Luigi Speranza -- "Grice italo: un dizionario d'implicature" -- A-Z V VI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Viano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del va’ pensiero – il carattere della filosofia italiana – la
scuola d’Aosta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Aosta). Abstract. Keywords:
filosofia romana, neo-traditionalismo. Filosofo italiano. Aosta, Valled’Aosta. Esential
Italian philosopher. Filosofo
italiano. Storico della filosofia, nato ad Aosta. Formatosi alla scuola d’ABBAGNANO
(vedasi) -- con cui si laurea – a Torino, insegna storia della filosofia presso
la medesima università. Ha contribuito con rinnovata sensibilità alla ricerca
storico-filosofica - spesso condizionata da orientamenti eccessivamente
speculativi - rivolgendo i propri interessi soprattutto alla logica antica e al
rapporto scienza-filosofia sia nel pensiero antico sia in quello moderno. Nei
suoi lavori studia varie problematiche del pensiero greco-romano, con
particolare riguardo alla logica di Aristotele -- del quale ha inoltre curato
le traduzioni della Politica e della Metafisica. Grande attenzione ha poi
dedicato all'empirismo, occupandosi in particolare di Locke -- da segnalare, al
proposito, la sua cura di alcuni inediti lockiani. Dell'opera di Locke ha messo
in evidenza non solo gli aspetti gnoseologici e il loro rapporto con la cultura
scientifica, ma anche, in un confronto continuo con le condizioni storiche inglesi
del tempo, le profonde esigenze di rinnovamento intellettuale, politico e
religioso di cui essa si fa portavoce. Mantenendo sempre vivo l'interesse per
la cultura greco-romana, ha inoltre compiuto un'articolata indagine sul
rapporto tra sapere filosofico e sapere tecnico-pratico nella cultura
filosofico-scientifica greco-romana, mettendo in rilievo i nuovi orientamenti
empiristi caratteristici della medicina alessandrina in contrasto con la
medicina di orientamento razionalista. Si è dedicato a problematiche
contemporanee, con particolare attenzione per l'etica. Insieme a ROSSI (vedasi) ha diretto una Storia della
filosofia. Opere principali: La logica
di Aristotele; Locke. Dal razionalismo all'illuminismo; Etica; La selva delle
somiglianze. Il filosofo e il medico; Teorie etiche contemporanee. Si laurea in
filosofia a Torino sotto ABBAGNANO. Insegna a Milano e Cagliari. Fa ritorno, in
qualità di ordinario fuori ruolo di storia della filosofia, a Torino. Fa parte
del Comitato Nazionale per la bio-etica, ed è stato membro del direttivo della “Rivista
di filosofia” e socio nazionale dell'accademia delle scienze di Torino. Insignito
del premio Feltrinelli per la storia dela filosofia. Di formazione illuminista,
V. si occupa di storia della filosofia antica. -- è autore di importanti studi
su Aristotele (“La logica di Aristotele” (Torino, Taylor) e l’empirismo (“Dal
razionalismo all'illuminismo” (Einaudi, Torino); “Il pensiero politico”
(Laterza, Roma). Nel campo dell'etica, oltre a studi storici -- “L'etica” (Mondatori,
Milano), “Teorie etiche” (Boringhieri, Torino) -- si dedica a promuovere la
costruzione di una bio-etica e a denunciare la timidezza dei laici di fronte
alle ingerenze del cristianesimo. Da Mistretta, direttore editoriale
della Laterza di Roma, gli fu affidata, la direzione di una “Storia della
filosofia.” Altre saggi: “La selva delle somiglianze: il filosofo e il medico”
(Torino, Einaudi); “Va' pensiero: il carattere della filosofia italiana”
(Torino, Einaud); “Filosofia italiana nel dopo-guerra” (Bologna, Mulino);
“Etica pubblica” (Roma/Bari, Laterza); “Le città filosofiche: per una geografia
della cultura filosofica italiana” (Bologna, Il Mulino); “Le imposture degl’antichi
e i miracoli dei moderni” (Torino, Einaudi); “Laici in ginocchio” (Roma/Bari,
Laterza); “Stagioni filosofiche: la filosofia del Novecento fra Torino e l'Italia”
(Bologna, Mulino); “La scintilla di Caino: storia della coscienza e dei suoi
usi” (Torino, Boringhieri). Profilo biografico sull’accademia delle scienze. Mori,
Torino ricorda V., su Torino. Cerimonia nell'accademia nazionale dei lincei, su
presidenza della repubblica, Roma. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Registrazioni su Radio Radicale,
Radio Radicale. Biografia e testi
sull'Enciclopedia multimediale RAI delle scienze filosofiche Rassegna stampa
sul Sito Italiano per la Filosofia Recensione di "Le città
filosofiche" su Recensioni Filosofiche. Il lizio. Il punto di vista da cui
intendiamo prendere le mosse e che ci pare adatto a permettere un proficuo
studio della logica del LIZIO – tanto celelbrato a Roma -- può essere
sufficientemente precisato se messo in rapporto con la tradizione storiografica
concernente questo argomento. Le non molte pagine che compongono l’ “Organon”
hanno suscitato interessi per secoli intieri dal tempo dei commenti romani fino
ai rinnovati studi aristotelici del '500, attraverso gli studi medioevali, e
fino alla logica classica dell'800. Ma una vera e propria indagine
storiografica volta non a sviluppare una tecnica logica i cui principi si
considerassero posti da Aristotele, bensì a comprendere il significato delle
dottrine dello Stagirita e nei rapporti con gli atteggiamenti di pensiero dei
suoi contemporanei e nei rapporti con gli interessi dello Stagirita stesso,
sorse solo all'inizio del secolo scorso e tramontò abbastanza rapidamente:
tanto che da cinquant'anni a questa parte poche e non molto significative sono
le opere dedicate alla logica aristotelica.
