}DEI. METODO riti o sara rear agesieoteorrenizentarivenzietto parole che come « le levatrici apprestando farmachi « e canterellando certe lor cantilene, sanno eccitare 1 « dolori del parto, ed a chi vogliono mitigarli, ed aiutare « i parti malagevoli » così è proprio dell’arte sua eccitare “ ecalmare ad un tempo i travagli del dubbio nelle anime!. Nel Carmide® Socrate si dice in possesso d'una certa incantagione che ha appreso da Abari l’iperborco, C che ha egualmente efficacia sul corpo e sull’anima, e Invita il giovinetto Carmide a farne esperienza; e finalmente nel Menone?, Menone stesso dichiara d’ esser affascinato dalle incantagioni di Socrate e in tuon di burla gli dice, che gli sembra rassomigli affatto e per la figura e pel resto alla torpedine di mare; chè com’ essa chiunque le si accosti e la tocchi fa cader nel torpore, così egli gli ha intorpidito l'anima e la bocca per modo da non sapere che cosa rispondergli. Suscitando adunque nell'anima de’ suoi interlocutori il dubbio e la meraviglia, due sentimenti essenzialmente filosofici, poichè furono sempre cagione che gli uomini cominciassero a filosofare4, Socrate esercitava in realtà maggiore efficacia che non con un vero € proprio insegnamento positivo. ; | Una siffatta maniera di disputare tutta negativa esteriormente, ma pur così feconda di conseguenze positive, dovea necessariamente assumere la forma dell’ ironia. In generale è l'ironia uno dei tratti caratteristici del popolo ateniese: il vano diletto di far pompa di sottigliezza e agilità d’ingegno e di volubilità di lingua, di far sentire 1 Teet. p. Stef. 149-151 trad. Buroni. 2 Carmid. p. Stef. 155-156. 3 Menon. p. Stef. 8o. * Cfr. Aristotele Metaphysica 1. 2. s e Platone Teeteto p Stef. 155. puliti ici inizino ini e = nuit ie altrui la propria superiorità di spirito possedeva in grado eminente gli Ateniesi. Di qui quella inimitabile sfrontatezza di guardatura e di sorriso, che Aristofane chiama Grvuoy Biéroc, quell’accento dileggiatore-tosto che si fossero accorti che altri non fosse del loro parere, quella tendenza allo scherno, alla beffa, alla derisione, e le mille altre finezze e amabilità che si sentono, ma non sì possono esprimere. Pel qual loro carattere fine ed arguto gli Ateniesi diceano volentieri il contrario di quello che pure avrebbero voluto dire, pareano lodare biasimando e biasimare lodando, faceano le viste di non intendere il pensiero altrui, e intanto gli davano un significato particolare per contraddirgli, e più spesso anche per metterlo in beffa. Questa specie di motteggevole doppiezza era propriamente quella che gli Ateniesi chiamavano ironia, e se la lanciavano l'un contro l’altro nei simposii fra le brigate festose, nei pubblici passeggi, e dappertutto dove il vino e la luce accendessero le loro. mobili fantasie ed eccitassero il loro buon umore. Socrate che tutta la antichità ci descrive come un misto di saviezza e di schiettezza, di gravità e di petulanza, di equabilità di animo e di bizzarria di spirito, d’ orgoglio e di modestia, d’ ingenuità e di causticità, dovea naturalmente e più d’ogni altro adoperare questa specie d’ironia ch'era nell’indole del popolo suo; ma quest ironia egli sapeva condire di tanta leggerezza c finezza, sovratutto di tanta benevolenza e bonarietà, che nell'atto stesso di pungere non offendeva, e quegli stesso che n’era l'oggetto o sorrideva con lui del n Ndr suo bel motto, o lo scambiava con un vero € proprio com- > plimento. In generale questa specie d' ironia avea lo scopo o di raddolcire la punta alle correzioni, che di quando in quando rivolgeva a’ suoi. famigliari, o di attirare ì suoi famigliari nella sua conversazione, e ne’ suoi lacci. G. Z. IC peg T Ges gr e a Beni SEA s> - 7 ci Senofonte! ci conserva una disputa di Socrate con Eutidemo, dove appunto questa specie d' ironia benevola è adoperata da Socrate e a pungere la vanità d’ un giovane che si professava durodidzzror, e ad invogliarlo a disputare con lui. Ma questa specie d’ironia Socrate avea comune con tutti gli Ateniesi; quella che gli si può esclusivamente attribuire, come una sua particolare maniera di disputare, differiva da questa e nei modi e nell'oggetto. Essa consisteva in questo, che quando s'incontrava con uomini che godessero fama di sapienza, come i Sofisti, o tenessero un alto posto nella Repubblica, o fossero comecchessia superiori ad altri in dignità od in ricchezze; sprovvisto com'era di conoscenze positive e spinto dal bisogno di sapere, credendo di poter apprendere qualche cosa da loro, e volendo in ogni caso accertarsi se il loro era un vero sapere o un sapere soltanto imaginario, li sottoponeva ad un esame in tutta regola; e in quest esame fingendosi anche più ignorante di quello che fosse in realtà, secondato mirabilmente nel sostenere questo carattere dagli stessi tratti del viso, coll'apparente ingenuità delle sue domande, e con l’ingegnosissima maniera con cui si facca nascere dalle loro risposte interrogazioni sempre nuove e incalzanti, li riduceva in fine‘al punto o di trovarsi avviluppati in manifesti assurdi, o di dover ritrattare quanto prima aveano asserito. GOSÙ suoi i terlocutori vedeano svanire la loro pretesa scienza ni nientata dall'analisi dialettica, a cui erano sotto Ro loro opinioni. L ironia era pertanto, dice lo Zeller 3 momento dialettico o critico del metodo di Socrate, SE seguenza inevitabile dell’ignoranza personale di chi citava così la dialettica ®. Sosta 1 Memor. Zeller della trad. francese nn tei iene DI FILOSOFARE DI SOCRATE ADOSOSELINISOTTTeGIGTLIReRANP Pont enaseosonedanzesSnTani cose eeI Teo peer VIVA eIeceg vo pesci svopase stare anne esse be Veavesisdisene teen Con ciò è spiegata la grande potenza della parola di Socrate, e il timore che aveano di lui i suoi nemici, così da avvertire i giudici, nel tempo memorabile della sua condanna, di guardarsi bene di non esser tratti in inganno da’ suoi discorsi ?. S' impadroniva di tutto l’uomo, frugava le più riposte pieghe della sua anima, e non lo lasciava, se prima non gli avesse aperto tutto se stesso. Chiunque si trovi a discorrere con’ Socrate, dice Nicia nel Lachete platonico, gli è inevitabile necessità, ancorchè d'altro abbia cominciato a trattare, di non farla prima finita se non condotto da’ ragionamenti suoi ei venga « a dare pieno conto di sè e del modo in che vive « ed ha vissuto la vita per lo passato; e una volta ch'e’ « sia caduto in questo discorso, Socrate non lo lascia più « andare fino a che di tutto non abbia fatto esame ri« goroso cd intero »°. Di ciò è anche discorso nel Teeteto, dove Teodoro afferma-che non è possibile chi segga allato a Socrate possa liberarsi dal rendergli la parola, e che non lascia chi gli si accosti se prima non l'abbia sforzato « ad entrar nudo in lotta di discorsi » con lui. ILL Noi abbiamo finora esaminato, come a dire, le forme esteriori del metodo di Socrate; ora dobbiamo esaminarlo nella sua intimità e porne in luce le conseguenze in ri spetto alla formazione della scienza. I Plat. Apolog. p. Stef. Lachet. platon, p. Stef. trad. FERRAI (vedasi). 3 Teetet. plat. p. Stef. DEI. METODO E prima di tutto è d’ uopo togliere una prevenzione: Socrate, pur adoperando un metodo negativo, credeva in realtà nella scienza, o non piuttosto era uno scettico, che tendeva a comunicare altrui il suo scetticismo € nulla più? Cicerone negli Academici posteriori * e nell’opera De finibus® sembra credere che Arcesilao e la nuova Academia seguissero la maniera di filosofare di Socrate, perchè negavano vi fosse cosa che si potesse sapere, e perchè si aveano proposto come sistema, di avere in ogni caso contro argomenti positivi una forza uguale di argomenti negativi da opporre: sicchè il filosofo romano scambia il dubbio metodico di Socrate con un vero e proprio scetticismo, e la sua maniera di filosofare con una disputa cristica, in cui ciascuna parte disputasse coll’ unico scopo di disputare, non essendo possibile raggiungere un risultato positivo a chi per V oscurità delle cose® neghi si possa qualche cosa conoscere. E però notevole come in altri luoghi lo stesso CICERONE (vedasi) disdica questa sua prima sentenza ed affermi anzi che il metodo di Socrate, lungi dal condurre a uno scetticismo universale, conduceva a veri e propri risultati positivi; poichè la sua conversazione, egli dice, consiste P. Dutta nel lodare la virtù e nell’esortare in sd) "a l’amore di essa‘, ed aiutava mirabilmente a trovare ciò Accad. post. Cfr. anche Ac SR t Ù ad. Ino Nat. Deor. 1, 5; 11. prior.  e De 2 De finibus II, 1. Cfr. anche un altro luogo degli Academici e =“) ( U/ ”, Do post. dove VARRONE (vedasi) è introdotto a parlare di Il « Socraticam dubitationem de omnibus rebus cone è) adhibita, consuetudinem disserendi. Academ. post. . et nulla affirmatione + Academ. post. vo .--_rca leslie  ZI che fosse conforme a verità! Ma se la conversazione socratica conduceva a trovare la verità, e se Socrate stesso credeva di potervi arrivare per questa via, come afferma CICERONE (vedasi), è naturale ch’ ei dovesse aver fede nella verità stessa e nella scienza; poichè non si può nemmeno concepire vi sia chi ricerchi una cosa, senza credere che la cosa stessa esista. Di questa fede di Socrate nella verità e nella scienza abbiamo prova in quasi tutti i dialoghi, che Senofonte e Platone mettono in bocca al loro maestro; giacchè attraverso il dubbio metodico e le domande incessanti che Socrate rivolge a’ suoi interlocutori per iscrutarne gl’ intimi pensamenti, s'intravvede, per così dire, una luce misteriosa, alla quale tendono tutti gli sforzi di Socrate, e la quale illumina quel caos apparente di domande e di risposte, che i più credono fatte a capriccio e per passatempo. Ma v'ha di più. Nel Menone platonico Socrate dichiara esplicitamente la sua fede nella scienza. « Tra l’apporsi al vero i (000 d6cz, egli dice, c il sapere che sia divario, questo ì è parmi non affatto conghietturarlo, ma, s'io dicessi mai « di sapere una cosa, e sarebbe invero rarissimo il caso « che lo dicessi, questa pur sarebbe nel numero delle cose « ch'io ammetterei di sapere »î. Il qual luogo è anche notevole, perchè contiene l importantissima distinzione JA tra il sapere volgare € il sapere reale od assoluto, del quale Socrate presentiva tutto il valore pur senza averlo raggiunto, e il quale stimava solamente proprio di Dio: I Tuscul. Disput. vetus et Socratica ratio contra alterius opinionem disserendi; nam ita facillime, quid verisimillimum esset inveniri posse Socrates arbitrabatur. Tuscul. Disput. Menon. platon. p. Stef. 98 trad. Ferrai.- siad: + Apol. platon.-p. Stef. È via È DEL METODO sicchè quando affermava di sapere ‘questa sola cosa di non saper niente, egli traduceva in parole la sua coscienza dell’ immensa distanza che separa il sapere umano dal sapere divino. Ancora, siccome il suo metodo era massimamente rivolto alla ricerca delle verità morali, Socrate dovea ammettere un principio assoluto di moralità, dal quale dipendesse tutto quel complesso di nozioni morali, sulle quali poggia l’edificio dell'umana società. Che questo principio supremo di moralità Socrate ammettesse risulta dal Gorgia platonico, dove dichiara contro l’ opinione popolare che è « cosa peggiore fare ingiustizia che non « patirla, e della ingiustizia fatta non pagare il fio che « pagarlo »!; e più innanzi? che chi non paghi il fio delle ingiustizie commesse è più misero di chi lo paghi, giacchè il non scontare il male' non è soltanto persevevare nel male, ma è anche il male primo e più grande. Di più, quando si tratti di fissare recisamente la distinzione radicale del bene dal male, mentre per solito Socrate è condiscendente nel dialogo, e finge di accettare quello che dice l'avversario, per poi ribatterlo di fianco col suo terribile elencho, qui invece adopera forme ri solute che non ammettono replica. « L’ adulazi 500 « penso la sia la gran brutta cosa, o Polo RA « così parlo), ch’ella vada sempre dietro al dilet a « curarsi affatto del buono »; così Soc SA: Le quali affermazioni Todi Sr De alle verità morali troviamo S9R CRISI rabili di Senofonte, dove FARI TO ), come mi pare d'aver n rispetto ci Memo accennato 1 Gorg. platon. p. Stef. 476. 2 Gorg. platon. p. Stef. 479. 3 Gorg. platon,  Stef.  c. XIX i o 5 trad. Ferrai, Cfr, anche Gorg. Gorgia. fi —_> n MALE Le r_oe+us esiti cò ici arreroe più sopra, il Socrate dialettico e speculatore ci sfugge quasi, e ci si presenta invece nella sua piena luce il Socrate pratico, essenzialmente positivo. Sicchè io non arrivo a comprendere come il Tennemann! abbia cercato di stabilire una considerevole analogia fra Socrate e lo scettico Pirrone. Analogia fra i due non esiste, se non in quanto s' accordavano nel ripudiare ogni studio che non si riferisse alla morale; ma, quanto alla morale stessa, differivano essenzialmente; Socrate sosteneva che la morale fosse oggetto di speculazione e di scienza, e l’unica degna di studio; Pirrone sembra aver.pensato che la scienza fosse impossibile ad attingere nella morale del pari che nella fisica, e che non si dovesse fare attenzione che ai sentimenti e alle buone disposizioni dell'animo ?. In questo Socrate era scettico che, avendo i filosofi fisici anteriori dato al problema della natura risposte diverse non solo, ma contradditorie, ne aveva concluso che questi aveano nelle loro ricerche oltrepassati i limiti imposti alla scienza umana, € che la verità non si potea conoscere in riguardo alla natura. In questo era scettico, e in due altri punti ancora, intorno ai quali massimamente s’ aggirava la sua disputa. Egli negava prima di tutto che gli uomini potessero sapere ciò, a cui non avessero mai applicato il pensiero riflesso, € in secondo luogo che potessero praticare quello che non sapeano, vale.a dire che fossero temperanti, giusti, forti ecc. Senza sapere che fosse la temperanza, la giustizia, la fortezza ecc. Mettere nell'animo de’ suoi interlocutori questa sua convinzione negativa, persuaderli una volta che senza | can I Tennemann Gesch. der Philosophie vol. Il p. . i k Grote, Anche Zeller della trad. franc. sostiene che Socrate non può ritenersi uno e . scettico. MIT ri ET Pata relazioni tra uomo e uomo, tra uomo e DEL METODO i uverenneresaraenioosesev ato aressorsesaeses ana suenosionieveeee ereese esaminare attentamente sè stessi era impossibile e sapere ed essere virtuosi, era questo effettivamente lo scopo dell’insegnamento di Socrate. Ma questo ben luagi dall'essere lo scetticismo nemico della scienza, è Invece lo scetticismo che la favorisce, senza del quale anzi non si potrebbe una vera scienza fondare. Non v'ha cosa che l’uomo si creda più facilmente conoscere di sè stesso e del fatto umano in generale; ed è naturale, poichè nel primo caso non ha che a rivolgere lo spirito su sè medesimo, e nel secondo su quello che lo attornia, sicuro di vedervi riflessa l’imagine sua. Ma a rivolgere lo spirito su sè medesimi è raro che si pensi, e a studiare il fatto umano ancor meno; son cose nostre l'una e l’altra e non serve occuparcene; 0, dirò meglio, si crede occuparcene abbastanza, dal momento che ogni giorno se ne parla e se ne disputa. E intanto si crede effettivamente sapere ciò che non si sa; Vaia À o) sì risc : SR. RO nel ERROR cervello certe persuasioni proradicatissin i ri i o ERRO si me, le si riscontrano in altri egualmente È proprie SA SR PS a IR ndicon vere ioni, e no s ì n o0 Dl n cl passa neppure pel capo di spiegare a noi stessi come si siano intr i A vi risiedano, e non dubiti i RI OTO ein noige u nata i no, e Ittamo un Istante del loro effettivo valore. Di qui una quantità di errori, di pregiudizii ga . SE k è) nozioni accettate più per azione del i 3 9 sentimento che per consenso della ragione; errori, pregiudizi; » Pregiudizii e nozioni che penetrate a poco a poco nella fibra e nel!san, . (eg generazioni, consacrate, per così dire, dal BNS dele a da tempo, acqui rn O 5 legge e come tali governano il mond e e notevole c . e ome prevalgano mass Imamente nelle ReÈ SSR. Città e ittà e città, e tanto più facilmente, quanto più tra città in gioco gl’interessi individuali 9 PIÙ sono messi De To g ressi Individuali e generali; s'; si sino del v i, sì «SER > S mpo n ocaboli, si aggruppino intorno all’ A . E) 6 s di ’ Let CÒ riesce poi difficilissimo a discernere il vero significato dei vocaboli e spogliare l’idec di rutto il fattizio e l’appiccaticcio. Questa condizione di cose, questa cieca fidanza di sapere ciò che realmente non si sa, questa prevalenza delle nozioni rozze e affastellate del senso comune sulle vere e proprie cognizioni, come è propria di ogni società e di ogni tempo, così era massimamente il carattere distintivo della società e del tempo di Socrate. « In morale, «in politica, in economia politica, su tutti i soggetti rela« tivi all'uomo e alla società, prevaleva allora, come oggi, « la medesima confidente persuasione di possedere il « sapere, senza che l’effetto corrispondesse; la medesima « generazione € propagazione, per via dell'autorità € « dell’ esempio, di convinzioni non messe a sindacato, « appoggiate sopra un sentimento vigoroso, senza alcuna « conoscenza dei gradi o delle condizioni del loro svi« luppo; il medesimo atteggiarsi della ragione alla difesa « esclusiva d'un sentimento prestabilito: la medesima « illusione che, perchè ognuno è famigliare colla lingua, « sia anche in possesso dei fatti, dei giudizii c degli « indirizzi complessi, implicati nel senso dei vocaboli; «e atto del pari ad usare parole d’ un significato « comprensivo ec a sostenere la verità o la menzogna « di vaste proposizioni, senza analisi nè studio spe-« ciale »!. La quale condizione dî cose cra tanto più grave quanto più l'antico costume era depravato; sicchè il pregiudizio e l’ errore trovava il suo naturale alimento, oltre che nell'ignoranza, nella corruzione, la quale era giunta a tal segno al tempo di Socrate, da disfare affatto anche quell’ultimo vincolo che annodava fra loro gli uomini, voglio dire quel complesso di verità morali e I Grote. DEL METODO sociali universalmente consentite e aventi forza di legge, perchè scritte nei cuori !: 0 Ora una scienza qualunque non ha maggiore nemico delle nozioni rozze e affastellate del senso comune; pe modo che chi si proponga di fondarla su principii saldi e incrollabili, abbia anzitutto bisogno di combattere e di disperdere affatto quest eterno nemico. Per quello che. attiene alle nozioni prime. dell’ intelletto, osserva Bacone nel Nuovo Organo ?, niente v' ha di quanto l’ intelletto abbandonato a sè stesso raccolse, che non ci sia sospetto, e che possa accettarsi, se non abbia retto alla prova d'un nuovo giudizio e secondo questo non sia stato pronunziato; e più innanzi 3, che assai difficilmente si riesce a purgare la mente, quando dalla quotidiana consuetudine della vita, dalle cose udite e da plebee dottrine sia stata occupata, e assediata da vanissime apparenze; e che in questo caso resta‘ unica salvezza rifare l’opera universa della mente, e la mente non abban donare in alcun modo a sè stessa, ma perpetuamente frenare. { ve Mi . = Nap: #yg4901 chiama Socrate queste verità in un suo dialogo con Ippia -- Memor. SM 7 i x Distributio operis, messa in capo al N. O. edizione ontagu, « Quod vero attinet ad notiones primas intellectus, nihil est È ; ma . È SUA quae intellectus sibi permissus congessit, quin nobis pro suspecto Si sr AREA Tar:, nec ullo modo ratum nisi novo judicio restiterit, et secundum illud pronuntiatum fuerit ». 5 Ibid, i d. Praefatio p. 186. « Serum sane rebus perditis adhibetur remedium 5 idi ; pene i Pesaro mens et quotidiana vitae consuetudine, et audiUonibus, et doctrinis inquinatis occupata fuerit... integro et vanissimis idolis obsessa . Fes i ì Ere unica salus ac sanitas, ut opus mentis universum de Matur; ac mens, iam ab ipso principio, i nullo ibi permittatur, sed perpetuo regatur ». modo sibi Rifare l’opera universa della mente, abolire le teorie e le nozioni comuni, apparecchiarsi ad accettare la verità, anche quando si contrapponga ai nostri più cari pregiudizii, ecco quanto si richiede a chi imprenda uno studio veramente scientifico. E questo che Bacone consigliava doversi fare per la ricerca delle verità fisiche, Socrate imponeva a sè stesso per la ricerca delle verità morali e sociali; sicchè fra i due grandi filosofi si stabilisce una considerevole analogia che deriva da comunanza di sentimenti e di propositi. E come Bacone considerava essenzialissimo alla purgazione dell’ intelletto, per metterlo in istato di arrivare alla verità, il redarguire la ragione umana nativa !, egualmente Socrate mirava per via d’instanziae negativae e d'esempii negativi e a far capire c abbandonare l’ errore e a far intravvedere il cammino ‘che menasse alla verità. Di qui l’'elencho socratico, o esame contraddittorio dei concetti, insinuatisi a casaccio nelle menti, senza che colui stesso che gli aveva se ne potesse rendere ragione; di qui quella specie di fermento, onde la parola socratica penetrava quel grumo d’associazioni vaghe e indefinite, che s'erano aggruppate intorno a un vocabolo, sforzandole a dividersi, a chiarirsi, a porsi a luogo ed a tempo; di qui infine tutti gli sforzi generosi, per convincere altrui che non si sa se non quello soltanto a cui s'abbia applicato il pensiero riflesso; smascherare l'ignoranza presuntuosa ed inconscia e presentarla in tutta la sua nudità. Questa maniera di disputare se procurava a Socrate molti nemici, com’'egli accenna con accento doloroso 1 Itaque doctrina ista de expurgatione intellectus, ut ipse ad veritatem abilis sit, tribus redarguitionibus absolvitur; redarguitione philosophiarum, redarguitione demonstrationum et redarguitione rationis humanae nativae (Nov. Org. Distributio operis p. 170 ed. Montagu). Ra SI va e e PPT nella sua Apologia !, non per questo non esercitava una azione assai benefica sui giovani, a cui erano massimamente dirette le sue cure, e che in generale lo seguivano con affetto di figli. Le loro anime veniano dall’ elencho socratico, come a dire, purificate, giacchè spogliati affatto di quell’ammasso informe di nozioni, su cui poggiava tutto il loro sapere imaginario, si avviavano in realtà al vero sapere, riacquistando l'abitudine e ‘il potere di esaminare, abitudine e potere che aveano perduto nella illusione in cui erano vissuti fino allora. E per Socrate questa purificazione dell'intelletto teneva nella scala del sapere un altissimo luogo, a segno da chiamare filosofo l’uomo appunto che arrivi a conoscere di non sapere quello che non sa, poichè chi non sa e si crede sapere, per ciò stesso non ama il sapere, mentre invece chi non sa e sa questo di non sapere, ama per ciò stesso la sapienza e brama addivenire sapiente. Per la qual cosa avea ragione Platone di far nel Sofista le altissime lodi dell'efencho « come della grande e sovrana purificazione,, « senza la quale ogni uomo, sia pure il gran re stesso, «è tutto pieno d'impurità; e ignorante e turpe in ri« spetto a quelle cose, nelle quali e purissimo e bellissimo « conviene sia chi voglia esser veramente felice »3, La conoscenza di sè stesso, ecco il punto a cui Socrate volea condurre il suo interlocutore, e a cui erano consacrate tutte le forze del suo ingegno speculatore. °4 Apol. platon. p. Stef. 21. A ReoREe ceh È Cfr.il Liside platon. p. Stef. 218 eil Convito platon. p. Stef. . Plat. Sofista E 421 76v Sheyyovhez LI, de 2A VILLA ff i) «, Valiani - v ” pere rav zallizozon tari, vai . di astenersene. « Bisogna ch i * e tu È « da’ calzolai, da’ f; bbri IRE ARICOga, 0 Socrate, î .01a1, da fabbri e da’ fonditori » così Critia nei 23% . ae C Memorabili, « poichè io credo costoro oramai essere sec « cati da te, menati attorno în tanti discorsi tuoi »3 Alla quale imposizione superba è notevole | diede Socrate, che adunque dovea aste quelle cose, che da quegli esempii a risposta che nersi anche da conseguono, la ! Cfr. massimamente Memorab, III 3 e dialoghi platonici passim. È 2:Memorab. IV 4, 6. 5 Memorab. I 2, 37. 9 e poi Memorabili passim iena perocchè ti sei già « tracciata poc'anzi la via egregiamente; € imitando la I Menon. p. Stef. 77. È 2 Teetet. p. Stef.  trad. BURONI (vedasi) Top.  2 "Osa Î. Gronody dvonari TAV dodo mowovizi, DR Nov Ds DÙA irodidi zar odo mdv TOD To%p:A4795 pprop.bv, mein ie Sprayds X0Y05 giz ot. 4 Tectet, p. Stef.  Teetet. Stef.. A4 o « risposta che desti intorno alle potenze, siccome queste « essendo molte comprendesti in una sola specie, così « adoprati di ridurre anche le molte scienze sotto una « sola ragione »!. 3 ; Ma la generalizzazione non basta ancora a chi voglia definire scientificamente le cose. « Conviene, chi si studii « di abbracciare scientificamente un intero, dividere il .« genere nelle sue forme individue » dice Asistotele negli Analitici posteriori?, e la divisione appunto è come il processo che completa e sorregge la generalizzazione. I due processi della generalizzazione e della divisione sono chiaramente enunciati in quel luogo del Fedro platonico, che abbiamo anche citato più sopra: Conviene « ricon« durre ad una sola idea ciò che è sparso e diverso, « affinchè data la definizione di cadauna cosa, sì metta «in aperto di che si tratti.... e poi poterlo dividere ‘ secondo le idee quasi nelle membra di cui consta na« turalmente »3, Nel Filebo il doppio processo si trova ‘esposto con tutta la profondità che appartiene alla maturità dell'età e del talento di chi scriveva: nel Sofista_ poi ‘e nel Politico è così frequente l’uso della divisione massimamente, che pare vi si debba scorgere il desiderio di Platone di avvezzare gli uditori a quello ch'era allora una novità; tante sono le occasioni indirette ch'egli sceglie per porlo in piena luce, specialmente mettendo in bocca a’ suoi interlocutori risposte, che implicano una completa indifferenza su questo punto. ! Teetet, p. Stef.. 2 Aristot. Analit. post. +’ TEUNTZI F13, desdetv Td XY ) A Ei N Cvos Sis Ta vronz o tider T% TIOTZ, giov { . prov cis mpuida at Svdda. ; 5 Plat. Fed, trad. FERRAI (vedasi), Socrate adoperò il processo della divisione; come adoperò quello della generalizzazione? Il Brandiss e l’Heyder credono che la divisione incominci propriamente con Platone, in prova di che fanno osservare che nel Sofista e nel Politico, dove questo processo è più abbondantemente adoperato, Socrate non dirige punto la conversazione. Se non che io osservo col Grote « che non « bisogna di troppo insistere su questa circostanza: i « termini coi quali Senofonte descrive il metodo di So« crate (dezdepovizo 227% yiva 74 roduzez Mem.) « sembrano implicare tanto un processo che l'altro; « in. effetti, non era possibile tenerli separati con un « disputatore così abbondante come Socrate. Platone « senza dubbio ingrandì e insieme ridusse a sistema il « metodo, ce sopratutto fece un grande uso del processo « di divisione, perchè spinse il dialogo in una ricerca « scientifica positiva più lungi di Socrate »!. Più della divisione però che in fondo resta sempre dubbio se Socrate abbia veramente adoperato, egli ha adoperato il processo della dimostrazione, il cui punto capitale è sempre la formazione dei concetti. Quando Socrate voleva rendersi conto dell’esattezza d' una definizione, o della necessità di operare in una certa maniera, risaliva al concetto della cosa in discorso, e ne traeva per via di deduzione ciò che faceva al caso dato. Senonfonte ci avverte che quando alcuno in qualche cosa contraddiceva a’ Socrate senza dire nulla di chiaro e senz'alcuna dimostrazione, questi cercava di fissare il concetto, per esempio del buon cittadino, se tale era la questione, e poi applicando questo concetto alle due persone su cui cadeva la questione stessa, ne deduceva quale. delle due poteva essere posta nel numero dei Grote. CO a sb tata LA buoni cittadini: in questa maniera, conclude Senofonte, agli stessi contradditori si faceva chiara la verità”. Per convincere Lamprocle suo figliuolo ch'egli era ingrato verso la madre mostrandosi con lei adirato, Socrate gli domandava che cosa fosse l’ ingratitudine, e avutane la definizione gli mostrava in appresso che, operando in quel modo, egli era veramente nel numero degl’ingrati. E così egualmente per far discernere a un generale di cavalleria tutti i suoi doveri, cominciava dal definirne l’ufficio*; e per mostrare l’esistenza della divinità, poneva come principio che tutto ciò che serve ad uno scopo deve avere una causa intelligente 4. Non è da credere però che Socrate abbia dato la teoria del :metodo dimostrativo, o distinto le diverse maniere di dimostrazione. Ciò che v'ha d’essenziale qui, come osserva lo Zeller5, è pur sempre questo, che il concetto è il termine di paragone,.a cui bisogna ricondurre ogni questione e il criterio con cui si deve risolvere: mentre i procedimenti per giungervi sono più che _altro il risultato delle abitudini dialettiche individuali del filosofo. Per tutto quello che abbiamo detto adunque Socrate, senza avere predecessori a copiare, praticò quello che Aristotele descrive come il doppio processo della dialettica, fare della pluralità l’unità e dell’unità la pluralità. Se non che come fu il primo che si mise per questa 1 Mem,..Mem. Mem. Mem. Aristot._To e pic. ... &y rrotetv 4 d EY TONE... 4, 0, 2... v rorelv a Tmietw... 7Ò via, ed anche senza averne una chiara coscienza, dovette naturalmente cadere in alcuni errori, derivanti massimamente dal difetto della sua induzione. L' induzione socratica avea senza dubbio un valore scientifico, poichè moveva dalla revisione del senso volgare: ma nel suo processo non era sempre rigorosa. Come egli non voleva mettere innanzi nulla di suo a persuadere, ma da quello che gli avea concesso il suo interlocutore trarre conseguenze che, per ciò che gli avea concesso, era impossibile al suo interlocutore non approvare, naturalmente poneva a fondamento dell’esame d’un’opinione un’altra opinione, quanto la prima malsicura ed incerta: sicchè una induzione di tal fatta doveva avere molto d’accidentale e di non dimostrato, e tutte le conclusioni e le definizioni che ne derivavano, poggiavano sur una base assai sdrucciolevole!. Inoltre per il fatto stesso che non svolgeva il suo pensiero che in una conversazione famigliare, Socrate era costretto a non perdere mai di vista i casi particolari in questione e le esigenze e i bisogni de’ suoi interlocutori : I La deficienza del metodo socratico risulta molto chiaramente dalla descrizione che danno Cicerone e Quintiliano dell’induzione di Socrate, la base del suo metodo: « Inductio est oratio quae rebus non dubiis captat assensionem eius, quicum instituta est; quibus assensionibus facit, ut illi dubia quaedam res, propter similitudinem ‘earum rerum, quibus assentit, probetur.... Hoc modo sermonis plurimum Socrates usus est, propterea quod nihil ipse afferre ad persuadendum volebat, sed ex eo, quod sibi ille dederat, quicum disputabat, aliquid conficere malebat quod ille ex co quod iam concessisset, necessario approbare deberet. CICERONE (vedasi) De invent « Illa (sc. inductio) qua plurimum Socrates est usus, hanc habuit ‘ viam, cum plura interrogasset, quae fateri adversario necesse esset, novissime id de quo quaerebatur, inferebat cui simile concessisset. Quint. Orat. non erano dunque osservazioni complete e passate al cribro d’una critica severa quelle da cui Socrate traeva i concetti, ma esperienze personali ristrette, opinioni isolate, e in ogni caso non mai tali che i suoi interlocutori non lo potessero seguire. Non neghiamo ch’ egli cercasse di correggere tutto ciò che. c'era di contingente nei principii ottenuti in questa maniera, confrontando casi opposti e completando e rettificando esperienze differenti l'una per mezzo dell'altra, come risulta dalla definizione del concetto dell’ingiustizia e del concetto del sovrano nei Memorabili"; a cui potrebbe aggiungersi la determinazione delle qualità d’una buona armatura che pure troviamo nei Memorabili*?: ma non si può pure negare che il più delle volte la sua induzione consistesse in una semplice enumerazione di casi e di fatti, udi non reperitur, come direbbe Bacone, instantia contradictoria. Ora i casi conosciuti in cui apparisce vera una certa legge, non danno spesso il diritto di concludere universalmente; bisogna in/errogare la natura, bisogna non contentarsi d’un’osservazione passiva, e vedere Se nessun caso opposto a quelli conosciuti si presenti. Per essere in diritto, osserva lo Stuart Mill 3, di concludere che una cosa è vera universalmente perchè non abbiamo visto mai esempi contrari, bisognerebbe che fossimo anche in diritto di credere che se questi esempi contrari esistessero, li conosceremmo; e questa sicurezza, nella maggior parte dei casi, non la possiamo avere che a un debolissimo grado, o non la possiamo avere affatto. A tutto questo aggiungasi il concetto unilaterale ed esclusivo che Socrate s'era fatto della filosofia, per 1 Mem. .; 2 Mem. IV 10,9e seg, 3 Logique déductive ed inductive v ol. I . BRIO porei; . i) w IC cui questa non deve in alcun modo occuparsi del fatto naturale; e si rammenti che l’induzione trova la sua più completa applicazione nello studio del fatto naturale appunto. Per ultimo si osservi collo Zeller! che se Socrate comprendeva e formulava nettamente la necessità di ricondurre ogni cosa al suo concetto, e il principio della conoscenza per concetti era per lui come un postulato, quanto al modo però e alla forma di questa riduzione, e ai procedimenti logici che esige, non li, elaborò mai in modo: da farne una dottrina, e « non li « troviamo ancora presso di lui che allo stato d'applica« zione immediata. d’ un'attitudine personale». Comunque sia, noi dobbiamo riconoscere in Socrate il primo autore di quella tendenza all’ analisi e alla generalizzazione, che rendeva, gli uomini atti a rendersi conto di quanto faceano o dicevano; e il precursore di Platone e di Aristotele, il quale ultimo massimamente col suo sistema comprensivo di logica formale, non solo ebbe ùn valore straordinario pei procedimenti e le controversie del tempo suo, ma ancora, penetrando a poco a poco negli spiriti di tutti gli uomini colti ) e perfezionandone le facoltà ragionatrici, contribuì a ‘formare quello che ha di esatto e di eminentemente scientifico il pensiero moderno, sicchè; secondo la sentenza del Grote, la distanza tra la miglior logica moderna e quella del lizio è appena tanto grande, quanto quella che esiste fra il lizio e quelli che lo precedettero d’un secolo, GIRGENTI (vedasi), Anassagora € la setta di CROTONE. Grote. È i : 3 sa x Li LaTet CORE RIOT ua 1) 4 i sed Lr da FRI Risulta da quanto s'è detto nel capitolo precedente che Socrate dev’ essere considerato non soltanto come un moralista, ma anche come uno scienziato, o, se pare troppo superba la parola applicata a Socrate; come un . ricercatore entusiasta del sapere. Chi se lo rappresenta anzi tutto e sovra tutto come un' moralista, non vede che una parte soltanto di questa grande figura, la più attraente, se vogliamo, la più simpatica sicuramente, ma anche la meno profonda e la meno originale. Osserva acutamente Zeller che quando Socrate fosse stato, quale in gran parte ce lo presenta Senofonte, un semplice predicatore di morale, non si capirebbe l'immensa efficacia ch'egli ha esercitato non soltanto sugli spiriti senza originalità e intelligenza filosofica, ma sugli uomini più illustri e più versati nelle scienze del tempo suo: non si capirebbe sovra tutto come Pl dotto nei dialoghi ad attribuir filosofiche, e da Platone stesso e da Aristotele e da tutta la filosofia posteriore fino agli Stoici e ai Neoplatonici sia stato considerato come il fondatore d’una filosofia nuova, e l’iniziatore di quel moto fecondo d’ idee, a cui clascuno confessa di metter capo!. C'è anzi in Socrate stess rebbe potersi concludere che lui al di sopra dell’ interesse p essere il fine del sapere, non in quanto deriva dal s damentale dell atone si fosse ine a lui le più ardue ricerche o qualche cosa da cui parl'interesse teoretico sta in ratico, che l’azione anzichè ha essa stessa valore che apere, e che perciò il motivo fona sua attività è l'interesse della scienza. Zeller . ceci enni nnt RA DI vs Le conversazioni ch'egli tiene col pittore Parrasio, collo scultore Clitone, coll’armaiuolo Pistia!, e in cui cerca di far scoprire a ciascuno dei tre il concetto dell’arte sua, non hanno evidentemente uno scopo morale, ma uno scopo teoretico, fare che ognuno acquisti un giusto concetto della propria attività e se ne renda conto; quando non si voglia ammettere con Senofonte che lo scopo morale c'era pur sempre, poichè Socrate si rendeva wuzile con queste conversazioni agli artisti medesimi. Nessuno scopo morale però si vorrà vedere sicuramente nello strano dialogo ch'egli ha colla cortigiana Teodota *, nel 3 quale cerca di condurla a formulare nettamente |’ idea e i il metodo del suo mestiere. Quivi è indubitatamente il i sapere per il sapere che si cerca, quando non si voglia sostenere il paradosso che, insegnandole l’arte di meglio sedurre gli uomini, la metteva in grado di fare maggiori guadagni e. perciò le procurava pur sempre del bene. Il ricercatore del sapere si deve adunque in Socrate collocare accanto al moralista, non già subordinare al moralista. Chi considerasse la scienza dal punto di vista: della morale e a questa la subordinasse, chi non vedesse in essa che un mezzo per raggiungere uu fine ulteriore, chi non si sentisse ad essa attratto da un’inclinazione naturale irresistibile, non potrebbe avere per essa l’ entusiasmo che avea Socrate, non potrebbe sovra tutto coll’ energia costante ch'egli mostrò ricercarne il metodo e farsene il riformatore. Nella stessa morale Socrate non avrebbe lasciato traccie così profonde, nè avrebbe esercitato un'azione così decisiva e durevole, qualora si fosse preoccupato d’interessìi puramente pratici, Il suo merito, i Memor.  Memor. . = r v) come moralista, osserva Zeller !, non consiste nell’ aver voluto una riforma della vita morale; anche Aristofane e altri ancora la volevano egualmente; consiste piuttosto nell'aver riconosciuto che per ottenerla è necessario fondare le convinzioni morali sulla scienza, che perciò il sapere solo deve determinare e soddisfare i doveri pratici, vale a dire deve non solo essere utile all’azione, ma dirigerla e dominarla. Ora nessuno, continua il grande storico della filosofia greca, « ha accettata mai questa « maniera di vedere senza riconoscere alla scienza un « valore proprio, che sta immediatamente in lei stessa: L'idea della scienza è perciò il punto di partenza della filosofia di Socrate*; la stessa morale è scienza; la trasformazione e la restaurazione della morale non può ottenersi che dandole per base la scienza. Socrate non può in nessun modo separare la moralità dalla scienza e concepire una. virtù senza sapere. D’ altra parte però non sa neanche concepire un saE senza virtù; e ciò Te che il risveglio scientifico, ch'era incominciato € i noli : non già ai fini e e ne ralità, come per la Sofistica appunto era avve 2 pa È avvenuto, ma a porre su basi nuove e incrollabili stabilite dal Xi la moralità stessa. LIE E in questa maniera che Socrate si può considerare ad un tempo come il riformatore della scienza e della morale. « Il suo grande pensiero fu di trasformare e di restaurare la vita morale dandole la scienza per base «e questi due elementi erano così indissolubilmente Zeller Schleiermacher Werke  e il Ritter Geschichte der philo i x i = E philosophie II 50 sostengono questo DI FILOSOFARE DI SOCRATE [H. P. Grice, Socratic midwifery at Oxford] legati nel suo spirito che non seppe dave alla scienza « altro oggetto che la vita umana, c inversamente, nella « vita, non vide salute al di fuori della scienza »!. Ciò posto facciamo ancora alcune considerazioni specialmente intorno alle relazioni di Socrate coi Sofisti e alla differenza del suo insegnamento dal loro. Prima di tutto è d’ uopo togliere una prevenzione. Spesso l’operosità di Socrate viene limitata alle sue dispute coi Sofisti, e queste dispute ci si rappresentano non Scette affatto d'una certa animosità da parte di Socrate. Nel primo caso c'è deficienza nella concezione del Socrate storico, nel secondo ingiustizia; in tutti e due rimpicciolimento della grande personalità socratica. Imperocchè, se le dispute coi Sofisti e in generale cogli uomini più eminenti d’Atene sono la parte più importante della vita filosofica di Socrate, e per la impopolarità che gli guadagnarono ®, c per l'altezza delle dottrine che vi si svolsero, Nor per questo ne costituiscono tutta la vita. Socrate, come abbiamo notato più sopra, avea la convinzione di esercitare una vera e propria missione religiosa col suo sistema di conversazione € d’interrogazione; non dovea quindi limitarsi a una classe particolare di persone. D'altra parte il difetto intellettuale che si proponeva di combattere, non era soltanto comune ai Sofisti, ai politici, ai poeti, agli artefici e in generale ai personaggi più eminenti d'Atene, ma era proprio di tutti glì uomini indistintamente; poichè tutti si credeano sapere quello che si riferisce ai doveri, ai fini e alle condizioni della vita umana, e non dubitavano un istante della propria capacità a discorrerne ‘sempre e dovunque. Sicchè la disputa di Socrate doveva essere universale, come era universale 1 Zeller op. cit. tom. 3. . 2 Apol. platon. p. Stef. 21-22. PT 0 MALA) Der ni RR RT PT n D* | et l'illusione di sapere, senza che l'effetto corrispondesse; e se era più specialmente rivolta a combattere 1 Sofisti, i politici, i poeti ecc., ciò dipendeva da questo che il sentimento generale della estimazione di sè, e la credenza di sapere era tarito maggiore in loro, in quanto realmente s'innalzavano considerevolmente sulla massa del popolo e per finezza d’ingegno e per abilità a disputare. La universalità della disputa socratica ci è confermata da quel luogo dell’Apologia, in cui Socrate afferma che risvegliando, persuadendo e rimprocciando cadauno degli Ateniesi, non cessava dall’ assisterli dappertutto l’ intero giorno!; e da quell'altro, pure dell’Apologia, che, se i suoi giudici gli proponessero di rimandarlo libero dall'accusa di Anito, a condizione che non passasse la vita nelle sue ricerche e nel filosofare, non accetterebbe a questi patti, e, finchè gli rimanesse il respiro, non si starebbe dal fare esortazioni e dimostrazioni a chiuugue incontrasse in quel suo solito modo ?. Il qual ultimo luogo è anche importante, în quanto che mi pare serva mirabilmente a dissipare ogni sospetto che la disputa socratic animata da un sentimento di avversione e di malevolenza. Un uomo che si offre pronto a morire piuttosto che non adempiere quello ch'egli reputa suo dovere e esaminare gli altri, per renderli capaci di virtà e rioe le facoltà intellettive, senz’ altra ricompensa Sa eee zione di aver compiuto un’ opera uona; com È possibile che nell'adempimento di questo suo dovere sia animato da altri sentimenti che n siano di benevolenza e di affetto? Ben è vero di 1 same contradditorio e l’ ironia di Socratè si È È molto facilmente ad essere scambiat Ae ata con vera e propria a fosse ; il correggere | Apol. plat. p. Stef. 30-31. Nell’unac nell'altra è adoperato il dialogo come mezzo d'insegnamento, ma nell’una l'indole del dialogo è affatto diversa che nell'altra. Gli Eristi formulano le loro domande per modo che sieno ben poco determinate in sè stesse, anzi, secondo l'intenzione di chi interroga, ammettano due risposte in contraddizione fra loro; Socrate invece non vuole che una sola risposta, e questa ben . chiara e determinata; per la qual cosa formula ben chiara e determinata anche la domanda. Che se. gli sembri la domanda sia troppo generale, e non corra subito alla mente il concetto che vuole far intendere, la sminuzza in domande particolari tutte implicanti lo stesso concetto, per modo che finalmente gli venga data quella risposta che vuole e non altre. Per tal maniera, mentre per le domande a doppia risposta il discepolo degli Eristi si avvezza a non dare. alcuna importanza alla verità, giacchè, qualunque risposta egli dia, viene redarguito !; e più spesso, vedendo man mano risolversi in nulla tutte le nozioni che possiede, e per opera di quello stesso che prima gliele avea apprese, si smarrisce d'animo e si sconforta è; il discepolo di Socrate invece, acquistando nozioni chiare e determinate di ciò ch2 deve apprendere, ed è incoraggiato nella ricerca ed è messo in grado di proseguirla da sè. Di che ci offre uno splendido esempio il giovinetto Clinia dell’ Eutidemo, il quale, avviato da Socrate alla ricerca di quella scienza che forma la felicità dell’uomo, mentre i Eutidem. platon. c. V p. Stef., dove Dionisodoro dice a Socrate che, qualunque risposta dia Clinia alla dimanda « se apprendano i sapienti o gl'ignoranti » verrà redarguito. 2 Cfr. Eutidem.-platon. c. VII p. Stef. 277, dove il giovinetto Cinia assalito ad un tempo dai due Ervisti Eutidemo e Dionisidoro sta per smarrirsi d'animo, se Socrate non lo sovviene, MRTTTETZE TETI T TRA A tania nen ina pan ene ani a nana tra rari on aniane dapprima non aveva nozione di ciò che si ricercasse, a poco a poco, seguendo le interrogazioni di Socrate, è giunto a intendere per modo le condizioni della scienza richiesta, che da sè medesimo, togliendo la parola a Socrate, spiega come non possa l’arte militare formare la felicità dell’uomo, e perchè non lo possa; mostrando per tal modo col fatto come Socrate col suo metodo gli abbia mirabilmente fecondato la mente!. Ma v'ha ancora di più. L’arte degli Eristi, come quella che consiste in alcuni giochi di parole, in sofismi puerili il più delle volte, in artificii tutt affatto esteriori e che balzano immediatamente agli occhi, molto facilmente: viene rubata dagli ascoltatori; sicchè venga poi rivolta contro i suoi medesimi autori, e non produca altro effetto che di distruggere sè stessa, Il Ctesippo dell’ Eutidemo ne offre una prova. Il giovane audace, abile disputatore, ma senza serietà di proposito, s° APpropria l’arte d’ Eutidemo e Dionisodoro, e se ne serve a confutarli e a canzonarli ad un tempo ?; sicchè Socrate, in sul finire del dialogo osserva agli Eristi con felicissima ironia, che non solo cuciscono la bocca alla sente, ma colle loro mani stesse anche la loro, e che, gran cosa invero! La loro abilità è di tal fatta e l'hanno ritrovata con tanta arte, che in molto poco tempo chi si sia la potrebbe imparare 3, 1 Eutidem, platon. c. XVII P. Stef.. 2 Eutidem. platon.I p. Stef, TIRI . Eutidem, platon. p. Stef, . RI î a listini ini ili iii Sire ee REP RLIIAVO, _ = drei g x Ù DI Fu notato molto giustamente! che nella lotta che in riguardo alla morale si combatte da tempo fra le due scuole intuitiva e induttiva o, ciò che è lo stesso, aprioristica e sperimentale, lo Stuart Mill ha portato uno spirito di conciliazione così spiccato che per lui s'è andato restringendo il campo della lotta e il contrasto s'è fatto meno stridente. Utilitarista appassionato e seguace convinto della scuola del Bentham, ha però evitato tutte le asprezze del maestro, che urtavano di più le suscettività della scuola contraria: si direbbe che lo spaventino le conseguenze che logicamente derivano dalla sua dottrina e dinanzi alle quali non s'era punto arretrato il Bentham, e perciò tenti o di attenuarle e presentarle sotto un aspetto vorrei dire più conciliante e più mite, o di rifiutirle addirittura, poco curandosi che si possa dire di lui che non è conseguente a sè stesso. Spesso assume il linguaggio e i criterii della scuola contraria, e se non si sapésse che è lui, che è Mill, Guyau, La morale anglaise. PETI % È, î È 3 | £ che è un seguace del Bentham, si direbbe quasi un Kantiano!: sebbene quel linguaggio e quel criteri egli si creda, quanto altri, in diritto di adoperare, perocchè, secondo lui, non ripugnano alla sua dottrina. Talora rimprovera la sua stessa scuola d'intendere le dottrine che professa in una maniera erronea che giustifica le accuse che le vengono dagli avversarii®, e non teme di dichiarare apertamente che questi hanno non di rado un sentimento pratico molto più prossimo alla verità, e perfino un sentimento più vivo dell'educazione e della cultura personale®. Il Bentham stesso non può sottrarsi qua e là alle critiche del suo poco fedele discepolo, come per esempio quando è rimproverato d’aver riposto il criterio della morale unicamente nella quantità dei piaceri, e d'aver trascurato affatto il criterio della qualità. « In generale, dice il Mill, gli scrittori utilitarii, hanno fatto consistere la superiorità dei piaceri dello spirito su quelli del corpo sovratutto in ciò che sono più durevoli, più sicuri ecc. dei primi; vale a dire piuttosto nei loro vantaggi particolari che nella loro natura intrinseca... Gli utilitarii però avrebbero potuto collocarsi sovra un terreno più elevato, e con altrettanta sicurezza... Sarebbe 1 Vedi per esempio quanto dice il nostro autore nella sua opera l’ Utilitarismo (trad. francese di Le Monnier) in riguardo al sentimento del dovere « Se deve esservi qualche sentimento innato, non vedo la ragione per cui questo non sarebbe il nostro sentimento simpatico. Se v' ha un principio di morale che sia istintivamente obbligatorio, dev'essere quello che detta questo sentimento. Se è così, questa obbligazione intuitiva coincide col principio utilitario e noù deve esservi questione fra loro ». Logique déductive et inductive, trad. par Peisse;. 5 Logique ecc. tome second, p. 425-426, ea C bi header ie, see n) ti NI $ RDZ Nim ERRE AE POPS STANZE d %,, DI MILL assurdo che mentre nel valutare le altre cose si tien conto della qualità così come della quantità, non si consideri che la quantità allorquando si tratta di valutare i piaceri a: In poche parole e per venire a qualche cosa di concreto, lo Stuart Mill ha rotto per così dire il cerchio di ferro in cui la morale induttiva s' era volontariamente rinchiusa, e che le impediva di farsi abbastanza popolare, e l'ha allargata accostandola più e più alla morale intuitiva per modo che la distanza pur sempre grande che ancora le separa, non sia però così grande come potrebbe sembrare a chi s' arresti a considerarne i principii, Mentre il Bentham, preso per guida il principio d’ utilità, si propone di seguirlo dovunque esso lo conduca e di non badare ad alcun pregiudizio che tenti distoglierlo dalla sua via?, per modo che viene a sopprimere a poco a poco la virtù, l'obbligazione, il dovere, e riduce tutta la moralità a un calcolo d’ interessi, essendo nient’ altro che un calcolo d’ interessi lo stesso disinteresse da lui tanto strombazzato; lo Stuart Mill invece vuole rinsanguare l’utilitarismo con un gran numero d’elementi stoici e cristiani, comedice egli stesso?. Quindi non soltanto fa uscire dall’egoismo l’ altruismo o dall’ interesse il disinteresse, ‘come aveva fatto il Bentham, ma vuole che questo disinteresse non sia una finzione priva di valore reale, come pel Bentham, una cosa tutta esteriore; ma una cosa interiore e subbiettiva e d’un effettivo valore4; e 1 Utilitaris., trad. francese del Le Monnier. Deontologie, trad. francese. J'ai adopté pour guide le principe de l'utilità; je le suivrai partout où il me conduira. Point de préjugés qui m'obligent a quitter ma voie ». 5 Utilitaris. cap. II, p. 15 della trad. citata. + « Presso Bentham, l'unione degli interessi che produceva l'apparenza del disinteresse era tutta esteriore ed estranea all'essere: io parla di virtù, di coscienza morale, di merito morale, di dignità morale, di dovere, precisamente come fosse un moralista della scuola contraria. Fino allora gli utilitaristi aveano inteso unicamente dalla bocca dei loro avversarii queste parole; si direbbe che lo Stuart Mill invidii loro questo privilegio, e voglia pronunciarle a sua volta. E bensì vero che queste parole assumono per lui un significato e un valore ben differente dall’ ordinario; ad esempio la coscienza morale è spiegata come il risultato dell’ associazione nell’ umano pensiero della felicità individuale e della felicità generale, sicchè è in fondo una facoltà acquisita che trae sua origine dall’egoismo: tuttavia l’averle introdotte nel suo sistema, pur alterate, prova l’intima convinzione dello Stuart Mill che dei concetti, o meglio delle cose corrispondenti a quelle parole, non si può assolutamente fare a meno. E perciò insiste a far capire che, sebbene utilitarista, non per questo egli vuole distruggere in morale ciò che forma come il caposaldo della vita sociale, e sì sdegna e protesta energicamente quando non viene inteso a dovere o non lo si vuole intendere a dovere. « Gli avversarii dell’ utilitarismo, egli dice, hanno raramente la giustizia di riconoscere che la felicità che è il principio di morale conduttore della vita umana, voleva il mio piacere, c si trovava, per un concorso di circostanze quasi indipendenti dalla mia volontà, che questo piacere era nel me desimo tempo il piacer i altri ill, i î Sub pi: si degli altri... Mill, in morale come in psicologia, va dal di fuori al di dentro; egli associa i piaceri nel seno stesso dell'anima; egli non ammette solamente delle azioni aventi per risultato la felicità sociale, ma delle intenzioni aventi per fine questa felicità e terminanti anche col tenerle dietro indipendentemente dalla felicità personale « come per istinto -- Guyau, La Morale anglaise. Sa è i.’ 1— to o00ttrcottormtetitt@òtoesttiòeotonttet-"’ uti aerei Lean een i Tar. DI MILL non è solamente la felicità d'un solo agente, ma quella di tutti. Fra la sua propria felicità e quella degli altri, l’ utilitarismo consiglia all'individuo d'essere tanto strettamente imparziale quanto uno spettatore disinteressato. Nella regola d’oro di Gesù di Nazareth noi troviamo lo spirito completo della morale dell'utilità. Fare agli altri ciò che si vorrebbe che gli altri facessero per voi, amare il suo prossimo come se>stesso, ecco le due regole di perfezione ideale ‘della morale utilitaria »!. Non cercheremo con qual diritto lo Stuart Mill, utilitarista, abbia parlato di perfezione ideale, di coscienza: morale, di virtù, di merito morale, di dovere ecc., e neppure se le spiegazioni che ne ha date siano sempre conformi al principio utilitario da cui è partito: noi vogliamo soltanto insistere sul fatto, già accennato qua e là, che lo Stuart Mill nella sua morale s'è andato mano mano accostando alla scuola stessa che intendeva combattere, sia per spirito nobilissimo di conciliazione, o sia anche perchè in fondo era forse meno utilitarista di quanto si credeva egli stesso ?. L’ utilitarismo per lui ha subìto un cambiamento non soltanto nella forma, ma anche nella sostanza, e s'è spinto tanto innanzi quanto si poteva desiderare che si spingesse senza vederlo confondersi colla dottrina avversa. Ma ogni'sistema di morale ha per suo fondamento e presupposto inevitabile una questione di psicologia, la questione della libertà o della determinazione necessaria delle nostre azioni. I Utilitaris. Cap. II, p. 33.: 2 Non è questa un'affermazione priva di fondamento e azzardata; nelle Memorie di Mill si legge una pagina donde risulta che in pratica alineno egli non era utilitarista -- Mill, Memoires trad. Cazelles. Lî LP Vera e ie + o ar rac La morale intuitiva fonda il suo sistema sull'ipotesi della libertà delle nostre azioni; | induttiva invece sulla negazione della libertà; € in questo l'una e l’altra scuola si mostrano conseguenti a loro stesse. Mill come ha fondamentalmente mutato il concetto e l'indirizzo della morale induttiva, e l’ha più e più accostata alla intuitiva per modo che in fondo ha lasciato all’ uomo, se non una moralità completa, una semi-moralità senza dubbio; così anche per quanto riguarda la questione della libertà o necessità delle nostre azioni, ha introdotto tante e così essenziali modificazioni nella dottrina della sua scuola, e s' è andato accostando per modo alle vedute de'suoi avversari, che non sapresti dire a rigore s’egli sia un sostenitore del determinismo o non piuttosto della libertà. Per verità si professa esplicitamente determinista, ma il suo è un determinismo che non è determinismo, è un determinismo che non impedisce all'uomo di modificare e perfino di formare il suo carattere quando lo voglia, di sottrarsi all’ azione di certe circostanze e di mettersi sotto E azione di certe altre, di sentirsi non già lo schiavo, ma il padrone delle sue abitudini e delle sue tentazioni, di sentire che, se Da SE a queste abitudini e a ueste tentazioni, egli sa ch IA GISTEn a s'egli desiderasse nn SR ee 3 RIE atto, non gli sarebbe per questo Re desiderio più energico ch'egli: non si senta capace di provare; è i soa che non LE la ben SA pa csicmiano 3 | non toglie che se ne abbia coscienza!. ù. Lo Stuart Mill impertanto anche in questa occupa come una posizione intermedia; ce lo di BREE l'anello di congiunzione tra la sua sc stona a scuola e la scuola 1 Vedi per tutto questo Logique ecc, vol. 2, Pi 423-425 ue n ba * IZ ZOO RR CO, TT _ gut 4 DI MILL 71 PORRE S OR SOS RARA OO RIZZI OI RIA I MII LO contraria. Giammai uno spirito più nobile e più cavalleresco e con più onesti intendimenti è sceso in lotta coi suoi avversarii; giammai furono riconosciuti con altrettanta lealtà i proprii torti e le benemerenze degli avversarii e giammai il desiderio della conciliazione condusse a modificazioni così importanti e radicali della propria dottrina. Ma quando si parte da certi principii si ha il diritto di arrivare a certe conseguenze? voglio dire, nel caso nostro, quando si parte dal determinismo si ha il dritto di arrivare a stabilire, se non una libertà completa, una semi-libertà? Spingere fino a questo punto lo spirito di conciliazione non mi pare conveniente, sovratutto ad un filosofo: quando si ha il coraggio delle premesse si “deve avere anche il coraggio delle conseguenze; e per parte nostra, pur apprezzando gli altissimi intendimenti del Mill, non possiamo non riconoscerlo in contraddizione con sè stesso. Noi ci siamo proposti di studiare il determinismo del Mill: comincieremo dal farne un'esposizione per quanto ci è possibile esatta ed imparziale, riservandoci qua e là quelle considerazioni e osservazioni critiche che ci parranno più opportune. La volontà è un potere autonomo € indipendente che trova in se stesso il principio delle proprie volizioni, e che può in ogni caso determinarsi da se stesso, senza la coazione di motivi che non sono lui e che non sono posti da lui? oppure anche la volontà rientra nel dominio della causalità universale, c ben lungi dall’ esser 1 causa diretta ed efficiente delle proprie volizioni, non ne è che causa indiretta, dipendente dai motivi e determi nata dai motivi: Lo Stuart Mill non dubita di rispondere che anche il fatto della volizione appartiene ‘alla categoria di tutti gli altri fatti del mondo fisico che sono determinati da una causa: non può esistere in natura l'anomalia d'un cominciamento assoluto, d’un principio d'azione che non abbia altra causa che se stesso; non si può ammettere questo strappo alla legge di causalità che. abbraccia tutti quanti i fenomeni dell'universo. La volontà è causa delle nostre azioni in quella maniera stessa che il freddo è causa del ghiaccio e la scintilla dell’ esplosione della polvere !; vale a dire è causa fisica, fenomenica, è un semplice antecedente che determina un conseguente, e che è esso stesso determinato da un altro antecedente. La teoria del libero arbitrio adunque, o del libero e spontanco determinarsi della nostra volontà, non si può aflatto sostenere. î " ì ci SEL è a dire, IR il Mill, come fa l’ Hamilton, me è inconcepi ninci nell'ipotesi del bero oro SR ROOT SRI regressione infinita, una catena di Re ca capo nell’eternità, o in altre song ca la o mento assoluto sul quale in ultimo ri RONAO del determinismo; e che per conse oa 3 SSA 1 i s guenza se non è concepibile la teoria del libero arbitrio, non è concepibil neppure quella del determinismo. Perocchè, anch ina mettendo che le due teorie sieno del pari lion er egli è certo però che quando si tratta di fatti To 9a siano volizioni, noi non scegliamo l'ipotesi che l SE 3 i ( avvenimento ha avuto luogo senza causa, ma accettiamo. Logique. ca Ù È ” x tu "a A x ha! è È» sd DI MILL invece l'altra, quella d'una regressione continua, se risalente all’ infinito o no, non importa. Ora perchè scegliamo noi sempre questo lato dell’ alternativa per ispiegare le cose che sono del dominio della nostra esperienza, e solo facciamo eccezione quando si tratta delle nostre volizioni? Perchè non dubitiamo di ammettere in tutti i casi, eccettuato quello solo della volontà, che le cose dipendono da cause che le determinano, sebbene questa credenza sia, nell'opinione dell’ Hamilton, altrettanto inconcepibile quanto quell'altra secondo la quale esse avrebbero luogo senza causa? Qual è la ragione di questo fatto? La ragione è che l'ipotesi della causazione, sebbene secondo | Hamilton inconcepibile, ha il vantaggio d'avere in suo favore l'esperienza, che quotidianamente dimostra il fatto d' una successione invariabile fra ogni avvenimento e una certa combinazione particolare d’antecedenti, per modo che sempre € dovunque, quando questa combinazione d’antecedenti esiste; l’ avvenimento non manca d'aver luogo. L’ esperienza adunque decide la nostra scelta fra i due inconcepibili, e ci fa vedere che in tutti i casi, eccettuato quello solo della volizione, le cose sono connesse fra loro nel rapporto di effetto a causa. Perchè anche alla volizione non si potrà applicare la medesima regola di giudizio, perchè anche della volizione nou diremo che è determinata da una causa? Ecco ciò che sostengono i deterministi. Essi affermano come una verità d’esperienza che le volizioni seguono certi antecedenti morali determinati, quali sono : desiderii, le avversioni, le abitudini, le disposizioni combinate colle circostanze esterne atte a mettere in gioco questi moventi internì, colla medesima uniformità € colla medesima certezza con cui gli effetti fisici seguono le lor cause fisiche. Essi rigettano egualmente dappertutto l’ ipotesi della spontaneità e non vedono dappertutto che dei casi di causalità !. % Si suol dire, continua il Mill, che il sistema della necessità o del determinismo è la stessa cosa che il materialismo; ma in realtà non si danno due sistemi più distinti fra loro per confessione stessa di chi li combatte tutti e due, per esempio del Reid, il quale afferma esplicitamente che « la necessità ben lungi d'essere una conclusione diretta del materialismo, non ne riceve il minimo soccorso ». E vero bensì che sempre, o almeno in generale, i materialisti sono sostenitori della necessità, e parecchi dei sostenitori della necessità sono materialisti; ma è vero anche che tutti i teologi della Riforma, a incominciare da Lutero, e tutta la serie dei teologi calvinisti provano che i più sinceri spiritualisti possono logicamente difendere il sistema della pretesa necessità. D’ altra parte Leibnitz, filosofo spiritualista se altri mai, era d'opinione che le volizioni non avessero la loro causa in se stesse, ma in certi antecedenti spirituali, come a dire desiderii, associazioni d'idee ecc., di maniera che quando gli antecedenti sono i medesimi, le volizioni sono le medesime. Di qui risulta che la confusione del sistema della necessità col materialismo è un errore sia nel rispetto storico che nel rispetto psicologico ?. Del resto, continua sempre il Mill, l’avversione che trova in generale il sistema del determinismo deriva in gran parte dal non essere inteso a dovere, e dal servirci per indicarlo d'una parola, la parola mecessità, a cui nel linguaggio ordinario si. suole attribuire un Sato diverso da quello che scientificamente le si dovrebbe La Philosophie de Hamilton par Mill. tr P. : Philosophie de Hamilton. ad. Cazelles, DI MILI. attribuire. Il non intendere a dovere questo sistema è causa d’una quantità: d'accuse immeritate che gli si scagliano contro, ed è causa anche che i-suoi avversarii abbiano buon gioco a combatterlo, poichè sembra che questi abbiano in confronto de’ suoi sostenitori un sentimento pratico molto più prossimo alla verità, e un sentimento ben più profondo dell’ educazione e della cultura personale!. Il rapporto di causa ad effetto è semplicemente un rapporto di antecedenza e di sequenza: certi fatti succedono e succederanno sempre, è da credere, a certi altri fatti; l’antecedente invariabile è chiamato Causa; il conseguente invariabile Effetto, e consiste in questo la universalità della legge di causazione che ciascun conseguente è legato in questa maniera a un antecedente 0 a un gruppo d'antecedenti?. Ma l’invariabilità di sequenza non basta ancora a costituire la Causa; se bastasse, la notte sarebbe causa del giorno e il giorno della notte, essendo invariabilmente connessi l'uno all’altro. Perchè si abbia la causa, la sequenza dev'essere nello stesso tempo che invariabile, incondizionale; vale a dire, non basta, perchè si abbia la causa, che un conseguente tenga dietro invariabilmente a un antecedente, ma si richiede che non ci sia nessun'altra condizione che l’ antecedente, che determini il conseguente. Invariabilità e incondizionalità di sequenza costituiscono adunque la causa, che può essere per ciò definita: «l’antecedente o la riunione d’antecedenti di cui il fenomeno è invariabilmente e incondizionalmente il conseguente »3, Ma questa invariabilità e incondizionalità di sequenza Logique ecc. Logique ecc. . i ; baia ip Lai - non implica per nulla la necessità: nel senso metafisico in cui è intesa questa parola dalla scuola intuitiva, vale a dire nel senso d'un legame misterioso fra antecedente e conseguente, d’un costringimento misterioso che l’antecedente eserciti sul conseguente per modo che fra i due, anzichè una semplice uniformità di successione, vi sia una irresistibilità di successione !: questo genere di necessità non è dato dall'esperienza e trascende l’esperienza. Niente prova che se in passato vi fu tra due fatti una successione invariabile, certa, incondizionale, la cosa deva essere così anche in avvenire: perchè lo fosse, dovrebbe il fatto antecedente avere il potere di produrre, di efficere, per dirlo alla latina, il fatto conseguente; intorno al che noi non sappiamo niente: questo potere efficiente non ci si rivela nelle cose: l'esperienza non ci rivela che cause fenomeniche. o fisiche, non cause prime od efficienti od ontologiche di checchessia 2. Nel rapporto di causa ad effetto adunque non v'ha. necessità nel senso in cui comunemente s' intende questa parola; solo nel caso che alla parola necessità si attribuisca il significato d'incondizionalità, ed è quello che veramente le spetterebbe, acconsentiremo ad ammettere che tra causa ed effetto intercede un rapporto necessario. 3° Ciò posto ognuno capisce subito in che senso si deva intendere il determinismo, in che senso si deva dire che la volontà è determinata dai motivi. Le nostre volizioni sono causate In quella maniera stessa in cui sono causate tutte le cose dell’ universo; vale a dire, fra la volizione ine) È eno arse non esiste quel ) ostringimento misterioso che ! Logique ece. , D. . S Logique ecc. . 5 Logique ecc. vol. 1. PD. . DI MILL SI NI è generalmente compreso nella parola necessità, e per cui l'antecedente sforza ad essere il conseguente in una maniera irresistibile; fra la volizione e il motivo non esiste che un legame di successione uniforme, non altro. Noi sappiamo che, pure determinati dai motivi, non siamo però sforzati, come per un incanto, ad obbedire a un motivo particolare, e sentiamo che se lo desiderassimo, abbiamo il potere di resistere al motivo: « pensare altrimenti, aggiunge lo Stuart Mill, sarebbe umiliante pel nostro orgoglio e contrario al nostro desiderio della perfezione »!. Ben compresa adunque la dottrina della Necessità filosofica si riduce a questo: « che essendo dati i motivi presenti allo spirito, essendo dati parimente il carattere e la disposizione attuale d'un individuo, si può dedurne ‘nfallibilmente la maniera in cui egli agirà; e che se noi conoscessimo a fondo la persona e nel medesimo tempo «a tutte le influenze alle quali essa è sottoposta, potremmo prevedere la sua condotta con tanta certezza con quanta prevediamo un avvenimento fisico.... Che se alle volte si è incerti intorno al modo in cui uno agirà in avvenire, ciò deriva dal non essere affatto sicuri di conoscere tanto completamente quanto converrebbe le circostanze e il carattere di quella persona, non già dall’ idea che, anche sapendo ciò, si potrebbe essere ancora incerti della sua maniera d’agire. E questa piena sicurezza non è per pi niente incompatibile con ciò che noi appelliamo il sentimento della nostra. libertà. Quand’ anche le persone da cui noi siamo particolarmente conosciuti siano perfettamente sicure della maniera in cui agiremo in un ui caso determinato, noi non ci sentiamo meno liberi per n questo. Al contrario, spesso un dubbio sollevato sulla i ari | Logique ecc.. Î nostra condotta futura è per noi la prova che non si conosce il nostro carattere, e qualche volta anche lo prendiamo per un’ ingiuria. I metafisici religiosi che hanno affermato la libertà della volontà, Danno sempre sostenuto ch’essa non era per niente inconciliabile con la prescienza divina; essa non lo è dunque con nessun’altra prescienza. Noi vogliamo essere liberi, benchè altre persone possano essere perfettamente certe dell'uso che noi faremo della nostra libertà. Per conseguenza non è questa dottrina (che le nostre volizioni e le nostre azioni sono le conseguenze invariabili di stati antecedenti del nostro spirito) che si può accusare d’ essere smentita e respinta, come degradante, dalla coscienza »!. La parola necessità applicata alla volontà « significa solamente che la causa data sarà seguita dall'effetto senza pregiudizio di tutte le possibilità di neutralizzazione da parte di altre cause »?. Il motivo da cui dipende l’azione non è d'un impero tanto assoluto da non lasciar luogo al potere di qualche altro motivo; le cause delle azioni non sono irresistibili. Quando noi diciamo che uno a cui sia sottratta l’aria o l'alimento morirà di necessità, intendiamo dire che morirà indubbiamente checchè si possa fare per impedirlo: quando diciamo che uno che sia stato avvelenato morirà, non intendiamo dire che è necessario che muoia, perocchè un antidoto somministrato a tempo o l’azione d'una pompa stomacale può qualche volta prevenire la morte. Le azioni umane rientrano nei casi di quest ultima specie. Di qui l’improprietà di chiamare necessario il rapporto che esiste fra il motivo e l’azione: questa parola necessità essendo adoperata nei casi ordinarii in senso tutt'affatto diverso da quello che 1 Logique ecc, . 2 Logique ecc.. he essre e Ai Res x e. Cai A AI ba Mes, ig o DI MILL SI carattere che si aveva precedentemente, o da qualche sentimento d’ammirazione o da qualche aspirazione improvvisa!. Ciò posto ognuno capisce la differenza che n c'è fra pensare che noi non abbiamo alcun potere di E modificare il nostro carattere e pensare che noi non useremo di questo potere, se non ne abbiamo il desiderio. In generale « importa molto che questo desiderio non 2 sia soffocato dal pensiero che il successo è impossibile, L. e che si sappia che se noi abbiamo questo desiderio, bi l’opera non è così irrevocabilmente compiuta che non possa più essere modificata »°. Riassumendo adunque lo Stuart Mill ammette nell’uomo il potere di modificare € anche di formare il proprio carattere, quando lo voglia. È bensì vero ‘che questa volontà è determinata dal desiderio, e il desiderio in ultimo è fatale: ma in ogni modo, questo sapere che si può modificare o anche formare il proprio carattere, quando se ne abbia il desiderio, è già qualche cosa, € ‘Duomo che si crede avere questo potere sarà in ben migliori condizioni e meno scoraggiato e meno sconfortato dell'uomo che si crede non avere affatto questo potere, sebbene lo desideri. Costui sarà in uno stato di noncuranza e di apatia da cui non si potrà mai togliere; l’altro invece saprà di non essere irrimediabilmente condannato ad agire in una certa maniera, e attingerà da questo sapere coraggio € conforto a migliorare sè medesimo. Ma quanta dubitazione e quanta titubanza nel linguaggio del Mill! Prima l’uomo può modificare il suo carattere soltanto, poi può anche formarlo quando lo voglia; prima si accorda all'Ovven che il carattere Logique ecc. Logique sece. . G. Z. i Ù (0/4) w dell’uomo è in ultima analisi formato per lui, che vale a dire dipende da cause a lui estranee, e poi si afferma che ciò non impedisce che non sia anche in parte formato da lui, come agente intermediario; prima si dice che noi non possiamo voler direttamente essere differenti da ciò che siamo, e subito dopo che possiamo però porre noi stessi sotto l’azione di certe circostanze per diventare appunto differenti da ciò che siamo; e per ultimo prima si concede che possiamo formare il nostro carattere, quando lo vogliamo, e poi si afferma che del nostro volere non siamo però i padroni. Ma lo Stuart Mill si era proposto di conciliare in qualche modo il determinismo colla libertà, e sta in questo la ragione di questa specie di altalena, di queste affermazioni e negazioni che appena sfuggite si vorrebbero ritrarre e si ritraggono infatti o se ne attenua il valore, di questa vorrei chiamarla timidezza filosofica che finisce non di rado in aperte contraddizioni, di questo volere e non volere che ci impedisce di cogliere il vero pensiero dell’ autore e che lo rende oscillante fra la sua scuola e la scuola contraria. Nel luogo seguente per esempio lo Stuart Mill è entrato nel pieno dominio della scuola intuitiva. « Il sentimento, egli dice, della facoltà che noi abbiamo di modificare, se /o Vog proprio carattere è quello stesso della libertà morale di cui abbiamo coscienza. Un uomo si sente moral libero quando sente che non è lo schi il padrone delle sue abitudini e delle sue te anche cedendo loro, sa che potrebbe loro se desidérasse respingerle affatto, non avr perciò di desiderio più energico che non si di provare »). mente ntazioni; che, resistere; che ebbe bisogno senta capace 1 Logique ecc. vol. 2. p. 425. liamo, il nostro avo, ma al contrario DI MILL D Ma a questo punto si potrebbe dimandare: con qual diritto ammettete voi che l’uomo sente di non essere lo schiavo, ma il padrone delle sue abitudini e delle sue tentazioni, che, anche cedendo loro, sa che potrebbe loro resistere € respingerle interamente? Per ammettere questo, bisognerebbe concedeste all'uomo la facoltà di formare i suoi desiderii che son quelli che de-. terminano la volontà; invece secondo la vostra dottrina : desiderii sono fatali. L'uomo non può essere padrone delle sue abitudini e delle sue tentazioni che a patto di essere anche padrone di formare il desiderio di cangiar quelle e resistere a queste, ciò che voi negate. « Del resto, continua Mill, per avere la piena coscienza della libertà «bisogna che noi siamo riusciti a fare il nostro carattere come l'avevamo voluto; perchè se noi abbiamo desiderato e non siamo riusciti, non abbiamo alcun potere sul nostro carattere; nom siamo punto liberi. Almeno bisogna che noi sentiamo che il nostro desiderio, se non è abbastanza forte per cangiare il nostro carattere, lo è abbastanza per dominarlo tutte le volte ch’essi si troveranno in conflitto in una occasione d’ agire particolare »!. E da questo passo pare risultare che noi, contrariamente a quanto è stato detto antecedentemente, non possiamo sempre modificare il nostro carattere, se lo vogliamo; che i nostri desiderii talora rimangono infruttuosi, che insomma non possediamo sempre la libertà. Singolare incertezza di linguaggio! Ma continuiamo l'esposizione della dottrina del Mill. Tre dottrine, dice il Mill, si possono distinguere in relazione al determinismo: in primo luogo il fatalismo puro, l asiatico, quello di ‘Edipo, secondo il quale tutte le I Logique ecc..At TR 7 TAI 84 o nostre azioni sono predeterminate dal di fuori, da una potenza cieca, dal destino, indipendentemente dal nostro carattere e dalla nostra volontà; di maniera che il nostro amore del bene e la nostra avversione pel male sono senza efficacia, e non giova alimentarli nel nostro cuore, oichè non hanno alcun potere sulla condotta; in secondo P ’ luogo il fatalismo che si può chiamare modificato, il fatalismo dell’Ovven, il quale sostiene bensì che le nostre azioni dipendono dalla nostra volontà e la volontà dai nostri desiderii, e questi dall'azione combinata dei motivi che ci si offrono e del nostro carattere personale; ma aggiunge che ‘il nostro carattere è stato fatto per noi e non da noi, e che quindi non ne siamo responsabili, come non siamo; responsabili delle azioni. ch’ esso ci conduce a fare; e che indarno ci sforzeremmo di cangiarlo 1, .La vera dottrina della caus IR POTRO a questi due sistemi, che non soamente la 1 ; A Se Roana condotta, ma il nostro carattere dipende an A - : a SEE volontà; che possiamo, adoperando i n ‘are | DES Sa migliorare il nostro carattere, e che t ri 6 “Ai x in) necessiti al male, s c è tale che, restando quello che è, ci : o. x 35 eo .° > Sala giusto mellere in opera dei motivi te ci necessiteranno a fare î nostri sfr;-; Jr i] li 3 / Str sforzi per miglio arto e a liberarci così dall’ altr AR . Fa UESi alri ra necessità: in altri crmini noi siamo moralmente obblivati erferi. “oligatt a lavorare pel Perfertonamento del nostro carattere? È dottrina deterministica £ so» > E questa la terza vale ad utta propria del Mill; secondo il P. 571. Psychologie anglaise contemporaine, p. 14 Co @w r-tmteoe-cnstr@te eta RT Mill sente la difficoltà e l’obbiezione e risponde: « Quando noi ci esercitiamo volontariamente, come il nostro dovere l’ esige, a perfezionare il nostro carattere, o quando operiamo (scientemente o senza saperlo) in maniera da pervertirlo, le nostre azioni, come tutti gli altri atti volontarii, fanno supporre che ci fosse già qualche cosa nel nostro carattere, 0 nel nostro carattere combinato colle circostanze esterne, che ci ha condotti ad agire così, e che spiega perchè abbiamo agito così. Per conseguenza colui che potesse predire le nostre azioni conoscendo il nostro carattere qual è al presente, potrebbe pure, con la medesima conoscenza esatta del nostro carattere, predire ciò che noi faremmo per cangiarlo »!. La risposta è ingegnosa, bisogna convenirne. Ma se la modificazione del carattere dipende in fondo dal carattere stesso, o dal carattere combinato colle circostanze esterne, non sarebbe illusoria questa modificazione? E possibile per esempio che in un carattere moralmente cattivo, in quanto tale, siano elementi che spieghino e giustifichino il suo cambiamento in buono; o viceversa in:un carattere moralmente buono elementi che preparino la sua trasformazione in cattivo? È possibile che nel'male s'annidi il bene, e nel bene il male? Voi avete agito sempre bene; che importa? State in guardia tuttavia; il bene qualche volta dà origine al male! Voi avete agito sempre male; state di buon animo egualmente; il male qualche volta dà origine al bene! Invece il vero si è che la modificazione del carat I tere non dipende dal carattere stesso; dipende da una forza intima nostra che anzi è in opposizione al carattere, dipende da noi che abbiamo sperimentato le conseguenze tristi del carattere che avevamo precedentemente, 0 siamo 1 Philosophie de Hamilton. Ls è Cal eri SÒ eccitati da qualche vivo sentimento d’ammirazione, o da qualche aspirazione improvvisa, lo dice lo stesso Mill in un altro luogo !. — D'altra parte se è vero che la modificazione del carattere dipende in ultimo dal carattere stesso o dal carattere combinato colle circostanze esterne, perchè abbiamo noi il dovere, come dice il Mill, di esercitarci volontariamente a perfezionare il nostro carattere ? Una forza che non è me mi obbliga a fare una cosa, e tuttavia io ho il dovere di farla! Non c'è qui una contraddizione manifesta? Per concludere, ecco come ci sembra poter riassumere in breve la dottrina dello Stuart Mill liberata da tutto quel viluppo di dubbii e di titubanze che la rendono alquanto oscura e indeterminata. La volontà non è libera [cf. H. P. Grice on D. F. Perars and J. F. Thomson, The freedom of the will], ma determinata, determinata però non necessariamente, ma in quel modo in cui sono determinate le altre cause dell'universo, il cui rapporto causale è un rapporto di sequenza invariabile e incondizionale e niente più. 2° Di qui segue che, se in ultima analisi il nostro carattere è formato per noi-e non da noi, dire che questo carattere non poss anche formato da noi, se lo vogli questo volere non dipende da noi. 4° Dipende invece dal desiderio. 5° Il quale alla sua volta non è formato da noi; possiamo noi con un atto di volontà darci o toglierci un desiderio o una avversione? 6° Se il nostro Atto non è formato da noi, noi possiamo però metterci in tali circostanze che siano adatte a far Nascere il desiderio di modificare il nostro carattere ?, 7° In altre parole noi non possiamo cangiare direttamente il nostro carattere ciò non vuol a essere modificato e amo. 3° Ma da capo Philosophie de Hamilton, p. 572, 2 Philosophie de Hamilton,. nota, , nota; e Logique ecc. DI MILL con un atto di volontà; ma possiamo servirci dei mezzi adatti a far nascere il desiderio di cangiarlo, e quindi volere indirettamente questo cambiamento. O c' inganniamo, o questa è la vera e definitiva espressione del pensiero dell’ autore. Ma da capo, quando ci serviamo dei mezzi adatti a cangiare il nostro carattere, siamo di nuovo determinati, oppure troviamo in noi stessi la forza di far ciò? Se sì ammette questo secondo lato dell’ alternativa, come pare venga ammesso dal Mill, ricadiamo in fondo nel sistema della libertà. Esposta la dottrina deterministica del Mill, e rilevati er via i dubbii, le titubanze; le contraddizioni che fan dubitare della serietà delle convinzioni dell*autore come filosofo determinista, ma che in compenso fanno altissima testimonianza del suo retto senso morale, ci resta ora a vedere in qual modo abbia cercato di combattere le prove che si adducono in favore della libertà. E questa la parte in cui il Mill ha fatto gli sforzi maggiori, ed è giustizia confessare che ha dato prova di finezza ed acutezza straordinaria; soltanto questa finezza e questa acutezza sono talvolta a scapito della verità e rasentano qua e là il paradosso. La testimonianza decisiva in favore della libertà e per cui quegli stessi che la combattono si sentono loro malgrado costretti ad ammetterla, e quegli altri che non la credono concepibile da mente umana, si sentono però biagi sei i it identita Po PATO Ma zano (AT TA Per ade, è; et ì uecensroneneo sevacanzissizarisninieseaneiorazioioe rassicurati a sostenerne l’esistenza!, è la testimonianza della coscienza. Contro questa testimonianza lo Stuart Mill aguzza le sue armi e scaglia i suoi dardi, e prima di tutto fa questa osservazione. Che autorità può avere la testimonianza della coscienza, se in generale ciò che ci testifica suole essere interpretato in maniere differenti e non possiamo mai essere sicuri sul suo significato? Per esempio il Cousin e quasi tutti i filosofi tedeschi trovano nella coscienza l’Infinito e l’ Assoluto, che 1’ Hamilton giudica affatt o incompatibili con essa: v'ebbero più generazioni di filosofi che hanno creduto aver delle idee astratte, concepire un triangolo che non fosse nè equilatero, nè isoscele, nè scaleno, ciò che |’ Hamilton e tutti oggidì riguardano come assurdo. Vi sono dunque opinioni contraddittorie sul senso della testimonianza della coscienza; che deve pensare dinanzi a questo fatto il filosofo perplesso. Mill non a torto incomincia per questa via ad infirmare il valore della testimonianza della coscienza. Della testimonianza della coscienza si dai filosofi specialmente in passato; non vi zione quasi di cui; in mancanza d’altre pro volesse trovare una conferma nella testimonianza della coscienza; e molte di queste concezioni poi non ressero a un esame accurato e ad una critica sagace, o almeno si vide che non erano per niente attestate dalla coscienza. Ma che prova questo? Forse perchè s'è abusato del abusò fu conceve, non si 1 Alludo all’ Hamilton, pel quale la libertà morale, non può essere concepita « perchè noi non possiamo concepire che il determin lativo », e tuttavia esiste essendo irrefra scienza (Vedi Stuart Mill Philoso 2 Philosophie de Hamilto ato e il reGabilmente attestata dalla cophie de Hamilton). N, . i RO RI, e i } testimonio della coscienza, e talora si sostenne attestato dalla coscienza quello che in realtà mon cra attestato, si deve negare fede sempre alla coscienza? Neppure lo Stuart Mill è di questo avviso, e, filosofo positivista convinto, non crede però col Comte che unicamente dell’esperienza esterna e niente dell’interna si deva tener conto in psicologia; l’esperienza interna è anzi la prima, la vera fonte a cui si deve attingere. Per quanto riguarda la libertà poi, questo è uno di quei fatti, di cui non si può dire che una coscienza l’attesti e l’altra no, o intorno al quale la testimonianza della coscienza si possa 'interpretare in più maniere differenti. Chi non sente che al momento di agire in una certa maniera in un caso particolare, potrebbe agire in una maniera diversa, se lo volesse, e non si sente in conseguenza responsabile di quello che fa? Ecco la testimonianza della coscienza degli uomini, sul cui significato non può cader dubbio perchè manifesto e chiarissimo. Ma a quella osservazione preliminare non s' arresta il Mill; e per verità non aveva valore che come un primo attacco in battaglia, che serve più che ad altro a scandagliare il. terreno e a misurare a un dipresso la forza del nemico, ma non decide della vittoria. Esamina perciò più addentro il fatto dell’ aver coscienza del libero arbitrio. « Aver coscienza del libero arbitrio, egli dice, significa aver coscienza, prima d’ aver scelto, d’ aver potuto scegliere altrimenti. Si può in limine biasimare l’uso della parola coscienza con una tale accezione. La coscienza mi dice ciò che io faccio o ciò che io sento. Ma ciò che-io sono capace di fare non cade sotto la coscienza. La coscienza non è profetica; noi abbiamo coscienza di ciò che è, non di ciò che sarà o di ciò che può essere. Noi non,sappiamo mai che siamo capaci di PR ni fare una cosa che dopo averla fatta, 0) dopo aver fatto qualche cosa d’eguale o di simile. Noi non SPESO affatto che siamo capaci d'azione se non avessimo giammai agito. Quando abbiamo agito, sappiamo, nei limiti di questa esperienza, come siamo capaci di agire : e quando questa conoscenza è divenuta famigliare, è spesso confusa colla coscienza e ne riceve il nome. Ma da ciò ch’essa è mal nominata non segue che abbia più autorità; la verità ch'essa possiede non è superiore all’ esperienza, ma riposa sull’ esperienza. Se la pretesa coscienza di ciò che noi possiamo fare non è nata dall'esperienza, non è che un'illusione. Il solo titolo ch’ essa abbia ad esser creduta è di essere un’interpretazione della esperienza, e se l’interpretazione è falsa bisogna rigettarla »!. Nel qual luogo due cose sono poste in rilievo e distinte: prima di tutto si dice che la coscienza non riguarda già ciò che sarà o ciò che può essere, ma ciò che è, e che per conseguenza ci attesta solo quello che facciamo, non già quello che possiamo fare e siamo atti a fare; in secondo luogo che la pretesa coscienza di ciò che sarà o di ciò che può essere o di ciò che siamo atti a fare, non è un'intuizione, ma una cognizione offertaci dall’ esperienza, che ha valore solo in quanto ha valore questa. Non facciamo al Mill l’obbiezione che gli faceva a ragione l’ Alexander? che « se abbiamo coscienza d'una forza libera di volizione continuamente inerente in noi, abbiamo coscienza di ciò che è ». Noi ci mettiamo anzi allo stesso punto di vista del Mill e ammettiamo che non si possa aver coscienza d’ un'attitudine, d'una forza inerente in noi, indipendentemente da ogni esercizio Philosophie de Hamilton. ? Citato in nota dallo Stuart Mill, Philosophie de Hamilton. DI MILL presente o passato di quest attitudine o di questa forza; ammettiamo in altre parole che la pretesa coscienza della libertà non sia un'intuizione, ma una conoscenza sperimentale. E che perciò? La credenza nella libertà è meno universale per questo ? E meno radicata nell'anima degli uomini? E vero, non la chiameremo coscienza; sarà non una percezione, non un sentimento, ma un giudizio derivato, una conclusione tratta da fatti che ci cadono tuttogiorno sott' occhio; ma questo non importa. ‘ V ha una quantità di fatti la cui esistenza è sicurissima, e che pure non cadono sotto il dominio della coscienza. Ma v'ha di più. L'esperienza esterna, l'esperienza a posteriori non può, come osservava giustamente l'Alexander!, verificare la credenza ch'io era libero d'agire, poichè | l’esperienza mi dice in qual senso io ho agito in un caso | particolare, e niente mi insegna sulla mia attitudine ad agire altrimenti; questa mia attitudine ad agire altrimenti m'è offerta da una percezione interna, da un sentimento, dall'esperienza interna insomma, che non ha niente a che fare coll’ esterna. Il Mill risponde: « Supponete che |’ esperienza ch'io ho di me stesso mi offra due casi incontestabilmente simili per tutti i loro antecedenti fisici e mentali, e che in uno di questi casi io abbia agito in un senso, e nell'altro in un senso contrario : si avrebbe bene qui una prova sperimentale ch'io sono stato capace d’agire in un senso o nell'altro. È per una tale esperienza ch'io apprendo che posso agire, vale a dire trovando che un avvenimento ha luogo o non'ha luogo secondo che (le altre circostanze restando le medesime), una volizione da parte mia ha luogo o non ha luogo. RI daddi Aia sie Pe” i su Philosophie de Hamilton; in nota. 2 Philosophie de Hamilton, nota a p. . E Di MINISMO DEL DETER Accettiamo di buon cuore l’ osservazione; ma se in due casi identici per i loro antecedenti fisici e mentali io ho agito, come suppone il Mill, non già in una maniera identica, ma in una maniera contraria, ciò vuol dire che gli antecedenti (motivi) non hanno la forza di determinarmi, e che io sono libero d'agire in quel modo che mi piace; altrimenti tutte due le volte avrei agito in modo identico. A questo punto dov’ è andato il potere determinante dei motivi che s'è ammesso prima? A questo punto non si riconosce nell'uomo una forza intima e spontanea capace di agire anche in opposizione ai motivi? Lasciamo da parte adesso se la libertà ci venga o no attestata dalla coscienza e se questa coscienza sia intuizione o conoscenza sperimentale; notiamo il fatto che questa libertà, da qualunque parte ci venga attestata, voi pure l’ ammettete. Ma neppure a questo punto s’ arresta il Mill; egli è troppo acuto e profondo per non capire che anche ammettendo essere la coscienza della libertà non già una intuizione, ma questo Ra Ri SRERNS a E enza della libertà ste e che per conseguenza anche A RR SRO 5 i lè questo secondo attacco, i aa È 1a la un'esito decisivo. Delibera perciò Oros ° ; O PIL SoS AASCO; e, bisogna convenirne, menti temi ile e pericoloso. Eccolo. « Questa convinzi chiamino: mente Sao done Ani azione ose ( » che la nostra volontà è libera, che è essa? Di che siamo noi convinti? Mi si di 3 ; ; x c i : sI dice che, sia ch'io mi decida ad agire, sia che m'aste : ; SS sstenga, sento che potrei aver deciso altrimenti. Io domando alla mi * » . ‘o alla mia coscienza ciò ch'io sento, e trovo che sento, o che ho la convinzi x licre l° ; nvinzione, che avrei potuto scegliere l’altra via, e anche che l'avrei P ; La È avrei scelta, se avessi preferita, vale a dire se |° avessi ; : a essi amata meglio; ma io non trovo che avrei potuto sceoli ; egliere una cosa pur e no rei lite a i ll preferendo l'altra ». Ad onta di questo si continua a dire che noi facciamo una cosa, pure preferendo, pure amando meglio di farne un'altra. Ciò deriva dal non intendersi bene intorno al significato della parola preferire. Quando sì preferisce una cosa, non si prende questa cosa da sola, in sè, ma unitamente alle conseguenze che deriverebbero dal farla e che le servono come di corteggio. Così un'azione presa in sè, indipendentemente dalle conseguenze che possono da essa derivare, o da una legge morale chio violi facendola, posso preferirla ad un'altra, e cionullameno fare quest'altra: ciò avviene perchè csaminata quella prima azione anche nelle sue conseguenze, è tale che merita di essere posposta alla seconda. Noi facciamo adunque tutte le volte quello che preferiamo. « Prendiamo un esempio: ucciderò io o mon ucciderò? Mi si dice che se io scelgo d' uccidere, ho. coscienza che io avrei potuto scegliere di astenermi; ma ho io coscienza che avrei potuto astenermi, se la mia avversione pel delitto e i miei timori delle sue conseguenze fossero stati più deboli della tentazione che mi spingeva a commetterlo? Se io scelgo d’astenermi, in qual senso ho io coscienza che avrei potuto commettere il delitto ? unicamente nel senso che avessi desiderato di commetterlo con un desiderio più forte del mio orrore per l'assassinio e non con uno menò forte ». Sicchè in ogni caso, quando noi supponiamo che avremmo potuto fare altrimenti da quello che abbiamo fatto, supponiamo sempre una differenza negli antecedenti (desiderio e avversione) che soli hanno la potenza di determinare l'atto. E perciò il testimonio della coscienza rettamente interpretato e inteso è anzi una prova in favore del determinismo !. Si obbietterà, continua il Mill, che resistendo a un x I Vedi per tutto questo, Philosophie de Hamilton, p. 552-554. ERE PIA Rage i era pt "Tae se i verte net teatri I da Pa desiderio io ho coscienza di fare uno sforzo, e se il desiderio dura lungo tempo, io sono per questo sforzo così sensibilmente esaurito come dopo un esercizio fisico. A che la coscienza di questo sforzo se la mia volontà fosse completamente determinata dal desiderio presente più energico? Perchè il peso più forte s'abbassi e il più leggero s’ innalzi, la bilancia non ha sforzi da fare. Questo argomento, dice il Mill, si fonda tutto sulla falsa credenza, che la lotta fra impulsi contrarii deva sempre decidersi in un istante; e che l'impulso realmente più forte ottenga vittoria in un istante. Ma questo non avviene neppure nella natura inanimata; l’uragano non abbatte una casa e non rovescia un albero senza resistenza; la bilancia stessa trema e i piatti oscillano alcuni istanti quando la differenza dei pesi non sia grande. Egualmente nella vita dell'anima, dove l’intensità delle forze morali che si combattono non è fissa A ma mutabile, dove non c’è un istante solo in cui varie serie d’ idee non attraversino lo spirito, aggiungendo vigore da una parte e togliendolo dall’altra, la lotta fra i motivi contrarii non è decisa in un istante e può durare anche lunghissimo tempo, e quando ha luogo fra sentimenti violenti, esaurisce in una maniera straordinaria la forza nervosa. Ora la coscienza dello sforzo di cui si parla è appunto la coscienza di questo stato di conRR TASTE OR ha eee tra me ed una forza. es a di cui Io trionfi, 0° i i wr NA: ha luogo tra me e me, i; DE È È a Fonzie un piacere e 272 che temo i rimorsi «Giò S = Sosidero o, se voi amate meglio, la mia O e È Sie: A un lato piuttosto che n l’altro, è 2a SanIchi Seo i 3 » è che l’un rappresenta uno stato dei miei sentime nente che non fa l’altro. Dopochè la vinta, il z7e che desidera finisce, ma i o dei me tentazione l’ha l me di cui la Nt più perma- DI, PE O 0 e e LAV cLoalesessacteapeastizecasaponeguestaa ssa tovepogg esseeeposabponadsas aida r e sensei veg esa evo coca cover evi aerea ivicateei spira coscienza èferita può durare fino alla fine della vita ». Non è vero adunque che la coscienza ci attesti che noi possiamo agire contrariamente al desiderio più forte o all’ avversione più forte che proviamo al momento dell’azione. L a differenza tra un uomo cattivo e un uomo buono non consiste in ciò che quest’ ultimo agisca in opposizione a’ suoi desiderii più forti, ma in ciò che il suo desiderio di fare il bene e la sua avversione per il male siano forti abbastanza per vincere, e, se la sua virtù è perfetta, per ridurre al silenzio ogni altro desiderio e ogni altra avversione contraria. Di qui l'importanza gran- ) dissima dell'educazione che agisce sulle avversioni € sui desiderii, indebolendo e sradicando quelli che paiono più È adatti a condurre al male, incoraggiando ed esaltando quegli altri che per converso sembrano più adatti a condurre al bene!. ; L'ho detto prima, queste osservazioni del Mill sono d’ una importanza capitale, e così acute e profonde che aspirano a dare, si può dire, il colpo di grazia al sistema della libertà. i A noi sia lecito fare sparsamente qualche considerazione, non tanto collo scopo di infirmare quanto ha ‘ detto l’ autore, quanto per mettere nella loro vera luce certi fatti che ci paiono non esattamente apprezzati, € da cui si trassero conseguenze non abbastanza giustifi- è cate. E prima di tutto ammettiamo anche noi che, dopo aver deciso d’ agire in una certa maniera, la coscienza ‘ci attesti che avremmo potuto decidere di agire altrimenti, se l’avessimo preferito; ammettiamo per esempio, che dopo avere deliberato. di uccidere una persona, abbiamo coscienza che avremmo potuto deliberare di astenercene, se l’avessimo preferito, e in ogni caso che non x BE rit e ta po LI? ALTE di sa ge ‘1 Vedi per tutto questo, Philosophie de Hamilton, p. 354-550. G. Z. ) 7 I avremmo potuto scegliere una cosa; pure preferendone ur. un’altra: ammettiamo in altre parole che si.abbia sempre “a coscienza d'aver potuto’ agire in una maniera diversa da quella in cui s'è agito, solo a patto che ci fosse in e noi una serie d’antecedenti interni diversa da quella che SÉ in realtà vi fu. - CORE _ Ma questo che prova? Perchè provasse qualche cosa sun | in favore del determinismo, dovrebbe questa serie di _D O antecedenti interni da cui dipende la nostra preferenza i per una cosa piuttosto che per un'altra, stare da sè, gi indipendentemente da noi, essersi introdotta in noi a nostra insaputa e come di nascosto, press’ a poco come ‘E suol fare il ladro di notte. Invece la cosa non è così; questi antecedenti interni non si sono formati in noia H nostra insaputa, ma col nostro intervento e col nostro Di consenso; al ladro si poteva dare ricetto o rigettarlo a % 1 nostra volontà. O se si sono formati in noi a nostra insaputa, perchè disposizioni organiche trasmesseci per eredità, o elementi acquisiti per via di educazione, lo spirito nostro però non si comporta solo passivamente di fronte a loro. Lo spirito non è una tavola rasa destinata a ricevere unicamente le impressioni del mondo di fuori, non è un semplice recipiente in cui si faccia una quantità di giochi meccanici e nulla più; lo Spirito è anche attivo nello stesso tempo che passivo; ci sono in lui elementi spontanei e primordiali che non devono essere trascurati !. __ Lo Stuart Mill vorrebbe ridurre lo spirito a un serie di stati interni attuali o possibili e a nulla più, senza preoccuparsi se vi sia qualche cosa che li unisca © e a cui ineriscano; ma in seguito alla considerazione VP A, Ti Ribot, Psychologie anglaise contemporaine, all'articolo Al. Bain pag. 253. Cfr. Bain, Les.emotions et la volonté RR REATTORI III EAT che è una serie di stati interni che conosce se stessa come passata e come futura, e che non si potrebbe con cepire ad esempio una collana di perle, a cui fosse ; tolto il. filo che le unisce, è costretto ad ammettere i qualche cosa di reale che leghi questi stati interni fra i loro, qualche cosa di originale che non ha comunità di | natura con nessun’ altra rispondente ai nostri nomi, € alla quale non possiamo dare altro nome che il suo, il ì i ‘* Me! Ma questo qualche cosa, questo Me che pure rico VO PAM. Pi ei = n (©) sE z La “ ci x Wei vi 3 Le Gi noscete, e a cui date un'esistenza distinta e,sua propria, altrettanto reale quanto gli stati interni medesimi, che ‘rimane in fondo se gli negate ogni elemento proprio € spontaneo, se gli negate la capacità di dare una preferenza, o di formare o di regolare almeno certi moventi ® interni da cui dipende la preferenza? Questo quid destinato ad unire i nostri stati interni fra loro in maniera . da riconoscerli come passati e futuri, è forse come il filo meccanico che unisce le perle in una collana? ma il filo non riconosce le perle, e questo quid invece riconosce gli stati interni; in grazia di che li riconosce? Conveniamo anche noi col Mill che qui siamo dinanzi a quell’inesplicabile e a quel misterioso, oltre il quale occhio umano non penetra; accettiamo anche noi il fatto ine- ER splicabile senza perdersi a considerarne hi 1 Philosophie de Hamilton. DI MILL LII così dire, la posizione; alla questione, se sia giustizia punire chi è determinato a operare in un dato modo, ha sostituito quest'altra, se sia giustizia punire chi non è determinato; ma queste non sono due tesi opposte in maniera che provata l’una si deva rifiutare l’ altra. Il Mill crede che non sia giustizia punire chi non è determinato, e sia pure; ma con questo è detto che sia giustizia punire chi è determinato? La questione è ancora insoluta. Ma riportiamo per intero il luogo del Mill, per vedere quale concetto egli ha della giustizia. « Vi sono due fini che nella teoria dei necessitarii bastano a giustificare il castigo: il profitto che ne ritrae il colpevole stesso e la protezione degli altri uomini. Il primo giustifica il castigo, perchè fare del bene a uno non può essere fargli torto. Punirlo pel suo proprio bene, purchè colui che inflisge la pena abbia un titolo a farsi giudice, non è più ingiusto di fargli prendere un rimedio. Per ciò che riguarda il delinquente, la teoria vuole che, controbilanciando l'influenza delle tentazioni presenti o delle malvagie abitudini acquisite, la pena ristabilisca nello spirito la preponderanza normale dell’ amore del bene. Nel secondo rispetto, il castigo è una precauzione che la società prende per sua propria difesa. Perchiè il castigo sia giusto bisogna solamente che lo scopo che la società si propone sia giusto. Se la società se ne serve per calpe stare i giusti diritti dei privati, il castigo è ingiusto. Se se ne serve per proteggere i giusti diritti dei cittadini contro un'aggressione ingiusta e criminosa, è giusto. Se abbiamo dei diritti giusti (ciò che ritorna a dire che abbiamo dei diritti) non può essere ingiusto difenderli. Con o senza libero arbitrio, la punizione è giusta nella misura in cui è necessaria per raggiungere lo scopo sociale, nella stessa maniera che è giusto; mettere una bestia |a se è Apa di a deal; à feroce a morte (senza infliggerle delle sofferenze inutili) per proteggerci contro di essa»). Ecco, è comodo per uno scopo particolare c in s0stegno d’una certa tesi attribuire ad una cosa quel significato che meglio talenta; soltanto sta a vedere se per giustizia gli uomini tutti quanti non întendano una cosa ben diversa da quella che qui intende Mill. Chi ardisce chiamare giusta la punizione che si infligge a una bestia feroce, soltanto perchè serve a proteggerci contro di essa? Anzi si può veramente chiamarla punizione? Lo- Stuart Mill io credo non prenda sul serio questa sua affermazione. Supponiamo, per un’ ipotesi impossibile a verificarsi, che un pazzo riconosciuto, in seguito all'uccisione di due o tre persone, venga condannato a morte; lo Stuart Mill per il primo protesterà contro questa sentenza e la chiamerà ingiusta; e tuttavia, nella sua teoria, sarebbe il non plus ultra della giustizia, poichè avrebbe appunto per iscopo di salvare la società dai furori del pazzo. Il vero si è che a giustificare il castigo, a fare che un castigo sia giusto non basta la protezione della società che si ottiene per mezzo di esso, e neanche il profitto che ne ritrae il colpevole; certamente e la protezione della società e il profitto che ne ritrae il colpevole costituiscono come l’accompagnamento necessario del castigo; certamente questi due scopi chi punisce si propone sempre € deve proporsi di raggiungere; ma altra cosa me Si dir questo, e altra il sostenere che questi due scopi giustifichino essi medesimi il castigo. La giustizia del Di castigo sta in qualche cosa di superiore e di più alto; sta i nel fatto che colui che lo subisce lo merita, perchè, se avesse voluto, avrebbe potuto operare altrimenti; sta son Philosophie de Hamilton. i H RAR ST Î da ber” DI MILL Seossassecesesioncontosesensanseanavassesssese giagesesdasicninsscenierienvisnionneveenisiericeo ziative censorcosc nespenesisooretteialezzonie necessità di vendicare la moralità offesa, di ristabilire la calma e l'armonia nelle coscienze. Im caso. contrario dov’ è la giustificazione del castigo quando comecchessia venga a mancare e il profitto che ne ritrae il colpevole e la protezione della società? Non sì sa che talvolta il castigo, anzichè esercitare un'azione benefica sull’animo del colpevole, anzichè inspirargli il desiderio di migliorarsi e di correggersi, lo infiamma d'un odio atroce contro la società che lo ha punito, e gli suscita pensieri di vendetta, sicchè alla prima occasione armerà la mano omicida e farà strage di quelli ch’ ei reputa suoi nemici? In tal caso il castigo è riuscito a ottenere un effetto precisamente opposto a quello che nella dottrina del Mill costituisce la sua giustificazione; in, tal caso è quindi ingiusto, e hanno fatto male gli uomini a infliggerlo. Perciò vadano a rilento gli ùomini e ci pensino prima di infliggere un castigo: se non è probabile che ne derivi il miglioramento del colpevole e la protezione della società, non ne facciano niente, lascino impunito il colpevole; sarebbe ingiustizia punirlo. Ancora si potrebbe fare quest'altra osservazione al Mill. Voi parlate qua e là * di premii e di castighi che si avranno da Dio in un’altra vita. Forsechè anche i castighi di quest'altra vita avranno lo scopo di proteggere la società e di recar vantaggi al colpevole migliorandolo? E assurda questa supposizione : per ciò Dio non sarà giusto quando punisce, mancandogli appunto ciò che giustifica la punizione. d Ma il Mill non si dà per vinto. « A tutti coloro, egli dice, che pensano che la protezione dei giusti diritti non basta a legittimare il castigo, io dimanderei com’ essi conciliino laloro idea di giustizia col castigo dei delitti 1 Philosophie de Hamilton. 10 “lle a ieri 1 int vos, pnt +e pre pron A «hi e, tesi ont mie pati e pe TT i pero ciare e ea va eee IId4 prescritti da una coscienza pervertita. Ravaillac e Balthazar Gerard non sono riguardati come delinquenti, ma come martiri eroici. Se il loro supplizio è stato giusto, il castigo non è giusto a causa dello stato di spirito del delinquente, ma solamente perchè è un mezzo efficace per raggiungere il fine che gli è proprio. E impossibile affermare la giustizia del castigo dei delitti dettati dal fanatismo, se non si dice ch’'esso è necessario per raggiungere uno scopo giusto. Se questo non è una giustificazione, non ce n'è affatto. Tutte le altre giustificazioni imaginarie cadono quando si applichino ai delitti del fanatismo-»!. Con questo il Mill si crede aver posto al muro i suoi avversarii: ma noi gli obbiettiamo coll’ Alexander ® che se i fanatici non sono colpevoli nell'atto, sono però colpevoli nel pervertimento della coscienza che li ha condotti al delitto; il che in fondo torna al medesimo. Sicchè la loro punizione è giustificata non tanto dalla necessità di difendere la società, quanto e più di tuttodalla loro colpabilità. Il vecchio Aristotele distingueva molto giustamente. le azioni dagli abiti: delle azioni siamo padroni dal principio fino alla fine; degli abiti soltanto in principio: ciò non vuol dire però ch’essi non siano egualmente volontarii e non ne siamo quindi responsabili perocchè appunto in sul principio ci era lecito comportarci così o altrimenti 3. Del resto se il fanatico è divenuto tale non per colpa sua, vale a dire se è vissuto in tal ambiente di perverse influenze morali da non pote : assolutamente sottrarsene, € da scambiare come COL scindibile dovere di coscienza il compimento di un’opera Philosophie de Hamilton.Vedi Philosophie de Hamilton, nota a p. È ; Eth. Nic. III. 5, $ 22, ediz. Susemihl, abbominevole; se non ha potuto far uso della sua libertà, perchè fu una sola la via che gli si indicò di seguire, € lo si tenne perfettamente all’ oscuro sull’ esistenza di un’altra via diversa da quella ed opposta, il castigo che gli s infligge è ingiusto, per quanti vantaggi sì possano in questa maniera ottenere. Soltanto è molto difficile determinare se il fanatico è divenuto tale per ragioni ; indipendenti da lui, e quindi se il suo castigo è conforme o non conforme a giustizia. Il Mill sostina a non voler considerare nel castigo una retribuzione, e continua a sostenere che inflitto per un’altra ragione che per agire sulla volontà del colpevole e per proteggere i giusti diritti degli uomini, non è giustificabile. « Se si crede, dice egli, che v'ha giustizia a infliggere delle sofferenze senza scopo, che v' ha fra le due idee di ‘delitto e di castigo un’ affinità naturale che fa 1 che dappertutto ove c' è delitto, è necessario che una pena sia inflitta a modo di retribuzione, io confesso che non posso in nessuna maniera giustificare il castigo inflitto in virtù di questo principio »!. Eppure se v' ha giustificazione del castigo sta precisamente in questo che il colpevole lo merita, e ch'è una retribuzione dovutagli. E non è vero che considerato come retribuzione il castigo sia senza scopo; gli è scopo la retribuzione medesima. Non si nega che. i il castigo agisca ad un tempo sulla volontà del colpevole, e serva di protezione alla società; ma solo a condizione che sia considerato una retribuzione, questi due scopi potrà ottenerli: solo chi sappia d'aver meritato il castigo potrà proporsi di emendarsi e correg= gersi. Che se invece il castigo fosse dato al colpevole “non già perchè l’ha meritato, ma perchè eserciti su di #E Pi, \ È Vai Philosophie de Hamilton. III I SRI VEIL ile, Ps Pon. | la £- Leg jo afar eaeeneprearE PET lui un'azione benefica e lo induca a correggersi, egli potrebbe molto giustamente domandare se c'era proprio bisogno d’una punizione per questo, o se non si avrebbe meglio ottenuto questo scopo, assegnandogli un premio, una ricompensa. Sicuro, nella teoria del Mill, se il punire, che val quanto fare del male a qualcheduno, non ha altra giustificazione che il profitto che ne ritrae il colpevole stesso e ia protezione della società, esso diventa un'enorme ingiustizia, in quanto che questi due scopi si sarebbero potuti ottenere egualmente e meglio col premiare, col ricompensare il colpevole. Il premio e la ricompensa concessi al colpevole a patto che non operi più male, avrebbero assai meglio del castigo agito sulla sua volontà nel senso del bene, e quindi protetta la società da ogni ulteriore attacco di lui. Nè vale il dire che in tal modo si offenderebbe quel sentimento naturale di rappresaglia che ci porta a fare del male a chi ce ne ha fatto, e che sebbene nulla abbia in se di morale, congiuntosi però coll’idea del bene generale che lo limita, diventa il sentimento morale delle giustizia. Mill che fa questa osservazione !, è in contraddizione con se medesimo, e mostra di credere che la giustizia della punizione si fonda su ben altre basi che su quelle che prima ha tentato di stabilire. Nè vale il dire, come ancora fa il Mill*, che la pena è più forte del piacere e che la punizione è infinitamente più efficace della ricompensa: e quanto POE il seed dalla colpa, oichè la punizione: sola può produr iazioni i cui Lon è di (E ARA pi a Ro condotta che ci espone ad essa, e di fare un RO pa ripulsione sincera tutto ciò che torna di danno alla i I Gfr. la nota a p. 563-565 della Philosophie de Hamilton ” A aied'uet bia ode è è ddl cale = Ti PA i ii cin al Pie en ce a] società. Anche la ricompensa data all’ astensione dalla colpa può produrre associazioni tanto forti da rendere in ultimo amabile per se stessa appunto l’ astensione dalla colpa, e da assicurare per tal modo a sufficienza la società dai possibili attacchi dei malfattori, senza far male a chicchessia col castigo. Il castigo adunque, giova ripeterlo, ha ben altra giustificazione che quella che gli vorrebbe assegnare il Mill. Ma Mill è troppo acuto e profondo, c sovratutto troppo leale, per non vedere che tutti gli uomini riguardano il castigo come una retribuzione, come una cosa dovuta a colui che ha fallito. Egli cerca spiegare questo sentimento generale e naturale, com'egli stesso lo chiama, in questa maniera. « Fin dalla prima,infanzia l’idea della malvagia azione (vale a dire dell’azione proibita, o dell’azione dannosa per gli altri) e l’idea di punizione si presentano insieme al nostro spirito; e |’ intensità delle impressioni fa che l'associazione che le lega ci offra il più alto grado d’ intimità. E egli estraneo e contrario alle abitudini dello spirito umano, che noi possiamo in queste circostanze conservare il sentimento e dimenticare la ragione che gli serve di base? Ma perchè parlare di dimenticanza? Il più delle volte, durante’la nostra prima educazione, questa ragione non è stata presentata al nostro spirito. Le sole idee che si sono presentate sono state quella del male e quella della punizione, e una associazione inseparabile s'è creata fra di esse direttamente senza il soccorso nè l’ intervento d’ un'altra idea. Ciò basta pienamente perchè i sentimenti spontanei dell’ umanità considerino il castigo e il malvagio come fatti l'uno per l’altro, come legati naturalmente, indipendentemente da ogni conseguenza. Philosophie de Hamilton, È ue tei dica VAI NT LI se Te ne 0 a LL. Teme serzinta Sirtenpalizrenio nea Lot — Riconosciamo la giustezza dell’ osservazione e l’acutezza dell'analisi: domandiamo però se l'intima associazione fra il malvagio e il castigo dipenda soltanto dall'esperienza, o se piuttosto l’esperienza non abbia fatto che confermare e svolgere un sentimento già in noi esistente allo stato di latenza, allo stato virtuale; di maniera che l'intimità dell’associazione fra malvagio c castigo dipenda, più che da altro, dal sentimento che anteriormente ad ogni esperienza ci porta ad avversare il male. Se quello che si fa al di fuori non è, per così dire, un'eco fedele di ciò che è dentro di noi, se la nostra natura non consente a quello che si fa al di fuori, è impossibile che si stabiliscano intime e forti associazioni, come è impossibile ad esempio che l'educazione - artistica crei il senso del bello, o l'educazione del palato quello del gusto in chi ne sia per natura sprovvisto. Insomma noi non siamo una tavola rasa, com' era opinione del buon Condillac, ma c'è in noi una spontaneità naturale, come del resto riconosce anche il Bain!. i Ma lo spirito di sistema la cede in ultimo al sentimento della verità, che finisce col prevalere in tutti quanti e coll'imporsi anche agli uomini più attaccati ai sistemi. Perciò leggiamo nel Mill le seguenti parole: « Si dice che colui che ammette la teoria della necessità deve sentir l'ingiustizia delle punizioni che gli s'infliggono per le sue cattive azioni. Ciò mi pare una chimera 3 ciò sarebbe vero, s'egli 20n potesse realmente impedirsi d’agire come ha fatto, vale a dire se l’azione ch'egli ha fatto non dipendesse dalla sua volontà, s' egli fosse sottoposto a un costringimento fisico, o s° egli 1 Vedi Ribot, Psychologie anglaise contemporaine, artic. Bain: e ° . Ù Baîn, Les emotions et la volonté x Ue Ri ui na Da ; DI MILI. 119 sisneraanzesaiezazeza»eozeraneezi masnzananasenanazazee asia ranisaezenazeonaeesaazionivssia sie iveeisiizcatezeo subisse l’impero d'un motivo così violento che nessun timore di castigo potesse avere effetto »!. Come si vede, lo Stuart Mill ritorna alla sua prediletta teoria della causazione, per cui la causa non costringe ad essere l’effetto, e che, applicata allo spirito umano, gli lascia una parte di libertà: ma non è egli in contraddizione con tutto quanto ha detto precedentemente ? Non è\giustizia punire uno s'egli non può realmente impedirsi d’agire come ha agito, se in altre parole non è libero nelle sue azioni: che mi venivate dunque a dire poco fa che la giustizia è affatto indipendente dall’esser l’uomo libero o° non libero, che è anzi concepibile colle forme più esagerate del fatalismo ? D'altra parte questa libertà esiste o non esiste? in questo luogo pare che voi l’ ammettiate. È Ma Mill continua. Se però il delinquente fosse in uno stato in cui il timore del castigo potesse agire su di lui, non v’' ha obbiezione metafisica che possa, a mio avviso, fargli trovare il suo castigo ingiusto »?. Ecco qui un nuovo elemento per determinare quando un castigo è giusto od ingiusto, il timore del castigo medesimo; sc il delinquente non era per modo dominato da motivi contrari che in lui poteva agire il timor del castigo, c tuttavia non ha agito, è giusto punirlo. Si domanda prima perchè il timor del castigo non ha agito sul delinquente, benchè i motivi contrarii non fossero tanto forti da impedirgli-di agire, anzi essendo addirittura più deboli. Se in ogni caso la vittoria rimane. sempre al motivo più forte, dovea ciò verificarsi anche questa volta: perchè non s' è verificato? Allo Stuart Mill la risposta, che non può essere certamente favorevole Philosophie de Hamilton, p. 509: 2 Ibid. “la “de = alla sua tesi deterministica. Ma lasciando da parte questo, perchè dovrebbe il timor del castigo costituire come il criterio con cui giudicare del merito o del demerito di una persona, e quindi della giustizia o non giustizia della sua punizione ? Se per un’ ipotesi, ch'io non credo impossibile a verificarsi, ci fosse uno affatto insensibile al timor del castigo, come dovrebbe la società regolarsi a suo riguardo? Il punirlo sarebbe in ogni caso ingiustizia. Evidentemente però qui il Mill ritorna alla sua tesi favorita che non sarebbe giustizia punire chi non è determinato da motivi, dovendo appunto il castigo considerarsi come un motivo, che agisce nel senso di far astenere dalla colpa. Riassumendo, mi pare di poter sostenere a buon diritto che il castigo non si può infliggere con giustizia, se non a patto che chi delinque avesse potuto anche non delinquere, e qualunque giustificazione si cerchi di esso al di fuori della libertà è affatto illusoria. Ogni dottrina, opera sincera del pensiero umano deve contenere una parte di verità. Criticare è semplicemente mostrare che questa parte della verità non è il tutto; la critica non è che il limite imposto della ragione ai sistemi, che sono essi stessi limitati dalle cose Fissando così il punto dove s'è arrestato lo sforzo del l’ intelligenza, la critica fissa precisamente il punto che l'intelligenza deve oltrepassare; essa le apre un novello spazio al di là di quello che avea di già percorso: in ‘una parola, essa ingrandisce l'orizzonte intellettuale che .S 1‘ ‘ro tm (A eil È E La i È È DI MILL un sistema avea voluto ricondurre alle sue proporzioni sempre troppo strette »!. Queste belle e assennate parole che il Guyau premette alla sua acuta critica della Morale inglese contemporanea, abbiamo fatto nostre perchè ci parve si potessero a rigore applicare alla critica nostra del sistema deterministico del Mill. La conclusione a cui vogliamo arrivare, nell'esame di questo sistema, non è già che in esso non ci sia nulla di vero; una parte di vero c'è: soltanto questa parte vera ha bisogno di essere sceverata e distinta da tutte le altre che non lo sono, ha bisogno di essere presentata spoglia di tutto il fattizio e l’appiccaticcio che le ha fatto perdere la sua vera fisionomia. E prima di tutto è grande merito del Mill l'aver lasciato in disparte il fatalismo puro, il fatalismo fisico, per cui l’uomo non è niente e dipende interamente dal mondo di fuori, e il fatalismo modificato dell'Ovven per cui l’uomo è forzato dalla sua costituzione originaria o modificata dalle circostanze esterne, a ricevere i suoi sentimenti e le sue convinzioni indipendentemente dalla sua volontà, sentimenti e convinzioni che creano poi il motivo d'azione e spingono all’azione %; e l'avere invece introdotto un determinismo che direi psicologico ed intimo, per cui la volontà dell’uomo non è lettera morta, ma contribuisce indirettamente alla modificazione e anche alla formazione del carattere, potendo mettere in opera i motivi che sono necessarii a tal uopo?, e collocarci in circostanze adatte e convenienti 4. In questa maniera lo Stuart Mill è riuscito a dare all'uomo una Guyau, La Morale anglaise Guyau Philosophie de Hamilton Logique È : 3 ne me - o-- ao du re rn ua rientro PRPPPPEFETITITILITIITTLILILZA] specie di personalità; perocchè quando l’uomo può comecchessia modificare e anche formare il suo carattere, non è già un automa cosciente, uno: spettatore inerte d’azioni in cui egli non abbia alcun potere, e che per conseguenza a torto s*attribuisce, come avviene nel fatalismo puro e nel fatalismo modificato; ma un me, una persona che può dire con qualche diritto sue le azioni che si compiono dentro di lui. E ben vero che questa specie di potere autonomo, che lo Stuart Mill concede alla volontà, diventa poi illusorio, quando facendo la genesi della volontà stessa dice che dipende in ultimo dal desiderio, il quale è formato per noi e non da noi, il quale insomma è fatale; ma è vero anche che qua e là fa capire che se il desiderio non è formato da noi, noi possiamo però metterci in tali circostanze che sieno adatte a far nascere questo desiderio!; con che riconosce ancora indirettamente una specie di potere autonomo esistente in roi. Insomma la parte vera del sistema deterministico del Mill è ta seguente. Noi operiamo sempre sotto l’influenza di certi motivi; non sarebbe altrimenti cieco e irragionevole il nostro operare? Devesi dire che il me, risolvendosi dopo un esame, lo fa senza tener conto dei motivi, e che è come un giudice il quale, dopo aver sentito le ragioni dell’una e dell’altra parte contendente, pronuncia una sentenza arbitraria dimenticando le ragioni invocate dalle due parti? Una sentenza di tal fatta è cieca ed iniqua nella stessa maniera che l’operare senza motivi non è d'uomo ragionevole, ma folle e pazzo. Il motivo però, come causa d'azione, non è differente da tutte le altre cause del mondo fisico, vale a dire non è un tale antecedente che costringa ad essere il conseguente Vedi il fine della parte 2. di questo lavoro. MILL I tw in una maniera irresistibile; non esercita insomma sul conseguente una coazione di tal fatta che, posto l’uno, si debba porre di necessità l° altro. Il motivo agisce sulla volizione, ma non la determina di necessità; noi non siamo sforzati ad obbedire a un motivo particolare, anzi sentiamo che se lo desiderassimo abbiamo il potere di resistere al motivo !; il costringimeuto necessario € irresistibile che, secondo alcuni, il motivo esercita sulla volizione, è respinto dalla coscienza e rivolta i rfostri sentimenti?. Due cose adunque sono notevoli nelle azioni degli uomini, i motivi c la volontà; la volontà non si induce mai ad operare senza motivo; ma non per questo il motivo ha tal forza da soggiogarla affatto e da ridurla :n condizione di non potere resistergli, se occorra: due forze si agitano nell'anima degli uomini, l’una cieca € ‘incosciente il motivo, l’altra intelligente e cosciente, la volontà; la quale ultima lascia agire su lei la prima e talora la mette in opera essa stessa per uno scopo determinato ?. Questa dottrina che fa, per così dire, capolino dalle frequenti professioni di fede deterministica che fa il Mill, e .che forse gli è sfuggita contro il suo stesso volere, è la parte sana e vera del suo sistema. Soltanto questa dottrina è conforme al punto di vista a cui egli s' è messo, o non è piuttosto in perfetta contraddizione con esso, e non -si deve quindi considerare come una specie d’intruso che, entrato a forza nella casa del Mill, vi rimane, pure ad onta della gran voglia del padrone di liberarsene? E in realtà quella specie di potere autonomo Logique ecc, vol. 2. p. 420. Vedi la parte 2. di questo lavoro. 2 Logique ecc. vol. 2. p. 420. 5 Philosophie de Hamilton, p. 571. € Sarà giusto mettere in opera dei motivi che ci necessiteranno a fare i nostri sforzi eco. » rea BI, de A i OO Ln N ENI A cati pere DEI DETERMINISMO che, secondo quanto abbiamo esposto precedentemente, pur attraverso a una quantità di dubbii e di contraddizioni, pare "le Stuart Mill voglia concedere alla volontà, svanisce là dove parlando della volontà come causa, la considera nè più nè meno che una causa fenomenica, un antecedente a cui tien dietro invariabilmente un conseguente, non già un antecedente che produca, che efficiat, per dirlo alla latina, il conseguente, una causa nel senso in cui si dice che i fenomeni fisici sono causa gli uni degli altri, nel senso in cui il freddo è causa del ghiaccio e la scintilla dell’ esplosione della polvere, una causa cieca e meccanica insomma !. Si potrebbe domandare a questo punto come avvenga che una causa cieca e meccanica possa mettere in opera dei motivi e resistere ai motivi, se occorra, come pure il Mill afferma in altro luogo; ma è una delle solite contraddizioni del Mill, di cui non terremo conto. Evidentemente la dottrina per cui la volontà è considerata come causa fenomenica, come uno stato di spirito a cui tien dietro un certo movimento delle nostre membra conforme ad esso *, e null'altro, è intimamente connessa coll’altra dottrina, per cui il Mill considera lo spirito come una serie di stati di coscienza, come una possibilità permanente di sentimenti e nulla più, senza preoccuparsi se ci sia qualche cosa d’uno e di identico a cui questi stati di coscienza e questi sentimenti si riferiscano, se ci sia un substratum che serv loro di sostegno?. Nell’una e nell’altra teoria è l’empirismo, il fenomenismo puro che prevale: in noi c'è una serie di fenomeni che si succedono e si connettono a Logique ecc. 2 Logique ecc.. Philosophie de Hamilton DI MILI insieme con cert ordine e regolarità; uno di questi fenomeni è la volizione; un altro l’azione che le tien dietro: si dice volgarmente che l'uno è causa dell'altro; ma in realtà sono due fenomeni campati in aria, la cui produzione è dovuta a nessuno, che non hanno altro legame fra loro che quello d’ una successione uniforme, e che insieme cogli altri contribuiscono a formare quella serie di stati interni che dicesi spirito. Come si vede, con una simile dottrina la personalità umana sparisce e non si capisce come l' uomo possa dir suoi i varii fatti che succedono dentro di lui. Insomma e per concludere, ci pare di poter dire che nel sistema deterministico del Mill ci sono come due correnti opposte, che vorrebbero confondersi, sparire l'una nell'altra, ma che mai non ci riescono; luna per cui l’autore è indotto a concedere all'uomo una personalità purchessia, e lo fa in qualche maniera padrone de’ suoi atti fornendolo «d'una certa libertà; l’altra per cui questa personalità gli è negata aflatto, e il suo spirito si riduce a una serie di stati di coscienza e di sentimenti e a nulla più, e le sue azioni si fanno dipendere da motivi che non sono lui e che non sono posti da lui. Poteva il Mill far procedere insieme e confuse l'una nell'altra queste due correnti di natura così opposta, anche adoperando la forza e la violenza? Non lo poteva sicuramente ; e di qui la ragione per cui il suo sistema s' avvolge in tante e così aperte contraddizioni. L' abbiamo detto fin dapprincipio; noi amiamo le posizioni chiare e nette, e avremmo preferito nel Mill un determinismo veramente determinismo, un determinismo conseguente a se stesso fino alla fine, a un sistema che.non è determinismo, nè libertà, ma che tiene dell'uno e dell'altra. Il Mill per tal modo non è riuscito ad accontentare nè i veri deterministi, nè i veri sostenitori della libertà; la migliore posizione non era in questo caso quella di mezzo. ln ogni modo è notevole, e merita che se ne tenga il massimo conto, il tentativo fatto da uno dei più grandi filosofi positivisti contemporanei, di accostarsi più e più alle vedute della scuola contraria, e di prendere da essa quello che ha di buono e di vero, e d’innestarlo sul grand’ albero del positivismo. E di buon augurio che le due scuole s'accostino e si studiino a vicenda; lo spirito d' esclusione e di sistema non può che nuocere agli interessi della scienza. e n Pat eran SRP e FA Succede delle dottrine e degli studii quello stesso che d’ogni altra istituzione e costumanza; in voga e in fiore in un certo periodo di tempo, vengono poi, in un periodo successivo, trascurati e quasi dimenticati; anzi talora è tanto maggiore la trascuranza e la dimenticanza, quanto era prima più grande la stima e il favore in cui erano tenuti dall’ universale. Oggidì è invalso il vezzo di pigliarsela con qualsiasi speculazione, anzi con qualsiasi idea addirittura, Il fatto, ecco quello di cui devesi occupare lo scienziato che sia degno di questo nome; l’esperienza, ecco il metodo che egli deve adoperare; tutto il resto è fantasia di cervelli ammalati, è metafisica. L° idea dev’ essere bandita da qua- | lunque parte; dalla scienza, dall'arte, dalla vita pratica. Giovani egregi, comprendo perfettamente la reazione a quell’ idealismo assoluto che pretende foggiare l’ universo a suo modo, e serrarne € disserrarne le porte colla sola chiave dell'idea; comprendo la guerra a quelle immani costruzioni a priori, che se fanno testimonianza dell'ingegno e del genio di chi le ha fatte, non hanno però colla realtà alcun rapporto, e sono, come i castelli G. Z. 9 incantati dell’ Ariosto, campate nell'aria; ma non com prendo questo bando totale dell'idea, questo dominio ssclusivo ed assoluto del fatto, quasi che tra fatto e idea vi fosse dualismo inconciliabile, e dove è l'uno non po tesse star l’altra, e lo spirito umano fosse perpetuamente dannato o a rinchiudersi nelle angustie e nelle strettoie dei fatti, o a spaziare nei campi dell'ideale, senza mai, nel primo caso, aspirare a qualche cosa di più alto, e, nel secondo, scendere terra terra e trovarsi a contatto della realtà vera. Seguace di quel metodo critico che, iniziato dal Kant, ha oggi in Germania, in Francia e anche in Italia illustri rappresentanti, io non sono nè positivista, nè idealista; non voglio il dominio esclusivo dei fatti, nè quello esclusivo delle idee; credo che e nella scienza e nell'arte e nella vita i fatti come le idee non siano che un aspetto della realtà: la realtà nella sua interezza sta nella fusione dei due elementi. E in verità, per incominciare dalla scienza, i fatti bastano da soli a costituire la scienza? Ecco l’ esagerazione in cui cadono i sostenitori dei fatti e dell'esperienza ad ogni costo. L'esperienza pura e semplice, i puri e nudi fatti non bastano. Anche il più rigido positivista è costretto a cercarne una spiegazione, e per ciò stesso li vaglia, li interpreta e a suo modo li trasforma, E questo lavoro di trasformazione, checchè se ne dica, non è possibile senza una luce che illumini i fatti, senza uno spirito che li vivifichi, senza un elemento subbiettivo e speculativo che domini e diriga l'indagine empirica. Il Kant aveva ragione quando diceva che l'indagine speculativa deve portare innanzi all'indagine empirica la fiaccola che illumina (die leuchtende fackel vortragen); e il Bruno” egualmente quando diceva che «a chi cerca il vero, bisogna montar sopra la regione di cose corporee. N FATTI E IDEE PASSI RR REIT III III O Provatevi, ad esempio, a costruire la storia della umanità coi semplici e nudi fatti, colla semplice e nuda esperienza. Che cosa-ne uscirà? Nient'altro che un catalogo e una cronaca, senza nesso € legame interiore, senza ordinamento e organamento di sorta, scheletro nudo a cui mancano le polpe ed i nervi ed i muscoli. Date anima invece a questa materia morta, penetrate lo spirito che v'è dentro, e di sotto alle varie accidentalità strane e bizzarre sotto cui vi si presentano i fatti, afferrate quello che hanno di sostanziale, di sotto al mutabile e al transeunte l’immutabile e il durevole, di sotto a quello che è vero soltanto in un punto del tempo e dello spazio, quello che è vero sempre senza limiti di tempo e di spazio; e avrete la storia vera e propria, coi suoi nessi di causa ed effetto, colle sue leggi, colle sue idealità ; la storia scientifica, risultante insieme di fatti e di idee, di realtà e di pensiero. Il semplice prammatismo non vale a farci comprendere la vita storica della umanità. I fatti sono come la tela che non si può concepire senza una trama precedente di idee e di principii; sono come un processo, uno svolgimento, che non si può concepire senza qualche cosa che sì svolga. E non soltanto questo avviene nella storia, ma nelle scienze stesse naturali, dove pure l'osservazione e l’esperienza sono come al loro posto. Anche la natura ha una vita sua propria, uno spirito che la vivifica, leggi e principii, un contenuto interiore ideale, che va svolgendosi nei fatti e coi fatti, e che bisogna ricercare néi fatti. Quei naturalisti che ostentano un superbo fastidio della speculazione filosofica, e vanno gridando fatti, fatti, esperienza, esperienza, dimenticano troppo facilmente che il fondatore del metodo sperimentale, BONAITUO (vedasi) Galilei, raccomanda non si dovesse mai disgiungere l’idea razionale dalla ricerca del fatto; dimenticano che oggidì i più ode Ydonkt ii, grandi scienziati forestieri sono anche insigni FILOSOFI. Bastino per tutti i nomi di Helmholtz, “di DuboisReymond, di Wundt e di quello Spencer, che Z. chiama il metafisico del naturalismo, per mostrare non essere inconciliabili i concetti espressi dai due nomi. Dimenticano finalmente che nella stessa vostra Torino una schiera animosa di scienziati, con a capo l’illustre MORSELLI (vedasi), propugna con ardore l'unione della scienza colla filosofia, dell'indagine empirica colla SPECULAZIONE FILOSOFICA. Attendete un po’, egregi giovani; tutte l’ipotesi con cui si cerca di penetrare « Sue enorme mister t] Vedi specialmente La filosofia monistica in Italia, Rivista di filosofia scientifica, dove MORSELLI (vedasi) combatte strenuamente pella vittoria del metodo sperimentale e la definitiva congiunzione della filosofia e della scienza anche in Italia.  La scienza, scrive MORSELLI (vedasi) nell'articolo accennato, non i essere una nuda e povera raccolta di fatti senza nesso logico e senza valore concettuale; sono le idee e non i fatti che costituiscono l'edificio armonico del sapere. Due soli ‘scopi ha il sapere: da conoscenza ben diretta ed ordinata dei fenomeni, ossia la coltura; e l'applicazione di questa conoscenza al soddisfacimento dei bisogni umani, ossia l'utile sociale. Restringere il sapere a questo solo secondo scopo sarebbe avvilire la ragione umana e trasformare la ricerca scientifica in mestiere professionale. E ancora. Scienza e filosofia, secondo noi, continuano e passano insensibilmente l'una nell'altra. Esse sono due aspetti, non opposti, neppur paralleli, ma successivi dell'umano pensiero, che incomincia dall'osservazione e dall’esperimento e assorgete; sa loro mezzo, al concetto generale, alla teoria ed all'ipotesi Un valoroso propugnatore dell’unione della scienza I filosofia ca anche MEIS (vedasi). Vedasi specialmente il suo discorso i inaugura per l'‘apertura degli studi a Bologna, che ha per titolo: La scienza. FATTI E IDEL dell’universo, a cominciare da quella sovrana dell’evoluzione, si può sostenere sul serio che siano un semplice risultato dell’osservazione; o non l’oltrepassano invece di gran lunga? Le stesse leggi fondate esclusivamente sull'esperienza e sui fatti e risultato genuino di essi, s non comprendono in sc, a rigore, un elemento che li Wfnassedaulo mette tai trascende? L'essere del fatto non si esaurisce tutto | Ta . . DUI quanto nel suo eterno Hluire; la varietà, la molteplicità meccanica dei fatti accenna alla persistenza e all'unità vivente della legge, dell'idea in cui si muovono; e questa legge, e quest idea è la nostra mente che la scopre. Adunque che si parli di esperienza e di fatti sta bene: noi pure vogliamo l’esperienza ed i fatti, e siamo persuasi che al di fuori di questi non vi sia salute. Ma non si creda che quando si è detto esperienza e fatti, si abbia detto tutto: l’esperienza e il fatto è il materiale greggio, che la nostra mente divino artefice, vivifica e trasforma nella statua sublime di Fidia. Espe- Esputeura tienza e speculazione si diano quindi la mano © si Veeete fe conciliimo; non esperienza sola, nè speculazione sola: la prima, scompagnata dalla seconda, fa degli uomini Ter pi (Cos) che non vedono un palmo più in là del loro nasoj Segnaferi la seconda, scompagnata dalla prima, dei sognatori € È nient'altro che sognatori. i Intanto però gran parte degli scienziati italiani, © anche i più dotti, anche quelli che largamente contribuiscono col loro ingegno e colle loro scoperte all’avanzamento del sapere, rifuggono d’ordinario da ogni questione generale, da ogni questione che accenni ap- n pena-a sollevarsi dalla cerchia dei fatti; e s' attengono î di proposito al più rigido ed esclusivo sperimentalismo a meccanico. Le discipline “scientifiche che non si propon= i gano ad oggetto fatti palpabili e materiali, sono per lo meno loro sospette: la psicologia, l' etica, la logica, la FATTI E IDEE sociologia, la biologia generale sono metafisica larvata, roba da lasciare che se ne occupi chi ha del tempo da perdere. È una condizione di cose, che se può essere spicgata coll’avversione che inspira naturalmente una filosofia fantastica, subbiettiva, nemica dell’ esperienza, quale regnò gran tempo in Italia, non cessa di essere deplo revole; perocchè, per questa via, si rendono impossibili le sintesi alte e geniali, onde sono così altamente cele brati gli scienziati forestieri, e viene di moda un positivismo empirico e grossolano « che finisce coll’ essere L’ Idealismo può essere vuoto, osserva con acutezza FIORENTINO (vedasi), di cui mi piace riportar qui la splendida pagina ?, il positivismo può essere cieco, se scompagnati l’uno dall'altro, secondo il giudizio che Kant porta del puro concetto e della nuda intuizione. Un'idea la quale non si verifichi, e non trovi riscontro nei fatti, non è un'idea, ma una fantasticheria. Un fatto, il quale non s'incardini in un'idea, non esprima una ragione, non dia indizio di una legge, non serve assolutamente a nulla, e stando anche ai dettami più rigidi del positivismo, è condannevole perchè inutile. Ciò che irradia il fatto è l’idea che vi splende dentro, che lo solleva dalla sfera 1 MORSELLI, La filosofia monistica in Italia. L'Italia, scrive MORSELLI (vedasi), non ha nessuna di quelle individualità eminenti, che passano dall'esame sperimentale dei fatti alle più alte e generali considerazioni sintetiche. Noi non possediamo nessuno scienziato pensatore da porre accanto ad Helmholtz, Virchow, Meyer, Dubois - Reymond, Lyell, CI. Bernard, Wundt, Darwin, Mandsley, Haeckel, Tonson, Crookes, Wallace, Draper, Berthelot, Hirn e altrettali illustrazioni della filosofia scientifica nel resto del mondo civile. FIORENTINO, Positivismo e Idealismo, Giornale napoletano di filosofia e lettere ecc. FATUVI E IDEE del mero accidente a quella della realtà durevole. Quante lampade non erano oscillate al mondo, prima di quella che nel duomo di Pisa colpì l’attenzione di Galilei! Chi se n'era accorto? Chi se n'era ricordato? Chi se n'era giovato? Ed a che era servita quella oscillazione prima che il grande pisano non ne cavasse le leggi del pendolo? L’affettato disdegno per le idee, la più affettata curiosità di fatti slegati, affastellati in immani congerie, senza lume ideale, senza quel riposto riscontro, ch'è la parte divinatrice e geniale del metodo: induttivo, potrà far maravigliare gli sciocchi, ma non soddisferà certo la mente degli uomini assennati, Oggidi intanto ai costruttori instancabili di sistemi son sottentrati i compilatori instancabili di cataloghi: prima ci soffocavano le deduzioni da un presupposto qualunque, ora ci annoiano a morte i registratori di varietà e di aneddoti. Qui è l’ugna d'una scimia, 0 la coda d'un pesce, o la forma d’un utensile preistorico, che tiene il posto delle risibili argomentazioni, con cui CREMONINI (vedasi) combatte BUONAMICI GALILEI (vedasi), e dava ragione ad Aristotele. In me risvegliano lo stesso senso di fastidio e quelli che credono di spiegar tutto con la portentosa fecondità dell'idea, e gli altri, che stimano di aver in pugno la chiave che disserra ogni nascondiglio della natura e dello spirito, solo perchè hanno fatto incetta e registro di curiosità e di aneddoti ». Giovani egregi, non vorrei essere franteso e si credesse per avventura ch'io non avessi nella debita con-. siderazione quei raccoglitori pazienti e diligenti di fatti, di cui abbonda: quasi ogni ramo: del sapere. To so bene che l'errore nella sintesi dipende in gran parte da analisi affrettate c insufficienti, e quindi non è mai raccomandata abbastanza la pazienza e la diligenza nella raccolta dei ‘ materiali su cui la sintesi possa essere costruita. Ma si? modus in rebusi la pazienza e' la diligenza non deve = eye cir i Spi ant ardita cata mai degenerare in pedanteria: le analisi minuziose, pedantesche, le analisi che si estendono a fatti di nessuna importanza, talvolta puerili, praticate più spesso per soddisfare una vana curiosità che l’amore vero del sapere. le analisi grette senza lume superiore che le guidi, anzichè utili, sono perniciose alla scienza. C° è in Germania una strana tendenza ad andare in cerca di tutte le minuzie più insignificanti, e le riviste vi consacrano le loro Mischellen, e talora perfino, le due Philologische Wochenschriften di Berlino per esempio, danno loro il posto precipuo. Il sapere in pillole, in frammenti, a bocconcini, perchè non riesca indigesto a chi l’ ingoia, non è solo la tendenza di pochi spiriti angusti di Germania: nel nostro paese si fa altrettanto; e non c'è niente di più esiziale: la scienza è sistema di verità fortemente e indissolubilmente unite, e chi mira comecchessia a rompere questa unità, mira con ciò stesso a distruggere la scienza. Ed ora dalla scienza permettetemi, o giovani, ch'io scenda, o salga, a vostro piacimento, in un mondo meno severo, più ameno, più accessibile ai più, il mondo dell’arte, dove l’idea pare come a suo posto, e più frequenti e meno lamentati gli strappi alla realtà. Si discute e s'è discusso a lungo intorno al fine È) . î j = DEC dell’arte: chi le diede per fine il buono, chi il vero, chi un fine patriottico, chi un fine religioso: pochi pensarono. al nome, ricco di significazione profonda, che diedero gli antichi alle arti belle. Gli antichi le chiamavano artes ERA N AR et SIM rey deiia de RE OT RR VIZI NO RA TT A Sg TIT PE I CR POT: Erri è Le for det VU de è e Kantiana, l’azzività unitiva dello spirito e 2£ È condo cui si svolge; sebbene quest attività e queste me leggi non entrino in gioco qualora la sensazione non | ur. fornisca il molteplice che si deve raccogliere e unifi- È. Bi; care. In questo sta la vera interpretazione del preteso 3 *& innatismo Kantiano, e i più autorevoli interpreti del ue e. Kant, l' Erdmann, il Cohen, il Riehl, SPAVENTA (vedasi), sono Di o di quest'avviso!. S Inteso così l'a priori del Kant, si può vedere facilda mente come tutta la psicologia tedesca moderna, la d nativistica non meno che la genetica, anzi la genetica con più diritto della nativistica, si riconnetta alla dottrina n° del filosofo di Kunisberg. E è 2, Ho detto la genelica con più diritto della nazivistica; SY “SR perocchè, se non si può negare che la dottrina Kantiana pi esercitasse storicamente una larga influenza sul nazivismo = fisiologico di Giovanni Muller, dell’ Hering e dello È Stumpf, gli è certo però che quest influenza era dovuta 2 a un’inesatta interpretazione dell’ a priori Kantiano. Infatti, per quanto riguarda la questione dello spazio, i nativisti, al dire dell’ Hemholtz, « attribuiscono la localizzazione delle impressioni nel campo della visione ad una disposizione innata, sia che l’anima abbia una conoscenza diretta delle dimensioni della retina, sia che l’ eccitazione delle fibre nervose dia luogo a certe rappresentazioni di spazio mercè un meccanismo prestabilito ». Quindi non tengono conto dello sviluppo degli atti psichici necessario alla formazione della nozione di L n 1 Vedi il bell’ articolo del Chiappelli, di cui abbiamo fatto Sh nostro pro, « Aant e la Psicologia contemporanea » nel Giornale napoletano di Filosofia e Lettere ecc. . "el e spazio; la nozione di spazio non è per loro un prodotto dell’ esperienza, è anteriore all'esperienza; tutte le sensazioni sono necessariamente sottoposte alla nozione di spazio per modo che non è possibile concepirne una sola ‘che ne sia fuori; lo spazio deve preesistere alla singola sensazione, e la localizzazione di questa dev’ essere l'effetto d'un’ intuizione immediata!. Qui abbiamo l’innatismo nel più largo senso della parola; che però è da credere non Soffre al vero spirito della filosofia Kantiana, la quale presuppone e richiede lo sviluppo fisio-psicologico della rappresentazione di spazio. La scuola genetica per contrario sostiene che la nozione di spazio si acquista appunto per uno svolgimento fisio-psicologico, per un lento processo, di associazione di singole sensazioni; sebbene questo processo non sia un semplice risultato dell’esperienza, non sia un’ processo puramente meccanico, bensì abbia luogo in forza di un principio dinamico, d’ un' attività sintetica che segue nel suo svolgimento certe leggi. La scuola genetica riconosce che « non è possibile porre in serie diverse sensazioni, e più ancora associare le serie delle sensazioni tattili e visive coi sentimenti muscolari e d’inner vazione, senza una funzione dello spirito che elabori i dati. sperimentali »3. Qui c’ è evidentemente l° influenza della dottrina Kantiana dell'a priori; poichè questo non è in fondo, come s'è detto, altra cosa che l’attività sintetica dello spirito che s'applica al materiale offerto dalla esperienza. 1 Cfr. Tarantino « Kant e la Filosofia contemporanea » nel Giornale napoletano di Filosofia e Lettere ecc. 4 È 2 Cohen, Kants Theorie der Erfahrung, p. 91. è CHIAPPELLI (vedasi) , G. Z. n Ri 4 Mai i ‘€ val atoitcalii Per fermarmi soltanto ai principali rappresentanti della scuola genetica, il Lotze!, di cui è celebre la teoria dei segni locali, riconoscendo la necessità che lo spirito trasformi i dati intensivi dell'esperienza in dati estensivi per avere la serie spaziale, riconosce con ciò stesso una attività trasformatrice nello spirito; e s'incontra perciò colla priori del Kant. Lo stesso Helmholtz, il più reciso rappresentante della teoria genetica, subisce l'influenza Kantiana; perocchè nella questione, che abbiamo tra mano, dello spazio, avendo messo in rilievo la grande importanza che hanno per la formazione della nozione di spazio i movimenti muscolari, riconosce di a priori in noi appunto la capacità originaria di produrre e di sentire il movimento; nel che, secondo lui, sta l’ accordo delle scienze naturali col Kant ®. Ma nella sua teorica della ‘percezione egli s’ accosta anche di più al filosofo di Kunisberg; poichè essendo le sensazioni, nel suo concetto, nient’ altro che segni che bisogna interpretare 3, si richiede per ciò stesso un’ attività primigenia che interpreti; e siccome questi segni non sono vuote apparenze (leerer Schein), ma effetti d'una causa esteriore ignota a cui si riferiscono, ne segue che il lavoro d’interpretazione e di obbiettivazione è un ragionamento incosciente i Veramente nel Lotze, più che un rappresentante della scuola genetica, si dovrebbe vedere l'anello di congiunzione tra la scuola nativistica e la genetica. Infatti è bensì vero che per lui la nozione di spazio non è innata, ed è necessario un lavorio mentale per averla, ma contemporaneamente i segni locali sono un vero e proprio meccanismo preformato. Ribot, Psychologie allemande. Helmholtz, Die Thatsachen in der Wahrnehmung. Berlin, ta) f TOO IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA dunanenazenaa neenianaze sanare sa rinenianesaenin isa sanasisaodioianieneninizanasenete resa sizaeizazzaneo uunnizieazerazenizzenianisnananoniceaze dananieaniza n manina za sanana sa neriaranieazenia tea vanenressdeeta che i Nuovi Critici ritraggono dai progressi notevoli delle scienze sperimentali, e specialmente della fisiologia, vantaggi che il Kant non poteva avere, e che dissentono da lui nel determinare la natura e la quantità dell’ elemento a priori, presente in ogni conoscenza; si allontanano da lui sovratutto nel modo da proporsi e di risolvere il problema gnoseologico. Il Kant più che l’origine della conoscenza tendeva a determinarne il valore, più che il fatto e il possesso, la legittimità; quindi ammettendo che l'elemento a priori dirige l’esperienza e ne è la legge, non prese a esaminare in che senso si possa dir tale, e come avvenga che non apparisce sempre e in tutto il processo della umana conoscenza, ma solo nel pensiero già adulto; e se l’esperienza contribuisca a svolgerlo e a determinarlo. In altre parole il Kant trascuro di ricercare l'origine dell'a priori, non accorgendosi che pure questa ricerca psicologica era condizione indispensabile a porre ne’ suoi veri termini ea risolvere il problema della conoscenza. Quello che il Kant non ha fatto fecero i Nuovi Critici; e sta qui, nella risoluzione del problema psicologico come sussidiario del problema della conoscenza, la novità del Neo-Criticismo e il suo merito più grande. Contrariamente all’empirismo tedesco, l’ empirismo inglese nella spiegazione della conoscenza trascura ogni elemento formale, a priori, e tutto fa derivare dalla nuda esperienza. Osserva con molta acutezza CHIAPPELLI (vedasi) – Il criticismo e la Psicologia. nel Giornale nap. ET CI TRA Tome ui è = 251.07 che la vecchia metafisica e il moderno empirismo in glese riescono per opposte vie a spogliare lo spirito della sua originale energia; poichè quella lo riduce a î una semplice capacità di accogliere in qualche modo le idee assolute che gli si presentano, ma che esso non produce; e questo lo considera come un rispecchiamento delle relazioni esteriori, come un risultato dell’ o rienza. Se empirismo pglese ia Der_così uniti ll meccanismo, uni a che dalle forme più basse della sensazione fa uscire per via di semplice’ associazione quantitativa le ivi i Per lo Spencer, per esempio, lo spirito ben lungi dall'essere un’ attività originale, un principio dinamico, si risolve in un gruppo di attività operanti meccanicamente in una continua 4 associazione e dissociazione di stati ora più deboli ora più forti, in un continuo adattamento di relazioni interne a relazioni esterne! Donde una gravissima difficoltà a spiegare l'associazione delle singole sensazioni, e delle serie diverse in cui si dispongono. L'ordine delle sensazioni, l'associazione delle sensazioni, il loro disporsi in serie, non è una sensazione, ma un rapporto di sensazioni: ora donde viene questo rapporto ? « Perchè ci sia ordinamento, nota giustamente il Chiappelli®, conviene che ciascuna sensazione sia tenuta distinta dalle altre, e nello stesso tempo unita, altrimenti si fonderebbero in un’ unica sensazione, come avviene delle sensazioni uditive, olfattive e saporose. E come poi potrebbe avvenire l'associazione delle serie tattili e visive coi sentimenti muscolari per formare la serie spaziale, senza un’ attività sintetica a priori »? Cfr. Spencer, Principes de Psychologie, passim. 2 Kant e la Psicologia contemp. nel Giornale i Dall E IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA L’ ipotesi dell’ evoluzione e la teoria dell’ eredità, introdotta dallo Spencer nella Psicologia inglese, le hanno aperto un nuovo orizzonte e corretto in gran parte la sua aridità. Ma per quanto corretta e allargata, l’ elemento dinamico le manca pur sempre, le manca l’attività, la spontaneità originaria. Osserva il Tarantino! che « se v'ha una scuola che non possa non riconoscere nella psiche umana una attività propria ed originaria, questa è l'evoluzionista. Dappoichè per essa la conoscenza non è puro associagronismo, non è mera composizione e ricomposizione di clementi semplici, ma è un processo evolutivo per cui nei gradi superiori della conoscenza non s'ha solamente la somma degli elementi semplici forniti dai gradi inferiori, ma qualche cosa di nuovo, un nuovo prodotto, una nuova funzione ». Ma questa, come nota anche il Chiappelli, non è un’ esposizione ed interpretazione obbiettiva ed esatta della dottrina dello Spencer; è un apprezzamento subbiettivo, una critica di essa; critica giusta e finissima, ma esposizione sbagliata. Ognuno infatti ricorda la dottrina dello Spencer che riguarda l'intelligenza e la volontà. Gli stati superiori dell’ intelligenza differiscono dagli inferior complessità, non già per un'attività più alta che vi si' riveli; e la volontà dove, più che in qualunque altro fatto dello spirito, dovrebbe apparire un’ attività primigenia, è quello stato di coscienza per cui « dopo aver ricevuto un’ impressione complessa, i fenomeni di movimento APPTOPrIAtO nascono, ma non Possono passare all’azione immediata, a causa dell’antagonismo di certi altri fenomeni di movimento, egualmente nascenti, e appropriati a qualche impressione intimamente unita i solo per una maggiore Saggi filosofici, Napoli, Morano. Asi DI o dii rn Vsrresvanorizsanereseeriecenzer ee idbLEzsco ca cdene erapas pa Leno ana OSTSCIN TORCE PUITELATA TETI ta ars ter aonesionarasasacseeoree alla precedente »; sicchè, solo dopo un certo intervallo apprezzabile, un movimento, il prevalente, finisce col tradursi in azione!. Evidentemente qui la volontà non differisce dall'azione riflessa che per maggiore complessità. Nell’ azione riflessa c'è un'impressione a cui tien dietro una contrazione muscolare; nella volontà c' è ancora una impressione, a cui però corrispondono più gruppi di contrazioni, che, non potendosi tutti quanti tradurre in movimenti reali, si contrastano a vicenda, finchè uno non riesca a trionfare degli altri. Il meccanismo e l'assenza d’ogni concetto dinamico della psiche non potevano avere una più completa espressione. Molto opportunamente perciò il Bonatelli in un capitolo del suo libro dottissimo e profondo Discussioni gnuoseologiche e Note critiche, intitolato argutamente una pe- i Tazio cis 0 yévos mostra avere lo Spencer cancellato ogni differenza essenziale tra i fatti inorganici e j psichici, e aver ridotto Ja vita psichica a un semplice riflesso di relazioni esteriori. Certo le relazioni interne della coscienza e dell'organismo, anche nello Spencer, non ripetono le relazioni esteriori semplicemente, senza modificazioni e trasformazioni. Ma queste trasformazioni si producono meccanicamente, da se, senza una vera € propria attività, da cui derivino: e perciò lo spirito del criticismo Kantiano è ben lontano .dal filosofo inglese. Si potrebbe osservare però che l’ a priori biologico della scuola inglese ha tutti i caratteri dell'a prior: formale e trascendente del Kant, che anzi non è altro x © che la traduzione di esso in linguaggio fisiologico e bio- A logico. Il Tarantino nell'articolo già citato c pol in un altro Kant e Spencer, che fu, insieme col primo, raccolto nei suoi Saggi filosofici, sostiene apertamente questa 1 H. Spencer, Principes de Psychologie 1% tesi: sicchè per lui l'influenza del Kant sulla scuola in- 4a glese è un fatto incontestabile; e la differenza fra l’uno e l’altra sta solo in questo, che il primo ammette senza sa più l’a priori, e la seconda ce ne dà la genesi e la ps spiegazione empirica, precisamente come fa la scuola È : tedesca!, d Se non che il lavoro secolare accumulato e trasmesso i; per via della eredità naturale, e per cui lo spazio ed il tempo, per esempio, per non parlare delle altre leggi ? del pensiero, non sono che relazioni mentali istintive Gi rese organiche nella vita della specie, è un processo Mico inesplicato e inesplicabile quando non si presupponga Mi Un'attività originaria che ne sia il fondamento. Pongasi pure che quello che è a priori rispetto all’individuo, sia a posteriori rispetto alla specie; pongasi pure che l’a priori non sia trascendente, ma biologico e storico, secondo l’espressione del Levves; ma resta f:: sempre la domanda, a cui si dovrebbe rispondere, in È qual modo si sia potuto formare, anche nell'evoluzione E È. biologica, quell’associazione delle sensazioni che costi- È ù Me tuisce la serie spaziale e la serie temporale. Bisogna in È Ai ogni caso presupporre l’attività sintetica, l’attività asso- ; hi | ciatrice dello spirito, che è quella appunto che non si |, | Ss 3 vuole presupporre. Ma alla teoria dell'a priori biologico e storico si' potrebbero fare ‘ben altrè osservazioni. E prima di tutto se le condizioni e le leggi dell’ esperienza sono un risultato dell’ esperienza stessa, a cui si arrivò successivamente per via di evoluzione e di trasmissione ereditaria, come fu possibile l’esperienza in origine quando le sue condizioni e le sue leggi non.s'erano ancora fissate nell'organismo? E poi, se queste leggi e queste condizioni ! Saggi filosofici. side bibite bio I OTTIENI ARTT RTRT sono acquisti successivi della razza, sono una specie di capitale trasmesso e accresciuto di generazione in generazione, donde venne il primo deposito di fondi che fu, per così dire, il nocciolo dei risparmi mano mano ingrossantisi dell’ umanità? Si dirà che |’ intelligenza umana è impotente a scoprirlo, per quanto lontano risalga nella catena degli ascendenti? Ma in questa maniera si ammette implicitamente l’esistenza di esseri che contengono, almeno allo stato di embrione, le nozioni che pur si vogliono derivate per evoluzione dalla sola esperienza. Oppure si dirà che esse appariscono a un certo grado dell’ evoluzione? Ma in questo caso ancora esse non sono più un prodotto dell’ evoluzione ed hanno un cominciamento assoluto. Da qualunque parte si guardi, l'evoluzione sùppone sempre una qualche cosa che si svolge; ec senza di questa non si può neanche concepire. Così le leggi e le condizioni dell’ esperienza sono bensì svolte e determinate dall'esperienza stessa e dall’ evoluzione, ma preesistevano iù germe e all esperienza e all’ evoluzione. E posto pure che siano un semplice risultato dell'una e dell’ altra, donde viene la necessità e l’ universalità che loro s' accompagna?Nessuna esperienza sia individuale, sia specifica, può dare la necessità e l’uni-versalità: la necessità e l’ universalità vengono dall’ attività sintetica dello spirito. Per quanto numerosi siano i casi in cui da noi e dagli avi nostri s'è sperimentata la verità d'un certo fatto, niente può garantirci che un caso quandocchessia non si presenti a smentire quei primi. L'esperienza si compone sempre di un numero limitato di osservazioni; quindi, per quanto ripetuta e . moltiplicata, non è mai sufficiente a farci concludere universalmente. Ancor meno può fornire il fondamento alla necessità di una proposizione. « Essa può, scrive il arsssaizianeianionaazzaniscase ovegcinzensenaeneio ne eosessoniena nesiasarensaseaseseeozene suesusovezeassazioaneosganaevatogasaesevetevizevesoste. Whevvel!, osservare e notare ciò che è avvenuto, ma non può nè in un caso qualunque, nè in un cumulo di casi trovare una ragione per ciò che deve avvenire. È, Essa può vedere degli oggetti l'uno accanto all’altro, > ma non vedere perchè essi devono essere sempre così giustaposti. Essa trova che certi avvenimenti si succedono, ma la successione attuale non dà la ragione del suo ripetersi; essa vede gli oggetti ‘esterni, ma non può scoprire il legame interno che incatena indissolubilmente il futuro al passato, il possibile al reale. Apprendere una proposizione per via di esperienza e vedere ch’ essa è necessariamente vera, sono due operazioni intellettuali completamente differenti Anche a MILL – cf. Grice, “More Grice to the Mill” -- si possono fare in gran parte «Je osservazioni che abbiamo fatto allo Spencer. Anche per lo Mill infatti il problema gnoseologico è risolto per via di esperienza e di associazione; la cono scenza non ha altre fonti che queste; il principio dina mico, il principio associatore, l’attività sintetica manca’ anche qui; e l'associazionismo meccanico, il più puro fenomenismo spiega tutta quanta la vita dello spirito. i Si dirà che la dottrina che riguarda lo spirito non è e veramente così meccanica e fenomenistica nel Mill come mostriamo di credere noi; e che în realtà il Mill, dopo aver ammesso che lo spirito è una serie di stati 4 . ù IRA È; A x Histoire des idées scientifiques, citato dallo Stuart Mill, Log:gue di coscienza e nulla più!, aggiunge, indottovi dal fatto 2 della memoria e dell’ aspettazione così caratteristico della vita interiore, che questa serie conosce’ se stessa come passata e avvenire; sicchè si deve ammettere essere lo spirito altra cosa dalla serie stessa, quando non si voglia accettare il paradosso che una serie conosce se stessa in quanto serie ®. Si dirà anche ch'egli riconosce esplicita mente « qualche cosa di reale nel legame che unisce la coscienza presente alla passata, reale come le sensazioni stesse, c che non è-un puro prodotto delle leggi del i pensiero senza nessun fatto che gli corrisponda »8; in, altre parole ch'egli attribuisce una vera e propria realtà al Me, allo Spirito. Tutto questo sappiamo: ma sappiamo anche che tendenza manifesta e desiderio vivissimo del Mill è di spiegare e poichè questa è da lui concepita come la. possibilità permanente di sensazioni senza nulla che accenni a qualche cosa di sostanziale e di attivo, così egualmente dev’ essere concepito lo spirito?. E se il fatto della memoria si oppone ad una simile, concezione, se l'ipotesi della possibilità permanente, come lo stesso Mill confessa, non. dà una teoria sufficiente dello spirito 9; se il legame che unisce la coscienza presente alla passata è parte indispensabile della concezione positiva di esso 7; se insomma c'è di "evane si ia pa fe Philosophie de Hamilton. anche Zogigue écc.., Philosophie de Hamilton, E . uarnaanerioaiezenieneoneonesiz sasa na ainaonionene sica nazezianeonear esi pireriaezizeo _o ccascsscaecasentioneneezazeasazanianeceseo reale nello spirito la continuità e l'identità della coscienza, ed esso stesso è qualche cosa di reale, è un elemento originario che non partecipa della natura delle cose che rispondono ai nostri nomi!; non per questo, .e se c'è contraddizione la colpa non è nostra, lo spirito è qualche cosa di sostanziale e di attivo. Jo non adotto, dice il Mill esplicitamente, /a /eoria comune che riguarda lo spirito come sostanza?. E in una nota alla Analysis di suo padre scrive :« Noi-facciamo molta fatica a credere che un essere senziente possa esistere senza la coscienza di se medesimo. Ma questa difficoltà nasce dall’ associazione irresistibile che, fin dalla nostra prima 3 e PEPE fre. infanzia, si stabilisce, grazie alla memoria, tra ciascuno è dei nostri sentimenti e la serie intera di cui fa parte, e A conseguentemente tra ciascuno di essi e il nostro me n.3 À SB _ Che cosa vogliono dire queste parole? Vogliono dire che ‘A A e; il are reale e vivente che si credeva di cogliere fondan- i dosi sulla continuità della coscienza, non è che un? il lusione, illusione generata dall’ associazione: noi non cogliamo in fondo che una continuità fenomenica, una «serie di stati psichici in cui. il me si risolve. D'altra parte se il me GRICE PURE EGO è riducibile alla memoria e alla continuità della coscienza, dove trovare quell’elemento permanente che è necessario a costituirlo, se pure ‘ à è qualche cosa di sostanziale? Con molta profondità nota S FERRI (vedasi) nel suo saggio mirabile La Psychologie de l’Association che altra cosa è quest’ elemento permanente, e altra cosa ciò che v' ha di non interrotto nella successione. L’uno è così poco assimilabile all’altro che il primo solamente possiede un'identità vera, mentre il I Analysis, . auisreininaaene sv ionanasianeesezaniniaeeanionisesezaneeesieea azien ananeo sv agentaniarerasazesieneenasze ns caniangareraneazeeeazaazaieneoneee secondo non ha che un’identità nominale. E se si dice che le funzioni della riproduzione e del riconoscimento gli danno nella memoria una specie d’identità individuale, questa risposta non toglie la difficoltà, perchè avremo sempre la moltiplicità in luogo dell’unità, e si domanderà sempre, collo stesso Mill, su che riposi la credenza o il giudizio pel quale affermiamo l’ esistenza di qualche cosa d’identico, che oltrepassa la serie dei modi successivi e cangianti. Ma lasciando questo, e ammettendo anche che Mill assegna una vera e propria sostanzialità allo spirito, certo è però che questo punto di vista ontologico e metafisico è in lui come non fosse; e il solo punto di vista fenomenistico ricorre in tutta la sua filosofia. Qualunque sia, scrive .Mill, la natura della esistenza reale che noi siamo costretti a riconoscere nello spirito, esso non ci è noto che in una maniera fenomenica, come la serie dei suoi sentimenti o dei suoi fatti lore} di coscienza... I sentimenti o i fatti di coscienza, che 3 gli appartengono o che gli hanno appartenuto, e il suo potere d’ averne ancora, ecco tutto ciò che si può aflermare del Se, i soli attributi possibili, salvo la permanenza, che noi potremo riconoscergli. In conseguenza io adopero, _, f € all’occasione le parole spirilo e calena di coscienza come Spivile 2 afena equivalenti ». NIrfawija i Di qui segue evidentemente che di null'altro si deve tener conto in Psicologia che dei fatti e del loro nesso meccanico, esteriore; ogni elemento dinamico è escluso. E perciò se la teoria materialistico-meccanica non è X professata e.non può essere professata dal Mill, perchè % da buon positivista deve lasciar da parte ogni questione di et 1 3. 2 Philosophie de Hamilton., L _ kr essenze; se anzi Mill respinge decisamente il materialismo d'Erasmo Darvvin!; se non ammette la dipendenza di ciascuno stato dello spirito da uno stato corrispondente del corpo, e riconosce nei fatti psichici delle leggi loro proprie; in realtà però del materialismo senza volerlo segue l'indirizzo e adotta i principii. ‘Il Ferri nell'opera giò citata nota che Mill modifica profondamente la teoria dell’associazione di Mill suo padre, aggiungendovi e reintegrandovi un elemento sconosciuto, l’attività dello spirito? Per FERRI (vedasi) adunque le due scuole rivali in psicologia, la intuitiva e l’empirica, si sarebbero in fondo accordate in un punto capitale. Noi non siamo di quest'avviso, e ci perdoni l'illustre filosofo se dissentiamo da lui. Mill per verità ha tutte le apparenze di aver tenuto conto dell'attività dello spirito; egli adopera le parole /avoro mentale, attenzione, concentrazione dell’ intelligenza ecc.; ma per queste egli intende sempre una sensazione, o un'idea che, per l'interesse che suscita in grazia del piacere che le va unito, diventa come centro di aggruppamento della nostra vita psichica. E perciò la sua teoria non è diversa nel fondo dalla teoria del Condillac modificata, sviluppata e adattata alla filosofia dell’associazione 4. Si può dire che avvenga qui allo Stuart Mill quello che gli avviene in morale; anche in morale adopera le parole stesse che adoperano gli avversarii; ma la spiegazione che ne dà mostra ad 1 Logique, Vedi l'Introduzione e il cap. III, del libro V. Logique. Anche Mill, Comte et le positivisme psychologie de l’association. + Lauret, Philosophie de Mill, evidenza che non ne accetta però il contenuto e lo spirito. Vedasi a conferma di ciò la teoria dell’ attenzione quale è esposta dallo Stuart Mill in una nota importante all’ Analysis di suo padre!. « Avviene spesso, egli dice, che una sensazione pidcevole o dolorosa escluda dalla coscienza le altre sensazioni meno piacevoli e meno dolorose, e impedisca il comparire delle idee estranee allo stato mentale attuale. In questa maniera la sensazione predominante tende a prolungare la sua esistenza, e noi diciamo ch' essa tende ad attirare la nostra attenzione, vale a dire che non è facile avere, contemporaneamente alla sensazione che riempie lo spirito e se ne impadronisce, qualsivoglia altra sensazione od idea, ad eccezione delle idee associate che favoriscono lo stato attuale e lo fanno continuare. Essa è un oggetto esclusivo di coscienza, a exclusive object of consciousness; essa diviene più intensa che non fosse, ed esercita un'azione più decisiva sulla serie ulteriore dei nostri pensieri. D’ altra parte ciò. che è vero delle sensazioni è vero delle idee. L'idea oltremodo piacevole e dolorosa s' impadronisce dell'anima nella stessa maniera ed attira nella stessa maniera l’attenzione. Fin qui adunque non' c'è nell’attenzione indizio alcuno di attività; tutto è spiegato per via del piacere e del dolore e dell’associazione. Ma, aggiunge lo Stuart Mill, la volontà ha un potere reale sull’attenzione, ze vvill has povver over the attention; quando l’idea non è abbastanza piacevole per se stessa, noi possiamo con un atto volontario arrestarci sopra un’ idea prossima che accresca l’ interesse della prima. E qui parrebbe far ca polino l’ elemento attivo. Però com’ è provocato questo Z. à e ATL L IT. PL ni toto oo Pan a n IRA nni Sg Pt ezio iste IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA MNSRIEE SEDIA eo imecsessosseseseossssenseseeeneo vyosseteona ea atto volontario e in che consiste, but hovv is this act  of vvill excited, and in yvhat does it consist? L’atto  è provocato da un motivo, dal desiderio d’un fine, cioè  d’ un piacere, o, ciò che vale lo stesso, d'una cessazione  di dolore. Sicchè se l’idea alla quale attendiamo non è  abbastanza piacevole per se stessa, la associamo ad una  idea piacevole, e il risultato è la fissazione dell'attenzione,  the result îs that the attention is fixed. Perciò sia l’idea  piacevole per se, o sia piacevole per la sua connessione  con un'altra idea, il fissarsi dell’ attenzione dipende  sempre dalla medesima legge mentale, la legge dell’ associazione, e non è il caso neppur qui di parlare di  elementi attivi. Si può obbiettare che la spiegazione precedente è valevole solo per i casi in cui lattenzione volontaria  non incontra ostacoli e non richiede alcuno sforzo. Se  invece avvenga che lo spirito si distolga da un’idca, e  sia necessario per trattenervelo un certo sforzo che costi  fatica ed esaurisca, in tal caso l’attenzione dovendo non  più soltanto essere facilitata, ma comandata, l'associazione   »;. - non può più bastare a quest'effetto, ma è necessario l’ inu tervento attivo della volontà. Esaminiamo la difficoltà.  5 Q La volontà anche qui è messa in azione da un mon . tivo o da un desiderio. Ora il desiderio motore della  volontà è 0 il desiderio iniziale, divenuto più energico,  o un desiderio addizionale: e questo desiderio, o più  forte, 0 OTO Dasce in questa maniera. Noi non amiamo  abbastanza il fine a cui tendiamo; l’idea di questo  ANCAnOnES REGIA piacevole, o la privazione di esso e required. Allora alfano sì oa desiderio, bramiamo un am 5 + ae So nostro fine, pensiamo ch SS DIL ardente de, P o che varrebbe meglio per noi che * nerrerisancanineseeseanaazesaenieaza sa smaenazenasaazazionenena:sontiscenacnanisna nnsononasanizesenzeteatece seeneesavanpnavnneorieceoseeeesz: questo fine in particolare e i nostri fini in generale avessero più influenza ch’ essi non hanno, sui nostri pensieri  e sulle nostre azioni. Questo sentimento dell’insufficienza  della nostra attenzione accresce il vigore delle nostre  operazioni mentali; il desiderio s'avviva e s'esalta da se  stesso; o piuttosto l’idea della debolezza del desiderio  rinforza il desiderio, e il desiderio rinforzato riesce in  fine a fissare l’ attenzione »!. L'attenzione adunque, anche in questo caso, si può  in fondo ridurre all'associazione: è sempre una sensazione o un'idea che, spontaneamente o per una reazione  spontanea, direttamente o indirettamente, riesce a impadronirsi della coscienza, escludendone le altre e non richiamandovi che quelle che sono associate ad essa e  possono favorire il suo dominio. Anche dall'esame del concetto di causa, come è  inteso dallo Stuart Mill, si potrebbe arrivare alla medesima conclusione, ch’ egli non ha affatto reintegrato nella  teorica dell’ associazione un elemento sconosciuto ai suoi  antecessori, l’attività. La causa per lui non è efficienza,  non è energia, non è forza; essa si risolve in un legame  di prima e di poi, in una successione uniforme, incondizionale e nulla più. Il potere efficiente non ci si rivela  nelle cose; l’esperienza non ci rivela che cause fenomeniche o fisiche, non cause prime ed efficienti od ontologiche di checchessia ?. i   E la volontà ? La volontà è causa delle nostre azioni  nella stessa maniera, e non altrimenti, che il freddo è    + Non avendo a nostra disposizione l' Analysis siamo stati costretti a riassumere la nota del Mill in gran parte colle parole stesse  del Lauret, Philosophie de Mill} Logique, ecc. Cfr. il nostro Determinismo di Mill. i . i SAS re] Sane %» nt. «  La O La Pen) nd PATATA i at une causa del ghiaccio, e la ‘scintilla dell’ esplosione della  polvere; vale a dire, è causa fenomenica, empirica, e  non si può dire che disponga d'una forza e d'un potere  speciale; è un antecedente a cui tien dietro un conseguente e nulla più. Con la metà del mondo psicologico,  dice Mill, io non mi riconosco il potere di agire sulle  mie volizioni %. E se la nozione di sforzo si trova nella  volizione, donde’ poi si riflette nella nozione volgare di  forza e di causa, questo sforzo non suppone l’esistenza  di un potere, d’ un'energia speciale che lo compia. Lo  sforzo non è che la sensazione muscolare di resistenza,  che noi proviamo compiendo un movimento, sia che  questa resistenza ci venga da un oggetto esterno, sia dal  semplice sfregamento e dal peso dei nostri organi di  movimento. E pura illusione subbiettiva, derivata dalla  generalizzazione e dall’astrazione che s’esercitano salla  sensazione reale di sforzo muscolare o nervoso, quella  per cui ci creiamo l'entità astratta forza, che consideriamo come l'intermediario necessario perchè l’antecedente possa agire sul conseguente, e in assenza del quale  niente potrebbe essere effettuato 3.   i E pare che tutto questo basti a mostrare che di  attività e di energia non è il caso di parlare nella filosofia dello Stuart Mill; da buon positivista non dovea  egli occuparsi che di fatti, non di sostanze e di cause  operanti. i  . Dei moderni psicologi inglesi della scuola dell’esperienza chi non ha trascurato ]°  l’uomo, chi non ha visto nell  meccanismo, ma anche l’inte    attività primordiale nela vita interiore un puro  vento di qualche cosa di    1 Logique ecc., Philosophie de Hamilton. i   ISI spontaneo, di attivo, è il Bain}, E, quello che è curioso, lo  Stuart Mill che questo elemento attivo avea trascurato,  loda in un articolo consacrato a un libro del Bain”, questa  importante aggiunta, considerandola come un vero progresso della psicologia dell’ associazione. « Coloro che  hanno studiato gli scritti dei psicologi associazionisti,  dice lo Stuart Mill, hanno visto con dispiacere che,  nelle loro esposizioni analitiche, ci fosse un’ assenza  quasi totale d’elementi attivi o di spontaneità appartenente allo spirito stesso. Nella Gallia si è spesso  citato il progresso che si fece dal Condillac al Laromiguière; dei quali il primo faceva d' un fenomeno  passivo, la sensazione, la base del suo sistema, il sccondo vi sostituiva un elemento attivo, l’attenzione.  La teoria del Bain è nel medesimo rapporto colla teoria diHartley che la teoria di Laromiguière con quella di Condillac. Queste parole di Mill provano  ch'egli stesso avea visto e compreso l' importanza dell’attività sintetica dello spirito nella spiegazione dei fatti  psichici; ma, deferente alle tradizioni del vecchio empirismo inglese, per cui tutto è dovuto al meccanismo dell’esperienza, non seppe tenerne conto abbastanza nelle  sue opere, In generale adunque possiamo dire delle due scuole  empiriche di Germania e d'Inghilterra, che l'una è la vera erede dello spirito del criticismo e s’assimila la parte vitale della critica, che sta non tanto nel riconoscere come elementi a priori le forme dell’intuizione e ‘le Specialmente Les emotions et la volonte, Les Sens et l’Intelligence. Dissertations and Discussions. Ribot, Psychologie anglaise, e Fouillée, Histoire de la Philosophie.  =ad e telai i st he ni i LA i e CRM Lidl a Mel   mersenaazeneaseeenane  nesusvsarevesevesesnesaeevesesst1 panonese0sezzz19dstosoveo Pueose sea eese, categorie dell'intelletto, quanto, € principalmente, nello  ammettere l’attività sintetica dello spirito come condizione dell'esperienza !; e che l’altra, ben lungi dal conformarsi allo spirito del criticismo, lo avversa anzi, se è  vero che il meccanismo è in assoluto contrasto col  dinamismo. Quanto all’empirismo francese del Comte e della sua  scuola, basti rammentare che per esso non v'ha psicologia  che non abbia a fondamento l’osservazione esteriore e  non si confonda colla fisiologia; che crede una chimera  l'osservazione interna o psicologica; che abolisce ogni  altra logica che non si accompagni alle applicazioni e  alle ricerche scientifiche in cui è implicata, e tiene un  fuor d’opera studiare i procedimenti del pensiero in se  e per se; per capire com'esso aborrisca da ogni ricerca  gnoseologica, e il problema della conoscenza per esso  non esista neppure?. 1 Cohen, Kants Theorie der Erfahrung, p. 87 e seg.; Richl,  Der philosophische Kriticismus. Comte, Cours de philosophie positive; e Mill, Aug. Comte er le Positivisme, ì VE: cali dA LL  amarsi rete ile IA rt  Le diverse parti delle ricerche morali di Aristotele  non sono state da lui disposte per modo da riuscire  ordinate c connesse come sarebbe desiderabile: certo un  concatenamento interno non manca nella sua dottrina,  ma non risulta abbastanza chiaro dalla sua esposizione.  Questa sconnessione, questa scucitura, per dirla così,  della morale di Aristotele, deriva in gran parte dalla natura stessa della materia ch’ egli aveva fra mano e dal  concetto ch'egli se ne faceva. Le cose di cui si occupa  la morale, l’onesto e il giusto, non hanno niente di stabile  e di fisso, anzi variano e, per così dire, vanno errando  da luogo a luogo per modo che sembra siano solamente  per legge e non per natura !. Di qui segue che, trattando  di esse, non si può essere così accurati e precisi, come  si potrebbe essere trattando di cose che fossero per natura  stabili e fisse; anzi ci dobbiamo contentare di esprimere  il vero all’ingrosso' (7270265) e mei suoi lineamenti  generali (+6r); la precisione e l’accuratezza (ràzoifés) non    4 Arist. Eth. Nic. ediz. Susemihl, I. 3, 2-3: T4 dì x02à al qà  dizaua TOCAUTAV Îyer diapopav nai TARINY Gate doze) vopo elva,  queer dì pai.  ida | Li PEPE LE 3 è possibile egualmente in tutte le ricerche, e deve in ogni  caso essere tale quale comporta la natura della materia  di cui si tratta!. S'aggiuriga che la morale prendendo le mosse da  ciò che suole accadere d’ordinario (#ò © èrl 7ò mo),  non mai dal necessario e dall’assolutamente certo, arriva  di necessità a conclusioni della stessa natura, a conclusioni cioè nè necessarie, nè assolutamente certe, ma soltanto precarie; essa è scienza induttiva 5, e, come tutte  le scienze induttive, non può avere il rigore che si può  esigere ad esempio nelle matematiche. D'altra parte, siccome non si deve trascurare in morale quello che abbiano potuto dire gli altri filosofi in proposito, c perfino  quello che ne possa dire il volgo ‘, e siccome le opinioni  del volgo, e anche quelle dei filosofi, si fanno notare per  la loro varietà e qualche volta per le loro contraddizioni,  ne segue che tenendo dietro ad esse, sia pure collo scopo  di esaminarle e discuterle, di farne insomma la critica, è  raro che non ci lasciamo sviare; è raro che, accettandole  in parte e in parte non accettandole, non rendiamo oscuro  anzichè chiaro il nostro pensiero, e perfino non facciamo  forza ad esso stesso per mostrarlo d’accordo con quello  degli altri5.Eth. Nic. Eth, Nic. IL 2, 3-4  UK: Eth. Nic.  Eth. Nic. Questo non è detto esplicitamente in nessun luogo della Nicomachea; ma lo si può dedurre dalla cura continua di Aristotele  di confrontare le sue opinioni con quelle degli altri filosofi e perfino  con quelle del popolo. D'altra parte ciò era richiesto dall'indirizzo  sperimentale a cui Aristotele s'attiene nella morale. A prova di quanto è detto quassù si può citare il cap. VIII. fre ety® . PA. €" ì,  A zi at,    Per tutti questi motivi a cui è da aggiungere, per  quello che riguarda Aristotele, una certa trascuratezza non  solo di ogni ordinamento sistematico, ma perfino del nesso  tra periodo e periodo, per cui c'incontriamo non di rado  in osservazioni e pensieri che paiono come compati in aria;  il fare soverchio assegnamento sull’intelligenza del lettore  e con poco dir molto, e le cose anche di massima importanza accennare appena anzichè trattarle largamente;  il lasciarsi sviare dall’accessorio mettendo da parte il  principale; il proporre in un certo luogo una questione  e non risolverla, per riprenderla poi e risolverla dove e  quando meno s' aspetterebbe, e spesso anche il mettere  innanzi dubbii e mostrarsi tentennante dove si desidererebbero affermazioni recise ed assolute; riesce impresa  non certamente di facile attuazione l’ esporre una parte  qualunque della dottrina morale di Aristotele. Una tale  esposizione è lavoro eminentemente critico. Congiungere  quello che è disgiunto e disperso, ordinare quello che  è disordinato, sceverare quello che appartiene in proprio  ad Aristotele e che si può considerare come sua dottrina,  da quello che è soltanto accidentale ed avventizio; i  luoghi controversi ed oscuri interpretare nella maniera  che meno si discosti dallo spirito dell’ autore, e in ogni  caso non affermare recisamente quello che 1° autore  enuncia in forma dubitativa; tener conto dei tentennamenti, delle contraddizioni, se ce ne sono, € fare che  anche le minime sfumature non vadano perdute, in  modo che tutto Aristotele ci si presenti dinanzi, e non  una parte soltanto, un aspetto particolare di esso; sovratutto non lasciarsi vincere dalla smania di correggere  e di completare da un certo punto di vista Aristotele,    del libro I. dell’ Etica Nicomachea, dove Aristotele cerca in ogni modo  di far andar d'accordo la propria opinione con quella di altri molti. i gia je da  È    svisandolo invece e corrompendolo; parlare il suo linguaggio poco curandosi che non possa piacere à chi  legge; ecco un complesso di cose che fanno anche d’una  semplice esposizione un lavoro critico.   Ma non è nostra intenzione limitarci ad una semplice esposizione: all’ esposizione cercheremo d’ innestare  ed aggiungere osservazioni e considerazioni di vario genere, quali ci verranno suggerite dalla dottrina esposta,  considerata in se stessa, o in confronto colle dottrine di  altri autori antichi o moderni.   Dichiariamo poi qui che e per questo lavoro sulla felicità, e pei due successivi sulla vir e sulla volontà in  Aristotele, attingiamo quasi esclusivamente all’Etica N?  comachea. È noto oramai, e non staremo a ripetere quanto  c nelle storie della filosofia più recenti e in lavori speciali  è stato ampiamente dimostrato }, che solo l’ Etica Nicomachea si può ritenere lavoro d’ Aristotele, mentre  l' Etica Eudemia e la Grande Etica sarebbero lavori  di discepoli, di Eudemo la prima c la seconda di un ! Vedi specialmente Zeller, Geschichte der Philosophie der Griechen, nella parte in cui tratta degli scritti d’ Aristotele, ultima edizione;  Ucbervveg, Grundriss der Geschichte der Philosophie; Spengel, Veber dar Verhiltniss der drei  Aristoteles' ethischen Schriften, e Aristotelische Studien; Bonitz, Observationes criticae in Aristotelis quae feruntur Magna Moralia et Ethica Eudemia; Fischer, De Ethicis Nicomacheis et Eudemiis quae Aristotelis nomine tradita sunt dissertatio; Rose, De Aristotelis lìbrorum ordine et auctoritate; Barthélemy Saint-Hilaire, Morale d'Aristote, Dissertation preliminaire; Grant, The Ethics of Aristotle, illustrated vvith Essays and notes, Londra; Ollé-Laprune, Essai sur la Morale d’ Aristote, Introduction; FERRARI (vedasi), L'etica del lizio riassunta, discussa ed illustrata; ed altri. Pupa a eraent con vocoa senvatia bian aenianananenasascnsones fousontonsstenizbos aeenvnee rsa sesiere ignoto, probabilmente un peripatetico con tendenze stoiche; i quali non sempre fedelmente riproducono il pensiero del maestro. Che se qualcuno ci facesse rimprovero d’aver da Aristotele, da un autore così lontano: da noi, tratto argomento a studii di morale, ripeteremo le belle parole con cui Leon Ollé-Laprune finisce l'introduzione al suo bello studio sulla morale d’ Aristotele: « Aristotele merita bene che si faccia qualche sforzo per seguirlo. Non si perde nè tempo nè fatica in tale compagnia. Oltre che si ha il piacere vivo e nobile di apprendere ogni momento delle belle cose, si medita sulle più alte questioni, su quelle che più hanno il diritto di interessare ed appassionare il filosofo, ed è una meditazione che fortifica! ». La prima ricerca che Aristotele si propone nella sua Etica è che cosa sia il bene sommo, che cosa sia il fine supremo della vita. Gea Spetta a Socrate il merito d'aver dichiarato nettamente la necessità d'un fine, a cui la mente si rivolga, perchè l’azione acquisti un valore morale; a Socrate è dovuta la prima telcologia, per quanto imperfetta c unilaterale essa ci sembri. Le cause finali spiegano per lui il mondo tutto quanto, non il fisico solo, ma anche umano, poichè gli atti umani dipendono in fondo dal pensiero che li regola, dal fine che li attira. L’ interiorità 4 Ollé-Laprune, Essai sur la Morale d' Aristote, Paris. i ASA Me a n at sd èsi- vi ed va drive i UNA socratica di cui tanto si parla, il yv&0 ozvrév, il demone socratico stesso, hanno nelle cause finali la loro vera e completa spiegazione. Dopo Socrate il fine umano divenne la ricerca capitale dell’ Etica, e dalle diverse soluzioni date al problema dipesero i diversi indirizzi morali delle scuole socratiche. Aristotele ripiglia il problema, e lo risolve da par suo. I varii e molteplici fini o beni, che gli uomini si propongono mentre operano o si danno a qualche arte e scienza, sono tutti fra loro così congiunti che tendono a un certo bene o fine sommo il quale vogliamo per se stesso ($ È aicd povidue0d), e al di là del quale non resta più nulla a desiderare. Che cosa è quest’ ultimo fine o bene? Bisogna determinarlo, perchè il saper ciò è della massima utilità per condur bene la vita; come arcieri, a cui sia proposto il segno da colpire, otterremo più facilmente quello che bisogna, quando l’avremo saputo!. «Nel nome tutti quanti s’accordano e chiamano il sommo bene la felicità (e0dapoviz), essendochè è la felicità quella in cui s' appunta e si queta ogni desiderio; ma non s'accordano quando si tratti di definire in che questa felicità essenzialmente consista. Poichè v’ ha chi. la ripone nel piacere, nelle ricchezze, nell’ onore; e v’hanno perfino di quelli pei quali la felicità nonè sempre la stessa cosa, ma ora questa, ora quella, secondo le condizioni diverse in cui si’trovano. L’opinione‘di chi ripone la felicità nel piacere (piacere materiale), sebbene sia quella dei più, non merita neppure di essere discussa; è schiavo di se medesimo e delle proprie passioni e conduce una vita da bestia chi si abbandona al piacere. Chi sostiene che la felicità È i Eth. Nic. Eth. Nic. . NERTTETANZZIANIAZI ZI NE TERE A ENI A RATE RA TERA TANI AR Ren Ara SI TISTI ani ze sn temi nienaraanecazeanerananaaneane vaso ezi vena nseztenizeserasionenzeosi stia nell’ onore, sebbene abbia un’ opinione più ragionevole, non però è nel vero; poichè come si può reputare sommo bene quello che è posto nell’arbitrio degli altri? Il bene deve appartenere in proprio (oizzìoy), realmente e ‘ non accidentalmente, alla persona a cui appartiene, e deve esser tale che difficilmente si possa togliere ( durupatperoy). D'altra parte è l'onore ricercabile per se stesso, o non piuttosto si vuole come il premio e la testimonianza della virtù? Neanche l'opinione di chi ripone la felicità nelle ricchezze è accettabile, poichè primieramente la ricchezza si vuole come mezzo e non come fine; e poi la vita di chi è dedito.alla ricchezza è vita piena d’affanno e di lotta (6 dz ypapatiomne Plos Piads Tic eoriv)!. V'ha anche un’altra opinione, più famosa di tutte queste per l'autorità e il nome di chi l’ha sostenuta, l'opinione di Platone, secondo il quale il vero bene è il bene ideale universale, il bene separato, in se e per se esistente (ympiotiv ti aùtò 20) asré), causa a tutti gli altri di esser beni®. Quantunque, dice Aristotele, quest’ opinione sia sostenuta da persona a noi cara, dovremo tuttavia combatterla, perocchè noi siamo sovratutto amici + della verità . E primieramente il bene si predica di tutte le calegorie, anche di quelle che sono accidentali alla sostanza e quindi a lei posteriori, e si dice ad'esempio di Dio che è buono, della virtù che è buona, e così egualmente dell'utile, del tempo ccc.: ma le categorie nulla hanno di comune e sono irriducibili l'una all’altra, sicchè anche quando loro si attribuisce il predicato dere, Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic.  &uQoly pg divo oidow Gaioy poT‘AY shy dA 0ev2y, donde venne il noto: Amicus Plato, sed magis amica veritas. ST ve questo non esprime alcun che di comune, di universale e di uno (zowsv 1 220620) val #), nè potrebbe quindi esservi per tutte un idea comune del bene (oz dv stn zown mi arl cobray 1942)! Che se quest'idea comune del bene ci fosse, sì avrebbe pure una scienza comune dei beni, come v' ha una scienza comune per tutte le cose che si subordinano ad una sola idea ?. Ma poi che cosa è il bene in se? e in che differisce dal -bene iù particolare? In quanto beni, il bene particolare e il bene in se in nulla differiscono ; c'è nell’uno e nell'altro una sola e identica nozione. Si dirà che l’uno è transitorio, l’altro eterno? Ma in niente sarà più bene il secondo del primo per essere eterno, come non è più bianco un bianco che duri molto tempo, di un altro che dura un giorno solo, per questo solamente che dura molto tempo ?. Che se si obbiettasse che si parla dell'idea solo in rispetto ai beni per se, e non ai beni che servono di mezzo ad altro, si potrebbe domandare da capo che cosa c'è di comune, ad esempio, fra la saggezza e il piacere considerati in quanto beni, quando si prendano come beni per se: e pur tuttavia l’idea del bene in essi tutti dovrebbe essere la medesima, ai come nella neve e nella biacca l’idea della bianchezza 4. Non esiste adunque quel bene ideale comune e uni versale che Platone ammette. Ma dato pure che esista, dato pure che il vero bene sia qualche cosa di separato in se e per se esistente, esso riesce affatto inutile all’uemo che non può nè metterlo in pratica, nè acquistarlo; È mentre in morale si ricerca invece un bene che si possa 4 e mettere in pratica ed acquistare, che sia dunque A Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic.. proprio dell’uomo e relativo all’ uomo. Si dirà forse che benchè un tal bene non si possa acquistare, è dato però conoscerlo nelle sue relazioni coi beni che si possono acquistare, sicchè serve come di esemplare, di modello per più facilmente conoscere questi e, conosciutili, con seguirli? Ma a questo si può opporre che tutti fin qui hanno trascurato un tale aiuto; le arti, le scienze, pure tendendo a un qualche bene e cercando di ottenerlo, trascurano di conoscere il bene ideale; e si può opporre ancora che dalla conoscenza del bene ideale, quand'anche fosse possibile, nessun vantaggio trarrebbe chicchessia nella pratica; poichè la pratica riguarda azioni singolari, e per queste si richiede non giù una cognizione generale, qual è quella del bene ideale, ma cognizioni singolari. Ad esempio come sarà più atto alla medicina, o a condurre gli eserciti chi contempli quest idea del bene? Il medico non ricerca la sanità in astratto, ma quella del l’uomo, anzi di quest uomo particolare, poichè esercita l’arte sua sopra i singoli individui !. Discusse e respinte queste varie opinioni intorno al sommo bene e l’ultima di Platone massimamente, nella cui idea del bene è degno di nota che Aristotele non veda che un oggetto astratto € indeterminato, privo di un valore effettivo e reale, mentre nel sistema platonico tutti quanti gli esseri non potendo esser buoni che per 4 Eth. Nic.. G. Z.£' Roe ET RAT 1 PVI partecipazione dell’ idea suprema del bene, questa vi appare perciò come forza e come legge !; il filosofo viene ad esporre la sua propria dottrina in proposito. e: Premette che il sommo bene dev’ essere perfetto sa (+é Ra, Sn MOL, I, tu) 5 Erzt d' o0y serv + eUdazoviz TEMELOY x dpalloy zai 7805, OdÒI oro da 204 Qi dr val èv Tsdelm, » O Ù Neo Sor mate cda ziuoy 20 ECTAL COLE NATE {la EGTAL 09 40 SITU ÈV TAI (0 Alone Y sapo "rr felice che la fortuna non gli sia avversa; poichè è bensì vero che le piccole sventure non fanno traboccare la bilancia della vita (où mot forhv iis Lo?) e non hanno importanza per la felicità, ma le grandi e frequenti l'hanno invece e grandissima, chè apportano dolori e impediscono molte azioni virtuose, e fanno in ogni caso che non si possa ancora chiamare felice chi ne è colpito. Certo non avverrà mai che chi è veramente felice, vale a dire chi possiede la virtù, divenga infelice per quante sventure gli capitino; chè l’infelicità sta solo nel male operare; però non si potrà ancora continuare a dirlo felice, quando. gli capitino sventure quali, ad esempio, capitarono a Priamo !. La fortuna adunque occupa un posto non certamente trascurabile quanto al formare la vita felice. Ma la fortuna è di sua natura instabile e incerta, c a chi è favorevole, a chi avversa, e spesso ad uno sorride a cui poi prepara le più ingrate sorprese; sicchè si vada adagio a dir uno felice perchè lo vediamo oggi ricolmo d’ogni bene; dimani non si sa che possa preparargli la sorte. Si aspetti che abbia vissuto un certo tempo prima di chiamarlo felice, si aspetti che abbia vissuto un tempo perfetto, una vita perfetta, anzi meglio si aspetti che sia morto, perchè non è priva di senso la sentenza di Solone che prima di dir uno felice bisogna vederne il fine. Per due motivi ‘adunque si richiede una vita perfetta a costituire la felicità perfetta; prima di tutto perchè si svolga l’attività razionale per modo che sia possibile operare secondo virtù, e in secondo luogo perchè, essendo la fortuna instabile, ci sia campo di vedere se non abbia per caso a voltar faccia improvvisamente e ad al terare la felicità preesistente. I Eth. Nic, Eth. Nic. I, 9, 10-11 e.T, 10, 1 © 15. ù N = pira. ter EIA II a A LIO Non ci fermeremo ora a notare che il dire che si richiede per la felicità una vita perfetta, un tempo perfetto, è dir cosa abbastanza vaga e indefinita, di che si dovrebbe fare rimprovero ad Aristotele; e. neppure che l’ammettere che i beni del corpo e di fortuna sono indispensabili alla felicità, se non propriamente come parti integranti, come condizioni, o almeno come elementi inferiori, come una specie di materia nelle mani dell'uomo virtuoso che vi imprime la forma del bello, prova il senso pieno di misura del.filosofo, di che gli si dovrebbe dar lode: piuttosto diremo, continuando l’ esposizione, che la presente dottrina per la quale la felicità sta .essenzialmente nell’operare secondo virtù (z3%rtew, ivepyet va deci), non è disforme da quella che la ripone nella virtù, e neppure, in un certo senso, da quella che la ripone nel piacere. Intanto, in primo luogo, è proprio cella virtù l’uscire in atti conformi a se stessa (cestis [speri] ydo dov di va 97h èvepyeiz); € perciò il far consistere la felicità nell’ attività secondo virtù e il farla consistere nella virtù sono in realtà la medesima cosa. Però ha questo vantaggio la prima dottrina sulla seconda, che per essa il sommo bene non consiste in un abito, che talora nulla di buono effettua, pur perdurarido, come in chi dorma o in chi comecchessia resti inerte, ma in un'attività: e ciò non è certamente di secondaria importanza, perocchè come in Olimpia non ai più belli e ai più forti che rimangano inerti, è riservata la palma, ma a coloro che scendono nell’agone e combattono, così egualmente soltanto coloro che operano, e operano rettamente, possono conseguire ciò che è dello e buono nella vita. Il che vale ina - i > Ma attiva e per così dire militante; non dev’ essere soltanto un possesso e un abito, ma un uso e un'attività! Per quello poi che riguarda il piacere, neppur esso è escluso dalla presente dottrina. Imperocchè chiunque è dedito a qualche cosa, in questa stessa cosa trova il suo piacere; sicchè chi è dedito alla virtù trova in essa appunto il suo piacere. Di più ha questo di particolare chi è dedito alla virtù, che gli sono piacevoli quelle cose che sono piacevoli veramente per natura e non secondo questo e quello, tali essendo le azioni virtuose. La vita del virtuoso non ha perciò bisogno del piacere, come di una aggiunta, di una frangia, ma ha il piacere in se stessa. Che se si opponga che talora si opera virtuosamente senza sentirne piacere, si può rispondere che chi non si compiace e non gode delle belle azioni che fa, non si può dire che operi secondo virtù e sia virtuoso. Come si può, ad esempio, a chiamar giusto chi non si compiaccia del giusto operare, e liberale chi non si compiaccia delle azioni liberali 5? L' cpigramma di Delo che disgiunge virtù da piacere non è nel vero4 La brutta rinomanza del piacere dipende dal fatto che i più credono piaceri solamente i corporei, e solo i corporei sono dai più . Dì x x ' . "4 41 Eth. Nic. I, $, 8-9. 7olc uev avv Acyovoi Tv dpeThv A 1 Li 9; LA . ’ 4 a _ DA O peri 4 3 È ; peTav TUVX aUvwdd: iam ò Mons Fabtns Y4p ECT dh LT LITAV i N ° » LI DI vw SvEpyerz DIZIOECEN dì Too: od uuzgby èv z7oeI Ti pra Tò Kpiotoy ; i, Se, GA, x x VS RIV a brr ZICZAFINA vai èv ECer di Svepyeiz. Tav pev {2p ccw èvdeyetzt >» x LI * ». . 7 ne / -_- » O undiv dyallov dro) rdo/ our, Oloy TÒ 2a idovir È ze W 5 4, sE 5 ; ivfovary 007 oi0v Ts SCSI INI TI ECMOYAZOTI, TIY Ò èvipyezy 0dy oioy Te. WITEP LE Lar È ” e 0 IR), o Sy. ” ) | Ò OQuurizan oUy ot ZIIMTTOL AI IGYUPOTATOL TTEOZIOVNTAL TI x i - e ‘ ra A055 ni " oi PACONEATALI (Tobtov 40 ToIES vzion), oto 421 TOY ÈV TO u 3 pò, “ n AIRIS RITI RASO a93 Mio e6v 2 cado oi mpzrtovise delos trota yivovmat. ì Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. I o Tag, » - conosciuti !. In realtà però ogni attività ha il suo proprio piacere, e l’ attività più perfetta è anche la più piacevole; il piacere perfeziona gli atti e a loro si aggiunge quale compimento, nella stessa maniera che la bellezza s’ aggiunge alla gioventù e ne forma l' ornamento. (e smiyivipeviy Ti TE, giov Fog dano pz). L’atto e il piacere sono così strettamente uniti che quasi formano la stessa cosa. Come ogni specie vivente ha una attività sua caratteristica, così avrà anche un proprio piacere; e nella specie umana il piacere caratteristico c più.eccellente sarà quello che s’ accompagna all’ attività razionale perfetta. Perciò nella diversità dei criterii con cui si giudica dei piaceri, è da seguire il criterio che è seguito dall'uomo perfetto; i piaceri che allettino lui, saranno i soli veri; quelli che egli biasima come turpi, non potranno soddisfare che gli uomini corrotti. L'uomo buono e perfetto sarà la misura dell’ operare ?. Ed ora la felicità, questo bene sovrano, si acquista coll’ esercizio e coll’abito, o ci viene per divino favore o dal caso? E basta l’insegnamento ad averla, o è necessaria la pratica? E l'educazione fino a che punto vi contribuisce? Se v'ha dono degli dei agli uomini, è questo certamente, poichè divinissima cosa (0ewrzzoy) è la felicità, ove anche si acquistasse per opera nostra: ma intorno 1 Eth. Nic. VII, 13, 6. È E ROPALE . Eth. Nic, X, 4, 5-8, e X, 5, 6-11. Nota specialmente queste parole: 4 ona Ma Aria ra Pa \ : DTA ono Darco noe ha dpal)o:, i Tomdiras, nat dovzi È ‘ ud AE, e ci cley %y gi TOVT@ Quivopevi nei dix dic obr0s ; yadper. a questa questione nulla si può: dire di preciso. Per quello poi che riguarda il caso (707), troppo brutto e sconveniente sarebbe (Mizy Ia utaedès dv in) attribuire ad esso la massima e la più bella delle cose umane!. La felicità ha per sua causa l’uomo e per soggetto l’uomo egualmente; nè un bue, nè un cavallo, nè un altro qualunque degli animali bruti ne sarebbe suscettibile ?; c s'acquista operando. Esercizio ed abito son necessarii ad esser felici. In tutto ciò che si riferisce all'azione (èv 70% mosto) NOn è fine il conoscere, ma l' operare: la: virtù non è sufficiente sapere che cosa sia e come s'acquisti, conviene invece sforzarci di averla e servircene; l'intento della filosofia pratica non s'arresta alla conoscenza 3, Che cosa giovano gl’insegnamenti e le teorie a chi abbia contratto abitudini perverse, a chi non abbia indole ben nata e amante del bello, a chi regoli la vita alla stregua delle proprie passionire tenga dietro al piacere? L'animo dell’uomo conviene sia stato preparato €, per così dire, coltivato dall’abitudine, come un terreno che ha da ali mentare il seme; conviene che fin dai più teneri anni venga educato rettamente: altrimenti non intenderà e non udrà neppure chi col discorso tenti distoglierlo dalla via del male. All’ insegnamento morale deve precedere il costume, perchè quello diventi fruttuoso. Ma come si formano i buoni costumi, com’ è possibile ‘una retta educazione? Spetta alle leggi questo compito; solo le leggi, espressione impersonale della ragione e della prudenza, hanno la forza di farsi obbedire; solo le, leggi non sono fatte in odio ad alcuno; solo per l’azione delle leggi si potrebbe rendere abituale, c però non I Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. X, 0, 152. TO TENIERE a) teli et PE SARTO E, ade IEBUTIAATIZANIB TARE A Ice Ana ran eneniani neri purenenanener \anusnaereazeanenersisoneneniseites;avocesizione:asosenssasise0esasieneseoeneseoneete molesto, il vivere secondo virtù. Nè solo ai giovani dovrebbero provvedere le leggi, ma anche agli adulti: le leggi dovrebbero accompagnar l’uomo in tutta la vita ed eccitarlo alla virtù; chi è ben disposto, coll’amore del bello; chi serve al piacere, colle riprensioni e colle pene; chi è malvagio affatto e incorreggibile, col metter fuori dalla società. Disgraziatamente pochi stati, la sola Sparta ferse, hanno provveduto così alla pubblica educazione!. Intanto, mancando i provvedimenti pubblici, ciascuno in privato dovrebbe indirizzare alla virtù e alla felicità i figlivoli e gli amici. Nella famiglia le parole e i costui del padre hanno la stessa forza che le leggi e le istituzioni nello stato; forse anche maggiore, per la parentela e i beneficii onde i figli sono uniti al padre, per la predisposizione naturale che è nei figli all'amore e all’obbedienza. L'educazione privata offre inoltre il vantaggio che può meglio adattarsi e proporzionarsi all’ indole propria di chi si vuole educare. A chi ha la febbre giova in generale il riposo e l'astinenza, ma a qualche febbricitante forse non giova, e se fosse medicato nella stessa maniera degli altri, ne avrebbe danno sicuro. Così egualmente nell'educazione non a tutti è confacente lo stesso trattamento; a chi uno è confacente e a chi un altro; e questo fatto d'importanza grandissima l’ educazione pubblica è costretta a trascurare, mentre invece la privata, per la sua stessa natura, cura moltissimo. In ogni caso però non è atto all'ufficio di educare questo e quello in particolare, chi non possieda la scienza dell’ educazione in generale, come non è buon medico, nè buon maestro di ginnastica a questo e a quello, chi all’ occorrenza non sappia essere tale per tutti, chi non conosca l'universale (è 7ò 2206201 cid62). In altre parole sarà I Eth. Nic. X, 9, 3-13.) PTT di. + -, et di E° x anvonenizzzienazenioiarazizaneeza) a0eroeanianieneze innanneananativaneniisaranezaenivaoreraseconesenenezeizeiezassania ria ne stene ani teneane se educatore privato soltanto chi sarà atto ad essere anche educatore pubblico, che vale quanto dire reggitore dello stato e legislatore; perocchè nella piccola vita di famiglia avviene quello stesso che nella vita più grande dello stato; le pubbliche istituzioni si formano manifestamente per mezzo di leggi, e sono buone quelle che sono formate da leggi buone; e così avviene delle istituzioni private. Se è vero che noi diventiamo buoni per mezzo di leggi, conviene che in genere, chi vuole rendere migliori gli altri, si faccia atto egli stesso a stabilir leggi (vopoMerizio), cioè sappia provvedere all'educazione di tutti; avendo le leggi appunto per iscopo la pubblica educazione, e per mezzo di essa la felicità universale !. Notiamo a questo punto come Aristotele parlando dell'educazione pubblica e privata, e del compito dello stato e dei privati cittadini in rispetto alla virtù e alla felicità, congiunga strettamente la morale e la politica, anzi faccia rientrare la prima nella seconda. La morale, la scienza dei costumi, vuole formare buoni i costumi; ma solo le buone leggi possono arrivare a questo risultato, le buone leggi che reggono la famiglia, e le buone leggi che reggono lo stato. Alla scienza delle leggi adunque, o alla politica, mira in ultimo la morale. Secondo il concetto fondamentale di tutta quanta la filosofia aristotelica, che un termine superiore rende ragione delle cose che gli sono subordinate, e ne costituisce l'essenza, il principio e la causa, la politica domina la morale e la fa essere; al di fuori della politica la morale non può essere, come non può essere l’ individuo che non viva nello stato e per lo stato; la politica sola è scienza et ramente padrona e sovrana (2uprotzza 421 dog irentovini ). Eth. Nic. X, 9) 14-17. 2 Eth. Nic. I, 13; 9-19. n ri ME, a Det DEre © ‘\":- è. rmodi d Va S'è detto che la felicità consiste essenzialmente nell’attività dello spirito secondo virtù. Ora la virtù non è una sola, ma duc, differenti di genere. L'anima umana è distinta in due parti, la parte ragionevole e la parte irragionevole (ad M6yov Eyov zzi 76 Zoyoy), sia che queste siano in realtà distinte fra loro come le parti del corpo e di ogni cosa divisibile, sia che siano facoltà d'uno stesso principio, per natura indivisibili (x/©gora repuzòrz) e distinte solo mentalmente (7 %6y@). La parte irragionevole è distinta alla sua volta in due; il principio della nutrizione e dell’accrescimento (7ò zizuv 708 Fpigsola a adtesla.), che è affatto estraneo alla ragione, e il principio affettivo o appetitivo (tò sruupnrzby zi Gims dpeztuziv), che: partecipa.in qualche modo della ragione, in quanto può ascoltarla ed obbedirle, sebbene qualche volta, anzi il più delle volte, la combatta e 1’ avversi !. A questa duplice distinzione dell'anima umana corrisponde una duplice distinzione della virtà; vale a dir: alla parte ragionevole, o alla facoltà della ragione, del x6yo; e, ERE) al "SI eg 5 POTTER Lu PO pi RE gr sunsuzavesaneanianezeza izicazereaza neeanaraniorenasosasa seneaneaszesiareereaevsiere avepeonzeniscavevitaezzentencosnesasse nevanveseesuonessee nell’ agire secondo virtù morale. A dir vero però è questa ultima sola la felicità veramente umana: le virtù che ci procurano questo genere di felicità non richiedono, per attuarsi, l’opera d'una parte sola dell’uomo, come il contemplare, ma di tutto l’uomo qual è, composto di anima e di corpo, di ragione e di passioni; cuvaprapevat Vabtar (Qi dperat) nai ot meleci mepi cò cbvdeToY dv slev: al dî Toù cuvétov doetat. avbpwrizai 1, D'altra parte l’uomo è di sua natura essenzialmente sociale (best rolrizdy d bp mog)?, e, come tale, non è la vita contemplativa che gli appartiene in proprio, ma la vita in comune, la vita delle mutue relazioni.  Abbiamo cercato di riassumere in un’ esposizione chiara ed esatta la dottrina di Aristotele che riguarda il bene sovrano, e nulla abbiamo trascurato che possa metterla in piena evidenza. Perfino i dubbii, le oscillazioni, le difficoltà d'ogni maniera non saranno sfuggite svdtyerai alavariler val mivaa moreÙv mods 7ò Civ zaràmò pdrteTov Toy ev ast ci ip nai 76 Ga parpòy Sett, duvduet UIÙ TULOTATE TIRÒ PINIOY TATO UrEpSY et Sotzie d' dv zal siva Eaaetos ToÙTO, l'etmep ed zUpioy al Auetvoy XTOTOY oùv. qivora) do, ci pin Toy adtod Blov aipotto KARA Tivos HIM 0U. cò Neybéy ce TipOTEpOY dppuboer xal vv. TÒ Yip olzziov Sudato Ti pioer vpdriotoy mai BÒetoy tou indoro. nai tò Ibpoto dh d nerd dv voùy Bitos, strep TobTo padota avblporos. sobros dox 2 ebdaruoventaTOs. 1 Eth. Nic. Eth. Nic. BPPPRPTITTTTLITIOLLALI ME Lon a chi ci abbia seguito attentamente. Diciamo oscillazioni e difficoltà, e non a torto, perocchè, mentre nel primo libro dell’ Etica, e nei successivi, Aristotele ci dice esplicitamente che la felicità sta nell’ attività pratica, e non parla quasi affatto di attività teoretica, nel libro X invece, nel quale ritorna sulla trattazione della felicità, quasi volesse completarla e darle per così dire l’ ultima mano, la fa massimamente consistere appunto nell'attività teoretica; perciò l’ intimo pensiero suo non ci si amente, e indarno ci sforzeremmo svela abbastanza chiar a volerlo penetrare. La vera felicità sta nel contemplare o nell’ agire? A questa domanda la risposta d’ Aristotele non è categorica in nessun luogo. C'è anche qui, in morale, quel contrasto fra l'immanenza e la trascendenza, che è la nota caratteristica di tutta quanta la filosofia aristotelica, e per cui abbiamo in psicologia il dualismo fra n00 altivo € passivo, il dualismo fra materia e forma in metafisica, e nella fisica quello più stridente ancora fra finalità intrinseca ed estrinseca, fra cielo e terra. 3 Ecco infatti quale potrebb' essere pressa poco la risposta d’ Aristotele. Se luomo fosse una forma separata dalla materia e risultasse solamente di ragione e di pensiero, non v' ha dubbio che il bene suo, la sua felicità starebbe appunto nell’ esercizio di questa ragione e di questo pensiero, nel contemplare. Siccome invece risulta di anima e di corpo, è cioè naturalmente un composto (cbderov), dell'uno o dell’ altro dei due principii presi separata mente, sta nell'azione combinata di tutti e due, nella subordinazione dell'elemento inferiore al superiore, della — | passione che è propria del corpo, alla ragione che è — | propria dell’ anima, in una giusta misura della passione, pic che è poi la virtù morale. Ciò però non impedisce n dona ) i è MR e se a sua felicità, più che stare nell’ esercizio | Liz emerson e pata l’uomo possa, anzi debba aspirare a una felicità superiore, alla felicità che dà l’ esercizio della ragione, il contemplare la verità. Tutto ciò ch’ egli è dipende in ultimo dalla ragione, :da questo principio divino, ma umano anche, poichè si trova nell'uomo e ne costituisce l’essenza; perchè adunque gli dovrà questa vita puramente razionale, questa felicità della contemplazione essere contesa? Certo solo Dio |’ attuerà completamente, e l’uomo in parte soltanto; ma non si neghi per questo all'uomo di rendersi quanto più può simile alla divinità, d’innalzarsi, per così dire, sovra la sua stessa natura. Ma se questo è veramente il pensiero d’ Aristotele, perchè la critica sua contro la dottrina di Platone? Anche Platone aveva ammesso che la felicità sta nella contemplazione, nella contemplazione dell’ idea del bene. L’attività teoretica d’Aristotele è forse diversa sostanzialmente da questa contemplazione platonica? Anche a lui adunque si potrebbe rimproverare quello ch’ egli rimproverava al suo maestro, che di nessun giovamento è questa contemplazione nella pratica. Si dirà che Aristotele è giunto alla contemplazione solo dopo aver concesso un largo posto alla pratica? Ma neppure Platone ha trascurato la pratica; basta a provarlo la teorica, per tanti rispetti ammirabile, delle virtù morali, che troviamo nelle sue opere. Del resto l’attività pratica e l’ attività teoretica pro ‘poste egualmente all’uomo da Aristotele, segnano. bensì un dualismo, ma non tale che non possa in qualche modo ricondursi all'unità. Il bello morale, l'ordine e la misura in cui consiste, la ragione che è causa di quest ordine e di questa misura, la virtù morale, sono cose tutte quante umane; mentre invece la sapienza speculativa, il pensiero puro, l'intelligenza sono cose trascendenti e divine. E tuttavia come s’' avvicinano l’ una all’ altra ce, queste due specie d’ azioni che paiono così distinte! La vita pratica che sembra dapprima propriamente umana, trae dall'ideale divino la sua ragion d'essere e il suo principio; la vita speculativa che sembra puramente divina, conviene in una maniera propria ed essenziale all'uomo. Ci sono dei casi nella vita in cui l'uomo ol trepassa, per così dire, se stesso € giunge a un così alto grado di virtù, che solo parrebbe vi potesse giungere Dio; ci sono dei casi di virtù eroica, sovrumana, in cui si potrebbe dire dell’uomo quello che Priamo diceva di Ettore « non sembra figlio di un mortale, ma di un dio »!. In questi casi la giusta misura che è il carattere del bello morale, e che è voluta dalla ragione, parrebbe dimenticata; e tuttavia è ancorala ragione quella a cui si obbedisce, sono ancora i precetti suoi che vengono eseguiti; perocchè è proprio della natura dell’ uomo ele‘varsi al di sopra di se, e con una beltà morale superiore accostarsi a Dio, e diventare divino: uomo divino dicevano gli Spartani l'eroe ?. Così egualmente la contemplazione è una perfezione superiore, una perfezione. divina; e tuttavia all'uomo è dato questo privilegio; la sua stessa natura lo vuole. Potrebbe l’uomo vivere della vita pratica e morale, se non fosse atto ad innalzarsi x fino al puro pensiero? Il pensiero è come l’ ideale della vita pratica e morale; si potrebbe anzi dire che questa si assolve tutta nella ricerca di un tale ideale. Non si ottiene mai perfettamente, non giunge mai il pensiero a riposare completamente in se stesso? Ma non meno per questo l’uomo ha bisogno di attingervi un principio che vivifichi tutte le parti del suo essere, a cui possa ricondurre le sue azioni, e in cui, se non sempre € 1 Eth, Nic. Eth. Nic. completamente, qualche volta almeno riposi. Il pensiero è per l’uomo il punto da cui tutto parte e in cui tutto ritorna!. C'è poi un luogo della Politica, in cui si direbbe che Aristotele si sia proposto di togliere addirittura ogni contrasto tra la prazica e la /eoria, tra l’azione e il pensiero, e di mostrare anzi che la vera vita pratica, se la intenda bene, è la contemplazione medesima. « Se si deve, dice Aristotele, riporre la felicità nel bene operare (civ sbdauorizi ebrpatizv Darty), vita migliore e per la comunità civile e pel privato cittadino sarà la vita pratica (z%ì zowf aéons rido: dv sin al a!) Enastoy dortos Bios 6 mpzzrizis). Ma, soggiunge egli tosto, non è necessario, come credono alcuni, che la vita pratica si svolga in ona ad altri (2% 76v ATO obr Guorynaloy sivz Trobs Ertpove, naldrzo otovizi ces), e che fra i peusieri quelli soli sieno considerati come pratici che riguardano i risultati dell’azione (obdì 7% 3 deavotag si civar uova TRÙTAS TOUKuude 7% TOY UTOGLNONTOY bg yiponevzz è% Toi rpdrten). Pensieri pratici sono molto più quelle contemplazioni e quei pensieri, che sono fini a loro medesimi e si vogliono in grazia di se medesimi, (2% 7oid uamdov 7% 2broTeAÌ; uu ads abito Evedz Ismpix DI) n ». Spiega poi Aristotele come, nelle azioni esteriori, quelli agiscano massimamente che coll’intelligenza e col pensiero le dirigono e ne sono gl'inspiratori, quasi architetti che presiedano alla costruzione degli edificii. Così non converrebbe chiamare inattiva una città, che vivesse per così dire, assisa in se stessa, in un pacifico riposo: avrebbe sempre una vita interiore feconda e bella. Dio stesso e l’ universo non hanno una vita meravigliosamente bella ed attiva, Le belle osservazioni di Ollé - Laprune op. cit. p. 171-174 2 Polit. af Nidi, bisi cui 6 Ariani INI st eis PR Lie SIN La ILA Se RE eee n LT, a " ancorchè alla loro azione intima non si congiunga alcuna attività esteriore! ? Evidentemente, come si notava dapprima, l’ attività pratica per eccellenza è qui la contemplazione. Il pensiero ora ha per oggetto un diverso da se, ora se medesimo; ora s'applica a ciò che risulta dall’ azione che esso inspira e dirige, ora non ha alcuno scopo estraneo: e tuttavia è sempre il medesimo pensiero (0empiz), ed è sempre azione (7pà44). Pratica e teoria sono adunque la medesima cosa; anzi in quella maniera che Aristotele in questo luogo chiama xp l’azione trascendente del puro pensiero, noi potremmo chiamare 0empix l’azione pratica ordinaria quando fosse disinteressata. Il disinteresse pratico è analogo al disinteresse speculativo. Nell’uno e nell'altro caso è l’azione in se stessa che è presa per fine; nell’uno e nell'altro caso il pensiero è indifferente ad ogni fine estraneo, e non vede che il bello o il bene morale da una parte, il vero dall'altra. Si opera il bene per il bene, si pensa per pensare, ecco due azioni intimamente connesse fra loro! Il piacere che s'accompagna a queste due azioni nasce dalle azioni medesime prese per fine, td #dsws Svepyeiv... dp Goov 7oÙ Sa aélovs Spammetai ®. a Intesa e spiegata così la dottrina di Aristotele che i riguarda la felicità, si vede sparire affatto ogni dissidio; ! Loc. cit. ‘Il yàg sbroakia aEdoc, ate val TPU; tie pedi o dè nai TpueTe Vene vupiws ai T6v twrepizsiy modici mods Tate diavotare doyirentava. VAINA pihv oddî drpazteiv DANA nalov Tac nell’ nità TONELS Idpupsvas zai Giv oto TPONPAVEVAG... ‘Opotos è ToùTto Urdpyer nai val Evds brovodv civ IeoTOV TYLONI Yo %y 6 0edc or vado vai mis è nbcuas sis oùz cio ibotepmai pater TINÙ TU OMnelas TU AUTO. Eth. Nic, Ollé-Laprune. r,;sper. eeats.7 pe 5 ? v, n 9 e contraddizione fra il libro I e il libro X. della, Nicomachea; anzi il libro X apparisce, com'era nel pensiero d’ Aristotele, un complemento necessario del libro I. D'altra parte chi non sa come Aristotele, definendo nel I libro la felicità azività dell'anima secondo virtù e, se sono parecchie le virtù, secondo l'ottima e la più perfetta (cò dbpozivov dyabov duyzio Sviofera yen var dostuy, ei dì ristoro zi apetat, 427% Thy dplornv nol tedeworden) *, facesse fin d’ allora prevedere che l' attività teoretica, la contemplazione, sta sopra a tutto, e che: di essa pure conveniva parlare dopo aver parlato dell’attività pratica? — L'attività teoretica poi è uno dei tratti caratteristici del popolo greco, specialmente dell’ ateniese. Non esaurirsi per modo nelle necessità della vita giornaliera che non rimanga un po’ di tempo da consacrare agli esercizi geniali dello spirito; conservare la padronanza di se anche nelle occupazioni più serie e gravi della città e dello stato, e in ogni caso assicurarsi un ozio tranquillo (7704) per raccogliersi e meditare; sprezzare le arti serviti e meccaniche perchè tolgono allo spirito la sua libertà e l'umiliano; discutere dei grandi affari dello stato, ma spesso. anche per semplice amore della discussione e per mostrare parola ornata e ingegno pronto e vivace; fare dell’arte un'istituzione che vive nel popolo e per il popolo, e alle rappresentazioni drammatiche tutto il popolo accorrere, e la lirica cantare fra il suono e la danza, c pendere estasiato dalle labbra dei rapsodi e degli oratori, e i filosofi suoi, rapsodi alla loro maniera, seguire con amore, e ascolne e incoraggiarne le dispute e sentirsene attratto, come da una segreta magìa, a cui l’anima non può resistere, ia 1 Eth. Nic. I, 7; 15. 2 Platon. Phedr. 261 A. DNTI GAETA enne II . ecco ciò che distingue il greco, specialmente il greco d’Atene. E in tutto ciò non è in fondo altra cosa che il pensiero che ama godere di sè stesso, che considera questo godimento come la cosa più liberale e più nobile, che in questa libertà e nobiltà si sente divino. «rXosopodp.ey èvev padaziz, amiamo la sapienza senza mollezza, dice Pericle in Tucidide !; e queste parole sono come la sintesi di quella splendida vita greca che mette in cima a tutto i virili esercizi del pensiero, le gioie profonde dell’arte, e nelle agitazioni della vita pratica e nelle tempeste stesse della guerra aspira al riposo, alla calma serena ec feconda dello spirito, modeuov uèv sionvas y%pW, acy ori dì Tyorte, % d dvavziia 1 YenTi TV AAIOY Evezev È. Ed orà ognuno avrà potuto notare come un progressivo avanzamento nella nozione aristotetica del sommo bene, o della felicità. In basso i beni inferiori, i beni del corpo e di fortuna; in alto il pensiero puro, la virtù dianocetica; a mezzo la vita pratica, la virtù mo-. rale. L'uomo è fra due, fra Dio e il bruto; al di sotto di lui c’ è la regione del bruto, al di sopra la regione di Dio; egli tiene dell’ uno e -dell’ altro. Le esigenz e molteplici di questa multiforme natura devono TA tutte soddisfatte,. perchè s'abbia il bene umano; ma devono A Csa E . Ro ‘a "o: DR fia ; i ” riferito per intero: ’ Iugaviterv dè Dozer zat 5 gidos, ETspos dv TO5, . 3 O 0 3) A N 11 e eta x 0N4405, OÙA OÙUGAY ay alòv chv Adovhv © drzpooovs stòsr' 0 pev » . DS va - Na PLS 3, - \ ap mods Tapabov bpidetv dozet, 6 dì 7pùs A00vAY, usi TO psv . . ne e s n ta », bverdletar, dv d' trauvolon © pds E7sp4 OuiowvTa. oùdete Rada ; 73 2 dv Morro Civ maidlor divorzi î/0y de Blov, “i dopevos to È ; È OS E ole Td madia 65 olov Te puaiota, ovdî yalorw ov ci TY, alc ytotoy, undérore pino Intniiva. mepl TONa Fe cT0vdhv movnozipe) dv val eÌ undenay èruosoo. "Adovny, viov 6p%y, pywnuoD ’ Lita ER A [ui f yevsty, sidsvai, Tdg dostde tyew. si Ò' 36 dvdeftns EmovTaL FOTOS dova, obdiv dizotper SMolueha yo dv cade nat cl ud yivovra »n_Y n %, e mo aUrtiv Adovn. chi non si compiaccia dell’ operare virtuosamente e provi in ciò fatica e dolore!. Ma, più che in altro, l'analogia fra il Kant e Aristotele è notevole nella teorica del bene sommo. Il bene sommo per Aristotele sta nel completo svolgimento della natura umana; la felicità è identificata con la eccellenza e la perfezione, che suppone la virtù, la virtù morale propriamente detta e la sapienza. Pel Kant il bene sommo sta pure nell’unione della virtù colla felicità, nell’ accordo della moralità coll'ordine dell’ universo; cioè ancora nel perfetto svolgimento della natura umana, fatta per essere buona e per essere felice. Il regno dei fini, di cui parla il Kant, in cui virtù e felicità s’ accordano, in cui le esigenze della legge morale sono per quest' accordo completamente soddisfatte, è la vita eccellente e felice, di cui parla Aristotele; vita secondo il migliore e il più elevato dei principii che sono nell'uomo; vita che è ad un tempo virtù perfetta e perfetta felicità, il bene sommo in una parola. I due filosofi s'accordano poi anche nell’ammettere che il bene sommo, nella condizione in cui l’uomo è, è piuttosto un ideale che una realtà, a cui aspira incessantemente la volontà, ma che i nostri sforzi non riescono mai ad ottenere completamente. i Del resto non si tema che, per la smania dei raffronti ad ogni costo, noi vogliamo disconoscere le serie differenze che pur ci sono fra la morale del Kant e la morale d’ Aristotele. Prima di tutto il concetto del dovere pel dovere, anzi lo stesso concetto del dovere; l’esclusione totale di ogni elemento egoistico dalla determina zione delle nostre azioni; il più assoluto disinteresse, fondamento unico dell’ operare virtuoso; la purezza Eth. Nic. insomma della morale Kantiana, siamo ben lungi dal trovare in Aristotele. | In Aristotele, come già s'è osservato, la felicità s'identifica bensì con la virtù nell’ unico concetto dell'eccellenza e della perfezione dell'umana natura, anzi la virtù si considera qua e là come desiderabile in se, anche senza la felicità che le va unita; e tuttavia è pur sempre la felicità che tiene il primo posto, tanto che si può riguardare la virtù come un mezzo a conseguire il bene sommo appunto nella felicità. Nel Kant invece virtù c felicità s' uniscono bensì, ma non s' identificano; la virtù è l'elemento primo e fondamentale del bene sommo; la felicità è dipendente da essa e ad essa proporzionata; virtù e felicità, secondo il Kant, stanno fra loro nel rapporto di causa ad affetto. E la legge morale che vuole che alla virtù tenga dietro come compenso la felicità; ma ciò che ha vero valore è la virtù, il bene morale, la volontà buona; è questa il bene supremo !. Ma una differenza anche più sostanziale fra i due filosofi è la seguente. Mentre in Aristotele il nesso tra virtù e felicità è un fatto, poichè queste costituiscono in fondo una medesima cosa, non dandosi alcun genere d'attività, a cui non s'accompagni un piacere corrispon= dente; e perciò, quando la fortuna non sia avversa, l'ideale del sommo bene, se non sempre e totalmente, in parte almeno e di tempo in tempo, agli uomini amici della virtù è possibile attuare quaggiù; nel Kant invece quel nesso, Non bisogna confondere, nella teoria CRITICA, il bene sommo col bene supremo. Bene supremo, come risulta dal primo capitolo della:Fondazione è la virtù, il bene morale; bene sommo è invece il . bene che in se li comprende tutti, il bene perfettissimo, che è la somma della virtù e della felicità, Cfr. Cantoni, Emanuele Kant vol. II, p. 172. ber "d . cage foi e. ONT sein Rei ME a SA anzichè un fatto, è un diritto; il diritto del bene a un compenso, il diritto della virtù a non essere sacrificio e dolore sempre. Ma un tale diritto, cioè un tal nesso necessario tra la virtù e la felicità, è vano sperare che si attui nella vita presente, sebbene in questa si compiano le azioni rivolte a tale scopo: le leggi del mondo sensibile e fenomenico vi si oppongono; solo in un mondo noumenico, avrà luogo. Il bene sommo perciò è pel Kant intimamente connesso colla vita futura e con Dio; per Aristotele invece è affatto indipendente e dall’una e dall'altro. La legge morale secondo il CRITICISMO prescrive | attuazione del sommo bene; ma occorre a tale scopo che il primo ed essenziale elemento di esso, che è la moralità, consegua il grado massimo, la santità, che è il pieno e perfetto conformarsi del volere alla legge. Questa perfezione morale assoluta, però, l’uomo non può conseguire in un tempo finito, come la durata di questa vita: essa suppone un progresso continuo e indefinito; e quindi, nella esistenza della persona morale, una durata egualmente continua e indefinita. Solo a questo patto, al tipo di perfezione, all’ ideale morale, che è la santità, l’uomo potrà indefinitamente accostarsi. La credenza nell’immortalità dell'anima è perciò secondo il Kant, una conseguenza necessaria della legge stessa morale, che ci ordina di aspirare alla perfezione, come allo scopo necessario della ragion pratica. Ma il bene sommo ha due elementi, la virtù massima e la massima felicità. L’immortalità dell'anima rende possibile il primo: come si otterrà il secondo? 0, meglio, come si otterrà che al primo si connetta il secondo? Questa connessione, quest armonia dei due elementi non è possibile che per mezzo di un Essere, che. abbia la potenza di stabilirla, abbia un intendimento morale e sia fornito d'intelligenza e di volontà. Solo questo Essere potrà connettere la natura colla moralità, anzi sottomettere la natura alla moralità. Così la credenza in Dio, secondo il Kant, è necessaria; e quando si tolga questa credenza, converrà anche rinunciare alla speranza del sommo bene, che pure la ragione pratica ci presenta come lo scopo necessario della nostra attività e della nostra esistenza. In Aristotele l’esplicamento dell'attività razionale perfetta, la contemplazione pura, in cui sta il bene supremo e la suprema felicità, richiede egualmente i due postulati dell'immortalità e di Dio? } Che Aristotele, nel libro decimo specialmente, parli di Dio e d'immortalità, che inviti l’uomo ad aspirare all'alto, al divino, all’ immortale, oltrepassando per quanto è possibile la condizione umana; che una certa aria di misticismo spiri, per così dire, dal libro decimo, è un fatto che non si può negare. Ma di Dio nel libro decimo si parla come d’ un ideale, a cui si deve mirare di continuo, come dell'Essere che attuando in se la felicità perfetta, che è la pienezza della vita contemplativa, e avendo in se in grado eminente e perfetto l elemento più nobile che si trovi nell'uomo, la ragione, merita perciò che l'uomo si studii d’imitarlo e d’innalzarsì fino a Lui: non mai però se ne parla come della causa da cui dipenda la felicità, come dell’ Essere che voglia premiare la virtù !. Il Dio d’Aristotele è un Dio metafisico, press'a poco come il vods d’ Anassagora: esso Eth, Nic. X, 7; 8-9 e X, 8, 6-8. ATC per Sti ha è mero pensiero teoretico mancante di volontà, e privo quindi di una vera e viva personalità; è piuttosto un concetto che una persona. - Dare a Dio gli attributi della persona pare ad Aristotele abbassarne la maestà e accostarlo all’ uomo, farne anzi qualche cosa di sostanzialmente identico all’ uomo. E Aristotele respinge risolutamente l' antropomorfismo, che dimentica l'eccellenza della natura divina, e attribuisce agli dei una vita che non differisce molto dalla nostra !, quasi fosse l’uomo la parte più eccellente dell’ universo. Per paura dell’ antropomorfismo egli non vuole ripetere con Platone che Dio sia l'organizzatore dell’ universo, respingendo come indegne della divinità tutte le imagini che, a rappresentarla, si prendono a prestito dall’operare umano ?; e nella cura gelosa che ha della purezza dell’ intelligenza divina, per poco non le toglie la conoscenza dello stesso universo 8. Certamente la divinità agisce nell'universo e nell’uomo; certe disposizioni felici che preparano alla virtù e alla saggezza trovansi in noi per divine cagioni, 0elas aîtias 4: l’ universo tutto quanto si spiega per una intima azione divina”. Ma quest'azione è differente dalle azioni ordinarie; non c'è qui ne opera, nè ope Metaph., $; Polit. , 1252b. Eth. Nic. X, $, 7. 5 Metaph. XII, 9. Kzt *j&p ph og%v îvix noelttoy © 0o%v. + Eth. Nic. X, 9, 6. 70 sèv oùv ci giri LI LA n ‘ QUrems Fiv de dz E) vipiv Srrzoyer, DIAZ dix Tivas Veius nitiu mots dis dinboe sdrvyéow Urdpyer. " b IT. POI O ti $ Metaph. °Ez towòrne “ae Hora Ò . 0, odpavbs vel + gia. De Coclo I, 4, 2712 32. ‘O eds 2! nei i IG oUdèv pataiv roroiar. Oecon, , 13436 26. giro vi mpoWzOv4pnmar bTd 79d Metoy Snztepov di pbos. Uorsoraeaseronisenazioni ivsanasanii nvansuninaaionniseenaeeresione sunsrnarezioneerez a tesneszena near nsanesaraeannasanesanezazeereneeccvarieniesnanivetete ratore, non c'è governo simile a quello che si riscontra fra gli uomini, nulla è qui fatto, nulla conservato !. La cura dell’ universo e delle cose umane, nel senso in cui s'intende comunemente, non può convenire a Dio che non è l’autore delle cose, e che non può occupare di questi oggetti inferiori il suo purissimo pensiero: questa cura importerebbe, se non un turbamento, un cangiamento e un movimento sicuramente, un passaggio da ciò che non è a ciò che è, un progresso dalla potenza all'atto; il che sarebbe indegno di Dio, che è atto puro e che è immobile. Il rapporto fra Dio e l'universo è . semplicemente un rapporto di finalità; Dio agisce sull’universo, perchè è il fine che attira tutto a se, è il primo motore immobile (eros vuvody artyizos). Perciò nessun legame propriamente morale e religioso fra Dio e l’uomo: Dio non è il padre degli uomini come in Platone; non è buono, non è giusto, non assicura alla virtà le ricompense future, non infligge al vizio e al delitto i castighi meritati 2; il Dio d’ Aristotele è nelle altezze serene, ma fredde del pensiero. Per verità Aristotele parla della riconoscenza che gli uomini devono ai beneficii divini 3; ma, oltrechè ne parla per incidenza, e come per far meglio comprendere la riconoscenza che i figli devono ai genitori, gli è certo che, nella sua dottrina, la divinità è bensì causa d'ogni bene, e tuttavia non è essa stessa benefica. Parla anche Aristotele d'un onore, d'un omaggio, d'un rispetto ch'egli chiama 7, dovuto alla divinità4; ma anche di | Eth. Nic. X, 8,7. 76 dè Cove (020) 705 Ter TEL dPa0Y= | LA ù uévov, Emi dè uadiav Tod note ni \cimerat TAN Neoplz. 2 Vedi specialmente il Gorgia € la Repubblica di Platone. Eth.-Nic. Eth. Nic. IV, 3; 10; VIIL 9; 55 VII 14, 4i IX, 2, 8. 0/4» arl ente TILNR CTZ LATER RI IR LL i'Rie SOSSIRORE SE RESESTRE TI CS VADO ser COCO PETOSII OLI SISIFI PePSPS Ire tcE te TITSII EVI to reno rai e eva questo parla per incidenza e. alla sfuggita, senza punto curarsi di determinare in che cosa consista. La pietà, sdattaz, di cui troviamo così spesso fatta menzione in Socrate e Platone, non ha alcun posto assegnato in Aristotele; e s'egli parla di feste e di sacrificii religiosi che parrebbero come le esteriori manifestazioni di essa, ne parla o a proposito della magnificenza, uey6rpere:z!, 0 a proposito della necessità che il cittadino per tal modo si diverta e riposi; e quindi più propriamente sotto un aspetto dirci estetico od igienico, che sotto un aspetto religioso e morale. Ogni commercio affettuoso fra Dio e l’uomo è perciò interdetto nella dottrina d° Aristotele. In un certo luogo la Nicomachea dichiara esplicitamente che, stante la manifesta e schiacciante superiorità degli dei sugli uomini, non: è possibile amicizia fra i primi e i secondi; la troppa distanza nella virtù, 70) didetapz dpertig, impedisce l’ amicizia *; e la Grande Etica, ripetendo e allargando il concetto della Nicomachea, afferma anche più esplicitamente che sarebbe strano che l’uomo dicesse di amare Dio, e che, in ogni caso, Dio non può amare l’uomo 4. E ben vero che | Etica Eudemia dichiara che l'amicizia che unisce il padre al figlio è quella stessa che unisce Dio agli uomini, wxtpds z2ì vid 20th N, i Eth. Nic. IV, 2, 11. “ 2 Eth. Nic. specialmente le parole: ()votzg Te moroivtes nai mepi adr GUVOdOLE, quà Amovenavtes Tote Veote, nai uicote avarabazio mopilovies vel dove. 3 Eth. Nic. VIII, 7, 4 4 Magn. Mor. II, 11,6. fori Y%9, ds oloviat, giix val pds Nedy val T& %buyz, ob oplòs, ahv 2 siva o) tot Td dvrioietola, dì rebs Vedy ouiz ole dvi onetoa: déyerzt, od’ dios Td grieiv: Zroroy yÀp dv sta St cu quin ev toy Ala, o onix svrzbl4 masev arersezionicnaze:censazezena reno zecepana au lusen sshasesed tas tone onsarasenerprooresasaseraonea tenace cpeseecesessovezievzenivaceosze nt rep 0z0d mods &vporov!, e che la più alta perfezione morale consiste nel servire Dio®; ma è noto quanto Eudemo, questo discepolo d’Aristotele, si sia allontanato dallo spirito del maestro, accostandosi per contro a Platone. % In conclusione adunque' «il Dio d’ Aristotele non : è nè l’ autore, nè il signore dell’uomo, nel senso che Lia ‘renda possibili i sentimenti affettuosi; non è legislatore, 3 non giudice, non rinumeratore, non vendicatore. L'uomo sa che lo considera, lo vede al di sopra di tutto in un'alta e serena regione, come il fine che attira tutto, come il modello della vita perfetta e della suprema felicità. Poi ù lo vede presente dappertutto; l’azione e |’ irradiamento D; dell’ intelligenza suprema gli appare come il principio ;9 di tutto; la sua propria intelligenza è ai suoi occhi cosa divina, divinissima, e perciò è in se stesso e come nel suo proprio fondo e nella sua propria essenza ch' egli Rei 3 trova Dio. Ma nè nell’uno, nè nell'altro dei due casi, «“& l’uomo si unisce a Dio con un legame propriamente 0 he: religioso. Egli non trova in Dio la legge della vita; egli i non ha giudice, se non la propria ragione, € il suo fine 33 ed È sembra essere egli medesimo, quantunque in un certo he | —’senso sia quello al di sopra di lui n°. . n 2006 Lasciamo poi che non di rado nel lizio troviamo È x: i la tendenza a non distinguere Dio ‘dal mondo, a farne | DE ‘anzi una cosa sola; l’immanenza del fine nell'universo è e concetto altrettanto aristotelico quanto è concetto aristo- ‘A telico la trascendenza; sicchè, come osserva |’ Ueberweg, « resta un certo spazio così per un’ interpretazione I Eth. Eudem. VII, 10, $. marpos di zi viod vadth “nmeo Neod pds Hviporov ui TOÙ SÙ TOAGANTOG mods cdv mebovia vat dwg To) gloer dpyovtos Tpds ov Quasi dpyopevovi 2 Eth. Eudem. .  A RR 3 Ollé- Laprune op. cit. p. 202-203. i ora vi "i ve reti ione di preferenza naturalistica e panteistica del sistema aristotelico, come per un’interpretazione favorevole allo spiritualismo e al teismo !.v Il divino dentro il mondo e la natura, pronunciato filosofico, che dovea avere un così ampio svolgimento negli Stoici da informarne tutta la dottrina, non è senza fondamento che si faccia risalire fino ad Aristotele. Molto giustamente lo Zeller afferma che la natura nella filosofia aristotelica sì può definire la sfera dell’interna attività finale 2. Quanto all’immortalità dell’anima, alcuno potrebbe credere a prima vista che Aristotele. volesse alludere a questa, quando parlava della via perfetta (Bios Tide), necessaria a formare la felicita perfetta. Ma è evidente che qualora il filosofo avesse voluto veramente intendere per vita perfetta l'immortalità, si sarebbe espresso in modo meno enigmatico, e quel suo concetto avrebbe chiarito ben più che non ha fatto. Noi già abbiamo detto come è da intendere il Rios 7élevos, © ci pare che non sia bisogno di aggiungere altro in proposito. Il problema dell'immortalità non è neanche toccato nella Nicomachea. Vi si accenna per verità una volta là dove è detto che i morti pare debbano interessarsi della sorte dei loro cari, e si fa questione se essi partecipino, o no, dei beni o dei mali; ma vi si accenna alla sfuggita, senza dimostrazione o discussione alcuna, e come per fare una concessione alle credenze popolari 4, anzichè per una vera e propria convinzione filosofica 1 Grundriss der Geschichte der Philosophie- Erster Theil- Die aristotelische Naturphilosophie, Sechste Auflage, Geschichte der Philosophie der Griechen, Zvveiter Thei I, Zvveite Abtheilung p. 325. Tubinga, 1862. 5 Eth. Nic. I, 11, 1 e 5-6. TIR 1 SARE 4 Cfr. infatti le parole: 7% Sì -6y ITOYOIOY by as vai cv “ x dell'autore; tanto è incerto € irresoluto il linguaggio che questi vi adopera. Del resto l'immortalità non può trovar posto Nel sistema d’ Aristotele. E noto che Aristotele ha fatto distinzione tra intelletto agente, voi: rovnrmds, € intelletto passivo, vovs malnriés, cioè tra un principio che nell'anima umana vivifica e informa, e un altro principio che viene vivificato e informato; è noto anche che il primo dei due egli considera come separato, immisto, immortale, e l’altro fa perire colla vita presente. In quale dei due principii consiste la personalità umana? Tutte le controversie del Rinascimento a questo proposito, provano che una . risposta decisiva a una tale domanda non si può dare. Ma qualunque potesse essere questa risposta, non sarebbe certo favorevole all’immortalità della persona; perocchè, anche dato che la persona umana consistesse nell’intelletto agente, non si potrebbe però da questo arguire la sua immortalità. Colla vita presente si spegne e; NITTO CRE E LETTA lee TI la ricordanza, lo dice esplicitamente Aristotele Lee Ù spenta la ricordanza, a che cosa si riduce l’immorta- A lità dell’ intelletto agente? All’immortalità dir un prin- DI cipio astratto, indeterminato, del principio dell’ intendere 3 in generale, all'immortalità d'un principio che manca hi d’ ogni carattere personale, se è vero che la persona è Si costituita essenzialmente dalla memoria e dalla coscienza. i Manca adunque nella morale, e in genere nella 5 filosofia d’ Aristotele, il concetto dell'immortalità | della “ì persona: sebbene non si possa concludere per questo | che il filosofo abbia voluto negare quest immortalità ; È ? 7A da t è ?aI, v INI ETINTOY dò pèv pindorioby coptaieola May dordoy qui vera nat mots dota Evavtiov. Eth. Nic. De Anima. Vedi per tutta questa questione dell’in telletto agente e dell'intelletto passivo De Anima III, 4, 5, 0. TR et = pai detti pare dà gno vinte, vr rd pa din SERIO TRENI I ciò non si può dire; convien dire piuttosto col Teichmiller ! che intorno al problema egli s'è mostrato dubbioso ed incerto. Tolto alla morale il concetto di un Dio giudice e dell'immortalità, e rinchiuso l’uomo nei limiti della vita presente, si dirà che non si capisce come possa essere effettuabile l'ideale di felicità di cui parla Aristotele, in cui nulla dev'essere imperfetto, ovdîv ap drchég ori Tv ic sbdazovizz: si dirà che non-si capisce come possano accordarsi: virtù e godimento, se così spesso vediamo la virtù sofferente; come possa richiedersi quale condizione di felicità una vita perfetta, {sos 7éAe10g, Se questa è abbandonata ai capricci della fortuna: si dirà anche che la felicità aristotelica, abbracciando molti piaceri”. è che non si possono ottenere senza ricchezze, o ottime disposizioni di corpo e d’ ingegno, o nascita illustre Ecc. diventa per ciò stesso un privilegio solo a pochi concesso. Tutte queste difficoltà ed altre molte della morale aristotelica comprendiamo perfettamente; ma comprendiamo anche lo Spirito eminentemente positivo e scientifico, da cui Aristotele dovea essere indotto a trattare la morale da un punto di vista: puramente umano, lasciando da parte i rapporti che la possono connettere con Dio e l’oltretomba; comprendiamo ch'egli abbia voluto nettamente distinguere le verità della scienza da ciò che è soltanto congetturabile. « Poichè il suo metodo Positivo, osserva il Ferrari ®, non Poteva svelare il segreto della tomba, meglio era tacere sulla sanzione oltremondana, anzichè pretendere di dimostrarla con miti e con fantastiche analogie. Per Questa tacita risoluzione ci pare ch'egli abbia meritato una volta di più della Studien zur Geschichte des Begrife. L’ Etica di Aristotele riassu nta, discussa ed illustrata, p. 334“IC VI diri ra scienza, e che in questa via ben fece abbandonando Platone. Certo ei mantenne fede, diremo così, al suo programma, nè dimenticò qui, come non dimenticò altrove, il rigore che un trattato scientifico esige. Del resto, colla sua dottrina profonda che il piacere è connesso in ogni caso coll’ atto, Aristotele intendeva a dare all’operare virtuoso un premio, che non fosse bisogno ricercare. al di fuori. Certo egli non ha mai detto che la virtù sia premio sufficiente a se stessa; ma la dottrina stoica che ciò proclamava, non è così distante da Aristotele come può sembrare a prima vista. Gli Stoici, per arrivarvi, non hanno fatto che svolgere il concetto del lizio della connessione del piacere coll’atto. Col senso pratico che lo distingueva, il lizio nota che non si potrebbe chiamare felice, ancora, un virtuoso a cui capitassero sventure quali, ad esempio, capitarono a Priamo 1; ma nota anche che un virtuoso assolutamente infelice non può essere. La virtù insomma pel lizio era un premio, non certo sufficiente, ma premio pur sempre a se stessa. E per ciò il bene umano, td dvbp@rivoy 206, non era necessario ricercare al di non della vita, e aspettare come premio dalla divinità: la vita presente poteva darlo, sebbene non perfettamente. Per tal modo la morale avea in Aristotele un dominio proprio, indipendente e dalla mortalità e da Dio medesimo. i Kant, quando stabiliva che la legge morale è obbligatoria assolutamente e per se medesima, e non abbisogna quindi di nessun principio, neppur di Dio, per valere; quando afferma che la legge e il dovere è il più alto concetto della filosofia pratica, e che il concetto E mibiierm Liste. Cral rt rio A it gli a pet LAS NE IRE II 4, | ICI sia ‘bo Eth. Nic.; e I, 10, 12-14. 2 Eth. Nic., € 13. ENolioiiaoi pescesaieeressiepesenesareeeeseece, A DI iii mt sino lo fa oramai senza fatica e quasi senz’ accorgersene. Non basta fare le cose dell’arte, per essere artista, ma bisogna anche farle artisticamente; e così egualmente non basta fare azioni virtuose per essere virtuoso, ma bisogna anche farle virtuosamente!. Ma questo paragone della virtù all’ arte, se qui fa al caso nostro, non si può accettare sotto altri rispetti. Poichè per l’arte non si richiede che l'artista sia disposto in una certa maniera. Un’opera d'arte è un’ opera d' arte indipendentemente dalle intenzioni buone o cattive, dalle disposizioni d’ animo di colui che l’ ha fatta. Essa ha il pregio in'se medesima, non fuori di sc. Invece non è così della virtù: la virtù è cosa tutta soggettiva; perchè un’ azione sia ad essa conforme, non basta che sia fatta in una certa maniera, non basta che abbia un pregio in se stessa, indipendentemente da colui che l’ha fatta; si richiede per contro che appunto colui che l’ha fatta sia disposto in una certa maniera. Senza questa disposione intrinseca di chi opera, l’azione avrà tutte le apparenze della virtù, arrecherà anche i vantaggi che suole arrecare la virtù, ma non sarà però virtuosa. E la disposione intrinseca di chi opera sta in ciò, che questi conosca l'atto da farsi e'le sue circostanze, che operi preeleggendo o per volontà libera, a fine d’onestà, o preeleggendo l’azione buona per se stessa, e finalmente con fermezza d'animo e costanza ®. Di queste condizioni la prima sola, la conoscenza, ha importanza per l'arte; 1.Eth. Nic. II, 4,12. È . da O) 4‘ ., . CL) 2 Eth. Nic. II, 4, 3. 7% dî «27% %5 dostàe qIOLEYA 00% TI . î) N N ‘x E dizzioz 1 PASIESZA et DINE) dn., TOS Èyn, dvazios Ti copgiv: moxrienat, dd val è%I di 9 Ù ì 5; 3: NITTO negre ERA Sy SS sÒa » 16 een TIZTTOY TOS E/OV TILTTI, TIOTDI PEY E2I Slòw:, Sam EI, ‘ pZAGE IRE] Dl Ù DINA], Quae spo nsaoduev0I, AI rossonero: dr abrz, 6 dî colroy uz è Ù ” . DI ‘ bd LA . . Melzio: vl Quesito: Spor rotta. Quello che dice qui per la virtù invece la prima ha importanza minima, massima per contro le altre!. Come si vede, Aristotele qui, conformemente alla tendenza già notata in principio, cerca nell’ intimità dell’uomo, nel mondo riposto delle intenzioni e degli affetti, la sorgente vera della virtù, Non è all’esteriorità dell’ atto che si deve badare, ma al suo valore interiore, che gli deriva dalle condizioni interiori di chi opera. Nell’analisi di queste condizioni interiori Aristotele rimase insuperato. Non diciamo già che prima di lui non si ‘ fosse visto che il valore dell’azione sta principalmente în queste condizioni interiori. Fino in Democrito troviamo via che è il sentimento e non l’azione chie fa buono e cattivo l’uomo, e si richiede che il male non soltanto non si faccia, ma anche non si voglia, e. che il bene si faccia per libera elezione, non per la speranza della ricom- Aristotele, con molta verità, intorno alle condizioni che deve avere l’azione per essere virtuosa, si.risolve in una critica a quanto egli dice in altro luogo. Egli afferma infatti (Eth. Nic. II, 2, $ - 9) che le azioni virtuose che si fanno, dopo acquistato l'abito della virtù, sono eguali a quelle per le quali quest' abito venne formandosi. Ciò non può essere, poichè, se si guardi all’azione per se, indipendentemente da chi la fa, certo essa è la stessa, sia prima, sia dopo l'abito; ma non è già la stessa, se la si consideri în riguardo a chi la fa: quella che è fatta prima dell'abito non è fatta con elezione, nè con quelle altre condizioni che deve avere la virtù: quella che è fatta dopo, invece, ha l'elezione e tutte le altre condizioni che le si con- “i | vengono. Cir. il bel commento di Bernardo Segni a questo luogo. i (L° Ethica d' Aristotele, tradotta in lingua vulgare fiorentina et comentata per Bernardo Segni, Firenze, MDL). 1 Eth. Nic. IT, 4, 3. eds dI #d mà doors Eye =d psv SNSLI " pazgoy di ubdiv layer, rà d' KNz 0d putglv DIA TI ni divari. "i ». - C? Ci Urso è4 où TONIAMI TILETEN nd dirzia vai aOpPIVI Fepuviverzi, è in noi, il dolore che a questo stesso atto s' accom pensa !: € dai Cinici la virtù non è fatta consistere nel sapere solo, come da Socrate, .ma eziandio nella forza e nell'onestà del volere; e Socrate stesso, e massimamente Platone, non trascurano le condizioni interiori della virtù, sebbene, riducendo la virtù al sapere, finiscano in fondo col negare ogni valore alla volontà. Ma prima dello Stagirita indarno si cercherebbe un esame rigoroso € completo di queste condizioni: a lui nulla è sfuggito; principalmente si può considerare un Vero capolavoro lo studio suo intorno all’ appetito e alla volontà, quali condizioni dell’ operare, come vedremo in un altro Saggio. I Poichè, come s'è detto, non è virtuoso se non colui che, essendosi a lungo esercitato ad operare Virtuo= samente, lo fa oramai senza fatica e senza stento, € quasi senz’ accorgersene ; è segno che s'è fatto già l'abito alla virtù, il piacere che s' accompagna all'atto virtuoso compiuto, come d'altra parte è segno che il vizio pagna. Così chi s' astiene dai piaceri corporei € di ciò sente piacere, è temperante, intemperante invece chi A prova dolore; ed egualmente chi sopporta cose gravi cd acerbe e ne gode, è forte, chi se ne addolora vile ?. Ecco qui una sentenza d' Aristotele troppo assoluta e che non può essere accettata da Aristotele medesim0: Aristotele infatti ha affermato che è necessario eserci* tarsì ad operare virtuosamente per diventare virtuosi: © È qui afferma che chi prova dolore nel fare le azioni virtuose, è addirittura vizioso! Queste due affermazioni + sono contradditorie. Chi tende e si esercita et diventati 1 2A bi 5 $ \ DS CIRCA ONESTI RIOO TOR - nie T Hoy ne) 10) Nag VOVAZEW, DI 2h uadi BI PPICINA = N69 sr i erov rode =) et 2 ; L STOY Fpos TAV MUOLEAY, DI è 3 dp ooo 2 Eh Nic II, 3; 1. si PETRI EAAZA NZ A RANE A A FARA ETTI ALATI LETIZIA ANI PAT AT TEN PAT IZ ITA TE PITT ATTENTA rene ravaneniasea serene ssannarizioninuese.Fuvaseriaeeesazsiesecaece virtuoso, non può non provare stenti, fatiche e dolori a seguire la sua via, se pure è vero che la virtù sta essenzialmente nel sacrificio; e dovrebbe essere per questo collocato nel numero dei viziosi ? Aristotele stesso parlando in un certo luogo dell’ èez74g, ossia di colui che fa forza a se stesso per esser buono, e che. per conseguenza opera con fatica e dolore ciò che è proprio della virtù, l’esclude bensì dai virtuosi, ma non lo mette però fra i viziosi; anzi l’approva e gli dà lode, come a quello che naturalmente si dispone a diventare virtuoso !. D'altra parte Aristotele considera il vizio come la malvagità scelta e voluta per se stessa, non per altro che possa venirne, come la malvagità passata in abitudine, da cui non sì può più ritrarsi, di cui è impossibile pentirsi, e che quindi è incurabile ?. Ora come può dirsi aver contratto quest abito proprio colui che opera virtuosamente, è bensì vero con fatica e dolore, ma collo scopo ultimo di diventare virtuoso? La vera dottrina d’ Aristotele è adunque la seguente: è virtuoso colui che gode dell’ azione virtuosa che fa, non è ancora virtuoso chi sente comecchessia dolore a fare un’ azione virtuosa. Contro questa dottrina però, per cui la virtù è la moralità passata in abitudine © connessa col piacere del ! Eth. Nic. VII, 1 specialmente il $ 6. Quello che dicesi dell’è»uoITEA, SÌ ‘può anche ripetere della z237eptz € di tutte quelle altre disposizioni che non sono virtù, ma che si accostano alla virtù. 2 Eth. Nic. VII, 7, 2. 0 péy iù Urrsphodds diozoy Adtov È . DS NI . IAS DI x 0 3a, va0) brepBoXny vai dik rrooziosawy, dr adrze nai undev dL' Erspoy, ò ci i a a arobrivov, dnbNaetos, [avdyza “Ro TOsTov uh siva persuedt suziv, Gar! dIvlaros' 6 yd0 WieT4uENI intazog i, Eth. Nic., luogo importantissimo, perchè parlandoci del divario tra l'intemperant® (&40). ) e l’INCONTINENTE [cf. Grice on pratical and theoretical akrasia] { gaoxtic), ci parla suo atto costitutivo, si potrebbe osservare che è troppo unilaterale ed esclusiva. Come? non è dunque virtuoso chi, pur avendo a lottare contro l’infinità di ostacoli che oppongono le passioni e gli uomini, riesce a compiere un'azione buona? x E non è virtuoso, perchè appunto ha dovuto lottare, d ha faticato, sofferto anche, nel compiere quell’ azione ? 2 O m' inganno, o appunto la lotta, la fatica, il dolore © affrontato e vinto per amote del bene, costituisce il merito dell’azione e la virtù; che sono tanto maggiori ì quanto è maggiore la lotta, la fatica, il dolore. i Ma Aristotele non vuole ancora chiamare virtuoso F chi, costretto a lottare per fare il bene, è in pericolo Ù di rimaner vinto nella lotta; è virtuoso solo chi, dopo n un'infinità di battaglie sostenute e vinte, è divenuto È tale che, per quante opposizioni gli possano venire, non c'è pericolo che soccomba, le vince con facilità e disinvoltura, esi rimane fermo ed incrollabile nel bene. Bisogna convenirne; è una concezione altissima € nobilissima della virtù; soltanto è lecito domandare, se a questo grado supremo di perfezione possa giungere — l’uomo. E possibile, per quanto ci siamo abituati @ dominare le nostre passioni, ridurle a un tale stato d’impotenza, che non abbiano ad opporsi più al nostro. det desiderio del bene, o ad opporsi così debolmente da a esser vinte colla massima facilità? Ma dato anche fosse I possibile, certo è che, giunti a tanta altezza, non ci È sarebbe più meritò; il merito starebbe tutto nella vita: anteriore di lotta e di battaglia. L'autore della Grande Etica pare abbia vista la anche indirettamente del divario tra il vizio e la disposizione che non = è vizio, e che pure lo prepara e gli s' avvicina; o, in altre parole, Cl | parla del divario tra il vizio morale e il vizio naturale.” Ri VE TT le «dra “ > lo Lara RFGAOI SODA ICI CANI EE PITTI TIRI IT LOD AI LL difficoltà in cui cadeva la dottrina d’ Aristotele, quando introdusse una distinzione tra la virtù che si forma e diventa, c la virtù perfetta; tra la virtù che si può considerare come una laboriosa conquista del bene, e la virtù che ne è invece il pacifico possesso; e disse la prima degna di lode (3rxwv:74), perchè, diremmo noi ora, è uno sforzo, e sforzo meritorio; e la seconda degna di rispetto e di venerazione (7u6v 7). L'uomo virtuoso di virtù perfetta s'è come rivestito e penetrato della virtù, ne ha preso la forma, sis #ò ts deerds cyiuz Tae; ma è in possesso d'un bene sovraeminente, divino, 0zìoy, piuttosto che umano!. di i La dottrina d' Aristotele è adunque, come si diceva, troppo unilaterale ed esclusiva. Virtù non è soltanto questo stato di perfezione suprema, accessibile a ben pochi, in cui l’amore del bene e l’ abitudine al bene è riuscita a soffocare ogni tendenza contraria: virtù è anche lo stato di chi combatte le prave inclinazioni dell'animo per conseguire il bene, e lo consegue, malgrado i mille ostacoli che queste gli oppongono. E appunto il Kant? ripone la virtù nella volontà e nello sforzo di conformarsi al dovere, quindi nella mo ralità, per così dire, militante; e la distingue dalla santità divina, sola immune da passioni, € impossibile all'uomo. Il quale concetto della virtù non è però incon A Magn. Mor. I, 2, 1-2. gr: yàg 7ov Zy206y TÙ USI GUIA, ) { . Di Poi q Di =} Ò'imavetd... sù dì ciusoy def PR UU ELI PASTI LI RANA 9 e die AA La to i JI Notisi però che la virtù è bensì medretà, considerata in se stessa é ne’ suoi elementi costitutivi, .ma considerata in rispetto al bene, non è wmedretà, ma un estremo, %ag67n Fth. Nic. èasîvo dI To muoaziolo, : TR I [Sg + i % vprazol negras lito ario icrierrercreniinntiuirinrinenein certo SEN Mesanuzasiaeoninzenaszanin ata nennr era viso La diritta ragione, applicata alla vita pratica, procede in modo diverso dalla ragione speculativa, applicata alla definizione e alla dimostrazione delle cose matematiche. Queste sono oggetti ideali formati per astrazione dalla ragione medesima, e, come tali, semplici, immutabili, necessarie. Con, queste, per conseguenza, la ragione tratta, come si tratterebbe, per così dire, con persone di propria conoscenza, senza titubanza, con perfetta sicurezza, con disinvoltura, applicando loro vegole e criterii assoluti, generali, necessari. Le cose reali sono invece di tutt'altra natura, indipendenti dalla ragione, complesse, Mutevoli, contingenti. La sicurezza con cui la ragione tratta gli oggetti ideali, non è adunque più possibile con queste; con queste bisogna procedere con cautela, con riserva, con riguardi d’ogni genere: i criterii assoluti, e le formole precise e determinate, e le regole generali, sarebbero Per queste un non senso. Si potrebbe con una definizione breve e Precisa, o con una serie di ragionamenti, concatenati gli uni agli altri, determinare la natura € le proprietà di un corpo organico? Nessun artificio di ragionamento può divinare la realtà; solo l'esperienza ce la rivela; e siccome non ce la rivela che in PAITE, siccome in fondo c'è sempre qualche SSPettoro qualche lato nascosto dell'immenso poliedro, la lagione, aggiungendosi all'esperienza, per Interpretarla, non può assurgere a concezioni univer sali certe e decise, rigide e inflessibili. Ciò avviene anche Maggiormente nelle cose plesse e variabili e Mobili delle c LI ei 4 |, TEpL Tor Toxzrov idro. ni PE II ARS e 0051) 5 È Rare PZATOY ) (Nazi FIT 42I ng CADTOtA costei Mevecli det è sirode del To): Li - TaoYege =) . TÀ s Dede npaTrOvIZ: 2% mons Tby UO GROTEW, MoTEI 42! îri TRE luomo Ba Li S n SEO, 3 VATOLUATIC Sy nai pula nofepvatiziz. Cfr. Eth, Nic. . L=. i Ot VE bol. lip” gi i po via CAI Potramaoo ot Pte 1. è «dp Dati ll” Pi gue è di AI als RIIEZII a = - erecsater nd Pa: c* dim : de, ia Sai te ara + rasta Corale È PO a sE % conseguenza tanto meno atte ad éssere conosciute e giudicate con esatezza.!, Si potrebbe anche aggiungere che, essendo |’ Etica in Aristotele dipendente dalla Politica, e non avendo. l'individuo valore per se, ma in quanto vive nello Stato e per lo Stato, non spetta all'individuo stesso provvedere alla propria moralità, e stabilire dei precetti generali intorno al modo in cui dovrà agire: è lo Stato che pensa a lui colle sue leggi, con l’ istruzione e l'educazione che sono in sua mano, colla sua prudenza impersonale. La prudenza e la politica sono un medesimo abito, io dì uzi 4 olerizà 220 dA Copovnore i abrh FATA osserva in un certo luogo Aristotele *: il che vuol dire in fondo che non c'è una prudenza individuale separata dalla prudenza pubblica, e che sebbene d’ ordinario non si estenda l’ idea di prudenza che all’ operare per rapporto agli individui, non può l'individuo conoscere il suo maggior bene senza prendere in considerazione la sua famiglia e la sua città #. A che dunque ‘dovrà la Morale determinare con precisione i precetti morali, se questo mon è compito suo ? ‘ Non bisogna poi dimenticare che il tipo dell’ operare c' è in fondo in ogni uomo, se è vero che ogni uomo ha la ragione: la ragione è l'ideale, a cui si tratta di conformare le nostre azioni; nella ragione è il primo germe della virtù. Secondo l’ uso che faremo di questo germe e lo svolgimento che gli daremo, saremo uomini più I Eth. Nic. V, 10, 7. 70d Y%g doglato» dbp1otos 243 6 RAINON iam, @onep na Tic Acoptas ginodovtis è porbdrvos IVO! Teos và ò cyhpa coÙ Nilo pertanto: 4ab 00 eva 9 ION, uri cò Vioraua mpds 7% TpX{ATA. 2 Eth. Nic. VI, 8, 1. a Eh. Nic. VI, $, 3. LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ o meno, chiaroveggenti o ciechi, sani o ammalati, buoni o cattivi. L'uomo buono è colui che attua perfettamente in se stesso l’ideale della ragione; perciò è il miglior giudice in fatto di morale, e per se e per gli altri: egli 5a sa discernere l’ apparenza dalla realtà, il vero dal falso sp egli è la misura dell’operare, chè in ciascuna cosa è misura la virtù e chi è buono °. L'uomo buono ha un sentimento giusto, fine, delicato di ciò che è buono e di ciò che non è tale, come il musico ha un fine senti«G . Mento dci canti, e si compiace dei buoni, è disgustato n: dei cattivi 8. Può darsi che altri si compiaccia di ciò che è male, o si astenga, per paura del dolore, dal bello 5, ma nell’ uomo buono sentimento e ragione _ S'accordano; egli si compiace del bene come s’ addolore del male; il piacere dell’uomo buono è piacere vero ‘. Eth. Nic. c: N " E, . ns n GTROVdIA: 2% 44977. voive: dolo.. LI ci . ‘ % e r fi : i su ev enzoroe Anbis adrù puiverzi.... zi de » o Ni “-}| x x i CAL, ‘ 1705 9 STINO 36 AO èv ERIGTORS Dodv, ansi 4AVOY ei Fay i È 08081 Tistoroy . n . Ù au i SA + Eth. Nic. X, 5, 10. Tz d2 TUÙTO | GRUUÀZIA) ) dura, co cio ì ? RENI x da n f 1) oÀ LE B. pulveTai “idéz, oùdèv Iauzariv: TO)}%} Yo pliocai val ina: x i "| di I CANPIOAIONI ovini. i CA . ‘ Nic. Igt Aa av VUTAV TY 22% dneyouebz. G FK î lare po SIN “ Ta) Eth. Nic. I, S, 10-13. 7oî Me. messo innanzi da lui come un esempio atto a spiegare î. in qual modo deva la retta ragione regolare le azioni. fi Poichè in morale non c'è niente di stabile e di fisso, | EA e la trattazione di essa è per ciò stesso vaga ed incerta, x Aristotele si propone di venirle in aiuto, cercando d' inÈ dicare in maniera facile e popolare come deva |’ uomo - comportarsi per operare rettamente®. © — > Ma in seguito il giusto mezzo non è più un esempio Lic che serva a spiegare il precetto dell’operare secondo | retta ragione: diventa anzi una vera © propra dottrina, che Aristotele cerca di stabilire e di provare scientificamente nel capitolo VI del libro II; a cui conforma la classificazione delle virtù nel capitolo VII dello stes so libro; su cui insiste e a cui torna ripetutamente nei due ultimi capitoli VIN e IX. pote i Del resto la medietà non è che la misura, la misura che la ragione impone all e passioni e alle: azioni, RATTO IA i rà BEATIOTA TAOARANEÌ. Eth. Nic. I, 13, 15 bplos vd 4Iù ET i i parole det Yeg 2 Cfr. Eth. Nic. II, 2, 1-7. Nota specialmente le . ORO e ENCIO KLLAR Srdo TOY dany Fois garzone anto 40% DI . 1 ì : de " "© re n i re daga? a i act e x 282 Ò LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ medietà d’ Aristotele è perciò in fondo la stessa cosa che la metriopatia di Platone. La retta ragione compie per Aristotele lo stesso ufficio che il #52, 0 il limite per Platone nel Filedo : V infinito, 4rexov, di Platone è da trovare, per Aristotele, nelle diverse funzioni della vita; nel piacere e nel dolore che sono gli stimoli che servono a conservarla c a propagarla come vita naturale; nelle relazioni della vita comune, negli onori, nelle azioni, negli uffici pubblici, nelle passioni in generale, ira, timore, coraggio ccc.!. Così i due grandi filosofi hanno fatto tesoro in morale di quel precetto che costituisce come il fondo della vita comune del loro popolo, «ne quid nimis». Il senso della misura e dell'armonia è la caratteristica del popolo greco in tutte le molteplici manifestazioni del suo spirito, ed è il segreto per cui ha potuto arrivare a tanta altezza nella storia del miondo. Platone e Aristotele si son fatti in morale gl’interpreti del loro popolo. Già anche altri prima di loro aveano accennato a una simile dottrina. Focilide avea cantato che «la moderazione è ciò che v ha di meglio; che la condizione media è la più felice» ?: Democrito avea detto che «il meglio è di serbar sempre la giusta misura; che troppo e troppo poco sono male » 3; ei Pitagorici, con non diverso intendimento, aveano fatto consistere nel dezerminato il bene, nell’indeterminato il male; il che Aristotele approva altamente, aggiungendo, a guisa di commento, che in realtà l'errore è multiforme e il è 1 Cfr. Eth. Nic. 11, 7, dove si tratta delle varie virtù e se ne indica la materia. 2 Bergk, framm. 12. 3 Euscb. Praep. Evang. XIV. 27,3. Si ricordi anche il consiglio ? DA n) di Democrito 1eroroaTi FEsyuoe 4% bio Cappereta. cammino diritto uno solo, sicchè quanto virtù, altrettanto è facile il vizio !. Ma nessuno al pari di Platone, di Aristole, clevò a sistema questi massime sparse: qua e là, ed erompenti, per così dire, dal cuore stesso del popolo. Ogni moralista accoglie di necessità una materia in gran parte data; ma è lavoro creativo ed originale il dare a quella materia un fondamento più stabile e sicuro. Già abbiamo accennato al carattere eminentemente estetico della Morale d' Aristotele?: la medietà, in cui consiste la virtù, ne è ‘un’ altra prova. La medietà è in fondo nient altro che ordine, misura, determinazione #; e queste sono qualità proprie del bello. Aristotele, benchè ‘non Ateniese, ha veramente quelL'amore del bello con sobrietà e con misura, colla chiaroveggenza, che viene da un intelletto nemico d'ogni eccesso, che Tucidide, per bocca di Pericle, dice essere il carattere dei Greci d’ Atene, gu)ézz142 UST sdredetag 1 Ma forsechè la virtù aristotelica ha solamente un valore estetico, € le manca quel non so che di più profondo e più intimo, di più veramente morale, che è proprio della virtù? Ecco una questione grave che dev'essere risoluta. fa Se si passassero in rassegna tutte le espressioni che Aristotele adopera per indicare l'atto moralmente buono, si vedrebbe quanto siano in gran numero le seguenti: è difficile la e più specialmente precetti e queste 14. Cfr. anche Eth. Nic. 11, 9. 2 € 7. | Eth. Nic. II; 6; Dig «La dottrina della felicita nell’ Etica Nico 2 Vedi il Saggio machea di Aristotele » P: 218-219: een i ) O NI rs vat ig gie AZ Te 4 5 Eth. Nic. II, 6, 11. T9 Òì bre uu co 945 pds 11590) Discorso di Pericle. XL Soy "on emette voetht s- 32 N} = LX FALGTON, naso EGR The dott. ni vena naù © de, TE vat ole a 41 Thucyd. II, 44; airrrpentini eee een eee ei n; gn arr © 2} 20h, di nIIà TUE, 11100 ivenz, Òid Td 22.0V, Teo: cò sai, AIN Tidog This aperte, poca 22.65, e simili, tutte indicanti che buono ‘e bello sono la medesima cosa € che il valore della moralità sta in fondo nella sua bellezza. Ma accanto a queste espressioni, ce ne sono delle altre, che, sebbene non in così gran numero, sono però non meno degne di considerazione e di studio. Aristotele infatti dice, ad esempio, che il temperante ariiypeò ©v dei el ds der, z2ì 672; che non è liberale chi dona vîc uh Sex ®, o prende per donare G0ey pù det 3; ma invece chi dona vis det ei dre 4, e prende per donare i0ev der 5; che per la virtù morale è cosa di altissimo momento ò yzio3ty ois dei zzi unsziv % St 9; che quando alcuno per una violenza a cui non si possa resistere, compia cose % wi di, è degno di compatimento; ma però bisogna resistere più che si può, non lasciarsi costringere a certe cose, îviz d tas olz tatuw ivzyazalava:, piuttosto morire, %}}% pX}%ov drolvatiov, € morire dopo aver sofferto gli estremi tormenti, aalliviz 7% damorzzz, *. Altrove poi, volendo determinare quasi il carattere principale dell’azione malvagia, dice che consiste nello scegliere per malvagità 00, % dz, pur conoscendo ciò che è meglio, %uewov 8. Eh. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic, Eth. Nic. Eh. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Dozodat, Fe 0dy, di abrot roomipriolai e dorata. nai doldew, dI nor doti yer Femor did vasta Qual è il valore che si deve attribuire qui alla parola der, e alle altre equivalenti, où îo7w, gravato? Accennano esse al dovere, all’ obbligazione nel senso kantiano, o anche semplicemente stoico della parola? Siamo qui dinanzi a quella necessità interiore, @ quella coazione d’indole specialissima,. che è penetrata nella coscienza per opera, in particolar modo, del Cristianesimo? Certo, dar significa st deve; MA qui mi pare sia- piuttosto un si deve di convenienza, di opportunità, di ordine; di armonia, un si deve estetico, per chiamarlo così, che un vero € proprio si deve morale. Ciò che si deve fare, per Aristotele, è ciò che è dello fare: ci sono certe cose che si deve temere € che è dello remere, vin ydig vai dei gopztata va v).61%; per esser liberali davvero bisogna donare a chi.si deve, quando si deve’, e dove è bello, dedivar dis Sa al ire, nad 0Ò 4210) 2; sî deve esser valorosi non per necessità, ma perchè è cosa bella, dzt ÒÙ où di dvegziav deri siva. Dai e Seni da ha un significato diverso, e più profondo e più intimo, certo è che Aristotele non s'è curato mai di determinarlo; anzi quando nei Topici * ‘ha messo New fra le parole che si adoperano in diversi significati, 79)12/05 IEYOUEYZ. ne ha accennato due solamente, quello di utile e quello di bello, civ sì 76 Òiov tori 70 Guugspo dd IZZO D'altra parte ciò che si deve fare è prescritto dalla ragione; e le parole che Aristotele adopera per indicare queste prescrizioni della ragione sono: 9ì095 FR ù 2oryoac plles, è 2byas mpua Tiara: Ora che valore hanno DEE parole? Indicano forse un comando espresso, che ObDUB ui ' Eth. Nic. III, 6. 3: 2 Eth. Nic. IV, 1. 17. 5 Eth. Nic. II, 8, 5: > +11;3,4- agtonnal, > pr E UT IE e ti al pei la volontà, un qualche cosa di simile all’ imperativo categorico del Kant? C'è in queste parole quel che di profondo e di intimo, quel che di propriamente morale, che indarno s'è cercato nel det? Per vedervi tutto ciò bisognerebbe snaturare e falsare Aristotele. La diritta ragione, osserva con molta acutezza Ollè Laprune, ordina bensì, 7477, ma si potrebbe dire che « ha meno per ufficio di dare degli ordini che di mettere ordine. Essa ordina meno all’ uomo questo o quello, che non ordini l’uomo; non jubet, si potrebbe dire in latino, sed ordinat. Anche quando. prescrive un’ azione, x606242721, CSsa prescrive piuttosto un bell’ ordine, una bella disposizione dell'anima e della vita, che non enunci un articolo di legge. La forma che dà ‘è estelica piuttosto che legale. Essa ordina lo spirito, il sentimento, assegnando a ciascuna cosa il suo posto, determinando così fa condotta, molto meno analoga in questo a una legge che comanda, che a un principio intimo d’armonia. E regolatrice, senz’ essere propriamente imperativa » ?. Si potrebbe aggiungere che non una volta sola troviamo nella Nicomachea l’ espressione 5 Ioya: nededar, la ragione comanda, che certamente non mancherebbe, qualora alla ragione Aristotele assegnasse un Vial diverso da quello di semplicemente dar ordine ed armonia all'uomo e alle azioni sue * 1 Op. cit. p. 86. 2 Nell’ Eudemia però (II, 3 2) noi troviamo l° espressione Ò ros ne)evet, la ragione comanda [av 2XGL dì Td IÉGay o) mode uz Remorav 70570 vyda Sor e rota ve)aber vat 6 Idyos È ma, osserva Ollé-Laprune, non certamente con significazione kantiana, bensì con valore analogo a quello della frase della Nicomachea Sca 4 tarerzì ve)eber. - In ogni caso non bisogna dimenticare che l’ Eudemia non è opera d' Aristotele. Il dovere adunque, chiamiamolo pure con questo nome, e la regola dell’operare hanno in Aristotele sopratutto un valore estetico; e tion poteva essere diversamente, quando si pensi che manca in lui anche la coscienza morale. La coscienza morale ? potrà qui ‘osservare qualcheduno; ma come può mancare la coscienza morale in otte se troviamo in lui un'analisi così profonda del voloziario e dell’ involontario, se la ragion pratica vi è considerata come la misura e il giudice del bene, se il sentimento di piacere che si aggiunge all’ azione compita, è preso come criterio e indizio dell’ abito virtuoso formato, se è richiesto che il bene si operi per se stesso, e con fermezza d'animo e costanza, se insomma si tiene un così gran conto di tutti gli elementi interni, e, chiamiamoli così, intenzionali dell'atto? E la parola coscienza, cuvzidas, che manca in lui, non la cosa; e noi dobbiamo tener conto delle cose, non delle parole. La coscienza morale non è in fondo altro che la legge morale considerata subbiettivamente, cioè la legge in quanto è giudicata, conosciuta, interpretata, applicata dall’agente morale: ora non altra cosa è quella che Aristotele chiama retta ragione, 3500: %6yo; La retta ragione è come l'ideale dell’ operare; ciascuno porta con sè questo ideale, e chi vi si conforma perfettamente è, per così dire, la personificazione della coscienza morale. Certo che in Aristotele c'è qualche cosa che fa pensare alla coscienza morale, che anzi, a prima vista, potrebbe confondersi con essa; ma o c' inganniamo, o) la vera e propria coscienza morale manca in lui, 0 almeno mancano in lui alcuni dei caratteri proprii e distintivi di essa. Coscienza morale non è infatti soltanto la legge morale giudicata, conosciuta, interpretata e applicata una specie di giudice interno un processo intorno ai nostri un giudice che ci loda dall’ agente morale; è anche che istruisce, per così dire, atti e pronuncia una sentenza; È o ci biasima, ci premia o ci castiga, e traduce in una soddisfazione ineffabile la lode ed il premio, in un tormento d' inferno il biasimo e il castigo. Fa altrettanto la retta ragione in Aristotele? La retta ragione giudica anch'essa, ma giudica alla maniera d’un artista: essa decide che cosa si deve fare per raggiungere l’ ideale, e vede poi se l'ideale è attuato nelle azioni e fino a che punto; ma l'approvazione 0 la disapprovazione che dà, il sentimento che suscita di piacere o di dolore, perchè l'ideale è attuato o non è, assomigliano molto più a quell’approvazione 0 disapprovazione, 4 quel sentimento di soddisfazione o di disgusto che dà e: prova un artista dinanzi a un’ opera d’arte, dinanzi all armonia o disarmonia delle sue parti e del tutto, che a un’approvazione 0 disapprovazione, a una soddisfa zione.o a un disgusto d’ indole propriamente morale. Fu già osservato! che il bene si distingue dal dello massimamente per questo, che nel bello l'oggetto del giudizio è estraneo e più o meno indifferente all’ uom0, come sono i colori, i suoni, le parole ecc.; nel bene invece è la volontà propria dell’uomo, cioè l’uomo | [N x stesso. -In Aristotele l'oggetto del giudizio morale È bensì l’uomo, la volontà sua, e perciò non è certo. estraneo e indifferente all'uomo stesso; ma è d'ordinario così sereno il giudizio che la retta ragione Ne pronuncia, si addentrano così poco nell’ intimo: dell'uomo l’approvazione o la disapprovazione, il piacere o il disgusto che ne sono -la conseguenza, che parrebbe SES l’uomo non fosse in gioco in quel giudizio; dI l 3 Lindner, Lelrbuch der Psycologie al cap. dei sentimenti morali: o almeno fosse in qualche modo estraneo a se stesso, Insomma la coscienza morale in Aristotele,-se pure si vuole chiamare con questo nome la retta ragione, manca di quel che di intimo e profondo, che ne è il ; carattere distintivo principale, sta, per così dire, alla È superficie dello spirito, non ne ricerca le intime fibre, 5 e non conosce quindi nè gioie austere solenni pel bene TM compiuto, nè rimorsi dilaniuni pel bene violato. In o nessun luogo -d’ Aristotele troviamo qualche cosa che © pi possa paragonarsi a ciò che noi diciamo rimorso, come Sa in nessun luogo troviamo quella che noi econo pace «e tranquillità della coscienza 1; l’ idea che Aristotele si - SO È fa della responsabilità interiore, dice anche qui Ollè La | Laprune, è piuttosto estetica che morale ?. : SUE È Per quanto s'è detto adunque è proprio vero che TS la virtù in Aristotele ha un valore e una significazione x estetica assai più che morale. » A non diversa conclusione si può arrivare esami |. mando il concetto che Aristotele si fa della malvagità e È del vizio. s Nel capitolo 8 del libro V_ Aristotele determina netta- ; È mente le condizioni della malvagità. Non si dà il nome” di malvagità a un malanno che capiti inopinatamente, ma02)6f 05; questo si direbbe piuttosto infortunio, &76yagz; non si parla di malvagità neanche quando un danno. recato ad altri è bensì conosciuto da noi e noi ne siamo | 4 Per verità in un certo luogo Eth. Nic. è detto che i malvagi odiano e fuggono se stessi ‘e la vita, e si uccidono; il che, farebbe supporre che nei malvagi fosse vero e proprio rimorso. Mao c’ inganniamo, o qui è più che altro l'interna disarmonia e l'in terno squilibrio, e quindi ancora un qualche cosa di contrario. alla La Le, la causa dell’ odio alla vità e del suigdio: EI i: ; Tata SIR EESO NIC Del Fainivissisceteiesrecorssisvossaogiessapesareneone ivo iovopivoiocenserrenescepnescernnia iii la causa; ma manca da parte nostra il proposito deliberato di nuocere, manca la malizia; ciò si direbbe piuttosto errore, dudoTapz. La malvagità esiste quando si fa ‘danno con intenzione, col proposito veramente di farlo I IAIIION| ada; allora l’uomo dix uoyBngizvh Piaba, È4 è veramante &dtog; rovnpos, moy0npos |. Conveniamo che un'analisi più proionda delta malvagità non si poteva dare, nè si poteva meglio mettere in rilievo la parte che nella malvagità si deve assegnare al volere. Ma in che consiste in ultimo questa malvagità, questa xzziz, questa uoybnpiz, chè tali sono specialmente le parole che per Aristotele denotano la malvagità? L'anima dei malvagi è ) in discordia con se stessa, eruci4ler 2dràv + dz, è detto nel ] capitolo 4 del libro IX, e una parte s'addolora per astenersi da certe cose, e un’ altra s' allieta, e una parte qua li trascina e un'altra là, come lacerandoli e dilaniandoli ?. È il disordine adunque e l'anarchia interiore il carattere principale del male morale; è la deformità, la bruttezza che da questo disordine e da quest'anarchia ! Riferiamo l’importantissimo luogo: &7xv év ody TILLIOOG I DION Yet, arbg apo, dTav dI uh T46AA6YO legge positiva: alle sue formole brevi, inesatte pel loro rigore medesimo, bisogna sostituire, nella pratica, il libero e delicato apprezzamento dei fatti, delle circo- tanze, dei rapporti, senza il quale la morale è una scienza vuota e falsa, e la legge può condurre a delle vere ingiustizie. La giustizia sociale dev’ essere corretta dalla giustizia naturale, che con quella deve costituire come un solo tutto. Ma la giustizia naturale, l'equità, l'imeize, non ha la sua applicazione che alla giustizia determinata dalle leggi positive? : Il concetto dell'equità è in Aristotele troppo ristretto. Non soltanto essa corregge le leggi in ciò che queste possono avere di difettoso; non soltanto fa che queste s'interpretino con criterii larghi e benigni, e non sì prendano dal lato peggiore (srì ò yeèsov), anzi si sminuiscano (zero) nelle loro applicazioni!; non soltanto insomma si estende a quella parte dell’ umana attività che è regolata dalla legge; ma comprende ogni genere di rapporti che si possono stabilire fra gli uomini, si estende a tutta la sfera dell’ umana attività. Si potrebbe dire che ne sia espressione la formola: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso, » formola larga e comprensiva, suscettibile di essere applicata a tutto e a tutti, e non soltanto ai casi determinati dalle leggi. : > tele] . «_» Non daremo ora che un cenno della giustizia pro - priamente detta, É noto con quanta profondità e verità | Aristotele abbia trattato questa questione. La dottrina : x x $ lr tata i È, LI dove leggiamo: Zori dI èmuerzis TO TAPR TOY YEYPHLUEVOV VODOY YA DIZZLOV. i ; «R eRENTO NE, 22 1 Eth. Nic. WN dapiBodizzios èm TÒ % %, Co eipov KAÀ EXaa Dari x ‘ ARE corinbe, nalmeo Syoy dv vop.ov Bonfov, smueuzig Soru. » della giustizia è, con quella dell'AMICIZIA [cf. Grice on the aporia], la parte più bella e perfetta dell’ Etica Nicomachea. La giustizia, in un senso larghissimo, è abito di conformare le proprie azioni alle leggi; ©, siccome le. leggi comandano ogni specie di virtù, essa è la riunione di tutte le’ virtù, sta nell'esercizio di queste con rela-. zione agli altri uomini, è il bene altrui, cò dMMorgrov &y200v, p come dice con frase energica Aristotele !. Ma oltre questo significato generale e troppo largo e indeterminato, la giustizia ne ha un altro, più particolare, più ristretto e preciso. Lagiustizia è sovratutto eguaglianza, e siccome l'eguaglianza può aver luogo nella distribuzione dei beni e degli onori, oppure nelle transazioni e negli scambi, nella riparazione delle ingiurie, nella compensazione dei danni, abbiamo due specie digiustizia, la distributiva (qò èv es dravoads Sizaroy), e la correttiva o compensativa (è èv T-1:-20000 cova pani dopdriziv) ®. Tanto la prima quanto la 4 Eth. Nic.Vedi specialmente queste parole del $:17 uri ceto dzioy Dozet siva dizioni uova Tav dpETOY, dui Tpòs Etepov totlv. i 3: zi 2 Eth. Nic. dì zatà pipos dizzionovag vel zoù nur mothv duzziov &v per èomw cidos 7ò èv als dzvonale cure 7 yPuuaToy ) s0v ov do peprotà To LOMavoval'AGiGi moliretzg ( èv Tolto Yip for el dvicoy Eye nat nov ETEpov Eripov), Ev dì 7ò èv 70 avvale pari Sropeziziv. A torto si chiamò dai più giustizia commutativa quella che il lizio chiama — ‘correttiva, T6Ò Sroplworzdy dizzioy, perocchè la giustizia correttiva non si riferisce soltanto ai contratti, alle permute quali le intendiamo ‘noi, come compere, vendite, prestiti, garanzie, locazioni, depositi, — mercedi; ma abbraccia anche moltissimi altri casì di rapporti e di ‘scambi tra gli uomini, come furti, adulterii, false testimonianze, vi neficii, uccisioni ecc. La parola Guvdlik para, che il lizio adope na È sorsoneseosezasaniesenoavsa sossascasuzeosseresennevesavvevesavesenconaezesee ceca ezeeni seconda suppone di necessità quattro termini, due persone e due cose. Ogni scambio e ogni distribuzione non può infatti avvenire che fra due o più persone, e le cose distribuite o scambiate devono essere almeno due. Ma mentre nella giustizia distributiva si richiede che il merito d’un uomo stia alla porzione di benè che gli è dovuta, come il merito d’un altro uomo alla porzione di bene che gli è egualmente dovuta, sicchè non basta determinare il rapporto delle cose, ma bisogna anche combinarlo col rapporto delle persone, € si ha perciò una vera € propria proporzione geometrica, che si potrebbe rappresentare colla formola A: B::G: D:1; invece nella giustizia correttiva non ci sono da comparare e, bilanciare che le cose scambiate, indipendentemente dalle persone. Qualunque siano i contraenti, qualunque sia il loro carattere, la. loro condizione, la loro fortuna, il loro merito, essi non entrano punto nella determinazione della quantità scambiata. La giustizia in questo caso sta nella perfetta eguaglianza delle due cose che si scambiano; quanto altri dà, altrettanto deve ricevere in contraccambio. E ciò avviene anche nell'altro caso della giustizia nel caso cioè che si tratti di riparazione di danni. L’ingiuria dev'essere come due; dev'essere correttiva, di ingiurie, di compensazione è come due, e la riparazione ‘1 danno è come dieci, e la compensazione per indicare tutte queste cose, si traduce male e troppo restrittivamente | con contratti 0 commutazioni; sì ‘relazioni, indeterminatamente. (Cfr. stizia commutativa in senso stretto, di quella giu nelle vendite, nei contratti ec luogo nelle compere, nel cap. 5 del libro V $$ 8-18; ma questa è parte. e non tutta la correttiva. 1 Eth. Nic. V, 3, specialmente 1 98 5-15: Eth. Nic. V, 1. 13). Della giustizia cioè che ha c.) Aristotele parla della correttiva, ì We tradurrebbe meglio con rapporti, - come dieci, indipendentemente da ogni considerazione di persona; la legge guarda solo alla differenza del danno, trattando i colpevoli alla stessa stregua, come eguali (pds 700 fMdfovs 7hv dzgopdv povov PISTE Ò vopnos và yofitat ds too1s). Il giudice ha il compito di pareggiare le partite; egli è come la giustizia personificata, ed opera come chi, delle due parti disuguali in cui fu tagliata una linea, tolga alla maggiore quello che avanza per aggiun gerlo alla minore; solo allora gl’interessati dicono d'avere quello che loro spetta,, xò 25708: infliggendo la pena, il giudice annulla il vantaggio che l’offensore ha sull’offeso!. Aristotele ha cercato di tradurre in linguaggio matematico anche la giustizia correlliva, rappresentandola con una proporzione aritmetica continua. Ma è difficile comprendere, osserva molto giustamente lo Ianet®, come sì possa costruire una proporzione con un solo rapporto; il rapporto di eguaglianza perfetta fra la perdita e il guadagno. Aristotele qui pecca per soverchio rigore € sottigliezza; egli avea ben detto nel principio della Nicomachea che non bisogna pretendere dalla morale |’ esattezza della matematica ?. Del resto Aristotele limita esclusivamente la giustizia i alla vita sociale; la giustizia è la virtù sociale per eccellenza; non si parla di giustizia che fra liberi e ‘eguali che hanno comunità di vita; per quelli che non. ‘hanno queste qualità non ci può essere giustizia che in un certo senso. La giustizia non v'ha che per quelli per i 1 Vedi per tutto questo Eth. Nic. V, 4. Si può aggiungere Eth. Nic. per quella parte della giustizia correttiva che riguarda le vendite, le compere, i contratti ecc. 2 Histoire de la Science politique dans ses rapports avec la cui v'ha la legge, e legge non v'ha là dove non può essere ingiustizia !. Perciò se si parla di una giustizia del padrone verso lo schiavo, 0 del padre verso i figli, se ne parla soltanto per analogia; lo schiavo e il figlio (quest'ultimo finchè non sia d’una certa età. e non sia separato dal padre), sono proprietà dell’uomo, sono come una parte di lui stesso, &o7sp {épos ; € Verso le cose proprie, verso se stesso, assolutamente parlando, non si dà ingiustizia, e quindi neanche giustizia ?. Più che verso,i figli e gli schiavi, può aver luogo giustizia verso la moglie, sebbene anche questa specie di giustizia famigliare sia ben diversa dalla giustizia sociale ®. Sarebbe facile notare qui quanto, questi concetti che riguardano i rapporti specialmente del padrone collo schiavo e del padre col figlio, siano erronei, e contrarii a quello spirito di fraternità e d’eguaglianza che già fin d'allora "È incominciava a manifestarsi nel mondo: sarebbe anche sa facile far le maraviglie come mai un filosofo del valore Di di Aristotele si sia indotto a considerare non solo gli schiavi, ma i figli stessi, almeno fino ad una certa età, come una proprietà del capo della famiglia, sicchè anche I Eth. Nic.ToDTO (7d TONLTLADY dizzuoy) d tor [eri] 3 Vor N, È tb» A zomaviy Blov reds tò siva abTuozet, evlisoy ze icov © È VITE CAIO CA] È, 203 dprduoy' (ate doors pin èoti modro, ob sor n mobTors TpdG ove Ò mONIZOY dizzioy, GINA TL diano xa. 228) GUoLoTATA. Cotti Ye Òizasoy, ole nat vipos TpdG niTodg VOos w Sèy cis ddutz. È 2 Eth, Nic. od ag Er dÒrnta mods Td nITOÙ: TOI fg dv È tendizoy nai porsi, a) spetras Bertani dò obz fam, Udi dizzuov Td TONTIZOY., =D dî xe Auz Vi TO TEZIOY,, . ret ds x SEGNA Ea grad, bro d oUdets T90% uépos 2 È) ELA Yad: obd' dea ddtnoy 0 ° ’ LI ENIVATA Toos x 5 Eth. Nic. Vj È. 9. 4 g atua LMRAER:. bar CAI?. scotta e) ULI molitizéig, TEVOY di Bzariz®s): ora il potere regio differisce in questo — le | dal potere dispotico, che il primo mira all'interesse dei sudditi e il condo al suo proprio. Cfr. lanet Histoire de la Science patilique ecc. Si sopra di questi, e non sopra quelli soltanto, egli abbia un potere dispotico, un'autorità assoluta: si potrebbe anche, slargando i limiti della trattazione, mostrare la falsità della dottrina, pure per tanti rispetti importante, con cui Aristotele si prova di giustificare la schiavitù, cercandone il fondamento nella natura, e non nel diritto del più forte e nell'autorità delle convenzioni, come si soleva fare ai suoi tempi?. Ma tutto questo oltrepasserebbe lo scopo nostro. A. noi preme soltanto mostrare che la virtù è per Aristotele. sovratutto sociale; e la giustizia negata agli schiavi cd ai figli minori, negata a rigore perfino alla moglie, rinchiusa nei limiti della vita politica e della legge positiva, ne è la prova più sicura. Ed ora in che rapporto, secondo Aristotele, si trova la virtù morale colla natura deli’ uomo? i Il Lizio dichiara che i figli sono una proprietà del padre e che verso di loro non si può commettere ingiustizia, non siano che un’iperbole per esprimere l'autorità sovrana e irresponsabile del padre verso i figli. In realtà l'autorità del padre, Aristotele non considera come affatto | Sai | arbitraria, poichè altrove dichiara che è da paragonare a quella d'un. È Lre; non a quella d’un despota ( Polit. 1 ANIA “puyatzòs uèv. . ; chi Polit.. Cfr: Ianet. |) D'* È da credere però che le parole della Nicomachea con CULT RIT IT ICIIIIITE PESCO II TI TI CCI CI CITI TE LICITA LITI nersrnraze are zesi ve neneenzoniazanaa nen aee ta conaseozizanicnee Aristotele afferma esplicitamente che la virtù s'ingenera in noi non già per natura, ma per abitudine (4 dî hiizh E 003 sreorfifvetar... obdeu.tz ‘gi zi dostov - qbazi duty èffiprerzt); niente di ciò che è per natura in 43 una data maniera, si potrebbe avvezzare diversamente DI i da quello che la natura sua comporta; la pietra che per na- È A tura va all’ingiù, non si avvezzerebbe ad andare all’insù, si neppure se altri la gettasse in su dieci mille vole per 3 f: _avvezzarvela !. E bensì vero che se la virtù nonè in noi per: | i, è natura, non per questo si può dire che sia contro natura x" (74 qbsw): la natura nostra non si oppone al formarsi e allo svolgersi in noi della virtù morale; noi siamo per natura tali da accoglierla. e da non farle opposizione e resistenza, reguzosi ciutv Bitzolar abtdg apetds >. Per tal modo il mondo morale è per Aristotele non . opposto al mondo naturale, ma diverso da esso; il mondo morale è esclusivamente fattura umana, produzione dello spirito per mezzo della consuetudine. Ma come è nata la consuetudine? com'è sbocciata . la prima operazione da cui la consuetudine si origina? come ha avuto incremento? Alla consuetudine stessa non si può in nessun modo assegnare quella prima operazione. Quest obbiezione: si direbbe Aristotele abbia fatto È. a se stesso; e perciò, in un altro luogo, parla di una virtù naturale, guar dp27%4, vale a dire di una disposizione ‘naturale che è come preparazione alla virtà morale, e che si trova con questa in quel rapporto in cui l'abilità natu- ur rale si trova colla prudenza: «A tutti sembra che cia- 2 scun costume si trovi in noi in qualche maniera per, a natura; perocchè subito fin dalla nascita abbiamo la [Eth. Nic.] DISPOSIZIONE [Grice, “INTENTION AND DISPOSITION”] ad esser giusti e temperanti e forti e alle altre virtù» ?. E bensì vero che questa disposizione non è ancora la virtà, e deve, per diventar tale, esser assoggettata all'impero della ragione; perocchè « anche nei fanciulli e nelle bestie sono gli abiti naturali; e tuttavia senza la mente sembra che arrechino danno » 2: ma in ogni modo questa disposizione naturale c'è, ed è come il dato, il presupposto della virtù morale; anzi nel mondo morale sono due parti, la virtù naturale, € la virtù morale, tri où iizod dio torw, dò pèv doeth QUeLzin TÒ dA zupla 9, Così il mondo morale che dapprima pareva staccarsi dalla natura e sorgere, se non in contrasto con essa, almeno in un dominio diverso dal suo, in ultimo si riconnette alla natura. L’ affermazione quindi, già accennata, di Aristotele, che la virtù morale non è in noi per natura, ma si acquista coll’uso e coll’esercizio, non si deve prendere nel senso che in noi non ci sia niente d’originario e primitivo, non ci sia un'inclinazione speciale, da cui possa svolgersi la virtù; bensì che la virtù non esista già in noi bell'e data e presupposta in potenza, ma che la dobbiamo far noi operando, che ce la dobbiamo acquistare gradatamente, con dolore e fatica, per merito A Eth, Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Che alla formazione della virtù morale concorra un elemento naturale, un elemento cioè non fatto, ma dato, lo provano anche i seguenti luoghi, oltre il citato: Eth, Nic, III, 5, 17 dove la buona disposizione naturale è chiamata * 7eActz #2 PIXVISKO eb@uta, Eth. Nic. IX, 9. 6, dove i ben disposti da natura alla virtù chiamansi ©9 &iadég edrvyeis ed Eth. Nic. X, 9, 3, dove parlasi ‘d’un’indole ben nata; 5 sbyeves. nostro, pure servendoci a tal uopo di elementi originarii Che sono in noì per natura |. È noto in qual conto fosse tenuta nell'antichità quella che si chiama oggidì la trasmissione ereditaria. Pindaro celebrando le lodi d’ Ippoclea tessalo, che avea vinto il premio alla corsa del doppio stadio, risale all’ Eraclide ond’ebbe principio la stirpe di lui, perchè dalla stirpe quegli ritrasse la sua virtù ®: altrove contrappone la virtù acquistata con la fatica e la cura del singolo cittadino, a quella discesa per li rami, e trova la seconda di molto superiore alla prima 3. Teognide anche più di Pindaro ha chiaro in mente il concetto della virtù della stirpe, forse per l’aspra lotta che ebbe, egli patrizio, a sostenere colla democrazia soverchiante4, Aristotane paragona i vecchi cittadini alle vecchie monete, oro fino, ben suonante, d’ottimo conio, accetto del pari ai Greci ed ai toda e i nuovi alle muove, coniate nella maniera peggiore, d’infimo rame: i primi, di buona stirpe, sono per ciò stesso savi di mente e giusti e per ‘bene; i secondi invece, gente servile, capitata non si sa «donde, cattiva e di cattiva genia °. Ecco come s'esprime a questo proposito lo Zeller, commentando Aristotele: Die Naturanlage und die Wirkung der natiirlichen Triebe "hingt nicht yon uns ab, die Tugend dagegen ist in unserer Gewalt; jene ist uns angeboren, diese entsteht allmihlich durch Uebung». Philosohie der Griechen, Zwcite Abtheilung p. 485. Tubinga 1862. E altrove p. 483.« Das Vermògen ist uns angeboren, die Tugend und — Schlechtigkeit nicht». 2 Pyih. Nem. 4 Theognid. nell'edizione del Welcker, passim. Cfr, i Pr ‘olego. A meni dello stesso Welcker. $ Ranae 718 e seg. Per n È ben vero che altri attribuirono ben poco valore alla stirpe. Così Democrito ha lasciato scritto che molti più diventano buoni per istudio che per natura », ed Epicarmo che lo studio dà più che non la buona natura?: Licofrone poi, un sofista, sostenne addirittura che valore di stirpe è nome vano, e che in niente si distingue chi l'ha da chi non l'ha3. Ma Socrate, pur poco 0 nulla, secondo pare, facendo dipendere dalla stirpe, faceva dipendere molto dalle condizioni fisiche dei genitori 45 e Platone affermava esplicitamente che la disposizione è migliore da natura dove è buona e vecchia la stirpe 5; € raccomandando nella Repubblica che si combinino in una certa maniera i connubii, mostrava di riconoscere che dalla qualità dei genitori dipende la qualità dei figliuoli; la volontà di ciascuno, in tutto o in gran parte, è fatta dalle disposizioni a lui trasmesse dai genitori. Aristotele ha addirittura un libro intorno alla bontà della generazione o della stirpe, Iegi Rùyevetzs, libro perduto, ma di cui ci rimane un estratto in Stobeo. Eùyeveta, egli dice, vuol dire virtù, valore di stirpe, e stirpe di valore è quella in cui persone di valore sogliano generarsi da natura. Ciò avviene quando un principio di valore s'ingeneri nella stirpe, chè «il principio ha questa potenza, fare molti esseri com' esso è». «Negli uomini come nei cavalli e in ogni altro animale 1 Stob. Floril. XXIX, 60. Ed. Gaisford. Citato da Aristotele nel suo libro mepl Evyevela nell’estratto fattone da Stobeo; ib. , 24 vol. III p. 200. 4 Memorab. IV, 4. 23. Qui Socrate dice che non basta, perchè il figliuolo sia buono, che buono sia il padre; e insiste molto sulle condizioni fisiche dei generanti. 5 Alcib. Maior. St stia RI I I ha luogo questo». Eugeni, di buona stirpe, sono n adunque coloro che discendono da buoni ab antico, a È. patto però che ci sia stato nella stirpe alcuno il quale ss AE abbia dato la prima mossa e la mossa duri. Che se ; alcuno nella stirpe, pur buono lui, non ha tal potenza n da generare esseri simili a se, i suoi discendenti non si potrebbero allora chiamare eugeni, di buona stirpe !. Però, osserva Aristotele in altro luogo, «v'ha la messe nelle stirpi degli uomini, come v'ha nei prodotti della terra»; sicchè «quando sia buona la stirpe, vi nascono per un i pezzo uomini segnalati; poi si fermano; poi ne manda fe fuori da capo» ?. E perciò c’è come una varietà e intermittenza nella produzione delle stirpi, e il principio È; di cui è parola più sopra, è immaginato come un seme ss Da che talora dà frutti buoni e in gran copia, talora scarsi 3 e cattivi; congetto che già prima d’ Aristotele avea espresso anche Pindaro 9. «a Ma anche con questa restrizione, il valore della 4 trasmissione ereditaria è in Aristotele notevole; nella Nicomachea ei giunge fino ad ammettere una perfetta -3 e vera felicità di natura, melelz ei &inbwh sbobta, che è sa ‘A come una specie di occhio naturale, con cul si giudica © “di rettamente e si sceglie quello che è bene secondo verità, i dbiv n over 27465 nai cò nat Arberay dpalby cipriota. Anzi Ù 1 ITegi Foyevetzs A 1-B 6; B 31- 1491 A, 1-20 citato i dal Bonghi nella sua lettera intorno ai Limiti ed al fine dell’ Edu- È care vol. III. della traduzione di Platone. Dichiariamo poi qui che NS tutte queste notizie riguardanti il valore della stirpe e la trasmissione ereditaria abbiamo tratto dal Bonghi; e chi volesse averne di più det tagliate rimandiamo alla bellissima lettera citata. LIZIO Rhetor. . 5 Nem. XI, 48 e seg. Cir. Bonghi, lettera citata, Eth. Nic. si direbbe che a questo punto egli riduca a ben poca cosa l’opera dell'individuo; l’attività di questo è costretta ad esercitarsi in una o altra direzione secondo il fine che è posto in lui dalla natura!; solo i mezzi in-questo caso sono in suo potere. E non solo la trasmissione ereditaria, ma mille altre influenze, diciamo noi, si esercitano sulla natura degli individui; non tutte le circostanze stanno nell’ eredità sola; se questa è una legge, non è la legge. L'eredità mette le condizioni più intime; ma ve ne sono anche d’esterne, e d'ogni maniera; il clima, il modo d'’allevamento, lo stato agiato 0 disagiato della famiglia, Ì costumi di questa; i costumi, le leggi, le istituzioni della società; insomma tutto l’ ambiente fisico e sociale in cui L'individuo nasce e cresce. Tutte queste influenze, in maggiore 0 minore proporzione, intrecciandosi, temperandosi, eccittandosi, mortificandosi a vicenda, concorTE rono a determinare la natura prima dell'individuo, danno + come il fondo, il sostrato su cui s'eleva poi l’attività SR dell'io, poichè l'io senza quegli elementi non è, pur non Mei essendo nessuno di essi. L'io non è il germe che le generazioni passate abbian lasciato dietro di se; non è neanche il risultato dell'ambiente fisico e sociale; è un'attività nuova che a mano a mano s'esplica e padroneggia; ma la facilità, anzi la possibilità sua di prodursi, dipende dalle circostanze in cuî sì sviluppa la persona umana. Aristotele adunque egregiamente ha fatto a tener conto di un fondo naturale, a cui s'aggiunge e sovrappone l’attività cosciente € direttiva dell'io; a non considerare |’ individuo come una specie di tabula rasa, a» Lie de x TESE pn . » 0% ” x GI Pa) î) t Eth. Nic.  &ugov y%p duotos, 7 £f206 u2ù È o e nin i trvodfrote qalverar val > y LIDO, TO aélos quat fi irmadamote pulveta: 44 settat, TA è Mer | Xowrd mpds ToÙT' dvapépovtes medTTOvELI dTwAdATITE. » è ii nani TNT RT su cui l’esercizio e l'abitudine venga a scrivere tutto peo quanto; a non ridurre insomma la virtù a una semplice n 2a questione di abitudine e di educazione. L'opera e l'at- di Bo tività sovra tutto; (la filosofia d’ Aristotele si fonda tutta “i À | sul concetto d’ attività); ma opera e attività, che si eser- 1S Ta citino su qualche cosa di preesistente, > 2 Si dirà che ammettendo le attitudini naturali alla ad virtù e quindi anche al vizio, si viene a negare che virtù e vizio sono opera nostra? Aristotele discuterà questa . questione, e noi la discuteremo con lui nel Saggio che “si terrà dietro a questo, sulla dottrina della Volontà. Appunto perchè sono in gioco nell’operare morale xs certe : disposizioni naturali, dipendenti in gran parte dalla sensibilità fisica ed animale, il sapere ha poca È; importanza per la moralità. E questo il punto in cui Aristotele si allontana più che mai da Socrate e dall’accademia. Aristotele dice esplicitamente che in riguardo alla virtù il sapere poco o niente ha di forza, puzgdv i oddîv ing der}; che quand’ anche si sappia ciò che è buono e giusto, non per questo si diventa abili a farlo £; e attacca direttamente Socrate, e lo nomina, là dove afferma che la 4 Eth. Nic. II, 4. 3. repds dè 7d was depends (Eyew) cd pv cidbvai pazoov È oùdiv ioybet. | È | © 2 Eth. Nic, obdîv dè mparrimo spor To cidivar aÙTd (7% dizma za nodd nat dya04) ècuev. i nza che nessuno che giudichi rettamente, opera mai sente lo fa per ignoranza, mette contro il meglio, e se lo fa, in dubbio cose che manifestamente si vedono, contrad È dice all’ esperienza quotidiana, dugregntet tot QULVÒLEVOLG 2 dvapyòs!. La virtù non è sapere, sebbene non sia senza sapere; e Socrate era nel vero, quando credeva che la virtù non fosse senza sapere, era in errore quando i ‘affermava che la virtù fosse sapere *. Gi Il sapere necessario alla virtù non è il sapere teo9 retico, è il sapere pratico; in morale non si tratta di conoscere che cosa sia la virtù, ma come si generi, € ‘come si deva operare per diventar buoni *. Socrate ha trascurato il sapere pratico; ha pensato che basti il sapere ves È teoretico per la pratica della virtù, sostenendo per ciò di che la virtù si può comunicare da uomo a uomo per fc via d'insegnamento. A Contro questa sentenza Aristotele osserva che; inas materia di bene, non vi può essere discepolo posDI sibile senza la pratica del bene; chi si fa uditore di E — morale deve aver l’animo apparecchiato conveniente È mente dai buoni costumi; la conoscenza viene da qualche î cosa, viene dall’ essere, e chi non ha fatto alcuna esperienza dei buoni costumi, non può conoscere nè buoni — costumi, nè buoni principi. Chi, anzichè operare il F bene, si contenti di ragionare intorno ad esso, e creda per questa via. di diventar buono, fa come quegli — ammalati, che ascoltano bensì con attenzione i consigli Eth. Nic. VII, 2. 1-2. 2 Eth. Nic. VI, 13. 3. Zozpdrng cf pèv oplog are ci Viudpezieri Gai pèv yo qpoviioas iero siva mas rd RoETdE, ipdpravev, OT D'obz &ve) 990vAGEOS, AANSS Eeyev. s Eth. Nic. Eth. Nic.. eri n) rt dadini del medico, ma si guardano poi dal tradurre in atto cosa che sia stata loro imposta !. Ma che cosa è il sapere pratico, così necessario alla moralità? Perchè, mentre il sapere ha poco o nulla di forza per la virtù, diventa poi, sotto una certa forma, indispensabile per la virtù stessa? Aristotele, come sappiamo, ha distinto nell'anima umana due parti; una parte irragionevole e una parte ragionevole. Della parte irragionevole abbiamo detto 2. Da parte ragionevole comprende due potenze; colla prima contempliamo le cose che non possono essere altrimenti, che, vale a dire, son necessarie; colla seconda contempliamo quelle che possono essere altrimenti, che, vale a dire, sono contingenti: la prima è detta scientifica (70 imerpoviziv), la seconda discorsiva o raziocinativa (70 Moqueriziv) ®. La ragione discorsiva s' accoppia all’ appetito, e se ne ha la ragione pratica, o volta all’ operare. Lo scopo di questa è la verità, ma non la verità considerata teoreticamente, bensì la verità in quanto serve al fine pratico di rettificare l'appetito, di misurarlo, di regolarlo, di tracciargli la via che deve seguire; l'appetito è una forza cieca, e ha bisogno di esser guidato dalla ragione. È propria per conseguenza della ragion pratica la verità che va d’accordo col retto appetito, 40 dì pae Tuuoò ni dravontizod % cInberz Ouoioyos ÈyovGa TA dpstet TA dp07 1; quello che la ragione afferma è seguito dall’appetito; quello che la ragione nega è dall’appetito avversato, fetw d' drep èv diavola zurdozsis vai drdozote, TOdTO Èv dpscer duty nel pura ® rà 1 Eth. Nic. la Dottrina della felicità nell' Etica Nicomachea Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic.  È importante il riscontro che fa Aristotele. Ma la ragione discorsiva non possiede naturalmente e spontaneamente l’ abilità di guidare l'appetito illuminandolo. Quest’abilità bisogna che l° acquisti coll’esercizio e coll’abito. L'abito per cui la ragione discorsiva può deliberare rettamente intorno a ciò che è bene ed utile al conseguimento del fine supremo della vita, costituisce la prudenza (996vnats) La prudenza, sebbene virtù intellettuale, si può considerare come la forma delle virtù morali. Senza la prudenza le virtù morali non sarebbero. Esse risiedono come in loro soggetto nell’appetito, e l'appetito ha bisogno di esser guidato. Ma la prudenza alla sua volta non può essere senza le virtù morali. I sillogismi della prudenza, con cui ci proponiamo questo o quel fine buono, non si possono formare senza la virtù. Il vizio perverte e deprava il giudizio della ragione, e fa che c'inganniamo intorno ai principii dell’azione. I principii dell’azione sono ciò per cui l’azione si fa (xò ob &veza tà mpazt4), e chi è corrotto dal vizio non può scorgere il principio vero, e se ne propone uno falso. Ora, falsato e corrotto il principio, saranno anche false fra l'affermazione (427494915) e la negazione (&r:d@xa1g) della mente, e il seguire (debiti) e il fuggire (quyA) dell’appetito. Per tal modo la cognizione e la pratica sono strettamente congiunte fra loro. Eth. Nic. Eth. Nic. VI, 13. 6 dH2ov obv éx té sipnpévov GT odg oîoy. } e o280y siva zUpiws ZIev Opoynoeos, oùdi ppoviuoy &vev hg G Ouafig dpetiis. Rec hi “di ; i 5S- «A LA . . ne . Eth. Nic. 10% dè E16 (A 9povnGIC) Tm dppati tosto Sirena die bye obi dev dpertic.... ci Yip ovIdayiapoi TOY IAABZ,A QAUIENI MN. as n} A La AZ x 3 È Ò, x 4 recano) doyhv NOE Tore diarrpépei ag A poy0npio x2t Srabebdenda: more mepi 7ds mountizds day de. ti SI 3 È: 3 Ù ife *Eth, Nic.. mIo Ion eo Eee val evmobdconese be sectapei sed seorndegesgeeri cesenatni DICI AL aneriand on onasena rane cereneesenensi ne le conclusioni che se ne cavano in riguardo all’operare. Senza la virtà non si ha la prudenza, ma quella certa destrezza o abilità naturale (dewérzs), che, qualunque sia il fine prefisso, anche malvagio, mette in opera tutto ciò che valga a conseguirlo; senza la prudenza non si ha la virtù morale, ma una virtù naturale, che, scompagnata dalla prudenza, è come un corpo robusto, a cui manchi la vista; che corre quindi il rischio di gravi danni ed offese !. Virtù e prudenza sono adunque tanto unite da for- mare una cosa sola; la virtù fa diritta la mira, 73y azondy tore 6p06y, la prudenza fa diritti i mezzi per arrivarvi, moseî, dela Tx pds azordv ®. In questo fatto dell’ unione della virtù morale colla prudenza, Aristotele trova la soluzione di quella questione che fu tanto agitata da Socrate e da Platone, se la virtù sia una sola, o ce ne siano più. Finchè si tratta, dice il LIZIO, delle virtù naturali, guzzi aperzi, cioè delle disposizioni naturali alla virtù, può darsi che altri non sia egualmente disposto per natura ad ogni virtù, bensì soltanto ad alcune, e sotto questo rispetto quindi le virtà o siano separate le une dalle altre; ma quando si tratta “1 delle virtù morali, per cui altri è buono veramente, siccome queste non vanno mai disgiunte dalla prudenza, e la prudenza è una sola, così chi ne ha una le ha tutte, e chi le ha tutte ne ha una. Insomma le varie maniere unità dalla prudenza. Eth. Nic. VI, 13. I. ; loecue dali D % i è DI re Y, souo D Eth. Nic.7 9V% FIA ia Di = RIS Voet: 1h MEV N #EX05 T dvev @povhosws obd' %vev dperdis' i pv ep TO Ss405 n de È L erre? Ve A \ “mpds Tò Te\0g TCOLEL TIUT CAS NES: gin Ri oa xo: DEA 5 Fth. Nic. VI; 13. 6. 4% zed 0 A0Y95 FRUTTA d’operare il bene sono congiunte fra loro in armonia ed A chi poi osservasse che è un circolo il presupporsi a vicenda della virtù e della prudenza, come è un circolo la dimostrazione in cui due proposizioni sì provino reciprocamente l’ una per mezzo dell’ altra; Aristotele 3 potrebbe rispondere che in questo caso il circolo non esiste che in apparenza. Non abbiamo già qui da una parte la virtù morale, e dall'altra la prudenza, sicchè queste possano stare separatamente, come nel caso della dimostrazione le due proposizioni; la virtù senza prudenza non è virtù, ma qualche altra cosa; come la prudenza senza la virtù non è prudenza, ma qualche altra cosa. La virtù e la prudenza sono necessarie a costituire la Ò virtù vera, come la materia e la forma a comporre l’ ui nità dell'individuo. Poichè la prudenza è necessaria alla virtù, Aristotele rettifica la definizione che ha dato della virtù .in più luoghi «la virtù è un abito secondo retta ragione », in ‘questa maniera: «la virtù è un abito con retta ragione). 0 StadeyBetn 4 dv dr yopiloviai DIO di dperzi: od dp è 3g a Fo abtds eL@UinTATO: mods dmdoze, ate Thv uv dn Thv SD olro 3 siino®s Eomar' TobTo ip «età uèv ds ouorzde dpetàs èvdeyemzi, su bi. ì de dì darle Veyerat dpalos, ob4 vdiyerar Gua do TRI E Qpovnaei paz olen niGU rdetonam. Nel cap. IX del libro II della >» 7 Morale Grande, e nel XV del libro VII dell’ Eudemia, è descritto il collegamento di tutte le virtù nell'amore del bello e del buono; e.lo | © stesso pensiero, sebbene da un punto di vista diverso, è espresso qua — e là nella Nicomachea. Vere virtù comprensive G e universali nella vita pratica sono però sempre, secondo il lizio, la prudenza e la giustizia. Di. 4 Eth. Nic. VI, 13. 4-5. mdvres, dToy oplleovtai Thy Gaeta mpootileza: chv El... Thy zed còv bplbv Agyov. dplde do | zutà Thy qgoynaw. Soluzo: dh uavtercalai mos drmavtzg dad | movaban Eers dipetà tomi A zarà ThY gpoynow. der de puenpd È uit r A a x E molto a proposito, poichè la virtù morale non sol= tanto risulta di appetito, ma anche di ragione, e quando si dicesse abito secondo retta ragione, parrebbe risultare soltanto di un elemento appetitivo, che si conformasse esteriormente alla ragione, mon già che la possedesse in proprio !. ; : i Ci potrebbe essere un abito secondo prudenza o retta ragione, € tuttavia non essere virtù, quando la prudenza o retta ragione non appartenesse al soggetto proprio dell'abito. Perchè ci sia virtù, bisogna che l’ abito non soltanto, ma anche la retta ragione appartenga a chi ha l'abito. Riconoscendo che la virtù morale non è possibile senza la prudenza, che anzi questa costituisce come la forma di quella, Aristotele concede alla ragione e all’intelletto una giusta parte nella formazione della moralità, nel tempo stesso che non disconosce, come Socrate, Ci Ò e % na s, a 4 LI *À 3 L’ ant uetapAiva où Jp povov A 4xT% TOY opfoy AoyoY, INN A UETZ où 09000 UCI) seus dpetm Sem. ! Cfr. il commento del Michelet al luogo citato (Eth. Nic. VI, « Hoc (perà \6y9v) ab xatà adv doplòy A0yov 76y0g inest virtuti (scilicet morali), sed; € il bel commento del le Virtù sieno interamente 13, 5): eo differt, quod non solum etiam affectus et appetitus » Segni: « E' (Aristotele ) non vuole che Prudenze; nè vuole anchora, che elleno sieno @ punto secondo la ragione; conciosia chè nel primo modo elleno sarebbeno stiette Virtù © intellettive; e nel secondo sarebbono stiette Virtù appetitive. Onde modo nel diffinirle, cioè che elleno sieno con aggiugne egli un terzo he elleno sien' retta ragione, nè secondo la la retta ragione, e non € 3) chè diffinendole egli con la retta ragione elle vengon' date nell’ Appetito; € dall'altra vengono diante la prudenza, che è la. retta ragione; per da una banda ad esser fon ad havere perfettione dall’ Intelletto me lor forma: x l’importanza di altri elementi, quali l'elemento sensibile e appetitivo, e un elemento acquisito, l’abitudine !. Così anche nell'ordine morale egli considera l’uomo nella sua totalità, e non ne smezza e divide le facoltà; senso, intelletto, esperienza sono in gioco del pari. Si potrebbe anzi mettere in rilievo una considerevole analogia fra la sua dottrina della conoscenza, e la sua > dottrina della virtù; in tutt'è due è l’esperienza che Ca i tiene il primo posto; nell'’una l’esperienza che ci offrono x i sensi, nell'altra quell’esperienza speciale che prende. il nome d’abitudine, e che consiste nel dare una spe = ciale direzione ai nostri impulsi appetitivi; poi viene i l'intelletto e la ragione, che a questa doppia esperienza; dà norma e forma: so. Ma la prudenza, in causa della sua importanza per quanto riguarda le virtù morali, merita una considerazione e una trattazione anche più larga. La prudenza è virtù universale; essa è la guida | suprema di tutta la vita pratica e civile; quindi non soltanto abbraccia sotto di se la prudenza che possiamo chiamare individuale, ma la famigliare eziandio e la Nella Grande Morale si fa rimprovero a Socrate div avere ESD nella virtù l'elemento appetitivo (74006) e l'abitudine ; Ù oc): i perà TOUT ( TERA Lozodrns èmuevopevos pe SNrwoy uaì er micio cimey Into FobTOY (deerov), oùz dp; dì odòd od noe TÙs TEA re CO semola colo, dÙ Sol siva i ade politica, con cui da una parte si provvede al buon andamento della famiglia, dall’altra alla prosperità e alla felicità dello stato. Per verità, quando si parla di prudenza, s'intende più propriamente quella con cui si d provvede al bene proprio, mentre a quelli che provvedono al bene pubblico, agli uomini politici, è riservato piuttosto il nome di faccendieri, rolurpdjpoves, poichè sembra che s'occupino di cose a loro estranee e affatto indifferenti. + Ma gli è chiaro che il bene proprio non può stare indid pendentemente dal bene della famiglia e dello stato; : l’uomo è un essere essenzialmente sociale; la vita sua è connessa colla vita della società e ne dipende; e però la prudenza individuale presuppone € la famigliare e la poli: tica!, Aggiungasi che la prudenza ha bisogno dell’ esperienza per formarsi, e l’ esperienza non si acquista che per Do: «—’mezzo della consuetudine e del commercio cogli uomini; p% «l’uomo isolato non può essere prudente °. La prudenza, in tutte le sue forme, ha per oggetto ni. le azioni, e versa per ciò stesso intorno a cose singolari, cà nal Ezzota, e che possono essere e non essere 3; l’uni- |. versale e il necessario non appartiene ad essa, ma alla ui Fe scienza 4. E questa la ragione per cui un giovinetto so. potrebb' essere, ad esempio, buon matematico e buon = a no. D PEZZO r3 / Da I, La O x a, dizvontizio Ts duyiis èYfHerzi uogto fvovrar by al apetat LA Ul LS, po pa = 3 INCI ur abtoy Ev TO MoyioTiz®o TAG Uuyiis Lopio cuppalver e, > ta Si », ni OLOÙvTI TS RPETÀS avatpety TO dioyoy pepos . pa 3 x Do oriov dvzipeî nat 7400g uai Rioc. du od TCA % ov aùto ETUSTANAG TE x x - dì va Ths Yuyiie, ToUTO dî © oplag fato raven TOY daetoy. Ò Sa ! Vedi per tutto questo Eth. Nic. VI, $, 1-4. ‘A . ‘ v vas 2 Eth. Nic. VI, 8. 5. Cfr. il commento del Michelet a questo luogo i p. 209-210. 5 Eth. Nic. VI, 5- 3, ed Eth. Nic. VI. $. 5. i ui 4 Eth. Nic. VI, 3, specialmente il 62.  LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ geometra, non mai prudente e saggio: l’esperienza dei Si particolari richiede gran numero d’anni!. Non è a dire però che non ci sia nella prudenza qualche cosa che ricordi la scienza, e che in essa manchi affatto la cognizione dell’ universale. La maniera in cui si forma l' azione assomiglia al A processo sillogistico. Come nel processo sillogistico si t parte da principii generali e si viene a conclusioni particolari, così nell'azione si_parte dalla conoscenza del bene generale, e in seguito, per mezzo della conoscenza 4 del bene particolare nel caso attuale, si conclude che ù bisogna tendere a questo bene. Io conosco, ad esempio, il principio generale che le acque pesanti sono dannose alla salute; conosco un’acqua particolare come pesante; «ne concludo che è necessario che me ne astenga. Del resto delle due cognizioni, l’universale .e la. particolare, la più importante per la prudenza, il cui oggetto è l'azione, è pur sempre la particolare: finchè la mente è ferma nell’universale, l’operare non è possibile. Vediamo infatti alcuni che non sanno e che pure hanno espeo. rienza di casi particolari, essere più atti a operare di quelli che sanno, evo. od eidétes ETipuYv sidotav pato tuorepor nai èv Toîs 4dos, oi eumerpor. Se altri sappia, ad esempio, che le carni leggere sono facili ad essere smaltite ed igieniche; e poi non sappia quali sono leggere, costui certamente non provvederà alla sua salute; invece vi provvederà chi sappia che sono leggere ed igieniche, ad esempio, le carni degli uccelli 3. Da questa analogia della maniera in cui si forma l’azione colla maniera in cui si forma il sillogismo, | Eth. Nic. VI, 8. 5-6. 2 Eth. Nic. VI, 8. 7. Eth. Nic. VI, 7. 7. TR uptnlti E LN NI SN AA Potato RIT en line pat e E Gn a — x e di ti sen NT nno eee en Aristotele cerca di trarre la spiegazione del fatto che altri, pur conoscendo il bene, operi contrariamente ad esso. Può avvenire, egli dice, che altri sappia ciò che è bene in generale, cioè conosca la proposizione maggiore del sillogismo pratico, e non sappia ciò che è bene in particolare per una circostanza speciale, cioè non conosca la minore del sillogismo; oppure può avvenire che s'abbiano bensì tutt'e due queste specie di cognizioni, ma quando si tratti di praticarle, ci si serva unicamente dell’ universale, e per nulla della particolare: in questi casi si può peccare senz’ essere tuttavia ignoranti !. Senza dire che la conoscenza si può avere in abito e non usarla attualmente, ovverossia averla e non averla ad un tempo, come avviene in chi dorme, o nel pazzo, o nell’avvinazzato; che è la condizione nella quale si trovano coloro che si danno in braccio alle passioni: i quali possono bensì sapere quello che è bene, e tuttavia dall'ira, . dalla libidine e da altre voglie siffatte essere acciecati *. E qui, come si vede, c'è una nuova critica di Aristotele contro Socrate, che sosteneva chi sa non poter peccare, il peccato essere effetto d’ignoranza. Dove però è notevole che, malgrado la critica, Aristotele finisce coll'accostarsi a Socrate. Quando, egli dice, altri sappia ciò che convien fare, e vi rifletta nel momento dell’operare, sarebbe bene strano, detvéy, ch’egli operasse altrimenti da quello che conviene ®; se altri può peccare per avere Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. DMN ere è digg Meyopey Tò sriotacta: 2 È S e ICROI (al qdo è Eyov pev od upopevos dè + ariovhpn val è ypdpevos 1 I Ò x È ast, Cà, x x Veferat tmierac)a:), Otolcet TÒ [euparebzo0a:] Eyovra pèv ph dx | ZA x .1 n empodvra dì è ud der mpurten OÙ | duparredepda] Eyovra ual “, » % 9 n} È Oewpodvra, ToSTO pap Sons Dewéy, AIN odz si pù Newpéy. soltanto la conoscenza dell’universale e non quella del particolare, sarebbe meraviglioso (B2uzotév,) che peccasse quando avesse le due’ conoscenze |. Se si pecca conoscendo l’universale e il particolare attualmente, gli è perchè non si sa mettere il particolare sotto quell’uni versale che gli conviene ?. Insomma, e questo mi pare il pensiero d’ Aristotele, quando il sapere non ci contentiamo soltanto d’averlo, ma ce ne serviamo: quando non vogliamo averlo soltanto in abito, ma in atto; quando il sapere è efficace veramente, € Sie: pet così dire, assimilato a noi e alla nostra natura, sicchè non è il sapere dei fanciulli che ripetono meccanicamente quello che udirono e non ne sanno il significato, nè quello degl*istrioni e degli ubbriachi che cantano i versi d’Empedocle senza comprenderli 3; di più, quando il sapere è completo, vale a dire, non abbiamo soltanto la conoscenza dell’ universale, ma quella eziandio del particolare, e possiamo per ciò formare, all’occasione, il sillogismo pratico come si deve; l’operare si conforma al conoscere, e il peccare è impossibile. Sd Con queste rettificazioni la dottrina di Socrate si può accettare. i 5°. Come si vede, dopo molte oscillazioni e titubanze e dopo una critica in gran parte giusta, Aristotele ritorna pur sempre al pensiero fondamentale della Scuola socratica, che il sapere ha valore sovra tutte le cose, e che nella stessa vita pratica tiene in ultimo il primo posto. Certo egli non si ferma al solo sapere teoretico, come avea fatto Socrate: il video meliora proboque, deteriora. N Miti fai e LI te uu" IRIS eo PRESE et o) 1 Eth. Nic. Eth. Nic. il commento di SEGNI (vedasi) a questo. luogo: Me | 3 Eth. Nic. LI Se a A DI sequor, era anche allora la condizione di tanti uomini, che non potev a sicuramente passare inosservata: ma al Sapere non si può negare il compito suo di schiarire, di illuminare © per ciò stesso di dirigere e servir da guida. La ragione non è ciò che in proprio costituisce l’uomo, la parte più nobile ed elevata dell’umana natura, quello da cui deve pigliar norma e forma tutto ciò che all'uomo appartiene? E il sapere non è il prodotto più schietto, e genuino della ragione? Adunque al sapere, anche nella vita pratica, spetta un compito importantissimo. E un fatto che molti mali e molti vizii sarebbero evitati quando si avesse appreso ad averne orrore. L’antropofagia, ad esempio, che disgraziatamente è pratica diffusa presso tanti popoli barbari, deve sicuramente la sua diffusione al non avere quei popoli coscienza del male che fanno; i pregiudizi religiosi per cui si sacrificavano, e si sacrificano anche oggidì delle vittime umane alla divinità, hanno la medesima sorgente; l’impudenza sfacciata di talune popolazioni allo. stato d'infanzia, per cui le donne si prostituivano e si prostituiscono allo straniero, è in gran parte ancora l’ effetto dell'ignoranza. E nei bassi fondi delle società nostre civili non troviamo la conferma di questo medesimo fatto? Pure non accettando l’identificazione ammessa da alcuni antropologi fra delinquenza e idiotismo, bisogna però riconoscere che spesso i delinquenti sono d’un'’intelligenza ristretta e d'uno spirito angusto, donde. la loro inferiorità e il loro svantaggio nelle lotte sociali. Perfino certi vizii puerili e quasi innocenti. implicano e suppongono una certa ignoranza” da palio di chi li ha. Si può ammettere, ad esempio, che il — millantatore, il vanitoso, abbia COScIenza di diventare ridicolo colle sue millanterie, di diventare SRIRSEDTOSe "I insopportabile? Egli che aspira sovra tutto alla stima degli sà Sap Ni altri, se sapesse gli effetti della vanità, per vanità nasconderebbe il suo vizio. Senza fare una certa parte all’ ignoranza, non si comprenderebbe, osserva molto giustamente lo Ianet!, quella massima profonda del Vangelo che «si vede bene il fuscello che è nell’ occhio del vicino, e non si vede la trave che è nel proprio. Ma dunque basta conoscere ciò che è bene per farlo, e ciò che è male per astenersene, sicchè si possa identificare senza più la virtù col sapere e la malvagità coll’ignoranza? Certo la vera virtà, la virtù ideale, 4 idéz tig dpetfig, come la dice l’accademia, è la virtù lumiade dal sapere; mentre al contrario la virtù d’opinione, quella che si fonda sulla coscienza attuale dell’ individuo, che potrebbe non essere illuminata dal sapere, e credere vero bene quello che non è bene che in apparenza, non è, secondo lo stesso filosofo, che un'ombra di virtù, c4% doerig; e così egualmente il vizio non dipende spesso che dall'ignoranza del bene. Ma il sapere, per essere condizione, e importante condizione di moralità, ha bisogno di una trasformazione; ha bisogno di diventare efficace, di farsi pratico, operativo; se rimane nel campo della speculazione e della teoria, a nulla giova per l’operare. L'idea dev'essere insieme una forza; la dottrina delle idee forze trova qui la sua applicazione: e per essere una forza, bisogna che parli insieme al cuore e alla volontà, bisogna che s'addentri in noi, che s’identifichi con noi, per così dire, che faccia parte intima della nostra natura, non già soltanto che ci illumini dal di fuori. Il che vuol dire che oltre il sapere e più del sapere, sono anche necessarie altre condizioni per la moralità: è un fatto che in parecchi casi l’uomo fa il male con coscienza e in conoscenza di causa. Il bene non basta 1 La Morale, Paris Delagrave 1887 p. sio. Paneasienizaniernenaene ssa re nervovore che sia conosciuto, bisogna anche che sia amato; non basta che rimanga nelle altezze serene, ma fredde della ragione; bisogna anche che scenda nelle regioni più basse, ma calde del sentimento. Senza calore di sentimento, senza emozioni vive ed ardenti, senza entusiasmo, senza fede passionata, non è possibile la pratica del bene. Il Kant vuole escluso affatto dalla moralità il sentimento; ma è un errore grave. Tolto il sentimento, tolta l’attrattiva del bene, tolto l'amore, manca alla volontà l'energia necessaria per vincere la lotta colle passioni. Il sentimento morale, l'amore del bene è adunque condizione necessaria alla moralità; l'educazione deve mirare a svolgere questo sentimento negli animi; non basta far conoscere agli uomini il bene; bisogna anche farlo amare. «Se la beltà, diceva Platone, ci apparisse in se stessa e senza veli, susciterebbe in noi amori incredibili. »: Ciò che Platone diceva del bello, si può dire del bene. Aristotele stesso che non era un poeta, si rappresentava il bene come qualche cosa di sovranamente amabile, e sovranamente desiderabile. Ma non basta la scienza del bene e l’amore del bene; è anche necessaria la volontà del bene, la forza morale, l'impero dell’ anima su se stessa. Quante volte l’amore del bene e la scienza del bene sono impotenti del pari! Quante buone intenzioni inspirate dal cuore e dalla ragione, non riescono a tradursi in atto, Dr mancanza di un volere energico che SERRE FILA passionise dominarle! Già Sant'Agostino ci ha descritto igli i rosa colorita e fanmeravigliosamente, in quella sua pros: È ) È assioni: « Io era : aggia energia delle p EI SARE tastica, la selvaggia 5 vegliarsi, ma vinti simile, egli dice, a quelli che vogliono s ARSA, dalla forza del sonno, ricadono nell ASsoria SI x v'ha alcuno senza dubbio che voglia sempre non preferisca, se è sano di s pirito, la veglia al sonno; 22 G. ZUccaNnTE uetnneazzzazzanaiaaionaniaziaionaaziziz ione nia eene sirena na sapere zanisare iti METIETEZIANETTATEZEZZNE ARA tienena n aranuamarenanerenicionenesisseonenareonee e tuttavia niente è più difficile che scuotere il languore che pesa sulle nostre membra; e spesso, nostro malgrado, siamo presi dalla dolcezza del sonno, quantunque l’ora del risveglio sia giunta.... Io era impigliato nei frivoli piaceri e nelle folli vanità, mie antiche amiche, che scuotevano in certo modo le vestimenta della mia carne e mormoravano: Ci abbandoni tu?.... Se da un lato era attirato e convinto, dall'altro era sedotto e incatenato... Io non rispondeva che queste parole lente e languide: Subito, subito, attendete un poco. Ma questo subito. non veniva mai, e questo poco si prolungava all'infinito. Chi mi libererà da questo corpo di morte 1? », Per vincere le passioni, per operare il bene è adunque necessario uno sforzo supremo, un atto personale di risoluzione, è necessaria la forza morale, la volontà. E la volontà non è sapere, sebbene non sia senza sapere; è impulso appetitivo che il sapere illumina e guida, ma che il sapere non produce. Ben fece Aristotele pertanto ad ammettere come fattore essenziale della virtù la volontà; in questa parte specialmente egli ha oltrepassato di gran lunga la con-. cezione unilaterale e ristretta di Socrate e di Platone, ‘ € ha reso servigi eminenti alla morale. La virtù è forza, scienza, amore indivisibilmente uniti in una medesim Aristotele parlare lun che segue. a azione: della forza conveniva ad samente, come vedremo nel Saggio È Confessioni Pisto » da LA DOTTRINA DELLA VOLONTA NELL’ ETICA NICOMACHEA del lizio. La dottrina della VOLONTÀ nel LIZIO è anche più importante della dottrina della felicità [cf. Grice, “Some remarks on happiness” – Ackrill eu-daemon] e della virtù [Grice, “Philosophy is, like virtue, entire”]. Qui più che altrove si manifesta l'originalità del filosofo. In generale, come abbiamo notato, Socrate e lo stessa ACCADEMIA considerano condizione, se non unica, quasi unica della virtù il sapere. Un’altra condizione  scorge necessaria nel LIZIO. Bisogna che l'APPETITO, trasformatosi in VOLONTÀ, si rivolga là dove LA RAGIONE consiglia,  poichè ci può essere contrasto tra gl’appetiti da una: parte e i CONSIGLI [Grice, counsels of prudence] della ragione dall'altra, e nessuna efficacia ha in questo caso la ragione, e il lume che viene da questa, indarno si spererebbe che riuscisse a  rischiarare le tenebre della passione. Perciò Aristotele si accinge a un esame accurato della facoltà del VOLERE [GRICE WILLING – citing KENNY ON VOLITING],  studiandone gl’elementi costituuvi, sorprendendola per così dire nel suo nascere e conducendola su su fino al: n  2 più alto grado di svolgimento, fermandosi sull imputabilità e sulla responsabilità e mostrandole egate al libero arbitrio, dando insomma di questa condizione interna della virtù una teorica Così po Cono SRI  4 quale si poteva appena aspettare al tenipi. suole. da Sui : gu  R  i dovranno in fondo prendere le mosse tutti quelli che si  occuperanno di simile argomento. le  7 È Già i Cinici aveano riconosciuto nel volere una certa   1 importanza per quanto riguarda la condotta dell’uomo   : virtuoso; ma erano scarsi accenni, che doveano essere   ui svolti e ampliati: conveniva non soltanto riconoscere   d l’importanza del volere, ma penetrarne l’intima natura   s e mettere a nudo il.substrato psicologico, sul quale si   t.) fonda, e da cui domina, per così dire, ed invigila tutta   à È quanta la vita dello spirito. Il fondamento psicologico   Di) che anche qui, come nella teorica della virtù, Aristotele i  o: ricerca alla morale, è la sua novità grande e bella., Cominceremo anche per questo, come pei due Saggi  et che precedono, dall'esposizione della dottrina. i Poichè la lode ed il biasimo non spettano se non alle  azioni che si fanno volontariamente, e queste sole quindi  sono del dominio della virtà e del vizio, mentre alle.  altre che si fanno involontariamente è riservato il perdono e talora la compassione; è necessaria, ad illustrare anche |  meglio la natura della virtù, un’altra ricerca ancora, la  ricerca intorno a ciò che è volontario (&4obawy) e intorno  2% a.ciò che è involontario (azobcrov) 1. G  ESE In primo luogo adunque è involontario ciò che altri >  AE fa costretto dalla forza, fix, ed è azione forzata, ffxoy,  «a quella il cui principio è al di fuori di chi la fa o da ©  i patisce, e a cui chi la fa o la patisce in niente contribuisce [Eth. Nic. Forse si renderebbe assai meglio 1’ gxobgiov e l’axodotoy di Aristotele col nostro ) spontaneo e non spontaneo, che col volontario e involontario. Comun Ù que sia, ricordiamo a scanso di equivoci che il volontario con cui traduciamo l'ézovaov di Aristotele, significa quel principio di volere che è nell’appetito, e non già nella volontà ragionevole; perchè questo volontario è comune anche ai bruti. Segni Commento Cit. AVI Aia e. Ù agi io E O  Por; LS ; - /  da parte sua: come se altri venisse trascinato dovec- ce  chessia dal vento o da uomini in potere dei quali fosse ui  caduto !. fs   Può sorgere il dubbio se si devano considerare   volontarie o involontarie o, ciò che è lo stesso, forzate “De  o non forzate, le azioni che altri fa, benchè a malincuore, x    per paura di mali maggiori, dvx gofioy pertévoy zax6y, O per  conseguire cosa onesta, dit 2226v 71; come se ci avvenisse  | di dover gettare in mare le robe nostre, per salvare dal  naufragio noi stessi e gli altri 2; oppure un tiranno ci  ingiungesse di commettere qualche cosa di turpe, e solo  a tal patto ci desse salva la vita dei nostri genitori .0  dei nostri figli, che fossero in suo potere 3, Assolutamente  parlando, nessuno vorrebbe gettare in mare le robe sue  o sottomettersi, sia pure per ottenere Un fine onesto, al  comando inonesto di un tiranno: sicchè, prese in sè e.  assolutamente, quelle azioni sono forse involontarie (em).  3 too: dsobarz) #5 ma siccome in esse il principio del  moto è pur sempre intrinseco a chi opera, e quello di N FIAT ROINZ DI IO   { Eth. Nic. III, 1,3. Bfxuoy dÈ 06 4 cpXa Ecolev, corzvta  À, À 7 ge 7,   vi pendiv cvpt2era 0 mpdTTOY © 9 masgov, otoy ci  006% È  uop.ica: Tor CRCAV TOLTI ubproi dvTes. Eth. Nic. Eth, Nic. Abbiamo creduto col Ramsauer (Commento  all’ Etica Nicomachea di Aristotele) riferirsi l'esempio, del tiranno. i  alle azioni fatte did e40v 7, non già a quelle fatte De Qopov pets I  Covwy AILOY, Per le quali ci sembra bastare l'esempio del IO in  e le merci. Perciò abbiamo invertito nell’ esposizione l'ordine dei pe  (Commento) pare credere (308  alle azioni fatte dt 969oy pelivov  mare le merci a quelle fatte did mar  due esempi. Il Michelet invece    l'esempio del tiranno riferirsi  l'esempio del gettare in LIKOY,  zI6Y Fi  4 Eth, Nic. 1  ze  II, 1. 6 in fino.”  Mensusazecenionien zaniniosarenenazonsecenioaasaze; aciveonzarivevenea neeneseeeieeezazenninevivaosicezeana eraseoiana ne ziarenezzionenezizioo cui è in noi il principio, sta in noi anche il fare o il non fare; siccome in quel momento e in quella circostanza   particolare si fanno volendole fare e preferendole ad altre,  ur: e deve parlarsi di volontario e d’involontario non assolu  i, speravasi di evitare; non dimenticando mai che fra i beni  edi mali ve ne sono di così grandi, che per causa loro  La sembra quasi lecito all'uomo checchessia, e fra le azioni  e fatte di così turpi e malvagie, che niente v'ha per cui. 2  ue. possano essere perdonate‘. Così non merita alcun perdono +  . SA Alcmeone che uccise la madre, ed è ridicolo ciò ch'egli   Ne: addusse a sua discolpa: a certe cose non dobbiamo lasciarci  RS costringere, piuttosto è da preferire la morte 5. Invece 4 DO 1 e 3 N N ”  1 Eth. Nic. . % dì 00) gità uèv dnodarà tot,  eni IN iui n‘ e ‘ .  VÙV dî zl avti TOVÒs viper, al dà doyh èv té  TPATTOVTE,   n II x » 4 IANGLI DI x ORIO LI   zo astà uiv dnobar ar, vv dì ue Inti movie suobera. C'è  | in Aristotele per quello che riguarda questa specie d’azioni una certa |   oscillazione e titubanza, che è assai difficile riprodurre nell’   ni 2 Eth. Nic. III, 1, 6 parti rodlex.   5 Compendio della morale del lizio  | $ Eth. Nic. Eth, Nic. , A DI  esposizione. fi   Eta  quando vi siano tali mali che oltrepassino l’ umana natura  e che nessuno potrebbe soffrire, se altri, per evitarli,  faccia cosa che non deva, è degno, non certamente di  L lode, ma di perdono; e alle volte è perfino degno di  lode chi non dubiti di sottostare a qualche cosa di turpe  o doloroso, mirando a fine bello e grande!.   Del resto è difficile determinare quali cose si debbano  scegliere e quali sopportare di preferenza, presentandosi  - molte differenze nei casi particolari; e ancor più difficile + PA  è rimaner fermo nella presa risoluzione, poichè potrebbe 4  smuovercene o il dolore che ci si minaccia, o la turpezza  dell'azione, a cui ci si vuole costringere. Chè in generale  è questo il caso più comune di tali azioni: ci si vorrebbe  costringere a qualche cosa di turpe colla minaccia di  grandi dolori. Dove siccome è sempre da preferire il  dolore all’operare turpemente, si loda chi non vi si lascia  costringere, si biasima invece chi vi si lascia costringere.    I Eth. Nic. III, 1. 7. Svtote nel èrzwodviai, dTAY alcypoysat  ‘À Nuti gÒv UTOPEVOGI dti PEYÀ.OY ua 4240. î  2 Eth. Nic. III, 1. $ 9 in principio e $ 10 in fine.  3 Eth. Nic; .... &Tt dì yederotepoy Supetvat Tot  mi cd ROXb dom FÀ piv mpocdozopeve Nutnpz,    x    pocbztay ds Y% È  a di >» U, » VANE a  2 de vaqadbovma vicy 94, ev î7  Il senso di questo luogo imbrogliato mi pare il  ù difficile rimaner fermi nella presa risoluzione 0°, poichè, essendo il più delle volte "Sa  uello che =»    LI  vor val goyor yvovTat TEL TOÙS avarpraslevzas A ua  seguente: è ancor pi  di operare in una certa maniera  doloroso quello che ci aspetta se non operiamo, e turpe q CI  ci si vuole costringere ad operare, avviene che o il dolore minacciato, 3  attuale ci smuova dal nostro proposito. Una o laturpezza dell’azione IPEOR :  n tiranno, anziché sottostare STA a,  donna ha deciso di piegare alle voglie d’u ottostare  ai tormenti da lui minacciatile, ma al momento dî Meter i;   deci a tur 'azi a per compiere, la tratquanto ha deciso, la turpezza dell azione # st De So Sa n  Ì i ferisce i tormenti, Un uomo ha o di soffrire —  tiene dal compirla e pre leciso d È  Uursussazzenatessaaeeice isa reneeaaee re va naasenaoaineanininianien aninininiaeaninrioei nezizanioneeaerisseeereenaeoaierazeoiza lean ese ria zezanei    Riassumendo, involontaria o forzata è l’azione il cui  principio è al di fuori di chi la fa, e a cui questi in niente  contribuisce da parte sua; e il timore di mali maggiori  (6 96Bos pertivey zaz6y) e il fine onesto per cui si operi (dt  x4).6v 71), non rendono punto involontaria o forzata l’azione, sebbene le comunichino un carattere speciale, di cui  è necessario tener conto quando si tratti di stabilirne il  valore morale. Che se alcuno dicesse che in realtà l’onesto (rà x21é)  e il piacevole.anche più (xè dt2), rendono involontaria e  violenta l’azione, perchè costringono dal di fuori (avarstem #0 dv7z), se ne dovrebbe concludere che tutti in  tale ipotesi sono forzati a fare ciò che fanno, poichè  tutti operano per questi due motivi, l’onesto e il piace- ‘a  vole!; l’utile stesso per cui spesso si opera, non si sceglie  se non come mezzo a un bene o a un piacere; ciò che   | è amato e scelto come fine, è il bene e il piacere 2. D'altra  parte chi opera per violenza e involontariamente, opera  con dolore (2vrnpòs): invece chi opera per il piacevole e qualunque tormento piuttosto che rivelare un segreto che possa, ad   esempio, compromettere la patria; appena sente i tormenti, si rimuove ©   dalla sua decisione. Siccome poi si tratta di dolore proprio, personale,   da una parte, e di onestà dall'altra, e siccome è da preferire sempre   il dolore al venir meno all’onestà, così l’autore aggiunge: O0ey Erauvot   zz Yéyor ecc. cioè a dire che si lodano coloro che non si lasciano   costringere dal dolore a fare qualche cosa di turpe, mentre invece si   biasimano coloro che vi si lasciano costringere. Ero: è da riferirsi   ad 7 pi, Yéfora mepi Tod; vayzaolivmzz. 3  tNEth: Nic. III. 11. x  2 Eth. Nic. II, 3.7: 7eiòY Yao dvrwy cav sic TRS UiosGeLe.   AIN0d GUozs0vTos Adios ed Eth. Nic.. dofcre dov yecusov   civai di ob fiera apabov ari dovk, bareQUINTA dv ein v&Y206v TE AU Td 400 we Tin. l’onesto, opera con piacere (19 4dovîs); per la qual cosa se ciò che è piacevole ed onesto: costringesse ad operare, si opererebbe ad un tempo con dolore e con piacere, il che involge contraddizione!. E ridicolo adunque, conclude Aristotele, accusare le cose esterne, e nonse stesso come facile a venir attirato da esse, e delle azioni belle dar la causa a se stesso, delle turpi alle cose piacevoli » ?. Eth. Nic. L'affermazione d’Aristotele che chi opera per il piacevole e l’onesto, opera con piacere, non si può accettare che in parte; perocchè, se è vero che chi opera pel piacevole opera con piacere, chi opera invece per conseguire cosa onesta, si sottopone il più delle volte a dolori e non opera conseguentemente con piacere Eth. Nic. Masi potrebbe risolvere questa contraddizione in cui pare Aristotele si trovi con se stesso, affermando, come fa il Michelet nel suo Commento, che qui ($ 11) Aristotele parla dell’onesto che per se ci spinge ad operar rettamente, mentre prima {$ 7) ha parlato dell’onesto che ci induce a soffrir dolori per ottenerlo. « Postquam auctor de honestate, quae nos ad molestias subeundas impellit, et de molestiis locutus est, quas ut vitemus ad turpia facienda cogimur; jam de voluptate loquitur, quae nos ad haec cadem, et de honestate quae ad recte agendum compellit. Sunt autem haec illis magis spontanea, quia voluptas et honestas fines sunt, quos sponte nostra per se cligimus, molestias autem semper invite subimus, utpote a natura nostra alienas » Michelet Commento cit. pag. 103 - 104. D'altra parte si potrebbe ricordare che nella teoria d’ Aristotele è virtuoso solo chi opera il bene con piacere. Eth. Nic. 1 uh aitdy ebmpatov ovTa d tuuròv, Tv d aley pv nÙ i è cosa ridicola che, mentre si sostiene che tanto 1 ci costringono ad operare, quando si viene alle applicazioni, a che le azioni buone non siano già dovute, come a causa e per contro le azioni turpi siano dovute 1 yeXoloy Sh cd qitizola mà 4706, dI mò 76V rowirmy; zal TGV pev 4XA6Y Si. Il senso del qual luogo è il seguente: l bene quanto il piacevole si sosteng efficiente, al bene, ma a nol; die i Nel qual luogo il filosofo riconosce evidentemente, e sì fa gioco di coloro che non vogliono riconoscerlo, che delle azioni nostre siamo noi la causa efficiente: noi abbiamo in noi stessi una forza e un'energia nostra propria, colla quale possiamo sottrarci alle influenze che ci vengono dal di fuori, perfino all'influenza che ci possa venire dal bene. Il che, o c'inganniamo, o è un accenno abbastanza chiaro alla libertà del volere. Quanto è detto del bene e del piacere, si può ripetere dell’ira (0vpés) e del desiderio (r:0vuiz): le azioni che si fanno sotto lo stimolo dell’ira e del desiderio non sono involontarie !. Perocchè se lo fossero, nessuno degli altri animali agirebbe volontariamente, e neppure i fanciulli che agiscono massimamente sotto lo stimolo di questi due moventi interni ®. D'altra parte anche alle azioni come a causa efficiente, non a noi, ma al piacere che ci costringe. Per esser conseguenti dovremmo invece tutti due questi generi d’azioni attribuire alle cause esterne. Inteso così questo luogo, mi pare che non si possa dire in riguardo ad esso quello che dice il Ramsauer; (Commento citato): « vides illi (Aristoteli) quasi codem tempore cum diverso hominum genere rem esse. Qui enim dicant etiam 7% 423.d fizuz esse, non poterunt iidem té zz4.6v zi7izola é2UT005. Invece a me pare si tratti degli stessi uomini. Soltanto mentre in teoria sostengono che il piacere non soltanto, ma anche il bene costringe ad operare, e aggiungono il bene per far passar meglio la loro teoria, in pratica poi sostengono quello che loro fa comodo; fa comodo a loro esser riputati veri autori del bene; non fa comodo esser riputati autori del male. 1 Eth. VE III, AB Noi traduciamo ira il 0vuds greco. Ma veramente 0»yd5 non significa soltanto l'affetto speciale dell’ira. Il 0105 indica l’impeto, la veemenza, il calore dell'animo, ha quindi un significato più largo di ira. Tuttavia in italiano non parola che renda perfettamente il Inps. 2 Eth. Nic. III, 1. 22. Qui il volontario anche più che altrove Saprel trovare una belle siamo spinti da un qualche desiderio, da un qualche affetto, e sarebbe ridicolo dire a nostro elogio volontarie le azioni belle, involontarie le turpi, mentre dipendono dalla medesima causa. Ci sono poi delle cose che conviene desiderare ardentemente, come ci sono dei casi in cui conviene adirarsi: come si potrebbe dire involontario ciò che si fa in questi casi? ®, Ancora, che differenza c'è fra i peccati che derivano dalla fredda ragione e quegli altri che derivano dall'ira o dal desiderio, per cui questi. ultimi soli devano essere involontarii? Sono da evitare si gli uni come gli altri e le passioni irragionevoli non meno della ragione sono umane. Finalmente perchè si dovranno chiamare involontarie quelle azioni che derivano dall'ira o dal desiderio, che muovono cioè di là donde il più delle volte gli uomini sono spinti ad operare 4? Come si vede, Aristotele in questa questione che riguarda il volontario e l’involontario e ciò che è forzato e ciò che non è forzato, procede rettamente dall’estrinseco all’intrinseco, dal mondo esterno al mondo interno. Violenza è solo quella che ci viene dal di fuori, dagli è preso nel significato speciale di spontaneo. Perciò non è a far le meraviglie se Aristotele dice che appartiene anche alle bestie e ai fanciulli. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Come si vede l'argomento è questo: le gionevoli non meno della ragione sono umane: per conseda ragione, è anche volontario passioni irra guenza se è volontario ciò che deriva i ciò che deriva dall'ira e dal desiderio. Qui è ritenuto come volontario tutto ciò che deriva dall'essere dell’uomo; perchè ‘volontario anche qui è preso nel significato di spontaneo. Tratteremo largamente in fine la questione dell’éz00 Eth. Nic.. ti Giovy e dell'uzoustov. elementi, il vento per esempio, o dagli uomini, ed è violenza materiale, a cui non è possibile opporre resistenza; il vento ci trascina o ci solleva; gli uomini, quando ne abbiano il potere e la forza, c'imprigionano, ci tormentano, fanno di noi tutto quello che loro aggrada. Il timore di mali, che si vogliano evitare, un fine onesto per cui si operi, non costituiscono violenza; i mali per verità sono al di fuori di noi, e il bene a cui si miri è anche fuori di noi; ma il timore che si ha dei primi, è cosa subbiettiva, personale, e il bene ci alletta e ci sospinge solo in quanto è appreso ed apprezzato da noi, e s'è quindi trasformato in cosa nostra. Il movente è perciò sempre in questi casi interiore, senza contare che la vera causa motrice, il principio che mette in moto le membra, n dpyn où zuelv Td dpyavizà uéen, appartiene a colui stesso che opera,'èy abrò torw |. Altrettanto è da dire del piacere, dell’ira e del desiderio che sono tutti moventi intrinseci, tutti dipendendo dalla natura e dall’essere stesso dell’ uomo, di cui sono come la manifestazione. Per Aristotele è volontario o spontaneo tutto quello che è intrinseco all'uomo: egli non si cura di determinare se quello che è intrinseco sia intrinseco soltanto apparentemente, e dipendain ultimo ancora da qualche cosa d’ estrinseco; quello che è nell’ uomo, per qualunque motivo vi sia c da qualunque causa derivi, gli appartiene, e gli si deve a giusto titolo attribuire. Il regno dell’ szobary è vastissimo, quasi tanto vasto quanto la vita dell’uomo. Eth. Nic. III, 1. 6. metal a [ie à PA. x x | I ° MATTONI INI CRE PET ARI FR IR e PR ARR i nin enizaz azz nana 10S Pan TTA nerina nen ini era reni esente merpasenazean enesaziaricnennenecaasionzossenenianeanisea II. E in secondo luogo involontario quello che si fa per ignoranza (%yvorx) *. Intorno a questo è però da osservare che non tutto ciò che si fa per ignoranza è a rigore da chiamare involontario; imperocchè chi pure per ignoranza abbia fatto cosa di cui poi non ebbe a pentirsi e a sentir dolore, che anzi a lui piacque di aver fatta, non si può dire l’abbia fatta involontariamente, sebbene per verità neanche volontariamente, non facendosi volontariamente se non ciò che si sa: invece è da dire veramente involontario ciò che si fece per ignoranza e di cui poi si sentì pentimento e dolore ?. Della quale restrizione è da tenere 1 massimo conto nello stabilire il grado d’imputabilità d'un’azione. Se altri infatti si compiaccia -d’ un'azione che fece a sua insaputa, quest'azione che non si poteva dir sua perchè l’ignorava, diventa quasi sua per effetto di quel compiacimento. Intorno all’involontario per ignoranza è anche da osservare, che bisogna distinguere ciò che si fa per ignoranza, da ciò che si fa ignorando bensì, ma per un altro motivo. Imperocchè l’ubbriaco e l’ adirato è certo che non sanno quello che fanno, e tuttavia non Sl può dire che operino per ignoranza, e quindi si devano ritenere involontarie le loro azioni; le loro azioni, anzichè dall ignoranza, AO origine dall’ ubbriachezza € dall ira, SR non hanno saputo astenersi © da cui derivò 3PRUGL, ‘OSCUra= mento della loro mente 3. Per conseguenza chi abbia 4 Etb. Nic. Eth. Nic. INI, 1. 13 © 19: Eth. Nic. permesso che gli affetti dell'animo suo prendano tanta forza da accecarlo interamente, sicchè non possa più discernere quello che pure poteva discernere, costui non accusi come causa di peccato la sua ignoranza, ma quegli affetti che non ha saputo regolare. Ancora non è da credere che renda involontaria l’azione l'ignoranza dell’universale, cioè del bene e del male, l'ignoranza che riguarda il fine da conseguire, per cui gli uomini volgono l’opera loro ad un fine indegno, non sapendo ciò che sia veramente da desiderare. Il malvagio ignora ciò che convien fare e ciò da cui conviene astenersi; ma non per questo egli è non malvagio: anzi è questa ignoranza appunto la causa della sua malvagità!, Chi opera male non può addurre a sua scusa R di aver ignorato ciò che conveniva. fare. L'ignoranza x del bene e del male non può essere ottima ‘scusa del | ‘peccato; altrimenti si dovrebbe riputar buono chi pure abbia commesso azioni turpi ed ingiuste, quando in antecedenza abbia stimato bene quello che si propose di fare ?. Invece rende involontaria l’azione l’ignorare le cose i singolari nelle quali e intorno alle quali versa l’azione medesima; chi ignora qualcheduna di queste, ben lungi dall’operare volontariamente, merita compassione e Eth. Nic. Aristotele oltre che dell'ignoranza dell’universale) 1: x: III dvorz, parla anche d’un' ignoranza che ha luogo nel preeleggere, SR È) 17 mpozipécei dryvovz, come d’una causa della malvagità, alla in #36 poy0nptxs Eh. Nic. Gl’incontinenti, &xpxTeì, non errano nel fine, poichè sanno che sì deve fuggire la libidine, ma, tratti al desiderio, si allontanano dalla via che conduce al fine. In questi. C’è conoscenza dell’ universale, e ignoranza nella preelezione. Cfr. Mi. i |‘ cheler Commento cit. p. 108. + perdono !. Essendo le cose singolari, nelle quali versa l'azione, al di fuori di noi ed estranee a noi, l'ignoranza di queste è in qualche modo una causa esterna, un istrumento esterno ed estraneo alla nostra volontà, sebbene in noi; sicchè ciò che si fa sotto il dominio di tale ignoranza, sembra fatto non da chi agisce, ma da questa ignoranza stessa. Mentre l'ignorare che cosa sia bene e giusto e retto dipende da cattiva volontà, ed è non già qualche cosa d’estraneo e d’estrinseco, ma un principio interno, una qualità propria di chi agisce, che rende questo imputabile della sua azione. C'è insomma un’ignorantia juris, come la chiamano i legali, e wn’ignorantia facti; la prima è imputabile, la seconda non è imputabile; Ignoranzia juris nocet, ignorantia facli non nocet. L'ignoranza dei particolari può riguardare e chi opera (is) € ciò che si opera (xt) e intorno a che o in chi si opera (rspì #t È evi) 3, e con quale mezzo sl opera (rim), e per qual fine (Evezz 7ivos) e in qual modo 4 Certamente non è possibile ignorare tutte queste circostanze ad un tempo, chi non sia pazzo; perocchè non foss'altro, come potrebbe chi opera ignorare se stesso? Ma si può ignorare o la sostanza dell’ azione, o l'oggetto in cui cade |’ azione, 0 il mezzo, o il modo, o il fine. Per esempio ignora ciò che fa O) la sostanza dell’azione, chi ignorando non si dovesse dire una certa, Eth. Nic. Il Commento del Michelet p. 105, 5 Accetto la spiegazione di Michelet. Il rrept ab el’èv Ti Ì i 2 L i ì U AI CD indicano la medesima circostanza, l'oggetto in cui cade l'azione;sol to mentre il mepi ci si riferisce a cosa inanimata, l'îv 7ou si riferisce tan ico: pata, ersona Refer #s0l zi ad rem inanimam, îv ivi ad hominem. a p 3 i È + Eth. Nic. INI,  G. Z. uu i* Dà ‘per un nemico, come Merope, e l’uccida, ignora l'oggetto cosa, se la lasci sfuggire nel discorso: chi scambi il figlio dell’azione o la persona su cui agisce: ignora il mezzo chi credendo una pietra esser pomice e perciò materia tenera e innocua, oppure essere spuntata l’asta che ha invece acuta la punta, la scagli contro qualcheduno e lo ferisca: ignora il fine chi apprestando all’ammalato una pozione collo scopo di salvarlo, l’uccida; e chi volendo solamente toccare, percuota invece violentemente, è ignorante del modo !. Intorno a tutte queste circostanze potendo aver luogo l'ignoranza, chi operi sotto il dominio di questa opera involontariamente. Se adunque, per quanto s'è detto, involontario è ciò che altri fa costretto dalla violenza e per ignoranza, volontario invece sarà ciò che sì fa per un principio intrinseco e conoscendo le singole circostanze in mezzo alle quali versa l’azione 2; 0, come spiega lo Zanotti, avendo considerato le ragioni di farla, « perciocchè le singole circostanze, 7% x20' Éxxst2, che debbon conoscersi dall’operante, contengono appunto le ragioni, per cui dee, o non dee operare. Per tutto questo Eth. Nic. II, 1, 17. Accettiamo il 7i0xs del Susemhil, e non il rafees del Michelet, del Ramsauer ecc. L'esempio di chi appresta una pozione all’ammalato affine di guarirlo e invece l’uccide, piuttosto che un esempio di chi ignora il fine, ci parrebbe un esempio di chi ignora il modo o il mezzo. Vedi quello che dice il Ramsauer molto giustamente in proposito p. 142. 2 Eth. Nic. III, '1. 20 7òd Szobcvoy Séterev dv civa où dex Ev abré cidoti 7% nol) Enzota èv oîs modkic. Alla conoscenza delle circostanze in cuirsi compie l'azione, o, ciò che è lo stesso, alla esatta considerazione delle ragioni per cui l’azione si deve compiere, mirano la deliberazione, Bosdenaiz, e la preelezione, Tpoztoegts. La preelezione, chio chiamarei più volentieri proposto, ha grande importanza per la virtù, ed è ad essa strettamente congiunta. RE Dalla, preelezione si giudica il costume meglio che dalle azioni medesime !. Per la virtà infatti si guarda di più al come siamo disposti nell'animo, che a quello che si fa; gli atti esterni della virtù possono essere fatti a caso, 0 per ostentazione, o per simulazione, o per ignoranza, o per violenza; se manca l'intenzione, il proposito interno, la preelezione, mpoziosaw, gli atti virtuosi non hanno valore etico. Che cosa è adunque la preelezione ? La preclezione pur appartenendo al volontario, non è tutto il volontario; il volontario ha un'estensione maggiore; il volontario è il genere, di cui la preelezione è una specie. E difatti e i fanciulli e gli animali operano volontariamente, ma non con proposito deliberato, non con preelezione; e le azioni che sono l’effetto di un moto improvviso dell'animo, non essendo premeditate da.chi le fa, non si può dire sicuramente che siano state proposte, o prescelte, sebbene non si possa negare che sono volontarie. IN %, »,Ech. Nic. Trepi TINZPEGEOS eretar dte)berv, otzetd. è; Ù ne EIA À ” TATOYV Ye siva dozeì cf desti vat uao 7% in nplvew iv Ù TPACEOY. 2 Eth._Nic. III, 2. 2. DEMI SATO Z CPI, eee?) pi SA a 4 Pa, unsasaezeraa:iezaazez; nnnasioneeeesaneazasose sseeneti Poneszeszoanesipanizionesianaaneraneionezeze sv anenzenennariceeneai nina neneeaniaseaianizsane. La preelezione non è neppure un fatto d'ordine appetitivo; nessuna delle specie dell'appetito, il desiderio (emivita), l'ira (016%), la volontà (fovàno:s) *, è preelezione. Che l’ira e il desiderio non siano la stessa cosa della preelezione l'argomento capitale è questo, che i primi sono affetti che appartengono anche ai bruti, mentre invece la seconda appartiene soltanto all'uomo. Per quanto poi riguarda il desiderio in particolare, preelezione e desiderio si oppongono l’una all’altro, come avviene hell’incontinente e nel continente, nel primo dei quali la preelezione è vinta dal desiderio, nel secondo per contro il desiderio è vinto dalla preelezione ®. S’ aggiunga che il’ desiderio ha per oggetto il piacevole in senso positivo, il doloroso in senso negativo; la preelezione invece non ha per oggetto nè l'uno nè l’altro. Chi desidera, qualunque cosa desideri, JI: Bpetic, appetito, risulta veramente di tre clementi, 0up.òs, eridupiz, Rodina: Cfr. Eth. Nic. I, 13. 18 e la nota dél Ramsauer a quel luogo: « 7ò emibrinazizoy zi 6)0g bpeztiziv: hoc denique nomen 70 4)6Y0v illius.... ad quod universam Thy #014hv dpethv referri mox discemus. Primum est in eo quod habet èr iMuniay, at insunt etiam alia, ut addita voce %%Ì 190; ROTOnTe, quae presto Th ET I DDAZAI DS dpicems sunt. "055 E1s VEN ve Pe NTAZ vai Quuds où Bobana (414 b 2) » pag. 75. 2 Eth. Nic. II, 2 4 za! 6 &zoztie Ce DIIONIDTA] Tare mpozipodu evo d' où 6 Syapathg Ò' avdrzdiy Toogipobuevoe ev, Ceri VIIXONI d’ où. Il continente e |° incontinente hanno questo di co mune che c'è in loro una specie di lotta intestina come di forze ostili; da una parte il desiderio, dall'altra la ragione; nel continente 3 la ragione si assoggetta il desiderio ribelle, nell’incontinente il desiderio ottiene il sopravvento. « Quum Aristoteles ad mores hominum spectans, ut breviter loquamur, quatuor distinguat genera (qui boni, qui mali sunt, qui &y4p%TeTs et CRI in duobus illis quos, priore loco diximus, discrimen quo in anima % Gostic a ratione differt ante”“ani tai Pacini te nai init sia buona o turpe, per una certa necessità dell’ umana natura se la finge come piacevole; chi preclegge, anche se per caso preelegga i più turpi piaceri, se li rappresenta sempre come beni !. Non è adunque da confondere il desiderio, colla preelezione. Anche meno è da confondere l’ira con la preelezione, poichè le cose che si fanno sotto l’ impulso dell’ira, sono ben lontane dall’esser fatte con meditazione e proposito deliberato. La volontà, sebbene affine, non è neppur essa la stessa cosa della preelezione. La volontà infatti può versare intorno a cose che o sono del tutto impossibili, come chi volesse vivere immortale, oppure sono tali che il farle non è in potere di chi le vuole, come chi volesse che un certo istriéne o un certo atleta vincesse. Chi preelegge invece, non si propone cose impossibili, salvo il caso che sia pazzo, nè cose che non sia in suo potere di compiere 3. Aggiungasi che la volontà si riferisce piuttosto al fine, la preelezione invece, ai mezzi che conducono al fine. Noi vogliamo esser felici, scegliamo i mezzi necessari al conseguimento della oculos non est. lam enim in .probis hominibus Tò dpe4tizoy totum se conformavit ad auctoritatem rationis, in pravis co. redacta est ut potentiae 705 opeztinod libenter assentiat et inserviat. Contra oi 49% mel et oi azparete id commune habent, ut in utrisque spectetur intestina animi dissensio et dimicatio quasi virium hostilium... In ANZI enim victa ratione optime apparet con) sit propria 775 dpitews vis spernentis © TOY If. +; in îjnpeare stz vero subacta cupidinis rebellione eventus docet, rationem iubentem atque increpantem aditum habere ad 7ò dpetu0Y ». Ramsauer Commento cit. p. 74 i { Eth. Nic. JII, 2 5. Cfr. la nota del Ramsauer a questo luogo. Eth. Nic. . Éth. Nic. IMI, . RE ore a a ad felicità. Dire che si sceglie d'essere felici non sarebbe conveniente !, Se però la volontà è differente dalla preelezione, non è differente che nella maggiore estensione ch’essa ha: noi vogliamo quello che preeleggiamo, ma non inversamente tutto quello che vogliamo preeleggiamo ?. Stabiliti i confini tra la preelezione e le singole forme dell’appetito, resta a vedere se la preelezione sia un fatto d'ordine puramente intellettivo. E qui Aristotele | confronta la preelezione coll’opinione, dé, dando però i all'opinione un valore e un significato più esteso dell’or.dinario, sicchè si può dire che abbracci in generale tutta l’ intelligenza 3. È 1 Eth. Nic. III, 2.9. à e: “6 ? Eth. Eudem. II, 10. 17 &rxvTeg zo Govtonela È nel Tonzi- i pobuebz, ob pevtar ped Rordoualz, riva rpeozipobts"z. Osservo però che in realtà tutte le cose che si vogliono, si scelgono anche; perocché le cose impossibili non si vogliono, si vorrebbero soltanto; c’è, vale a dire, per quanto riguarda le cose impossibili, un volere iniziale, non una vera e propria volizione; c'è il vorrei, non il voglio. Si 5 Eth, Nic. III, 2. 10-15. L'opinione com'è intesa qui abbraccia La in realtà tutta l'intelligenza, perchè in 1° luogo si riferisce anche alle cose eterne, che cioè non possono cssere altrimenti, quindi abbraccia. quella parte del principio avente ragione, che Aristotele chiama 7ò Pr pr EmaTovzoy; in 2° luogo sì riferisce anche alle cose che possono L: essere altrimenti, quindi abbraccia quell'altra parte del principio avente Cor ragione che Aristotele chiama 7ò ).0yto7t6y (Cfr. Eth, Nic, VI, 1. 5-6). È * Per conseguenza abbraccia l’intera ragione. Senza contare che è leo- + enti didvorz, perchè dof4lousy di ci 307 insi it CD path dizvoz, p o9439uev de TL EoTw, e insieme moeztizA RIGICATO, ; i $ i drdvo1a, perchè:dot4lonev Tini cuuptper i oc. Il dolzoridy adunque. È : Sal ha qui la stessa estensione del davanti. Nel libro VI cap. VS il È x » Telo "a . 4 . - AR doQxstiziv ha un significato più ristretto: % == yde dé * S pi Li cu Teol TO ° evdey duevov Dos Eyew al i geivacis. AAT NELL’ETICA D'ARISTOTELE Primieramente adunque l'opinione si estende a tutte le cose, non meno a ciò ch'è eterno ed impossibile, che a quello ch'è in nostro potere; la preelezione invece si limita a quest'ultimo appunto, come già s'è fatto osservare !. L'opinione ha per sua legge il vero; la preelezione il buono. Coll’eleggere il bene od il male diventiamo di certa qualità, buoni o cattivi, mentre coll’ opinar bene non si diventa buoni, come non si diventa cattivi coll’opinar male *. E poi si sceglie di seguire o di fuggire una qualche cosa in seguito all’ opinione che ce ne siamo formata, ma non si può dire affatto che opiniamo il seguire o il fuggire medesimo ®.. Si noti inoltre che la scelta cade su beni conosciuti, mentre l'opinione si forma là dove manca una perfetta conoscenza. Finalmente se la preelezione fosse la stessa cosa dell'opinione, si vedrebbero le stesse persone opinare e preeleggere il meglio: mentre non è raro il caso che si opini il meglio e per malvagità d'animo si elegga il peggio °. 1 Per quanto fu detto adunque la preelezione non è un fatto che appartenga del tutto 0 all’ appetito 0 all'intelligenza. Forse che risulta di tutti due questi elementi? Vediamolo. Ma prima esaminiamo che cosa sia la deliberazione, Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. III, 2. 12. ‘ RUS, 13. %d Tooztpodue % où rav touev. Intorno al qual argoice il Ramsauer: Parum in hoc sexto A Îoc vi, Ò Sara 4 ziòv dotalovtwYy 00 OLGTAL0VGWY, Ma univ È$ uoMiota iouev 4 Eth. Nic. III, 2. \ (Sa \ Kay = SÌ dpa9à dvra, Dobalopev dè to si può riferire quanto Ò Evo. Y%0 iDevar 1140 db 24-27. men argumento ponderis: YI olovtal cups e ‘ mpozipeois esse d0S4 TU s Eth. Nic. III, 2. 14 Poterit igitur nibilominus dii è. titan nazio piantina ® PY log * stesso Tpoxtosote foblevai, perocchè la scelta pare non si possa dare senza aver prima deliberato che cosa si debba scegliere. Il nome sw indica elezione di una cosa con esclusione d’un’altra, e ciò non si può fare senza un antecedente x è) giudizio e un'antecedente deliberazione. La deliberazione, fobieva, è come quella specie di giudizio pratico che nelle creature intelligenti e ragionevoli deve sempre precedere l’azione. Perciò appunto non in tutte le cose si delibera e si prende consiglio. Non sì delibera sulle cose eterne e immutabili, o sulle impossibili ‘a ottenere; non si delibera sulle cose che dipendono dal caso, e neanche su quelle che dipendono dagli altri uomini; non si delibera su ciò che o per necessità di natura o per altre cause avviene sempre d’un modo, 0 sempre muta !. Si delibera invece su quello che dipende da noi e che può essere operato da noi, fovXeuius)a dì repl mov 89’ fiutv mpazzov *, là dove però l’esito è incerto e indeterminato, e ci può esser luogo a dubitazioni molte x e diverse; chè dove è certezza e sicurezza cd esattezza, anche nelle cose nostre non si delibera. Eth. Nic. \ D 3 Eth. Nic. %xl mept pèv mas dzorbeis al abrdo LIT pei E) » toy èriotmuiy nba fatt Bouth..... td Bovdeveclar dì èv I SE OA A UL IS di 7ò x #R0À E A gola NEL mois ds ETÌ Fò FOO, di priore dè nos aroboerzi, nai èv 0Îg ddLd sensoszerzeveeansazzosiessoneanen Si badi però che non si prende deliberazione e consiglio intorno ai fini, ma intorno ai mezzi che conducono ai fini. « Imperocchè nè il medico si consiglia s' egli ha da sanare, nè l'oratore se ha da persuadere, nè il politico se ha da fare buone leggi, nè alcun altro dei rimanenti si consiglia intorno al fine: ma tutti avendosi proposto un qualche fine, indagano in che modo e per quali mezzi sarà ottenuto, € se apparisca che per più mezzi si possa ottenere, ricercano per quale si otterrà più facilmente e meglio, e se non si possa ottenere che per uno, ricercano il come di quest'uno, e il come di quel come, finchè giungano alla prima cagione, la quale -. L'ultimo nell'analisi è primo nella ricerca è ultima. . li ultime parole vanno intese nella generazione », Le qua Eth. Nic. Non è vero che si deliberi sempre in on intorno al fine. Verius enim hoc (che deliberiamo intorno in artibus, velut medici, oratoris. - e ordinandam spectant. Etenim quomodo erit judicandum de torno ai mezzi e N Ecco le giuste osservazioni del Ramsauer a questo luogo: ai mezzi e non intorno al fine) uae ad universam vitam ben quam in iis q aa RO REESE * ve ut ipslus philosophi vestigia Preriano i Re e dy dizapivat OTOV AITI TOLG) AIOETEON, illo cui forte factum est LAAET i : quoniam et timet instantem dolorem nec libens admissurus est quo efas sit (r110 @ 29-33)! Annon ambiget deliberabitque, utrum dolor na t? Aut igitur duplex genus sibi fugiendus an honestas amplectenda si ee ltera qualem h. 1.(C 15 sq.) depingit; Boumis es de fine altera, altera 3 i Ve) aut illa quidem meditatio quae ad ciln perunet, quamqua psa i vel ACETI, intendi audivimus, alio nomine indenda genere seponenda. Silentio vero camdem obruere utrumque negari non poterit et esse cam et facere pi . CRI o Neque enim in exemplis quibus nititue Aristoteles 0 Ù k quod dici. Fuerunt profecto viri poliuci, Ilent sUvopiav compa in pio aliquani 14 - erateta TIP wPETSO: haud licuerit: na ad mores hominum. S ino verum est ra È eno certo constabat, utrum ma ; a uibus haudita P i pre DARet I; ivitati an sibi potentam; arqui Ista de fine q rare Cl sibi così: quando l’uomo nella sua ricerca dei mezzi per giungere a un certo fine, è arrivato a quell’ ultimo, oltre il quale non resta più nulla a deliberare, cessa dal deliberare e incomincia a operare: per ciò quello che fu ultimo nella ricerca diventa come il principio dell’ azione. Avviene qui quello stesso che nella risoluzione d'un problema di geometria. Chi si propone, ad esempio, di ricercare il centro d’un circolo, dati tre punti della circonferenza, congiunge i punti con due rette, divide le rette È in due parti eguali, innalza una perpendicolare sopra il "i ‘punto di mezzo di ciascuna delle rette, e dove si incontrano le perpendicolari, qui ha il centro del circolo. Il centro del circolo è ultimo a esser trovato, ma in realtà è il principio da cui dipendono i singoli momenti della figura geometrica descritta, è il principio da cui il matematico | fu mosso a fare quella sua operazione !. Insomma fra la deliberazione e l’azione, fra le Bobdevas e la pà4:5 intercede questa relazione, che il fine che uno si propone a raggiungere, è il principio della deliberazione, eil termine della deliberazione è il principio dell’azione 2; ciò per cui si fa l’azione (65 od fveza) è il fine, ciò che muove all’azione è quell’ultima cosa che. ; fu escogitata dalla deliberazione: il primo è causa finale, | la seconda è causa motrice (60sv zivaoto). i ‘ Del resto è naturale che se la ricerca mena all’impossibile, si cessi dal deliberare e si abbandoni il pensiero dell’azione 3; come è naturale che si deva porre un qualche { Eth. Nic. III, 3. 11 in fine: è y&p PovAevopevos Eorzey Cnteiv uri daiva)ibe Toy cipa ivo: Teoroy OoTEg DICA TLITZA Cfr. il commento del Michelet e del Ramsauer a questo luogo, 2 Eth. Eudem. Il, 11. 6. #5 pv GÙv Y0Gzo Ò SE Ni Di (a n by Tò ito È 5 Eth. Nic. III, 3. 17. BoyMevToy DI vl TIONISTO È TÒ, | i ZA ZOATO ; 4 ef nf T00TINI d9mpLepevoY 4Òn 70 mpozipetov. 70 YZ9 Ca 776 Ho Dogo 21 dp Ennntos SaToy ms TpaSei, 4 "x . A bet yotMiy T0OLL9ETOV. EGTUY. TZU vpriev Toti O . (N i y PLS Y DIXI DITO La RATTO IA i rà BEATIOTA TAOARANEÌ. Eth. Nic. I, 13, 15 bplos vd 4Iù ET i i parole det Yeg 2 Cfr. Eth. Nic. Nota specialmente le . ORO e ENCIO KLLAR Srdo TOY dany Fois garzone anto 40% DI . 1 ì : de " "© re n i re daga? a i act e x 282 Ò LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ medietà d’ Aristotele è perciò in fondo la stessa cosa che la metriopatia di Platone. La retta ragione compie per Aristotele lo stesso ufficio che il #52, 0 il limite per Platone nel Filedo : V infinito, 4rexov, di Platone è da trovare, per Aristotele, nelle diverse funzioni della vita; nel piacere e nel dolore che sono gli stimoli che servono a conservarla c a propagarla come vita naturale; nelle relazioni della vita comune, negli onori, nelle azioni, negli uffici pubblici, nelle passioni in generale, ira, timore, coraggio ccc.!. Così i due grandi filosofi hanno fatto tesoro in morale di quel precetto che costituisce come il fondo della vita comune del loro popolo, «ne quid nimis». Il senso della misura e dell'armonia è la caratteristica del popolo greco in tutte le molteplici manifestazioni del suo spirito, ed è il segreto per cui ha potuto arrivare a tanta altezza nella storia del miondo. Platone e Aristotele si son fatti in morale gl’interpreti del loro popolo. Già anche altri prima di loro aveano accennato a una simile dottrina. Focilide avea cantato che «la moderazione è ciò che v ha di meglio; che la condizione media è la più felice» ?: Democrito avea detto che «il meglio è di serbar sempre la giusta misura; che troppo e troppo poco sono male » 3; ei Pitagorici, con non diverso intendimento, aveano fatto consistere nel dezerminato il bene, nell’indeterminato il male; il che Aristotele approva altamente, aggiungendo, a guisa di commento, che in realtà l'errore è multiforme e il è 1 Cfr. Eth. Nic. 11, 7, dove si tratta delle varie virtù e se ne indica la materia. 2 Bergk, framm. 12. 3 Euscb. Praep. Evang. XIV. 27,3. Si ricordi anche il consiglio ? DA n) di Democrito 1eroroaTi FEsyuoe 4% bio Cappereta. cammino diritto uno solo, sicchè quanto virtù, altrettanto è facile il vizio !. Ma nessuno al pari di Platone, di Aristole, clevò a sistema questi massime sparse: qua e là, ed erompenti, per così dire, dal cuore stesso del popolo. Ogni moralista accoglie di necessità una materia in gran parte data; ma è lavoro creativo ed originale il dare a quella materia un fondamento più stabile e sicuro. Già abbiamo accennato al carattere eminentemente estetico della Morale d' Aristotele?: la medietà, in cui consiste la virtù, ne è ‘un’ altra prova. La medietà è in fondo nient altro che ordine, misura, determinazione #; e queste sono qualità proprie del bello. Aristotele, benchè ‘non Ateniese, ha veramente quelL'amore del bello con sobrietà e con misura, colla chiaroveggenza, che viene da un intelletto nemico d'ogni eccesso, che Tucidide, per bocca di Pericle, dice essere il carattere dei Greci d’ Atene, gu)ézz142 UST sdredetag 1 Ma forsechè la virtù aristotelica ha solamente un valore estetico, € le manca quel non so che di più profondo e più intimo, di più veramente morale, che è proprio della virtù? Ecco una questione grave che dev'essere risoluta. fa Se si passassero in rassegna tutte le espressioni che Aristotele adopera per indicare l'atto moralmente buono, si vedrebbe quanto siano in gran numero le seguenti: è difficile la e più specialmente precetti e queste 14. Cfr. anche Eth. Nic. 11, 9. 2 € 7. | Eth. Nic. II; 6; Dig «La dottrina della felicita nell’ Etica Nico 2 Vedi il Saggio machea di Aristotele » P: 218-219: een i ) O NI rs vat ig gie AZ Te 4 5 Eth. Nic. II, 6, 11. T9 Òì bre uu co 945 pds 11590) Discorso di Pericle. XL Soy "on emette voetht s- 32 N} = LX FALGTON, naso EGR The dott. ni vena naù © de, TE vat ole a 41 Thucyd. II, 44; airrrpentini eee een eee ei n; gn arr © 2} 20h, di nIIà TUE, 11100 ivenz, Òid Td 22.0V, Teo: cò sai, AIN Tidog This aperte, poca 22.65, e simili, tutte indicanti che buono ‘e bello sono la medesima cosa € che il valore della moralità sta in fondo nella sua bellezza. Ma accanto a queste espressioni, ce ne sono delle altre, che, sebbene non in così gran numero, sono però non meno degne di considerazione e di studio. Aristotele infatti dice, ad esempio, che il temperante ariiypeò ©v dei el ds der, z2ì 672; che non è liberale chi dona vîc uh Sex ®, o prende per donare G0ey pù det 3; ma invece chi dona vis det ei dre 4, e prende per donare i0ev der 5; che per la virtù morale è cosa di altissimo momento ò yzio3ty ois dei zzi unsziv % St 9; che quando alcuno per una violenza a cui non si possa resistere, compia cose % wi di, è degno di compatimento; ma però bisogna resistere più che si può, non lasciarsi costringere a certe cose, îviz d tas olz tatuw ivzyazalava:, piuttosto morire, %}}% pX}%ov drolvatiov, € morire dopo aver sofferto gli estremi tormenti, aalliviz 7% damorzzz, *. Altrove poi, volendo determinare quasi il carattere principale dell’azione malvagia, dice che consiste nello scegliere per malvagità 00, % dz, pur conoscendo ciò che è meglio, %uewov 8. Eh. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic, Eth. Nic. Eh. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Dozodat, Fe 0dy, di abrot roomipriolai e dorata. nai doldew, dI nor doti yer Femor did vasta Qual è il valore che si deve attribuire qui alla parola der, e alle altre equivalenti, où îo7w, gravato? Accennano esse al dovere, all’ obbligazione nel senso kantiano, o anche semplicemente stoico della parola? Siamo qui dinanzi a quella necessità interiore, @ quella coazione d’indole specialissima,. che è penetrata nella coscienza per opera, in particolar modo, del Cristianesimo? Certo, dar significa st deve; MA qui mi pare sia- piuttosto un si deve di convenienza, di opportunità, di ordine; di armonia, un si deve estetico, per chiamarlo così, che un vero € proprio si deve morale. Ciò che si deve fare, pel lizio, è ciò che è dello fare: ci sono certe cose che si deve temere € che è dello remere, vin ydig vai dei gopztata va v).61%; per esser liberali davvero bisogna donare a chi.si deve, quando si deve’, e dove è bello, dedivar dis Sa al ire, nad 0Ò 4210) 2; sî deve esser valorosi non per necessità, ma perchè è cosa bella, dzt ÒÙ où di dvegziav deri siva. Dai e Seni da ha un significato diverso, e più profondo e più intimo, certo è che Aristotele non s'è curato mai di determinarlo; anzi quando nei Topici * ‘ha messo New fra le parole che si adoperano in diversi significati, 79)12/05 IEYOUEYZ. ne ha accennato due solamente, quello di utile e quello di bello, civ sì 76 Òiov tori 70 Guugspo dd IZZO D'altra parte ciò che si deve fare è prescritto dalla ragione; e le parole che Aristotele adopera per indicare queste prescrizioni della ragione sono: 9ì095 FR ù 2oryoac plles, è 2byas mpua Tiara: Ora che valore hanno DEE parole? Indicano forse un comando espresso, che ObDUB ui ' Eth. Nic. III, 6. 3: 2 Eth. Nic. IV, 1. 17. 5 Eth. Nic. II, 8, 5: > +11;3,4- agtonnal, > pr E UT IE e ti al pei la volontà, un qualche cosa di simile all’ imperativo categorico del Kant? C'è in queste parole quel che di profondo e di intimo, quel che di propriamente morale, che indarno s'è cercato nel det? Per vedervi tutto ciò bisognerebbe snaturare e falsare Aristotele. La diritta ragione, osserva con molta acutezza Ollè Laprune, ordina bensì, 7477, ma si potrebbe dire che « ha meno per ufficio di dare degli ordini che di mettere ordine. Essa ordina meno all’ uomo questo o quello, che non ordini l’uomo; non jubet, si potrebbe dire in latino, sed ordinat. Anche quando. prescrive un’ azione, x606242721, CSsa prescrive piuttosto un bell’ ordine, una bella disposizione dell'anima e della vita, che non enunci un articolo di legge. La forma che dà ‘è estelica piuttosto che legale. Essa ordina lo spirito, il sentimento, assegnando a ciascuna cosa il suo posto, determinando così fa condotta, molto meno analoga in questo a una legge che comanda, che a un principio intimo d’armonia. E regolatrice, senz’ essere propriamente imperativa » ?. Si potrebbe aggiungere che non una volta sola troviamo nella Nicomachea l’ espressione 5 Ioya: nededar, la ragione comanda, che certamente non mancherebbe, qualora alla ragione Aristotele assegnasse un Vial diverso da quello di semplicemente dar ordine ed armonia all'uomo e alle azioni sue * 1 Op. cit. p. 86. 2 Nell’ Eudemia però (II, 3 2) noi troviamo l° espressione Ò ros ne)evet, la ragione comanda [av 2XGL dì Td IÉGay o) mode uz Remorav 70570 vyda Sor e rota ve)aber vat 6 Idyos È ma, osserva Ollé-Laprune (op. cit. p. 86), non certamente con significazione kantiana, bensì con valore analogo a quello della frase della Nicomachea (VI. 1. 2.) Sca 4 tarerzì ve)eber. - In ogni caso non bisogna dimenticare che l’ Eudemia non è opera d' Aristotele. Il dovere adunque, chiamiamolo pure con questo nome, e la regola dell’operare hanno in Aristotele sopratutto un valore estetico; e tion poteva essere diversamente, quando si pensi che manca in lui anche la coscienza morale. La coscienza morale ? potrà qui ‘osservare qualcheduno; ma come può mancare la coscienza morale in otte se troviamo in lui un'analisi così profonda del voloziario e dell’ involontario, se la ragion pratica vi è considerata come la misura e il giudice del bene, se il sentimento di piacere che si aggiunge all’ azione compita, è preso come criterio e indizio dell’ abito virtuoso formato, se è richiesto che il bene si operi per se stesso, e con fermezza d'animo e costanza, se insomma si tiene un così gran conto di tutti gli elementi interni, e, chiamiamoli così, intenzionali dell'atto? E la parola coscienza, cuvzidas, che manca in lui, non la cosa; e noi dobbiamo tener conto delle cose, non delle parole. La coscienza morale non è in fondo altro che la legge morale considerata subbiettivamente, cioè la legge in quanto è giudicata, conosciuta, interpretata, applicata dall’agente morale: ora non altra cosa è quella che Aristotele chiama retta ragione, 3500: %6yo; La retta ragione è come l'ideale dell’ operare; ciascuno porta con sè questo ideale, e chi vi si conforma perfettamente è, per così dire, la personificazione della coscienza morale. Certo che in Aristotele c'è qualche cosa che fa pensare alla coscienza morale, che anzi, a prima vista, potrebbe confondersi con essa; ma o c' inganniamo, o) la vera e propria coscienza morale manca in lui, 0 almeno mancano in lui alcuni dei caratteri proprii e distintivi di essa. Coscienza morale non è infatti soltanto la legge morale giudicata, conosciuta, interpretata e applicata una specie di giudice interno un processo intorno ai nostri un giudice che ci loda dall’ agente morale; è anche che istruisce, per così dire, atti e pronuncia una sentenza; È o ci biasima, ci premia o ci castiga, e traduce in una soddisfazione ineffabile la lode ed il premio, in un tormento d' inferno il biasimo e il castigo. Fa altrettanto la retta ragione in Aristotele? La retta ragione giudica anch'essa, ma giudica alla maniera d’un artista: essa decide che cosa si deve fare per raggiungere l’ ideale, e vede poi se l'ideale è attuato nelle azioni e fino a che punto; ma l'approvazione 0 la disapprovazione che dà, il sentimento che suscita di piacere o di dolore, perchè l'ideale è attuato o non è, assomigliano molto più a quell’approvazione 0 disapprovazione, 4 quel sentimento di soddisfazione o di disgusto che dà e: prova un artista dinanzi a un’ opera d’arte, dinanzi all armonia o disarmonia delle sue parti e del tutto, che a un’approvazione 0 disapprovazione, a una soddisfa zione.o a un disgusto d’ indole propriamente morale. Fu già osservato! che il bene si distingue dal dello massimamente per questo, che nel bello l'oggetto del giudizio è estraneo e più o meno indifferente all’ uom0, come sono i colori, i suoni, le parole ecc.; nel bene invece è la volontà propria dell’uomo, cioè l’uomo | [N x stesso. -In Aristotele l'oggetto del giudizio morale È bensì l’uomo, la volontà sua, e perciò non è certo. estraneo e indifferente all'uomo stesso; ma è d'ordinario così sereno il giudizio che la retta ragione Ne pronuncia, si addentrano così poco nell’ intimo: dell'uomo l’approvazione o la disapprovazione, il piacere o il disgusto che ne sono -la conseguenza, che parrebbe SES l’uomo non fosse in gioco in quel giudizio; dI l 3 Lindner, Lelrbuch der Psycologie al cap. dei sentimenti morali: o almeno fosse in qualche modo estraneo a se stesso, Insomma la coscienza morale in Aristotele,-se pure si vuole chiamare con questo nome la retta ragione, manca di quel che di intimo e profondo, che ne è il ; carattere distintivo principale, sta, per così dire, alla È superficie dello spirito, non ne ricerca le intime fibre, 5 e non conosce quindi nè gioie austere solenni pel bene TM compiuto, nè rimorsi dilaniuni pel bene violato. In o nessun luogo -d’ Aristotele troviamo qualche cosa che © pi possa paragonarsi a ciò che noi diciamo rimorso, come Sa in nessun luogo troviamo quella che noi econo pace «e tranquillità della coscienza 1; l’ idea che Aristotele si - SO È fa della responsabilità interiore, dice anche qui Ollè La | Laprune, è piuttosto estetica che morale ?. : SUE È Per quanto s'è detto adunque è proprio vero che TS la virtù in Aristotele ha un valore e una significazione x estetica assai più che morale. » A non diversa conclusione si può arrivare esami |. mando il concetto che Aristotele si fa della malvagità e È del vizio. s Nel capitolo 8 del libro V_ Aristotele determina netta- ; È mente le condizioni della malvagità. Non si dà il nome” di malvagità a un malanno che capiti inopinatamente, ma02)6f 05; questo si direbbe piuttosto infortunio, &76yagz; non si parla di malvagità neanche quando un danno. recato ad altri è bensì conosciuto da noi e noi ne siamo | 4 Per verità in un certo luogo Eth. Nic. è detto che i malvagi odiano e fuggono se stessi ‘e la vita, e si uccidono; il che, farebbe supporre che nei malvagi fosse vero e proprio rimorso. Mao c’ inganniamo, o qui è più che altro l'interna disarmonia e l'in terno squilibrio, e quindi ancora un qualche cosa di contrario. alla La Le, la causa dell’ odio alla vità e del suigdio: EI i: ; Tata SIR EESO NIC Del Fainivissisceteiesrecorssisvossaogiessapesareneone ivo iovopivoiocenserrenescepnescernnia iii la causa; ma manca da parte nostra il proposito deliberato di nuocere, manca la malizia; ciò si direbbe piuttosto errore, dudoTapz. La malvagità esiste quando si fa ‘danno con intenzione, col proposito veramente di farlo I IAIIION| ada; allora l’uomo dix uoyBngizvh Piaba, È4 è veramante &dtog; rovnpos, moy0npos |. Conveniamo che un'analisi più proionda delta malvagità non si poteva dare, nè si poteva meglio mettere in rilievo la parte che nella malvagità si deve assegnare al volere. Ma in che consiste in ultimo questa malvagità, questa xzziz, questa uoybnpiz, chè tali sono specialmente le parole che per Aristotele denotano la malvagità? L'anima dei malvagi è ) in discordia con se stessa, eruci4ler 2dràv + dz, è detto nel ] capitolo 4 del libro IX, e una parte s'addolora per astenersi da certe cose, e un’ altra s' allieta, e una parte qua li trascina e un'altra là, come lacerandoli e dilaniandoli ?. È il disordine adunque e l'anarchia interiore il carattere principale del male morale; è la deformità, la bruttezza che da questo disordine e da quest'anarchia ! Riferiamo l’importantissimo luogo: &7xv év ody TILLIOOG I DION Yet, arbg apo, dTav dI uh T46AA6YO legge positiva: alle sue formole brevi, inesatte pel loro rigore medesimo, bisogna sostituire, nella pratica, il libero e delicato apprezzamento dei fatti, delle circo- tanze, dei rapporti, senza il quale la morale è una scienza vuota e falsa, e la legge può condurre a delle vere ingiustizie. La giustizia sociale dev’ essere corretta dalla giustizia naturale, che con quella deve costituire come un solo tutto. Ma la giustizia naturale, l'equità, l'imeize, non ha la sua applicazione che alla giustizia determinata dalle leggi positive? : Il concetto dell'equità è in Aristotele troppo ristretto. Non soltanto essa corregge le leggi in ciò che queste possono avere di difettoso; non soltanto fa che queste s'interpretino con criterii larghi e benigni, e non sì prendano dal lato peggiore (srì ò yeèsov), anzi si sminuiscano (zero) nelle loro applicazioni!; non soltanto insomma si estende a quella parte dell’ umana attività che è regolata dalla legge; ma comprende ogni genere di rapporti che si possono stabilire fra gli uomini, si estende a tutta la sfera dell’ umana attività. Si potrebbe dire che ne sia espressione la formola: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso, » formola larga e comprensiva, suscettibile di essere applicata a tutto e a tutti, e non soltanto ai casi determinati dalle leggi. : > tele] . «_» Non daremo ora che un cenno della giustizia pro - priamente detta, É noto con quanta profondità e verità | Aristotele abbia trattato questa questione. La dottrina : x x $ lr tata i È, LI dove leggiamo: Zori dI èmuerzis TO TAPR TOY YEYPHLUEVOV VODOY YA DIZZLOV. i ; «R eRENTO NE, 22 1 Eth. Nic. V, 11.80 WN dapiBodizzios èm TÒ % %, Co eipov KAÀ EXaa Dari x ‘ ARE corinbe, nalmeo Syoy dv vop.ov Bonfov, smueuzig Soru. » della giustizia è, con quella dell'AMICIZIA [cf. Grice on the aporia], la parte più bella e perfetta dell’ Etica Nicomachea. La giustizia, in un senso larghissimo, è abito di conformare le proprie azioni alle leggi; ©, siccome le. leggi comandano ogni specie di virtù, essa è la riunione di tutte le’ virtù, sta nell'esercizio di queste con rela-. zione agli altri uomini, è il bene altrui, cò dMMorgrov &y200v, p come dice con frase energica Aristotele !. Ma oltre questo significato generale e troppo largo e indeterminato, la giustizia ne ha un altro, più particolare, più ristretto e preciso. Lagiustizia è sovratutto eguaglianza, e siccome l'eguaglianza può aver luogo nella distribuzione dei beni e degli onori, oppure nelle transazioni e negli scambi, nella riparazione delle ingiurie, nella compensazione dei danni, abbiamo due specie digiustizia, la distributiva (qò èv es dravoads Sizaroy), e la correttiva o compensativa (è èv T-1:-20000 cova pani dopdriziv) ®. Tanto la prima quanto la 4 Eth. Nic. Vedi specialmente queste parole del $:17 uri ceto dzioy Dozet siva dizioni uova Tav dpETOY, dui Tpòs Etepov totlv. i 3: zi 2 Eth. Nic. V, 2. 12 775 dì zatà pipos dizzionovag vel zoù nur mothv duzziov &v per èomw cidos 7ò èv als dzvonale cure 7 yPuuaToy ) s0v ov do peprotà To LOMavoval'AGiGi moliretzg ( èv Tolto Yip for el dvicoy Eye nat nov ETEpov Eripov), Ev dì 7ò èv 70 avvale pari Sropeziziv. A torto si chiamò dai più giustizia commutativa quella che Aristotele chiama — ‘correttiva, T6Ò Sroplworzdy dizzioy, perocchè la giustizia correttiva non si riferisce soltanto ai contratti, alle permute quali le intendiamo ‘noi, come compere, vendite, prestiti, garanzie, locazioni, depositi, — mercedi; ma abbraccia anche moltissimi altri casì di rapporti e di ‘scambi tra gli uomini, come furti, adulterii, false testimonianze, vi neficii, uccisioni ecc. La parola Guvdlik para, che Aristotele adope na È sorsoneseosezasaniesenoavsa sossascasuzeosseresennevesavvevesavesenconaezesee ceca ezeeni seconda suppone di necessità quattro termini, due persone e due cose. Ogni scambio e ogni distribuzione non può infatti avvenire che fra due o più persone, e le cose distribuite o scambiate devono essere almeno due. Ma mentre nella giustizia distributiva si richiede che il merito d’un uomo stia alla porzione di benè che gli è dovuta, come il merito d’un altro uomo alla porzione di bene che gli è egualmente dovuta, sicchè non basta determinare il rapporto delle cose, ma bisogna anche combinarlo col rapporto delle persone, € si ha perciò una vera € propria proporzione geometrica, che si potrebbe rappresentare colla formola A: B::G: D:1; invece nella giustizia correttiva non ci sono da comparare e, bilanciare che le cose scambiate, indipendentemente dalle persone. Qualunque siano i contraenti, qualunque sia il loro carattere, la. loro condizione, la loro fortuna, il loro merito, essi non entrano punto nella determinazione della quantità scambiata. La giustizia in questo caso sta nella perfetta eguaglianza delle due cose che si scambiano; quanto altri dà, altrettanto deve ricevere in contraccambio. E ciò avviene anche nell'altro caso della giustizia nel caso cioè che si tratti di riparazione di danni. L’ingiuria dev'essere come due; dev'essere correttiva, di ingiurie, di compensazione è come due, e la riparazione ‘1 danno è come dieci, e la compensazione per indicare tutte queste cose, si traduce male e troppo restrittivamente | con contratti o commutazioni; sì ‘relazioni, indeterminatamente. (Cfr. stizia commutativa in senso stretto, di quella giu nelle vendite, nei contratti ec luogo nelle compere $$ 8-18; ma questa è parte. e non tutta la correttiva. 1 Eth. Nic.: Eth. Nic. 13). Della giustizia cioè che ha c.) Aristotele parla della correttiva, ì We tradurrebbe meglio con rapporti, - come dieci, indipendentemente da ogni considerazione di persona; la legge guarda solo alla differenza del danno, trattando i colpevoli alla stessa stregua, come eguali (pds 700 fMdfovs 7hv dzgopdv povov PISTE Ò vopnos và yofitat ds too1s). Il giudice ha il compito di pareggiare le partite; egli è come la giustizia personificata, ed opera come chi, delle due parti disuguali in cui fu tagliata una linea, tolga alla maggiore quello che avanza per aggiun gerlo alla minore; solo allora gl’interessati dicono d'avere quello che loro spetta,, xò 25708: infliggendo la pena, il giudice annulla il vantaggio che l’offensore ha sull’offeso!. Aristotele ha cercato di tradurre in linguaggio matematico anche la giustizia correlliva, rappresentandola con una proporzione aritmetica continua. Ma è difficile comprendere, osserva molto giustamente lo Ianet®, come sì possa costruire una proporzione con un solo rapporto; il rapporto di eguaglianza perfetta fra la perdita e il guadagno. Aristotele qui pecca per soverchio rigore € sottigliezza; egli avea ben detto nel principio della Nicomachea che non bisogna pretendere dalla morale |’ esattezza della matematica ?. Del resto Aristotele limita esclusivamente la giustizia i alla vita sociale; la giustizia è la virtù sociale per eccellenza; non si parla di giustizia che fra liberi e ‘eguali che hanno comunità di vita; per quelli che non. ‘hanno queste qualità non ci può essere giustizia che in un certo senso. La giustizia non v'ha che per quelli per i 1 Vedi per tutto questo Eth. Nic. V, 4. Si può aggiungere Eth. Nic. per quella parte della giustizia correttiva che riguarda le vendite, le compere, i contratti ecc. 2 Histoire de la Science politique dans ses rapports avec la cui v'ha la legge, e legge non v'ha là dove non può essere ingiustizia !. Perciò se si parla di una giustizia del padrone verso lo schiavo, 0 del padre verso i figli, se ne parla soltanto per analogia; lo schiavo e il figlio (quest'ultimo finchè non sia d’una certa età. e non sia separato dal padre), sono proprietà dell’uomo, sono come una parte di lui stesso, &o7sp {épos ; € Verso le cose proprie, verso se stesso, assolutamente parlando, non si dà ingiustizia, e quindi neanche giustizia ?. Più che verso,i figli e gli schiavi, può aver luogo giustizia verso la moglie, sebbene anche questa specie di giustizia famigliare sia ben diversa dalla giustizia sociale ®. Sarebbe facile notare qui quanto, questi concetti che riguardano i rapporti specialmente del padrone collo schiavo e del padre col figlio, siano erronei, e contrarii a quello spirito di fraternità e d’eguaglianza che già fin d'allora "È incominciava a manifestarsi nel mondo: sarebbe anche sa facile far le maraviglie come mai un filosofo del valore Di di Aristotele si sia indotto a considerare non solo gli schiavi, ma i figli stessi, almeno fino ad una certa età, come una proprietà del capo della famiglia, sicchè anche I Eth. Nic. V, 6. 4. ToDTO (7d TONLTLADY dizzuoy) d tor [eri] 3 Vor N, È tb» A zomaviy Blov reds tò siva abTuozet, evlisoy ze icov © È VITE CAIO CA] È, 203 dprduoy' (ate doors pin èoti modro, ob sor n mobTors TpdG ove Ò mONIZOY dizzioy, GINA TL diano xa. 228) GUoLoTATA. Cotti Ye Òizasoy, ole nat vipos TpdG niTodg VOos w Sèy cis ddutz. È 2 Eth, Nic. V, 6. 8-9 od ag Er dÒrnta mods Td nITOÙ: TOI fg dv È tendizoy nai porsi, a) spetras Bertani dò obz fam, Udi dizzuov Td TONTIZOY., =D dî xe Auz Vi TO TEZIOY,, . ret ds x SEGNA Ea grad, bro d oUdets T90% uépos 2 È) ELA Yad: obd' dea ddtnoy 0 ° ’ LI ENIVATA Toos x 5 Eth. Nic. Vj È. 9. 4 g atua LMRAER:. bar CAI?. scotta e) ULI molitizéig, TEVOY di Bzariz®s): ora il potere regio differisce in questo — le | dal potere dispotico, che il primo mira all'interesse dei sudditi e il condo al suo proprio. Cfr. lanet Histoire de la Science patilique ecc. Si sopra di questi, e non sopra quelli soltanto, egli abbia un potere dispotico, un'autorità assoluta: si potrebbe anche, slargando i limiti della trattazione, mostrare la falsità della dottrina, pure per tanti rispetti importante, con cui Aristotele si prova di giustificare la schiavitù, cercandone il fondamento nella natura, e non nel diritto del più forte e nell'autorità delle convenzioni, come si soleva fare ai suoi tempi?. Ma tutto questo oltrepasserebbe lo scopo nostro. A. noi preme soltanto mostrare che la virtù è per Aristotele. sovratutto sociale; e la giustizia negata agli schiavi cd ai figli minori, negata a rigore perfino alla moglie, rinchiusa nei limiti della vita politica e della legge positiva, ne è la prova più sicura. Ed ora in che rapporto, secondo Aristotele, si trova la virtù morale colla natura deli’ uomo? i Il Lizio dichiara che i figli sono una proprietà del padre e che verso di loro non si può commettere ingiustizia, non siano che un’iperbole per esprimere l'autorità sovrana e irresponsabile del padre verso i figli. In realtà l'autorità del padre, Aristotele non considera come affatto | Sai | arbitraria, poichè altrove dichiara che è da paragonare a quella d'un. È Lre; non a quella d’un despota ( Polit. 1 ANIA “puyatzòs uèv. . ; chi Polit.. Cfr: Ianet. |) D'* È da credere però che le parole della Nicomachea con CULT RIT IT ICIIIIITE PESCO II TI TI CCI CI CITI TE LICITA LITI nersrnraze are zesi ve neneenzoniazanaa nen aee ta conaseozizanicnee Aristotele afferma esplicitamente che la virtù s'ingenera in noi non già per natura, ma per abitudine (4 dî hiizh E 003 sreorfifvetar... obdeu.tz ‘gi zi dostov - qbazi duty èffiprerzt); niente di ciò che è per natura in 43 una data maniera, si potrebbe avvezzare diversamente DI i da quello che la natura sua comporta; la pietra che per na- È A tura va all’ingiù, non si avvezzerebbe ad andare all’insù, si neppure se altri la gettasse in su dieci mille vole per 3 f: _avvezzarvela !. E bensì vero che se la virtù nonè in noi per: | i, è natura, non per questo si può dire che sia contro natura x" (74 qbsw): la natura nostra non si oppone al formarsi e allo svolgersi in noi della virtù morale; noi siamo per natura tali da accoglierla. e da non farle opposizione e resistenza, reguzosi ciutv Bitzolar abtdg apetds >. Per tal modo il mondo morale è per Aristotele non . opposto al mondo naturale, ma diverso da esso; il mondo morale è esclusivamente fattura umana, produzione dello spirito per mezzo della consuetudine. Ma come è nata la consuetudine? com'è sbocciata . la prima operazione da cui la consuetudine si origina? come ha avuto incremento? Alla consuetudine stessa non si può in nessun modo assegnare quella prima operazione. Quest obbiezione: si direbbe Aristotele abbia fatto È. a se stesso; e perciò, in un altro luogo, parla di una virtù naturale, guar dp27%4, vale a dire di una disposizione ‘naturale che è come preparazione alla virtà morale, e che si trova con questa in quel rapporto in cui l'abilità natu- ur rale si trova colla prudenza: «A tutti sembra che cia- 2 scun costume si trovi in noi in qualche maniera per, a natura; perocchè subito fin dalla nascita abbiamo la [Eth. Nic.] DISPOSIZIONE [Grice, “INTENTION AND DISPOSITION”] ad esser giusti e temperanti e forti e alle altre virtù» ?. E bensì vero che questa disposizione non è ancora la virtà, e deve, per diventar tale, esser assoggettata all'impero della ragione; perocchè « anche nei fanciulli e nelle bestie sono gli abiti naturali; e tuttavia senza la mente sembra che arrechino danno » 2: ma in ogni modo questa disposizione naturale c'è, ed è come il dato, il presupposto della virtù morale; anzi nel mondo morale sono due parti, la virtù naturale, € la virtù morale, tri où iizod dio torw, dò pèv doeth QUeLzin TÒ dA zupla 9, Così il mondo morale che dapprima pareva staccarsi dalla natura e sorgere, se non in contrasto con essa, almeno in un dominio diverso dal suo, in ultimo si riconnette alla natura. L’ affermazione quindi, già accennata, di Aristotele, che la virtù morale non è in noi per natura, ma si acquista coll’uso e coll’esercizio, non si deve prendere nel senso che in noi non ci sia niente d’originario e primitivo, non ci sia un'inclinazione speciale, da cui possa svolgersi la virtù; bensì che la virtù non esista già in noi bell'e data e presupposta in potenza, ma che la dobbiamo far noi operando, che ce la dobbiamo acquistare gradatamente, con dolore e fatica, per merito A Eth, Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Che alla formazione della virtù morale concorra un elemento naturale, un elemento cioè non fatto, ma dato, lo provano anche i seguenti luoghi, oltre il citato: Eth, Nic, III, 5, 17 dove la buona disposizione naturale è chiamata * 7eActz #2 PIXVISKO eb@uta, Eth. Nic., dove i ben disposti da natura alla virtù chiamansi ©9 &iadég edrvyeis ed Eth. Nic., dove parlasi ‘d’un’indole ben nata; 5 sbyeves. nostro, pure servendoci a tal uopo di elementi originarii Che sono in noì per natura |. È noto in qual conto fosse tenuta nell'antichità quella che si chiama oggidì la trasmissione ereditaria. Pindaro celebrando le lodi d’ Ippoclea tessalo, che avea vinto il premio alla corsa del doppio stadio, risale all’ Eraclide ond’ebbe principio la stirpe di lui, perchè dalla stirpe quegli ritrasse la sua virtù ®: altrove contrappone la virtù acquistata con la fatica e la cura del singolo cittadino, a quella discesa per li rami, e trova la seconda di molto superiore alla prima 3. Teognide anche più di Pindaro ha chiaro in mente il concetto della virtù della stirpe, forse per l’aspra lotta che ebbe, egli patrizio, a sostenere colla democrazia soverchiante4, Aristotane paragona i vecchi cittadini alle vecchie monete, oro fino, ben suonante, d’ottimo conio, accetto del pari ai Greci ed ai toda e i nuovi alle muove, coniate nella maniera peggiore, d’infimo rame: i primi, di buona stirpe, sono per ciò stesso savi di mente e giusti e per ‘bene; i secondi invece, gente servile, capitata non si sa «donde, cattiva e di cattiva genia °. Ecco come s'esprime a questo proposito lo Zeller, commentando Aristotele: Die Naturanlage und die Wirkung der natiirlichen Triebe "hingt nicht yon uns ab, die Tugend dagegen ist in unserer Gewalt; jene ist uns angeboren, diese entsteht allmihlich durch Uebung». Philosohie der Griechen, Zwcite Abtheilung p. 485. Tubinga. Das Vermògen ist uns angeboren, die Tugend und Schlechtigkeit nicht. 2 Pyih. Nem. 4 Theognid. nell'edizione del Welcker, passim.  i Pr ‘olego. A meni dello stesso Welcker. $ Ranae 718 e seg. Per n È ben vero che altri attribuirono ben poco valore alla stirpe. Così Democrito ha lasciato scritto che molti più diventano buoni per istudio che per natura », ed Epicarmo che lo studio dà più che non la buona natura?: Licofrone poi, un sofista, sostenne addirittura che valore di stirpe è nome vano, e che in niente si distingue chi l'ha da chi non l'ha3. Ma Socrate, pur poco 0 nulla, secondo pare, facendo dipendere dalla stirpe, faceva dipendere molto dalle condizioni fisiche dei genitori 45 e Platone affermava esplicitamente che la disposizione è migliore da natura dove è buona e vecchia la stirpe 5; € raccomandando nella Repubblica che si combinino in una certa maniera i connubii, mostrava di riconoscere che dalla qualità dei genitori dipende la qualità dei figliuoli; la volontà di ciascuno, in tutto o in gran parte, è fatta dalle disposizioni a lui trasmesse dai genitori. Aristotele ha addirittura un libro intorno alla bontà della generazione o della stirpe, Iegi Rùyevetzs, libro perduto, ma di cui ci rimane un estratto in Stobeo. Eùyeveta, egli dice, vuol dire virtù, valore di stirpe, e stirpe di valore è quella in cui persone di valore sogliano generarsi da natura. Ciò avviene quando un principio di valore s'ingeneri nella stirpe, chè «il principio ha questa potenza, fare molti esseri com' esso è». «Negli uomini come nei cavalli e in ogni altro animale 1 Stob. Floril. XXIX, 60. Ed. Gaisford. Citato da Aristotele nel suo libro mepl Evyevela nell’estratto fattone da Stobeo; ib. , 24 vol. III p. 200. 4 Memorab. IV, 4. 23. Qui Socrate dice che non basta, perchè il figliuolo sia buono, che buono sia il padre; e insiste molto sulle condizioni fisiche dei generanti. 5 Alcib. Maior XVI. 120 D. St stia RI I I ha luogo questo». Eugeni, di buona stirpe, sono n adunque coloro che discendono da buoni ab antico, a È. patto però che ci sia stato nella stirpe alcuno il quale ss AE abbia dato la prima mossa e la mossa duri. Che se ; alcuno nella stirpe, pur buono lui, non ha tal potenza n da generare esseri simili a se, i suoi discendenti non si potrebbero allora chiamare eugeni, di buona stirpe !. Però, osserva Aristotele in altro luogo, «v'ha la messe nelle stirpi degli uomini, come v'ha nei prodotti della terra»; sicchè «quando sia buona la stirpe, vi nascono per un i pezzo uomini segnalati; poi si fermano; poi ne manda fe fuori da capo» ?. E perciò c’è come una varietà e intermittenza nella produzione delle stirpi, e il principio È; di cui è parola più sopra, è immaginato come un seme ss Da che talora dà frutti buoni e in gran copia, talora scarsi 3 e cattivi; congetto che già prima d’ Aristotele avea espresso anche Pindaro 9. «a Ma anche con questa restrizione, il valore della 4 trasmissione ereditaria è in Aristotele notevole; nella Nicomachea ei giunge fino ad ammettere una perfetta -3 e vera felicità di natura, melelz ei &inbwh sbobta, che è sa ‘A come una specie di occhio naturale, con cul si giudica © “di rettamente e si sceglie quello che è bene secondo verità, i dbiv n over 27465 nai cò nat Arberay dpalby cipriota. Anzi Ù 1 ITegi Foyevetzs A 1-B 6; B 31- 1491 A, 1-20 citato i dal Bonghi nella sua lettera intorno ai Limiti ed al fine dell’ Edu- È care vol. III. della traduzione di Platone. Dichiariamo poi qui che NS tutte queste notizie riguardanti il valore della stirpe e la trasmissione ereditaria abbiamo tratto dal Bonghi; e chi volesse averne di più det tagliate rimandiamo alla bellissima lettera citata. LIZIO Rhetor. . 5 Nem. g. Cir. Bonghi, lettera citata, Eth. Nic. si direbbe che a questo punto egli riduca a ben poca cosa l’opera dell'individuo; l’attività di questo è costretta ad esercitarsi in una o altra direzione secondo il fine che è posto in lui dalla natura!; solo i mezzi in-questo caso sono in suo potere. E non solo la trasmissione ereditaria, ma mille altre influenze, diciamo noi, si esercitano sulla natura degli individui; non tutte le circostanze stanno nell’ eredità sola; se questa è una legge, non è la legge. L'eredità mette le condizioni più intime; ma ve ne sono anche d’esterne, e d'ogni maniera; il clima, il modo d'’allevamento, lo stato agiato 0 disagiato della famiglia, Ì costumi di questa; i costumi, le leggi, le istituzioni della società; insomma tutto l’ ambiente fisico e sociale in cui L'individuo nasce e cresce. Tutte queste influenze, in maggiore 0 minore proporzione, intrecciandosi, temperandosi, eccittandosi, mortificandosi a vicenda, concorTE rono a determinare la natura prima dell'individuo, danno + come il fondo, il sostrato su cui s'eleva poi l’attività SR dell'io, poichè l'io senza quegli elementi non è, pur non Mei essendo nessuno di essi. L'io non è il germe che le generazioni passate abbian lasciato dietro di se; non è neanche il risultato dell'ambiente fisico e sociale; è un'attività nuova che a mano a mano s'esplica e padroneggia; ma la facilità, anzi la possibilità sua di prodursi, dipende dalle circostanze in cuî sì sviluppa la persona umana. Aristotele adunque egregiamente ha fatto a tener conto di un fondo naturale, a cui s'aggiunge e sovrappone l’attività cosciente € direttiva dell'io; a non considerare |’ individuo come una specie di tabula rasa, a» Lie de x TESE pn . » 0% ” x GI Pa) î) t Eth. Nic. III, 5, 18. &ugov y%p duotos, 7 £f206 u2ù È o e nin i trvodfrote qalverar val > y LIDO, TO aélos quat fi irmadamote pulveta: 44 settat, TA è Mer | Xowrd mpds ToÙT' dvapépovtes medTTOvELI dTwAdATITE. » è ii nani TNT RT su cui l’esercizio e l'abitudine venga a scrivere tutto peo quanto; a non ridurre insomma la virtù a una semplice n 2a questione di abitudine e di educazione. L'opera e l'at- di Bo tività sovra tutto; (la filosofia d’ Aristotele si fonda tutta “i À | sul concetto d’ attività); ma opera e attività, che si eser- 1S Ta citino su qualche cosa di preesistente, > 2 Si dirà che ammettendo le attitudini naturali alla ad virtù e quindi anche al vizio, si viene a negare che virtù e vizio sono opera nostra? Aristotele discuterà questa . questione, e noi la discuteremo con lui nel Saggio che “si terrà dietro a questo, sulla dottrina della Volontà. Appunto perchè sono in gioco nell’operare morale xs certe : disposizioni naturali, dipendenti in gran parte dalla sensibilità fisica ed animale, il sapere ha poca È; importanza per la moralità. E questo il punto in cui Aristotele si allontana più che mai da Socrate e da Platone. Aristotele dice esplicitamente che in riguardo alla virtù il sapere poco o niente ha di forza, puzgdv i oddîv ing der}; che quand’ anche si sappia ciò che è buono e giusto, non per questo si diventa abili a farlo £; e attacca direttamente Socrate, e lo nomina, là dove afferma che la 4 Eth. Nic. II, 4. 3. repds dè 7d was depends (Eyew) cd pv cidbvai pazoov È oùdiv ioybet. | È | © 2 Eth. Nic, VI, 12. 1. obdîv dè mparrimo spor To cidivar aÙTd (7% dizma za nodd nat dya04) ècuev. i nza che nessuno che giudichi rettamente, opera mai sente lo fa per ignoranza, mette contro il meglio, e se lo fa, in dubbio cose che manifestamente si vedono, contrad È dice all’ esperienza quotidiana, dugregntet tot QULVÒLEVOLG 2 dvapyòs!. La virtù non è sapere, sebbene non sia senza sapere; e Socrate era nel vero, quando credeva che la virtù non fosse senza sapere, era in errore quando i ‘affermava che la virtù fosse sapere *. Gi Il sapere necessario alla virtù non è il sapere teo9 retico, è il sapere pratico; in morale non si tratta di conoscere che cosa sia la virtù, ma come si generi, € ‘come si deva operare per diventar buoni *. Socrate ha trascurato il sapere pratico; ha pensato che basti il sapere ves È teoretico per la pratica della virtù, sostenendo per ciò di che la virtù si può comunicare da uomo a uomo per fc via d'insegnamento. A Contro questa sentenza Aristotele osserva che; inas materia di bene, non vi può essere discepolo posDI sibile senza la pratica del bene; chi si fa uditore di E — morale deve aver l’animo apparecchiato conveniente È mente dai buoni costumi; la conoscenza viene da qualche î cosa, viene dall’ essere, e chi non ha fatto alcuna esperienza dei buoni costumi, non può conoscere nè buoni costumi, nè buoni principi. Chi, anzichè operare il F bene, si contenti di ragionare intorno ad esso, e creda per questa via. di diventar buono, fa come quegli — ammalati, che ascoltano bensì con attenzione i consigli Eth. Nic. Eth. Nic. Zozpdrng cf pèv oplog are ci Viudpezieri Gai pèv yo qpoviioas iero siva mas rd RoETdE, ipdpravev, OT D'obz &ve) 990vAGEOS, AANSS Eeyev. s Eth. Nic.  € XK, Eth. Nic. I, 4. 6-7 e X, 0. 6. eri n) rt dadini del medico, ma si guardano poi dal tradurre in atto cosa che sia stata loro imposta !. Ma che cosa è il sapere pratico, così necessario alla moralità? Perchè, mentre il sapere ha poco o nulla di forza per la virtù, diventa poi, sotto una certa forma, indispensabile per la virtù stessa? Aristotele, come sappiamo, ha distinto nell'anima umana due parti; una parte irragionevole e una parte ragionevole. Della parte irragionevole abbiamo detto 2. Da parte ragionevole comprende due potenze; colla prima contempliamo le cose che non possono essere altrimenti, che, vale a dire, son necessarie; colla seconda contempliamo quelle che possono essere altrimenti, che, vale a dire, sono contingenti: la prima è detta scientifica (70 imerpoviziv), la seconda discorsiva o raziocinativa (70 Moqueriziv) ®. La ragione discorsiva s' accoppia all’ appetito, e se ne ha la ragione pratica, o volta all’ operare. Lo scopo di questa è la verità, ma non la verità considerata teoreticamente, bensì la verità in quanto serve al fine pratico di rettificare l'appetito, di misurarlo, di regolarlo, di tracciargli la via che deve seguire; l'appetito è una forza cieca, e ha bisogno di esser guidato dalla ragione. È propria per conseguenza della ragion pratica la verità che va d’accordo col retto appetito, 40 dì pae Tuuoò ni dravontizod % cInberz Ouoioyos ÈyovGa TA dpstet TA dp07 1; quello che la ragione afferma è seguito dall’appetito; quello che la ragione nega è dall’appetito avversato, fetw d' drep èv diavola zurdozsis vai drdozote, TOdTO Èv dpscer duty nel pura ® rà 1 Eth. Nic. la Dottrina della felicità nell' Etica Nicomachea Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. È importante il riscontro che fa Aristotele Ma la ragione discorsiva non possiede naturalmente e spontaneamente l’ abilità di guidare l'appetito illuminandolo; quest abilità bisogna che l° acquisti coll’ eser- i cizio e coll’abito: l'abito per cui la ragione discorsiva può deliberare rettamente intorno a ciò che è bene ed utile al conseguimento del fine supremo della vita, costituisce la prudenza (996vnats)!. La prudenza, sebbene virtù intellettuale, si può considerare come la forma delle virtù morali. Senza la prudenza le virtù morali non sarebbero; esse risiedono come in loro soggetto nell’ appetito, e l'appetito ha bisogno di esser guidato. Ma la prudenza alla sua volta non può essere senza le virtù morali *. I sillogismi della prudenza, con cui ci proponiamo questo o quel fine buono, non si possono formare senza la virtù. Il vizio perverte e deprava il giudizio della ragione, e fa che c'inganniamo intorno ai principii dell’azione ®. I principii dell’azione sono ciò per cui l’azione si fa (xò ob &veza tà mpazt4), e chi è corrotto dal vizio non può scorgere il principio vero, e se ne propone uno falso 4. . Ora, falsato e corrotto il principio, saranno anche false fra l'affermazione (427494915) e la negazione (&r:d@xa1g) della mente, e il seguire (debiti) e il fuggire (quyA) dell’appetito. Per tal modo la cognizione e la pratica sono strettamente congiunte fra loro. 1 Eth. Nic. VI, Ss. 1. È 2 Eth. Nic. VI, 13. 6 dH2ov obv éx té sipnpévov GT odg oîoy. } e o280y siva zUpiws ZIev Opoynoeos, oùdi ppoviuoy &vev hg G Ouafig dpetiis. Rec hi “di ; i 5S- «A LA . . ne . Eth. Nic. 10% dè E16 (A 9povnGIC) Tm dppati tosto Sirena die bye obi dev dpertic.... ci Yip ovIdayiapoi TOY IAABZ,A QAUIENI MN. as n} A La AZ x 3 È Ò, x 4 recano) doyhv NOE Tore diarrpépei ag A poy0npio x2t Srabebdenda: more mepi 7ds mountizds day de. ti SI 3 È: 3 Ù ife * Eth, Nic. . 6. mIo Ion eo Eee val evmobdconese be sectapei sed seorndegesgeeri cesenatni DICI AL aneriand on onasena rane cereneesenensi ne le conclusioni che se ne cavano in riguardo all’operare. Senza la virtà non si ha la prudenza, ma quella certa destrezza o abilità naturale (dewérzs), che, qualunque sia il fine prefisso, anche malvagio, mette in opera tutto ciò che valga a conseguirlo; senza la prudenza non si ha la virtù morale, ma una virtù naturale, che, scompagnata dalla prudenza, è come un corpo robusto, a cui manchi la vista; che corre quindi il rischio di gravi danni ed offese !. . Virtù e prudenza sono adunque tanto unite da for- mare una cosa sola; la virtù fa diritta la mira, 73y azondy tore 6p06y, la prudenza fa diritti i mezzi per arrivarvi, moseî, dela Tx pds azordv ®. In questo fatto dell’ unione della virtù morale colla prudenza, Aristotele trova la soluzione di quella questione che fu tanto agitata da Socrate e da Platone, se la virtù sia una sola, o ce ne siano più. Finchè si tratta, dice il LIZIO, delle virtù naturali, guzzi aperzi, cioè delle disposizioni naturali alla virtù, può darsi che altri non sia egualmente disposto per natura ad ogni virtù, bensì soltanto ad alcune, e sotto questo rispetto quindi le virtà o siano separate le une dalle altre; ma quando si tratta “1 delle virtù morali, per cui altri è buono veramente, siccome queste non vanno mai disgiunte dalla prudenza, e la prudenza è una sola, così chi ne ha una le ha tutte, e chi le ha tutte ne ha una. Insomma le varie maniere unità dalla prudenza. Eth. Nic. VI, 13. I. ; loecue dali D % i è DI re Y, souo D Eth. Nic. VI. 13. 7 9V% FIA ia Di = RIS Voet: 1h MEV N #EX05 T dvev @povhosws obd' %vev dperdis' i pv ep TO Ss405 n de È L erre? Ve A \ “mpds Tò Te\0g TCOLEL TIUT CAS NES: gin Ri oa xo: DEA 5 Fth. Nic. VI; 13. 6. 4% zed 0 A0Y95 FRUTTA d’operare il bene sono congiunte fra loro in armonia ed A chi poi osservasse che è un circolo il presupporsi a vicenda della virtù e della prudenza, come è un circolo la dimostrazione in cui due proposizioni sì provino reciprocamente l’ una per mezzo dell’ altra; Aristotele 3 potrebbe rispondere che in questo caso il circolo non esiste che in apparenza. Non abbiamo già qui da una parte la virtù morale, e dall'altra la prudenza, sicchè queste possano stare separatamente, come nel caso della dimostrazione le due proposizioni; la virtù senza prudenza non è virtù, ma qualche altra cosa; come la prudenza senza la virtù non è prudenza, ma qualche altra cosa. La virtù e la prudenza sono necessarie a costituire la Ò virtù vera, come la materia e la forma a comporre l’ ui nità dell'individuo. Poichè la prudenza è necessaria alla virtù, Aristotele rettifica la definizione che ha dato della virtù .in più luoghi «la virtù è un abito secondo retta ragione, in ‘questa maniera: «la virtù è un abito con retta ragione). 0 StadeyBetn 4 dv dr yopiloviai DIO di dperzi: od dp è 3g a Fo abtds eL@UinTATO: mods dmdoze, ate Thv uv dn Thv SD olro 3 siino®s Eomar' TobTo ip «età uèv ds ouorzde dpetàs èvdeyemzi, su bi. ì de dì darle Veyerat dpalos, ob4 vdiyerar Gua do TRI E Qpovnaei paz olen niGU rdetonam. Nel cap. IX del libro II della >» 7 Morale Grande, e nel XV del libro VII dell’ Eudemia, è descritto il collegamento di tutte le virtù nell'amore del bello e del buono; e.lo | © stesso pensiero, sebbene da un punto di vista diverso, è espresso qua — e là nella Nicomachea. Vere virtù comprensive G e universali nella vita pratica sono però sempre, secondo il lizio, la prudenza – GRICE e AUSTIN: wisdom, not cleverness -- e la giustizia. Di. Eth. Nic. mdvres, dToy oplleovtai Thy Gaeta mpootileza: chv El... Thy zed còv bplbv Agyov. dplde do | zutà Thy qgoynaw. Soluzo: dh uavtercalai mos drmavtzg dad | movaban Eers dipetà tomi A zarà ThY gpoynow. der de puenpd È uit r A a x E molto a proposito, poichè la virtù morale non sol= tanto risulta di appetito, ma anche di ragione, e quando si dicesse abito secondo retta ragione, parrebbe risultare soltanto di un elemento appetitivo, che si conformasse esteriormente alla ragione, mon già che la possedesse in proprio !. ; : i Ci potrebbe essere un abito secondo prudenza o retta ragione, € tuttavia non essere virtù, quando la prudenza o retta ragione non appartenesse al soggetto proprio dell'abito. Perchè ci sia virtù, bisogna che l’ abito non soltanto, ma anche la retta ragione appartenga a chi ha l'abito. Riconoscendo che la virtù morale non è possibile senza la prudenza, che anzi questa costituisce come la forma di quella, Aristotele concede alla ragione e all’ intelletto una giusta parte nella formazione della moralità, nel tempo stesso che non disconosce, come Socrate, Ci Ò e % na s, a 4 LI *À 3 L’ ant uetapAiva où Jp povov A 4xT% TOY opfoy AoyoY, INN A UETZ où 09000 UCI) seus dpetm Sem. ! il commento di Michelet al luogo citato Eth. Nic. Hoc (perà \6y9v) ab xatà adv doplòy A0yov 76y0g inest virtuti (scilicet morali), sed; € il bel commento del le virtù sieno interamente: eo differt, quod non solum etiam affectus et appetitus. Segni: E' il lizio non vuole che prudenze; nè vuole anchora, che elleno sieno @ punto secondo la ragione; conciosia chè nel primo modo elleno sarebbeno stiette virtù © intellettive; e nel secondo sarebbono stiette virtù appetitive. Onde modo nel diffinirle, cioè che elleno sieno con aggiugne egli un terzo he elleno sien' retta ragione, nè secondo la la retta ragione, e non € 3) chè diffinendole egli colla retta ragione elle vengon' date nell’appetito; € dall'altra vengono diante la prudenza – Grice e Austin: cleverness, not wisdom --, che è la. retta ragione; per da una banda ad esser fon ad havere perfettione dall’intelletto me lor forma: x l’importanza di altri elementi, quali l'elemento sensibile e appetitivo, e un elemento acquisito, l’abitudine. Così anche nell'ordine morale egli considera l’uomo nella sua totalità, e non ne smezza e divide le facoltà; senso, intelletto, esperienza sono in gioco del pari. Si potrebbe anzi mettere in rilievo una considerevole analogia fra la sua dottrina della conoscenza, e la sua dottrina della virtù. In tutt'è due è l’esperienza che Ca i tiene il primo posto; nell'’una l’esperienza che ci offrono x i sensi, nell'altra quell’esperienza speciale che prende. il nome d’abitudine, e che consiste nel dare una speciale direzione ai nostri impulsi appetitivi; poi viene i l'intelletto e la ragione, che a questa doppia esperienza 5; dà norma e forma: so : Ma la prudenza, in causa della sua importanza per quanto riguarda le virtù morali, merita una considerazione e una trattazione anche più larga. La prudenza è virtù universale; essa è la guida | suprema di tutta la vita pratica e civile; quindi non soltanto abbraccia sotto di se la prudenza che possiamo chiamare individuale, ma la famigliare eziandio e la Nella Grande Morale si fa rimprovero a Socrate div avere ESD nella virtù l'elemento appetitivo (74006) e l'abitudine ; Ù oc): i perà TOUT ( TERA Lozodrns èmuevopevos pe SNrwoy uaì er micio cimey Into FobTOY (deerov), oùz dp; dì odòd od noe TÙs TEA re CO semola colo, dÙ Sol siva i ade politica, con cui da una parte si provvede al buon andamento della famiglia, dall’altra alla prosperità e alla felicità dello stato. Per verità, quando si parla di prudenza, s'intende più propriamente quella con cui si d provvede al bene proprio, mentre a quelli che provvedono al bene pubblico, agli uomini politici, è riservato piuttosto il nome di faccendieri, rolurpdjpoves, poichè sembra che s'occupino di cose a loro estranee e affatto indifferenti. + Ma gli è chiaro che il bene proprio non può stare indid pendentemente dal bene della famiglia e dello stato; : l’uomo è un essere essenzialmente sociale; la vita sua è connessa colla vita della società e ne dipende; e però la prudenza individuale presuppone € la famigliare e la poli: tica!, Aggiungasi che la prudenza ha bisogno dell’ esperienza per formarsi, e l’ esperienza non si acquista che per Do: mezzo della consuetudine e del commercio cogli uomini; p% «l’uomo isolato non può essere prudente °. La prudenza, in tutte le sue forme, ha per oggetto ni. le azioni, e versa per ciò stesso intorno a cose singolari, cà nal Ezzota, e che possono essere e non essere 3; l’uni- |. versale e il necessario non appartiene ad essa, ma alla ui Fe scienza 4. E questa la ragione per cui un giovinetto so. potrebb' essere, ad esempio, buon matematico e buon = a no. D PEZZO r3 / Da I, La O x a, dizvontizio Ts duyiis èYfHerzi uogto fvovrar by al apetat LA Ul LS, po pa = 3 INCI ur abtoy Ev TO MoyioTiz®o TAG Uuyiis Lopio cuppalver e, > ta Si », ni OLOÙvTI TS RPETÀS avatpety TO dioyoy pepos . pa 3 x Do oriov dvzipeî nat 7400g uai Rioc. du od TCA % ov aùto ETUSTANAG TE x x - dì va Ths Yuyiie, ToUTO dî © oplag fato raven TOY daetoy. Ò Sa ! Vedi per tutto questo Eth. Nic. VI, $, 1-4. ‘A . ‘ v vas 2 Eth. Nic. il commento del Michelet a questo luogo i p. 209-210. 5 Eth. Nic. VI, 5- 3, ed Eth. Nic. VI. $. 5. i ui 4 Eth. Nic. VI, 3, specialmente il 62. 332 LA DOTTRINA DELLA VIRTÙ geometra, non mai prudente e saggio: l’esperienza dei Si particolari richiede gran numero d’anni!. Non è a dire però che non ci sia nella prudenza qualche cosa che ricordi la scienza, e che in essa manchi affatto la cognizione dell’ universale. La maniera in cui si forma l' azione assomiglia al A processo sillogistico. Come nel processo sillogistico si t parte da principii generali e si viene a conclusioni particolari, così nell'azione si_parte dalla conoscenza del bene generale, e in seguito, per mezzo della conoscenza 4 del bene particolare nel caso attuale, si conclude che ù bisogna tendere a questo bene. Io conosco, ad esempio, il principio generale che le acque pesanti sono dannose alla salute; conosco un’acqua particolare come pesante; «ne concludo che è necessario che me ne astenga. Del resto delle due cognizioni, l’universale .e la. particolare, la più importante per la prudenza, il cui oggetto è l'azione, è pur sempre la particolare: finchè la mente è ferma nell’universale, l’operare non è possibile. Vediamo infatti alcuni che non sanno e che pure hanno espeo. rienza di casi particolari, essere più atti a operare di quelli che sanno, evo. od eidétes ETipuYv sidotav pato tuorepor nai èv Toîs 4dos, oi eumerpor. Se altri sappia, ad esempio, che le carni leggere sono facili ad essere smaltite ed igieniche; e poi non sappia quali sono leggere, costui certamente non provvederà alla sua salute; invece vi provvederà chi sappia che sono leggere ed igieniche, ad esempio, le carni degli uccelli 3. Da questa analogia della maniera in cui si forma l’azione colla maniera in cui si forma il sillogismo, | Eth. Nic..Eth. Nic.  Eth. Nic.. TR uptnlti E LN NI SN AA Potato RIT en line pat e E Gn a x e di ti sen NT nno eee en Aristotele cerca di trarre la spiegazione del fatto che altri, pur conoscendo il bene, operi contrariamente ad esso. Può avvenire, egli dice, che altri sappia ciò che è bene in generale, cioè conosca la proposizione maggiore del sillogismo pratico, e non sappia ciò che è bene in particolare per una circostanza speciale, cioè non conosca la minore del sillogismo; oppure può avvenire che s'abbiano bensì tutt'e due queste specie di cognizioni, ma quando si tratti di praticarle, ci si serva unicamente dell’ universale, e per nulla della particolare: in questi casi si può peccare senz’ essere tuttavia ignoranti !. Senza dire che la conoscenza si può avere in abito e non usarla attualmente, ovverossia averla e non averla ad un tempo, come avviene in chi dorme, o nel pazzo, o nell’avvinazzato; che è la condizione nella quale si trovano coloro che si danno in braccio alle passioni: i quali possono bensì sapere quello che è bene, e tuttavia dall'ira, . dalla libidine e da altre voglie siffatte essere acciecati *. E qui, come si vede, c'è una nuova critica di Aristotele contro Socrate, che sosteneva chi sa non poter peccare, il peccato essere effetto d’ignoranza. Dove però è notevole che, malgrado la critica, Aristotele finisce coll'accostarsi a Socrate. Quando, egli dice, altri sappia ciò che convien fare, e vi rifletta nel momento dell’operare, sarebbe bene strano, detvéy, ch’egli operasse altrimenti da quello che conviene ®; se altri può peccare per avere Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. DMN ere è digg Meyopey Tò sriotacta: 2 È S e ICROI (al qdo è Eyov pev od upopevos dè + ariovhpn val è ypdpevos 1 I Ò x È ast, Cà, x x Veferat tmierac)a:), Otolcet TÒ [euparebzo0a:] Eyovra pèv ph dx | ZA x .1 n empodvra dì è ud der mpurten OÙ | duparredepda] Eyovra ual “, » % 9 n} È Oewpodvra, ToSTO pap Sons Dewéy, AIN odz si pù Newpéy. soltanto la conoscenza dell’universale e non quella del particolare, sarebbe meraviglioso (B2uzotév,) che peccasse quando avesse le due’ conoscenze |. Se si pecca conoscendo l’universale e il particolare attualmente, gli è perchè non si sa mettere il particolare sotto quell’uni versale che gli conviene ?. Insomma, e questo mi pare il pensiero d’ Aristotele, quando il sapere non ci contentiamo soltanto d’averlo, ma ce ne serviamo: quando non vogliamo averlo soltanto in abito, ma in atto; quando il sapere è efficace veramente, € Sie: pet così dire, assimilato a noi e alla nostra natura, sicchè non è il sapere dei fanciulli che ripetono meccanicamente quello che udirono e non ne sanno il significato, nè quello degl*istrioni e degli ubbriachi che cantano i versi d’Empedocle senza comprenderli 3; di più, quando il sapere è completo, vale a dire, non abbiamo soltanto la conoscenza dell’ universale, ma quella eziandio del particolare, e possiamo per ciò formare, all’occasione, il sillogismo pratico come si deve; l’operare si conforma al conoscere, e il peccare è impossibile. Sd Con queste rettificazioni la dottrina di Socrate si può accettare. i 5°. Come si vede, dopo molte oscillazioni e titubanze e dopo una critica in gran parte giusta, Aristotele ritorna pur sempre al pensiero fondamentale della Scuola socratica, che il sapere ha valore sovra tutte le cose, e che nella stessa vita pratica tiene in ultimo il primo posto. Certo egli non si ferma al solo sapere teoretico, come avea fatto Socrate: il video meliora proboque, deteriora. N Miti fai e LI te uu" IRIS eo PRESE et o) 1 Eth. Nic. VII, 3, 6 in fine. 2 Eth. Nic. VII, 3 g-10. Cfr. il commento del Segni a questo. luogo: Me | 3 Eth. Nic. LI Se a A DI sequor, era anche allora la condizione di tanti uomini, che non potev a sicuramente passare inosservata: ma al Sapere non si può negare il compito suo di schiarire, di illuminare © per ciò stesso di dirigere e servir da guida. La ragione non è ciò che in proprio costituisce l’uomo, la parte più nobile ed elevata dell’umana natura, quello da cui deve pigliar norma e forma tutto ciò che all'uomo appartiene? E il sapere non è il prodotto più schietto, e genuino della ragione? Adunque al sapere, anche nella vita pratica, spetta un compito importantissimo. E un fatto che molti mali e molti vizii sarebbero evitati quando si avesse appreso ad averne orrore. L’antropofagia, ad esempio, che disgraziatamente è pratica diffusa presso tanti popoli barbari, deve sicuramente la sua diffusione al non avere quei popoli coscienza del male che fanno; i pregiudizi religiosi per cui si sacrificavano, e si sacrificano anche oggidì delle vittime umane alla divinità, hanno la medesima sorgente; l’impudenza sfacciata di talune popolazioni allo. stato d'infanzia, per cui le donne si prostituivano e si prostituiscono allo straniero, è in gran parte ancora l’ effetto dell'ignoranza. E nei bassi fondi delle società nostre civili non troviamo la conferma di questo medesimo fatto? Pure non accettando l’identificazione ammessa da alcuni antropologi fra delinquenza e idiotismo, bisogna però riconoscere che spesso i delinquenti sono d’un'’intelligenza ristretta e d'uno spirito angusto, donde. la loro inferiorità e il loro svantaggio nelle lotte sociali. Perfino certi vizii puerili e quasi innocenti. implicano e suppongono una certa ignoranza” da palio di chi li ha. Si può ammettere, ad esempio, che il — millantatore, il vanitoso, abbia COScIenza di diventare ridicolo colle sue millanterie, di diventare SRIRSEDTOSe "I insopportabile? Egli che aspira sovra tutto alla stima degli sà Sap Ni altri, se sapesse gli effetti della vanità, per vanità nasconderebbe il suo vizio. Senza fare una certa parte all’ ignoranza, non si comprenderebbe, osserva molto giustamente lo Ianet!, quella massima profonda del Vangelo che «si vede bene il fuscello che è nell’ occhio del vicino, e non si vede la trave che è nel proprio. Ma dunque basta conoscere ciò che è bene per farlo, e ciò che è male per astenersene, sicchè si possa identificare senza più la virtù col sapere e la malvagità coll’ignoranza? Certo la vera virtà, la virtù ideale, 4 idéz tig dpetfig, come la dice Platone, è la virtù lumiade dal sapere; mentre al contrario la virtù d’opinione, quella che si fonda sulla coscienza attuale dell’ individuo, che potrebbe non essere illuminata dal sapere, e credere vero bene quello che non è bene che in apparenza, non è, secondo lo stesso filosofo, che un'ombra di virtù, c4% doerig; e così egualmente il vizio non dipende spesso che dall'ignoranza del bene. Ma il sapere, per essere condizione, e importante condizione di moralità, ha bisogno di una trasformazione; ha bisogno di diventare efficace, di farsi pratico, operativo; se rimane nel campo della speculazione e della teoria, a nulla giova per l’operare. L'idea dev'essere insieme una forza; la dottrina delle idee forze trova qui la sua applicazione: e per essere una forza, bisogna che parli insieme al cuore e alla volontà, bisogna che s'addentri in noi, che s’identifichi con noi, per così dire, che faccia parte intima della nostra natura, non già soltanto che ci illumini dal di fuori. Il che vuol dire che oltre il sapere e più del sapere, sono anche necessarie altre condizioni per la moralità: è un fatto che in parecchi casi l’uomo fa il male con coscienza e in conoscenza di causa. Il bene non basta 1 La Morale, Paris Delagrave 1887 p. sio. Paneasienizaniernenaene ssa re nervovore che sia conosciuto, bisogna anche che sia amato; non basta che rimanga nelle altezze serene, ma fredde della ragione; bisogna anche che scenda nelle regioni più basse, ma calde del sentimento. Senza calore di sentimento, senza emozioni vive ed ardenti, senza entusiasmo, senza fede passionata, non è possibile la pratica del bene. Il Kant vuole escluso affatto dalla moralità il sentimento; ma è un errore grave. Tolto il sentimento, tolta l’attrattiva del bene, tolto l'amore, manca alla volontà l'energia necessaria per vincere la lotta colle passioni. Il sentimento morale, l'amore del bene è adunque condizione necessaria alla moralità; l'educazione deve mirare a svolgere questo sentimento negli animi; non basta far conoscere agli uomini il bene; bisogna anche farlo amare. «Se la beltà, diceva Platone, ci apparisse in se stessa e senza veli, susciterebbe in noi amori incredibili. »: Ciò che Platone diceva del bello, si può dire del bene. Aristotele stesso che non era un poeta, si rappresentava il bene come qualche cosa di sovranamente amabile, e sovranamente desiderabile. Ma non basta la scienza del bene e l’amore del bene; è anche necessaria la volontà del bene, la forza morale, l'impero dell’ anima su se stessa. Quante volte l’amore del bene e la scienza del bene sono impotenti del pari! Quante buone intenzioni inspirate dal cuore e dalla ragione, non riescono a tradursi in atto, Dr mancanza di un volere energico che SERRE FILA passionise dominarle! Già Sant'Agostino ci ha descritto igli i rosa colorita e fanmeravigliosamente, in quella sua pros: È ) È assioni: Io era : aggia energia delle p EI SARE tastica, la selvaggia 5 vegliarsi, ma vinti simile, egli dice, a quelli che vogliono s ARSA, dalla forza del sonno, ricadono nell ASsoria SI x v'ha alcuno senza dubbio che voglia sempre non preferisca, se è sano di s pirito, la veglia al sonno; 22 G. ZUccaNnTE uetnneazzzazzanaiaaionaniaziaionaaziziz ione nia eene sirena na sapere zanisare iti METIETEZIANETTATEZEZZNE ARA tienena n aranuamarenanerenicionenesisseonenareonee e tuttavia niente è più difficile che scuotere il languore che pesa sulle nostre membra; e spesso, nostro malgrado, siamo presi dalla dolcezza del sonno, quantunque l’ora del risveglio sia giunta.... Io era impigliato nei frivoli piaceri e nelle folli vanità, mie antiche amiche, che scuotevano in certo modo le vestimenta della mia carne e mormoravano: Ci abbandoni tu?.... Se da un lato era attirato e convinto, dall'altro era sedotto e incatenato... Io non rispondeva che queste parole lente e languide: Subito, subito, attendete un poco. Ma questo subito. non veniva mai, e questo poco si prolungava all'infinito. Chi mi libererà da questo corpo di morte 1? », Per vincere le passioni, per operare il bene è adunque necessario uno sforzo supremo, un atto personale di risoluzione, è necessaria la forza morale, la volontà. E la volontà non è sapere, sebbene non sia senza sapere; è impulso appetitivo che il sapere illumina e guida, ma che il sapere non produce. Ben fece Aristotele pertanto ad ammettere come fattore essenziale della virtù la volontà; in questa parte specialmente egli ha oltrepassato di gran lunga la con-. cezione unilaterale e ristretta di Socrate e di Platone, ‘ € ha reso servigi eminenti alla morale. La virtù è forza, scienza, amore indivisibilmente uniti in una medesim Aristotele parlare lun che segue. a azione: della forza conveniva ad samente, come vedremo nel Saggio È Confessioni Pisto » da LA DOTTRINA DELLA VOLONTA NELL’ETICA NICOMACHEA del Lizio. La dottrina della VOLONTÀ nel LIZIO è anche più importante della dottrina della felicità [cf. Grice, “Some remarks on happiness” – Ackrill eu-daemon] e della virtù [Grice, “Philosophy is, like virtue, entire”]. Qui più che altrove si manifesta l'originalità del filosofo. In generale, come abbiamo notato, Socrate e lo stessa ACCADEMIA considerano condizione, se non unica, quasi unica della virtù il sapere. Un’altra condizione scorge necessaria nel LIZIO. Bisogna che l'APPETITO, trasformatosi in VOLONTÀ, si rivolga là dove LA RAGIONE consiglia, poichè ci può essere contrasto tra gl’appetiti da una: parte e i CONSIGLI [Grice, counsels of prudence] della ragione dall'altra, e nessuna efficacia ha in questo caso la ragione, e il lume che viene da questa, indarno si spererebbe che riuscisse a rischiarare le tenebre della passione. Perciò Aristotele si accinge a un esame accurato della facoltà del VOLERE [GRICE WILLING – citing KENNY ON VOLITING], studiandone gl’elementi costituuvi, sorprendendola per così dire nel suo nascere e conducendola su su fino al: n 2 più alto grado di svolgimento, fermandosi sull imputabilità e sulla responsabilità e mostrandole egate al libero arbitrio, dando insomma di questa condizione interna della virtù una teorica Così po Cono SRI 4 quale si poteva appena aspettare al tenipi. suole. da Sui : gu R i dovranno in fondo prendere le mosse tutti quelli che si occuperanno di simile argomento. le 7 È Già i Cinici aveano riconosciuto nel volere una certa 1 importanza per quanto riguarda la condotta dell’uomo : virtuoso; ma erano scarsi accenni, che doveano essere ui svolti e ampliati: conveniva non soltanto riconoscere d l’importanza del volere, ma penetrarne l’intima natura s e mettere a nudo il.substrato psicologico, sul quale si t.) fonda, e da cui domina, per così dire, ed invigila tutta à È quanta la vita dello spirito. Il fondamento psicologico Di) che anche qui, come nella teorica della virtù, Aristotele i o: ricerca alla morale, è la sua novità grande e bella., Cominceremo anche per questo, come pei due Saggi et che precedono, dall'esposizione della dottrina. i Poichè la lode ed il biasimo non spettano se non alle azioni che si fanno volontariamente, e queste sole quindi sono del dominio della virtà e del vizio, mentre alle. altre che si fanno involontariamente è riservato il perdono e talora la compassione; è necessaria, ad illustrare anche | meglio la natura della virtù, un’altra ricerca ancora, la ricerca intorno a ciò che è volontario (&4obawy) e intorno 2% a.ciò che è involontario (azobcrov) 1. G ESE In primo luogo adunque è involontario ciò che altri > AE fa costretto dalla forza, fix, ed è azione forzata, ffxoy, «a quella il cui principio è al di fuori di chi la fa o da © i patisce, e a cui chi la fa o la patisce in niente contribuisce [Eth. Nic. Forse si renderebbe assai meglio 1’ gxobgiov e l’axodotoy di Aristotele col nostro ) spontaneo e non spontaneo, — che col volontario e involontario. Comun Ù que sia, ricordiamo a scanso — di equivoci che il volontario con cui traduciamo l'ézovaov di Ari ; ‘stotele, significa quel principio di volere che è nell’ Appetito, e non già nella Volontà ragionevole; perchè questo volontario è comune “anche ai bruti. Cfr. Bernardo Segni Commento Cit. AVI Aia e . Ù agi io E O Por; LS ; - / da parte sua: come se altri venisse trascinato dovec- ce chessia dal vento o da uomini in potere dei quali fosse ui caduto !. fs Può sorgere il dubbio se si devano considerare volontarie o involontarie o, ciò che è lo stesso, forzate “De o non forzate, le azioni che altri fa, benchè a malincuore, x per paura di mali maggiori, dvx gofioy pertévoy zax6y, O per conseguire cosa onesta, dit 2226v 71; come se ci avvenisse | di dover gettare in mare le robe nostre, per salvare dal naufragio noi stessi e gli altri 2; oppure un tiranno ci ingiungesse di commettere qualche cosa di turpe, e solo a tal patto ci desse salva la vita dei nostri genitori .0 dei nostri figli, che fossero in suo potere 3, Assolutamente parlando, nessuno vorrebbe gettare in mare le robe sue o sottomettersi, sia pure per ottenere Un fine onesto, al comando inonesto di un tiranno: sicchè, prese in sè e. assolutamente, quelle azioni sono forse involontarie (em). 3 too: dsobarz) #5 ma siccome in esse il principio del moto è pur sempre intrinseco a chi opera, e quello di N FIAT ROINZ DI IO { Eth. Nic. III, 1,3. Bfxuoy dÈ 06 4 cpXa Ecolev, corzvta À, À 7 ge 7, vi pendiv cvpt2era 0 mpdTTOY © 9 masgov, otoy ci 006% È uop.ica: Tor CRCAV TOLTI ubproi dvTes. 2 Eth. Nic. Eth, Nic. Abbiamo creduto col Ramsauer (Commento all’ Etica Nicomachea di Aristotele) riferirsi l'esempio, del tiranno. i alle azioni fatte did e40v 7, non già a quelle fatte De Qopov pets I Covwy AILOY, Per le quali ci sembra bastare l'esempio del IO in e le merci. Perciò abbiamo invertito nell’ esposizione l'ordine dei pe (Commento) pare credere (308 alle azioni fatte dt 969oy pelivov mare le merci a quelle fatte did mar due esempi. Il Michelet invece l'esempio del tiranno riferirsi l'esempio del gettare in LIKOY, zI6Y Fi 4 Eth, Nic. 1 ze II, 1. 6 in fino.” Mensusazecenionien zaniniosarenenazonsecenioaasaze; aciveonzarivevenea neeneseeeieeezazenninevivaosicezeana eraseoiana ne ziarenezzionenezizioo cui è in noi il principio, sta in noi anche il fare o il non fare; siccome in quel momento e in quella circostanza particolare si fanno volendole fare e preferendole ad altre, ur: e deve parlarsi di volontario e d’involontario non assolu i, speravasi di evitare; non dimenticando mai che fra i beni edi mali ve ne sono di così grandi, che per causa loro La sembra quasi lecito all'uomo checchessia, e fra le azioni e fatte di così turpi e malvagie, che niente v'ha per cui. 2 ue. possano essere perdonate‘. Così non merita alcun perdono + . SA Alcmeone che uccise la madre, ed è ridicolo ciò ch'egli Ne: addusse a sua discolpa: a certe cose non dobbiamo lasciarci RS costringere, piuttosto è da preferire la morte 5. Invece 4 DO 1 e 3 N N ” 1 Eth. Nic. III, 1. 6 e 10. % dì 00) gità uèv dnodarà tot, eni IN iui n‘ e ‘ . VÙV dî zl avti TOVÒs viper, al dà doyh èv té TPATTOVTE, n II x » 4 IANGLI DI x ORIO LI zo astà uiv dnobar ar, vv dì ue Inti movie suobera. C'è | in Aristotele per quello che riguarda questa specie d’azioni una certa | oscillazione e titubanza, che è assai difficile riprodurre nell’ ni 2 Eth. Nic. III, 1, 6 parti rodlex. 5 Compendio della Morale di Aristotele, parte II, cap. IV | $ Eth. Nic.  Eth, Nic. I, A DI esposizione. fi Eta quando vi siano tali mali che oltrepassino l’ umana natura e che nessuno potrebbe soffrire, se altri, per evitarli, faccia cosa che non deva, è degno, non certamente di L lode, ma di perdono; e alle volte è perfino degno di lode chi non dubiti di sottostare a qualche cosa di turpe o doloroso, mirando a fine bello e grande!. Del resto è difficile determinare quali cose si debbano scegliere e quali sopportare di preferenza, presentandosi - molte differenze nei casi particolari; e ancor più difficile + PA è rimaner fermo nella presa risoluzione, poichè potrebbe 4 smuovercene o il dolore che ci si minaccia, o la turpezza dell'azione, a cui ci si vuole costringere. Chè in generale è questo il caso più comune di tali azioni: ci si vorrebbe costringere a qualche cosa di turpe colla minaccia di grandi dolori. Dove siccome è sempre da preferire il dolore all’operare turpemente, si loda chi non vi si lascia costringere, si biasima invece chi vi si lascia costringere. I Eth. Nic. . Svtote nel èrzwodviai, dTAY alcypoysat ‘À Nuti gÒv UTOPEVOGI dti PEYÀ.OY ua 4240. î 2 Eth. Nic. III, 1. $ 9 in principio e $ 10 in fine. 3 Eth. Nic; .... &Tt dì yederotepoy Supetvat Tot mi cd ROXb dom FÀ piv mpocdozopeve Nutnpz, x pocbztay ds Y% È a di >» U, » VANE a 2 de vaqadbovma vicy 94, ev î7 Il senso di questo luogo imbrogliato mi pare il ù difficile rimaner fermi nella presa risoluzione 0°, poichè, essendo il più delle volte "Sa uello che =» LI vor val goyor yvovTat TEL TOÙS avarpraslevzas A ua seguente: è ancor pi di operare in una certa maniera doloroso quello che ci aspetta se non operiamo, e turpe q CI ci si vuole costringere ad operare, avviene che o il dolore minacciato, 3 attuale ci smuova dal nostro proposito. Una o laturpezza dell’azione IPEOR : n tiranno, anziché sottostare STA a, donna ha deciso di piegare alle voglie d’u ottostare ai tormenti da lui minacciatile, ma al momento dî Meter i; deci a tur 'azi a per compiere, la tratquanto ha deciso, la turpezza dell azione # st De So Sa n Ì i ferisce i tormenti, Un uomo ha o di soffrire — tiene dal compirla e pre leciso d È Uursussazzenatessaaeeice isa reneeaaee re va naasenaoaineanininianienaninininiaeaninrioeinezizanioneeaerisseeereenaeoaierazeoiza lean ese ria zezanei Riassumendo, involontaria o forzata è l’azione il cui principio è al di fuori di chi la fa, e a cui questi in niente contribuisce da parte sua; e il timore di mali maggiori (6 96Bos pertivey zaz6y) e il fine onesto per cui si operi (dt x4).6v 71), non rendono punto involontaria o forzata l’azione, sebbene le comunichino un carattere speciale, di cui è necessario tener conto quando si tratti di stabilirne il valore morale. Che se alcuno dicesse che in realtà l’onesto (rà x21é) e il piacevole.anche più (xè dt2), rendono involontaria e violenta l’azione, perchè costringono dal di fuori (avarstem #0 dv7z), se ne dovrebbe concludere che tutti in tale ipotesi sono forzati a fare ciò che fanno, poichè tutti operano per questi due motivi, l’onesto e il piace- ‘a vole!; l’utile stesso per cui spesso si opera, non si sceglie se non come mezzo a un bene o a un piacere; ciò che | è amato e scelto come fine, è il bene e il piacere 2. D'altra parte chi opera per violenza e involontariamente, opera con dolore (2vrnpòs): invece chi opera per il piacevole e qualunque tormento piuttosto che rivelare un segreto che possa, ad esempio, compromettere la patria; appena sente i tormenti, si rimuove © dalla sua decisione. Siccome poi si tratta di dolore proprio, personale, da una parte, e di onestà dall'altra, e siccome è da preferire sempre il dolore al venir meno all’onestà, così l’autore aggiunge: O0ey Erauvot zz Yéyor ecc. cioè a dire che si lodano coloro che non si lasciano costringere dal dolore a fare qualche cosa di turpe, mentre invece si biasimano coloro che vi si lasciano costringere. Ero: è da riferirsi ad 7 pi, Yéfora mepi Tod; vayzaolivmzz. 3 tNEth: Nic. III. 11. x 2 Eth. Nic.: 7eiòY Yao dvrwy cav sic TRS UiosGeLe. AIN0d GUozs0vTos Adios ed Eth. Nic. VII I, 2.1. dofcre dov yecusov civai di ob fiera apabov ari dovk, bareQUINTA dv ein v&Y206v TE AU Td 400 we Tin. l’onesto, opera con piacere (19 4dovîs); per la qual cosa se ciò che è piacevole ed onesto: costringesse ad operare, si opererebbe ad un tempo con dolore e con piacere, il che involge contraddizione!. « E ridicolo adunque, conclude Aristotele, accusare le cose esterne, e nonse stesso come facile a venir attirato da esse, e delle azioni belle dar la causa a se stesso, delle turpi alle cose piacevoli » ?. I Eth. Nic. III, 1. 11. L'affermazione di Aristotele che chi opera per il piacevole e l’onesto, opera con piacere, non si può accettare che in parte; perocchè, se è vero che chi opera pel piacevole opera con piacere, chi opera invece per conseguire cosa onesta, si sottopone il più delle volte a dolori e non opera conseguentemente con piacere (Cfr. Eth. Nic.) Masi potrebbe risolvere questa contraddizione in cui pare Aristotele si trovi con se stesso, affermando, come fa il Michelet nel suo Commento, che qui ($ 11) Aristotele parla dell’onesto che per se ci spinge ad operar rettamente, mentre prima {$ 7) ha parlato dell’onesto che ci induce a soffrir dolori per ottenerlo. « Postquam auctor de honestate, quae nos ad molestias subeundas impellit, et de molestiis locutus est, quas ut vitemus ad turpia facienda cogimur; jam de voluptate loquitur, quae nos ad haec cadem, et de honestate quae ad recte agendum compellit. Sunt autem haec illis magis spontanea, quia voluptas et honestas fines sunt, quos sponte nostra per se cligimus, molestias autem semper invite subimus, utpote a natura nostra alienas » Michelet Commento cit. pag. 103 - 104. D'altra parte si potrebbe ricordare che nella teoria d’ Aristotele è virtuoso solo chi opera il bene con piacere. Eth. Nic. 1 uh aitdy ebmpatov ovTa d tuuròv, Tv d aley pv nÙ i è cosa ridicola che, mentre si sostiene che tanto 1 ci costringono ad operare, quando si viene alle applicazioni, a che le azioni buone non siano già dovute, come a causa e per contro le azioni turpi siano dovute 1 yeXoloy Sh cd qitizola mà 4706, dI mò 76V rowirmy; zal TGV pev 4XA6Y Si. Il senso del qual luogo è il seguente: l bene quanto il piacevole si sosteng efficiente, al bene, ma a nol; die i Nel qual luogo il filosofo riconosce evidentemente, e sì fa gioco di coloro che non vogliono riconoscerlo, che delle azioni nostre siamo noi la causa efficiente: noi abbiamo in noi stessi una forza e un'energia nostra propria, colla quale possiamo sottrarci alle influenze che ci vengono dal di fuori, perfino all'influenza che ci possa venire dal bene. Il che, o c'inganniamo, o è un accenno abbastanza chiaro alla libertà del volere. Quanto è detto del bene e del piacere, si può ripetere dell’ira (0vpés) e del desiderio (r:0vuiz): le azioni che si fanno sotto lo stimolo dell’ira e del desiderio non sono involontarie !. Perocchè se lo fossero, nessuno degli altri animali agirebbe volontariamente, e neppure i fanciulli che agiscono massimamente sotto lo stimolo di questi due moventi interni. D'altra parte anche alle azioni come a causa efficiente, non a noi, ma al piacere che ci costringe. Per esser conseguenti dovremmo invece tutti due questi generi d’azioni attribuire alle cause esterne. Inteso così questo luogo, mi pare che non si possa dire in riguardo ad esso quello che dice il Ramsauer; (Commento citato): vides illi lizio quasi codem tempore cum diverso hominum genere rem esse. Qui enim dicant etiam 7% 423.d fizuz esse, non poterunt iidem té zz4.6v zi7izola é2UT005. Invece a Z. pare si tratti degli stessi uomini. Soltanto mentre in teoria sostengono che il piacere non soltanto, ma anche il bene costringe ad operare, e aggiungono il bene per far passar meglio la loro teoria, in pratica poi sostengono quello che loro fa comodo. Fa comodo a loro esser riputati veri autori del bene. Non fa comodo esser riputati autori del male. Eth. VE , AB Noi traduciamo ira il 0vuds greco. Ma veramente 0»yd5 non significa soltanto l'affetto speciale dell’ira. Il 0105 indica l’impeto, la veemenza, il calore dell'animo, ha quindi un significato più largo di ira. Tuttavia in italiano non parola che renda perfettamente il Inps. Eth. Nic. Qui il volontario anche più che altrove Saprel trovare una belle siamo spinti da un qualche desiderio, da un qualche affetto, e sarebbe ridicolo dire a nostro elogio volontarie le azioni belle, involontarie le turpi, mentre dipendono dalla medesima causa. Ci sono poi delle cose che conviene desiderare ardentemente, come ci sono dei casi in cui conviene adirarsi: come si potrebbe dire involontario ciò che si fa in questi casi? ®, Ancora, che differenza c'è fra i peccati che derivano dalla fredda ragione e quegli altri che derivano dall'ira o dal desiderio, per cui questi. ultimi soli devano essere involontarii? Sono da evitare si gli uni come gli altri e le passioni irragionevoli non meno della ragione sono umane. Finalmente perchè si dovranno chiamare involontarie quelle azioni che derivano dall'ira o dal desiderio, che muovono cioè di là donde il più delle volte gli uomini sono spinti ad operare 4? Come si vede, Aristotele in questa questione che riguarda il volontario e l’involontario e ciò che è forzato e ciò che non è forzato, procede rettamente dall’estrinseco all’intrinseco, dal mondo esterno al mondo interno. Violenza è solo quella che ci viene dal di fuori, dagli è preso nel significato speciale di spontaneo. Perciò non è a far le meraviglie se Aristotele dice che appartiene anche alle bestie e ai fanciulli. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. Come si vede l'argomento è questo: le gionevoli non meno della ragione sono umane: per conseda ragione, è anche volontario (2) passioni irra guenza se è volontario ciò che deriva i ciò che deriva dall'ira e dal desiderio. Qui è ritenuto come volontario tutto ciò che deriva dall'essere dell’uomo; perchè ‘volontario anche qui è preso nel significato di spontaneo. Tratteremo largamente in fine la questione dell’éz00 Eth. Nic.. ti Giovy e dell'uzoustov. elementi, il vento per esempio, o dagli uomini, ed è violenza materiale, a cui non è possibile opporre resistenza; il vento ci trascina o ci solleva; gli uomini, quando ne abbiano il potere e la forza, c'imprigionano, ci tormentano, fanno di noi tutto quello che loro aggrada. Il timore di mali, che si vogliano evitare, un fine onesto per cui si operi, non costituiscono violenza; i mali per verità sono al di fuori di noi, e il bene a cui si miri è anche fuori di noi; ma il timore che si ha dei primi, è cosa subbiettiva, personale, e il bene ci alletta e ci sospinge solo in quanto è appreso ed apprezzato da noi, e s'è quindi trasformato in cosa nostra. Il movente è perciò sempre in questi casi interiore, senza contare che la vera causa motrice, il principio che mette in moto le membra, n dpyn où zuelv Td dpyavizà uéen, appartiene a colui stesso che opera,'èy abrò torw |. Altrettanto è da dire del piacere, dell’ira e del desiderio che sono tutti moventi intrinseci, tutti dipendendo dalla natura e dall’essere stesso dell’ uomo, di cui sono come la manifestazione. Per Aristotele è volontario o spontaneo tutto quello che è intrinseco all'uomo: egli non si cura di determinare se quello che è intrinseco sia intrinseco soltanto apparentemente, e dipendain ultimo ancora da qualche cosa d’ estrinseco; quello che è nell’ uomo, per qualunque motivo vi sia c da qualunque causa derivi, gli appartiene, e gli si deve a giusto titolo attribuire. Il regno dell’ szobary è vastissimo, quasi tanto vasto quanto la vita dell’uomo. Eth. Nic. . metal a [ie à PA. x x | I ° MATTONI INI CRE PET ARI FR IR e PR ARR i nin enizaz azz nana 10S Pan TTA nerina nen ini era reni esente merpasenazeanenesaziaricnennenecaasionzossenenianeanisea II. E in secondo luogo involontario quello che si fa per ignoranza (%yvorx) *. Intorno a questo è però da osservare che non tutto ciò che si fa per ignoranza è a rigore da chiamare involontario; imperocchè chi pure per ignoranza abbia fatto cosa di cui poi non ebbe a pentirsi e a sentir dolore, che anzi a lui piacque di aver fatta, non si può dire l’abbia fatta involontariamente, sebbene per verità neanche volontariamente, non facendosi volontariamente se non ciò che si sa: invece è da dire veramente involontario ciò che si fece per ignoranza e di cui poi si sentì pentimento e dolore ?. Della quale restrizione è da tenere 1 massimo conto nello stabilire il grado d’imputabilità d'un’azione. Se altri infatti si compiaccia -d’ un'azione che fece a sua insaputa, quest'azione che non si poteva dir sua perchè l’ignorava, diventa quasi sua per effetto di quel compiacimento. Intorno all’involontario per ignoranza è anche da osservare, che bisogna distinguere ciò che si fa per ignoranza, da ciò che si fa ignorando bensì, ma per un altro motivo. Imperocchè l’ubbriaco e l’ adirato è certo che non sanno quello che fanno, e tuttavia non Sl può dire che operino per ignoranza, e quindi si devano ritenere involontarie le loro azioni; le loro azioni, anzichè dall ignoranza, AO origine dall’ ubbriachezza € dall ira, SR non hanno saputo astenersi © da cui derivò 3PRUGL, ‘OSCUra= mento della loro mente 3. Per conseguenza chi abbia 4 Etb. Nic. III, 1. 39 Eth. Nic. INI, 1. 13 © Eth. Nic.  permesso che gli affetti dell'animo suo prendano tanta forza da accecarlo interamente, sicchè non possa più discernere quello che pure poteva discernere, costui non accusi come causa di peccato la sua ignoranza, ma quegli affetti che non ha saputo regolare. Ancora non è da credere che renda involontaria l’azione l'ignoranza dell’universale, cioè del bene e del male, l'ignoranza che riguarda il fine da conseguire, per cui gli uomini volgono l’opera loro ad un fine indegno, non sapendo ciò che sia veramente da desiderare. Il malvagio ignora ciò che convien fare e ciò da cui conviene astenersi; ma non per questo egli è non malvagio: anzi è questa ignoranza appunto la causa della sua malvagità!, Chi opera male non può addurre a sua scusa R di aver ignorato ciò che conveniva. fare. L'ignoranza x del bene e del male non può essere ottima ‘scusa del | ‘peccato; altrimenti si dovrebbe riputar buono chi pure abbia commesso azioni turpi ed ingiuste, quando in antecedenza abbia stimato bene quello che si propose di fare ?. Invece rende involontaria l’azione l’ignorare le cose i singolari nelle quali e intorno alle quali versa l’azione medesima; chi ignora qualcheduna di queste, ben lungi dall’operare volontariamente, merita compassione e Eth. Nic. Aristotele oltre che dell'ignoranza dell’universale) 1: x: III dvorz, parla anche d’un' ignoranza che ha luogo nel preeleggere, SR È) 17 mpozipécei dryvovz, come d’una causa della malvagità, alla in #36 poy0nptxs Eh. Nic. Gl’incontinenti, &xpxTeì, non errano nel fine, poichè sanno che sì deve fuggire la libidine, ma, tratti al desiderio, si allontanano dalla via che conduce al fine. In questi. C’è conoscenza dell’ universale, e ignoranza nella preelezione. Cfr. Mi. i |‘ cheler Commento cit. p. 108. + perdono !. Essendo le cose singolari, nelle quali versa l'azione, al di fuori di noi ed estranee a noi, l'ignoranza di queste è in qualche modo una causa esterna, un istrumento esterno ed estraneo alla nostra volontà, sebbene in noi; sicchè ciò che si fa sotto il dominio di tale ignoranza, sembra fatto non da chi agisce, ma da questa ignoranza stessa. Mentre l'ignorare che cosa sia bene e giusto e retto dipende da cattiva volontà, ed è non già qualche cosa d’estraneo e d’estrinseco, ma un principio interno, una qualità propria di chi agisce, che rende questo imputabile della sua azione. C'è insomma un’ignorantia juris, come la chiamano i legali, e wn’ignorantia facti; la prima è imputabile, la seconda non è imputabile; Ignoranzia juris nocet, ignorantia facli non nocet. L'ignoranza dei particolari può riguardare e chi opera (is) € ciò che si opera (xt) e intorno a che o in chi si opera (rspì #t È evi) 3, e con quale mezzo sl opera (rim), e per qual fine (Evezz 7ivos) e in qual modo 4 Certamente non è possibile ignorare tutte queste circostanze ad un tempo, chi non sia pazzo; perocchè non foss'altro, come potrebbe chi opera ignorare se stesso? Ma si può ignorare o la sostanza dell’ azione, o l'oggetto in cui cade |’ azione, 0 il mezzo, o il modo, o il fine. Per esempio ignora ciò che fa O) la sostanza dell’azione, chi ignorando non si dovesse dire una certa, Eth. Nic. Il Commento di Michelet. Z accetta la spiegazione di Michelet. Il rrept ab el’èv Ti Ì i 2 L i ì U AI CD indicano la medesima circostanza, l'oggetto in cui cade l'azione;sol to mentre il mepi ci si riferisce a cosa inanimata, l'îv 7ou si riferisce tan ico: pata, ersona Refer #s0l zi ad rem inanimam, îv ivi ad hominem. a p 3 i È + Eth. Nic. INI, 1. 10. 23 G. Z. uu i* Dà ‘per un nemico, come Merope, e l’uccida, ignora l'oggetto cosa, se la lasci sfuggire nel discorso: chi scambi il figlio dell’azione o la persona su cui agisce: ignora il mezzo chi credendo una pietra esser pomice e perciò materia tenera e innocua, oppure essere spuntata l’asta che ha invece acuta la punta, la scagli contro qualcheduno e lo ferisca: ignora il fine chi apprestando all’ammalato una pozione collo scopo di salvarlo, l’uccida; e chi volendo solamente toccare, percuota invece violentemente, è ignorante del modo !. Intorno a tutte queste circostanze potendo aver luogo l'ignoranza, chi operi sotto il dominio di questa opera involontariamente. Se adunque, per quanto s'è detto, involontario è ciò che altri fa costretto dalla violenza e per ignoranza, volontario invece sarà ciò che sì fa per un principio intrinseco e conoscendo le singole circostanze in mezzo alle quali versa l’azione 2; 0, come spiega lo Zanotti, avendo considerato le ragioni di farla, « perciocchè le singole circostanze, 7% x20' Éxxst2, che debbon conoscersi dall’operante, contengono appunto le ragioni, per cui dee, o non dee operare. Per tutto questo Eth. Nic. II, 1, 17. Accettiamo il 7i0xs del Susemhil, e non il rafees del Michelet, del Ramsauer ecc. L'esempio di chi appresta una pozione all’ammalato affine di guarirlo e invece l’uccide, piuttosto che un esempio di chi ignora il fine, ci parrebbe un esempio di chi ignora il modo o il mezzo. Vedi quello che dice il Ramsauer molto giustamente in proposito Eth. Nic.  7òd Szobcvoy Séterev dv civa où dex Ev abré cidoti 7% nol) Enzota èv oîs modkic. Alla conoscenza delle circostanze in cuirsi compie l'azione, o, ciò che è lo stesso, alla esatta considerazione delle ragioni per cui l’azione si deve compiere, mirano la deliberazione, Bosdenaiz, e la preelezione, Tpoztoegts. La preelezione, chio chiamarei più volentieri proposto, ha grande importanza per la virtù, ed è ad essa strettamente congiunta. RE Dalla, preelezione si giudica il costume meglio che dalle azioni medesime !. Per la virtà infatti si guarda di più al come siamo disposti nell'animo, che a quello che si fa; gli atti esterni della virtù possono essere fatti a caso, 0 per ostentazione, o per simulazione, o per ignoranza, o per violenza; se manca l'intenzione, il proposito interno, la preelezione, mpoziosaw, gli atti virtuosi non hanno valore etico. Che cosa è adunque la preelezione ? La preclezione pur appartenendo al volontario, non è tutto il volontario; il volontario ha un'estensione maggiore; il volontario è il genere, di cui la preelezione è una specie. E difatti e i fanciulli e gli animali operano volontariamente, ma non con proposito deliberato, non con preelezione; e le azioni che sono l’effetto di un moto improvviso dell'animo, non essendo premeditate da.chi le fa, non si può dire sicuramente che siano state proposte, o prescelte, sebbene non si possa negare che sono volontarie. IN %, »,Ech. Nic. Trepi TINZPEGEOS eretar dte)berv, otzetd. è; Ù ne EIA À ” TATOYV Ye siva dozeì cf desti vat uao 7% in nplvew iv Ù TPACEOY.  Eth.Nic.  DEMI SATO Z CPI, eee?) pi SA a 4 Pa, unsasaezeraa:iezaazez; nnnasioneeeesaneazasose sseeneti Poneszeszoanesipanizionesianaaneraneionezeze sv anenzenennariceeneai nina neneeaniaseaianizsane. La preelezione non è neppure un fatto d'ordine appetitivo; nessuna delle specie dell'appetito, il desiderio (emivita), l'ira (016%), la volontà (fovàno:s) *, è preelezione. Che l’ira e il desiderio non siano la stessa cosa della preelezione l'argomento capitale è questo, che i primi sono affetti che appartengono anche ai bruti, mentre invece la seconda appartiene soltanto all'uomo. Per quanto poi riguarda il desiderio in particolare, preelezione e desiderio si oppongono l’una all’altro, come avviene hell’incontinente e nel continente, nel primo dei quali la preelezione è vinta dal desiderio, nel secondo per contro il desiderio è vinto dalla preelezione ®. S’ aggiunga che il’ desiderio ha per oggetto il piacevole in senso positivo, il doloroso in senso negativo; la preelezione invece non ha per oggetto nè l'uno nè l’altro. Chi desidera, qualunque cosa desideri, JI: Bpetic, appetito, risulta veramente di tre clementi, 0up.òs, eridupiz, Rodina: Cfr. Eth. Nic. I, 13. 18 e la nota dél Ramsauer a quel luogo: « 7ò emibrinazizoy zi 6)0g bpeztiziv: hoc denique nomen 70 4)6Y0v illius.... ad quod universam Thy #014hv dpethv referri mox discemus. Primum est in eo quod habet èr iMuniay, at insunt etiam alia, ut addita voce %%Ì 190; ROTOnTe, quae presto Th ET I DDAZAI DS dpicems sunt. "055 E1s VEN ve Pe NTAZ vai Quuds où Bobana (414 b 2) » pag. 75. 2 Eth. Nic. II, 2 4 za! 6 &zoztie Ce DIIONIDTA] Tare mpozipodu evo d' où 6 Syapathg Ò' avdrzdiy Toogipobuevoe ev, Ceri VIIXONI d’ où. Il continente e |° incontinente hanno questo di co mune che c'è in loro una specie di lotta intestina come di forze ostili; da una parte il desiderio, dall'altra la ragione; nel continente 3 la ragione si assoggetta il desiderio ribelle, nell’incontinente il desiderio ottiene il sopravvento. « Quum Aristoteles ad mores hominum spectans, ut breviter loquamur, quatuor distinguat genera (qui boni, qui mali sunt, qui &y4p%TeTs et CRI in duobus illis quos, priore loco diximus, discrimen quo in anima % Gostic a ratione differt ante”“ani tai Pacini te nai init sia buona o turpe, per una certa necessità dell’ umana natura se la finge come piacevole; chi preclegge, anche se per caso preelegga i più turpi piaceri, se li rappresenta sempre come beni !. Non è adunque da confondere il desiderio, colla preelezione. Anche meno è da confondere l’ira con la preelezione, poichè le cose che si fanno sotto l’ impulso dell’ira, sono ben lontane dall’esser fatte con meditazione e proposito deliberato. La volontà, sebbene affine, non è neppur essa la stessa cosa della preelezione. La volontà infatti può versare intorno a cose che o sono del tutto impossibili, come chi volesse vivere immortale, oppure sono tali che il farle non è in potere di chi le vuole, come chi volesse che un certo istriéne o un certo atleta vincesse. Chi preelegge invece, non si propone cose impossibili, salvo il caso che sia pazzo, nè cose che non sia in suo potere di compiere 3. Aggiungasi che la volontà si riferisce piuttosto al fine, la preelezione invece, ai mezzi che conducono al fine. Noi vogliamo esser felici, scegliamo i mezzi necessari al conseguimento della oculos non est. lam enim in .probis hominibus Tò dpe4tizoy totum se conformavit ad auctoritatem rationis, in pravis co. redacta est ut potentiae 705 opeztinod libenter assentiat et inserviat. Contra oi 49% mel et oi azparete id commune habent, ut in utrisque spectetur intestina animi dissensio et dimicatio quasi virium hostilium. In ANZI enim victa ratione optime apparet con) sit propria 775 dpitews vis spernentis © TOY If. +; in îjnpeare stz vero subacta cupidinis rebellione eventus docet, rationem iubentem atque increpantem aditum habere ad 7ò dpetu0Y ». Ramsauer Commento cit. p. 74 i { Eth. Nic. JII, 2 5. Cfr. la nota del Ramsauer a questo luogo. Eth. Nic. Éth. Nic. IMI, . RE ore a a ad felicità. Dire che si sceglie d'essere felici non sarebbe conveniente !, Se però la volontà è differente dalla preelezione, non è differente che nella maggiore estensione ch’essa ha: noi vogliamo quello che preeleggiamo, ma non inversamente tutto quello che vogliamo preeleggiamo ?. Stabiliti i confini tra la preelezione e le singole forme dell’appetito, resta a vedere se la preelezione sia un fatto d'ordine puramente intellettivo. E qui Aristotele | confronta la preelezione coll’opinione, dé, dando però i all'opinione un valore e un significato più esteso dell’or.dinario, sicchè si può dire che abbracci in generale tutta l’ intelligenza 3. È 1 Eth. Nic. III, 2.9. à e: “6 ? Eth. Eudem. II, 10. 17 &rxvTeg zo Govtonela È nel Tonzi- i pobuebz, ob pevtar ped Rordoualz, riva rpeozipobts"z. Osservo però che in realtà tutte le cose che si vogliono, si scelgono anche; perocché le cose impossibili non si vogliono, si vorrebbero soltanto; c’è, vale a dire, per quanto riguarda le cose impossibili, un volere iniziale, non una vera e propria volizione; c'è il vorrei, non il voglio. Si 5 Eth, Nic. III, 2. 10-15. L'opinione com'è intesa qui abbraccia La in realtà tutta l'intelligenza, perchè in 1° luogo si riferisce anche alle cose eterne, che cioè non possono cssere altrimenti, quindi abbraccia. quella parte del principio avente ragione, che Aristotele chiama 7ò Pr pr EmaTovzoy; in 2° luogo sì riferisce anche alle cose che possono L: essere altrimenti, quindi abbraccia quell'altra parte del principio avente Cor ragione che Aristotele chiama 7ò ).0yto7t6y (Cfr. Eth, Nic, VI, 1. 5-6). È * Per conseguenza abbraccia l’intera ragione. Senza contare che è leo- + enti didvorz, perchè dof4lousy di ci 307 insi it CD path dizvoz, p o9439uev de TL EoTw, e insieme moeztizA RIGICATO, ; i $ i drdvo1a, perchè:dot4lonev Tini cuuptper i oc. Il dolzoridy adunque. È : Sal ha qui la stessa estensione del davanti. Nel libro VI cap. VS il È x » Telo "a . 4 . - AR doQxstiziv ha un significato più ristretto: % == yde dé * S pi Li cu Teol TO ° evdey duevov Dos Eyew al i geivacis. AAT NELL’ETICA del Lizio Primieramente adunque l'opinione si estende a tutte le cose, non meno a ciò ch'è eterno ed impossibile, che a quello ch'è in nostro potere; la preelezione invece si limita a quest'ultimo appunto, come già s'è fatto osservare !. L'opinione ha per sua legge il vero; la preelezione il buono. Coll’eleggere il bene od il male diventiamo di certa qualità, buoni o cattivi, mentre coll’ opinar bene non si diventa buoni, come non si diventa cattivi coll’opinar male *. E poi si sceglie di seguire o di fuggire una qualche cosa in seguito all’ opinione che ce ne siamo formata, ma non si può dire affatto che opiniamo il seguire o il fuggire medesimo ®.. Si noti inoltre che la scelta cade su beni conosciuti, mentre l'opinione si forma là dove manca una perfetta conoscenza. Finalmente se la preelezione fosse la stessa cosa dell'opinione, si vedrebbero le stesse persone opinare e preeleggere il meglio: mentre non è raro il caso che si opini il meglio e per malvagità d'animo si elegga il peggio °. 1 Per quanto fu detto adunque la preelezione non è un fatto che appartenga del tutto 0 all’ appetito 0 all'intelligenza. Forse che risulta di tutti due questi elementi? Vediamolo. Ma prima esaminiamo che cosa sia la deliberazione, Eth. Nic. Eth. Nic. SII, 2. 10-11. 3 Eth. Nic. ‘ RUS, 13. %d Tooztpodue % où rav touev. Intorno al qual argoice il Ramsauer: Parum in hoc sexto A Îoc vi, Ò Sara 4 ziòv dotalovtwYy 00 OLGTAL0VGWY, Ma univ È$ uoMiota iouev 4 Eth. Nic. III, 2. \ (Sa \ Kay = SÌ dpa9à dvra, Dobalopev dè to si può riferire quanto Ò Evo. Y%0 iDevar 1140 db 24-27. men argumento ponderis: YI olovtal cups e ‘ mpozipeois esse d0S4 TU s Eth. Nic. III, 2. 14 Poterit igitur nibilominus dii è. titan nazio piantina ® PY log * stesso Tpoxtosote foblevai, perocchè la scelta pare non si possa dare senza aver prima deliberato che cosa si debba scegliere. Il nome sw indica elezione di una cosa con esclusione d’un’altra, e ciò non si può fare senza un antecedente x è) giudizio e un'antecedente deliberazione. La deliberazione, fobieva, è come quella specie di giudizio pratico che nelle creature intelligenti e ragionevoli deve sempre precedere l’azione. Perciò appunto non in tutte le cose si delibera e si prende consiglio. Non sì delibera sulle cose eterne e immutabili, o sulle impossibili ‘a ottenere; non si delibera sulle cose che dipendono dal caso, e neanche su quelle che dipendono dagli altri uomini; non si delibera su ciò che o per necessità di natura o per altre cause avviene sempre d’un modo, 0 sempre muta !. Si delibera invece su quello che dipende da noi e che può essere operato da noi, fovXeuius)a dì repl mov 89’ fiutv mpazzov *, là dove però l’esito è incerto e indeterminato, e ci può esser luogo a dubitazioni molte x e diverse; chè dove è certezza e sicurezza cd esattezza, anche nelle cose nostre non si delibera. Eth. Nic. \ D 3 Eth. Nic. %xl mept pèv mas dzorbeis al abrdo LIT pei E) » toy èriotmuiy nba fatt Bouth..... td Bovdeveclar dì èv I SE OA A UL IS di 7ò x #R0À E A gola NEL mois ds ETÌ Fò FOO, di priore dè nos aroboerzi, nai èv 0Îg ddLd sensoszerzeveeansazzosiessoneanen Si badi però che non si prende deliberazione e consiglio intorno ai fini, ma intorno ai mezzi che conducono ai fini. « Imperocchè nè il medico si consiglia s' egli ha da sanare, nè l'oratore se ha da persuadere, nè il politico se ha da fare buone leggi, nè alcun altro dei rimanenti si consiglia intorno al fine: ma tutti avendosi proposto un qualche fine, indagano in che modo e per quali mezzi sarà ottenuto, € se apparisca che per più mezzi si possa ottenere, ricercano per quale si otterrà più facilmente e meglio, e se non si possa ottenere che per uno, ricercano il come di quest'uno, e il come di quel come, finchè giungano alla prima cagione, la quale -. L'ultimo nell'analisi è primo nella ricerca è ultima. . li ultime parole vanno intese nella generazione », Le qua Eth. Nic. Non è vero che si deliberi sempre in on intorno al fine. Verius enim hoc (che deliberiamo intorno in artibus, velut medici, oratoris. - e ordinandam spectant. Etenim quomodo erit judicandum de torno ai mezzi e N Ecco le giuste osservazioni del Ramsauer a questo luogo: ai mezzi e non intorno al fine) uae ad universam vitam ben quam in iis q aa RO REESE * ve ut ipslus philosophi vestigia Preriano i Re e dy dizapivat OTOV AITI TOLG) AIOETEON, illo cui forte factum est LAAET i : quoniam et timet instantem dolorem nec libens admissurus est quo efas sit (r110 @ 29-33)! Annon ambiget deliberabitque, utrum dolor na t? Aut igitur duplex genus sibi fugiendus an honestas amplectenda si ee ltera qualem h. 1.(C 15 sq.) depingit; Boumis es de fine altera, altera 3 i Ve) aut illa quidem meditatio quae ad ciln perunet, quamqua psa i vel ACETI, intendi audivimus, alio nomine indenda genere seponenda. Silentio vero camdem obruere utrumque negari non poterit et esse cam et facere pi . CRI o Neque enim in exemplis quibus nititue Aristoteles 0 Ù k quod dici. Fuerunt profecto viri poliuci, Ilent sUvopiav compa in pio aliquani 14 - erateta TIP wPETSO: haud licuerit: na ad mores hominum. S ino verum est ra È eno certo constabat, utrum ma ; a uibus haudita P i pre DARet I; ivitati an sibi potentam; arqui Ista de fine q rare Cl sibi così: quando l’uomo nella sua ricerca dei mezzi per giungere a un certo fine, è arrivato a quell’ ultimo, oltre il quale non resta più nulla a deliberare, cessa dal deliberare e incomincia a operare: per ciò quello che fu ultimo nella ricerca diventa come il principio dell’ azione. Avviene qui quello stesso che nella risoluzione d'un problema di geometria. Chi si propone, ad esempio, di ricercare il centro d’un circolo, dati tre punti della circonferenza, congiunge i punti con due rette, divide le rette È in due parti eguali, innalza una perpendicolare sopra il "i ‘punto di mezzo di ciascuna delle rette, e dove si incontrano le perpendicolari, qui ha il centro del circolo. Il centro del circolo è ultimo a esser trovato, ma in realtà è il principio da cui dipendono i singoli momenti della figura geometrica descritta, è il principio da cui il matematico | fu mosso a fare quella sua operazione! Insomma fra la deliberazione e l’azione, fra le Bobdevas e la pà4:5 intercede questa relazione, che il fine che uno si propone a raggiungere, è il principio della deliberazione, eil termine della deliberazione è il principio dell’azione 2; ciò per cui si fa l’azione (65 od fveza) è il fine, ciò che muove all’azione è quell’ultima cosa che. ; fu escogitata dalla deliberazione: il primo è causa finale, | la seconda è causa motrice (60sv zivaoto). i ‘ Del resto è naturale che se la ricerca mena all’impossibile, si cessi dal deliberare e si abbandoni il pensiero dell’azione 3; come è naturale che si deva porre un qualche { Eth. Nic. III, 3. 