Le ragioni di ciò si possono forse trovare nella impostazione che nella
filosofia contemporanea viene data al problema logico. Infatti, nell'800 da un
lato la critica kantiana presenta un' interpretazione della scienza classica
servendosi proprio delle categorie della logica tradizionale come categorie
proprie dell'intelletto umano, categorie di cui si serve ancora la logica
hegeliana che pretende addirittura di assurgere a logica di tutta la realtà;
d'altra parte il positivismo, soprattutto in Inghilterra, tenta di elaborare
una logica empirica servendosi degli schemi che la logica tradizionale aveva
mutuato da Aristotele; e la stessa logica formale ottocentesca finisce con il
favorire lo studio di quello che i suoi cultori conside ravano come il
fondatore della loro disciplina. Invece nel 'goo l'ideali-smo neo-hegeliano
abbandona l' esigenza panlogistica, almeno quale si configura nello Hegel,
preferendo parlare di una Coscienza assoluta più che di un'Idea che si svolga
secondo una necessità logica, scoprendo perciò negli schemi cui ancora la
Wissenschaft der Logik si era attenuta contraddizioni insanabili, come il
Bradley, o vedendo nella logica che si attiene agli schemi aristotelici una
indebita infiltrazione di schemi verbali irrigiditi nel campo del pensiero
puro, come CROCE, o l' irrigidirsi del pensiero pensante nell'astratto pensiero
pensato, come GENTILE. D'altra parte anche la logica della scienza tentava di
liberarsi degli schemi tradizionali diventati incapaci di intendere i metodi
nuovi di cui l' indagine scientifica si serviva o avvicinandosi sempre di più
alla tecnica della ma- tematica, con la
logistica, o configurandosi come rigorosa analisi sintat-tica del linguaggio o
servendosi delle nuove categorie che il pragmatismo offriva per
l'interpretazione della scienza. In questo orizzonte gli studi sulla logica
aristotelica non trovavano terreno propizio per germogliare. Infatti gli interpreti idealisti, tra i quali
il più significativo è forse CALOGERO, accettavano ben volentieri la
qualificazione della logica aristotelica come logica formale, come
solidificazione astratta ed artificiosa dell'opera vivente del pensiero e
perciò tentavano di mostrare come essa non fosse essenziale per la comprensione
del vero pensiero aristotelico in quanto costituisce un' intrusione del
dianoetico nella noesi, cioè nell'atto di pensiero puro che determina i suoi
contenuti immediatamente e senza ricorrere allo schema verbale del giudizio,
come dimostrerebbe nel modo più lampante il libro della Metaphysica ed il
frequente affiorare di questa esigenza anche nelle pagine dell'Organon,
additate con molto acume e con molta perizia nella succitata opera del CALOGERO.
La logistica, per bocca del Russell, prendeva un netto atteggiamento polemico
nei riguardi della logica aristotelica vedendo in essa un insieme di schemi
verbali non rispondenti però ad un'autentica tecnica logica, perché inficiati
dal presupposto sostanzialistico, di carattere metafisico, che, riducendo tutte
le enunciazioni a proposizioni della forma soggetto-predicato, preclude ogni
considerazione delle relazioni. Tuttavia proprio nell'ambito della logistica
doveva sorgere un altro atteggiamento verso la logica ari-stotelica, meno
polemico, rappresentato soprattutto dallo Scholz, dal Becker e dal Bochénski.
Comune a questi interpreti è il presupposto che la logica di Aristotele sia
logica formale, cioè volta ad elaborare schemi linguistici aventi rapporti noti
ed indipendenti dal valore dato alle incognite che in essi possono comparire.
In questo modo, pur accettando l'osservazione del Russell che la logica
aristotelica non va accettata così com'è perché deve essere integrata e
sviluppata soprattutto con l'aggiunta della logica delle relazioni, essi non
polemizzano più contro di essa, ma anzi la considerano come il precedente
storico della logica formale contemporanea che si presenta appunto come un
progresso rispetto a quella. Di conseguenza questi interpreti non mettono in
problema le dottrine aristoteliche e l'impostazione da esse data al problema
della logica; ma anzi accettano che quella dello Stagirita sia la vera
impostazione del problema logico, la soluzione del quale consiste nello
sviluppo diretto delle dottrine dell'Organon. Infatti secondo lo Scholz Aristotele
avrebbe formulato un'as-siomatica che permetteva alla scienza del suo tempo di
organizzarsi come un sistema di proposizioni necessariamente connesse; su
questa base, da un lato, il Becker ha intrapreso una trascrizione in simboli
della dottrina aristotelica della possibilità senza dare ragione delle diverse
interpretazioni che di questa categoria lo Stagirita veniva dando, mentre
dall'altro il Bochénski ha svolto un esame particolareggiato dell'assio-matica
di cui parlava lo Scholz e della dottrina linguistica da questa pre-supposta,
senza però vedere i rapporti tra questa e quella. Contro questo rapporto di
derivazione diretta della logica formale contemporanea da quella aristotelica
protestava il Veatch facendo però uso di argomenti non molto persuasivi. Fuori
della logistica, frattanto, le difficoltà sorgenti dal tentativo di
interpretare la scienza contemporanea con la logica aristotelica venivano messe
in luce dal Reiser in alcuni articoli assai superficiali e disordinati, ma
contenenti alcune buone osservazioni, e soprattutto dal Dewey che, con un
atteggiamento ben più equilibrato, notava come la logica aristotelica
presupponesse l'ontologia della sostanza alla quale era legata. Ma, facendo
occasionalmente queste osservazioni in un'opera teorica, egli lasciava aperto
proprio il problema di trovare i modi precisi di questo rapporto tra ontologia
e logica e di determinare come l'ontologia si modelli attraverso la
logica. Dall'esame delle interpretazioni
surriferite si possono trarre alcune importanti considerazioni che permettono
subito di orientarsi di fronte alla logica aristotelica. Infatti lo studio
della logica propria della scienza contemporanea ci fa subito avvertiti che ad
essa 101 sono più applicabili gli schemi dell'Organon distruggendo così la pretesa
di vedere in esso le tavole eterne, sebbene magari ancora incomplete, su cui
sono segnate le leggi del pensiero umano e scoprendo le quali Aristotele
avrebbe fatto l'uomo razionale, dopo che Dio lo aveva fatto semplice creatura a
due gambe, come disse il Locke. Ciò posto, risulta impossibile giustificare
storicamente la logica aristotelica vedendo in essa la scoperta del
procedimento del pensiero in quanto tale, che è in fondo l'interpretazione del
Barthélemy Saint-Hilaire, o anche solo dell’intelletto che sarà poi superato
dialetticamente dalla Ragione, come sostiene Hegel. Ma allora il problema della
logica del LIZIO si presenta in tutta la sua gravità. Infatti essa non potrà
più essere giustificata come insieme di regole che reggano il corso del
pensiero stesso in quanto tale, ma bisognerà esaminare l'effettivo valore che
essa ha per noi, i problemi che essa ci pone, gli eventuali mezzi per
risolverli che essa ci offre. Ma queste sono prospettive di ricerca che ci si
offrono solo in quanto alla logica aristotelica non si attribuisca una validità
metastorica e si riconosca in essa un insieme di dottrine storicamente
condizionate che storicamente vanno studiate. Da ciò consegue che la logica di
Aristotele non potrà essere studiata come logica in quanto tale, ma dovrà
essere studiata come logica aristotelica: cioè svolgere una ricerca su di essa
vorrà dire giustificare il suo posto nell'insieme delle opere aristoteliche,
mettere in luce quali problemi il suo autore si proponeva di risolvere e quali riusciva
a risolvere con essa. Perciò le interpretazioni idealistiche e lo- gistiche, che sopra abbiamo esaminato, non
conducono a fondo l'interpretazione storica della logica aristotelica in quanto
lasciano sussistere dei termini - logica formale, schema verbale - il cui
significato non viene determinato nel corso dell'indagine stessa, ma
presupposto ad essa. È vero che la logica di Aristotele è costruita di schemi
verbali; ma l'osservare che quegli schemi verbali sono troppo limitati o che
essi oggi non servono più e rimproverare ad essi di soffocare la vera vita del
pensiero non serve a comprendere storicamente il pensiero dello Stagirita;
piuttosto giova vedere che cosa potesse significare per Aristotele stesso «