11 in fine: è y&p PovAevopevos Eorzey Cnteiv uri daiva)ibe Toy cipa ivo: Teoroy OoTEg DICA TLITZA Cfr. il commento del Michelet e del Ramsauer a questo luogo, 2 Eth. Eudem. Il, 11. 6. #5 pv GÙv Y0Gzo Ò SE Ni Di (a n by Tò ito È 5 Eth. Nic. III, 3. 17. BoyMevToy DI vl TIONISTO È TÒ, | i ZA ZOATO ; 4 ef nf T00TINI d9mpLepevoY 4Òn 70 mpozipetov. 70 YZ9 Ca 776 Ho Dogo 21 dp Ennntos SaToy ms TpaSei, 4 "x . A bet yotMiy T0OLL9ETOV. EGTUY. TZU vpriev Toti O . (N i y PLS Y DIXI DITO Ea TÒ “ifodueroy Gray sly abroy WASLIATA coyhI, 42 x y } ra zodro 1% TO TA0ULIOVEVOY TONLTELO dx "Oy Sutuelto! ot TONLTELOY 45 Opnpos culi SaXov dì 7odTo z2i Ent dpy alto) SCE ZINIO % mposdowvta In poche parole, può avvenire che la parte appetitiva della nostr'anima, la dpeGts, si opponga alla presa deliberazione, ein talcaso nonsi ha preelezione; oppure che la dpe€ sia disciplinata per modo da lasciarsi guidare dalla ragione e da acconsentire per ciò a quella, e in tal caso ha luogo la preelezione. Dal che si vede come la. preelezione, contrariamente alla deliberazione, non sia semplicemente un fatto d'ordine intellettivo, ma abbia natura mista, risulti cioè d’intelletto e d'appetito, e si possa definire come un desiderio, una tendenza che deriva da deliberazione, e che si conforma ad essa (Gpetis fovdeutwzi) *. Per concludere, due momenti si devono distinguere nell'atto complesso del volere. Dapprincipio si delibera intorno ai mezzi necessarii al conseguimento d’ un certo fine; è questo il primo momento, il momento della {o)euri. Compiuta la deliberazione, lo spirito si determina e dà l'impulso necessario per compiere gl’atti esterni ed interni che valgano a far conseguire quel fine. E questo il secondo momento, il momento della rpordozors. È in questo secondo momento che si manifesta propriamente l'energia del volere; la rpoziosaw è forza appetitiva illuminata da ragione, o, per dirla con Aristotele, appetito razionale, o ragione appetitiva, è il principio die. costituisce in proprio l’uomo, @ 7ozita deyà dolpo . L'uomo apparisce appena si MAU la volontà. Tiso pn Eth. Nic. dvtos Sì 700 © pron TOY uu ino PA02) A TRO sl a E e N n e AMA SIT i x - b P N e È : o E — È Me ae reesrcocosseceseapenn ponegeetosscoseogeseuandiene con vonaereonenerarsz TRIESISI Ne egsserenpasesecacagezssseppssonne Pe der setti e il potere di deliberare fra due partiti e di decidersi per l’uno di essi, escludendo l’altro. Sta qui la nota distintiva che lo eleva al di sopra degli animali e lo separa da essi !. La deliberazione e la scelta, s'è detto, cadono sui he conducono al fine, cadono su ciò ch'è possibile, mezzi c tutto ciò che rinchiude cadono su ciò ch'è in nostro potere; una impossibilità fisica o razionale, tutto ciò che oltrepassa “la naturale capacità dell'uomo, tutto ciò che riguarda il fine, è escluso dal dominio della deliberazione e della scelta. Sul fine non si delibera, nè si sceglie; l'appetito volontario, BobXnat, è per natura determinato al fine. È anteriormente ad ogni deliberazione e ad ogni scelta noi vogliamo il bene. Aristotele al pari di Socrate, al pari del suo maestro Platone, ammette una tendenza generale dell’ uomo verso il berie, tendenza che occupa presso la ragione umana il medesimo posto che l'appetito presso la sensibilità animale. E questa tendenza s'impone a noi; noi l'accettiamo come un fatto intorno 2 cui non si discute nè si delibera. « L'appetibile, osserva Aristotele, muove dapprincipio, il A dpelte divonmuh, val fi capo. Me Be 1 Aristot. De Part. amm. Frh. Nic. pév Boblnsis Foù at)005 tori paddy. Tata a di Bobdmars ri uèv È covdan day diiporos. Cfr. rutto il FUN Nic. 1U 4.1 oî eius Sotly sipatat. a . dirtelo pensiero muove in seguito a causa di esso, di maniera che l’appettibile è l'origine del pensiero. L' appetibile muove senz’ essere mosso dal pensiero ch’ esso eccita » x E questo appetibile è il bene. Il desiderio e la volontà del bene adunque non è nel potere dell’uomo. In suo potere sono soltanto la deliberazione e la scelta dei mezzi. La deliberazione e la scelta infatti suppongono non soltanto che due possibili siano presenti, e quindi la contingenza nell’oggetto dell’azione; ma eziandio che l'azione sia contingente per rapporto a noi, vale a dire che niente ci obblighi a scegliere e a tradurre in atto uno dei due possibili piuttosto che l' altro. Contingenza nell'oggetto a cui s' applica, contigenza nel soggetto che la deve applicare, sono le condizioni della scelta °. Gli animali hanno bensì potenza motrice e spontaneità di movimenti; ma questi movimenti, pure spontanei, pure non determinati dal di fuori, sono però sempre sottoposti interamente a una forza intrinseca, l'appetito; e si compiono colla stessa rigida necessità con cui in un sillogismo date le premesse se ne trae quella conclusione che vi è contenuta. « Presso l’animale l'appetito tiene luogo della maggiore; la sensazione, o in generale l'intuizione, della minore; l’azione, della conclusione. Bisogna bere, De anima e 7 TÒ è ‘4 Suivora aei dTL doyn abrlis tari mò dpeziov. TOÙTO N02) uve Ob ALvOUNevoy TO vonbdiva. Eth. Eudem. TÀ pièv {20 duvztà pev sori z2Ì siva vel ph civas, DN obi do uiv adr h fivens èoth, DIL TÀ per did gbsy TZ Di di wars aitizs yer, mepl Oy abdels dv èyysrgnosie Bondebcala: più apuoov megì Oy D avdézera vu / % 4 n x . \ RZSA Pe pevoy 7ò siva val pih, Id val 70 Bontebazaa coîg dvbpdamore, | ri att N >, Dia OR) SATA SI eZ È d DES ITAUTA tati box èo° vipiy toni mozioni uh Toda. dice l'appetito; ecco la bevanda, dice il senso, e tosto l’animale beve! ». L'uomo non ha soltanto le facoltà dell’animale, il principio motore, l'appetito, la sensibilità; ma un’altra facoltà ancora che tutte queste trascende, la ragione: colla ragione compare nell'uomo il potere di.deliberare e di scegliere. La maggiore del sillogismo pratico che riguarda il fine da raggiungere, è nell'uomo ancora fatale, perchè il fine è dato da natura e non può essere che il bene; ma la minore, che riguarda i mezzi, non è più abbandonata alla sensazione o all’imaginazione, nè è quindi quella prima che capita; bensì è soggetto di riflessione € di esame da parte della ragione, che la determina liberamente. La minore del sillogismo è perciò contingente, e contingente è anche l’azione, o la conclusione, che partecipa della essenza di quella. x Questa contingenza o libertà H. P. GRICE FREEDOM -- nell’operare è il grado più alto a cui possa giungere la natura, ed è il privilegio esclusivo dell’uomo, dell’uomo adulto e maturo, chè il fanciullo partecipa ancora con tutto l'essere suo all'animalità. Per questa contingenza 0 libertà l'uomo è il padrone dei suoi atti, è il loro generatore, come è generatore dei suoi figli 3: a nessun altro va attribuita un'azione che a chi l’ha fatta con contingenza e libertà. 1 Ravaisson Essai sur la metaphysique d'Aristote . 2 Iuer: "Gis Td moToy, tal) 3 « Iottoy pos imbpla Veyer Tods 70 moto, i atalinore simey, dc n 9, SAT . È A guitasta, À è vode, sbids iver. De Anim, mot. Cfr. De A aoieianiit i Anima, 1h specialmente $ 2. z x x, 5 Aristot. Historia anim. BovdevtIzby dì povov avbprtos x x tari i Louv. Eth. Eudem.. Uta Ev Folk dimo Cor T% 3 x î \y A mpoal9e0%4, oUrz îv mdon iuzla. DA ì, IVI AMI è 44 e 3 Eth. Nic.  4eXaY sivzi YEYVATAY TOY TIASSOY WETEI La virtù pertanto è in nostra facoltà, come è in. nostra facoltà la malvagità !. « Perocchè in quelle cose nelle quali è in nostro potere il fare, è anche in nostro potere il non fare, e în quelle nelle quali sta in noi il no, sta anche in noi il st: cosicchè se il fare, quando ciò sia bello, è in nostro potere, sarà anche in nostro potere il non fare, quando ciò venga ad essere turpe; © se il non fare, quando il non fare è bello, è in nostro potere, è anche in nostro potere il fare che venisse ad essere turpe. Che se è in nostro potere il fare le cose belle e le turpi, ed egualmente il non farle, c ciò vale quanto esser buoni e cattivi, starà appunto in nostro potere l’esser buoni e cattivi » *. Il qual luogo è da intendere cosi: non c'è ragione che delle azioni cattive si giudichi diversamente che delle buone, e mentre le seconde si trova comodo far dipendere da noi, si creda non dipendano da noi le prime: sono in nostro potere le azioni buone e le cattive nella stessa misura, e poichè dalle azioni risultano gli abiti, anche la virtù e la malvagità. La vecchia sentenza che wnessuro. è volontariamente malvagio, nè involontariamente beato, obdeic Ezòv rovnods odd’azov pizzo, è vera nella seconda parte, è erronea nella prima 3. Anche Socrate errava quando affermava che la malvagità è involontaria e fin anche la a vai stavo. Cfr. Magn. Mor. diiloy oùv dr è Mlpwro: T6v Tp4= «i Eemy tori qevratizds. Eh. Nic. Eth Nic. Abbiamo tradotto: ciò vale quanto esser 4 buoni e cattivi. Il testo veramente ha: 7070 di iv ad ceyalloto nad ua29ì sivas. È adoperato qui il passato fiv perchè fu dimostrato prima pri (Cfr. il cap. I del libro II) che col fare il bene od il male si diven xa | buoni o cattivi; e l’autore intende riferîrsi a quanto ha detto allo | 3 Eth. Nic. . virtà !. A chi attribuire le azioni se non all'uomo stesso, a un principio ch'è in lui #? Non sono prova di ciò gli onori ed i premi che si danno alle azioni buone, i biasimi ed i castighi che si danno alle cattive? Certamente coi primi si vuole incoraggiare la virtù, e coi secondi distogliere dal vizio: ora chi vorrebbe eccitare o distogliere dal fare checchessia; qualora questo non fosse nel nostro arbitrio? Si eccita forse qualcheduno a non avere caldo o dolore o fame, quando in realtà egli provi tutto ‘questo 3? La lode ed il ‘biasimo, il premio ed il castigo non si danno alle cose che sono il risultato della ne‘ cessità, della natura o del caso: non si loda e non si biasima, non si premia e non si castiga che ciò di cui noi siamo la causa 4. La stessa ignoranza il legislatore punisce nelle azioni . umane, quando sia frutto di colpa e derivi, per esempio, da ubbriachezza o da negligenza, che stava in noi evitare ?. Per verità solo l’autore della Grande Etica sostiene che Socrate ammettesse non soltanto la malvagità, ma anche la virtù essere invo= lontaria. Loxp4Tas È9%, ob èo' ipo favola nò arovdzio»e sbai Î gu0)0vs. si {9 T6 gui, iprheeiey ivtivagiY OTEPOY &Y oUleiz dv foro Tv dduzlzv. x CISA BovXorro Sia: siva fi #0L403, | a ps DI I) +; », A 5 9 dov d © ei siolu, ob %y E4OVTES ENG%Y Uzbtor ; Horse dflov dti obdi arovdzto.. Magn. Mor.  -$. > Eh Nic. IEth. Nic. ma sa tI »% = O Tor È, Vu Wi " 4 Eth. Eudem. IT, 6 10. Ersi d° "ee N ù sit va . n DIN x t— E szrd | Ve PETAL à 1 quriv Soy 7% peY ErZiESa è der defi Y aa AMEITEN ber SSL Si cd di avdlgzns di ebyns Di proeos Urso L I ad dn SI V- où vii èRANElTot DTT VERRI 2) Gewy uuroi atrrot SGuavi 050Y viag Yos aitros, EASÌvOs ONT, nA o pela RIS x iagy déyor x sì adv Erzavov gye1), diiloy brr net pet vai 4: ì BREA i 4 venni. FEpÌ cuba ton Oy abtds giciog nai def TIAGEOY. = ") AI Tv s Eh. Nic. III, 5. 8-9:, 24 G. Z. 3 srt RE neo 7.1 viel RT È to ilzaza del corpo, se effetti Perfino certe brutture e certi vizii uindi da noi e di trascuranza 0 di abusi, se dipendenti q non da natura, vengono, biasimati e puniti !. Taluno potrebbe opporre che se altri trascura j suoi doveri, gli è perchè è tale che non può non trascurarli; che tutto quanto egli fa di male, è necessaria conseguenza del suo carattere, € dell'abito oramai preso di fare il male *. Ciò è vero; ma di aver preso quell’ abito l’uomo è causa e responsabile. Stava in lui il nov condurre la vita tra i maleficii e le gozzoviglie; stava in lui il non compire i singoli atti da cui dovea derivare a poco et poco L'abitudine del vizio; egli pur sapeva, © l’ignorarlo è da insensato, che dagli atti si formano gli abiti; dovea atti che conducono ad abiti malvagi. L'abito malvagio è volontario, com’ è volontaria la malattia che s'è contratta furia di sregolatezze © per aver trascurato le prescrizioni del medico. Si sa, non è in potere di uno, per quanto lo voglia, non essere malvagio, quando malvagio sia diventato: Ma era in suo potere non diventarlo. Non è in potere di chi ha scagliato un sasso :l trattenerlo, ma era in suo : potere non scagliarlo; non è in potere di chi s'è ammalato dunque guardarsi dagli A per sua volontà, riacquistare la salute quando il voglia, È ma era in Suo potere non ammalarsi 8. vi E perciò degli abiti si deve direbensì che non sono tanto TE in nostro potere, quanto sono le azioni, perchè di queste % siamo padroni dal principio alla fine, e di quelli invece soltanto da principio; ma non per questo si devono Con- siderare come indipendenti da noi e quasi non nostri 4. i Eth. Nic. /, duolos dì gi modbers snoberol Ta e I. 1 Si 7 0 MA Lalla Si potrebbe opporre ancora che l'uomo opera sempre mirando, come a fine, a ciò che gli sembra bene; e non dipende dall'uomo che gli apparisca bene questo o quest'altro, non è l’uomo signore dell’apparenza (cis pavtzataz où vipios); invece quale ciascuno è, tale gli ap 2 parisce anche il fine; se cattivo un fine cattivo, se buono un fine buono !. ReTA r Ma se ciascuno è in qualche maniera cagione a se stesso del proprio abito, come s' è dimostrato, dipendendo da lui le singole azioni da cui l’abito deriva, è per ciò stesso cagione dall’ apparenza, cagione dell’ apparirgli questo o quello come bene, perocchè il giudizio morale è sempre in corrispondenza all’abito contratto, e quali noi siamo, e tale è il fine che ci proponiamo. È Se poi s'intenda parlare non già d’una qualità acquisita, d'un abito, da cui dipenda la scelta del fine, ma d’ una qualità originaria, dipendente dalla natura, e si dica che l’apparirci questo o quel bene, come fine da conseguire, dipende da natura; in tal caso non si capisce, se l'apparenza del fine cattivo non è in nostro arbitrio, come non deva dirsi la stessa cosa dell’ apparenza del fine buono, (ON " RAI AE VE OE SIIS O pre, Ep RR È apr ed sai ul Efes To Lev 29 Tpascwy 7 CY ALI pi yer ToÙ TEX0US z 5) NS e n) Su ere i ni > nes* += nbprot îGueY, sidbrae cà nol’ Enzona, TOY EEswy dì T7is do yi, LIOGTLOV ’ . 4 St pae 0° gyuota dì mpdobzars où uopos, Gore èrì Tov de o DEI a a A EDU TOSI \ =; dI OTL io ipy Riv ovTOS A LN DITO prozia, dx TOÙTo ELDUGIOL. Eth. Nic. III, 5. 17. ; Me 92 Eh. Nic. II, 5: 17 BI ev oùv EnaGTos sito Ts ESEm3 GTI FW AT, 24 TRS qurTanlas fora TW aùtòs ars. as 3 Cfr, Eth. Nic, IMI, 4. 4 specialmente le parole 6 aTovdZios YR9 unì èv E44GTO m%\nbès adrò o2veTat. tI votver 00005 poro voler 09U0s, i; CESRDA 20 AL TO mori 7wzs siva Tò TEMI TOLOvdE 4 Eth. Nic. III, 5. Pi aspetta. e si continui a chiamar volontaria la virtù e degna di lode e di premio, mentre invece la malvagità si dice involontaria, e non si ritiene quindi meritevole di biasimo e di castigo. A tutti duc egualmente, al buono e al cattivo, a il fine apparisce per natura O comecchessia, e vien posto x + tI 7 IL sd nat die dyaloy aipricetat, noi fatw sbguns @ ToUTO ernia Yi VIEN RANE o . a MINDS TEGULEV © TL ZIO) dh dgeth Ts varrdize fama EAGUGLON 3 mò nun, Td Edo quae È n tc] INS Tous TADTA TOZTASL, dz TOÙUTOY Eolo OÙA (CRI è CURL QUEI 233 -Ò ugo YZ ouolos, TO dado rà iTwadATOTE QUNETAL uri astra, Ti dI Vorrk mods TOUT daga govTes TPUATTOVGU inoadimore. pp 2 Id. ib. RESA TL ee ee Come si vede, Aristotele, in risposta all’ obbiezione, ha insistito più che altro sul fatto che virtù e vizio vanno trattati alla stessa maniera, e se si dice involontario il secondo, perciò che l’uomo non è libero nella scelta del fine, involontaria si deve dire anche la prima per la stessa ragione. Ma ha lasciato insoluta la questione che si riferisce all’ essere o non essere veramente volontarii la virtù e il vizio. A che giova infatti a tal uopo affermare che virtù: e vizio sono volontarii, perchè sono volontarie le azioni da cui questi derivano? La questione è così semplicemente spostata, dovendosi sempre dimostrare come € perchè siano volontarie le azioni. In sul finire perciò Aristotele aggiunge: « Sia che il fine, qualunque esso sia, non apparisca per natura @ ciascuno, ma sia in parte anche presso chi agisce, &Xe ni nai map abrdy tot, sia che il fine sia dato da natura; per il fatto che il buono opera volontariamente il resto, la virtù è cosa volontaria, e punto meno verrebbe ad essere cosa volontaria la malvagità. Perocchè similmente anche nel malvagio si ritrova il condutsi di per se nelle azioni, sebbene non nel fine, duotos osi da) O pria qa sd de gùrby è TAS TpUGSAUI vo sì uh SY T@ TO » ; Le quali parole indicano che adunque, ance e au l'ipotesi: che ‘ fine derivi da natura, le nostre azioni pero oi, sono în nostro potere e non vi siamo scono a ll i AE, volontariamente quello che determinati; L'uomo Opera vi Ù i Ne và obesi endoro QI i stre dh FO mEX0g MN DUCE ERLOTA ne 4 Eth: Nic. TIT, 5. 19 SETS PERI DIR 4 TII uoToy Sam, € È ’ a rd puev Ted0s N i x pero E2099L0g =dy arovdziov # dosth VETZAI piovd mote: \ io di Mom Toe D SUE 2 ooy 20 i dI szotoror dv sta. duotos Ficià] (e) Pil VU ACCAGI . ì ; | St ESS Ho “rd DL abrdy SY mite morbo nai el LI UGO, È . e 7 N fuoUgtoy È RCA Soi ra nas DELE, opera, sebbene il suo operare sia diretto @ quel fine. La le opere che conducono natura pone il fine, l'uomo pone a quel fine; quindi degli abiti contratti, virtù e vizio, È egli è almeno concausa, auvzirtos !. 3 Aristotele però non alterma recisamente che il fine È derivi tutto da natura; egli non esclude che possa anche SO su essere in parte presso chi agisce, Mk si (sc. Toù 8).005) Ri $ 20 TIP UdTN; cioè, se non m' inganno nell’ interpreta= b zione, che l'uomo colla sua energia individuale possa modificare e trasformare il fine posto da natura, € aggiungervi quindi qualche cosa di suo: in tal caso le azioni i e gli abiti che ne derivano, sarebbero anche meglio in E nostro potere. : i ai i Per concludere, Aristotele qui evidentemente occupa CI come una posizione intermedia fra il determinismo € * l’indeterminismo; indeterminismo, perocchè ad ogni buon 20 ‘conto, anche se il fine non lo pone l’uomo, egli opera Do volontariamente quello che opera per conseguirlo; deter- > minismo, perocchè Aristotele créde che il fine sia posto da sea ve, natura, o che tutt'al più noi vi contribuiamo in minima ip” parte. Il che concorda con quanto s'è detto, più sopra, che il fine essendo voluto e determinato per natura, la DE libertà e quindi il merito appartiene soltanto alla delibe- 4 razione e alla scelta dei mezzi che conducono a quello. x Per queste condizioni in cui nasce e si svolge, | 7 sola. libertà in Aristotele è di necessità limitata: nè. a E, À na A È 4 Eth. Nic. III, 5.20. 7©Y £620Y cuvalzioi TOS ultot MEI Wa S a ad I Une NELL'ETICA D' ARISTOTELE]caso certo di parlare della libertà sconfinata di certe scuole. La natura dell’uomo è il limite primo e più forte che ad essa sì opponga. Ecco in proposito un luogo assai notevole della Grande Etica: « Si potrebbe dire che poichè non dipende che da me l'esser buono, io sarò, quando il voglia, il migliore degli uomini.-Ma ciò non è possibile. Questa perfezione non ha luogo neanche per il corpo. Poichè non già perchè voglia prendersi cura del corpo, altri avrà il migliore dei corpi. Chè non soltanto a tal uopo son necessarie cure assidue, ma è necessario ancora che la natura ci abbia dato un corpo bello e robusto. Colle cure, il corpo sarà certamente migliore, ma non sarà per ciò il migliore di tutti; La stessa cosa conviene ammettere per quanto riguarda l'anima. Non sarà il migliore degli uomini chi semplicemente decida di esserlo; se la natura non vi concorra, sebbene sarà molto migliore in seguito a questa nobile risoluzione » Ra Non sì potrebbe assegnare um posto PIÙ importante alla natura, e negare con maggiore energia l’onnipotenza del volere. Si direbbe anzi che l’autore della Grande Etica abbassi qui di troppo lo spirito, facendolo dipendere da certe fatalità, analoghe @ quelle del TIESA lo Pie | ha degli istinti paturali; ma esso non è perfettamente AI : CIESE ne DON IREYOL a CI ATL imaidameo I Magn. Mor. RELA ue î dA TO i uol sento Salo siva GRINdIO, €2Y Pobezzi, Srna n° iuot Fot © Nato rosdalo, id Posto SI. LOI) GTOVIMITZTOS- où dh duvatdy TOLTO. Su al; dui obd' în TINTOY Di A) ° CEI e IP EA i-uusAetoa, Ina 0070. 0) LUG II > 12 Neri Tu © GOULTIS IVVETAL 70% (4 1 i ten #)}] GOULTIS he ’ nr T0Y her "0 GO. det SZ) uh 4, 9 O sa D 4 L = couzzos, 22 Îh mduov derato) “33 i fd i TOY GO: ADOS) 2) DI VIN A DAL 143 cl] Qual pesa + MINOLI NEVI VISO Aa) 2) fi quae òvoy NY STILE O serata ty ofy Ego 7d Tous UpraTz ILEYTOL ooua 190) PEAZAIO Berry pay 99) î ; GOUA #0 LIT HTOY pù. duolws Ò: del RI 100 BSLO GTO ZITTI V. n N Vai Viiie/ nz OR Y dro iabre #2 ir dois. ® 1 DI, Da) uh DI21 n DIGI È) SaTÀ LA DOTTRINA DELLA VOLONTÀ formato quando si schiude alla vitas e come con una buona igiene si riesce qualche volta a trionfare di certi vizii inerenti alla costituzione fisica, coll’educazione e con un regime conforme alla ragione e alla virtù si può riuscire anche meglio a vincere e a trasformare la natura morale. Del resto, nel luogo accennato, mentre si nega l’onnipotenza del volere, non se ne disconosce però l’ efficacia, dal momento che a quanti aspirano alla perfezione si rivolge l’incoraggiamento: Sarete molto migliori in seguito a questa nobile risoluzione ». E in realtà la risoluzione d'essere il migliore degli uomini, indica non soltanto che in chi la fa, c'è l'idea della perfezione da conseguire; ma il desiderio ancora e la facoltà di fare degli sforzi per conseguirla; e questo desiderio non può nascere che in chi ami già il bene, e trovi in questo sentimento d'amore la forza di attuarlo. Ma un ostacolo anche maggiore viene alla libertà del volere dalle esigenze logiche del principio di contraddizione. La libertà, s'è detto, richiede che gli atti dell’uomo siano contingenti non solamente nelle loro condizioni esterne, ma anche nelle loro condizioni interne, sicchè la scelta non sia in alcun modo determinata nè per l'uno nè per l’altro dei due possibili opposti. Ora in logica due proposizioni contradditorie, di cui cioè l'una affermi e l’altra neghi una medesima cosa, come ad esempio, Socrate è bianco, Socrate non è bianco, ogni uomo è mortale, qualche uomo non è mortale, stanno fra loro in tal rapporto che se l’una è vera, l’altra è falsa di necessità, e se l'una è falsa, l'altra è vera di necessità; in altre parole, la verità o falsità loro è necessariamente posta € determinata. Le proposizioni singolari riguardanti il modo con cui altri agirà nell’ avvenire in un caso determinato, comprendono i due lati V nio n) srvenieaazezione onnarezeaze neaneneappisanesaianezonenettoi d’ un' alternativa e rientrano nella categoria delle proposizioni contradditorie; e di esse per conseguenza è da dire quello stesso che s' è detto di queste: altri agirà in un modo o in un altro di necessità; sicchè tutte le azioni che si dicono contingenti, diventano necessarie € la contingenza loro non è che un'apparenza, che tosto è dimostrata dall’ applicazione di un principio elementare di logica. Se è necessario, dice Aristotele, che di ogni affermazione e negazione opposte, sia negli universali, sia nei singolari, l'una sia vera, l’altra falsa; non c'è più indeterminazione nè caso nelle cose, ma tutto avviene necessariamente, sicchè non bisogna più nè deliberare, nè agire. Non si può negare che l’obbiezione sia forte, e che Aristotele se la sia fatta con perfetta conoscenza di tutti isuoi termini. Egli però la risolve in favore della contin genza € della libertà. Il criterio della verità non pare @ lui qualche cosa di astratto, dipendente da deduzioni logiche, ma qualche cosa di concreto, dipendente dall’ espea esperienza; € Ì esperienza dimostra che c'è veramente della contingenza nelle azioni. Nel passato € nel presente, quando l'una delle due proposizioni contradditorie sia vera, l'altra è falsa di necessità e viceversa; Ma nell’avvenire la cosa È diversa; a AVSCIDES tutte due-le proposizioni potranno essere Sa 0 vere egualmente; l'una non sarà più Vera ell’altra, ovdsv rienza, anzi la stess SÒ DA VONTO. TOT de uòv dn CIIPIIVOVTA LTOR% tata G è dmondazos, N eTÌ sai dr ° \ n L=50% simo 7455 49% AT09 Te 5 444 orgia 5750% dote È SEZ ni fiv ) Jeyouevoy ), N St È ; L TOY LIMO IV RES, VIa07, Tv di deudi ; De Interpretattone I Do LITIGIIZOG ay sN Th sdenin TOY INTEN ; RE GNEfHn TO, ar goyyey ca È big VIGEVOS » GINE TINTA dev Sì onore? Eouyey ENZi Seu Bodeveodat Sla iv t LA RI AI n» x siva 2 pesta: _E6 bealat. olme mpafUaTeo Pg sr udIdOY nIT4OIT* Î Vendi ciò che è vero © assolutamente vero in questo caso, è che la cosa avverrà o non avverrà senza determinazione precedente. Le proposizioni contradditorie riguardanti l'avvenire hanno per essenza loro L'indeterminazione: « NOn sì possono considerare ad un tempo come future, come singolari € come determinate, senza contraddire i tecmini stessi della questione » >: i Così Aristotele neanche ‘dalle esigenze del principio di contraddizione è indotto a negare la libera scelta; la scelta non sì può determinare è prevedere in antecedenza. Nè a questa indéterminazione della scelta si oppone la sua metafisica. Il Dio d'Aristotele, come già fu detto altre volte, è atto puro, È pensiero di pensiero; egli non fa che pensare se Stesso eternamente, a nessuna altra cosa egli pensa, chè in tal caso nell'essenza sua purissima 5’ introdurrebbe un elemento di potenza, che ne altererebbe la purità. Perciò neanche al tempo egli pensa; il passato, e l'avvenire sono per lui come non fossero. Dio non prevede l'avvenire, come non conosce il passato. E poichè Dio non prevede avvenire, la famosa contraddizione, messa in campo dai teologi posteriori, fra la prescienza divina e la libertà, non ha ragione di essere: soppressa la prescienza, niente più s'oppone alla contingenza. Che importa infatti che dei due membri d'un’alternativa l'uno sia vero di necessità, e l’altro di necessità falso, se nessuna mente c'è che possa dire in antecedenza, quale sarà vero e quale falso? Solo quando ci fosse una mente di tal De Interpret. Fonsegrive Essai sur le libre arbitre, Sa theorie et son histoire, È Paris, Alcan - Cir. anche Chaignet, Essai sur la psychologie del lizio, Paris, Hachette: fa TARE de l’obbiezione logica accennata sarebbe temibile: poichè questa non c'è, la contingenv ‘i inazi Da tingenza e l'indeterminazione avvenire resta sempre. Così in una esposizione per quanto ci fu possibile esatta abbiamo cercato di riassumere la dottrina di Aristotele che riguarda la volontà. Evidentemente nel pensiero dell'autore la trattazione che riguarda l'izobcroy € l'iobsv, quella che riguarda la Gobdevats € la rpozipeate, € quell’ altra che riguarda la BobIna, sono tutte subordinate a quella in cui si determina se la virtù e la malvagità sieno volontarie (srobgwi cis gi doeraì pai di VILLA szobaror cio) | e.in DLOStTO potere (èp Aut). Si può dire che questa è come il fine p; cui sono i mezzi, &Se viene ultima. nel fatto, è però prima nell’idea: da- essa dipendono idealmente; quelle altre ricerche, © in grazia di essa SI son fatte. Il ensiero ‘d' Aristotele, giù accennato, che Sbello che È ultimo nella ricerca è primo nell'azione, trova qui a i licazione. sua piene Aristotele Sì proponeva di mostrare che la virtù e la malvagità sono IN nostro - arbitrio, comple AREA tando in questo modo € dando per così dire l'ultima alla trattazione della virtù iniziata-nel libro II, era ano dile He SPS . m le che ricercasse IN primo luogo se CI sia in nol naturale =". ‘riva e originaria, che appartenga proprio un’ attività primi inte RIOAIOA sia la semplice © ? quelle prime ipercussione di un moto eta TL ibra ano r EO esteriore. Se si arrivasse a provare che niente c'è in noi di spontaneo, che tutto dipende dal di fuori, nè virtù, nè malvagità sarebbero in nostro potere, e ogni autonomia personale sparirebbe. Se noi tanto rendiamo quanto riceviamo; se il nostro spirito si può ridurre ad una specie di congegno meccanico, il quale, senza produrre niente di proprio, non serve ad altro che a ricevere impressioni dal di fuori, ch’ei rimanda poi equivalenti di peso e di misura; a che parlare di virtù e di malvagità? Di qui la grande importanza della ricerca intorno all azar. L'ixodaov è lo spontaneo, è ciò il cui princi pio è in noi; se il principio del moto non è in noi, ma viene dal di fuori, abbiamo il contrario dell’ szo0auoy, l’azobavy, il forzato, fizroy; € naturalmente tutto quanto è forzato, tutto quanto non è spontaneo e non deriva da noi, non è suscettibile di lode e di biasimo, non può dar luogo a virtù e a malvagità. Ma questo spontaneo, quest'attività primitiva e originaria, questo principio interiore di moto, appartiene veramente all’ uomo? Aristotele non dubita di annoverare fra le varie facoltà dell’uomo anche una facoltà motrice, 7òd zuvatizòy zatà céroy!, e la congiunge strettamente alla facoltà appetitiva, xò èpeztiziv. Ecco com’ egli ne parla: « Quanto al movimento di locomozione, è chiaro che la causa di esso non sta nella facoltà nutritiva, perchè il movimento >, % ne pa » i De Anima. Auvapers de is Unyiig strouey Oper pei È Ò TRO RIST b IENA AZ: A T‘40Y, giclintiziy, doesnTizov, VAVITIZOY ASTÙ TORON, SLLIONTIAON. E notevole però come altrove {De Anima) Aristotele sopprima la facoltà motrice per sostituirvi la volitiva, #0 BovXevTizoY; not dì diziogda. 7% uson D Unyiie SR RESA NNIANIZ, Ax LEG buy, E2V AAT T4 dUVAPEL 5, rd veri, Mosmanzby, 2icincuzòy, dita 2% sorta, T4 i È Vv? \ Ì Ì B I, #) AL, » DI >, vontiziv, BovAevtizoy, Eri d' OpezTIzoY. mensanazinenianeolo. o pesa rei dacancesesvustesezi sovcoAUaripintiorSeacati0o pan eza tane nera rczri; compie sempre per uno scopo, ed è accompagnato 0 CI UNE rappresentazione, et petz gxvrzstzs, O da un’appetiZIONE. Î deétc0s, che sì riferisce a questo scopo. Niente di ciò che non prova nè inclinazione, nè avversione, si muove, se non per una forza estranea; altrimenti le piante avrebbero pure la locomozione e qualche parte che alla locomozione servisse come di strumento. Facoltà motrice non è neppure la facoltà sensitiva, perocchè ci sono molti ‘animali che hanno la sensazione e che sono fermi e immobili sempre.... Non è neanche la ragione e ciò che noi chiamiamo intelletto, 7ò opt vai d ua)obpevos VOÙs; perchè la conoscenza distaccata dai sensi non ci fa conòscere niente di pratico, e non dice niente su ciò che si deva desiderare 0 fuggire; mentre il movimento è sempre accompagnato da inclinazione o da avversione. Quanto alla comoscenza pratica, se essa apprende qualche cosa di temibile o di desiderabile, non er ciò essa ci spinge a evitarlo o a ricercarlo. E anche uando l'intelletto comandi, e la ragione ci dica di fuggire qualche cosa © di farla, non per questo Si produce movimento, come succede negli incontinenti che pur vedendo il da farsi, operano @ seconda dei loro desiderii. È così che quello che ha la scienza medica non guarisce per ciò; bisogna che qualcheduno agisca secondo la è Ja scienza che agisce Infine non € i e scienza, ma nol) SIA I OETO SERRA neanche l'appetito tutto solo; dpetts, Il principio della c, Ò È jocomozione, mogli This 2aVHa80s perchè i continenti pur appetendo e desiderando, non DUE però ciò “e o DESIDERIO, Ma obbediscono alla RAGION» casa ds he muove è il concorso dell'appetito € Ciò € so si fa rientrare in questa la concezione imaginativa, ‘h QIITI4; perchè molti o VO. dell’intelligenz4, tativa O “Sw i (PRESA muovono contrariamente alla ragione per inazione; € altri sì animali S! muovono che a tener dietro all’imag l’imaginazione solamente. i principii della locomo- A PISTA ANTA pi non hanno la ragione, ma Queste due cose adunque sono “zione, la intelligenza e l'appetito, 4uow 40% sarà toTOY, voi zi bpelis nl. E se tale è la dottrina d' da solo, ma accompagnato all’imaginazione, il principio del moto, si domanda: è l’imaginazione, la concezione, 0 comecchessia la rappresentazione di un qualche oggetto, d'un fine, ciò che alla sua volta determina. |’ appetito, e ne è il principio? è l'esterno che determina l'interno? In altre parole, c' è nell'uomo e nell’animale in genere una spontaneità originaria? oppure quella che "i | diciamo spontaneità non è spontaneità veramente, Ma il riflesso, il contraccolpo d'un moto esteriore, come sostiene 2 modernamente la scuola positiva? n: Probabilmente il lizio non s'è proposta neanche fi: ri la questione; 0 Se mai, non se l'è proposta con Ja. (0 x | chiarezza ela perfetta coscienza, con cui potrebbe propor- Vira si: sela un filosofo moderno. Crediamo lecito tuttavia affermare - PAR i che il lizio, per quanto legasse l’appetito alla rappresen- È Ki tazione d'un fine esterno, non facesse però dipendere | interamente quello da questa. È troppo nota infatti la sua teorica dell’ interna attività degli esseri, € dell’immanenza del fine per cui ogni essere passa dalla potenza all'atto; è troppo noto che il concetto d'attività è come la chiave di volta di tutto il suo edificio filosofico, per poter credere che è quest'attività non fosse per lui attività veramente, ma il risultato di un semplice meccanismo di moti. Il lizio, se è l'appetito non alla conoscenza pratica 0, 09 5.8g. e II, 10. 1. Avvertiamo che nel De Anima arola, ci siamo attenuti allo spi traduzione Spesso più che alla p: s D'altra parte oltre il moto di traslazione, x27% é70v 4 ivan, il cui principio bensì si potrebbe considerare come esteriore, il lizio ammette altre specie di moto; il moto per cui la sostanza si genera e si corrompe, yivenis, gIop4; Il moto per cui la qualità si modifica e si cangia, @otor:g, e il moto per cui la quanzità si accresce 0 diminuisce, 20191, gUNias. Ora questi moti sono tutti intrinseci agli esseri, nè possono certo derivare dal di fuori; e fanno prova per ciò d’un’attività prima e spontanea. Non è dubbio quindi che la teorica del lizio possa essere opportunamente paragonata per questo rispetto a quella di Bain. Anche Bain, solo forse dei filosofi positivi, mette in rilievo la spontaneità propria dello spirito, ricercandone gl’elementi attivi primordiali, e sostenendo che il cervello non obbedisce semplicemente agl'impulsi – Grice: “I’m not a guided missile” -- , ma che è esso stesso un istrumento spontaneò, self-acting! Si potrebbe dire: ma come conciliare questa spontaneità di moto e di attività colla teorica del lizio del primo motore immobile, mpé70s 4modv debatos, dal quale deriva in ultimo il moto ‘alle cose? Come potrebbe essere ancora spontaneo un moto, che è in fondo conseguenza d'un altro moto? Confessiamo che ci troviamo qui dinanzi all’intima contraddizione che travaglia tutto quanto il sistema aristotelico, tra la finalità estrinseca e l’intrinseca, tra Dio e la natura, tra il dualismo e il monismo. Ma come la natura nel sistema aristotelico non perde, per l’azione che Dio esercita su di essa, la sua, chiamiamola così, individualità e la sua forza, che rimane e Si contrappone anzi a quella di Dio stesso, come prova i*Vedi quanto abbiamo detto in proposito a pag. del Saggio I! problema della conoscenza nella filosofia moderna e segnatamente nell’ Empirismo contemporaneo. RE » C- l'espressione 6 Beds zl gbats ovdev uarav 7 moroder; COSÌ egualmente gli esseri, sostanze ed energie operanti, pur tendendo a Dio come a fine ed ARA il moto, non x sono però da esso assorbiti e distrutti come individui: «4 il moto negli esseri è insieme estrinseco ed intrinseco, determinato e spontaneo. Ognuno ricorda a questo proposito i versi d’Alighieri: Ed ora lì, (a Dio), come a sito decreto, Cen porta la virtà di quella corda, Che ciò che scocca drizza in segno lieto. de Ver èfome forma non s'accorda de : Molte fiate all’intenzion dell’arte, o Perchè a risponder la materia è sorda; 7 i Così da questo corso si diparte Talor la creatura, che ha podere Di piegar, così pinta, in altra parte !. Ma non è la sola spontaneità che costituisca l’ gzo6cv; g20bcoy non è soltanto quello il cui principio è in chi agisce, comunque vi sia, e che non è quindi effetto di violenza: per avere l'éxo5cwy occorre anche un’altra ‘condizione, occorre che si sappia quello che si fa, occorre la conoscenza. Senza la conoscenza, quell’attività di cui ra IST parlato, per quanto’ non ripercussione di un: moto | esteriore, per quanto spontanea, per quanto dentro di noi, non potrebbe dirsi propriamente nostra; sarebbe [NELL’ ETICA DEL LIZIO] un effetto cieco dell'organismo, che l’uomo avrebbe comune coi bruti. E in realtà anche i bruti possiedono l' ézobaroy, inteso come attività spontanea, e tuttavia non sono atti all’azione, come non sono atti all’azione i fanciulli !; appunto perchè nei primi manca affatto la conoscenza, e nei secondi non s'è ancora sviluppata. La conoscenza illumina l'appetito, cieco di natura sua e irrazionale, e mostra il fine da conseguire, e sceglie con deliberazione i mezzi necessarii a conseguirlo, e tutte mette sott'occhio le singole circostanze in cui versa l’azione. L'attività volontaria è perciò insieme appetito e ragione; nè le azioni potrebbero dirsi propriamente nostre, se non vi concorressimo anche colla parte migliore di noi, e non soltanto con ciò che abbiamo comune coi bruti. Nel trattare della conoscenza, di questa seconda condizione dell’ gxo0grovy, Aristotele è in generale abbastanza preciso e lascia pochi dubbi e poche incertezze. Opportunissima e conforme a verità la distinzione che « sò dI de vor 0dy, nobarov uiv day. ori, mobaoy dI z—f' Tò Sriiurov vel èv meTanehetz», come l'alta che « Erspoy { x Ù . ”, “ D' forsey zz 7d ÒL Kyvorzi TodTTELY TOÙ cyvoouvT (mpdrtew) us (0I esatta l'affermazione che l'ignoranza del fine non rende, azobeg lazione #; ma troppo assoluta ed esclusiva quell'altra che questa stessa ignoranza è causa della malvagità 5; come se malvagi non vi fossero che non ignorano il bene, e tuttavia operano il male! Aristotele per questa via s'accosta alla sentenza di Socrate, che 1 Eth. Nic. I, 9. 9-10. Eth. Nic. Eth. Nic. Eth. Nic. 4» CI Dia sn An “A pure ha combattuto in altri luoghi e con energia, che la malvagità è ignoranza. Non bisogna neanche tacere che l'enumerazione a cui s'è accinto Aristotele, delle singole circostanze che possono essere ignorate da chi agisce, per quanto opportuna in se, riesce però incompleta e non scevra di oscurità. Sebbene qui, dovendosi tener conto della difficoltà dell'impresa, Aristotele non sia da rimproverare più di quanto convenga. Come si fa ad assegnare confini precisi € distinti alle singole circostanze, in cui può versare un’ azione, quando non ci si trova alla presenza d’ un'azione determinata? Il risultato finale della discussione intorno all’ s2obcioy e all’azobov è che Aristotele ha cercato di dimostrare in primo luogo la differenza fra l'atto volontario e l'atto involontario, eliminando dal primo gli atti compiuti per vioienza,e per ignoranza; e in secondo luogo che vi è un atto volontario che appartiene a noi, non soltanto perchè il suo principio è interno, ma perchè abbiamo o possiamo avere conoscenza delle circostanze in cui si compie. In questo modo egli s'è ingegnato di stabilire la libertà come condizione del valor morale e della bontà delle azioni, presentandola come una spontaneità cosciente, e S'è opposto recisamente al fatalismo colle sue conseguenze di quietismo e d’indifferenza. Ma stabilire che c'è un atto volontario che dipende. da noi, perchè il suo principio è intrinseco, e abbiamo o possiamo avere conoscenza delle circostanze in cui si compie, se basta per escludere il fatalismo, non basta per atfermare la libertà. La libertà richiede come sua condizione non soltanto la conoscenza, non soltanto che non ci si vincoli dal di fuori, ma anche che non ci si vincoli internamente. I motivi interiori, per questo solo che sono interiori, non cessano dal vincolarci. Bisognerebbe, perchè non ci vincolassero, che dipendessero da noi; che non dipendessero dalla natura, o dall’educazione, o dall'ambiente sociale, o da tutte queste cause insieme; o che, anche dipendendo: da queste cause, avessero subìto da parte nostra una specie di rimaneggiamento; che noi colla nostra attività e colla nostra energia individuale li avessimo trasformati e comunicato loro un valore ideale; che insomma di fronte ad essi non fossimo rimasti inerti e non li avessimo accettati passivamente. In caso cotrario, in che difl'eriscono questi motivi interiori dalle cause propriamente esteriori? Intanto però Aristotele crede che, purchè venga dal di dgatro, l’azione sia libera e imputabile; la determinazione interna non toglie all’azione del suo valore morale; se l’azione viene dal di dentro, se è spontanea, tanto basta perchè sia degna di lode o di biasimo, di premio o di castigo; delle ‘azioni in parte spontance e in parte non spontanee, siamo in parte imputabili e ine parte non imputabili; la imputabilità è in ragione diretta della spontaneità !. L'uomo deve rispondere di ciò. che fa sotto l’impulso di moventi interni, quali sono il piacere, l’îra, il desiderio; e non avere la strana pretesa che quanto fa di bene gli venga attribuito come a causa, e quanto fa di male gli sia scusato sotto pretesto che non dipese da lui 2, I moventi interni, pare che dica Aristotele, non sono cosa diversa dall'uomo, nè c'è ragione che quanto Eth. Nic. dove pare appunto che Aristotele ' non richieda per l’imputabilità alcun’altra condizione che la spontaneità. 2 Cfr. Eth. Nic. ohi RATE er. cis A dai 7 int deriva da quelli non si deva considerare come dipendente da questo. È ben vero che altrove definendo l'szobarov, Aristotele mette innanzi il concetto del #ò so’ gut, del rò Ein) mpdrToval, vale a dire il concetto che |’ sxobg1ov sia anche in nostro potere: ma con tutta probabilità quelle due espressioni non hanno valore diverso da quello che ha l’espressione sempre adoperata nel capitolo I del libro II, èv iu A d0Xh vale a dire che szobgtoy sia quello il cul principio è in noi. La elasticità della quale definizione risulta evidente . quando si noti col Ramsauer Comm. che. anche di quelle cose che appartengono alla natura- nutritiva o accresciliva, il principio è senza dubbio in noi, èv vuîv A doy, € tuttavia non si può dire che siano in nostro potere, èo' vijlv. La libertà adunque che il lizio cerca di stabilire e di difendere s’assomiglia piuttosto a un determinismo psicologico. Si direbbe anzi che è veramente questo determinismo il sistema in cui dopo oscillazioni e titubanze diverse, dopo non poche contraddizioni e contrariamente a quanto il lizio stesso afferma, s’è in ultimo acquetato il lizio. Ricordiamo in proposito la sua dottrina della BodXnste. L’appetito volontario, fov}no:s, è per natura determinato al fine; antecedentemente ad ogni deliberazione € ad i I e ” ; x Eth. Nic. 3 eyo È’ szodarov piév, Oorep rà m9OTELON lonza, dava CASS \ vi _ Inte DN LAT (o) v Èo' adrà Uvtov silos zal ph depvoisy mpdTT D MITO) OVTON ELOS XL IL VAGUZIONI TPLTTA RARE A (I "ol : e punte ob { vezey). Coll'espressione vai Tod= » ., ni reoov clonra: evidentemente l’autore sì riferisce al libro; perciò non pare a noi fuor di posto la congettura fatta nel testo. Nello stesso li è defini ì l'a î pe stesso lib. è definito così l' azobaroyi Tè dh do obuEYOY, Î) uh dyvoobue èv ‘ui I, Ti 1 &ftoovpevoy ev ‘pn MSI i Eri ea v in'abrò d' ov, © bia, dd eLove. ogni scelta, la volontà è determinata al bene, alla felicità; la deliberazione e la scelta si applicano solamente ai mezzi che conducono ad essa. Evidentemente adunque non è in nostro arbitrio il proporci il fine; non dipende assolutamente da noi, non siamo liberi di proporcelo o no @ . nostra posta. La potestà di volere o non volere, l’arbitrio d'indifferenza non esiste. Leibnitz dice. Noi non vogliamo volere, ma vogliamo fare. E se volessimo volere, noi vorremmo voler volere, e così s’andrebbe all infinito -- il che vuol dire che la volontà può volere ogni cosa, Ma ò volere se stessa. La volontà ha bisogno di un e non può essere la sua non pu fine per esistere, e questo fin volizione. L’arbitrio d'indifferenza implica che la volontà volesse se stessa, è attività vuota. Il fine è colto immediatamente, ossia il volere non è voluto, non è preceduto d’un altro atto della stessa volontà. È immediato. Ma la causa finale non muove per quello che è in se stessa, bensì per quello che apparisce, per quello che vet non secundum suum è conosciuta; Causa finalis mo esse coguniutum, come è mei esse reale, sed secundum suum le. Il fine adunque passt per così dire, diceano le scuo attraverso l'intelligenza di ciascuno, e assume ora una forma, ora un'altra a seconda appunto delle varie intelligenze. Tutti sono egualmente determinati al bene, ser determinati al bene: serchè è nella natura di tutti es ma il bene di ciascuno è quello che.a lui sembra tale, voy dy200v Così parrebbe che sebbene l’uomo op280v. Ti QUE Hiper natura il fine già fissato, per il fatto che do sua intelligenza gli lavora, per così dire d'attorno, Sa determina € lo specifica ID una data maniera, egli goda d'una certa libertà. Ma quale l’uomo è, € tale È. se buono, crede che la felicità SU le si propone anche il fine; a nel bene e sì propone il bene a conseguire. Se malvagio, crede che la felicità sta nel male, e si propone il male a conseguire, reputandolo un bene. In fondo adunque è a seconda che il nostro carattere è conformato così o così, che il fine c’apppare così o così; e percio è il carattere il vero autore dei nostri atti. Se non che il LIZIO sostiene che siamo noi gli autori del nostro carattere, perocchè noi non nasciamo con un carattere formato. Il carattere è il risultato di una serie di atti che, a furia di ripetersi, ingenerano dell’abitudini buone o cattive. Certo, una volta contratte quest’abitudini, non è possibile mutarle, come non è possibile a chi ha scagliato un sasso rattenerlo; ma dipende da noi non contrarle. La favola di Prodico, secondo la quale è in un'ora solenne della nostra vita che noi sciogliamo una volta per sempre il problema della virtù e della malvagità, indirizzandoci per l’una o per l’altra delle due vie che ci si parano dinanzi, non corrisponde alla realtà. In ogni ora, in ogni momento della nostra vita, quelle due vie ci si parano dinanzi e il problema ci si impone a risolvere, e noi lo risolviamo a poco a poco, insensibilmente, quasi senz'avere coscienza di risolverlo. Il ragionamento parrebbe esatto; ma cela nel suo seno una difficoltà insormontabile. Se in quel periodo in cui si forma il carattere, ogni volta o quasi ogni volta che ci si presenta un'alternativa morale, noi ci decidiamo in un certo senso; se ogni volta o quasi ogni volta che ci. si presentano quelle due vie, noi ci mettiamo per una di o Sn la stessa; vuol dire che nel far questo noi obbediamo a una certa disposizione in i è impossibile cancellare, Tar RA ico che non è carattere ancora, ma che divenne tale sicuramente. Il LIZIO stesso afferma recisamente che per fare i vst PARETE Bel} de iena ire PATER v A Rit Le ai Paia! dia Rita DeTa MSC LIE il bene è necessario una certa inclinazione naturale, una specie di occhio naturale, con cui discernere quello che è bene veramente, per proporcelo poi come fine. Risolve egli forse la difficoltà quando afferma che noi siamo in qualche modo co-autori del nostro carattere, mov Etemy auvzizioi mws abtot EoueY, dicendo che, se non nel fine, ci comportiamo però liberamente nell’azioni che sono necessarie per conseguirlo. In questa conclusione anzi altri potrebbe vedere una specie di disfatta, una confessione d’impotenza; se non fosse che in realtà il LIZIO vi si ferma, perchè è la meta a cui vuole arrivare, una meta tutta pratica e positiva. Egli prova contro i suoi avversarii quietisti che gl’argomenti che si possono addurre contro la libertà del male, che cioè esso è dovuto a una disposizione naturale primitiva, al fondo intimo del nostro essere, si possono addurre con agione contro la libertà del bene; e questo gli eguale r nto il benè quanto il male sono in nostro potere, basta. Ta dacchè i mi i esteriore a me stesso, Ma il fondo intimo del mio essere. Il fatalismo è perciò combattuto, € la solita scusa del vizio non è mia colpa non puo essere accettata. Il determinismo interno o psicologico non salva: | azione dall'essere imputabile; quando l’azione è de dal di dentro, essa ci appartiene, € il legislatore non o- manda altro per premiarla © punirla. Eth. Nic. il principio delle mie azioni non è una fatalità. ti. Sip PO SPIN La stessa dottrina della fovMevas € della rpoztpests, in cui più che altrove Aristotele crede trovare la libertà, non arriva in fondo a diversa conclusione. Egli afferma, come s'è detto, che sebbene il fine ci apparisca per natura, siamo liberi però nella scelta delle azioni necessarie al conseguimento di quello, e quindi la virtù e la malvagità che ne risultano, sono in nostro potere !. Ma come sono queste in nostro potere, e come siamo noi liberi, dal momento che il fine propostoci dalla natura è di necessità la legge a cui le nostre azioni si conformano? Le nostre azioni hanno un indirizzo e una tendenza speciale, e non possono andar fuori di quelindirizzo e di quella tendenza. Il filosofo afferma ancora: le azioni ingenerano gli abiti, e gli abiti alla loro volta le azioni; e siccome le azioni sono in nostro potere, Eco) ‘api, Sono in nostro potere anche gli abiti che.ne derivano, e per riflesso ancora le azioni che derivano dagli abiti %. Ma donde derivano le prime azioni da cui derivano gli abiti? Riportiamoci colla mente al primo principio dell’abito. Ivi l'abito è nullo, e quindi le azioni non si può dire che dipendano da un abito precedente. Da che dipendono adunque? Dalla natura? Parrebbe di sì, dal momento che è dessa che pone il fine e mette in noi le, inclinazioni 4 Eth. Nic. I IR SR . Lutz pri nti ict PAZ ade I La ei i ARAN C LATE (et sardine abito. Ma l'uomo È evsreme rione sveneeee buone o cattive. Ma in tal caso, siccome la natura non è in nostro potere, non sono in nostro potere neppure quelle prime azioni, € quindi neppure gli abiti che ne derivano, e le azioni che derivano da questi. © dipendono quelle prime azioni dall’educazione e dall'essere avvezzati in una data maniera? Il lizio infatti riconosce che non è di piccolo momento l'essere avvezzato così o così fin da fanciullo, anzi è di grandissimo, e forse è il tutto. Ma è chiaro che quanto più si concede all’efficacia educativa, 7ò i viov uni, tanto più si impoverisce l’arbitrio individuale e si concede all’ arbitrio altrui, all’arbitrio di chi educa, 705 sHiCovTos. Nell'uomo quanto c'è di pfopriamente suo, quanto c'è che si possa attribuire alla sua energia individuale? Aristotele ammette che è necessario per esser virtuosi una felice disposizione naturale, Vabitudine e la guida della ragione. La disposizione naturale \non è nostra. L'abitudine, siccome deve RI fin da giovanetti, quando non SÈ ancora Svo ta pi. Seo uindi s'ha bisogno della guida degli ia age SÉ sa nostra. Svolta la ragione, può altri, non € neppur essa. ll Rn nficioreientio essa modificare | abitudine € IO no nega 2. Che cosa resta dunque all Niente. So ? Ro i «va anche per un ‘isultato sì arriva A questo stesso. TS E fine che si conforma al suo arisce quel helsconi a è signore de’suol abit, quindi è anche del fine. Così il lizio. All'uomo app ca Po signore dell’apparenze, pb) » È À roc 2gipe1 TO olrws À oltws uAXdoy dÈ 9 ni.\ x ui Ò ù uu guy d! . ov. ps. Ù Nic. Eth. NIC DIL INA è% vito sMie00a1, 2.Eth. Nic. Eh, Nic. :1% talea, LA: Ma quando l'abito non è ancora formato, l’apparenza del fine, a cui conformare le azioni, non dipende sicuramente d’un abito. Da che dipenderà adunque, poichè la ouvtesia, s'egli deve operare, ci dovrà pur essere? Dalla natura? Ma in tal caso le azioni che ne derivano non saranno propriamente dell’uomo. Da uno che mostri all'uomo un fine, d’un educatore, d’un #0 insomma? Ma in tal caso le azioni che l’uomo fa, sono più propriamente di questo. Tutte queste difficoltà e contraddizioni intrinseche non si possono togliere, al credere di Z., che ad una condizione. Non si può negare la verità sperimentale del determinismo. Ma non si può negare neppure la libertà. Certo, non s’opera senza motivi. La tesi della completa indifferenza della volontà non è sostenibile. Alla libertà per esistere, non è necessaria l'assoluta vacuità, l’indipendenza assoluta da ogni elemento esterno. Le basta un'attività che possa trasformare l'esterno in interno, ciò che non è nostro in ciò che è nostro. La natura esteriore e la natura interiore, l’ambiente sociale, l’ambiente della famiglia, l’educazione in generale forniscono motivi all’operare. Ma questi motivi non vengono subìti passivamente da noi; la causalità in questo caso non è causalità esterna e meccanica. Nel mondo meccanico l’effetto è in perfetta corrispondenza colla quantità della causa; la quantità di moto nel corpo urtato è esattamente determinata da quella del corpo urtante. Questa rigida causalità Ì e n a fluenza delle cause IR SAR SA ente all’ ini ri o interiori, di qualunque SFMECSESIaUOS gina egli possiede una forza e un’ernegia sua propria, colla quale reagisce contro gli stimoli a vuti, nè mai s'avvera il caso che li subisca passivamente, quand'anche sembri subirli passivamente. Già questa reazione alle cause esteriori e interiori si manifesta anche prima che quella forza ed energia speciale sia guidata dalla ragione: quand'è guidata dalla ragione, la reazione che prima era cieca e dipendeva solamente dall’ organismo, si fa più sicura e con uno scopo determinato. Il fine ce lo indica la natura, è vero; è insito nella stessa disposizione organica; tutti per natura tendiamo alla felicità: però dal momento che ce lo proponiamo noi, questo fine, anche se indicato dalla natura, esso assume un altro valore, esso diviene in qualche modo una nostra creazione. Noi ci proponiamo il fine in maniera corrispondente a quello che siamo; il fine ci apparisce così o così a seconda dell'indole nostra originaria 0 acquisita. Vero anche questo. Ma l'indole originaria, quella che si dice temperamento, non rimane immutata, e può essere, sebbene non distrutta mai interamente, trasformata € modificata in mille maniere da noi. E quanto all’ indole Do ita, quanto. a quello che posslim9 clEmee fi, rattere, siccome consiste nel subordinare 1. singoli atti dal volere ad un’ unica massima, ad un unico principio d'azione; evidentemente non può ottenersi se non per della nostra energia individuale illuminata dalla e, La inclinazione naturale potrà in sul principio i certa maniera; chi cl educa potrà erta maniera; ma nè l'inclinazione mezzo ragion farci operare In Una i ‘e in una € farci operare ! i naturale, nè l'educazione potrà ma i arrivare al punto di 3} È "A 2 perni Pa: farci contrarre un abito in cui tutti i nostri atti sieno organati mirabilmente e, per così dire, gerarchicamente disposti. Il carattere è più che qualunque altra cosa l’opera della persona. Insomma l’essere il fine dato da natura, il farlo noi consistere in questo o in quello a seconda della nostra disposizione naturale o acquisita, se diminuisce la libertà; non la distrugge. Il fine è dato dalla natura; ma in una forma indeterminata, e spetta a noi determinarlo. Lo determiniamo conformemente alla disposizione naturale o acquisita: ma la disposizione naturale si può modificare, e la disposizione acquisita è in gran parte opera nostra, L'uomo porta con se un organismo, e con esso alcune disposizioni naturali, che sono il sostrato della sua attività: da questi vincoli ei non si può mai liberare del tutto. In che consiste adunque la sua libertà? In ciò, che tutto quello che gli è dato esternamente, ei per mezzo della sua attività se lo intrinsechi e lo faccia suo. Così l'elemento naturale della sua esistenza rimarrà; ma poichè è stato trasformato in prodotto spirituale, non nuocerà più all'indipendenza dell'attività umana, e l’uomo si può a buon diritto chiamare libero »!. Queste parole del Fiorentino tendono evidentemente a conciliare la verità sperimentale del determinismo col fatto della libertà, e noi le accettiamo in tutta la loro estensione, e le mettiamo qui come il risultato e quasi diremo il succodelle considerazioni nostre alla teoria del LIZIO. Intorno alla quale dobbiamo dire un’altra cosa ancora. L'abito, afferma. Aristotele, ci appartiene perchè è il risultato di azioni che si poteano fare e non fare, e [FIORENTINO (si veda), Lezioni di filosofia] che erano quindi in nostro potere: ma una volta contratto, non è più possibile mutarlo; le nostre azioni sono per sempre determinate da esso. Questa dottrina è troppo assoluta e trova una.smentita nell'esperienza. Aristotele ha paragonato l'abito alla malattia contratta per voler nostro ®. Questo paragone dovea condurlo a ricercare se per caso non avvenga dell'abito, quello che avviene della malattia. Come l’ammalato, sebbene non possa esser sano quando il voglia, può tuttavia far molte cose con cui vincere la forza del male; così egualmente l'abito anche dopo il principio, uetà civ doy Av, non è affatto sottratto al potere dell’umana volontà; si può a forza di energia e di buon volere riuscire. a mutarlo. Certo, non è facile; e lo spirito, crediamo noi, trova ben maggiori difficoltà a modificare un abito che è opera sua, che.,non una disposizione naturale, che non è opera sua: ma impossibilità assoluta non c'è. L'attività dello spirito è così varia e multiforme, si esercita in tante direzioni, ha tante vie aperte dinanzi a se, che una via nuova non manca mal diyersa da quella comunemente battuta. Il passato sl depa all! avvenire, sa dubbio, ed esercita su di esso un'efficacia SRRSRE l'abito sottrae a poco a poco le azioni al SODIO ella volontà e le converte in connessione SUTOIz Uso, 1 CRETA vecchi diventano sempre più forti © IMPperiosl: e Psa é : i sorgere nello spirito? La un motivo muovo non potrà SOrgert dr ‘tà di motivi nuovi, per quanto limitata, per iquanto GEpec è nando l’uomo è Innanzi cogli anni, in SE MS herà però mai del tutto. e condizioni non mane RSI A ATIO do l'immutabilità degli abiti, Aristote AINSI ) tein quel determinismo psicoadeva per un’altra par cert ric i Eh. Nic. logico, ch'era una contraddizione flagrante alla libertà che così vigorosamente sosteneva, come condizione del valor morale e della bontà delle azioni. La dottrina della volontà, sebbene tanto importante per la sua novità, sebbene tanto ricca di fatti e di osservazioni d’ogni maniera, è però anche la più oscura, la più incerta forse delle dottrine psicologiche d’A ristotele. Intanto da che cosa è veramente costituita la volontà? Essa è, ci dice Aristotele, un’attività risultante di ragione e d’appetito; ma in quale di queste due parti l'essenza sua propria sia riposta, da quale propriamente dipenda la sua libera determinazione, nè egli dice, nè a noi è facile indovinare. Da una parte, osserva lo Zeller !, si ascrive alla ragione il potere di dominare l'appetito, si designa la ragione come facoltà motrice, come quella da cui procedono le risoluzioni della volontà, si considera come una corruzione della ragione l’immoralità; dall’altra si nega che la ragione possa di per se produrre [Geschichte der Philosophie der Griechen, Tubingen. Eth. Nic. madetat fap înzotos Untòv ms mpULEI, Grav cis abtdy ava; ThI doyny, vai abrod eis dò Ayodpevoy (la ragione)" TodTo Xp TO Tpozipobpevov. Eth. Nic. è pv 7% drspfoXtk duzov Tav Adt0y À za UrepBoXhy nel dix mooztoznw, di abtd val undiv di Etepoy drmobatvoy, dn6)acros. Cfr. anche Eth. Nic.. vi un movimento, e s’afferma che sia infallibile: di maniera che non dipendendo il fallire dalla ragione. sarebbe lecito concludere che la volontà a cui appartiene il retto e non retto ‘operare, non sia in essa riposta. Aristotele si lascia trascinare qua e là da considerazioni opposte, nè gli riesce in mezzo ad esse di prendere una posizione sicura. L'alto concetto ch’egli ha della ragione, di questa facoltà divina che per poco non innalza l’uomo alla condizione di un Dio, che deriva da Dio stesso, non gli permette di mescolarla alla vita corporea e di attribuirle l'errore e l’immoralità; ma d'altra parte ad essa sola appartiene il dominio nell'anima, e tutto quanto in questa avviene, o direttamente o indirettamente si può far derivare da essa. Dalla ragione dipende solo il retto operare, ma gli errori e i traviamenti, pur dipendendo direttamente dalle facoltà inferiori e corporee, provano, non foss’altro, che la ragione non ha vegliato abbastanza, e non ha saputo, come doveva, esercitare il suo dominio. Però il dualismo fra quella facoltà superiore e le inferiori, fra la facoltà razionale e le corporee esiste sempre; € l'essenza umana è come divisa in due parti SCPATAtO, fra n è possibile discernere il legame vitale 3. L unità il sinolo dell'individuo umano, l’Io uno i sa dire in che veramente consista cui no della persona, e persistente non s secondo il lizio. Quantunque, Sa : Ò, Sa 1 Eth. Nic. VI, V012 i ROMANI D yo tyaparoDi > NATI: L0Y0Y 2 Eth. Nic. èpupatoDs XL KKPATIVS TOY AOYOY «Nic. 1, 13, a ve î OY €f0Y ET von Udo Td A0Y0% SXOY ) ci è ida TE VOyALIS sr. Cie. Eth. Nic: IX, 8. 8 7%5 Yàp vods clpetra: BeNmioTA miu, Cit È Ò in un certo luogo parlando della beh ob)îv ast RE FAST LNOGEY, delos yio val èri Tx r. Cir. Di Qi ad Borat) tato, 6 d eraetzhe 7 i y pe Lal 10.4 Nods | 3y oÙV T% i i Pi - Pi Zeller dpf6g EGTiV. rpozioznis, dopo aver detto che risulta di ragione e di appetito e averla definita una ragione appetitiva o un appetito razionale, egli affermi recisamente che se ne ha così un principio, che costituisce in proprio l’uomo.Il che farebbe supporre quasi che la volontà è un pro‘dotto della ragione e dell'appetito per una specie di combinazione chimica, donde nasce un essere novello differente da’suoi elementi. Mill, conformemente alla tendenza della psicologia dell’associazione, parla di questa specie di chimica psicologica, per la quale di due idee e di due facoltà che si combinano, si produce una terza idea e una terza facoltà sostanzialmente differenti dagli elementi che le compongono, come l'acido solforico è differente dallo zolfo e dall'ossigeno dalla cui combinazione è formato %. Si direbbe che non in diverso modo Aristotele tratti la volontà in rispetto a’ suoi elementi integranti, e veda in essa qualche cosa di uno e inscindibile, quantunque composto, in cui si possa con frutto ricercare quell’ ultima realitas, che è la persona umana. Sebbene però non bisogna dimenticare che altrove, e ripetutamente, è detto dal lizio essere la ragione quella che in proprio costituisce l’uomo e ne forma l'essenza? Abbiamo visto contro quali difficoltà si dibatta, la dottrina della libertà in Aristotele, e come il determinismo interno o psicologico sia in ultimo il sistema, a cui vanno a metter capo le premesse stesse del filosofo. Ciò stesso risulta dall'esame dei due elementi di cui { Eth. Nic. dtd © opeztizds vods mpoalozsts di dock Snonaizk, zati soraben dog Wiparos. Mill- Logique ecc. Cfr. fra gli altri luoghi Eth. Nic. Sobere D dv ual siva Enyatog tosto (0 vods ); ed Eth. Nic., ‘SL ricette cità dini rorTITTETeee rece I verfreniezaraniza; secasieneeee cessare resenprnareotontereonesono: so erasenei e composta la volontà. Se la volontà è in se, essenzialmente, una ragione, non può essere libera, perchè la ragione obbedisce a leggi necessarie, ed è per di più, il vods TonTILOS almeno, connessa strettamente al primo motore, sia un'irradiazione sostanziale di questo, o sia semplice «mente la forma più elevata dell'attrazione che questo esercita. Se è in sè, essenzialmente, un appetito, e quindi strettamente legata al corpo, non può esser libera neppure, perchè il corpo è ciò che di più determinato ci possa essere nelle sue operazioni. Se poi è in sè, essenzialmente, un composto dei due elementi e i due formano uno, non si capisce perchè il composto dovrà esser libero, mentre i componenti sono necessitati. Aggiungasi che Aristotele ha sostenuto che il cielo e la terra sono sospesi a un principio unico, il bene, che per la sua beltà eternamente desiderabile, produce, senza muoversi, il movimento e col movimento l'ordine nell'universo; che dai cieli e dagli astri i quali ricevono direttamente l’azione divina, deriva nei corpi una specie di necessità, % &md s@v dortp0y ciuapuévn, da cui non è esente il corpo dell’uomo. C'è adunque nell’ uomo un assieme di necessità; il suo appeuto lo spinge necessariamente al bene, la sua ragione € necessariamente il luminata dui raggi del vero; il suo corpo è imprigionato nel fato corporeo. Nulla più resta alla potenza dell'in determinazione contingente. x Ma è questa mescolanza medesima di necessità a il Fonsegrive, che permette ad Aristotele diverse, OSServa | grive, erm i contingenza delle azioni umane. € Questa ) re la ammettere c x ; > I ° . d'e olanza costituisce il nostro essere e crea in noi li Ka x ° o Tia posizioni. Queste opposizioni sono In noi, vengono elle O x "ci. dipendono da noi; esse costituiscono il 7ò îo' ua. CZ TO fra l'intelligenza e la volontà, fra po a su eriori e gli appetiti inferiori, produce in j desideri P 7 . noi una contingenza, una indeterminazione in cui gli uni e gli altri sono a volta a volta vincitori e vinti, E questa contraddizione costituisce così bene la nostra essenza, che distruggere la contingenza che ne risulta sarebbe distruggere noi stessi »!. E sta bene; ma di una libertà e d'una indeterminazione di tal fatta, come osserva il Fonsegrive stesso, non è il caso certo d’inorgoglire; più che una potenza è una debolezza, più che una felicità, un’infelicità; più che autonomia e dominio di se, una deplorabile servitù interiore. 1 Fonsegrive- Essai sur le libre arbitre. ME im 4 nn nese pi ETTI tt ERRATA-CORRIGE SISI NIAVIIA A un certo punto ammirando: A un certo punto costoro ammirando VS ALII SPESE discernere, leggi e discernere » 36. » io cheetra la materia e la forma, leggi che è tra la materia e la forma fe loro cose, leggi le cose 0! La loro abilità ecc., leggi e, che gran cosa invero! la loro abilità eco. gi Soltanto, questa = n 9 (ee) s + » S IC) ®» (E) w e che, gran cosa inver Soltanto questa dottrina, leg. Senago 23 dottrina angusta augusta se la intenda bene se la s'intenda bene affetto effetto nè sta sul medio sta nel medio w = i] DE ou vi = n n 272 Sia SI. n 270 » 3 nella distinzione della virtù intellettuale e morale, lla distinzione della virtù in intellet- leggi ne tuale e morale Aristotane Aristofane n CIRIE v 43 nota 3 Grocoùv, leggi 0RWwE CITI 1 Toast; © oliv leogi dele Ti LG; egg! Tipacto AS ezIAn ® ago ata praktishen, leggi praltischen; x N x TEO PARESIS StopPoor0y dizzioy, leggi droplwTwoy dinzioy te gli accenti e gli % ci riguardanti specialmen ù correggere fa- Altri errori ortografi e il lettore intelligente pour spiriti delle citazioni grech cilmente da se. Keywords: analisi, H. P. Grice on Hardie on Eth. Nic. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Zuccante,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. The H. P. Grice Papers. Zuccante

 

Luigi Speranza -- GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zuccolo: la ragione conversationale e la lingua perfetta della repubblica di San Marino – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Faenza). Filosofo italiano. Faenza, Ravenna, Emilia-Romagna. Copertina de La repubblica d'Evandria di Z. Detto "il Picentino", m. Faenza -- è stato uno scrittore e politico italiano. E chiamato "il Picentino" perché vive per anni alla corte d'Urbino. Scrive varie opere, fra le quali un Discorso della ragione del numero del verso italiano, Venezia, dove afferma il principio dell'unificazione dell'accento e della quantità nella poesia, dei Dialoghi, Venezia, il più notevole dei quali è Belluzzo ovvero della città felice, ristampato a Bologna, dove Z., che critica L'Utopia di Moro, delinea uno stato ideale, celebrando nel contempo la libertà della repubblica di San Marino. In altri dei Dialoghi, poi, egli mette in luce il rapporto che corre tra ri-partizione della ricchezza e aumento della popolazione e sostiene che alle difficoltà inerenti al rapido crescere di quest'ultima può efficacemente rimediarsi solo attraverso una perequata distribuzione della prima. Ma lo scritto più importante di Z. è il trattato Della ragione di stato, compreso - come oracolo XI - nelle sue Considerazioni politiche e morali sopra cento oracoli d'illustri personaggi antichi, Venezia; rist., a parte, da CROCE (vedasi) in La Critica, e, nuovamente in Politici e moralisti, Bari: in esso Z., studiando il problema dell'autonomia della politica, perviene ad affermazioni che ne fanno il più notevole, forse, fra i filosofi politici di quel periodo.  Il racconto utopico La repubblica d'Evandria, contenuto nei Dialoghi, è considerato, assieme ad altre opere rinascimentali dello stesso genere, come una delle opere precorritrici della fantapolitica nell'ambito della fantascienza italiana. Opere (selezione) Z., Considerationi politiche e morali sopra cento oracoli d'illustri personaggi antichi, Venezia, presso Marco Ginami, Z., Discorso delle ragioni del numero del verso italiano, Venezia, appresso Marco Ginami, Z., Dialoghi, (contiene La repubblica d'Evandria), Venezia, appresso Marco Ginammi. Z., in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Aldani, Fontana, Valla. Bibliografia Fonti Montanari, Uomini illustri di Faenza, Faenza; Graziani, Le idee economiche dei filosofi emiliani e romagnoli, Modena; Meinecke, Die Idee der Staatsräson in d. neueren Geschichte, Monaco-Berlino; Croce, Z. e l'italianità, in Uomini e cose della vecchia Italia, Bari; Croce, la Storia dell'età barocca in Italia, Bari. Pissavino, Z., in Enciclopedia machiavelliana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Aldani e Fontana (a cura di), Une quête de l'identité, in Science-fiction italienne. L'opéra de l'apocalypse, Le Livre d'or de la science-fiction, Éditions Pocket, Riccardo Valla, La fanta-scienza italiana (prima parte), in Delos, riedito in Petruzzelli, Serafino e Valla, Quattro passi tra le stelle, Edizioni della Vigna, Approfondimenti Utopia rivisitata, Almanacco Letterario Bompiani, Bompiani Paolo C. Pissavino, De amicitia: scritti dedicati a Colombo, a cura di Angelini, Tesoro, Franco Angeli, Rossella Bonito Oliva e Cantillo, Natura e cultura, Guida, Z., La repubblica di Evandria e altri dialoghi politici (antologia), Collana degli Utopisti, Colombo Editore, Voci correlate Fantapolitica Ragion di Stato Storia della fanta-scienza italiana Storia della letteratura italiana Zùccolo, Ludovico, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  ZUCCOLO, Ludovico, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Z., su sapere.it, De Agostini. Vinzenzo Lavenia, Z., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Z. /  Z. (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Z., su Open Library, Internet Archive. Bibliografia italiana di Z., su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. Approfondimento su La repubblica di Evandria, su antiarte.it. Testi Il porto o vero della republica d'Evandria (testo originale) su BibliotecaItaliana.it Portale Biografie   Portale Letteratura   Portale Politica Categorie: Scrittori italiani del XVI secoloScrittori italiani del XVII secolo Politici italiani del XVI secoloPolitici italiani Nati a Faenza Morti a Faenza Scrittori di fantascienza italiani [altre]. Z.'s works such as  Belluzzi and Evandria describe ideal cities, but they do not involve the invention or sampling of a new, fictional language. It is actually CAMPANELLA (vedasi) and More's Utopia that are known for featuring a fictional language.  Here's a key point regarding Z.'s work and languages: Z.'s Utopia and Language: Z.'s works are noteworthy for their detailed descriptions of ideal societies and their critiques of existing ones, employing a blend of literary genres including city panegyric and classical analyses of the ideal state. However, they do not include the creation of a new, invented language like the one found in Campanella or in More's Utopia. If you are interested in samples of utopian language, focus on materials related to Campanella or More's Utopia, as it is the classic work known for featuring a constructed language. Nacsce da Alessandro, membro del patriziato cittadino. Dopo la nascita di Z., Alessandro è incriminato durante l’azione repressiva con la quale il S. Uffizio di Romagna, per ordine di Pio V, stronca i consistenti focolai eterodossi presenti a Faenza. A essere incriminati sono anche un Gregorio Z., poi cronachista faentino, e diversi Rondanini, che portavano lo stesso cognome della nonna di Z. Morto il padre in carcere prima che la pena a cui venne condannato -- cinque anni come forzato al remo -- fosse resa effettiva, e cresciuto in ristrettezze economiche -- forse è aiutato da Giacomo, fratello del padre, sacerdote e rettore in S. Margherita --, Z. adere all’accademia faentina degli Smarriti e per la sua povertà ha un incarico come lettore di filosofia a Bologna, dove si era immatricolato al corso di arti per poi laurearsi in filosofia -- Pissavino. Trasferitosi a Urbino presso Francesco Maria II Della Rovere in qualità di segretario del duca e precettore del figlio Federico Ubaldo, forse introdotto a corte dal nobile faentino Vitelloni, vi rimase, tanto che per quel lungo soggiorno fu denominato il picentino. Risale a questi anni anche la stampa dei primi scritti, che indicano come Z. avesse scelto il dialogo quale genere più adatto a esporre questioni letterarie, giocose, filosofiche e, più tardi, politiche. Apparve Il Gradenico. Dialogo nel quale si discorre contra l’amor platonico, et a longo si ragiona di quello di Petrarca, Bologna, Bellagamba, dedicato al conte Laderchi; L’Alessandro, overo della pastorale, et insieme tre egloghe, Venezia, A. Baba, fatto stampare dal nipote Z. che opera in Laguna nel campo dell’editoria; una prima raccolta che incluse i testi precedenti (Dialoghi. Della detta, e della disdetta. Della vergogna. Dell’amore de’ platonici, del Petrarca et Della gelosia. Del buon dì. Della pastorale, Perugia, A. Aluigi e fratelli; il De honesto gloriae studio sive de vera virtute heroica liber, Venezia, A. Dei: una delle poche opere in latino, dedicata al duca di Urbino, e i Discorsi. Della gloria. Del genio. Della pena della discortesia, Venezia, A. Dei. Nel frontespizio di quest’ultima fatica Z. si appella membro dell’accademia dei filoponi, istituita a Faenza.  Dopo avere abbandonato la corte montefeltrina, che – da quanto scrive – lo fa sentire in servitù, viaggia tra la Dalmazia e Ancona -- ha un buon compenso per insegnare filosofia a Ragusa -- per poi stabilirsi di nuovo a Faenza, trascorrendo comunque buona parte del tempo a Venezia, dove prende a frequentare i circoli sarpiani e degli Incogniti, forse introdottovi da Molino, che fa da protettore. Tuttavia, nonostante l’appoggio di questi e dell’illustre aristotelico CREMONINI (vedasi), non riuscì a ottenere una cattedra a Padova, e non l’ottenne neppure a Bologna -- vedi i documenti riportati in Pissavino. In quegli anni progetta di scrivere dei Discorsi sopra le storie di Quinto Curzio RUFO (vedasi) e pubblica gran parte delle proprie opere per i tipi di Ginammi, stampatore legato a SARPI (vedasi) e ben vigilato dalla censura perché non in linea con gli indirizzi della contro-riforma (impresse scritti cripto-libertini come quelli di Francesco Pona, l’unica edizione seicentesca dei Discorsi di MACHIAVELLI (vedasi) apparsa al di qua delle Alpi; la prima versione italiana integrale dei Saggi di Montaigne e le opere di frate Casas, utili ad alimentare la leggenda nera anti-spagnola. Prime ad apparire per tipi di Ginammi – che forse Z. conosce a Ragusa – sono le Considerazioni politiche e morali sopra cento oracoli d’illustri personaggi antichi, con una lettera apologetica, una serie di divaganti commenti sopra celebri sentenze di autori classici dedicata a Capponi, nella quale comparivano riferimenti alla tradizione epicurea e atomistica (Lucrezio) e spiccava l’Oracolo XI sulla ragion di Stato, che l’autore definì come la scienza per conservare un particolare assetto politico, buono o cattivo, in polemica con le opere di Giovanni Botero e Scipione Ammirato. Seguirono i Discorsi dell’honore, della gloria, della riputatione, del buon concetto, in cui Z. si confronta con la tradizione stoico-classica circa le virtù – cf. H. P. Grice, “Virtues and vices” -- e il dibattito contemporaneo sull’onore – cf. H. P. Grice, “Decency” --; il trattatello sulla Nobiltà commune et heroica, che lo mise in conflitto con TASSONI (vedasi) difensore della nobiltà di sangue; e l’ultima più completa raccolta dei Dialoghi: testi, alcuni già pubblicati con altro titolo, in parte dedicati alle passioni, in parte alla politica, tra i quali spiccano i tre dialoghi ‘utopistici’ l’Aromatario o vero Della Republica di Utopia, Il Porto o vero Della Republica d’Evandria, il Belluzzi o vero Della città felice. In quei testi Z. si rivela come un CRITICO della società idealizzate in cui si immagina la comunanza dei beni, si confronta con quelli che riteneva i modelli istituzionali migliori del suo tempo -- la repubblica oligarchica di Venezia, ma anche la monarchia temperata francese --, polemizza col lusso e celebra il mito della libertà politica, che nel Belluzzi è incarnato da SAN MARINO, moderna ma più equilibrata città-stato di tipo spartano. Menzionato con interesse da GRAMSCI (vedasi) nei Quaderni del carcere, il dialogo è scritto in una circostanza tutt’altro che astratta. Come scrive lo stesso Z. in una lettera inviata da Madrid alla comunità sanmarinese, colla prossima devoluzione di Urbino SAN MARINO rischia di essere circondata dai domini pontifici, con tanto pregiudicio della sua libertà -- cit. in Pissavino. Sempre per i tipi di Ginammi Z. cura l’edizione del De coniectandis cuiusque moribus et latitantibus animi affectibus semeiōtikē moralis, seu DE SIGNIS – cf. H. P. Grice, “Meaning” -- di CHIARAMONTI (vedasi) e da alle stampe Il secolo dell’Oro rinascente nell’amicitia tra Barbarigo e Trivisano, un’operetta in cui esalta il sodalizio tra due patrizi veneziani, il più anziano e facoltoso Barbarigo, il più giovane e impulsivo Trevisano, che alcuni anni prima – dopo che il secondo difende pubblicamente l’onore del primo – si sono legati in un sodalizio esaltato in molte scritture che hanno una risonanza europea ed è lodata da SARPI (vedasi), Micanzio e Contarini. L’‘eroica amicizia’ si inserisce nel contesto critico che, dopo gli anni dell’interdetto, vede una netta frattura in seno alla classe dirigente della Serenissima tra i patrizi ‘poveri,’ appoggiati da Zeno e da Trevisan, e i ‘ricchi,’ spalleggiati dal doge Cornaro --, dando occasione perché si riflettesse in una chiave tutta politica sulla virtù dell’amicizia -- la ‘CIVILE CONVERSAZIONE’ di H. P. Grice, specie se tra uomini di condizione sociale diseguale, come pilastro per la conservazione di un buon ordine della comunità. Del resto, è stato questo il tema di uno dei Dialoghi, il Molino, in cui Z. inscena una discussione tra il suo protettore e lo stesso giovane Trevisan.  Partito dall’Italia l’anno della morte di SARPI (vedasi), Z. si diresse alla volta di Madrid come segretario del nunzio apostolico Massimi, al quale dedica un Discorso delle ragioni del numero del verso italiano. Più tardi vescovo di Catania, Massimi avrebbe perorato la causa della liberazione di CAMPANELLA (vedasi) Cdal carcere e si reca in Spagna per sorvegliare il progetto di sancire per via di matrimonio un’alleanza tra gli Asburgo e gli Stuart che poteva favorire il ritorno della corona inglese al cattolicesimo. Z. torna in Italia e si stabilisce a Bologna, entrando in rapporto con l’aristotelico BALDI (vedasi). Ma si trova a Roma quando il suo nome giunse alle orecchie del S. Uffizio con la chiamata di correo scaturita dalle spontanee comparizioni di un portoghese di nome Monteiro davanti agli inquisitori. L’uomo, infatti, dice di avere conosciuto il faentino, in possesso di scritti anti-gesuitici e intenzionato a scrivere una storia dei suoi tempi, e depose di avere discusso con lui dell’impostura delle religioni -- un pretesto de prencipi per tenere in freno i popoli -- e della mortalità dell’anima: teorie che Z. difende, turbando il teste pentito, con ampie citazioni tratte dal Lizio – cf. H. P. Grice’s “Shropshire’s Argument against the mortality of the soul” --, Epicuro e Galeno. Inoltre Monteiro racconta ai giudici di fede di avergli sentito dire che SARPI (vedasi), come molti altri in Italia, è un convinto ateista -- docc. pubblicati in Ginz­burg. Da quanto sappiamo non è avviata alcuna indagine; e tuttavia la denuncia -- non si sa se rispondente al vero -- può servire a mettere allo scoperto quanto negli scritti di Z. è intuibile sotto traccia: ovvero la sostanziale estraneità del faentino all’obbedienza cattolica e il continuo ricorso a tecniche di simulazione ‘libertine’ nell’esporre le proprie opinioni al pubblico, non senza evidenti eco machiavelliane. Per averne una prova basta guardare alle Considerazioni e alle pagine anti-utopistiche scritte contro More, reo di avere disegnato una repubblica a somiglianza del monastico, priva di virtù militare, di capacità di difesa, e dunque di libertà -- Aromatario, in Dialoghi. Del resto, se nell’Evandria abbozza una città-stato ideale -- posta in una penisola dell’Asia, di fronte all’isola di Utopia -- in cui la religione non rivestiva alcun ruolo, avendo in mente l’ordinamento repubblicano e oligarchico di Venezia ma anche di Ragusa, nell’Aromatario – di cui l’inquisitore di Venezia blocca la stampa  perché non aveva gradito che More è attaccato nominalmente, pur non essendo stato dichiarato per santo -- come rileva acidamente l’autore in una lettera a Giordani, edita in Nediani, Altre lettere – Z. inizia l’esposizione da una serie di domande non seguite da risposte: Che luogo nella città tengano i sacerdoti? Chi gli crei? Chi comandi loro? Dialoghi. A quella data chiedersi chi dove comandare sui chierici, pur configurando una città ideale, non è privo di rischi; sicché non stupisce che dopo la deposizione di Monteiro Z. parte da Roma alla volta di Napoli e della Sicilia, dandosi per malato senza lasciare traccia. Ricompare a Bologna come segretario di Brisighella, legato pontificio nella città, e qui, oppure a Faenza, Z. muore, forse a causa dell’epidemia di pe­ste -- l’anno di morte si leggeva in una lapide faentina che oggi non esiste più: Nediani, Dieci lettere inedite. Nulla sappiamo della moglie e di un figlio, a cui pure accenna in alcune epistole. Lascia alcuni scritti inediti. Pare perduto un resoconto dei successi veneziani e spagnoli nella guerra anticorsara in Dalmazia; è perduto anche un dramma pastorale dal titolo La Berta -- a cui accenna nella sua corrispondenza. Inediti restarono poi alcuni componimenti poetici, mentre postumo apparve un Discorso dello amore verso la Patria – cf. H. P. Grice, “one’s fidelity to one’s spouse or one’s love for one’s country do not rest on evidence” -- Venezia, Deuchino, ristampato per i tipi di Pinelli --, nel quale Z. esalta le virtù civili – LA CIVILE CONVERSAZIONE -- svalutando, in modo indiretto, quelle religiose. Manoscritta resta infine la discettazione De quantitate solis contra vulgatas astrologorum et philosophorum opiniones,edita in Pissavino, che lo mostra attento al dibattito scientifico del tempo. In funzione anti-papale e in occasione della guerra di Castro, appare in Germania una traduzione ampliata dell’Oracolo sulla ragion di Stato per opera di Garmers -- Dissertatio de ratione status. Accedunt Acta et controversiæ inter pontifices Urbanum VIII, Innocentium X et Odoardum Farnesium ducem Parmæ, Hamburg, Z. Hertel. Quasi dimenticato, nonostante la vena utopica che caratterizza la sua produzione, Z. È riscoperto da Meinecke e da CROCE (vedasi), che lo ritennero un importante filosofo politico del barocco italiano, mentre altri ne hanno ridimensionato originalità e indipendenza intellettuale -- Mattei e Firpo. Più di recente la sua figura è stata connessa alla circolazione del libertinismo erudito -- Ginzburg, Frajese -- e alla riflessione politica sull’amicizia -- soprattutto Miller, che ha ripreso l’importante studio di COZZI (vedasi).  Opere. Edizioni moderne: Il Belluzzi, ovvero La città felice, a cura di Bernardy, Bologna; l’Oracolo sulla ragion di Stato, in Politici e moralisti del Seicento, a cura di Croce – CARAMELLA (vedasi), Bari; La Repubblica d’Evandria e altri dialoghi politici, a cura di Mattei, Roma; Pissavino, Un discorso inedito di Z., in Studi politici in onore di Firpo, a cura di Gribaudi - Barcia, Milano; Scrittori politici dell’età barocca, a cura di Villari, Roma -- contiene il Discorso dello Amore verso la Patria; I teorici della ragion di Stato. Mito e realtà, a cura di Sarubbi - Scudieri, Napoli -- altra ed. dell’Oracolo sulla ragion di Stato; Discorso delle ragioni del numero del verso italiano, a cura di Mancini, Manziana. Fonti e Bibl.: Faenza, Biblioteca Manfrediana, Mss., Valgimigli, Memorie istoriche di Faenza, Giunte; Pesaro, Biblioteca Oliveriana, Mss. -- componimenti poetici inediti; U. Dallari, I rotuli dei lettori legisti e artisti dello Studio bolognese, Bologna; Nediani, Un riformatore politico faentino. Z., in Annuario del Liceo-Ginnasio statale ‘Evangelista Torricelli in Faenza -- atto di battesimo riprodotto e docc. sulla condanna del padre; Id., Dieci lettere inedite di Z. ai duchi d’Urbino, in Studi romagnoli; Id., Altre diciannove lettere inedite di Z. riformatore politico faentino, Mittarelli, De literatura Faventinorum, Venetiis; Montanari, Uomini illustri di Faenza, Faenza; Meinecke, Die Idee der STAATRÄSON in der neueren Geschichte, München-Berlin; Lanzoni, La Contro-riforma nella città e diocesi di Faenza, Faenza; Id., L. Z., in Bollettino diocesano di Faenza; CROCE, Z. e l’italianità, in Id., Uomini e cose della vecchia Italia, Bari; Id., Storia dell’età barocca in Italia, Bari -- ma vedi anche Id., Z.: notizie intorno a lui, in La Critica, e l’ed. dell’Oracolo della Ragion di Stato, in La Critica; Firpo, L’utopia politica nella Controriforma, in Contributi alla storia del Concilio di Trento, I, Firenze; A. Garosci, San Marino: mito e storiografia tra i libertini e il Carducci, Milano; Ginzburg, Una testimonianza inedita su Z., Rivista storica italiana; Nediani, Z. libertino? – cf. H. P. Grice, “liberal” --, in Studi romagnoli; Convegno di studi in onore di Z., Faenza; Mattei, Il problema della ragion di Stato nell’età della Controriforma, Milano-Napoli; Eliav-Feldon, Realistic Utopias: The Ideal Imaginary Societies of the Renaissance – cf. ZUOLO (vedasi), Oxford, ad ind.; P. Pissavino, L. Z.: dall’audizione a corte alla politica, Firenze, 1984; G. Borrelli, Ragion di Stato e Leviatano. Conservazione e scambio alle origini della modernità politica, Bologna; Pissavino, La città nei “Dialoghi” di L. Z., in Le ideologie della città europea dall’Umanesimo al Romanticismo, a cura di V. Conti, Firenze; Cozzi, Una vicenda della Venezia barocca. Marco Trevisan e la sua ‘eroica amicizia’, ora in Id. Venezia barocca. Conflitti di uomini e idee nella crisi del Seicento veneziano, Venezia; Frajese, La politica di L. Z. e l’ambiente sarpiano. Contributo all’interpretazione di testi pubblici dissimulati, in Il pensiero politico; G.M. Sénellart, Le problème de la raison d’État de Botero à Z., in Figures italiennes de la rationalité, a cura di C. Menasseyre - A. Tosel, Paris; P.N. Miller, Friendship and Conversation in Seventeenth-Century Venice, in The Journal of Modern History, LXXIII (2001), pp. 1-31; P. Pissavino, Le ragioni della repubblica. La Città felice di L. Z., San Marino; Id., Z. e l’“amicizia scambievole fra’ Cittadini”, in ‘De amicitia’. Scritti dedicati a Arturo Colombo, a cura di G. Angelini - M. Tesoro, Milano; P. Broggio, Linguaggio religioso e disciplinamento nobiliare. Il “modo di ridurre a pace l’inimicitie private” nella trattatistica dell’età barocca, in I linguaggi del potere in età barocca, a cura di F. Cantù, I, Roma; C. De Boni, Fra ragion di Stato e nostalgia repubblicana: l’“Evandria” di Z., in Morus-Utopia e Renascimento; P. Pissavino, Z., L., in Enciclopedia machiavelliana, II, Roma, s.v.; A. Donato, Italian Renaissance Utopias: Doni, Patrizi, and Z., Cham 2019 (con antologia dei testi tradotta in inglese e commentata). DE CONIECTANDIS CVIVSQVE MORIBVS ET LATITANTIBUS ANIMI AFFECTIBVS σημείωτικη – semeiotike moralis, seu de SIGNIS SCIPIONIS CLARAMONTII CASENATIS. Ad Illuftriß. & Reuerendiß. Principem Cardinalem Auriam, Panormi Archiepifcopum, Sicilia Proregem , missioms ac Genezalem Capitaneumatis Fehu. DEO M S Permiſſu Superiorum,&Priuilegijs . EST VENETIIS, Anno MagniIubilei, Ex Officina MarciGinammi . 10.C.3 .: amesco Emetipfumnoffe,etqui,qua Illme acR.me Princeps. S lisquefit, hominempræclarè intelligere arduuminprimis, atq; difficileapudveteresfem perefthabitum, Ill.me&R.me Princeps,verùmlongèmihidifficiliori ne gotioeorumverſari videturres, quibusalio rumhominumcaperecognitioneanimoeſt propofitum. Vnustantuminſitus, atquein nobisingenitusnoftri amormētisoculosprę ſtringuit, acpræpedit, quòminusinnosin tuētesnoftri affequi pofsimus cognitionem : inalijsveròdignofcēdisitamultapaſsim oc curruntperturbationes, amor,odium,mife ricordia, ira, &aliæ, quibusquafiventorum flabris agitati huc,etilluc impellimur;vtàre Etorationiscurſu,veroqueſenſulongèabſce dere, atqueaberrarecogamur. Accedithuc, quòdhominūanimitotſinus,totanfractus, totmeandros, acdiuerticulahabent;vtnulla mentisacies,nullaperſpicacisingenijvis,aut folertia ſittanta, quęadeorúperfectamnoti tiamperuadere, acpenetrarequeat:quinho * 2 mines mines ipfiita fimulationis, etdiſsimulationis artificioſeſeobtegunt,&occulunt;vtnemi ni (nifi excellentioriquadamfitpręditusna tura)adeorumcognitionemliceatadfpirare. Infinitæ igitur doctrinæ, ſummædifficulta tis, ac laboris aliorum naturam, animorum propenfiones, fenfus,&impetuscallere exi Itimandű eft; nequetamenminuseam rem in ſevtilitatis contineredicemus, quàm ob ſcurædifficultatis. Siquidemquæpoffeteffe beneeducandis,adrectamqueviuendiratio nemtraducendisliberisparentumcura?quę magiftrorum adpueritiamoptimis artibus, acdifciplinis informandambona inftitutio; quæSummorum Principum populisregen dis, in officioque continendisprudens aucto ritas ; nifiindolis, naturæ, animipropenfio nis, motuũ, morumqueadfitcognitio? Quo circaiurequidem àmortalibusomnibusim mortales habendæ funtgratiæScipioniCla ramontioEquiti omnivirtutislaudepręſtan ti,quòdin tanta,actàmvariacorporum,ani morum,morumquediſsimilitudine,fimili tudinequadaèmultipliciobferuationecom parata paratavnusquafipræcluſosaditus, adhomi nescognofcendosprimusaperuerit,&recta, certamqueviam, acrationébreuipræceptio ne monftrarit: nequeverò minor deberi vi deturlaus Ill.moCatanenſiAntiſtiti(queho noris , &religioniscauſanomino) Innocen tio Maximo, nonminusverèmoruminno centia, vitęqueſanctitate,quàmgente,&no mineMaximo Romano, cuiusfingularieffe Etűeftliberalitate; vtimpreſsi hilibriin ma nushominumprodirent.Hosego,cuieden difactaeſtpoteftas, cummultumfrugis, at quevtilitatishominumgeneriallaturosvide rim;eximioaliquo,pręſtantiſsimoquePrin cipevirohaudindignűmunusforeexiftima ui. ItaquetibiPrinceps,&CardinalisAm plifsime, qui omnibus,&animi,&fortunæ bonisitaabundas, vtnontàmclarifsimű Pa triæ, gentisque tuędecus, nontàmdignitatis, ac perfonæ tuæ ſplendor te ornet,quàm tu morumintegritate,religione,rebusgerendis prudentia, omniüliberaliumartiumdoctri na,atqueomniumvirtutumorbedignitatem ipfam,gentemtuam,Patriam,atqueadeoor 3 bem bemornes,&illuſtresvniuersű,hoſcelibros intuonomineinſcriptosmitto,atquevnàcũ animomeodico, vtperpetuűadomnesgentes, omnemque pofteritateextent argumentum, etteftimoniűnonminusfingularis mei in teſtudij,atqueobferuantiæ,quàmpreſtan tis ingenij, præclaręeruditionis,&doctrinæ ScipionisClaramontij,etpropenſę Innocen tij MaximiReligiofifsimi,etDoctifsimiEpi ſcopideartibus ingenuis,ingenijsqueelegan tioribusbene merendivoluntatis. Amplitu dinistuęmanusſacrasdeoſculatus, Clemen tiſsimű Deumrogo, vtdiuincolumisviuas, vt eotealtifsimo dignitatis, maeſtatisquegra duvideamusconftitutum,quòomniumbo norumdefiderijsesexſpectatus. Vale. Fauentia A. T. R.me Addict.mus Seruus Ludovicus Zuccolus Propofitio,&commendatioOperis. Cap. 2 Definitur,&defcribiturfignum. Arstotarepresentatur. Repetuntur, queanteademorum extemperamen to dictafunt , &aliqua latius aliquanto confir mantur Varia cordis temperamenta, & differentia. IS Quimores ſequanturvariascordis differentias De spiritibus, & humoribus , idesteorum temperamentis, ac moribus CONSEQUENTIBUS – H. P. Grice : the SEGNATUM is the SEGNUM’s consequentia ! » -- De conformationepartium De Climatibus DeTriangulis, t) Stellis, &de Demonuminfpi ratione, ac afflatu . DeSolo. De Aere, &Ventis. De Situ De nationum, ac gentium moribus,feupropenfionibus De moribus naturalibus, feu propenfionibus nationum agitur ex caufis naturalibus, earumque combinatione De atatum moribus De puerorum moribus. De adolefcentiæ, iuuentutisque moribus De Senectute De virilisætatis moribus. De Nobilitato De Nobiliummoribus. De moribusdiuitum De moribuspotentum, &fortunatorum De moribuscontrariarum conditionum expofitis Tranfiturad vitainſtituta,ac studia Deartibusliberalibus,quæ motumultoutuntur DeMusicapracticanempevocata De faltatione,&chorea DePhilofophia Delurisprudentia DeRetorica,feuOratoriafacultatisprofeffione , eiusquemoribus De Difciplina Propoſitionem continetrerum, &methodi, buiuf que distinctionem Primum methodi caput continet Subdiuiditur fecundum methodicaput cum caufa diffident Comparationem fecundumgeneracontinet Comparationesfecundumgraduscontinet. Quæpropofitionesfintinter memorata momenta Mistionismoditraduntur,quibuscontrariamorū momentacommiſcentur Comparatiocompoſitamomentorum,fcilicetfecun dumgenera, & gradus. Differentiaannotaturinter fummam momentorum acceſſoriorum , & principalium Peroratioprimæpartis methodi Connectit, &proponitqueagendafunt Quot,&quepartesPhiſiognomia . SIGNA cordis calidi aggreditur. SIGNA cordis calidi, &ficci, idestexnostranomi natione calidi, &duri. SIGNA cordiscalidi, & humidi, &primocordishu midiipfiusperſe. SIGNA cordisfrigidi SIGNA cordisfrigidi, & humidi,acfrigidi, ficci. De Cerebriinfluxu. Dehepatis,iecoris véinfluxu, adeoque humorum, Spirituum in cor,dequeprocedentibusindemo ribus ribus De ſignis temperamentiie coris, hepatisvé. Proponitdicenda,fundamentarepetit , actracta Etionemdiftinguit Departibusgenerationideferuientibus Departibusadcupediampertinentibus Quatractandarestantcapita methodi Phiſiogno miamemorat De Capite. De Fronte. De Supercilijs. De Auribus. DeOculis, eorumqueaſpectibus. De Oculorum coloribus. Reliqua ex oculis SIGNA coniungit De Naso De Ore De Facie De Vultu. Repetuntur dicta, &proponunturdicenda,quęad Phifiognomiamſpectant. Roburad Ariftotelis mentemdiftinguiturinrobur ingenuum, acferuile Descriptiopartium adrobur ingenuum, ac belli cum . IndexCapitum. cum De fingulis partibusinfracaput De statura corporis Peroratio de Phisiognomia – H. P. Grice: “The Latins are so obsessed with physiognomy that you would think all signs are NATURAL!” -- Reuocatiohorumque de Phisiognomia dicta sunt ad fuperiorem nostram methodum, applicatioque adpraxim. Nonfemperactioſequitur propenfionis prædomi nium,quaidcirco methodofuturaactio fit proui denda,æftimandaque. Proponitdicenda, & connectit,etindicatquesüt exfuperius dictis repetenda DeVoce Deloquutione De motu corporis totius.  Demotu eodemvniuerficorporiscumfiguraaliqua itidemcorporis . De motu partis corporis. De corporiscultu.  Adprimariafignamorumapofterioritranfit; pri moquedeexterioreactioneagit , quam & mate riale actionis vocat . Exemploactionis Seiani,&errorisTiberij confir maturidem; scilicetnon necessario colligi ex ma teriali, exteriorique actione morem. Deformatiactione, fiueformaliparteactionis.  Methodus deprehendendiformaleactionis, fiue fi nem nemeius, fupponendointerimnullamfubeffefimu lationemfallaciam vé.  Exinteriore actione indago moris . Praxisproximemethodiaffertur. Partemmethodicumprecauendaestfictioaggre ditur. Primoque defictionibus agit, fimulationibusque. De simulatione finis, seu de prætextu, obtenturvé. De simulatione morum. Methodus detegendarum fictionum, ac simulatio numin sua capita distinguitur. Primum caput continet detegende FRAUDIS ex qualitate personæ agentis, cum veterator fuerit. Secundum caput de tegendę simulationis ex persona qui cum agitur. Tertium caput methodi, scilicet persuasio exponitur. Quartum methodi caput. Pæne, & questiones, quaqueadeasreducuntur. Quintum methodi caput. Premia. Canones continet. Sextum methodicaputaggreditur, cum velamen tumperſeperlucet. Sextumidemmethodicaputcumerumpit affectus . Cum exeffectuſubſequetefimulatioaperitur. Capitafimpliciamethodi, ) combinatainterdum locumhabere inpropofitafimulationis indagine . Admorumindaginem quacunquediftafuntappli cantur. Connectit,proponit, diuidit, quetractandafuper funt. De signis affectuum in communi. Signa affectus voluptatis. Signa affectus doloris – H. P. Grice’s example : if the pirot hollers, the pirot is in pain. Signaamorisergarem,fiuebonumformale,fiueer gafinemcuiusgratia, quiamordemumestipfa metcupiditas. De ſignis amorisergaperfonam, amorisnempecon cupifcentiæ, ac venerei. Defignisamorisergaperſonam, utfinemcui, fiue amorisamicitia De signis odij. De SIGNIS ira.  De SIGNIS timoris. De pudoris SIGNIS. De spe, seu spei SIGNIS. Cumplures affectus eorumque SIGNA concurrunt. De SIGNIS ex oratione. Applicanturdifta de SIGNIS affectuum propoſiteaf fectuum indagini. Cum SIGNA affectuum fupprimuntur aliquatamen ex parte erumpunt. Methodus ex caufis affectuum, qua est fupplementum præcedentis methodi ex SIGNIS. De facultate cognoscente. De facultate appetente . In praxim methodus tradita adducitur. Eandem praxim ad amorem amicitia poffedetor queri, acreliquos affectus Galeni praxis adducitur ad dote gendum de cumbentis muliercule amorem. CATALOGVS AVCTORVM quiin hoc operecitantur. Adamantius. Franc. Guicciardinus. Adouardus Gualadus. Franc. Piccolomineus. Paulus Ægyneta. Albertus Magnus. Alexander. Alhazenus. Galenus. HERBERTUS PAVLVS GRICEVS HalyAbbas. Heraclitus . Ammianus Marcel Herodianus . linus. Anacreon Andreas Laurentius Andreas Nauagerius . AntoniusPoffeuinus Apuleius Aristoteles Atheneus . Auerroes. Auicenna. Baldus. Biantes. Boetius. Camillus BaldusBono niensisPhiloſophus. Campanusfcriptorgeſto rumBrachij. Caffiodorus . Catullus. Chilo. Cicero. Claudianus. Conciliator . Cornelius Tacitus. Dantes. ' Diocaffius . Hippocrates. Homerus. Horatius . Ioan. Baptista Porta. IoannesBoccaccius. Ioannes Ingenerius . Ioannes Petrus Maf feius. Ifidorus Conradus Julius Cesarin Commen tarijs. JuliusClarus . JusCanonicum . lus Ciuile. Iustinus . JustusLipsius. Iuuenalis. Lampridius. Lucanus. Ludouicus Areostus. Lucretius Marsilius Ficinus FICINO (vedasi) Manilius. Martialis . Maternus. MichaelScotus Emericusin Directorio. Niceta. Ennius. Olaus Magnus. Euripides. Eustratius. Ouidius . Paterculus. PaulusIouius. Persius. PetrusVictorius. Philostratus . Pittacus. Plato. Plautus. Plinius . Pliniusiunior. Plutarchus. Polemon, fiuePalemon. Propertius . Ptolomeus . Quintilianus. Q. Cicero CICERONE (vedi). Q.Curtius. Rafis. Realdus. Sacra literæ , velSacra fcriptura. Salustius . Seneca. SimonPortius. Simonides. LUDOVICVS SPES --Stobeus. Strabo. Suetonius. Thucydides. Tibullus. Vegetius . Veßalius . Virgilius VIRGILIO (vedasi). Vitruuius.. Xenophon . MARCVS GINAMMVS BibliopolaVenetus Beneuolo Lectori Fœlicitatem P. ९९ Vodnoftrifuit femperinftituti, ut(quan tuminnobis effet) aliquo nouo opere,et industria noſtralitteratorumhominum ſtudiaiuuaremus,idnuncprofequimur. ScipionisClaramontijpraclariEquitislibrosdecon iectandisMoribus tibi damus nostrisTypis excu Sos;inquibusnulliplanèopera, labori, autdiligentia pepercimus, utquamemendatißimiintuasmanus peruenirent . Si quodtamenleueirrepferit men dum, quodnostroseffugeritoculos, (nemoenimest, ut aitille, tam lynceus , quinonoffendat) homines nosagnofces,etignoſces nontàmnobis,quàmauctori eruditißimo viro, etderelitterariaoptime merito, fiinlocaquadaminciderisperuerfa,perturbata, aut obfcuriora . Is enimindefcribendoaliena , nec una eadem,ſedmultorumvfusmanuàflagitanti bus amicis, quibus diutiushi libri deberinonpote rant, exempla utinspiceret, &ſuamanufcriptis cumexemplaribusconferret, haudpotuitimpetrare. Benevale, & nostramindustriamtuabenignitate foue. CVM multa veteres, Benigne Lector, ad rectè viuendumprudentifsimè mo nuerint , non poftremum interealocum occupat, quod Senecanotauit. Totamfer mènobis vitamin aliudagendoeffluere . Namcumvelvnumnostrumnegotium, velmaximumeße debeat animivirtus, probitasqueipſanostra; nos de corpore, & de fortunisprorfus Soliciti, deanimo, eiusquebonis vixcogitarefustinemus. Hinc factumest,utquefcientiæ, &artesadcorporisfortunarum quetutelampertinent,plurimum tractentur, luculentisque,ac numerofis libris tradantur : at Morali, ideft nostriipforum co gnitioni vixfit,qui operamnauet; &fifortèadtamprecla ramfcientiamnos applicemus, breuiaria,compendiaquetantum admittamus; licètinalijsfacultatibusprolixa voluminatole remusnedum,fedexigamus. Atquantomeliusnobisipfisto ti , ijs verò,quæ extra nosfunt,aliudfermè agendo vacare mus? Præceptumquodaprimis uſque temporibus intonuit, &in Diuinumauthoremrefertur, ut nofmetipfos cognofca mus. Cognitionemhancnoſtriprecipit,nonautemTigniimmi tendi, autagarici temperandi; que cumadhumanosfanè ufus cognofcere expediat, quistamennonſentiat maiore multo Stu dio eacognofcenda, adquæ vtadfinemhorum cognitio, & ufusdirigitur? Hacconfideratioiamdiufecit, ut moralesphi lofophiæ integritatemſummoperedefiderarem, cumquefrustra abalijs expectarim , ipſetandemaggrederer. Remenimdili gentius meditantipatuit, nonpaucioribusexpartibushancani morumcuram, quàmcorporum medicinamcoalefcere. Quin que a quepartes medicinacontinet, queGracis vocibus dicuntur, Phisiologia, Igijna, Pathologia, Simiotica, &Therapeutica . Easomnesmoralis quoqueincludit. Primam quidem dum partes animæ fubiectas moribus, borumque &affectuum causas confiderat.Secundamdum animorumoptimamconftitutionem, virtutemfcilicet omnemtradit . Tertiamdumdeprauationem animi, vitianempe eiusaperit. Quartamdumfignamorum, &occultoruminterimaffectuumadanimi morbos aut tollen dos, aut mitigandos affert . Quintam,&vltimam dumcura tionemiameiufmodi vitiorum , morborumque animi molitur, primòinftitutionead virtutem tradita. Harumquinquepar tiumfi verafaterilubeatinijsquæfuperfuntantiquorumfcri ptorummonumentisſolamIginiamhabemus, ceteraspartes, velnullas, veladeo tenues, utnonfatiseffe uſuipoffint. For tèin curatorijs olim Chriſippi, etPoſſidonij conftabant, necnon inlibris, qui perierunt, Aristotelis, & fequacium Peripateti Sum corum. Atinterim iacturarefarciendaerat. D.Thomaspra In2. par. clarifsimafcripfit, verùm Theologicopropofito; adeoque mul ta circumfcripfit , que tamenadmoralemintegrandamdefide rantur . Egocumiugilaboreinomnibuspartibusinfudauerim, omnesquepro viriliparteabfoluerim,primonunclocohancSi mioticem, feudefignispartememitto: nonquodfitceterisprior, fedquodinplures,quàmrelique ufusdiffundatur,fuaqueno uitate videatur ceterisfactura viam. Verùm enimuero me maximèomniumpermouit Innocentij Maximi Romani proceris Nobiliffimi, tumque Britonorienfis, nuncCatanienfisEpifcopi auctoritas,qui virexcellentirerum cognitione,acerrimoqueiu dicio preditus cohortatione nedum,fedpropemodum iuſſione in hancedendi sententiam adegit:quinimmooperisexemplum ame petijt, &obtinuit, quodipse velſumptusuo (quaestmagnifi centia) centia) imprimendumcuraret. Quadrienniotameninher of que tempora editionem dištulit, dumFlorentiæ primum apud MagnumHetruria Ducem;pofteainHispaniaapudMaxi mumillum Regem OratorisPontificij munusſumma cumfui gloriaexercuit . Nunciamproditliberexquo Beneuole Lector ceteraspartes æftimarepoteris,quæ (ſituhuiciudiciofaueris) propediem confequentur. Egoquidem meainuentanonlaudo; nequeenimdecet moralemfcriptorem apræconibusludorum gymnicorumalios nonſe voceſua victoresrenuntiantium,mo destia vinci. At certèargumentiutilitatem profiteor, commendo . Nequeenim curiofahecperſeest, actemeraria alienorum morum, etſenſuumindago;fedmultiserga multos tumhonesta, tumneceßaria . Parentesfiliorum, &in uni uerfuminſtitutores alumnorum,propensiones, &moresficun debonos, aut maloscontraxerint, multodebent conatuinuefti gare: nifidominiferuos, Principesfamiliares & miniftros ex plorauerint; illifibi,bifibi, & Reipublicæ magnodamnoerunt. Quefitores etiamfceleruminprecedentesperſonarum moresin quirere, proque eorumdifferentia multofecius exeodemfacto procederedebent . 'Resfurtiuapenes virumprobatum reperta nullam illifurtisuspicionem allinit, neque ulli obnoxiumin quifitioni reddit : at contrà,sipenes malè moratumbominem reperiatur. Baldus, &Imolainlegefin. ff. deheredib. insti tuend. Hocidemincommunihominum vitafaciendumComi cusmonuit. multainhominedemea Signafuntexquibusconiecturafacilèfit Duocumidemfaciunt,fæpeutpoſſisdicere Hoclicetimpunefacerehuic, illinon licet, Nonquoddiffimilisresfit,fedquodquifacit. 1 Cafar Cafarin militeeligendo militarem eoruminclinationem , aptitudinemexPhiſiognomia (aßerenteVegetio) coniecta bat. Interdum ex præcedentibus aftionibushominum virtu tem, velcontrà, moresquequipræfertimfuffragiorumiusha bentindemandandis Magistratibus conijciunt : Eaqueratione LIVIO (vedasi). Fabius Maximus Otacilium minorem Ducem,quàmvt An nibaliopponipoſſet, effe iudicauit, atque Romano Populofuafit. Arsergo, methodusquealiorum propenfiones moresqueinda gandi,quamnuncadornamus,cumabillis, &inillosadhibetur aquibus & inquosoportet, utilis, &honeftaest,interdum que neceffaria . Quodfialieno tempore,indebitisquemodis furpata, malaac temerariaeuadat , eandemcumreliquishu manis actionibus aleamſubit; quę licètſuoptegenerebonæfint, Statim tamenatque adebitacircunstantiarum harmonia exci derint , male redduntur . Indigosiuuareopibusestipsa perſe actio dignissimalaudibus ; attamenfiadturpemfinem incon gruové loco,actemporeefficiatur, in malam,interdumque infceleftamdegenerat. Hec, antequamadremaccederempra fandaduxi. SCIPIONIS CLARAMONTII Deconiectandiscuiuſquemoribus, &latitantibus animi affectibus OTO LIB. PRIMVS. Propofitio, & commendatio Operis. VxTapreſcriptumalibi ordinem partem , que Grace σημειωτική – H. P. Grice: “I would use ‘semeiotic occasionally, but not all my pupils were reading for Greats!”. Latine de SIGNIS dicitur, aggredimur. Prestat veròprimofignumde fcribere,deindedistinguere, vt tractatio quo quedistingui,&ordinaripoffit. Prospicie musita, veluti exedito loco, fubiectum ,quodperacturifu mus,iternon vulgareillud,actritum,ſedtumnouitatis,tum vtilitatis , tumiocunditatis,atque dignitatisplenum. Non me latetcorhominumimperfcrutabile,acfoliDeo peruium: tamenconiecturisaccederead tamgrande ſecretum estprecla ra imitatio diuinitatis. Hancmodonos artemaggredimur, quam,fihucusqueintractatamdixero,dumintegrareiexpli catio refpiciatur , nonequidem mentiar . Solius enimPhiſio gnomiecurafuit,queparsartiseft, nontotaars; præterquam quodipfaquoquePhisiognomia, ut hancmorumcognitionem A moli Deconiect.cuiufquemorib.&c. 2 molitur, eget distinctione , &refolutioneinſuaprincipia,qua veluticonformetur , &conftituatur; neque tamen eiusmodi perfectionem eſt aſſequuta; quodspero, resipſamonftrabit. Nosautem, cumpriusfignumdefinierimus, & diftinxerimus, totamdeincepsartemrepræfentabimus. Definitur, etdefcribiturfignum. Cap.Secundum. §. Primus. Describitur signum morum . SIGNVM, fiexactiffimefumatur, est tum sensiibile quippiam, tumpofterius re INDICATA. Lacnempe est SIGNUM partus, non partus lactis, cuius potius eft caufa. Unde demonstratio SIGNI Ondedemonstratio dicitur,quæ àposterioriprocedit: quæ contra,demonftratio cau Signű quot ſe, non SIGNI appellatur – H. P. Grice: “We don’t call words ‘signs,’ even if they signify!”. Latius tamenfumptumfignumea tur. modisfumi- conditione contentumest,     utfitſenſibusobuium, fiue priu sfit, fiue pofterius . Ariftoteles 2.PriorumAnalyt. inhacfecunda, fignificationefignumdefiniuit; quoexistenteest,autquofacto prius,autpofterius,factaresest. Cumautempofteriusfacta reseſt, ſignumtumnonpofteriuseft,fedprius. Medici hanc quoque folam sensibilitatis conditionem exigunt. Definiuntfi quidem non nulli SIGNUM esse sensibile, quod sensui se offerens, intellectui aliquid relinquit: & in super inter SIGNA causas pro catarticas vocatas reponunt; exillisenim coniecturant Medici internos corporis affectus, quiſane pro temperamentis, provi SIGNI . Etu, proqualitate regionis, & anni, praquehuiuf modi alijsva Descriptio riant. Ego quoque inbacamplitudine SIGBA nunc morumacci piam, quæ cunque scilicet obvia cum sint sensui, intimos animi mores, vellatentes INDICANT affectus, sive rationem habeant ad illos cauſe, sive effectus, sive aliam eiufmodi quampiam. Ita sit potius descriptum, quam definitum SIGNUM morum: exa Eta verò SIGNI definitio aliundepetatur. Potest verò, et ali terdescribi; SIGNUM nempè est sensibile quippiam,quo existente, vel facto, mos certus subest, vel necessario, vel probabili nexu. Dico verè neceffario,vel probabili nexu, utà neceffitate abstraham, que vix unquamin SIGNIS morum reperitur. SIGNA dividuntur trifariam; cum SIGNUM eft caufa effectus, cum effectus eft SIGNUM causa, cum effectus est SIGNUM effectus – H. P. Grice: “It was in ‘Meaning revisited’ that I unify the realm of ‘signification’ in terms of cause/effect, or CON-SEQUENTIA!” -- : QUONIAM ergo SIGNUM eft, quo exiftente, aut facto, mos fub eft, confiderandum eft triplicem effenexumrerumſeſeinse rentium. Primo enim loco causa infert effectum, utrationa leinfertrifibilitatem. Secundo effectus infert caufam, utri fibilitas rationalitatem. Tertio effectus infert effectum, ut abeadem caufa simul pendent, vel uti docilita sfcientiarum in fertrifibilitatem, et viciffim; quippècumamba rationalitatem continuò consequantur. Triahocmodoeruntfignorumge- SIGNORUM nera. Primum cum caufa, sensibus ipsis conspicua, SIGNUM erit effectus latentis. Secundum cum effectus contra conspicuus erit SIGNUM cauſe latentis. Tertium cum effectus NOTUS SIGNUM erit coniuncti, & latentis effectus. Id verò fit, cum ambo effectus abeadem causa necessario – H. P. Grice : « The fact that… » ENTAILMENT --, vel naturali nexu pendent – H. P. Grice: “Indeed, the nexus between measles and the spots, or between the budget and a hard year is NATURAL!” --, qui nexus filateat,istum emergittacitusrerum confenfus,qui præfertimfympathiaGræcis dicitur. Verumtertiumhocfigno rumgenus varius est, velfaltem eius ufusrarior est in mo ribus dijudicandis . Notabimus tamen, &præmonebimusfi gnum, quodestcaufa, vel instar cauſeſebabet, &signum quodesteffectus ,vel instar effectusſehabetbicaccipi ,tan quam A 2 tria funtge nera..  De coniect. cuiufquemorib.&c. quam vera caufa,& veruseffectus; nonenimfummailla acriuia adhibebitur verecause,etverieffectusdignoscendorů. 6.Tertius. Signumdiuiditur,vtfyllogifmus eius, quiinprimam,autſecundam, auttertiamfiguram refoluitur . reducit fi- MODO verò fingula hæc genera triplicem eam fufcipient Ariftoteles rurfusdistinctionemſignorum, quammemoratArist. 2. Prio gnaadtres rumAnalyt. cap.penult. auteniminprimamfiguram reducun figuras fyl- tur, autinſecundam, autintertiam. Cuminprimam,effica logiſmorú. citerconcludunt, cumin reliquas,efficacemhaudconclufionem obtinent ,fed probabilem tantùm. Remexemplismoralibus declaremus,quamalijs explicuit Aristoteles. Siquisergofe proalijs mortiexponit, ut Pyladespro Oreste,esthocfignum veriamoris , & reduciturfyllogifmusinprimamfiguram bocmodo; Omnis,quiſeexponitmortipreſenti, &certapro alterius Salute,illum verèamat. Pyladesſe exponitmortipreſenti, & certæprofalute Orestis . ErgoPylades verèamatOrestem. Unde&penesEuripidemIphigeneexclamat tamicisintegeramicus. Atcumexpalloreconijcimusaliquemtimuiße,infecundam figuram refoluiturfyllogifmus , inefficaxqueexduabus enim affirmatiuis reſultat huncin modum ; Omnis, qui timet,pallet. Vereambe, at non Hicpallets Ergohictimet. conuertiturmaior. Quod, fiexeo, quod Hector balbusfuit, &fortis, colligatquis omnembalbumfortemeffe, intertiamfiguramrefoluitur. : Hectorestfortis: Hectorestbalbus; Ergo omnisbalbusestfortis . Quiquidemfyllogifmusexpofitorius eft, adeoqueparticularem conclufionemefficaciterconcluditfcilicet ergoaliquis balbus est fortis at uniuerfalenequaque; estenimcontraregulasfigura. Vt ſigna quæin ſecundam ,& ter tiamfiguramre ſoluuntur, robur ſuſcipiant. ATpostrema duogenera fignorum;fcilicetqueinſe cundam,&intertiamfiguramreſoluuntur, licetneceffariònon concludant,poffunttamenroburſuſcipere,nifi neceffitatisma xima,tamenprobabilitatis,fitertiumquidperplura iteretur fingularia;verbigratiaadcolligendam vniuerfalembanccon clufionem; Omnes,qui vocemmagnamhabent,fortes,quisar gumentetur,quodFranciscus Sfortia magnam babuit vocem, fuitfortis,Gottifredus Bullioniusitidem,undeTaffius; Conosceilpopolſuo l'altera voce. Ioannesquoque Mediceus Coſmifilius Dux , &bellatorfor tis,vocem itidemmagnahabuit. Ergoomnes magnam vocem habentesfortesfunt. Probabilitasitaconclufionis augetur;fi quetota inductio expleri poffèt, neceßaria euaderet. Secun dumautemgenusfignorum, quodpluribus eftcommune, robur fufcipit,fialiquod membrumexcludatur; verbigratia,in eo dem exemplo permanendo palloris, cumfit is communis &ti menti, &amanti; Palleat omnisamans A 3 frigefcenti, &ira Scenti Deconiect.cuiufquemorib &c. fcentiinterdum, ægrotantipræterea ,ſiconcludatur expallore timorfimpliciter , abſoluteque, neque neceffitatem ullambha betconclufio, nequeprobabilitatem, nifi admodumrefractam. Quod,fiostendatur, quipallet,nonamare,gradusaliquis acce ditprobabilitatis . Crefcit autem, ſineque ægrotare monftre tur. Quod, fialiaomniamembra, preterquam timoris tolle rentur, argumentumeuaderetneceffariumexnumerationefuf ficientipartium . Aliundehocfecundumfignorumgenus con firmatur,nempèfiplura congeramus eiuſdemgenerisfigna . Vagarinoctuest SIGNUM commune adulterij, sed conuenit t) alijs, utfuri. Ornatus veſtiumeſtſignum &ipſum adulte rij commune. Singuladebilemfidemadulterij faciunt , at fi mulcongefta maiorem , quoplura veròconiungimusfigna, ед magisintenditurvis rationis. Vndèqueſitoresſcelerum eiuf modi aggerationemfignorumpro vehementiinditiopeccati, ac facinorisreputantinterdum, indequeinditia ad torturam uf quedefumunt: dequibus Arift.1.Rhet.cap.12. &Cicero, Quintilianus . Verbigratia,apparatus, colloquia, locus,rubor, pallor, titubatio, & cæteraeiufmodi perturbationis figna sunt. Exbisautemfignis,queRhetores communia vocant,refolui turfyllogifmusinfecundamfiguram . Arstota reprafentatur. Cap. Tertium. Viadoctrinæ,&ſectio totiusoperis Aud inſuamembra . RTEM nunctotam repræfentemus,eofactoprincipio, quodabinitio diximus nihilcordehumano obfcurius effe, nibilimperfcrutabilius,facris id afferentibusliteris; Prauum eftcor LiberPrimus.. eſt cor hominis , &infcrutabile. Quis cognofcitil 7 lud? EgoDominusſcrutanscor,&probans renes. Sunt tamenprobabiliaaliquaindicia, quibus mores,nedumna turalespropenfiones,fcilicet conijcerepoffimns,quodpaſſim ten tantPhiſiognonimi,ſedmores etiam acquifitos, veldispofitio neadhuc, velhabitu:funt etiam,quibustectos, &compref fos affectusconiectemus . Totamartemhoc egoopere comple Etor . Utinreliquisautem morummedicina corporum medi cinamimitatur,ita inhacquoquedeſignisparte valdèeamex primit. Duplici vialatetes morbos, &affectus corporisinda gantMedici:duplicipariter viaprocedetnoſtrahæcindago,ex caufisfcilicet procatarticis illi inueftigant morbos. Sunt autem cauſeprocatartice, cibus, potus,astus,aeris, autrigor, eiufmo diquealiæ cauſe morbosprecedentesnon neceffariòinferentes, nampro victu, exercitationibus, aeris Statu conijciuntMedi ci , fitnècalidus morbus,anfrigidus; estquehæcprima eorum indago. Inueftigant prætereaex affectibus, ac pofterioribus fignis, expulfibusfcilicet, urinis, excretionibus,respiratione, tidgenusalijs morbiitidemnaturam, ) ideam; estquehac fecunda,fedpræftantiorindago; quetamen,ficum alia coniun gatur,maioremfidem affequitur. Simillimèergòmoruminda goduplexest . Aliaprocedit ex morumcaufisad eosinuesti gandos; aliaexeffectibus , &pofterioribusfignis, quediuifio quoquein latentium affectuum indagine locumhabebit . Se iunximus nos methodi partes; & primam, quæ estex mo rum caufis, inſeptemprioreslibrosdigefſſimus;fecundam , quæ Jeptemprio est exeffectibus, posterioribusqueſignis , inoctauum &no num, atinuestigationemlatentium affectuumdecimo , & rul timolibrocomplexifumus. Heceſtſummadiuifiooperis . A .Se : De coniect.cuiuſquemorib.&c.-: Subdiuiſioprimæpartis methodi, quæeftexcaufis . PRIOREM partemnuncfubdistinguamus. Cause mo ruminfuperioribusquoquelibris numerate,aliæfuntnatura Enumeran- les; Temperamentum,conformatiopartium,velpotiuscaufa, rum.: turcauſęmo exquahacpendet, clima,folum, aer, &venti,ſitus,ætates: aliæaduentitiæ, nobilitas, potentia, diuitia, fortune prosperi tas, contraria,instituta vite, ac Studia,utvita otiofa, &occupata, artes illiberales ,&liberales. Primo ergo loco cauſas eiufmodifingillatimdiſtinctas, qui moresfequantur,ex pofuimus; verbi gratia,temperamentocacimores (naturales ſcilicet)innituntur; eſtautemtemperametumcordis multiplex, utanteatradidi, &hicconfirmabo. Ipſumdistinguo,nedum fecundumactiuas qualitates ,caliditatem, &frigiditatem,sed frigiditater fecundum mollitiem etiam,& duritiem,necnon craffitiem, denfitatem, atquehiscontrarias: pretereafecundum magnitu dinem, &paruitatem: deinceps,quimoresfingulascrafes tum fimplices, tum complicatasfequantur, expono . Deconforma tionepartiumpariterin 1.hoclib.quiexreliquiscaufis natura libus mores oriantur,in 2.lib. declaro ; quifcilicet ex climati bus, ſolo, aere, ac ventis (proindeque omniumnationummo res defcribo) necnonetiam,quiex ætatibus. At aduentitia rumcaufarum moresin3. lib. explico; Nobilitatis,diuitiarum, potentie ,bone fortune, ) contrariarumconditionum:item artium illiberalium , & liberaliumfingillatim; venationis, exercitationis ludicræ armorú,mufice,faltatorie,Philoſofiein ſpectricis,Philoſofie actiue, Iurisprudētie,Rhetorica,acPoe tice,demum difciplina,feueducationispublica, ac priuata . Acopor LiberPrimus. 9 Acoportetdeinceps conferre totvariarum caufarumfequaces moresfimul,in unumquecomponere,quecomparatioduplex . Velenimomnescauſeadeofdemmoresconspirant; verbigra tiatemperamentum,atas,fortuna, Studium, educatioadmo remvenereum, velincontrarios mores diſtrahuntur. Prior collatiofacilis,feufacilèestex eamorumiudicium. Atfecun dacollatiodifficillima, tamententauiexhiberelancem,quacon traria caufarum momenta,&feorfumperpendi, &interseli braripoffentadmutuamfubductionem, utquipreualeantmo res, &quotoingradufupputaripoffit . Totamrem,&pra ximinquartumlibrumconieci. Quoniam veròtemperamen tum, cuimores naturales innituntur, &potiffimum cordis, la tet, estqueexapertis,acincorporeconfpicuis notiseruendum, instinctusitidemex conformationepartiumfingillatim defcri bendi,quePhiſognomiapræſtat; nositaque Phiſognomiamin treslibros,quintum,fextum,feptimum digeſſimus,cumbac distinctionein quinto libropofuimusfigna temperamentorum cordis, cerebri, &hepatispeculiaria ,propriaque exipfisſcili cet temperamentum confequentes moreseliciuntur. Infexto, &feptimo, confirmationem exteriorumpartium, ac moreseam confequentes primariodeclarauimus, interdumtamen,quodex apparente decentia, velaliter colliguntur,licet minus efficaci indagine, adiecimus. Infextoquidemlibro,quæpartesinstru mentarie,acexteriores moribus concupifcibilifacultatiinſiden 1 tibusfcaturiginempræstant,primolocoexponuntur,fignaque exillis morumeorumdem eliciuntur . Deindèadalias partes tranfitur, ad SIGNA queexillisprodeuntia, initioducto àcapite. Atquein reliqualibri parte caput, &facies,omnesque eius particule,acfignaexillispendentia pertractantur. Inſepti molibroomnesinframentumpartes,actusque,&noteexillis morum 10 Deconiect. cuiufquemorib.&c. morum defcribuntur. Incalcequerò librieiufdemcanonesPhi fiognomicosadmethodum naturæreuocamus,inpraximquedu cimus, necnonfubijciturpremonitio ,quodnequefemperactio fequiturmorem,qui cæterisinoblatohominepræftat. §. Tertius . Pars methodi,quæexpoſte rioribus ſignis . riori SECVNDAE modopartis, que expofterioribusfignis Signa mo- ducitur,constitutionemprefiguremus. Signa morumàposte romapofterioriinduplicifuntdifcrimine, aliaprimariafunt, aliafecunda mine. duplicidifcri ria, &annexa. Secundaria, ut abhis exordiamur,ſumun tur ex voce, ex motucorporis, exmotupartium,ex corporis quecultu. Atfignaprimaria exactione ipfa petuntur,tum fcilicetexteriore,tumexinteriore appetitusfentientis: atpre tereaelectio, quæpræfertim eft morisindicium . Verumtamen femperinactionediftinguere oportet , materiale , &formale. Materiale autem nonefficaciter moremfimilem actioni ipfi.de monstrat; hocque ex moralitrutina: atexlegali,ſecus ; exhac enim,quifuratur,fur exiftimabiturcertus,&manifestus. At tamen exterioripfafurandiactiofurem penes moralem Philo Sophum,furacemquemoremnonfignantindiciocerto. Dauid enimfame, extremaqueadedneceffitatecompulfus,panesſacros propofitionisabstulit, neque tamenfur, nequefacrilegusfuit. Oportet ergònonſiſtereindaginemin materialiactionis,fed ad formaleconniti. In octauo libro hecomnia explicantur;pri mofignafecundaria, &annexa uſque adoctauumcaput; in dèdefignisprimarijs uſquepertotumlibrum. Adcalcempra xis methodiCiceronis exemplum, exEpiſtolisad Atticumlon gaferiepetito, exponitur. Omnia veròin octauo librocircum- Scripta, LiberPrimus. II fcripta,fallacie, acfimulationis confideratione traduntur : at quoniamfallacia,fictiovéfrequentiſſima estinhomine,ideòde eaintotononolibroagitur; ubiprimodistinguitur multismo dis , interquecætera membra eaest, quepeculiari nomineob tentus,pretextusvédicitur. Secundopoftealocoquotmodisde tegipoffit, velfaltemtentandumfitdetegere in reliqua parte libri diferitur . Sunt autem undecim capitamethodi,quead retegendamfallaciam conducit, experſona,queagit, exea, qua cumagitur. Duo hecfunt. Atsexalia pendent exmodis, quibusadducipoteſtfimulator , dißimulatorvé ad veritatem aperiendam. Interdum veròisallicitur, interdumimpellitur. Triaaliafunt ex velamentoipſofictionis, acfallacia; cumfci licet perlucet ipfumperfe, cumexprodeunte affectudifrumpi tur; cumexfuperuenienteſcinditur, acdisijcitur. Itametho dus morumindagandarum,atque vtraque eiuspars abſolui tur. Restatindago affectuumlatitantium . §.Quartus. Indagolatitantiumaffectuum. POSTREMAparseftmethodusdetegendi latitantesaf fectus; interdumenimquispremitamorem,odium,iram,dolo rem,voluptatemvé,aut affectumaliumquempiam. ItaAn tiochus premebatamoremerga Stratonicam. Methodusaffe Etuumeiufmodidetegendorumpoftremoloco, &librotraditur, fcilicetdecimo,in quoprimumfingulorum affectuumfignade Scribunturfeorfum:fecundoloco canonesprecedentis methodi adhancindaginem contrabuntur: tertio,utex caufis affectus ipfielici,ac eruipoffint, ratiotraditur, que methodusinſupple mentumeius,queexfignisest, cedit. Poftremòmethodus,ac indagototainpraximexemplo Tiberijex Tacito adducitur, nec non 1 Deconiect. cuiuſquemorib.&c. 12 nonexemplo Porfenaex Liuio:quibus exemplis ,acpraxibus fubijciunturea,quibus Galenusrefertſedepræhendißemulier culamamorecorreptam,&progreffus eiusinexamereuocatur. Repetuntur, quaanteademorumextemperamento 1 : dictafunt, &aliqualatiusaliquanto con firmantur.  PRO Similitudo inter mores, & affectus . RIMO itaquelocode temperamentisagendumeft;dispi ciendumest,quimores quod temperamentumfequantur. Idemanteainlibriscommunibusdeaffectibusexpofuimus,tum departiumfolidarum temperamento agendo, tumdetempera mentohumorum,tumdetemperamentoſpirituum . Quorum illis, quæ deſpiritibus, noneftquicquamnunc adijciendum: il lis, quæ dehumoribusparum quid; atijs, quedepartibusfoli dis, distinctio amplior eft neceffario adiungenda,quaminſe cundapartepollicitiſumus:antequam veròeamtradamus,ani maduertendumest inlibrisde affectibusin communi, inqui busdetemperamentisfanguinis, &fpirituum egimus, deque confequentibus moribus, nosquidemcaufas affectuum,nonmo rumpræcipuè quafiuiſſe, attamen obnexumrerumfermonern tum quoqueadmores delapſum; etenim nihilaliudest mos, quàm velpropenfioadaliquemaffectum,qui moseft natura lis, veldispositioadaffectumaliquem aßuetudine contracta, quiestmos moralis, & acquifitus . Hoc veròfubiunxi, ne cummodo de moribus, tuncdeaffectibus argumentumfuerit, alieno exlocoeorum, quenunc tractantur, causapeticredere tur. Reftat,utquodanteàfumpfi, unicaque ratione stri  Etim ! LiberPrimus. ! 13 Etimprobaui ,latiusdemonſtrem, &confirmem,fcilicetexſolo cordistemperamentoperſe, & primo mores naturalesprocede re,exeiuſque varietate variari; naturales, inquam, quoniam demorali, &acquiſito moreeafemperestretinendalibertatis nostrahypoteſis,quamfupra,nedumattestatifumus, fedetiam demonstravimus. Soliuscordistemperamentumadmo res per ſe, ac primoſpectare. SOLIVS ergo cordis temperamentumadmores verè, ac persespectareprobatum anteàfuit, eoquod corestsubiectum affectuum,&propenfionum, ac difpofitionum ad effectus, in Strumentumqueprimum. Rationemnuncexplico,ac dilato. Primoautemrepetendumestexfuperioribustemperamentum cordis, quodnunc dicitureffefecundum partes eiusfolidas,ac Spirituscomplantatos,namfecundumeiusmodipartes,acfpiri tus erat corfubiectum, acprimumſenſiterium,instrumentum que appetitusfentientis,functio autemquæque animalisnon Functiocor perturbatur , nec permutatur ob corporis alterationem, nifi poris quo- exvariationeſuimetinſtrumentiperſe ,ac primo ,quodindu- betur. Etionepatet. Nonalteraturſenſus viſus obalterationemcor poris, eiusquetemperamentiperſe, &primo, nifi extempera mento oculi mutato , velquoquomodoſenſorioipſo viſusalte rato,necſenſusauditus,nifiexauditorij, ſenſitorijque permuta tione, idedegustu, odoratu, tactuquedixeris; nonperturbatur autemoperatio alicuiusfenfus ex alterius partis , corporisque Senſorijperturbatione, niſiobconfenfum, &fecundario, quate nusnempèexlaſione eiufmodipartis confenfuquopiamſenſo riumipfum vitiatur,aut laditur. Pariter ergo mores, م ن pr ptur o Deconiect. cuiufquemorib.&c. 12 nonexemplo Porſena ex Liuio:quibus exemplis , acpraxibus fubijciunturea, quibus Galenus refertſedeprahendißemulier culamamore correptam,&progreffuseiusinexamereuocatur. Repetuntur, quaanteademorumextemperamento dictafunt, &aliqualatius aliquanto con : firmantur. Similitudointermores,&affectus .  PRIMO itaquelocodetemperamentisagendumeft;dispi ciendumest,quimores quod temperamentumfequantur. Idem anteainlibriscommunibusdeaffectibusexpofuimus,tum departiumfolidarum temperamento agendo, tumde tempera mentobumorum,tumdetemperamento ſpirituum . Quorum illis, quæ deſpiritibus,noneftquicquamnuncadijciendum : il lis,que dehumoribusparum quid; at ijs, quadepartib dis, distinctio amplior eft neceffario adiungenda,quam infe cundapartepollicitifumus:antequàm veròeamtradamus, animaduertendumest inlibrisde affectibusin communi, inqui busdetemperamentisſanguinis,&fpirituum egimus, deque confequentibusmoribus, nosquidemcaufas affectuum,nonmo rumpræcipuè queſiniſſe,attamen obnexumrerumfermonem tum quoque ad mores delapſum; etenim nihilaliudest mos, quàm velpropenfioadaliquemaffectum,qui mosest natura lis, veldispofitioadaffectum aliquem aßuetudinecontracta, qui est mos moralis, & acquifitus . Hoc veròfubiunxi, ne cummododemoribus, tuncdeaffectibus argumentumfuerit, alienoex locoeorum, quenunc tractantur,cauſapeticredere tur. Reftat,utquodanteàfumpfi, unicaque ratione stri Etim LiberPrimus. 13 Etimprobaui,latiusdemonſtrem, &confirmem,fcilicetexfolo cordistemperamentoperſe, & primo mores naturalesprocede re,exeiuſque varietate variari; naturales, inquam,quoniam demorali,&acquiſito moreeafemperestretinendalibertatis nostrahypoteſis,quamfupra,nedumattestatifumus , fedetiam demonstravimus. Solius cordistemperamentumadmo res per ſe, ac primoſpectare. SOLIVS ergo cordis temperamentumadmores verè,ac perse spectareprobatum anteàfuit, eoquod corestsubiectum affectuum,&propenfionum, acdiſpoſitionum adeffectus, in Strumentumqueprimum. Rationemnuncexplico,ac dilato . Primoautemrepetendumestexfuperioribustemperamentum cordis, quodnunc dicitureffefecundum partes eiusfolidas, ac Spirituscomplantatos,namfecundumeiufmodipartes,acfpiri tus erat corfubiectum, acprimumſenſiterium,instrumentum que appetitusfentientis,functio autem quæque animalisnon Functiocor perturbatur , nec permutatur ob corporis alterationem, nifi poris quo- exvariationeſuimetinſtrumentiperſe , ac primo ,quodindu- betur . Etionepatet . Nonalteraturſenſus viſus obalterationemcor poris, eiusquetemperamentiperfe, &primo, nifi extempera mento oculi mutato , velquoquomodoſenſorioipſo viſusalte rato, necfenfusauditus, nifiex auditorij , fenfitorijquepermuta tione, idedegustu,odoratu, tactuquedixeris; nonperturbatur autemoperatio alicuiusfenfus ex alteriuspartis, corporisque Senſorijperturbatione, nifiob confenfum,&fecundario,quate nusnempèexlafione eiufmodipartis confenfu quopiamſenſo rium ipfum vitiatur,aut laditur. Pariter ergo mores, pro ptur 14 Deconiect.cuiufquemorib.&c. propenfionesnon variantobalterationem corporis,nifiobalte rationemcordisprimo, etperſe,exaccidentitamen, fecunda rioque etiamaliarumpartium temperamentummorum varie tatemfacit,utadcordis alterationempertingit, exempligra tia,thoraxcarnofus adaudaciaminclinat,quatenus caroenus lo ci calorefuo calorem cordis obauget. Atfi nibilindetempera mentumcordispermutaretur , alterareturque, nullam quoque morumdifferentiamfaceret. Variarumartuumtemperamentumſepè nonſpectareadmores. L Expoſitofundamento, &exillis, queanteaquoquedixi mus,fit,uttemperamentum artuum(deinfito loquor,quod confpicuum eft)ad moresnonſpectet,utplurimum; etenim ne queadcordis temperamentumpertingit,utplurimum,cum ne queilliplerumquerefpondeat, &aßimiletur,nequeenimtem peramentorefpondetinfluenti, quodexcordeprafertimemanat. Probauimusexemplo ,feùexpofitioneAntonij , t) Dolobella, Nortmanus Rogerius nucconfirmoidemex Rogerio Nortmanorūs Apuliędomino, ex Alphonius AlphonsoAragonioRegeNeapolitano, &Carolo Emanuelenüc Carolus E Aragonius , Subaudia Duce, quidiſparislīgècorporature,permultutamen manuelfimi funtfimiles, omnesenim acutoingenio, benignoque, &fortes, lesmoribus, &bellicofi illifuerunt, &bic eft. AttamenRogeriusfuital corporatura to, &craffo corpore,Alphonsus Statura mediocri,Carolus Ema nuelestinfra mediocritatem ,&gibbofitate nonnibillaborat. Artusergofuo infitotemperamentononpertinguntfuaptena tura, ac reflexu adcor uſque. Quomodotamenexillismorum indiciumfumatura Phiſiognomis,ſumiquepoffit;fumi autem àconformationepotius, quamàtemperamento,intelligemusin fracapitulofeptimo, quidquidfitconformatiofimul,inparte . Phisiognomica, ſcilicet libro quinto, & fextohuiusquartapar tistradam uberius. Quæpartesſuo temperamentocordis temperamentumexconſenſuafficiant .- VT autemartusnonfuaptènaturaadcordis usque tempe ramentumpertingunt, ita vifcera, cerebrum præfertim, t ) heparillucusqueinfluunt,refluuntové,heparquidem, utfan guinemſuotemperamento frigidum, calidum végignit,quipo ſteainfluensincor,ipſum afficit, & materiam quoque spiri tuumgenerandorumfrigidioremiusto , autcalidioremfuppedi tat,undespirituspariterfrigidiores, calidioresvéfatticordis aut incendunt calorem, autrefrangunt . Coles, coleique ma- Quæ partes gnumcumcordeconfenfumobtinent, utAristotelesfateturde corporisha magnú Part.animal. texperientiaipſadocet. Exectienim cumcorde bomines valdèeffeminantur &voce,&ore, plerunque confenfum. animo, ac moribus. VndèNarſetis virtuseòadmirabiliorfuit, C quoeratEunuchus. Varia cordis temperamenta, &differentia. Incordeconfideranturprimæ, &fe A cundæqualitates,&figura. TEMPERAMENTA variacordis, wariamqueeiusconfti tutionemdiftinguamus, quiquemores fingillatim eamfe quantur varietatem, declaremus. Verum remanteaindica uimus 1 16 Deconiect.cuiufquemorib.&c. uimuslibrofecundo deaffectibus: idinpræfentiafolùmexigi tur, utplaniusſeparemus,quetumconiunximus,atquecon fudimus. In corde ergo confiderareprimò poffumus qualitates primas, prefertim actiuas , caliditatem , & frigiditatem: he auteminduplicifunt difcrimine; aliæenimex quatuorelemen torumcommixtioneprodeunt,quafcilicetſubſtantia cordisest mixtumquodpiam ; aliæeiufmodimixtoſuperueniunt,utiam constituiturcorpus, acprincipium animale,estquecalor inna tus, quidicitur; præcipuumque, ac primarium instrumentum eft. anime,fecundoloco confiderande occurrunt qualitatesfecun dadenfitas raritas,durities, mollities, craffities, tenuitas; ter tiolocofigura, acmagnitudo,paruitasques beenimfingulędif ferentia, ac complicate differentias varias morumfaciunt. Galenustamenfolùmprimas qualitatespropofuit, ac confi. derauit. Corſempercalidum,licetaliquando frigidum vocetur. CORDIS fubstantiaestcaroduraexmultiplicibusfibris conflata, mufculisquidem perſimilis,atdifferens tamenperſpi cuis differentijs . Ita Galen. deVfupartium. Eft quidemdifferentiafibrarum,quamibiprofequitur, atestetiam differentia carnis; minusfiquidem rubra videtur,quamcaro musculorum . Caroitaque,cumfitſubstantiacordis,erittem peramentiperfeipfamcalidi. Caroenimſuapte naturacalida, utafſferit Galenuslib.1. deTemp.cap. ult. Caro,inquit, multi fanguinis,&calida. Hacitaquerationecor femper est calidum, calidiuscere Corfemper undeGalenusin Arte Medic. dicitcor, vtcunquefueritna bro. turafrigidiffimum, calidioremtamenſempertemperaturamha bere LiberPrimus. 17 bere calidiſſimocerebro , nempècum cor,nuncfrigidum, nunc calidumdicitur, nonfimpliciterid intelligamus ,fedcollatum cumseipso,atquein generecordis; eo modoenimcoreft,hocfri gidum,illudcalidum, ſcilicet minus,magisvécalidum, quam feratnaturacordis . Quorumitaquetemperamentum vniuer ſum,adeoqueetiammaſſaſanguineaabinitioconceptus eftfan guineum,autbiliofumcordis,in illismixtio,accrafiseritcali dior; namfanguis, autbilisexcelletin mixtione. Quod,fime lancholicum, autpituitofumtemperamentumfueritcordis,tum crafisfrigidior; etenimfucciillifrigidi mixtioneminfuaspar tesproportionetrabent . Sitergo hacprimaexmixtionecordis caliditas,cumfubstantia cordis exmaſſaconcreuerit,inquafan guis, autbilispræstiterit. Contra verò, cum excefferintpitui ta, & melancholia, itempro humoreeorumdem dominio, aut ficcum,authumidumcorerit. Secundacaliditas estinnata priorifcilicetmixtioniſuperinducta,quemaior, minorové eſſe potest:fiplurima,corcalidumdicitur,fi mediocriscortempera tum,fiinframediocritatem,frigidum vocatur. Haccaliditas innata, cumintemperamentumexmixtione calidumincidit , magisintenditur, præfertimfificcumquoquefuerit; cuminfri gidum,remittitur. Quide cordis temperamentodifputantnon nulli, ut Andreas Laurentiuslib.9. Anotom.cap. 13. non di Stinguentes temperamentumcordis,quàmixtumest,atempe ramentocordis,queparsanimalis,imòprincipiumanimaleest, omniaconfundunt. De qualitatibus spiritus complantati. SECVNDAS cordisqualitatesiamenumerauimus, adij qualita ciamus folumqualitates refpectu spirituscomplantati; cum B enim : Deconiect.cuiufquemorib.&c. fpiritus . enimcalorinnatusfit velilleipſeſpiritus, velarctißimèiun Differentiæ gantur, differentiafpiritusfunt differentijspartisfolidæfub texenda. Spiritusergo veleftperfpicuus, velopacus,denfus, velrarus,clarus, aut obfcurus, purus,autimpurus. §. Quartus.De figura, &magnitudine,paruita teque cordis. FIGVRA cordisconicaeft,rationemAnathomiciafferre nituntur , quamtamennon videtur mihi pænitus aßequutus Galenus. Verumdiſcußioreinonpertinetadhunclocum.Fa Etumtamenadcontinendum caloremnatiuum,nèexpiret , cre dis conica. dereoportet, unde &coni vertexdenfißimusest, velutietia Figura cor. oportuit, cumcraffities cordisin arctioremfitumcontrabatur. Eftetiameafiguraexpeditioradmotum , quotolliturcor, F fubindeconcidit; minusenimlaboratparsattollens, cumminus inest ponderis partifublata,itaetiam venticulorum cauitas cogitur, queangustiaadmaioremcordis caliditatem pertinet; Paruocordi idemenim calor,ut dicitAristoteles, magiscalefacit minorem , caliditas. maiorineft quam maioremlocum, ) beceadem ratio (utadmagnitudi nemcordis, &paruitatemtranfeamus)facit,ut cormaius frigidiusfit, &corminuscalidius, utexAriftotele antea retulimus, ubietiampauidioraeffeani Quæ auda ciora&quę timidiora fint anima lia . malia,queexcordemagno, audaciora queexcordeparuo conſtant, vidi mus. Hisita distinctis,iam fingillatim,quimoresſe quantur,fubij ciamus. Qui moresfequanturvariascordis differentias. DictaGaleni. : Отnumeratisincordedifferentijs,nuc moresexillispen dentes confideremus . Galenusfolumcaliditatem,frigidi tatem, humiditatem, &ficcitatemcomplexus, mores,easfin gulas, complicatas complectentes, profequutus eft in bunc modum. Sicorcalidumingenerecordisfit,audaciaconfequitur, ſequaturva cipitatio,&furibundatemeritas adfunt. Quibus corfrigidum peramenta Qui mores actuoſitas; quodfimultùmcaliditateexcefferit corsirepre riacordiste est,funttimidinatura, &fine audacia, /ſegnes. Corficcius habetiram, nonpromptamquidem,fedferam,&quænonfa cilèfedariqueat. Corhumidum procliues adiramfacit, fedqui facilèſedantur.Hæcdefimplicibusqualitatibuscordis,decom plicatis autem hæcfubiungit. Quibus corcalidum,&ficcum est, illifuntfcilicet actuoſi,promptiadagendum, iracundi, ce leres,impudentes, & morumtyrrannicorum; etenimfuntin irampræcipites, necfacilèplacantur. Quibuscor calidum, & humidum,nonfuntilliferi,fediniramtantùmprocliues. Quibusautemcorfrigidum, & humidum, non funtilli audaces , fedtimidi, &ſegnes. Qui bus corfrigidum, & ficcum, minimè illi apti, ac promptiadiram; atfi fuerint coacti, iram reti nent , & fer uant. B 2 1 §. Se exGaleno. i : 20 Deconiect. cuiuſquemorib.&c. §. Secundus. Quiddeeademrequidamexrecen tioribus dicat. QUIDAM exrecetioribusita diftinguit;ficordistempe ramentüfueritcalidum,infactisestaudax,in verbisafper, in dando tenax, obstinatus , ſuperbus,iracundus,luxuriofus: fi frigidum,homoest quafipigerinfactis, in verbis nonbenè placidus,leuiterpauidus,raròluxuriatur,niſiſitperaccidens : Hæceftopi-ficorhumidum,est multumtimidus,pauidus, hebes, nio cuiufda Michaelis Scoti. debi lisinlaborando:ficorficcum, &calidumfuerit, citò mouetur adiram, iracundus manet,&obstinatus:fifuerithumidum, frigidum,nonfacilèirafcitur, &citòiramremittit. §. Tertius . Cor eſſeſiccum,ſiſiccitatem ſpecte mus, quæeſtprima qualitas , ateſſepoſſe humidum ratione humiditatisalicuius ,quæfit ſecundaquali tas, qualis eſt mollitics . PLACET mihicumAriftotelepluresattenderecordisdif ferentias, acdifcriminapluraexquatuorprimarumqualitatum ualetincor complicatione, ut anteafecide affect. in comm. Verumnon totamibiremfumprofequutus,nuncitaquepleniuspertracte Humiditas mus. Idautemprecedat,intemperatura cordisnonpoffèhu nunquapre miditatem unquampræualere,dicohumiditatem,quæeftpri de. maqualitas , etenimdefinitur humidum eiufmodi,quodfacilè alienoterminoterminatur,difficilefuo : at veròcor,utcorpus compactum, &terminatum,fuamubique figuram retinet , proindequeficcumearatione eft,fecundumtamenhumidi spe cies,ideftfecundasqualitates,quæ adhumiditatemrediguntur, fecundum LiberPrimus. 21 Secundumquafdamhumidumquidemestſempercor,ſecundum alias veròestmodòficcum, modò humidum. Udumefthumi dispecies, &corest udumfuaptenaturaob influentemſan guinem . At estdifferentia aliaduri , &mollis,quorumillud estficci , hochumidi exAriftot. corautem durumquidem ,ſi cumalijscarneispartibus conferatur, estattamenaliuddurius, aliud mollius,utingenerecordis. Quodergocoreft mollius,ea rationeesthumidum,quoddurius,ficcumeft, &hancprefer timficcitatem, & humiditatemforſanrespexitGalenus,quas Ariftoteles aptißimèproprijs nominibus duritiem, &molli tiem pro communibus vocauit , quam ego appellationem fequar . §.Quartus. Qui moresſequanturcaliditatem cordis. COR calidum,dumcaloremipſumperſeconfideramus,ab ftrahendoaqualitatibuspaßiuis , mollitie, acduritie , importat intentionemcupiditatis, ac vehementiam, utexillis, que de amoreantea, &cupiditatediximus, conftat . Cupiditas verò cumferaturinbonum, feuinid,quodcupiens, bonumreputat, pro varietateiudicijin varia etiamobiectafertur. Undè tem peramentumhuiufmodicordisnon determinat animaladhoc , illudvédefiderium,fedaddefiderium vehemenstantùm,obie Etafanènaturalia,quippè,quebonainstinctuipſonaturæiudi cantur,defideranturſemperab huiufmodihominibusplus, mi nusvé,tamenproinstrumentorumadeapertinentiumſtructu ra,& aptitudine maiore,minorevé;nempèſiinſtrumenta ge nerationis vehementerfintineamconcitata, calorcordis ve hementiam tùm cupiditatis venereafouet. Si delicatusſen fusfit instrumentum comeftionis, eiusparitercupiditatis ve B 3 hemen Deconiect. cuiufquemorib.&c. 22 hementiamincitabit, atfipro confuetudine, &locidifciplinain honoresincumbantcommuniterhomines, calorcordisambitio nem promouebit, reddetque vehementem: fiindiuitiasferat difciplina Ciuitatis, ut Ianue nunc, & Florentia,tùm vebe menterinearumacquifitionem inſudabit,acresquevias & mo dostentabit, non æquètamenillisparcet,utfrigidumdeinceps temperamentumfolet. Concludamusitaquecalorcordis vehe mentiamcupiditatuminducit, adhuiustamen,illiusvécupidi tatis vehementiam,aliundèdeterminatur. Secundolocoindu cit calorcordisaudaciam, nonquidemperſeprimò, fedquatenus operando,ſenſoriumipſumintendit. Intenſione veròcordisto } nus, actenoranimi, qui spes eft,&audacia, utanteadeclara uimus, confiftit . Quodfitantaeſſet mollitudo cordis , utca lor tenfionemnullam eius operaripoßet,nonetiam adduceret audaciam . Vtrumautemtantaeffèpoßitmollitudocordis,nec né, nondisputo,atſi eſſetnulla,inductamiriàcaloreaudaciam affero. Patet veròexnaturaaudaciæ, quæesttenfioanimi, ac tenor,nempètenſio, queest coniunctiſcilicetfenfiterij, utani mam unàcumparte corporeacontinet . At qui fieri potest, utfittenfio abſquetenfione? Qui mores ſequanturcordis caliditatem cumduritie . Cor veròcalidum, t)durumcupiditates habet vehe mentes ratione caliditatis ipfiusperſe, &rationepreterea, qua induriore eacordisſubſtantiamagiscogitur, adeoqueintendi tur . Habetquoque permanentescupiditates rationeduritiei, nempècalorineaimpenfiusfuumretinet gradum, &intenſio nem, Minushiceftinblandas, acemollentium voluptatum cupiditates propenfus,attamenfiquis huiufmodicrafis amore cuiuspiamincendatur, diutius, &firmiusamoremferuat; non iseniminfuſumamorempropendit, vagum,fedin vnicӣ, )constantem. Noniniuriaitaque Fabulatores,& Poetano ftrifuisHeroibus, ) erroribus unicum uniusfemine,acHe roine amoremtribuere, ut Amadiſio Oriana,Rotolando,An gelice,uthos ex multisfolosmemorem. Ateademcrafisha betinfupertenorem, actonumanimi infractum; namdurities ipsaperſetonus , actenorquidamest,undè vixinhisanimus collabitur maximis,& urgentibuspericulis.Talem animiha bitumrepræfentatinVlyffè Homerus,dumbærensilleficui,ex pectauit,quousque charybdis rurfus vomeret absorptam nauim Perpetuo-autem herebam,doneceuomuitcontra Malum,&carinamiterum Ira eidem viro &prompta,&pertinaxadest, quamireduri tiem, &pertinaciamobijcitpenes Homerum Hector Achillis Certeenimtibiferreusintus animus . Huiccrafiimmites moresaccommodantur, &obftinatio. H.Sextus . Qui moresſequanturcrafimeandem ca lidi cordis , & duri , accedentevarietateſequentium qualitatum . QVOD,fihuictemperamento calidicordis,& duri ac cefferit denfitas cordis, craffitiesque , & porofitas, tuminex tremo exceſſuſunt mores , quosillitribuimus. Denfitas enim accedensduritiei magiscohibet, &continet calorem,ne difflet, quamduritiesſola; fiquidemduraeßepoffuntporosa,utmul ta ligna. Licet verò in animalibecrenonæquefeiungantur, B 4 fuapte Poetæ cur tribuatHe roibus vni cum amo rem. 24 Deconiect.cuiufquemorib.&c. Suaptetamennaturapoffuntfeiungi: &articulatio ea cordis,  cuiusmeminitAristot. Videtur adraritatempertinere, &po de partibus rofitatemincommiſſuris ipfis, quæ representantur . Verba funt Philofophi; Sane articulatiora corda, quæ ſenſu meliusvalent,inarticulatiora eorum,queſenſuhebe tiori, vtfuum . Rurfusdenfumcor,acdurumpotesteffe craßum, &tenueinparietibus,tumambiente,tum mediaſtino cordis . Craffitiestamenadtenoremfacit;feipfumenim magis fustinebit, quodcraffumest,acdurumingenerecarnis,quam , quoddurumest, &fubtile. Faciliushocinterdumcollabitur , etiamfidenfumfuerit . Plus etiamcalorisinamplioremole , qualiscraffa eft,quamin minore,qualisesttenuis,dispergetur, acradicabitur . Acce Acceditpoftremò remoparuitas cordis,fcilicetpro portioneanimalis,queparuitasin cauitate ventriculorum cor dis attenditur. Cumenim conceptaculum eiusmodieſt magnum, calorcordis minuitur, eò quodinmagno, & paruodomicilio, utdicitAriftot. tantundemignisnonæquecalefacit,ſed minus inmagno. Inquoergohomineomneseiufdemconditionesagge rantur,is eft audacißimus,irefera, cupiditatumquoque exar dentium: fuaptetarmennatura mollium voluptatumhaudfe Etator vehemens. Dico non vehementemſectatorem, nam aliquatenusſectari est natura : & efferatißima animantes in Veneremfatis temporibusferuntur. Incommiferationisaffe Etumnonadmodumprocliuis: atpronusinferitatem, fi fpiri tuscomplantatiturbulentia,acimpuritasaccefferit, dequa po Stea. Quod,ficum calore,acduritieiungaturraritas, acfubti litasparietumcordis, acamplitudoconceptaculorum, remitten turcumcordis calore, ac tenoris perfeuerantiaproportionequo que vehementiacupiditatis, & audacia. Cumveromnia cumcalore, &duritie confpirant,fittandem eorumcrafis,qui cor 25 corhirfutumhabent, ut Simonille Bononienfis,dequoantea Simon Bo LiberPrimus. &AriftomenesMeſſeniusexPliniolib.11.hift.cap.37. §. Septimus. Qui moresſequanturcorcalidum, &molle. Cor calidum, &molleſequunturcupiditatesblande,ac venerceprefertim; mollisenimeſt Venus , &mollem exigit animum. Aptè Tibullusadamantem amicam. Nontuafuntduro precordia ferro, Vinctanecintenero stattibicordefilex. Veneriomnes aptum, accommodatumquetemperamentum diuinanteffe calidum,& humidum: ratio veròetiaminprom ptuest, eaquenon una. Primaautemeft,quodcupiditasve nereaillipræfertim inſidet, qui maximè factusestad volupta temeandempercipiendam : atvoluptasea refoluensanimum, potiffimumpercipiturabhabentibus cormolle, etenim eiufmodi corpræfertim, & maximèreſoluitur,dilataturquecötraquam cordurum . Procorellario veròexeaipfarationefit, utcupi ditates quoquecupedioſa eidemtemperamento quadrent, nam temperamětumidipſummaximè perciperenatum voluptatem eandemobrationemeandem. Secundaratio eft,quoniamſper macalidumest, & humidum, adeiusitaquegenerationeval dèconducet temperamentumfimileinprincipio. Qui veròco piofifuntſpermatis, in Venerem etiamprocliuesfuntperſe, impetunature ; ex accidenti enimaliatemperamēta eadempro penfioneferripoffe, ) ante vidimus, &posteadicemus. Hocidem temperamentum incurarumomniumabiectionem propensos redditeumenim curaintenfionemſentiterij exigat, mollities cordis intenfioninonipfaperſeaccommodatur; cum tamen noniéfisha buitcorhir futum . 26 Deconiect.cuiufquemorib.&c. tamennonfuerittanta mollitudo ex calorecoacta, quitefionem gignerepoteft,utdiximus: potesttumhoctemperamentumco ſequi actuoſitas, in occafionibusfaltem alicuius momenti.Affe Etuscommiferationiseidemtemperamentocongruitobmollitië, utlaxaturin commiferationeanimus , atque emollitur uſque inlacrymas. Effeverò moreshuiustemperamenti,qualesdefcri pfimus, fuadetfimilitudo ætatisadolefcentia . Cumenimfitil la calida,&humida,licetnon æquehumida,acpueritia, ineof demmores propendit, ut poftea intelligemuscumdeætatibus agemus. Imberbis iuuenis tandem custode remoto Gaudetequis, canibusque, &apricigraminecampi: i Careusin vitiumflecti, monitoribusafper: Vtiliumtardusprouiſor,prodigus aeris , Sublimis, cupidusque, & amatarelinquerepernix. Lib. 3.Eth. Aristotelesprætereaillud deiuueneex Homerofufcipit; appe cap.11. tereipfumflorensque cubile, & valdeconcupifceretribuit, ſed &protinusquiefcere; habereenimacutascupiditates,atnong consistentes, 2.Rhet. cap. deiuuenib. Verumde moribus iuue numinfra,cumdeatatibusagetur. Eiufdemtemperamentimores acce dentibus alijs qualitatibus cordis, &magnitudine, acparuitate eiufdem . Cvm acceditautemtemperamento eidem cordis raritas , t) tenuitas , atque magnitudo,ideft laxitas ventriculorum cordis, tumpropenfioin curarumabiectionemcrefcit admodum; namraritas , & tenuitas, &amplitudocummollitie ineptius adhuccor adintenfionemreddunt. Contracraffitudo, & densitas, &paruitasintenſionideferuiunt. Pariteritaqueveliqui cordis mollis moresaut crefcunt, aut minuuntur; exquibuspa tet dictumGalenieſſedistinguendum , ) declarandum, dum fimpliciterdicit calorem cordis reddereactuosos; nempefifor maliterloquamur,caloripſeperſeadagendum disponit : atſi, quodreipsa accidit, & uſu venit, ſpectemus; calorcum mol litiecordis iunctus adotiofam, voluptariamque vitamducit, nonadactuofam. Annectunturſuperioriconſiderationi temperamentorumcalidorum cordis differentięſpi ritus complantati . SVBIICIO demum hic calidistemperamentisquas diffe rentias morum obtrudantdifferentia spirituscomplantati,non quidemcaliditatis, &frigiditatis ; etenimcalor innatus cordis iam confideratusidemestcumcalore spiritushuius, veleftidë met fpiritus : atdifferentiehicconfiderandefuntclaritas , ob ,puritas,impuritas,turbulentia,nitiditas,craffities,te nuitas . Spiritus obfcurus ,&impurus, ſpeciesrerum conce ptarum,præfertimintentiones,quas vocantnonſenſatas, de tortas , & vitiataspercipit, undeſubinimicitia , &contra rietatisrepresentatione potius,quamcontra percipit: clarus , &purus,utamicus,et gratus,undehicad amorem ,& charitatemcommunemhominumdiſponitur; illeadodium:que inodiumpropenfio , fi cordi calido, &duro iungaturProcu ſtis, & Scinis inditferitatem,præfertimficraffus spiritusfue rit; craffus enim fpiritus diuretinet ſpecieminfixam, attenuis breui. Quocirca,ficraßities cumduro, & calidotemperamen to nectatur, & cumobfcuritate,acimpuritate spirituum,adfe ritatem  Deconiect. cuiufquemorib.&c. ritatemfummamdifponit. Redditur hicquoque adrerücogni tionemparumaptus. Contraſpiritusclarus, &nitidusadco gnitionemparatanimum, & rerumhonestarum, &pulchra rumpræfertim; undeinſtinctusquoqueadhonores,acdignita tes eſtſedes: quiinſtinctus,ficum calore, duritie cordisiun gatur, nonfacilèparëadmittit, &adtyrannidemadspirat: ac Superbiæomninòestfundamentum. Tarquinius Superbus(ita credo) eiufmodi erattemperamenti, & uxoreiusTullia,que velper cadauerpatrisadregnumtetendit. Cumcordecalido, mollifpirituum claritas,&nitiditas, actenuitasfacitquide ingenium perspicax, &celer: at intenſionisexigue; ideòque nonaptumad curas , &adnegotia. Quod, fispiritusfuerit crafſus , ob tenaciorem impreſſionem rerum cogiturhomo eas diutius intendere ; &hincquoquefitpræalijscaufis, ut ve restintRei Qui aptio- rumfitilludThucid.lib.3. Hebetiores , quamacutiores , Publ.admi- vt plurimum melius Rempublicam adminiftrant; niſtrandæ. Niceta. namhebetesexcraffitie spirituum,acutiextenuitatefunt. Eademclaritas, &nitiditas spiritus cum calore , & molli tie cordis adliberalitatem inclinat;cumcharitate enim, ) com miferationeeaiungitur : at cum calore, duritiecordisadma gnificentiampotius; eminentia enimquærit. In temperamen to molli maior est propenfio ad iuftitiamſui ipfiuserga alios , quaminduro : atinduro propenfiocontramaioreft adfeuerio remcustodiamiuftitiæ aliorum erga alios,adcoercenda ſcilicet aliorumcrimina. Andronicus, quifuitiniu ſtiſſimus vfurpator,acpredatorpotiusimperij vitaque nepotis , tamen continebat miruminmodumfubiectos , &ministros in officio . §. De LiberPrimus. 29 §. Decimus . Detemperamentocordisfrigido . FRIGIDITAS cordis,contraquamcaliditasipfaperſe refrangit cupiditates, licet ex accidentiaugeat obſenſumegeſta tis,quemindit. Hanc obcauſamſenescupidifuntdiuitiarum, t)auaritiamaugetſenectus,quoniamlapſumviriumidætatis magispercipit : cupiditates præterea,queextimore pendent, intendunturafrigiditate,quippeque timoremauget. Itemque cupiditatesfuntin medelam interioris morſus,qualem melan choliciexperiuntur, ſuſcipiuntexfrigiditateincrementum. Ea rummeminitcupiditatumAristot. 7. Ethic. cap. ult.in melan cholicisque reponit . Ceterumcupiditasipfaperſe,&ratione Lib.r.deA fuimotuscumcaliditate nectitur, utanteadictumfuit. Qua more c. 15. dranthæcillis, qua Ariftotel. deetatibusdicit,iuuenesfcilicet 2.Rhetor. valdeconcupifcere , licet nonconstanter: atſenescontraneque valde amare, neque valdeodiſſe, auarostameneffe, &vite cupidos,inextremispotiffimüdiebus,quiacupiditas eftrei, que abeft, & cuius reiindigentesfunt,eampotiffimumconcupifcut. Ita ibi Philofophus.Ethæcdecupiditate: attimorem, actimi ditatem afrigiditatependerenemoeft,quineget. Facit timor degenerem; undeinliuorem quoquepropenfum; exijs, que anteade liuoreinuidiaquediximus. §. Vndecimus. De temperamento frigido com plicato cum alijsdifferentijs . SI corfueritfrigidum, ) molle,tùmintenditurtimidi tas ; etenim ob mollitudinemfacile corflacefcit, & concidit; maximè verò cum accedit ventriculorum laxitas ; augetur enim 30 Deconiect.cuiufquemorib.&c. enim earationefrigiditas,&remiffio, atque laxatiocordis, in quatimorisconsistit motus. In commiferationem eademtem peries vaidepropendit, cum in miferationemducat alienemi feriæfacilisfenfus, cumfibieam acciderepoffecredat,utAri ftotel. docet 2. Rhet. quifenfus cordismollitiei,&quæopinio frigiditaticongruit . Laxaturquoquein commiferationemcor, qui motus mollitiei aptatur: querulum infuperhominem,t Lib.4.Tufc. mæroriobnoxiumfacit, velutidefinitmæroremCiceroagritu dinemflebilem; infletum enim efteacrafisprona. Cupiditates venereas, &ambitiofasnonadmodumacreshabetrationefri goris, ) parumconstantes ratione mollitiei. In auaritiam propenditobfrigiditatem, licetnonadeò tenaxfit in dando ob ? .. commiferationem. Atcorfrigidum , &durumin auaritiam tenacem inclinat : cupiditates babetpermanentioresobduritie, nontamen acres admodumobfrigiditatem. Timidos quoque reddit minustamen, quam cor molle,quia nonadeòflaccefcit cordurum, atque molle , unde aliquemidcircotenorem præ illo feruat . Atdubitatiooccurrit, cumenim in denfiorefubiecto qualitates intenduntur, cordurum , &denſumfrigidius erit , quam molle,ergo maioremquoquetimiditatem concitabit. Re ſpondeotamennoneffècordisfrigiditatempofitiuam,fedpris uatiuam , fcilicet caliditatem minorem, quamferatexquifitus cordis Status: at reipſa corfemperestcalidum; calorſcilicet in eo prestatfrigori, quantumcunquefrigidumponatur . Sub iungo pratereafrigusfaceretimorem ratione cauſe, nonratio neeffentiæ timoris: frigusfcilicetfacit, utmalumpotius,quă bonumexpectethomo : at cafus, &exolutiocordis, animique, inquoconsistit timor,ex mollitie,nonexfrigoreperſependet . Quarationefit, utfrigus , &mollitudofimulfint caufa adequatapropenfionisintimiditatem . Etfatisfithæc dixiffe de temperamentiscordisexcedentibus, autdeficientibus . Ca teraquisquepotestexfededucerenondifficilinegotio. Temperamentumcordis eucra ton&fimpliciter , &fecundumalteramqualitatem . Cvm autemcorfueritincalore, duritie, mollitieque ,t cateris qualitatibus,& conditionibus,acdifferentijs mediocre , &eucraton, estetiamadoptimammorumdifpofitionemfactü, t) accommodatum. Cuminaliquibusqualitatibus , v.g.in calore excefferit , at induritie, ac mollitie moderatum , admo res,quiex calore excedentes,eritpropenfus : atad mores , qui ex duritie , & mollitie mediocresſebenèhabebit. Itemqui cor moderati caloris habet,atduritiei excedentis, is mores excalo re profluenteshabet moderatos, at procedentesexduritie ,in exceſſuſecundumproportionemduritiei. Licet veròfoleat ex moderatoimmoderato, & exrectoobliquumcognofci,utdicit Ariftoteles, tameninconfequutioneaffectuum, utilliamplius elucentin exceffu ,ita quoque ex temperamentis excedentibus eorum illustrior eft nexus, &confequutio. Despiritibus, &humoribus, idesteorumtempera mentis, ac moribus confequentibus . De Spiritibus. Spirituumfcilicet influentium, achumorumcrafesposttem peramentumcordisexplicemus: verumpræmonuimus iam non 32 Deconiect.cuiufquemorib.&c. noneſſequicquamadijciendumillis , quæ de ſpiritibus antea di ximus,iditaque unumestſubnotandum, fi spiritusin cor in fluentesrespondeant temperamento cordis , mores (naturales fcilicet)egregiètaleserunt, quales cordistemperamentumfua ptenatura promittit , &indit: atfirepugnent, refrangentur mores,&fivis influentium spirituumexcefferitefficaciam temperamenticomplantatorum, &folidæpartiscordis,contra rij erunt mores, atque corinclinetipfumperſe;nempeficorca lidum,atſpiritus influentesfrigidi, adeò utipforumfrigiditas caliditatemexcedat cordis, homopro audaceeritin timiditatem pronus. Contraquefiincorfrigidum fpiritusinfluant calidi , & idemetiamdereliquisdifferentijs,que caduntinfpiritusdi cendum. Atquifieri poteft, ut incor calidum spiritus in fluantfrigidi,fiin cordeipſo,ineiusquefinibus fpiritusgene rantur,nempèinfinuſinistro? Refpondeoexqualitateinfluen tisfanguinisfieripoffe, utlicetcorfit calidum,tamen Spiritus frigidiores cordegenerentur exfrigiditate confluxifanguinis : pariterfifanguisadmodumcalidusincor frigidiusculumfluat, ſpiritusgenerabunturcalidiores ,quæferatcaliditasipfa perſe cordis . Accedunt ſpiritusanimales,quiex cerebrorefluunt , corfit calidun animalesiamfacti,in cor,adeò ut ex cerebri frigiditatecorre frigeretur,feutemperetur . Exqualitate etiaminſpirati aeris Spirituumincordegenerandorumqualitates varieexiftunt. De humoribus etiamnoneft,curamplius multòdiſſeramus Ultraea,quæ anteadiximus, lib.2.de affect. cap. s. licet enim ibibilis nonmeminerimus, &pituita,attamenfanguiscalidus, &tenuisbiliofumſanguinemfignificabat, &frigidus ,&te nuis LiberPrimus. 33 1 nuispituitam: demelancholiapofteatotdiximus,utfrustra effetfermonem deearepetere. Vtergo humoreseiufmodiin cor influent, mores alterabuntpro alterationecordis,nempèſi excalfecerintcor, admorescaloris comitesdisponent, &fi re frigerauerint,pariterinclinabuntadmoresfrigoris affeclas:fi queinfluenteshumoreseiufdemfuerintcum cordetmperamen ti, moresirrefractiprodibunt : atfitemperamenti contrarijre frangenturmores,proqueexceſſu aut cordis,authumoris,ipe quoque velcordirefpondebunt, velhumori. Inquibusitaque fuerit cor calidum, acfrigidumhepar, moresnon erunt aque audaces, atque cordiscaliditaspofceret,fedrefrangeturaudacia profrigiditatefanguinis exhepate affluentis: quifiminusfri gidus,fitquecalidum cor, præstabitquidemaudaciatimiditati, tot tamenrefractagradibus,quotinferetinfluxafrigiditas: at fifrigidiorfanguis, quam calidum cor, mores proaudacibus erunttimidi; nempèpræualebittimiditasaudaciæ refracta, ta menprogradibuscaloriscordis. Ethacdetemperamento. An nectiturhuicconfiderationiea,quæ estdeconformationepartiū, licet enimnoningrediatur conformatiocauſasmorum,fedpotius Specteradfigna,tamenex nexu,quemcuminstinctuinditoha bet,eft intercaufas morumreponenda. Eruntitaclara,que an teadehacipfa conformationediximus. De conformatione partium. Differentia inter conformationem partium, &earumtemperamentum. CONFORMATIO partium edatemperamentodiffert, quod temperamentumpropriefitfimilariumpartium,confor- C matio  Deconiect.cuiufquemorib.&c. matiodißimilarium; dumenimducituraforma,quæeftfcilicet Jarem con quartaſpecieiqualitatis, diciturque abAriftotelecirca unum quodqueconftansforma, afiguralatèſumptapendet, acduci Figura partur: figura verò ipsa perſepartemdiſſimilaremconstituit ex rem diflimi Aristotelisfententia lib. 2. depart. animal.  Vbi cor, ce Aituit. tera fimilare,exfolafiguradißimlare pronunciat. Hoc ergo nobis in prafentiafignificet conformatiopartium. Scio equi dem, a Galenoconformationemhanclatiusaccipi lib.dediffinit. morb. cap.3. ut etiamextenditurad compofitionempartiumsi milariumexelementis, atliceatmihiinarctioremhancfignifi cationemcogere, t) maioreforfancumproprietatefignificatio nis . Erititaquein membristemperamentumrespectupartium fimilarium, exproportioneſcilicet, quaelementafimulcommi ſcentur: ateritconformatio reſpettufigura; magnitudinis,nu De diffinit. meri, morb. ſitus, poſitionisvé, utenumerat Galenusindicato proximè lib.cap. 6. Non omnemconformationem , æque ſemperatemperamentoeſſe. NEDVM autem conformationonefteadem cum temperamento partium,fednequeperpetuòa temperamentoproficifci tur, quodagnouit,t) falſus estGalen.lib.2.detemperamentis cap. 6.ubi reprehendit eos,qui nafumrefimumexhumiditate, aduncum autemexficcitatededucebant, tùmquòdnonerantea notęindiciumtemperamenti uniuerficorporis,tùm,quòd vir tusformatrix, exquaproculdubio conformatio efficitur,vide tur longèa temperamento differre, quofcilicetdato,neque ex temperamento particularipartis nascetur conformatio: at ce teraprocertoenunciat dedistinctioneformatricis virtutis,a tem 1 LiberPrimus. 35 temperamentofententiamfufpendit,licetinid magispropēdat, quòddiftinguatur. Ineafiquidem verbaconcludit. Rationa bile eſt hæc eſſe organa,formatoremalium. Atquod Galenusfubdubio admittit,nosfimpliciteraccipimus , virtu temformatricem a temperamentoeſſealiam, quodquidem ex Philofophianaturaliſupponimus, vt ibioftenfum,hictamendu plici utemurfignofatis,nifallor,efficaci. Primum,quia,ficum temperamento idem eſſet virtusformatrix, nonpoffetmaior effè differentiainter diuerforumanimalium conformationem partium, quamintertemperamenta: at multo maioreftdifferen tia,quamintertemperamentum;ergo virtusformatrixnonest idemcumtemperamento. Confequentiapatetexpermutatapro portione intereffectus,&caufas,quoniamenim,utcaufaque que adfuumeffectum,ita cauſaalia adfuum: permutatimergo, utcaufaadcaufam,itaeffectusadeffectum: aßumptum autem oftendetur , quia multa animalia accedunt adtemperamentum mediocre, v g. vitulus,homo,quetamenconformationipluri mumdifferunt. Aliudfignumeft; etenimfigura, &effigies hominumfuntpropemoduminfinite,at temperamentorumdif- Signa,qui ferentiæ,etiamfipergradus, &femigradusincedamus, mul- bus oftendi tòpauciores ; ergoconformationesnonextemperamento; adeo- mationem tur partiumdif que nequeformatrix virtus eademcum temperamento;oporte- ferreatem ret enimdifferentias conformationumfingulasextemperamen- peramento. torumdifferentijs naſci . Inditurenimanatura conformationi partiumfuapropenfiorefluens exmembroin cor, velcordiin ſidensexmembro,inquodinfluit , indeque reflectitur, varia tur, & afficitur; adeò utparcordistemperamentuminhomi ne, cuiusgenitales partesfuntexactè in Venerem conforma ta,multòmagisinlibidinemconcitatumfiteo,cuiuspartesea dem minusfintfactaadcoitum, velutifipropenduli admo C 2 dum  Deconiect, cuiuſquemorib.&c. dumteſtes adſtrictiora vaſaſpermaticalaboriofioremfaciunt Seminisconfectionem,&minoremcopiam. Conformatio externorummembrorum, quarationeperſemoresindicet.: QUONIAM ergoconformatiomembrorum ipfaperſe temperamentumcertumnonfignificat,quaratione moresindi cet,inuestigemusprimò, t perſe . Primòautemexlibrisde . vitim. Lib. 1. cap. 2. partib.ani partibus animalium Ariftotelis , &exlib. de ufupartium a Galenorepetendum estpartesactionis, uſusquealicuius gratia effe constitutas. Quoniam veròactiononexfoloinſtrumento effepoteft, fed exigiturpræterea facultasinditaanime, &pro penfio,acbærens inſtinctus adaccommodatamactionem , ideò exdifpofitionepartisadactionem, uſumquealiquemconiecta re, ac colligerelicet facultatem,acpropenfioneminditam adcon gruenteminstrumentariæeiufmodiipartiactionem, v.g. alam datamanimalialicui videmus:ala veròeſtinſtrumentum vo landi,idcircòineßeeiufmodialato animalipropenfionem, &in ftinctumad volatumplus,minusvépro alarumrobore,atque ad reliquum corpusproportione colligimus: pariterpartes ad pugnandumfacteanimalpugnaxindicant,ſiqueroboreexcel Lib. 3. de lant,pugnacitatemquoque excellentemdemonftrant . Aristo mal.cap.1. telemaudiamus. Partes enim, inquit, quæ ad inuaden dum, autaddefendendumſpectant,quæqueanatu ra ijs tribuuntur, quæ aut fola , aut præ ceteris vti poffint, &quibusiusvtendipræcipua,hæcpræcipuè armisdotatafunt,vtaculeo,calcari,cornu, dente , &fi quidaliudeiufmodi fit, cumque mares robu ſtiores, magisqueanimoſiſint, ideoqueautfolis ijs, aut meliusijspartes eiuſmodidatæ funt. Galenusquo- Lib.i.dev LiberPrimus. queeandemconſenſioneminterorgana corporis ,&facultates, fupar.cap.2 ac propenfionesanime agnofcit; dicitenim Omnibus verò aptumeſt corpus animæmoribus, & facultatibus, equoquidemfortibusvngulis , atqueiubaornatum, atqueinſtructum; eſtetenimvelox, &fuperbum , & generoſumanimal : leoni autem, vtpotè animoſo , &feroci, dentibus,&vnguibusvalidum. Instinctus autemadoperationes inditos animali,facultatibusque anime refpondentespartibus indicat obferuatioilla Galeni,quamquif quetamen perſe obferuarepotest; nempe vitulus,adhuccorni buscarens,conaturpeterecornibus, &pullusequicalcitrat te neris adbuc ungulis, &aper,adhucperpufillus,eodemmotu genas vibrat,quo posteanatum vibrabit exertum dentem, idemquedecateris; namfætusmoxexouo exclufiauiumcona : tumvolatusexprimunt,ferpentumferpendi, &c. Concluda- Conclufio. musnunc ergo; conformatiopartium indicat instinctum ad operationes,adquasfuntpartes eiufmodiaccommodate , v.g. manusquidemipseperſeaptitudinemad bellandumfignifi cant , verumfiprecipuam adeamremaptitudinem constru Etione ,& robore ostenderint , bellacem in eodem homineani mum monftrabunt,idemquedeceterispartibus pronuncian dum, velutideincepsinfingulisexplicabimus. : C 3 LI 38 Deconiect.cuiufquemorib.&c. De Climatibus. . : blem.1. Variaſcriptorumdecaredicta commemorat . Osttemperamentumclimatafuccedunt;in-va rijs enim climatibus varijsimbutos moribusna fcihomines obferuatio ipfa patefacit; alijs enim moribus Aethiopesfunt,alijs Germani.Ariftote Sect.14. pro lesin Problem. duoin uniuerfumtradit; efferismoribus, t aspectibuseffe, quiinnimia veleſtu , velfrigore calunt,ex pectibus quodogmateeliciturintemperatis locishomines temperatorum morumnafci: quod t) ratio,quamibidictifuiaffertAristo teles,fiexpendatur, fuadet; est autem, quoniam utoptima temperiesnon corpori ſolum, verum etiam intelligentia pre deft, ita exceffus omnes, corporisnedum, verumetiam mentis temperamentumperuertit. Secundum,quod afferitPhilofophus est; quilocaferuida colunt,timidoseffès qui gelida,fortes. Lib.6.c.1. Vitruuiushac idem aßeritcumdistinctionetamen; nempèqui fubSeptentrione habitant, impauidos aduerfus vulnera, ferrum,infebribustamenpauidos; exabundantiaenimfan guinis, quoredundant,vulnera spernunt, at exnouitatefer uoris febrilis, quodfint infuetiferuori,febremtiment: contra quiAequinoctialem verfushabitant, obſanguinispaucitatem timidiinpugnafunt,&aduerfus vulnera, atcontrafebrim Lib.1.can.2. Spernunt, quodfintferuori affueti. AuicennapariterSepten trionalibushominibustribuit mores leoninos obinnati caloris copiam: LiberSecundus. 39 copiam: pariterdicit habitantes loca calida corhabere timidum, babitanteslocafrigida,fortiores effe, &audacie maioris . Palemon quoque Septentrionalibus iracundiam tribuit, licet dummultidicosfacit , in eo of a ceteris , &a veritate rece dat . Aristotelesenimfapientioreseffedicit locis calidis homi nes,quamfrigidis . Ptolemæuslib.2.deiudic.cap.2.feros tan tummoribus dicit, ) quiAuſtralioribusfubiectifuntparalel lis, utAethiopes, &quiSeptentrionalibusſubſunt, utScy the; illiquidempropterexcedentem æftum,hi propterexcedens, frigus:qua inrecum 1. Ariftotel. dictoanterelato conuenit. Ptolemæus idemeodemlib. 2. deiudic.cap.2. addit Orientales Ptolemæus effe viriliores, Occidentales autem effeminatiores contra,quam refellitur. res ipſa doceat; Europeosenim viriliores, t Afianos effemi natioresbiftoriæ fatis indicant,& multorumfcriptorumautho ritas . Ariftot.iddicit 7. Polit. Eustratius, ) alijplurimi.At idinfuper me inadmirationemducit; namnobis Orientalisest India, ideoqueex hypothefiPtolemai virilioresIndi-nobis : at nos Orientalesfumusinſule Cube,atqueinuentoa Columboor bi; proinde virilioresillisfumus: earegiorursusest Orientalis Indie , quare & viriliorIndia: at nos virilioresillis; ergo multo viriliores Indis,quitamen , utnobis Orientalesfunt , viriliores nobis. Cöfequiturautemabfurditas,quod Orienti ef feftumtribuimus virilitatis, cumtamenOriens, & Occidens varientur : atexvariabacnarrationeineodemum conueništ fermèomnes,quodconfirmatquoqueAristotel. 7. Polit. Que gentesincoluntfrigidas regiones, animoabundare, ingenij ve rò, &artificij parumhabere: qua veròcalidasregiones (pro calidatamenregione AfiamdicitibiPhilofophus)ingenio, arte abundare , & animofitatemnon habere: quæ verò me diaminterbas regionemfortitefunt,qualesGrecos, dicit, t C 4 ani  De coniect.cuiufquemorib &c. animofitatemhabere,&ingenium. Astrologiclimatafingula fuisfubijciuntplanetis: conſulantillos,quieiufmodicognitionem cupiunt. §. Secundus.Regionisqualitates,acmoresnonex ſolo climate colligi poſſe. VERVMidannotareoportetnonexfoloclimate,ideft di ftantiaabequinoctiali,polovéregionisalicuiusnaturam rectè fumi;namineodem,quoGallia estparalello,regionesplurime funtlongèaGalliadifferentes,& qualitatibusalijs, &incola rummoribus. Palemoneamrationemaffert,quodpermixte funtinuicemgètes,Syriex.gr. cumItalis,&Thraces tū Liby cis . Verumnaturafoli, &fituslocorum maximamineodem In eodem paralellofaciuntdifferentiam, differentiam , utdeindeexponemus. Quo v climate cur circaplurimumdiffert Goae,& Coccinitractus obamenitatem bique cadé foliàfabuletis Africa ,quæfubeodemfuntparalello . Unde aeris tempe ries. oportet, cum regionisalicuius naturam,&moresiudicare τ lumus cumconfideratione climatis,foli, &fitusconditiones coniungere, quodnosfaciemusinfra. §. Tertius . Opinio, &limitatiohacinre Authoris. VTveròratioclimatisnonestſolaattendenda, itaeftat tendendatamen,nempèipfa in propenſionesfeorfum influit , utin temperamentumagit, ipfumquealterat. Nunc itaque quærendum,huiusquæfit ius,posteaut areliquis regionis differentijs alteretur, intendaturque , aut remittaturintellige mus. Nonergomihiilludfimpliciter probatur,quodfimpli citerdicitur, climataferuidabominestimidos facere, frigida auda LiberSecundus. 41. audaces, & iracundos. Reiautem veritashunc inmodum colligetur,indagabiturque. Exterior calor, ac ambientis ad aliquem usqueprogreſſumlaxatporosanimalis,nunc hominis. (dequo unoin preſentialoquimur)indeque internumbumo rem, acfecumcaloremeducit: atcumfupramodum excefferit, conftringitporos, undeinternushumornonpoteft eliquari.Eft hocdogmaAriftotelis 4.Meteor. ubidicit aſſatahumidioraeſſe Summa 1. elixatis, eòquòdobignisexficcationem coeuntexteriores mea cap.4. tus, &ideònonpotestexcerniintus existenshumidum. Hac ille: &confirmaturetiamexdictisin Probl. 9.vbi,curcorpora indutamagisſudent,quamnuda, cumbectamenmagisaSole incalefcant , eam redditrationem, quoniam Soldeurendo nudi corporisforamina,comprimit. Queclimataergocaloritorren tifubijciūtur, eaexteriusquidemficcantcorpora,noninterius; undenequecaloreminternumabſumunt: at calorinfratorren tis terminum, &efficaciampotest præstareillumeffectumin timumeducendicalorem. Crederemergofabuleta Africa ho- Calor, &fri mineshabere,fiquoshabent,impenſæcalidosintus,aciracun- gus nóvbi dos,utferpentes, ibi quoqueſœuifunt, ac venenosifupra edunt effe queeofdem modum. Verum,quàtractus eiuſdemparalelli aquofusest, velpalustri, velfluuialiaqua, veletiamamplisſcaturagini bus, ibicaloremelixantempotius,quamtorrentem , )laxare poros, &cuminteriorehumoreeducerecaloremcredendumest, hominesqueideòintusfrigidos reddere,proindeque timidos . Nuncdicamusdefrigore. Frigusambientis compingit, & denſathumiditatem,ateò uſqueprogreditur eius exceſſus, ut expulſaomnihumiditatepuluerulentareddatcorpora.Idvide musinfæuishyemibus,quarumrigore,&frigore,ſiſerenafue rint, nonfecustelluspuluerulentafit, atqueinastu,&fub Ca ne: inhomnibushocipfumproportioneaccommodatavidemus fieri . Ctus. 42 Deconiect. cuiufquemorib.&c. fieri. EtenimGermani,& Danipingues, &carnosi:atGrot landiexfuccihominesdicuntur, exficcante iamimmodicofrigo re exteriorespartes , eliſionehumiditatis. Externumergofri gusſuavipenetratintimacorporumeiufmodicarne denudato rum, adeò uthepatisrefrangaturcalor; t refrigeratumhepar Sanguinemfrigidumexprædominiogeneret (hincluciduscolor gentis)ſanguis veroincor influensipfumquoquefrigidiusin Storeddit. Quocircahomines timidifunt; cuireifuffragatur Homines, id, quodOlausMagnusdicitderegioneeiusmodi) vocat verò resregiones ipse Biarmiam)Dicitenimeamgentemproarmis utivenefi incolunt, ti midifunt,vt cijs, et magicis incantationibus: atbellicofihomines armis,non Biarmi. : : ! filiorum . imprecationibus hoftes vlcifcuntur. Arbitrorego itaque, quod ume diciturfrigidi lociincolas effe audaces , &caliditimidos , ve rumeffedelocisintralatitudinem temperate circiterzone, qua restrictionem abſquedubiofufcepit Ptolemæus lib. 2. deiudic. cap. 2.verfusfinem. Aristotelesquoquecontulitlocafrigida cumAfia,noncum locis calidiffimis. AtAfia,quetumAfie nomine ab Aristotele intelligebatur , nonpertingebatadtropi cos; namcultas Afiepartes fanèfignificaße videturAriftote les,cum arteabundaredixerit,non autëfquallidas zonetorride calore immodico,quç agreſtespotiusfunt,quamartificijs instru Ete . Si verò calorem etiam torride zone amplectamur,non illis conuenire timiditatem ex illis, quede Brafilijs hominibus MoresBra- nücdicunturfatis redditurapertū. Maffeiushæcfcribit.Æquè iræ, aclibidinisimpotentes,adpugnas & certamina temerarij,præcipitesquevltionis,& humani ſangui nisauidiflimi; Eatamengensſubæquatore est, & vltra aquatorem usque adtropicum Capricornimaximaexpartezo netorridefubeft . Hecitadictafint; innaturalibus veròli brisremexactiusexponemus. Noneritfanècanon,utrestri Etus anobis,penesquemquamcontrouerfus,fcilicet in zonatë LiberSecundus. perata, nempèintratropicum, & circulum polarem; quagen tesadpolummagisaccedunt, eſſeaudaciores, quæadtropicum, effeingeniofiores, &timidiores,quæ veròin mediodegunt,t ) ingenio, audaciapollere,minustamenhac,quam Septentrio nales,minùsillo, quam Auſtrales;hocquerationeclimatis ipfius. Aliastamenobcaufasacciderepotest, utinAustralioreclimate nafcaturhomo audaciſſimus, qualisAnteusinfabulis , &luba inhistorijs, &inSeptentrionalinaſcanturfummoingenioho mines, ut Ioannes Duns Doctor,cognomentoSubtilis,inSco tia, AlbertusMagnusinGermania,&Ioannes Regiomonta nus , &CopernicusinAstronomicis , &alijmultiinomnibus Scientijs viriacutißimi. DeTriangulis,et Stellis, et deDamonuminspi ratione, ac afflatu . Cap. Secundum. §.Primus. Diuerfæ propenfiones &moreshomi numvndegignanturſecundum Ptolemæum. ASTROLOGI quædamtriangulaimaginantur refpi cientia duodecim SIGNA Zodiaci, que etiam triplicitates vocantur, ex eorumquediuerfitateinfubiectis regionibusdi uerfas propenfiones , acmores gigni credunt . Quattuor ergo triangula æquilaterain zodiaco excogitant, quorumfingulala teraquattuorfignafubtendunt. Primum ab initioArietisad initium Leonistendit, indequeadinitiumSagittarij, & v caturaPtolemeoBorrolybicum . Secundum triangulumest a TauroadVirginem,indequeadCapricornum: vocatAustri- quæ incelo Nomina triagulorű , Solanum,&Nothapelioticon. TertiumabinitioGeminorumad imaginatus eſt Ptolem. initium 44 Deconiect. cuiuſquemorib. &c. initium Libre ,indeque adinitium Aquarij; dicit Aquilonis, &Subſolani. Quartumabinitio Cancriadinitium Scorpijsin dequeadinitiumPiſcium; vocat Notholybicum. Diuiditde indeidemPtolemæusquartamterræhabitabilem,quamfcilicet ipſe cognouit,inquattuorpartes,acfigurasquadrilateras æqua lesduabus lineis, alteraab Occidentead Orientem; altera ab AuftroadSeptentrionem.Quartasrurfusfingulas,ductisdia metris, induotriaguladepefcit,quorum alterumcufpideadcir cumferentiam pertinet,alterumadcentrum. Trigonumdein deadcircumferentiamquadrantisinterSeptentrionem,& Oc cidentemfubijcit triangulo Borrolybico,atque Ioui,vtdomina tori (namtribuitSeptentrionemloui,OccidentemMarti,Orie tem Saturno , AustrumVeneri)Iouemergoeamobcaufam præficit dictaregioni, cuiſociumadiungit Martem ratione Africi. TriangulumquadrantisinterSeptentrione, Orien temtribuittriangulo, triplicitativéAquilonis, &Subſolani, #Saturno,acloui, utſocio dictamobcaufam. Quadranti rurfusinterOrientem, &Austrumfecundum exterius trigo num,acadcircumferetiampraficit trigonum Nothapelioticon atqueexplanetis Venerem , & Saturnum, utifocium: reli quo quadrantifecundum itidemexterius triangulum preficit trigonum Notholybicum,atqueexplanetisMartem, utipri mum, &Venerem, vtiſocium: attriangulisfingulorumqua drantuminterioribus, &adcentrum,preficiteandemtriplici tatem, ) eofdeplanetas,quos,&quampreficitcontrarijqua drätisexteriori trigono. Ethæcitadixiffefufficiat. Quosmores parú certis veròfinguliseiufmodiplagistribuat,relegolegentem adPtole Aftrologia maumipfumlocoanteadicto, nequefatistamencum eoreliqui innitiť fun- omnes Astrologi confentiunt; nempè arsnon admodumcertis damentis . innixafundamentis,non potestetiäadmodum conſtanseffèfibi. .1 §.Se LiberSecundus. 5. Secundus. Platoquidſenſitde varietateregionum .  INSPIRATIONEM, ac afflatum Demoniacum,necnon DemonumcustodiamponitPlato, utcaufammaximamva rietatis regionum.lib. 6. dell. infine. Maximeautem , in quit, loca regionis differunt,inquibus inſpiratioque damdiuina,&quæDæmonesfortitifunt,quihabi tantes propitij ,vel contra ſuſcipiunt. Platonici au Distinctio tem Demonesdiftinguuntin Saturninos, Iouiales , Martia- Dæmonum les, Solares, Venereos . fecundú Pla tonicos.  AT DeSolo. Solidifferentias continet. T. Soliconfideratio naturaliortamest, atqueconftantior. Continethac &conditiones Telluris, & aquas adiun. Quædican Etas, &irriguas. Dicoaquasadiunctas maria, &lacus,ſta- u gnaque,acpaludes: irriguas veròfluuios,acfontes. Terraip įirriguæ. faperſeprimòdistinguiturafcriptoribus dere agrariain mon tanam,collinam, & campestrem. Subdiuidunturdeindefin gulamembrafenis differentijs: velenimfolutaestter ra, velſpiſſa: pinguis velmacra: humida, vel ficca Differentiapriormontane, &cam pestris,collinæque etiamadfermo nemdefitupertinet,utpo Stea intelligemus. * turaquæad S. Sc 46 Deconiect. cuiufquemorib. &c. §. Secundus. Quimoresſequanturvarias foli differentias. QVAE differentia morumdiētasfolidifferétiasfequantur, nuncconfideremus, utfolumdifferentias animorum,feupro penfionumfaciat. Primòergodifferentiamfacitratione obiecti, utestfecunda, autſterilisregio; namfertiliscopia reddit in colasdefidiofos, utquiparuolaboreexabundantiſolo viftum fufcipiant,adeò utſiſpontealimentafluerent, utdeaureaeta te comminiſcunturPoeta ,omnisindustria, omnisquearscef faret: exdefidiaautem mollities corporis, &animi,quam co Invberefo- mitatur ignauia. Liuiuslib. 29. Fertiliſſimus ager, co lohomines nafcunturi que abundans omnium copiarerum eſtregio , & perbi. gnaui &fu- imbelles,quodplerúquein vbereagro euenit,barba ri funt. DeEmporijs loco Aphricaloquitur; ſuperbia quo queextătafelicitategignitur. Contraexfterilitateregio. nis induſtrijhominesnafcuntur, exindustriaqueduri. Cicero, licetoratoriè,hecexpreffèrit, accomodatiſfimètamendefcripfit . Mores Ligures, inquit, montani, duri, atqueagreſtes: docuit. &Cá ramoru cur ageripfenihilferendo, nifimulta cultura, &magno cero contra diuerfi . Ci- laborequæfitum. Campaniſemperſuperbibonita Rullum. teagrorum, &fructuum, magnitudine vrbis,ſalu britate, defcriptione,&pulchritudine. Veruminhis Cicerononadfoli naturam restringitfermonem, ut nosnunc facimus. Reftètamenadiunxit arrogantia ex affluentia re rumluxuriem. Exhac, inquit, copia, atque omnium rerum affluentia primùmillanatafunt; arrogantia , quæa maioribus noftris alterum CapuæConſulem poftulauit, deindeea luxuries, quæ ipſumAnniba lem LiberSecundus. 47 lemarmis,etiam tum inuictum,voluptatevicit. Ex fertilitate ergo, &fterilitateregionisnafcitur eiufmodipropen fiofedilliciendo, &rationeobiecti, ac motione morali,utnunc dicit Schola , non rationefubiecti, ac motione Phifica. Verum Phificamotionefoluminpropenfionesagitperea,quæ emittit, quæfuntinduplicidifferentia: aliaenimfuntconspicua,fruges nempè, &fructus,tpabulaanimalium,potusquoque, feula tices ; fint aque,fiue vina: aliaſenſu, visus præfertimbaud conspicua, quefunt vapores,& exhalationes, quæfubindevi Solisa terra eleuantur, aerique immifcentur. Alimentaagunt in mores, utabhominefumpta,inſanguinemqueconuerfa, in cor quoque ita conuerfa influunt. Exdiuerfis autemcibarijs Sanguisvariatemperatura nafcitur ; nempealimentaeiufdem etiam ſpecieiin aliquibus locisflaccidioragignuntur,minorisque nutrimenti, alicubi compreffiora, acnutrimentimaioris,item calidiora, feufrigidiora,obquam diuerfitatem alimentorumal trix virtus , &concotrixhepatis, ſanguinisque effetrixfan guinem calidiorem , autfrigidiorem gignit,itemautefficacio rem, autimbecilliorem. At ratione vaporum, &exhalatio numduplici modoalteraturcorpus. Primomodo, utimmixti Vapores,& aeri inſpirantur, adeoqueadſpirituum generationem , quibus quoadmo exalationes materiamfubminiftrant,faciunt . Aliomodoconciperedebe- res ſpecter. musfluuium veluti, vaporum (vaporeslatèaccipio)noscir cundantem, & inquoperpetuò mergimur. Eiufmodifluuium interpretatur Ariftoteles inantiquorumdictis Oceanumcirca .Me terram circulariterfluentem Hicergofluuius,cum ex vapori- 3.cap.1. theor. fum. busconsistit, quifuaptenaturafrigidifunt, &humidı, calidi verò, vt a Soleeleuantecalfiunt, corporaquoque,que ambit, bumefacit, atqueemollit : at corpora mollia præficces extendi ampliuspoffunta calore animalı, adeoque proceriorafieri; nam ea  Deconiect.cuiufquemorib.&c. eaquoqueetatefolumcorporaaugentur,quamollitudinem , ac teneritatem conferuant,fcilicetpueritia, &adolefcentia . Cum veròfluuiusidemexhalationibusſcatet, calida, &ficce,que funt, corporaduriora, & contractiora,ideofiunt. §. Tertius . Digreſſiuncula de proceritate Inſu brium:& curnunc Galli minores,quam antiquitus corpore fint. REGIONES hincirrigueprocerioreshominesfaciunt, ita Infubria, &cateratotaItaliæ pars,queLombardia nunc vulgò dicitur, proceriores, utplurimumhomineshabet,quam Romandiolanoſtra; nosenimminusmultò aquofam regionem babemus . Galliapariteraquofa, &irriguaest, undeprocera antiquitus corpora gignebat. Quibus ideò Romani,&Itali nucfint Cur Galli preexiguitateerantdefpectui, uttestatur Cafar . Atquifit Utbreuiores m Doritate nunc,utbreuiores multofint Galli,quamantea?nequeenim ræ,qua an- maioresfuntItalis ,imòferè minores . Caufamegoreijcerem imò ferè tiquis tem poribus. vita . in multumalimentum; quinquiesenimfortè indiecomedunt; deprimiturautem calorcopiaalimenti,netollatinaltumcorpus. In Lycurgi Quocirca Plutarchuseamcaufam afferebat, quamobremLa cones procereftature effent,quodparuo cibo erantcontenti. Caloritaque poterat, nonoppreffuscopiaalimenti , inaltumſe, 1 corpus tollere . Etrufciregionemficcioremincolunt,t) mi nore etiam multo cibo utuntur, ut ideo æquent proceritatem Infubrium, nonequetamen ,acillicraffifunt. Hocverding uniuerfum afferipoteſt, aeremhumidiorem, in quo &frigidi tas præftetaliquopacto caliditati, ad vberioremnutritionem; cibiquefumptionemdisponere, vt videmus Infubresampliore, quamnos uticibo,&Gallos, quamInsubres: obaeremfcilicet humi LiberSecundus. 49 humidiorem, frigidioremquefimul.Frigidi,fcilicetbalnei vires, &effectumimitatur, cuius estexcitarefamem, ut videmus inpuerisſeſeinfluuijs abluentibus . In ciborumergocupediam propendent,qui eiufmodiregionem incolunt: atficca regionis incole multò minusealaborabuntpropenfione,&adparfimo niamerunt,ſeu ad victusparcitatemaptiores,utLigures,& Tufcos modò videmus, &Hispanosmultòmagis. 6. Quartus . Quaratione vapores ad ſpirituum generationemvariamconferant, indequeadmores. ATprafentiusmultò, & validiusin moresagunt vapo res,quàinspiratispiritibus generandisVariammateriam bibent. Spiritusſua varietate ad variosinclinare moresan tea vidimus, varios autem eleuari vapores ex diuerſoſolo hincfuccinolècolligamus. Cumterrafuerit humidaſua,vel adiunctahumiditate vaporesemittit: cumficcaverò,exhala ex tiones: exhisspiritusficciores , & calidiores, exillis quidio res,ac minuscalidigignuntur. Cumterra eftfoluta,pluresef fundit ,&craffiores, cum ſpiſſa pauciores , &fubtiliorespro tenuitate meatuum,per quos materiaemittitur: expingui ter rapinguiores eleuantur,ex macratenuiores, acdepuratiores. Si ergo &spiſſafueritterra, &macra, vaporestenuiores, acde puratiores multò eleuantur, unde etiam spiritus pro materia qualitate tenuiores, &purioreserunt, craßiores excontrarijs differentijs, acobefiores,impurioresque. Montanis,utpluri mumlocis,&macredo, & spiſſitas terra inest, ſpiritus etiampuriores,ficciorestamen, quamparfit; undeperspicaces quoqueincole montiumfunt, )iracundi. Animaduertendum tamenest,finimiafitmacredo, &denfitasfoli,feu ſpißitudo, D tum 50 Deconiect.cuiufquemorib.&. tumpoſſetam inopem, &paucam ſpirituummateriamfubmi niftrari, ut fpirituumpaucitatelaborentincola. Quoexdefe Eturedditurhomointriſtitiam pronus,neque admodum potis functionumprestantium animiobinſtrumentiprimarijinopia, fcilicetpinguiores spiritus,&craßiores,ac multi,conſtantesho mineserunt etiamaduerfuspericula, nonadmodumtamenper Spicacesingenio , acutique . Atquoniam Spirituslaudatißimus erat,qui multusfit,clarus,fubtilis, calidus,&humidusmode ratè, regio etiamadeiufmodi fpirituum materiamfubministran damaptiffima erit,qua temperat contrarias qualitates v.g. aquosa, tSpiſſa,veluti montesaquofi; bumiditas enimadco piamfacit,&adhumiditatem ſpirituum,quantam requirit gaudet. temperatusſpiritus : at spiſſitudo adpuritatem, &fubtilitate. Perufiatem Perufiahactemperiefoligaudet; estenimis monsaquofus: ac perider Soli cedit ventorumperſpiratio, que vaporesagitationepurgatio res reddit . Eademquoquetemperie gaudetlocusaquosus,& macer, licet campestris,ſiperſpiratus &ipfefit.Mutinenfium م hacestconditio, quorumagri macrifunt, undeexPliniouna cum Parmenfibus gaudent lanis optimis; estque eaplanities cum amontibus diftet, &avallibus,leniterqueaßurgat,ad Mutinaval modumperspirata . Estadeò aquofaMutina, utquicunque deaquofa. in ea Ciuitate puteumexcauareaggreditur, illifonsinfuturum perpetuusprofluat. Patauini, &ipfigaudent perfpiratione, acpinguehabentfolum, t )minusetiamaquofum, undeadar mamagis,quaadliterasfacti videntur. Quodconfirmatpau citas virorum inliteris illustrium,quiin celeberrimi Gymna ſijtampreſente,tamquediuturna occafionefloruerunt; intanta præfertimamplitudineCiuitatis. Atfiin pinguiſoloaliqua commifceaturputredo, utin CeruienfiumCiuitate, ubilimus multusinaftateputrefcit,tetroqueodorelocumcomplet.In eiuf modi , LiberSecundus. 1 51 modi, inquam,locisſpiritus impuri gignuntur, acliuentes,qui &inmores liuidos,acmaloshominesredduntpropensos. 5. Quintus. Quædixeritdeijſdempenèdifferen tijsHippocrates, remittendoinaliumlocum. HIPPOCRATES eafdemdifferentiastangit, quique Lib.i.deae easmoresfequantur, exponit, videturquediuerfa anoftrisdi- locis,c.vlt. re, aquis,& cere, verum,quiaconiungitfitum, &quapiamalia,ideofunt in alium locum reijcienda . Reijciemus itaquepoftfermonem defitu . Deaccolis fluuiorum , &lacuum . : FLVVIORVM accolein eorum conditionemincidunt, quiin vaporibusdegunt, vaporesqueinſpirantpuriores,eòta men, quòfluminamaiora, &fluentiorafuerint,quorumaquæ nusquamstagnent. Quàenimlentucurritflumen, ibi vapores craffioresfunt . PoftquamPadusRheno, velalioobice impe : ditus,nonfluuitFerrariam,utantea,craffioresmultòvapores CuraerFer exeiusalueo exhalant. MeminicumPatauiodomumredirem, rarię factus utineum locumdeueni, unde imminentem Ferraria aerem fitcraffior. viderepoteramus,nebulosumeum, acfatisdenfumapparuiſſe: dum verò Patauium verſus oculosretorquerem,purißimum cælum, acaeremundiqueprospexiffe. Hocipfumadhucmagis accolis lacuum accidit,ut Mantuanos confpicuaplerunquene bula,quamipfifumanam vocant, occupet. Quæergode vapo- Fumana , ribusantea diximus , bispræfertimtribuere oportet : nam, & Mantuanis. illis effectus iam dicti pro maiore vaporum copia euidentius inerunt. S. Septi dicatur D 2 52 Deconiect.cuiuſquemorib.&c. §. Septimus . De accolis maris. AT marisaccolealiamconditionemcontrahent,cumaqua Ariftoteles enimfalfaimbutafit exhalationibus, illisquecombuftis, quæ ex 2.Metheor. mari exhalant,nonpurusvaporfunt, fedexhalatioquoque,fic cioresitaque Spiritus in illis proficcioremateriagenerabuntur ; quodque anteafinximusbalneum,ficciuspariter erit; unde in iramfuntproniores,quam,qui in merodegunt vapore: neque tameficcaprorfus erit ſpirituum materia, cum & vaporesad iunctoshabeatpotius ; ergoinqualitatehumiditatisfpiritusgi gnenturfermètemperati . Unde maritimiincola,ſiabfuerint aquapalustres,& ingenio,acumineque mentis, &vigoreani mifatis vigebunt. Veneti,Ianuenfes,Anconitaniquehocfuo Veneti cur exemploconfirmant.Licet Venetiinestuarijs,nonin marifint, rib.fint,qua mitioresmo atrei, ) locipropinquitatepro maris accolishabetur,&haberi Ianuenfes. debent, tamenquodin estuaria aliquid prolabaturfluuialium aquarum ,&exterra circumdante aliquid afflet,humidiores adhucfpiritus, 1 mitiores mores Ianuenfibus naturaobtinent . Deaccolis Paludum. PALVDIS autem, utdeharumetiamaccolisloquamur, Lib.1.c.4. induplicifuntdifcrimine iuxta Vitruuijfententiam:aliæenim, cumpropèmarefunt,illoetiamaltioresfunt, adeò, utfoſſisad mareductis, in illud aquasfuasdeponant ,&marisfluxuma rinisrepleanturaquis : alia verò paludes inferiores funt mari , adeoque nonhabentprofluentes exitus . Salubresprimæ,pesti lentesfecunde. Accoleprimarum idemferre,quodaccolema ris, &præfertimestuariorü,utVenetipatiuntur, eandemque morum LiberSecundus 53 morum, acpropenfionumconditionemfubeunt . Ataccolaſe cundarum peftilentem aeris, infaluberrimum corporisftatum fortiuntur, mores quoque liuentes, morososque, ac degeneres nancifcuntur,fomniculoſosq; quoqueefſſedocetAriftotelesfeſt. 14.probl. 11. Additiodecibis,&potu. INCLVSIMVS inſolocibum,&potum, utpotè,quiab eopermanent : attamenmultapotuiſſentdicifeorfum,quemfin gulimorem velinferant, velintentent. Ut enimprofuis qualitatibus, caliditate,frigiditate ,ficcitate, humiditatein re ſpondentehumoreaptisuntbilem, ſanguinem, pituitam, melan choliam mutare, admoresitapertinent, uthumoresincorin fluentes,inmaßafanguineaelati, nostramin moresinclinatio nemafferant : quantumtamen, &quousquealibidicemus,fi cutiquantum crafis ciborum,& qualitatesinterdumrefran ganturab hepate. Eftaliaciborum differentia, que ineorum Quæciborů lentore, accontrarioconfiftit : vocat alicubifubftantiamGale nus: dequanositeminfraſuoloco. Facitlentoradrobur,cumleno. calor ventriculi tantus eft, ut cibum concoquat:attenuitas ingenij acumenpromouet . Atcumiamquædamde cibisdixi mus, t) quedamſubſequentibuslibrisdicturifimus,contenti itaquedictis,& dicendis,decreuimusnihil nuncaliud fubijcere breuitatis caufa, eò magis,quòd lecto res poffunt addifcerea Medicis, quos illi cibos bili , aut reliquis humori busgignendis aptos iudicent. De 3 ſubſtácia vo cetur a Ga 54 Deconiect. cuiufquemorib.&c. Deaere,etde ventis. Deaere. Xſolo,firectèæftimemus,nascunturaerisqualitatesma FXfolo, ximaexparte. Triaenimfunt,queaerem mutant, cli ma,cuiusratiocommunis admodumest, venti,quorüratioex trinfeca est, & vapores, exhalationesque , quæ ex terra ele uantur, in aeremque diffunduntur, &commifcentur,queiam eft intrinfeca,&propria, acpeculiaris ratio. Aerquidemipſe perſevniuseftcrafis,calidusfcilicet, ethumidus,vniusquete nuitatisfaltemindiftantia equali a terræ , &aquafuperficie, at acomixtis vaporibus,fiueexhalationibushabet, utpurior, impurioruéfit, craffiorautfubtilior, & reliquasobtinetmemo ratas differentias a Sc Scriptoribus claritatis,obfcuritatis, acne bularumhabitus.Nullaergo est magispropriadifferentiaaeris, quam,quæèſoloafflat. Quod veròbicdequalitateaerisdici mus; deconfistente , acperfeuerante crafieiusloquimur, non detranfeunte, acfugaci: nempeaernebulofusduobus modisfu mipotest, alteroquidē,quòdfuaptenatura,atque utplurimum nebulofusfit , altero modo, quòd aliquandonon denominatur verènebulosus,quiinterdumnebulas patitur; nametiampu riffimus aer nebulisinterdum offufcatur: at nebulofum dici mus,quifuaptenatura,utplurimumquenebulaspatitur. Hoc itaquemodo nunc aerisqualitates accipimus,adquasconcur runtetiam venti,nempè ut ventisobijcitur,exfalubribuslo cis, autinfalubribusprocedentibus alterarinatus eft. Adquem pertingit ventusexpalude pestilenti, isex ventispeſtilen tem conditionem acquirit, prestantemcontra, fiexodoratolo  co afflet; verbigratiafi ex ingenticitriorumfylua; odoratus enimisafflatus, acputredini valdecontrariusaerem mirumin modumperficit,achomines ineodegentes,&ipfuminspiran tesrecreat,purioribus demum spiritibus complet. Atde ventis nuncloquamur. Interim Gal.purūaeremdefcribitlib. 1.defan. tuenda. cap.11.omnesquefermècauſasimpuritatis adducit. De ventis . VENTI igituralijparticularesfunt,quiſcilicet alicuius regionis, aut lociproprij , eiustractum nonexcedunt: alijcom munes ,motuqueſuo plures regiones peragrant: illipro loco, materiaque,undenascutur, variantnaturam,ofqualitates: bi veroprocardinibus , undeflant, diuerfilongeinterſeſunt. Utrumfcilicet ab Oriente, anab Occidente, abAuftro , an a Septetrioneſpirent ,an abaliquo aliointeriectorumpunctorum Horizontis . Qualitates, ac virtutesfingulorum ventorum traduntura Scriptoribus,præfertim ab HippocratedeAere, a quis,&locis,capfecundo, abAuicennaprimicanon.fen 2. abHalyAbb. lib.s.Theor.Cap.8. §. Tertius. Deventis Septentrionalibus. VENTI Septentrionales ergoexfententiaHippocratisfa ciunt hominesedaces, nonbibones , morumquepotiusferorum, quammanfuetorum : coniungit autemipſe cum ventis aquas, quæfuntdure,&frigida . Sirem verò ex iactis principijs deducerelubeat,quoniam venti Septentrionales vapores atte nuant,acpurgant,ideòpurioresquoque Spiritus, ut generen--tur; efficiunt. Qui ergo mores confequuntur puritatem fpiri D 4 tuum Venti qui dem pprij , quidamcó munes. De coniect.cuiufquemorib&c. tuum,biex ventisSeptentrionalibusperfeexcitantur. Dico perſe, namratione loci plerumque impeditur effectus, verbi gratiafiquæciuitasobuerſaſit Septentrioni,&agrum vligi nofumhabeat, Boreasquidemtenuiores reddet vapores,quame ipfiperſe effent, nonadomnimodamtamenpuritatemadducet. Pro climatibus prætereaeffectus ventorumvariabuntur; a lios enimprestabit Boreas effectus in Septentrionali, aliosin Auſtriali climate. AdSeptentrionem,Boreamqueproportione quadamceteri ventiadSeptentrionem accedentes rediguntur. §.Quartus. DeventisAuſtralibus. VENTIAuſtrales vaporescoguntpotius,aeremque craf fioremreddunt , undeimpuriorumquoque, &craffiorumspi rituummateriamfubminiftrant: idquefuaptenatura: ex acci denti vero,feuexconditionelocipoffuntillilaudabileseffectus producere, nempèfiregioficca, &frigidanimiumfuerit,corri gent illi exceffum, &ad mediocritatemadducent. Ex doctri naHippocratisnonreddunthomines admodum propensosinci bos, &potum. §.Quintus.DeventisOrientalibus,&Occidentalibus. VENT1 OrientalestemperatiſſimifuntHippocrati, aquas optimasfaciunt, &moresadintelligentiam, &iramprestan tiores Septentrionalibus : at Occidentales ventosaquofiffimos JudiciaAu torum. dicit, autumnoquefimiles , &impuroaere uti eiusmodiinco las attestatur. Sedfi ventosapoſitu ciuitatisfeparemus, ven thorisdefa- tosOccidentales egononiudicomalos, ut Hippocrates , neque lubritate ve minus laudabiles Orientalibus , ut Auicenna: nam expe rientia LiberSecundus. 57 rientia ipſadocetZephiru,Fauoniumvéfuauiſſimüeſſe ventü, cuiflorumpropagationemeritotribuuntPoeta,acrerúomnium. Namfimulacspeciespatefacta eft vernadiei, Etreferatavigetgenitabilis aura Fauoni, Aerieprimum volucresteDiua,tuumque Significantinitum,perculſe cordatuavi. EstauctoritasAristotelis 26.fect. probl. s 7.tt )antea43. ubidiciteumferenum,clarum, atquegratiffimum,temperatif fimum,præterearationemquereddit,prefertquoque Subſolano Homeri auctoritate, qui dicitper Elyſioscampos ſpirare . SedZephiriaffiduèſpirant, auræquefalubres . Lucretius. Preterearatio aliafubeft;namOccidentales ventiexcitan- Occidenta tur abOrienteSole, maneenim Fauoniusſpirat,poftMeridiem, citantur ab Subſolanus; quiideò a Sole vergenteadOccidentemexcitatur: Oriente So les venti ex ateffectus Orientis Solisbenigniores, &fecundioresfunteffe- lesabOcci le,Orienta Etibus eiuſdemOccidentis. Atficiuitatis, &lociaspectum , dente. adOrientemconferamuscumaspectuad Occidentem,certè ille hoc multòlaudabiliorest, utetiamfateturin 7.Polit.Ariftote les; etenim Sol Matutinus , acOriensblandius recipitur, cum enimafrigorenoctisadcaloremdiurnumfittranfitus,aperiun tur, & explicanturcorpora , &pori animantium ,imò t) rerum , altiusque influxus caloris Solis ad mittitur, & blandioretactu: at vefpere fittranfitus acaloreadfrigus,adeo que constipantur corpora arctius,atque mali د gnius admitti turfola ris radius, eiusque efficacia . De A 58 Deconiect. cuiufquemorib.&c. DeSitu. Caput Quintum. S. Primus . Variediftinguitur Situs. Dſitumiamtranfeundum . Situsestaspectusloci ad hunc,illumvéCalipunctum,Orientisfcilicet,aut Occiden tis; qui ideòpotestitadiftingui: velenimomnibus Calipunctis estapertus, velnulli, velbisquidem apertus,bis vero tectus. Apertusomnibusest, veluti cacumen aliquodmontis, autlo cus campestris, intracuiusſenſibilem Horizontemnullus mons affurgat ; estnulli apertus locus concauus, aut conuallis undi que montibus cincta. Inquorum intermediofuntloci quiex. gr. Orientipatent, attegunturOccidenti, Septentrioni, ) Au firo, velpatent Orienti , & Septentrioni, &Austro, &oc culuntur Occidenti, velduobus patent, duobusque alijs te guntur,velnulli cardinipatent, at alicuiinteriectopuncto, ut qui locus obuertiturinter Septentrionem , & Orientem.ex.gr. utrecentes nuncpartiunturHorizontem ; Greco, autmedijs inter eum ventum, &Boream, Subſolanumvé ventis,feu ventorum quartis . Verumtantadiligentiadiuifionis nonfa cit ad hoc institutum:fatis est principaliores affectus pertra Etareinpræfentia . §. Secundus . Duoeſſeimpedimenta,quæaſpectum alicuius cæleftis cardinis occludunt. CONSIDERARE autem primumoportet duoeſſe impedi menta, quamobremlocusalicui, velaliquibus Horizontis car dinibus nonpateat; aliudnaturalefcilicet;aliudartificiale: na turale LiberSecundus. 59 turale estmons, autcollis,& demum aßurgentisterræ tumu lusabquis: artificiale verdest edificium , velexædificijfor manafutur; præfertim vero edificatio univerſe Ciuitatis a ſpectus alios aperit alios claudit,ut enim via Ciuitatisexpor rigunturin aliquem ventum,acCelipunctum,illiquoquepun Eto, ac vento apertaestCiuitas: utquefeneftra,acaditusdo mus, pariterilli diciturexpofitadomus . Vitruvius,quinole- Lib.1.c.6. bat alicui ventopatereCiuitatem, viasducebatnonfecundum diametros, fedfecundum chordas Horizontis. Poteftergo edifi catio, eiusqueformaclaudere,t )aperire, cuilubeat vento, ) afpectui Ciuitatem,acedificium. Demoribus ex ſituvario naſcentibus . SITVS &ratione ventorum alterat mores, &ratione afpectusipfius. De ventisiamdiximus,quasfingulimorum differentias faciunt : id vnumfubijciemus de locis undique perspiratis, &delocisnihilomninòperspiratis . Primòergo cumomnibusexpofitifint ventis,aeremperpetuòagitatumin Spirant incole; acagitatio extenuatpotius,atqueexpurgat,vn depurioresearatione ſpiritusobtinebunt.Ariftoteles eſt viden dusfect. 1 4.probl. 7. præterea mutatioiugis ventorumperpe tuamquoquevarietatem aerisfacit,nunccaliditatem inducen do,nuncfrigiditatem, nuncficcitatem, nunchumiditatem: at mutatio (utHippocratestraditdeaer. aquis, &loc.cap.12.) animum ad exercitationemexcitat : exercitatio vero ,& la- Mutatioani bor, ad utilitatemducit. Sicciorapræterea corpora, t) durio- citationem ra ventorumperpetuailla perspiratiofacit,utalibiquoquedi- excitat. & xi. Contraloca undique clauſa craffum, ) Stagnantemaerem continent,undespiritus vitiatoshauriuntincole,corporaquo mű adexer que 60 Deconiect. cuiufquemorib.&c. quemollia, &defidiofa unàcum animisfuntinertia,acfom nolenta. Hipp.cap.eod.1 2.fcribit, quilocaconcaua,pratenfia,t eftuofahabitant ventosquecalidosplusfentiunt,quamfrigi dos, aquis utunturcalidis,himagnos effenonpoffe . Viri litas autem,&tolerantialaborisnon equaipfisineft.Ceterum autequibus ventisexpofitos effepræstet,iampatuitexdictis, perfefcilicetloquendo, ratione tamen alicuiusadiunctiprestat exciperepotius Austrum, quam Boream,cumfcilicet locusfue ritfuapte naturafrigidus, velobcelfitudinem, velobclima . D. Marini Oppidum Nonprocul a nobisabestoppidumD. Marini in editomonte conferuat li pofitum,quodtotumpatetAuftro, nihilBoreæ praterfummam bertatemil- arcem; tt Je, &tercen ) estlocusfaluberrimus, &benemoratuspopulus, qui tis ab hinc interpotentiores,& cupidosprincipatusferuauit , &feruat annis. nuncquoquelibertatem ; nempècaliditas venti,&fitusfrigi ditatemloci temperat, & adiustam mediocritatem adducit. In Borealibus pariter regionibus habitationesprestat expofitas effe eandem ob causam Austro , quemfitumferuant noſtre rusticanedomus. Deaſpectibus. Ex aſpectuautemlocorü, &punctorumHorizontis,pre clufis ventis, naſii videturtantum maior, minorqueletitia, tristitiavé . Equidem lumen, )temperiesqualitatum,fri gorisfcilicet, caloris,humiditatis, &ficcitatis voluptatem, acletitiamafferunt: contraluminisexiguitas, & caloris,fri Afpectus goris véexceffus tristitiamingerunt . Quare Orientalisafpe gratiffimus Orientalis Etus latiſſimusest, nam temperatusexea parte calorpre Se omniŭ eſt. ptentrionaliparte,exqua vehemensfrigus,& Meridiana,ex qua vehemenscalor. Luxquoquegratißima, eòquòdextene bris LiberSecundus.  briscumerumpat,comparatiopropriaobfcuritatisgratiorefa cit eius reditum . Occidentalis afpectus estipsequoque perse temperatus : atcumluxtumadtenebrastendat,exMeridiano fulgoreminusgrataoccurrit . Australis aspectus illustrisqui dem eftfulgentiorquinimò reliquis, atcalore excedit, unde nonæquègratus. Septentrionalis minimèomniumiucundus, qui luminedeficit, & exceditfrigore. Ethæc perfeloquendo, namcõtrainfrigidisfuapte naturalocisAuſtralispoſitusſum moperègratuseuadet,calorefiquidemſuo temperabitfrigus, lumine complebitprospectum . Idem monet Vitruvius lib.6. cap.1. Contracumalocaferuida fuerint , Septentrionalispoſitio Summoperèiuuabit. IdemVitruuiuseodemloco; frigorefiqui demtemperabiturcalor; cuitemperiei,acrefrigerationi cum mi nuslumendeferuiat, eaipfaauerfio a luce tum grata erit . Ve rumqueperſeſuntpræferre illisoportet,quæfuntperaccidens. Denationum,acgentiummoribus,seupropen fionibus. Cap. Sextum. Quæconfiderentur in inueſtigandis nationum moribus. : TIONVM, acgentium,ciuitatumquemoresexpre cedentiumomniumcombinatione colliguntur. Debemus fcilicet climaconfiderareſolum, acfitum; quaetiaminconfide N ratione venti,&aercontinentur. Prudenstriangulorum, J ſtellarium rationem Astrologis relinquo,&Demoniacosaffla :: tus Platonicis. De moribus autemnaturalibus, feudepropen fionibusloquors ſcio enim morales, ) aduentitios noneofdem Qui mores mutētur,& eiufdemgentisperpetuòeffepro variagentisfortuna,atquere cur. gimine  Deconiect.cuiuſquemorib.&c. gimine,demumquediſciplina.Hippocratescur: naturalibuscau fisetiamdifciplinamconiunxitin lib.deaere, aquis, &locis ; Afianos enimdixit eſſe timidos, &imbelles, quod regibusfub eßent, &Scythas defidiofos,t inertes,quodinpueritia, & prioreadolefcentia, ſederent perpetuò incurribus, illisque ve berentur. Seddifciplinaaliuminhocoperelocumfibi vindi cat; denaturalibusnunccaufis, acmoribusagimus . §. Secundus. Devarijsgentibusquidvarij Scriptores dixerint . Ifidorus. RECENSEAMUSprimum,quidde varijsgentibus varij Scriptoresdixerint; pofteanos exiactisprincipijs rem aſtima bimus. Ifidorus ergoin Ethymologodicit Afroseffe astutos, acfraudulentos, Gracosleues,Romanosgraues, Italosfero Vitruuius . ces,acrisque confilij . Vitruuiusincommuni Septentrionibus Subiectas gentes aduerfus vulneraaudaces, meticulofasinfe bribus, acmenteſtupentes: contra,quefubAuftroinfebribus Securas, aduerfusferrum timidas afferit; mente autemexpedi tas, &celeres. AtinparticulariItalos, utin mediopoſitos, pollere &confilio, &animirobore, adeò, utconfilijs refrin gantAquilonarium vires;forti manuMeridianorum cogita Ariftoteles. tiones. Ariftotelesincommunidicit Europeos ,quiqueinfri gidis regionibus degunt,abundare animo, atparum ingenio valere,&artibus: Afianosingenij , &artificij multumba bere,fed carereanimofitate: Grecos verò, utinter eosme dios, &animi robore, 'ingenij viribuspræstare,adeoque orbisimperioaptos, ſi in unamRempublicamcoalefceret; ut quod Vitruuius Italis, & Romanistribuit, idGracistribuat Po'emon. Ariftoteles attamen exitus Vitruvijdictofauet. QuePolemon : dicit , adeoimplexafunt, &vitiata, uteaadducerenonfit opera pretium . Ptolemaus ex triangulis, & dominantibus Ptolemæus. Stellisfingularumgentium moresdeducit, verùmidnegocium nos iam Astrologis reliquimus . At Maternus dicit Scythas Maternus. eſſe crudeles, Indosregia nobilitatesplendeſcere , Gallos amen tes,&inconfideratos, Gracos leues, Afroslibidineferuere, Si culos acutos, Hifpanos tumidos,&iactabundos, Ægyptiosfa pientes,Babiloniosprudentes:fedHippocratesincommunidi- Hippocrat. xitAfianos (Australiorem Afie partemintelligit,de Septen trionaliore enimfeorfumdicet)effebenigniores,toperiofiores Europais, at minus viriles, minusqueaudaces,aclaborum , ærumnarumque minus tolerantes , neque etiam effe vult in amoreconstantes eiuſdem generis , earundemque perſonarum; quibuscumiungit Ægyptios, &Libycos, eofdemfcilicetmores his tribuit.Atdeincepsdeillis, qui addexterăHyberni So lisOrtusfunt usquead Meotidempaludemdißerit : verum ego arbitrorlegendumad dexteram estiui SolisOrtus, nõHy berni;fecus enim comprehenderetbac circumfcriptio omnem Afiam,dequa proximadixerat. Intelligitautemfrigidiores Afiaregiones; meminit veròpræfertim Macrocephalorum, Phaſianorum, quorumtamenmoresnonexponit, nifiquod fegnioresad laboremPhaſianos afferit. Ceterumexprincipijs Hippocratis , cumeospopulospluribus temporummutationibus fubiectosenunciet , oportet viriliores, &bellicofioresreliquis Afianisfateri; nam ) idemHippocrateshachabetverba . Cap.9.infi. Inuenies autem &Afianos ipfos inter ſe differentes plurimum, generofiores alios, aliosdegeneres,quorú omniumcauſaad temporum mutationeseſt referen da. DeScythislongèpluradicit, quam,queincompendium duci queant. De coniect. cuiufquemorib &c. : i Satius eſſemores nationum ex obſer uatione depræhendere ,quamex caufarum combi natione . LONGE fatius estex obferuationepreſentesnationum mores eruere, quamindagareexcaufarumcollatione . Inobfer uatione veròetiam difciplinapublica continebitur, quæprogen tisfortuna variat; ex.gr. CumRomani, Italiqueex communi catione OrbisImperiopotirentur ,fuperbi erantfupramodum, culo cinxit Popilius cir undePopilius & circulocingereAntiochumaususest,&An Antiochum tiochusillifuperbiamgentisobiecit, dumrefpondit ; Romanum Regem. effetibi animosfacit . Apuleiusin milite aduerfus olitorem ar rogantiam repræfentatmagnam, nifipotiusmilitie id,quam gentis vitiumfuerit: nunc Hispanitumore nos excedunt,quòd multis gentibus imperent, ItaliImperioexciderint. Gallianti quitus colebantItalos, quibusfuberant, undeRutiliusGallus felices vocat,quiin Italia eſſent nati,atpostImperijcafum,flo renteGalliæregno,nos spernebant,quiſpretus occafionemdedit equeſtri certamini inter Gallos,&Italos terdenos,cuiusmemi Lib.s.hift. ! nitGuicciardinus, quotempore Hifpaniduce Confaluo cũGal lis de Neapolitano Regno decertabant : palmaautem penesIta losfuit.Siergohocmodonationum, ) gentium, Europearum nempè, moresdefignareplaceat ; hic videturcatalogus. : Hifpanorummores. HISPANI fuperbi, t) elati, cumexteristamenpotius grauiter, quamcontumelioſeſe gerunt . Sidiſciplinamdemus, potiushonoris zelatores,quamfortes, accontemptorespericulo rum : LiberSecundus. rumfunt; undeTyrones Hispani non admodum prestantes Hifpaniplus milites habentur,funtque. Verumſidiſciplinemilitariſedent, plina quam 65 valentdifci inuicti euadunt . Nonfuntadmodum dediti artibus, &ad natura. ſcientias ingeniopotius Stabili,quàmmagno, &attentopotius, quàmflorido; hinc nonmultum inlinguis valent. Adpru dentiamamplius,quàmadſpeculationem videnturfacti:proni verdinPhilautiam; undeſuapotiuscommoditate,quàmalie noexiuredeliberationesineunt,quastamenobtentumirofem perexornantes approbant, minusfaltemperspicacibus . Hac cumdico, decommunigentisnotaloquor, excelluiſſeenimlite ris virosſummos, &iustitiafingulares,facilèeft monstrare inductione; præcipuèautem Theologia nuncibifloret. Gallorummores, & Germanorum. : GALLIprocacesfunt, &ergaexteros paulòminusinfo lentes, artibus,&Scientijs dediti, acuti plurimumingenio, at nonæquèStabilitate pollent,ferocesfuaptenatura, &bellico fi, eximpetutamenmagis,quàmextenoreanimi . Vndefire ſtinguaturimpetus , languent animo , acflaccefcunt; retinent- nempèantiquam naturam . Inprincipio plus ,quàm viri, in fine minus,quàmfæminafunt. Utalienaex procacitate, & libidine ufurpant,itafacile &effundunt. Prouidentianon aquè,acHifpanivalent; unde nontandiu imperia acquifita ipfi tueri , atque Hifpani potuerunt. AcriorlibidoHifpanis, atfufiorGallis.. : Germanifuperbi; fedbarbaridicuntur;ferocesinbellohabi lioresqueferocia, quàm Galli, minusalieniappetentes,quàmre liqui, undepronioresiniustitiam, artibus excellunt, non equè Scientijs, acprudentia valent; minusetiam in venerem effer E uefcunt: 1 1  Deconiect.cuiufquemorib.&c. uefcunt: at cibis, &potuſeſeingurgitant . Hicvidetur effe communisnationumgenius: at ab eoplures in contrarias() Albertus virtutis, & vitijpartesabfcedere, quisnonnouit? Albertus Magnus, Io Magnus,Io. MonteRegius, Copernicusparesprimisfuere, teregius Scri utinnumerosaliosomittam viros illuftriffimos . Imperatores Pani gnus idæa itidem, Principesoptimos, acprudentiainfignespluresno uimus,quosbreuitatiscaufaomitto. Galliquoquequotflorue CarolusMa runt t) literis, & omni virtutepræftantiffimi? CarolusMa optimi Prin gnuspotius ideaoptimi Principis, quamPrincepsoptimusdi cipis. ! cidebet: atinliterisnonnéea unalausfatis eft; exAccademia Pariſina, tanquamexequoTroianofluxiffeScolafticamdoctri nam? Nuncveròcumdoctrinafolidiorefupraomnemfidem eruditionem, t) eloquentiam coniungunt. Italorum mores, & Polonorum. ITALI profortunaimperijiamamiſſi, præterquamEccle fiaftici, minuselatifunt,fiin vniuerfum loquamur . Veneti magnosspiritusretinet, licèt multò maiores centumabhincan nis, ampliusvéhabuerint . Benignius igitur Itali erga exteros Sehabent,preterquamquodhofpitales etiaminamplitudineim perijfuerunt,quoddeRomanispatet,quiintegrisnationibus DeJudicijs. hofpitiumpræbebant ille Siculis,alius Acheus: t) Ptolemaus eandem illisnotamtribuit. Inlaudebellica propioresfuntHi ſpanis,quàmGallis, &Germanis, nempèſidifciplinamdemas, inferiores hisfunt audacia,atfiexerceantur,prestantiffimi Italos cum ſpanis,& mi lites cuadunt. Hincenimilludanimirobur,quod vniuerfum Campatan orbemdebellare valuit, nuncquoquein belloBelgico,quodlis Gallis,Hi- dusfuit vere virtutis militaris,nullummilitumgenus,æquè, Germanis. acHifpane, Italelegiones (tertiosdicebant vulgò)exerci te  te,ac veteraneenituerunt . Fateritamenoportet, cumItalia bifariam ab Apeninodiuidatur,partemSeptētrionaleadScul tennam uſquenescioquidGallicumredolerepre reliquaparte, quecumHifpanisampliusconuenit.Caufa veròinfrapatebit. In hominisacumineHispanosfuperant,ſtabilitateGallos : at tentionetameceduntHifpanis: ineffectione,atqueinartibusa Germanisfuperantur (picturamexcipio, inquaItaliantistant cateris) prudentia naturaliplurimum valent. Expreßit in Romanis Virgilius. TuregereImperiopopulos, Romane,memento. Caterum in reliquis moribusmedij interHispanos, Gal losqueconfiftunt. Poloni, quiGermaniæmultispopulisadherent, liberioribus funtmoribus,quàmGermani,quifunt plurimumfuspiciofi, generofitate etiam morum illispreſtant, & fplendorem cul Ble tusaffectant,oftentantque: ad Italosprodiftantialocorum, & climatis plurimumaccedunt. Mores Vngherorum , Illiriorum , Græcorum ,&Aphrorum. PANONI inferiores,fiueUngheri , &funtfubmedijs Galliaparallelis, &moribusfimiles; bellaces enimacimpetuo fi: verùmcumminuscultifint,funtetiamefferatiores .Galli enimcontràdiſciplinis,acliterarum Studijsflorent. Fllirij & Dalmata fubijfdem cum ITALIA parallelisdegunt; asperiortamenregio, ) nuncabſqueanimarumcultu: bellaces funt,&durianimo,ficultustamenadeffet,aptidisciplinis, quòdinliterisD.Hieronymuspatefecit, indifciplinabellica, t Diocletia imperatoriaDiocletianuspræclarus,fiethniciſmi zelumaufe- nus præcla ras, Imperator. : E 2 Greci rus Impera tor. 68 Deconiect.cuiuſquemorib.&c. Gracifubijfdem cum Hifpanis parallelisnuncabſquerullo cultu,&difciplinafunt. Chriftiani autemgraui tyrannidepref fist )animis,&opibuscarent.QuiinTurcarumreligionem ceßere , illi iugi armorumdifciplina exercitipræclarifunt mili tes,acneruus Othomanice militięfacilèdicidebent;exillisenim præcipuè cohortesIannizerorüconftant,quæfuntcohortespre torienuncOthomanorum . : ; Aphri (decultiore Aphrica, eiusque in nosobuerfaora lo quor) acumineingenij præftant, feruentlibidine. Liuiuslib 29. ſuntanteoesBarbaros naturęhumidę&effuſæinve nerem. Nonadmodumedaces,Europæisbellica virtutemi nores,industrij quoque, undein Hifpaniacultiorafuntloca que Mauritenuere,vtinBetica. RefertAndr.Nauagerius inrelationelegationisfue ad Carolum Quintum, &agricultu ramadhæc uſquetempora exercebantinHifpaniaeorum reli quie, quasproximè PhilippusTertius,nuncregnans,expulit. Ægyptijeorundemmorumfunt. : 7 Anglosob pulchritudi nemD.Gre gorius voca uitAngelos. §. Octauus. Anglorummores. ANGLI praftantesfunt, & vigoreanimi, &ingenio, cultu artium , &difciplinarum florent ,benigniquoqueinbo Spites; amoribus & veneridediti,tumprofanguineotempera mento,cuiſubmixtaest bilis, tumpro obiectorumirritamento : pulchritudo enim tamfæminarum,quàm virorumestinfignis, quam pulchritudinem admiratus D. GregoriusAngelis pro Anglis vocauit , miferatus tam pulchragentis eternam damnationem,que tumIdolisdeferuiebat ,in Infulæconuerfio nemtotoanimoincubuit , &voticomposfactusest. Quærela parnunclocumhabetin Caluiniſmoprafenti. De moribus naturalibus, feu propenfionibusnatio numagitur ex caufis naturalibus, earumq combinatione. De Hifpanis. VERVM adpræfensinstitutum redeundopropenfiones naturalesnationumaperiamusexnaturalibuscaufis , di miſſainterim difciplina . Ordiamurab Hispania: haca grad. 44. circiterlatitudinisadgrad.3 6. in Austrumexporrigitur; adeò vtfi mediumcummedio,extremacumextremisconfera mus,fit australior Italia , & multò australior Gallia Hacitaque rationeminusfuaptenatura bellicofa: at mon tofacumfit,acasperiplerunquemontes, perspirataque, eara tione caliditas climatis afrigiditatefolitemperatur; ita Canta bripræfertimbellicofi,qui etiamæquè, ac Italiæ mediumbo realesfunt. Regio minimè in uniuerfum aquosa, undeex-præcedentibusdenſiorcorporis habitus,utficinorebalneocon tinetur. Reftèitaque Manilius. Afperiorfolidos Hispania contrahitartus . SterilefolumHispaniamagna ex partedefcribitur, unde vapores, exhalationesvéexeopura eleuari videturexprace dentibus : attamennefcioquidaduſtiſepeconiunctumhabents argumento queestfalfasplerunqueaquas ,fifodeatur terra erumpere. Spirituumitaque materiaterrestriseaexpartered ditur, &ideononequèſpirituspurigenerantur, atqueinma crofolofuaptenaturagignianteadiximus; indequefit,ut acu menin vniuerfumnon obtineanttantum,quantum caliditas climatispraborealibus Italia, &Galliaregionibusexpofceret.  Andreas Nauagerius E 3 falaces  Deconiect. cuiuſquemorib.&c. Salacesfunt inVeneremexclimate , &exfalſedine,quamdi ximus: &quoniamdurioremhabitumcorporisdictam obcau Samhabent, &ficcioremfpirituminſpirant, verifimile eſt t cordiscarnemcompreßioremipfis,acduriorem,quamGallisef ſe; undecumafſfueuere periculis , maiorineritillis, acpertina cioranimitonus, quam Gallis, quoseximpetupotius, quam ex tenore animiaudaces diximus . Situs etiam multarum Ciuita tumHifpanieparumperſpiratus est, utToleti,& Burgos, quam Ciuitatem Latini Auguſtobrigamdixere . De Gallis. GALLIfrigidius climaincolunt;agrad. enimcirciter s4. latitudinis ad 43. in Austrum terra illa extenditur . Regio campestris, &aquosaest,atperſpirataadmodumin vapori bus; undemollioracorpora Hispanisobtinent, & maioraquo que, niſiquedictafuit ratioobſiſteret.Eandemob caufameda ces,utfupra oftenfum,funt. Verum, quoniam perspirativa porespuri etiamfunt, indeque materiaſpirituumpura potiun tur,acutiitaqueingenio: mobilitas autemingenijacumencomi tatur,quod fi audaciamcum mobilitateconiungas,impetuosos efficiashomines,nonautemconstantes, &pertinaces erga ma laurgentia .  De Italis . ITALI Apennino borealiores uſquead Scultennam,quę pars Lombardia nunc dicitur, aquofam Galliæinstarregionem obtinent, undead Gallorum moresacceduntpropius:atreliqua Italia,tum,quæ adfuperum, tum,quæadinferum mare, minus multò LiberSecundus. 71 multòaquosaest . Rome pra caterisfolumfiticulofumerat, eftque,si naturamspectemus, arteque ductosaquęductusmen te auferamus,quos,quot, & quantos ad commodum urbis fumantiqui excogitauerint, Magistratus, acPrincipes , & nuncPontificumcura apertumest: attamen in illis ipfis par tibus nonæquèestfitiensItaliafolum, atqueHifpaniæ,fi uni uerfumcum vniuerfo conferamus. Caterumenim alicubiHi fpaniamcopia,ubertatequeſcatereaquarumfcimus,præfertim veròGranate urbs irriguaeft . Mediocritateitaquegaudet Andreas Italia, cumque Spirituum materiamficcioremaliquanto,quam Nauagerius Gallia attrahat, &acuminepraftat, &ſtabilitate. Utrum queprestat gradus accedensficcitatis; ſplendorenim fic- Spledor fic cus , utdicebat Heraclitus, animus ſapientiſſimus. Et cus,animus quoquecertumexficcitateftabilitatem procedere. Verumtamen mus. hac,licètfitin vniuerfum Italorumnota,inhacipsatamenilli fapientiffi varijsgradibusconfiftunt; nempèaustraliſſimapars &proximeillipartes,excellunthabilitateadſcientias , borea liffime impetuquodamGallicopollent in mortispericula: medię partesprudentiaexcellunt,&aptitudineaddiſciplinăbellicam. MediumItaliaRomaobtinet,intergradumenimtrigefimum Mediū Ita queest australiſſimępartis, liæ fcilicet promontorij Leu- baRoma copetra latitudoest gradum 46. quæ videturborealißima latitudo Italia , mediaest; etenim gradus 42. ipfa latitudinis habet. Dico autemborealißimam latitudinem Italiæ eße grad.46. proximè; cumenimVenetiagrad. 45.obtineant,cer tèlimesabillis Italiæintegroproximè gradu abestin Boream . QuiItaliępopulidisciplinammilitaremadeptibellicofiffimieua ferunt, interquadragefimum primum, & quadragesimum quartumgradumconstiterunt. Qui pre cæ terispopulis apti fint ad diſciplinam militarem . E 4 §.Quar  Deconiect.cuiufquemorib.&c. §.Quartus. Dereliquorumpopulorummoribus. GERMANI &climatefrigidiore utuntur,ideoauda cioresfuaptenatura, ) aere minusperspirato,quam Gallia, cummontibus, &filuis ventifrangantur, undeſpiritus mi nusdepuratos obtinent, proindeque a Gallorum acumine ab funt: Spirituumtamencraffitudotenaciusretinet impreſſas re rumefficiendarum imagines, unde&adefficiendifuntaptif fimi; quocircaartibus, &artificijsadmodumpræftant.Acce ditad bec patientialaboris ,quameademfpirituum craffitudo exhibet. Superbiaquoquegentisimmodicacohæreteidem ſpi 3.par.lib.11 rituumcraffitiei , ut iam docuimus . Poloni, utmagiscam cap.7.8.3. pestres, aere etiam perſpiratiore utuntur. Ungheri non ubi queaquofamæquè, acGalliregionem incolunt, undepertina .ppèprin Strabo.lib. ciores,quamilliinpericulis . Gracimacrumfolum ut pluri cipium. mumhabent, &præfertimAthene,purißimoitaque ſpiritu tebantur, undepręstabantingenio, atin climateerant cali diore; ideoque minusfortes,quam Itali, &Galli,Hifpanique : magnaenimHifpaniapars, &ferociorfubfrigidioreclimate degit , ut Cantabri, Aftures, & Humantiniantiquitus, t quamnuncCaftiliam veteremprefertim vocant,quietiamex Hifpanisclimatacalidiora incoluntexnaturafoli acrioris spiri tushauriunt. Angliafolumfuaptenaturafulphureumhabere dicitur, undeareng eiusalbedo,exquaAlbionedictafuit;pro indecalidi vapores, quiinde eleuantur, climatisrigoremtem perant, exquatemperiehominumingeniafuntadactionem , contemplationem plurimum apta . Sed tot dereomnino arduadixiffein vniuerfumfufficiat; exactèenim ,qui ineiuf modiindagine verſari velit, ipſumoportetadfingulalocade Scen i LiberSecundus. 73 fcendere,utparticulatim &folum, &fitusexaminarepoßit, omnesqueeorumdifferentias inuestigare, & conferre. Deatatummoribus. Ætates diftinguit. AETATES reftantexcaufisnaturalibusmorum; earum autem moresdefcribit Ariftoteles,qui adtresredigit;ado lefcentiam , mediametatem, &senectutem : nempèadorato remrefpexit,quicumpuerisfermonemnonhabet,neque enimin illos caduntpublicędeliberationes, veliudicia, nequeetiam en comiastesadfolospuerosencomiafua effunderet,fedcuramo ralisdebet puerorumquoque moresintelligere ,cuiusprefertim etatisinstitutionem, &difciplinam molitur; quippequæ obno xiadifcipline vere eft, ac multò magis, quamreliquæ ætates. Unde Ariftotelesin 7. Polit. atatem puerilem ab infantia of Cap. vlt. queconfiderat,partiturqueinquinquepartes; ininfantiam ip Sam,inetatemabinfantia uſqueadquintumannum,ineam, queaquintoadfeptimumannum pertingit, afeptimoaddeci mumquartum,a decimoquarto ad vigefimumprimumannu, ratioquedistinctionis eiufmodi pendetexvariacurapueri ha benda. In prima enim parte obteneritudinëmembrorumpræci puacuraeft,nediſtorqueantur,inſecundaneaboccupationeali quamentis,autcorporis impedianturcrefcere,in tertiaiamopor tetdiſciplinamſpectare, quamaddiſcere puerum oportet,ing. quarta autem parte, &quintadifciplinamdiuidereoportetto tam. Atnoſtrohuic institutofatis eritquatuorætatesconfide rare; pueritiam, iuuentutem , vigorem, &senectutem .  Sc De coniect.cuiufquemorib. &c. Nedumexdifferentijstemperamento rum, fed exinſtinctudiftinguimoresætatum. Qvo admorespertinet,dequibusnücfolisexinftitutoagi mus,differentiam etatum reduciadtemperamentorum diffe rentiam, pluresfacilèadmittent, nempèſenečlusfrigidiustem peramentumreddit, vigortemperamentum, iuventuscalidius, quamparfit, pueritiahumidius, & fimiles,acrefpondentes mo rescomitantur. Verùmpratertemperamentidifferentiampue ritiadistat a reliquis etatibus instinctu,&ὀρμήadVenerem3 impetu ve- namatas pueri non agnofcit eum stimulum,experiturové. Si verò exſolo temperamento differentiapenderet , minusqui dem, aliquidtamenstimulieiufmodiperciperet puellusquoque. Cur pueruli Potiusitaquenafciturſtimulusexinstrumentorumiamaptitu opentant dine, queanteainepta erant; proindequenullusadcorum fun nereum. Etioneminstinctuspercipiebatur. Depuerorummoribus. CaputNonam. A InartePoe tica . Puerorummoribus exordiendo eos Horatius itaexpri mits gestitparibuscolludere, & iram Colligit, ac ponit temere, & mutaturin horas . Sanè puermobilis eft, & inconftansexuberantecalore, &hu miditate. Inperpetuo itaque estmotu ; quod docuit Plato in Secunda delegibus, ubidicit . Tenerioris ætatis omnes nonpoffe neccorpore, nec vocequiefcere,fedmo : ueri femper,&loqui velle. Estpraterea cibi appetentiffi muspuer,tum ob corporis incrementum,tumquia calorhumi dus LiberSecundus. 75 dusadcibosin ventriculoconcoquendos,queeſtelixatio,plus rimum,imòtotum confert,tumobiugemætatis eius motionem: adiuuat verò motiodigestionem ciborum. Ob calorem estin irampronus,obhumiditatem nonferuatdiù. Veneris motus nonsentit,nequeagnofcit,reliquus tamen voluptatis , ) do lorisſenſusilliniſolus,faltem maximusineft. Cumitaquefit voluptatisappetentiſſimus , acutaqueeiusfintadmodumcupi ditates,indeetiamquerulus,&moroſus, acgemebundus, cum ſtatimnonfueritfatisfactum eiuscupiditatibus. Hincnaſcun tureæ conditiones,quaspuerotribuitPlato . Verbaviriſunt. Septimode Eft autempuer omni beſtia intractabilior; nam cú legibus. prudentiæfontemnondum perfectumhabeat, infi dioſiſſimus eft, acerrimusque, & petulantiſſimuso mnium beſtiarum. Ideòob vehementiamcupiditatis, que estacutiffima, est ipse quoque acerrimus, &petulantiſſimus, atqueob rationisparticipationemfupraalias animantesest ad explendascupiditatesinfidiofißimus;infidię enim excupiditate rei, cuiinfidiamur, ) ex aliquo verſutia gradunafcuntur. Hacin vniuerfumdemoribus,quietatem puerilemcöfequun tur,fifcilicetipfamperfeconfideremus: ratione tamenpeculia ris temperamenti huius , velillius pueripoteft multam di uerfitatem fufcipere. Ex.gr.fi quispuerlongè abundet humi ditatefupracalorisproportionem, obtufasis cuditatesgeftabit, &hebetudinemquoqueingenijpatietur: atinfuccedeteiuuen tutis ætate,inqua humor exficcatur multaexparte,utfert etatis crafis, cupiditates tum aperiuntur; &acuitur inge nium. QuodBocacciusfabulaturcontigiffe Timoni,aliatamen excaufa. Nosinadagiohabemus maiorisplerunqueindolis ef Sepueros, qui diùinſtarequorum NeapolitaniRegnidormiunt, Que indo fcilicetdiùingenium bebes, acrude præſeferunt . Eft verò idturipueris. cum les æftime 76 Deconiect. cuiufquemorib.&c. cummultus calorcopiofiorehumore ab initio obtunditur,quo deindeadiuſtammediocritatem ætatistracturedacto, laudabi lißimum temperamentum euaditex multoſcilicet calore, t multo humoreintersetemperatis. Quod verònuncfupponi muspueritiam effèhumidioremſequentibusætatibus,preter quam,quodresipſaindicat,Galenusdeteperamentis monftrat. Deadolefcentia,iuuentutisgmoribus. Caput Decimum . §. Primus. QuæAriftot.dixit2.Rhet.cap.12.fe cundùm Sigonijſectionem afferuntur & exponun tur , interiectis annotatiunculis . Dmoresadolefcentiætranfeamus, quosexactiffimè de fcribit Aristoteles 2.Rhet. loco antea indicato , illis ego contentus ero . Tantum aliquaad declarationem, cum opus fuerit ,parenthesis modo,interponam,utquæinterfignafue rint, meaintelligantur, reliquaAristotelis . AbAristoteleergo exordiamur, eiusque verbis.Iuuenesfuntmoribus cupi di,&ad ea,quæ concupierint,conficienda parati (No enim differunt ea agere,quærerevé,quæ cupiunt, modòfacultas adfit)& ex corporeis cupiditatibus venereis potifli mumdediti (Gaudentquidem conuiuijs, & compotationi bus minustamen,quam venereis)quarum rerum impo tentesfunt. Inconſtantesautem ,& rerum concupi tarum faftidiofi (Nonfecundum genusquidem,etenim Semperfubindeferuntur in venerem,atinparticulari, &pra fertim corpora, quibusfimulpotitifunt,fastidiunt,aliaque, alia exoptant)&valdèquidem concupifcunt,fedpro tinus LiberSecundus. 77 tinusconquiefcunt (Concupitare obtenta , &ratio est) quia acutashabentvoluntates,&non magnas, qua les ſuntægrotantiumfitis,&fames (Horumenimfitis, &fames acute, & acres;punguntenim veheméter,atparue, quia exiguocibo, &potufatiantur) & adexcandefcentia, acutaqueexcandefcentiaprocliues funt, ad eumque impetumſequendumparati;atqueiræobnoxij,quia propterhonoris deſideriúſeparuifieri patinonpof ſunt:verúægrèferunt,ſi ſibi fieri iniuriam arbitretur ( Quecauſaire est,quiacalidiiuuenes, &ficciores,quàmpue ri, undemaioris, &robuftioris irefunt, eademquecalorisra tio eos cupidosfacit . Feruorin venerem exeodemcalorepro cedit, & exabundantiaſanguinis, undeſeminequoqueredun dant) Imòpotiusvictoriæ , quiaiuuentusexcellentia mm appetit; victoria autem eſt excellentiaquædam (Di cunturautemmagisappetentes victoria,quàmhonoris ,quia certoſtudioquærerehonores, acdignitatesnon eft curæiuueni lis,quenulliſe certoſtudio obftringit,ſed virilispostea. Iuueni itaquepotiusexcellentię in uniuerfumappetentiaineft, adeo queetiam victorie . Quoniamtamen &excellentiaincludit honorem,ideo honorisfub earatione appetitio nonestfubtrahen daiuueni) Atqueharumrerum ambarum ( fcilicet vi Etoria &honoris)quampecuniarumfuntſtudioſi.Pe cuniarum autemſtudioſiminimè; propterea, quia indigentiam(nondumfuntexperti,quale estPittacidictum in Amphiaraum) Quæcauſamoralis eſt (acphiſica,&ex temperameto eft calor, quicontrariafrigiditatidifpofitione in ducit;inducitaut auaritia frigiditas,vt antea vidimus)Neq; malis moribuspræditi funt,fedbonis,quia nondum multaflagitiacognouerunt(Malos hic mores intelligit omnia 4 78 Deconiect. cuiufquemorib.&c. omniain deteriorem parteinterpretari,utdeclaratin capitede fenibus; boniitaquemoresfuntomniainbonamparteminter pretari) & creduli,quia nondumfæpedecepti funt, & bonaſpepleni,quia,vttemulenti,ſiciuuenes natura calidiſunt (Spem,caufalemnempè, intelligereoportet,fcili cet boniexpectationem, nonautemformalem,quę eſttonusani mi;huiufmodienimtono virilisataspreſtatiuuentuti. Secun daautemratio) Simul etiam eſt, quia nondum fæpe opinionelapſiſunt; magnaque exparteſpeviuuut. Spes enim eſt futuri, memoriaveròpræteriti : iuue nibusautem futuri eſtmultum,præteriti autempa rum.Primisenimdiebusnihilſememiniſſe, ſperare veròomniaarbitrantur : & facilèdecipipropter ean demcauſam,quia facilè ſperant;& fortiores , quia iracundi; &bonafpepleni;quorum illud efficit, ne metuant, hoc,vtconfidant: nequeenim quiſquam dumirafciturtimet,&fperarebonialiquid fidentia affert (Quæ ratiofortitudinisexprecedentibus affectibus, ac comitantibusducitur,fedetiamextemperamentocalidoducere licet, quod audaciam facit, velutianteadictumest. Iuuentus autemipſa perſecalore abundat) &verecundi , quia non dum honeſta eſſe alia exiftimant,verùm alegeſola funtinſtituti (Sunt,quiduogenerabonorumcredant,aliud, Aliud publi quorumpublicè, acpalamoporteatlaudare , aliudautem clam, aliud clam celaudatur, &reipfaeligere,quam distinctionem Ariftot. 1.ſephift.elench. eligitur. adduxit, & Plato antea . Non caditiniuueneshecopinio,qui eafolabonaagnoscunt,quępalam laudantur. Suntautem, que leximperat, ac monet)& magnanimi,quia nondum a vitadepreſſiſunt, fed rerum neceſſariarúrudes ſunt; &feipfum rebusmagnisdignumcenſere magnani mi LiberSecundus. mieſt : idautembeneſperantis eſt,&honefta (fcilicet  Splendorem obtinentia) facere, quàmvtilia malunt,quia moribus potius,quàmratiocinationeviuunt(Mores bicdicūtur,quicommendantur: quaratione moratumdicimus, quibenèmoratus est. Viuitautem iuuenispotiusex præfcri ptolaudum, vulgòiactatarumprefertim,infumptibusfacien dis,quàmex utilitatis æftimatione, &fupputatione: idipfum autemest, quodfequiturinAristotele )Eſt autem ratioci natiovtilitatis , virtus honeſtatis : & amicorum ſtu dioſi , ſodaliumquemagis, quamaliæ ætates, quia conuictugaudent,&nihil vtilitatemetiuntur;qua renequeamicos (Adeo utfintamicitia iucundeipfi,non utilisſtudioſe) & omnia in maius , ac vehementius contra Chilonium præceptum (Chilo enimLacedemo- Chilonis p nius, unusexfeptemſapientibus, nequidnimis,preceperat) ceptum,vt, ne quid ni delinquunt,quiaomniaagunt nimis; fi nimis ; fi quidem & mis: amantnimis, &oderuntnimis,&reliqua omniaeo démodo;quippequi,&fcireſeomniaopinantur, & aſſeuerant, quæ cauſaeſt,vtomnianimium agant . (Amantverònimisobacumen, & acredinem,nonobmagni tudinem ; etenim acutas,nonmagnas habere voluntates iam dictumfuit. Acumen veròcalorisidipfumacumendefiderio rumfacit ; que estcauſaphiſica, moralemautem,quæeftopinio fcientiæ,iamdiximus)& iniurias faciunt adcontume liam, non ad malitiam(Excellentiamenimilliquærunt, contumeliasauteminferendoſeeminere patientibus credunt ; undealienainterdum ufurpant,nonutlocupletentur,fedut emicant . Demumqueexinfolentia, & procacitate, non ex auaritia, acmalignitate)&mifericordesfunt,quiaom nesbonos, acmeliores exiftimant; fiquidemfuain nocen 1 80 Deconiect.cuiufquemorib.&c. nocentia alios metiuntur ; quare indigna illos pati arbitrantur.Etriſu delectantur itaquefaceti: facetia verò erudita contumelia eſt (Suntequidem in iucundam vitamiuuenesexcalore , & humore proni; namlicètminus, quàmpuerihumidifint, humoremtamencopiofumretinent, & ideo in omnemhilaritatemfunt effufi)Atiuuenumquidem Que dicatur'mores eiufmodifunt. (Iuuentusautemhicfignificateta le iuuentus . abAriftote- tem, que apubertatead virilem uſque protenditur. Durat pluspaulo,minusvéduobusfeptenarijs ,aquartodecimofcilicet uſque ad28. annuminmaribus : licèt Aristoteli videatur adtrigefimumextendere, cumdicit corpusatrigintaannis uf queadtrigintaquinque vigere .) : QuæHoratiuseademderetradit. HORATIVS ferècontrahitin pauca,que latius Ari Stoteles differuit . Suntautemcarmina eiusinartePoetica Jmberbis iuuenis, tandemcustoderemoto , Gaudetequis, canibusque, &apricigraminecampi, Cæreus in vitiumflecti, monitoribus afper, Vtilium tardus : prouiſor,prodigus aeris, 1 : Sublimis, cupidusque, &amata relinquere pernix. De senectute. QuæAriſtotelesſcribitdemoribusſe num Rhet. EBEBATfermonemdeiuuentuteproximèfequifermo: D'deviriliatate: at fecutusordinemAriftotelis,defene Etutis moribusago,prius eodem modo adducendo verbaAri LiberSecundus. Stotelis,&exponendo:fedpaucefuntexpofitionisindigapost explicationemcorum, quedičłafuntdeiuuenibus . Iamaffera musAriftotelis verba Seniores autem,&qui vigoremre miferunt,exijsfermè,quæhiscontrariafunt,magna expartemoresadeptifunt. Etenim, quia multosan nosvixerút,&multisin rebusdecepti, lapſiqueſunt, &resmaioreexparteperditæfunt,nihil affirmant, atque omniamulto minus,quàmoportet. Et opi nantur, nihilveròſciunt. Etcumcontrouerfantur, adduntſemper (forſan , & fortaſſe ) atqueomniaita pronunciant; affeueranter verò nihil: & malorum morum funt , quòd eſt omnia in deteriorem par tem interprætari. Prætereaverò ſuſpicioſiſuntpro pter incredulitatem , increduli verò propter peri tiam (Nempè peritifunt verſutiehumana, quamſapè expertifunt , unde vix cuiquam fidem adhibent) Neque valdeamant, nequevaldeoderuntpropterhancra tionem, fedexpræceptoBiantis,&amant tanquam Præceptum Biantisdea ofuri,&oderunttanquamamaturi:&pufillanimi, micitia. quia a vita depreffi funt; nihil enim magni, nihil eximij, fed ea, quæ ad vitam pertinent, concupi fcunt : & illiberales,quia patrimoniumeſt exrebus neceffarijs,vnàfimul verò etiampropter peritiam, quam ſit difficile acquirere, & facilè amitterenon ignorant (Frigiditas præterea temperamenticaufa eftphifi capropenfionisinidem vitium)&timidi, & omniapræ metuentes,quia,contra aciuuenesfuntaffecti,quip pèquirefrigeratifunt,illi veròcalidi; quareſenectus aditumtimiditatipatefecit; eſtenim timor refrige, :: F ratio : 82 Deconiect. cuiufquemorib.&c. ratio quædam : &vitæ cupidiin extremis potiffimú diebus, quiacupiditas eſt rei , quæabeſt, &cuiusrei indigentes funt, campotiflimum concupifcunt,& obiurgationibus delectantur magis, quam conue nit ; eſt enimpufillanimitas : & hæcquædam(nempè errata cuiusquevelleuiaattendere,ineamqueindaginetotoani moincumbereeftanimipufilli,qui nobilioribus occupationibus apufillis eiufmodinonauocetur. EsthocilludTerentianum 1 Attenfioresfumusadresomnes, quàmfatest) Etad vtilitatem, nonautemadhoneftatemviuút magis , quàm conuenit;quia feipfos diligunt;veile enimbonumeſthuic,honeſtumautemfimpliciter, Etinuerecundipotius, quàm verecundi;quia.n.no curanthoneſtatem æquè,acvtilitatem,paruifaciunt, quid exiſtimetur.Etmalaſpeplenipropterperitiam, quiaplerunqueresperditæfunt,&indeteriorempar tem plerunque cadunt,&præterea proptertimidi tatem. Etmemoriamagis,quamſpeviuunt;nam quodvitæreſtatmodicum ,quodeffluxit,multum eſt. Spesauréeltfuturi,memoriaveròpræteritorum; idquodeisloquacitatis etiamcaufamaffert, quia res præteritasnarrant;dum enimrecordantur,volupta te afficiuntur . Acexcandefcentiæ quidem acute funt,ſedimbecilla (&duratione, &effectufunt enim impotes ultionis) & cupiditates aliæ defecerunt, aliæ funtimbecillæ (cupiditates voluptariasintelligit,quarum alia defecerunt,ut venereain extremaſenecta,aligimbecilla, utcupidiofe ; ob ventriculienimlanguoremnonmultamillis operadarepoffunt) Quare nequecupidifunt,nequead cafaciendaparati, adquæacupiditatibus adducun : L tur; LiberSecundus. 83 tur;ſedadea,quæalucro (Cupiditasitaquepecunie,t lucri in auaro permanet)Itaquetales temperatividētur, quia cupiditates (queſcilicetintemperantisfunt)oblan guerunt:& lucro inferuiunt,& ratiocinatione po tius viuunt, quàm moribus; eſt enim ratiocinatio vtilitatis , moresautemvirtutis :& iniuriasad mali tiam, non ad contumeliam faciunt (adcompendium enim &vtilitateminiuriantur; ) inhishucusquedictiscon trario modofehabentſenes , aciuuenes: at in commiferatione eodemmodo,fed ex diuerfiscaufis) mifericordes autem etiamfenes funt:verùmnópropter eandem canſam, ac iuuenes :illienim propterhumanitatem,hi verò propterimbecillitatem ;putant enimomniaeſſe vi cina ad patiendum; hoc autem erat mifericordis. (Eft enimmifericordia, utdefinitAriftoteles, Molestias que damobmalumapparensinteritus, t) molestieafferenda vim habens ,eius, quifitindignus ; quod& ipſeſe paſſurum,aut aliquemfuorumexpectet)Vndequerulifunt (Ex licetipsoquodputantomnia eſſe vicinaad patiendum)&ne quefaceti , nequeridiculorum ſtudioſi ; quia queru lusaduerfaturei,quidelectaturrifu. §. Secundus. QuæHoratiuseademdere:&quæ damdubitatio foluitur. ORAZIO (vedasi) autem demummoreshisexprimitfenum. 2. Multa fenem circumueniunt incommoda, velquod Querit,&inuentismiſerabſtinet, actimetuti: Velquodresomnestimidè,gelideque ministrat, Dilator,ſpelongus,iners, auidusquefuturi. F 2 : Diffi 84 Deconiect.cuiuſquemorib&c. Difficilis,querulus, laudatortemporisacti , Sepuerocenfor,caftigatorque minorum . : Videtur autem Horatius repugnare Aristoteli,dum spelon Horatius cũ gumſenemdicit, et futuriauidum; contraquamdicat Ariftote Ariftotele, les,quifpem afene remouet . Maioragiusfoluit distinguendo fpem,in fpemfortunatiexitusnegotiorum,quamAriftoteles denegatſeni, &in spemproducende vite,quamexponitipse tributam ab Horatiofeni. Nemoenimtamdecrepitusest,qui Senonputetadhucannumpoſſeviuere. Nequeegodictum viri extraprobabilitatem arbitror, attamencredopoßereferriaddi lationem, cui coniungitur (dilator, ſpelongusiners) (Vo ertia . enimiuuenis paratuseftadeaftatimprestanda, &profequens da,quæ cupit,itafenexinillisinfequendis esttardus, acdilator, Spequelongus,dumfcilicetfe aliasfacturumfperat,acproponit: Quidfitin- cumquaexpofitione verbum, iners, quodfequitur, congruits inertia enim efteainexequendis rebus lentitudo) Devirilis atatismoribus. Quæ Ariftotelesdicit .Rhet.: Dmores virilis ætatiscũ A Arift.traſeamus,cuiushæcver bafunt. Qui veròvigét,profectòinterhos(Senem fcilicet, &iuuenem)interiecti, moribus crút vtrorúque exuperationedetracta ; quippèquinequenimiscon fidunt, quiaaudacia talealiquid eft,nequenimium metuunt,fedinvtraquerecómodèſegerunt.Neque omnibusfidéhabent, nequeomnibusnõhabent; ve rùmexveritatepotiusiudicant; & nequeadfoláho neſtatem (fcilicetpulchritudinem,&fplendorem)viuunt, neque LiberSecundus. neque ad vtilitatem , fed advtrumque, &nequead 85 parfimoniam,nequead luxuriam , fedadid, quod conuenit. Similiterverò etiamadexcandefcentiam, &adcupiditatem: &temperantescumfortitudine, &fortescumtemperantiafunt;quiahæc in iuueni bus,fenibusquepartitaſunt; fiquidé iuuenesfortes, &intemperantesfunt, ſenioresautemtemperantes, &timidi. Vtauteminvniuerfumcomplectar, quæ cunquecommodaiuuentus,&fenectusinterſediui ſerunt, hæcamboretinent; inquibusveròexuperat,. autdeficiunteorum,quod moderatum eft,&conue niens . Vigetautemcorpusa triginta annisvſquead trigintaquinque, animusveròcircaannumquadra gefimumnonum . Confirmanturex temperamento, quædixitAriftoteles . HAECAriftoteles,quæperſeplana, &ideo nullisanobis Subnotationibus præterquampauculis interiectis difiuncta . Verumfundamentumtemperiei morumhuius ætatis interfe nectutis , &iuuentutis mores pendet ex temperamentoætatis interduas illascontrarias mediocri, & temperato . Calorenim excedensiuuentutistum temperatur , & frigiditassenectutis abest . Nonideoeffertur, utiuuentus, adexceſſum,neque rut Senectusestobfrigiditatemlenta, & iners,fedmediomodo, ac temperatoſehabetob eandem mediocritatem : &fortis est; ca lorem enim retinet, &temperans; nonenimab excedentibus Animal in cupiditatibus incenditur, &rapitur. Adijcio autemhancaliam ætatis pgref nonnegligendamanimaduerfionem , animal abinitiohumidius catur. fuséper exic F 3 cum 86 Deconiect. cuiufquemorib.&c. cumfit,ſemperdeinceps in etatisprogreſſuexficcari, adeo ut iuuentusficciorfitpueritia,iuuentute etas virilis,&hacfe nectus, dehumore auteminnatoloquor;dehumoreenimaduen titio, &excrematitiofecùs eftdicendum,fiquidembumidahac rationeplurimum eſtſenectus . Cumergo virilis etasficcior fitiuuentute, aeretiamficciuserit , undetonum, actenfionem diutius retinebit ; proinde viri constantioreseruntinpericulis quàmiuuenes: iuuenesautemcontraimpetuofiores. Fortiores itaque verè erunt viriiuuenibus,utetiam tenorem infra Virtusaviro Etioremanimiferuant. Unde virtusa viro appellataeftex dicitur. Cicerone . Virtus etiam profortitudinefumebatur,ficutietiam gracèfortitudo ἀνδρεῖατῶἀνδρός dicitur, fciliceta viro. Annotatio, &fubiectiohorum, quæHoratius dicit. At veròhac,quedeetatibusdiximus,eodemmodo,quo catera defitu ſolo, climatibusque intelligendafunt,ſcilicet perſe, &feorfum; nempe virilisatas,qua tales, eos mores, quosdiximus,inducit: verumfitemperamentumpeculiareper fona,ſidiſciplinam, ſireliquas etiam caufasmorum coniunga mus, velomnes , velaliquas, maximatumdifferentianafce tur; reperiemus enim& viros, &iuuenestimidos, &fuga ciffimos, cõtrà,fenesfortes,qualislegiturfuiffein extremaeta Belifarius in teBelisarius,quitumetiam tt tefortis. )confilio, & virtute militari extrema æta fummouitabobfidioneConſtantinopolishostes. Poffunt etiam eſſe hominestamferuidi temperamenti; ut nonnifi inætate fenilinimiuscaloradmediocritatem contrahatur,atqueitaex temerarijsipfiforteseuadant, naturali,inquam, &imperfecta fortitudine. Contra,iuuenesinterdumignauialaborareexem pla LiberSecundus. plamultatestantur, &illudprætereaPoete Vosetenimiuuenesanimumgeritis muliebrem. Subijciamus,queHoratiusdixit Conuerfisſtudijs etas, animusque virilis Queritopes, &  amicitias,inferuithonori, Comififfecauet,quodmoxmutarelaboret . Acaliditateautemhabet, uthonoriferuiat; amoderationeca loris, utconfiderando , acpreuidendofutura,queratopes, t amicitias : querurfus omniafuntde naturalipropenfione ac cipienda . §. Quartus. Omnes cauſas naturalesdictas adtem peramentum demum, conformationemvè par tiumreduci. 1 ATcaufamemoratenaturalesexterneadinternastempe ramentumfcilicet, & conformationempartium reducuntur; partimautemadtemperamentumſolidarumpartium corporis, partimadtemperamentumhumorum, utaque cibi; partim adtemperamentum fpirituum,ut vapores,t exhalationes; licèt etiamcibiadſpirituumgenerationempertineant . Eiufmo di ergo caufis rutemuradtemperamentorumgradus elicien dos; undeomnes admomentummorumidem, quodtem peramenti, fcilicetadſenſorij diſpoſitionem,quodmomentum idemest, atquenaturalispropenfio , reducenturinfra inexpo fitionemethodilibrandicontraria momentamorums. Acta tes tamen adaduentitias etiam caufaspertinent, ut uſum, experientiamque rerum important , velutifenectus , ataf quevirilis . F 4 LI  Deconiect. cuiuſquemorib.&c. De caufis aduentitijs morum. De Nobilitate . Proponuntur, quæ tractanda. CAVSIS morumnaturalibusexplicatis,aduen titias aggrediamur . Sunthe tumexconditio nibusfortuna,nobilitate,diuitijs,poetntia, bona fortuna, &contrarijs: tumexinſtituto, acstu dio vita, quàmquiſqueelegit,fcilicet effe militem, effephiloſo phum,effe iurifperitum. Quefortunefunt, profequutuseft Aristoteles, que ſtudiorumnequaquam: at adnoftruminftitu tumpertinetetiam studiaconfiderare . Primoautem lococum Arist. ex nobilitateexordiamur, & præcæteris,quid ipfafit, declaremusfufiusdeillapofteainparuis moralibusdifputaturi. §. Secundus. Vocis ſignificationes. NOBILITATIS nomen,ut hinc exordiamur,non unum,&idemfignificat . Unoenim modolatèfumptum idem, quod perfectio, ac preſtantiaimportat,dumquerimus, utrumSolcateris Stellisfitnobilior; utrumfcientiadeanima reliquisfcientijs nobilitate præftet. Intelligimus enim num 1 bilitas voci nis. Meliusex- perfectior &præftantiorfitcateris . Atad humanamcontra primitur no Etanobilitatemduasadhucfignificationesobtinet ,aliamgene busGræcis, ricam,aliamfpecialem,utlatina voxfit multiplex. Gracive quàm Lati- ròduabus vocibus rutunturad easduas, acdiuerfas SIGNIFICATIONES; nobilem enim in communifignificatu ruocant γνώριμον cui in ordine ciuili opponiturmultitudo grace Πλήθος. ItaAri ftoteles4.Polit.  nobilium italatèacceptorumplu resfacitdifferentias ; quatuorautemmeminitexpreßè,fcilicet- Cap.4. diuitias , clarosnatales, virtutem, difciplinam, græcèdicun των Πλᾶπος,ἐυγένεια,Α'ρεθή,Παιδεία: ... reliquas differentias indicat eacommuni dicendiformula(& hisfimilia,quædicunturfe cundùm eandemdifferentiam)eft itaque hæc prima vocisno bilitatis adhumanamrestrictefignificatio.Alia, Spetialisque eft pro claris natalibus,græcè ευγενείαſcilicet ad verbumbona natiuitas. NosetiamItalicènobiles ,bennati, dicimus,t nobilitate, buona naſcita; quiquenobilesfunt, cuanobilita teſuaaliquidfibi onerisimponiſignificare volunt, æquèdicunt idipfum, ricercarlaſuanafcita. Cum verò hecduo vo nobilitatisfignificata obtineat , cumfimpliciter profertur pro ευγενεία feu claris natalibus accipitur ; unde vulgari nostro idiomate, nobil'huomo nifialiudexprimatur, & gentil huomoidemfignificant :fedgentile,egentilezza,figni ficantnobilem, &nobilitatem. Dantesita ufuseftvoce. Taleimperò,chegentilezza volſe, Chefoßeanticapoffeffiond'hauere . EtBocaccius;chegentilezzanontogliepouertàideft abinopianonauferrinobilitate. Hecdefignificationibusvocis Inopia non nobilitatis . Ethymologia verò vocisinprimofignificatuac ceptaeft ex cognitione,quoddignusfit,quicognofcatur;fuapte que naturafui cognitionem effundat iuxta illud Rodomontis penes Areostum . (. Vbicunque refidam Lux meameprodit. Lucem veròfaciuntomniabona,que confpicuitatem obti neant aufert nobi 90 Deconiect.cuiufquemorib.&. neant , ut velalereequos,&canes; hofpitio illustres homi nes accipere; ſplendidis uti veſtibus, ornatoquefamulitio, lu cem, accelebritatemafferant; nobilitatis veròpro eugeniano minalis definitioex modòdictisapertaest, ſcilicet clauſasque dammaiorum,quamadhibuit,&fuppofuitAriftoteles 2.Rhet. cap.is. §. Tertius. Afcriptoribusin difputationedeno bilitate fæpe varias nobilitatis fignificationes con fundi. Ininueftigandanobilitateex vocisambiguitateſapemul ta perturbatio orta estinfcriptoribus . Videasenim,quinobi_ litatis tranquefignificationempaßimconfuderint ; unde multidubitarunt , utrum virtusfolafitnobilitas; etenim fi latiorfignificatio eius attendatur,certè nobilis, utgracegnori mosdicitur,cum pluribusabundetbonis claritatemfauentibus; a virtutepra cateris veram, acfolidamclaritatemfufcipit,vt honor virtutispremiumdictusfuerit , & itaexnonnullorum. opinione definitus . Dum pro prestantia rei, adeoquelatiſſi mèfumiturnobilitas,certum efttumquoquehominemnobilem effè ex perfectione, acprestantiahumana: at perficiturhomo ex virtutibus corporis, )animi,exhisquepotiffimum; vtiu rèinhocfignificatu Socrates, referente Stobeo, definieritnobi nimi,&cor Nobilitas a- litatem eßeanimi &corporisbonamtemperiem; )Euripides porisbona dixerit; virumbonumeffenobilem: qui veròmaluseft,licèt a temperiesex parentemeliore,quàm Iupiterprocedat,ignobilem effe . Qui de finiuerunt,nobilitatemeſſeperfectionemforma, &nobilitatem Dialogo de Socrate. Taffiusin humanamefſſeperfectionemforma , ac animerationalis, illihoc Nobilit. latiſſimo modonobilitatem tumaccepere,licèt clampofteain alias LiberTertius. 91 aliasdeflexeruntfignificationes, &potiffimumineugenia,ſeu clarorumnatalium : nosergoadhancinpreſentiafermonemre Stringimus. An fit nobilitas. SvNT, qui iuxtalogicumqueſtionum ordinemquerant primolocodenobilitate,anfit. Piccol. adducitStoicosdenegan- Grad.mo V tes, &Socratem, & Euripidem,&c. Sed verèdenobilitate, ral.8.c.14. cutnos modòſumimus ,&communiteracfimpliciterfumitur, cumadhominemrefertur, disputarinequit, anfit. Quisenim non videt alioshominesex maioribus clarisortos , aliosexob ſcuris,utdifferentiaignobilitatis, &nobilitatisnullo modola terequeatur . Verùmid disputatum videmus , vtrumnobi litas,becfcilicetmaiorum claritasfit bonumfolidum, anfu tile . Boetiusfutilebonum contendit, tſi verafateri veli- Lib.3.deco. mus,dumfecundùmnaturamremconfideramus; claritasipfa fol.proſa6. perſemaiorumnihilindefcendentesphiſicè, utitadicam,im primit : atfecundùm opinionem, adeoquein vitaciuili,quæopi nioneno minimum nititur, multumadpofterospertinet, eosque ornatprecedentium,maiorumqueclaritudo, undepræclarèCi cero; Optima, inquit, hæreditas apatribustraditurli teris , omnipatrimonio præſtatur ſcilicetgloriavir tutum,&decorrerumgeſtarum,Quod,firemexnatu raipſaeſtimemus,contrà,reftiffimèBoetius . Quidgenus, &proauos Strepitis? Si primordia vestra, AuctoremqueDeumspectes, Nullus degenerextat, Nivitijspeiorafouens, Proprium deferatortum . Dixi Metr.6. 92 Deconiect.cuiufquemorib.&c. Dixiautem claritatem maiorum ipfamperſenihilin defcen dentes phyficèimprimere utfeiungerem claritatemafunda mento, quodinterimeft naturale, eſtque virtusnaturalis,pro penfiofcilicet , &aptitudo adpulchra, & honesta, queſape pertraduceingenitosexgenitoribustranfitiuxtailludHoratij.-fortescreanturfortibus. Dequa virtute,quæobidgeneris virtus dicitur,moxdiſſe remus. Interimergo dari nobilitatem,effeque bonumſecun dùmciuilem estimationemnullomodo ſpernendumaccipiamus. Netamentumeantadeònobiles, utcredantnobilitatis bonum effè ceterisomnibuspreferendum; nam , ) virtus, &glo ria , bonorquefuuspræſtant claritudini,quamquis ex aliena auorumclaritate adeptuseft: fecundumquamcomparationem veriffimumilludBoetij , Quareſplendidum te, ſi tuam nonhabes, alienaclaritudononefficit. 6. Quintus. Quidfitnobilitas. Definitio eſſentialis. IAMquidnobilitashacfit,dequanuncloquimur, expona mus. Primòautem definitionem effentialem quæramus ; po Steacaufalem inueftigabimus. Sunt ex Logicis, quicredunt definitionemaccidentis effentialem eandem effe cumdefinitione eiuſdem nominali, quod tamennon eſſe perpetuum alibi mon ſftraui: interdum tamen id accidit, &frequenterpropinque funt, quodinprafentiaeuenit; namnobilitas haceugenia, qua minalis no bilitatis. Definitiono nobiles homines,&Italicè,Gentilhuomini,dicuntur,eft cla ritasmaiorumfecundùmdefinitionemnominalem: atfecundùm eſſentialem non multum ab earecedit; &fieanominalisdiftin guatur; acelaboreturamplius , adeffentialemtraducitur. Ari Stotelesitaque inprimo Rhetoricorumbancipfam definitionem locu & da  locupletiorem, &explanatioremreddidit, exigendo legitimam originemex viris,atmulieribus : claritatem autem maiorum explanauit,fiprimi clarifuerint, aut virtute,autdiuitijs, aut aliarerumearum,quein honoremfunt;fiquismultiex gente . illuſoresfuerint,tum viri,tum mulieres,tumadolescentes,tum fenes. Quoniamtamenpopulariusbecdefinitiotradita eft,ut librisRhetoricis congruebat,quam methodo definitiuæ etiam in moralibus accommodetur, ideoeambunc inmodum contra hamus. Nobilitasestorigo legitimaex virisac mulieribus , Definitioef quorumprimi, & multiclarifuerintaliquaearumrerum,quæ bilitatis! inbonorefunt. Hecdefinitio exactiore methodoita procedit, ſentialis no abſtrahendo aſpetie omnibonorum, ex quibus homines clare Sount. Atfirigoreminfringereadmaiorem, &planioremde finitionisintelligentiam libeat, non erit inutileprimam bono rum Speriemparticulatim meminiße, utetiamfacit Aristote les dicědo; Nobilitatemeſſelegitimam origineex viris &mulieribus, quorumprimi, &multi clarifuerint virtute, autaliacearum rerum,quæin honorefunt.s InquintoPolit. cap.primo coniunxit,dicendo; Nobilesef ſe, quorummaioresvirtute, &diuitijspræditifunt. Dumenimvirtutismeminimus earumetiamrerumaliarum, queinhonorefunt, nefcioquamexplicationemafferimus taci tam,quafcilicetres, t )quabonaillafint. 3,  Declarationem definitionis aggreditur. IMMOREMVR aliquantisperindefinitione adductade claranda . Animaduertendum autem,dum definitur aliqua earumrerum,que intenfionem, & remiſſionem fufcipiunt, in graducofumendameffe, inquo abſolutamdenominationem, fimpli : Deconiect, cuiufquemorib.&c. fimpliciterfufcipit,nonfecundum quid;nempealbedovelpu radefinitur, velnonnifidenominationemfufcipiensexprado nobilitate minio, qualem, &quotumgradumdeterminauit Ariftoteles 6. Phis.tex.83. Secundolocoidconfiderandumestnobilitatem hanceugenie,acbone natiuitatis anobilitate humanagenerali Ex generali pendere,fecundùmquamnobilesgnarimosgræcèappellaridixi fpecialispromus; namauthornobilitatis nonpotefthabereclarosnatales,at cedit. clarus effedebet virtute,autalioeorumbonorum,queinbono refunt; adeoutcumindefinitionediximusprimos, & multos generisclaros, eosgnorimos, ) nobilesgenerali humananobi litatefignificauerimus . His iactisfundamentis querendum primoloco, vtrumfatisfitadnobilitatemeugenia,fipatercla rusfuerit, anauusetiamrequiratur: annequebiduofufficiant, fedrequiraturpræterea proauus clarus, &gnorimus, liceat greca voce uti. Illaetiamemergitdubitatio,an virorumfa lùmclaritasattendatur,an etiammulierum. Quòadprimumst rigorem verborumAristotelis attendamus,certè tres ad mi nimum prædecefforesclaroseßeoportet, patrem, auum, & pro auum; cumenimmultosAriftoteles clarosrequirat,gracènu merus multitudinistresfaltemexpofcit: duoenim non nume rumpluralemapud Gracosfeddualemfubeunt. Aliqui ra tionemaddunt; debetenimnobiltashabereprincipiu,medium, tfinem:at principium, medium, &finisnonnifiin tribus. confiftunt . At militie nuncD. Stephani,D. Mauritij, ac Lazari,D. IoannisHierofolomitanifatishabent adnobilita temaßerendam,ſipatris, &auiciuilem claritudinequis often dat. Dicendumitaqueprimumnobilitatisauthorem adeoque nouumhominemnullampenitusnataliumclaritatemhaberesfi liumautemeius iamaliquidnatalitiæ claritudinisobtinere,em patre enim claro nafcitur: at neposmagis adhuc claritateea dem diLiberTertius. : 95 dempotitur, abnepos adhucmagis. Certumergoeſt, ſtatimpost nouumhominem ,fed clarumdefcendentes aliquem bonanati uitatis gradumnancifci:atuttotparticipentgradus,quotad nobilitatis abfolutamdenominationem exiguntur, placet mihi ternariusnumerusin uniuerfumloquendo:pro futamen , &locobinariusquoquefatisest, utexemplo recenfitarummi litiarum patet. Atprotertiogradupreteradducta argumen- In natalib. tafacitbeoaliaratio. Neceffarium videtur, ut exhominum fatetresgr oculis recefferint ad nobilitatem afferendam prima generis dus claritur falté dinis, vtno fordes: atquoniam aliqui quartam uſque vident generatio bilia dican nem, fieripotest, utadeiusætatem,qui auum clarumhabuit, fedexobscuropatrenatumperueniatidem illeobfcurus auipa ter,quotamen viuenteprimefordesgenerishominuminocu lisfunt,ac perfeuerant . Quod si proauum usqueclarum exigamus, ceßateiufmodi periculum, ) nihilnonclarumeius generispoffuntvellonganiſenes vidiffe. Herodianuscumno bilitatem Commodieffert, eaprefertimrationeillum commen tur. : Herodia ffert, ea nuseffertno bilitatéCo dat,quodtertioiam graduimperium, nobilitatemqueRoma modi. namcomplecteretur. Eandem definitionis declaratio nemprofequitur;verum etiam claritas mulierum exigatur. SED utrumetiammulierumclaritasexigatur,anfufficiat claritudo virorum; Iusciuileſola virili claritate contentum eft cum omnemmulierumclaritatem, obfcuritatemvéexmari torumconditionependere velit: &ratio etiam naturalisfuf dedignitat, fragari videtur, fiadgenerationem folum patremactiuècon-1.mulieres. Lib.12.C. Libr.dege currerenonetiammatrem (quaeftAristotelisdoctrina)fu- ner.animal. Scipia  Deconiect.cuiufquemorib.&c. Scipiamus . AtAristotelis adductainRhetoricisauctoritas contrarium vult, & ufus militiarumdictarumHierofolymi tane,D. Stephani quæ exigunt, utclaritas,nedumpaterni, fedetiammaterni stemmatis, &utriusqueauie,paterne,ac materne demonstrenturadoſtenſionemnobilitatis.Respondeo itaque adintegramnobilitatem& virorum &mulierumcla ritatem exigi;cum enim bonumnobilitatisinopinioneconſiſtat, utanteadiximus,ipsequoque maternefordesfecundùmexi ſtimationemcontactuſuo adiungunt dedecoris nonnibilperfo næ, &generi; undeCicero obiecit Pifoninobiliffimobomini obscuritatem maternigeneris. Verumtamen cumnobilitas,ne dumintegra,fedetiam expredominioabſolutamdenominatio nem obtineat (utproximèdiximus)præstet verò claritas rilis fatis eſt tionem no bilitatis. Claritas vi- virilislongè muliebri claritati, ) obfcuritati, ideo, meiudice , ad abfoluta claritas virilisfatiseftad abſolutam denominationem nobili denomina- tatis; atnonadintegram nobilitatem: cuiconclufioni ufusat testatur; namfiquisexnobilifamiliaignobilemfæminam,aut dotis, aut reialteriusgratiaducatin uxorem,ex eaquefilios fufcipiat, nobiles illi tamendicentur, etiamfiignobilitas matris imputetur. Verumexiganturlegitiminatales on QUÓD demuliebriclaritatedicimus,delegitimispariter naturalibus dicendum,aliquatamencummoderatione,Sineita que legitimis natalibus non eftintegra nobilitas;nammatris turpitudo, ac impudicitiaſordesquædamest eius, quinascitur; nequeenimfineruboreitanato obijcitur genitorumintemperan Deinftitut. tia, utdicitPlutarchus : claritas verò maiorum potest tum Pucrorum excedere eam generationis turpitudinem,tumexcedi abea In LiberTertius . 97 Ingeneremodiceclaritudinis vincit deformitas,adeo utqui nafcitur pro ignobili habeatur: cumcontrà multaeritgeneris claritudo , a ſplendore maiorumfæda natiuitas occulitur, vel offufcatur . EstensifamiliænonimputanturBorſi,ac Leonel- Borfus,& li natalesillegitimi . Venetijscontràillegitimifamiliarumno- Eftenfesno bilium nonadmittuntur adpublicos nobilium honores : penes thi. nosinplebeiumordinempotiusrecidunt. Hacde effentialidefi nitiones adcaufalemtranfeamus. §.Nonus. De cauſalidefinitione; cuiusfunda menta præmittuntur. CAVSALIS definitionontantaacriuiahicfumitur,quanta inlogicis declaratur; fed laxiusaliquanto; nequeenimcaufail lucpertinet,cur, &quadecauſaorigofitexperſonisclaris,fed curorigo eiufmodiprobono imputetur, curnempè aliena maio rumlaudesnostra fiant,cumtamen, utargumentaturBoe tius , non videatur id accideredebere. Eftautemeiusargu mentum,ficlaritudinemprædicatiofacit, illifintclari , neceſſe est, qui prædicantur; quare ſplendidumte,fituamnonhabes, alienaclaritudonon efficit. Queramus ergo, undeſplendor nobisex maiorumnostrorumclaritatenafcatur . Repetendum. eft, nedumexinfidentibus,inherentibusque,fedetiamattin gentibus, acpropinquismalis fecundùmexistimationemallini, nefcioquidmali,perſone, &rei : idproximèdiximus; atnunc etiamconfirmemushoc unicoexemplo . Sivas velaureum adpurgamentacorporisſuſcipiendafactumeßet,turpique eiuf modiministerioiamdeferuiffet , etiamfiexactiſſima cura ablu tum,&abſterſum effèt, nontamenexeopotare, velcomedere Sustineremus,tantumfolaantecedentiumfordiumexcogitatio 1 G nos Leonellus  Deconiect.cuiufquemorib &c. nospromoueret. Bonorumattingentium,&propinquorum ratioetiam commouet, nonadeo tamenpresenti,&acriſenſu, atque malorum. Vaſe quidempuriffimo, &adpuraministeria deferuiente libenter uteremur ,at non tantum indefuauitatis acciperet potio, quantum infuauitatis ,si ex vafe purgamen tisdeftinato,etiamfiabluto,potaremus. Inrebusetiamnatu ralibus multimorbicontagio inficiunt , atnunquamnullaſani tas contagio iuuat : quod Ariftoteles habet caufamque tradit probl. primofect. 7. Hincfit,utcausa , quamobrem maiorum fordesefficiantignobilespofteros, euidentiorfit, quàm cur clari tas eorundemexornetpofteros nobiles . Vndenonſolahonorum propinquitashicprocauſaadducitur, utillicfordesipfametfi nitime afferuntur,fed alia præterea causa affere opus est, quamnuncinuestigemus. Duoafferuntur dicendimodi, alter Ariftotelis , alter AdouardiGualandi,tertiuspræte rea exBoetioadijcitur . Dvo modidicendiofferuntur, quamobremclaritasmaio ruminbonumcedatposteriorum . AltereftAristotelis ,quem etiamtetigitHoratius ;nempèconfentaneum effèexmelioribus ortoseffe meliores ,eòquod nobilitas eſt virtusgeneris, dequa Lib.3.Polir. cap.8. virtutemox dicemus . Adouardus verò Gualanduscauſam in eoreponere videtur, quodfitnobilitasparentum,maiorque inRempublicammeritorumhæreditas:ficutenim,inquit,alio rumbonorum,queadmaioresnostros,cum viuerent,pertine bant,ita etiam meritorumin Rempublicamharedesfumus. Sed quid,fitertium modumdicendiexBoetiofubijciamus? necef fitatemfcilicet nonrecedendi a maiorum veftigijs,quamimpo nitnobilitas, caufam effe, cur maiorumclaritas verèin bonum posterorumcedat.Verba virifunt. Quod, fiquid eftin  nobilitatembonum, ideffearbitrorfolum,vtimpo fita nobilibus neceſſitudo videatur, nea maiorum virtutedegenerent . Examinemusnuncdicta. Virtutem autemprimògenerisdeclaremus. Eftfanèeiufmodi virtusnon morèacquifita, fedinfita extemperamentopropenfioinmores, &affectus laudabiles, dequaiamnonfemeldiximus : &quo niam temperamentaplerunqueper traducemexparentibusin filiospropagantur,ideoplerunque etiam virtutesnaturalespa riteringenera,acfamilias diffunduntur . Aristotelesremto 2.Rhet.c.18 tamfimilitudineagrorühuncinmodumdeclarauit (Eftenim, inquit, in familijsprouentusvirorumquidam,perin deacinijs, quæ nafcunturinagris,&nonnunquam fi genusbonum fit, viripreſtantes exoriuntur, dein derurfus retrofertur. Familiæverò ,quæfubtiliin geniopræditæ funt, admoresinfanioresdeficiunt,vt quiabAlcibiade,&Dionyfiofuperioresprofectisút: quæveròſtabili ,adſtoliditatem,vtqui a Cimone, Pericle,&Socrate. Hec ille. Ceterum autem in virtute generisrepofitam effenobilitatë, tumbocloco2. Rhet. tumpro ximoindicato 3.Polit. cap.8. tumalijspræterealocis; &primò deHist.animal. pariternobiledefinit, quodeſtexbonoge nere. Non refpicit autem infingulis virtusgeneristotam virtutem,fedinhisfortitudinem militarem, ut infamilia Gonzagha,in illis prudentiam politicamfolidam&prestana Virtutes p tem,utinfamiliaMedicea,inalijs paternamergafubieétos priæfamilie Gonzaghæ, regiamque charitatem, utinfamiliaEftenfi. 4 Conferunturmodidicendi. RESTAT nunc, utquamexhis veramfententiamar G 2 bitrer, Mediceę, & Eſtenſis . i  Deconiect.cuiuſquemorib.&c. bitrer, exponam. SentioitaqueabAristotelecaufamnoncom munione vniuoca,fedexattributionecommunemallatam eße, outindefiniendo eiusfermè mosest; nempènobilitaseſtcla ritas maiorum,fiueorigoexmaioribusclaris. Claritas au temeorumest velex virtute, velexdiuitijs, velexaliaali quareearum,quæ in honore habentur. Cum ergoclaritasex virtute est , virtutigeneris nititurnobilitas : at cumexdiui tijs,velex alio eiusmodifplendorefortune,virtusgenerisnon habetibilocum,neque vera,nequeprefumpta,nifi,fiforteadeo tenuiter, utnullius vixmomentiexistimaridebeat. Aristote les ergorespexitnobilitatem, quæfecundum effentiameftclari tas maiorumex virtute,eiusquecaufam attulit virtutemge neris;nempè ex eiufmodi virtutegenerisfit , ut virtutem maiorumappræfententpofteri,utplurimum, utqueinopinio ne, exiftimationequehominumclaritas illorum his tribuatur, quatenusprefumitur,vulgòperpetuò virtutem eandemgene ris ingenereipſo propagari, licèt verènon propagetur, utsa pientesagnofcunt, Ariftoteles.Poffumushinc diftinguere, utis virtusgeneris vera,anpresumptafitindefinitionecauſaliin telligenda; etenim , dum verameamcontinuationem claritatis ex virtutefibifuccedentiumhominum ineademfamiliaconfi deramus,exquafitnobilitas, virtus vera naturalispro caufa exigitur, utfcilicet virtus naturalis cauſaeſt virtutismora lisperfecta,autimperfecte. Vt veròintegram nobilitatisdu rationemanimocomplectimur, tum prafumptam, non veram virtutemgeneris accipereoportet ; duratenim nobilitas,post quametiamobſoleuit virtusgeneris, utfatetur Ariftoteles , quomono Præfumptio &resipsadocet; namflorenteRomanoImperiofamilia Corne bilitati de- lia nullum edebat virtutis specimenfedcumalijsantiquis Ro feruiat. manorumfamilijsalto luxudemerſaStertebat : attamen, quis negareteamintanta antiquitate , & claritatediuitiarum , loci nonfuiffè adhuc nobilem ? Ammianus Marcellinusfuo tempore nobilitatem Romanam etiam agnouit & admiratus est,quifcripfit aduſque Valentis exitum : & Chilpericus po ftremusRegumGallieex primoſtemmatenobilisab omnibus afferetur, etiamfiomnigeneris virtuteexutus. Tumergòcum obſoleuitiam virtusgeneris, non vera, fedpræfumptanobili tatemefficit . HecitaquedeAriftotelisdogmate hac in res , quod Peripateticifuntfequutiex recentioribus . Poffeni nus,Taffius. : Adouardi Gualandidictum communionem uniuocamre fpicit,namidverèanimisnoftris,opinioniqueinfidet, utcete rorumbonorum, aciurium,quæ maioresnostriobtinuere, here desfumus,itaetiam fplendoris obfcuritatisquehæredes effe . Verum nonest, curid admeritainRempublicamreftringa mus. Quicunqueenimfueritſplendor,hæredesexopinioneca demfismus,&quaecunquefueritignominia. Quodveròdi citBoetiusnonpertinetadcauſamnobilitatis , fedpotius adeffe Etum,conſequentemque utilitatem,quam agnofcentes multi Principes libentius credunt munitorum locorum cuftodias vi risnobilibusquàmignobilibus ,quòd credant pro illorumfide Splédorma 1 4 ior eft fide nobilitatem ipfamfideiubere , uthoneſta &præclaraexempla iufforpofte maiorumillisad imitandumproponit . Uterqueigiturmodus tis. dicendi &Ariftotelis, &Gualandicaufamexprimunt,fedil leexattributione, hicexcommunione uniuoca. Ariftotelesau tempræftantiffimèproſolita methodoad declinandum equiuo cationispericulum ,quod latetetiamin definitionibus, commu nionemexattributione amplexuseft: atmodus BOEZIO (vedasi) ad cau Samnonspectat,nequeveròestidilliimputandum,quianeque tuminhuiuscaufaindagine verſabatur. G 3 .Duo  Deconiect. cuiuſquemorib.&c. §. Duodecimus . Taſſij definitioexaminatur. TORQVATVS Taffiusin Dialogo peculiari, quemFur niuminfcripfitabinterlocutore, denobilitate egit; definitioně Definitiono queeiustandemcollegithuncinmodum . Nobilitas eft vir bilitatis ex tus generis honorata ob antiquam claritatem ;decla Torquato Taffio. ratquedefinitionemeiufmodi constareex genere ,& differen tijs, adeoqueeffèntialemeffetotamfignificat,nullopacto caufa lem.Virtutem itaqueprogenereaccipit, reliquaprodifferentijs: atcertèintimusagnofcitſenſus,dumdiciturnobilitaseſtvir tusgeneris, tumprædicationecaufalem, noneffentialemeffici, nonfecùs,accum dicimus ecclipfiseßeterrainterpofitionem, &quadraturamrectanguliexalteraparte longioriseßeinuen tionemmedie proportionalis,quod est exemplum Ariftotelis SecundodeAnima; &resipsaloquitur,namgenusnunquam poteſta redefinitaauelli,at abſque virtute generispoffè effe Chilpericus nobilitatem vidimus, v.g. Chilpericus Rexnobilitatemobri Rexnobilis nebat, atnullaineo virtusgeneriserat. At nunquamitage quanquam degener. nusseiungiturarecuiusgenus eft, utdiftinguanturfubiecto. Aliopretereanominereprehenfionemihidignavidetur;lyenim (honorata) nonestdifferentiavirtutisgeneris, cum confequa turpotiusillam,utcommuneconfequens. Virtusenimomnis fuaptenaturaefthonorata, nonautemaliahonorata, aliainha norata est; fi honoremprodignitatehonorisaccipiamus,vel proexiftimatione, &opinione virtutis. Quodfiproſigno est extrinfecusvirtuti; eſt enimeiuspremium, autfignum,non differentia: fed, quicquiddehacreprehenfionefit, certèprima viget, &vrgetomnino. EtAriftotelesfuainRhetorica tuminprimodeanimal.hist.genus nobilitatisinorigineponit, non  nonin virtutegeneris. Definitionemeiusin1.deRhet.attu limus,&in 1.debist.animal.itidemdicitnobileeffe; quodor tumeſtexbonogenere,utin ortu,tanquamingenereno bilitatemponat,noninbonitate, autin virtutegeneris.Nam finobile eft,quod ortumeſt exbonogenere, nobilitas erit ortus, &origoexbonogenere,nonbonitasgenerisformaliter. Denobiliummoribus. Cap. Secundum. Quæ dixeritAriftoteles Rhet.. EXPLICATA nobilitatis natura,eiusnuncmoresex ponamus. Aristotelesduorumin vniuerfummorum, no bilitatis meminit:prior est cupiditas honoris, eamque ratio nemreddit; quoniamnobilitas eftmaiorumdignitas.Cum ve roomneseabona, queſuppetunt, accumulareconfueuerint,ideo nobilesauitishonoribusfuos &ipfiadiungerefatagunt. Secun dusestpropenfioad contemnendoseos, quimaioribusfuis(pri misfcilicet authoribus generis)fimilesfunt; ignobilesenim fuiffeeos,idestobfcuros natalesobtinuiffeneceffeeft. Cur poſſeſſiobonorumingerattu morempoffidenti. VTdictorum, & dicendorumcognitioclariorprocedat, eft hoccommunefundamentumftatuendum; omnisbonipoffeßio tumorem quempiamnataestingerere poffidentiplus, minusvé proqualitate, amplitudineboniquod obtinetur.Confequens autemeftaffectuisefufpiciendi ob aliquodbonumcontemptus eorum,qui eocarent,in eofaltemquòdcarent. Quocircanobiles G 4 igno : 104 Deconiect.cuiufquemorib.&c. ignobilesſpernunt,diuites inopes. Secundolocoideftetiam ani maduertendumfuafingulisbonamaioraſemper videri, quàm Polit. fint, quemexphilautiaerrorem & agnouit , &procaufafun dametoqueſeditionūomniūinrebuspublicis Ariftotelesftatuit, utibienimexpofuit diuitescuminaliquo excellant , fcilicet in diuitijs , creduntſe in omnibus excellere,adeoque Reipublice munia , &dignitatesfibi deberi. Nobiles contrà ex eadem philautia arbitranturfibiomnes Reipublicedignitates, acfolis conuenire: que, cumitafint ,fitamen cum intima credulitate coniungatur publicaconcelebratio Ciuitatis,acloci, tumorin immenfumcrefcit.NuncVenetijsnobilitas,cumin manu Rem publicamhabeat, abomnibusfufpicitur, &celebratur: tumor etiameiusnobilitatis maximuseft. Tempore etiam Iugurthi ni belli, antequam Marius eampercelleret, nobilitas Romana, que Consulatum, & summasdignitatesfibipermanustrade bat, maximètumebat, utmeritiffimèinidtemporiscaderet, quoddixit Sallustiusde Metello agens. Ineratcontemptor animus,&fuperbia, communenobilitatismalum . Quævitia,&virtutesconfequantur nobilitatem . Ex hisfundamentispatet,&vtrum, &quamobrem nobilesfintignobiliumcontemptores,plustamen, minus vépro loci,&Ciuitatisinftituto. Patetetiamdumclaritatemfuörum fufpiciuntquamquamipfi ex illis obtinent , inflammaridefide rio bonorum , &dignitatum ,quibus fuæ nobilitatisbonum augeant &inpofteros auftius transmittant . Florente etiam adhuc veranobilitate , adeoque virtute generis ,cuiinnititur pareftinfamilijs militaribus moresbellicofos vigere; in litera rijs LiberTertius .  rijs literas , ) ſtudia; in prudentibus negociandi dexterita tem,etc. At abſolefcente iamnobilitateretrorsum mores ruere comodo,quò ex Aristotele declarauimus: dequafamiliarum déclinatione,non deincremento, acftatu verafunt, queHora tiusfcribit. Ætasparentum,peiorauistulit Nosdeteriores, moxdaturos Progeniem vitiofiorem. Habethocpostremoboni morisnobilitas , utipfam pudeat actionumprauarum, acamaioribusdegenerantium, nifitamen ea vetusdeprauationobilitateminuaferit utpeccatumaliquod fibifamiliarefecerit velutiimpudicitiam RomanenobilesIu uenaliteste,ſuatempestate . Cuiusapudmollesparua eft iacturacathedras. 4 Suntetiam exeducationein clara domo urbanimores nobi libus multofaltemmagis, quàmnouishominibus,quifortune immodico fauoreadfummarepentecreuerint, dequibushomi nibus verumeftillud Claudiani; Afperiusnihileftbumili, cumfurgitinaltum. Et intelligemusdiuitumrecentium mores multo contumeliofio res effe . De moribus diuitum . Quæ Ariftoteles dicit in Rhet. A : Ddiuitum moresaccedamus; prestatautemexAristo teleexfcribere, ut moresætatumfecimus. Sunt (inquit) cõtumeliofi ,&fuperbiapoſſeſſionediuitiarú aligd palli (nempèeoipſo,quoddiuitesſunt,eiufmodi morespatiun tur)  Deconiect.cuiufquemorib.&c. tur) Perindeenimaffectifunt,acſibonisomnibus af fluant; fi quidem diuitiæ, quaſi pretium quoddam æſtimationisaliarum rerum funt; quocirca venalia omniaipfarumeſſevidentur(quam tamenratiocinatio nemplurimum confirmatphilautia ,quefacit velutiproximè vidimus, utquiſqueſuabonamaiora,quàmfint, credat,maio risque meriti)& delicati & arrogantes;delicatiquidem propterdelicias(nempèobeammolliciem, quamdeliciasdi ximus propterquamfcilicet utunturmollibus vestibus,cibis Suauibus, & demumtotosſe luxuidant) &beatitudinis oftentationem (bec eftfecunda ratio , quamobrem luxu utantur ad oftentationem beatitudinis,quamobcaufamquo que pretiofis utuntur vestibus,amplasdomosedificant,ſu perbequeinstruunt,bigis &quadrigis,nunc etiamfeiugibus utuntur,magnopretioemptis,curribus prætereaamplis, ornatiffimis) arrogantes autem,&elati, quia omnes in ijs rebusoccupariſolitifunt, quarumipſiamore, at queadmirationeducuntur &quiaalioseadéæmula ri opinantur, quæ&ipfi.Nonimmeritòergoitaani matifunt, quia multifunt, quihabentiumindigent, vnde&illud dictuSimonidisdeſapientibus,& diui tibus,ad Hieronis coniugéextatroganté; vtrum me liuseffetdiuirem effe,anlapiente,diuitemreſpodiſſe: ſapientes.n. dixit,ſe diuitumforibushærétesvidere. Hocitaquepeccatoadiuuaturcredulitas diuitum ex communi concelebratione , attestationesque hominum, exqua valdetu morem animi crefcere, atqueopinionemdefuisbonis proximè monuimus. Etquiaſedignoseſſeimperioarbitrantur. Ins.Polit.cap.1. 3. Polit.atquevtfummatim dicam;dementisbeatimorumdiuitiæfunt.Imitatus est hunc dicendi exparte modum Horatius , dum dixit; Stultitiampatiunturopes; )minusilles Fortuna,quemnimiumfouet,stultumfacit. Differuntautmores eorum, quinouisfruunturdi uitijs, & corum , quiantiquis, quiaomnibusmalis, ijsquegrauioribus cumulatifuntmagis , quanouis ; namnouasdiuitiaspoſſidereeſtquaſirudem diuitia Fumelle; (contumeliofioresfcilicet,&fuperbioreserunt,qui nouis,quàmquiantiquis; itemdelicatiores,&arrogantiores, dementioresdemum ) Etiniuriasinferuntnonmali tiæ; (nonfraudisſcilicetadcircumueniendum, & adlucrum) Sedpartimcontumeliæ,partim incontinentiæ ple nas,vtinverberationem; (que contumeliæfunt)&adul terium(quefuntincontinentie ) §. Secundus. Dubitationesquædamafferuntur, &foluuntur Ariftotelis. ATcontrahec Ariftotelisdiftadue præfertimdubitatio nesnafcuntur, non diffimulande:prima quidemcontradiffe rentiamantiquorum, &recentium diuitum; namcontranoui diuites minusfumptuofifunt, magisqueparcuntdiuitijsquàm antiqui,utideAriftotelesſignificat,& tradit lib. 9.Ethic.c.8. Respondeononaccipihicab Ariftotelediuitemnouum,qui ipſe Soluitur pri perperitdiuitias, antiquum,quiabalijsacceperit, fednouum, tio. qui repente, &insperatoalienobeneficiofactusfit diues, anti quumverò,quiaparentibus, t) maioribus acceperit; adeoque ab initiofit indomodiuitenutritus, quocircanonfit ufusdiui tiarumrudis. InhacCiuitatequidamexagnatimorteinſpera taim ma dubita 108 Deconiect.cuiufquemorib.&c. tamhæreditatemafſfequutus profuſisſumptibus totamceleriter Ciceroin ſe effuditilluftriore, & celebratioreexemplo;idemfecit Antonius cunda Phi lipp. : dæ dubita tienis . inPompeij Magnibonaintrusus. Aliuddictum , quodindu bitationem adducitur, est, diuites effedelicatos; namauari po tius effe videntur,nonſumptuosi: &Aristotelesfatetur lib. 4.Ethic. cap.1. liberales noneßediuites , eoquodnon parcant Sumptibus . Qui ergo,conuertendo,diuitesfunt,parcuntſum Solutiofecú ptibus,nonfuntdelicati, neque luxuoſi. Refpondeoficonfi deremus diuitias ipsas perse abstrabendo tum a virtutelibe ralitatis,tum ab auaritia, quiapotest effe abſque alterutrohabi tu, & inhomineneque vitioauaritia,nequeprodigalitatisla borante,nequeetiam virtuteliberalitatis infignito. At pro facultatefaciendorumſumptuum,proque innata cupiditate deliciarum adeasducere, atqueinclinarefaltem, undeiureme ritò Ariftoteles dum loquiturdediuitiarumperſemoribus,di uites in deliciaspropendere afferit . Quo ad Ariftotelis aucto ritatemex lib.4. Ethic. cap.1. dicendum est comparatiuè ipfam intelligendam , nempèquinonparcitſumptibus ,non equèerit diues , atqueis, quiparcit ; & perpetua corrogationipecunia : rumincumbit; adeoutnonpoffiteffeperantonomasiamin Ci uitate diues liberalis, autfumptuofushomo, qualiserit , quiredditusquotannisinfortem corrogat. Cate rùm liberalis ,quiamplumpatrimonium a maioribus acceperit,diuesfemper eße perfeuerabit; quianonexfor te,fed ex redditibus Solùmfumptus facit, out exAristoteleipso an teadocuimus. : De moribuspotentum, &fortunatorum . CaputQuartum. A : Qui potentes fint. Dpotentum morestranfeamus. Primòautem explice musquifint,potentesgræcèSuvādosab Ariftotele vocati, 4) δυνάμενοιquoque.Potetesergofunt,quiin magistratibus,pre fertimprimis,funt; potentiaenimeapublicaeft: primòquidë,fi perpetuusfit,ut dynastis, acregulis contingit: deinde,fifuc cefforem recipiat, utin liberis ciuitatibus, utplurimum, acci dit. VenetijsenimfolusDux estperpetuus;reliquiomnesma giftratus mutantur.SuntetiampotentesgratiofihominesinRe publica,fiueMonarchiaeafit,fiuePolyarchia . Dicuntur ve- Qui dican rògratiofi, quigratifuntdominanti,autconfilio, autprincipi; turgratiofi. quorumque idcircofententia libenterſuſcipitur . Demagogi quoque meminit Ariftoteles inRebuſpublicispopularibus eiuf modi erant, & infenatu RomanoquondamCicero, &pluri- Cicero & mumPompeius. Potentiaetiamnasciturex multisclientelis, Pomp.inSe quarum ope quis poteftpro arbitrio multafacere. Germano- nopotétes. rumhacerat,referenteTacito,potentia Hæcdignitas (in quit)hæ vires magnoſemperelectorum iuuenúglo bocircundari,in pacedecus,in bello præfidium. Paucis ab hinc annis in Italia factionum Guelphę , acGhibelli naprincipes, acduces magnahuiusgeneris potentiapræſtabat; etenimdiuiſus ubiquepopulus partim hunc,partim illumfe quebatur. Nuncetiammagnatesacproceresciuitatumaliquas clientelas habent. Comites, & Marchiones,quifunt alicuius ciuitatis,partes inditionibusfuis dynaste,ac regulifunt: in ci uitati natuRoma Deconiect.cuiufque morib.&c. uitatibus verò,quarumproceres exiftunt , utomniinillisdi tionecarent,itapotentesfuntobnumerumfubiectorum,quo rum ceuclientelenixi,poffuntplurima,filubeat,patrare. Co Romani lumnij,Vrsini,Sabelli, cateriqueRomaniBaroneshancinVr Eti aliquan proceresdi- berationemfubeunt,licètnuncproEcclefiaftici imperijampli doPontifi- tudine, des. Seueritate minus multo, quamanteapoffint, quando cum compe dicebanturPontificumcompedes . §. Secundus . QuimorespotentumfintexAri ſtotele  Rhet. NVNC quifintpotentum moresexAristoteleintelliga mus, utinreliquisfecimus. Potentes (inquit)partim eif dem moribus præditi funt ,acdiuites, partimverò etiammelioribus. Suntenim potenteshonorisaui diores (verfanturfiquideminhonoribus,fiue magistratibus, fiuegratia,fiue clientelis præſtent: atquiſquebonaipfafuare tinereftudet)&moribusviriliores, quamdiuites,quia ca affectant negocia ,quæipfisadminiſtrarepropter potentiamlicet: (Siue magiftratuumenimpotentiamrespi ciamus,maxima negocia tractant;fiuegratiam,inmaximis confultationibus ,acfuafionibus verfantur,fiueclientelas, eas quoquetueri,acclientesprotegere, & iuuaremagnumest nego cium) & ſtudiomagisdediti, quiainfedulitatefunt toti, quod, quæ adpotentiampertinent,confiderare coguntur.(Studioſos autemhic vocatindustrios,acdiligen tes,déditosquenegocijshomines,qualisfedulitas neceßaria est resmagnastractatibus: acqui clientelis inhiant, officiosospre : terea effeoportet) Et grandiores, grandiores, quàmgrauiores, quia confpicuoseos dignitasreddit. Itaquemoderatèſe gerunt. Grandirasautem mollis, & elegans grauitas III eit. (Grauioresfunt,quiobſtipo vultu,erecto,acquasiinflexi bili colloincedunt: grandiores autem,acgranditas magis vul tuarridet ; folutioreetiamcapitis nutufalutantibusrefpondet, interim&voce. Nequeenimpotens veretur,neexeafacili tate contemnaturexeo,quòd dignitasconfpicuum, & vene randum reddit . Non ceßat tamengranditas effegrauitas, quoniamgrandis infacilitateretinet dignitatem,ſeque maio remrepræfentatillis,quibuscum agit,fi minoresfuerint : cete ris autemmagnum) Etfi iniuriamfaciunt, nonparua, ſedmagnafaciunt (cumenimnonexiguaillilucracaptent, autparuuloshonoresnegent necfacilè, acleuitera ceterispro uocentur; timenturenim. Quarenonnifi vehementer prouo cati,aut admagnumincrementumnoniniuriantur) : Quo inſenſuſintaccipiendaca, quædixitAriftoteles. HAECautem, quaenuncexAriftoteleexfcripfimus,intel ligendaaccipiendaqueperſefunt,fcilicetdepotentibusipfisper ſe,non utbuic,illivé vitioannectuntur.Potentes autemperfe ſtudium potentie includunt , quodſtudiumdefcripti morescon Sequuntur. Atfiintelligamus tyrannicumhabitum, autpro penfioneminiunctamalicuipotenti,longèisaliosinducet mores, multoqueſeuiores: &quoniamfubpotentibusetiamRegesfu premiquePrincipescontinentur; dicitHomerus, quodnonſe melretulimus, &rationemadduximus, : Diuorum Regumirameffemagnam , Quem affectum cateri etiam potentes ex proportione fub eunt.DeliciasRegumdefcribit inPerfarumregibusPlatoin Alci Deconiect. cuiufque morib.&c.  Alcibiade . Primòuxorienimregiainfingulaornamenta crepidas,zonam &c. integra Prouinciædestinabantur,& Hi cipum. Storici res gestasAlexandriMagninarrantesdeliciasDarij, que posteiusdebellationem in Alexandri manusdeuenere , FaſtusPrin- mirasdefcribunt. Principum veròFastum,tumoremqueani mi,quoſeſufpiciunt,cumpræfertiminantiquosfucceduntprin cipatus, quis defcriberet ? Se ut Deoshabent, &diuinospro pemodum honores ambiunt : nonnifi adulationes admittunt: Superbia vix liberam vocemtolerant. Imperatores Turcarum neque Regis Tur- recto afpicifuftinent. Adulationibus corruptiſeomniafcire,vel faltemmodoanimaduertant,fcirepoffecredunt, licèt,utpluri mum,ſcientias, &habitus contemplandi spernant,& nihil eſtiment. Regalemluxamin omnibusadhibent, partimobde licias , &ad ostentationem beatitudinis; partimadpræstrin gendosoculos, &animosfubiectorum , utdebitamreuerentia Lib.deCy- exhibeant; quodconfiliumin Cyro & representauit , &lau ropędia 8. dauitXenophon,cumpræfertimprimamillam regiam,&splen didiffimam egreſſionemdefcribit . Etdemum,quospotentesha bentmores, eosinſummohabent Principes: potentesautem moresdiuitumhaberedictifunt, quiſeſufpiciunt,funtelatiat quearrogontes,&c. Quocircatalesquoquepotentes, &potif fimumPrincipes,acRegesmagni. De moribus fortunatorum . Ariftot. 2.Rhet. cap.18. 1 De fortunatorum nunc moribus dicamus. Fortunati homi fortunati. Qui dicatur nes dicuntur,quibus,quorumqueactionibus,&defiderijsfor tunaadfpirat,adeo ut quicquidaggrediuntur voto,felici cur fuaßequantur: benèfcilicetfortunatos intelligimus ,cumfor tuna  tunatosdicimus. Cesarſefortunatumagnouit&predicauit; undenautetimentiprocellam,netimeret,dixit,quodfortunam Cafaris veheret . Syllapariterfefortunatuminfcripfit , & Syllafe in in attestationem Idolumfortunepro amuletoperpetuogestabat fcripfitfortu natum . finu . Partesbonefortunefunt,diuitiæ,potentia, nobilitas , Sedpretereamultitudo &probitas liberorū, &bonacorporis : Adijciamus,quodabinitio diximus, adfpirationemfortune actionibus, &captis omnibus. Quid verò, &quæfitfortu na,utrumprudentia ipſadiuina, utad effectus nobis inco gnitosrefertur, velutconcurfumnobis incognitumcaufarum iungit, ancauſaomninoperaccidens, ancœleftes afpectus,non esthuiusloci inquirere,&determinare. Qui veramfimpli citerfententiam noſſe defiderat , Theologos adeat, nos phiſicè rempeculiaritractationediſcuſſimus . Moresnuncfortunato rumdefcribamus. Aristoteles ergo histribuit moresſuperio rum,fcilicet nobilium, diuitum, &potentum,cuminterfortu natosillifint: dicitprætereaeſſeſuperbiores , ac inconfideratio : res; tantumenimfortuneſueconfidunt, utnullo,velſuo con filioomniaſe affequuturosſperent. Cæfarisfiduciam expofui- Cæfariste mus,cuius maximumargumentumfuit,cumobuium Caffium unnata. meritasfor cumdecemroftratis ipfe cum unicaexpectauit , &ſpe venia propofita,adfuas partesinuitauit: in cuius tamen manu erat ipfuminuadere, &forfancapere. Hocfibi voluitpenesLiuiū Annibalad Scipionem. Tuam adolefcentiam, &perpe tuam felicitatem ferociora vtraque quàmquietiso pus eſt confilijs , metuo . Tribuit præterea idem Aristo telesfortunatis Deorumcultum,&quodergaDeosaliquomo doaffectifunt,fidem habentes proptereabona, quæ afortuna fuppeditantur . Suntetiamnegligentesfortunati, etenimſpes facitnegligentes , utT. Liu. dicit lib. 27. in principio. Ne : H gli 114 Deconiect. cuiufquemorib.&c. gligentiam(inquit) infitam ingenio duci augebat fpes. Vtrum fortunæ profperitas reddat hominespioserga Deos. At videturpotiusfortune profperitas a Deo auerterein Acultas. multa bomines peccatarapiens ; unde etiaminfacris literis. Tollitur dif Impinguatus,incraffatus . Refpondeo in verareligione, in quapeccataprohibentur, &inqua verus Deicultusest,vi tapuritas&Sanctitas,prosperitatemfortuna aDeoabducere potiusobirritamentapeccandi; undeid monentfacræliteræ ; QuosDeusdiligit,eoscorrigere; &ibidemdicit. Vexationem dareintellectum . Atinpseudoreligione, inquafolusexterior cultus attenditur,cæterumlicentia permittitur viuendi,pro ſperitasdeuotionemin Deoscociliat, utin Ethnicorumreligio neerat,inqua etiampeccatafacrificijs redimebantur abſque propofitononpeccandiamplius,utexPlatoneinfecundodeIu Stocolligitur. Cumitaquenullaemendationisobligatiopeccan temteneat,licentiaque permittatur viuendi,folusfacrificio rumcultus,acpomparequiratur,eamfacilèprestantfortuna ti,&tamfacilesacfibipropitios Deosdiligunt,&colunt.. De moribus contrariarum conditionum expofitis. CONTRARIARVM autem conditionum,acfortunarummo CONTRA res exdiétis contrario modocolligūtur,fcilicet moresigno bilium,pauperum,plebeiorum, acinfimorumhominum, &in fortunatorum: nempe ignobiles contrarios nobilibus obtinent mores; pauperesdiuitibus; plabei, tt )infimi bominespotentibus; infortunatifortunatis. Ex.gr. Nobilesfunthonorumap petentes, ac dignitatum; ignobiles,fi utilitatemabbonoribus, acdignitatibusfepares, nulloearumdefideriotenentur.Vtenim dicit Aristoteles lib. 6. Pol. cap.4.Multitudo magislucrum appetit, quàmhonorem,&adOligarchiamtuendammonet,s. Polit.cap.8.neexmagiftratibusemolumentacapiantur;quie fcit enimpopulus amagiftratibus exclufus, cumnullam exillis vtilitatemnafci videt. Diuitesfuntdelicati, atpauperesdu ri, &parci eò,quodinopiaaſumptibusprohibeantur. Poten tesgranditate utuntur; infimi, &abiecti,acfubiectihomines pufillitate; fplendorefiquidem occurſantium perftringuntur , )reuerentia immodicapremuntur, cumeosadire,&compel larecoguntur; undetitubatioſape, & tremor vocis &ali quandofuppreffio. Fortunatifunt ſperabundi , &confiden tes: at infortunati desperabundi,cumſepius iam votisfuis exitum aduerfariexpertifint. FortunatibenèergaDeosaffe Eti: at infortunatiplerunqueblafpemiinDeum,&pendentes, qualesetiam aleatores,cum aleaaduerfa ceciderit, videmus. Hacitaexempli gratiacollata excontrariofint. Idem autem estincæteris faciendum. Cum verò nunc diximus ignobiles noneffe honoris cupidos , non intelleximusbonorem innatum, Lib.devirt. quemmulti vocant,et dequo antea dictumfuit infecunda parte; nequeetiamdumcupidosnegamusomnempenitushono risſenſum ,& Stimulum negamus,fedaerem,& quifitali cuius momenti. Aliquamautem,fedexiguamin illishonoris cupidinemagnouitAristoteleslib.6. Polit.cap.4. Quæ cupi do, inquit, honorum illis ineſt, facilèadimpletur&c. Placetetiampro moribus minusfortunatorumhominum ex circa hono remcap.9. fcribere verſus Terentij in Adelphis fub personaHegionis. Scen.3. Suntautem . Act. 4. H 2 Omnes 116 Deconiect. cuiufquemorib.&c. Omnes,quibusresfuntminusfecunda, magisfunt,nefcio quomodo Suspitiofi: adcontumeliam omniaaccipiuntmagis Propterfuamimpotentiam,ſeſempercreduntneglegi. ? : 1 Tranfituradvitainstituta, acStudia. Caput Sextum. §. Primus. Diuidunturartes , &exercitationes. TR ac RANSEAMVS adinstituta, ſtudia vite . Estautem illudprimòdiftinguendum; utrumfintartesfedentariæ, ancontrapluriumexercitationum, & motuumexercitationes, fiquidem & motuscorpus robuſtum, animumferocem red citationib. Cap.deexer dunt, ut anteavidimusPlatoni,&Ariftoteliprobatum.Ve natores, Gymnicorum, autequestrium certaminumſectatores plurimo vtuntur motu :luctatores itidem, t) id genus alij: contrà,aleatores, ociofiquequieamincolunt vitam,quam cele Li.9.Odyſs. bratpenesHomerumUliffes Conuiue autemin ædibus audiuntcantorem, Sedentes exordine;iuxtaautemimplenturmenſe Panis, &carnium,merumautemexcratereexhauriens Pincernafert, & infunditpoculis. Hoc mihioptimuminanimo videtur. Intereos autem, qui vitam laudabilemducunt, literati,acftru dijs debitiſedentariam vitambiomnesdegunt ,qua vitacor poris robur,ac vigorem remittit,aclaxat,animum quoque emmollit eaipfaratione quietisperſe ,acfeorfum confideratas Gothicuiuf- undecelebre estilludGothiadpopularesdictum . Qui tempo dacelebre dictum . re Claudij, captis Athenis, accoaceruatisinforo adcomburen dum : LiberTertius. dumlibris,diffuafit illam librorum cladem; quod dum Græci homines illisſtudioſius incumberent,minusadbella idoneifie rent: dico autemrationequietisipfiusperfe,namrationecogni tionis,quamfuppeditat , contrariumoperaripoterit, interim 117-queoperabitur. §. Secundus. Corellarium deartibus, artificibuſ queilliberalibus. PENDET exdictis, ut artes(de illiberalibus loquor) Sedentarie minus aptos, accordatosmilitesexhibeant,quàm quemotibus abundant,præfertim validis , & robustis . Pe nes Romanosexrusticanaplebe, quàmex urbana milites po tiusſeligebantur; AutorVegetius; undeHoratius . Sedrufticorummaſcula militum orummafculan Proles,fabellis doctaligonibus , Verſareglebas . : Imo & nobiles agriculturam exercebant utdeCincinnatocon ftat. Aristotelesquoque laudatosex Agricolismilitesfeligi affèrit; poftea expastoribus. Verbafunt. Inmultisverò Lib.6.Polit hæcPaftoralis vita cum agricultura conuenientiam cap.4. habet.Vtrique enim corporibus exercitatiad bellicas expeditiones vtiliflimifunt,acpotentesfubdio con fiftere. Omnesautem artes illiberalesquæftum profpiciunt; adquerendumenim victumexcercenturabartificibus, unde questus quoque cupidosfaciunt: acquorum maioresfunt& amplioresquastus,illi magisadeos rapiuntur. Eiufmodifunt mercatorumqueſtus; magnorumenimmercatorumfuntampli, &magni:atminutorum,quiquammerces,acres infumma emptas,minutim vendunt,frequentes ,&exfrequentia de mummagniipfiquoquecuadunt. Cum vero mercaturamin H 3 ter  Deconiect. cuiufquemorib.&c. ex fui natu ter artes illiberales conijcio ,intelligoilliberales, quæcunque in Mercatura fradignitatemhominis nobilisſunt: talis autem est mercatura raeft illibe. ipfaperse, ni ufus ciuitatis, et loci aliudperfcripferit,utFlo ralis. rentia,Venetijs, ) Ianue videmus. Sed alicubietiam cau ponariaa nobilibus ufurpatur; nempe emuntfrumenta,reli quasqueſegetesestate,triturationis tempore,quas ibidempoftea byeme, aut verefequenticarius vendant. Atcertèmercatu ratenuis vbiqueestfordida.. : : Deartibusliberalibus,quamotumultovtuntur. CaputSeptimum . §. Primus . Devenatione. DEartibusnuncliberalibusagamus &primòdeillis,que motibus vtunturmultis: occurritautem venatio. Mul tiplex ipfa eft , cum & terrestrium , &aquatiliumaniman tium,præterea bominum captura venatus quidamest, volucrumindaginemcomplectatur:fed& est, utPlato, Plato, t Aristo teles dicunt. Detotobodgenereiddicamus in vniuerfum,(ce tera enimbuiuslocinonfunt)venationesaliquas&cummotu corporis valido, & cum periculoeffe, utquæ aduerfus ani mantesterrestres,acferasfunt,Apros,Urſos &c.alias &fine motu valido corporis, & finepericulo,ut aucupatio,que viscoperagitur; fedentesenimexinfidijsauiculas aucupantur. Piscatus quoque,quifuccorumpermixtionefit, velbamoabf quetumpericulo,tumlabore est. Alia venatio mediainter dictas est,motu vtiturplurimo,fedpericulocaret,velutiqua Leporesinfequitur,t )pauidaseiufmodianimantes. Queve natio &periculum, &motumincludit,adroburtumcorporis, tum LiberTertius. tumanimi utilis eft. Quæ veròneutrumcontinet,inutilis est:atquepericulocaret, motu veròperagitur,roburoperatur, Sedminusmultofaltem animi,quàmprimum venationisge nus. HucrefpexitPlato cumſolampedestrium venationem 119 veroperay laudauit, nonautem dormientium,que nocturna dicitur,& ocioforumhominumest; nequeetiam,quæinlaborisremißione fit, tretibus, laqueisqueferasdomatnoncoſtantesanimi vi 1 ribus, fedillam ,quacanibus , &equis, &corporis viribus agitur. Voluitnempe virfapientiffimus eamfolam venatio- Quævena nemexerceri,quæadanimofitatem conduceretPiscatum verò tioPlatoni probetur. vixadmifit; quoniam piſcium in cibis ufumnon admodum Lib. 3.de probabat. $. Secundus . Deexercitatione armorum; & primò Iuſto. devita militari . SVCCEDITexercitatioarmorum . Triplex enimeiuf modiexercitatio distinguipoteft; alia,quæinbellisipfisperagi tur,quomodo veteranimilites verèexercitati dicuntur; alia eftexercitatiohacludicra , & umbratilis,dequanunc dici mus; alia mediaeſt,quecumpericuloperagitur,&fanguine, interdum etiam(fedrard)morte, cuiufmodi eratPerusij olim, quamdefcribit exactè, &commendatsummopere Campanus Scriptorgestorum Bracchij. Quampiam eiufmodipericulorum plenamexercitationemiubetPlato. Exercitatio,quain bellis ipfisfit, vitammilitaremconstituit,quafuaptenaturaanimos. fitatemaffert;pro licentia quoque ,&potentiarapacitatem, &infolentiam, nififeuera difciplina coerceatur. Etenimqui potentioresfunt,agreſtibus dominisſefacilefimiles præbent, (utPlatodicitlib.3. de Iufto) niſidiſciplinacohibeatur. Eaa duntetiamproniinſtupra, &inlibidinem,tumobeandempo.. H 4 tentiam Deconiect.cuiufquemorib&c.  tentiam & licentiam,tumquodbellicofihomines venereiquo cap.7. Lib.2.Polit. que, unde MartemVeneriiunxerePoete, utrefert,ac re cipit Ariftoteles . §. Tertius. Deludicra exercitationearmorum . Exercitatio armorummedia addifciplinam pediam queſpectat, nonadhunclocum. Restatitaque exercitatiols dicra,&equestris,&pedestris: noshancpræfertimpedestrem italicèvocamuslaſcherma, ſchermidore,quieăexercet. Oritur veròdubitatio; vtrumadfortitudinemipſa conferat, ancontràobfit. Vulgo enimdicunt magistros eiufmodi artis, quiineaquamplurimumprofecerunt,ignauoseffe,actimidos, fiin verampugnam veraquepericulainciderint: idemquean In Lachete tiquituspenes Platonem Laches. Verbafunt. Quafi enim dialogo. dedita opera nullus vnquamin bello illuftris euafit corum, qui hisludisincubuerunt,quamuis in ceteris omnibusproficiant, maximèquiſefrequenter exer cent, foli tamenhi præter cæterosad hocvotiimpo tes funtvfque adeo infortunati videntur. Dicendum . tamen conferreftudium, & exercitationemadfortitudinem , & animofitatem,primòratione motusipfius, &exercitationis corporis,que, ut vidimus, adroburtumcorporis,tumanimi facit, cumprafertimpartes exerceanturſuperiores, unde ) Spiritales, & vifceraincalefcunt, adeoque&humores. Quo circain corquoquecalidiorfanguisinfluit. Ratione item peri tieconfert. Experitia veròadiuuarifortitudinem argumen 8.Eth.c.8. to est militarisfortitudo,quæfecundüArift. experitianafcitur. Vidimusetiam viros certaminumeiufmodi peritiſſimosfuiſſe Syluius Pic- animofitateinfignes . Syluius Piccolomineus celeberrimus tota colomineus Italia,qui peritia haccertandifuitfortisadmodum, etiam ex 1 pluribus .. LiberTertius. 121 pluribusduellis veris, non umbratilibus, gloriamreportauit: queinveris, Sedinpublicis quoque bellis militari nedum, fedimperatoria pugnis. acin fictis p quoque laudefloruit . Pandulphus Spranius, ciuis nosterex nobilifamilia,ſtabiliquadam animofitatefuitinfignis ,inperi culisque, acpugnis multisſpecimenpræclarę virtutis exhibuit. Eratidem certandi, ac degladiandi peritiffimus . Corbis pe nes Liuium libro 28. peritiaeiufmodi videturſuperaffe Or fuam,idqueexpreffiße Liuiusillis verbis: Maior Corbis vfu armorum,&aſtu,facilèſtolidas vires minorisfu perauit; Quòadopinionem vulgarem, quam ) Laches ex preffitpenesPlatonem,fateri oportet nonfufficerehancfolam exercitationem adcomparandamanimofitatem : aliud estenim conferre, aliudfufficere ad quippiam acquirendum; undequi nunquam ex umbratiliad verampugnamtranfierunt,bi cer tè,fi in verampugnaminciderint, ex eafola exercitationenon veram virtutemrepræfentabunt;niſiſuaptenatura,&natu valifortitudinefortesfuerint. Exhaccauſanafciturinterdum Curmagi exercitationis huius infamia, cuminhominem naturatimidum ri,quosvo cadit: nafcituretiamexalio capite, namcum peritiam pugnan- Scherma,ti cant della midi exiſti diafferat, adeoquequandamexperitiafortitudinem, fiincidat mentur. exercitatus in aduerfarium, quemsuspicetur equè, vel magis peritum, timoreopprimitur,utde militarifortitudinedicebat Aristotelesaccidere. Nouitaspretereaperturbat hominem. Exemplo rem declaremus . Porcius Latro declamator,ut Quintilianusrefert, cuminferiumiuditiumex fictodefcendif fet, offenfusnouitateloci,adeoqueinitium noninueniensoratio nis,petijt utſubſelliaexdio in bafilicamtransferrentur.Ma iorautem eft nouitas exnulloin proximummortis periculum venire; undeetiamfinonfugiant,harebunttamen, )tora. pescentabinitioexercitati,quodillis vitio verteturab inspe= Etan  Deconiect. cuiufquemorib.&c. Etantibus. Hafuntcauſe,quamobremexercitatio armorum umbratilis malèaudit,atimmeritò; namnonexperitiaproce dithesitatio,quinimo imperiti,& inexercitati multo magis harebunt (fifuerintincæterispares)verumnon equèin illis attenditur, reprehenditur timor,atquein exercitatis, aqui bus vulgus propterperitiam requirit veram, & abfolutam fortitudinem, quamnullapacis exercitatio exhibet . Pruden tiffimè enim TheodoricusRexpenes Caffiodorumlib.3.varia rumprima epist. Ferocia cordalongapacemollefcunt, cauetefubito in aleammittere, quos conftattantis temporibus exercitianon habere: terribilis efthomi nibusconflictus, finon ſitafſliduus . Demuſica,practicanempevocata. Tria inmuſica contineri,quietem cor poris,voluptatem, figuram . NTERfedentarias veròartesliberalesprimòoccurritmu INTER fica, utpotèque apoliticisgymnaſtice exalterapartein di Stiplina, acpediaopponatur. Tria ipfa continet, corporisquie tem,vellenem omninomotum,voluptatem,&figuram:quie temdico, lenemvémotum ipſiusmuſici;nam infonisinstru mentorum exneruisartificioſaſolummotionemanuumutiturs in cantu vocis, ac vocalium inſtrumentorum motus inTibys &idgenus inſtrumentis motione itidem ſpiritalium organo rum, vehementiore tamen. Qui omnesmotuspræmotu,qui ad animofitatem requiritur, quietis loco haberi iurepoßint. Voluptas, quæfecüdoloco numerabatur, eft,quam,tùquicanit, tumquiauditexcontentupercipit. Quoniam verò voluptas remis  remiſſionemanimicum cordisdilatationeefficit,ideo muſicaom nisremittit animum,facitque homines eiperpetuo vacantes Animo(utdicitComicus)ommiſſo. Tertiolocoestfigura, Seufiguratio fpirituum,quam operantur harmonia, / rithmus provarijsfuifiguris: figuræ enim muſicorumconcentuumva riæfunt,alia querula, alia vinolente, ac molles,aliæcon ſtantes,&fortes,aliemoderata, actemperate. ItaPlato in SecundodeIusto: ) querulasdicitLydiasmistas ,&Lydias acutas. Vinolentas , ) molles vocat Lydias, & Ionicas. FortesPhrygia, moderatas, actemperatas Doricas . Reppre henditdiuifionem Ariftoteles : at inpræfentia nonest, cur di fcrepantiamtantorum virorumconfiderem:fatestmihi id, in quoconueniuntplures eßefiguras concentuum,quæfingulain Spiritusfui fimilitudinem imprimunt; ſpirituum enim tenuis materia,acspiritalis afpiritali muſice motuagitatur, &figu ratur, &neduminhominibus ,fedinequis quoque,quidfoni poffint, taba demonftrat. Infantescantuſedantur: nos ipfos tube t) timpana inarmaaccedunt,meminimeinadolefcentia meditantemquondam monomachiamſonobarbitisperbypates confirmatum, & accenfum. QuedePythagorafcribitCice- Demufi.c.1. ro , &pofteumBoetius, qui taliafubiungit,idem demon ftrant. Statuaturhocitaquefigurari vario modofpiritusno Strosabharmoniapro variaipfiusfigura. Quaetiam propo fitioadritmos,ac numerosextendatur. Mufice figuras, & Admutatio exillisaniminoftrifigurationemtantifecitPlato,ut mutatio nëmuſicaabfque mutationereipublicafierinonpoßecrediderit. Répub.cre neinmuſice mutari & diditPlato . §. Secundus. Moresexmuſica. MUSICAE ergo,quiſetotosdediderint excorporisquie te, texiugiinftillatione voluptatismoresremiſſos,acdefides con  Deconiect. cuiufquemorib.&c. contrahunt,imbelleſque, acignaui efficiuntur,præfertimquefi figuraharmoniarum,&rithmorummollesfuerint,&remif Iufto. Lib. 3. defa. AudiamusPlatonem. Quicunque,inquit,permit tit, vt muſica animumfuum affiduè circumſonans occuper &demulceat,perquemaures,velutiperin fundibula harmoniasinfundat, quasfupra comme morauimusblandas, fuaues, molles , acflebiles , at queætatemfuaminmodulis animumdelinientibus confumit,isprimum quidem,fiquidiracundúhabe bat, tanquam ferrum demollit,&vtile exinutili, duroqueefficit. Quando autemincumbit diutius, magis demulcet, poſthocmagisiam liquefacitani mú, &reſoluitdonecdeſtilládo exhauriat animoſi tatem omné,excidatquetanquam neruos exanimo, exquo animum quaſiſegnem militem efficit. Heс ille. Atquid,ſi totam vitam ponatin muſica, fedin modis virilibus, & bellicofisdoricis, v.g. acPhrygijs,ſtuequicun queillifint? Refpödeo modos ipfosperſeinbellicofum affectum ducere, verum rationequietis corporis, &voluptatisiugis, quaminfunditinanimum , muſica refoluere demum animum, &imbellem redderehominem & rationi attestaturinductio, Seucommunishominum quædamestimatio; nequeenimcrede ret quispiam hominemperpetuò muſice vacantem , etiamfi Phrijgia, & ceffantemabomnibellicaexercitatione , ab omni querobuſta corporis motione, & marcefcentemotio, nifiillibe rali,faltemimmodico,fortem, &inpericulisconstantem eua furum: utignauushomo,acmillesex tubefonitunonin cendituradpericula,fedfrigidus manetinpræcordijs animus, itademuminnutriti eiufmodihominisanimusnullam ex figu ris harmonia bellicamfiguram, quæfit ulliusmomentiſuſci piet. 125 LiberTertius. piet. Atcontrà,inanimoſoperſehomine plurimum efficient bellicofi modi. Alexandrummagnumadarma uſquerapien dacommouerunt: non equèimpuliſſentDemosthenem. Con- Conclufio. cludamus . Muſicaeos,quiſetotos illitradunt,quicunquemo diexerceantur, eneruatosanimo, acmolles, imbellesquereddit; eos autem,quiprooccaſione muſicam audiunt,pro varijsmo disacfiguris variè difponit. Licètautem muſica,quiperpe tuoilli vacant, mollesomnes, ac effeminatos reddat,facilius tamen, &expeditius eneruateos,qui molles modosfectantur, proindequeeorumpræfertimmeminitin exfcriptispaulòprius verbis Plato . §. Tertius . Additiodeanimoſis natura . REFERT etiamplurimum,qualesfint hominesnaturali virtute aut vitioadid, utfacilè, difficilevéa muſica dispo nantur. Audiamus,quidde animoſisfuapte natura dixerit Platolocopaulòantea indicato . Atſia principio (inquit) hominemnactaſit(muſicanempeperpetua)natura fine animirobore , citohoc perficit: fin autem animo ſum,vires animi frangens , ad iram reddit præcipi tem,vtnimis quibuſque offenfiunculis irritetur ,ac facilè iterum efferueſcat; vndeex animoſis iracundi, atquemoroſieffecti ſunt, moleſtia,&faftidiopleni. Defaltatione, & choraa. Cap. Nonum. §. Primus. Præmittuntur quædam de rith mo, &harmonia . FXhiscorellarijlocodefaltationedicere, &decernerelicet, Eratipfainter motionesreponenda, ut verèmotioeft: at quoniam 126 Deconiect. cuiufquemorib &c. quoniamſonum etiam includit, &interdum cantum,feume liusdicamusincludereipſamſemperrithmum,numerumvé,in terdum&harmoniam;ideononnifiposthunclocumdecernere deipfalicuit. Saltatioergoaliaabfqueordine ulloest,& nu mero, alia ordinata &numerisastricta,qua verèfaltatiodi citur, nosqueitalicè(ballo)vocamus:dehacinprafentialo quimur. Quoniamautemrithmusaliquaconfpicuarationere prafentari debet,ſonoidfit. Quodſiſono iungatur cantus, cip. Secundode tumchoreaeft,quamideo Platoex barmonia, & rithmo ex Artiprin- quetripudio, concentu conftare voluit. Antiquitusetiam nostri iungebant rithmum , & cantum illarum odarum , quasobid,ballate, italica vocedixere, quastſono eguif Devulgari seafferit Dantes,nempeeas aliquofonantefaltabant , fimul cloquentia. que cantabant . Quidfitrithmus,quid harmoniaalıbidixi mus,derithmis in rethorica nostra, &latiusin tractatione feorfum,dehocipfo argumentodeharmoniain muſicisnoftris; ex eis locis petantur. Interimfatisfitdicere rithmumLatinè pedemeffè exproportionegratatardi, &velocis,harmoniam autemexproportionegratagrauis , &acute. Incantu utra que proportio includitur : tarditatem autem t) velocitatem varietate notarum nostriexprimunt,quarumaliæmaxime , alia longa , aliæbreues, aliæſemibreues,alieminime, aliæſe minime, aliachroma, aliafemichromedicuntur. Acumen, grauitasexfituearundem, utfuntin altiore, aut humilioreli nea,ſpatiové. Instrumentaquorum unicafemelchordatan gitur,fingulapotius rithmoscontinent,quam harmoniam : at quorüpluresfimulpulſantur corde,illa &rithmos, ) harmo niamincludunt. Quodſiſoniscantusiungatur, multofiteui dentior rithmorum, &harmoniecommixtio,inquarumcom mixtione, &coniunctione pofuitPlato choraam,& in defi niendis  niendis rithmo, acharmoniaprograta proportione ordinemdi xit: atpro tardo, ac veloci motumadhibuit . Ordinem enim, quiinmoturithmumdefiniuit, &harmoniam ordineminacu to, &grauicontemperatoin voce. Vbi vocem adinſtrumen taetiammuſica,nedumadcantumextendereoportet,fecus non complectereturdefinitiototum definitum . Verùmde bis ali bi,utdixi;nuncautemdefaltationecumſono,fiueiungatur cantus,fiuenon,loquamur,quainconfiderationerithmuspre fertimattendendus:dequo alibilatèegi.. §. Secundus. Quæfintſaltationispartes. QVAERITURergofaltatio,itafumpta,quos moresſugge rat. Primò veròdistinguendifuntrithmi; alijenim aliammo rumfiguramprefeferunt; bimoremgrauem,&temperatum; hibellicofum; hi mollem; bilafciuum , &petulantem. Eiuf modieratfaltatio Ionica, dequaHoratius. MotusdocerigaudetIonicos Matura virgo,&fingiturartibus. Verùm. confufiusdoctrinaprocederet,quàmparfit,nifipartes Saltationis ampliusdiftinguerentur . TresfuntexPlutarcho, Inqueſt.co. Phora,Schema,Dixis; quegrece voces Latinèreddentur; Motio; Figura; Demonstratio. Motiorithmisconftat,qui pluresfunttotidemenimquotpedesinarte metrica, qui uſque adquadrifyllabosfunt2.8. bisyllabiquattuor ,trisyllabi octo, quadrisyllabiſexdecim. Quorum Pyrychiuspesfacitfaltatio nempyrrichiam, Trocheuschordacem. Figuraautemestexge Stibusinfaltandocorporis, quigestus&ipfirithmis ijfdem,qui pedibusfaltantur, peragidebent . Qui certantarmis, utpyr richiumfaltantes, concertatio illa eftfigura . Vidiego biftrio nem uiualibus .  Deconiect. cuiufquemorib.&c. nemrithmiſe ceuentem: erat eafigurafaltationis. Pariterfi fæminafaltandocrißaretur ,feucriſſantemimitaretur, figura tumquoqueeßetcriſſationis repræsentatio . Demonstratioau temdiciturfignificatioperſone,quăfaltatorrepræfentatvtrum Veneremfcilicet, an Palladem, anIunonem, an Paridem refe rat: quærepræfentatio veste, ornatucorporis,comitatupre tereaindicabatur . Paris pastoraliornatu ; Mercurius cadu ceo, alis, & virga; Mineruagaleam, &oligeneacorona, ut penes Apuleium Deafinoaurcolib .Pedesergo,feurythmi, alij concitati, utpyrrichij ; alijgraues , utspondei; alij ludi bundi, uttrochai; attamennonexfolis illisturpitudinem,ho nestatemvefaltatiofumit, exfigura præfertim, exqua idem peslaſciuus effepotest, &militaris. Anapaffusfiquis vene reamimpreſſionem imitetur,laſciuus omninoeft,turpisque:con trà,fi militaremimpreffionem, estbellicofus. Unde Lacede monij neque ullammilitarem hortationem adhibebant abſque Tusculan. Cicero libr. anapestispedibus. Pyrrichiopedearmatasfaltationesperage- Platoin4.d bant, utconcitatopede , ) adpercutiendumapto; attamenfi Tufcophon. quis euminaliamfiguramabduceret(abduciautempoteft)con deCiriexpe tinudalium moremrepræfentaret . Turpitudo integraergo,ho dit.hb.7. nestasquefaltationis exrythmo, &figura nafcitur. Demon Stratio, dixisové adiuuant,nonfaciunthoneftatem autturpitu Lāpridius. dinem. Dum nudus ceuebat interfaltandum Heliogabalus , Diſtinctio nuditasfaditatem augebatfaltationis turpiſſime . Distingua multiplex, mus ergofaltationes expartibus eiufmodi,alias honeftas euade re, quarumhetemperatafunt,hebellicofa; aliasturpes,qua rumhelafciua, &molles, heinfolentes, acferoces,he vino lenta, &petulantesfunt, aliquæludibunda; queproloco, & personis &permittipoffunt, & vituperari debent. Itadi Stinctisfaltationibus in præfentia, quæramusnunc mores in terim : LiberTertius. terim variasfaltationŭfiguras legerequispoteft penesAthe 129 neumlib.14. cap. 11. Qui moresexſaltatorio ſtudio. SALTATIONESfanè promotibus corporismagisad robur corporis,&animifirmitatefaciunt,quàmmuſica; &fifigura concitate, &bellicofafaltationis accefferit, multo magis: atta mencumvoluptariademum vitaeiufmodifaltatorumfit,hac est Statuendaconclufio. Quiſetotosfaltationibusdarent,tan demindefidem, acimbellem animihabitum reciderent.Ratio quan veròest,quoniamiugis ea voluptasanimum laxando,inha bitumeiufmodiremißumtandemeosredigeret. Minor tamen eius effet, quàm muſicorum remiffioob corporis motum,adeo querobur,acSpirituumexmotu calorem. Secundodeindeloco dicendum,quiprooccaſioneſaltationibus uteretur,bellicofisex illis adanimofitatem excitatumiri. Unde Anapaſtoruteban turinimpreſſioneLacedæmones:idfignificatCiceronisproxime Lib.2.Tu indicataverba,Militiamverònoſtramdicoſupartiata foul. rum,quorum procedit admodumad tibiam, nec adhibetur vlla fine anapęſtispedibus hortatio . Pro fizurispariteralijsadalios moresdiſponerentur, utIonicafal tatioadvenereosdifponit . Retinenda esttamenea animaduerfio,quam antea cap.7. §.3.ex Caffiodori verbispofuimus .  De Philofophia.  Communiapræmittit. adliterarias vitas tranfeamus,primoqueoccurritPhi : atillapre caterisftatuenda,quefunt communia I omni I  Deconiect. cuiufquemorib &c. omnilitterarioſtudio viteque:funtautemotiumftudiorumpro quiete ,quam exigiteneruare corpus, & animum remittere, quodanteadictumfuit:fecundumest studiaeademprodogma tibus, quæinferunt, mouere , acdisponereanimum,ſi quears Suadetlucroiugem operameffenauandam, quiartiincumbitita fuadenti,adlucrumdifponitur. Silectiocomendet gloriam, in eamlectionemlongoſtudiointētusgloriecupidus euadit:idem quedecaterisdixeris. Tertiumdemumest voluptatem,quæ exstudijspercipiturſolidioreeße, quàmquæexmusica, &fal tationeperfenfushauritur, minusqueadeo ex ipfaremittiani mum: attamenpro tenore, quiin bellicispericulis requiritur amplius,quàmparfit,remitti. §. Secundus. DePhilofophiæinſpectricismoribus. His communibuspræmiſſis, adPhilofophiamdeueniamus, primoqueadinspectricem: hacergoprofuauißima, &puriffi mavoluptate , quafubindeprofundit animum ,ab illecebris fenfibilium voluptatum,acintemperatarumpræfertimabducit, item ab amore diuitiarum,quibuscontemplatorparum eget, ut Ariftotelesprohibuitquoque 1 0. Eth. cap.7.Rationeob iecti, veldogmatis,nonipsaperſecomponit, & temperatani ! fto . Lib..deIu mum; non enimadmoresextenditur: attamen Platoexcaufali 1.Phificorú cognitionequadam,exemplarique inmores influere vult,& Inproemio AuerroesAlexandrumfequutus. Platoergoexemplariquidem م modocognofcereidealemiustitiam, & honeftatem,eamquede incepsin moribushominum, aclegibuspingere, &coloraredi cit lib.6. paulopostmedium. Eteodem libroinprincipio a pu fillánimitatelongèrecederePhilofophum vult,eòquod,cuiineft cognitionis magnificentia,& totius temporis,totiusquefub ftantiæ " LiberTertius. ſtantiecontemplatio,humana vita magnumquid viderinon potest. Quocirca neque mortem timebit. Vult effe veraces 131 prætereaPhilofophos, &temperatos, liberales,atnonexco gnitioneidillistribuit,fedexconcitato adrerum cognitionem, ac veritatemimpulsu,ardenteque veritatis uniuerſæcupidi tate . At Auerroes, Alexandrum utperhibet,ſequutus, aptiusque , &clariuseandemAlexandrifententiam afferens, Themistiusin Phiſicorumprobemio,(velquodfaltemThemi Stio adfcribitur) dicunt effe iuftum Philofophum, eò quodele menta, &reliquaspartes vniuerfifibi inuicem cedere, & fuumamarequamque ordinem, equabilitatemqueferuare Geo metricam videt : indeetiamab auaritiaremoueri: eße tempe ratum eò,quodcognofcit voluptatemnoneffe accidensfuapte naturabonum,fedpofterius quippiam, &fubfequens ,idque Undeconciliatur, multapræternaturamturpitudine effè com mixtum, & coinquinatum:effefortem,quod cognofcithomi nemexiguameffeportionem vniuerfi; hominis etatemad to tumtempus eßepunctiinſtar, ut paucisannis aut prolatare vitam, autanticipare,fatum nulliusfit momenti. Demum vitambumanam,cuminipfanihil videateßemagnum,despi cere; unde etfortem, &magnanimumfuturum: adpruden tiampræterea cognitionem animerationalis , quam ipſeacon templationedeanima confequitur, conferre. Itemcognitionem diuinorum ad Dei amoremducere. Hec,bisquefimiliababet Themistius, cui omninoconfentitAuerroes. Fateritamen opor.. tet remotas moralium dispofitionumcauſas potius,quàmpro pinquaseffequædiftefunt: cognitiopræfertim animeapruden tia, queinparticularibus verfatur, plurimumabest . AdDei admirationem,() amorem , &obferuantiam proximèrapit: at queDeusprobibeat,iubeatque attinentiaadmoreshumanos I 2 non  Deconiect.cuiufquemorib &c. nonaperit inspectrix Philoſophia, nisi ut inprincipijs . Na turalis Philofophia nobiliorem effe rationemconcupifcibili ,& irafcibili monftrat, undeillammagis,quamhas colendam,at exercendas has quoque nonextirpandas admittet,cum nibil naturafrustrafaciat, quousque verò,&quantum,nonest acontemplatiuapetendum . §. Tertius . DePhiloſophiæ actiuæmoribus . Ат Philofophia actiua admores iamipfosdescendit, t qui refti , acprobi, quiprauifint, monstrat:fuadet etiambo nos,damnatmalos; unde apertumeftratione dogmatispro Epift... bosipfam inftillare mores : & experimuromnesex moralium librorum lectione animatiores nos adprobitatem exurgere Horatius. : Laudis amoretumes? Suntcertapiacula,quete Terpurèlectopoteruntrecrearelibello : Inuidus, iracundus, iners, vinosus, amator; Nemoadeoferuseft, utnon nitefcere poffit, Simodòculturepatientemcommodet aurem. Vtilitasmo. Prudentiamfecundum communia principiaſubministrat, at næ. ralisdoctri- imperfectam, & adagenduminfufficientem,nifi usus, &ex perientiaaccefferit; undequiexotioſoſtudio moraliadagendū tranfit,nifiipfeſeſustineat,& peritiam interimquerat, of fenderegrauiterinterdumpoterit. Annotatio. Dictahucufqueformalitereſſeacci 4 pienda, nonabfolutè. REPETENDA efthicnonfemelfactaiamprotestatio; lo qui menuncformaliter,&perſe,nempequi moresfequantur Philo LiberTertius . Philofophiaminſpettricem, aut aftiuamipsamperſeſumptam,  &quataliseftnonabfolutè,cumaliæ multe contrariæ caufa obſiſterequeant, temperamentum, educatio publica; interim priuata,&cauſe relique, &quoad aliquam virtutem ,pu tafortitudinem , Philofophiæ ipfius moralis Studium iuge , perenneob longamquietem,&roboricorporis,&animofitati præiudicio est . §. Quintus. Cauſaquamobrem,&tempore Pla tonis, &Auerrois, &noſtro Philofophimorum in famialaborauerint, laborentque. PLATOfatetur,t affirmatAuerroes, nosquoquevide mus,Philofophiæ profeffores, utplurimum ,ad agendum ine ptos, &morumetiaminquinatorumeffe. FateturpenesPla- Lib.6.deIu tonemSocrates,quiſetotos Philofophiæ tradiderint, eos ut plurimumabfurdos, arebushominumalienos,&propeiniquif Amoscuade fimoscuadere. EtAuerroes No. quoquecumprius oftenderitPhi lofophiamredderefuaptenaturahomines virtutibuspraditos, rum. fateturtamenfuatempeftatecontrariomodofehabereeiusprof feffores. Plato veròcaufamreijcit inid,quodingeniaſolum ſpuriaPhilofophiam aggrediantur , cumhominesadeamfacti, &natialiòimpellanturabillis caufis,quasipsedoctiffima, t eloquentiſſimaoratione enarrat, ad quemlocum ablego legen tem. Auerroesinlegescaufamrefert,exquibusanſamſuotem Inprohe mioPhiſico porecapiebant multicarpendiPhilofophos, utciuili vitapror fusineptos: noftroautemſeculocaufa Platonicaprefertiminua- Philoſofia lefcit; cumenim Philofophiainepta, utplurimum,reputetur ſpernatur. cur hodie adciuilia muniatractanda , preſtantesnobilitate, &ingenio homines, utfunthonorumcupidi, &primorumin Republica lacorum contemptam,&reiectamadignitatibusdifciplinam, I 3 &ipfi  Deconiect.cuiufquemorib &c. &ipfi fpernunt in Italia Iurisprudentia frequentesſetra dunt; bumilioreshomines, &queſtuarij Philosophie aggre diunturfeulacerantpotius;in gratiamenimmedicine,autal teriusfcientiæattingunt,utindelucrafibiparent; Gitarem Sanctam&venerandam degenereshominesturpifineaggre diuntur,prophanoque fudeturpant. Procul, òproculestoprophani. Additurpræterea, quodPhilofophiam moralem Pfeudopbilo fophi eiufmodi nequedeliminefalutarunt unquam,quodta menplurimumexagitauitCicero,eumſePhilofophumappella re, quidefinibusbonorum, &malorum,ideftde vltimo vite fine,ftatuendo nihilomninonouerit. Verùm, quifepenitusto tumvitecontemplatiuedediderit,noniniuriaamuneribusci uilibus alienus ducitur, eomodo tamen, quo anteadiximus, cumdefelicitate,ibique de vitacontemplatiua differuimus:at qui & ingenioestphilofophico,&moralem,inſpectricemque Philofophiampulchrètenet,facile,fiadmuniaciniliadefcendat, non magnaque experientia,aptißimus euadetillis exercendis procognitioneprincipiorum,atque uniuerfaliumcanonum Plutarchus quamexftudijsbabetiamfuis.Idilliaccidet, quodinre milt cullo. etiam inLu tariLucullocontingit;dequo CICERONE (vedasi). Itaque, cumtotum iter, atquenauigationem confumpfiffet,partim in percontando aperitis,partimrebus geftislegendis, in AfiamfactusImperatorvenit,cúeffetRomapro fectusreimilitarisrudis. PoftremumpericulumferioPhi in7.dIufto. lofophantiumilludest,quodtetigit Plato,impreposteretamen pbilofophantibus,ſequetemporeincongruo Dialecticefcilicet , Metaphifice applicantibus. Periculum verò est, fiquiingenio philofophico, &studioprefummaveritatis cupiditate nimij acuminisfeu ruento actusinfcepticam opinionem delabatur: tumenim,cumfpe ceciderit cognofcende veritatis, quemfibi finemftatuerat puramque ideo voluptatemintelligendi defpe ret,infenfibiles voluptatesfenexrecidet,quas iuuenis vita uerat; abſque enim voluptate aliqua nemo viueresustinet. Phauorinusin vigenteatatepudicus,insenectute vitamin Phauorinus obſcanamprolapfusest. DeIurisprudentia. CaputUndecimum . iamfenexfit obſcænus. no DIurisprudentiamtranfeamus. Hecquoquequietecor tantătamen,quantaPhilofophiapromul titudinelibrorŭ verſandorum: noneatamenexercitatioeftcor poris, quæipfiusroburferuet. Emmollituritaqueineoquoque Studiocorpus, &animusredditurimbellis: voluptas verdex Suauitate studiorumminormultoest ,quàmPhilofophia. At prodogmatefi Pandectasipfasſpectemus,acCodicem,demum quelegumcollectionem, accongeriem,hacIurifprudentia deli Etorumpunitioneproponit, exteriorumtamen,perturbantium. D.Th.1.2. queciuilemfocietatem; habituumnonmultam geritcuram:in Uniuerfalibusfolumprincipijs; honeſtè viuere, neminemlede re, iusfuum unicuiquetribuereiubet. Verùm uthonorespu blicosStudiofisproponit, spemqueobtinendorumexhibet, cupi ditatembonorumpromouet: duminterpretes autem confidera mus,lucricupiditatemilliexcitant;namplurimos videas,pri mequefortis ,quiiactent lucrummagnumasefactuminma 9.96. art.2. teriafideicommiſſorum, velin aliamateria:quorumauctori tate incitantur studentesadeandem, quæindiuitijs, gloriam. Baldus. §.Primus . Moresalij exIuriſprudentia. ALTI pretereamoresfequuntur exSophifmatefecundum quid,&fimpliciter; cumenimIurifprudentia,qualisincolle I 4 Etione 136 Deconiect. cuiufquemorib.&c. Etione nunclegum traditur, ad iudicandi ufum, ) munus spectet,que estfunctioquædamprudentiaPolitice; Iurifcon Sultiarbitranturſeadtotius Politiceprudentia ufumfactos, &aptoseffe: exquaignorantianonfimplicitumor multusna fciturſefufpicientium &reliquas facultates,licèt aptiores, contendendifrequentia, qualis eft Politica, defpicientium. Contentiofus etiammosna fciturexcontendendifrequentia, velvoce velfaltemfcriptis. Aduocati enimfcriptis concertantubique, acalicubi etiam, utpenesnos voce : Bononia, & Romefcriptisfolum Vo ce enim, qui difputant Procuratoresvocantur:nequeconten tiofolum difputatiuaest,fednegocioſa; namdealicuiusfemper. damnoagitur. 6.Secundus. DeMoribus conſequentibus peritiam : legum,cumlegumlatioperfectaeſt. QVODfilegumlatioperfectafit, nempe vniuerfalemiu ftitiamadeoqueomnes virtutes,&difciplinamadeascomple Etatur, eiusfanèſtudiumintegramexhibet virtutem, fiuead eamconfert. Hacdecauſa Plato studiumlegum unà cumea rum prohemijs ideo commendabat. Verbafuntfapientiſſimi Philofophi deoptimaRepublica , tt) de legumlatione perfecta runà cum probemijs ; Non eſt præſtantis virtute ciuis perfecta laus,quadicitureum bonum effeciuem,qui legibus quamoptimè miniftrauit, & quammaximè paruit, fedperfectiorillaeſt, cum effe talem,qui le gumlatorislegesferentis,&laudantis, vituperantif queſcriptis,omninopertotamvitamparuit.Hæceſt ciuisperfectalaus, nempeoportet,vtlegis conditor legesnonfolumconfcribat,fedetiamdeclarationem 1 his LiberTertius. 137 his adiungat, quaquæhoneſta , turpiavè ſibi viden tur, fignificet. Studiumergolegum,ac probemiorum ma ximè iniungitPlato ciuibus, utuberem virtutisperfecta fontem: nec Ariftoteles,qui vniuerfalemiustitiam prefertre liquis virtutibus ,in hoc diffentire poteft; qui enim fiet,ut perfectam legum obferuantiam ciuis obtineat,qui legum Stu diumnonfitamplexus? A : De Rhetorica, seu oratoria facultatis profeßione eiusý moribus. Mores Oratoriæ antiquitus : continet . DOratoriamfacultatem Rhetoricam vétranfeamus: bac Aantiquitus patrocinabatur litigantibus , &reis reis , ut nuncIuriſperiti,ſedin confultationesetiam, & concionesde Scendebat, undemagnosgerebat ſpiritus,plurimumquetume bat. PenesPlatonemGorgiasafferit,Rhetoricam omnesfub InGorgia. ſevires, acfacultatescomplecti:contraquamopinionemdifpu tatibi Plato fubperſona Socratis : & Aristoteles in Rhetorica damnat, dumRhetoricameffepropaginem Dialectice, )Poli Lib.1.cap.2. tice, nonautemPoliticam integramcognitionem includere af- munéfectio ferit;fimulquedicit; pluratunctemporis effeillitributa, quam ne. is effeillit propriacontemplatioferat. Nuncalicubieademferè,quean tiquitus, muniaOratorexercet, ut Venetijs, &inditione,ut plurimum,Veneta. Vndemultumquoqueeaipfafacultasft . bifumit; eofdemque morestribuendumestei,quos tribuimus proximè Iurisprudentia . A §. Secun ſecundúcó  Deconiect.cuiufquemorib.&c. §. Secundus. Moreseiushistemporibusvnà&poe ticæ,&reliquæeruditionis. Атhistemporibus,exceptaferèditione Veneta,&facra functioneconcionatarum,dequibusnonloquor, in eruditionis Solamlaudemconceffit unà cumPoesi &finitimis ornamentis, cognitionefcilicet antiquitatis, & hisfimilibus,quæfacul tates, earumque Studiainhos videnturipsaperfe moresincli nare. Affectus validèincendunt,&commouent,namtum oratoria, tumpoefis inaffectionibusexcitandisplurimum labo rant, eamqueobcaufamdeoptima Republicaſummouit trage diam Plato . Boetiushanc prefertim labem affectuum exci Lib.1.conf. proſa 1. tandorumtribuit Mufis: PhiloſophiaenimficpenesillumQue (Musa) doloreseiusnonmodò nullisfoueruntreme dijs, verùm dulcibusinfuperalerentvenenis. Hafunt enimqueinfructuoſis affectuum ſpinis vberem fructi busrationisfegetemnecant, Atpræfertimamorespoesis alit, non tam rationedogmatisquàmratione repræfentationiss ubiqueenimamoresrepræfentantpoeta,tumGraci tum La tini, tum Itali: at Latini& Græciturpes mafculorum, aqui busnostriabſtinent: quefortaffiscaufaetiamfuit,cur labora uerintea infamia aliquandopoete,quamAreostus in Satyris (vulgieiufmodifententiamfignificando) expreffits Rideilvolgofefente run, c'habbia vena Dipoefia . Certèlectioaffidua turpitudinum irritamentumeftineandem turpitudinem . Ariftoteles lectionem, &inspectionemturpi tudinis abadolefcentibus , &puerispræfertimremouit. Quo circacommendo eorumpietatem,quireſecauerunt a Martiali, Ca Catullo, LiberTertius. idgenuspoetis omniaobscena. Eademratio, 139 fedprætereaconfuetudo,&imperiumGrammaticosaliquosfe duxitadillam turpitudinem,dequaIuuenalis; Quotdifcipulosinclinet Amillus . Optimamfuiffet,fieloquentiſſimi bominesnon nifiproba, fanctafcripfiffent . Imbibiffent certe eloquentiæ quoque can didati uberes castimonia , &fanctitatis stillas . Reliquos mores exijs, quedictafuntdequiete corporis deducere licet. Addifciplinamtranfeamus . DeDiſciplina . Caput Decimumtertium. 6. Primus. Diſciplinadiftinguiturinpublicam, &priuatam . DISCIPLINA restat,fiueeducatio,quamegoduplicem Dfacio, aliampublicam, aliampriuatan, usernam hiin prafentiafonathec diftinctio,quodſonat Aristoteli in Politicis libris , & quomodoſumamego infequentiparte. Nuncitaqueprodifciplinapriuataintelligocultum &aßuetu dinemipſiuſmetperſona :pro publicaaccipio ciuitatis, locique vitam,&demumexemplumpublicumquodinterdumexRei publicaformapendet,interdumexalia causa. Pendetexfor maReipubl. mos auaritia in Oligarchia;cum enim inea ex cenfudignitatestribuantur, rapiunturquoqueciuesin admira tionem,&amoremdusitiarum. Nuncutrumque disipline membrumconfideremus.. §. Secundus . Dediſciplinapriuata,educationeve. DISCIPLINA, quamnuncpriuatamappello, postea dini deturpro cura,exquapendebitinpublicam, &in priuatam. Erit 140 Deconiect. cuiufquemorib. &c. Eritpublicaquidem,fiacurapublicaciuitatisfit : priuata dve rò,fia cura patrisfamilie , ac domestica procedat. Diſcipli na,educatiové eiuſmodi Græcèpedia vocata aPlatone, abAriftetele; definitur a Platone; Educatio puerorum , quęadeamviuendirationemperducit,quamlexre tameſſe dictat, &iuriæquitatepræſtantes,&fenio resvſu rerum, ficutrectam,verècomprobarunt. Ve rùmdefinitiohæcfitfoliusdifciplina a publica curadefcenden tis, anomnisdisputaboin s.parte, ubiTherapeuticeexplica bitur. Interimfatisfithicdifciplinamfignificare, educationem, ac affuetudinem perſona: cuius vires,que,&quantęfint, Lib.2.deaf- iamaperuimus. Quocircanibil aliudhicfubijciam; fectibus in communi. Epift.7. namquam, &qualemeffe oporteatadfequentempartemſpe Etabit, ibiquelatètradetur . §. Tertius . Depublicadiſciplina, ideſt publico exemplo. PVBLICA difciplina, utnuncfumiturpropublicoexem plo,vim&ipsamagnamhabet,licètminorem,quampriuata: publicoenim viuitur, ut plurimum, exemplo . Quiin deli cijsBaiarumCanopivé,necnonlicentiaomniumvoluptatum viuebantadidem&ipfiexemplum,totiprofluebant luxu, t) voluptatibus; undeiubet ealoca vitare Seneca,qui &ra tionem affert, quamobrem publicum exemplum adeo promo ueat. Verbafunt. Vnumexemplum autluxuriæ, aut auaritiæ multum materialifacit. Conuictor delica tus paulatim eneruat, &emollit. Vrcinus diuescu piditatem irritat malignus,comes quamuis candi do ,& fimplici rubiginem fuam affricuit. Quid tu acci LiberTertius. 141 acciderehis credis, inquos publicè factuseſt impe tus , certèvbiluxuriæ,& libidinisvndique exempla occurrant, rarum,&admirandumerit,ſiquiscaſtus confpiciatur. ItaquePlatoquoquedixit verèprobumeffe CurAthe Athenienfemprobumcumcontrairritamentalicentiailliuspo- nienfispro pularisperſeprobitatemamplecteretur. Hincest, curPrinci- dictus pro pumexemplaadeopermoueant ,nampublicaeafunt. Utenim bus. Princepsgentemtotampotestate, &iurisdictionerepreſentat, itavita eius totius gentis vita instar est. Tantam idcircò vimexëplumobtinetPrincipis, utPlatoexistimaueritRem publicamillamfuamidealeminlibrisdeIusto confictam unius Principis exemplopoße induci . Cauſaverò efficacie exempli refertur in obiectum,cuiuspotestatemanteaexpofuimus3.par. Lib.2.c.8. teharumcuratoriarum . 142 Deconiect. cuiufquemorib.&c. LIBER QVARTVS. Propofitio rerum, &methodi, huiusý, distinctio. Caput Primum . §. Primus. Quædicendaſunt, proponuntur . AvsAE morumexpofitæfunt,exquarumcom binatione moresdijudicaripoßunt,estqueidpri mumfignorumgenus,quodduciturexprocatar ticiscaufis , adcuiusfigniabſolutionem duo re quiruntur. Primumeft applicatiodictorum adindaginempro pofitam,fcilicet methodusindagandiexdictis mores. Secun dumeft inquifitio temperamenti . Cum enimtemperamentum, præfertimcordis, ex quomoresprofluunt, fit occultumfenfi bus,oportetex notis , atquefignis infenfum incurrentibus il lijudicare, ut mores extemperamentoproficifcentes conij ciamus. Signa verò,qua temperamentumindicant,ſunt,que inPhiſognomiamagnaexpartetraduntur: dico magnaexpar te, quoniamprætereiufmoditemperamentorumfignaaliaque damPhiſiognomiaincludit, vtfuo locointelligemus: verum Phiſiognomiampoftea,nuncapplicationeaggrediamur, acme thodum deducedorum SIGNORUM primi generis, fcilicetexcaufis.  Methodicapitaduoſunt. METHODI autempropoſite duofuntcapita; velenim omnes caufæin eundem moremconfpirant, v.g. omnes inmo rem venereum,tumnaturalestumaduentitiæ; velaliæineum morem, alice in contrariumducunt. Exemplo remdeclaremus. Temperamentumfitſanguineum, etasiuuenilis,regio calida, educatioin voluptaria ciuitate, quæqueſcateat occafionibus, il lecebrisque venereis, utquondamBaia , & Canopus: item inftitutioinfamilia, acdomointemperante,ſodales obſceni,for tunaampla,acdelitijs affluens: vitaotiofa, aut ſtudia volu ptaria, utmusica, modorum præfertim mollium. Omneshe morumcauſe ad veneremducunt, ac venereum morem. Hoc estprimum caput . Secundumeft cumalie cauſe in venerem, aliæin venerisodiuminclinant, v.g.temperamentum,regio, etasin venerem; educatio verò,autpublicadiſciplina , stu diumqueintemperantiam:velcontrailleintemperantiam,he invenerem : Etdemumcumaliquecauſe, autcauſaaliquain venerem,alique,autaliquain contrarium moremducunt. Eft fecundumhoccaputmethodi,cuiusiamapplicatio difficilioreft; oportet enim contraria momentalibrare , t) minusex maiore Subducere, utgraduspræualentisdemümorisfupputareliceat. Primum methodi caput continetcum omnescauſa confpirant . Caput Secundum . CV.M. causeomnesconfpirant,facilis est methodus; nam moremeumcertèconijcimus,quemfingula, &coniuncte cauſeexhibent,nempeinexemploproximicapitis morem vene reumpronunciabimus: tertiusautemestdemoreiudicium,qua deactione. Namactionisetiam pofthabitum contractumſu musdomini,utAriftotelesdocet 3.Ethic.cap.s.&nosfupras at moris, &habitusnonfemperdominifumus; undequiSar danapali vitam longotempore vixerit, Sardanapalimoresfa nèiscontraxerit: infingulistamen operandiex ea vitaoccafio nibus Deconiect.cuiufquemorib.&c. nibusſeſuštinere poterit pro libertate arbitrij: atdeponerein temperantiæ habitumnonæquèillifacile. Verùm anteaquo queremtotam explicuimus: exemplum,cum omnes caufa ad fortitudinemconfpirauerunt ,eſt Georgij Castriotte Scander beghTurcico nominevocati: temperamentum eius ad animo fitatemfactum; cöformatio etiammembrorum;procerusenim fuit, ) roborisincredibilis; natus eftinregionebellicofa,fcilicet in Epiro; educatus autemin militaridifciplina adhucephebus, veraspugnasgeffit,quasnumquamdimifit; perpetuoenimfuit bellandioccafionibus circumdatus; nobilitasetiam adanimofi tatemducebat,namexfamiliabellica virtuteprestantenatus Odifs. 24. est . Nobiles autem virtutesauitas,ac auitoshonoresemu lantur . Vlißes adTelemachumpenesHomerum3:  Nequidvituperamaiorumgenus,qui antea Fortitudine ornatifuimusomneminterram : Telemachuscontrà; Videbis,fivolueris,paterdilecte,hocinanimo Non vituperantemtuumgenus,ficutdicis. : Secundummethodicaput continet. Cauſæmorumenumerantur, : & examinantur . ADfecundumnuncmethodicaput tranfeundum, quod cum multoscontineat anfractus,prolixioremquoqueora tionem exigit. Quoniam ergoinhocmiſcentur contrariamo menta,admorespraenoſcendosoportet,utmifceantur,utque librentur: &primò, quænambuiufmodi momentafint,repe tamus: hincautem deducemus. Mos, utexfuperioribuspa tet, est  tet, estdifpofitio quædamappetitus ,&in eiusmodidifpofitio nemosformaliterrefidet. Quoniam veròdiſpoſitioeaex acti buspreuijs comparatur; ideomosimmediateestexdifciplina, outexeffectricecauſa; utexformali verò, exhabitu , aut di ſpoſitionelaudabili, aut vituperabili . Habitus ergo virtutis aut vitij est mos. Rurfus quoniamappetitusfentiensſenſo riumfuumbabet,cuius difpofitio variè etiam admores incli nat , ut docuimus antea. Temperamentum, exquoſenſorij prefertimdispofitiopendet,in moresinfluit, momentumquead eos habet: atprætereaeademfenforijdispofitioexpartiumcon formationeintenditur, velrefrangitur ; etenim instinctus ex eaipfapartiumconformationenascens,inprimumſenſorium re fluit, fluit,fiquefimilisfit inclinationiextemperamento, eam auget; ſidiſſimilis,imminuit. Integeritaquemosnaturalis, integra quepropenfioex temperamento primiſenſorij, &ex refluxu instinctus,in conformationepartium refidentis,componitur. Quemintegrummorem naturalemegobreuitatis caufa infra momentum extemperamento,utplurimumdicam,licètnon totusextemperamentofit,quodpremoueo,ne quis me rece dere a meadoctrinareputet,quinonexſolo temperamentomo res naturales propenſioneſuenafci docui , ac doceo . Ad alia tranfeamus. Alteranttemperamentum,faltemadtempus,cli quæ tempe ramentum terent ma, folum,ſitus,regio; etatesquoque , &ſexus , exercitatio , &cibi; &horumaliquapartium quoqueconformationemal terant, ideohabentmomentumfingulaadmores . Appetitum pratereaafacultatecognofcente excitari vidimus ; unde im bibitadeagendisopiniones, & maximehabentipſe quoquead mores momentum. Diſciplinapublica,fiueexemplum publi- Quæhabeat momentum cumadhoccaputſpectat,& nobiltaspotentia, &diuitia,con- admores trariæquefortune; omnesenimeiufmodifortune conditiones, K primò  Deconiect.cuiuſquemorib.&c. primòincognitionem, & opinioneminfluunt, indein appeti tum:ſtudioautem,tumobcognitionemadmores momentaob tinent, tumetiam ob aliqualem temperamenticorporis muta tionemobquietem,motumové, &motuumrationem, veluti proximèiudicauimus. §. Secundus. Treseſſecomparationesmomentorum duasfimplices,&vnamcompoſitam . MOMENTAnuncdeclarataconferamus. Idautemprimò confiderandumest,duobusmodisfimplicibus collationemeiuf modifieripoſſe,fecundumgenusfcilicet , &fecundumgradus: fecundùmgenusquidem,ficonferamus momentumdifciplina, &affuetudinis cummomentodifpofitionisfenforij interioris, autcummomentocognitionis, & viciſſim:fecundùmgradus autem,ficonferamusdifciplinam intenfioremcumremiffiorez temperamentumcalidius, &magisadiracundiamfactumcum minu temperamento minuscalido, &minusfactoadiracundiam:at tertiomodo, *compofitofietcollatio, collatio,fi diuerforum di generum diuerfigradus conferantur,nempe,utexemploremdeclare mus,fidifciplina, utquattuorgraduum, cumtemperamento, outofto,comparetur,utquesehabeantinterfemomentaad mores,quæratur. Comparationemfecundumgenera continet. CaputQuartum. 5. Primus. Comparatdiſciplinæ, & tempera G mentimomenta . ENERAnuncprimumcomparemus: triaillafumma erant momentumaffuetudinis,acdifcipline,momentum difpo LiberQuartus. 147 dispositionis &affectionis prim iſenſorij extemperamento, & momentumcognitionis: quorumafſfuetudinis,tt) difciplinamo mentum, &immediatius, &formaliusmoremattingit, cum constituatappetitumipfum, cuiusdispositioeftmos . Dispofi tio verò, &affectioſenſorijprimi materialiterfehabetadmo res,ideoquenonequèimmediata ,necformalis mori,attamen utpendetextemperamentopertinacior illaest dispofitione ip ſaappetitusexaffuetudine;ſpiritaliora enimin nobisfluidiora funt, craffioraautem,& materiata confiftentiora: at oportet dilucidiusremhancipfamexplicare . Cumergo moremhicdi cimus,nonpræfentemaffectumfignificamus ire,autcupidita tis,fedimpreſſamappetitui diſpoſitionem adirafcendum,adcon cupifcendumvé,cumſeſeobtuleritobiectum , autoccafio: affe Etio autem fenforij, acdifpofitioex temperamento, in actupri mofemperinest,quousque temperamentumdurat; in actuſe cundononaquè. Ex.gr. cui corestdurum, )calidum,tale femperhabetfecundumtemperamentiſuigradum: at quodex ardeat,accenfa cordiscaliditate,nonhabet,nifipro occafione irafcendi, velexincenfisbumoribuscorpenetrantibus, velex alia eiufmodicauſa. Corcalidum, ) durum, utad exarde fcendumpronumeft,ita etiamadiramhabet momentum,vt accenfio cordis proxima eſt materia ira: attamenficontraria aßuetudo vicerit,comprimit virtus manfuetudiniscor velin cenfum, & abaffectuire,faltemimmodico,&rationempro turbante, vindicat: verum restat adhuc temperamentum. femperpronumadmaterialiaillaire primordia excitanda, UE interdum,fifueritoccafio irafcendi acris, magna, &ratio aliorfumdistracta,minusattendatinitiamotus,poßitmagnus iraexcitariestus,in viroquoqueprobo,quitamenſeſeconti nebit . Concludamus comparationem . Difpofitiocordisad K 2 ira  Deconiect. cuiufquemorib.&c. ira materialia primordia tenacius beretcordi,cum tempera mentoipfibereat ,quam dispofitio exafſfuetudinecomparata, appetituicumfit hæc aduentitiumquoddam accidens, &licèt plurimum obtineat firmitatis ex eo , quod longa confuetudo imiteturnaturam ,dicaturquetranfireinnaturam, ipfatamen naturaeritadhucfirmior,&conftantiorex eamaxima;pro pter unumquodque tale ) illudmagis: at validior,etef ficaciorcontractushabitus. Comparatcognitionem cumaffue tudine, ac difciplina . ADcomparationem nunc cognitionis cum affuetudine ac disciplinatranfeamus. Quid cognitioattuopereturin Etu operetur in &20. appetitumfentientem,expofuimus anteainlibrisdeaffectibus: Lib.2.c. 16. modò verò cognitionem in habitu veldispofitione compara muscumdifpofitione appetitus. Estoenim,qui credathonesta tem eſſepreferendam voluptati habitualicognitione,&cum occafiofe obtulerit , actuali : at idemappetitumhabeat in v luptatempronum, illiquecedentem,cumcommoditas, & pre fensillecebra occurrerit, eiuſmodique cedendidifpofitionemcon traxerit, estfanèdifpofitio appetitus validiorcognitione;que conclufioexincontinentiumſtatu,operationequepatet: Mul toautem clarior eft conclufiodeintemperantibus,fiquiforteex illis cognouerintPhiloſophiamoralem,eamqueadmiferint (Quo tamen modo admitti ab intemperante poffit, &improbo homi neanteadeclarauimus;)eiufmodienimhominesinoperandonon cognitionem,fedappetitusdiſpoſitionemſequentur. Insumma ergo, cumex difciplina difpofitio appetitus immediatèdefcen dat,que mosipfeest,plus momenti affuetudodifciplina admorem rem,quàm cognitiohabebit. Verùmrepetenda eftdistinctio LiberQuartus. cognitionis agendorum anteatradita, quodaliafitrationis , & mentispractice, alia interiorumſenſuum : nos unius phanta fienomineinhocmoralinegotioomnes complexifumus,utan tea nonfemel protestatifuimus . Cognitio veròphantafie alia inphantasmateprimofistitur,aliaadphantasmafecundum excurrit . Conclufioproximadeprimiphantafmatis cognitione accipiendaest, nondecognitioneetiamfecundi; cum hac enim cognitioappetitus commotionemincludat, nonpotest inhabitu ipſoconcipi,quinin appetituetiamfentientefimilis aliquadiſpo fitio Statuatur , atidest contrapoſitionem; ponimus enim di ſpoſitionem appetitus repugnare cognitioni, nonautemfimilem eße . Nifitamen, utinincontinentecontingit,interpretemur cognitionemhabitueſſein mentepractica, &phantaſiaſecun dumprimumphantasma, attamenad ſecundumetiamphantaf maextendi, cumnondumingrueritpeccandioccafio, &titilla tio: tum veròobscurari, &expiraredemùphantasmaſecun dum,restarequefolumcognitionemobumbratam,qualem antea incontinentiumcognitioneminactupeccandidefcripfimus. Dubitationes contra dicta,acſolutiones. SED contraconclufionem allatamdubitatio oritur; vide turenimcontra cognitioprestareappetitusdifpofitioni. Plato in7. deIustoſpeciem hanc educationis affert . Adoleſcens rectè inſtitutus in honeſtis , iuſtisque actionibus , & officijs, qui etiamverasdehoneſtis opiniones rit, ſcilicethoneſta eſſe,quæ lexpræcipit, vicaptio iniones imbue numabaliquodifputatore,& peruerfore ſeducatur averaſententia infalſam,vtquod lex præcepit non K 3 magis Deconiect. cuiufquemorib.&c. magiseſſehoneſtum,quam turpe,deincepscredat; ſeductus iuuenis invitam turpempræceps ibit. Ita ibiPlato . Ettamenappetitumiamad legitimas actiones di Spofitum habebat, verùm exſolacognitione mutata in contra riam vitam abit; ergocognitiopræualet diſpoſitioniappetitus, proindequeaßuetudini. Itemdocet, &rectèOuidius amorem extingui,fiturpisdetegaturmulierintimè confpecta, & per tractata, quàm antea, utpulchramdeperibamus. Lib. 1.de re med.amoris Proderit&fubito,cumſenonfinxeritulli Addominam celeres manetuliffègradus Auferimurcultu,gemmis,auroqueteguntur. Omnia, pars minimaestipfapuellaſui . Sape ubifit,quodames, intertam multarequiras , Decipithacoculosægidèdiuesamor Improuiſusades, deprendastutus inermen , Infelix vitijs excidetipfafuis . Adestergoappetitus difpofitioiamattamenafuccedente cogni tioneturpitudinis vincitur, &tollitur. Refpondeo ergodu bitationibus adductis, idquegenusalijs,bocfactofundamento. Difpofitioappetitusæftimaridebet , cenſeriqueex obiectofor mali, non materiali,quodanteaquoquenonſemeltraditumest, Inpropofitis itaque argumentis dispofitio ad materiale obie Etum, nonadformale mutatur : v.gr. inargumento Platonis difpofitio iuuenis erat adhonestum , & eadespofitiodurat etiä postseductionem;fugitenim legitimas actioneseo,quodbone ſtasampliusnoncredit,nonquodalienatusfitformaliterab bo nestate. Infecundopariterargumento mutaturpoft detectam turpitudinemamatorergafubiectam mulierem,qua riale obiectum, at nonerga fimulachrum, et effigiem pulchri tudinis,fubqua eamfibi repræfentabat , amabatque: eandem enim enimformam,ficubi videret, perditèamaret. Hincprocorel lariodeducitur; eum,quifacilèopinione mutetur,etiamfiappe .. titusdifpofitionempertinacemhabeat,facilèpoffe mutari erga materialia obiecta,nempeergaperſonas, & etiamresformali, aſeque dilecto obiectofubiectas . Est auarus,qui omnia ad tilitatem refert: amatishominem,quemfibi utilemexper tus est,&credit: atfifacilisfitadmutandamfententiam,per fuadeillibominem,quem utilemcredit, eſſefraudolentum, & alios effe, quimulto magis ufuiillierunt, modo eos admittat, &primum reijciat. Mutabit is amorem,etiamſidiſpoſitio appetitus adformale obiectum eadem perfeueret . Aulici hoc modograffantur aduerfus competiores: adulantur, & applau dunt amoriformalis obiectifuorum Principum, atamorem ma terialis,fcilicetperfonarum demoliuntur. Maximaitaquepars buiusartis eftnoffeformaleobiectum amorisPrincipum .- §.Quartus . Comparatur cognitiocum tempera mentofenforijprimi. TERTIA comparatioreftat, quæestcognitioniscumtem peramentofenforij primi; &quoniamhicabſtrabimusagradi bus,ideodebemusintelligere utrumque membrumin eodem graduſumptum, v.gſummo.ExdogmateenimPlatoniscon fideratio, &collatioreruminfummafuipuritateeffedebet : hic Collatiore in cõparationeprimòſeſeoffertfententia Platonis; quifententia fumnora primasdefert: cuiusfententiæmeminitAristot.in 7.Ethic.ut du. fupraetiam,cumdeincontinentiaegimus, diximus. Contraria Sententiaest Galeniinlibro, quodanimi moresfequantur tem peraturamcorporis; exeoenimdogmatetemperamentumcogni tioneefficatius erit. Verum utfimpliciterprocedam,mediafen corpor K 4 tentia , fit in , Deconiect.cuiufquemorib &c. tentia, eſt meoiudicio verior. Eftautemmediafententia,in 3.part.libro quaPlatonemexpofuimus. Diximus veròfententiam perfe iximus 7.cap.9.9.5. Etam, ) integramintelligi poſſe, cognitionemclaramfuophan taſmate,nedumprimo ,fedetiamfecundofultam; Eiusmodique cognitionemeffepraualidam:nuncquoquerepetimusipsam va lidioremeſſe momentoadmoresfiuepropenſionenaturaliextem peramentoprimiſenſorij.Exillis,quæ tumdiximus,patetetiam conclufionisnuncpropofita veritas. Atfi cognitionemſuma muscumſolophantasmateprimo, dicotum validioremeſſe propenfionem ex temperamento, quàm cognitionis momentumad mores,dumperſe, primoqueloquimur . Probo verò conclu fionem,quiamomentumextemperamēto,fiue propenfioipſaper Seaccedenteobiecto , effundit cupiditatemfentientis appetitus , quęadoperandumrapit:atcognitioabſquephantaſmateſecundo taeft ipſaperſeminus multoaptaeſt mouere voluntatem, Utnodum integra cognitioneque integrè obiectum bonumrepresentans. Eritautemfummarationis; quodabſoluto,&expedito, accon citato motumouetappetitumfentientem,plusmomentiad mo res habet,quàmquodleuiter debiliterque mouet voluntatem3 quoniam appetitus ipſe valdeconcitatus , validè etiam mouet voluntatem, inquahabitusnonſupponatur, utnunc: at pro plus penfioextemperamentoſenſorij abſoluto, & expedito, concita toquemotuappetitumfentientemmouet. Cognitio abſquephan Tempera- tafmatefecundo debiliter mouet voluntatem; ergopropenfioex potinmori teperamentoplus momětihabetadmores,quàmcognitioabſque bus introdu phantasmatefecundo.Adiunxitamenparticulamperfe,&pri cognitio. codis, quam mo,quoniam voluntas dūnondirectèin obiectumfertur, fedfu praseipsamreflectitur, vultqueexperirilibertatemfuam,fatis habetexcognitioneetiamfinephantaſmateſecudo, vnde resistat motioniappetitusſenſuum, utin primapartehorumaperitur. Com LiberQuartus. Comparationes fecundùm gradus continet. SVCCEDITcomparatiofecundùmgradus,quabreuiexamine peragitur; namcertumesttemperamentumcalidum, midum cordis,quod est venereum, quotale magis fuerit, e maius momentumadmores venereoshabere . Idemquedetem bu peramento cordiscalido, ) duro, cuiusestiracundiapertinax; quocoreritcalidius, &durius, eo maiusinerithominimomen tumadiracundiammagnam, & diuturnam, pertinacemque, idemquedecateris. Cognitioquoquequoclarior, ) stabilior, defixiorque , eo maiushabebit momentumadmorem, inquem propendit. Appetitusdiſpoſitiopariter,quo maiorerit , &in tenfior,eomaius inferet momentumad mores . §. Vnicus. Decollatione appetitus ſenſuum cum voluntate,&cognitionisintellectuscum cognitione sensuum. APPETITVS tamen diſpoſitioaliamquandam N.com parationemfecundumgradusdifferentiam continet,eftque,quod appetitus aliusfitſenſuum aliusfitrationis,fcilicet voluntas; potestque conferridispofitio voluntatis cumdifpofitioneappeti tusſenſuum, utramaius momentumhabet. Verum,quoniam fatishanccollationem præftitimusfupra, ideoſuperſedeo nunc. Poffet etiam conferri cognitiomentispracticecum cognitione interiorumſenſuum, acquoniamdehacquoquecollationeegimus antea, poteſtque exdictis non difficilinegociodeduci, ideoilluc reijciolectorem, præter quamquodadcollationem, quamnuncin tendimus,  no affuefcit Deconiect.cuiufquemorib &c. tendimus,coniungi bacdebent,nonſeiungis nonenimaßuefcit, Appetitus appetitus fenfuum reali ipfa operatione, quinaffuefcat quoque fine affenfu voluntas,conspirando,imòiubendo ipfam operationem . voluntatis . Qua proportiones fintintermemoratamomenta. Proportionemexponitintermomen : tumexdiſpoſitioneappetitus, &momentumextem peramento. On poßettamenexdictiscollatiofieri, nifi, UtAstro logi planetarum dignitates in numerisaffignant , itat ) nos vimenumeratorumadmoresmómentorumnumeris diftin queremus . Išta enim mixtionis ratio poterit demum colligi. Rem veròbuncin modumprobabiliterdeducemus . Difpofitio appetitus, que ex affuetudine, cum totum appetitum afficiat, fcilicet &animefacultatem, &fenforium,ficonferatur cum temperamentoſenſorij ,adeoque momentumcum momento ad mores,dupliciratione excedit. Primò, utforma excedit mate riam,parsqueformalis exceditmaterialem. Secundo,utto tumexceditpartem, quatenus enim difpofitio ex affuetudine afficitfacultatem anime,quæestparsformalis, actemperamen tumfenforij afficitperſeſenſoriumfolum,quæ estparsmateria lis,eatenus affuetudo excedittemperamentum exceſſuforma Supramateriam. Secundoautemloco,cumtotusappetitus,quem afficit afſfuetudo &partemformalem , &materialem occupet, totius rationis babet adtemperamentum,quodafficitfolampar tem materialem . Quoniam itaque forma continet materiam totam,quam actuat , &perficit : continere autem totam , & non folum perpartes,adminimum duplamrequiritproportio nem. Eftoitaquedispofitiofacultatis, utduo addifpofitionem Senſorij,quæfit itaque, ut unum. Rurfusverò,cumhanc etiam difpofitionemſenſorij complectatur dispofitio appetitus ab aßuetudine,ideodispofitiointegraappetitus addifpofitionem Senſorijfolius, quæ ex temperamento, erit , uttria ad vnum, adeoque triplamproportionem obtinebit. Eftnunc veròcolla tio dispofitionis ex affuetudineinſummoaddispofitionemſen Sorij extemperamentoinſummofititaque figura. Difpofitio appetitus ex affuetudine, eiusquemomentum ad mores 3 Diſpoſitioſenſorij extemperamento,eiusque momentum ad mores I Proportio inter diſpoſitionem ap petitusexaffuetudine, &cognitionemabſquephan taſmateſecundo. Ат proportio inter momentum diſpoſitionis appetitus ex affuetudine, & momentum excognitioneabſque phantaſmate Secundoexhoccapitecolligetur. Cognitiocumphantasmateſe cundofuperatpropenfionemex temperamento,vt vidimus:at cognitioabsquephantaſmate fecundo apropenfione vincitur: cũ veròcognitiohæcagendorumabſque ſecundophantaſmateaco gnitione eorundemcumphantasmateſecundoproficiatur, inte greturque,videturfaltem alteras tantas vires addere cognitio Secundiphantafmatisadagendum. Sinos ipficonferamus in teriore examine,quantaluminisadcognofcendum, & momenti adagendumacceßiofiatex cognitionefecundiphantafmatis cer tènonminorem alteratanta ipfam existimabimus. Faciamus ergo  Deconiect.cuiufquemorib.&c. ergofex unitatumcognitionemfecundi uſquephantasmatis, triumcognitionemtantùmphantasmatis primi . Quoniam veròefficacior erat cognitionehac propenfioex temperamento, eademque minus efficax,quoniam cognitiophantafmatisfecun di,in medio eamharmonico statuamus,fcilicet innumeroqua ternario; utcognitiofecundi uſquephantasmatis, eiusquemo mentumfitſex unitatum ,momentum extemperamentofit quattuor , cognitio primiſolum phantaſmatis momentumque eius admoresfittrium,fitquefigura Cognitio practicafecundum usque phantaſma includens, eiusquemomentum Propenfio, acmomentumexſenſorijtemperamento 6 4 Cognitiopractica adprimüfolūphantasmaproueniens- 3 §. Tertius. Confirmatio probabilis ſuperiorum ex conſonantijsemergentibus,quę que exponuntur. CONFIRMANTVR nuncdicta probabiliratiocinio huncin modum . Quoniamdispofitio appetitus ex affuetudine, eiuf quemomentumadmores (appetitus uterque & rationis, & ſenſuumconiungitur. ) quarum partium esttriumearum, est diſpoſitioſenſorij extemperamento unius: quarumergodispo fitioappetitus, eiusque momentum eft 1 2. earundemeſtdiſpo fitioſenſorij 4. & quarumhæc4.earum est cognitiopractica cumphantasmatefecundo 6. )finephantaſmateſecundotriū . Appetitusdifpofitio ergoadcognitionemcumprimofolum phan taſmatebabetproportionem 1 2. ad3.ideftquadruplam;adco gnitionemcumphantasmateſecundohabetproportionem 1 2.ad adpropension 6. ideftduplam; adpropenfionemex teperamentotriplam; cognitio veròcum 2.phantaſmateadpropenfionem extempera mentoſeſquialteram,quamfcilicet 6.ad4. atpropenfioextem peramento ad cognitionemcum primafolum phantasmateſef quitertiam. 4. ad3.quasproportiones,fiadharmonias refera mus,funtharmonicaomnes, utpareratinfuauiſſimamorum harmoniamolitameffenaturam. Inproportioneenimquadru placonsistit harmoniabiſdiapaſon quetotum ſyſtema muſicum exPtolemeocontinet, eiuſmodiqueergoestconſonatiainterdi ſpofitionemexaffuetudineappetitus,& cognitionempracticam imperfectamprimifolumphantafmatis. Inproportione tripla compofitadiapaſon eft confonantia compofitadiapaſon diapente , eiuſmodique est inter dispofitionemappetitus, &ſenſorijdispositionemextem peramento. Inproportione dupla confiftit confonantia diapa fon: hecergoeftinterdiſpoſitionemappetitus , & cognitionem cumfecundo uſquephantasmate:inproportioneſeſquialtera confistit consonantiadiapente,eiufmodique est inter cognitio nemfecundi uſquephantasmatis,& propenfionemex tempe ramento. Poftremoinproportioneſeſquitertia confiftitconſo nantiadiateſſaronipſaqueidcirco intercedit interpropenfionem extemperamento, seu diſpoſitionem ſenſorij ex temperamento, cognitionemimperfectamprimitantumphantafmatis. :TABEL  Deconiect. cuiufquemorib.&c. TABELLA. Proportio. Conſonantia. Difpofitionemappetitus,etcognitio-5Quadrupla. Biſdiapafon. nemprimiſolumfantasmatis. 4.ad1. Difpofitionemappetitus,&propen- Tripla. Diapason. fionemextemperamento. : 3.ad1 1.3 Dispofitionem appetitus, & cogni- Dupla. Diapason. 2.ad1. Inter tionemfecundietiamphantafmatis. Cognitionefecundietiafantasmatis, 1 5Dupla.2 etcognitionëprimiſolifantaſmatis. 2.ad }Diapason. ad Cognitioneſecudietiäphantaſmatis, Sesquialtera. Diapente. &propenfioneextemperamento. 2 3.ad2. Propenfionemextemperamento, # Sesquitertia. Diateſſaron. cognitionëprimifolúphantasmatis. 4. ad3. Mixtionismodi traduntur, quibus contrariamo rummomentacomiſcentur. Fundamentumpræmittitur. ANTEQVAM veròvlteriusprogrediamur,videamus,quot modis contraria momenta morum miſcentur. Confide randumitaqueestmomentamorumexcontrario uſu,acinsti tutioneinterdumexcindi , tradicitus tolliinterdum obtundi quidem, LiberQuartus. 159 quidem,reftaretamen. v.gr. tumoranimiex diuitijspoteftin terdumpenitustolli, autdifcipline vi, altové contemptufor tunebonorum,autexeuentu,fidiuitiaexciderint: poteftetiam idemtumorretundi,ſedinterdum etiamſopiri, ut non am pliusaliquodfui indiciumpræbeat,restettamen occultè;ſique vehemensoccafioſeſeobtulerit, acpræfensobiectum irritetma gnopere,erumpat. Testimoniuminfigne reiaCiceronedeſeip Sobabemus: placet veròeiusipfius verbisexfcribere, Ego, Lib.r.famil. inquit, cum mihicumillo,Crafſo,magna iam gratia Epift.9. eſſet, quodeiusomnesgrauiſſimas iniuriascommu nis concordiæ cauſa,voluntaria quadam obliuione contriueram, repentinam eiusdefenfionemGabinij, quemproximisſuperioribusdiebus acerrimè oppu gnaffer,tamen,ſi ſinevlla meacontumelia fufcepif ſet, tuliffem: fed, cumme difputantem, non lacef ſentemlæſiſſet,exarſi,nonfolumpræſenti, credo ira cundia( namca tamvehemens fortaſſe nonfuiſſet) ſedcumincluſum illud odium multarumeius in me iniuriarum,quodegoeffudiſſemeomnearbitrabar, refiduumtameninſciente mefuiſſet, omne repentè apparuit. §. Secundus. Duofuntmixtionismodi,priua tiuus, &pofitiuus . Exfundamentoiactoiammixtionismodos colligamus: duo itaqueilli erunt, alter,cumnihilcontrarijmomentireſtat; vo caboautemmixtionem priuatiuam; alter,cum restat contra riummomentum,radixvéeius; &vocabomixtionempofiti uam. Scioequidempriorem, acpriuatiuamvocatam mixtio Arift.1.de nemminusproprièdici; etenimin mixtione mifcibiliaferuaritex.vit. gen&corr. oportet; 160 Deconiect. cuiuſquemorib.&c. tione priua Nomemix- oportet; nonenim mixtafuntnullatenusexistentia . Verum tionisquara tamenutadmoralehocnegociumpertinet, nihilprobibet mix tiuæ mixtio- tionem vocare,cum aliquamexipfamoresrefractionem, &mi ni cóueniat. ſcellamfufcipiant, quamnuncexponemus. Mixtiovtraqueexponitur . MIXTIO priuatiuamorumin eoconsistit,quoddumne ceffefuit debellare contrariummomentum, minuspotuitpropa gari,&intendiid,quodreſiſtebat, nempehumilitasanimimi noresprogreffusfecit ,dumneceffefuitcum tumoreex diuitijs pugnare, quam,fieoobicecarens,potuiffet animusinhumilita tisſtudium, &incrementumſetotumeffundere. Pariterqui exmalaconfuetudinealiquam veneris infectionem contraxit, etiamfieamposteaiugicura eluerit, attameneo minusin tem perantiaprofecit,quo partem illam temporisinexuendo vitio pro virtuteconfirmanda,augendaquepofuit: atmixtio pofiti udutrunque momentumretinet; licèt alterum retuſum,acre fractum, interdumautemſopitum ex temperamento momen tum (utarbitrorego)folum hanc mixtionem difciplinafufci Acommu nibus,&na turalibusvo luptatib. ho monunqua tutus. pit,proindequecommunes, &naturales voluptatesnunquam penitus moriuntur . Quocirca tutiffimum estconfilium nunquamſetutumabearumimpetuarbitrari.Le gimusfanctiffimosAnachoretas omnesau fugiffe venereorum obiectorum vel leuesoccafiones,quodfacerein legeChriſtiana,inquafo mitem perdurare fempercostat, estneceßa rium . 4. Compa LiberQuartus. 161 Comparatiocompofita momentorum,ſcilicetfecun dumgenera,etgradus. Momentamorumfingula,& integrain octo gradus diftinguuntur. HIS Isitapremiffis,iamadcomparationem tertiam momen torum,quæfcilicetfecundùmgenera , fecundumgra dusest, tranfeamus,in qua exercenda comparatione hec effè methodusdebet: oportetfingulagenera momentorumingradus diftinguere certos,ac numeratos,v.gr. Philofophi naturales Philofophi fingulas qualitates in octogradusdistribuunt: Mediciinquat- quibuunt diftribuunt tuor:nos quoquemomenta bacad moresaliquo certonumero octogradus graduumpartiridebemus:numerumitaqueoctonarium ralibus Philofophis mutuemur; intelligamusque eum momen tum,quodex temperamento eftintegrum, effe graduum octo, anatu refractumautem usquead vnicum gradumminui,nempead octauamfuipartem. Siadduosgradusrefrangatur, quartam folumfue integritatis partem retinebit,ſiadquattuor dimi diamtantùm . Siofłointegrosgradusretinuerit, eritinſum mo, idemquedereliquisgradibus concipiamus, &eodemmodo momentadiwiſaintelligamus &appetitusdifpofitionis,&pro penfionisextemperamento,&cognitionis. §. Secundus. Praxiscomparationis exemplo illuftratur . 1 DISTINCTIS itagradibus, comparatiogenerum diuerfo rumfimulquegraduumhuncinmodumperagetur; exemplores L clarior Medici in quattuor.  Deconiect. cuiufquemorib.&c. clarior erit . Sit momentumex temperamentoocto graduum, fcilicetinfummo: momentumautemexdiſciplinaquattuorgra duum,fcilicetdimidiumintegri exdifciplinamomenti: quarum ergo partium integrum difciplinamomentum est 12. earum erit momentumnuncfumptumquattuorgraduum,partiumfex. Verùm quarum partium est momentum integrum, & fummum difcipline 1 2. earundem est momentum extemperamento 43 Utvidimusproximocapite; ergoquarūpartium momentum quattuorgraduumdifciplinaest 6, earundemestmomentum temperamentiinſummo4.quocircamomentum quattuorgra duumdifciplinæ momento integritemperamentiestmaius,va lidiusqueſeſquialteraproportione. §. Tertius. Vndegraduumnumerus fingulorum momentorumæſtimariqueat. SEDquereturiureque merito, unde estimarepoffimus gradus momentorum,fintnéocto,anquattuor, anduo,analij demuminteriecti aliqui, cuifatisfaciemus nos questionipro virili . Exordiamurautemextemperamenti momento. Мо mentumitaqueeiusex temperamento ipſo æftimabimus,vtfi temperamentumcalidum, &acrefitocto graduum,totidem afferatur graduum momentumadiracundiam: at gradus tem peramentiexfignisPhiſionomicis deprahendentur,quafigna infra afferemus,gradus veròdifciplina ex integra, &exacte difciplina cognitione deprehendentur , cenſebunturque; utfi ofto velpluresconditionesadexactam eiusrationemrequiran tur, pronumero, &qualitateearum,quedeficiūt,eſtimemus, quot illigradus ad integritatem defint. De difciplina verò infequenti, acquinctahuiusoperis curatorij partecognitionis pariter LiberQuartus. 163 paritergradus colligemusex comparatione eius cum integra , exactaquecognitione,&quoadfirmitatemfidei, accredulita tis , &quoadluciditatem notionum, aceasfubminiftrantium phantasmatum . Cognitioenim obfcurarecedit aclara, adeoque agradibus octointegræcognitionis: itemcognitiodubiaplus ve rò, autminusrecedit pro maiore, minorervédubietate, acma iore minorevéobfcuritate. Exeiufmodiitaquecollatione,ac cedenteiudicij, nonhebetis, aqua æftimatione,graduscolligen turmomentorum . : I.Quartus. De reliquis morumcaufis anteame moratis, quæ adtria momenta dictareducitur,quo modo adhibendæ fintadpropoſitampraxim. : ADtotamtamencomparationemfaciliusabfoluendampre ſtitiffet videre, acaeftimaremomentafingulorum antearelato rumcaufarum moriseruta intereiufmodi caufarum , & diſci pline integre, &exacte momentaproportione, eaqueinnu merosredactafcilicet climatum, regionum,fitus, ventorum, aquarum, ciborum, etatum, nobilitatis, potentiæ, diuitiarum, fortunefecunde, &contrariarumconditionum, Studiorumiti dem. Verùmpriorescaufæ adtemperamentum, utillud va riant,rediguntur; conditiones autemfortune, ut plurimum, adcognitionemreducuntur; ideononpoßunteiusmodicausacen feri,nisi utacceffiones alicuius extribus momentis,quæ iam retulimus, v.gr.cumiudicioPhiſſonomicotemperamenti,con iungereetiamoportebit climatis, regionis,ſitus,&reliquorum confiderationem: etatespræfertimadtemperamentumſpectats fedetiamadcognitionem, velutiſenectusmultapropter expe rientiamfacit . cit. Nobilitas, & potentia adcognitionemfere P. L 2 perti  Deconiect.cuiufquemorib &c. pertinent,adappetitusdispofitionemparumquid:t)he itaque omnesaduentitia cauſe,utacceffiones, vel cognitionis, vel appetitus estimaridebent, v.gr. cumcognitionis momentum eiusquegradusquafiuerimus,oportebit interponere confidera tionemnobilitatis , &potentia , videreque,quantum ex ea cognitioni accedat, veldetrahatur opinioni,quodfit nauanda honoribus, & magistratibusopera,fietexnobilitatisfenfuac ceßio: at contràexeademdetrabetur opinioniquodpræſtet di miſſis honoribus inſeceſſu aliquo viuere. Sunt verdipfaquo quein gradusdistinguenda, utex.gr. alia nobilitasfit octo graduum,fiueinſummo,qualisregianobilitas, Imperialisvé, Nobilitas velutiAustriaca,Valefia &c. aliarefracta, velſexgraduum Auftriaca,et velquattuor t Valeſia insú )c.Nobilitas eniminſummoeffectumcöfequen mogradu. teminfummohabet, refractarefractum: idemdepotentia,t de cæterisdixeris. NOBILITAS honoris auiti cognitionem cumphantasmate fecundoexhibet, ruthonorisproprij nonnifi cum phantasmate primo,cotamenfatis claro. Quocircafifit temperamentum frigidum, &defesexeoanimus, abhonoribusque publicis ab borrens, at nobilitasiungatur, erit exdictis temperamenti mo mentum, utquattuor, nobilitatis momentum, uttria. Supe rabititaquein homine ceſſfationis ab bonoribus propofitum,re murmurantetamenadbuchonorumdefiderioob exiguum vin centis momenti exceffium. Nempefi mifceanturmenteduo mo menta, alterum, utquattuor , alterum, uttria, tota mixtio ما erit, utfeptem,inquaparspræualensſeptimatantumparte totius excedet : atdifciplina contrariaquantum præstet,pater exfuperioribus. POTENTIA phantasma, nedumprimum,fedetiamſe cundumbonorum, &dignitatumexhibetpotentiæiuxtafupe rioremdiuifionemrespondentium. Quocirca momentum eius ad honoresad temperamenti momentum est,utſex ad quat tuor, idest proportionem fesquialteramhabet. Siitaque tem peramentumrepugnethonorumdefiderioinpotente , ineo tamë defideriumbonorumpræstabit, refractelicet, ut exmixtione contrarij momenti:fimifceanturenim cotrariainea momenta, mixtiototaeritquinque ,inquaparsprepolles excedetalteram quintatantumpartetotius. Nonconſiderohic, fiacceßeritdo mesticadifciplina reſpondens nobilitati, acpotentiæ; bec enim , fiaccefferit,debet librariipfaquoque,proquegradibus,quosob tinueritfupputari in collatione. FORTVNA fecunda benèfortunatishominibusphantaf ma,nedumprimum,ſedſecundumquoqueboni,felicisqueeuë tus affert . Praterea, &idemphantasmaexhibet reliquorum fortunebonorum . Hinc fortunati adeabona momentum est, utfexadquatuor, admomentumextemperamento Quo circafiquisfitextemperamentoindiffidentiam, &defperatio nempronus,atbenèfortunatus,hic tandemsperandoexcedet quinta parte totius mixtionis. Inamoremquoque eorumbo norum valdepronus, utfacilèexeorumfubitaomiffione ob- CurSeianus Stupefcat,utcontigitSeiano, in quo cum bonafortuna ma- infubitamu obſtupuerit xima potentiaiungebatur, is ergoiuffionem LaconisConfulis,tatione for tunæ. C L 3 rut  Deconiect. cuiufquemorib. &c. ut adeumiret,etiamfirepetitam vix utfibiindictam intel lexit. §. Octauus. Diuitiæ. DIVITIAE, utin uſumdeſcendunt&commoditatis, ac deliciarum , utrunque phantafina exhibent, &bonorum etiam; namdiuites,qui ſplendore utuntur, prefertimfimu nificifint, honorantur; immoquandamin ciuitatepotentiam contrahuntexclientelis. Eandemitaqueferèretinentpropor tionem,quampotentiaadmomentumextemperamento.Quod fidiuitianondefcendantin ufum,fedin habitutantumfint, exploditurpotiusdiues, quambonoretur,estqueilludHoratij. Populusmefibilat,atmihiplaudo Ipſedomi,fimulacnummoscontemplorinarca: neque etiam ullamexperientiamcommoditatum viteaffequi-- Nefc tur rectè Horatius. is, quid valeatnummus,quemprebeat ufum Panisematurolus, vinifextarius:addo, Queis humanafibidoleatnaturanegatis. §. Nonus. Inſtituta, acſtudia,acprimòPhiloſo phia,& lurisprudentia. PHILOSOPHIA moralis exhibet phantasmatantum primumipfaperſehoneſtatis,pariterIurisprudentia,quaexpar Deſtudio te illamedocet; undeinferiorestipſatemperamento. Atftudium Poetarum, librorumquealiorum,quiobfcenita Poetarum. tesincludunt,nedum phantafina primumearum rerum,quas graphiceexfcribunt,ſedſecundumquoqueexhibent,velme diumaliquidinterprimum, &fecundum;namresobscene de fcripta د LiberQuartus. fcripta,nedumcognofcentemfacultatem afficiunt,fedexreflu- Detrimen  tú,quodmo xuturgentepariternatura commouent appetitum, vel adhuc ribus affert virginum. Eftenimisfalpruriens,dequoanteaexMartiali obſcenapos diximus. Superatitaqueeiufmodicognitio temperamentimo mentumficontrariumfuerit; velcertèæquat . §. Decimus. Demotu,& quiete. Мотум corporis,exercitationemquecalefacerehumores, acfpiritus,demumque vegetarecalorem,nitantusfit,vtcolli quet, vidimus: quietemcontràrefrigerare . Flaccefcuntetiam quietepartesfolidæcorporis, motu roborantur. Adiuuat ergo demummotustemperamentumadmoresaudaces, &actuosos , adcontrariosquies. Qua veròproportione? Difficileestex plicatu: attamenin octogradus, momentoextemperamentoad audaciamdiuiſo vix unumex illisaffignarem motui . Confi dero eniminfluxumcalidiorumhumorum,& spirituumnon equèadmores poße atquetemperamentumipfumcordisfecun dumfolidaspartes, &fpirituscomplantatos, ut fiinfluenti demus tresgradus,nonpaucioresiustoafſignemus: verumca liditas ex motu & adinfluentesfolum humoresſpiritusque pertingit,&ficonferatur cumhorum caliditate,queplurimü adaudaciamducit,fcilicetcumira caliditate, nonexcedittertiä eius partem . Confulamus hacde reexperientiam. Utrum, quiiratus verèfit, triploaudaciorfiteo, quimultomotuvel venationis, velpugillationisexercitusfit,cumamboillihomi nes eiufdë ipfi perfedifpofitionisad audaciamanteacceßionem calorum coruminfluentiumfuerint . 1 L 4 §.Vn 168 Deconiect.cuiufquemorib.&c. Decaufisnaturalibusclimatibus . CLIMA adtemperamenti conftitutionem operaturpotius quàmadalterationem conftituti. Undeferoceshominesfero ciaminomnibusregionibus, t) climatibusfuamretinent. Ce farnonminusin Aegyptofortis,quàminGermania,Anglia que. Inconstitutionequoquenonfacit,utnafcinonpoßittë peramentumſummefortitudinisnaturalis incalida, & bu : ! midaregione, licèt minusfrequentermultoin eanafcatur.An teus in Africanatus eft, & Annibal, &luba, &Maßiniffa, climatecõie quifortiffimi virifuere. PlurestameninItalia, &Septen Quando ex trionalibusregionibusfuerunt ; undeexclimateconiecturam Etura duca- ducimustemperamenti,quandocontrarium exalijsfignisnon tur... constet: idemdenaturalifitu,habituqueregionis afferendum. §. Duodecimus. Decibis, &potu . CIBI verò,tt ) prafertimpotustemperamentumalterant. De potuid apertèconftat, cum ebrijmagnammutationem praſeferant: inprimaquepræcipuetentationeebrietatis audaces plurimum, acpetulantesfiunt. Animaduertendumtamenest longèintereſſehac inparte utrum demoribus,aut utrumde affectibus loquamur; Ebrij inaffectumaudaciadeueniunt, at ebrioficontranon moresaudaces,ſedremiſſos,acin voluptatem eambibacemfufos contrahunt. Bibonesnostri haud multum armorumſpecimendedere unquam: verùmitadiftinguamus. Bibaceshomines,quiadebrietatemnonadducuntur,fed vinū optimèconcoquunt adcalidos exeare moresdifponunturobvi nicaliditatem,&eamobcaufaminfacrislitterisin vinoabun dare LiberQuartus. 169 dareluxuriamdicitur . Iuuenalis creditabebrietate quoque accendi venerem . Quid enim venus ebria curat? Etdeebrietateidegoquoquefaterer,atdeebriofitatenonæquès obstupefcunt enimdemumnerui, nonurgent, ut in venere exigitur . Eatenusitaquecibi,&potusmorummomenta mu tant, quatenus temperamentum alterant velcordis, velpar tiumactionedeſtinatarum, veluti cibi flatuoſi pruritandoſe minaliamembrain venerem incitant: atquenamproportio ? Confideremuscumtemperamentum prorfus alienumest, nihil facere cibos . Frigidi velnatura, velætatehomines non pro mouenturin veneremauxilio ciborum : contràincenfihomines etate,& temperamento agrèieiuniofranguntur,quinestuent. Cibus ergo adiuuat,nonfacitpropenfionem: Eftergoproportio, utadminiculiadagens, cibi adtemperamentum : atquodad miniculum? Remotumquidem. Primòenimcibus in ventri culoinfringitur, adque temperamentumeius membri plurimü fuecrafisdeponit, deinde abbepate mutatur, ipfumque vicif. fimalterat, quaratione, utfanguisexqualitatecibi , & alte ratohepatein corfluens, aliquamfufcepit varietatem,eatenus admorescibusfacit. Primò ergofacit, utinfluens,quodiam nonplures tribusgradibusex očtotemperamentiad morummo mentumfacere vidimus: deindead totuminfluens cumratio nemhabeat nonagentis , fedreagentis;fuapteenim natura chilus abhepateinſanguinem mutatur anatura,acvihepatis: contrà veròreagitipseprofuisqualitatibusinhepar, unde vim ba bet maiorembeparnonequalemchilo. Quocircaampliusest in eacomparationehepar,quàmfesquigradus, & chilus minor , quamfesquigradus . Rurfus cumcibus minorumfit virium admores,quàmchilus,quiaeſtiamin ventriculo mutatus , & refra Cibusnon facit prope fionem.  Deconiect, cuiufquemorib.&c. refractus adfummum,quoadmomentummorumbabebitcibus Unicumgradumeorum,quos temperamentumhabetoflo. §. Decimustertius . DeÆtatibus. : ÆTATESpartium adtemperamentumſpectant, eaque rationeinter causas naturales morumreponendafunt, partim rationecognitionis concurrunt,eaquerationeadcognitionis mo mentumreducuntur, &adcaufamaduentitiam,adexperien tiamnempe:fenectamergo, refrigerareiamconstitit,adeoque momentaad calidosmoresinfringeredicendum : atquapropor tione ? Primòfanefanguisrefrigefcit ,adeoquefrigidus,quă utadaudaciamconferat, efficitur, fi totusrefriguiſſeponatur ex oftogradibus momentiadcalidos mores,tresincontrarium cefferint . Eiufmodi crafiminſeipſodefcripfiffe videturpenes Virgilium Entellus Nonlaudisamor,necgloriaceffit Pulſametu,sedenimgelidus,tardantefenecta, Sanguis hebet,frigentque effetęincorporevires. ! Belifariusia lithoftes . Solidum cordistemperamentum, cuminfummofuerit,confta re uſqueadextremamſenectam videtur,utin Maffiniffam, Belisario,quidecrepitusiam repulithoftesaConstantinopo fenex repel- li: atinminusfirmis temperamentisfatifcere etiampartemfoli dam, &refrigefcerecredendum, ut mores contrarijpræualeat, refidentetamen,&resistentemorepristino,interdumetiamin antiquumaffectum, ) actu magnoexirritamentoprodeunte, out inPriamoexprimitVirgilius. Armadiufeniordeſuetatrementibusauo Circundatnequicquam humeris, & inutileferrum Cingitur,&denfosfertur moriturusin bostes . Differentiamomentorumacceßoriorumaprinci palibus . CaputNonum. Ddemumnotandumeſtdeacceſſorijs momentisadtria pri ID marianonpoſſeillaquocunque illaquocunque, & quantocunquemodo mul tiplicentur unquam excederemomentumfuiprincipalis unà etiamcum eoaggregata. Ex.gr. nobilitas, &potentiaadcogni tionismomentum reducuntur, potentia autem habetintegros eiusgradusocto, nobilitasquattuor,quifimuliunctiduodecim graduscomponerent,ſinumerumipſum ſpectemus : attamenfi quisipſeperse studio, & uſu optimecalleathonoremeffepre ferendum vtilitati,ſitqueidem potens , utexpotentia id ip ſumcognofcat,fitnobilis, utrurfus aggeraturex eoquoqueca pite eademcognitio, tamenin eiufmodi hominemomentumcogni tionis non erit vigintigraduum, fedottoſolum; bacqueestdif ferentiainterprincipalia, ) accefforia momenta,quodilla ſum mamaugent,utipsacrefcunt, athæcintragradusoctoſemper confistunt. Similehocest,atquein diuifionecontinuiinpartes proportionales, quediuiſepartes;firurfus coniungantur, etiä ſinumeroimmense (adinfinitumenimnonperuenitdiuifio) ta mennunquamadeamproueniunt magnitudinem, cuiuspartes Sunt. Hic ipfamAriftoteles vocat appofitionemdiuifioni re- 3.Phif.text. ſpondentem,eamquenonpertranfirefinitammagnitudinemaf.. ferit. VocantpracticiItalici eiuſmodioperationem infilzare, alij ineſtare,quenuquamadintegram Unitatemproducitur : estautem fummaminutiarumminutieſeſubindeexcipientiū, vtfummae etc. fednimiumderealteriusſcien tiæcontrapropofitum, ac moremmeum. Peroratio  Deconiect. cuiuſquemorib&c. Peroratioprimapartismethodi . DOSSVMVS hincprimam methodipartem,qua caufis ex morum,earumquecombinationeemergit,infummamcon trahere ,atqueinepilogum; licètenimadhucexiganturadeius integritatemfignatemperamentorum adconijcienda tempera menti momenta,tamenquatenusadmethodipraxim pertinet, totaeacontrabipoteft,interim relegandoLectoremproindagan dotemperamento adea,quæfequentur. Connectit , etproponitqua agendafunt. Nproxima, ac primamethodipartefuppofuimus temperamentigradusnotos, indequemomentum exeisin mores confpicuum, quodpofteacumcon trarijs conferrereturmomentis. Verùm cum temperamentumfitfenfibusoccultum,nifiargumentaexhibea musipfumindagandi, exfignis aliquibusfenfu conspicuisva nuseritinfumptushuc uſque laborin elapfamethodiparteex plicanda. Signaautem temperamentitradere Phiſiognomie cu raest. Aliqui credunt nullumprætereaaliudmunus Phisiogno mieeffe: itafentit Baptista Porta , arbitratus omnia Phifio- Lib.1.Phif gnomicafignaadtemperamentüreduci: eandemquoqueſenten- cap.23. tiampreſefert IoannesIngenerius Epiſcopus Iustinopolitanus, quiomniafignaPhiſiognomicaadtemperamentumredegit: alij i vixtemperamentimeminere,interquos eft Ariftoteles. Ada- IoannesIn mantiusin conformatione membrorum veltotum, velpluri- generiusoia figna Phi mumponit. Atopinionumdiuerfitatemhanc exfuperioribus fion.adtép. tumiudicarepoffumus,tumpaulòpostego examinabo: interim redegit, Adi adabfoluendam methodumpræcedentemproponohicfignatem formatione peramentorumfubiecturum, necnon conformationispartium, partium. mátusadcó tumfigna,quaexparteoccultafunt,tumfignificationes. Pre Stat verò, cumintegrampriusPhiſiognomia artempropoſue ro, eamhic partem per tractare, quæ adhunc locumſpectat, re liquaminſequentempartem methodireijcere. Deconiect. cuiufquemorib.&c. De Phisiognomia.  Triacapita, tresvèpartesPhiſio gnomiæeſſe. PHISIOGMOMIAestnaturæcognitio, utvoxipſa significat, natura verònonefthicaccipiendaproforma,acsubstan tiaanimalis,fiue hominis,fedpropaffionibus, acmoribusnatu ralibus eius . Aristoteles inpostremo capitefecundi priorum Analyt. Indaginem naturaliummotuumirafeilicet, & cupidi tatis, &c. tribuithuicfacultati, idemquedicit lib.de Phiſiogn. c . ) licèt addataliquas aduentitiaspaſſiones,tamen quo modoidfitintelligendumaliàsexponemus: interimfatetureas quoquecumcorporis mutationeeffè,nonfecusacnaturales.Hộc ergo hicex Arift. acPhisiognomorüreliquorüconfenfufirmemus Subiectum dogma . Phisiognomonicamindaginem eſſemorumaliquam Phiſiogno- corpoream mutationem importantium. Verum enimuero cor porearumduogeneraconfiderariin uniuerfumpoffunt,ſubſtan tiaipfa corpulenta, partesque eius, & motusipse corporeus, ad quem&actionescorporis,acpaſſionesreducuntur, mutatio er gocorporea, vel erit mutatiocorporis, partium paffionum, actionum vèeius, vel vècorporis:partes corporishumani,de quonuncagimus, aliæfolida,aliefluida, & vtraquerurfus bifariamdiftinguntur,folidæ enimaliafimilares,inquibuspre fertim temperamentum consistit aliæ dißimilares, inquibus conformatiopræcipuèattenditur:fluide aliahumoresfunt,alia ſpiritus: motus verò hicalterationis est, utpallescere velru befcere: hic localis est , quo attendunturdifferentia tarditatis, &velocitatis, &idgenusalie, ut triain uniuerfum Phi fiogno LiberQuintus. 175 fiognomiecapitafint. Primumtemperamentainquirit exeo- TriaPhiſio rumque varietate morum varietatem. Secundumconforma- capita. gnomiæsut tionespartium ,exillisque itidem elicit mores. Tertiummo tuscorporisconfiderat, & exillisrurfusmores inueftigarean nititur. §. Secundus. Eiuſdemtripartitædiuifioniscon firmatio ex ſuperioribus . HAEC eademtripartitadiuifio exfuperioribusdictiscon firmatur: vidimuseniminditamomētaadmoresduoeffe,aliud extemperamento; aliudex conformatione partium,ut dua priora artis capitaex illispariter defcendant, pateatque: ter tium verò, quodeft motus,pariterexprioribus poteſtdeduci. Vidimusenimmores cùmexcaufisaliquibusintrinfecispende re, tumeffectus aliquoscorporeospendere exillis:at effectus ex moribuspendentes incorporeconfpicuifunt motus,alijlocales, alij alterationis:fub alterationibus autemmotibus reponendus est mos apparens,cuiusnonfemelmeminitAriftoteles , estque mosapparensis vultus, eacorporisdispofitio,que confequiſo let affectumaliquem vehementem, præfertim cumconfirmata / est. Ex. gr.iram vehementemconſequiturrubortotooremul- Senecalib. tus,flagrantes,t )micantesoculi,pariterconcufſfidentes ,bor rentesque ,&fubrigentescapilli,fermopreruptus,&parum explanatis vocibus. Sibabitushicoris,accorporis in aliqui busconformetur,utetiamextrainfultumiræillum retineant, dicetur mosapparensiracundie:nonenim ut affectusirefi gnumaccipitur,fed ut morisiracundiindicium. §. Ter 1. deIraca. 1.  Deconiect.cuiufquemorib.&c. S.Tertius. Non rectèomniaſignaPhiſiognomicain temperamentumreduci. FALLVNTVR ergo,quiomniafignaPhiſiognomica in tem peramentum, ut incaufam reducunt,nam conformationem partiumatemperamento nonpenderefatismonstrauimus, un Io.Baptifta dePortafententiareijciendaeft obdemonftrationes eo locoad Portarepræ ductas ;fedalioetiänomine reprehendedaeſt,fiad uſum ſpecta re effet viri opinio, nempesimoneretin temperamentumfi gnumomnere ipsareducendum effe; etenim estmorespendere omnes atemperamento;fignatamen morum proximea tempe ramentopenderenonestneceſſe, ſedamoreipsoutphantasiam, indequepartemmotricem afficit. Quarum deincepsfacultatum noteinfaciem,atqueexteriorem corporispartemerumpunt,de mumqueeaminſident; undemotus, &habitusoris,quiirato conuenit,cum conftiterit, nonestfignumtemperamenti,peril ludquemoris,fedmorisproximè,temperamentiautemremotè Jedmorispi folum; adeo utforetincaßuslabor Phiſiognomi,fiexapparen temoretemperamentumprimòeliceret ,deindemoremcummos ex eo immediate, &proximècenferipoffit , &debeat adeffu giendum inutilem circuitum. Aristoteles apertè aliquos, non omnes moresin temperamentumreijciendos oftenditde Phisiogn.. cum dicitquafdamaliasproprie tates, moresfcilicet a caliditatibus, et fri : giditatibusfieri: nonomnesergofiút, fialiquætantumfiunt acali ditatibus,&frigidita tibus, fcilicet ate peramento. Non diſſentireabhactripartitadiui fione, quam Ariftoteles affert, diuifionem nouena riam, quæexponitur. NEQVE verò,quam Ariftotelesaffert diuifionem, ab bacdiffentit , licètnouenariafit . Ex' motibus,inquit,phyſi gnomizant,&ex figuris,&ex coloribus, &ex moribus infacieapparetibus,&ex' lenitate, t) ex vocet ex car ne, &ex partibus &ex figuratotiuscorporis; omniaenim adtriacapita, utinfundamentarediguntur,motusfcilicet,t moresapparentes,& voxſpectantadtertium motuscaput:fi gurepartium, &figuratotiuscorporis,&partes adconforma tionempartium: colores,lenitas, caroadtemperamentum:par tes etiam, licètadconformationem,utplurimum,spectent, ali quatameninterdumratione ad temperamentumreducuntur: coloresquoque t) temperamentumſignificant, & quandoque admoresapparentespertinent, utruboroculorumiramfigni ficaredicitur. Fontes ergofignorum enumeratiab Ariftotele adtria capitapoſitaànobis reducunturomnia. Dubitatio contra dicta ex duobus alijsfubiunctis ab Ariftotelemodis, quiafferuntur. AtdubitatiourgetexfubiunctisduobusalijsabAriftote lemodisphysiognomonizandi : altereftex moribusduobus, aut pluribusindagatis aliumdeducere : altereft exloco a contrario fignaalia compararemorum : neuterautem horum ad aliquod enumeratorum triumcapitum pertinerevidetur. Audiamus Utrumquemodum,utclarioreuadat,tumdubitatio,tumeius : M Solutio.  Deconiect. cuiufquemorib.&c. Lib. Phyfio folutio. Eft , inquit Ariftoteles aliusetiammodus,ſecun gnom.ca.s. dùm quem aliquisphifiognomonizet:nullustamen aggreffus eft. Vtſineceſſeſitiracúdum,&triftem,& paruumſecundùmmorem,ſcilicetpufillianimieſſe inuidum, colligere erithominem eiufmodiinuidú eſſe,etiamfinullúadfitſenſibileſignúinuidiæ.Alius modusexlocoacótrario eſt huiufmodifi iratus con fueuit intenderevocem,ergo ſegnisremittit,&fi for tia animaliagrauemvocemhabent,timidaacutam habebunt.Idemqueinalijs. Neutraautemharuminda ginum videtur reduciadcapita enumerata; deque primofanè certum est . Quaenim rationeillaatemperamentoaut confor mationepartium, aut motupendet? Refpondeo obiectioniom nemindaginemphysiognomicaminaliquoddemumfignumfen fibile,utinprimumfontemreduci,&omneeiufmodifignum adaliquod trium memoratorum capitumreduci,vtegoexpofui: at verònihilimpedire, quominusrationisinterioris viexde ductisprimoloco afenfilibusfignisaliadeducantur: illæ tamen indaginesad aliquodfenfibilefignum demumreducentur : & Omnisra- itafehabentduæfubiunctæab Aristotelė methodi. Immedia gnomica re tio phyſio- tè ille a ratione proficifcuntur, at mediatè, utque a primis fignum ſen ducitur ad fontibus , ab aliquo trium memoratorumprocedunt . Ut au fibile. teminexemplis propofitis immoremur, deductio inuidi moris ex iracundia tristitia, &pufillanimitate estimmediatèara tione, at mediatèex fignis iracundia , tristitia, &pafil lanimitatis procedit . Idemdeillationeexcontrariodicendum. Summafolutionis est. Adtria capitadicta reducitur omnis indagophyſiognomica, utadprima, &fummaprincipia,non utadultima, &propinqua.. 2. ... Signa L Liber Quintus. 479 Signacordiscalidiaggreditur. CaputTertium. 6. Primus . Proponit,quædicenda . Dtemperamenti fignaaccedamus: attemperamentum Hæc4. par. 2 admoresp Vécaufaerat temperamentum cordis: reliquarumfolidarum ac morumnaturaliumpropenfionum. cap.4.lib 1. partiumtemperamentumadmoresnonpertinebat,nifififorte adcorpertingebatexaliquorefluxu: erat deinde temperamen tumfanguinis,quiincorinfluit: tertiò ſpirituum, quitt ipsi incor penetrant . Primòautem temperamenti, veltemperar mentorumcordisfignaperquiramus . Quot autem tempera 4 mentacordisfint,quotque, &quibusqualitatibusdiftinguan tur,fatisexplicuimusfupra:quique moresfingulacorum con. Lib.eodem Sequantur. Quoniam autem primo lococalida temperamenta cap.f. antea diftinximus,primoetiamloco nunceorumfigna inuefti garetentemus. §. Secundus . Signa cordis calidi afferuntur exGaleno. 1 ( CALIDYMcordistemperamentü,vel.cum duritie, mol litieconfideratur,&cum reliquis differentijs, velipſumperſe, utabalijsabstrabitdifferentijsomnibus,quonunc modopri mumconfideramus,accipimusque . Calidiergoin univerfum Artismedi cordisfignahæcaGalenohabentur. Magnitudorefpirationis . : Pulſus, velocitas,&frequentia . f сасар.29. 1. Signum. 2. Signum. Thoraxbispidus , &præfertim pectus,&quæcunque 3. Signum. M 2 partes 180 Deconiect. cuiufquemorib.&c. 4.Signum. parteshypochondrijspropinquioresfunt. s. Signum. 6. Signum. Lib.theor.1 Exfigura pectoris . Expilis. Latitudothoraciscumparuitatecapitis. Exmoribusquoquefignumdeducittemperamenticordis. Corpustotumcalidum, nifibeparfrigidum obstiterit; calor totius corporis caloremcordisconfequitur. Signa eiuſdem exRafi ,&alijs. RASISfignacordiscalidifacitpulfum,acrespirationem velocem,pectus multis,craffisquepilisrefertum,taltuqueca lidum; itemeffeaudacem, iracundum, obstinatum. Idemferèfentitrecentiorille,quificfcripfit.Cordis com plexioſi fueritcalida,pulſus eſtvelox,pectus aliquan tulumeſtpiloſumvltra ætatemadolefcentiæ,incar neeſtcalidus,eſtboniappetitus, in factis audax, in verbisaſper,indadotenax,obſtinatus,fuperbus, ira cundus,luxuriofus. HalyAbbashæccordiscalidifignarefert. : Exactionibusquidemſiſpesvehemensfit,&pul ſus identidem,fitquehomoaudax,iracundus, ma gnanimus,membrofus. Si pectus ſitlatumcumparuitatecapitis,&ſpon dilium ſignificatcalorem cordis; caloris enim eſtdi latare; arctare autem frigoris &c. Quod fi latitudo pectoris ſitcummagnitudinecapitis , &magnitudi neſpondilium,noneftcaloriscordisargumentum . Cumautem latitudopectoris eſtcum ſpondilium magnitudine,&capitis, ſi reſpiratiofitæqualis pul fui,corcalidumerit: contra,ſivelocior,acdenfior reſpiratio, quàmpulfus. Sipilifintmulti &nigriinanterioribuscorporis, &his, LiberQuintus.  &his, quæeisſubſuntinventre, caloremcordis ma nifeſtant. Si fuerintpectus,&circumvicinatactu calida, fi- Extatu. gnificantcaloremtemperamenticordis. Auerroes calidicordisfigna, &ipfeeademferèadducit vi- Lib.4.Coll. delicet . cap.2. Sipulſus fuerit fortis,velox, autſpiſſus, exceſſum caloris in cordeſignificat. Excipit tamen,nificontingeret ispulfus obangustiamnatu- Exceptio. ralemarteriarum, etſieiufmodi angustiararòaccidatincomple xionecalida,quia naturacalorisestaperire, &extenderepar tes,nifiextenſionireſiſterentob ficcitatem . 2 Sianhelitusexuberetfignumest caloriscordis; dummodo nonis accidatobarctitudinem pectoris,aut pulmonis,fiueco rum viarum . 3 Sipilifuerint multi,fignum eftcaliditatis cordis. 4 Sicorpusfuerittactu calidum, eiuſdemcaloris cordisfi gnum eft . Etenim calorem cordisſequiturcalor ómnium membrorum, Ratio, nififitrefiftentiaaccidentariaa membris dominiumhabentibus in corpore,ſcilicet abhepate, & cerebro. §.Quartus. Sententiaauthorisdeſignis adductis incipitexponi, primoquedepilis. HORVM virorumfententias,&dictacollegiſſefatisfit, nuncadductafignaexpendamus . Primòautemfignaexmo ribusducta . Hacigiturin propofitohocnoſtrodeferuirenequeunt; fecus Cenfura fi enimpetitioprincipij admitteretur: namhicadmoreseliciendos moribus. M 3 anni gnorum ex  De coniect. cuiufquemorib.&c. annitimur, mores autemextemperamento conijcimus:quodfi temperamentumexmoribus coniectauerimus a primo adulti mummores exmoribuscolligeremus,quæeft petitio principij. Equidemfateorpoffenosex more aliquoconfpicuo temperame )extemperamentoconijceremoremoccultum , atin vniuerfumeiufmodi progreffuspetitioneprincipijlaborat. Cenfura fi gnorum ex pilis. tumquærere,t Omnesin eofignoconueniunt,fipilifintinpectore, &fub iectispartibus multi, &præfertim duri,accraſſi,ſignificarica loremmultumcordis , & vulgoetiamidempartim creditur . Primòautemnotandumin doctrinaquoque Galeninoneffèfi gnumconuertibile, adeo ut, etiamficorcalidumfit,pectuscoB tinuòfithirsutum, achifpidum . VerbaGalenifunt lib. z . detemperament. Gallis enim , inquit, & Germanis , & omniThracio,&Scythicogeneri frigida, humida quecutiseſt, ideoqueetiam mollis,alba,&pilis nu da: omnisverò naturaliscalorinviſceravnàcum fan guinehisconfugit, vbidumagitatur, &premitur, & feruet,animofi,audaces,&præcipitis confilijreddun tur. En ergo, utalij calidi cordisglabrifuntin pectoreex doctrinaGaleni, quefirmiſſimoſanènititurfundamento. At videamusnunc, numfit vniuerfalefignumcalorisexcedentis cordispectus hirsutum, craffis præfertim, acdurispilis, utque Lib.s.dege HalyAbbasadditnigris. Ariftotelespilosex cuteoririfacit , nera. anim. cumhumorexea euaporat, atqueexalat: eftautem aliuspin cap.3. guis,aliusaquofus: nafcunturcraßipiliexcutecraffa, prefer timfirarafit, adeoqueporos habeat magnos . Ex fumida exhalationepilos oriridicit,cumcriſpifiunt,exeaquecaufacri ſpitudinemderiuat : at verò,fihecdoctrinaaccipiatur,multi tudo, & craffitiespilorumcutempectoriscraffam,&raram, &humoreaquoso, autadfummumpinguiimbutam significabit, cuiufmodicutis nullomodo estneceffariumfignumcalidita tis cordis, imocontracutiscraßa,&humoreaquofoimbutafri giditatempotius ,nonneceffario licet, probabilitertamenfigni ficaret . Galenustribuit cutificca, &calide copiofampilorum Lib.2.dete generationem, materiam veròponitvaporemfuliginosumo, per.cap.s. craffum ,acterreum, exquodogmate nec esthirsutumpectus neceffarium caliditatis cordisfignum ; nonenimestcutispecto ris,& cordisipfiusfimiletemperamentum, cumproximèex Galeno viderimuscuteminborealibus hominibus effefrigida, accorcalidum: copiaetiam vaporisfuliginoficrafſſi, acterreinõ indicatexcedentem calorem,imointerdumfubdebilem; nam fumi maiorcopiaeleuatur, cumcalornondumpreualet materia ruſtibili, quam cumiameamobtinuit; ideoquemulto maiorfu micopiaexcitatur,fiignis palea udefubijciatur,quamfiari da. Accedithuicexamini,quodexcutecapitisplures,&craf fiorespilioriuntur, nequetamenfubiectapars estcalidiſſima, imocontràfrigida; frigidiſſimumenimcerebrumex Aristote le, &exGalenoestfrigidius cerebrumpartibus carnofis, & fanguineis Concludoitaque fignum, nedumnonconuerti,fednequene- Conclufio. ceßarium, ac runiuerfale effe, utprobabiletamenfufcipi po test; quoddamenim calorisargumentumeft : acex calidacute vicinicordiscaloremconiectareitemprobabiliterlicet . §. Quintus . Cenſuraſignorumexpectoris latitudine. LATITVDO pectorisipfaquoquepersenonestfignum neceffarium caloris cordis, nequeratio, quodcaloris eftdilatare, fatis eftefficax,quin contrarium potestnonminusfignificare M id 4 Deconiect.cuiufquemorib&c. idfignum; quoniamidemcalorinamplioreloco minuscalefacit, quàminangusto,proindeque corparuum calidius effè quàm magnumfuaptenaturaantea exAristotele vidimus. Adra tionem autemcontrariamdistinguidebetproportio; Caloriseft dilatare; fienimloquamur deconceptaculoiamgenito, t )con Stituto, inquocaloripſecontinetur, ampliaturidmagis amagno calore,quàmaparuo; undeficordaduoæquèmagnafuerint, abinæqualibus autem caloribusinformata, calidius corattolle tur,&dilatabituramplius altero. Idemdearterijsdixeris.Ve rùmfiloquamurdereigeneratione,cum calormaior maiusetiä alimentum, feuplus materie attrahatcraffiora , torofioraque potius, quàmamplioraconceptaculaproproportionefacit. Sit hacpriorinstantia: ataliaetiam efficacior; quoniamcalor in Strumentumfacultatis altricis,ac vegetantis,cuius eftetiam molem maiorem , minoremvécorporisfacere, &nutrire, & augere, &caloranimalis cordis, exquo mores,&propensiones admores procedunt,nonidemfunt,velfaltemnoneodemgra duprocedunt; videmus enim maiora multo animaliaminoribus ignauiora eße, utanſerem,&olorem accipitribusillis prefer tim,quosſmerlinosdicunt,qui& minimocorpore, &audacif fimoanimofunt: interhominesetiam multiingenticorpore, t inualido animofunt.Vidi egoPatauij hominemignauiainfamë, qui proſtituebat ſquevxore,Italiceque, Ilgran Becco, cabatur,procero corpore, &magno,boniquehabitus . Non apudAreo RexOrani infulse Areostus RegemOranidefcribit molecorporisinfignem, ſtum corpo attimiditatedeſpectabilem . Estoigiturprobabile,nonneceffa animo pu fillus . remagnus, riumfignum . EratPatauijinterScholares,dumftudiorum egocauſaibimorabar , iuuenis Taurinus,quipectusaltitudinis confpicue habebat ,attamen nemo unquam a periculis , tab armisalienior:fuam ipſetimiditatemfimpliciterfatebatur, ut Ariftotelis demagnitudineconceptaculidogmaadamuffiminco agnofceretur . Adde verò,quodcauitasmagna pectoris ma gnumetiam pulmonem,quorepleatur, exigit: atmagnuspul mo obmaioremaeris vim,quamattrahit,magis etiam corre frigerat ; adeoquecaloremeius refrangit. Aliaveroratione latitudinem pectoris moresfignificare excapiteconformationis intelligemusinfra. §. Sextus. Cenſuraſigniexcaliditatetactus occurrente . ALIVD eratfignumextactu,cumfcilicetcalidumoccur rittangentibus corpus,præfertimpectus, & que circapectus : at nonest conuertibilefignum, neque etiam vniuersale, necef fariumque. HocexGalenoipſopatet,dumfateturGermanis, Germani, Scythiscut calidiffimum. Si cutis itaquefrigida, noneruntilli tangenti- cutehabent Gallisque, Thracibus , & Scythiscutemeffefrigidam , at cor bus calidi, ) tamencordeferuent. Nonconuertitur, itaque autem cali fignum: atnequeneceffarium, ac uniuerfale;fienimfrigida dum. cutisnonindicat corfrigidum,nequeetiam calida cutisindica bit corcalidum neceßarid,præterquamquodexfundamentoibi Galenicontrarièpratenſo idemdeducitur. Utenimfrigiditas ambientis in borealibus hominibus frigidamcutemreddit, inde quecalorrepercutituradcor, ubi intenditur,pariter caliditas aerisinregionibus calidiscutemcalefaciet, acrarefaciet , utinteriorcaloradexteriorem partemferri,in dequeextrorfumelabipoßit,relictocon fequenter cordefrigido, idest minuscalido,quàm parfit.... Galli,Thra ces, Scythæ frigida , cor 9. Sep 186 Deconiect. cuiufquemorib.&c. §.Septimus. Efficaciffimum fignum expulſu, &ex reſpiratione haberi, qui pulfus ,&quæ refpiratioſi gnumfitcaloris incordeexcedentis. EFFICACISSIMVMfignumcaliditatis cordisexpulſu,& respirationeducitur; exrespirationequidem,ſiſit magna,tum ininfpirando,tuminexpirando . Siquisin Statuquietocorpo ris, &animiinstarirati efflaret , calidiffimumin eo corfateri neceffeeffèt. Inequoanimali audaciſſimo , Virgilius; Collectumquepramens volvitſubnaribusignem . Pulfus itidemfialtus,isprefertim,quiinpectorefenfiturcor dis, acmagnus,proqueproportione altitudinisfrequens; dico autempro altitudinisproportione,quiacertum estex altitudi nepulfusfrequentiamimminui,ficutexdepreffioneintenditur; cumenimnonfemeltantum aeris in depreſſo pulſuattrahatur, quantumfufficit, iterareoportet attractionem , ut frequentia repetitionisfuppleaturfingulariuminspirationumdefectui . §. Octauus. Aliaadminiculaadeiufdem caloris fignificationem – SIGNIFICARE Etymology 1 Inherited from Proto-Italic *-fakāō. Doublet of faciō (“make, do”).  Alternative forms -ificō Suffix -ficō (present infinitive -ficāre, perfect active -ficāvī, supine -ficātum); first conjugation  Forms factitive, causative, or other verbs from the roots of nouns and adjectives -ify Conjugation    Conjugation of -ficō (first conjugation) 1The present passive infinitive in -ier is a rare poetic form which is attested.  Derived terms Latin terms suffixed with -fico aedifico amplifico auctifico augifico beatifico castifico clarifico crassifico deificatio deifico diversifico dulcifico electrifico falsifico fortifico fructifico glorifico gratificor honorifico horrifico -ifico iustifico ludifico lunificatio mitifico modifico morbifico mortifico nidifico pacifico petrifico purifico qualifico ramifico ratifico rectifico sacrifico sanctifico significo simplificor solificatio stultifico velificor vilifico vivifico. VERVM dictorumpulfus, &refpirationis adfignifican dumcaloremincorde magnum validaadminiculaerunt primò quidemlatitudo, t) amplitudopectoris; namfitauitaspectoris magna,proindeque etiampulmonesmagni, ) tamencalorcor distantus adhucest, ut refpirationem magnampræstet, t pulſummagnum;oportetergo ipſum valdeexcedere,quamduo refrigerantia, conceptaculi magnitudo, & pulmonum refri geratio nontemperent. Aliudadminiculumeiufdem significationis erit,ſipectusfuerit birſutum, fcilicet maiorem calorisgra dumfignificabit; cumetenimiamexcalorepilostum nafcicon Stet, is calorisprædominantisgradus, quimultumfumum ele uet, nonnifiexurendo, portionemterreameleuare poterit: ter reaportio uſtaacrimoniam vehementemcalorisaffequitur,que acrimonia inradicem uſqueeleuantis calorisrefunditur. Vi demusenim,fifumumextinctum occurfusfuperiorisflamme accendat, accenfionem uſqueadfumiradicem defcendere, ut binc conftet vim , & acrimoniamfumiinſubiectum usque, &excitantemcaloremfecundùmaliquamparticipationërelabi. . Nonus. Demoribus,qui temperamentum cordis calidumſequantur . QVI morestemperamentumcordiscalidumfequantur,di ximuslib.1. buiuspartis cap.6. §.4. Signa cordiscalidi, etficci. Afferunturprimò ſignacordis ficci,ab ſtrahendo a qualitatibus actricis. GALALENS cordisficcifignaaffert, pulfusduriores; iram non promptam,fedferam , necfacilè placabilem; corpus uniuerfummagnaexparteficcius, niſibeparobstiterit. Ha lyAbbaseadem. Auerroes maciempectoris,&ficcitatemcor poris . Michael Scotus pulfus duros; corpus musculofum in carnismacredine; venas manifestas;piloscraffos, acbreues. Rafisduros ,&ipsepulfus; uniuerfum corpus musculofum ; pectus nigrum, macrum, & hirsutum – GRICE: hairy-coated, shaggy; venas manifeftas; cu tem 1 Deconiect. cuiufquemorib.&c. Signum. Pulſusdu- tem duram,craffamque. Egopulſius durosfignum apertißimum rus ficcitatis ficcitatis arbitrorexratione, quaminfraboceod. cap. §. Secundus. Signa Galeni Artismed.c.33. GALENVS fignacordiscalidi, &ficcihacrefert; Pulſus duros, magnos,veloces,&frequentes, reſpiratio nesmagnas,veloces, &frequentes, &quimultoma gis advelocitatem,&frequentiamvergant, thorace nonaucto eademproportione,quacorcaliditate,ſci licetauctum eſt : pectuspræ cunctis maximè hirfu tum, & hypochondria. Dicitprætereaeffèpromptosad actiones iracundos, celeres , &impudentes , & morestyrani cos habentes; etenim funtiniram precipites,nonfacile verò placabiles . Signa, que Haly Abbasaffert 1.Th.cap. 12. Sipulfus vehemens erit, velox,&continuus,reſpiratioqueiti dem,ira celeritatis multæ, &homovelox,follicitus, &tumultuoſus, eius ſignificatur cordis calida, &fic cacomplexio . Signa,que Auerroeslib.4. Coll.cap.2.affert. Iraperma nes, maciespectoris, &ficcitas corporis . Signa, queRafis. Pulſusdurus,velox frequens,re ſpiratio magna , &frequens, corpus tactucalidum , toroſum, venæmagnæ,& cofpicuæ, iracundia, ac pertinacia . Eademferèfigna MichaelScotusaffert. Suntautëpulfus ve lox, durus, &fortis,pectusaliquantulum pilosum , pilis tor tis, anhelitus magnus, tactusin carnecalidus: cito mouetur ad iram, iracundusmanet, & obstinatus. Signa ex Authoris sententia. Ego id primum Statuo, cum arterieexcordeoriantur; eandeminduritie, t) molitiecumcordecrafimhabituras, un deduritiespulfusduritiemcordis mihi aptiffimèfignificat. Cum itaquecumpulfibusdurisfignificationes caliditatisiunguntur, corcalidum, & durumpronunciaridebet. Pulſusitaquemа gnus,&velox, &proportionealtitudinisfrequens ,itemre ſpiratio magna cumduritiepulfus, corcalidum,&durumpa tefaciunt, proindequeinillos moreserit homo propenfus,quos ex cordeduro, &calido anteanafciostendi, cumque altitudo pulfus iūgiturduritiei,fignificatur maioradhucincordegradus caloris ,quoniamadattollendamdurioremmembranam, maior calor requiritur, utrectèconiecitGalenuslib. 1.de caus.pulf. cap.3. licètnonrectèfentiat,dumdurasarteriasnunquampof ſemultumattolliaquacunquefacultatedocere videtur. Pe Etorismacies,quainficcitatecordisin vniuerfumexigitAuer roes, noneftaßignandacordicalido, t )ficco; pectusenimcon tratorofumcalorismaioriseſtſignum, vtipſumſua caliditate corroborat,&nediffletcohibet:macies contra aperitporosdif flatui..Equusanimofumanimalacgenerofum torofumpectus obtinet,utenimVirgilius, Luxuriatquetorisanimofumpectus . Nequeverò, dùcorficcumdicitur,fignificatur extrita hu miditate omni euanidum, ſedcompreſſum, &durum,utan teadeclaratumfuit,adeofiprofimilitudineprincipij velitAuer Quomodo roesreliquaspartesconftituiadfimilitudinem cordis,erittoro- intelligatur cor fum,nonexficcumpectus. Si veròactionem caliditatisficcae cum. quifpiamrespexeritinitadicendo; caliditasficcicordis poterit pingue 490 Deconiect. cujuſquemorib.&c. pinguedinemforteeliquare,atcarnofum, &torofum habitum nequaquam, imòpotiuseumefficit,&conferuat,utexemplo animaliumcalidiffimi,&ficci cordisconstat,Equi,&Leonis; huiuspræfertimcorpustorisrubiqueabundat.Hoa * §.Quartus. Quimoresſoquantur calidum, &ficcumcor QVI moresfequanturhanc cordis temperiem, diximus Supralıb.1.huius4.partiscap.  D. s. &fexto. Sequuntur autem illi inexceffum corpilosum,quoniampilicordisfignifi cantextremametiamduritiem,cumcalore coniunctam... Signa cordis calidi , &humidi, &primo cordis humidiipfiusperfe. Caput V. 5. Primus. Cordishumidi ſignatraditabſtra hendoaqualitatibus actiuis. ? hec affert; pulfusmollessmoresiniram Gprocliues,fedquæfacileſedaripoffit,&vniuer fumcorpushumidius , nifi hepar obſtiterit ..Haly Abbas; pulfusteneros , ac mollesiram velocem,atcitoceffan tem; pauiditatem præterea. Rafisaddit pectus leue,carnem mollem,ac delicatam . Auerroes mollitiem pulfus. Michael Scotusadducitprofignis capillorumabundantiam,prolixitate que eorum,&rectitudinem,qui coloremalbum, autblundu, utipfevocat,fcilicetflauum,babent: multispræterea pilis , exceptopectore, carotractamollis,coloreautemalba, autfufca, pinguis aliquantulum . Dicit item hominem eiufmodi fatis timi Liber Quintus. 191 timidum, pauidum , &hebetem,atquedebilemin laborando . §. Secundus. IudiciumAuthoris. : EGO admittointerfignahumiditatiscordis timidatem , ut verumfignum; nammollities contra tenorem eiusfacit mollia,fiquidemfacilèconcidunt, &collabuntur,fuapteergo Daturamolliacordaintimoremprocliuiafunt, nifiacalorepo fteatendantur. Quarationecorcalidum,&humiduminaus daciampotius,quàmintimiditatempropendit,exfuperioribus becpatent; interimtamenlicètfit verumfignum,non tamen estaccommodatumnoſtroinstitutoobpetitionemprincipij,qua includit , veluti proximè monuimus. Signum ergo mollitiei cordis est mollities arteriarum , acpulfuumob eandemratione, quaminficcitateattulimus : glabrumautempectus,quodpro figno mollitiei eiufdem affert Rasis, et sequitur Michael Scotus, nonfacilèadmitterem,fedpotiusmollibus veftitum pilis crederem, probabilitamen, nonneceſſario nexu,quoniam ficaloradfit,iam estagens,quod vaporeseleuarepoffit ,acfu mos,testcopiosamateriaque eleuetur; inquabumiditatem arbitrariparest: humidiorautem materiapilosetiam molliores facit,respiratioobcaloremmagna, &obmollitiemminuscon citata,præfertimque expiratio blandior, quod minus efferue Scatattractus aerinmolli, quàmindurocorde,quia&calorin denfiorefubiecto acrior est,&nifipluriumgraduum, maioris tamenpotentia, utdiftinguuntPhilofophinaturales. Acrio resergofuliginesexfiniftro cordis ventriculoper arteriam ue nofamin pulmonememittuntur,indeqne expirantur,cumcor calidum, &ficcumfuerit,quamcumfueritcalidum, &bu midum . S.Ter  De coniect. cuiufquemorib.&c. §. Tertius. Signa cordiscalidi, &humidi, ideft Artis Medi mollis fimul,quæGalenus,&cæteriafferunt. CORDIS veròcalidifimul,& humidiGalenushac af cx  fert SIGNA. Minus funthirfuti , quam calidi,& ficci cordis: promptitaméadactiones: animusnon fe rus, fedad iramtantùmprocliuis. Pulſusmagni,ac molles,veloces ,& frequentes exiftunt. 'Reſpiratio cumthoraxfueritcordiproportionaliseiufdemcum pulſu tenoris: ſi vero thorax minorfuerit,quam ve proportionalis fitcordiscalori, tantorefpiratio erit pulfibusvelocior, &frequentior, quantothorax ini norfuerit. Expirationes maioresfunt inſpirationi bus , &arteriæ fubmiffio,ſeu ſyſtolein pulfibusve lox. Quando maxima fueritin haccomplexione euerfio, præfertimque inhumilitate, contingentex putredinemorbihis,quiinipſis fuerint humoribus corruptis, &putrefactis. HalyAbbaslib.r. Theor.cap.12. Sipulfusfueritvehe mens , ac temperatusinceleritate, &tarditate,mol lisque, &fpiritus ſimilis, &ira eiusvelox,placatioque eius celer, calorem ſignificatcomplexionis cordis,& humiditatem. DiffertisaGaleno inceleritate, &tardi tate . Auerroes dicto lib. 4.Coll. cap. 2. Mollities pulfus, & fortitudo cordis ſignificant corcalidum,& humi dum: itemmagnitudopectoris,&aliorummembro rum; &ideoinquit animaliaquamfuntcalida, humidas funtmaioris cordis ceteris, velutianimalianafcentiain locis bumidis. Cenfuradictorum . ALTITVDO pulfus, &mollitiesſuſcipiendæfanèfunt, utfignum certumcordis calidi, &humidi,fiue mollis,dum ambeiunguntur,quoinſigno videmus conuenireomnes, & coherentcumdiftisfuperius: at in velocitate,&frequentia potiusadhereoHalyAbb.quàmGaleno,aquo pariterin velo citateSystolis recedo. Ratio autemfumiturex neruis, chordis quefidium, quæcumintenduntur, feutentafunt,velocius mul to percuſſeadfuum locum redeunt, quàm cum remiffafunt. Pariterergo arteria molles, ut chordaremiffe, restituuntur tardius ,acreciduntpercuße, acfublata , quàmarteriæ dure . Velocitas ergo multò magisdurisconuenit,quam mollibuspulfi bus arterijsque. Quoad velocitatem quoquecumnontantum Velocita's magis con uenitduris , ferueatcor calidum, & molle,quamcalidum, &durum, neque qua etiam eadem velocitateegebitillius pulfus,atquehuius.Satius quammol itaqueestponereipfumtemperatumin velocitate , &tardita te, etfrequentia, quamexcedentem : altiorem veròpulfum huiccraficordis,quamcalide,&ficcedandumarbitror;etenim magis attollitur arteria mollis,quamdura, ficut etiamchordafi diumremiſſa,quàmintenta: altitudineergo,t)magnitudine pulfuum vincitcalida,&humidatemperies,at velocitate, & frequentiacedit. : Quimoresſequanturcalidum, & humidumcor . : QVI moresfequanturcorcalidum, &humidum antea diximuslib.1.cap.6.§.7.8. : X Signa  De coniect. cuiufquemorib.&c. COR Signacordisfrigidi. Caput Sextum . §. Primus. QuæGalenus, &cæteridicant. ORDIS frigidi fignúfuntpulſusminores,quam modonaturæconueniat, nontamen neceffario tardiores,velrariores. Reſpiratioitidemparua & re ſpondenspulfibus, fitantominorthorax,quanto fri gidius cor : quodfithoraxmaior,quampro modo frigiditatis cordis , refpiratio & minor erit, quam pulfus,&rarior,etiam,actardior. Signa etiamcor dis frigidifunttimiditas, ſegnities, &pectusglabrú, thoraxetiamparuus,&caputmagnum,&corpusto tumfrigidum,nifiheparcalidumobſtiterit. HalyAbbas . Refpiratio,&pulfustardi,& fingul tuoſi,timiditas item,&fegnities,&iræ exiguæ effe fignafuntcordis frigidi:iremtotius corporis frigi ditas confequitur, hæcenim cordisfrigiditatem, ni ſi heparcalidum obſtiterit, arctitudo item pectoris, cumcaputnonfueritparuum, nec paruiſpondiles, eiufdem frigiditatisfignumeft,&glabrum pectus, actactu frigidum. : Quidam,hac habet. Si cor fuerit frigidæ comple xionis, pulſus eſtei tardus ,pectus nudum apilis ,ta Etus carnis frigidus , duri appetitus, debilis fortitu dinis, anhelitus arctus,voxfubtilis, &debilis , quafi pigerin factis, inverbis : nonbeneplacidus, leuiter pauidus, nonbenecomedit, &raròbibit,& raròlu xuriatur, nifiper accidens. Censura,. SIGNORVM horum censura ex superioribus facile deducitur. Pulſuum, &respirationisparuitasfignumadequatum exhibentfrigiditatiscordis, atcumeaconiungipotest,tum ve locitas, &frequentia pulfuum , tum-raritas,&tarditas ,ut dicit Galenus , & intelligemus infra. Pectus glabrum perſe nonestfignumcertum, utanteadiximus, &nuncfubiungo. Scioego MazatortiumnobilemRomanum, equitatusPonti- Hiftoriade ficis inhacprouintiaPrefectum, virumfortitudinis, &auda Mazatortio nobili Ro- cie infignis, &in bellisGallicis exercitate , qui glabrumpror- mano. fuspectushabebat : atnuditas pilorumcumreliquis coniuncta fignismaioremfacit significationem frigiditatis. Deparuita tequoque thoracisquidſentiendum, iamdixi: itemdecorpore in exteriorepartefrigido. Interfigna Scoti exponendaest pa uiditasillaleuiter, quamdicitpro pauiditatenonleui , acpar ua,fedpropauiditate,quenascitur exleuibuscaufis devoce Subtili:postea, cumde voce, acfignis, de illaagemus. Quimoresſequanturfrigidam cordis temperiem. QUI moresfequanturcordisfrigidamtemperiem iam vi dimusd. lib. 1. cap.6. S. 15. Signa cordis frigidi, &humidi, acfrigidi, &ficci. Signa cordis frigidi&humidi. GALEN QuæGal.&cæteri. ALENVSfignahechumidi, &frigidicordis affert. Pulſusmollesfunt,ipſiquemoribus nonauda 7 X 2 ces, 196 Deconiect.cuiufquemorib.&c. ces, fedtimidi,&ſegnes:iramminimeretinent, ne queetiamadiramadmodumpromptifunt. Pectus glabrumhabent,tactufrigidi,&molles,nifi hepar caliditate obſtiterit:Thoraxfuaptenaturaparuuspo tius quàmmagnusadcapitisproportionem . Quidamex recentioribushæc habet. Pulſus tardus ,& debilis, pectus nudumapilis, anhelitusparuus &tar dus , tactus incarnemollis, &frigidus, non facilè irafcitur,&facilè iram remittit . SententiaAuthoris. PVLSVS fanèmollesfunt, humiditatisidest mollitieicor disfignum: paruitasautem ipforumfrigiditatis; quoniam ta-- menmagis,acfacilius extenditur inhisarteria,quaminficci tate, ideoaltior est illispulfus,quàm, quicordisfrigidi,&fic cifignum est . Rursusminus velox estijfdemſyſtole,quoniam lentiusdefcendit,acrestituitur : mollis arteria instar remiſſe chorda,refpiratioparu . . Tertius. Deſignis cordis frigidi, &ficci. CORDIS veròfrigidi,&ficcifignumeritpulfuspar mus, at durus: velociorautemhisſyſtole, quàmcordi bumi do, &frigido,pariterqueetiamfrequentiorpulfus: respiratio parua,utfuperioricrafiproxima. SubiungunturGaleni,&reliquorúfigna. GALENVS dietacordiscrafishacaffertfigna; Pulfus duros,&paruos, refpirationemmoderatam, ſi tho raxparuitatem proportionalé cordis frigiditatiha buerit: buerit:atraram,& tardam, ſithorax maiorpropor tione fit , quàm frigiditas cordis: minimè omnium promptiadiram, atcoactiirafci retinent iram :pe Etusglabrumhabent. Auerroespulfusparuosaffertprofigno,raros,tardos,duros, refpirationemfimilem,tactumpectorisfrigidum...... Quiveròmoresfequanturduoproxima cordistëperamen ta,iampatuitdicto libro, ) De cerebriinfluxu. Quæ ex Ariftoteledicendafunt, & videturſuffragari Galenus . ! H Æcfigna,funt quæ adduximus temperamentorum cordi'inditorum:at diximus etiamdiftinguiineopoſſetem peramentuminflues,utfcilicetexinfluxuhumorum alteratur, &exinfluxupretereacerebri, naminfluxushepatis unàcum humoruminfluxuconfunditur. Nuncitaque detemperamento huiufmodiinfluenteagamus,primoquede cerebriinfluxu. Ari ftoteles arbitratur cerebrumadtemperametumferuorem cordis fuafrigiditate pertinere, acfacere; quofufceptodogmate,quò cerebrumamplius, ac maiusfuerit, eò magistemperabit cor,quò veròminus,eòintenfiorpermanebitcordisferuor . Nihilaliud itaqueoportebithacrationede cerebroobferuare,quàmmagni tudinemeius,&paruitatem, feumultitudinem,&copiam,hof que ponere Canones; Cum multumfuerit cerebrum , tempe ramentum exeoincor influensremittere cordiscalorem; cum paulum, relinquerecalorem cordisintenfum,& irrefractum , velparumomninòrefractum; illoenim modo morescordiscali N3 di 1  Deconiect. cuiufquemorib.&c. diremittuntur hocmodoinſuovigorepermanent. Hoc erit, quodGalenus dicit; Caputexproportione magnum adcordis dicaturma Quodcaput frigiditatem spectare,&paruum adcaliditatem . Dico ex gnam, proportionemagnum, cum magnitudinem capitis,que reliquo paruum. corporiconueniret,excedit : paruumcontrà,cum abeadeficit. NonmetamenlatetaliàsGalenumnonadeòconfentireattem Libro 10. perationicordisexcerebrifrigiditate, adeoqueſequacesGaleni Anath. c.4. Aristoteli repugnare, interquos Andreas Laurentius,quietia profecontra Ariftotelem adducit Albertum libro 1 2. animal. cumtamenAlbertusibicap. 4. tract. 2.inprincipiocumAri Stotele fateatur calorem cordis, & hepatis afrigore cerebri temperari. QuæHalyAbbas lib. 1. Theoric. cap. 10.habet. HALY Abbasexcraficerebri,nedumſecundumactiuas, fedetiamfecundüpaffiuasqualitates,&fimplices, &compofi tas moresfingillatim deducitnonfecus atqueex cordistempe ramentis. Cerebriergo calidihomines,impigrifunt,accele res ad omnesactiones, non ſuntadmodum conſtan tes incodem ſenſu,funtpauci fomni,& multorum verborum. Qui cerebri frigidifunt, pigri,&tardifunt, con ſtantes, ac tardimotus. Quicerebrihumidi, funttardi,hebetes,obliuiofi, multofomnodediti. Qui cerebri ficci funt, celeris motus funt, leues, multumvigilantes,parumdormientes,acmemores. Quicerebricalidi,&ficci,funtceleres,temerarij, parumconſtatesincodemſenſu, iudiciovè,rapaces, vaniloqui,paruiſomni. Qui cerebricalidi,&humidi,funtmultorumſom niorum, acmultiſomni,medijqueintertarditatem, ac velocitatem. Quicerebri frigidi&humidi,funthebetes,parui intellectus ,obliuioſi,tardiad intelligendum , tardi adagendum, multifomni. Qui cerebri frigidi &ficci,funtpigri,&tardi,funt conftantes,funtqueexiguiſomni. Cenfuracorum, quæfuperiusallatafunt. TEMPERAMENTVM cerebriadmoresexdictisnonperti net,nifi autrationecorporis, &partis organice,utincor re fluit, eiusquetemperamentum alterat, autrationecognitionis, Utadcognitionem:immediatequidem cerebri crafisnonper tingit admores, at mediantecognitione,quæ cognitionis-va rietas morum varietatemaliquamafferrepoteft. Atnon adeò cognitionisquaquedifferentia mores variat,utcontinuòcoba reantcrafis cerebri, &crafiscordisinmoribusexfeferendis; nempèficcitas cerebri , accaliditas tenacitatem quidem memo rie,&opinionisaffertaduerfusrationescontrarias,atnonco ftantiaminpropofitoaduerfuspericula, &timores , quodfacit ficcitas,acduritiescordis cumcaliditate ; cum veròHalyfa- ErrorHaly in moribus cit calidi, &ficci cerebrihomines temerarios,rapaces, vanilo- diiudicadis quos transfert ea,quæfuntcrafis cordis adcrafimcerebri,quafi cerebricali ambaideminmoribusefficiant:atcum cerebri temperamento di,&ficci. calido, & ficcolongèaliudtemperamentumcordis coniunctum effepotest,utfateturetiamGalenus,quoincafu,quisnegabit N 4 mores Deconiect. cuiufquemorib &c.  mores eßequalescrafiscordisimputat,non qualesimportatcra fis cerebri? Nequeetiam qualitates paßiuæ cerebri incorex bri? Neay tantadistantiainfluunt , ut actiuefaciunt, quarum actiuita tis ſphæralongèestfinedubiomaior,utinrenaturali Philoſo phiæ naturalis terminis utar. Pretereaquod dicitex humi ditatecerebri hebetudinem naſci,nonest usquequaque verü: fiplurimumexcefferit, verum eſt dictum;atfiatemperamen to cerebri eucrato in humiditatepotius,quàminficcitatemcra fisdeflexerit, eritbomo acutior, & docilior,&contrà,quiin ficcitatem tardior : neque veròuſquequaque vera doctrina animi mo Libro,quod Galeni,qui arbitratus eftfummamficcitatemſummæpruden res fequan- tiæcaufameße,ideoqueaſtraſolaeffè prudentißima interani cap.4. tur temper. malia ,quoniamfolaomnem excludunt humiditatem : at reli quaanimalia, cumhumiditatem aliquamparticipent,tantum etiam dementie habere,quantumhumiditatis : ducit veròex Platonedogma; Platoenimdicit puerosexfluxu , & influxu magnonutrimentiperturbari mente; atcum parciusiam eiuf modiinfluitflumen, tumfubindetranquillioremhabitum mentis reddi, &adintelligentiam aptiorem; priusquam dixerat animam noftram, cumprimumincorpusdeſcendit, amentem ... ex eo contactu fieri . Exhis ducit Galenus humiditatem in temperamento existentemcaufam eſſetotius amentia ,at certè iniuria; fienimprimumdictumattendamus,quodanimain corpusdefcendens amensefficiatur, noncomparattum Plato hu miditatemcumficcitatecorporeafedcorpus,quodvocant oftra ceumPlatonici, nempècorpushocterrenumcumanima pura,ac Secreta a corpore, velſiplacet, vehiculo tantum induta. Si verò fecundum respiciamus dictum , ineononest mentio hu miditatis, queintemperamento, ſed humiditatis alimentalis, quæ in puerisabundat, cumlargo illialimentoprofundantur. Quod fiveram Platonishac derefententiam perquiramusex Theeteto patet , ubi ceram illam interiorem, quamdefcribit Animacere conceptaculum specierum, fcilicetſenſibilium , cumdurafue- Platonem. rit, aptamadretinendum,atnonadfacilèrecipiendumdicitur, apud cum veròmollisfuerit, aptamadrecipiendum,queest docili tas, atnonadretinendum, quæeſt memoria, pronunciat. Ve rùmfi mollis, &rectèſubacta, ac multa, tumaptiffimam,& adrecipiendumpræ mollitie, &adretinendumpreprofundita teafferit ; quæ excellentiffimacrafisnonin exceßuficcitatiscon fiftit,fedin copianonexiguahumiditatis. Aristoteles quoque humiditatemcircaprimumfenfitiuum exigitadreminiscentia, que præclarorumingeniorumeft. Maximèautemremini ſcuntur, inquit, quibus humiditas fuerit circa locum fenfitiui ; &resipfa adidemdicendum cogit; cumenimex motureminiscentia fiat, non ficcamateria , ſedhumidamobilis eft : quocircaficcaadmemoriam, at humidaadreminifcentiam adeoqueadingeniumrequiritur . DictumtamenGaleni,dum deprudentia loquitur, propius a veritaterecedit, quàmfide fapientia ageret . Alia estobiectio aduerfus dictaHaly Abb. quamnuncin meafententiaexponendafubijciam. SententiaAuthoris. ! EGoigiturineafententiaperſisto, quam in primo§. in nui: verumnuncdistinguorepetitadistinctione,quam proxi mèpoſui; cerebrum ad mores concurrit, quà adcognitionem immediatèdeferuit,& quà incor influendo temperamentum eius attemperat primo modo, ut clariorem veritatis cogni tionemaffert admoresetiamprobos magisdifponit,ac bone Stos:  : Deconiect. cuiufquemorib.&c.  Stos: at clarioremcognitionem, & penitioremafpertioaliqua melancholiaexhibet, utfupraoftendimus,uthacrationepau lòfrigidiorbabituscerebri, quamfrigiditatemex melancholie leni afflatu confequitur, &paulòhumidiorexfuaipfiuscrafi, admoresgenerosos,&audacesex vicognitionis intimioris, &intentionisdifponat:repetatur declaratioex indicatoſupe Primaparte rioreloco . At rationetemperamenti,quodin corinfluit, cere lib . deaff. incomuni, brumfrigidum adtimiditatem, & remiſſionemmaiorem,mi norem véprofrigoris influxigradibusfuaptenaturainclinat: Frigiditasce duplextamenhicdeclaratisexigitur. Primaquidem, quodfri rebri nafci modis. giditascerebri maiorduobus modisnafcitur; altera exquanti tatecerebri,quoenimmaius,eo magisrefrigerat;namut ma iorignis magis, quàmminor calefacit , &maiorniuis moles, quàmminorrefrigeratamplius ,itamaiuscerebrum magisre frigerat, quàmminus,etiamfieiuſdemintersecrafisfuerint: alterautem modusestexqualitate;licètenimcerebruminomni hominefrigidumfit cu () cumcorde, &ceteris vifceribus , comparatum,attamennibilprohibetinhochominefrigidius,in illo minusfrigidum extemperametoeffe. Secundadeclaratioefts cerebrum, cumincorinfluit, vellongèpreualere, estque, cum accarne cerebrum mole, & qualitatefrigidißimüincor, nonadmodum calidumingenereſuo, agit, velcontracoradmodumpræualere cerebro, cumfcilicetcorcalidiffimum, cerebrumque, & quali tate , & paucitateparumfrigidumfuerit, vel moderationem quandamex contrarijsactionibus eoruminterfeconciliari.Pri mumfifuerit,ex temperamento cerebripoffumusdemoribus fimpliciterpronunciare,fcilicet hominem in timorem propen Sumetc. Sifecundumnullaexcerebronascituriustamorum astimatio. Sitertiumtemperatosmoresin timore, & audacia conijciemus ; exqualitatibusautempaffiuis cerebritemperametumcordisnonmutatur,nisiut illiusfrigiditatem autinten dunt, autremittunt: atnonmultumexea reincrementiſuſci pit,quoniamincerebrodemumhumiditasfemperpræftatficci ! tatiobmollitiem, acficciusdiciturcerebrum,ut minuseftmol le. Cumergoficcitasnonpoffit unquampredominaribumidi tati, nonpotestexdifferentia paßiuarum eiufmodiqualitatum frigiditascerebri maximamdifferentiamfufcipere intenfionis, &remißionis. Hecratione temperamentiincorinfluxi; at rationecognitionis magispoffunteadifferentia alterare mores; ficcitas enimdiuturniorem retentionemphantasmatum opera tur, undepertinaciamopinionumquoque, &perfeuerantiam odij, amorisque: at mollitiespenitiorem, &lucidiorem cognitionem prestabitnifi multumexcefferit, undehoneftatis quo que auiditatem maioremingeret, &inmultisprobonestateho noris,&gloria. Cefarisbeccrafis videturfuiſſe. Atexpo- Crafiscere fitisfundamentismorumexcerebro,nuncadfignaeiustempe briCæfaris. ramentiaccedamus. Signa temperamentorum cerebri. VARIA afferunturſignatemperamentorum cerebri, qua dere Galenusinart. med. cap. . usquead20.Haly Abb. 1.Th.cap.  Auerr. lib. 4.coll.c.  Rafisin contin. lib.1.funtautemexfomno, &vigilia,exſenſibus, &fun- Cap.4. Etionibusſenſuuminteriorumprefertim, ex colore, &ex pi lis; prætereaexmagnitudinecapitis. Nonrecenfebo, quafin gulidixerunt, neprolixioriuftofiam, atexfundamentis ego breuiterdeducam, & primdexsomno, & vigilia. Quoniamergo fomnusfit, cumalimentalis vaporex cere brifrigiditate concrefcitinftargenerationisnubis, aquein aere; }  Deconiect.cuiufquemorib &c. aere ; Frigidum cerebrum fuaptenaturaadſomnum propensos naturaa reddit , vttamen vaporesad ipſum alimentales accedunt Quodfi prefrigiditatecerebri angufti adilludductus eſſent, Utexiguus vaporeleuaretur, minusinsomnumpropenfusbo mo eßet. Arbitroregoitaquefrigiditatemcerebri exmole, non exqualitate, ut,quiplushabent cerebri,&vafaadipsum tendentialatiora , fomniofiores, quàm,quicontra cerebrum ex crafifrigidum habent: patetexpueris , &fenibus; pueri cerebrum multumhabent, accalidius,quàmfenes,quibusiam refriguit; fomnolentiitaquepueri,infomnesſenes.Iofephus, & Bonifacius Martinellifratres, & nobiles noſtre Ciuitatis, bo minesftrenuiambo,&hicliteratiſſimus, multifomni illefuit, hicest,qui adhuc viuit , &tamenmultumcaloremin omnibus Canon1. cap.17. illi partibus expilis, excolorerubro, &fuffufco exhabitucar nis toroſæpræſe tulere. Sitergo Canon . Somnoabundantprimò,quicerebrumfrigidumhabent, non exqualitate,fedexmultitudine; qualitateautempotiushabent calidum, &humidum, utlatefint vie, & multus vaporum illuc confluxus . Secundo loco abundantſomno ,quifrigidum qualitate ha bent : atquineutrohabent modofrigidum, illiinfomnesfunt, hocest breuisfomni . Humiditasautem cerebriipfius perſe, idestquetempera mentumeiusingreditur,nonfacitfomnum, ſedbumiditasad uentitiainfomnoquidem naturali alimentalis, infomno pre Artis med. ternaturalimorbofa. Videnturautem multibacinreexequi uocolapsi,ut Galenus, Exfunctio nibus fen- rum. Galenum ſequutiferèomnes. Excellentiafunctionuminteriorumſenſuum pendetextem fuumiterio- peramenta craficerebri , inquoilla elaborantur,licètprincipa tumineaquoquerecorretineat,utin disputationibusde ani ma LiberQuintus. 205 madeclaraui : atſiexceſſerintaliquæ qualitates , exeoexceffio vitij aliquidprogradu exuperantiæ contrahunt, disparitamen modo; nempèfiexcefferitficcitas , duriad apprehendendum homines redduntur , atretinent diù. Si contrahumiditas, mollitiespræftiterit,recipiuntfacilè,at citò etiam dimittunt: ni miademumficcitasadiddeuenire poffe videtur; ut imper uium reddatfermèanimumcognitioni, contraque immodica mollities adid, utfubipſoapprehenfionis initio speciesdiftor queatur, &euanefcat. Verùmomnes operationes animales a calore animali, utaprimoinſtrumentoprocedunt, inquibuser goisdiminutus eft,diminuta quoquefunt omnes operationes interiores , dequibusnunc dicimus,quam ob caufam ex longo morbo conualefcentes nequecontemplari,neque reminisci va lent. MeminiIacobum Mazoniumconterraneummeum, immortalis gloriæ hominem,cumineam egritudinemtenderet, exquademum mortuuseft, maledeſeominatum,quodmemo- riapræftitit. ria,quaplurimum valuerat, deficeret. Sit Canon . Iacobus Ma m zoniuspluri Tarditasadapprehendendum, & memoriætenacitasficci- Canon2. tatemcerebrioftendunt excedentem; Facilitas appræhendendi, thabilis memoriahumiditateeiuſdemfignificantexcedětem. Facilitascontemplationis, &eneruèacumeningenijfrigidi tatem, feudebilitatemcaloris significant. Excolore faciei albofrigiditatem cerebri argumentantur Excolore, paffimfcriptores : contràexruborecaliditatem: at cutemnon usquequaqueinterioricrafirefpondere visumest . Nonegre dituritaquefignumeiufmodiprobabilitatem,fatisetiamremo &pilis . tam. Cafarfuitalbidi coloris infacie , &tamenoperationes Cæfarerat colorisalbi ingenij acutiffimi &folertiſſimi, &memoris, calorisabsque dil dubio copiam, & nobilereliquarumqualitatumtemperametum adfuiffedemonstrant . Sedde colore cutisinfrain uniuerfum age Deconiect. cuiufquemorib &c. agemus,pariterquedepilispræterea,que antea, cum decorde locutifumus, diximus : neque veròprorfusrecipiendafunt, quadicunturdefignis temperamenticerebriexpilis , fcilicetpi losnigros, &criſposfignificarecerebricalorem, &ficcitatem, Exmagnitu &parunate. promißos verò, &rufosfrigiditatem, )bumiditatem . Ex illis,quæ de cordediximus,patereinftantiapotest,feduberius infrafuoloco. Caput magnumindicatcerebricopiam,fipræfertimfitrectè dinecapitis, conformatum, dequaconformationepoſteas undefrigiditatem quoqueeiusexcopiaſignificat,nonneceßario autemexqualita te. Sed, cuminhumanocerebrodemum femperfrigiditaspre ualeat, plus minus-vé,ideo copiacerebri magna frigiditatem certafignificationedemonftrat . Dico autemmagnam propor tionereliquicorporisattenta; nampoteft effecaputmagnum,fi ctuofiores , tiores. cumcapitibuscommunisnotæhominum conferatur; attamen , ficumcorporereliquofuocompareturparuum,cumfcilicet cor pusmoleexcedit confuetamhominummenfuram. Sed rurfus, Quihomi- cum exconformationefigna petemus. Paruumcontràcaput es fint a caliditatem, hoceft minoremcerebri frigiditatem,quàm,quead quàmfapie- cor temperandum requiratur, ostendit; unde actuofiores illi funt, quàmfapientiores . Dehepatis,iecorisvèinfluxu, adeog humorum, & Spirituumincor, deg,procedentibusinde moribus. Fundamentaſtatuuntur . Ncorrurfusinfluitbepar iecurvé,temperamentumqueeius quoniamnoninfluit,nifiperhumores,qui perca uam venamabhepatecorpetunt ,ided idemestdeinfluxuhoc hepatisin cor agere,atquedeinfluxuſanguinis, &humorum incor , deque alteratione, quam exeo influxucor recipit . In- Suprahnius fluxusfpirituumpartimexhumoribuspendet,ut ex materia, partimexcerebro, utſpiritusindèanimales refluunt,partim par. libro. exaere,quiinspiratur, utexcerebro,pertinetconfideratio ad influxumcerebri, dequoproximè, utexaere,pertinetadaeris in moresactionem, quaderefupraintercaufasexternas.Nunc itaque temperamentumhepatis , eiusque fignaconfideremus . Qualeenim temperamentum bepatis, talesarbitramurhumo- Canonex res,utplurimum. Dicoautem, utplurimum, quoniamalique ceptio. funtexceptionesrationepartiumpreparantiumbepati im, ex.gr. ventriculipræfertim, ex. gr.fiiecurcalidumfuerit,at ventri culusfrigidus , iecurquidemfuaptenaturafanguinemcalidum efficit , at refrangitur actio eius a frigiditatematerie,quam fuggerit ventriculus: pariterfiidemmateriæ crude acfrigide vitiumnafcaturnon ex ventriculi intemperie ,fed eximmo dicacrapula, exuperante vires,etiamfi iuftas, ventriculi. Atfupponamus primònullum inmateria vitium, faltem graue ; leuia enim vitiaipſummet heparcorrigit,eruntque canones. §. Secundus. Canonesponunturadmorumexhepa tis temperamento , &influxu. Sı heparfitcalidum, &ficcum,ſanguinemetiam calidu, &ficcumgignet, quem biliofum dicimus. Qua rationecor calefaciet influxu eiufmodifanguinisratione caliditatis , at ra tione acrimonie, calidaenim &ficcaacrimoniam obtinent,ex timulabit ,punget, adeoqueiniramfacilèdifponet, acamaru lentiam . Si 208 Deconiect. cuiufquemorib.&c.  Siheparfit calidum , &humidum, ſanguinemquoqueeiuf modi gignet,quicoringrediens ,ſcilicetdextrumeius ventri culum,indequeinfinistrumpenetrans, ipſum ratione calidita tisfuecalefaciet, ac rationeconiuncti caloris humiditati blan dofouebit contactu,quafititillationequadam, adeoqueinblan dam vitamatque voluptariamreddetpropenfum. Sibepargecurvefitfrigidum, &ficcum,ſanguinem eiuf demcrafis conficiet,quiin corinfluens refrigerabit,adeoquead moresexfrigiditate pendentes difponet, &rationeficcitatis acrioreſenſu. corquogu Siheparfitfrigidum, &humidum,ſanguinemeiufdemcra fis elaborabit, quicorquoque refrigerabit, adeoque ad mores frigidosdifponet,sed rationehumiditatis obtufiore , ac bebe tioreſenſu . §. Tertius . Deſpirituuminfluxu. 4 QVAE, dehumoribusdiximus, poffuntadfpiritustradu cirationemateriæipforum. Annotatio delibrando influxuhepatis cuminditotemperamentocordis. VERVM, quæhic diximusde hepatis ,humorumque in corinfluxu, deque vi, acefficaciaipfius ,ſuntformaliter, non fimpliciterintelligenda, acre ipfa distinctionem antea attuli, &explicui. Nempeſanguiscalidus ,&ficcusfuapte natu. ra, &quiataliseffectus memoratosin cordeoperatur; verum firealemipsum effectumquaramus,interdumcorcontraria erit temperature, adeoque efficacis, ut vincat, acreijciatſangui nisinfluentis aftionem. Cum autemactiofanguinisnonmuta bit mores cordisfrigidi,fedretundetpaulisper,nifi tantade morLiberQuintuscio 209 mumfitcontrariain corde qualitas , ut rationeanthiperiſtaſis intendatur . Sintergo Canones. Sibepatis , &fanguinis incor influentis temperamentum cumcordis temperamento conuenerit,tum intendentur exin fluxu cordisqualitates, acmorespariternaturales. Si ergocor calidum, &ficcum,&beparcalidum,&ficcum, adeoquefanguis calidus, &ficcus influatin cor, mores tum erunt admodum iracundi, mores inquamnaturales . Pariter dealijs crafibusdicendum.daum . Sidiffentiant cordistemperamentum, &fanguinis, hepa tisque temperamentum, libraretum oportet,utrum utripre Stet. Sanèfuaptenaturatemperamentum cordis inditum pra ualet aduentitijs, attamentantapotesteffe aduentitij intentio, Utinditumfuperet; ratiotamen id erit,adeo utpotiusrefran gat moresindisos,quam contrarios ingerat. Quodfi tamen tantus effet qualitatum exceffus in aduentitio, utfuperaret prorfusinditum,tumquoque mores obtruderentur aduentitio temperamento respondentesindito ... De ſignis temperamentiiecoris, hepatiſve. : Caput Decimum. 6.Primus . Signa calidihepatis, &primòſecundùm : : SIGNA Galenuminartemed. SIGNA calidihepatis bac a Galeno afferuntur. Venarum latitudo,flauabilisabundatior, in consistenti verdatate etiamacris,calidior ipfisſanguis,atque eaderationecorpusvni uerfum, nifiobftiterit cor:His veniet ) hypochondriahirfuta. HalyAbbas venarûlatitudine,& ipseinterfigna accipit, 0 &craf Deconiect. cuiufquemorib &c.  craffitiem, itemgenerationem bilis iniuuentute; bilis enim copiafignificatferuoremcaloris : item pilorum circa ventrem multitudinem; ponitquoquetactum ventris calidum: itemco lorisflauitiem,quodis colorfignificetbilis multitudinem. Auerroes duofignaexrelatisfolummeminit;generationem fcilicetmulta bilis vocatcumHalyAbb. choleramrubram,t coloremadcitrinum declinantem . Secundumquendam veròexrecentioribus . Amplitudo venarum , naturalishominisfortitudo,faciescolo rata , copiabilis ,& multitudo pilorumfub hypo Cenfura. chondrijs . Generatiobilis estfignumquidemcalorishepatis,atnon conuertibile; nam, cumheparestcalidum, &humidum,gene ratſanguinem,nonbilem : verumtamenquandocunque gene rat bilemcopiofam,estcalidum. Amplitudo venarumestfi gnumfuaptenaturaconuertibile , ac reciprocum. Dicofuapte natura, quoniamexrepugnantiacordis, autpinguedinis vene interdum velnonfuntlate,velnonapparent;caliditasfan guiniseffetfignum euidens,fiipſe manutangi poffet,at quo niamnonnifipercutem,nibilprohibetfanguinemintus effèca lidum ,at cutem exteriusfrigidam, ut anteaexGaleno ipso vidimus . Hirsutum ventrem, & bypochondriainterfigna probabilia,nonautemneceffariareponereoportet. Decolorein frafuoloco . Interimego credocolorem cutismagisfignificare hepatiscrafim, quàmreliquorum viſcerum : differentia verò interceditinterHaly Abb. Auerroemque ex altera parte , Michaelem Scotum exaltera: illicolorem inflauumpropen dentem calorisfignumfaciunt, bic rubicundum colorem : id enimfibi vult coloratafacies . Egopotius in Scotifententiam concedo: quaratione autem,infraſuolocointelligemus. Signa frigidihepatisſecundùm Galenum. SIGNA frigidihepatisſuntangustia venarum, pituita abundatior,fanguinis,totiusquecorporishabitusfrigidior,niſi corobftiterit, bypochondriaglabra. AtHalyAbb. propituitacopiammelancholiaaffert,albe dinemprætereacolorisfubijcit. 1 : Auerroespræterea, &MichaelScotus eadefignafubijciūt. Angustiavenarumfignumefficaxestfrigiditatis hepatis; Cenfura. generatio abundantiorpituite eſtſignumnonconuertibile,ficut etiamgeneratio melancholie ,quandocunquefanècopiapituita gignitur,indiciumestfrigiditatis hepatis,atnon conuertitur; namfrigidum hepar potest etiam generare melancholiam : quandocunqueitemgigniturcepiamelancholia,fignumestfri giditatishepatis,atnonconuertitur; nampoteftetiamgenerare pituitamfrigidum hepar. Glabrities, quodfignumfit,antea nonfemelannotauimus. §. Tertius. Signaficcihepatis,necnon& hepatishumidi. SIGNAficcihepatis aGaleno, &areliquisponunturdu . rities venarum,& reliquicorporishabitusficcior. Subiungit etiam Galenus, fanguinem craßiorem,&minimè abundan tem: contrabepatishumidiprofigno adducunturmollities ve narum,fanguisabundantior, &humidior3itemtotiuscorpo rishabitusmollior . Durities, & mollities venarumnullumfignumbepatisdu- Cenfura. 0 2 ritici Deconiect. cuiufquemorib.&c. 212 ritiei mollitieivé habebitur abillis, qui venasab hepate oriri nonexiftimant , inquorumnumerofunt, nedum Aristotelici, fedetiä Medicialiqui . Diftinguuntenimprincipium originis, Andr. Laur. &principiumradicationis, &principium dispenfationis: ne lib.4. anath. ganthepar eßeprincipium originis venarum; estautemprinci piumoriginis,excuiusſubſtantiasubstantiam haurit respro cedens, undeexsubstantia venarumnon licebitfecundùm Heparfan- hosarguerefubstantiambepatis, etiam fibeparponaturſangui guinisoffici na nis officina, utegoetiampono, iamfufcepi,quatamen di Stinctione alibi declaraui , interimfatisfit dictume accedere proximèadfententiam Auerrois . §. Quartus. Signahepatis calidi,&ficci Galenuscap.41. .۱ SIGNA calidi, &ficcihepatisfunthypochondriahifpidif fima,ſanguiscraffior, &ficcior,flauabilisplurima, &proce denteatate plurimaquoque atrabilis, venarumlatitudo, & durities ,habitusquoquecorporis vniuerficalidus , &ficcus, nifi cor obstiterit . HalyAbb.cap.eodem 13. Venælatæ, craffe, &durę, ſignificant hepatis caliditatem,&ficcitatem , pili in hypocondrijsmulti, &aſperi, tactus corporis cali dus,&ficcus . Auerroes cap. eodem 4. Piliin hypocondrijs craffi , tortuofi,& nigri fignificant caliditatem , & ficcita temhepatis, venæmediæinterlatas, &anguftas; an guſtæ autemfrigiditatem ſignificant, latæ,& craffæ caliditatem,&humiditatem . Signa hepatiscalidi, &humidi Galen. cap. 42. PLURIMVMſanguinis, venæamplæ,habitustotius corporis calidus,&humidus;isenim crafimeiuſmo dıhepatisfequitur niſi corobſtiterit: hypochondria hyſpidaquidem, minus tamen,quamcumheparfic cum, &calidumfuerit. HalyAbb. cap.eodem. Venæ amplæ,&molles,pluri mumſanguinis ,pili non permulti,&lenes, tactus ventris, & circumiacentiumpartium calidusabſque ficcitate tamen, rubor cum albedineadmixtus . Auerroes . Venæ latæ, & amplæ, plurimum ſan guinis, &humiditatis,pilimulti inhypochondrijs, Tedfubtiles, &plani. §. Sextus. Signahepatisfrigidi,& ficci Galen..cap. 44. PARVM fanguinis, anguftia venarum , corpus frigidum tactu, &hypochondria glabra, nifi cor obftiterit. HalyAbb. cap. eodem. Venxarctæ, &duræ,genera tio,&multiplicatioatræbilis, cumadſtatumiuuen tutis peruenit, tumque ſanguinis incraffatio ,&ni grefcentia, venter,&fubiectæpartesglabræ , ac fic cæ,nonlenes, tactuautemcorpusfrigidum,&afpe rum, colorliuidus, autplumbeus,decliuisvè, inni gredinem . Auerroes, cap. eodem. Generatio atræ, bilis nonnatu ralis, venterglaber, atquedurus,venarum anguftia. 0 3 §. Se  Deconiect.cuiuſquemorib.&c. §. Septimo. Signahepatisfrigidi,&humidi Galenus. HYPOCHONDRIAglabra,ſanguispituoſior,vena rum angustia; debemus autemfubintelligere mollitiem ex cap. 40. Galeniipfius; habitustotius corporisfrigidus, &humidus, niſi enimcor obſtiterit, ſequiturhepa tiscrafim . HalyAbb. Venæarctæ,&molles,venterglaber, & lenis, item idem tactu frigidus, & mollis , albedo gypſea ſuntſcilicetſignahepatis frigidi, &humidi . Auerroes. Generatiopituitæ , ac ſanguinis crudi, glaber venter ,&mollis,albedo adeòmagna , vt in gypſeamtranfeat . Proponitdicenda,fundamenta repetit, ac tracta tionem diftinguit . Caput Primum. Dfecundam methodipartem, queex conforma tionepartiumprocedit,tranfimus. Fundamen tumpragmatie, acnegociationishuiusest, quod prohabilitate membri cuiusque admunusfuum inditus est instinctusanimali ad illam ipsam operationem . Remantea explicuimus. Inhomine autem, & innegocio hoc noſtroprefertim,instinctus arguitur, & colligitur ; cum pars peculiarem,nedum communem obtinuerit adfunctionemeam babitudinemirritamenta , &impetusconcupifcibilisfacultatis illi , quos emendat temperantiaexconformationehuiufmodi ge nitaliumpartium,&gula, ac ventriculipræfertim nascuntur; acſpeciatim ;fundamentum enim commune,acprimum,quod estcupiditas,in cordeipſodefidet , veluti anteadeclarauimus. Atferricupiditatem in venerem, autferriin cibum, &cupe diam eft ex partiumadeasfunctionesaptitudine. Quocirca puelli,cum nondumpartes vllo modoin veneremturgent, ni hiletiamde venerelaborantanimo,nullumquecupiditatis eiuf modięstumexperiuntur. Diftinguereautem oportet commu nemillumfenfum veneris,quem omnespatimur, &peculia rem,acconcitatum,exquo venerei, aclibidinofi naturali pro penſione aliquidenominantur. Exordiamur ex conformatione buiufmodimembrorum, exquibusfcaturigines morum, acpro penfionumadeoeminentiumpendent:pofteà, fiquæaliæpartes conformationeſuainstinctumadmoresfundant,percurremus. Deconiect.cuiufquemorib.&c. Departibusgenerationideferuientibus .  CaputSecundum. EMBRORVM generationi deferuientium,tumin mare, MEMBRORVM tuminfæmina, conſtructio ut etiam reliquorum mem brorum admiranda est. Latèrem profequitur Galenus &in lib. 1 4. De usupartium, &inprimiscapitibuslib.1 s.inali quibustamenhominibus communem specieiaptitudinem pecь liaridifpofitionefuperat, qui etiamin veneremfunt peculiari ter propenfi . Confideremus nunc,quibus ex rebusnafcatur exquifita eiufmodiad venerembabilitas, atqueineamfingula re irritamentum . Nafcitur ergo, tum exfolida parte,eiuf quefigura, tüexpartibusinfluentibus: vtrumquegenusfoor fumconfideremus. §. Primus. Solidæpartesvirilispudendi,&primò de trunco, quod græcèdicuntγαυρόν. : : PVDEN DVM virile, utab hoc exordiamur, &ip fumperfeconstatextrunco, &glande, &habetteftes annexos cum vafisadiunctis utrinque, & aptitudinem, &incenfio nemfuamobtinet. Exfuoergoipfiuscorporein veneremrapi tur, quodfungoſeſubſtantiæ cumfit,ineosporos, ac meatusex fubingredientibus vafisflatus quidam inquirunt, undetur getmembrum,&exturgorepruritus.Hincfit, utquibusfun gofiorfubftantia eaest, & inſperſa vaſalatiora, acplusflatuo fefubfiantiæfuggerentia ,illiexhoc capite acrius rapianturin Qui fintin venerem; unde oritur, utquibuspenis extrairritamentum penfiores veneris magisconcidit,fintilliin venerempropenfiores,quàm quibus LiberSextus. quibuspenispropiortenſioniperfeuerat; nempeporofior illi, 217 fungofiorfubftantia,huicminores, &arctiores meatus. §. Secundus. DeglandegræcèΒάλανος. GLANSexquifitioniseſtſenſus,&eius præfertimfrica tione voluptas venerea paratur. Obducentispelliculatenui tas, quaglansipsategitur, adfenfus in eaparte acumenfacit: dicoautemintimam,accontinuamipſiglandicutem non exte rioremillam , qua & denudari potest,quam vocant Latini preputium . Quocirca,quibusglansaspectunitefcit,acfplen defcit, atqueplurimumrubet, magnamearatione voluptatem ip coeundo experiuntur ; tenuitas enim ,&puritas cutis eiuf modi, atquefubiecteſubstantiæſenſationem exactamfaciunt, quam maiorquoque voluptasex obiectofuauiconfequitur. . Tertius. Devafibusſpermaticis, acdeteſtibus. Ат maiusproculdubioirritamentumad veneremex teſti bus,ac vafis fpermaticis cumſeminedistenduntur, oritur Nonhicdisputo, vtrumtestesfint adgenerationem neceßa • rij, Ut afferit Galenus,negat Arist. neque utrumfeminifint teftesperuij, an deferuiantfolumad vaforumdiſtenſionem, tanquamtextriciumpondera,qua estfententiaAriftot.feddi fputationes naturalesnonfunthuc congerenda: fatis eft,cum vaſaſuntdiftentaſemine, &teftes ,ſiteſtesſemenſuſcipiant, urgeri hominemin venerem. Diſtenduntur veròillisteftes, quibus maior visfeminisgignitur,atqueexmeatuumlaxitate in ealocaconfluit: velaptius dicamusrem aliquanto altiusre petentes . Excauavenavaſaſpermaticadiſcedunt ,addex trum 218 Deconiect. cuiufquemorib.&c. trumquidemtestemex venaipfacauainfrarenem,atadfini ſtrumtestemex venacava,fedperemulgentem:quibus ergo maiorfanguiniscopia, maiorestinruaſaſpermatica confluxus in illisque,&in teftibuscum conficiaturſemencalorepartium, quibusfuntcalidioresteftes , acpartesilla , ijquoqueſemine amplius affluunt: atfanguinis copiaexhepatiscaliditate ,& bumiditate præfertimnascitur. Atdefanguine,&partibus influentibus poftea interim de testibus,ac vafibusſpermaticis, Seufeminarijsdictum bocfit,quocalidioresfuerint, eòmagis , ftes annexi &pleniuselaborarefemen,adeoque &magis in venerem Quibuste. reddere propenfumhominem . Aliaratio, cumexteftibusred fune,ij ſune damurpronioresin eandem voluptatem, eft, cumteftes magis falaces. annexi ventri funt , adeòvtcumintusfunt , velutiauibus, ea animaliaparatiorafintadcoitum,quem celerrimeexpediūt , utAristotelesaßerit 1.degener, animal. cap.4. t ratiofuf fragatur: calidioreenimlocopofitifunttestes, quiintra,quam extrapenduli. Praterea,quòperlongiores ductusfemeneftdu cendum,eòlaboriofioreft eius confectio, &transmißio. Pid terea,cum in coeundoteſtesſurſumretrahantur, quòlongiusilli pendent , eò laboriofior eorum erit retractio . Laxaturitaque amplius maioreexlabore animal, diutiorequefrictione,&con cuſſione eget adſemen excernendum, utetiam minuspoßitite rare venerem : atquiteftesminuspendulosbabent, minorela borenegocium conficiunt, acfaciliusſemenreparant, utfacilè etiam instaurare,ac iterarecoitumpoßint, utOuidius,quino uiesſe intranoctis vniuscurriculumvenereexercuiffeafferit . Exigereanobisangustanoctecorinnam, Etmemininumerosſuſtinuiſſenouem . Feminaquippe,quæteftesintushabent,paratioresquoque adreplicandam venerem,quàmmaresfunt. Departibusinfluentibus. INFLVENTESpartesfuntſanguis,quiinſemen dein ceps alteratur,&fpiritus: fanguisex venisin spermatica vaſaconfluit, Spiritusexarterijs,quedemuminſubstantiam ipsam,&corpuspenis definunt; pereasenim, &ex earum ofculis fpiritusinfungosampenisſubſtantiaminfluit, unde erigitur acturget. Ita Galenuscuiſubſcribereinprafentiapar eft . Quibusergolatiores vene, utfanguispereasabundan tius fluat, &heparcalidum, &humidum,acperspiratum , nullaqueobſtructione impeditum, ut copiofiorgenereturfan guis,funt illihacrationein venerem pronioresob materieco- Qui fintin piam. Quibuspariterarteria latiores,acprincipium arteria- Venerepro niores. rum,nempècorcalidius,illis penes ampliuserigi, acfrequentius poteft; arbitratortamen Ariftoteles melancholicis,quippequibus Sectio. 25. Sanguis magisinflatusdifflariqueat,erectionem etiam penis ef- Probl. 31. Lepromptam Sepromptam, frequentem, acturgoremin veneremconcita tum; libidinofienim melancholicifunt. §. Quintus . Exdictis gradusvarij propenfionis in venerem diftinguuntur . QVI ergocorcalidumhabent,heparcalidum, &humi dum, vafa ampla,calidosteftes, ) annexos, non admodum pendulos,penemfungofum,glandemrubicundam,&pellucen tem, hipenitusin venerempropenſiſunt. Excalorecordis acritercupiunt; excopiaſanguinis,indequefeminisfacilè ve nerem, acfrequenterreparant:prætereaqueextestium retra Etione . Sicutienimexcopiaſpirituuminpeneminfluentium turget penis , &irritaturadexcernendumid,exquo prurit . Quod  Deconiect.cuiufquemorib.&c. Quodfinonconfentiantbecomnia,minuiturimpetusin vene rem,qui, quantusreſtet,libratiscontrarijshincinde momentis, inuestigandumerit, v.gr.fi corcalidum,acfrigiditeftes, &fi calidi testes,&frigidum cor, ambahiminus multòferunturin venerem,quamcum utrumqueprincipiumcaloreferuet. Ta menlibido ampliorin illis,quibas teftes calidi, &corfrigidum; quàmcontra,quodproximuminillisprincipiumad venerem propendit,inhisprincipiumremotumtantum. Quodfi calidi teftes,&calidum cor, atheparfrigidum,autficcumadeò,ut parumfuggeratfanguinis, velangustiavaforum, &meatuŭ prohibeat confluxumſanguinis adtestes, &vaſaſpermatica, ferunturillidefiderio at impotesfuntreparande veneris; citò enimlaxantur, &fatefcunt . Exhisdiminutis gradibusreli quis pretulerim eum,quiheparcalidum, &humidumobtinet , acteftes calidos, licèt corfrigidum habeat: &principium enim proximumilliaccommodatum,&materiæcopia parata. §. Sextus . Graduseiufdeminvenerempropenfionis exGalenodeſcribuntur . ? GRADVS propenfionis eiufdemin venerem extestium Art.medicæ temperamentisdeducitpræfertim Galenus . Dicit autemtem c.45.& feq. peramentumtefticulorumcalidum ad veneremprocliuemeffe, &fecundum: frigidamcrafim contrarium efficerehumidam multo,t) humidoſemineabundare,ficcampaucum,&modicè craffumfemen gignere . In temperamentis autem compofitis calidam, &ficcamtemperaturamſemenhaberecraſſiſſimum , &fecundiffimum, &celerrimèabinitioadcoitumexcitare animal. Petulcamdemü,& adlibidinempronameſſebuiufmo i di temperaturam , Statimtamenfatiari, &ficogatur, offendi, 1t LiberSextus 221 Atcalidam,& humidamtemperaturamplusdicitfemineabun dare, nontamenplusceteris appetere , & minori detrimento prætermodum venereisindulgere. Quodfitamencaliditas , &humiditas magiscreuerunt,nonfinedetrimentoa venereis abftinet . Frigida, &humidatemperaturaſemineaquoso, tenuiabundat, infecundoque(utprofrigiditateparumfera tur in venerem, pro copiatamenſeminisminus abexercitio eius ledatur) frigida,&ficcatemperaturacraffiusfemen, ب venerempropenſa,propaucitatefeminis,&ftatimfatietur , fi cogatur ladatur. omninòpaucumgignit, utfcilicetprofrigiditateparumfit in ن CenſuradictorumGaleni. VERVM nonpaffimegoacciperem,queGalenusdifferit; namficcitas tefticulorum calidorum,dumheparfitcalidum,& humidum, adeoquefanguiniscopiam vafisſeminalibusfugge rat,nonimpedit, quominùsſemencopiofum elaboretur,acrepa retur adnouam venerem,quinimòcumconcoctiofitcaloris,& calorficcitaticoniunctus magis, & validiusoperetur,quàm coniunctus humiditati,teftes calidi , ficci, modocopiosama teriaprestòſemperfitexpeditiusinfemeneamalterabunt, J concoquent,quàmteftescalidi, & humidi. Suffraganturmee Arifto.Phy •fententiæ multa, quæexobferuationedicuntur, fcilicetquibus fiogn.ca 9. gracilia, neruosacrurafunt,libidinofioreseffe,ea verò cruriū crafisfimilemindicatintestibus crafimpotius,quamhumidă. Gracilitasquoque,quamdeſeipſo attestaturPropertius,ficci tatempotius, quàmhumiditatemfignificat,&tameninagone venereofortemseprædicat. Sed tibifiexiles videortenuatus inartus Falleris, haudunquamestcultalaborevenus. Per Deconiect. cuiufquemorib.&c. Perconterelicet,fæpeeft expertapuella Officium totanoctevaleremeum . §.Octauus. Declaratioquædamfubijcitur. SVPPLEO quebicdixidepartibusinfluentibus; dixi autem, curacopiofus eftfanguis,adeoquecum beparestcalidū, +)humidum,baminem excopiamaterie in veneremincendi; atalibietiamdixi, cumſanguisacrisest, estautemacris, cums hepar calidum, t) ficcumfanguinem biliofiorem generat, ex mordacitatefeminis indegenitiirritari in venerem animal, quod &hicrepeto . Verùmblandusſanguis, &copiofusex humido , &calidohepateprocedens, veneremiterabiliorem facit; at biliofius humor acriusquidemextimulat,atfatiatur quoquegenitusexeoappetitus, nequeadeòpromptèreparatur, quod & aliàsdixi . Departibusadcupediampertinentibus. CaputTertium . 6.Primus. Restotaremiffiuèperagitur. PARTES Es adcupediampertinentes,quafint,& unde irritentur,iamnunc dicendumeffet ,niſiſatisanteadixe rimusin 3.partelib. 8. cap. 2. F. 3.quibus nibilest,quodin prafentia adijciamus .Diximusetiamdepartibus veneride feruientibus, dequeearum irritamentis,atnonparicopia, plenitudine , utiustumfuerit totamremaprincipiorepetitam exactius explicare,utinprecedenticapitefecimus. Quæſignademonſtrenthominem : veneri, velgulæ addictum . Dvo funtiamexplicatifontes proximi concupifcibilis , quaexpartea vera &abexactatemperantiacorrigitur,nem pèfontesconcupifcentia venerea,&concupifcentiacupediofa. Primumtamen principiumeſſe cor antea vidimus, ) nunc repetijmus . Quæ veròexteriorafignaſignificantcrafimven triculidictam, acpalati, tumpartiumgenerationifamulantiū, eaconcupiscentia velveneris,velgulemancipatumhominem ostendunt,fecundumnaturaleminquampropenfionem . Quatractandarestant capitamethodiphyſiognomi camemorat. Dreliquasnunccorporispartes tranfeamus,fiqueex hibeantinchoamenta, acrudimenta morum, perfcrutan tes . Methoduseademerit,nempèconfiderare,que membra adquamuniafactafint, &quambenè,&aptèadeaipsafint fabricata. Verumphysiognomipluresadidem methodosinue xerunt,quænon equèexproprijsfunt: altera proceditexfimi litudineanimalium : alteraex repræfentatione masculini, aut fæmininigeneris: alteraexfimilitudinenationum,quifcilicet fimilesfint Æthyopibus, qui Germanis. Quarta, quamadhi bentexapparentibusmoribus, magisexproprijsest, atadfe cundammethodipartem, quæexeffectibusadcaufasprocedit, pertinere potius videtur. Fatendum eft tresillas methodos nonexcedereprobabilitatemadmodum, ut alibi declarabimus, nuncautemcumphysiognomiamnon ipfamperſe,ſedalterius facul Deconiect, cuiufquemorib.&c. facultatis occafione tractemus, parest ab euidentioribus eius principijs non recedere, atque circumciderealiena, minùs, quàm urgentia. Conſiſtemusitaquein confiderationefabrica , con formationisvé membrorum,ut adſuamunia fintillaapta : adbibebiturquoque confideratio apparentium morumin ijsdem, in quibusfcilicetapparerepoffunt, membris: quemethodicapi tarestant extribus anteapropofitis, abſolutoeo , quodextem. lib.s peramento pendet . Quesignaex moribus apparentibus de fumuntur,pertinent verèadfecundammethodipartem, atta men,utin partibus Stabilimodofigunturinfronte, inoculis, infacie, poffuntadhancprimampartem pertinere,utincap. moxdefronteexplicabo. De capite. De magnitudine, & paruitate capitis: Aput idtotumeft,quodcolloimponitur; attamenduode capite in uniuerfumconfiderantur, queinfra, infrafrontem nondefcendunt, magnitudofcilicet &figura:funtposteapar Canon 1. Canon2. 1 tesfingulefubiectefaciei , &quæ exillis demumexurgitef figies . Exfuperioribus patetparuitatem capitis paucitate cerebri conferre ad calorem cordis, ut eiusferuorem nonrefrangit . Contrà,magnitudinemadcordisfrigus, utob multitudinem cerebri valdeipfum refrigerat, pertinere: bec ergoimpulfum velfuppeditat, veladiuuatadmoresexfrigidocordistempe ramentoprodeuntesillaadcontrarios. Animaliaquoquebru tacapitemagnoinertiafunt, & pigra. Boues, &Afinifua ptenaturatales, nequein illismagnacapitadetestamur, quod pigros moresetiam admittamus: atinequis,cumftrenuiillieſſe dibeant, LiberSextus. debeant,caput magnum reprehendimus, paruumexigimus; un dedeequoegregiefactoVirgilius; Argutumquecaput. Cummagnitudononmultumexcefferit,ingeniohomoabun- Canon3. dat: Iacobus Mazoniuscapitefuitmagno, verùmcrafſſoetiam aded corpore,utnonfacilèdixerimcaputproportionemcorporis exceffiffe: ingeniocertèpolluit, atque memoria præfertimexcel luit. Hectamencrafispotiusadinfpectricem, quàmadagibi lemcognitionemaptosreddit. Quodfiexcessus demum magnitudinisfuerit immodicus, Canon4. ceßatingenium, &fuccedit stupor; adedenim retunditurcalor acorde promanans,tantaque etiam eft locorumcapacitas, t ) amplitudo, utnonpoßintſatis incalefcere,proindequeaftiones animales, queipsequoquecalore , licètpuro, egent,ceffent, aut imminuantur, vitienturové . Hincfit, utbubo , atqueotis, que valdecapitataanimaliafunt, ſtuporem præſeferant, in ter piscesque barbus, mugil,qui,& capito,acGræcèdicitur κεφαλος, ut Italicècefalo. Caputparuumnomultum a mediocritaterecedens, adactio- Canon  nem, &adcognitionemrerumagibilium difponit,adeoquead prudentiam; cumpreceptiuumeffeoporteatprudentem . Reftè itaqueAriftoteles capiti paruo prudentiam tribuit, atnontri- In Phiſiog. buiffetfapientiam . Verùm aliqui confundentes actiuam,& inſpectricem cognitionemlaborantintuenda veritatedictiAri ftotelici, cuiustamenplanus eft,&obuiusfenfus. Siparuitas immodicafuerit, inferitatemdifponit , &ratione perturbati iudicij,dumfpiritus exangustiaconfunduntur, &ratione ca loris irrefracticordis . Caput mediocreomniabonaconiungitnatura, &cordisca- Canon6. loremtemperat,fedmoderatè, undequodadipfumattinetin P medio  Deconiect.cuiufque morib. &c. mediocritate interaudaciam,t)timorem constituit,& ingeniu perfpicax, atqueaptißimumadomnemcognitionemreddit.Al bertus timiditatem illitribuit, quodeius dictum, fi conferatur cumparuocapite, atquecumaudacibusnatura hominibus, rectè Sehabet; nammediocre, ficonferaturcumexcesu, defectus ra tionemfubit : atfimpliciter,&perſenoneft verumexdictis . QueGalen.demagnitudineac paruitatecapitisphiloſophatur ex multitudine materia, autrobore virtutis, penesipfumvi deantur De art. med.  EgofumhacinreſequutusAri Stotelisdoctrinam,arbitratus nempè,utplurimum,inagnum, caput plurimumcerebri obtinere, & paruumcaputparums. Quodfiinterdum molesprocefferit ex copiaofſfacee materia,aut idgenusalterius; queGalenusdifferit verafunt; cumenim copiofior affluxerit corpulenta, terrena eiuſmodi materia,op preſſionemfignificat spirituum ,eorumque etiam naturam ex commixtione impuriorem; underudemhominem, &ſtupi Additio ad dumportendit . Ariftoteles tribuit capitiparuo prudentiamfect. 30. pro 3. Canone blem.3. atinlib.Physiognom. cap. 9. capitiparuo stupiditatem tribuit,verbafunt; quiveròparuumcaputfcilicethabent, inſenſati , referunturad Afinos : at iuremeritòinterpre tes mendum in litterafufpicantur , nequeenimAfiniparuum caputhabent,fecusfiparuumimmodicècaputaccipiamus,poffis mus, & debemus concederefuturum eſſe hominem inſenſa tum, iudicijfcilicet perturbati admodum . Auicenna capiti paruotribuit infidumeffe, ira velocis,&in omnibusrebusdu bium; D.Tho.lib.defenf.tt/fenfililect. s .patrocinaturdicto meo; cumenimcerebrumoppofitum cordidixerit , uteiusfer uorem temperet,hæcfubiungit verba; Etindeeft, quod illi, quihabentparuumcaputfecundùm proportionem cæterorummembrorum,impetuoſi ſunt,tan quam calorecordis non ſufficienter reflexo per ce rebrum. De Figura capitis. GALENVS figuramcapitisnaturalemeſſevult ſphæra Libro 1.de instar, utrinquefcilicet a temporibusleuiterdepreffam, ex 1. lib.9.cap. offibus,cap. quadepreſſione etiam affequitur inanteriore, posterioreque partdevu capitis parte prominentiam aliquantulo maiorem, quamforet Spherica ipsa curuitas. Figurasnonnaturales idemGalenus quattuor enumerat. Primamcumeminentia anterior deperijt Saluapofteriore . SecundamcumeminentiapofteriordefijtSal uaanteriore. Tertiamcum perijt utraque. Quartam cum temporaeminentdepreſſis occipite,&fincipite,quam postre mamfiguramexcogitaripoffe, verùmnondariidemGalenus dicit ; licèt Veffalius aſe vifam Venetijs in puero bardo, amente, etiamqueBononiæ profiteatur. Nonhabetfiguracapitisinstinctüimmediatèadactionem, Canon1. fedadcognitionemperti pertinet,pereamque eamqueadactionem. Figura naturalis a Galenoiudicata,quamproximèexpofui- Canon2. mus, probabiliffimumestfignumaccommodataad intelligendu dispofitionis,non conuertibile tamen. Prima affertionis pars multa inductione conftat. Claramontes Claramontius Pater Claramon tesClaramó meusexquifitèfiguram eiufmodiobtinuit,&acutißimo inge- tius Autho nio,acfolidainfciétiÿsdoctrinafuit,pariterquemagnoinrebus ris Pater. agendisiudicio. IacobusMazonius inlitterarum uniuerfitate magnus, acceleberrimus,figura eademfuit. Peraliospræterea multosinductioducipoffet. Atfecunda afſfertionis parsexem plisquoque aliquibus confirmatur. Periclesacuminatofuitca- Periclesca put acumi pite, & fecundißimoingenio, acfummaprudentia. Ianuenfes natuhabuit P 2 bac  Deconiect. cuiuſquemorib.&c. Canon3. artemedic. hacnuncfiguradelectantur,& acumineingenijfaltem inrebus agendispollent,cuireiratiofuffragatur ; figuraenim eiufmodi turbinataparuitatiscuiuspiam vicemſubit,ideoque minus ex eacalor cordis refrangitur , undeactuoſiorhomoredditur. Prominentiaposterior capitis,feu prominentia occipitis , eius-védepreſſiopropenfionemadactionemipſe perſe, ferunt, vel vitiant: itaſenſitGalenus,estqueratio,quoniam exneruispendetmotus voluntarius,quorumprincipiumestce rebellum , ideoqueinoccipiterefidetprincipium voluntarij mo tusinſtrumentarium, utproeius variaconftitutione,variè etiamad motumfithomodispofitus. Cumitaque iuſtapromi nentiacaloremfignificet, depreffiocontrafrigiditatem potius, inde ex protuberantia moderata roburfacultatis motricis ex Galenusde depreffioneimbecillitas arguitur,&augeturconiecturaroboris, cap.11. ficumprominentiaeiufmodiconiungaturceruixcraffa , & ru bicunda; nameaquoquefignumeftcaloris, utceruixgracilis, #pallida,velſubalbidafrigorisest indicium. Attamenfi hecomniaex  Galenidoctrinaſuſcipiantur,adhucnoneritfignü moralis alicuius actionis,seupropenfionisproximum; nam ro burvoluntarijmotus aliudestadferuiles actiones,aliudad ci uiles. Et distinctioAriftotel.lib. 1. Polit.cap. 3.verbafunt; Vultautem natura , &differentia facitcorpora libe rorum, &feruorum, aliaquidemrobuſtaadneceffa riosvſus, aliaverò recta , &inutiliaadtales operatio nes,verùm vtiliaad ciuilemvitam: hæc autem diui ſa eſt inbelliopportunitates,&pacis. De fronte. FRONS imaginemanimi multam continet, &exceptis Foculis, omniumcorporispartiummacam must Frons LiberSextus.  Fronshominitriſtitiæ,hilaritatis clementiæ ſeuerita tisindex. Cicero adfratremdepetit. Conful. animi ianuam appellat, que dicta, idque genusalia affectusprafentes verè fignificant; interiores enim animi affectus,ac paffiones inocu los,&infrontemerumpunt,ira metuscupiditas,odiumamor: attamenfi cuiisfitnaturaoris habitus,qualis eftirafcentibus, conijciunteiufmodihominem effenaturainiræ affectumpropen Sum. Vocatbos moresapparentes Arift.lib.Phisiogn.cap. 2. Fugaciailla affectuuminfronte, oculis , &orefignaadfecun dammethodihuiuspartemſpectant: at Stabiliahæc,quæ nunc dicimus, adhancpartem pertinerepoffunt. Licet enim cause nonfint, morum caufis tamenannectuntur; quafienimnatura eas notas imprimat adinteriorum propenfionumfignificatio nem, nexumquendamcumcauſafinali continent,fiuemelius dicamus:quoniam diſpoſitioad operationem pendentemexfe, utadfinemdirigitur, cumoperatione,adeoquecum caufafina li mutatiooris eiusquehabitus coniungitur, ut adidfignorum genusreducaturhoc, quodab effectuadeffectumfumitur, cum abeademcauſapendent. Obnexumautem&bac, & illaex moribus apparentibus multafignaponemusinhacparte aliqua tamentertiæpartireferuabimus. Eandem methodum vfurpa uit Arist. inpred. dequalitate. Cæterùmfronsconformatione ſuanullumperſeprabetad moresinſtinEtum, cum neque mo rumfitfedes: adcognitionemamplius pertinet. Quoniamer gocaputſphericumexactènonoporteteffe,fed leniter utrin que compreffum,frontisquoqueperitex eacompreffione sphe ricitas exacta, eiusque vicenasciturfigura, quaquadratăvo cant,inquaanteriorparsfrontiscumtemporibus nonconiungi tur in orbem,fedillaaßurgit ,hacdefident. Illiusitaqueextre maaliquantulumprominent , ut cudeuexitatetemporumcon P 3 ferun ; Deconiect.cuiufquemorib.&c. feruntur, concaua illafrontisdicipoſſent : accertèprominen Canon1.de drata. tie debent vocari. Aboculisquoque adcapillos deficit exa Etasphericitas . Figura quadratafrontisfignum eftpræftantisingenij,aciu figura qua- dicij; nafciturenimexfiguranaturalicapitis in anteriore, cuius parteiudiciumperagitur,confertquoque adprudentiam, utad agibiliumcognitionemdifponit, rectumqueearum iudicium . Multibominespræclarifrontis eiufmodifiguramobtinuere. Sifigurecapitis,nonnaturales vocataaGaleno , iudicij, Canon2.de figuris non quadratis Canon3. de magnitudi- ingenij vitiumſemperimportarent,frontes etiam aqua dratarecedentes earundemfacultatum vitium indicarent , at cumneceßariumnonfintillefigure, argumentumeiufmodi vi tij, neque etiam receſſusaquadratafronteeſt index certus iu dicijdeprauati, autdifpofitionis adcognitionem vitiate: exfi militudine tamenanimaliumPhiſiognomiconijciuntrotundita temfrontisacapilisad oculos indicare Stupiditatem; ea enim eftfigura afininefrontis. Rotunditasautematemporeadtem pusdicuntfignum'ira. Sediamegrediorexftatutis mihi li mitibus. Magnaeftfronsbumana,ſietiamintramediocritatem bu ne,&parui- manemenfura contineatur , eiusmodique magnitudo ad diftin tatefrontis- Etam , & dilucidamcognitionemconfert; ratioque est, quo niaadcognitioněeiufmodifinceriorfanguisexigiturqualis non eſtſanguiscalidior, quamobremcognitioelaboratur in cerebro, etiamfiprincipium eiusfitcor. Hecomnia ex Ariftot..de part. animal. fronsautemmagna, utdetecta, efficit , out confluentesin anterioremcerebripartemhumores ,&spi 1 ritusperfrigeratioresfint, adeoque etiamaddistinctionem,& lucidioremcognitionem conferant. Quodfimagnitudofrontisexcedat,perfrigeranturplusiu Sto  Sto Spiritus ijdem,undetardi adcognofcendum,ac iudicandum fegnesqueideohomines redduntur: refertArist. adBoues . Atfifronsparua, spiritus obtegumentumcapillorum , t ) bumoresin anterioreparte minus perfrigerantur, quàmparfit; ExArift.di calorautemceleritateiudicijfacit, ob agitationemfentiendi , lib.2.depar. ſtin. cap. 10. &iudicandipuritatemintercipit, atquerefringit: refert Phi- animal. lofophus adſues inPhifiognom. mobiles vocatin historiaani malium, &congruitaffertioobceleritatemiudicij . : Incapillorum afronte adtemporaflexu , velangutus effi- Canon4.de citur, isqueconspicuus, velangulusquidem,fed non ad mo- capillis. duminfignis, velorbis abſque angulis reſultat. Hiccapillorum babitusfuitin Philippo Burgundiæ Duceexeius icone. An gulosconspicuos, &eminentes Ferrantes Gonzaghius, Pro SperColumnius, & proximèHenricus IIII.RexGallie: Ex togatis acliteratis hominibusIacobus Zabarella , Claramontes Patermeusmemoriameahabuere . Iudicium angulieiufmodiindicant,nifienormesfuerint; te nuiusenimesteainpartecalueos, quàmfrontis,adeoquecum estibidetectum,magispatentperfrigerationi ſpiritus anterio rum ventriculorum, fincerioresqueideoredduntur atquefince riusiudicium efficiunt . Quifrontemrugosamhabent,cogitabundi;dumenim cogi- Canons.ex tamus, inrugaseamcontrabimus; quitriſtem, meſti; quine- parentibus. bulofam, audaces; quiauſteram,feueri;demiffa lamentabun- Arift.inPhi dum; exporrectahilaremfignificat; undeillud Comici, Exporigefrontem . Cumrugeinaltitudinemfrontis protenduntur,nonin lon gitudinem, iracundumſignificant; inira enimeomodo contra moribusap fiogn.cap.9. bitur, &corrugaturfrons. Polemo infiguraacerbitribuitil lirugas. P 4 Frons Canon6.de frontisafpe ruate . Canon7.de frontis. i  Deconiect. cuiufquemorib.&c. . Fronsafpera denotatprius impudentiam,quodfiadhucma iorfit, indicat uſqueferitatem; nam hominiobanimæ eiusno bilitatemnaturadedit, ut magis multo dominaretur corpori, quàmanimebrutorum . Senſaitaqueanimiin ore effulgent, prefertim inoculis, &infronte. Quodfieafit cutis, &fubie Etacarnisdurities, utnöprestentfulgori eiufmodianimi adi tum;fiquidemparumprestent,impudentiæfignumidest, cui frontemduram, &calybeamtribuimus, undeillud; Nonos Esttibi velduroduriuseft calybe . Atfinullumdemumpræftetaditumabhumana, utitadi cam, tenuitate, in belluinam craffitiem , terrenamquefera rum impuritatem transijfſfe videtur. Polemo , & ipfefe rohominifrontemasperamaffignauit: coniungoautem ipſedu ritiemcumafperitate; quoniamduritiescutis non videturab foluiabimpuritate, adeoqueabinæqualitateea,quæ cumduri tie coniunctafacit afperitatem . Adamantius doloſo homini tribuit, interdumfurioſo . Frons inæqualis, que ſcilicetfoſſulasquafdam, ac inequalitate monticuloshabet, argumétum præbet hominisim poſtoris , ac fraudulenti ; ita Adamantius . Ratio verò eaest,quoniameiusmodiinæqualitas nonexoffſefrontis,fedex muſcolorumtorisprocedere videtur,quitori robur eorundem muſcolorumfignificant: at mufculifrontisid munus habent, ut variasfigurasfrontipro arbitriotribuant, nunceam con trahendo, nuncexplicando . Sed variarefrontempro arbitrio eſt verſipellishominis; uthocfignumcuidaminnitaturinftin Etui,quodfermèfingulare estinſignisfrontis . Defupercilijs. Canonesexmoribusapparentibus. SVPERCILIAarcuatahominemfuperbumindi- Michael cant, etenim arcuantur ſupercilia in elatione fu- Scotus. perbientisanimi. Achilli Philostratus, AndronicoNice ta, eatribuere. Contraergo, cuminrectumporriguntur mol lemanimumfignificant Arist. incap. 9. 1. dehist. animal. Cumiuxta naſum inflectuntur, austerumfignificant, acerbum. ibid. Aristot. Ratioforte & hec ex apparente more emergit; etenim cumirafcimurex corrugationefrontisfuperci lia coniungimus . Cumiuxta tempora inflectuntur, deriſorem, diſſimulato remqueindicant . IbidemAristot. Ratio occulta,fifignumfit perpetuum. Superciliademiſſa,ſcilicet verſuspalpebrascadentia ,inui dumhominemfignificantapud Aristotelem . AV Deauribus. Caput Octauum . VRESadactionemnonhabentordinëperſe ullum,sed Exconfor adauditumſolum. Ex conformationeergoearumnonlicet rium none instinctumadmores, nequeetiam adcognitioneminteriorum, licitur.co.. fenfuumelicereperfe, acprimo. Eaunaconiecturafuggeritur, ctusadmo quodfigrandioresexistant, quàmparfit, corpulentamateria copiam redundantemindicant,exquacopiaopprimifacultates animales coniectamus , cum fpiritaliorem illæ materiam exi gant, &perspiritus,utperprimum ac verum inſtrumen tumabfoluantur. Estitaque Canon. Aures, guitioinftin res. Canonpri mus. Deconiect.cuiufquemorib.&c. Aures, fimagnitudineexcedant, bebetemhominem,acobtu SumingeniumfignificantAriftot.inPhisiogn. ubi afininaseas vocat, &inlib. 1.de hift. animal. cap. 11. hæchabet. No ram morumoptimorumhabentaures , quæmedio cres funt, atquæmagnæarrectæque vltramodum , ſtultitiæ indicesfunt,autloquacitatis. Hecille. Canon2.& 3. Canon4. Mediocres ergo auresexArift. laudabiles, toptimosmo resindicant; parue autem admodumprauos mores, &fallaces, atquedolofos bominesfignificant; quicanon tamen paruamex diftis obtinentneceffitatem :probabilitatem tribuit fimilitudo fimie, &multomagisauctoritasfummorumvirorum; Arift. Ad Alexand.Galen. quodmor.feq.temp.corp.Polem. &Ada mant. &omnesferèconfentiuntP hiſiognomi . Vixullus videtureffe Teaffectuŭinauresrefluxus, quibuf damtameninirarubefcunt,aliquibusinangore, ettimore.Bal thaffari Tiberto in arcenostradetento cum adarctiorem custo diam traduceretur,indequefufpicaretur morteſedamnatumiri, utverèdamnatusfuit, auriumfummitates erubuißeobfer uatumfuit. Pudori tribuit Ariftot. auriumfummitatis erubefcentiam. Deoculiseorumý, aspectibus. Caput Nonum. §. Primus. Duobus modis oculimores INDICANT. CVLI nullum habentadactionem impulfum, atfunt velutianimifeneftra; in illisenimmirumin modumaf fectuselucent,nificomprimantur. Caputergo ex apparentibus moribuspræcipuuminillislocumobtinet: atetiamfuntcerebri temperamenti indicia , uteaquoque ratione mares indicent, quomodo ex cerebri temperamento licet mores naturales,feu propenfionesadillos elicerefatisremotenempe. Praſlatitaque 235 exmoribusapparentibusexordiri. Primumautem apparentes affectus inoculisipfisdiftinguere,&defignaretentemus. §. Secundus. Obtutuumdiſtinctio, acaſpectuum. ASPECTVVM, acobtutuumdifferentiaplurima . Verùm exhispræfertim capitibus deducuntur omnes; ex proiectione quadamradiorum , & retractione; exoculi quadam explica tione, ac contractione declarabo differentiam:noneftautemex plicatiohæc ,quæ ex palpebrafit,ſed in pupilla ipſa,eiusque obtutu confideratur . Tertiumexfitupupilleeiufdem,utvel rectàafpicit, velexobliquo; quiaspectus limisoculisfieridi citur. Quartumexmotu, &quieteoculi; est verò motusdu plex, alterperſeoculi , alterob palpebras , ut ille alterno, ac cito motununcpupillam aperiunt ,nunc claudunt : oculus verò aſe habet, utveldefixus, &immotusſpectet , velhucilluc voluatur, & modòinhanc,modòinillampartem refpiciatpo Stremumerit ex humiditate quadam , & ficcitate afpectus. Singularepetamus, &declaremus . Proiectioergo radiorum a menunc ufurpaturnonpro eaproiectione, dequa est inter Opticos, ac Philofophosantiquiores,& poſteriorescontrouerfia, viſione fiatextramittendo,anintusſuſcipiendo. EgocumAri Stot. & recentioribus Opticis,Alhazeno, &fequentibusfum: fedradiosnuncappello efficaciamquandam spiritalem, quæex 1 aduerſoprofpicientium oculos, &animospenetrat: Efthicfer uentis cupiditatisafpectus. Ouid.in Epift. Helene adParidem. Tu modòmeſpectas oculislafciueproteruis, Quos vixinstantesluminanoſtraferunt. Hanc 1  Deconiect. cuiufquemorib.&c. Hancegoprorectionem voco,quamOuidiusinftantiamvo cat, & meiudiceappofitißimè, utegoquoqueoculosinſtantes, quiita refpiciunt, appellaturusfim. Iniraidemest afpectus, Jedinftantiaperturbatior, &visustoruus, utexanimo ul tionemquærente, non voluptatemeius,quiafpicitur,procedit. Minacesitaqueoculi vix&ipfiferuntur,curiosèquoque, & anxièaliquidquæritantes, eadem instantiarespiciunt. Inhis veròomnibuscupiditaseft,etenimiraquoquecupidi tas quædamest; uthacrationepetulcosoculosadhos etiamre digerepoßimus . Contrariumafpectuumretractum voco; re trabiturenim vis,quæincontrarioafpectu emittitur, in mo deftis hominibusergaeos, quosreueretur; inpudibundis adole ſcentibus aduerfusfæminas. Erga quoqueres inuifas,dum ultionis defiderium non ſubest, eodem afpectu retracto uti mur, cumnonlicetalidoculos auertere. Stupentes uſqueoculi redduntur atqueattonitiadeiufmodireruminuiſarumpreſen tiam . Reiconuicti coramPrincipe, aut magistratu ita afpi ciunt,fi eos cogantur afpicere. Contemplatores quoque homi nes, & aliaetiam ex caufacogitabundiitaobuias resrefpiciunt, ut velinterdumnonanimaduertant,nequeagnofcant. Quandoque contrarijeiufmodiaspectus ex contrarijs affe Etibus emmiſcentur,v.gr.fiquis ardenter amet, &etiampu dore magnodetineatur , pudor retrahitaspectum, at concitat amor: ineaperturbatione afpectus quoqueperturbatur & nu tat, velenimlimisaspicit, ſicommoditasadfit, velinstarſo lisperraramaliquaex partenubemerrumpentisinstans inter dumafpectusaperitur, interdumobducitur . Hecubamixtum eiufmodiaspectumerga PolymnestoreminHecubatribuiturab Euripide; exodio enim intuerinon poterat , at ex fimulatione debebat . Inobliquumergoafpectumcontrariæ ipfam rationes addu LiberSextus. 237 adducebant,quem aspectum ipfamet excufat, falfamfcilicet caufamadducens, Pudeatteintueri exaduerſo, Polymnestor, inhuiufmodi conſtitutamalis . Adfecundumpardifferentiarum tranfeamus. Explicatio nemoculiego voco,cumoculus, utdicitQuintilianus,bilari tate eniteſcit: contrahi veròdico, cumtristitiaquoddam ducit nubilum. Contractionemautem, & retractionem differentes ſtatuo: in retractioneinprofundum receditrepræfentatiofermè animi,in contractionecogiturinſemetipfum animus : interbas contrarias dispofitiones,estmediusconstantiehabitus, cum nempèoculus nequehiſcit,nequecogitur. Inhoc gradu graui tas afpectus reponitur. Aliadifferentiaeratexrectoafpectu, autobliquo: aspectus obliquus, qui &limusnuncupatur,vel limisfieri oculis dicitur , excupitatenafcitur, cum velpudore impeditur, velpudorempratendit. Femellahocaſpectuama- Quo afpe toresplerunqueirretiunt: nos vulgooculo caudarefpiceredici- tufæmine amatores mus: atinuifosetiamhomines,quibusque irafcimur, ita quo- retiant. queinterdumrefpicimus. DidopenesVirgilium,feu Dido nis Umbra Aeneameomodointuebatur , Talibus Aeneasardentem, t) toruatuentem Lenibatdiftis animum, lachrymasqueciebat: Illafolofixosoculosauerfa tenebat. Ettoruusafpectus plerunqueextoruointuitu dicitur. Quar tadifferentia ex motu oculos mobiles, & contrafixosdistin guit; namfihuc,illucusque vertantur oculi, mobilesfunt,fi in eodem obtutu perfeuerent, fixi, & defixi dicuntur. Hic eft motusipfeperſeoculi, at expalpebra, cum apertaipsa ma net, intenti, &rigentesoculi, conniuentescontrà, cumclaudi tur: cumalternatautem vicesclaudendo, &aperiendooculos, nutare  Deconiect. cuiufquemorib &c. nutare dicuntur . Poffunt veròt modicenutare ,t)immo dice . Ariftot. differentiam expreffit incap. .. de histor. animal. Et autnimiumconniuent, autrigidi,intenti queconſtant, autmodicè nutant. Poftremumpar differentiarumest humiditas,&ficcitas oculorum: bumidioculi apertèfunt, cum lacrymisfuffundun tur, at verò ante exitumlacrymarumoculiin affectibus ani mumemollientibus imbuunturbumore quodamnon erumpen te, qui tamenreddatoculos interna humiditate vuidiores:fic citascontra omnem eiufmodi humiditatemab oculis excludit . Heomnes differentiæficonbinenturinmagnumnumerumex crefcent; adharumque aliquas reducunturomnes,quæcunque memoranturabauthoribus . Arguti,acuti,proterui,cupidi,im pudici,inftantes,pollicentes, minaces,afperiadprimam differen tiampertinent,ficut & contrarij torpentes,ſtupidi . Lati,ri dentes, triftes, mæsti,grauesadſecundam differentiam redu cuntur. Vagi,mobiles,fixi, rigidiquoque, acrigentesadquar tam. Recti, limi, ) tranfuerfi, velextranſuerſoadtertiam: adquintamturgidi, vuidi,fuffuſi, molles; duri , rigentes ad hanc quoque differentiam,sed &alioinſenſu pertinent.His itadistinctis,fubijciamus Canones. Canonpri mus. Annot.r. Canones continetexmoribus apparentibus. OCVLI instantes,fiuequorum afpectusinstantesfuapte naturafunt, cupidumquoquefuaptenaturahominemfignificat. Cuminstantesoculiminacesfunt,iramcertèſignificant,& hominemiracundum. Toruus afpectusisquoquedicitur, licèt cetera rectusfit; afperitas enim &feuitieseminenstoruitatem prafefert. Non æquè afpectus retractusfignificatdefideriorumceffa- Annot.2. tionem, nampoteftalius affectus veltimoris, velpudoris co gere defiderij significationem, quod tamen vehemensfit, ) Sublatocomprimenteaffectu,ſit infigni modo erupturum . Si quishorum Plutigalea, velannulo Gygisinduatur,non minus acupiditateraptabitur, quàm,quicupiditatemfuamliberius in dicabant . Potest etiam excontemplationis habitu retractus eiufmodi aspectusnaſci, etiamfivigeantcupiditates . Aspectuslimi,acfurtiui, incertiquoque ,ac viciffitudine Canon2. quadamproiectionis, &retractionis agitati, cupidumbomi nem, & viciſſim veltimidum, velin vniuerfumobnoxium cohibentialicui affectui indicant. Timiditatemfumo in vni uerfum, utetiampudoremcontinet, quiest timor infamie, utque etiam ad timorem reuerentia extenditur : qui verò fittimor, acaffectuscohibens , exalijs estconiecturis inuefti gandum . Hilaris, acridensfuaptenaturaafpectusfignificathominem Canon 3. fimplicem, acbonum, bonitatenempèilla, quænonbenèaudit, utrectènotat Plato : eftautem cum leuitate ac imprudentia quadamconiuncta. Namintamfrequenti contrariarum re rumoccurſu lætumcontinereaffectum, quemridentes oculipre ſeferunt, vel ab altißimaeft virtuteanimi, quamnemo na turaobtinet, velaiudicij leuitatependet . Marcus Antonius M.Anto- Brigantius oculos ridentes naturaobtinet , &virficcinè bo- nius Brigan nusest,nontamen bardus,nam )litterisoperamnauauitnon ſquequaque infelicem. Polemo, ) Adamantiusimprobi tatisfignumftatuunt: adiunguntetiamſplendorem , aquopo tius,quàm abbilaritate,acriſu improbitas arguatur: namfplen [HUS. doris,fi ab igneocalorenafcatur,ficcius , &calidius eße cere- Feliumtem brummulto, quàmparest, indicat,que eft,felium tempera- peratura. turaد  Deconiect.cuiuſquemorib &c. tura,feritatemquepreſefert; cum cordis calorirrefractusper fiftat, & calor etiamimmodicus cerebriexfuperiusdictis co gnitionemperturbatam reddat:fedhocadoculi crafim potius, quàm adaspectum,acaspectuumſpeciespertinet. Annotatio. Atfioculi, nedumridentes,fedinftantes etiam,acprocaces fint, indicant cupiditatem, &bonitatemproximèdictam,que tamenacupiditate refrangatur, & aliquantulum eidem acri Canon4. monieaddatur . Oculi mobileshuc, illuc,fcilicet volubiles, inconstantem, ac inquietum animihabitumfignificant. Cum palpebre rigent, audaciæfunt indicespenes Polemonem,nec malè; calorem enim commostrant . Annotatio. 1 Atnutantesoculi ex alternatione palpebrarumfrequente: funtinditiumcontrariorumaffectuum,Aristot.timiditatisno tam afferitin Phifiogn. Canons. Canon6. Canon7. : Defixi, &intentioculi, &præfertimpalpebris quoqueri gentes, autſtupiditatis, autimpudentie notafunt. Atcum admediocritatemacceditintentio illa afpectus,fiinmediocrita te conſiſtat exactè, eſthomoprudens, &placidus,&laudabi liummorum, ac laudabilis conſtantie. Siamediocritate ali quantüinrigoredeflectat, estgrauitatis nota:fiquemagisin tendaturfuperbie. HucpertinetilludSenece; grauefuperciliū. Oculificci durumhominis animumſignificant , crudelem , &ferum; contraria enim humiditasaffectus emollientes a nimumindicant . Polamonipeßimos, &flagitiofos homines monftrant: nonabhorrenthacanoftris. Oculi humidi affectum mollem , &emollientemanimumfi gnificant,voluptas,& venereaprefertim,molliseftaffectus, animumquelaxat, )emollit; undecumreipfa, velanticipa tione exafpectu,aut alia eiufmodi cauſainfidetanimo,oculitum maxi LiberSextus. maximè dilutifunt,acfeipfos inundantes etiam Polemoni. Anacreon 241 humidū o culumvene Anacreonhumidumoculum veneritribuit . Taffius nosteraffectui, acprope voluptate venerisaffecto ritribuit. hominioculum tribuit , tremulo , e laſciuo , Prior Ouidius dearteamandilib. 2. Aspiciesoculostremulofulgore micantes Vt Solinliquidaſaperefulgetaqua . Commiſerator quoque, t) mifericorshomo humidos habet oculos; undepropenfi inliberalitatem,ac beneficentiam, id quegenusalijhumidosoculos obtinent; auari, maleuoli ,ſaui, alijqueeiufmodificcos. Quoniaminterceterosaffectuslaxantes animumesttimi. Annotatio. ditas,quæ laxat nedum,ſedinterdumſoluit; timidietiamоси loshumidoshabent: atcumtimiditatepotesteßeconiuncta no cendiocculta voluntas, utfæpèetiam coniungitur;fitqueilla maleficentiaexinfidijs, quæproditoribusineft . Humidi ergo eiufmodi oculi, &eorumlacrymefuntprorfuscauende. Sunt enimcrocodililacryme . ; De oculorum coloribus. Coloresdiftinguuntur: opinionum varietas affertur. ADcoloresoculorumtranfeamus,exquibus tamen multo paucioresCanones, quàmexafpectibusnafcuntur, id temprimò, deillispremittode colorumhuiusnobiliffimæpartis cauſaduascapitalesextareopiniones: alteraque est Aristot. Galenicauſam reijcit inhumores : altera,queestpofteriorum anatomicorum, prefertimVeſallij,reijcitin vue;quedeprimi au  tur,  Deconiect. cuiufquemorib.&c. tur, tincturam, quamnuncflauam, nunccefiam,nuncnigram dicunt,proqueeiusmodi varietate etiamiris oculorum variè tincta infpicitur . Verùm antealia hac distinguere oportet. Trescolorū Tresfuntcoloruminoculisfedes, pupilla,quæ estin medioocu in eculis fe- li, estqueomniumcirculorum minimus: iris,que ipfamcircun dat: &tunica alba, veladherens,barbarisconiunctiua , quæ reliquamoculiabiride partemobducit . Pupillecolorinomni busestniger; adhærentistunica albus : at iridis varius, bu iusque varietatis , accolorum causa queritur. Vefallius ergo tincturam vuæindepreffafuiparteiridis colorumcaufam sta tuit, utdiximus , &RealdusColumbus eandemfententiam Sequitur. Varietatem eiuscolorationis admittitquoque An dreas Laurentiusrecentiffimus anatomicus . Galenusin arte medica, &GalenumfequiturAuicennaincantica,tribuunt humoribas varietatembuiufmodicolorumoculi. Tribuitglau cedinemquattuorcaufis,autfcilicet magnitudini,autſplendori bumoris chrystallini, autfitui prominentieiufdemfcilicet chry Stallini, cumpropiorpupilleest, contrariomodofehabet, quàm cummagisinprofundo onditurautpaucitati, acpuritati aquei humorisinpupillaexiſtentis,quibus caufisomnibusconcurren tibusfit, inquitille,glauciffimus oculus . Nigercontraoculus fit velobparuitatemchrystallinihumoris,autpropterprofun dumfitum , velquoniam splendidus ,&fulgidus exquifitè nonest, velquoniamhumoraqueusautfuperabundat, autest impurus. Singulecauſe oculum,ſeu iridem nigramfaciunt , omnesnigerrimum Arist. abfolutènigritiem multitudinihu moris,glaucedinempaucitatitribuits.degen.animal. cap.1. Opinionesrelatæ expenduntur. GALENIopinionunquammihiprobari potuit,quain parte partechrystallinum humorem intra pupillamadmifcet;namfi chrystallinus coloremoculialiquemproduceret, nonnifiin pu pilla, acoculimedioproducere eumpoffet, quaperuius eftoculus chryſtallino: pars autem vue, inqua iris effingitur,estopaca, &nullumpræbetadchrystallinum, velachrystallinoaditum. Quomodo ergo poteftachrystallinotingi, autabhumore intra chrystallinum, &vueam contento? OpinioitaqueVeſallij,& Sequentiumanatomicorum multoprobabilior,imofidifeftio re abilio ſpondet, utipfiprofitentur, certa , ) neceffaria eft. At quid deArist. opinione? Eftipfaquoque cumlaudata anatomicorum coniungenda, nempèfaciamus vueaminparte iridis (dehac nuncagimus) effècaſiam,acglaucam,ſihumoraqueus,quiin ter vueam, & corneamcum multotamen Spiritu commixtus intercedit,fit multus,obfcuriorem colorem eaipſa vueetinctu raexhibet,fipaucushumor,glaucioremex Ariftot. ratione: experientiafuffragatur; ficæruleocolorifuperponamus cartam olea unctam,proindequediaphanam,obfcuriorapparebitfub iectus color,quàmfinecharta: atfiprime chartæ aliam itidem inunctamfuperpofuerimus, obfcuriorapparebit color,quam cum unaſuperponebaturtantum, vtpateatexdiaphanoaltio--re obfcuriorem colorem reddi,quàm ex minusalto, utfitinctu rafuerit cafia quee,&humor multus,coloroculiprocafioni gerfitappariturus. Hocautemdehumoreinter corneam,& vueameftaccipiendum, nequeaudiendus SimonPortius,qui nihilaqueihumoris inter vueam,& corneam reponit; un defententiamhauferit, nefcio . Certè Galenusreponitinprin cipio cap. 6. lib. 10. de usupartium, & reliqui anatomici, resipfaclamat. : 2  Ter De coniect.cuiufquemorib.&c. Fundamentumponiturad Canoneseliciendos . Ex cognitione ergo caufarum tincture varia vueainda gandifunt Canonesmorum,fiquiexipfis nafcantur. Quier goinhumores reijciunt colorumcaufas, Canonesetiam expedi tos afferent; nempèflauitiesſecundùm ipſos exbilenafcitur , rubedoexfanguine, cæruleuscolor,acalbusexpituita, nigerex melancholia: at veròhascauſasnonefferecipiendas anteaoften dimus, exobferuationequoquepatet; namGermanicesijfunt, Sanguine,nonpituitaabundant. HoratiusGermanosceru leos obid vocat. Intantaergo incertitudine cauſe , quomodo certos indelicet elicere Canones ?præfertim cutemperamentum velnotumoculorumfatisfitacordistemperamento remotum , inquoexfuperioredoctrinamores,naturalesfcilicet,confiftunt. Ego,quæfequuntur, probabilia iudico. Natura vult obfcu ram vueamtingere, tumintus,tumextraadſpecierum vifi biliūdistinctioremperceptionem; obfcuritate autemplurimum ipsa adiuuatur; undeprospicientes pertubos, vel ex puteis, quiqueoculos magisconditoshabent,distinctiore utuntur vi fione: utArist. tradit s. lib.degen. animal. cap. 1.Veſallius lib.7.cap. 14.fcribit; Vuea namquetota ſuperficie,qua duratunicaproximèſuccingitur,perpetuònigraeft, &modicèhumecta,inanterioreautemſuęcompreſ fionis ſedevarietingitur . ReliquiAnatomiciſequuntur, licèt Galenusceruleampotiusdixeritlib. 10. de ufupart.cap. 4. naturaergoinidpropendit, uttunica vueafitnigra,idque Natura ra ha ratio viſionisdiftin&tionis expofcit . Verùm vtilitatisnedum,feddignitatis rationem Natura berneduti habet, utindiftinguendis , &aptandis coloribusflorum , in tingendis auiumpennis , &quadrupedumpilis curamprefefe- litatis,fede 245 ratomniartefuperiorem . Multaalia argumenta adducipof- tatis. tiamdigni fentadhocipfumdemonſtrandum, quantamfcilicetcuramNa turaparenspulchritudinis habeatin rebusefformandis. Quo niam ergo,ſiIrispenitusobscura,ac nigra effet,multa oculi gra tia deperiret . Confundereturenimeiuscolorcumpupillecolo re, atquepro tribus coloribus duotantùm effent. Temperans itaqueNatura utilitatemcumdignitate obfcurioremcolorem, ni impediatur,inducit eorum,qui Iridemtamen apupillecolore distinguant . Eftbic mediusiscolor,quem Aristot. charopum vocat. Qui ergo abhoccolorein claritatemdeclinant, veluti glauci, &albi imbecillitatem formatricis virtutis arguunt. Affentit Ariftot. lib. s. degen. animal. cap. 1. Cæſietas ,in quit, imbecillitas eft, nonenim Natura pertingit ad eamvſquecolorisſaturitatem,quæaddiſtinctamvi fionemrequiritur. Cum veròeamplusiufto aſſequi tur validam, ſedinordinatam naturam indicat. At funtcoloresaliqui,quinonnisiaſubincenfione quadamnafcun tur, utrubeuspræfertim, acignitus , &flauus quoquesatu rus inrubedinem vergens,qualis hyacinthi gemma: calorem itaqueipfi arguunt . Hisitaprobabiliterpofitisfundamentis Canonesfubijciamus. Canonescontinet. OCVLVS charopus optimorummoramindiciumexhibet; Canonpri etenimnaturamin totafuiintegritate fignificat.Arift. inPhi mus. fiogn. ingeniofisillostribuit, &fortibus. Oculusceruleus,qualisfcilicetſaphirigemme,estisautem Canon2. glaucuscolor,fedadmodumfaturus,præftantiam, &ipfena 3 ture 246 Deconiect.cuiufquemorib.&c. turefignificat,in mediocritateobfcuritatis, &claritatisconfi in mediocrit ftit . Portaprobeindolis notam illistribuit exPolemone, t) Adamantio,Ariftoteleque adAlexandrum. Certèhosinter pretari debemus oculos Mineruæ glaucospenes Poetas, t praefertimHomerum . Canon3. oculos ha- Glaucioculi,&albiesthorum dilutus nonfaturus color, utinproximèfuperioribus,notafunttimiditatis. Ariftoteles inPhysiognom. imbecillitatemenim naturearguunt. Eiufmo Nero quos dioculoshabuitNero, quitimidusfuit . buit. Canon4. Canons. Annotatio. 4 Oculinigricumexceſſu validam naturam,fedinordinatam indicant,moresetiaminiurios, &praues. Longèaliter Inge nerius inPhysiognom. timiditatis,&ingenijnotam,fednon distinguitis Iridem,acpupillam, ) nigredinem, albedinemque pupille tribuit, cumtamenipſaſempernigrafit, utiam dixi mus, ) resipfaindicat. Oculirubicundi, &ignitiiracundumhominem,&ferocem fignificant . Aristoteles inPhysiognom. cap. 10.Idemetiam indicant oculiflaui,faturi,licètnonæquè;etenim calorem vter quecolorindicatexcedentem, utinprecedenteparagrapho, at maioremrubeus , &ignitus. VirgiliusdeCharonte . Stant luminaflamma . Quemlocumimitatus Dantesnoster vertit, CharonDemonio congli occhidibragia . Rubedoetiaminalbooculi,ſcilicetin adherentetunica, vel coniunctiua vulgomedicis, eofdem mores significat; ex copia enimfanguinisin venaseiusmembrane confluentisrubedo ea nafcitur,undecaloremfignificat: at pretereaexalio capitedi Etimoresexrubore oculorum eliciuntur,fcilicetcapite apparen tiummorum; namiratis oculiincenduntur.Homerus deAchil le iratos oculos eiusardereflammisdixit, &alibioculosinftar ignis LiberSextus. ignis refplenduiſſe. Senecalib.1.deIra,cap.r. flagrant,&mi 247 cantoculi: multus oretotorubor. : Canonhic,quaexparteamoribusapparentibuspendet,mul- Cenſura. tò magis adneceffitatemaccedit,quam utextemperamentoeli. citur, quamqueexfolotemperamento,feuextemperamentiar gumentopetuntur . Colores Iridis aliarationeeuariant, inaliquibus enimfunt Additio. granaquædam, velutigrana millijdiuerficoloris areliquaIri de, Greciceneros vocant. Eiufmodigranahisfanguinea,bis cerulea,bis aliorum colorumfunt: aliquibus grananonfunt, fedplures circuli, v. gr. interdum Iris abalbofeiungiturcircu lo diuerfi coloris , tum ab Iride ,tumabalbo , &a pupilla alio rurfus circulo difiungituralterius ab omnibus coloris . Multa exeiufmodi varietatePhysiognomi de moribusenunciant: at quanta idneceßitate, ceteri viderint. Reliquaexoculisfignaconiungit . AETERbecfignaexaſpectibus exmoribusqueappare PRAETERE excoloribus oculorúducta, aliaprætereaducūtur exmagnitudineeorundem, &paruitate,exprominentia,& cauitate,ex alijsque id genus oculorum affectionibus . Sedniſi rectèintelliganturnonsatis refpondent,quiafferuntur Canones experientia, nequeefficaci nituntur ratione. Ariftoteles ino Ariftote Physiognomiaoculoseminentesfatuistribuit . Quicunque, inquit, habent oculoseminentesfatui ,referunturad apparentemdecentiam,&Afinos.AtCefendegonoui lofephum IſeumComitemliteratiſſimumhominem,&difertif fimumoculismultumprominentibus: nequeminorprominentia TranquilloVenturellionobiliitidem Caſenati,cuiusinagendis 24 rebusi: Deconiect.cuiufquemorib &. rebus magnafuitfolertia, & maximamin literis expectatio nemfui concitauerat , at ob acerrimas inimicitias renunciauit adbuc adolefcens Sylla Vicedominus maximoiuuenis ingenio, &mathematicisſcientijs aptiffimus, præfertim mechanicis, prominentes &ipſebabetoculos,ficutfilius meus olimGrego rius adliterarum uniuerfitatemnatus, atnuncin austeraexě plarique Capuccinorumfamiliafanctiori philofophiæoperam dat; utCanonidcircòex prominentiaductusmultaspatiatur instatias,interquasfubiungo,Bonifacium Caetanum Cardina lem, achuiusProuincie uſqueadannum 1612. Legatum , cui acerrimumfuit, tuminactione,tumincognitioneingenium, oculostamenprominentesbabuiffe. Remergonosex principijs huncinmodumdeducamus. Mediocres oculiinter magnitudi nem,&paruitatem interprominentiam , & cauitatemfunt optimi, atque anaturaintenti,undeintegrenature funtnota, proindeque morum etiam , ac probeindolisargumentumpre &in1.de InPhyfiog. bent, utfatetur ubique Aristoteles . Cum verò cerebrum hifto.anim. magnitudine,&humiditatemediocritatemexcedit,oculosquo Canones que maiores ,prominentioresvéiufto exhibet : quiexceffusbu duoprimus miditatis, acmagnitudinis cerebri, cum paruma mediocritate 1 &fecundus. recefferit , in contemplationem magisdisponit: cum veròplus multòexcefferit, adſtupiditatemadducit ; immodicaenim hu Lib. quod miditas stuporemex Galenofacit. Canonitaque Aristotelis , mores feq. hoc modo,dequehocexceſſuaccipidebet . Experientia de mo oculis . temp. corp. dico exceßuprocedit. Canon3.de-Cumcerebrumficcitate, atque paruitatea mediocritatede paris, ca ficit , oculosiusto minores, atqueprofundius fitos exhibet : at cumreceffus cerebri in eas conditionesfuerit modicus , ad actionembomo, t) caliditatempromptiorredditurobfuperius Canon4. dicta: atcumexceffusfueritimmodicus,feritas quædam moris indi LiberSextus. indicatur . Et hæcdixiffefatisfit. Cupidos prolixioris tra Etationis ad Physiognomos allego : quibus tamenomnibus non est ubique fidesabſqueiuſtoexamineadhibenda . De Naso. SIGNA deſcribit naſi. N nonhabetadactionemimpulfum,exhibettamen Asvs indicia morumexmoribusapparentibus,velpotiusexfi nenatureininstrumentoconformando,v.g. quibusexeſtuat præcordiaadrefpirationemfufficientem , naresapertafunt ac comodate . Undefinares apertas videamus, conijciemusho miniexeſtuantia præcordiaeſſe, proindequeeſſeiracundum , quem & Aristoteles Canonem in Physiognom. exhibet his verbis. : Quibus naresapertæfunt, funtiracundi, referun- Canon. turadpaſſionem,quæfitinira . Hucveròilludpertinet. Collectumquepręmens voluitſubnaribus ignem Alioexcapitenaſusſignificare creditur moresobtacitam , cumpeneſympathiam; crediturenimnaſatoshominesetiam , abundè mentulatos effe, utlegamusnaſatospro largèmentula tis penèsmultosauctores. Lampridius inHeliogabalivita paffim . Naresqueamplefignificare dicunturtestes craßos, amplosque. Quidamrecentiorficdenaſofcribit, Idvirona ſus lõgus, &groſſus ſignificatpræputiummagnum, &èconuerſo: &fuperhocdixitquidambenè Adformamnasidignofciturbasta baiardi. EtdeNaribus, Nares naſiſignificant teſticulos hoc modo, Virgil.libro 3.Georg. 250 Deconiect.cuiufquemorib.&c. modo, quiagroſſæ,&latæ fignificantgroſſos, &la tos teſticulos, fubtiles verò ſtrictos,&paruos inom ni. Hecille, Quia veròamplitestes, craſſiquefemenpluri mumgignunt,in venerempropenfum videnturhominemred Annotatio. dere . Non equè amphis penis venereampropenfionemde monstrat; quippèqui difficilius intendatur ex Ariftotele ing problem. 2 4.fect. 4. Hec,quadenasi, acpenis, dequenarium,actestium con fenfu,&Sympathiadiximusinidrelabunturfignorumgenus, cumabeffectu adeffectum tendimus,quorum uterqueab ea demcauſaneceffario nexu,velfaltem naturalidependent. Rem anteadistinximuslib. 1. buius4.partis, Cæteraſigna coniungitex craffitie, &cenfet . SIGNA verò, queexcraffitienafi,acfubtilitate,inex tremitate eius præfertimducuntur, &exacumine, ac habetu dine, ceterisque eiufmodi affectionibus,amepretermittuntur; petuntur enim exanimaliūfimilitudine, dequaargumentatione iamdifferui. Interimablegolectorem eius cognitioniscupidum adPhysiognomiafcriptores:hoc unumfubnotodenaſo aqui lino, exquocetera astimaripoterunt ; roftrumincuruumaqui Lerobureius, &adpugnandum aptitudinemostendit; eaenim parteetiamadpugnamutitur,&figura ea addiuellendum, que apprebenditeftaccommodatiſſima, atinhomine cumnafus adnullampugnamfitfactus, fedfolumadodorandum,&re ſpirandum, &quodfimileargumentumpræberefimilisfigura potest ? imo potiùsmoleeaexuberante,cumredundantiama teriefignificet , acumenmentis indicare videturnon uſque quaqueinfigne: &egofanèbocobferuaui induobus,alioquin egregijs egregijshominibus,&literatis, quinonadmodumacutierant, ſedtenacespotiusfuefententie. FridericustamenMontefel trius primus VrbiniDuxingenio, &prudentiapolluit,naſum queaquilinumhabuit. §.Tertius. Exmoribusapparentibus . CvM spernimus, velſubſanamus aliquemcontrabimus Sursumnares,& nasum, quiadlateradilatatur, corrugaturque. Huncnafihabitumaduncum vocauitPoeta. Naſoſuſpendisadunco. Cumetiamceunauseabundirespicimus aliquid, eandemfer mèfiguramnaſusſumit. Quiergonatura naſumeiufmodi obtinet, contemptor, & Canont. Subſannatoreße videtur; cuiquefacilèalienares, &actiones nauseam moueant: nosItalice,ichifo,vocamusin actiuafigni ficatione accepta voce,quieiufmodifit. Cumveròquippiamdetestamurindignabundi,naresadfi nistram,autdextrampartemdetorquemus; quocircapoffumus buncfubijcere Canonem. Quibusnaresdetortaaddextram,ſinistram départem , Canon2. Suaptenaturapropenfividenturaddetestationemaliorum , cumindignatione. HosItalicèhomineseiufmodidicimus, di ſpettofi: coniunxit veròDantes,diſpettoſo, etortoin Capaneo.. Egiacediſpettoſo, etorto. Sequutus estTaßiusinArgante. Epiùcheprimadiſpettoſo,etorto. : Deconiect.cuiufquemorib.&c. DeOre. Caput Decimumtertium. Canones exhiatuoris, &dentibus. Dos ADostranfeamus. morefuntlabia,dentes, lingua,bia tus,exquo hiatuosdicitur; estque velanguftum,vella tum,amplumque,&inaliquibus uſquereſcoſſum: alijaddunt differentiamprominentia, &cauitatis. Oscauumnos,boc cacaffa, vocamus,ficutiosprominens,boccain fuori, E fingulis veròdifferentijs Canonesipfipromunt,&proponunt: verùm plurimam partem ex animalium fimilitudine deducunt: ex conformationenafcunturfolum, quiexhiatu , & dentibus Canon1. Canon2. ducuntur. Nempèadrespirandum , &comedendumhomini datumeftos: quibusergo magnumest, ac validisconftansden tibus , ijs voraciores etiamfuaptenaturaexeaconftitutione videntur effe . Latitudo prætereaoris , &amplitudoadma gnamaeris copiam inspirandampertinet. Quodficumeaam plitudineoris coniunctafintfignacordisfrigidiufculi, neceffe erit hominem eiufmodi precordia valdè perfrigerata habere. obintimumcalorisdefectum, &obaduenienteminspirati aeris Canon3. perfrigerationem : at veròficalidi cordisindiciaextent incor pore, achominequadrato,rectequeconſtituto,poterimusexam plooremaiorem adhuc calorisgradumconiectare; quaſinatura adeius moderandamincenfionemampliusfubfidiumparandum Ingenerius. pro maioreincendio iudicauerit. §. Secundus. Reprehenfiononnullorum . QVI veròexamploore, &dentibusmagnis,robuftis,ac Spiffis fortitudinemhominis pronunciandam docent, errant ; non LiberSextus. nonenimadpugnamdatumeſtoshomini, utcani , )leoni,  ) idgenus animalibus, utexfimiliore,ſimilesmoresconij cere liceat : neque etiamexeo,quodoſſaaliquamagna, &va lidafintaudaciam, nempècordis caliditatem conijcere licet ,vt exdictisanteapaterepoteft, &patebitetiamexijs,quæ infra debrachijs , ac manibusdicemus. Reliqua signaconiungit, quæ funtex prominentiaoris, exdentibusque. Ex oreprominente, &depreſſoſignamorum grauia du cit Polęmo, exfimilitudinefcilicet animalium. Os enim pro minensſues refert ; unde moresquoquefuilesarguit. Os de •preſſuminuidum,malignum, t) impudicumhominemfignifica re afferit : at argumentafunt parum efficacia. Receßusfanè anaturalifituquandamdemonstrat formatricis virtutis im perfectionem,que tamenimperfectio nonfempermorum im perfectionem importat, cumnoncaditin partesmoribus deſti natas,utincor. Ex labijs prætereafigna hauriunt, fi gracilia fint , aut Arift.inPhy tumida, crafſavé,ſi labrumfuperius promineat inferiori , aut contra inferiusfit prominentiusfuperiore : at exfimili tudine animaliumomniapetuntur. Ex moribus apparentibus. fiogn.ca.9. : Dvmirafcimur,comprimimusdentes;quiergodentesfua- Canont.ex ptenaturacompreffos retinent,iracundi videripoffunt. dentibus có preſsis . Quiſubſannanthominem aliquem, exertoinferiorelabroid inferiorela Canon2.ex faciunt; qui ergoeumorishabitumfuaptenaturaobtinent, fub- bro exerto, Sannatores &pminéte.  De coniect.cuiufquemorib. &c. Sannatores videntur effeexapparentemore; undeprominen tiainferioris labri, cumad eum habitum accedat,ſubſannato remetiamindicare videtur magis, quam labrumfublime,t) deorfumtendens, quodmaledicentiæfignum affert Polemoin fignis maledici; quia, inquit, referunturadcanes : atca nesnonfunt maledici, licètlatrent, utarceantafinibus,quos Canon3.ex Jinguęinter Jabramotio ne. 2 custodiunt, viatores . Inproludijs veneris adexeiendaofculalafciuafitlabiorum, aclinguæ lambentisfrequens mutuusquecongreffus; quibuser 2oisfuaptenaturalinguæinter labiamotus , & vicißitudo, laſcini videripoffunt, & venerei. Etvulgo etiamita ha bent. Præfertiminpuellis is motusobferuaturutpruritusin Veneremindicium . DeFacie. CaputDecimumquartum. Quas partescontineatfacies. Fid significat Aristot.definitio,etiam ACIES est, que inter caluam , & collum continetur. fialijs|prolata verbis. Suntautem; Faciem eampartem nominamus,dunta xatin homine,quæcaluxſubiecta eſt. Verùmfubin telligere oportet vocemcapitis, utfittotadefinitio Arift. Fa cies eſt ea pars capitis, quæ caufæfubiecta eſt, in ho mineſolo; nam reliquaanimaliafacieinuncupatione nonho bilofop! neftamus, utPhilofophusipfemetaßerit. Etfanè Ariftotelica estexacta faciei defcriptio. Formaenimac ſpeciescuiufqueſeu figuramdicere malumus, exfaciepotiſſimum, velfolum elici tur. Hancunampictores, ſculptoresvéeffigiantadrepræsen tandamabfentibus, &pofteris hominisformam: Vultus qui fit , continentur LiberSextus. fit,anteain2. parteharumlib. 2.deamorecap. 12.diximus. Infacieprimù continenturpartes, exquibusresultat,fcilicet frons,tempora,aures,oculi,nafus,gena,os,mentum. Secun 255 dolocomagnitudo, autparuitas,utaliquafacies magna est, aliaparua. Tertiolocofigura, &queexomnibusemergitfor ma; bumanaautemſpecies,acforma,prefertim, velfolum, ex facieelicitur. Quarto loco continet vultum,qui ineo prefer tim areliquis tribus differt, quodipfeaduentitiuseft, &fubin depro varijsanimiaffectibus mutatur,atreliquatriaperma nentiafunt ,&infita,nonaduentitia . Defacie ergo ex his finguliscontentiscanonesafferuntur: interreliquas veròpar tes genæanobisomiffepræfertimfaciem alterant, &colore & habitu, quatenuscarnoſeſunt, aut macilenta . Decarnoſa facie,&macilenta .  PROFERUNTUR ergo hi Canones. Facies carnosafegni Ariftot.in tiemfignificat; referturadboues; præterea timiditatemrefer- Philiogn. turadafinos, &ceruos. Atfaciesmacilentabominemaccura tumcommonftrat. Polemomaxillas carnofasmollitiei,ft) vi nolentiæfignumafſferit: macilentas valde malitiæ, &fraudis, Nonæquècarnosegene,atque carnosafrons, carnosaque Annotatio. temporanimiamcerebricaliditatem,feu minoremab eo caloris cordis refractionemſignificant, magis enim calefcit afrontis carnose,temporumquecarnofarum caliditate cerebrumobpro pinquitatem maiorem,quàmacaliditategenarum. Quenatu ra confiliomediocriter extolluntur, ac turgent addignitatem oris, &adrobur musculorumfaciei, quibusin mandendo ma xillarum motusexpeditur . Vndefinaturalem babitum fpe- Canonpri Etemus,carnofegene validioremnaturam,quàmmacillente mus. fignifi 256 Deconiect.cuiufquemorib.&c. Canon2. ſignificant, adeoque & meliorem. AtquoniamStudia, t)cu ræemaciant , ideo macilenta eędem genaeex aduentitio habitu Fran.Picco- curishominem mancipatű, velſtudijsdeditumindicant. Fran mineus. cifcus Piccolomineus celebrisnatura atate Philofophusfaciem Fridericus fummamacieconfectamexlongo studiocontraxerat. Frideri Pendafius . cus Pendafius magnus &ipfePhilofophus carnofioremferua uerat . Concludo maciem genarum naturalimfignificare vel ficcitatem excedětem, velfrigiditatem exuberantem; obquam nonprobèattrahatur, conficiaturquealimentum, unde mores frigidos, timiditatem, inuidiam, velaufterosfignificat,trifti tiamfcilicet acfeueritatem ,feu morofitatem. Macies aduen titia nififuerit exegritudineaccuratumhominem, exercitatum negocijs, autſtudijsdemonftrat. Atfiue naturalisfuerit ma cies,fiuèaduentitiaacuratumfignificat . Mediocris tamenha bituseftexpetibilior,cuiusfuiffè videturex IconeD.Th.Aqui nas. Verumenimueroprodiuerfahominumtemperie, ) ma ciesfaciei , &carnofushabitus magnam ingenij vimcomita tur . Clemens octauus Pontifexprudentißimus, acliteratißi mus,carnosafuitfacie.Innocentius nonus, Urbanusfeptimus Pontifices,&ipfi laudatiſſimi, etiamfi vixPontificatumgu Stauerint,fueruntcontràmacilenti. Canon. De facie magna, ac parua. Сvм magnitudine exceditfacies, materiæ abundantiam demonftrat, quamcomitarifoletingenijbębetudo. Cumveròparuitatemultumdeficitamediocritateiusta, ac proportionedebita, cerebrumquoqueminusiustoarguit, unde caloremquoque minus cordis refractum, () cerebrum ipſum magis excalfactum ,proindeque magisexficcatum,quàm par fit, LiberSextus. fit, indicat, præceps iudicium, inconstansanimus; cumquema 257 gisexcefferit ,feri uſquemores eam crafimfequuntur. Ne Etuntur cum illis, quæ antea de paruitate capitis dictafunt. AristotelespufillanimisfaciemparuamtribuitPhysiogn.c.6. Hectibibonelectorproprobabilibusaßigno,nonpronecef- Cenfura Sarijs vendito .De figura Faciei. FIGVRAfaciei in vniuerfum videturhis diftinguidif ferentijs. Utrum oblongafit , anrotunda, an lata; angusta enim, quelataopponitur, adoblongamreducitur: ita veròhe differentie deducuntur. Velfacies æquèfecundùm altitudi nem,atqueſecundumlatitudinem extenditur , & rotundaest obſemidiametrorum æqualitatem,autfecundumlongitudinem, feu altitudinemmagis ,quàmfecundùm latitudinem extendi tur, estqueoblongafacies; velmagisfecundùm latitudinem exporrigitur,quàmfecundùmlongitudinem, &facieslata vo cabitur . Facile veròintellectu est longitudinem, quam &al titudinem voco, afronteadmentumſumi: latitudinem contrà agena adgenam. Aliqui, utPorta, aliamfaciei rotundita tem inuebunt, estque, cumturget , &prominet in anteriorem partem, cuirotunditaticauamex aduerſo ſtatuit ,quæfcilicet depreffaeft: aliterdicamus,faciemhoc modorotundam effe,que in anterioreparte conuexaeft ; cauam, que in eademparteest concau. DeForma . DISTINGVO formam a figura, licètAriftot.inanima libus confundat, &iure; attamen ob penuriam nominum di Stinguo ego inpreſentia voces, ut res, licètpropinquas,diffe R rentes 258 Deconiect. cuiuſquemorib. &c. Differentia rentestamen, diftinguam clarius: Praterergo communemdi interfigura, Etamfiguram aliacomponiturexfingularumfacieipartiumfi gura, exearumqueintersenexu, acreſpectu; quamformamdi co, v.gr.sinafusfimus, depreſſafrons ,os cauum,gena de miſſa,ſeu macilenta , oculi caui, aures acuta , magne,est formaquædam. Sinaſusſimus,fronsrotunda,oscauum,ge ne macilente, oculiadhuc caui, eftaliaforma: atfireliquafer uentur, varienturfolioculi, velfolum os, velſolagenæ ; alia estforma: multò veròmagis varianturforma ,sipluries va rientur partes; quoniam veròfingula partes pluribus UA rianturmodis (fronsſolapluſquam s 76. exfuperiusfcriptis) &infingulis modispluribusgradibus,interſeque varijscom plicationibusreferuntur. Nasciturinde illa infinitapropemo dumformarum humanarum varietas, quenumerumimmen Sumhominumfuperat potius,quàmæquet: vixenim duoin tantonumeroreperiuntur, quiprorfusfintfacie fimiles, nedum Obferuatio prafentium ,fed etiam preteritorum hominum . Effigiatores effigiatorű . cumfingulaspartesobferuent, earumquedifferentiasreprefen tationeipfarum effigiemfimillimamperſone, quamimmitantur reddunt. De pulchritudine, & deformitate. PVLCHRITVDO informarefidet; fienimfingulepar tesfuerint rectèformata,atquefibi inuicemrectèrefponderint, eritpulchrafacies, accedentenempecoloregrato . Poffunt au temfingulaparteseffepulchræ ,acfibi non respondere , v.gr. oculi, nedum amigdalinæforme,pulchrieffepoffunt,fiaffabrè delineatifuerint ,fedetiamrotundiores; pariternaſitum recti, tumaquilini, cum graphicèfuerintconftituti, pulchri effepof funt: idemdereliquispartibusdixeris: atnaſusaquilinus pul cher LiberSextus. chercumgena turgidiore pulchraconuenitpotius, quàm cum 259 graciliorepulchra; &contrà,genapulchra,fedgracilioramat potiusnasumrectum,quàmaquilinum; idemqueestinreliquis partibus conferendisdiftinguendum. Zeusisitaquecomponen dodiuerfarum fæminarumformofarumpulchriores partes ad Veneremeffingendamnonrectèfeciffet, nifipotisfuiffet,quæ cui congrueret, cognofcere. Turpitudoergoex contrarijsnafci tur: exturpitudinefcilicetfingularumpartium; atmulto ma gis, cumturpesillapartes interfepugnauerint; cumpræfertim turpisetiamcoloraccefferit. §. Septimus . Canonesex figura,&forma. MVLTIfuntCanonesexfigura, &forma, quospaßim Physiognomi afferunt,Aristot. Palemo, Adimantius,Michael Scotus, Porta, Ingenerius, adquosallegolectorem: nonmul tamilli neceffitatem continere mihi videntur, (&iactis ante principijscohærens est) noneffeneceffarios; nonenimtempera mentumexeacordisfatisefficaciterconcluditur, &nullumba bet adactioneminstinctum: dicuntipfitamen. Faciem oblongam eſſehominis iniurij , Arifto teles ad Alexandrum. Rafis, Conciliator, Ingeneriusdicit eſſe fuperbi. Faciem rotundam eſſeimpudentis, Ariftoteles in Physiogn. capit. 6. Ingenerius dicit eſſe notam iudicij exigui . Faciem deformemeſſe illiberalis hominisAristo teleslib. eod. capit. 9. Porta , / Ingenerius hominis mali dicunt,&priorRafis. Ariftotelesinapparentemconuenien tiam refert . Fa 2 260 Deconiect.cuiufquemorib.&c. Faciempulchram optimorummorum indicem , Lib.4.c.11. Physiognomipaffim dicunt , idemfatetur Porta,qui tamenex obferuatione bifloricamultos pulchros corporefuiſſe improbis moribus colligit ; idemqueplerumque obferuamus in iuuenibus hominibus : in mulieribus veròformamnonfatisfidam pudi Ouidius. Canon. Exceptio prima . citie cuftodem credimus . Lisestcumformamagnapudicitiæ. Sedforfan ob occafionempotius, quàmobpropenfionem pec candi. DeVultu. Caput Decimumquintum . VVLTVS, quifit, anteaexplicui. Quisque autem affe Etusfuum vultumhabet ; estiratus vultus,triftis,le nis, hilaris, petulans, modestus, contumax,obfequiofus,pudi bundus,impudens: non estautem,quiex vultuanimiaffectus vehementes nonagnofcat; &faciliusintelliguntur,quàmex plicentur: attameninfrainſecundamethodiparte tentabodeli nearefingulos vultus, nehæcinterimparsplusiufto excrefcat. Sit autemhic Canon . Quifuapte naturavultum alicuiusaffectus indicem reti net, est in eundem affectumpropenſus natura . Nifiaffectus alius obumbret, ex.gr. pudoris affectus inpu dibundis hominibus cumfuerintin locopublico , aut coramper fona,quamreuereantur, obumbrataffectumira:pariterinhis hominibus cum inpublicum procedunt, pudoris nota mode ftiam, ac lenitatempreſeferunt,quitameninpriuatislocis, & cumperfonis, inquasiusbabent,funt morofißimi, &infenfi. Experientiaestfrequens. Nouiegoduas adhuc viuentes mu lieres pudibundas in publico, intradomesticos veròlares gra ues maritis, &familie. Fallit LiberSextus. : 261 FallitprætereaCanoncumbipocrisisinualet,&demumex- Exceptiofo terioris compofitionis propofitum. Tumenimfubdolo vultu cunda. verus tegitur , &plerunquemitisfacies immanemſeuitiam occulit, utde CaligulaTacitus; Immanemanimumfub- Lib.6.an. dolamodeſtia tegens. nal. Mariusfuit vultutetrico, &afpero, utdicit Plutarchus Exemplum Canonis. ineius vita;fuitque etiam animo bellicoso, &aspero .  ( R3 LI  De coniect. cuiufquemorib.&c. Repetunturdicta, et proponunturdicenda,quaad Physiognomiamspectant. CaputPrimum. Fundamentorumfuperius ſtatutorum rigore de flexiinproximo libro;nampluraexpartiumtem peramento de moribus philofophatusfum,quàm anteapoffeexillis colligipronunciauerim . Atta men &probabilitatemſum profeſſus ,non neceßitatem, & a ceterorum Scriptorū veſtigijs prorfusrecederefuperbiam redo let, & abundatiordoctrinareprehendi nonfolet. Nunc tamen abſolutafacie in eo, quodrestat corporis, orbitam abinitiopro pofitampreßiuscalcabo . Potiusfcilicet conformationis instin Etum,quàm temperamentumtractaboartuum ;pectoris verò, dorfi temperametum,exeoqueargumenta morumanteaex pofui, bicfolùmfummatimreuocaboin mentemlocum,cumfue rit opus,aut mentio inciderit . Inpreſentiaautem repetitis quæ diximus; proponemusquædicendarestant eorum,quæ ad Phy fiognomiam pertinent . Primo ergo loco demonſtrauimusfo lumcordistemperamentumperfead mores spectare, eorumque varietateminducere ; artuum autem temperamentum nequa Primolibr. quam . Temperamenta ergocordisfecundo loco diftinximus, &fexto. cap.quinto, includendo etiamqualitates cordisfecundas, &figuram eius, acquantitatem. Quiquemoresfingulas cordiscrafesfequantur tertio locofubiecimus. Quartoloco in conformationealiquarum partiumimpulfum , &instinctum adactiones, acperturbatio Lib.3.cap. nes refidere monstrauimus . Quinto postea loco, nouofacto Pag. 2. principio, Physiognomie officium , ac partes enumerauimus. Sexto LiberSeptimus. 263 Sexto figna temperamentorum cordis attulimus tuminfito-Cap.3.4.5. rum,tuminfluentium,tumexcerebro,tumexhepate. Indead 7. Cap.8. conformationem partiumtranfiuimus,&ademergentiuminde Cap.9.10. morumargumenta,primoque inſtinctusconcupifcibilis facul tatisfedes,&loca aperuimus, atqueirritamenta : erant autem ventriculus, t) venter, &partesgenitales: deindeadfingu laspartestranfiuimus,factoacapiteinitio, cuiushucusquefin gulasparticulas , earumquenotaspercurrimus . Capitis magnitudinem figuram Frontem Supercilia Aures Oculos Nafum Os Faciemipsam Et Vultum . εν. VI. VII. VIII. Cap. IX. X. XI. XII. XIII. XIIII. XV. Restantitaquepartesinfra caput,quarum,cumpectusiam, partesgenitales tractauerimus ,ſuperſuntfolipropemodum artus,quorummunus est motus aliquis, autinceßus,pedum, )crurum, auttractuspulſusvéfublationis,depreßionisvé, Seucollifionis brachiorum , ac manuum ,perquos intercédentes motusexpediturpugnacumalijs animalibus , & cumipfisbo minibus . Quamobremartuumomniumconformatiofolumad motus instinctum exhibere videtur : quorummotuum,quiad pugnandumſpectant,mores audaces, )bellacesindicant,nem peconformatioad expeditospugnæ motusaccomodata indicat R 4 bomi Deconiect. cuiufquemorib.&c. hominempugnacem, acbellicofum; &ferè nullum aliud mo rumargumentum exartubus elicitur. Nos hocprimumargu mentumtractabimus; deindeceteraadintegritatem artisbre uiterpercurremus. Roburad Arift. mentemdiftinguiturinroburinge nuum,acferuile. NEECESSE autemestaderroremeuitandumdistinguere roburcorporis , ut Aristot.egregiè distinxit primo lib. Polit. cap. tertio , robur enim aliudestad neceffarios uſus ,ac feruilia,fcilicetopera ; aliud ad eiufmodi opera, & uſus in eptum, &adciuiles ufusaccomodatum,ad oportunitatesfct licetbelli, & pacis: hæcautecorporarectaeffedicit nempètere tia,acaptèfoluta, SIGNIFICANS illaeffe compreſſapotius , accolli gata. Exquofundamentofit , utnonomnerobur bellicofum, &fortemhominemfignificet; nonenimferuile roburidmoris indicat ,fedfolumciuilerobur, adque ciuiliamunia accomoda tum. Robur itaqueadgestandaonera, qualeeſt baiulorum, cumferuileopus refpiciat, noneftargumentumfortis,acanimo fibominis. Dorfumergofirmum, ) validum nonrectèpro notafortitudinis , &audaciæ adducitur; videmus etiamdof fuariaiumenta nonadmodumgenerofa,quiquoquebrachiaha bentcraffa,&colligata,paritercraffasmanus,acbreuesadex tollendapondera,acfuftinendarobuſtifunt; at ad vibrandate laadrotandumenfem minimèapti. Distinguendum estergo, que,qualisque effedebeantfingulæpartes adobtinendumrobur hocciuile, &ingenuum. Sienimtalesipfafuerint,argumen tumexhibebuntanimiquoquebellicofi , & audacis, exsuperio refundamento,quòdfingulispartibusſuusfitinditusinstin 9 Etus a LiberSeptimus. 265 Etus, aptißimèautemconftructis , maximus: utfummatim autem remperstringamus , roburbellicum huiufmodi potiffi mumStructure corporisinniti videtur. Descriptiopartiumadrobur ingenuum, ac bellicum . CaputTertium . Ssaprohumano modofolida; nonmagnam itaque me dullamhabebunt . Leonis ofſaprorfusexiguam obtinent, ex Aristotel. propterfoliditatem : debent tamen mufculifuo. roboreoffiumpondus excedere, utfcilicetproarbitrioanimus, quimufculis voluntarium motumexercet,ea mouere,qua ve locitate, &quoimpetu libeat, poffit . Nonergo valdecraffas &magnaoffaeffedebent;fecus,ficutenimfimufculiiuxtaeam proportionemexcrefcerent, corpusin nimiammolem excrefce ret. Atbellicum , ciuileque roburadeò materiatum corpusnon libenterpatitur; nam cumprudentia, iudicioqueiuncta effede betfortitudociuilis, ac virtus quæque : verum in tanta mate rie mole vixprudentia locumhabet, utinadagium cefferit. Homolongusraroingeniofus. Longitudotamen offium adroburfacit, maiorenimictus cumpercutiens, extremitasfi quidemlongius a centro , circaquodreuoluitur, abeft: nam t motuseius velocioreft, cumeodemtemporemaius spatium , nempemaioremcirculum, vel maioremarcum tranfeat: tere temautemconformationemratiohæcexigit: mufculirobuftief ſedebent, undepleni: præteripfos autemalia caronon exigi tur,faltemnon multa. Siquidem & ponderiestmembro , facilèinfudoremdilabitur, aclaffitudiniexpofitaest . Muſcu lofumergocorpus , ) torofiinufculi, qualis estleonumquoque babitudo; offa verò ubiconnectuntur,necastricta,nec laxa nimium 266 Deconiect.cuiufquemorib.&c. nimium colligatione iungidebent; laxitasenim debilitatemmo tus efficit,cum mutet verfionis centrum: contrà,aftrictio ver fionemimpedit,faltem minuit,atexreceffuin contrarium mem brum maioremdeindeimpetumdat. Infaltu etiamrecedimus, utexmaiore excurſu longius faltemus. Manuslongacum digitisfcilicet longis , & muſculis validis ,qui tamen cumin manufatisfintfubtiles,potius neruearum appellationem mani bustribuunt,quàm musculofarum: longitudoadampliorem apprehenfionemfacit :foliditas offium admotuum, fictuum Validitatem ; funtqui digitorum iftu mallei instarfrangant nuces: aliquifoleas equinas compreſſione,veldistractione) gunt:foliditas offiumpræfertim adictuum vehementiam con fran ducit . Humerilati adbrachiorum motum validumpertinent: brachia enim tum bumeris , ac fpatulis nituntur , ut partiim mobili, quæ exigiturin motuex Ariftot.lib. de motuanimal. at valido motuinonnifivalidaparsrefiftit,præterquamquod mufculiin motu brachij confpirantes,in ea amplitudine maio res , ) robustiores eſſe poffunt; quoniamque nonfineim preffionepugnamus ,& motu , autnixu pedum,&crurum oportet effe robustas,ut eadem effe debeat eorumſtructura,que brachiorum: pes itidemſolidorum offium , & neruens , conca uaqueplanta, queomniaadimpreßionem vehementioremexi guntur. Contràautemcarnosaplanta,puluino, ceuquo piamcarnis molleminnitumpræbet,nonvalidum, robuftum. Hicfit caracter corporis ad robur bellicumfacti; exquofunda mento quiddepartibusfin gillatim dicendum fit pater. : De ! LiberSeptimus. Defingulispartibus infra DeCollo. OLLVMforte, non vehementercarnosum,musculofum fcilicet,fortitudinem indicat; ad motum enim brachiorum ob connexionem , &ipfum concurrit . Hocipfum Aristot.in Physiogno. collumforte,non vehementercarnofum incaratte refortis reponit; fimile etiam collum laudat Palemo . Collum carnofum,præfertimque carnosaceruix,fi potiffimum babent iunctum dorfumcarnosum,feruilepotius robur,qualebaiulo rum,indicat. Collumgracile, & imbecillemotuum imbecillita temfignificat,principium enim vertebrarum,ac neruorum mo tiuorumcontinet, quosſuanuditatenequaquamfouet . Delugulis. Svb gula, &ingulaconfinioiugula, exquibus, & illud Zopiri Physiognomi de Socrate iudicium , quòd refert Cicero inlibro de Fato his verbis: Stupidum eſſe Socratem di xit, & bardum,quòd iugula concaua nonhaberet obſtructas eas partes,&obturatas eſſedicebat: addi dit etiam mulierofum , in quo Alcibiades Cachin numdiciturſuſtuliſſe, licètfit canonAristot.in Physio gnomia; benèfolubilibus existentibus ijs , quæ circa clauemfa cilè motumſenſuum excipiunt: quibus verò , quæ circa cla uemconcluſaſunt,infenfibiles. §. Ter 268 Deconiect.cuiufquemorib.&c. DeHumeris. HVMERI lati,&valdedistantes,necrvalde colligati, necomninodiffoluti,fortitudinem indicant,patetexfundamen toiacto. Ariftot. quoqueſuaauctoritatefirmat, ijfdem prorfus verbisinPhysiognom.cap.fexto, incaracterefortis. Odyfs. 18. HomerusinVliffe defcribendodicit, Apparueruntautemeilatihumeri, Pectoraque,fortiaquebrachia . §. Quartus. De Dorſo . DORSVMmufculofum &amplumadbellicumroburper tinet, ut'exproximocapite; carnofum, utdiximus ,adferui leroburpotius. Aristoteles metaphrenum, quodeftdorſipars, bene carnofumfortitudinis indiciumfacit : bene carnofum au temfignificat aptè carnofum ,fcilicet musculofum : in aliquo etiamCodice,non carnoſumlegitur: vtraquelectioverum fenfumpoteft obtinere. Adimantiusabundanscarnedorfum infenfati virifignum dicit, quodfuffragaturdictonoftro. DePectore. PECTVS latum, itëpilosum,glabrumvé,quodcordistem peramentumfignificet , anteadixilib.quinto, Itemquidpectus angustum&c. inderepetatur. Atratione conformationis musculosum ,&latumad belli cum roburconducit, velutiproximèexpofui . DeVentre. VENTER contractus, cauusfcilicetadroburspectat, ut contrà contrd,prominens , & adipofusquieti aptiorem,quàmmotui diuturno, t) vehementihominemfignificat. Ariftot.forti tri buit ventrem, & ipfe contractum: at deamplitudine ven tris in Physiogn.ad Alexandrumfignum effefcribithominis Stupidi ,fuperbi, & lafciui; inPhysiogn. tamen eum tribuit forti,venter, inquit, amplus, &contractus adſe fortis corporis SIGNA. Dicerem ego, forti ineffe ventrem ma gnum,ex confequentia reliquorum membrorum; etenim ne ceffarium est cum dorfum amplum obtineat , & pectus magnum, ventremetiamfubeffè magnum . Preterearobur non finefufficienti cibo conferuatur : unde validum ventrem expofcit , hac etiam decaufa fortis , & robustushomo. Non est magnus tamenexproportionereliquorum membrorumnem pecumilliscollatus estpotiusparuus , nam contractus est, t cauus ; prætereaque in lococinctus reftringitur, homo ciuili, &bellicoroborepræditus . Contrà. Venterexproportionemagnus voracemfignificat, adidenim munus , venterfactus eft, vt cum valdepolleat, valde etiamfitinid munerispropenfus.Arift inPhysiog.vo races dicit, quibus id,quodest ab umbilico adpectus, estma ius ,quàmquodinde uſquead collum. Venterpinguis, & prominenshebetudinis, &preterea Galen.Plin. intemperantiæfignum aPhysiognomis statuitur. DeGenitalibus. IAM dictum estfupra libro s . inde repetatur. DeLumbis. PLACET delumbisadiungerequibus illifunt carnofi, &mollesinlaſciuiampropendere , etenimſeminariaillis vaſa aperta Raſis, Al bert.Arift.  Deconiect. cuiufquemorib &c. aperta effeoportet ex calore, utfeminis effluuiumfitfacile paratu. Contrà,quilumbosduroshabent ad venerem,repa randamfaltem, minusidonei : hincillud Catulli , Qui duros nequeunt mouerelumbos. DeBrachijs. BRACHIA oblongaſolidisex oſſibus,&muſculoſaindi ciumeßeanimibellicofi,&quamobrem vidimusineodempro ximofuperiorecapite. Palemolongabrachia, &ipfefortibus tribuit , imò uſqueadgenua peruenientia manuumextremi tatibus . Michael etiam Scotus audaciæ fignum brachia eiuf modilonga uſque ad genuafferit: at etiamfi usque ad genu nequaquampertigerintexfundamento noſtro,funtindiciafor titudinis, iuxtapreſcriptumcanonem . Sedcanoninon refpon dentque Michael Scotus ipfemetpostadductum eiuscanonem fubiungit . Cuius brachia, inquit,funt valde curta, reſpectu ſtaturæcorporis , ſignificanthominem bellicofum, ingratum ,audacem ,inuidum , ſuperbum, factio fum,&tenacem. Hacille: at certèbrachiorumbreuitas, ficumcraßitieiungatur,potiusroburferuile,quàm ciuile, & bellicumindicant. Albertus Magnus brachiorum usqueadgenua longitu dinem liberalitatis argumentumfcribit , atleue estindiciumli beralis donationis longa brachiorum exporrectio. Ariftot. iu ſto breuiorem cubitum tribuit talorum amatoribus, ex con uenientia, ut arbitror , apparente; iactus enim talorumita promptius expeditur,quamconuenientiamfortèfequutusAl bertus ad profundendam pecuniam,brachiorumlongitudinem propo Liber Septimus. 271 propofuit, atfortè aptiorerat larga manusad largitatem di Stributionis,quàmbrachiumprolixum. De Manibus. MANVS foliditate offium preſtans,acneruea, oblonga quoque adbellicam virtutem aptior eft, proindeque eſt eius ar gumentumexfundamento eodemnoftro. Aristot.fortimagnas extremitatestribuit , magnas nempemanus , utoportet eße defcriptasanobis ,ſienim oblonge cum proportione fuerint , oportet quoque magnas effe. Ioannes Baptista Porta afferit Sfortiammagnashabuißemanus, ) longas, adeoque firmos digitos, utfoleam aquiferreamfrangeret ; manumetiamfi milem Selimo Turcarum Imperatori ' Baizethi filio tribuit , Uterquefuithomobellicofiffimus . Manusbreues,craffe , t) robuste ad roburferuile perti nentpotius,undenoniniuria,utfignumingenij bebetishaben turaPolemone, &Adimantio, præfertimquefiinarticulate. Manusarticulate adinduſtrem aliquam operationemeffe Etionemqueconducunt : adrobuftiorem quidem ,ſi robustiores ipſefuerint: ad molliorem ,fiimbecilliores . Indelicatis itaque feminis,quarumopus acuexpeditur, &adfummumcolo, ma nusoblongas, ) molleslaudamus . Vndeteretes , &articu latæmanusingeniofumhominemſignificant ,quod &Ariftot. ad Alexandrum fcribit. Reliquosde manibus canones,qui multifunt , & aPortacolliguntur,  relinquo . Hoc unumex Realdo Columbo Anatomico celebrirefero, nonquidem Phyſio gnomicum cumfitoculis occultum in viuentehomine,ſedſcitu dignum, &firefpondeatfemper, admirandum . Dicit itaque Realdusin nonnullisilluftribusfuribus,quosfecuit defumßepri mum  Deconiect. cuiufquemorib.&c. mummufculuminternorummanus ,fuccingitis musculusvo Corellariű. lam,tendoibifactus, undeſecundùmnonnullos fit, vt vola fitdepilis . Exquoprocorellariodicipotest. Sicui vola piloſaeſſet , indicium idfuracis hominisfutu rum ; deeffetfiquidemis tendo , &muſculusexquodepilis ef ficitur. §. Vndecimus. De Cruribus . CRVRA mufculofa, exoffibusfolidis, debitamque t) ad reliquum corpus proportionem obtinentia, fortis, & bellicofi animifignumeffeexfundamentoiamſtatutoconftat. Aristo teles hoc totum confirmatin Physiogn. Defemoribusin ver fione vulgata hecfcribit . Qui habet coxas offeas, & neruofas, fortes funt, referuntur ad maſculinum . Etde Tibijs.Quicunque habent crura articulata , & neruofa,& robuſta ,fortes ſecundùm animam, re feruntur admafculinum. Crurabreuia , &craßaroburferuileindicant. Palem. Ti biarum , &calcaneorumcraßitudiniid tribuit. Tibiarum , inquit , &calcaneorumcraffitudoferuilem virum,& hebetem ſignificat. Crura gracilia, &neruosa Ariftot.fignificantlaſciuum, ac venereum hominem; refertque adaues . Conciliator natura lemcaufameamaffert , quoniamalimentum, quodincrura,fi craffiora eßent , abiret , in ſemen conuertitur : que eadem ra tio afferturde claudis,curfint in venerempropenfiabAristot. 4.Sect. probl. De Pedibus. ARIST. in Physiogn. huncprofertcanonem. Quibuf cumque  cumquepedesbeneformati,&magni,&articulati, &neruofi,fortesſuntſecundúea,quæfuntin anima: reducunturadmaſculinúgenus. Hecille,quibusprocul dubioreſpondentque exnoftro illofundamento dicereoportet. Demagnitudinetamen resestrectè intelligenda, aciusta Annotatio. cumeftimationefumenda; fecusenimlargepedatihominesde ridentur, utindeforfan Poeta aliquiscelebrato Heroipedem paruumtribuerit: nonergotantumpedemhomini eße oportet, quantücalcitrofis animalibus, aceapartepugnantibus; inquo rumtamengenerequoquegenerofioresequi,veluti afturcones, minores multo pedeshabentillis, quosfriſones vulgodicimus, &multofuntinferioresaudacia, acbellica virtute: oportetta menmagnitudine potius excedere,quàm deficere, eoquòd ad corpusfuftentandum,&adimpreſſionemfaciendam;cumarti culatipræterea fuerint,ita funt accomodatiores pedes. Fæmine,quenonidroborisexigunt, minorespedesnatura fortiuntur. Pliniuslib.1 1. c.s s. quietiamadpulchritudinem magisfaciunt. Arift.inPhysiogn. Quicúqueautem pedes, inquit,paruos, ſtrictos, inarticulatoshabent, delecta biliores autéviſu,quàm fortiores, mollesſunt.Areo tushincnofterlaudando , t) defcribendo Alcinam ,tribuit illi pedem breuem, tenuem, atque aliquatenusrotundum . Il breue asciutto , e ritondetto piede. Aliquiautemſympathiäfatisoccultampediscùfemineoge nitalitestantur. Hifunt canonesipforüreferete, acprobante Mi De Phyſio chaele Scoto,cuius verbaexfcribo.Si pes fueritlongus,ſtri- gn .par. ctus,&macer,fignificatvulualongam,ſtricta,&ma cra,&è cõuerſo.Itémenſuramedij pedis nudieſtmé fura longitudinis vuluętotiusvnicuique;vnde dixit quida,adformampedistunoſcesvasmulieris.Hęcille. S De cap.23.  Deconiect.cuiufquemorib.&c. ! De contrarijs membrorum contrarij diſpoſitionibus; deque contrarijs ſignis, quid dicendum. QUALIA effeoporteatmembra infra caput adfortitu dinemanimi naturalem,fcilicetſignificandam, vidimus, contraria ergocontrariampropenfionem, nempeanimimollitiem , pauiditatem indicare videntur, atqueitafemperargumen taturArist. in Physiogn.fupponendo,fcilicetcontrariorum morumeßefignacontrariascorporisdifpofitiones. Verùm, ut priorafignanonfintneceffaria ,quòdimpedimentumfufcipere poffint ,bec multo minusfunt neceffaria ; licèt enim robusta membrafuaptenaturamagisdeferuiantadarmatractanda,t adpugnandum,tantatamenest visanimi,utdebiliamembra tenfione ipsa (modò influxusacorde fitvalidus)robuſtared dat viuido illo animiimpetu durante . In iratis hominibus quidroborisinfluatin membra,&artus animus,videmus. Aliud eiufdem rei argumentum phrenetici exhibent; nam phreneticamulierculainfurijsillisfuisapluribus robuštisbo minibus vixinterdumdetineri, ac cohiberipoteft,tantumvi riumimpetus præualidus animimollibus etiammembris inde. re potest. Contrà,firemittaturanimus,vtintimore,va lidiffima , acrobuſtiſſima membratorpent , &omniroborepri uantur, quàm verèillud Virgilijaccomodatur? Non corpore notæ Sufficiunt vires , nec vox, aut verbafequuntur. Uthincintelligamus temperamentum cordis præftare con formationiartuumin negociohoc morum , at moralem babitum prestareomnibus. §.De LiberSeptimus. §. Decimusquartus. Cum figna non funt vniformia. ARIST. Monuitin Phyſiognomiaid, quodesthicquoque memorandum,nonex unicofignoPhysiognomicodemoribus pronunciandum ,fedomnia, velplurafaltem conferendafi mul, atquelibranda . Siergo manus, & brachiafortitudinem indicent,crura, pedes timiditatem , velpectus &dorſum; demumcum contraindicent membra,debemus confiderare utraminpartempotioravelnumero, vel virtute inclinant, exillisquepronunciandum de more,cumquadam refractione, tremiffionetamen, v.g. fiplura,autpotiorafortitudinem fignificent, at pauciora , aut imbecilliora timiditatem fortè eum virumdiceredebemus ,atrefractiorefortitudine,quàm fiadfortitudinem quoquecommostrandam reliquafigna con ſpiraffent . Virtute verò , & qualitate, quæ membrafupe rent,feufignaex illisfumpta declarat Aristoteles in calce Physiognomie verba refero . In omni autem electio ne , inquit , fingulorum alia alijs fignis magis de clarantmanifeſteſubiectum : manifeſtiſſimaautem quæ in principalibus locis fiunt. Principaliffimus autem locus eft, quicircaoculos,&frontem ,&ca put,&faciem; fecundusautemeft,quieſtcircape Aus , & humeros: conſequentercirca crura,&pe des; quiautem circa ventrem,minimus. Omnino autem vtfic dicam ifta locamanifeſtiſſima ſigna præbent, in quibus &prudentiæ plurimæ decor ineſt . Hec Philofophus. 2 S 2 De P  Deconiect.cuiufquemorib.&c. De statura corporis. Quæconfiderenturin ſtatura. ERCVRRIMVS hucusque membra particulariaque queindedefumuntur Physiognomicafigna aperuimus: at estpræterea uniuerfahominisſtatura,exquaPhyſionomimo rumfignaeliciunt : in statura veròdicopræfertimconfideran tur; magnitudo,magna nefint corpora, an parua; ) com mensuratio, commensuratanefint ,anincommensurata . Ma gnitudo veròinlongum, altumque est, & in latum , ac pro fundum;fecundùmillam longa,altaque corporadicimus, fecun dùmhanccraſſa vocamus. Confideramusinbac,vtrumpin guiafint corpora, carnofavé, an macra, &exilia . Colores etiam adiungit Aristot. huic staturæ confiderationi,fint ne acres ,qui calorem indicent, an hebetiores,qui frigiditatem. In Phyfiog. Nunc canones Arift.fubijciamus,quibusinterim cötentierimus. cap.vltimo. Canon 1. Canon2. Canon3. §. Secundus. Demagnis,ſcilicetaltis corporibus. QVI magno, &altofuntcorpore,tardimente, latione enimfanguinisinmagnolocoexistente,tardus fit motus , qui adcognitionemdeferuit . Quimagno, &altofuntcorpore, &humidiscarnibus,aut coloribus frigiditatem indicantibus ,funtmulto maximètardi corpore, ) mente,etenimadcorporis molemaccedunt,aliæ quo-. que tarditatis obfrigiditatemcaufa . Atquimagnofunt corpore, fedficciscarnibus , & colori busacribus, caliditatemnempefignificantibus,birectèſeha bent Liber Septimus .  bentadmotus mentis,atque adſapientiam,etenim contraria momentahominemadiuſtam mediocritatem adducunt. Siqui dem tarditas ex altocorporea caliditate, quamficce carnes, acres coloresfignificant, temperatur . De paruo Corpore. QVI funtparuo corpore, celeresfunt mente; cumenim Canon1. latio corporisfit in paruoloco , celeriterexpeditur . Quiparuofuntcorpore,ficcis carnibus ,coloribusovéacri- Canon. bus, caliditatem,fcilicetſignificantibus, nihilperficiuntnempe adſapientiam,rectamquecognitionenonpertingunt, quoniam tanta eft corum motuum velocitas,omnibuscaufisineamcon Pirantibus, utineodemiudicionunquampermaneant. Quiparuofuntcorpore,atcarnibushumidis, &coloribus Canon3. bebetibus acfrigiditatem indicantibus, rectèfehabentad mo tus mentis, &adcognitionem; velocitasenim motus expar uo corporeacontraria humiditate, &frigiditate temperatur, consistentiorqueredditur §. Quartus . De iuſta ſtatura . Qv1 iufta, acmediocrifuntftatura, optimèfehabentad Canon. fenfus, nequeenim motusfuntmagni, ut tardiusquàm par fit expediantur, neque matus parui, utfint velociores iu fto, utidcirco mediocritas eiufmodi ſeperfectiſſimè babeat admotusmentis. §. Quintus. De ſtatura incommenfurata,&com menfurata,ſcilicet debitam proportionem ১১. habente,autnon . INCOMMENSVRATI funt astuti. Commensurati verò Canon. S 3 Sunt  Deconiect. cuiuſquemorib.&c. fortes, rationemeam affert Ariftoteles,quodin commensuratiad feminam referuntur, commensuratiad ma funtiufti,&fortes, rem: mafculus autem eftfæminaiustior, &fortior,utque in vniuerfum dicatur melior; præterquamquodcommenfura tio tumcorporis dexteritatem,bonamque eiusmobilitatem in dicat,tum generationembonam, rectèſcilicet &exlaudabili busprimordijsgenitumdemonstrat; harum vtranquemorum quoquediſpoſitionem laudabilem significat: illa (fcilicetdexte i ritasmotionum) ingenereſigni:hac(nempebonageneratio) ingenerecauſeprocactartice. S P eroratiode Phyſiognomia . ATIS fuperque ſit hac in alienopropemodumoperede Physiognomiadifferuiſſe ; cuiusfacultatis duofolidaeffe , taptafundamenta vidimus,actertium annectifuaptena turaincognitum,ſolaqueobferuationedeprehenfibile. Primum eft cordis temperamentum. Secundum estconformatiomem brorumpropenfionemhabentiumadactionem: hacdicofunda mentafuntnota, quiaeffectus, ſcilicet eorumin moresfuntcon fpicui. Tertiumfundamentumeftcumabeadem cauſa duoef fectuspendent,quiideoſeſe conſequuntur,eorumque nexus patet;fedcaufanonconstat, veluticumdicitur virilepuden dum, &nafummagnitudinefibimutuo respondere. Hęcin quamtriafunt  Physiognomiefundamenta,apriori,nempe,que procedunt acaufaadeffectum, faltemeiufmodiproceffuminclu dunt,ut tertiumfundamentum. Atapofteriori, cumabeffe Etibus morumfenfuifubiectis admores progredimur . Quar tumestfundamentum,quod'infecundamethodibuius noftre partetractabimus ,licètpartem eius aliquamtetigerimusin oculo Liber Septimus.cs  oculorumfupramotibus varijsque afpectibus . Qui pluracu pit,Physiognomicosſcriptoresadeat. Intelligoautemnuncfub preloeffe commentariaexquifita, acpleniffima inAr Ariftot.Phy fiognomiamCamilliBaldi Bononienfispreclariffimi,&expre clariffimo Philofophonati Philofophi. Nondubito,quinhomo doctißimus, &in verſando,atqueexponendo Aristot. confu matiſſimus punctum totiushuiusfcientianontangat. Reuocatiohorum,quadePhyſiognomiadictafunt adfuperioremnoftram methodum, applicatiog adpraxim . Repetunturſuperiusdicta . ESTAT outquede R outque utquedePhysiognomia digredientes mus,admethodumfuperiorem nostramreuocemus ,illi que applicemus . Monebamusergoinea methodo,ut mores exSenſorijdifpofitione,fcilicet mores, & inclinationesnatura les, cum affuetudinis,&cognitionis momentis conferreremus, &,velconiungerentur momentafi uniformiaeffent, velde traberenturfi effent difformia . Verùm,quaPhysiognomia traditadfolos mores naturalesindagandos pertinent, ut ea omnia,que longafermone differuimus ,infolum caputmorum naturalium perducant: mos verònaturalis integer ex tempe ramento cordisprimò, )exconformationemembrorumſecun dorefurgit; naminstinctus,quiinconformatione membrorum refidet, in coripfum refluit, &moremibinaturalem,fiuepro penfionemintegramconficit; v. gr. Quicorbabetcalidum, t humidum, beparitidemtale, &perspiratum, vasaampla, at testespræterea , &penem, quales defcripfemussupra lib. 6. S 4   Deconiect.cuiufquemorib &c. cap. 2.§. s.ispropenfionemin veneremobtinetinſummo,eft que is mos venereus naturalis,quemfupràcum dispofitione appetitus exaffuetudine , & babitu ſecundum proportionem fubtriplam contulimus: ineotamenlibro, utplurimum,totam naturalemfenforij difpofitionemextemperamento vocauimus, nullaconformationis partium habita mentione; declaro autem modò meinea inclufiſſe quoque instinctum ex conformatione partium, quippequi inprimumipſumſenſoriumrefluit , quod antea quoquecap. 3. lib. 6.pramonueramode. ApplicationisprimiCanones . APPLICATIO Nunc Physiognomiatraditæadmetho dumnostramhecest . Sitemperamentumcordis cum confor mationepartium ineundemmorempenituspropendant,tum is mos,naturalisnempe, ut unüeorum,quorumhabitus mora listriaimportat , accipiendusest, & quattuoreorum, quorum cognitio primifolumphantafmatisest tria iuxta diftributio nempofitam,antea lib. 6. cap. 6. Atoportet, tum tempera mentumcordisinfummogradu ineummorempropendere,tum conformationempartium,fiueinstinctum expartium cöforma tione pullulantem,utmos naturalis iam dictus vnumpona tureorum,quorummoralishabitusefttria. Intelligemus ve rò temperamentum cordis integrumconfpirare in moremobla. tum, cumomnia figna confpirabūtad temperamentum unum, &idemſignificandum; v.gr.ficorcalidum , &humidumfi gnificeturnedumexpulfibus mollibus, ) magnisrespirationi bus,fedex venis latis colorecarnis rofeo,præfertimfaciei,car noso habitu, adipeconfperſo,oculisbumidis ,pilisitidem mollibus,statura corporis ampla, &partes & . Quodfi aliqua figna i LiberSeptimus. L 281 fignafinthumidi,&calidicordis, aliquafrigidi , &humidi , autfrigidi , &ficci, aut calidi , &ficci; tumprofignorumve pugnantiumgrauitatede temperamenti , & cordis refractione estpronunciandum ; adeoquede morenaturalitemperamentum eiufmodi conſequente . Quain librationefignorumea prima tumobtinere debent,quæpropiuscordis temperamentumindi cant; quefint autem ea, iamdeclarauimus. Atfaciamustem- Lib.s. c.5. peramentum cordisirrefractum abomniumfignorum conspira tionefignificari. Si tum conformatio membrorum repugnet , mos adhuc naturalis integernonerit,fiue naturalis propenfio non eritintegra,fedrefracta; preualebit nëpepropenfioex tem peramento ; exeaenim detrabenduserit instinctus ex confor matione,ſupereritque propenfio , ac mosnaturalisin eo homi nepreualens . ApplicationisfecundiCanones . DETRACTO itaquegradu,quiſuperest,moris,feupro penfionis naturalis ,faciendaefttum comparatio eiuscum reli quisduobus momentis,fcilicet cum cognitionis momento,atque momentodispofitionisappetitus , venietqueidcirco mos tum naturalis in comparationemcumreliquis momentis, nonut in tegrummomentum,fed vtrefractü : reliquumitaqueestpen farealia duo momenta, dijudicareque numintegrafint,an re fracta, abfoluerequetumpropofitam momentorum comparatio nem, velaggregatione, velfubtractione iuxtatraditamfupra methodumlib. Quamadhucin propofitohocthematefubiun Etapraxiillustrabimus. Sit gradusnaturalis moris,quifa Etafupputatione restat, partes due tertiæintegrimomentiin venerem: atcognitiofitintegra,fecundùm phantasmatamen primumturpitudinis adulterij oblati; erateius momentum ut : tria, i : i 4-!  Deconiect.cuiufquemorib.&c. tria,quorummomentumintegrunaturalismoriseftquattuor, momentumdifpofitionis appetitusfitquidemcontra vene rem,non tamenintegrum,ſedrefractum,utfolaparseiusno na prapolleat; ita calculumfubducemus: exbisomnibusdatis adeandem, fcilicetdenominationem omnia reducemus huncin modum: quoniam 4. nonhabetpartestertias,per3. multipli cabimus , &1 2.proueniet,quarumpartiumintelligemuspri mòintegrummorisnaturalis momentü, atinpreſentiaduæeius tertiæfolumpartesfuperant.Eritergoinpreſentia momentum in veneremfolum, utoctoearundem partium: atmomentum integrum cognitioniseritearundem9.etenimadipfum 12.ean děobtinet proportionem, qua4.ad3.nücergofuperabitcognitio momētum morisnaturalisoctaua eiusparte,nempeeritadeam Subſeſquioctauum: atprocedamus; momětumintegrumdiſpoſi tionis appetitus admomentumintegrum morisnaturalis habet triplam proportionem, quarum ergo partium estmomentum moris naturalis 1 2. earumeft momentumdifpofitionisappe titus36. atpars nona36. eft4.in preſenti, itaque collatione Mométú diſpoſitio nisappe titus. Momērū propéio nis natu ralis.  Mométű cognitio nisprimę erit momentumdispositionisappetitus, ut 4. cognitionis, ut 9. queduomomentafuntconiungenda; etenim ambofuntcon tra venerem: atmomentumcontrariumnaturalispropenfionis est 8. fuperat itaque momentum praualenscontra venerem momentumin veneremquinquepartibus , atcuiusdenomina  tionis? Remitaintelligemus: fiomniamomentaconſpiraffènt in diſtributione, ac diuifionefacta, eßetmomentumexillisin tegrum partium 57. nam momentum dispositionis appetitus ponitur36. momentumpropenfionisnaturalis 1 2.momentum cognitionis 9. totafumma 57. Suntergo partes exceffuss7. phatafim. 9 quinquagefimarumfeptimarü totius atqueperfectę propenfio  nisin caftitatem & temperantiam; non ergo magna utrin que propenfio ,neque magnus exceffuspropenfionumindata collatione. Exhocpraxis exemploquid inquoquecafufacien dumfitintelligimus. Nonfemperactiofequiturpropenfionispra dominium. Quamethodofuturaactio fit prouidenda , æftimandaque. Xbisnondifficile eft intelligere, quiddefuturahominis actionefit in datis occafionibus prefagiendum . Tradita hucusque methodus adgradus propenfionispræualentisintel ligendos nosducit,nempeinproximo cafu, acthemate propen ditis homo inabftinentiamab illicita venere potius,quàmin veneremquinquepartibusquinquagefimarumfeptimarumin tegra,&abſolutepropenfionis; dicoabſolutam propenfionem, dumineundemamorem &naturalispropenfio, &aßuetudo, t) cognitio ,iudiciumque confpirant. Atrepetendumest id, quodin tertiapartediximus, morbum,&paroxismummorbi differre in moralibusquoque,nedum autem morbi quiefcunt interdumabſque ullo proximo,fedetiam nullomorbi habitu affectos aliquandoinſtarephimerarum febrium paroxismiin uadunt . Mitemnatur ah ominem, velnoniracundumfiquis eum turpiſſima iniuria afficiat,magna ira inflammabit,quæ nifihabitum virtutisponas,mediocritatemrationis excedet : erit itaqueparoxismus,nullustamenhabitusneque vitij,ne quemediædifpofitionis male . Hocitarepetitofundamento,ſit eadem, quæproximè animi humanicraffis:quiefcentisitaque animi ea est,quam diximus,propenfio; verum accendetur ex  Deconiect. cuiuſquemorib.&c. ex vehementeobiecto,preſenteoccafione, alijsque eiufmodiir ritamentis, autcibi , autlectionispræcedentis pruritus vene ris, poteft astuseiufmoditantus eſſe, tamqueſubitus, tamque ... imparatoeueniſſe, utmagis ipſeſuperet actiones, ac motiones contrarias, quàm contrapropenfiones contrariehanc in veène remſuperarent . Hincfit, utinterdumtemperanshomo,na turaliinquam temperantia , & morali imperfecta,ex vehe menteoccaſione intemperanteragat , & homo mitis iracundè, &impatienter, vtfanctiffimumhac quoque ratione appareat Chriftianumpræceptum,quoiubemur vitare occafionem pec candi . Compofitumanimumfæpèturbahominum affectusex citando perturbat : Vnde illud Seneca. Nunquam inter homines fui, quin minor homo redierem; velre, vel verbis, dumfuas quiſque perturbationes prodit , alie nas excitat . Quis abſque pruritufurta veneris vel legit , velſentit ? Quisftupentiumbonores hominum veladmira tionem, vellaudes,quibus illos extollunt abſque vlloambitio nisfenfu videt, velaudit ? : Canones continet. QUONIAM itaque valida obiecta affectus excitant in animis etiam noncorruptis,qui vultdefutura actione verè prouidere, &pronunciare, oportet ipſumpoſſeconiectare ani mo ,quot uſquegradus affectusdatum obiectumfitin oblato Canon1. homine excitaturum; namfi vehementißimum affectum ex oblato obiecto excitatum iricrediderimus ,parestin eampro penderefententiam,quòdſequeturhomo affectum;nam affectus vehementißimus fecundum phantasma intrudendo cognitio nemcontrariam obfcurat, &opprimit; pratereaquedispofitio nem Liber Septimus. : 285 nem appetitus præcedentemcontraria tum motioneobtundit , utfacilèhomineminstarincontinentium, etiacontrapræceden tempropenfionem,infuaspartes trahat, quetamen post pec catumrediuiua cũ perturbationesintra confuetos limitesman ferint, actionesfequentes dirigit. Atfecundus erit canons . Cùmexcitatusaffectus maioreproportioneſuperatrationistum monitum, &appetituscontrarium ſum,quamcontraſuperet propenfio, propenfionem actiofequitur affectum potius , quàm propenfionemfuperantem . Remexemplodeclaremus. In Cx fare Dictatorefuit rufus,&affuetudoindulgendiprepotens , utniſiſummaindulgentiæ affequutusfitapicem,propèfaltem accefferit . Faciamus (distributafummamanfuetudinein par tes octo)ſex earum ipſiſaltem adfuiſſe: cognitio itidem , qua iudicabat præclarumeffe veniamdarehoftibus,fuit preuali da, utduasfaltem tertias partesintegri eius momenti obti nuerit; atnaturalispropenfio ad vlcifcenduminextitit. Cum fueritiracundus , tt ) ultusfit Bibulum Confulemacri modo, spropen) Piratasaquibus captusfuerat,impendio necauerit, ut na turalempropenfionem ad ultioneminipfo predominatam effe, licètrefractam,fit concedendum :fueriteaitaquequinquefuo rumgraduum . Multoergoexceſſuſuperabat propenfioindul gendi: attamen contra Cacinnamfuitdurus : ratio autem , quoniamhomogloriæ auidiffimus egerrimè paſſus est, existi mationemfuam abeolibrocriminofißimofugillatam: undenon æquèſe illi, acarmatishostibusfacilemprabuit , uteifamilia ribus Ciceronis Epist. legimus; quoin volumine Cacınna ipſe dolet exilio multarierroremfuum ftyli; fediudiciumea in re Cecinnenonproceßit debita methodo : oportebat confiderare quantum ire excitatura fuerit in cupidißimo gloriæ homine smaledicentia eloquentißima, perennisque (ut credere poterat Cefar) Canon2. 286 Deconiect. cuiufquemorib.&c. Cafar)vita: nempèplusindeire Cafarcapturuserat,quam exdiuitiarumleſione , acetiaminuafione corporis. Superauit ergo affectus excitatusproportionecognitionis, & ufusimpul ſummagis,quàmcontrapropenfionumcontrariarum momenta naturalemin irampropenfionemexceſſerint. i 1 Corellarium . : PROcorellariohincnafciturillud,quodadagiofertur. Fu ror fitlæſaſæpiuspatientia;nempeiterata irairritamen tatantamdemumſuſcitantiram, uthomomitis longè contra propenfionemfuamoperetur. Iterataquoquelenociniademum Ouidiusde arte aman di. maximumin venerem estumconcitant. Quidmagiseftdurumſaxo?quidmollius unda? Duratamenmollifaxacauanturaqua. Penelopemipsamperſtesmodotempore vinces. Proponit dicenda, etconnectit, etindicatque funt exfuperius dictisrepetenda. Dſecundănunc Methodipartetranſcamus, inqua moresexeffectibus conijciuntur,figna verdex effectibus ducta in duo generaprius distinxi mus; aliaprimariadiximus; aliafecundaria, & annexa: annexafunt velutiintercatera, que mores apparen tes inparte Physiognomica vocauimus,multaqueexpartetra Etauimus . Subijciemusnunc,queexeogenererestant . No tandumautem figna ipfamorum apparentium fubtilemfufcipe redistinctionem; nam velexeadem causa pendent propensio interna vera, mosque naturalis, & exteriusfignum; &eo modo adprimam Methodipartemſpectant; velexinternoipſo morefequiturexteriusfignumobiteratumgestuminactioneip Samoris, &pertinentadhancpartem, v.gr. Deflexaeffecer uice, oculis confractis,queponunturabAristot.figna Cynędi, velpendentex Crafi, &conformatione, unde etiam mollis, &turpis mosnaturalisortumducit , velexturpi confuetudi ne molles etiamgeftus contraxithomoturpiffimus; hocque mo do effet exterior is mosapparens interioris effectus ; illo modo Uterque abeadem cauſaprocedit : at licèt distinctio hæcinter cedat, in uſutamenipſoſigna anteaconfudi, &nunc confun dam. Quoniamitaqueapparentes moresinfronte, fupercilijs, inoculis, 288 Deconiect. cuiufquemorib.&c. inoculis, auribus,naſo, &naribus,ore, facie,præfertimquein ea ex vultu anted diximus, nonrepetam. Subiungam tan tùm,quetumomifi;funt veròfignaex voce,excorporislocali motu, qui & univerſicorporiseft, &partium, utgesticula tionesmanuum ,iactatio brachiorum , & eiusmodi; &ex cul tu pretereacorporis . Quibus expeditis adprimaria deindefi gnahuiusfecundepartistranfibo. De Voce. Continetvarias vocisdifferentias. Aloceergo exordiamur. Vocispluresfuntdifferentia , quas refert Ariftot.s.degen. animal.cap.7. Et exactius infragmentolibrideaudibilibus , Ptolomeusin primo Harmo nicorumcap.3 .&alij Scriptoresnon pauci. Suntautem gra uitas, &acumen; magnitudo, &paruitas; asperitas,&leni tas; acmultoties obfcuritas,&fplendor, feu claritas; flexibili tas, rigiditas . Sunt prætereafigure vocumdiuerfiſſime, bachumana,hecauis,becbouis,aliæquealiorum animalium: quasdiuerfas vocesfuntexhominibus,quioreipſomethumano mirèimitentur. Atnonomneshedifferentiead remnoftram pertinent . Pertinentveròprefertim acumen, &grauitas; magnitudo, &paruitas;flexibilitas , &rigiditas; afperitas, acmollities. §. Secundus. DeAcumine,&grauitate fundamenta. GRAVITAS extarditatemotusfit,acumenex veloci tate. Aristot. in s .degen. cap. 7.&fect. 11. probl.fitexhis, Utin LiberOctauus. 289 ut in neruis craffiores nerui grauius fonent,quàm tenues, quoniam tardius aſuoſitudimouentur, adillumqueredeunt : contrà, tenuescitius tum dimouentur, tum redeunt: pariter minus tenfi nerui grauiusfonant, quàm tenfiores,quod illi longius abducunturaprimofitu, tardiusqueadillum remeant: hi breuius abducuntur,&celeriusremeantobtenfionemean dem,fingulis inquam vicibus, alioquin enim iteratio mo tuum diutior est intenfiore neruo, quàm in remiffiore,diu tiusque perfeuerat tinnitus in illo , quàm in hoc. Ex ea demcaufapendet cur infistulis craffior vocem grauiorem reddat,quam angustior, & longior,pariterqudm breuior; nempe per craffamfistulam plus aerisfluit , per angustam minus ,ac plus aeris,quàm minus aeris tardiuspropellitur : item per longamfiftulam curſus expulfi aeris tardius abfol uitur , quàm per breuem . In tintinnabulis rurfus ,quòam pliusfuerit tintinnabulum, reliquis permanentibus ijfdem, grauioreftfonus ; ob orbisenim amplitudinempercußalamina amplius cedit , ut ideo etiam tardiusadpristinamrectitudi nemremeat, quam cumorbisfuerit minor, ideoque magis in ſeconſtrictus ; minus enim tremor, & tinnitus a rectitudi ne pristina recedit . Eandem ob caufam fireliquis exiften tibus üſdem, vel equalibus alterius fuerit tintinnabuli la mina craffior , alterius tenuior,huius grauior eritfonus , il lius acutior ; etenimtremitus tenuioris amplior est, & ma gis aquiefcentis rectitudine diductus , ut tardior idcircofit eius tinnitus , unde grauior quoque eft; contrà,craffioris acutior ob contrariam caufam : at ad præfenshocnegocium folafistulæ confideratio spectat ; nam t tracheafiueaspe ra arteria,per quam vox abfoluitur,fistula est inuerſa. T §.Ter Deconiect. cuiuſquemorib &c. Canonescontinet. CAETERIS itaqueparibus ,quorum arteriafueritcraf fior, ampliorové, vox estgrauior; & contrà,quorumfueri angustior eftacutior vox: itemceterisparibus,quorum arte riafuerit longior , eorumgrauior vox; quorum breuior , vox acutior . In eodem pariterhomine,quòmagisdilatat arteriam afperam ,eògrauius loquitur, velcantat; quòmagiscogit, re Stringitque,edacutiusloquitur, cantatvé. Cumcantamusne tem , & arctiorem tumnosfaceretracheam , &minoremae ris portionem aggredi, fatendum est: contrà, cum cantamus Hypatem,magisquecumproslambanomenon, &dilataretra cheam, &multamaerisaggrediportionem:paritercumconci tatioreft aerisex pulmonepropulfio,vox eft acutior; nam mo tumreliquisparibusoportettumeffeceleriorem; at quoniam concitatioreftis motus inintenfioneanimi,remiffiorin remiffio ne,ideoin cupiditate, in ira vox eft acutior, inremiffisaffecti bus ,utin voluptate,in delitijs voxestgrauior. Aristo teles etiaminproblematibusquærit,curqui rident, voceemit tantgrauiorem,quiflent , acutiorem. Vox ergo acutaeffèpo test tumexconcitationemotus , estque ita indicium vigoris; velquiabomoinloquendoparumaeris aggrediatur, estqueid eximbecillitate, & hacde caufa vocesagrorumfunt acute,fi quoinhomineconcitatus eft motus , &tamen voxgrauis,fo gnum id eft amplitudinis arterie , concitatique defiderij , م hincquegrauis vox, &magnafortemhominemindicat, qua quodhomomultumaggrediaturaeris: quæfuntcalorisfigna; ن lisfuit voxFrancifci Sfortia , Ioannis Medicei, & quorum antea diximus. Si voxautemacuta,fedconcitata, &intensa, arEtam LiberOctauus. 291 aritamarteriamfignificat,atcalidosanimi affectus,adeoque calorem cordis,& vigorem,iratiitaresonant. Sicontrà, vox grauis, &remiffa,amplamarteriam, ) multum aerispropul fum,acremiffumaffectum , & animum,quod vela natura eſſepotest; remiffumquenatura hominem significat, &ſegnem, vela difciplina, & virtute moderatrice olimaffectuum , ) significat hominem res externas spernentem, adeoque magnanimum. Si vox fit acuta , & remiſſa, vel hominem agrum SIGNIFICAT, vel si sanus sit, INDICAT frigidi eum habitus, frigi dorumque affectuum,adeoquepauidum. Aristot. aßentitur InPhyſiog. hiscanonibus : dicit enimgrauem, &intensam vocemfortem cap.7.infi. fignificare: acutam , & remißamtimidum; &alibidicit, qui acute ,&fortiter vocant,eſſeiracundos : referri ad capras , rap. 10.inPhysiogn. Annotatiodevoceex moreprodeunte. Атpropofiticanones nonfuntdeeffectibus morum,ſedab eadem caufaamboeffectus pendent; verum effectus morum erit aulicum institutumfummißèloquendi; nonfacilèenimal tam vocemin aula exaudies; pariternotam illamex voce Cynędorum,quamaffert Arift.effitu morumiuftèquisdixerit: Quicunque, inquit , vocibus acutis, mollibus, acru ptisloquunturCynędi ; nammollismosanimi,&lenoci niorum inturpibuscõgreffibus rufus eamloquendiformamin ducere videtur: in voceautemduopræfertimattendimus,& fignificationem , &fonum; atfignificatio ,aliaest vocisar ticulata , &abimpofitione, alia est vocis inarticulate , Sa natura ; priorfignificatio adloquutionem spectat's fecundaad vocem: voces,quenaturaliteraffectum aliquemfignificant, funtpræfertim, Rifus, Fletus, Suspiria , Ofcitatio, &Gan T 2 nitus 292 Deconiect.cuiufquemorib.&c. nitusis venereus,queminApulafaltanteBatilloLedam ,de fcribit Iuuenalis . ChrionomonLedam mollifaltante Batillo Apulagannit. Sicut in amplexu ſubitum, & miferabile. Quæqueeiufmodivoxfrequensinaliquohominemoreeŭ,ex quo nafcitur,fiueexeiusaffectu nafcitur, indicat. Sintcanones. DeRifu. DeFletu. DeSufpi rijs. Riſusfrequensindicat morem hilarem,&latum:cum ergo rifus excedit , &in cachinnum præfertimerumpitexcedentem bilaritatem, &profufuminletitiam animumfignificat:que profufioparum estnegocijs, &ſtudijs, demumquecuris ullis accomodata; undeiuremerito dicitur,riſumabūdarein oreſtul torŭ:hucetiäpertinet,quodde oculisridentibus anteadiximus. Fletusmeſtumfignificathominem, cumitaquefrequens eft fletus , grumnofumhominem, &fibiceterisquegrauem; liui pufilanimum fig dum idcirco,&puſilanimumfignificat : nonadeo veròfre quësfletus mifericordem animumfignificat,prefertimquecum lachrimenonin eiulatumprorumpunt. Talisfuit IasonPaso linusnobilis buiusciuitatis. Suspiriafunt ampliorquedaminſpiratio, & expiratio,quæ quidemnascuntur ex precedenteceffationeofficij eiushuiufmodi expirandi,& inspirandi, utfuppleaturadcordis refrigeratio nem, /fuliginumexpulfionemidquodobeamceßationemde fuit. Cumitaqueanimus aliquoaffectudetentus,inaliquamque curamdeffixus officij eiufmodiobliuifcitur,nascunturadrepa rationemdefectusſuſpiria; quocircadolor,amorquepræfertim Suspiria concitant; ira quoque etenim utrunqueeorü affectum participat. Suspiriadolorem confequentiafuntcumgemitu: at fuspiria,que amoremconfequuntur,æftuofiora,acfermèin cenſa . Taliaquoqueire ſuſpiriacomitantur . Ofci Liber Octauus. Ofcitatioquidfit, rundefiat, longior est contemplatio, DeOfcita quam utinhunclocumcogipoffit,fatinpræfentiafithaberi tione. eamprotorpentistumanimi, velfastidientis locum , vbide git , figno; undeprocontemptuhabentilli,quibuſcumdegimus, mfiexfomno, velfameproueniat. Spontanea ergo ofcitatio torpentis tumanimifignum est; torpetautemetiamanimus, cum aliquamaliquorum confuetudinemfaftiditabſquealio ta menpungentioreaffectu, velodij , velire , veltimoris.Vn de frequens ofcitandi mostorpidummoremindicat. De Afperitate,&Mollitic. In tertio S. grauitatem, &magnitudinemconiunximus; cumenimmultusestaer, &concitatusmotus,fit voxmagna, utnonneceßefitcanonesaliosfubiungereabijs, quos ibipro tulimus. Deafperitate, itaque, & mollitiedicamus .Nascitur asperitas exafpere arteriainæqualitate , undecumineampi tuitadistillat,raucedo, & vocisafperitasgignitur: lenis, con trà, vox, t) mollisexleuitateloci,acpartis eius; hæceftcaufa inftrumentaria: verumnafcituretiam,quęcüquefueritinstru menti difpofitio, ex caufaeffectrice. Rem itaintelligemus; pro arbitrioquiuispotest stridulam vocememittere,&quifuapte naturababetfonoram: eſt veròidobinconditumaerismotum, eiusquepropulſioneinarteriam: incōditus veròis motus,&ex imitationenafcipoteft,& exnaturapro animiipfiusinconditis motibus. Aeris veròinconditimotus, cùinterseprefertimine qualesfuerint,afperitatemfaciut vocis, ut voxaspera, cum ex bacprocedit cauſa, inconditos acrudesanimi motusdemon ftret. Molliscontràvoxmorefuauem,accultum. Quiaureaf fueuerit, & aduerterit animu,distinguetfacilèinterafperitate T 3 ex  Deconiect.cuiufquemorib &c. exinstrumento, Canon. 1 asperitatem exinconditoaerismotu,ac im pulſu. Cum exinstrumento nafcitur, vixnancifcimur indi ciumaliquod morum: atcum ex caufa effetrice rudemhomi nem, &agrestem asperitasfignificat ; ciuilem mollities, fi tamen hac exceßerit, effeminatum indicat; unde Aristote les mollem inter cetera vocem Cynedo tribuit : obfequioso. itaqueetiamhominicongruet. De Flexibilitate, &Rigiditate. RIGIDITAS vocisexrigiditatepræfertim , &infle xibilitate tracheæ nafcitur : at inflexibilitas , acrigiditas tra chea , &membriexfrigore ortumducit; unde inflexibilitas vocis,cum ex caufainstrumentarianafcitur,frigiditatem eius partis indicat que cumfit adeo coniuncta partibus fpiritali bus pulmonifcilicet , & propinqua cordi,non videtureffe poſſefrigidaabſque aliquo frigiditatis gradu in corde: rigida ergo , &inflexibilis vox, cum exinstrumento procedit,fri gidiusculum cor monstrat : unde timidum hominem quoque indicat . Atnafcietiam poteftextenoreinflexibili animi, ut ex eo tenore procedatquoque par, & æqualis veris in tra cheaminfluxus, propulſioque,indequenunquamdeflexa vox. Sit itaquecanon. Cum excaufaeffectrice nafciturinflexibili tas vocis,contumacisanimi eſtſignum: flexibilitas, contrà, placidi. Difcernemus veròutraexcaufa procedatinflexibi litas : exefficientené,an ex instrumento , reliqua conferendo inditia. Sienim nuſquam alibi contumacia morum appareat , frigidum intelligemushominem:ficontumacem moremdepre henderimusin reliquisexhoc ipſoſigno contumaciaeiuscon firmabitur. De Loquutione. Quænuncinloquutione confiderentur. IN loquutione tum eaincluduntur, que de voce iam diximus, tum præterea propria quædam, significatio sfcilicet & caracter, sive idea; verum de significatione hoc premitto, eam, quæ principia electionis nostraindicat,pertinere adpri mariafignaaniminoftri, acmorum nostrorum,nonadfecunda ria, ) annexa, quemodòtradimus . Nuncergofignificatio nemipfam perſe orationis accipimus , v.gr.fiquis dixerit,ſe infornicemiturum ad explendum venerem,ſignificatprinci pia electionisfue; atfiquispriapeiam,carmina volutetore, ) demumturpiloquiogaudeatfrequenti, efteaorationisfignifica tioipfa perſe obſcenaabſque expressione alicuius electionis, prin cipijvéagendi,quæfignificatio ificatioadhhunc locum attinet . Cara Eter,fiue ideacontinetnuncmihiquæcunqueinoratione aRhe toribus confiderantur; exillisenimnafcitur;nempeexfimpli cibuspartibusnominibusfciliceteorumque virtutibus, tex compofitæ iam,accontinuateorationis virtutibus,queprefer tim in emendatione, incollocatione , &in figurisconsistunt . Mollis ex collocatione,figuris, & nominibus oratio caracter erit, quifignificabit etiam animumdicentis mollem,utdeMe cenateex mollitieeius orationis iudicatumlegimus: alia estin Seneca, funominum differentia,dum velnominainſua integritate adhibentur, vel inuertunturad delitias. Mulierculeinter dumitadefipiunt , velbleſa pronunciantesnomina, velcon tracta, immutata, v.gr.amafiumpuppum vocant,&cor culum, & pafferculum . T .Se 1  Deconiect. cuiufquemorib.&c. Canon 1. ex materia, Canonescontinet. MATERIA orationis,quaquisfrequenterdelectatur &argume confimilemmorem in eius animofignificat; nempe laſcinum toorationis. animum præſefert,qui laſciua orationegaudet; &quifem per dere,&delucroloquiturauarum;qui nonnifiintrucu lentorum factorum commemorationeverfatur, totosque in earediesponit,truculentos moresinanimoſuorefideredemon Strat : vera enimfuntilla, Nauitade ventis,detaurisnarratarator . Et Tractant fabrilia fabri . Canon 2. ex idea, & orationisad Si remipsamperſeſpectemus,quali orationisideaquifpiam caractere adalterum vtitur,eundemetiam affectum, & moremprafe perfonam fert;nempequilaſciuiaidealaſciuum animum,qui modesta mo deftum. De laſcinaeft illudIuuenalis, mode Noneft hicfermopudicus In vetula,quotieslaſciuuminteruenitillud Ζώη καὶ ψυχὴ modofub lodice relictis Vteris in turba . Compellationesfcilicet eiuſmodilaſciua,quibusquispiamin turbautatur , vocando quoſque vitam, & animam,grece autemtum; animumlaſciuumſignificantexPoeta, ) rectè: pariterqui modestis utitur compellationibus, ) figura de mum, modeſtum . Hucpertinent loquutioſtabilis,quam tri buit Aristot. magnanimo; celer,quamtribuitcircaparuafa tagentibus.ItemillaTerentijindicantlaſciuientem, /prurien temhominem. Inuersa verbaeuerfas ceruices tuas Gemitus, fcreatus, tuſſis, risus. Annotationem continet. HAECitadicuntur,cumfimulationemcefſſarefupponitur, atfimulatioperuertitſignificationem cum aduenit; nempe то deſta oratio tegit immodeſtumanimum , uterat mihiColonus, quonemoinexcipiendismandatis, acimperijs meis, coram me lenior, reuerentior, acpromptior : &contrà, vbiliberè loqui poterat, nemoacrius conquerebatur, nemo magisgrauia iuffa dicebat, nemoagregius perficiebat. Exhacconfiderationedu xit MichaelScotus canonem,fcilicet modeſtam orationemeße argumentumhominis dolofi. Atveraestconuerſadolofum,fcilicet hominem vtimode Staoratione ; non conuertiturautemmodeſtam orationem eße dolofihominis, est etiam modefti. Quodfiimmodeſtumalijsin rebus modeſta videamus utioratione, tumdolofum, &infi diofumiudicareoportet. N D emotucorporistotius. Caput Quartum. §. Primus. De Longitudine greſſuum . I motucorporisprimum totius corporis motum confide remus,estautemingreßus, tſaltus, &curſustotius cor poris motus: ingreffum prefertim confiderare oportet, in quo duo confideratAriftotel. in Physiognom. longitudinem , bre uitatemvé greffuum , & tarditatem , velocitatemvé eo rundem. Longitudogreſſuum nonfimpliciter accipienda , fedreſpectu corporis :fecùsfolumalti corporis, & longorum crurium greffus longi eſſepoffent . Verum unusquisquepro corporefuo, t longos, &breues greffushabere poteft,at que itafumpta longitudo fignificat robur facultatis mouen tis, 298 Deconiect.cuiufquemorib.&c. ingreſſu ani bello. tis, &fustinentis corpus ; dumenimmouemur,corpus unico quiefcentis cruris fulchrofustinetur,quoddifficilius est,quàm duobuscruribusfustineri, duobusqueideòfulchris :quò verò longius alterumcrus proijcitur, eò amplius crefcit difficultas, Patenthæc utrobuftiore adidpotentiaopusfit. Fithinc,utſenioresbre deuioribus multo gradibus utantur. MatteusMerendaCiuis malium li- noftervaldefenexbreuiffimis utebaturproximègreffibus,pa riterinfirmieadem utuntur breuitate : Breuitas itaque gref Suum imbecillitatem quandamfignificat ,ex qua imbecillitate Aristot.licèt caufamfupprefferit,in Physiognom. deduxit,bre uis greffus homines minimeperfectiuos eſſe,ſcilicetnon adduce re adfinem, & adperfectionem,abſolutionemqueopera; nem pe ex imbecillitate virtutis motricis arguit imbecillitatem exequentis . I. Secundus. Deceleritategreſſuum,actarditate. Атceleritasmotus, acgreffuumconcitatumſpirituumim pulfum,proindequeconcitatum animumfignificat, undeve hementis hominem defiderij indicatſeſeque illi permittentis . Exigitur præterea membrorum expedita admotum conditio : craffi, )pingueshomines,quibusque turgentmole membra, minusfuntadmotumexpediti, quàmficciores,tt) neruofi:cali diitaque, &ficci, celeresfunt vtranqueob caufam. Tarditas contranafcitur ex contrarijscaufis,nempeexdefiderioremiffo, quaremißio velnafciturexrerumcontemptu, estquemagna nimihominis, cuiidcircoAristot. motum tardumtribuit ; vel ex animifrigiditate, estquefocordis, &pigri. Ex celeritate Aristot. arguithominem aptum adnegocia abſoluenda, &iu rè; caliditas enim actuosos reddit, & celeritasipfa aptiffima eft adremabfoluendam, nifitamentantafuerit,utfeipfam perturbetinstaraqueexireproperantis exangusto vaſe. Vi demusenim pariteraliquos effèhomines mirafeftinationebuc illuc diſcurrentes,nectamenquicquamabſoluentes: alios contrà plurimaagere quiefcentium instar, tactu otiofisfimilimos . DePifonePaterculus, Nemo magis, quæagendafunt, Lib.2. egitfinevlla oftentationeagendi. Canones continetArift. inPhy ſiognom. cap. 10. ARIST. ergohoscanonesfubijcit. Quilongifunt, ac Canon1. tardigreſſus, funt tarditate moleſti,&perfectiui,fii licet abſoluentes opera: ratio veròeſt ,quoniamlongitudogref fuumeftefficax, tarditas veròcunctabundum,diuquedelibe rantem reddithominem Qui breuis, &tardigreſſus,tarditatemoleftus,non Canon2. perfectiuus; etenimbreuiter,tardequeingredimini meefficax eſtadperficienda opera. Quilongi,&celerisgreſſus, non moleſtus tardi- Canon3. tate, perfectiuusque eſt; quoniam celeritas perfecti ua,&longitudononinefficax. Quibreuis,&celerisgreſſus , nonmoleſtus tardi- Canon4. tate,&nonperfectiuus. Preferonempe lectionemnega tiuamaffirmatiue, quequidemincodice græco aliquo reperi tur, at afteriſco etiamnotatur, eique alterafubftituitur. §. Quartus. Exfundamentispoſitis Canonesdeducuntur. Acanonibus Aristot. non receduntiactafundamenta, ex quibus itidemfumitureos, quilongorumfuntgreffuum,actar dorum Deconiect.cuiufquemorib &c. dorumeſſe actionumfuarum perfectores , & diuturne etiam deliberationis; at cum procedittarditasex contempturerum, effemagnanimos. Remiffecupiditatesnonfatishabentlocum, cumlongitudinegreffuum, nempehacroburpofcit , adeoqueca lorem; illæ veròfrigida temperiei innituntur. Celeritas, longitudo greffuum cum validis cupiditatibus, validitatem quoquefacultatis exequentis , acroburſignificat; utactuosum hominem adducentemqueadfinemfuas operationesindicet;ma gisnempeexequentem,nontamen quèdeliberantem,acequali maturitate, atque longorum,&tardorumgreßuumhomo. Ce leritas motuum , &breuitas greffuum acutas cupiditates,at imbecillitatem virtutisfignificat : unde ob celeritatem non maturèdeliberat,ob imbecillitatem exequutricis virtutis adfi nem non perducit actiones ceptas. Alexander Mantufellius eiufmodiinceffuingrediebatur, eta moribusfignificatis nonab horruit. Pigribominispræfertim videntureffe acefju ingrediebat ell greffuspar ui, t) tardi:nampigritiescum naturalipropenfioneinnititur, frigiditatemtemperamenti expofcit,adeoque imbecillitatem virtutis . Modesti, utquirefractas , habent cupiditates , tardorum greffuumfunt, utArist.dicit Physiogn.cap.6.longorumau temeòquòdadexitumpotesfintcepta adducere. §. Quintus. Demotioneinęquali. ALIQVI inęqualimotugradiuntur,nuncfcilicet velociore, nunctardiore: que motuuminæqualitas argumentumestinſta bilitatis morum: inſtabilitas autemfæpe comes eſt vitij ,vel difpofitionispraue ex Aristot. 9. Eth.cap.4. quiimprobistri buit diffenfionemaſeipfis, &iugeminanimopugnam. Non iniuria Liber Octauus. 301 iniuriain Catilinaexprimit Salustiusinæqualem inceſſum, indicem eius improbitatis,verbafunt. Igitur color ei exan guis, fœdioculi, citus modò , modòtardusinceſſus, prorfus in facie , vultuque vecordia inerat . Sit ergo canon . Inequalitasinceſſus, quiſcilicet modòcituseft,modòtardus, Canon. femperinstabilitatem morum fignificat, ut plurimum autem improbitatem etiam. Declarandus verò, )accipiendus canon, cùminæqualitas Declaratio. eiufmodide moreinest, nonex electione, &propofito; dico ex electione,&proposito,fiquis ex.gr.adfuiexercitationemcele riter ambulat : deindepro grauitateſua inreliquaambulatio netardeincedat . Demotueodemvniuerficorporiscumfiguraaliqua itidem corporis. Deinceſſucum erecta ceruice. IN NCESSvs cumerectaceruicefuperbiam SIGNIFICAT; unde Niceta ChoniatesLatinos,quosfuperbosafferebat erectain cedere ceruice defcribit. Horum, qui erecta ceruicelongis, tardisgreffibusingrediuntur, fumma funt fuperbia: atquice leriterambulant, refractamfuperbiamſignificant,at quibre uiumfuntgreffuum, ſuperbiolam &ipfifuamobtinent,fedpa 1 • rumefficacem . Deinceſſucuminflexaceruice. INCEDENTES ceruice inflexain anteriorempartem cogi- Canont. tabundum habitum præſeferunt . Atfi ceruix inflexafuerit Canon2. inpar 302 Deconiect. cuiuſquemorib.&c. inpartemdexteram, argumentumid CynedorumfcribitArist. Canon3. Inceffus auteminflexaceruiceadfiniftram Thraſonum habitus videtureffe, isenim geſtus aptiffimus ad educendumenſem; undequi vocariamant, manuadenſem,ut vocabaturAure Vopiſcus in lianusposteaImperator, optimeſe ineacorporisfigura compo eiusvita . nunt: quoniam veròfortis extraoccafionem mitiseft, ut dicit Arift.quiperpetuoſein pugnandihabitu cõponunt,fimularepo tiusfortitudinem,quàm exercere , & habere videntur. Atfi naturalisfuerit habitus is corporis,fortitudinem naturalemfi Ineiusvita. gnificat: quodconfirmatur, quiaex Plutarcho AlexanderMa gnusitaadfinistramparumperflexamceruicem habebat. Ada mantius veròdiciteffeignorantes, ) Albertus ſtultos,quiita inflexa ceruice incedunt. Sieximitatione, &fictione contra Etafit eafigura,rectèfehabentcanones Alberti, et Adaman tij . Thraſones enimineptifunthomines; undede Thraſone, quemin Eunucho adducit Terentius, Gnathodicit, Factuuseftinfulſus, tardus . Atfifit ex naturali habitu, nonrectè dicuntur; neque etiam Alexanderfuitfatuus, &c. Deinceſſu cumgeſtu, figuravè corporis actioni alicui accomodata. QVI inceduntcũgeſtualiquoactionicuipiamconueniente, indicantfeipfosin eam actionempropensos, v.gr. mulier,que in morem criſſantis mouetur, ambulatque: vir,quiin morem ceuentis; neque veròPerfiusfine amarulentiain Romanospro ceres dum laudabant, &admirabantur carminapublicèdecan tata (aNeroneforte)protulitillud, AnRomuleCeues? Licèt 4 LiberOctauus. 303 Licètcumilli tumincederent ,fedStarent,pertineat potius adfequenscaput . Exhocfortecanone pendet illudAristot. Qui pedibus, &cruribus inuerfis ambulant , effeminati. Ea enimfi gura ad veneris exercitium apta est. Inideaautem Cynedi flexibilemgenu ipſum dicit. Quodfignumex eodempendet fundamento. Demotupartis corporis . Caput Sextum . §. Primus . Demotibus brachiorum, &manuum Canones ea dereAriftot. ALIQVIinter loquendummanus, brachiaiactant, motitantvé, dequorum motibus Aristot. canonem hunc protulit . Idem de corum motu dicendum , quod de greſſibus , dequeingreſſu dicitur. Quocirca,quibreui motu, acceleri manum, brachiumvéiactat, inftar eius erit, qui greßibusbreuibus , acceleribus utitur; qui longiusiactat,ac celeriter, instargradientis longisgreßibus, & celeribus;idem queestdehis, atquedeillis iudiciumfaciendum, quodpariter dereliquis est afſferendum . §. Secundus . Canones alij exauthoris ſententia additi . MOTIONES interloquendum, brachiorum,manuum que cum validefuerint,demonstrant magnum imperiumfa cultatisfignificatricis in corpus, cumnedum in vocalia instru menta influat,fedin brachia , & manus, eo uſque resproce dit, utquidam rotentcaput. Supploſiones pedumfuntorato rifrequentiores, velerant antiquitus , utapud antiquosRe thores 304 Deconiect.cuiufquemorib &c. AdHeren. thoreslegimus. Immodicè autemaperireſuaſenſa,ſimplicis, et Quintil. Cic. iBruto leuis eft hominis : at immodicè tegere, eftocculti, & latentis . Canon1. Quiitaqueimmodicaceleritate, ac minutis motibusmanus,di gitosvéiactant,acbrachia, leues, acfimplices,ſedemonftrant . Canon2. Canon3. Hortenfiusoratorgeſticulatorfuit , &leuem etiamſe præbuit hominem. Qui earundempartium motibus longis, ac maiori bus utuntur,verùmnonceleribus, apertos quidemſe ,atgra uestamenfignificant . Quiab omni motu abftinet tectum ſe Praje præfert, velfrigidum, ſegnem. Abalterutraverò cauſa procedateffectus,eft ex alijsfignis,&coniecturisdijudicandū. §. Tertius . Exceptiotraditur. VERVMexcipereoportet, nifi ex vitainſtituto, affuetu Ammianus dineque ineumſemoremaliquis compofuerit. ConstantiusIm Marcellinus perator obaffectatamgrauitatem immotus adeo perſtabat, ut prohomine viuente fimulachrum viuentis credipoffet. Hi ſpaninuncinfimilemſeſegrauitatemcomponunt,utnonfacilè fit inillisgefticulationes manuum videre. Siqui ergoexinfti tuto exterioremcompofitionemfequantur,non licet ex motibus, corumvéceffatione interiorem animi cultumin ipfis arguere. Demotibusreliquarumpartium . MOVERE auteminterloquendumreliquaspartesfigni ficat earundempartium multam exercitationem, utsuspicari iurèpoßimusdeillis, qui interloquendumceuent (veluti pro ximocapiteex Perfiode Romanisdiximus)nefint illi motui longa, &turpiexercitatione afſfueti.  De corporis cultu . Quæ caufæ cultus corporis , & contrariæ omiffionis. corporis non ab unicapendet caufa,neque Cetiamcontrariaomifsio:cultusenim effepoteft ex livids. libidi ne, vtformofior,ſcilicet ex ornatu appareat, vndeſpectatores, aut ſpectatrices faciliusinfui amorem alliciat : poteft etiamex Superbia ,ambitionevé procedere, utfit admirationi ceteris excellentia veftium . Contrariaautem omißioextribuspre fertim caufispendere poteft; excontemptu exterioris eiufmodi cultus , qui contemptus , velex spretu vulgarishonoris ori tur, utin Magnanimis,velexcultus interioris amore, utin contemplationideditis , veldemum ex distractione in potio remcuram. Secundolocopendere poteft ex auaritia . Tertioex pigritia,etſecordia. Quiex pigritia cultumomittunt,fordi bus uſque corporisfedantur: eodem enim vitio impediun tur,neſelauent, comantique , & cumdemum laboreminfui cura ponant,qui adciuilem corporis cultum exigitur. Sint iam canones . S. Secundus. Canones excultucorporis. CVLTVS corporis vestibusfumptuofis abſquemollitie Canon 1. fignificat hominemfuperbum ,ambitiofumvé, cum excefferit conditionem eius : intra veròſtatusfui limiteshominemma gnificum autfaltem honorisftudiofum . CafarinCommenta rijsfcribit aduentumfuum ex colore veſtituscognitum, quo υ infigni  Deconiect. cuiufquemorib.&c. rop. Lib. 8. Cy- infigni inpralijs uti confueuerat . Cyrus ex Xenophonte au guftiffimumhabitumfumpfit, cum primumpostadeptum im Plin. lib. 9. perium palamfolemniter prodijt . Cum quadrigentiesfefter hift. c.35. Canon2. tium ornatuſeſe comebat Lollia , &dignitatis, &forme honorem quærebat. Cultus vestiumcum mollitie præfertimcorporis laſciuiam indicat tuminfæminis, tummaximèin maribus . Vestesil Seneca. letranslucide , quibus nonmagis tegebanturfæmina in via adulteris , quàm in cubili , impudicitiamfanè monstrabant . Atcultucorporis, mollipræfertim accedenteimpudicitiaargui tur, velutifi iuuenem purpuriſſo infectum quis viderit, crinibus ferroin cincinnoscontortis , euulfis crurium , &bra Iuuenalis Sat.. Canon. Canon. Canon.. chiorumpilis,præfertimquepodicis, utillud Satyrici, Podi celeui ,quis inquam eiufmodiiuuenem nonturpiter lafciuum crediderit ? Siquisnonadmodum pretiofis veſtibus,& illis non or dinatè admodum, &concinnèdiſpoſitis utatur ,iudicaride bet immaiorem, quàmcorporiscultus curam diſtractus . Ita Cefarmalè præcinctus incedebat , utrectèineoSylla coniece rit animum magna molientem , velmoliturum , idque monue rit Pompeium . Caue tibi a puero malè præcincto ; meliusque multoiudicauit,quàm Cicero, qui ex eodem cinctu molli Cesarem , &imbecillianimocrediderat . Siquis vestibus utatur vilispretij , atillisdiligenterac comodatis , & reſartis;fipauperfuerit,politum;fi diues , auarum hominemſe prebet: nam cultusftudio tenetur : at fumptuiparcit infra dignitatemfuam, &facultates ; quod est auaritie . Si quis vestibus non vilibus , at immundis utatur, multis fordibus præterea corporis , ac Squallore inficia tur, LiberOctauus. tur, sefocordem, & pigrumfignificat , non auarums .  Siquis , & vilibus vestibus, & protritis, &immun. Canon6. dis utatur ,ſe ſe adextremum auarumfignificat . Namex trema auaritia adeo in curam rei distrahit animum,utnul li alij negocio , ac cure vacare poffit . Videmus nuncN.bo minem ditiffimum vestimentorum pufillitate , ac immundi tię , corporisqueilluuia despicabilem omnibusſeprebere. Utrumautem ex pigritia, an ex occupatione aliarum cu- Canon7. rarumquisfitfordidus , dijudicandum eft, confiderando, num in aliquarefitis diligens . Sienimin aliquadiligenserit , ex occupatione , non exfocordia. Idem,quemmodòdiximus, af fidet fumma cum diligentia frumentorum menfura, neque puluere deterretur; pauloque vegetiorolimatateprediaſua circumibat,quediligentiamfignificant, nonpigritiam ; exdi uitiarum ergo curafordes. Utrum vilis pretij veſtis ufus ex auaritiafit, an ex Canon8. contemptu cultusexterioris ,obaliquaminteriorem curam,ex reliqua hominis vita eſtimari potest. Sienim videamusho minem studijs occupatum literarum , velmilitiæ, velalicu ius artis, atque in eononmultam accumulandi curam, ex re liqua vita colligamus, certi erimus,nonexauaritiaexiguita te vestium uti. Philopomenestotoanimoin militaribusme ditationibus occupatus , veſtitus ornatum ſpernebat . Gotti fredus Bullionius ex magnanimitategregario amictu induebatur, vt velherbefacco infidensÆgy ptiosoratores exceperit, quitamenin tam exiguo cultu virtutis illius maie Statem agnouerunt , & reuerentifunt. 2 Ad  Deconiect.cuiufquemorib.&c. Adprimariafignamorumaposterioritranfit. Primòenimdeexterioriactioneagit, quametma teriale actionis vocat . Caput Octauum. §. Primus . Fundamenta dicendorumaperit. Ac defecundarijs minusque principalibusfignis mo rumaposterioridictafint; adprimarianunctranfeamus. Sunt veròhec actiones ipforummet habituum,quorum aliæ funtinterne,aliæ externa .Primolocodeexternisagamus; po ſteadeinternis, utdeſenſuobuijs; inquibus , tum id,quod materiale eſt , occurrit, tumformale . Idipfum , quodfit,ma teriale est ; nempe pugnare aduerfus hostem audacter . For maleautemfumiturafine, utfipugnetquis ob bonestatem actionisfortis,exfortitudine verèoperetur:fiobcharitatePa tria , ex virtute propriæ charitatisagat: fi ob lucrum ,pre miumquepromiffumaPrincipe,&expectatum (utcumdi reptio vrbisobſeſſe militibuspromittitur) exftudiolucri; t exauaritiadefcendit operatio :fi verò addignitates militares obtinendas, &demum adhonores ,queerat ciuilis fortitudo Aristotelisexſtudio honoris verèhomotum agit. Antearem pertractauimus , ac vidimus ex Aristot. quifuraturobadul terium ,eße potius adulterum , quàm furemlib.3. partis 2. cap.2 2. Materiale ergofemperestidem pugnarepropatria, at formaleest, velfortitudinis,velcharitatis,velauaritia,vel ambitionis , &c. Et quoniamformale verèmoremfignifi cat , non materialeactionis ; hincfit, ut actioipfa perſenon indicet exactè morem : cũexlongèdiuerfis moribus,& habiti buspoffiteademproficifci . Sintitaquecanones . Canones continet. Ex materialiipſaactioneexterioremoremnonlicetdepre- Canon1. bendere argumentoneceßario,fiue techmirio. Exdictis iam fatispatet canonis veritas; non enimexaudaci,&fortipu gnalicetarguerehominemfortem; cumex ambitione, velex auaritia poffitfortiter pugnaſſe . Exmaterialitameneademactionefrequentinafciturproba- Canon2. labilis admodum coniecturamorisrefpondentis;fcilicet expu gnafrequente, coniecturafortitudinis ; exfrequenteelargitio nebonorum,coniectura liberalitatis. Confirmaturcanon,tum exeo quòdeffectum,nificontra- Cófirmatio rium appareat, in caufam perſereducimus; tum etiam ex Canonis. communihominumfenfu, &exOratorum ſu, acRethorum monitis . Monet Aristotelesin 1. Reth. tumfactaeffe habitus figna, tum plurimumconferre, ut laudatushomoexha bitufeciffè credatur,fifæpiusfeciſſedemonstretur. Orato resautem adprestantiam virtutis celebratorumhominum exagerandam , eorum accumulant exterioresactiones. Cicero CICERONE (vedasi) proleg. Maniliafummam,immofummas virtutesinPompeio demonftrauitexijs,quægefferat. Italiamliberauerat; Siciliam multis cinctampericulis explicauerat; Aphricăpacauerat;Gal liamRomanisexercitibus ferroaperuerat ; in Hifpania hoftes plurimosprofligauerat ; Seruilebellum, &demumPyraticum confecerat. Legislatores pariter , ac Iudices æftimationem eiufmodi , ac coniecturam interioris habitus ex actione exte riore , frequente præfertim , pro neceffaria habent, & eui dente ; vocantque prefumptionem iuris , & de iure ; contra quam nullam defenfionem, & tergiuerfationem admittunt, 3 ut  Deconiect.cuiufquemorib.&c. utquifuraturex electione , atqueiterumtertioprofurebabe tur,atqueepunitur. punitu Quieodemmododicithærefim,autberetica lefactüperpetrat, habeturhereticus, atque uthæreticuspuni tur. Hecpræfumptio violentaaIurifconfultis, eiusque exem plum,non tamen nomen, habetur extra debaret. in6.cap. accufatus, §. illequoque . Exemploactionis Seiani, eterrorisTiberijconfir maturidem; fcilicetnon neceffariocolligi ex materiali,exterioreg ,actionemorem. Caput Nonum . NON effe autemexmateriali ipſa operationead babitum neceffariamillationepreter morem, quædiximus, placetrepetitofermone confirmare: esto veròexemplumillud Seiani ,quodplurimumdecepitTiberium verſutum,alioquin &aftutumPrincipem;placettotum verbis Tacitiexfcribere. Atfortè illisdiebus oblatumCæfari anceps pericu lumauxitvanarumoris:prębuitqueipſi materiam, curamicitiæ conſtantięqueSeianimagis fideret: ve fcebantur in villa, cui vocabulumſpeluncæ, mare Anuelanuminter,Fundanosque montes,natiuo in ſpecu , eiusos lapſis repente faxisobruit quofdam miniſtros; hincmetusinomnes,&fugaeorum, qui conuiuium celebrabant; Seianusgenu,vultuque,& manibus fuperCæfaremſuſpenſus appofuitſeſein cidentibus,atquehabitutalirepertuseſtamilitibus, qui ſubſidiovenerant. Maior exeo, &quamquam exitioſa fuaderet,vtnonfuianxiuscum fideaudie batur. ExhacitaqueactionefidemmaximaminSeiano,ar gumen Liber Octauus. gumentatus est Tiberius, atargumentononneceffario,utpa 311 patefacta pofteaconspiratiodetexit. Verùm Seianusmorien te tumTiberio improuiſacamorte agnofcebatſeperditumiri: imperiumenim in Germanicidomum recedebatcuiipfe inten tiffimus erat: nonergo charitate Tiberij ,fedamoreſui Tibe riumfouit,totisque viribus vitæ eiusconfulit; atcumaliter crediderit Tiberius ,eousque auctoritatem eiuspromouit, ut paulòminus ipfe oppreffus deincepsfuerit ab immodica infidi bominis, &adimperiumadfpirantis potentia. Deformaliactione,fiueformaliparteactionis. A Caput Decimum . §. Primus. Numelectiofit ſignumhabitus, affirmantium opinio. D formalem iam actionis partem accedamus . Hac quefit vidimus:nunc repetatur, & unde deprehen datur, & quomodo, difpiciamus . •. Aristoteles videtur ele Elionem utbabitusfignumafferreinRethor. adTheod.lib.1. c. 4. dicitproprium effeeius,quihabituiam virtutispotiturex effeeius, qui babitu ian electione agere; & lib.3.Ethic. c.2.inprincipiodicit, electionem eße virtuti ,idesthabituiaffinem,ft ) magisindicare mores, quàmindicet actio; &lib.s. Ethic.adNichom.c.3. idemdifertè tradit, ubiactionestrifariam diftinguit infactasex errore,in factasexaffectu,in factas exelectione . Solum he poſtrema babitumfignificant: funt hæc inter catera Aristot. verba Qui in his naturalibus affectibus,&neceſſarijs læ dunt,&peccat,iniuftèquidéagunt; funtqueiniuftè facta ,nondumtamen iniufti obhæc, nequepraui ipfi   Deconiect.cuiufquemorib.&c. ipfi homines habentur, quippe cum læſio ipſa ex prauitate minimè euenerit.Nam cumex electione læſerit quispiam , tum demum iniuftus,&prauus eft . Hæc ibi Philoſophus,ex quo dogmateilludprocanone pendere videtur .Vt quinon ex impetu affectus,fed exele Etione adulterium perpetrauerit,fitintemperans habitu,Sci licet eius vitij fit imbutus . Hoc idem Legumlatores ali qui interpretati funt, præfertimque Veneti3 penesquosqui exaffectu perpetranthomicidium, dicunt illi acaſo puro , mitiuspuniuntur; atquiex electione,dicunt acaſopenſa to,pœna mortisplectuntur; quaſiſcilicetbi prauifint, ex habitu peccent ,adeoque ut deplorateprauitatisfint ex viuentiumnumero tollendi ; illi peccent ex affectu, &pof fint emendari. Satir. 1. §. Secundus. Pro negatiua opinione. Ат contrafacit,quoniameadem materialis actio exele Etione pluriumhabituum effepoteft, proindeque electiononfi gnificatcertafignificatione habitumrefpondentemprimoacper fematerialiactioni .Nempequi vetulam diuiteminhibantad lucrumfaciendum, penes Iuuenalem. Noctibusin Celumquoseuehitoptimaſummi, Nuncviaproceſſus vetula veficabeate Vnciolam Proculeius habet,ſedGillodeuncem : Partesquiſquefuas admenfuramingiunis. Hiinquam exelectionepeccant,atnonpropter voluptatem, fedpropterquæſtum , ut actio intemperantia materialis ex auaritia formalefuum haberet; neque ſquequaque reftèex electione actionis intemperantis intemperantem inillis homini bus habitum licebat arguere; credendum eft enimeos illo pec caße Liber Octauus.  caßeanimo,queminfeipfoexprimitin pariagoneHoratiusin Ode illa . Rogare longo putidam teſaculo, Vires quid eneruet meas ? 8. Epodon. Cumfittibi dens ater , &c. Nauseabundifcilicet in eoscomplexus defcendebant ,ata defideriohabendi impellebantur. Ariftot.ipſe , ut nonfemel Lib.s.Eth. retulimus , difertis verbis idem testatur . Iterum repetamus cap.2. verba. Adde, quodſi alius,lucrandigratia, adulte riumcomittat,pecuniasqueaccipiat ,aliustribuat, damnoqueafficiaturob cupiditatem ,hic intempe rans magis eſſe videbit,quàmplurisvfurpator : ille iniuftus,&non intemperans,perfpicuúſcilicet,pro ptereaquodlucrandi cauſaid facit. Hecille. Atratio pretereaidemfuadet,namformale actionis confiftitinfine,ſeu exfinependet,atelectio est mediorumnonfinis,quocircaele Etioquatenus electioformaleactioni nontribuit. §. Tertius . Veritasaperiturnempeinfine,vel ex fineeſt formale actionis. VERITATEM nunc aperiamus. Formale ergo actionisin fineconsistit, velin actionisabeo nexu , utantea diximus, nnncquerepetimus: quocircaexprincipio,quodafferturincon ſultationis fyllogifmo, fiue in ratione actionis, elicitur . De principijs autemeiufmodi actionum noftrarumfatis iam an- de tea . Siquisergo puellis donet,neinopiapraßepudicitiam , Prud.c.3. vendant; formaleactioniseritisipfefinis,qui charitatis eft: atfiquiseifdem daretadeasftuprandas ;formale tum eritin temperantiumfinis: principium enimprioris actionis, eiusque rationis , quodidemest,finis est,ne puellæ pudicitiam ven dant: 314 Deconiect.cuiufquemorib &c. dant: atfecundeestſtupriirrogatio. Ininferendo Patriabello Cafarlibidine tyrannidis arripiende mouebatur ,hicerat eius finis; idque formale actionis , acdeliberationisfue : at militum inobfequendotum Cafariineademactioneerat defendereiniu uil.lib.1. Debell.ci- rias Imperatorisfui,& TribunorumPleb.itain Comentarijs legimus,conclamantlegionis 13.que aderat, militesſeſepa ratoseffeImperatorisfui , Tribunorumqueiniuriasdefendere : quemetiamfinemprætendebatCaſar,occultans eiusobtentufi nem verum. Exfine veròformaleactionis nafcifecundùm Aristot. quoque, eiusque hoceſſe dogmapatetex 2. cap. s . Ethic.locoproximè adductodeeo,quilucrandicauſa adulterium committit. §. Quartus. Quomodoelectio ſignificet habitum, i conciliantur contrariæ fententiæ §. primi , &fecundi. Vì verdintelligamus, utrumformaleactionisfignificete habitum, necne, estenodandadifficultas, rutrum electiofitfi gnumhabitus;fititaqueconclufio. Quiex electione operatur, exaliquohabitu operatur,fiuerectè operetur,fiue malè. Expar tiumenumerationeconstat, fi enim malè,& malaeligit,iam voluntas cedit affectibusipsa perſe; namfi ex impetu affe Etuum protraberetur, utin incontinentibus non eßetea ele Etio. Iam ergo inſeditin rationeprincipiumdeprauatumpeccan di, quodhabitumfupponit vitij; folumenim vitiumprincipia agendiperuertit, ut antea vidimus . Cum autem recta, at queprobaexelectioneagimus, velaffectusrepugnat,& vin cuntur, eftque habitus continentia, vel affectusobfecundant rationi, estque habitus virtutis. Sitfecunda conclufio ,que eſt declaratio quoque pracedentis; ex electione operari indicat quidem habitum aliquem,acnonneceffariòillum,adquemper tinetprimò actio, v.gr.furariexelectione arguithabitum non neceſſariofurandi; poteftenim effeexhabitu intemperantiæ ,fi quisfuretur, ut adulteretur, velfornicetur, velutifilijfami liasinductiin comedijs expilabuntpatresadamicas comparan das. Quiadredimendumpatrem furarieligeret, eaelectionon furandi,fedcharitatishabitumindicaret. Sit tertia Conclufio. Electio,utfumitur unà cumrationeoperandi,feucumconful tatoriofyllogifmo, indicat nedumhabitum in vniuerfum,ſed certumhabitum, & determinatum; nempehabitumillum , ad quemprincipiumagendi,quodqueidemestfinisoperationisſpe Etat, v.gr.fiintelligamquempiam elegiſſefurari, utpatrem captiuumredimeret , cognofcoineohabitumcharitatis ergapa trem. Hecipſaperſeconclufioconstat. Quartaconclufio . Electiononqueuisproba declarat vir tutishabitum,fedqueadactionem uſqueperſtat. Hæcconclu fiodeclaratur,&probatur exeo , eo,quòdincontinentiaccidit; is enim anteoccafionempræfentempeccandirectè,tt) recta eligit, atingruente occafionedeficit. Rectaitaque eiuselectio nequa quamineo virtutishabitumindicat, ) conclufionespræceden tes, quòad virtutumhabitusſpectant,cum huiufmodi decla rationeſunt accipiende. §. Quintus. Formaleactionis, an,&quando fignificethabitum . FORMALE actionisfignificaremorem,fatisiamconſtat; atcummoristriplexfitgradus , ipfafcilicetpropenfio, quæali ter mosnaturalisdicitur, diſpoſitioaccedens,&tertio acpoftre zmo locohabitus contractus. Vtrumdicendumeft,formale actio nisfemper fignificare babitum contractum ? t) negatiuère Sponden Deconiect.cuiufquemorib.&c. ſpondendumest;nam &quiexnaturalimoreoperatur &qui exdifpofitione, nedumquiexhabitu, adfinemaliquem agit. iuxta axioma Aristot. Omnisactio, omnis electiobo numexpetit. Erit itaquepriorconclufio:formale actionis fignificatfempermorem, atnonfemper babitum : atfecundafit conclufio . Quandoformaleactioniscum electioneiungitur,iam habitumfignificat,patetexprecedenteproximo §. §. Sextus. Exceptio concluſionisſecundæ§. quarti. CONCLUSIOfecundaſ. quartiexceptionem, &re Strictionemfupracap. 9. I.fecundi,patitur; utfitaccipienda fecundummoralem veritatem, nonfecundùm prefumptionem iuris,fecus enim est iurispræfumptio, &deiure,ut quiexele 1 A Etionefuratur,fitfur. Quidicit exelectione , &fedato animo hærefim,fit bereticus: adeo utqui berefimeo modoprotule rit, aut aliudhæreticalefactumfecerit , &iamſipostea neget intentionem &opinionem hereticam, attamen ut hæreticus punietur, dicitur autem prefumptio violentaa Iurisconfultis, outfupràannotato locodiximus. Methodusdeprehendendiformaleactionis,fiuefi nem eius, ſupponendointerim nullamfubeffefi mulationemfallaciamvè. CaputVndecimum. . Primus. Methodusinduocapitaſecatur. NNITAMVR nuncmethodum traderedeprehendendi quemobfinemquispiamoperetur,operatusvéfit, duplex veròest methodicaput, alterum,cùmfimpliciter agitur & absque Liber Octauus. abſquefallacia : alterum cumfallaciafubeft, vel eamfubeffe fufpicamur; oportet itaque eamdetegere.Primo nunclocopri 317 mumcaputpertractemus ,fupponamusfcilicetquiagit,&qui loquiturapertè, &candidè agere, acloqui . §. Secundus. Primumcaputmethodi, præ cepta inueniendi finis traduntur. QUONIAM ergoaniminoſtriſenſuum, &notionum Ariftot.1. fignafunt voces, barumſcripta,fit ut venariexvocibus Perih.c.1. preſentis,&fcripturaabfentisdebeamusfinem, ob quem quif queoperetur. Apertiſſima verò Apertiſſima veròfignificatio eft, cum quisdifer tis verbis, explicitequefinem operationisfue protestatur:fi nempe dixerithuncegoobfinem, veladfinemfumoperatus . SiCafar, &Pompeiusdeſe ipfis ea dixiffent,que de ijfdem Cicero dicit: Sed neutri, inquit, σκοπός eſt ille, vt nos Lib.8.epift. beati ſimus,vterqueregnare vult,interdum finis vo cefuppreffa tamen exprimitur; cum enimdicimus aliquidnos feciffe, velfacere , velmoliri, utquippiam aliud confequa mur, velalicuius reigratia , velcauſa,finem fignificamus. Item quoniam finisestquideminintentioneprimus,atin exe cutione postremus , utqueipfecauſaest ingenerefinaliscau ſe,itaefteffectusingenerecaufæ effectricis ; ideoquod aliqua effectione obtinere molimus, idipfum actionis propofita fi nis est. Schemata orationum quibus finis exprimitur affe ramus. MEN. Quin egoveròquamobremidfaciasne ſcio . CH. Egone,vtilliusanimum, quinuncluxu 11.adAtti cum. Primű exe plum penes Ter.Heaut. ria , &lafciuia diffluit, retundam , redigamvè,vt, act.5.fce.1. quòſevertat,nefciat. Intelli  Deconiect. cuiufquemorib.&c. Intelligimus exhisfinemfuiſſe Chremetis retundare, acre primereanimumlafciuientisfilij . Secundum exemplú pe nes Cic.dFi nibus. Tertium far.s, Vt tum aut voluptates omittanturmaiorum volupta adipiſcendarum cauſa aut dolore ſuſcipiantur maiorumdolorum effugiendorumgratia . In quoexemplo & vox,cauſa,ſignificat finem , &vox, gratia, uthac ratione adeptio maiorum voluptatum propona tur, utfinis,necnon maiorum dolorumeffugium. Quodmeaſpontefacere conſtitueram ,vtquam eleniflimummepræberem,&Pompeiumdaremope penesCic.li &Cornelio ram, vtreconciliarem. Tentemushoc modo,ſipof br.9.adAtt. fumus omnium voluntates recuperare, & diuturna eput.8. Canon. Annotatio. victoriavti . Finis lenitatis Cæfaris erat diuturne victoria ufus. Idest diuturna dominatio;quemfinem alio mododicendi expreffit, clariore post pauca verba . Hæc noua fit ratio vincen di, vtmifericordia,&liberalitatenos muniamus . Sit canon . Sempereffectus rationemfinis habetad caufamfuam effe Etricem, velfinisproximi,velremoti . Quòfinis autem remotioreft,ac ulterior, eòeſtdignior, & veriorfinis, patet exfuperioribus, nempe lenitatis Cefaris,fi nisproximioreratrecuperare voluntateshominum: huiufmodi autemrecuperationis finis erat diuturne victorie uſus,fiue fecuradominatio. Verioritaquefinis eratdominatio,quàm v luntatemreconciliatio; nam, & ulterior . §. Tertius. Quibusexlocis finisfiteruendus. Ex verbis verò,&fcriptura vidimusfinem eruipoffe. Inter LiberOctauus. 319 Interfcripturas autem epiſtola præfertim animumaperit, cum adfamiliarem , intimum, acfidumfcribitur. Ex loquutione fubita, &improuiſaſyncerius ,quàmmeditata finemaperit. Subdolaenimest magis, quàmlonga meditatione teximus . Exinteriore actioneindago moris . Caput Duodecimum. §. Primus. Actionesinternæ diftinguuntur. NTERIOR actioalia est appetitusfentientis commotio, Iidestper idest perturbatio, & affectus ; aliaestfuperioris appetitus, fcilicet voluntatis , nempèelectio: cognitionemnunc nonnisi, utcumhis coniungitur,confiderabimus:fatis antea distinxi mus, cumoportebat,præfertimqueintertiaparte lib. Sexti . §. Secundus. Ex electione, adeoquevoluntatis actioneindago morum . Deelectionenoneft, quòdaliuddicamus præterdictacap. 10.proximè,nifiquodinquirendum eft,num electioeademper feueret in eadem occafione, acre; namfidiuerfa electio inhomi ne, moreminconstantem oportebit iudicare:fi eadem, &fre quens,probabiliffimumerit reperireinhomine morem electioni respondentem . Repetamus tamen, argumentumnon effene ceffarium, licètapicem obtineatprobabilitatis: hocexfuperiori busconstat; atprætereaprobo exemplo militis illius Antigoni, qui ulcere, acfistula laborans præ tadio vitefortiffimè pu gnabat: eligebat is periculapugnæ ,idquepro occafionefemper, neque tamenfortis erat, utcumcuraRegis conualuit,reipfa ostendit pericula declinando, &pugna aleam deinceps detre Etando .  Deconiect.cuiufquemorib &c. Etando. Verum ille ſemper canon retineatur . Canon. Praxis. Cumelectio unàcumeius principiocognofcitur (estautem principium electionis finis)mos etiam cognofcitur , utantea declarauimuscap. 10. §. 4. concl. tertia. Curio penes Ciceronemdicit Cæfarem elegiße clementiam , Lib. 10. ad non quòd natura, aut habituin eam propenderet,fedquòdpo Att. epift.4. pularemeamreputaret,fcilicet accomodatampopularigratię con ciliande, ac retinende . Finis ergo hominis erat Studio, ) amore Plebis fulcire dominationemfuam, ut ex hocquoque capite mosin eo tyrannicusprodiret. §. Tertius. Ex affectibus morem quando liceat inueftigare. Ex affectibus, utcolligiqueat mos ,nunc annitamurin dagare: velergofolum affectus conftat , nempe dolerehomi nem,autirafci; velconstat etiam cauſa, v.gr.propterquid irafcatur. Si affectus , & caufa conftet pro quantitate affe Etus , & validitate obiecti, mos deprehendi potestvel per modum habitus , vel permodum difpofitionis, vel obnatu ralem procliuitatem inexiftens. Quodfi affectus folus con ſtet,nonlicet conijcere morem; nonenimſi timere,velfrequen ter, nouerim hominem,dumnonconstet, an timeat infamiam, an paupertatem, an mortem,an amice abalienationem, ut Cli Heaut.act. niapenes Comicum 2.ſcen.1. 1 OClitipho timeo , Nonpoffumdemorequicquamiudicare. Ex affectu, &cauſa eius cognitis morem indagare licet. Si itaqueaffectus conftet, &caufa eius , morisindaginem aggredi 1 LiberOctauus. 321 aggredi licet; cum enimfubiectum virtutis, ac vitij, me diarumque difpofitionumfit appetitusfentiens, pro disposi tionis qualitate , menfuramqueexdatis obiectis mouetur, at quepromotuumratione, &qualitate , dispofitionis eius τί ciffimqualitas , &quantitas arguitur. Nempefiquisexle ui iactura rerumfuarım vehementerdoleat , vel auaritie habitulaborat , velinauaritiamdispofitusestplus, minusvé pro doloris quantitate: non ex unicatamen obferuationeli cetderetotapronunciare;fedfolum uttunc. Quamobrem iterarehominisobferuationes oportet, easqueconferre, utfi in eodemaffectu conftantiareperiaturexeadem caufa, velha bituminhomine respondentem arguamus, veldifpofitionem adhabitum tendentem: atnifi ex eadem cauſa,idemſemper exurgat affectus, inconstantem difpofitionem in homine in terpretemur . Ut autemexaffectus vehementia rectum iu diciumprocedat, oportetanniti, utfifieripoffit, corporisdi fpofitionem, & exteriores fortuna euentus in fingulis ob Seruationibus teneamus; nam eger homofi exleui cauſaira ſcatur,noneque mirum est; atquefi homofanus ex eaira fcaturcausa:paritererumnofushomoinirampromptiorquàm fortunatus , ea tamenexceptione , eoque modo,quoanteadixi. Inlibr. de mus,acdistinximus. Sintergo canones. Canones continet. Ira . QUICVNQVE affectumpatiturex aliquadatacaufa, Canon1. fiaffectusfuerit intralimites mediocritatis , obtinet velhabi tum virtutis, vel difpofitionem laudabilemad virtutem, quæ refpicit eiufmodiaffectum exdatacaufa: atfiaffectus velfu perauerit mediocritatem, velinfraillamfuerit, vitium, vel X difpo  Deconiect. cuiufquemorib.&c. dispofitionem vitijobtinebit : ad quodis affectusab eacaufa cumdefectu, velexceffuattinet. Verbigratia, videmushominemdolereex acceptainiuria, fifupra,quàmparfit, &nonfemel, intelligemusiracundiæip fumvelbabitu,veldifpofitionepremi. Simoderate,habitu potiri, veldifpofitione manfuetudinis:fi veròinfra mediocri tatemirafcatur,lentumhominempronunciabimus. Itemfide fiderium ultionisobferuemus, maius, velminus, velmedio cre,eundemhabitumconiectabimus, veleandemdifpofitionem. Atfiaffectuspertinuerit adauaritiam, eiusbabitum, veldi. Spofitionem coniectabimus,fiinexceſſu nempefueritaffectus, veldefideriumdiuitiarum, vel timorpaupertatis, veldolor ex paupertate . Quodfiindefectufuerit , contrariumvitium, autdifpofitionem arguit. Siveròin mediocritate, liberalita tem. Idemdealijsdicendumestaffectibus,qui,adquosfinguli habitus pertineant virtutum,acvitiorum,inſecaudaparte borumlib.diximus. Canon2. : Si constansfuerit affectusexeademcaufa,eundemquete noremferuauerit ,babitum arguemusaffectuirespondentem : fivarius, tt )inconstans, varium quoque,&inconstantem difpofitionempronunciabimus . Verbigratianunc vehementerhominemirafci, nunclenem eſſe, ſiconspexerimus, neutrius partisobtinebitbabitum,fed nutantem difpofitionem,ſi partamenfit in utroque affectu vacillatio . Atfiiugisinaltero perfeuerantia, alterqueinter dumfolumexgrauitateipfa vitij inſidentis erumpat, habitum contrarij affectus , acperfeuerantis, nonrari, & interdumſo lumerumpētisponemus,fedhuiusactum,paſſionemqueſolum, v.g.inAlphio,quemrepresentatHoratius,babitumfenerato risponere oportet , noncontemptoris diuitiarum, velvitam amantis LiberOctauus. 323 mantisſemotamaturbisciuilibus: underectè concluditHa ratius, feneratoremeum vocando, Epodon Ode2. Hac,ubilocutusfeneratorAlphius, Iamiamfuturus rusticus, OmnemrelegitIdibuspecuniam : Quarit calendis ponere. Atvariatio infingulisaffectibuspar,quàminiuuenede fcribitHoratius, difſpoſitionemfecundùm vtrunque affectum nutantemindicat. Etamatarelinquerepernix, Conuerfis Studijs . Cumintelligimusadexplendum aliquem affectum,utad Canon3. finemhominem operatum effe,in eoqueexplendo,utinfinecon ftitiffe,credereoportetlaborareipſum vitio, vel dispositione adeumaffectumfpe&ante;fcilicetfiad ultionem,ut adfinem tum ultimum tetenderit quis,intelligemuseffe hominemira cundum: nam vt vidimus,finisformalis virtutiseft hone ftas,nonexpletio affectus, quafolum materialisfinispotefteffe. Exfecundapartehac repetantur . Praxis proxima methodiaffertur. Loca, & dicta Ciceronis CICERONE (vedasi) afferuntur. ATpræftatmethodumtraditamaliquopropofitoexemplo adpraxim adducere. Quaramusergo morem Ciceronis exillis, quæ ad Atticumfcribitpluribusin locis defequendo Pompeio contra Cefarem: exordiamuraprimis, libro itaque Septimo, epiftolaprima, ut remcertampronunciat,fidißenfio eoruminarmaerumpat,fibifequendumeffePompeium. Inquit X 2 ergo: 324 Deconiect.cuiufquemorib.&c. ergo: Si enim caftrisres geretur,videocum altero, Pompeio,vinci ſatius eſſe,quamcum altero,Cefare,vin cere. AtEpistola 1 1. ingruente iambellointerpudorem, in terque officium ciuis,&amici ex alteraparte; & inter miferi cordiam filiorum , atqueindignationem imprudentiæPompeij in rebus tumgerendis ex altera ,nutabat . Scribit autem . Acquiefco enim,&tuasvoloelicereliteras,maxime quecófilium,quidagam, autquomepactogeram: demittamnè mepenitus incaufam (nondetereor periculo ,ſeddiſrumpordolore. Tamnènullocon filio, autcontra meum confiliumgeſta eſſeomnia?) an cuncter, ac tergiuerfer,&ijs me dem,quitenent, qui potiuntur ? αἰδέοκαιτρῷας, nec ſolumciuis,fedetiam amiciofficio reuocor;& fifrangor ſæpemifericor dia puerorú. InEpift. 1 8.in eademdubitatione,acprefertim Epist.1 9.literisCefarisadpacemhortantis excitatus; necnon literis Celij attestantis ipfumfatisfacere Cafari, &fegnitie Pompeij,& Confulumpermotus.Scribitergo.Mirameἀπορία torquet. Iuuameconfilio,ſipotes. In Epift. primalib.8. epiftola Pompeij reuocatusadeumseaggregat: atepift.fequen teincontrariamdeliberationem mutatus videtur, utrespon deatAtticofcribenti,cedendum Italia,fiPompeiuscefferit. Vt etiam ſi Italia ille cefferit, putes cedendum, quod ego necReipublicæputoeſſevtile,nec liberis meis ; prætereaque nequerectum , nequehoneſtum .Alia quefubiungit ineandem fententiam . Atin Epistola fuc cedente , estque tertij libri,remrursus totam in deliberatio nem reuocathinc,inde rationum momentaafferens. Etani moſedato adhuc Epiſtola 16. ) Epistola 22.labare confi liumfuum apertèfatetur: cauſa autem, quamobrem mouea tur LiberOctauus. turadſeſeconiungendum Pompeio, modò in unum Pom 325 peium reijcit . Sed me mouet (inquitepift. que antepe nultimam anteceditlibrioctaui,)vnus vir cuius fugientis comes, Rembup.recuperantis ſociusvideoreſſede bere. AtinEpift. ultima eiuſdemlib. negatſeaPompeio duci ,ſed afermonehominum . Necverò , inquit, ille me ducit, qui videtur:quem ego hominemἀπολιτικώτατο iam ante cognoram , nunc verò etiam ἀςατηγικώτατον. nonmeisigiturducit, ſedſermo hominum ,quiad mea Philotimo ſcribitur. Etlib.nono, epist.fecunda, rursus . Eundum igitureſt, nec tamvt belli,quàm vt fugæ ſocij ſimus: nec enim ferrepotero ſermo nes iftorum, quicunque funt: nonfuntenim certè, vtappellantur,boni. Atverò cumaudiuit Pompeium Italia ceffiffe,tummiroaffectuum astuperturbatus est;& lon.. gèaliudfuit, quàm prius rerum iudicium . Epistola itaque quarta, lib. 9. hæc habet, cumprimum intellexit Pompeium mare tranſijße, fcribit ergo . Ante folicitus eram , & angebar, ſicutres ſcilicet ipſa cogebat, cum confi lio explicare nihilpoffem, nunc autem poftquam Pompeius,&Coff. ex Italiaexierunt,nonangor,fed ardeo dolore ἐδέμοιἦτορ ἔμπεδον ἀλλ᾿ ἀλαλύκτημαι. Non ſum in quam( mihi crede) mentis compos: tantum mihi dedecoris admiſiſſe videor. Me non primum cum Pompeio qualicunque confilio vſum, deindecum boniseſſe, quamuis cauſa temere inſtituta?præfer tim cumijipfi, quorumego cauſatimidus me for tunęcommittebam,vxor, filia, Ciceronis CICERONE (vedasi) pueri,me illucſequi mallét, hocturpe,&me indignúputarét? Epift. rurfus 12.lib.eodem,de eodemdolorefcribit. Sed cum X 3 me 326 Deconiect. cuiuſquemorib.&c. meægretudonon folumfomnopriuaret, verumne vigilare quidem ſineſummo dolore pateretur, te cum,vt quaſi loquerer (inquovno acquiefco)hoc nefcio quid,nullo argumétoſcribereinſtitui.Amens mihifuiſſevideoraprincipio,&mehæcvnarestor quet, quòdnonomnibus in rebuslabentem,velpo tiusruentem Pompeium , tanquamvnusmanipula ris , ſequutus ſim . Etpostpaucafubiungit. Sic me illius, Pompeij, fugæ, negligentiæque deformitas auertitab amore : nihilenimdignum faciebat, quare eiusfu gxcomitemmeadiungerem. Nuncemergitamor, nunc defiderium ferrenonpoſſum: nuncmihi,nihil libri,nihil literæ,nihil doctrinaprodeſt. Itaquedies, &noctestanquamauisilla, mareproſpecto, euola . cupio,&c. Poftremodemumlocoeorum,quosexfcribo, Epift. Scilicet 1 4. fcribit. Cum mihi epiſtola affertura Lepta i circúuallatum eſſePompeium, ratibus etiam exitus portus teneri. Non medius fidius prælacrimispof ſum reliqua nec cogitare , nec fcribere. Mifi adte vnà exequutifumus exemplum.Miſeros nos, curnon omnesfatum illius Torqueor infelix , • • vt iamillum Mutianum exitumexoptem • • Populi Ro. exercitusCn. Pompeium obſidet foſſa , &valloſeptumtenet,fugaprohibet, nos viuimus,& ſtatvrbs iſta ! Prætoresiusdicunt! Ædilesludospa rant! Viribonivſuraspreſcribunt! Egoipſeſedeo! Conerillucirevt infanus ! Implorare fidem munici piorum! Boni nonſequentur,leues irridebunt: re rum nouarumcupidi, victorespræfertim ,&arma tivim , & manus afferent. Quidcenfes igitur? & quid nameſttuiconfilijadfinishuiusmiferrimævi tæ: nuncdoleo, nunctorqueor. Indagomorumperagitur. INDAGINEM iam morumexdefcriptis locisaggre diamur. Primòitaqueoccurritexlocis postremo loco obfer uatis, dolorem, &angorem Ciceronis, exeoquod Pompeium nonfitfequutusin exceſſu magnofuiſſe: cum &fomnum probiberet,&vigilanteminſummomeroredetineret: prate rea exclamationes ille, et ferèextaſes idipfumdemonftrant. Atadquos habitusaffectus is excedens pertinet ? Certè ad habitumcharitatis, beneficentiævéadcircumiacentes-vébabi tus, utamicitia particularis , &peculiaris adeam ipfam cha ritatem reducitur : quade refuprainfecundaparte ,in lib.de Cap 2. Beneficentia. At peccabat habitu, vel dispofitione in ex ceffu amoris erga Pompeium : quiamorexPompeij periculis, &damnis magispungebat , cum coactus Italiam reliquit prius, quam ofidionempaßus eftBrundiſij. Quaoccafionema gisfentireamorem non est inconstantia,fed naturalis que damamoris auctio : nam boni defiderium ex indigentia cre fcit , utantea vidimus. Verùminconstantiafuitineo,quòd nunc Pompeium enixè amauit, nunc parum, ut profitetur Epift. ultima,lib. 3. &Epift. 12. lib. 9. afferitſeadeformi tatefuge, velnegligentia eiuſdem auerfumab amore. Que variatio animi nonnificum inconftantiafuit : ea enim cadit potius inamatorem,quàminamicum. Primusmos Mos ergo prius in Cicerone colligitur amoris in Pompe- qui in Cic. iummaioris,quàm oportuerit , inconstanter tamen,que in- deprehet constatia actum amoris eripiebat interdum , at nonradicem : Pompeium Nimum ſtudium. X 4 qua 328 Deconiect. cuiufquemorib.&c. quequidem radix adeo alta fuit , ut pre reuerentiaerga eundem Pompeiumidemnoneßet dicturus,quodſenſurusde petitionibus Cafaris exaudiendis. lib. enimfeptimo ad Atti cum Epistolaſextafcribit. Dicesquid tuigiturſenſu rus es ? non idem quod dicturus . Sentiam enim omniafacienda, nearmisdecertetur. Dicam idem, quod Pompeius . Etlib. 8. Epift. 11.fatetur Pompe ium ad SullanumRegnum adfpirare: tamen eum fibiſe quendum proponit . Nonne est is excedentis amoris af fectus : Senatorem grauem amico ad tyrannidemfuffra gari? Secundus mos ambi tio. deOffic. Secundus mos est ambitionis: excedentem enim honoris amarem, velignominiatimorempreſefert,cumsefermonem hominumferre nonpoffe ,etiaminhonesto, stabilito iam Primo lib. propofitopatefacit . At virprobus, utipfemetCiceroexEn nio laudat, imitatur FabiumMaximum,qui Nonponebatenimrumoresantefalutem. Nequeveròdictaillahominum,acex illisignominieme tus in honestatis verèfinem recurrebat; nam fequi Pom peium ,eiusqueadiutare victoriam,erat tyrannidemfuturam promouere : veriffimum enimfuiteiufdem Ciceronis CICERONE (vedasi0 prafa gium epist. quinta, libfeptimo, itidemad Atticum. Ex vi Ctoria, inquit, tum multa mala,tum certètyran nis exiſtet . Alteruter enim vinceret , tyrannus futu rus erat . Terti mos. tibus virtu um. Tertioloco in Ciceroneex eadem obferuatione deprehendi Caruithabi musnonfuißehabitum virtutum moralium, cumenimiudi ciumearundemrerumpro affectibus insurgentibus variaret, nonerantinipſoſolide virtutes, quæprincipiaprudentiæſem perimperturbata,faltem perſiſtentia, conferuant, ut ex fuperioribus conftat . Pro corellariopendet, ut neque in eo-ve- Lib.dePru. raprudentia , &exacta eßetadamuſſim moralis definitionis. Prudentiam tamennaturalem , & moralem imperfectam in multis rebus non eft illi denegandum adfuiffe. At est ne tribuendainaffectibusnunc diftiscontinentia, anincontinen tia ? vitiumenim a viroabfuiſſe ultrofaterioportet . Habi tus , veldifpofitio in eo elucetmediainter continentiam , & incontinentiam , nempe maximis urgentibus obiectis affe Etuum vincebant illi , &deturbabantrationem . At contrà, affectus infrafummum gradum , & exobiectis nonſummis exorientes cedebantrationi,ab eaque ducebantur ; &hincfre quensinhominede officiodeliberatio . Quarto demumloco mollem in ipſoſuaptenatura animum Quartus conijcimus ,qualis etiam crafisfolet excellentibusingenijs ef- Mollisani ſefamiliaris ; deducitur autemquod ex ijfdemepiſtolis obfer- mo fuitna uemus,ut literisnuncCefaris Cefarianorumque, tura . peij , ac Pompeianorum interpellabatur, in eorundem par tesdeflectifolitum; præterquamquodfluenteslacrime, quas plerunque defcribit eandemmollitiemfignificant. Fuit itaque corde molli non duro . Hæcfatisfit pro praxis exemplo di xiße : plura confulto omittoadnimiameffugiendam prolixita tem,que poffentexadductis locis deduci. §. Tertius . Corellarium continet. CONSTAT exhis, quàm rarum fit veram virtu tem, & exmorali præfcriptione abfolutamin hominibus re periri : cumintanto viro, quantus Cicero CICERONE (vedasi) fuit, non reperia tur,fed duobus vel gradibus ab eaabfuerit . Ea tameneft prastantia virtutis, ut prope constitiffe fit gloriofum . Arri Deconiect. cuiufquemorib.&c. Arripiamus Horatij monitum, quicunque nonpoffumus ad Summumapicemafpirare . Restat, uthis egomeipferegam,ſolerqueelementis . NonpoffisoculoquantumcontendereLynceus : Nontamenidcircocontemnaslippusinungi; Necquiadefperes inuicti membraGlyconis : Nodofacorpusnoliprohibere chiragra , Eftquoddamprodiretenus,finondaturultra. Partemmethodicumpracauendaeftfictio,aggredi tur. Primog,defictionibusagit,fimulatio nibusq. Fictiones, fallaciæquediſtinguuntur. SECVNDAM methodipartemaggredimur, cum iamfictio, &fimulatio, dißimulatioquepreca uentur: velergofictiofuperactionem cadit ,sci licet actionemfimulamus , vel dißimulamus , velactio ipſa aperta , at finis obumbratur . Actio verò , ut iamdiximus, alia externaeft, aliainterna . Actio exterior te gitur , ut adulterium a muliere impudica: duplex verò est obumbratio, alia priuatiua , alia contraria , bacfimulatio , illa diſſimulatioeft; nempetenebrisſetegere, utneminiadulterum / pateat, estoccultatiopriuatiua , & dißimulatio: at actionibus contrarijspudicitiampretendere eftoccultatio contraria . Actio interior, quæ difficilius fingitur, præfertim eſt motusfentientis appetitus; affectusfcilicetquemfimulabant, veldißimulabant conuiueDomitiani, quorumfilios, velfratres, velparentes eademdie mortitradiderat;fedetiamopinionesfinguntur, ut hæretici varijsartibus interdum finguntfuas coram Iudici busfidei: atcaditſuperfinemfictio , cumfinisfalſuspræten ditur . Cesar arma inferensPatriæ, finem vlcifcendi iniu riastumfuas, tumTribunorum Plebis prætendebat; at ve rusfinis erat Dominatio,quamquærebat. Singulabacmem brarepetamus . §. Se  Deconiect. cuiufquemorib.&c. Fictioactionis exterioris eiusvèoccultatio. ACTIO exteriorfictionem, occultationemvétriplicem patitur; precedentem, comitantem,feufimulcum eaconſiſten reofto. tem, &confequentem . Precedensoccultatio eft cumteftè commeatadamicam adulter. Confistens occultatio est,qua actus ipfe adulterijtegitur; cuius generisoccultatiofolertiſſima FabulaFla- est,quamcomminiſciturinpuella (Flammettam vocat) Areo mettrexA- ftus , que in medioduorumcubanstertiumadmifit,cuiuscon cubitum utrique ea rationeoccultumfuturum credidit; quòd ſperaret ambosfociumillum, non tertiumfuiſſe reputaturos. Confequensoccultatio eft , qua præcedensiam , & confumma tus actus occulitur,ſipræfertim vestigia remaneant,quæfint tollenda: adfubitum maritiperegrè reditum adulter effuge rat,atpallium reliquerat: quarentiergo marito ecquodilud pallium effet,refpondit uxor, aſeilludipfiparatum, cumfciret pallio egere nouo. Fuit ea occultatioadulterijtransacti,ataper ti eiufdem indicij . Lachrymis adulteram tegereſua adulteria monet Iuuenalis:fimulat eaſe proZelotypia flere, velCyne di, velpellicis . Cumfimulatgemitus, occulti confciafacti; Autoditpueros, autfictapelliceplorat, Uberibusfemperlachrymis. §. Tertius . Occultatioaffectus . Exinterioribusautem actionibusdifficilius affectus tegi tur,quando vehemensfuerit; namrefluit isin ora uſque, t) in exteriora membra . Intimore nedum orepalleſcimas,ſed etiam LiberNonus. :  etiam tremimustotocorpore . Componereergo inilliufmodi affectibus vultum difficileest, ut illud poffit Comicihucde- Heaut.act. : torqueri . 5. ſcen.1. Voltusquoquehominumfingitſcelus . Eiufmodi verò occultatioerat penes eundem Terentium Phorm.act. veteratorisPhormionis , 5.fcen.6. Nuncgeſtus mihi,voltusque capiendusestnouus . Compositio autem vultus,dumaffectum tegimus triplex effe videtur, reprimens ,quam t)mediam vocarepoffumus, contraria, &diuersa. Reprimentem,acmediam vaco,que continetaffectum, neerrumpat &in eofistitur. Isfuitpenes HomerumhabitusVlyſſis,Penelopiaßidentis. AtVlyffes Animoquidemlugentemfuammiferebatur vxorem: Oculiautem tanquamcornua Stabant, velferrum Tacitèinpalpebris: dolo autem hic lacrimas occultabat. Contrariaestcompofitio, cumqui tristitiaopprimitur,leti tiavultupretendit;&quiodit,præſefertamorem. Sinonpe nes Virgilium odiuminGræcos amorem in Troas & verbis &oreprofitebatur:atcontrarium affectuminanimocondebat. FasmihiGraiorumfacratarefoluereiura Fasodiffe viros. Multi verò contrariumaffectumpræferunt,vt verusfa cilius occulatur; etenim, ut Arift.infimilidicit. Atque in contrariumnos ipſos abſtrahendo , nam ſi procula peccando nosipfos remouerimus, admediumdeue niemus,id,quodquilignadiſtorta dirigútfacerecon Lib. 19. fueuerunt.Uthinc,quiimpenfius,ſummaque arteamorem nobisfignificent ,fit illis minus credendum . Contrarium re præfentabatpenesTacitum Augustus,ibi, Specierecufan- 1.Annal. tis  Deconiect.cuiufquemorib.&c. tis flagrantiffimècupiebat. Atdiuerfum vultumpra tendent, quinon quinon contrarium affectum verò, Heauton. att.1. fc.2. verò,feddiuerfumfi mulant; nempequitiment nonaudacem vultumfingant,sed letum, velmifericordem. In diuerfum affectum compofuit vultumTerentianusChremes,cumadreprimendamlætitiam, quam vicè Menedemiex reditu Clinię ceperat , admonitoris Seueritatemfumpfit; quiaffectusnon erat contrarius,feddi uerfus . CH.Illene?fedreprimam me; nam in metueſſe hunc, illiest vtile. 10 CLIT. Quidtutetecum? CH.Dicam; ut uterat, manfumtamenoportuit , &c. Occultationum barumpriuatiua diffimulatio est : duæ reli quefimulationes ; licetegoin preſentia confundam fimulatio In3. parte. nem, dißimulationem breuitatiscaufa,quasſuo locodiftinxi. Occultatioreliquaruminterio rumactionum . T : RELIQVARVMactionum interiorum occultatiofaci lior est. Suntactiones eiufmodi , electio , &opinio ,creduli tasvé. Electionemdiſſimulant, qui, quodexinfidijsfaciunt,vt repentino animi motufactum,praeferunt.Adeffugiendam pe namficarijinterdum eiufcemodifimulationeſeſetegunt. Cice ro in orationepro Milonetuetur, Clodiumabeo occifum exim prouiſaoccafione, immoneceßariadefenfione: t) Clodijfauto res contendebant occifumeßeexinfidijs,atqueex electione . Quodfcilicet Milopremeditatus eumfuerit adortus, atque in eandemfententiamIudices iudicauerunt. Credulitatem pra fertimfimulant,qui alienamreligionemmetu penarumprofi tentur, LiberNonus. 335 tentur, utproximèMaurorumreliquieinHifpania,quasde mumPhilippusIII. nuncregnansabillisexpulitRegnis . §. Quintus. Alia distinctio fictionum, feu falla : ciarum, quæ eft luſtiLipfij. IVSTVS Lipfiusinpolitico ſuo centonedistinguit fictio- Lib.6.c.12. nes , )fallacias (vocat ipfefraudes)trifariam inleues, in medias, )inmagnas. Diffinitprimò fraudem. Argutum confilium avirtute,autlegibusdeuium Regis,regni quebono;utintelligamus arctiusab ipfodefinitam frau dem,&fallaciam,quamanobisfumatur: attamendiuifio ea demaccomodabitur . Estergo Lipfiofrausleuis, quæ haud longe a virtute abit, malitiæ rore leuiter aſperſa: bancdiuiditin diffidentiam, &diſſimulationem . Diffidentia autemineoconfiftit, nefacile credat : credere tamen oftendat; reinquam paucis credat, at specie omnibus . Diffimula tio verò eſt, dequa dicitur. Nefcit regnare,quinefcit diffimulare. Mediam fraudem definit, quæ ab eadem virtute flectit longius , &ad vitij confiniavenit: hanc diftinguit in conciliationem, verius corruptionem, deceptio nem. Conciliationem , corruptionem védefinit his verbis. Cumcallideinclinas ,&allicis ad tecorumanimos, operasque,qui alieniiuris.Ciceroin eundemſenſumſta tuit proprium eße prudentia conciliarefibianimos hominum , t) adſuos ſusadiungere. Deceptio veròest( utfubiun git)cuminducisaliumintuacommoda, errore, aut mendacio obiecto. Iammagnamfraudemdefinit, quæ nonavirtuteſolum,ſedlegibus etiam recedit,mali tiæ iam robuſtæ,&perfectæ. Hancdiftinguit inperfidia, &iniuftitiam. Eftperfidia,cumpercauillos, &argu tiolas 336 Deconiect.cuiufque morib&c. tiolas federaeludimus , autpacta. Iniuftitia eftcum contra iura ,&legesſe,& fuaimprobèpotiusquàm callidè augent. Hancego viridoctrinamretuli: nullamin terpono cenfuram, ſedexiam dictisdeducendamrelinquo.Alia, actertiadistinctio. ALIA estfallaciarum,quasnunctractamus, distinctio valdequeadremnostrampertinens;queexinftrumentisfu mitur,quibus fimulamus; velenimfimulamusverbis,vel vultu,velfactis,Ciceroad2.Fratremduorumpriorum me minit . Nimis multis fimulationum inuolueris tegi tur, &quafivelis quibuſdamobtenditur,frons,ocu li, vultusperſepementiuntur:oratioveròfæpiſſime. Promptiſſimum, &efficaxfimulandiinstrumentum est oratio affeuerans; que velnudaeft, velvallataiuramento. Confidens mendacium,idestfidenter ,&audacter prolatum proveroſevendicat; undepenesComicumobeiufmodicon fidentiamGeta, Phorm.act. 1.fce.5. ! Ninoſſem caufam,crederem verahuncloqui. Et Ouidiusaudaciamhancinmendacio ſignificans, &mo nensamatoremdixit, Nec timidepromitte, periuriami ſcent, amatores præfertim,quibusetiamidfuadet Ouidius . Pollicitistestesquoslibetadde Deos : Iupiter exaltoperiuriaridetamantum. Ad Lentul. epift.9. Secunduminstrumentum est vultus . Cicero frontem di ftinxit . Fronte , inquit,&vultu, quibus fimulatiofa cillimè fuftinetur : at mihinunc vultusomnia complecti tur : quade vultuscompofitionefatis iamfupra §. tertio, in vultu verò lachrymaquoque continentur. Tertiaestfimu latio LiberNonus.  latiofactis. Qui vestibus ementiunturſexumfactisfimu lant. Martanus penesAreostum,qui armis Griphonisſeſe certaminis victorem repræfentauit , finxitfacto . Hec est distinctio fimplicium instrumentorum: atcumcomponuntur illa, quatuoralia membra reſultant ; vel enim vniuerfatria coniunguntur,cumfimulatur oratione, vultu, &factis: velduo tantùm,tresque nafcuntur conbinationes; alia ora tionis, vultus ; alia orationis,&factorum ; alia vultus, factorum . Septem ergo generafimulationum ex instru mentis erunt ; triafimplicia,quatuorcompofita; nempeex bi nistria, ex omnibus unum . Defimulatione finis,feu depratextuobten tuvè. Quibus ex partibus conftet prætextus . C veròactiomanifestaest, velvltroeamfatemur, atfinis alius a veròpratenditur, prætextus, obtentusvé VM nafcitur : expreffit ) vocem, &rem in Augufto Tacitus. Annal.1. Dicebatur contra,pietatemerga parentem,&tem pora Reipublicæ obtentuiſumpta, cæterum cupi dinedominandi corruptosper largitionemvetera nos, &c. Placet remhancinhumanam vitam latèſeſe diffundentem distinguere , &exponere . Nomen autem pretextus ex Suetonio mutuabor , eoque vtar ; interdum etiam nomenobtentusexTacitopermiſcebo . Aristoteles vo. Lib.4.Polit. cat Græcè πρόφασιν, quem Latinè reddit prætextum . Petrus Victorius prætextus itaquefeu publicus ,feu priuatus, cum Υ integer cap.13.  Deconiect.cuiufquemorib.&c. integer est, quatuorfermèex partibus coalefcit : exactione ipsa, que fit: exfinefalſo,qui prætenditur, qui unus in terdumfibi pretextus nomen vindicat : exfine verò pro. ximo : exfine verò ulteriore . Rem exemploabAristotele eodem cap. 1 3.fumptodeclaremus . Reipubliceitaque, vtibi dicit ,Oligarchice de armorumtractatione legespermittunt, pauperes impunèabſtinere ab armis, t eorum exercitatio ne: atdiuitescoguntpenis etiamimpofitis arma habere, tractare . Actio ergo est lex ipſa . Finis, qui obtenditur, est , ut pauperes poffint liberius opificijsfuis victumfibi quærere, adeoque affimilatio charitatis in egenos: at verus finis est, utdiuites legis iußu coactiarmorum exercitatione periti militia , & bellicofi euadant ; pauperes contrà liber tatifuæ reliftiabillis abftinendofint imbelles. Finis ulte rior eft , ut diuitesitafaciliusimperium retineant; egenimi nus repugnare poffint . §. Secundus . Exempla priuati prætextus. PRAETEXTVS priuati exemplum est illud Pamphi lı in Andriapenes Comicum, & Daui monitoris cum re ſpondet patri,ſe uxorem ducturum. Hæc estactio,nem pe promiffio acceptanda uxoris; finis, quiprætenditur, obe direpatri ;finis verus, utnegligentempatrem ea refponfio ne reddat. Idmonet Dauus. Sedfi æquo animoferreaccipiet, negligentemfeceris. Finis ulterior , utdemum poſſit Pamphilus vxorem ducere Glycerium fuam . Penes Salustium autem C. Cor nelius Eques , & L. Vargunteius Senator introire debebant noctu ad Ciceronem. Hec erat actiofcilicet introitus; ipſe finis Liber Nonus. finis obtentus, ut ipſumſalutarent; finis verus,ut con 339 foderent imparatum; finis verusulterior,utita Roma potirentur, Confulefublato, coniurati . Cum voluptuarius estfinis, ut in amatorijs , vnicus finis dari videturve rus ; nempe voluptas quæfita ,que est proximusfinis,non non habet finem ulteriorem: attameninillisquoquefæpefi nis proximus ab ulteriore diftinguitur; cumfimulatfumere aquam mulier ,utfcribat amanti. Scilicet obstabit cuftos,nefcriberepoßis, Sumendedeturcumtibitempusaquæ ? Finis verus proximus estfcribere amatori ; finis ulte rior eft uoluptas ex eo veneris: at cum actio proximè con cubitum antecedit , ut specie mulieris admittere adulterum, tumfinis proximus,atqueulterioridemfunt. De dissimulatione finis. DISSIMULATIO preterea finis quoque datur est, cum aliquidfacimus, quo uerofine occulimus: nullum fiquidem pretendimus finem . Iuuatautem interdumfu ea spenfos alios effe de confilio nostro . Cum quidam princeps magnas copias comparauit, & inftruxitpaulò priusquàm moreretur ,quofine eascollegerit,nonaperuit , utipſoimpro uiſa mortefublato , adhucincertiea derefimus. Magniin terdum Reges exercitus cogunt, cur uerònonaperiunt,ut fi nitimi principes minorumuiriummetuentesfibi,armapara re cogantur,atque ita exhaurianturſumptibus: dedita ita que illi operaquæruntſuſpenſos eße finitimos principesde fi ne , quamobrem milites confcribant. Mecenatem latebat , quamobrem Horatius facrificaret Kalend. Martijs , ut Υ 2 idcirco Ouid.3. lib. dearteamá di.  Deconiect.cuiuſquemorib &c. idcirco coactus fuerit caufamfignificare . Martijs celebs quidagam Kalendis. Eiufmodi ergoestfinisdiffimulatio , cumnonfalfumpre tendimus : quæestfimulatio ,ſed nullumaperimus,omnem que tegimus. Defimulatione morum . NOTIORIBVS adoccultiorapergentesadfimula Ationemmorumafimulationeactionum tranfeamus. Eft fimulatio morum difficilior, que deprehendatur,proindeque ignotiorfimulationeactionis . Namcumabfumusaboccafio neoperandi liberum est morem quemlibetfimulare: ignauif fimus quiſque homose pro forti uenditare poteft, cum nulla eft occafio pugnandi. Thraſones multi in comedijs inducun tur, fedin communietiamuita multostales nouimus,quige ftationearmoruminceßu , &oris habitu Martem ementian tur; atfint mulierculis pauidiores. Noui etiamquiſepurif fimum,&caftiffimumfimularet,atreipfa inuentus estfe dus , &intemperantie perdite . Hippocrita eiufmodi mo rum fimulatione paßim utuntur, quos idcircofacræ litera fepulchris exterius de albatis aßimilant,intus ueròluridis tfetidis. Intercæteras morum fimulationes quæ fimplicitatem fimulat,ſummo pere decipere. : Arfuntquifimulationes, diffimulationesquefuasmirificè tegantlibertatis, acfimplicitatisfimulatione . Conanturſepro aperti apertifenfus ,tt LiberNonus. )liberifermonis hominibus venditare, cum 341 fintfummoperetefti, &occulti . Quoniamitaqueincedentes taciturni, acdemiſſo vultu, cogitabundiqueprotectis, &'oc culti confilij habentur. Demiſſosanimo , &tacitos vitarememento Quatacitum estſtumen,forſanlatetaltius unda. Fllicontramulta blaterant , & interdumdedita operaali quiddefipientiæ allinunt dicacitatifue , utomnemastutiam, atque calliditatem aſe procul abeffe fuadeant : interim verò quein alioseuomunt,vt vera accipiunturnonconficta;pro indeque altum existimationi demorforumhominum vulnus infligunt. Noui quendam,quicum liberèadmodum de alijs, &inalios diceret specie dicacis quidem, atfimplicis,aper tique hominis,a prudentibus tamen aliquibus virisprocal lido , tectoque homine habebatur ; & adobtentum fimpli citatis accipiebant . Deducamus hinc, proponamusque ca nonem . Summoperecauendam eſſeinfidiofamfimplicitatem,quam Canon, dari vidimus . Methodus detegendarumfictionum, acfimu lationuminfuacapita distinguitur. Enumeratcapitavniuerfalia. GGREDIAMVR nuncadfallacias,acfimulationes,diſſi Amulationesquedetegendas.Idpramonendofolidiuinoocu lo effe eas verè, clarè apertas anobis auteconijci,&proba bilitantumconiectura poßeindagari. Qua verò viahumana Υ 3 conie Deconiect.cuiufquemorib.&c. coniectura in occultaadeo veritate inueftigandaprocedat, di ſtinguamus. Cumfititaquefimulatio,acfictio,dequanúcagi mus, velamentumquoddamobtegens vera animiſenſa, vel velamentum ipfumaliqua ex parte perlucetacutis mentium oculis : &hocest primumfimulationis detegendecaput; vel adducituripfemet, quifingit, ut animumfuumdetectafimu latione aperiat . Eftquefecundum caput methodi, velneutra viainceditur;fed exqualitate perſoneagentis, &eius,qui cum agitur,coniecturafumitur. Nempesiveteratorfit, qui agit , ac loquitur; nosquealiàseum pro veteratoreagnoueri mus,facilècredemus,tumetiamfingere; præfertimfifimula tio tum ufuipoffitillieffe: pariter cum perſona ,qui cumagi tur, fitaliquamagna potestas, Princepsfcilicet, autſummus Magistratus, autidgenushomo,quiplurimum obeffe,&pro deffèpoßit , coniectabimus aliquam facileimmifcerifimulatio nem adpromerendum eius amorem. Triaergo funt methodi capita,quæfubdiuiduntur, utnuncfubdiuidemus : at quod tertio loco numerauimus,nuncprimum caput , &quodpri mumpoftremumfacientes. §. Secundus. Subdiuiditurprimumcaputmethodi. PRIMVM ergocaput exqualitateperſoneinduaspartesſe catur, proutduplexeftperſona, que agit ,decuiusfimulatione Andr.act. 3.fcen.4. ambigitur, tea,cumquaagitur. Perſona,quæ agit, & que dicit, velfallacijs vticreditur ex communi aliquaconditione, velexpeculiari, excommuni,velutinunc aulicosfimulatione uticredimus . Serui penes Comicumin eademfuntnaui . SIM. Ego dudumnon nilveritusfumDane, abste, ne faceresidem , Quodvolgusferuorumfolet,dolis,ut medeluderes. Реси LiberNonus. 343 Peculiaris verò conditioperſone, exquafictionem,acfimu lationempræfumimus, eſt,ſi veteratoranobis fitaliàsdepre henfus expropenfione , veladfcititio more . Simo,idem penes Comicum,Dauumcredebat exhabitufallacijs uti. Simulfceleratus Dauusfiquidconfilij Habet , conſumatnunc, cumnihilobfintdoli. Ratione veròperſone, quicumagitur,nedumcumprinci pibus, magnisquepoteftatibusfimulanthomines ,fedetiam cumperdite amatis,atque cum illis,in quorummanusunt,que vehementer defiderant. Inops adulaturdiuiti , amator ama te,idemquedealijs . Subdiuiditurſecundumcaputmethodi. SECVNDVM caputest, cum adducituridem,quifingebat adveritatemdetegendam: adducuntur veròhominesadindi candam veritatem,velſuafione, adquamblandiciæ redigun tur,velpenis, utquæftionibus, &tormentisquafitorescri minumexprimerenitunturareis peccatorumconfeffionem : ad bacreducunturmine, velpremijs,adquepollicitationesredi guntur. MutiuspenesLiuium videturbeneficio victusreue- Lib.2. lafſe Porfene coniurationem. Tum Mutius, inquit,quaſi remuneransmeritum.Quandoquidé,inquit,eftapud tevirtutihonos, vtbeneficio tuleris a me, quod mi nis nequiſti trecenticoniurauimus Principesiuuen tutisRomanæ, vtin tehacviagraſſaremur: meapri maforsfuit. Cæteri,vtcuique cecideritprimò quo adteoportunum fortunadederit,ſuoquiſquetem poreaderit. Solorumcruciatus, &premijinhocipfopropo fito Tacitus meminit :in coniurationis enim aduerfus Nero Υ 4 nem  Deconiect.cuiufquemorib.&c. nem detectione dicit , cruciatu, ac præmio omnia eſſe peruia . Postremoloco vino , & ebrietate victi verumaperiunt animifenfum . Horatius . Dicunturreges multis urgereculullis , Ettorqueremero, quempertentarelaborant, Anfitamicitiadignus . EtTheocritus in vinoueritatem eßedicit. Dalidaa Sam pſone expreffitarcanumfortitudinisfuæ,nonblăditijs,fedmo lestiaperpetuagannitus,t) garritus ad aures . Sacrafcriptu ra,rem apertèdesignatlib.Iudic. cap.1 6. verbafunt . Cum quemoleſtaeſſetei,&permultosdies iugiteradhere ret, ſpatiumadquietemnon tribuens,defecit anima eius, &ad mortemvſque laſſata eſt; tunc aperiens veritatemei, dixitad eam,&. 6. Diuiſamembrainſua principia reducuntur . Si veròplacetquatuor eiufmodi modos philoſophandiin Juaprincipiareferre,itaprocedemus , utfecretum prodatur, duofaciunt, impetusanimiadſenſaſua aperienda, & imbe cillitas virtutis ,ac facultatisſeſecobibendi. Impetumagno erumpere velle,que intusin animo condimus, quiſque in Eunuc. act. terdum inſeipfo experitur, ut non iniuria ille Terentianus 3.fcen.5. Ephebus. Iamneerumperehoc licet mihigaudium? Atprudentes ,grauesquehominesfeipfos cohibent,quodfi visſeſe cobibendi fit imbecilla , vel imbecillaredatur , tum exhoc quoque capitefecreta produnt animi. Impetus erum pendi prefertiminest incalefcente animo ,fcilicet incalefcente primoſenſorio,utaffectus calidi apertifint,ira vehemens,cu piditas, &idgenusalij . At laxaturuis cohibendi animumab affectibusfrigidis ,timore , &dolore; hac itaquerationetor menta, & mine adfecretadetegenda conferunt. Atpremia, beneficiaque , &pollicitationesexprimacauſa. Voluptas , t calefacit, laxat, ut rutraque ratione arcana animiprodat : ebrietasparitertum calefacit,tum diffoluit vim omnem animi ſeſecohibendi.Atfuafio altiusprincipium petit, nemperatio nem,t) voluntatem, quæ velitſeſeaperire. §. Quintus. Subdiuifiotertij capitismethodi .  tertiumerat,cum velamenfictionis perlucet: diftinguitur autem,velenimtotum velamentumperlucet,vel cumfitfuapte natura imperuium, aliquainpartedifrumpitur: perlucet verò velrationetenuitatis,velratione cotrarietatis: diſrumpitur autem, velerumpente affectu, velaccidente,aut Subsequenteeffectu . Singulaspartesfubfiguremus. §. Sextus .Cumvelumex tenuitateperlucet. QUONIAM ergovelamentumfictionistriplexeſt,vel enimconfiftit in vultu, velin oratione, velinfacto:fingula percurramus. Velamentum vultustenueest,cummeſti,v.g. letitiamfimulant vultu ,ſedleuiter adeo , ut meſtitiafacilè Subluceat. Perlucebattimor,&confcientiapeccatiAntiphonis inprimo & fecundoeiusuultu, licèt non aqueinfecundo, atin tertio occulebatur.-- ANT.Voltumcontemplamini,hem, Satin' fic eft ? Ge.Non. ANT. Quidfific. GE. Prope modum. ANT.Quidfific. GE. Sateft. Velamen Phorm.act. 1.ſcen.4. Deconiect. cuiufque morib.&c. Velamentumautemorationistenue est, cumfrigidaest,re miſſavé verborum affeueratio , vel negantis , vel afferentis aliquid . Frigidenarrantiſe a quopiam verberatum nullam fidemadhibebat, velſe adbibere fimulabat Demosthenes : at concitatius iam & impenfiusiniuriamfuam attestanti,ſetum credere dixit . Remiſſaquoque petitio docet negationem, ut 5.fcen.1. nempenesComicum . Eunuch.act. dicitur . At perplexa oratio multo magis detegitfimulatio THA.Pergin'fcelesta mecumperplexèloqui? Scio, nefcio, abijt, audiui,egononaffui. Noniftucmihid:Etura aperte esquicquid est ? Penes aliquos Iurifconfultos vacillansoratiopro indicioad torturam habetur,ut refert Emer. inDirect.Inquifit.3.p.q. 61. &Clarusinprax.criminal queſt. 31. nu.27. atcertèeft indicium adcapiendum, atque adferuandumin carcereextr.de Lib.7. tica. penis,cap.fuperbis. PenesquoqueQ Curtium concio extre pidatione, reputauit reum Lyncestem Alexandrum . Nulli, inquit, erat dubium, quin trepidatio confcientiæ in diciumeffet, nonmemoriævitium . Cum veròinfacto confiftit velamentum ,perlucetipfumquoque interdumex te nuitate, veluti , quos memorat Iuuenalisſub adulteri aduen tūfolitos effefubitoſecorreptosfomnofimulare,utque isdicit , Vigilantiſterterenaso utcoramse uxoresliberius contrectarent ; ratione contrarie tatis, cum velamentumfictionis nimis artificiofum est, af DeartePoe fectatioeluceat: talequippiam est illudHoratianum de menda ci laudatore . Clamabitenimpulchrè, benè, rectè. Pallefcetfuper bis etiam,flillabitamicis Exoculisrorem:faliet, tundet pedeterram , Utquiconductiplorantinfunere dicunt, Etfaciuntpropeplura dolentibus exanimo; fic Deriſor veròplus laudatore mouetur . §. Septimus. Cumdiſrumpiturvelum .  DISRVMPITVR autem velum, vel erumpente affectu, utdiximus, velaccidente, velſubſequente effectu; cum affe Etuserumpit maiores diligentia , & attentioniseget , cum in eodem inftrumento quod affectum aliquemfimulat , contra rius,veruſque erumpit; &nonadeo erumpit , uttotamfimu lationem auferat: fi enimperfeuerante adhuc velo fimulati af fectus, verusperpartememergat,ſagaciopus eftoculo,() in Structo, utinterfimulationis nubes veritatis radius dijudice tur. Dico autem, velutifi affectus amorisfimuletur vultu, at ineundem vultum erumpatodijradius interfimulationem adhucperſtantem amoris; autfimuletur affectus oratione,& oratione eademinterim contrarius elucefcat affectus . Pariter fifactofimuletur, &facto eodem aperiatur; opus infingulis his cafibusestmulta attentione , &perspicacia. Facilius di gnofciturfimulatio, cum oratio , & vultus apertèpugnant, veloratio, &factum, vel vultus,()factum. Namsi ve ritatisfignificatio per tranſennam elucefcat,parestcumfupe rioredifficultas . Pugnabat vultuscumoratione CremetispenesTerentium, Eunuch.acr. qui cumſe audacem verbisprofiteretur, Egoformidolofus? nemo eft hominum, qui viuat minus . at vultupraſeferebat timorem .-- TH. Attollepallium . Perij,huic ipfieftopuspatrono,quemdefenſoremparo. Pugna 4.fcen.6. 348 Deconiect. cuiuſquemorib.&c. Pugnabat,iudiceElyſa,oratio Ænee,fugamadornantis, vultus; cum enimorationeis amoremprofiteretur. NecmememinißepigebitElyse, Dum memoripfemei,dum ſpiritushosregetartus. Atnecingemuit fletu Elyſe, nec flexitoculos, neclachry masdedit, utilla ipſa obiecit . Numfletuingemuit noſtro ? Numluminaflexit? Numlachrymas victusdedit? Interpretabatur itaque vultum pugnare cumoratione.At Afinar.act. pugnabatfactum cum orationeexfententiaPhilenijPlauti 3.fcen.3. : na, cum Argyrippusamatorſaluereeamiuberet, &abiret. PHIL. Saluere meiubes,quoitu abiensaffers morbum? Sedcertèpugnabat oratio Ezelını Romani cumfactis;dice batſe Patauium expurgare velle , ) optimosquoſque ciues occidebat . Pugnarent vultus ,&factum,ſicontractafron te,&auerſo vultu quisarctèhominemamplexaretur: factum, fiquidemmagnamfignificaret dilectionem,atvultus animi alienationem. Hæcitaquecumpalam repugnantſignificationes affectuŭ: at cumtectè, &pertraſennam fignificatio veraerumpit,in telligemus ſuo poftea loco , interim breuitatis caufafuppri memus. §. Octauus . Cumdiſrumpitur, aperiturqueſimu latio ex affectuſubſequente. Атfimulatio aperitur ex effectuſubſequente interdum Ut velamenfatis perse denſum,et opacum difrumpatur. Simulatio Lodouici Sfortiadum prætendebat adminiftratio nem dictionis Mediolanenfis in gratiam nepotum exfratre arripere,detectafuitcum illisexclufis, eamfibi, &filijsfuis abIm abImperatorepetijt, & impetrauit . Proditorumfimulatio nesadexitumadducte omneshac ratione aperiuntur. Sinon finxitequumagręcisrelictumdonum effefatale Minerua , Sequentinocteexitusfraudemdetexit . Arduusarmatosmedijsinmenibusastans Funditequus; victorque Sinonincendiamifcet . Primum caput continet detegendafraudisexqua litateperſonaagentis, cum veteratorfue rit. Caput Quintum . §. Primus. Veteratorisdiſtinctio , & canon . SINGULAiamcapita,quebucuſquedistinximusdetegen dæfimulationis, diffimulationis véprofequamur,ſuoscui quecanones aßignaturi . Primumitaque eratex qualitate perſoneagentis,cumhomo veteratorfuerit. Veteratoralius apertiorest, quiſcilicet interdumiactat fallaciam fuam, &in Uniwersumdolofam viuendirationemcommendat . Aliuste Etus, qui speciefimplicis ,ac veracisdecipit pro utilitatefua . Adhuncfecundum veteratorem detegendum multafcribit di gniſſimaſcituPlutarchusinlib. deadul. & am.difcrim. Exem plumprimi ueteratoris exprimiturin Memnone aXenophonte in lib. 2. de Cyriexpeditioneincalce. Verbafunt inter alias, Memnõiactabatpoſſeſeomnesfallere, falsűfuadere, et amicosilludere. LodouicusSphortiadictus Morusexho- Guicciardi rūnumerofuiffevidetur,quidumprudentiaipſeſuaminterdum celebraret dareſepoſſe verbacunctisprofiteretur . Simulatore iam, ac veteratore diuiſo communiscanonſtatuatur . nus. Hominisfimulatoris, ac veteratoris dicta ,etfacta inter- Canon. pretari  Deconiect.cuiufquemorib. &c. pretari debemus ex utilitate eiusnon ex verborum,facto rumvéſignificatione . Totamrem unico exemplodeclaremus. 2.annaliū. Tacitus b. Germanicus eoredegerat Germanorum vires , ut unius ad huc annibello eos debellarepoffet. AtTyberius cui tanta glo ria Germanicifufpectaerat , multa obtendit , utabello ipfum abstraheret , primum monituquietiorum confiliorum,deinde oblatione Confulatus; demum rogando, ut aliquid materia re linqueret ad imperatoriam lauream Druso. At Germanicus SimulationemTyberrijnouit; nam, vttraditTacitus,Haud, inquit,contatus eftvltro Germanicus,quamquam fin giea,ſequeperinuidiam parto iamdecori abſtrahi intelligeret. . Secundus. Vſus canonisfeculohocexpo nitur,&reprehenditur. Hocfeculocanonhicaliorumdicta,acfactainterpretan diexeorum vtilitate adeo inualuit, utquafiomnesfintfimu latores; quafiomnes exelectioneagant, &confultatione, non autemfepeexaffectu, &perturbatione; &demumquafiom nes, quodfibi utilius eft, exactè cognofcant, interpretamur omne dictum , &factumex rutilitate dicentis , &facientis, utexfine,nullaetiamhonestatis habitaratione. Sumoautem vtilitatempropriè, uttertium eſt membrumboni in commu ni, quodtrifariam diuiditurinhonestum, vtile,iucundum , quomodoetiaminRhetoricisfumpfit Aristot. cumillam Statuit finemgeneris deliberatiui. Haccpea interpretatio exregula corruptadominandi, quamItali vocamus, ragiondi Stato; quamnuncnedum Principes, &ciniles homines,ſedſtratores fto. In1. deIusquetractant ; ipfam definiuitfubalio tamennomine appo fitiffimè Plato. Vtilitatem potentioris . Vnamquamque ergo  ergo actionem interpretanturex utilitate,quam affert,faltam tanquam exfine . Non est itaque eiufmodiinterpretatio adhibenda , nifi cum Canon. factum,dictumvéhominisfimulatoris , &callidifcilicet uete ratoris cenfemus, utenimfimulatorfingit,ut callidus,nonfubi toaffectu,sedprouiſa ratione utilitatisfuæducitur . Vndefihomofimplex, &apertusfuerit, nonest tanquam Corellariu. exfimulatione accipiendaeius actio . Si etiam conftet ex affe Etuimpulfumegiſſe, noneft interpretandaquafi ex prouifione utilitatis proceffèrit : pariterfifit imprudens . Quisenim, imprudentibomini tribuatfagacem cognitionem utilitatis ma ioris ? Atfi viroptimus , &fanctus , exhoneſtare, non ex utilitate ab honestateſeiuncta est exponendumfactum ,di Etumuéeius. Cumtamen cauſaſimulationistantùmexcefferitperſongfim Exceptio. plicitatem, ut uixullafit interillasproportio, homo apertusfi mulat,uelquinfimulet, dubitarelicet. Mariusuidetur exfui naturapotiusapertus , quam ueterator , attamen tantumineo potuitpotentiadefiderium,utcum uiſaillifitpotentiæ ratioid exigere, turpiteromnes deceperit , uelutiin negocio Saturnini, legisque eiusnobiles, acSenatum; demumetiam Saturninum fefellit. Plutarch. in vitaeius. Secundumdetegendafimulationiscaputexperſona, qui cumagitur. CaputSextum . §. Primus . Quimaximètimetur, enixèhonoratur. SECVNDVM persona, qui cum agitur .Hec Sanècum potestatem magnamobtinuerit , prafertimquefi Valde  Deconiect. cuiufquemorib &c. valde timeaturſempercumfimulationeeam adimus, laudan do,honoresque, acreuerentiæfigna multò maiora exhibendo, quàmfit verèſenſusnoster. Romani peffimos Imperatores quippe quos maximeformidarent, diuinis uſque honoribus viuentes coluere; atoptimosprincipeshonoribus humanis.Ve InPaneg. rumestilludPlinij. Ingeniofior eſt enim ad excogitan Traianodi to. Canon. dum(honores t) laudes) ſimulatioveritate, feruitusli bertate, metus amore. Domitiano Statuas aureasinter Deorum Statuas tanquamDeopoſuerunt. Traiano ereas in terStatuas hominumdicauere;fedbas duraturas,illas breui excindendas . Sititaquecanon • Quaadhonoremdicimus, autfacimus potentiorumhomi num, quospræfertim valdetimemus, velquorum odium ma ximèpræcauemusaliquemfimulationis gradum maiorem, mi noremuéincludunt: maiora enimfunt,quamquedicenda,aut faciendapro eorum meritiscredamus. Interdumquenedum minorameritahonoratorumhominum,ſednulla credimus: im mo velmaximisopprobrijs, &penisdignosreputamus. Cum ponebant Statuas aureas in Templis Domitiano,credebanttum Romaniinquinaricultum Deorum . Totaquearea (inquit InPaneg. Plinius)hinc auro,hincargento relucebat, ſed po tius pollicebatur , cuminceſti principis ſtatuis per mixtaDeorumfimulacraforderent. Velergodebemus credere, contraquamſignificetursentiri, &reputari; velfal temmultominus . Att.epift.13. §. Secundus. Praxim continet . CANONEM nonadmodumdifficilem,breuitamenpra Lib.2.ad xiillustremus. CiceroCefarem obfecrat, expulſoiamPompeio ex Italia, uteiustamendignitatemtueripoffèt earatione,quòd COS . eosduosdelegerit,quos præcipuècoleret,quibusqueeffetami 353 ciffimus, verbafunt. Sed, vt eotempore non modò iple auctor dignitatis tuæ fui,verum etiam cæteris auctor ad te adiuuandum; ficmenuncPompeijdi guitasvehementer mouet;aliquot enim funt anni cumvos duos delegi,quos præcipuè colerem, & quibuseffem ,vti ſum,amiciffimus. His verbispa remergautrunqueamorem,&obferuantiamprofitetur: ve rumexcanone,cum epiftolaſcriptafit ad Cefarem armate nentem,&victorem, interpretaridebemus, minus Cesarem aCicerone obferuatum,quàm Pompeium ;quam interpreta tionem resipfademonstrat : in ijfdem enimadAtticumepiſto lis nonfemel declaratſe Pompeianum, utdixerit , etiam malleſecumPompeio vinci,quàmcumCefare vincere. At de excedente Studio in Pompeiumfupra dixi, interim adde epist. . itidem ad Atticum, cumde Pompeio dixerit. Et mehercule, quamuis amemus Cn. noſtrum , vt &facimus,&debemus, &c.DeCefarefubijcit, Sedhoc τέρας horribili vigilantia , celeritate, diligentia eft; monftrumfcilicet ipſum vocat. Veterator autem aliusapertioreft, quifcilicetinterdumia- Appendix. )in vniuersum dolofam viuendira tionemcommendat; aliustectus,qui ſpeciefimplicis, ac ve Etatfallaciamfuam, t racis decipit pro utilitatefua. Ad huncfecundum vetera torem detegendum multafcribit digniſſimaſcituPlutarchus inlib. deAdul. +) Ami.difcrim. Exemplum primi veterato ris exprimiturin Memnone aXenophonteinlib.4.deCyri ex peditione incalce . Verbafunt. Memnon iactabat poſſe ſeomnes fallere, falfumfuadere, & amicosilludere. LudouicusMorusex borumnumerofuiffe videtur,quidumGuice.lib.: pruden Z  Deconiect. cuiuſquemorib &c. prudentiamipſeſuaminterdumcelebraret,dareſepoſſerver ba cunctisprofitebatur . A T ertium caput Methodi,ſcilicetperfuafio exponitur. . CCEDAMVS adeammethodipartem ,queanniti turfimulationem ipſum adducere ad vera animifen Saaperienda . Quatuor erant eiufmodipartismembra,quo rum primumperfuafio. Hecautemcumſemperex bonodu catur, (eaenim ratione, quamque rem perfuademus ,dum bonam ostendimus) velex honestoprocedit, velex iucun do, vel ex utili . Ex honeſtoquidem, utcum iudices reos ad veritatem detegendamhortantur,eoquod ius id,fasque poſcit: hac etiamfuafione uteretur, fiquis Theologicum id . dogmaadhiberet, quodpenes D. AQUINO (vedasi) legimus . Etideo art. 1. ſi confiterinoluit veritatem, quam dicere tenetur, vel ſi eam mendaciter negauerit , mortaliter pec cat. Exiucundo autem, veluti fi cui ea rationefuadeatur grauemaliquem affectum prodere , ut angor leuetur animi. At exutili,fioccultidefiderij , ac votiad confequutionemſe quis operaturum, modò illudnouerit, atteſtetur.Interdum non aliena oratione,ſedinteriore meditatione,acconfultatione,per fuafio procedit. Legati Allobrogumſua ipfi confultatione utiliora confiliafequuti coniurationem Catilina detexere. Sa luftius ita remdefcribit. In altera parte erat æs alienum, ſtudium belli ,magnamerces in ſpevictoriæ : atin altera maiores opes,tuta confilia,pro incerta ſpe cer ta præmia.Hæc illisvoluentibus,vicitfortunaRei publicæ . Itaque Q.Fabio Sange, cuius patrocinio pluri LiberNonus. 355 plurimum ciuitasvtebatur,remomnem,vti cogno uerant, aperiunt. Canonemproponamus . Persuaderecuipiam, utarcanaprodat,exlocisperfuaden- Canon. dipendet, quipenesRhetoreshabentur. Summaveròest, u velhoneſtumidtum,veliucundum,velvtilefuturummon Stretur,ut aptius eritadmouendumhominem,cuiperfuadere velimus. NutrixpenesEuripidemPhedra perfuadebat arcanam aperire animi afflictionemexhonestate. Itaqueenarranshoneftior videberis . #prius ex utilitate. Etfiquidemagrotasquidamarcanorum malorum, Mulieresbepromptefunt adcurandum morbum: Si veròproferenda tibicalamitas adviros, InHyppo. lit. Dic, utres Medicisdeſigneturhæc. Quartum Methodicaput. Pana, &quastiones quaque adeasreducuntur. Cap. Octauum. §. Primus. Comminatio penæ ſubit lo cumquæftionis. SVCCEDUNTpene,&questiones. Sumoautemhic penasinordinead eruendam veritatem,utinidem cum questionibus nuncrecidant. Questio enimaIurifconfultode- 1. itemapud Labeonem, finitur; Tormenta , &dolor corporis ad eruendam squæstione veritatem . Subijcitetiamquæftionemextendi adeam,quam fid ff. de iniu Gręci malam manſionem vocant,fubquacarcerem,&famem reponitgloßa,cum aderuendam veritatemitidem ufurpatur. Inverbo,di Verùmnonfolupena,fedcomminatiopena,cumfuerit inftans, cunt. Z 2 commi  Deconiect.cuiufque morib.&c. comminatio,& pengmagna,questionislocumfubit. Timo remfiquidem excitatmagnum: qui affectusnonfecus ,acdo lorlaxatanimum, vimquecontinendiſecretum , atquearca Cap.4.5.4. numanimiexoluit, utanteadiximus. Quamquidemcauſam eße, quamobrem animumaperianthominesquestionibusfub rectifuum , præterea,quenos adduximus,fignificat Sacra historia, ubideSampsoneloquiturloco antea adductocap.4. S.3.ibi, Defecitanima eius,&admortemvſquelaf ſata eſt: tunc aperiens veritatem,&c.penaitaqueeate nus adveritatemeruendamfuffragantur,quatenusanimum laßant: quemeundemeffectum præſtantmine instantes, urgentestimorem validum incutiendo. Timoremhuiufmodi 1 . preualidumprefertim incutiebant tormentaexpofita coramreo adipfumterrendum; exponebantenimfidiculas,eculeos,ignes, laminas,& adfingulamembraexcogitatafingillatim tormen ta, uteaſpecieterriti reifaterentur,quæiudicesexquirebat . Curtiusidem coramPhilotafactumafferit . Tortoresin co ſpectu Philotæomnia crudelitatisinſtrumentapro ponunt : at aspectui ipfe nonſuccubuit; fuccubuere verò Annal.libr. penes Tacitumin coniuratione Neronis, Sceuinus , &Anto 15. nius Natalis. Et tormentorum ,inquit, aſpectum,& minas nontulere. Non eſſeſatiscertam confeſſionem, quætormentisexprimitur. : Ar licètpena, &questiones,utlaßantanimumadde tegendam veritatem, conferant,attamenſquitiainterdum ſua adducuntimpares dolori homines ad fatenda crimina; que nunquamperpetrauere,ut mortefaltemseab ea mife ria Cho LiberNonus 357 ria liberent. Curtius dePhilota. Quia Philotas vltimis Lib.7. cruciatibus victus,vera nedixerit,quæ facta probari nonpoterant,an falſis, tormentorumpetierit finem, re quoquerecenti,cummagispoffetliquere, dubita tum eft . SedLegislatoribusquoquefufpectaestqueſtionum files; unde ff.dequeſtionibus,l.prima,legimusbeca Vul pianodicta. NoneſſeatormentisincipiendumD.Au guſtus conftituit, nequeadeo fidemquæſtioniadhi bendam. Hæcibiproindequeinter Iurifconfultos id com muni votoobtinuit, tormenta eſſeprobationemſubſidiariam; nempe noneßeadea deueniendum, mſi infubfidium,cum aliæ probationes ceffant . Clarus in pract. crimin. quest.64. num. s.quipostConradum eam effe communem DD.Sen tentiam refert . Hocquæſtionum caputperſeparumeſſe accommodatum politico homini, per redu tionemtamenquandampoſſevtileeſſe. VERVM nedumparum certaestfides queſtionum,ſed etiammethodus queperillas tranfigitur ,parumaccommoda za politicohomini; ad queſitoresfiquidem , ac iudices crimi numpotiuspertinet,&demum adillos, quiiurisdictioneuti poffunt aduerfus eum, cuius veraſenſaquerunt. Heri in feruos exercere poterant, patribus quoque infilios aliqua exparte patet pro iure castigationis , quod in eos habent : verùmper reductionemin alios quoque nobisnonfubiectos quoquo pacto datur; modòfintaliquade caufanobisobnoxij. Sampsonerat amore Dalide obnoxius; potuit itaque illaiugi moleftiaexprimere abillo caufamfortitudinis ,quamomnibus Z 5 tegebat Deconiect. cuiufquemorib.&c. : Canon1. Iuuenalis. Canon 2. Annotatio. tegebat: idem eritfiobvtilitatem,velhonorisſtudium, velob aliuddemumbonumfueritquisobnoxiusnobis. Sintcanones. Canones continet. QVEMCVNQVE aliquisobnoxiumhabetaliquainre potest hominemadduceread detegendaſecreta animi,dum eumincommodeteain re,inqua habet obnoxium,non dando fcilicet eam, velexiguèdando uſquequo veritatemdicat. Ca nonpatetexijs,quedeDalidadiximus.Pariterfiduses, م beneficusinopi,quemfubleuarefolebat,fubtrabat liberalita tis fuæadiumenta. Itemfipotensbomo,acStudijs multorum cultusfubtrahatcuipiam colentiumamorispristinaſigna, interiores admiſſiones , ut earatione compellathominem ve ritatem detegere, omniſummota fictione; nam hec acriter punguntſequaciumanimos. Quiddas,utCostumaliquandoſalutes, Utterespiciatclauſo veientolabello? Ille metit barbam , crinemhicdeponit; amati Plenadomuslibis venalibus. Quodquedehisdefideratis bonisdixi ,dealijsomnibusdi Etumquiſquereputet . Si quis pariter quempiamobnoxiumin re aliquahabeat, minisfubtrahendi bonum concupitum adigere eum potestad aperienda veraanimiſenſa. Utpriorſcilicet canondolore,bictimoreprocedit.Amata hocmodomulieres amatoresfibidetectos redderepoßunt,etc. &principesaulicosfuosinterminationealioquingratiæ ſue . Nontamen est prorfusneceſſariamethodus,vt conſtan tianonnullorumtormenta vincit,ita etiam vincere ,atmul toma : LiberNonus.: 359 to magispotest minus violentas expreſſiones,qualesfunt, quasproximèmemorauimus; tumqueexdolore, tumqueex timoreprocedunt . §. Quintus. Importunas ſollicitationes ad hoc quoque caput reduci. IMPORTVNA follicitatio, &repetita interrogatiofe cretimoleftia demumſua potis eftexprimereſecretumanimo: quiſquefecumreputet,inuenietfæpe animifecretanonfemel denegata,repetita demum,& inftante petitione expreffiffe. Dalida verè videtur eiufmodi importunitate viciffe  Sam pſonem,licètincommodatioinamore necteretur. Chremes pe nesTerentium , repetitainterrogatione Menedemum inclina. Heaut. act. uitadaperiendam caufamærumnefue; verumalio etiam Subiecto methodicapitearcanum demum expreffit. Quidpof 1.fcen.1. fititerata , &demum importunapetitioexfactoBlafij cum Daſio penesLiuium patet, etfi enimnonpertinetexemplum Lib.26. adaperiendumanimiſecretum, tamen maximam vimipfius oftendit ,dumBlasius amulumsuum, & studiofum puniri imperij importunitatefollicitationis ad partem Romanorum traxit. Concludit eam narrationem Liuius. Nec Blaſius ante abſtitit tam audaci incepto, quàm idem ob tundendo,docendoque,quamearesipfis,patriæque ſalutariseffetperuicit,vt præfidium Punicum (biau temNumida erant) Salapiaquetraderetur Marcello. §. Sextus . Iudices,&quæfitores criminum hacvti arte, &c. IVDICES, &quæfitoresfcelerum importunitateeiuf Z 4 modi .  Deconiect.cuiufquemorib.&c. modi interrogationumfatigant reos, eaque unàſapeadcon fitendumadducunt; nammultitudine interrogationumhomi nes onerant, eorumque refponfiones contrarias , &perple xas contendunt; indefatigati, quiinterrogantur , & irreti ti, cumſeſeexplicarenequeant,ſepenonhabentquidrefpon deant , &obmutefcunt. Sape veritatem fatentur victiin dicijs , quæextorfit interrogandoiudex. Suntaliquiininter rogandi arteadeoexcellentes ,ut reosfolis interrogationibus adconfitendumadigant; nõnullosqueeiufmodi afecognitos re fertTranquillus Ambroainus deproceffuinformatiuolibroi. capit. 2. num. s. moleſtianempe anguntur, & franguntur rei ; interdum etiam timorepeneanimo prouife. Timorepe nes PlautumdefecitTyndarus obindiciumAriftophontiscon trarium enixè affeuerantis , &ob interrogationes Hegionis heri. Aperittimoremfuum Tyndarus . TYND. Pereoprobe . Quintuquiefcisdeierectumcor meum,acfufpendete. Tufuffultas,egomiſer vixaftopreformidine. Non eſſeprorfustutammodò enarratam artem. VERVM nequeprorfuscertafidesadhiberi potest eiuf modi interrogandiperitia , utfcilicet, quicquidillaexreisex primit, omnino verumreputetur. Siquidem videmusdifpu tandi peritosredarguere veriffima quæquedictaminusperi torum,quosetiam (modolubeat) inrepugnantiamdictorum adducunt . Quinquefunt, quæſopbistefibi proponunt, & nisi rectè , &fatèoccurratur,prestant. Redargutio,Fal fum,Inopinabile, Solęcismus, &Nugatio. Ariftotel. 1.So phist. Elench.cap.3. Solertem ergo,& acutum quafitorem adducere  adducerehominem, etiamſi veridicum , &infonteminrepu gnantias, &contrarietates, ecquod mirum? Confequens ve ròeft, utirretitus eiufmodihomo conturbetur ,atque contice Scat; deindeque tormentorum metu,adque iam indiciafua perpexitatepræbuitiudici ,fateaturdelictum ,quodnunquam perpetrauerit . Certèfiquainremediocritatemſequioportet (inomnibus Admonitio, autemoportetſequi , nam omnis virtus ,omnisque actio virtutein mediocritate eft)inbac præfertimfunctione ,quæ ex vitam necemque hominum obiectam habet ; immofubiectam, est earetinenda. Velle ergoexfubtilitatenimianominis cele britatem comparareadfeuitiæ exceffum tendit: negligentius contraquam parfit procedere , estcriminosorumhominum malitiam alere. Arripiat ergo iudex,acfibi proponatillud Cleobuli Αρισον μετρον, ſcilicetoptimum efſſe modum; necnonHo ratijmonitum. Rectius viues, Licini, nequealtum Semper urgendo,nequedumprocellas.. Cautushorrefcis,nimiumpramendo Litusiniquum . QuintumMethodicaput. Pramia. Cap. IX. Qqueque §. Primus. Præmiorumtripartitadiuifio. VINTVM Methodicaputſequitur,nempepramia, adpremiarediguntur. ExeploanteaSceuolę rem illuftrauimus; nuncdistinguamusamplius. Premia ergovel datafunt, vel sperata, velpromißa, velaliter. Premia alia data, aliafperata . Que veròsperata, aliaexpromiffione Sperata, 362 Deconiect. cuiufquemorib.&c. ſperata, aliafinepromiffioneſperata. Quefinepromißioneſpe rantur,ego abfolutè ſperata vocabo ; alia pollicitafimpliciter nuncupabo : atquehocmodo prior distinctio tripartitaredibit . Premiorumdatorum, ſperatorumpromifforum. Obdatum premium reuelauitſecretumconiurationis PorfengMutius,& Vultureiuspenes Saluſtium ,premioimpunitatisfufcepto,con iurationem Catilina detexit, Poſtvbifide publicadicere iuſſus eſt, omnia, vtgeſta erantaperuit. Ob speratum Milichius Neroni . QuadereTacitus. Namcum ſecum feruilis animus(Milichus) præmiaperfidiæreputauit, fimulqueimmenſapecunia,&potétiaobuerſabant, ceflitfas &faluspatroni,&acceptælibertatismemo ria . Tamen &ipſummouittimor,quem eiingeßit uxor,cu ius etiam confilium affumpferat, utfubiungit idem Tacitus. Premiumpromiffumlocumhabet, cumdetectoprincipio,vel coniurationis, velalicuius occultidelicti ad reliquumindagan dumpremia proponuntur reuelantibus . Hanc premiorum pollicitationem refpiciunt illa verbaTacitiin commurationeNe ronis iamfublucente, Cruciatu, aut præmio cunctaper uiaeſſe. Haceademarte, pollicitatione nempe premiorum, fiquisexulemauttraderet, autoccideret, addita etiamimpuni tate (fiquioccidebat, auttradebatforetexul) SixtusV.maxi mamexulummanum totam Ecclefiafticam ditionempertur bantiumdiſiecit, acperdidit . Cicero, ut Saluſtius refert,mul tapollicendoper Fuluiam, effecerat,ut Q.Curtius,dequopau lòante memoraui, confilia Catilinafibiproderet. Depræmijsdatis, &quæad : eareducantur . ANTEA premiorumcumadfecretadetegendain affectus, Utin LiberNonus. Utincaufasredegimus;nuncpariterconiungamus eorumcon 363 fiderationem. Premiaitaquedata voluptatemafferunt, cu iusrationeemollitusanimusfacilèaperitur,fuaqueeffundit: ex eodemhocfontefit, ut veneriscomerciareddant concubitores fibi mutuòapertos: exhibitaergoea voluptasinter data præ miareponendaeft; eſt enim bonumquoddam,fcilicetiucundum, exhibitum, &animüfufcipientiumſummopereemollit . Dym nus hac de caufa Nicomacho exoleto coniurationem in Ale- Curt.lib.6. xandrumdetexit . Curiusconiurationem , & confilia Catili- In coniur. neFuluiæ,quicumeratei vetusſtupri confuetudo. Blandi. Catil. tiæpræfertim muliebres multum & ipfe poffuntob volupta tem,quamexhibent,quaquelabaſcit animus. Multas mulier culasfolis blanditijs abamatoribus intimaanimiſenſaextorfif fe,certum est; nam, ) in maioraimpulere. AudiamusLi uiumdeprefecto præfidij Tarentipropenis . Blanditijs, in quit, muliebribus perpulit eumpræfectumadprodi tionemcuſtodiæloci ; multòmagisergopoffuntanimi ar canaelicere . Blanditie quoque potentiorum , &præfertim principum, magnam vimbabentadcommouendos,aperiendosquefibiani mos; namlocomagnihonoris,proindequeboni prestantisha benturblandeaprincipeappellationes , nedum a leuibus homi nibus,fedetiama grauioribus. Inaulaplures reperies prima rioshomines,quosfibenignèprincepsafpexerit ,idipfiproma ximohonore, ſummoquefortunebeneficiocomputent. Memi nipotientererumClementeOctauo , adeoque Petro Cardinale AldobrandinoeiusexfratreNepote, urgèreſeproceresEccle fiasticos, utabipfoinegreßibus, regreffibusvéconspicerentur. Sedquid? Repetamus illud Tacitide Seianodictum. Liber tis quoque,accanitoribus eiusnotefcerepro magni fico 364 Deconiect.cuiufquemorib.&c. fico accipiebatur: Agnofcithancblanditiarum vim Plu tarchusinlib.deimmod. verecundia, utmulti , dumlaudan tur, &extolluntur,labaſcantanimo,ſequefubmittant blan dientibus . Blanditie ergolaxant,acremittunt animum,ut Annal.lib. multi idcircò blandientibusſeſe totos aperiant . HacarteLa . verſus fi nem. tiniusLatiariscircumuenitpenes TacitumTitum Sabinum ; laudando enim eiusconstantiam arcanum eius in Seianum odium totum exprompfit. §. Tertius . Mirandum exponitur, etiam dolorem voluptatishacinreinterdumnaturamſubire, &lachrymas præmij dati . MIRANDVM estprimafronte,quodnuncexponam , etiam dolorem interdum voluptatis naturam&vimfufcipe re . Repetendum autem est ex Aristotel. 1. Rhetoric.ap. deiucundis,fletum , aclachrymas voluptatisfenfum include re, quodauctoritateHomeri confirmauit . Sicfatusflendi cunctis immiſitamorem. Ratio veròeaest, quodflendo, ac lachrymandodolorem ferèeffundimus, adeoque animurnoppreffumleuamus,fiaffli Etumbominemcommemoratione malorumin lachrymas conij ciamus, vixfieripoterit, utnonintimumaperiat animiſui. Confirmanturbec exemploLatiaris,quod proximo §. tetigi Latiarismi mus: placetnunc verbaTacitifubijcere. Latiaris, inquit, ia racalliditas. cerefortuitosprimum fermones,mox laudarecon ſtantiam , quod nonvtceteri florentis domus ami cus adflictam deferuiſſer; fimulhonorade Germa nico,Agrippinammiferansdiſſerebat. Etpoftquam Sabinus , vtfunt molles in calamitate mortalium animi , LiberNonus.-animi, effuditlachrymas, vinxitquæſtus, audentius iam onerat Seianum, ſeuitiam, fuperbiam,ſpes eius :  nein Tyberiumquidemconuitioabſtinet. Hacibi,at postnonnullahæcaliafubiungit . Eadem ille Sabinus,& diutius quando meſta, vbiſemelproruperediffici liusretinentur. Præmia sperata,acpromiſſaaggrediamur,duohæc ca pitanuncinunumconiungentes.Exaffectuautem,quemeiuf modisperatapramiaexcitant,  intelligemus, quæcunqueadipſa reducuntur, interipſaquereponidebeant,inhocpræfertimne gocio.Atquisindubiumreuocet; quincupiditatemſuſcitent? bonumenimnondumhabitum defiderium incutit, quem affe Etumfpesacuit.Primoergolocoampledignitates, tſumme diuitia,quebonaaPrincipeſperemus,auta Republica, ſperati boniapicemoccuparet . Abeiufmodi præmijsmotus Milichus detexit coniurationemaduerfus Neronem, vt vidimus:ijfdem motifuntLegati Allobrogum adconiurationem Catilinadete gendam; queenimipfosdiu deliberantesin hancdemumpar temtraxerunt,fuerunt,utinquit Saluſtius. Maiores opes, certa confilia ; pro incertaſpe,certapræmia. Atque cunque etiam speramus , & defideramusapriuatis, eandem vim,maiorem, minorem véprodefiderijintentionehabent. Si amatapro conditione amoris pofceret, ut amator penitiſſi mumanimiarcanum proderet, vix credo amatorem futu rum,quinondetegeret quæcunquecommißaforentfideiſue. Inops item, fi eademconditione offerreteidiues multasdiui tias ,facilè denudaretarcanaanimi. Inops item confilij,aut confo A !  Deconiect. cuiufquemorib &c. confolationis, aut opis , fi ea offerantur, aperiet, que prius Heaut. act. celabat . Penes Terentium Chremes Menedemum adduxit 1.fcen.1. nal. adaperiendam caufamegritudinisfuæ poſtinſtantem,acrepe titam interrogationem , pollicendo illiconfilium confolationem, &opemfuam. Atqueiftuc,quicquidest,fac merutfciam, Neretice, ne verere, crede,inquammihi, Autconfolando, autconfilio, aut reiuuero . Iram etiam ,&quæiramconcitant, animum denudare excodemfunda mento præmij ſperati. VT fuauisest ultio,itaboni ſperatirationemfubit, cum Speratur. Hancob caufam ad explendamiram arcanumreue lant multi,cum exea ultionemexpectant:ataffectuspræterea ire apertus est, velutianteaquoquediximus, utipfaperfe aperiat animiſenſamagis etiam,quăcupiditas. Huiuseffectus exěplumpenes Tacitumhabemus, vbi SceuinusFenniumRu fumdetexitiratus,quod,cumintercõiuratosipsequoque eßet, Lib.4. An- ineostameaccerrimus iudexforet,utque Tacitus dicit,atrox aduerfus ſocios, quo fidem inſcitiæ pararet,prodide runt ergoillum exira, & ob ultionem. Rem ex Tacitinarra tione intelligamus . Cæterum ,inquit, militaris quoque conſpiratio nonvltra fefellit, accenfisindicibus ad prodendum FenniumRufum,quem eundemcon Icium,&inquifitorem,nontolerabant.Ergo inſtati, minitatiquerenitens Sceuinus, nemineaitpluraſci re,quàm ipſum; hortatusquevltròredderettam bo noprincipivicem. Nuncetiam, quiartemtradunt interro gandorum reorum,monent, ut reus adiramadducatur. Spesquoquegloriæinterdum ſecretaape ritexcodemfundamento. INTER ceterabonagloriaetiam,cumsperatur ex occul ta veritatis enarratione, aperit animiſenſa. Exemplumin Subrio FlauiopenesTacitumhabetur,dequohæcfcribitincon iurationeitidem aduerfus Neronem . Dein poftquam vr gebatur confeffionis gloriam amplexus interroga tusquea Nerone,quibus caufis ad obliuionemfacra mentiproceſſiſſet. Oderam te,inquit, nec quiſquam tibi fidelior militum fuit, dum amari meruiſti: odif ſe cepi,poſtquamparricida matris,&vxoris,auriga, hiftrio, &incendiarius extitiſti . Affectusautemtum animum denudans estcupiditasgloriæ, velſana, velinfana, ambitioſa. Queſitoresnunccriminum pronosin ambitio nemanimosineundemaffectum promouentad eliciendam ve ritatem, quadereinfraincanonibus.  Ebrietas quarto loco numerabaturinter argumenta Suprac. 4.5. recludendi animum . Quadere,præter ea,quædiximus,Ho ratiushabet , Quidnonebrietasdefignat?opertarecludit. AtpriorPlato . Vinumlargius epotumineamlibertatem, Inprimode &audaciamhominemadduceredicit, utintrepidèfaciat , dicat quicquidvult . Exemplum veròpræteraliamultahabe muspenes SenecamdeRufo viroordinis Senatorij. Verba Lib.3.d legibus. funt, SubDiuoAuguſtonondum hominibusverba ele fua 368 Deconiect. cuiuſquemorib.&c. fuapericuloſa erant, iammoleſta. Rufusvirordinis Senatorij inter cenamoptauerat, neCefarfaluus re diret ex eaperegrinatione,quamparabat,& adiece rat idem omnestauros ,&vitulosoptare. Fuerunt , qui illadiligenter audirent, vtprimúdiluxitferuus, qui cenanti adpedesſteterat , narrat, quæ inter cæ namebriusdixiffet; hortatur eum,vtCefarem occu pet,atqueipſeſedeferat. Energoeffectusebrietatis : quem effectumcumoptimècallerentdelatorestemporeTyberijfermo Lib. codem nemebriorumferuabant. VerbaeiuſdemSeneceprofero. Sub cap.26. 3.debenef. Tyberio, inquit, principefuit accufandifrequens ,& penè publica rabies,quæ omniciuili bellograuius togatamciuitatemconfecit: excipiebatur ebriorum fermo . A Canonescontinet . CaputDecimum . Dcanonestranfeamus,quiexprecedentiscapitisdog Canon1. 4 Declaratio. Ampliatio prima. matibuspendent. Sititaqueprimuscanon. Preſentibonohominemafficere,fiue utilebonumfueritfi ueiucundum,ipſum perfeemollitanimumaccipientis, &adſe ſeaperiendumdisponit; modòinstet, quidedit ad arcanumali quodanimiintelligendum . Debettamen ,qui arcanumanimicaptat, itadare , & ita querere, utnonideodediffe videatur, nullaquealiade cau Ja, quam utaccipientisanimumdetegeret. Arsenimprouifa perit, qui accipit (fi homo præfertim cordatusfit)fe cir cumveniri, nonbeneficioaffici credit; undeobduratur potius animus,quàm utemolleſcat, potiusque obducitur,quàm out aperiatur . Collatioboniid,quodnunccanonexprimit, magisoperatur, cum LiberNonus. 369 cumbonumfuerit magis expetitum . Nempe diuitie homini egeno, &cupidograta admodum : diuiti,&liberali non ad modum : immo neque isforfan accipiet . Amatori blanditie mulieris amatepro felicitate erunt : at alteri potius deſpecta , molesta . Nonineptumfigmentum Reginaldi, &Ange licæ,quæ pulcherrima cumeffèt, t )amultisfummopereexpeti ta,a Reginaldo aliquandodefpiciebatur ,immofaftidiebatur. Nafciturexampliationecanon. Intribuendobonoaddenudandumaccipientisſecretum,opor Canon2. tetconijcere, quidipfepræfertimdefideret,idquetribuere: nun quamautemdare,quefastidiat, & contemnat. FrustraMef Sallablanditiascredebat Sulpitiefuas gratas effe,quas intimè fastidiebat . IamnimiumMeſſallamei Studioſequiefcas; Nontempestiveſapepropinque vie . Neque ergo militi librostribuere, doctoriarmaconuenit, fedquequemqueviuant,acdecent. Tibullus. Hin. defidiofumhominemconijcerein otia, ) luſus, &fua- Corellariu. nembufmodi vitam confert ad retegendumfecretum ; & amatorem, fiamicaaggrediaturblanditijs; ambitiofum,siprin ceps , authomopotens blandisappellationibus, dignationibuf quehonoribusqueeiufmodiafficiat. Commouentpotiffimumbonatributa,fiabamato, autobfer- Ampliatio uatodatore procefferint , v.gr.fia principe donentur, magis fecunda. mouent, quamfiapriuato; &fiabhomine,quemfufpicimus, quamfiadespecto; &fiabamataamator, vel ab amatore amata , quamfi ab alijs quibufcunque acceperint. Sit ergo canon . Cum danturbona magna homini valdè expetenti,ab ho- Canon3. mineque ergaquem magnafitreuerentia, vel magnus amor Aa acci 370 Deconiect. cuiuſquemorib.&c. accipientis eiufmodi donum, ut donum, ut magna voluptate afficit,ita animumlaxat , acremittitadaperiendaſenſaintimaſua. Canonexampliationibusducitur, & ampliationes ex antea dictis in cap.præcedente. Canon4. Canon5. Canon 6. Praxis Pla tonis. Adintimos , &tectosdolorescuiufpiameruendos confert, fieorundem commemoratione malorum recrudeſcatdolor, ut inlachrymas uſque erumpat:pariterenimperos, & vocem doloridem erumpere nititur . Patetexcap.anteced. S. Iniuria accepta, vel opiniones acceptaruminiuriarum, quas condimus animo, facilèdetegentur, acerumpent, fiearumcom memorationein præfentem iram, prefertim magnamconijcia mur. Patetcanon excap. anteced. §. s. Vinograßariad denudandosanimosest viaefficax , modo liceat . Ex§.  cap. anteced. Haceft praxisaPlatonelaudatafubfinelib.1.delegibus detegendorum morum, eorumpræfertim,quipetulantia,im pudentiæquefunt affines . Verba apponamus. Атн. Inijs igitur, quæperpefli confidentes, audacesquemaxi mè fieri natura ſolemus , cogitandum videtur, vt quam minimè impudentes,& audaces ſimus, fed contrà formidoloſi ad dicendum, aut patiendum, autagendumquicquam turpe. CLIN. Ita videtur. Атн. Nonnehæcita funt,inquibustales fumus , ira, amor, petulatia, inſcitia,auaritia, ſecordia; &ad hæcilla, diuitiæ,forma,vires,&quęcunquevolupta tis ebrietatequadam hominesamentesfaciunt? Ad horum omnium leue,& innocuum periculum fa ciendum inducendamque exercitationem ,nullam habemusvoluptatemcommodioréea,quæpotione moresexaminat,ſi modòprudens quædam cautio adhi LiberNonus. adhibeatur. Videamus enim. Duri, &agreftis ani 371 mi, vnde iniuriæ millepullulant, vbi experimentum caperetutius fit: in commercijsnè, quævel maximè ingeniumdeclararevidentur, anDionyfij ſpectacu lis , autvenerea inreanimo ſuccumbente,vtmores alicuius in periculumvel filiæ,vel filij , vel vxoris pu dicitia expoſita probes?Equidemſi infinitacomme mores, nunquam inuenies,in quo per iocum fine omniprorfus periculo ſpectare ingeniafic vtin vi nolicet. QuaderenequeCretenfes, nequealiosho minum vllos dubitaturos vnquam putamus,quin huiufmodi morum examinatio conueniens fit, ac præcæteris facilis,tuta,breuis . SextumMethodi caputaggreditur, cum velamen tumperſeperlucet . Caput Undecimum. NVNCſextummethodicaput aggrediamur,cum vela mentumperlucet: duas hocpartescontinebat; cumtotum Suapte natura perlucet, & cumfuapte natura imperuium aliqua inparte difrumpitur : primam partem repetentes,ni hil eft,quodfuperius dictis cap. 4. §. s. adijciamus præterca nones. Remiſſa,acfrigidaſignificatio morisautaffectus, quem Canon1. pratendimus,fiue orationefignificetur,fiue vultu ,fiuefa Eto ,fictionem,fimulationemvéſapit. Canonisdeclaratio,ac ratioexdicto  s. patet. Exciperetamendebemus ,niſiremiſſaſignificatioexhomi- Exceptio. nis natura, morevéfuerit, v.gr. vir grauisbreui oratione, immotoqueplerunque vultu,quefacturusest, significat. Ro Aa 2 tolan 372 Deconiect. cuiufquemorib.&c. tolanduspenes Areostumpaucis verbis operamfuampollici tus est Olympie. Inparoleconleinonfidiffuſe , : Chedinaturanonne uſauatroppe. Socrates eodem vultuſecunda, &aduersapertulit; immo In Phed. Canon 2. Exceptio. Canonisre calicem venenibilariter , & afpectueodemquoceteraaccepit. Platohisconfirmat verbis. Socrates verò hilariter ad modum,oEchecrates,accepit, nihilomnino com motus,nequecolore,nequevultu mutato,fedquem admodumconfueueratillumTaurineafpiciens. In naturaergoadmodumremiſſa,autinſummagrauitate,magna nimitatevécanonnon uſquequaqueretinendus. Nimiumartificiofa, affectataqueſignificatio affectus , aut morisfictionis,acfimulationisest argumentum. Canonisde claratio,&confirmatioex §. eodem s. cap. 4.habetur. Atexcipitur canon,cum moscommunisgentis, velpe culiaris perſoneineamaffectationemfuaptenaturadefcendit, verbigratia,nunc Neapolitani vehementiconatu, 20 cis , et vultus, &manuum, ac reliqui corporis ad expri mendaſenſaſua utuntur: ex earufufit , utque affectata fignificatioinalijs effèt ,inipfis nequaquamfit . Suntetiam perſonealique,queeandemexpreffionis affectationemex mo re contraxerunt . In eiufmodiergo hominibus immodicusfi gnificationis conatus , non preſentem fictionem,fedpotius propenfionem adfingendum indicat canonem , ergo restrin gamus. Cumhomo,quinequeexcommunimore,neque exſuoestin Arictioalte- fignificandi conatuimmodicus, nimisartificiofa,acaffectatafi gnificationeaffectum, moremque prætenderit,iustamfimula tionisfuspicionem affert. Affecta : LiberNonus. Affectationem eiufmodiindicant illaPerfijinprima Satyra  in admiratione verfuum aNeroneforſan prolatorum . Etnatalitiatandemcumfardonychealbus, Sedelegens celſa, liquidocumplafmateguttur Mobilecolluerit ,patrantifractus ocello, Hicneque more probo videas, neque voceSerena IngentestrepidareTitos, cumcarminalumbum Intrant,&tremuloſcalpuntur ubiintimaverſu. Etpostea 1 Laudatur; bellumhoc. hocbellum? anRomuleceues? Declarandus veròeſtcanon; nedumenimaffectatioconfi- Declaratio ſtit iu exteriorepronunciatione,atqueingestibus,fedinfignifi catione orationis,atquein actioneipſa . Nempecũomniafacta, dictaqueſocijlaudatquis, acfufpicit,affectatio illaest, &fi Etum,acfimulatumamorem,non verumfignificat: nemoenim est, quinonin nin aliquareoffendat . Quiomniaitem amicidefi deriaapprobat; omniaeiusdicta,factaquetumadmittit,tum imitatur,affectatèſegerit, estque eaaffectataoratio, actioque, fimulqueidcircòfignumamorisnon veri , & adulatoris,non amici, utPlutarchusdocetdeadul. &amicidifcrimine. Quitamencanonaccipiendusprovero,utplurimum,fecus Exceptio. enimpoßeinterdumeousqueprogrediamorem,utexcecetpror fusamantemergaamatum, omniaqueeiusdista, &factapro rectisrepræfentet,faterioportet, &patetetiamex iamdiftis, &infradicendis; eft tamenis amorrariffimus,preterquamin Lib.feq.ca. furoreamatorio, venereoque. Caterumenimetiamfiadagio 14.9.3. feratur, Suum cuiquepulchrú,&fuusrexreginæpla cet; tamennoneousqueidprocedit, ut nonetiaminliberispec cata agnofcamus, &caſtigemusinterdum, utdogmaPlutar chiiure poffitpaffimin hoc coniecturalinegocioaccipi. Aa 3 Sextum 374 Deconiect. cuiufquemorib.&c. Sextum idem methodicaputcumerumpitaffectus. PARS aliaeiuſdemſexti capitismethodierat,cum affe Adelph. act.4.fc.5. Etus erumpit. Erumpit veròis vel voce, velvultu, velfacto. Erupitaffectus pudoris vultuÆſchinipenesTe rentiumfingentisſeforesnonpulſaſſe; undeibi Mitio. Erubuit (inquit)faluaresest. &lachrymis. Mitioibidem . Atdoloramiße, utcredebatPamphile,erupit vultu,-Quidlachrumas? Comprimebattameneum dolorem Æſchinus : at erupitidem dolor voce,dumſeperijfſſe inuictusexclamat. MIT. Hacvirgoorbaestpatre: Hicmeusamicusilligenereeftproxumus: Huiclegescoguntnuberehanc. Æs. Perij. M.Quideft? Æs.Nil:recte:perge. Atmulto magisinillis verbis enituitdolor eius,& ira cundia . Æs. Factuma vobisduriter , Immifericorditerque,atqueetiam (ſiestpater Dicendum magisapertè) illiberaliter. Eaoratiotamacris denotat hominisangorem,& iracun diam,quantanon effet nataex alieno, &dealienonegocio, vt ipſe tumfimulabat. At Clitiphonis amor in Bacchidem erupitfactis,quæilli obiecit Chremespater. CH. Vidin' ego temodòmanuminſinumhuic mere triciinferere. Canonescontinet. VERIVS est inditiumaniminota erumpentis affectus , Canon1. quàmfignificatio contraria , quaexpropofitoobferuatushomo Utitur. NempeimmiſſiomanuumClitiphonisinfinumBac chidis verior fuitfignificatio amoriseiusergaipfam,quàmfi mulatio , quòdeßet illaamica Clinie. Exemplum penesTaci tumlib.1.Annalium . Tiberius imperium fpecie, ac oratione recufabat. Afinius Gallus improuiſa interrogatione ipfum offendit; orationeta men difimulauit offenfionemTiberius ; verumex vultueru pit, &veraeanotafuit; namfemper inuiſusfuitis deinde Tiberio; &demumdamnatus perijt . Verbafunt Tacitirem narrantis. .. TumAfiniusGallusinterrogo,inquitCafar,quam partem Reipub.mandaritibivelis.Perculfusimpro uiſa interrogationepaulatim reticuit, dein collecto animo reſpodit.Nequacquamdecorumpudoriſuo legere aliquid,auteuitareex eo,cuiin vniuerfum ex cuſari mallet. Rurfus Gallus; (etenim vultuoffenfio nemconiectauerat)nonidcircointerrogatúait,&c. Aliaest eruptio affectus,aliaeft expreffio confilij, etiam Exceptio. cum voceerumpit affectus. Placetexemplodeclarare canonem, acinterduasdictas res Declaratio. differentiam . Sumamus ergo illud Cefaris ad Oppium,& Balbumpenès CiceronemadAtticum.Ethoc, inquit, liben tius, quodmeaſpontefacereconſtitueram, vtquàm leniflimum mepreberem,&Pompeiumdaremope ram,vtreconciliarem . Inreliquapostea epistola deleni tate eademfua agit, ut illa verba,vtPompeium darem Aa 4 operam, 376 Deconiect.cuiufquemorib &c. operam,&reconciliarem,quafiinfertafint,atnonfunt notaaffectus erumpentis,fedconfilij , acdeliberationis,utex formaipfadicendiconftat. Corellariű. Hincfit, uteaverba,quefiaffectumemergentemexpri merent,effent vera animinota,nunccum confiliumfignifi cent,fintfubdola; adimponendumenimOppio, &Balbopa cemcupientibusdictafunt, nonquòdCafarPompeiumfibire conciliare Studeret; namad victoriam , & addiuturnamvi Etoriam cum afpiraret, utibidemfatetur,quarationepoterat vincere vellePompeium,&cumeodeminirepacem?Resque ipſa Cafaris animum indicauit,quam placet ex Cicerone ex fcribere . Omnia miſera,fedhocnilmiferius. Pom peius Cn.Magium de pace mifit,&tamen oppu gnatur,quodegononcredebam. Oportetitaqueſeiun gereexpreffionem erumpentis affectus ab expreßioneconfilij , deliberationis . §. Secundus. Differtur indago erumpentium affe tuumad ſecundampartemhuiusvoluminis. INDAGO iam erumpentium affectuum methodusque eoruminuestigandorum,adſequentempartemſpectat,queest delatitantium affectuumdignotione ; illucergo reijciatur; in terim verò,quædiximus,inpræfentiaſufficiant. : 6. Tertius. Quandocontrarius ſimulationi affectus apertè conſter. INTERDVM affectuscontrariusfimulationinonerum pit,quafiquepertranfennamelucet;fedapertèconftat: tum verè LiberNonus. 377 veròfaciliusmultòfimulatiodetegitur, utcuique, velrudi tamagnofcere liceat, velutiſi prínceps paternumin fubiectos amorem verbisprofiteatur, at factis odium expilandiqueſtu diumdemonstret,ut EzelinusinPatauinos. Cumexeffectuſubſequentefimulatioaperitur. Continetexempla. Teffectusſubſequensfimulationem præfertim aperit, Atpatenter,namomnes velrudes, Euenturerumſtolidodidicere magiſtro . magiftro. Ex Effectus tamenſubſequensapertiusdetegitfictionem morū, quàminteriorumactionum,fiuefentientisappetitus,fiue v luntatisfuerint; cum voluntas enimbumana mutetur,nilmi rum,ſipreſentideliberationi posteacontraria deliberationem ineamus; undenonfemper,qui profitebaturamorem , &po ſteaodiumcertum opereipſorepræfentat,fimulabat antea ama re; poterat enim verètumamare,at mutatusdeindeodiffe. Sforcia, tBracciusamiciſſimiprimum,&contubernalesfue re,deinde emuli, &inimici. PenesTacitum, SubriusFlavius Lib.rs.An profeßuseſtſefideliffimumprimum Neronifuiſſe, dumis ama rimeruit; atdeindeodiſſe,cuparricida,&aurigaeuafit.Con fpiratio itaque eiusin Neronem odium quidemaduerfus Im peratorem,quotemporeconſpirabat , ostendit; at noneratne ceßariafignificatio fimulationis antea amoris. Moris verò Simulationempræfert contrariaactio,atcumaliquadistinctio netamen. Sienimquisſe virtutis habitu conformatumpro fiteatur, &deindein contrariamoperationemdeflectat, fimu laße nal. Deconiect. cuiufquemorib.&c. lafſſe anteababitumdemonstrat. Accipiamus exemplumEgna tij penesTacitum,qui Baream Soranumprodidit. Verba Lib. 16. an funtTaciti. Tantum iræP. Egnatiusteſtis conciuit . nem. nal.propefi- Clienshic Sorani ,&tuncemptusad opprimendum amicum,auctoritatem Stoicæ ſectæ præferebat ha bitu, & oread exprimendam imaginemhonefti,& exerciti; ceterum animoperfidiofus,&fubdolusaua ritiam, aclibidinemoccultans . Quæpoftquampe cunia recluſa funt , dedit exemplum præcauendi, quomodofraudibusinuolutos,autflagitijscomma culatos, ſicſpecie bonarum artium fallos,& amici tiæ fallaces . Hecilla . Certèautem proditioſcelerofaami ciinnocentis demonstrat nunquamhabitu virtutis, quampro fitebatur, ipfum ornatum . At cum profiteturquismorem ; fednonexhabitu,contraria actio , quædeindefequitur, nons Statim declarat morem contrarium,quemisabinitiopræfere bat, fuiffefimulatum : daturenim mutationilocus. Canones continet. SVBIICIAMVS canones . Sitergoprimuscanon. Canon1. : : Si quis profiteaturaliquam virtutem, utfortitudinem, aut temperantiam,dum postea contrariam virtuti actionem operatur, ostenditſeſfimulaſſe virtutem, non verèhabuiffe. Declaratio, &confirma Declaratio, & confirmatio canonisexproximè dictispa tiocanonis. tet; nempeproditioBareademonftrauit Egnatiumfimulauiſſe virtutemfidei, atquephiloKaliam; etenimſefalſum prodidit, Sat. 3. tamicitiafallacem, ut Tacitus ait. Iuuenalis vocauit eiuf modifactumfacinus maiorisabolla,fcilicetpalmarum. Atqueaudifacinus maiorisabolle , Stoicus occidit Baream, delatoramicum. Thra LiberNonus. Thraſones , qui habitu , & orationeprofitenturſe inuifte fortitudinis, cumpofteaignauèfugiunt , ac timent, fimulatio nemvirtutisfuammanifestant. Idemquedealijs. CumAndronicusImperatorab initiofummamin Alexium Nepotemexfratre charitatemdemonftrauit , quemdeindenul laprouocatus iniuriaimperio, & vitaſpoliauit,certèſeſimu lafſfeinprincipio charitatem manifestauit . Idemde Ludouico Sfortia,quemItali, Moro, vocauerunt, ergaitidemfratrisfi liumIoannemGaleatium, bæredempaterniimperij dicendum, quemveneno,ut creditur,sustulit,imperiumqueeius inſe tranftulit, acliberosfuos . Etiamcum vitiumpretenditur,contraria actiofimulatio- Ampliatio. nem demonstrat. Utque Brutus aduerfus Tarquinium pro Romana libertatefecit , apertè indicant ftultitiam preceden temfuiffefimulatam. Cumineiuſdemnegocij progreßuposteriores actiones prin- Canon2. cipiorepugnant, velpropofito,acfini tumafſferto, credendum estfinemobtentuifumptum, non verumfuiffe,cum nouacau Sapræfertimnonfuperuenierit,quamobrem confequensfuerit mutareprecedensconfilium. Cæfarabinitiobelli ciuilis profeſſuseſtſepacem velle, at- Declaratio, queconcordiamcum Pompeio, verùmcuminobfidioneBrun- o dusij remiferit fine fructuMagium,quem de pace internun ciumillimiferat Pompeius,declarauit defiderium concordiæ , quodabinitioprofitebatur,fallaxfuiße, acfimulatum. Cicero eouſquecredidit defiderium eiufmodiin Caſarepacisquodtum agnouitfalfum, utetiam mutatusopinione,reputaueritabini tio nihilaliud,quam Pompeijoccifionemillipropofitam. Verba &confirma repono. Intelligo ſerius , inquit,quamvellem,propter Lib.9.ad epiſtolas, fermonefqueBalbi; fedvideoplane, nihil Att. epift 4. aliud 380 Deconiect.cuiufquemorib.&c. aliud agi, nihil actumabinitio, quam, vthuncoc cideret. Item cum Polyperchon inuitauit specie amicitia HerculemAlexandriexBarſinefiliumadcenam,quemincon Canon 3. Declaratio, &confirma tio . uiuio eoipſo ſtrangulauerunt conuiue,quisdubitet,quinami citiafueritfimulataexfequutamorte? Atcumposterior actioad idemnegocium cumprimanon pertinet, velpertinetquidem,atcauſa mutandevoluntatis intercefferit, non neceffe estfictionem, &fimulationemabini tiofuiffe, etiamfiposterioractio priori repugnet,ſed mutata voluntas eiufmodi diuerfitatis ,ac contrarietatis actionum caufa effe poteft. Verbigratia,Romani usqueadtemporaPolybijinfubie Etis prouincijs regendisſummaabſtinentia , veletiam libera litate utebantur, atpostea (velutiIugurthetempestate) non minorem auaritiamprefetulere. Non eratprior fimulatio vir tutis,fed verè virtus,quæin vitiumdeinceps, corruptismo ribus ,degenerauit . Totamrem Saluſtiusdefcripfit. Quila bores, inquit, pericula,dubias,atqueaſperas res facilè tolerauerant,ijs otium,diuitiæque optanda alijs, oneri, miferiæquefuere.Igiturprimòpecuniæ,de indeimperij cupido creuit; ea, quaſi materiesom niummalorum,fuere.Namqueauaritia fidem,pro bitatem, ceterasquebonas artesſubuertit,prohis ſu perbiam,crudelitatem,Deosnegligere,omniavena liahaberedocuit, & c. ItemAlexanderciuili Imperioabinitiorexit,acposteaty rannico: nonfuitpriorfimulatio,acposteriorfuit mutatio ani mi,acmorum,inquamobamplitudinempartiimperij ,acre rum gestarum, & ob adulationem deuiftarum gentium de flexit. Caufaergo mutationis voluntatis, quæinterceffit, fuit amplitudo 1  amplitudoimperij obaucti, &quæ incrementa imperij confe quuntur,fuperbia, &luxus. Excipiendumtamenest,cumcaufammutande voluntatis Exceptio. ipfemet,qui agit, molitusfit; namcolligitur effectum etiam ab eoprouifum, &cupitum, cuiuscaufamoperatus eft . Antonius (utexceptionemexemplodeclarem, &confir- Exemplum mem)perempto Cefare, conuocato Senatu inædemTelluris, fundamenta libertatisiecit; nam Senatuſconſultum obliuionis exfententia Ciceronis confectumipfefouit,ultroque Diftatu ramfunditusexRepublicafustulit, quibus, & alijspraterea multis præclarum libertatis Studiumoftendit,ut nedum bi Storici,fedCicero ipfe in primaPhilippicafatetur: at postea libertatemoppugnauit, t) imperium quefiuit. Fuitnéfimu latio abinitio, an poftea voluntatis mutatio ? Dion fimulationemfuiffe ab initio arbitratur , & ego aßentio . Verba funtDionis. Adpacificationemvtrinqueconceſſum eſt maximèAntonij opera, quáquamis longèaliud animofuoconceptumhabebat. Curverò affentiam Dioni,hæceftratio . CumPopulusRomanusaduerfusper curſores Cafaris exarfit, in eosque impetumfecit, tum ani mosfumpfit Antonius, proque timore induit audaciam : antea veròtimore adductus,foueratconiuratos,atqueliber tatis amatores. At populum ipſemet testamenti publicatio : : ne, concione habita, & veste Cafaris explicata, con citauit. Cause ergo pofteriorisactionis auctor ipfemetfuit, undeabinitio quoque eam propofitam habuit, non autem postea mutatus, elegit . : Capita  Deconiect. cuiufquemorib.&c. Capitafimplicia Methodi, &combinatainterdum locum habere inpropofita fimulationisinda gine . Caput Decimumquartum. §. Primus. Methodi capita in epilogum contrahuntur . DETEGENDAE fimulationisartemhucusqueincapi taocto distinximus , quæfingulapercurrimus,in fubie Etasque partes fubdiuifimus . Erant autem perſone agentis qualitas . Secunda qualitas perſone ,qui cum agitur. Tertia perfuafio . Quarta pænafeu cruciatus. Quinta premium . Sexta ebrietas . Septima velum perlucens fictionis. Oftaua velum idemcum difrumpitur: at quartum caputfubdiuide baturin cruciatum præfentem, qui dolore oppugnatanimum, &inproximèfuturum,cum qui poteft minatur cruciatum, animusenimtëoppugnaturtimore. Quintumquoquediuiditur inbonum, ac premium præfens inbonum, ac premiumfutu rum, cumfcilicet promittitur , ac fperatur . Octauumdemum caputdiftinguitur; velenimdiſrumpitur velamentumfictio nis exerumpente affectu, velexaccedenteeffectu. Hocitaque modocapita omnia methodi undecim euadent . 1 Qualitas hominis agētis,fifuerit veterator, autfimplex. 2 Qualitashominis,cum quo agitur,fifueritpotens, aut defpectus . 3 Perfuafio,quahomo adducitur ad retegendamfimula tionem . Pœna,accruciatuspræfens,uttormenta. s Pœne&cruciatusfuturimina • Premium LiberNonus. 6 Premiumpreſens. 7 Premiumpromißum, ac Speratum. Ebrietas.  Velamentumfictionis perlucens.  Cumvelamentumfictionisexerumpente affectu difrum pitur. II Cumvelamentumfictionisexeffectufuperueniente dif rumpitur. §. Secundus. Interdumcapita plura complicari. SINGVLA eiufmodi capita , utfingillatim adhibean tur,vidimus,atcomplicanturetiam interdum,utplurafimul fictionem, fimulationemque manifestent. Verbigratia,quando quequalitasperſone fictionem , acfimulationemintercederefi gnificabit; & velamentum fictionis perlucens,& effectus deindefequutus idem monftrabunt, &eritinnostramanuvel cruciatu, velpremio elicere exhomine veritatem. Tumita quetutius eritperomnia, que dantur, capitaprocedere; quod quedehiscapitibus,de ceteris pariterdicendumerit, cumplu ra concurrunt . Sititaque Canon . Cumpluramethodi capita adeandem fictionem deprehen- Canon. dendam confpirauerint,prestat peromnia ad eiusindaginem procedere . Ex combinationeinterdumaliquam mutationemcapitaipſamethodiſufcipere. ILLVD estpræterea confiderandum ex combinatione interea mutationem aliquamfufciperecapitaipſa methodi.Ver bi gratia, fiqualitatem ipsam perſonarum spectemus, magis falfifunt ignobiles, &feruiles homines, quàm nobiles : at tamin 384 Deconiect.cuiufquemorib.&c. tamenficombinemusperſonam,cum quaagitur,interdum illustriores homines ea ratione magisfalſierunt . RemexTa Annal.lib.i. cito demonftremus . Sub exceffu ergo Augusti hæcfcribit . At Romæruerein feruitium Confules patres, equi tes quantoquis illuftrior , tantomagis falfi, acfelti nantes , vultuquecompoſito,ne leti exceſſu princi pis , neutriſtioresprimordio, lachrymas, gaudium, quæſtus , adulationesmiſcebant. Hacille.Ratiove rò estdiuerfitatis , quodaprincipemagisobferuanturproceres, quàm vulgus,imòbocne afpiciturquidem, illiacuratiffimèin ſpiciuntur. Aliudestexemplum diétædiuerfitatis, dum tor mentisimmiſcentur voluptates; ha enim fubeunt tum ratio nemmaioris cruciatus , non autemremiſſionis , aut lenimenti . HacarteChriftiani olim martyres inter iteratatormentalenif fimètractabantur, utaltiusfequentes cruciatusperſentirent, Cur meretri haurirentque.Meretrices contra voluptatibus,quas exhibent, tibus res. cesvolupta- doloresimmiſcent,ut voluptatesipfæ maiores euadaut, mazıf ſceantdolo- quefentiantur, ut anteadiximus. Doloresergoeiusmodifti muli voluptatis,quam intendunt, vicemfubeunt:quædiuer fitas excombinationenafcitur;ſecusenimdoloresperſecrucia tuumrationemſubirent, & voluptatespremiorum, acbono rumexhibitorum . Admorumindaginemquacunquedictafuntappli cantur. Caput Decimumquintum. S. Primus. Vt quæaffectus detegunt,ad morum etiamindaginemducant. primahucusqueparte quarti huius voluminis Cverfemur,inquapartedemorumindagine,noaffectuum latitan LiberNonus. 385 latitantiumagimus,neceſſeeſt, quedefictionibus, &fimula tionibus detegendis hucusque diximus, ea omnia ad mores sapplicare. eruendosapplicare . Aliqua ergodogmata, &canonesad mo res eliciendos rectapertinent,dequibusnonest, utquicquam adijciamus: atalij canonesadaffectusdetegendosducunt,quos ad morum uſque indaginem extendere oportet. Verùm u exnotis affectibusinmorumcognitionemdeueniamus,fatisdi ximusin præcedentelib. adeum locum reijcio legentem, qui ex eo ducat,undeſuppleatindaginem morum propofitam . §. Secundus. Exoccaſioneoperandi affectuum quemoreselici. QUONIAM veròdiximusextraoperandioccafionem, proculqueab urgentibus obiectisfacilèmoresoculi, neceſſum itaque admores detegendosestadducere hominem inoccafio nemprafentemactionis,inquepreſentiamobiecti affectum irritantis , quiad morem pertinet,cuiusindaginemmolimur . Nempefifit in animoinuestigare , utrumfithomoaudax, anpauidus ,conijciendo inpericulum aliquodipfum,inuestiga re poterimusex actione , & affectu , quemin eodifpiciemus, utrius fit moris. Inpacenonfacilèdijudicabimusferociams Turniabignauia Biancis:atpugnandiſeſe offerat occafio, tumhuic; Frigida bello Dextera Atille, Illiacotumidum, quicrefcereTibrim Sanguine.tt/c. Urgente pariter occafione venerea voluptatisdeprehen Bb demus 386 Deconiect.cuiufquemorib.&c. demus, quæfit hominisadtemperantiam,intemperantiamque difpofitio; hinc ludi ) iracundiam,() auaritiamdeteguntlu . Canon1. Declaratio. dentium.Ouidiusdearteamandi . Irafubit,deformemalum,lucriquecupido , Iurgiaque, &rixa,follicitusquedolor. Criminadicuntur, reſonat clamoribusather, Inuocatiratos&fibiquiſqueDeos. §. Tertius. Canonesfubijciuntur. CANONES exdictis eliciamus . Sititaque Canon primus. Addetegendum cuiuspiam morem ,inpreſentemoperandi occafionem adducamushominem,in præfensque irritamentum affectus,quemmosindagatusrefpicit. Declaratiopatetex dictis,nempèſimoremhominisintem perantie, acintemperantiægenereexplorarelubeat ,in occafio nemeumadducamusexercendi virtutem eam vitiavéoppo fita. Obiectum nempe offeramus irritans cupiditatem vene ris, aut ciborum,filubeat explorarefortitudinem, aut igna uiam , audaciamvé,difpofitionesvémedias,in pugnæ occafio nem,periculaqueadducerehominemoportet. Multi magnates fatellitesfuos,quosproMachęrophorisdeligunt, experiuntur, immiſſisclăalijs, qui armis eos inuadent; prout enim audacter reftiterint,aut ignaueſegeßerint,de animis,tt )moribushomi numiudicant. Si veròfitanimusexplorare iustitiam ,iniuftitiamvéma gistratus demandemus; hincitaqueillud Ariftotelis. Magi ſtratus virum oftendit . Idemquede alijs virtutibus, ac vitijs dicendumpenitus. Plato LiberNonus.  Platoconfirmat canonem incalce primide legibus, ubi Cófirmatio Canonisex animiduri, &agrestisininiuriasproniexperimentüexcõmer. Platone. cijsſumi; animiintemperantisexobiectis venereis ,dicit; li cèt tutius,nontamen euidentiusexperimentumexcompotatio nelarga, / hilaricapiafferat. Atmanifeſtioreftres,quàmvt auctoritate cuiuspiamconfirmaridebeat. VerbaPlatonis an tea retulimus .adcanonemfextum. Procedit veròcanon, &methodus,nifitamenfentiatis, Exceptio. aquoexperimentumcapiturſeadexamenperduci;tumenimse ipfumcomponit,&tegitſenſaſuaomniconatu,cuprefertima potentioreaffectuadſeſetegendos adducanturhomines,quàm adſeſeaperiendos. Conuiue Domitiani, ad validiffimumlicèt examenadducti,cohibebanttamëfeipfos,cumagnofcerentfeab Imperatore attentiffimèobferuari,fique affectus doloris, vel minimumerumperet, mortefignificationemluituros. Aliquos etiam videas,quiin conuimumaPrincipibus viris adbibi ti , modeftiffimè comendant: atfi libero in loco conuiuentur, rubifuopte nutu,acſuomore edant,liguriunt, miramque ingluuiempræſeferunt . Oportet ergo vel non agnofcere exa men,quieifubijciuntur, velmagis multo pollerein eis affe Etum, aquodeteguntur, quàmaquocohibentur, verbigratia, quipugnæ obtruditur,fitqueignauus, etiamsiagnofcatſeinil lamobexprimentumconijci,adeoquea defideriohonoris, vel astudiogratię potentishominisadducaturadperfistendumin periculo; quoniamtamentimormortispotentior eft,abeoabri pitur, &impellituradignauiamfuam manifestandam. Certè Irus cupiebatpenès Homerumgratiamprocorum, eorumque in cibis largiendis liberalem manum: attamennififamulipro corumduxißent, nunquamipfeinpugnamcumUlyffèconcef fiffèt, postquamrobureius,acaudaciamconiectauit. Bb 2 Iro 2  Deconiect.cuiufquemorib.&c. Odyf. . Canon 2. Iroautemmalus motusest animus: Sed&ficfamuliduxeruntcingentesneceffitate Timentem . Carnesautem circumtremebant membra. Ex hac exceptione itaque duo canones emerguntſequentem: inmodum . Cum experimentummorum alicuiusfumere intendimus, oportet anniti , ut hominemlateatſe tuminexamenadduci . Vndeimprouiſam illioccafionem offerrefatiusest,quàm pro uisam . Canon3. Canon4. Quodfiidconfequinonliceat,utlateathominemexamen, contendendumest, utaffectus, queminexamineirritamusad denudandum animum,ſit multòpotioraffectuanimum ipſum cobibente, acobducente . Uterquecanonexdictiselucefcit Cum ex effectufimulatio morum detegitur,oportet affe Etum,actionemque eam ijfdem examinare regulis adverum moremeliciendum,quasattulimusfupra . Secundam Partem operis continet, quæeſt Deaffectuumlatitantium indagine. Connectit, proponit, diuidit que tractanda Supersunt . Caput Primum . BSOLVIMVS hucusqueindaginem morum, queeratprimaparsfimiotices,huiusfcilicet con templationis defignis . Superestinuestigatio la titantium affectuum, quæ eratfecundaOperis pars, quamnuncaggredimur. Huicindaginiea,quædefictio nibus ,&fimulationibus diximus, pleraqueferèomnia muniafunt, ut ijfdemfermè canonibus fit procedendum , quibusin indagandis moribus proceffimus , preterfupremum Supplementum methodi, quoad moresindagandoscontrahitur. com Remclarius aperio . Methodus detegendorum morum inter : cetera affectusconijcit , &ex illisposteamores inueftigat lib. preced. .priorergopars progreſſusadpropofitam nunc praximinuestigandi latitantes affectuspertinet, imòea ipſa est, utnihil aliudrestet,quamipsam perficere; etenimin terceteratum methodum inuestigandi erumpentesaffectusin  bunc locumreijciemus,quamitafubijcereoportet,& quicquid aliudadfecundæhuius indaginis integritatemexigitur. Hac veròeritdicendorum distributio, &feries . Primò. Signa affectuum exponemus, vtpromptumfitilla, cumerumpunt,dignofcere ufqueadcap. Is. Secundò. Contrabemuspræcedentis methodicanones,appli cabimusquebuic,dequaagimus,materia. Bb 3 Tertiò Deconiect. cuiufquemorib.&c. Tertiò. Methodum excaufis methodoexfignisadeiusfup plementumfubiungemuscap. 17. &duobusfeqq. Quartò. In praximmethodum, indaginemque totam addu cemusreliquis tribuscapitibus. Defignisaffectuumincommuni. Signa diſtinguunturtrifariam. ECTVVM itaque signa primo loco ponenda. Sunt verò figna affectuum alia communia, alia propria. Communia dico, quepluribus affectibus conveniunt. Propria, que uni. Hecautem,quepropriafunt,aliafuntfimplicia,alia coaceruata. Simpliciadico veluti trucesoculosinira ; viden turenimilliforfanfoliireconuenire: at coaceruataerunt,quę fimulfumpta unicoaffectuiconueniunt; velutiinIraconge DeIralib.1. riesilla Senece . Flagrant, &micantoculi,multus ore cap.1. totorubor, exeſtuanteabimispræcordijsfanguine, labiaquatiuntur,dentes comprimuntur,horrent,& fubijciuntur capilli, ſpiritus coactus, ac ſtridens, ar ticulorumſeipfos torquentiumſonus,gemitus,mu gitusque, &parumexplanatisvocibusfermopræru ptus &comploſeſæpiusmanus &pulſatahumuspe dibus &totumconcitumcorpus,magnasqueminas agens , fęda viſu ,&horrendafacies deprauantium ſe,atqueintumefcentium, Congeriemhancfignorumdi camusfignum coaceruatum ;fingulaſignacumconuertuntur, dicamusfignapropriafimplicia. Triaitaqueſignorum genera ſeiungamus; fignacommunia;fignapropriacoaceruata; figna propria fimplicia. Signorum tractatio, et usus. SIGNA veròquomodo tractandafint, in ſumquead hibenda secundum diuiſa genera breuiter ediſſferamus. Signorum propriorum usus confpicuusest; ex signis enimincertamaf fectuum cognitione ducimur, cum simulata non fuerint. Utrum verò fimulata fint ex canonibus detegendarumfimulationum dignofcimus. Atcommuniafignaetiamfifincerafint, &abf quefallacia,in certumtamen affectum nequaquaducunt, verbi gratia, orepallesceretimori, &irainquibusdamcommuneest. Dijudicandumergo uter affectusafficiatanimum : exobiecto autem, &occafione, &circunstantijseiufmodialijsfacilèerit dijudicaredistinctos affectus,&longèinterſediſſidentes: dif ficiliusdiftinguentur affectus propiores. Cum cohibenturaffectus, &occultantur. Ar cumaffectusoccultantur, velutiinpreſentinegocio, ubiquærimuslatitantes affectusnonapertos, acmanifestos, tumfignapropriacoaceruatain integritatefuanondantur,imò interdumnequefingulaintegra,utmagnaidcircòſolertiaplu- Difficultas rimoque acuminefitopusadeaconijcienda,&diftinguenda . coniiciédite Illud quodderebus naturalibus dicebat Empedocles GIRGENTI (vedasi) femiboues, Ctus. la titantes affe tſemibominesinconfufionererumpriusapparuiſſe,dehisfi gnisappofitèdicipoteſtſemiſigna,nonintegrafignaplerunque apparere , ex quibus arguto oculo , iudicioquefunt affectus eruendi . §. Quartus . Deſignis exoratione. Atnullaeft euidentiordeclaratio animi noſtriabditarūque Bb 4 ineo  Deconiect. cuiufquemorib. &c. ineopaffionum ,ac rerum,quamoratio ipſanostra, ut enim Aristoteles dicit , vocesſuntearumquæ in animapaf fionumnotæ. Enunciatioergoaffectuum, tſenſuumno Strorum (dumfimulatioabfit) eſteuidentiffimumfignumeo rum: verùm interdum non enunciamusapertis verbis ani mumnostrum,nempecumirafcor, nondico me conceptis ver. bisirafci,fedtamen dico,queiram arguunt neceßariaprope modumconfequutione.Hecexorationefignain postremumlo cum reijciemus. Signa affectus voluptatis. Caput Tertium. IA A AmMfignafing §. Primus. De quo genere voluptatis fit ſermo. Ам fingulorum affectuumfingillatim aggrediamur-iuxta verò ordinemlibrorumde ibrorum deaffectibus,primò,figna vo luptatisafferemus; deindedoloris ; tertiòcupiditatis , &amo ris; quartòabominationis, &odij; quintò iræ;ſextòtimoriss Septimòspeiimmutantes aliquanti ſperordinëfuperiorem,dum iramex poſtremo locoin quintum transferimus, &timorem Speipreponimus. Incohemusergoex voluptate, nonquecon fequituromnes affectus alternatimcumdolore,fedquediſtin Etuseft ab alijs affectus. Hæc verò vel iunctam habetex teriorem voluptatem, velabſque exteriore voluptateipsaper femanet: cum iunctamhabetexteriorem voluptatem,iuncta etiamhabetcausam voluptuariam, feu iucundum ipsum, ex quo voluptateminterioremconijcimus;plus,minusvé,deinde fignorumadminiculo. Nempe voluptasexteriorcupedię ,non nifi exfumptioneprafentecibinafcitur; cum videmus autem hominemſponte comedentem, intelligimus aliquaipſum volu ptate . ptateaffici ; vtrum veròmagna, velparuaexfignisconijci tur;gustus enimcomedentis exipfo comedendi modoelucet . Maiorveròconijciendidifficultas eftin voluptate interiore , quamnullaexterior voluptascomitatur , tota enim estexfi gnisdeducenda. Cum voluptas exterior coniungitur, fignamaioris , vel minorisvoluptatis. Сvмvoluptasexteriorconiungitur, eò maioremintelli gemus eßeinteriorë, quòpartesipfæexteriori deferuientes ma gisintendentur; non enimremittunturille, &laxantur, nifi expletoopere ;fedinopereintentaperdurant,fiue voluptas ea 1 venereafuerit ,fiuecupedioſa ; utenim vidimus antea,con- In2.p.lib.r. Stringuntur partescircaſuſceptum iucundum, utilludaltius devolupta te, c.17. exugant, qui intentiore vultucomedunt, maioreque &crepi tantiorefuctu ciborum, eosmaioremex cibisgustum capere intelligemus,acmaiore intus voluptate affici. §. Tertius. Cumvoluptas interior ab exte riore difiungitur. AT cumvoluptasinteriorabexterioredifiungitur, nem peeapreſentenonfit ,induoadhucmembra diftinguitur ; alia enim abexteriore tamen voluptate recens percepta, velquæ nonmultopoſtſuſcipietur,proficifcitur ; aliaexfolainteriore meditatione nafcitur, velſcilicet obiectiiucundigraphicèpro pofiti, velexcontemplatione ipfa, queestcontemplatorisbo minis voluptas: prioris voluptatis, exemplumeft illudChe- Eun.act. 2 rea gaudium penes Terentium: eratenimexvoluptate tum fee percepta. Lain ?  Deconiect. cuiufquemorib &c. Iamneerumpereboclicet mihigaudium ? probIuppiter, Nunctempusprofectoest,cumperpetimepoffum interfici: Ne vitaaliquahocgaudiumcontaminetægritudine . Interioris voluptatis, ) exfolameditationenafcentisme In2. par.lib. minimus antea , ) vidimustumnoneffundiextrorfumfpiri 1.devolupt. C.17. Canon1.ex vultu . Declaratio. tus , ut obductopotius vultubomoin ea constitutus existat quàmbilari, &explicato,immotoquecorporenon moto. Scitè itaqueadmodumde gaudio viriprobi , quod est ſpecies volu ptatis eiufmodiinterioris, dictum eſt a Seneca, Seuera res eſt verum gaudium: atin voluptateinterioreinnixaexteriori velpreſenti,velpropinqua, effunduntur(velutiexfuperio ribusconstat) spiritus. Canones continet ex vultu. Ad canonesaccedamus. Sititaquecanon . Oculibilares ; fronsexporrecta;gene colore,&habitu vi uida; os ridens, voluptatisinteriorisfignafunt. Hecfcilicet vultumletitiaconformant . Oculi hilares ] quifintperſe patet ,& antea declarauimus quantum res exigebat. Fronsexporrecta] contracteopponi tur,quæpræfertimcuminrugas cogitur , contracte nomen ob tinet: estquetristitiafignum,ficut contraria, latitia. Cum frons veròexporrigitur , &extenditur, confluuntilluc Spiri tus, partesvéspirituoſe; quamobremnefcioquidcumextenfio ne claritatis, &nitoris indefronsacquirit, exquonitorefrons letaprefertimdicitur. Genecolore, &habitu viuidę]gene quoque exfpirituum effuſione explicantur, atque eandem obcaufamcoloratioresred duntur, idest, quoddiximus, vinidasgenas colore, &habitu 1 fieri: Liber Decimus. fieri:attamennonaquèin letitiagene,atquefrons exporrigun 395 tur; namosridens, velrenidensrugasquibufdamingenisex citat alijsfoßulasquafdam , quemgentilitium moremmaxima cumgratia obtinuit Laura filia mea, quepreſtantiſſimeindo lis, &fummiingenijoftennisobijt. Osridens] estvisus voluptatis, & letitiæfignum, pre fertimriſusſolutus; namfubridereinterdumaffli&tiffimis con tingit, & iratis, ut Annibaliin CarthaginenfiSenatu . Nififictiotamen , &fimulatiointercefferit; namincompo- Exceptio. nendo vultu multifunt excellentes . Addetegendamautem fimulationemfuperiore methodo utendumest. Cumincompoſito aliter vultubilaritasoculorum, exporre- Canon2. Etio,nitorquefrontis,aut riſus in oreeruperint, rurfusque cobi beantur, latitantislætitiæfuntfigna: clariusautemfignum ,fi omnesfimulnoteapparuerint: obfcuriusfifingule : medio mo do,fipluresexcanone  huius lib. Excipiendustameneftriſusinore, cumderisionefignificat. Exceptiode tumenimpotiusamatoremanimi,quàm verèletitiamdemon- rifuinore. Strat: fuitderiſionis,non letitia,riſus Sare,cum anusexiſtens, audiuitſeparituram;queriſitoccultèdicens: Poſtquam con Gen.cap.18. ſenui ,&Dominusmeus vetuluseſt, voluptati ope ramdabo ? Signa verò,quediximusnõconuerticumfignificatare,fa- Annotatio. tis exdictis constat, utfintidcircofignaparticularia. Nem pèſi oculorumhilaritas adfit, exporrectiofrontis,genarum que,etc. Osridens letitia animiarguitur; verumnon ,ſile titiaadestanimi,ſtatimeafignaconfequuntur, cumlætitiaali quafrontem, & vultum contractum patiatur,oculosquere tractos, ut diximus. Interdumpratereacummagnavoluptatelachrymeconiun guntur, Deconiect.cuiufquemorib.&c. to magna Cũvolupta- guntur, &fletus, utinagnitionibus carorumpostdiutur Jūgilachry. numtempus. Noniniuriaitaque Homerusde Ulyße, & Te tum. mas,& fle- lemacho postmutuamagnitionem lib. 1 6. Odyß. Telemachusautem Circumfufuspatrembonum lugebat, lachrymasfundēs, Ambobusautemhisdefideriumobortumeſt luctus : Flebant autem Stridulè abundantius, quàmaues Aquila, vel vulturescurua Unguibus,quibusfilios Rusticiexcipiunt,antequam volatilesfierent. Sic,bi miferabiliterfubfupercilijslachrymasfundebant. Canones continet ex pulfibus. Ex pulſuetiamfumipoſſuntſignaletitia; namfuusleti Libr. 4. de tiæpulfustribuitur . Galenustribuitpulfum magnum,rarum, pit.3. cauf. pulf.catardum,atnullam in vehemetiadifferentiamſuſcipientem letitia non excedenti; namfiexcefferit, tum exoluitur virtus admortem uſqueinterdum, utpulſusidcircòexoluanturipsi quoque,contrarijfaltemfiant memoratis. HecGalenidoctrina congruitfuperioribus meis dogmatibus : vidimus enimin le titia corprimogenia alteratione calore augeri, eoqueblando, t moderato : vidimusquoque ex spirituum moderato efluxи ex corde, calorem itidemintendi ; motusfiquidemamateria, mo deratus tamen ignemauget,utin letitiaidcircònonimmodica pulſus ob auctum calorem augeri debeat,ut dicit Galenus, cumblandustamenfitcaloreiufmodi , minusfuliginum, ille que minus acres excitantur; unde minus quoque irritatur virtusadeasexpellendas , utfrequentia pulfus a letitianon augeatur,quodidem Galenustradit. Eademqueratione non augetur vehementia; cùenim virtusnonirritetur, nonetiam acrius :  acrius infurgit adpercutiendum; unde vehementia ,queinea percuffione consistit,non augetur. Prorsus ergo refpondent Galenidoctrinahec,que exiactisolimprincipijsdeducimus • Sintnunc Canones . Pulſus magnus, rarus, tardus, atnonvehemens, letitia Canon1. estindex . Patetexdictis. Simanu cuiuspiampulſuiadmotaſentiamus,adcuiuspiam Canon2. persona ,aut rei commemorationem,vel præfentiam pulfum magnitudineaugeri, atnonceleritate, aut vehementia, intelli gemushominemeareletari, utfcilicet tuminnotefcat affectus letitia, unaquecaufa eius. Multatamendiligentia opuseftinhacexpulfibusindagi- Annotatio. neaffectuum ; nam videndumeft,necontrectatio ipſa pulfus pro qualitatepersona, quetangitur,&eius,que tangit ,pro Scilicet intercedente amore, velodio, velreuerentia, velcon temptu, velalioeiufmodi affectu erga contrectantem varie turpulfus; itaeniminterdum affectusexprafentia, velcom memorationeobiectioculetur . §. Sextus . Canonescontinetex reliquis corporismotibus. Plato infecundode legibus afferit,dum letamur,nos quiefcere non valere; quodresipfaindicat, cumeatamenexce ptione, nifi voluptasexfolacommentatione,& meditatione nafcatur; tum enimimmotipotius confiftunt,fiqueprofunda fuerit,quafiextatitij : veruntamen non poffe consistere , non estfignumcumletitiaconuertibile; nam &anxijquiefcerene queunt,fedfusque dequeferuntur . Trepidantishominis, & coramiudicibusconſtituti speciem defcribit Apuleius . Tunc pedes incertisalterationibus cómouere, modòhanc, modò 398 Deconiect.cuiufquemorib.&c. modòillampartemſcalperecapitis, &orefemiclau fo balbutiens nefcio quas affanias, effutire. Motus ergo, & locibucilluc variationoneſtſignumpeculiareletitia, fedcommuneetiamanxietatis: verùmfimotusfitgeſtiens,& cum exultatione,veluticumfaltatione, & lufw,signumestle titie . Sititaquecanon . Canon1. Canon2. Annotatio. Motusgestiens, &cumexultatione,cumfaltationenem pè,&lusu,ſigniweftletitie; dico,cumſpontefuafit: namaliqui interdum ex occafionefaltantqui varijs, &acribuscurispre muntur. Itemquifaltantexofficia, utolimSalcares, Fidici ne, Choraule non rapiebantur, concitabunturque a letitiaad faltum, fedexofficio, studioque quastus. Cum ad SIGNA letitiæ – OCCAM: risus naturaliter significat laetitiam -- ex vultu acceduntmotiones corporis non confiftentis in eodemloco, efficatius tum argumentumleti tiænafcitur,&habetur . Patet exdictis. Nonconuertiturtamenfignum; letitiaenimexmeditatio ne, & commentationeinteriorefolumcorpuspotiusamotupro hibet , quamquòd inmotum concitet,quodfuperioribuscobe rensest. Canonesexvocisſonocon tinet , vbi derifu . Vox,queletitiamfignificat, eftpræfertimrifus,ficutfle tus dolorem : at riſusnon unius eftgeneris; nam &irridere, tſubrideredanturquæfuntrifusquædamfpecies: aliæprete reafuntriſusſpecies; eftenimcachinnus,ideftriſusſolutus: est rifusfinecachinno,dequibus Ciceroait, Vt ſi ridereconcef fumfit,vitupereturtamencachinnatio. Atfortèexa Etior eritdiuifio, fidicamus riſum velinfolafiguraorisconfi flere , velfiguræ eiusfonum adiungere. Sonus autem vel reddit LiberDecimus. : reddit vocalemA, vel vocalemE, velvocalemI, velvo  calem O, velvocalemV. Apertior, &folutiorqui A red. dit. HuicproximusquiſonatO.DepreffiorquiE. Athocde preffiorquiresonat I. Qui verò U reddit, non orefonat,fed naribus: infingulis tamen eiufmodi differentijs eftfonus ,2 ) 1 vehementior, & lenior. Cumfonusest vehementiorcachin nusest,etpræfertimcumA, &O,resonat. Cum nullusſo nus,velcumleniseſtſonusacachinnoabest, præfertim cum vocalesfummiffiores E,I,V, refonat . Verum riſus V, eo magis abesta cachinno, quodorenonſonet, ut nihil biet os . Cachinnus veròfine hiatualiquo effe nequit. Canones nunc fubijciamus. Riſus vehementior,quipræfertim vocalesA, O, refonet, Canon1. concitatiorem, acfolutiorem voluptatemfignificat . Riſusleniornonaquè concitatam, blanditiorem tamen voluptatem INDICAT; undeilludLucretij; Suaueridens venus. Hicautemrisuseft merum voluptatisfignum atrifusfupe rior&cachinnuspoteftprætereafignumeffederifionis. Riſus,quiſonatV,remißiorem voluptatem, velmagiste- Canon3. neque Etamfignificat; nequeenimriſusex oreniſifiguraprodit, non etiamfono. Nonconuertiturautemfignum; namletitiaexmeditatione Annotatio. graphicaque rerum iucundarumdefcriptionetaciturna eft, & absquerifu, utplurimum. Voxgrauiorfactaletitiam animinouam, velobauctamfi- Canon4. gnificatexdoctrinaAristot. probl. 1 5. vult enimexremiffio- Seſs.II. necorporis,quæ in voluptatefit,grauitatemgigni vocis , ut eadoctrina , nedumadriſum,qui ibiexprimitur, fed ad reli quametiam vocempertineat. Verùm 11.  Deconiect. cuiufquemorib.&c. Annotatio. Verùmgrauitas ipsaaucta vocisnoneftpersefignumle titia; namalijs etiam excaufis voxgrauefcere poteft:fedfi alijs letitiæfignis accedat etiamgrauitas vocis obaucta, argu mentumletitieintenditur,ficut contraacumen triſtitie; Un deLydie acute, ) mixolydiæ harmonie queacutaerat, me ſtæ habebantur, męstisque cantibus accomodabantur, acquæ rulis. Plato in 3. de Republ. Quænam igitur quærulæ harmoniæfunt,dicmihi.Tu enimmuſicus esLydię mixtæ,Lydiæqueacuta,cæteræquehuiufmodi.Hec Plato : atidem voluptuarias, ac molles harmonias remiffas ac relaxas afferit, adeoquegrauiores,namexremiffionegraui tas: audiamus Platonem. Quænam igitur molles,&te mulentæharmoniæ ?quæcunque χαλάραιvocant? Vocem autem χαλάραι FICINO (vedasi) tribus vocibusexprimit,ſcilicetre miſſe,relaxa,ac reſoluta. Homerus &ipfeacumenmeſtis vo cibus tribuit; namflentibus Vlyffi, & Telemacho,acumentri buit,utpaulòprius vidimus. Flebantautem striduleabundantius, quam aues Aquila,velvultures &c. Signa affectusdoloris. Caput Quartum . IGNA affectusdoloris, exproximèdictis, locoacontra rio deducipoffunt; undenonoportet latius digredi . Prorifuergo eritfletus,pro vocegrauiore erit voxacutior, pro motu eritquies corporis immoti, utfcitafitcommentatio. QuaNiobesextremo victadoloreinſaxum mutata traditur, Ouid. lib.6. Metamor. utindoloreimmotushabituscorporisfignificetur,&c. Diriguitquemalis; nullos mouetauracapillos, In vultu colorest fineſanguine; luminameſtis Stantimmotagenis,nihilestin imagine viuum? Ipſaquoqueinteriuscumdurolinguapalato Congelat,& venadefiftuntpoße moueri, Necflecticeruix,necbracchiaredderegestus, Necpesirepoteft. Excipitur tamen,ficumdoloremiſceaturtrepidatio,autan xietas; tum enimestin agitatione, &corporis motuanimal. Pulſus eft,teſteGaleno,paruus,languidus, tardus, tra rus . Oculiitemtriftes, contractafrons,demißegena,osgeme bundum, velcompreſſumſaltem;fufpiria accedunt,reliquis dolorisfignis, quæ,quoprofundiorafuerint , quoquedifficilio raeo maioremfignificantdolorem; maioremenimindicantcor dis angustiam, & compreſſionemobimmodicuſcilicetinipſum confluxum caloris,ſpirituumque. Signa amoris ergarem, fiue bonumformale,fiue ergafinemcuiusgratia, qui amordemumest ipfametcupiditas. CaputQuintum . AM ORISfignafunt nuncadducenda; verumamor, utvidimus,aliusestergafinem,cuius gratia voca uit D. Thom.aliter bonum formale; alius est ergafinem cui ,fiue perfonam, cui bonum defideramus. Primus amor idemcum cupiditateest; quo circa primum exponamusfigna cupiditatis. Cupiditas itaqueinintentione cordisconfiftere, cumqueca lore, acferuoreeiufdem vidimus , undeeafignaprodibuntin corpus,queexcordisferuore,acintentione,feucontentionepro cedunt, fcilicet motus,inquiescorporis,oculiistantes,&proca ces,dumpræfensardet cupiditas. Virgilius. Cc Vritur Ancid.4. Sat.9.  Deconiect.cuiufquemorib.&c. Vritur infelixDido,totaque vagatur Vrbefurens. Hecquidema cupiditate in uniuerfumfigna procedunt, atficupiditatespeculiares lubeat distinguere,figna ipfarum peculiarium apponere oportet . Cupiditas ergo peculiarisqua quefignaquedamininstrumenta,quibusexercetur, effundit; ineaqueprimo,atſecundarioin confpirantesquoquepartes, verbi gratia,cupiditas venereainpartes veneridestinatas refundit effectus aliquosfenfiles, qui eam ipsam cupiditatem fignificant; undeniſipudoreas partes velaret,facilè in gruentemcupiditatem veneream agnofceremus. Catullo eiuf modifignum inerat, Namiaceopranſus ,&fatur,ſupinus Pertundotunicamque,palliumque. os peculiarequoppiamfi gnuminijsetiampartibusdefcribitur. Suntenimoculiarguti, Verùmcumconfpirent oculi, tos &natantesin venerea cupiditate; vocateiufmodiafpectum tremulum, aclaſcinumTaffius. Vicißitudinem linguainter labraantea quoquefignum venerea cupiditatis diximus : at Saliuainlabia uſquerefluere, aſtuante cupiditate venerisfcri bitIuuenalis. Nilfacietlongimenfuraincognitanerui, QuamuistenudumspumantiVirro labello Viderit . In cupiditate ciborumosplerunquefigna exhibet; inmagno enim cibi cuiuspiamdefiderio videmus quosdam deglutire pro cibofaliuam; labiorumariditas, difficultas deſfuendifitim fignificanteuidenteradmodum. Adidestfignumcuiuſque rei appetitioniseuidens , argutis )petacibus oculis rem ipfamin fpicere. Qui itainfpexerit mulierem illamcupit: qui cibos:quinummos,nummosoptat. Talequippiamillud. 403 Tucurſum spectes,egote:ſpectemus vterque, : Ouid.lib.3. Amor.el.2. Quodiuuat, atque oculospaſcat uteriqueſuos. Perfius pallorem afpectui adiunxit ad cupiditatem fignificandam. Viſo, fipallesimprobe, numo. Verùmexcupiditatepallor vixeffe potest,nifi alius ad mifceaturaffectus,utinuidiain alienisconfpiciendisdiuitijs:fi tameniniraadultionem aggrediendamspiritus in externas partes , bracchia , &manus ultionisquealiainstrumentain gruant, &afuperioribuspartibus, prafertimagenisauertan tur, ita cupiditas adexequutionemfestinet;poteftinterdum oriri pallor : atquodplurimumest, acfuapte natura osrubi cundumexcupiditatefit.Memini me videreobuiosfibiama torem, t mafiam,quicumſeinstantibusoculisafpexerunt facieambo,circiteroculos præfertim fronte,&genis erubue re; licèt amorquoquopactotectuseßet;tumvir,tumfœmi naenimalienoerantinnodati matrimonio. Cupiditas etiam arguitur,cumexcarentia rei meſtitiaob oritur,prefertim verò, fifufpiria, lachryme,&ſtetusfucce dant; undepuellorum,acinfantiumcupiditates exfletupra fertim conijcimus. Galenus lib. 1. defanit.tuend..ex fletu infantis coniecit immunditie ledi , adeoque munditiem cupere ; nam,ablutisfordibus, & mundis pannisinuolutus, quieuit. Quiex diſceſſu amiciflet, intelligimus eum hominis preſentiamcupere. Maximam certè virifui cupiditatem preſeferebat Ouidij uxor,dum Semodòdefertos,modòdeploraſſepenates, Nomentademptiſepevocaſſeviri. Atinquietquisfuiffe illumdolorem, nonergocupiditatem, Cc 2 Sed Lib.1.detri Aibus.  Deconiect. cuiufquemorib.&c. 3.part.lib.4. fed vidimus antea affectus eodemtemporeplures infiderepoſſe cap.s. animo. Verum quoniamindagareaffectumex affectuestcom mune omnibus affectibus,differemus in locum posteriorem , cumpriusfingulorum affectuum figna expofuerimus. Signa ergo cupiditatis expulſu rutrumdentur,nonvideturinterfcri ptoresconstare. Galenus enimnegatpulſumamatoriumlib. de precogn.adPosthum.cap. 6.infinedicens,Nugæ funtigi turquod aiuntaliquipulſumamatoriè moueri co rum, quivelneſciuntamorispulſumnullum eſſe,vel putantre quapiamanimoperturbatopulfumnon immutari,fedineandem æqualitatem, & ordinem Lib.3.can. cumperfeuerare. At Auicennapulfumfuum amori dare 4. cap.23. Fen.tract. videtur,pulfum nempediuerfum, &prorfus inordinatum. Atquicquidfit dediuerfitatefententiarum borumin remedi ca principum virorum; attamencertum estdeamore ipfosin perfonamaliquamloqui, noninrem, autformalebonum: adeo quenonageredecupiditate,dequanunc agimus. Cupiditatis autempulfus instarirapulſus est,cum ) iracupiditasfitque dam. Irapulfumtribuitaltummagnum, vehementem, cele rem,crebrum: intenſe cupiditatisidem videturpulfus; nam calortumprimigenius,tuminfluens magnus estuatincorde, utindepulfum, &altum,&magnumeßeoporteat: ceditta men vehementia, celeritate , &crebritate ire ,licèt enimeas qualitates, etiamcupiditasaggreget,non equetamen; quiane que estadeo concitatus affectus, acfubitus,utreipfa experi mur, &Aristot.etiamindicat lib. 7. Eth.cap. 6. atratiopre tereaidemfuadet,quamanteaattulimuslib.deIra, cap. 3.mo dòexpremiſſis canonesdeducamus. Signa ſe ponuntur. REM aliquam instantibus, acprocacibus oculis inspicere 1.Signum. prafentemeiusrei cupiditatem indicat,fiue res venerea,fiue cupediofa ,fiue pecuniaria fuerit . Exemplum penesPlutar chumin vitaPirrhiOplaciFerentani,quidiuintentiſſimisocu lis cuminfpexiffetPirrbum , ipſumquoque hasta inuafit,ut inuafurum exeoipſo defixoobtutu coniecerat, Regiqueprædi xerat Leonatus . Non conuertiturtamencanon,utquicunque cupit, procacibus oculis infpiciat,atque instantibus:pudorfæpe retinet,prefertim puellas; nam, utdicit Ouidiusdefemina. Virmalediffimulat; tectiusillacupit. &modesti demum homines cohibentſe, neccupiditatesfuas apertèindicant . Siprateroculorum instantiam etiamruborin ore accenda- 2.Signum. tur, argumentum intenditur cupiditatis inspectarei; ex di Etispatet. Siinstantibusoculis, velperſona, vel instrumentumve- 3.Signum. neri aptumafpiciatur, ruborquepræterea accendatur in ore, & labellum spumet, utdicitIuuenalis, estpræfentiſſimumlibidi nisfignum,quodfioculi,tuminſtantes,tumnatantesfint, con firmaturmultomagisfignumincenfa venereacupiditatis; au geturadhuc,fi vicißitudolinguæinterlabraaccedat. Sioculilubrici,&natantesfint, ruborinore,diſcurſus va- 4.Signum. gus , et varius ,labrum spumansin abfentia etiam obiecti venerei, cupiditatemtamen venereamfignificat; prefertim fiagitatio illa linguæ inter labella acceßerit ,de quafupranon femel. Ad ciborum preſentiam, velcommemorationemfaliuam s.Signum. deglutireargumentumestcupiditatis illiufmodi ciborum. Cc 3 Ad Deconiect. cuiufquemorib. &c. 6.Signum. Admotapulſui manuſiſentiaturadpræfentiam, velcom memorationem cuiufpiamrei pulfus acutus magnitudine ,alti tudine, vehementia, celeritate, crebritate , & non appareant iracundiæfigna ,intelligitur hominem incentum effe cupiditate rei oblatæ, velmemorate. De fignis amoris erga perſonam, amoris nempecon A cupiscentia, ac venerei. CaputSextum . §. Primus. Amordiftinguitur. Damoremergaperſonamtranfeamus ,quiduplex infu perioribuslibris distinguebatur, altereratamorfiniscui, adeoque amicitię vera, alterpotiusaquo ,seu cauſe effectricis vtilitatis, aut voluptatisnoſtre: amor , exquo amatoresdici mur, Italiceque innamorati , esthuiuspostremi generis; de eoque nunc dicamus : nam ideoamant homines amicas,quòd voluptatem ex eis veneream cupiant , & expectent . Fer uentis itaque eiufmodi amoris, acfuriofifermèfigna adduca mus. Distinguere tamen primumoportet amorem , ut ha bitumfignificat, utquefignificatpræſentemactum;namama tordicitur nonquinuncfolumamat,sedqui radicato amore amauit , & amabitetiampostpræfentemactumamoris . Rem quoque anteadistinximus: inpreſenti verò negocio confundi turuterque amor,immo veriuspro amorehabitufumitur; eiufmodi enim amoreminAntiocho Erafiftratus , in muliercula Ad Poſthu. Galenusdetexerunt. Itaſumptiamorisfignaadducamus,vel potius exfuperioribusrepetamus. Lib. 3. dea more. §. Secundus.Repetútur ex ſuperioribusfigna amoris. VIDIMVSSupraeffectusamoris,tuminanimum,tum incorpus> LiberDecimus. incorpus , quicunque ex illis obferuationi noftræ patent, signa euadunt amoris. Incorporeergo (cumamor iam adfummum euaferat)erat macies ,inomnibusque eius membris,præterquă in oculis,quiquidemprofundifunt, attamenmagni, &turgi di,quoniamfit multain eiufmodi affectu euaporatio ad caput propterfufpiriafrequentia. ItatumexAuicennadiximus,pal- Lib. codem lorquoque confequituramorem, noctes infomnes, inappetentia 3.cap.7. cibi,suspiria, &gemitusfrequentes. Ouidius, cuiusetiamfu praattulimuscarmina . Fugerat ore color, maciesqueadduxeratartus, Sumebantminimosoracoactacibos: Necfomnifaciles, &noxerat annuanobis. Atplacet rurfus exfundamentis,ſuccinctè tamen,ſigna deducere . §. Tertius. Reponunturfundamenta. REPETAMVS ergoamoremhuncferuentem , dequo nuncdicimusin cupiditateferuentieffe: cupiditas veròeiufmo. diomnis obſenſum egeſtatis boniferuenter expetiti dolorem , punctionemque experiturinfignem ; cuidoloritamen admifce tur voluptaspaffiuaexobiecto amato,probonoque apprehen So: quod,fispespotiundiadfit, multòmaior voluptasimmiſce tur . Atrurfustamen,quipotiusest, velpotiundoimminet, timore angitur, ne cadatagratiaamati, nevèalijsintrudatur, queestzelotypia, utſpespotiundiſquotimoris, ac zelotypię morfu interim laceretur; quodficupiditasſpe deftituatur, tum tenuis voluptas,quæ exobiecti oblationenascitur,multame roris moleopprimitur. Fitex his, utamor babitumelle, t felleredundet,quod antea diximus; utque apparetfemper, velutplurimum,felexfuperet. Cumtristitia ergo,& me Cc 4 ror 408 Deconiect. cuiufquemorib.&c. rorabundat, macies corporisconfequitur; tristitia enim exiftat oſſa, cum inflammetcupiditas, effectus cupiditatispatitur,quos proximèdiximus: præfertim veròſiſpes vidende,autpotiun deamiceiungatur, nullisretinetur , aut temporum , aut itine Lib. 2. ris impedimentis, quinſubitoaduolet ; mareſquiens procellis non retinuit Leandrum ,quominus herum adiret. Interdum voluptategeßitsi spespotiunda breuiamice adfit,velft ) ma ximèfipotiatur; prodiuinitateenim idreputat Propertius. Sidabithæcmultas, fiam immortalisinillis. Nocte unaquiuis, velDeuseffepoteft. Tumergo voluptatis effectus patitur ,atquosftatimfuc cedens timor, ac zelotypia permutet , acperturbet . Atcum nullaſpe vidende ,aut potiunde amate excitatur, tumsese eius cogitationeinanipafcit ,idque præfertim, cumad extafim patiendamdeuenit , velpropè accedit; tum veròfolitudinem querit, utminusabea cogitatione prohibeatur, ineaque ple runquemultumtemporisdetinetur:fefeergo oblectateamedi tatione amator ; at cum ab extafi experrectustamfuaui, tam amatarecarereſe intelligit, tum inſuſpiria, lachrymas, &fle Etus erumpit; indecauitasoculorum, & magnitudo oritur. Ex bacitaqueferie inordinata affectuumfit, utamatornulli certe periodofignorumfubijciatur,fedvariæ omnino, &incerta; præftet tamentempore, acduratione,ſepe etiamintentionetri Stitia, atquetriftitiæfigna . Quiergotribuunt amori pulfum , qualis triftitiæ conuenit , fiintelligunt, utplurimumeße ta lem, rectèdicunt: atſiſemper, malè. Cum enimin profunda, extaticaque cogitationedetinentur, pulſus est contractus, qua liscogitabundorum, t )contemplantium : cumexardet cupidi tas, magnus, t) altus &c. Cumtimoropprimit,longèdiuer fus. Adpreſentiam veròamataperſone varijfimulaffectus 1 i infur LiberDecimus. 409 infurgunt, cupiditas, pudor, &reuerentia , &ceu Stuporqui dam, spes, timorpro afpectu amice ut benignafuerit, vel aspera. Undepulfus tum quoquenullacertaperiodo, acmodo procedit: idfolum estilliperpetuum, utadſubitum aduentum (tumquepræfertim) velfubitam commemorationem amate perſona vehementeralteretur, utde Antiocho diciturfubcu va Erafistrati ad Sratonice aduentum ; & Galenus afferitde Ad Poſthu. muliere,quamipfecurabat adcommemorationemPyladis. Lo- deprecogn. quunturetiamlibenterdeamatare amatores, utfæpiusdeali quaperſonaloquiindiciumfitamorisinillam. Qui teftè amant Specie auerfantis nominant, utamorisfufpicionem vitent, t) interimdegrata materia, acperſonaloquantur . Signa ſe ponuntur. Si quem cogitabundum obferuemus, acineacogitatione,li- 1. Signum. cètdefixum, attamennon mestumafpiciamus , verum cums excitatur,inſuſpiria erumpat,multò magisfierumpatinlachry mas, &fletus; argumentumidreputemus, acfignumamoris umentum idreput estuoſi, acconfirmati. Multò euidentius fignumeſt,ſi inter cogitandumaliquislætitiæ radius effulgeat . Ratio pendetex dictis; nam dum amator amatamdefixè cogitat, voluptatem exearecapit, atintimam, &reconditam, utnonerumpatfa cilè: attamen couſque potest permouere animum, ut aliquid eius exore, velexoculisfubluceat: at cum expergifciturexco gitationeamator, tumfalſamagnofcens, quamfibipriusrepræ ſentauerat amateprafentiam,inſuſpiria, &lachrymasproce dit, inftarfomniantiumdiuitias, acfelicitatem, qui experrecti vacuosſeabomnibonoinueniunt, &ingemifcunt . Paulus Æginęta amantibustribuit oculosconcauos, qui nonillachry mant,fedtanquam voluptatepleniapparent lib.3.cap. 17. Diffi 410 Deconiect.cuiufquemorib &c. Annotatio. 2. Signum. Annotatio. 3.Signum. Difficile est distinguere habitum vultus cogitabundi, leti interiore, et obductaletitia, atque cogitabundi, meſtiinterio remestitia ; uterqueenim vultus estobductus: attamen di ſtinguipoteft, illeenim vultusferenitatem aliquam,licètabdi tam, praſefert, interdumque aliquos,ceuradiosletitiæ aperit, (hoctamennonſemper)bic autemt est ricam contractionemcon tinet, &depreffiorem obductionem : quo ad uſum autem ab obferuationefrequenti,ſolumpoteft acquiriprudentiaagnofcen darum eiufmodi differentiarum. Simifceriinquopiamintelligamusfufpiria,&letitiam,cre dendumeftipfumamorecuiuspiamteneri, &affici. Namafferit Marfilius Ficinusin Conuiu. Platon. cap. 6. orat. 2. Verbafunt , Amore illaqueati viciffim ſuſpi rant, & gaudent. Pendet veròexdictis; Namamormelle, fellefecundius est . Cùm amoriamde sperationeabundat,adeoque męstitia,non ampliusgaudiofouetur,nifiextatica confideratione,accommen tatione amati obiecti: noneft viciffitudo poſtſuſpiriagaudij. Talis fuit Rotolandi penes Areostum habitus post agnitum Angelica, acMedoriamorem . Nonergofignumconuertitur, fcilicet,nonomnis,qui amat, viciffimſuſpirat, &gaudet;sed numomnis,qui viciffimfufpirat, &gaudet , est amator? t non videtur; nam quicunque inter Spem, ac metumdegit , verfatur pariter inter letitiam, &mestitiam, unde vicif fimletari, &fufpirare potest. Dicendumestergo non effe veram in uniuerfum præpofitionem, qui vicißimsuspi rat , &gaudet, estamator, utfitfignumboc commune,non Tecmirion . Egetidcircoalijsadminiculis adcertiorem con iecturam . Frequens mentioalicuiusperſona, qui cumnullumfitnego cium, }  cium, exquo nafcatur occafiofrequentis commemorationis,pro babileeftfignumamoris . Dicoprobabile; Nametiamodium poteft effecaufa comme- Declaratio. Morationis frequentis perſona exofæ ad vltionisfpem,velper ditionis eius ; ſepè etiam ob timorem, quocirca Nero, post quamdefciuit Vindex,fæpe illudinculcabat (fiper Vindicem licebit ) Augetur,&roboraturfignum,fiodiumnullumfubeffe,aut PrimaSigni iram ,auttimorem conijciatur . : cófirmano. Atconfirmaturadhucmagis,ſiſuſpiria vicißim, & leti- SecundaSi tia commifceantur ; tumenimcertum euadit timorisfignum eni cófirma etiamfi tectèmentionemfaciat; naminterdum,quospudet me morareperfonam, memorantexercitiaeius, uthominisitafibi tio . obuerfetur, clamalijs, fimulachrum: itapenes Euripideming Hipp.Phedravenatum &equestrem exercitationemloque batur, utfibireferret Hippolytum , Mitte mein montem: abeoadfiluam, Etadpinus, vbifericide Caneslustrant , Varijs ceruisappropinquantes: PerDeoscupiocanesinfremere . Preſes Sanctao DianaLimne, EtGymnafiorumpulſatorumabequis, Et, Utinameßeminſuaarea , Equos Venetosdomans. velin mentione odiumfimuletur. Quippiam tale estpenes Ouidiumdum Cypaffimancillam Corinnereipsa amatutdi- aLib. 2.de a Eto ſpernit, &abhorret.b Dijmelius,quàmficmihifitpeccaſſelibido, Sordidacontemptæſortisamicaiuuet. Quis amoribuse. leg. 8. B Eleg. 7. ! 412 Deconiect. cuiuſquemorib&c. 4.Signum. QuisVenerisfamule connubialibetinire Tergaquecomplecti verbereſecta velit? Inordinatus vitæ habitus, utmodòfcilicetfitletus, modò absque apparentecauſa meſtus,modòimmotus,modò inquies, modòaudax, modòtimidus, modò pudibundus ergaſcilicetpe culiarem perſonam, modòimpudensergaalios ,amorisincenfio nemſignificat. 1 Patet exdictis . Atfignum euidentiusredditur, fihomo fuapte natura non inconſtansin eiufmodi inconftantiam tran feat, atqueinordinationempenes Eurip. in eodemloco Phadra s.Signum. noneundemcorporisfitumretinebat, nechabitum ) modòde tegerefibicaput, modòoperirefamulabus iubebat. Siadmotamanupulſuicuiufpiamfentiamuspulfum fub ad uentum alicuius perſona vehementer alterari , ac inordinatè, idque nõſemelobferuemus,idemque accidatadciufdemperſone factam commemorationem; credendumesthominem,cuiuspul fusalteratur , amore teneri perſone ,quæ accedit, vel cuius mentioincidit. Erafiftratus hoc modo amorem Antiochideprehendiffedici tur, &Galenus afferitſedeprehendiße amorem muliercula , quaminuiſebat, cuiushiftoriainfrainpraxireponetur. §. Quintus. Cumamoriamapertior eſt. Ат interdum amornon tegitur,fed palam aperitur vel afpectu cupido, &inſtante, vel vocisconfeffione, acproteſta tione; tumitaquefolumautdifpiciendum,numſubſitfictio,aut gradusamoris inquirendus; quorum primum exfuperioribus regulis deprehendetur,ſecundumexfignisnunctraditisproin tenfione eorum,atqueaggregatione. De LiberDecimus. 413 Defignisamoris ergaperſonam, utfinemcui, fiue amorisamicitia. CaputSeptimum . Monamicitia, licètipſequoque affectusfit, inpartem enimſentientemrefunditur: attamen , cum prefertimin appetiturationis, voluntatequerefideat,ideoindago eiufmodi amoris,utinpartefentientenon equèeminentis,potiusadmo rumindaginemredigi debet, ex eiusque procedere principijs, quàm veladindaginemaffectuum,exqueprincipijshuius. Id autempræcipuumin amore amicitia videtur,ut eum nemo diffimulet: undecontrafimulationempotius, quàmcontra dif fimulationem pramunireinquifitionem, ) indaginemoportet . Procedendumnempeeſtexconfiderationeactionum,que ami citia vereconueniunt: exfiabfint,intelligemus, amoremami citia non adeffe . Siadfintautem,difpiciendum eft, num om nisabfitfictio, acfimulatio; ea enimniſiſuberit, verumamici tiaamoremineßecrediiure meritopoterit. Ad excludendum verumamicitiaamoremfatiserit, ficauſaturpisamorem con glutinauerit; nonenimturpifundamento,adeoqueinſtabilipo teſtſolidaamicitia honeſtasſuperſtrui: qua ratione adductus Ariftot.ſolam amicitiamhonestampermanerepronunciauit,eo Ethic. quodvirtus, cuiinitur, Stabilisest. Defignis odij. Non eademmethodo odium EX omneindagari . EXPONAMVS nunc odij signa,tum, ut cupiditatiop ponitur tum, utamori ergaperſonasaduerfatur odium cap.3. perso 414 Deconiect.cuiufquemorib.&c. 1 perſonarum confirmatum occultiffimumest, utet ipsum po tiusindaginemorum,quàm indagine affectuumfit inquiren dum: odium ab hominationis dictum, fcilicetcupiditati contra rium,t) odiumperſonarumrecens,euidentiorcumfit affectus, inquifitione affectuum inquiripotest, acdebet. Odij ſignumexaſpectuprimum. AVERSIO aspectusfignumestodij. Itapenes Euripi demHecubanonfustinebat aspicere Polymneſtorem; excufa bat verò,falfafcilicet, neidipfe odiotribueret. Nequequeamintueriterectisoculis, Sedhocipfum,ne malevolentiam exiftimestui . Et Virgilius de Didone in inferno Æneam perofa. Illafolo affixosoculos auerfa tenebat . Annotatio. Annotatio. Noneftfignumconuertibile tamen; nam& pudor, ti mor urgentes abafpiciendoauertunt: verùmfipudorem,& timoremnon ineffeconijciamus ,quiaffectuseuidentioresfunt, tumexeofignoodium arguere licebit. §. Tertius. Signumexafpectuſecundum. ASPECTVS retractus SIGNUM est odij, faltem offenfio nis, aspicere,neque licet auertereoculos. Eoafpectupatibulumiampræfensrespiciunt damnati,nonin nis, cumnempe neceſſe estast ſtanteſcilicet &procaci,fed(uti vocoipſe)retracto. Nontamenconuertiturfignum, cum &timor, acpudor,ac reuerentia afpectum eiufmodipoffint efficere , ut antea dixi mus. Siergoargumentahabeamus excludendi eiufmodi alios affectus, odiumpotestexcoafpectuinferri . Signum ex aspectutertium. ASPECTVS toruus signum est odij Virgiliusde Dido neaduerfus Æneams. Talibus Æneasardentem, &toruatuentem. Toruusafpectusfignumest velodij, velire: atiniraafpe- Annotatio. Elustoruitascummaiorecorporis commotione , & alteratione coniungitur, quàminodio, ututrius affectusfitfignum , nondifficilefitdignofcere. Signum quartum ex dictis. MALEDICTA, detractionesque praterea etiam dicta minacia odiumindicant, veliram;fieximpetunempeiram;fi Sedate, odiumfignificant . Sedfuadereetiamcuipiamfermone, utaliumperimat, velledat, eſtodijſignum. EratNumaniinTeucros odijfignumcumillis maledicebat. O verèPhrygia,nequeenimPhryges. MinaciaPandaridictaodiumin Turnumpræſeferebant. Caftrainimica vides,nullahincexirepotestas . CumSeianus eainAgrippinam,& Neronem,ac Drufum ferebat,quibusdemum exarfitineorum cedesTyberius , erat idpenitiffimiodijfignum. Significant veròodium,cumſedatèdicuntur: iramcumex animiimpetu . §. Sextus. Signumquintumexfactis. FACTA contradignitatem,aut utilitatem, autfalutem cuiuspiamodiuminillum SIGNIFICANT, autiram.Sifubitònempe, tteximpetu,irammonftrant;ſiſedatè, &meditato,odium . Oportet tamen fictionem precauere; nam interdumaliqui Annotatio. fimu 416 Deconiect. cuiufquemorib.&c. fimulantodium,&inimicitiaminquempiam,utalium,quiil tum. PenesTaci- lum verèoderit,ſibiobnoxiumreddant. Latiarisdumamorem in Germanicidomum, odiumin SeianumfimularetTit. Sabi numperuertit , dum Syrusalialicet decauſa odium , veliram fimulansinEtefiphonemdecepitDemeam. InAdelphis Nonpuduiſſe verberarehominemfenem, Queegomodòpuerütantillumin manibus geſtauimeis. Exregulis itaqueſuperioribusfictio eftdetegenda, velad idfaltem annitendum . Defignis Ira. Caput Nonum . SIIGNA ireiamcumfignisodijconiunximus.Sunt untquebe Expulfibus. fempermanifestiora illis. Non estitaque curinhisprolixio resfimus. Noto,quæde pulſuſcribitGalenus. Dicit ergoirepulfumeffealtum, magnum, vehementem, celerem,crebrum : quecongruuntillis etiam,que nos anteade irafcripfimus lib. deIra cap. 19. ubi etiam vidimus rubefcere corpus,ſpirationem vehementëreddi,tremerelabiuminferius, &quibusdamtotumcorpus:atnönullifunt, quipallentquoque fermonemparumexplanatisvocibuspreruptum;interdumetia filentiumfequiintelleximus:aliospretereaireeffectus,necnon, &caufamipforumexeodemloco peterepotestlector, breuita tiscaufa; cumprefertim potioranuncfignaattulerimus. A DefignisTimoris. Caput Decimum. 6. Primus.Qui timoris effectusſinteiusſigna. Dtimorisfignatranfeamus. Huiusperturbationis Etus incorpusantearetulimusin de timorec. quipræfertimfignaeiufdem euadunt:effectus,etiaminanimam Sentien 1 LiberDecimus. Jentientemfignaeffepoffunttimoris,& multo minusconfpicua quaquiincorpuscadunt. Erantergo tum effectus,nuncfigna. §. Secundus . Signaex tremore,&perfrigera tione corporis . TREMOR labijinferioris,&reliquicorporis Gelidusqueperimacucurrit Offa tremor . VIRGILIO (vedasi) precipuumautem eftfignumtimoris,cumgenualabant,utdi cit Virgilius;namtremorinferiorislabij,&reliquicorporisest fignumcommuneetiamire;& dentium crepitusfignumtimo-- rismanifestariumest. Suntitemfigna. Corporis refrigeratio, trigor,pallorque, interdumquear- 2.Signum. rectecome,que Poetequoqueagnouerunt. Diriguere metu.-- Frigidus concreuit frigoreſanguis . Illimembranouusfoluitformidinefanguis, Arrectaquehorrorecome . Lucanus. Et Virgilius. Galenus,utvidimus, omniaconiungit. Subeo&color Libro 2.de abit , & perfrigerantur,& rigent, tremuntque, ac pulſuſuntparuo. Signa ex voce. TREMOR vocis interdüuerò, etſuppreſſioſignūtimoriseft. 3. Signum. De tremore vocis egimus fupra. De fuppreffioneest illud Virg. Arrectaquehorrore come,&voxfaucibushefit. Sunt autem in voceobtimorem tres gradusalterationis. *Tremor. Oratio nonſeſe explicans . 3 Oratiofuppreffa . Secundusgradus est, quemdefcribitApuleiusinſceleštofer uo, quem medicus inconcione veneficij attentati accufabat. Dd Trepi. A 417 1.Signum. cau.Symph. cap.s. 418 Deconiect.cuiufque morib &c. Trepidans enim is ad indiciavehementia, oreſe miclauſo , balbutiens nefcio quas affanias (Apuleius dicit ) effutiebat. Atoratiofuppreffaest postremusgradus timoris, cumperfrigeratione enim vehementi vocalis virtus concidit,feu cumprincipum vocêefficiensperfrigeratumemar cuit, vocemtumnullampotest reddere. 4.Signum. 5.Signum. 6.Signum. §. Quartus. Signa ex pulſu, & ex cordis ſaltu. PVLSVS paruus, & depreßusimmominimus, &maximè imbecillus, ut ex Galenoproximèdiximus,&nuncquoque. Ratio veròpatetexiactisprincipijs,cũcordiscalorfermèexol uatur,corqueipſumflauefcat, & concidat. Palpitatio cordis magna(nonmorboſaſcilicet)timoris estfi gnumpræfentiſſimum . Scitum illudPlautideTyndarocumob indicium Aristophontis iamfallaciaeiusdetectafermè effet. Quinquiescedieretumcor meum ,&suspendete. Tufußultas,egomiſer vixastopreformidine. Diximuslib. detimorecap.1 0.dehoccordis motu, eiusque caufamattulimus. Timor uſqueexcrementaeijcit,ut anteadiximus,cauſam queexAristoteleattulimuslib.de timore cap. 3 2. §. Quintus. Signaex aſpectu, &vultu. In magnotimoreStupet vultus,ſtupentqueoculi:nempe, retractus estafpectus , &defixus . Virgilius de Androgeo cumfenfitſeinmedios Troianosdelapſum Obsłupuit, retroque pedemcum vocerepreffit . Vulgò nosdicimusquempiamhabere oculosexterritos,cum fcilicetftupentisinftar eos defixos alicubitenet, ac retractos. De 1 Liber Decimus. T 419 Depudorisfignis . Caput Undecimum. IMORISfignapercurrimus;erittamenistimormalina ture, quemtimoremfimpliciterdicimus. Reftat timorin famie,fcilicetpudor,cuiusfignafunt; erubefcereore; oculorum demiffio . Virgiliusde Didone, Tumbreuiter Dido vultumdemißaprofatur. Vocemorationemqueperturbari,ac impediri . Itaplerunque adeuntesprincipes, acpotestatesſummas voxdeftituit :faltem oratio illis deficit , antea premeditata. Multa sunt exempla eorum, quihancobcanfamdefeceruntindicendo . Despe,feuspeifignis. Caput Duodecimum. §. Primus. Signaſpeiperſe ſumptæ. PES,fiperfeipfamconfideretur, non admodum euidentia figna,ac erumpentia obtinet ; cumenimintenorecontineat , ipſatantum animum,&ſenſorium, eſterioresproindepartes, utaspectus , & colorimmotipermanent; quem habitumex preffit in Mezentio VIRGILIO (vedasi) Æneam operienti.- Manetimperterritusille Hostemmagnanimumoperiens,t moleſua stat, Atqueoculis fpatiumemenfus . &c. Hicest tenor, acanimorum ſtabilitas, quaminviroforti Inlib.defor defcribit Plato in 6.de Iusto,utfupramemorauimus. Cüitaque erga bonum operosum, & difficileperſtarehominemintono vi demus,tum aspectus,tumuocisſpemineo vigereagnofcimus; fpemtumquoque +cumaduerfusmalumimminenseandemretinetconstantia, uoquein eo arguimus,quamtamenpeculiari nomine dicimus Audaciam. Sit ergofumma. tit. cap.7. Constantia,afpectus, & vocis,&orationis,colorisquoque Signum . erga Dd  Deconiect.cuiuſquemorib.&c. ergabonum operofum,acdifficile;item aduerfus malūimminens fignumeſt ſpei; quam cumaduerfus malumimminenseft, au daciampeculiarinominedicimus . SIGNA eiuſdem affectus, cumdeſide rium , iravè adiungitur. Атcumſpeiaduerfusbonumdefideriūiniungitur,tumfer uoret acumencupiditatis,ſignorūque eius , fuperuenit,atquead iungiturconftantię fignorŭ ſpei,quamconftantia etidcircòal terat,infuasquepartesaliquomodotrahit:nëpefignacupidita tis adfunt, fedexplicatiora,et letiora, utſpesuoluptateaffert in letitiaque animücontinet. Cùveròaudaciędefideriŭpugnęad iungitur,atque inuafionis,motus, & SIGNA ireilliplus minusvé lib.de annectunt, quęexlib.de Spefuprac. 9.inſolutione 2.dubitatio nispatent . Sunt veròfignaira, &cupiditatispugnatum la veròſigna tiora, & alacriora; nam spesfemper voluptatemadhibet. Cumpluresaffectus,eorumý , signa concurrunt. Caput Decimumtertium , Hfignatribuentes:atnic itaquediximusſuacuiqueaffectui perſe, acfeorfum idin mentereuocamus,quodantea docuimus,plureseodětéporeaffectusplerüque occupareanimü:  quaratione,&quoidfiat,anteadiftinximus. Sutueròaffectus aliquiplurimüconnexi,v.g.timoridolor,nedumillepaffiuus,ac precedens, fedvitalis: năſepequitimet præoccupās malū, quasi illudacciderit, fibirepresentat,et mirauiciffitudinedoloris,etti moris torquet. Spesdefiderio,et audaciairę,acdefideriopugna diiunguntur,etdemű alij affectusinterse conexi,quorüaliquos memoramusetiainfrac.feq. I.2. Sedex obiectorúoccurſu etia cotrarij affectus interdūfimulanimüagitāt,interdū veròactio phifica affectuŭin intimascorporis partes alios affectusgignit; nempe nempetimorfæpein ventriculūmelancholicumfuccumexlienę refundit,quigrauateamfenfiliſſimampartem;doloritaque cor poreusgrauatiuus (vt vocantaliqui medici)gignitur,exquo inprimoſenſorioaffectusdoloris,actristitia excitatur. Pariter dumexdolorelachryma ciuntur, vaportum abfumitur,qui pregrauabatinteriorespartes; iseniminlachrymas vertitur: ateæ partesleuate voluptatemcorporeampercipiunt, & inte rioreminprimoſenſorioexcitant. Cumtotergodecaufisplures interdumaffectusfimulanimioccupent,ſignaquoqueaffectuū nonpura, fedpermiſtaoccurrunt; aliquando autem illa confun duntur; aliquando mira velocitateſeſubindeexcipiunt. Infer uoillo Apuleiano venenario,dequoproximè diximus,priora representant illafigna timorem repræfentant, purumfcilicet. Etinuicem humanicolorisſucceditpallor infernus perquevni uerſamébrafrigidusſudoremanabat. Atquefequun turmixtumtimoridefideriumſeſedefendendi,&aliquemſpei gradum,quipofteainualuit,monstrant , Túcpedesincertis alternationibus commoueremodòhác, modò illam partemſcalperecapitis,&oreſemiclauſobalbutiens, nefcio quas affanias effutire.Atdemumfignaſpei,&au dacieiamprouectępuraemergunt. Conſtatiſſimenegare, &accerferemendacij medicumnõdefinit.Nequeego in Apuleio veritatemhiſtorie,fed verifimilitudinemcommen ticonfidero.Dum amatores, ) ardereſe,&algereſentiuntvi ciffitudinem cupiditatis,exquaardent,ettimoris, exquoalget, experiuntur. Inobferuatione ergofignorum affectuum, & in affectibus ex illisdijudicandis debet commixtio eiufmodidiligen teranimaduerti, utrumfubfit, necne, & que, fit;nam q qualisquefub mfifignumcommixtumpropuro interpretabimur,in affectumiudicandum coniecturanosdiscet, quäqui aliu nosdiscet,quäquiverè afficit. Dd De coniect.cuiufquemorib.&c. Defignisex oratione. Caput Decimumquartum. §. Primus. Cum apertiſſimis verbis affe tus enunciatur. Dorationemnunc veniamus, signaque affectuŭexeape AD tita. Siitaque oratioipfiffimis uerbis affectŭaliquěprofi teatur,noneft cur (fifimulatioabfit) aliudfignumqueramus. Lib. 3. Cic. adD.Fratrefcribit,ſe Cefaris amore,queadipfumperfcri pfit, unicèdelectari . Intelligimus voluptatemCiceronis,qua tum exeoamoreafficiebatur:folum autěeft difpiciendum,num ratiofubfit,curtum mentitusfitfratri, alioquinamatiſſimo, cuiqueplurimumfidebat. Arsitaque,ac methodusfimulatio nispræcauenda estadhibenda . Ceterumnibil . Cumaffectus apertènon exprimitur,at confequutionequadam exdictis elicitur. INTERDVM affectusnonaperitur verbis explicitis; elicitur tamenconſequutionequadam , v.gr. quidicitſedolere alicuius abfentia,indicatſeamarehominem,eiusfcilicet præfen Lib.9.Ethi. tiamdefiderare; in quoconſiſtit differentia amoris ex Aristot. scilicet affectusaliquiſeſeſupponūt,acconfequutur,vtdolorob malum aliquod,voluptatemexcontrariobono.Itemdefiderium boni eiufdem,fcilicetdolorobpaupertatem confequitur, volu ptatemexdiuitijs, &defiderium diuitiarum; viciffimquedo loremobpaupertatem,voluptas ex diuitijs t) defiderium di uitiarumconfequuntur. Voluptatem itidemexdiuitijsearum dem defideriumcomitatur. Quiigitur aliquemexhis affecti busexplicitèfatetur, alios confequentesimplicitèfibiineffein dicat.Rurfus quoniamex obiectopro cognitione nostra affe Etusnafcunturnempe exobiecto, ut bonoanobis iudicato, vo luptasfipræfens,defideriumfiabſens,velnon habitumfit.Ex contrarioautem dolor, &odium,abominatiové . Ideo, dumin telligimusquippiam abaliquoiudicatum malum,exeo,fiaccide rit,dolorem accepißeplus,minusvéarbitrandumest: niſi verò acciderit aut timorem , autabbominationem excitatam.Cicero adQ. Fratremfentit abfolutionem Gabinijfuiſſeperniciofam , Lib.3. fuiffeiniuftiffimam. Usurpat enimde iudicibusillud Homeri. Qui violentiainforoobliquas iudicantiuftitias; Iuftitiam autëexpellunt Deorum religionenoncurătes. arbitraturdemumlegem eße impunitatis , ergo neceße babuit agreferre, modozelo Reipublicæ teneretur,dumautemfatetur leniſſimetuliße,ostendit torpuiſſezelum,quopriusacriterpun gebatur. Quam nostram coniecturam apertèposteafateturipse met. Verbarefero. Exitum iudicijfædum,&pernicio fumleniſſimetuli, quodquidem bonúmihinúcde niqueredundat,vthis malis Reipublicę, licentiaque audacium,qua anterumpebar,nuncnemouearqui dem. Incanones contrabamusdicta. §.Tertius . Canones continet. Ex iudiciodeobiectoconijcimus affectumanimi,nempeſi Canon 1. bonumiudicemus amorem,velſipotiamur voluptatemexcon trario iudicio, contrarios affectus. VerèapudTerentiumexlaudibus, quibusCherea extolle- Exemplum. batPamphilę formam ,coniecit ipſum incenfum amore Par meno;dequeamoreloqui,licètdepulchritudinediceret,& amo ris nufquammeminiffet. CHER. Ofaciempulchram,deleoomnesdebincexanimo mulieres Dd Teht 424 Deconiect.cuiuſquemorib.&c. Tędet quotidianarum harumformarum. PARM.Ecce autemalterum. Deamore,nefcioquid,loquitur. Ex comendationeisitaque formadeamoreagiinterpretatur. Verùmiudiciūhocaffectus clarius , &inoffenfiusprocedet,--ſicùiudiciodeobiectohominisiudicantisdiſpoſitionë agnoueri mus; certèenimfiquicquaminiustèfactum,atqueReipublicæ perniciofum homo Reipublicę zelatoriudicauerit,intelligemus ipſumearetorqueri: atſimalus ciuis , & fibinonReipublice confulensquicquaminiustumiudicet,nonneceſſeesteareangi, immoutplurimum,ſiſitidſuisrutile, gaudebit. Ampliatio. Canon Exemplum. And. Att. Scen. Augetur efficaciafignidicti,cum resimmodicèfufpicitur,& laudatur;nampulchrioreviderimulierem,quafit,t ) meliorem arguitimmodicumamorem: unde videsilli,fed veri verſus. Siquisamatranam,ranamputateſſeDianam . Omnisamanscęcus: nonestamansarbiteraquus. Affectusconnexi alteralterumfignificat.Nempefiexplici tèaliquemcognofcamusaffectum,connexos etiamimplicitèar guimus . Patetexdictis,acdeclaratis.-- Simopenes eundemTerentiumconiecit amorem mutuum Pamphili, Glycerij:extimore magnoPamphili,neimpuden tius illainignem rueret . Intereahacforor , Quamdixi, adflammamacceſſitimprudentius, Satis cum periclo : ibitum exanimatusPamphilus, Benediſſimulatum amorem, &celatumindicat: Accurrit:mediammulieremcomplectitur;  Mea Glycerium,inquit,quidagis? curteisperditum ? Atexfiduciamulieris ergaPamphilum eiuſdeminipſum amoremagnouit. Tum LiberDecimus. Tumilla,ut confuetumfacileamoremcerneres, Reiecitſe ineumflensquàmfamiliariter. Applicanturdicta deſignis affectuum propofita affectuumindagini. Enumeratgradusquatuor affectuum . Отiamdictisde affectuumfignis,nuncenitamurpropo Ifitonoftrotraditădoctrinăapplicare.Propofitum veròeft latitantes affectus eruere . Siergofuerint apertiaffectus , vix bac methodoegent. Diftinguamus gradus apertorum & tecto rumaffectuum,quiquatuor eße videntur. Primuscumapertè oratione ipfa affectum nostrum profi temur. ItapenesEuripidem Hippolytus odiuminPhędrame, )nutricempalamprofeſſus est. Abbominor; nemoiniustusest mihiamicus . Secundusgradus est cumceterafignaliberapermittuntur: oratio, & confeffiofupprimitur . Signa Paridis amoris erga Helenam,que commemoratHelenapenes Ouidium in episto lisadhuncgradumpertinebant. Illudquoquelib. 3. amorum Elegia 2. huc spectat. Rifit, argutisquiddampromifitocellis. Hocfatiseft ; aliocaterareddeloco . Tertiusgradusestcumfigna affectusfupprimuntur;erum punttamenquadamexparteilla. Tiberiuspenes Tacitumdif Tiberiuspenes fimulabat, &comprimebatfignadefiderijimperij,etiræ etiam in Gallum,quieainreipſumoffendit: attamenerupitnotaire, quamfagaciterGallusconiectauit. Etenim (inquitTacitus) vultuoffenfionem coniectauerat . Postremusgradus estcumcohibenturomniafigna latentis affectus,  Deconiect. cuiufquemorib.&c. affectus , utnullumeorum erumpat. Hunc gradumexpreffit deira Senecain Pastoresplendido equite, qui eademdieaccerfitusad conuiuium a Caligulafuit , quafilium eiusduci iufſferat; impo fuerat veròcustodemadexplorandum,fiquoddolorisfignum velminimumdaret. Isergo,ut Senece utar verbis, Cum interim nonlachrymas emifit,nec dolorem aliquo ſignoerumperepaſſus eſt. §. Secundus . Inprimocafu,cumenun ciantur affectus . Cvm affectusnoftrosipfimetfatemur,nonfuntaliquaar te eruendi; nonenimlatitant:folum autemestprecauendum fictio, acfimulationequaſubſit. §. Tertius. Inquarto caſu,cumnullum erumpitfignum . Arinquartocafucumnullumerumpitfignum, nullusquo queesthuicexfignis methodolocus: oportettum alia progredi methodo,quaminhuiusipfiusſupplementumproximèfubijcie mus ex caufisductam .In fecundocafu cum affectus diuerſi concurrunt. Сvм veròfuppreffa enunciatione, atqueconfeffioneaffe Etus, ceteratamenfignaerumperepermittuntur, tumfacilèaf fectus conijcitur, nifiduo obfint, fimulatioſcilicet ,fallaciavé, #plurium affectuumconcurſus,atquecommistio:quorumpri mo methodo deprehendendafimulationis occurritur: fecundo autemimpedimentobacalia via obuiamitur,quamincanones contrabemus. : Cumfignadiuerforumaffectuumſeſe integra excipiunt, Canon1. tumpronunciandum abomnibus illisaffectibus viciffim ani mumoccupari . Videmuseos,qui magnumaliquemprincipem, acpræfentem adituri locum expectant , varioin ea expectatio. necolore tingi, nuncfcilicettimentium,nunccupientium. An tonius Caetanus nunc Archiepifcopus Capuanus , potiente olim rerum ClementeVIII. adeoque PetroAldobrandino eius exfratre nepote,falsèobferuabateiufmodi motus, variationes que vultuŭinturbaconfluentiumad Cardinalem publicè om nesaufcultantem ; indicabatque Paulo Sabellio Principi nunc Alba, quimihipoftearetulit: ut ergoalicuiiam patereincipie bataditus, is nuncquafi cupiditate incenfus erubefcebat , nunc reuerentia op quaſi timore, &reuerentiaoppreffuspallebat, nunc , ut accef Surusingrediparabat, nuncrurfusconſiſtebat. Atcumexconfufione affectuumeorundem SIGNA permiſcen- Canon2. tur,nequeſuntpura, nifiattentaindagine concedaturdemüfi gnumpræualentis affectusdijudicareabalijs,quæ commiſcen tur, nonlicet exbac methodoaffectumdignofcere ; at oportebit fupplere indaginem methodo, quamfubijciemus ,&iam me Subiecturumfumpollicitus excaufis . DeclarocanonemexemploHelenapenes Ouidium . Affe- Declaratio, Etus ridendiin ipſa ingruebat, & unà affectus refpondendi tio. marito,pollicendique operamfuamin illis, queiufſferat; prefer- Inepift.He timincura hofpitis Troici, aqua etiam,utipsafatetur, non abhorrebat; quinimohominem,licètdißimulanter,amabat. Ex pugnaautem contrariorumaffectuum ,dum rifum compefcere Etabatur,impedita est, quo minus refponderet,præterquam unum verbum , Erit. Breuis adeo refponfio tum abituro marito, velmonftrabatingruentemluctum, aquone pluralo queretur, impediebatur ; velipfamgrauato animofacturam , quæ &confirma 428 Deconiect.cuiuſquemorib.&c. quæimperabat. Certè duos veros affectusnemo ex eo curta refponfionisfignoconieciffet . Omine letatus, deditofcula, resque,domusque, Ettibifit curaTroicushospes,ait. Vixtenuiriſum, quemdumcompefcereluctor, Nilillipotuidicerepreter, Erit . Oportebititaque moliri exfubijciendamoxmethodoindaginč. Cumfigna affectuumfupprimuntur aliqua tamen exparteerumpunt. CaputDecimumſextum. SVPEREST tertium divisionis membrum, cumfupprimun turaffectuumfigna, & illa tamenaliqua exparte erum punt. Tumveròeſtiscommuniscanonrepetendus,quemfu praStatuimuslib. preced. nempe affectus erum pens veriusindicat animum,quamquodcontra oratione, & habituhomoprofitetur,remtumdeclarauimus,atqueetiamS. Exemplum MarijexPlu 1. eiufdem capitisdeclaraueramus . Atplacetfubiungerealia exempla . Plutarchusde Mario Romam cumCinna post victoriam tarchoinvi. redeuntedicit; Cumvelletisſehumilem repreſentare, taMarij . Aliud exem plum. Canon1. accommiferationedignű, &habitu &inceſſutranf luxiſſetamenineo iracundiam, &feuitiem ,quam ſtatimfactis expreffit. Meminimecumpeteremab homine, inquemnonvulgaria mea merita erant,nescio,quod mutuumin multa,fedinani verborumbenignitateobferuaffeineiusoculis illiberalemquan damretractionem, exquaconiectaui, quodres ipsapofteamon Strauit,deponendameße, fiquamanteahabuiſſem,ineofiducia. Sunt ergoobferuandaque erumpuntfigna,& affectuiſuo fingula fingulaapplicanda, SIGNA amoris amori,ſignaodij odio, idem quede alijs; nempeſiprofitentiamorem, erumpat odijfignum , eum credamuspræfenti odio, non amoreteneri . Signaergoaf fectuumproximèexpofitahaberein promptu oportet, ut ob uiumfit occurrentia agnofcere . Etiamfifignanon integraadfint affectus, velfi integra Canon2. fint,atfintfugacia,tamenidemeftiudicandum.Patetex dictis. Atfiplurafignaeiusdemaffectus imperfecta, velfugacia Ampliatio. concurrerint , multòmagis affectusispresumi debebit, ac in terpretari. Difficilis eft in eiufmodi erumpentibusfignisfimulatio; ef- Annotat. r. Quantu re fetenimfimulatioinfimulatione verum, &illudaddoetiamfi feratvfus,ef acciderepoffit, tamenmultuminboc cafu poffeperitum oculum fequeinfen ingeni distinguere, quod verbis nonequèexprimi poteft:idemquod tamnotitia, in diftinguendis coloribus , ac dijudicandis , fimilitudine qua quævideat quodlite dameuenitinhisaffectuumfignis cenfendis; nempeilli alieno ristradine lumine, )fitus, &interuallo alijapparent,quafint,atappo fitè collocati, illuminatiquefuam adamuſſimſpeciem referunt , at collocatio accommodata , &par illuminationonniſiaſenſu quit. ipſonoſtroinfitanotitiadignofcitur; utenimCicerodicit. Lu- Accad.que menſepemutarivolumus,& fitusearumrerum,quas intuemur, & interualla autcontrahimus, aut didu cimus,multaquefacimusvſqueeò,dumaſpectusip ſe fidem faciatiudicij ſui. Simillimèomninofintnéquæ apparent erumpentium verè affectuumſigna, anfimulentur preterid, quod complecti poffumuscanonibus ,fenfuum dili gens,&peritaobferuatioplurimumexhibebit, ut corellarijlo copendeathinc. Oportere hancartem nedumfibi ex lectione comparare,fedetiam ufu exercitationeque confirmare, atque familiaremfibireddere, &expeditam . Sed ſtio.lib.2. Annotat. 2. fequentime Deconiect. cuiufquemorib.&c. Sedfubijciendumquoque estſupplerihancipfam methodum doupe nuncqueadhibitoscanonesea,quæfubijcietur methodo;que, tem. pleri præſen uthacexfignis, ipſaprocedetexcaufis. Nempefi intelliga museum,quiamorefimulat,caufam habereodij & videamus fignumodijerumpens,multò tum certius odij affectum conie Etarepoterimus. Quodidemdealijs affectibus erit dicendum. Methodus excaufis affectuum, quaestfupplemen tumpracedentismethodiexfignis. Caufæ affectuum repetuntur. IAMveròfubijciamus promiſſam methoduminſupplemen • Lib. 2. Zuumcaufafu tum proxime : erat illa exfignis ; erit hac ex caufis affe Etuum ,ſummaque eius in hoc confistet. Si cuipiam homini aderunt omnes alicuius affectus caufa, iudicandum erit in ipso affectum eundemreperiri. Affectuum caufafuntexfuperiori buslibris repetenda, fcilicetex librisde affectibus. Erant autem cauſe,aliæprimaria,aliafecundaria; &bealeinſtrumētarie, aliæ preparantes,acdifponentes;quærurfus,aut naturalesfunt, aut aduentitia ; &naturales, alia intrinfece, aliæ extrinfeca . Hasfingulas causasfecundariasin bac quartaparte profe quutifumus,quidfcilicetfingulepoffint , &adquos moresdi ſponant: difponuntautemadrefpondentes affectus, immo, vt adaffectusdifponunt eatenus admores etiaminclinant; nempe adfortitudinem inclinat caufa aliqua , ut adaffectum audacie adtenoremvéanimiducit : adignauiam contrà reddit propen fum, utadtimorem inclinat . Quæergotum diximus,nunc quiſqueexco loco repetataduſumhuius methodi . Inquosſii licet affectus reddathominempropenfum temperamentum tum cordis, tumhepatis, &cerebri,fanguinisque &fpirituum;pa riter LiberDecimus. 431 riterin quosconformatiopartium. Itemclimata ,regio,ſitus , atates , ſtatus, conditionesquefortune , praterea instituta , )Studia vite. Eiufmodiautemcaufa adaffectusdifponunt, nonipseperſeeos actuinducunt : atcognofcere propenfionem hominis, acdispofitionemplurimirefertadaffectus aftuinexi Stentes deprehendendos. Interdum autem cauſeomnesin eun demaffectumconfpirant: interdumadcontrarios. Tum verò Lib. 4.c.3. contraria mometafuntlibrādaealance, quafupraexbibuimus. &feq. Cauſæ primariæ repetuntur. CAVSAE deindeprimarieconfiderande ,primoque obie Etum . Erantilletres, obiectum,facultas cognofcens, &facul tas appetens . Primòde obiecto agamus. Quodnamfitfin gulorumaffectuum obiectum , exfuperioribus de affectibus li brispatuit,fedetiamperfeconstat. Inaffectibusenim adbo numestillud, adquod obtinendumaffectus adspirat; uthonor in ambitione; voluptas venereain eacupiditate; perfonapul chra in amore amatorio; diuitiæin earum cupiditate; idemque dealijs. Atin affectibusex malo; odio, abhominatione, ira , obiectumeft malum,adcuiusdepulfionemadfpirat animus : in ira, iniuria,autparuifactio; quaderefupra: inodioperſongper- Primaparte Sonamala, velut malaapprehenſa,cuiusperditionemoptat : inlibro deira odio rei,fiuein abbominatione malumipſumformale, quodde testaturanimus. Sedhæcdemumomniafupraexfuis locisre petantur . Idveròpræfertim ; obiectum interdum incomple xumſumi, utinira, iniuria illata; interdumcomplexum, ut cap. in eodemaffectuperſona, quæ iniuriamintulit . §. Tertius . Canonesexobiecto continet. Cvm obiectumalicuius affectusadest velpræfens, vel Canon1. recens, Deconiect. cuiufquemorib &c. Ampliatio. recens , iuremerito credi potestineße etiam animo affectum eiufmodi, etiamfinullum eiusfignum appareat. Ampliaturcumetiamobiectumfitantiquum,fifueritma Iuftinusli.1. gnü. Confirmaturampliatio exemploHarpagiin AstyagemRe gem,aquo,cummultis anteaannisiniuriammagnamſuſcepif fet,(filium enimeius Rex occidi iufferat,patrique epulandum tradiderat ) diſſimulatam iramtamdiuferuauit , quamdiu vl tionis occafionemRexipfe illiprestitit , demandato exercitus in CyrüImperio: adCyrūenimdefciuit, copiasque adillumtra Additio 1. Iouius. Additio alia. duxit;quofacto Rex demu, &RegnuminCyrimanusceſſere. Augetur coniectura euidentia , cumhomofuerit tenaxme moria. Melancholicuseiufmodiest; undediu isretinet ſpe cies lefionumpræfertim, malorum. Talis, nifallor,fuitis Turca, quioccidit MahometemſummumimperiumTurcicimi niftrum,obiniuriam nongrauiſſimam,postquamftipe quotidia nafuerat ab eodemquadragintafortèannis donatus: occiditta mencertus &ipſe moriendi. Sedhæcadditio pertinetetiamad caput facultatis cognoacentis. Augetur demum coniectura, cum homo fuerit suaptenatura in eum affectum pronus; undepropenfusin venerem, si presentem habet fæminam, præfer tim pulchram, etiam fi nullum cupiditatis SIGNUM exhibeat, potest tamen credi cupiditate eiuf .amo- modiipsum velteneri, veltentari. OVIDIO (vedasi) deſefateturque rumeleg.4. cunqueoccurreret puella, eam sibi placuiße. Non est certa, meosque forma invitet amores: Centum sunt cause, curegofemperamem. et cetera. Item iracundus fiquisfit, iniuriam queacceperit, pareftcre dereipfumirafci, licèt iram contineat, si praesens sit, qui leſit, vel praesens eius aliqua ex causa memoria; idemque de omnibus alijs affectibus dicendum. Dico autem praesentem memoria, cum vel i com commemoratioleſionis , aut personaledentis inciderit, velall quodearum SIMULACHRUM, aut VESTIGIUM. Themistoclem incendebant conspecta trophea Miltiadis, et Alexadrum Magnum gloria Achillis extimulavit, qua illi ex aspectu sepulchri Achilli Plutarchus invita Alex. In memoria poft tantum temporis, tanquam praesens, venit. Cesari etiam in Hispania SIMULACRUM Alexandri Magnitotpostannos Plutarchus emulationem eius gloria indidit, et lachrymas usqueexciuit, invitaCaf. De facultate cognoscente. Consideremus nunc facultatem cognoscentem: hęc Cveròquafit et quomodo operetur, reſiſtatvé affectibus, antealuculenter declaravimus de affect. In praesentia autem tria sunt de hac facultate consideranda, fitnéperspicax, ) trumfit tenax, et quibus principijsin iudicio bonorum, ma lorumvé; ineo præsertim genere, de quo tumagitur, utatur. Ex primo capite intelligimus, quicquid boni, aut maliilli factum sit ab fuerit.co ipso agnosci, si perspicax fuerit: contra verò latere poffè, fifit hebes. Aliquifunt,quosimpunèdeludere licet,ſiprætendamus palam obferuantiam,atclam ledamus, ob eorumhebetudinem. Narciſſusplurahoc modocum Claudiofaciebat,ut usqueMef Salinam occidiiufferit, Claudioquepofteaita ab ipfoftatutum af ferereauferit, isque crediderit, et verbafibidarinõagnouerit: atcumTyberionibiltalene Seianusquidemaufuseffet.Perfpi caces itaquehomines velminimaminiuria,leſionem véagno fcunt,etiamfifortèinterdüdiſſimulent uidere,iuxtaillud Sene- Lib.2.deira cemonitum, Sępeſatiusfuitdiſſimulare,quamvlcifci. Sitnè tenaxmemoria. SECVNDA confideratioest;fitnétenaxmemoria; qui Ee enim Deconiect.cuiufquemorib&c. enimtalesdiuretinentiniurias, &beneficia. Melancholiciho mines tenacesfunt prefertimmalorum obtemperiem intristi tiam, &meſtitiamducentem; undeetiamacerbiredduntur:at funtetiamtenaces amoris;fimulachrumenim amata mulieris Cap. pręc.  diutiſſimaſeruant, cumfueritimpreſſum. Exemplumtenaci add. tatis eiufmodiest,is Turca ,quemproximèretulimus. Atficontràfehabeat, poßumuscredereoblitumhominem iniuria , velobiectialterius affectus , cumantiquumidfuerit, ſcilicet multo anteatépore inciderit;licètfaciliusbeneficia vul gòexcidant,quàminiuria. Sitqueillud ſuſatisconfirmatum. Ledensinpuluere,leſusin marmorefcribit. Quæ principia fintin facultate cogno ſcenterecondita,ſeuquibuseavraturprincipijs. TERTIO loco, utdifcernamusſenſuminiuria, autbene ficij, neceſſeestcognofcereprincipia, quibus in illisdijudicandis homo,dequoiudicamus, utatur. Ea verò exduobuspræfer timintelligemus , expublicisopinionibus, quæ eoinloco,eoque temporevagatur,&exhominis studio,ac vita,exempligra tia, tempore Iuuenalis . Simatrona prapotentiobiecißetquif piamadulterium, vixiniuria loco accepiffet; prefertim fiil lud Sulpitiælocumhabuiffet. Cumdignodignafuißeferar. Atabantiquioribus Romanis , &nuncabintegrisCiuita tibus, t) non abaule magne vitijscorruptisinfamèreputare tur . Detrectaffefingularecertamen Ciuemcum Ciuein Romana Republicanedum probri locohabitumfuiffet,fedprolaude, cum nequeaduerfusprouocantem abſquedictatoris veniapro Tit.Liu. lib. cefferit Manlius : at interplurimos Europeosnunc, &pre fertim Gallos, vituperabileeffet. Quæiudiciorumdifferentia exfola exfoladiuerfitateprincipiorumfacultatis cognofcentisprocedit. Expedit ergohominiprudenti,atque inhacindagine verſatu ro,communesgentium opinionesingenerehocagibilinouiße, quefupraetiameratprudentiæparslib. deprud. Priuata quoqueſtudia,ac vita institutadiuerfalongèalijs, utplurimü,principijs utuntur.Mercatoresenimet Doctores, Milites non ijſdeminnituntur regulisineligendo,atquevi uendo. Mercatoresfaltem viliores illud SanionispenesTeren tiumfequuntur. Eumqueſtumocceperis. Accipiunda, & muſſitandainiuriaadolofcentiumest. Miles contrà,modò vlcifcaturiniuriam,mortem spernit . Achillespenes Homerum. Nuncautevado, ut dilecticapitisperditorë inueniam Hectora,mortem autemegotuncfufcipiamquandoiam luppiter vultperficere, & immortalesDeialij. Fit exhis,utfiMilitiignauiaexprobretur,pro maximaipſe iniuriaaccipiat. AtDoctoricontrà,ſiobijciaturignorantiafcien tie, quàmprofitetur , &Mercatori,fidecoxiſſe,quisdixerit, maioremcontumeliamarbitrentur. Sedpreterhocetiam etates, Illiad.18. &fortune conditiones aliquam principiorum varietatemfug gerit,quam varietatemexfuperioribusfacilèeftcolligere: illuc huius ergoablego lectorem. De facultate appetente. ESTAT postremolocofacultas appetens, quamquidem fuprafatisexplicauimus.Inprafentia veroid unumin quirendum eft,quobabitu, autdifpofitioneteneatur ex xaßuetu dine; ceteras enimextemperamento,acnaturalibus caufis, aut ex conditionibus fortuna, acſtudijspropenfiones effenotasex Ee .partis. cogni  Deconiect,cuiufquemorib.&c. Exemplum. cognitione caufarumpreparantium,acinstrumentariarum iamfupponitur. Exaffuetudine mollis vite,actripudijsdeditaarguittimi ditatemin Troianispenes Virgilium Remulus. OverèPhrygia (nequeenimPhryges) iteperalta Dindyma, ubiaffuetisbiforemdattibiacantum, Tympanavos, buxusque vocatBerecynthiamatris Idee,finitearma viris, &cediteferro . Erititaque canonfinouerimushominem irafcifolitum ex obiecto iracundiæ ,fcilicet ex iniuria, velſpretu intus irafci etiamfidiffimulet. Itemvaga veneri affuetumadconfpectum mulieris cupiditate incendi, etiam fieamtegat; pariterquede alijsaffectibus dicendum, & iudicandumprobabilitamen con iectura: isenimpotestpro arbitrij libertate resistere; attamen nifi affectui cefferit , ab eotamenpertentaridicendumerit,cum babitus , utplurimum inactuserumpatfimiles. Etfiratio refiftit affectibus , neeamrapiant , &proturbent,non refi Stit tamen proarbitrio , neincendantur, cum , utſepe vidi mus,inuitarationeſuſcitentur, &astuent; nonenimpotest eosratioproimperioſopire, acextinguere. Rem declarauimus intertiaparte . R Inpraxim methodus tradita adducitur. CaputVigefimum . ESTAT demumprohuiuspartiscolumine, utinpra ximtraditam methodumdetegendilatitantes affectusdu camusremabinitiorepetentes.Proponoautemindaginemaffe Etushabitu,interim tamet ) affectusactu elucebit; tfeorfum, etiäaliopropofitoexëplo affectus actuindaginërepresētabimus. ExemplumTyberij ergaGerma ; nicum proponitur. PROPONO ergo pro exemplo TyberijergaGermanicum affectum inquirendu. Tacitusodio illumfuiffe afferits Sedan xius, inquit, patrui,&auiæ inſeodijs, quorumcaufæ acriores,quiainique.Verùm nosnolumusaffectumquasi tumexTacitointelligere, fednostramethodoindagare. Pro cedamusergo primòexcaufis , quodqueexillisdeduceturcum fignis posteaconferemus . i : Cauſæpræparantes, acſecundariæ. CAVSAE inTyberiopræparanteseranttemperamentum inbilematrampropendens,exquoisingeniopollebat, ) infu perbiam,aciracundiam,immofeuitiampronus. Verùmetfufpi caxobannexamfrigiditatereddebatur, quæfrigiditas abata teiamingrauefcenteaugebatur; nam annorum ss.imperium inijt:nobilisfuit: ex Claudia enimfamiliaortus,inquafuper bia quædam ceunatiua,obferuatafuit; uthacetiamrationein fuperbiampropenderet: vitaeiusperſummosbonorestraducta alebatbonorumdefiderium: atetiamperturbatus, &depref fus vixit,utmultosoderit,odioque,etiracundiaanimumim buerit,&excreuerit . Satisfithæcdecaufispreparantibusin quifiuiffe. Sawitiemhuius principis testantur ubiqueHisto rici, Suetonius, t Tacituslatè. Suspiciofumdeclarantijdem TACITO (vedasi), Suſpicacem animum perſtrinxere . De obiecto. SVCCEDIT inquiſitio, quodnam obiectumeßet Germa nicus Tyberio, videturquidemprimoafpectuearumfuiffe,& : Ee 3 gratum  Deconiect,cuiufquemorib &c. gratumobſanguinisnexum, obadoptionem,ob virtutemeius, acfingularia corporis,&fortune ornamenta;queomniafingu larimodestia , atqueergaTyberium cultufummoinduebat : at ex Tyberijfine contrariumpenitus deducetur: namistotoani moincumbebatinimperium integrum ,atque pleniffimumfibi viventituendum,&filijspostmortemrelinquendum. Solus autemGermanicusimpedimentoeße poteratvtriqueeius de fiderio; cũ enimineius manueffentlegionesGermanice, nem peimperij Romanirobur,ſummaqueineo effetbellica virtus, omnesque eummaximoamoreprofequerentur,potuiset etiam potiushabere imperium,quàmexpectare; quefufpicioangebat Ann. Tyberium, utTacitusetiamrefert,cuiushæc verba. Caufa præcipuaexformidine,neGermanicus,in cuiusma nutotlegiones, immenſa ſociorum auxilia, mirus apudpopulumfauor, habereimperium,quamexpe Etaremallet.AtmultòmagisexdeGermanici virtus,& au Etoritas , nixa numeroſafiliorumfoboleobſtabat,neimperium postmortemTyberijinDrufumfiliumeius proueniret ,ſedin Germanicoreftaret,eiusquedomo.Neceße ergoeratGermanicu odiofum effe Tyberio,nocarum: quemetiamftatim,utAgryp 1 pam &parirationeextinxiffet, fieademfacilitatepotuiffet. De facultate cognofcente. AD facultatem cognofcentem tranfeundo erat ipſe multe Sagacitatis, & calliditatis, prudentiam vulgòdixerint: namis interprudentiffimos principesreponitur; inlongumqueproui debatrerummomenta,exquibuscertum reddituripſumpræcla rècognouiſſequantumpericuliaGermanicofuæfecuritati,& filij amplitudini immineret; ex melancolia etiamnigrore pro penfuseratadiudicandumindeteriorem partem. De facultate appetente. At habitu, et sunedumpropenſioneſuperbus erat, cupidiffi musimperij ,cuiusarrogantiam,&feuitiam vulgò etiam cognofcebant; undeTacitus dicitfubexceffuAugustia nonnullisiactitatum,ideo abAuguſtoſucceſſorem relictü,quòd arrogantiam, feuitiamque eius cum introfpexerit,comparatione deterrimafibigloriamquafiuerit. Pretereaconftatipſum utiliafibi confiliaſequutum, non fpeciofa,et amicitiasprefertim ex utilitate,non honestatecen fuiffe, utdubiumbincnonfueritipfum ex virtutibus 1 Virtutibus Germa miciminimè allectum,fedcontrà odiohabuiße,quaexearum magnitudineimminerepoffentpericula velfibi, velfilio... :Signa percurruntur. OMNES ergocauseconspirant fecundum rationes potio resinid, quod Tyberius oderit Germanicum, eiusque depreffionem, & mortem ex optauerit, utquetutòpotuerit, molitus fuerit. Confideremus nunc signa. Primum autem fuit proconſulare imperium, quod illia Senatu impetrauit.Tacitus. At Germanico Cæfariprocon- Lib.t.Ann. ſulareimperiúpetiuit, miſſiquelegati,qui deferrent fimulmeſtitiaeiusob exceſſum Auguſti ſolarentur. Secundumfuit , cumretulitde Germanici victoria, rebuf que ab eogestis, easquelaudauit. Idem TACITO (vedasi). Retulitta- Lib. cod.1. menad Senatumderebusgeſtis,multaque devirtu te eius memorauit, magis in ſpeciemverbisador an nata,quàmvtpenitusſentirecrederetur. Fertum fignumfuit Decretus Germanicotriumphusnon dumfinitobello. IdemTacitus.Druſo Cefare, C.Norba- Lib.eod. Ee 4 no 440 Deconiect. cuiufquemorib.&c. noCoff.decreuit Germanico thumphusmanerebel lo. Sunthæcomniafigna amoris,at multòleuiora,quàm con traria cauſe,utfimulationes amoris verius,quamamorisfi gnacredi debeant,præfertim boc tertium, quod erat veluti illicium , fed & anſa retrahendi Germanicum ab admini Stratione belli , & ductu legionum deuinctiffimarum: qua deremox. Quartumfignum iam iracundia, ) odij,dumindeterius Tacitus. Lib.2. traxit pietatemGermanicierga manes ,&offalegionuminſe pultarum Vari. Item cum Agrippina in legiones auctorita tem ,ipfamqueauſam legionibus gratiasagere, tinuißepe cunia, acriterfenfit,atque reprehendit;fitamenaperuit eaTy berius,nonautem fidis tantum,&intimisestdetestatus. In malamautem partemfactainterpretari est odijſignum. Huс pertinent, quæ Suetonius dicit : Germanico usqueadeo obtre Etauiffe,vtpreclarafacta eiusprofuperuacuis eleuaret, &glo riofiffimas eius victorias ceudamnoſas populoRomanoincre paret. Quòd veròAlexandriampropterimmenfam,&repen tinamfameminconfultòſeadiſſet, questusestin Senatu. Quintumfignum.Atcertèquintumfuit apertuodijfignum, licètinuidiafitinterpretatus cumGermanico Tacitus: nempe cumalegionibusGermanicisabstraxit, abelliqueaduerfus Germanos administratione. TACITO (vedasi). Tyberiusmonebat, re diret addecretumtriumphum;fatisiameuétiuum. Etnonnullis interiectis ,fubiungit. Precante Germanico annum efficiendis ceptisacrius modeftiam eiusag gredituralterum conſulatum offerendo, cuiusmu nia præſens obiret. Demumergo: Haudconctatus eft vlteriusGermanicus,quamquam fingiea,ſeque per inuidiampartoiam decori abſtrahi intelligeret. Verum Liber Decimus. Verùm fuitmetus, & odijſignum verius,quàminuidia, veluti enimabarce quadam,inquanullis erat infidijs obno xius, in planum deduxit, ubi expofitus iam eße incipiebat multis dolis ,ac periculis : interim ipfealijs minus multò for midolofus ; non amplius enim fido militefultus, pro arbitrio poterat imperium inuadere,immo ufurpare. Quod idemTa citus anteafaßusfuerat,ut ea specieGermanicumfuetisle gionibusabstraberet ,nouisque principijs impofitum,dolofi mult cafibusobiectaret. Atfextumfignum, ) odijſignificantiſſimumcumfpecie honorisinOrientem mißus adignotasfcilicetfermèlegiones,at immiſſoetiamPifone, qui Syrialegionespreoccuparet,&per uerteret, utfecit; demumomnia Germanicifactaoppugnaret, utfecretioraetiam mandatailli, ac Plancinedatatollendiho minis veneficijs,que paſſimtumcreditafunt, credi iure pof fint: interim efficiebatur apertaeainimicitia profeffione, ut quicquid in Germanicum molitusfuiſſetPiso, & coniunx, Pifoni totum imputaretur, non Tyberio:faltem idipfecre derepotuit. Septimumfignumfuit frigidiſſima vltio eiuſdem Germanici mortis, cum&PlancinamipfeSenatuscognitionifubtra xerit. Tacitus. Pro Plancina cumpudore, &flagitio defſſeruitmatrispreces obtendens, in quam optimi cuiuſque ſecretiquæſtus magisardefcebant. Iudicium percipitur. Cum ergocumcaufis vehementiffimi odij conspirentfi gna urgentia, lemiaque tantumfigna aduerfentur,creden dumestinuifumfummoperefuiffe Germanicum Tyberio. Quod ductumexnostra methodo iudicium TACITO (vedasi) et SVETONIO (vedasi) paffim Deconiect.cuiufquemorib.&c. paffimconfirmant;fuitquetum temporiscommunis Romanorum Sententia,utmultinoctucirca Tyberij palatium exauditifue rint, clamantes , Reddenobis Germanicum . Dixi exemplum pertinere adaffectum habitu, ut verè Annotat  pertinet, at interim etiamdeaffectu actuiudicium constitutum: conftitit verdin affectu,quo Tyberius Germanicum abello Germanico abillisque legionibus abstraxit:inuidiam reputauit Germanicus,&affentiſſe visus estTacitus. Egocummetuodium cenfui : obtrectatio quoque Tyberijpræfentisaffectus, & odij actupreſensfignumerat.Annotat. 2. deaffectup Atproexemplo,acpraxieliciendi affectusprafentis propo seteactuque noPorfenam, cumMutiuspoftoccifum ScribamproRegema eliciendo. num.accenſofoculoiniecit, ſummaqueconstantiacombuffit. Li uius stuporemtum Regitribuit, actimorem, utquæfubiungit verba,indicant, dum legatosRomam propacemiſſos dicit;ti moreenimadductum adidRegem dicit adid citt &tranſacti periculi, ) imminentis. Ategoadmirationem virtutis Mutij, & cha ritatemergatantamvirtutem,atque urbem matricemegre giorumadeociuium,credo;moueor autem, namfactaPorfenea LiuioipsonarratamagnanimumhominemPorſenamoftendunt.-PacemcumRomanisfecit;atimperatis, &receptisobfidibus, aufugit Clelia; interminationebellirepetijt; at receptamliberè remifit , donis etiam ornatam. Fortis ergo animus,&ad uerfus contumaces acer, atplacidusergaobnoxios, t ) virtutis admirator. In eiufmodiergohominem caditadmiratio virtutis, ac eius amorpotiusquàmtimor ' : nequeei timorconfuluiſſetdi mittere Mutium cumincertitudineadbucfuture pacis;nam eaindulgentia,permanente bello, animatiores reddidiffetconiu ratos adipfum adoriendum ; quod Rexprudens fui compos facilèagnofcerepotuit,etquòdcõtraſuppliciumde Mutiofum ptum : piumexteruiffetaggreffores,quipræfertim certòfcirent Regem acriore custodiadeindeſeptum,t) minus expofitumiriinfidijs. Eandempraxim adamoremamicitia poße detor queri, acreliquosaffectus. Applicatio fita simili. ADEM praxisnormaex contrariopotest applicari af fectuiamorisamicitiainquirendo:cauſasfcilicetprimò con con fiderareomnes : deindefigna: tertiò conferrehac cumillis: ac alijsaffectibuspotestapplicariafimili . S. Secundus. Caputeſtinueftigareobiectumgra tum,cuiusrei methodus traditur. QUONIAM autemcaput esthominis,cuius affectum querimus,fines cognofcere;finesideoinquirere oportet. Obie Etumitagratum,&ingratumconftabit; atfines, cum ex mori busconstet,methodus amoris , &odijpræcedentimethodo mo res indagandinititur, utante a quoque proteſtatus fum . Sier gohonestascuipiamfitfinis; ut viroproboobveram virtu bonestascuipiamfit fint temmoralem, velexnaturali conftitutionefaltem probèpro penſo,perſonaprobailli, & virtutibusprædita,eritgratum obiectum. Siveròfinisfitutilitas,perſona utilis erit obie Etumgratum. Contrà,fi voluptas,finis,perſonavoluptaria carum obiectum, amatumerit,contrarię veròperſoneerunt invise. Cum autemquis &voluptatem, &vtilitatemque rit,tum voluptarijhomines,tum utilesgratierunt; uterau temmagiscognofcemus,ſiconftiterit uterfinismagisexpeti tus. ExemplumexNeronemutuetur (isin voluptatesomnes propenfuserat)atinimperij, dominatusqueconferuationempro penfior, Deconiect. cuiufquemorib.&c. penfior,procuiusacquifitione,& conferuationepatrem, ado ptiuumlicèt,venenoſustulit,matrem interfecit,fratrem,pre ceptorem, proceresfummos: miniſtriergoadimperiumretinen dumgratiores,quam voluptarij: hincTigellinusapudeumpo tior Petronio,quemideoperderepotuit. TACITO (vedasi) Ann. Interpaucos Petroniusfamiliarium Neronis aſſum ptuseſtelegantiæ arbiter,dumnil amenum, &molle affluentia putat, nifiquod ei Petronius approbauif ſer; vnde inuidia Tigellini quaſiaduerfus emulum , &ſcientia voluptatumpotiorem;ergo crudelitatem Principis, cui cęterælibidines cedebant, aggreditur amicitiam SeuiniPetronio obiecit, corrupto adin dicium feruo , ademptaque defenfione, & maiore partefamiliæ invincularapta. Annotationemcontinet. VOLVI hacdeobiectigrati,inuifiqueindaginedicere: de reliquis caufis nihilfubijcioex præcedenteexemplo protenfione excontrarioindagentur,quæ indagandatum vidimus: atan notandumeftid prætereaeße confiderandum, numconstansbo mofitinfuisaffectibus,ut etiam conftet,numquempræceden tiafigna indicauerunt amorem, perſiſtereadhuccredendumfit. Secus enimNero ante criminationemTigellini Petronium diligebat ; at ea auditaſtatimodit. Sapeenim illudcontingit. Quinunctefruiturcredulusaurea, Quiſemper vacuam,femperamabilem Sperat,nefciusaure : Fallacis. etiam extra venereumamorem. : Que i LiberDecimus . 445 Quedehisduobus affectibuspropraxidixi,pariterde alijs affectibus diciafimili debent,eodemque modo tractādapraxis. Galeni praxis adducitur ad detegendum decum bentis muliercula amorem. ContinetverbaGalenilibrode Præcognitione. VBIICERE placetmodum,ac methodum, qua Galenus fcibit afe detectumamoremcui cuiufpiam muliercule; eft autem lib. de precognit. Ad Posthumum. Sunt ergohæc eius verba . Vocatus,vt infpicerem fæminam noctuvi gilantem,&exvnaiacendifigurain aliam crebroſe transferentem, vtipfam finefebrereperi, perconta tus ſumquæcunque fingillatim illi contigiffe pote rant, obquævigilias euenireſcimus: illaautemvix, &interdumnihilreſpondebat, perindeatquefruſtra ſe interrogari, ſignificaret:demum auerſa,ſtragulis adductis,ſetotamoperuit,&quodamparuovelofu pracaputadductoinmodúeorum,quidormirevo luntcubarecępit:idvidens,diſceſſi duorumalterum mecumipſecolligens , vel arræ bilis vitio mulierem animi deiectionempati, vel rei ,quamfaterinollet, meſtitia laborare; quam obrem poſterodiecuncta diligentius obferuare decreui. Cum itaqueacceflif ſem,ex ancilla , quæipſiaſſiſtebat comperi fieri non poffe,vttuncægramdominamviſerem; abij igitur, &deinderediens ,vtidemdenuò comperi:tertiore uerſusſum,fed&tumancilla renunciante,vtdiſce derem 446 Deconiect. cuiufquemorib.&c. derem(nolleenim tum hæramvexari,nam fimul, atquefecúdorecefliſſem, abluiſſeſeillam,&folitum cibum fumpfifle) diſceſſi,&fequentidierediensſo lumcumancilla devarijsrebusdiu collocutus, aper tè mæſtitia quapiamdominamlaborare cognoui ; quácaſupoftea reperi(opinor)quomodo Erafiſtrato quoqueobtigit.Namcumpriusnofceremnullacor porisparte mulierem afflictari,verùm animimole ſtia tantum quapiam perturbari, contigit, vt quo temporefœminam infpicerem,iſtud ipfum,quod effefufpicabar, mihiconfirmaret;naquidam èThea tro cumveniffet, narraſſetque Pyladem faltantem ſevidiſſe, ſtatim mulierisvultus,&facieicolorimmu tatus eft:quodcumviderem, brachiomanum ſtatim admoui , pulſumque ſubitovarijs modis agitatum inueni,id quod animiperturbatiindiciumeſt,talem enimpulfum,&quiderealiquacertant, haberefoli tifunt. Quocircaſequentidiecuipiam ex ijs, qui me ſequebatur, præcepi,vtcumadmulieremveniſſem, meparúpoſtſubſequeretur, &nunciaret Morphum codiefaltaſſe, quodcum feciffet,nullam in pulſumu tationéobferuaui. Sequenti diequoquecúiuſſiſſem, vtidem annunciaret hiftrionem,qui ex tribus reli quus erat, faltaſſe, ſimiliterpulfusnon ſe mutauit. Quartodiecumadmultamnoctemdeinduſtriaex pectaffem,vbi renunciatum effetPyladem ſaltaſſe,di ligenter annotaui pulfumvarijs modis ſubſultaſſe, atqueitamulierem Pyladisamorecaptădeprehédi; quodfequutis etiãdiebusattentiusobferuatu,me in opinione adhucmagis confirmauit. HecGalenus. Examen dictorumGaleni. FATERI oportetmulto plusdiligentia adhiberipotuiſſe aGaleno,quàmquæadhibitaeft,velexpreffa:nămutatiopul fus,cum &exodio, iracundiaqueprocederepotuerit,poteratis facilèdifcernere,quis eorum affectuumperturbaret mulierem multis modis, nempeferendodePyladefermonesin laudem , velin vituperationem; prout enim mulier vel voce, vel vultu,autexlaude letitiam,aut ex vituperationeiracundiam prefetuliffet, dignouiffet, vtrum Pyladisodio , an amorete neretur. Et quoniamforte zelotypia mulier torquebatur,fi amoreminquampiamaliam Pyladisquifpiam experimentigra tia afferuiffet , erupißet tum affectus zelotypiemanifeftisfi gnis,exquoetiamamoremarguiſſetillatione neceffaria. Fateor tamen, &ipseprobabiliusex ea obferuatione amoremmulie ris inPyladem,quàmalium affectum coniectum effe: facilè autem tummulieres, utpotètheatris , &ludis affueta arno re capiebanturexcellentium histrionum, & myrmillonum, id quegenushominum; illudenim fpectari abomnibuscum lau de,in operepræfertim voluptario, & gratoamoremfacilène Etit. Iuuenalis. Accipis uxorem,dequaCitharadus Echion , Aut Glaphirusfiat pater,Ambrofiusque Choraule, Longaperangustosfigamuspulpita vicos: Ornenturpostes, & grandiianualauro , Utteſtudineotibi, Lentule, conopeo Nobilis Euryalum myrmillonem exprimatinfans Nupta Senatoricomitataeſt Hippialudum AdPharon, && Nilumfamoſaquemenia Lagi Hacergo excaufaargumentumpoterat coniunge Gale pus, Satyr. Deconiect.cuiufquemorib.&c. nus, confirmaremque ipfum , ſi muliercorum spectaculorum curiofafuiffet , acfrequens . Hecitafubijcere voluideobfer uatione, &iudicio Galeni:cetera,qua exeademnostrametho doadijcipoterant, quiſquepotestperſefacilènegociodeducere. Interimnosfinemimponamushuicquarte curatoriorumpartis, qua Græcè Symioticè, nobis DE SIGNIS dicitur, induomembrafe catur. Primuminquirit mores. Secundum latitantes affectus. Indagoprocedittumexcaufis, tumex affectibus consequentibus, quosfignadicamuspeculiariterſumptofigninomine. AD fiexcaufis,&fignisprogreßus iungantur, certiorinuestiga tioeuadit. Nome compiuto: Ludovico Zuccolo. Keywords: de signis, Grice, Meaning, conventional sign, artificial sign, natural sign, lingua utopica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Zuccolo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- GRICE ITALO!: ossia, Grice e Zuolo: la ragione conversazionale, paradossi, e l’escatologia filosofica – la scuola di Milano -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Milano). Abstract. Grice: “I like Zuolo. For one, he takes Plato seriously, as I did in my ‘Philosophical eschatology and Plato’s Republic,” – for another, he takes the idea of what I (après Malcolm and Moore) call the philosopher’s paradox – strictly ‘aporia’ --. Z. has dealt with Rawls and contractualism, which is nice since Rawls credits me in his ‘Justice as Fairness.’ Z. gets ‘Griceian’ in his explorations on ‘equalità’ – my conversational Immanuel – and indeed sheds light on the conceptual intricacy of my concept of ‘conversational helpfulness’ – a fact without a principle, as Z. would have it – and indeed co-operation. In my pirotological project, a pirot P1 of type T1 may be said to co-operate with another pirot P2 of the same type T2 – I see cooperation as ‘rational’ cooperation. These are tricky questions Z. considers as he investigates how ‘co-operation’ can apply across *types* of pirots. It should be remembered that I allocate rationality as a NON-essential property of HUMANS which, via metaphysical transubstantiation, becomes an ESSENTAIL property of PERSONS – my inspiration being not so much Aristotle, but Locke, in his ramblings on why a talking parot – cf. my talking pirot – we would call a ‘very intelligent, rational” parot – but not a ‘man’! This has been a topic that has interested me since my days at Corpus Christi at Oxford, as evidenced in my ‘Personal identity,’ which incidentally, was the essay that caught Rawls’s attention. Z.’s contractualism compares to my ‘quasi-contractualist’ approach to ‘conversational helpfulness’ but more importantly to my idea that even if such a ‘contract,’ or proto-contract, or quasi-contract, is a myth, or ‘utopia, as Z. would prefer, it may still be held to have a role in philosophical explantion of the Platonic type that Z. has explored, as it deals with ideal limits! Keywords: ragione conversazionale, escatologia filosofica, H. P. Grice, conversational helpfulness, the immanuel, equality, co-operation, Plato, Philosophical Eschatology and Plato’s Republic, contractualism, quasi-contractualism. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Abilitazione per la posizione di Professore Associato in Filosofia Politica – cf. Quinton, “Political philosophy”.  Posizioni lavorative: Ricercatore a tempo determinato (B) in Filosofia politica, Dipartimento di  Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova. Formazione: Docenza a contratto, Corso di Etica del turismo, Scienze del Turismo,  Campus di Lucca. Senior Research Fellow, Alexander von Humboldt Stiftung Senior  Research Fellow, Freie Universität Berlin, Universität Hamburg. Assegnista di ricerca, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Pavia, nell’ambito del progetto “Alimentare il rispetto”, FIRB: Project Manager e Research Fellow, presso l’Istituto Universitario di Studi  superiori di Pavia, nell’ambito del progetto RESPECT, Assegnista di ricerca, Dipartimento di Filosofia, Pavia. Assistente di ricerca, presso l’università di Trento, nell’ambito del  progetto EuroEthos. Dottore in Filosofia, Pavia. Tutors: VEGETTI (vedasi), VECA (vedasi), TRABATTONI (Vedasi). Laurea in Filosofia, Pavia, voto 110/110 e lode. Relatori: VECA (vedasi), Michelis. Spinoza tra etica e politica: l’idea di sviluppo umano. Participazione a progetti di ricerca:  Ø Politics and Animals. Addressing the Disagreement about the Treatment of Animals, von  Humboldt Senior Research Fellowship. Ø ‘Alimentare’ il rispetto. Politiche alimentari e istanze minoritarie in società multi-culturali,  progetto finanziato dal Ministero per l’Università e la Ricerca, FIRB. Ø RESPECT Towards a Topography of Tolerance and Equal Respect. FP7 collaborative  project, SSH. Ø Tolleranza come eguale rispetto: le basi normative delle politiche degli spazi, PRIN. Ø EuroEthos. Exploring the Scope for a Shared European Pluralistic Ethos, finanziato dal  Programma Quadro della Commissione Europea (STREP). Insegnamenti: Hamburg, Faculty of Political Science, docente nella cattedra di  Teoria politica, corso su Pluralism Old and New. Pisa, Campus di Lucca, docente di Etica, Filosofia del Turismo e  Diritti Umani, Corso di laurea in Scienze del Turismo – oddly, H. P. Grice had his Grand Tour to Italy after graduating from Oxford -- Provincia di Trento, docente del Corso di aggiornamento per i professori della  scuola secondaria superiore, corso su Rawls e il contrattualismo – cf. Speranza, “IL CONTRATTUALISMO” – cf. H. P. Grice, “Quasi-Contractualism” – H. P. Grice, “The myth of the contract” -- Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, Classe di Scienze Umane, tutor  e co-docente  nel corso ordinario di Storia della cultura e della filosofia antica. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, Bologna, docente del corso di Etica dell’amministrazione pubblica; tutorato per gli studenti nel corso di Filosofia Politica, Facoltà di Sociologia,  Milano Bicocca.  Posizioni da visiting presso università estere: Visiting scholar presso la Pompeu Fabra University, Barcelona. Visiting scholar presso Cambridge. Visiting student presso Paris 10, Nanterre. Finanziamenti, riconoscimenti e borse di studio: Marie Skłodowska Curie Fellowship, International Outgoing fellowship presso Warwick. Progetto: “POLIAN. Politics and Animals”. Robert Papazian Essay Prize sul tema Equality. Premio conferito da International Journal of Philosophical Studies, per il saggio “EQUALITÀ, its Basis, and Moral Status.  Challenging the Principle of Equal Consideration of Interests”. Premio monetario e  pubblicazione open access del saggio. von Humboldt Senior Fellowship. Istituzioni ospiti: Freie Universität Berlin, referente Ladwig, Hamburg, referente Niesen. Menzione speciale per la tesi di dottorato nel premio di filosofia “Viaggio a Siracusa”, Borsa di studio per lo svolgimento del dottorato di ricerca. Etica e animali. Teorie, problemi e prospettive, Bologna, Mulino, Senofonte, Ierone o della tirannide, introduzione, traduzione e note a cur. di Z.  Carocci, Roma Recensito in: Il pensiero politico, di E. Irrera. Platone e l’efficacia. Realizzabilità della teoria normativa, Academia Verlag, Sankt  Augustin, Recensito in: Rivista di filosofia, di Bò; Recensioni  filosofiche, di Mandolini; Plato. The Journal of The Plato Society, di Aronadio. Curatele: How Groups Matter: Challenges of Toleration in Pluralistic Societies, co-edited with Calder and Bessone, London, Routledge, Frontiers of Toleration and Respect: non-moral approaches and Groups’ Relations, special  issue of the European Journal of Political Theory. “Uno scontro bestiale. Il trattamento degli animali e le procedure di gestione dei conflitti”,  Biblioteca della libertà, “Equality, its Basis, and Moral Status. Challenging the Principle of Equal Consideration of  Interests”, International Journal of Philosophical Studies, Vincitore del Robert Papazian Essay Prize sul tema Equalityn – cf. Speranza, “Immanuele conversazionale – H. P. Grice, “Equality and the Immanuel”. “Constituting the Political Epoch in Plato’s Statesman. New Categories for an Old  Question”, History of Political Thought, What’s the point of self-consciousness? A critique of Singer’s argument against killing (human or non-human) self-conscious animals”, Utilitas, Dignity and Animals. Does it make sense to apply the concept of dignity to all sentient  beings?”, Ethical Theory and Moral Practice, La realizzabilità e l’efficacia nella teoria politica antica”, Ragion pratica, Individuals, Species and Equality. A Critique of McMahan’s Intrinsic Potential Account”,  The Journal of Value Inquiry, Il problema dello status morale”, Aphex. Portale italiano di filosofia analitica. Giornale di  filosofia network, Con-divisione senza appartenenza. L’identità collettiva oltre i gruppi culturali”, Ragion  Pratica, con Ceva e Testino, “The Legitimacy of Supra-national Regulation of  Local Systems of Food Production. A Discussion whose Time has Come”, The Journal of  Social Philosophy, Nature and Morals. Solving the Riddle of Spinoza’s Meta-ethics”, Revue philosophique de la France et de l’étranger, Equality among Animals and Ritual Slaughter”, Historical Social Research, Neutralità degl’effetti e della giustificazione tra teoria e pratica”, Notizie di Politeia, The Priority of Suffering over Life. How to Accommodate Animal Welfare and Religious  Slaughter”, The Ethics Forum/Les Atelier de l’Ethique, Benessere animale e macellazione rituale. Tutela degli animali o rispetto per la concezione  del bene animalista?”, Notizie di Politeia, con Ceva, “A Matter Of Respect. On the relation between majority and  minorities in a liberal democracy”, Journal of Applied Philosophy, Frontiers of toleration and respect: non-moral approaches and groups’ relations”, European  Journal of Political Theory,Toleration and informal groups. How does the formal dimension affect groups’ capacity to  tolerate?”, European Journal of Political Theory, con Bocchiola, “On Justice – cf. H. P. Grice, Plato on Justice -- and Other Values: Cohen’s Political Philosophy and  the Problem of Trade-offs”, Philosophical Papers, Salute pubblica e responsabilità parentale. L’esenzione dall’obbligo di vaccinazione”,  Ragion pratica, con Bratus, “Etica della produzione o etica della ricezione? Strategie formali e  interpretative in The Diamond Sea dei Sonic Youth”, Rivista di analisi e teoria musicale, Sull’ambiguità della democrazia nel Politico di Platone”, Archai. Revista de Estudos sobre  as Origens do Pensamento Ocidental, Il progresso morale in Kant. Impossibilità ontologica e necessità pratica”, Rivista di  filosofia, Some Formal Criteria to Distinguish between Utopia and Ideal Theory”, Utopia and  Utopianism, con Weger e Sanc, “La salute pubblica  tra paternalismo e autonomia. Il caso  delle vaccinazioni obbligatorie in Italia”, Notizie di Politeia, con Angelo, “Durkheim and Weber: Methodological Reflections for Management  and Business Studies”, Philosophy for Business, con Bocchiola, “Principi senza fatti. Riflessioni sulla critica di Cohen a Rawls”,  Teoria politica – cf. Rawls citing Grice’s Personal Identity in ‘Justice as fairness’-- La techne del politico tra conoscenza e saper fare”, Filosofia politica, Spinoza, MACHIAVELLI (vedasi) e il repubblicanesimo”, Il Politico. Contributi in volume collettanei:  Xenophon’s Hiero: Hiding Socrates to Reform Tyranny”, Moore, Stavru,  Socrates and the Socratic Dialogue (Brill), -- cf. H. P. Grice, Plato on Justice --. È possibile una tirannide stabile? La tirannide come modello politologico nella Grecia  classica”, inLuise, Legittimazione del potere, autorità della legge: un  dibattito antico, Trento, Editore Università degli Studi di Trento, con Ceva e Testino, “The Challenges of Dietary Pluralism”, Rawlison, Ward, Routledge Handbook of Food Ethics, New York, Routledge, con Ceva, “A Right to a Mosque? Access to Public Space, Religious Freedom and  Participatory Goods”, Moroni, Weberman, Space and Pluralism, Budapest, Central European University Press, La verità al potere. Paradossi platonici – cf. H. P. Grice, The Philosopher’s Paradox --”, in Besussi, Verità e politica. I  classici, Roma, Carocci, Beyond Groups? Types of Sharing and Normative Treatment”, in How Groups Matter:  Challenges of Toleration in Pluralistic Societies, Calder, Bessone, Z., London, Routledge, Republic’s Political Idealism: between Utopia and Ideal Theory”, Brisson, Notomi, Dialogues on Plato’s Republic – cf. H. P. Grice on Plato’s Republic --. Papers from the Symposium Platonicum,  International Plato Studies Series, Sankt Augustin, Academia Verlag, Fatti e principi nelle Leggi platoniche. I paradossi – cf. H. P. Grice, “The Philosopher’s Paradox” -- della realizzazione di un ideale”, Bontempi, Panno, L'anima della legge. Studi intorno ai 'Nomoi' di Platone, Monza,  Polimetrica, con Ceva, “Il rapporto tra maggioranza e minoranze in democrazia: una  questione di rispetto”, Ceva, Galeotti, Lo spazio del rispetto, Milano,  Bruno Mondadori, Plato’s political Idealism and Utopia in the Republic – cf. H. P. Grice on Plato’s Republic -- , the Laws, and the Timaeus-Critias”,  Lisi, Utopia, ancient and modern. Contributions to the history of a political  dream, Collegium Politicum, Sankt Augustin, Academia, Immaginazione e teoria politica: tra raffigurazione utopica e astrazione controfattuale”, Ferrara, La politica tra verità e immaginazione, Mimesis, Milano,  Realism and Idealism”, Besussi, A Companion to Political Philosophy,  Aldershot, Ashgate, Platone e le catastrofi. Il grado zero della civiltà in Politico, Timeo, Leggi”, Gastaldi e Calabi, Immagini delle origini. La nascita della civiltà e della cultura nel  pensiero greco e romano, Sankt Augustin, Academia, Le etiche antiche tra bene, virtù e FELICITÀ – cf. H. P. Grice, Some reflections on ends and happiness --, Eco, Enciclopedia del mondo  antico, Encyclomedia, Conscientious Objection in Italy: The Favoured Way of Handling Irreducible Conflicting  Values?”, Calder, Ceva, Diversity in Europe. Dilemmas of differential  treatment in theory and practice, London, Routledge, with Bocchiola, “Vere tu es Cohen absconditus”, Besussi - Biale, Fatti e  principi. Una disputa sulla giustizia, Roma, Aracne, L’obiezione di coscienza alle vaccinazioni obbligatorie: un profilo legislativo e   concettuale”, Casonato, Piciocchi, Veronesi, Forum BioDiritto, Percorsi a confronto, Padova, Cedam, Lo Spinoza di CANTONI (vedasi): Filosofia come pratica di vita, Cappuccio, Sardi,  Filosofi a Milano. CANTONI (vedasi – Luigi Speranza, “Grice e Cantoni”), Milano, CUEM, Human-Animal Relations and the [Griceian] Idea of Cooperation”, Centro Einaudi, Laboratorio di  politica comparata e filosofia pubblica, Working Paper-LPF, Animal Welfare and Pluralism. A Political and Liberal Solution to the Issue of the  Treatment of Animals”, Centro Einaudi, Laboratorio di politica comparata e filosofia pubblica, Working Paper-LPF centroeinaudi.it/images/abook_file/2014%2005%20N4%20Zuolo, The Priority of Suffering over Life. How to Accommodate Animal Welfare and Religious  Slaughter”, RESPECT Project Working Paper Series, respect.iusspavia.it/?workingpapers, Being Realistic Without Realism. Feasibility and Efficacy in Normative Political  Theories”, Centro Einaudi, Laboratorio di politica comparata e filosofia pubblica, Working  Paper-LPF centroeinaudi.it/lpf/working-papers/wp-all/8588-being realistic-without-realism-feasibility-and-efficacy-in-normative-political-theories.html con Ceva, “A Matter Of Respect. On the relation between majority and minorities in a  democracy”, RESPECT Project Working Paper Series, respect.iusspavia.it/index.php?workingpapers&21,Toleration and informal groups. How does the formal dimension affect groups’ capacity to  tolerate?”, RESPECT Project Working Paper Series, respect.iusspavia.it/index.php?workingpapers&15  Recensioni a: Pollo, Umani e animali: questioni di etica, Carocci, Roma, Rivista di filosofia, Bò, La neutralità necessaria. Liberalismo e religione nell’età del pluralismo, Pisa, ETS, Rivista di filosofia, Bonazzi, Il platonismo, Torino, Einaudi, L’indice, Garner, A Theory of Justice for Animals. Animal Rights in a Non-ideal World, Oxford, in Constellations, Le Leggi platoniche quasi senza politica”, recensione a Bobonich, Plato’s  Laws. A Critical Guide, Cambridge, Rivista di storia del  pensiero politico, Aristotele, La politica, ed. Pezzoli and Curnis, Roma, «L’Erma» di  Bretschneider, Bryn Mawr Classical Review, Cremaschi, Breve storia dell’etica, Carocci, Roma, Rivista di filosofia, Aristotele, La politica, ed. Accattino and Curnis, Roma, «L’Erma» di  Bretschneider, Bryn Mawr Classical Review, Contesini S., Frega R., Ruffini C., Tomelleri S., Fare cose con la filosofia. Pratiche filosofiche  nella consulenza individuale e nella formazione, Milano, in Recensioni Filosofiche,  Moroni, L’ordine sociale spontaneo. Conoscenza, mercato e libertà dopo Hayek, Torino,  UTET, Iride, Mori, La giustizia e la forza. L’ombra di Platone e la storia della filosofia politica, Pisa,  ETS, in Recensioni Filosofiche, Horn, L’arte della vita nell’antichità. Felicità morale da Socrate ai neoplatonici, (Roma,  Carocci, 2004), in Recensioni Filosofiche, Farneti, Il canone moderno. Filosofia politica e genealogia (Torino, Bollati Boringhieri), Iride. Nome compiuto: Federico Zuolo. Keywords: Grice, conversational helpfulness, the immanuel, equality, co-operation, Plato, Philosophical Eschatology and Plato’s Republic, contractualism, quasi-contractualism. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Zuolo,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" -- A-Z S SC

Grice e Cocconato

Paniag