schema verbale», quale uso di esso egli giustificasse, di quali dimensioni
tenesse conto e quali eliminasse per costruire proprio quella nozione. Ed
altrettanto dicasi per la qualificazione della sua logica come logica formale:
in un certo senso questa attribuzione può essere sostenuta in quanto almeno gli
Analytica priora si occupano di pure forme verbali in cui i termini sono
rappresentati con lettere che prescindono da ogni eventuale contenuto. Ma il
problema che subito si presenta è quello di determinare che significato abbia
per Aristotele la « forma» e l'aggettivo « verbale» che ad essa viene
attribuito. Perciò la comprensione storica della logica aristotelica ha come
sua condizione la connessione delle dottrine logiche con le altre dottrine
filosofiche dello Stagirita: a questo modo la logica non verrà considerata come
la scienza del pensiero in quanto tale, ma come la logica resa possibile da una
ben determinata posizione filosofica, presupponente una ben determinata
metafisica, mentre, d'altra parte, sarà aperta la via a considerare con quali
mezzi logico-lin-guistici sia stato possibile costruire quella metafisica. La connessione delle dottrine logiche con
quelle metafisiche nell' interpretazione di Aristotele non è nuova e, anzi,
costituisce il tema dominante di alcuni studi assai celebri. Essa è
riscontrabile nelle opere appartenenti alla storiografia francese di
ispirazione spiritualistica facente capo al Ravaisson, all' Hamelin ed al
Bergson. Carattere comune di questi studi è la presupposizione di una certa
interpretazione della metafisica aristotelica, nella quale si cerca un posto
per la logica o partendo dalla quale si discutono questioni pertinenti
propriamente alla logica. E anche l'interpretazione della metafisica è
caratterizzabile in modo assai tipico: essa infatti viene spiegata con schemi
in prevalenza neoplatonici in base ai quali si vuole vedere teorizzata l'opera
di un universale che darebbe vita agli individuali senza tuttavia risolversi
totalmente in essi, lasciando così sussistere quelle aporie che. secondo questi
interpreti, sarebbero riscontrabili nel xoprouós delle idec platoniche. Di
conseguenza le interpretazioni della logica appartenenti a questa corrente,
comc quelle di Chevalier, Aslan, Badareu, Robin, e Mansion rivelano un unico
schema nel quale la logica appare come la dottrina dell'universale puro ed
assolutamente necessario che lascia fuori di sé il particolare esistente, nel
quale la nocessità si attenua fino a diventare soltanto il per lo più: anche
qui cioè spunta la difficoltà della metafisica per cui da un lato l'universale
è il solo oggetto veramente conoscibile, dall'altro il particolare è il solo
oggetto veramente esistente. A questa interpretazione si potrebbe obbiettare
che lascia insoluto proprio il problema della logica come logica, ossia come
ricerca sulla possibilità di un discorso rigoroso, in quanto in questi studi
non si vede come lo stesso discorso rigoroso, per potersi costituire come tale,
richieda per Aristotele una certa metafisica. Del resto è assai significativo
che questi interpreti si siano cimentati ben poco con gli Analytica priora
esponendone semmai la dottrina, ma accettando implicitamente la tesi che in
essi è svolta una trattazione di logica formale. Lo stesso Chevalier, che più
degli altri si addentra nell'analisi di questo trattato, dichiara che esso
rappresenta un tentativo di costruire una logica formale -- tentativo fallito
perché il sillogismo richiede come fondamento una necessità reale che è
concepibile solo se le premesse sono immediatamente intuibili, perché in caso
contrario la pura necessità logica diventerebbe una mera necessità ipotetica.
Ma la difficoltà sta proprio qui, cioè nell'assunzione che il sillogismo sia un
mero mezzo di svolgere cocrente-mente un'ipotesi, il cui unico contatto con la
realta consista in un' intui-zione intellettuale. Ben più significativo è il modo in cui il
Prantl tenta di connettere la logica con la metafisica nella sua Geschichte der
Logik im Abendlande. Il fondamento della mediazione logica è un Realprincip
immanente alle cose stesse e costituente l'equivalente ontologico delle
categorie linguistiche di cui fa uso la logica. Il merito del Prantl consiste
appunto nel tentare di definire per quel che gli è possibile il principio
ontologico con categorie logiche, mettendo in luce la stretta connessione che
per Aristotele sussiste tra questi due aspetti. Senonché anche qui non si vede
poi come non solo il Realprincip sia definibile con categorie logiche, ma come
le stesse categorie logiche determinino il Realprincip costituendosi pro-prio
come categorie logiche. Mentre Prantl pone al centro della inter-pretazione il
concetto che è definibile contemporaneamente con catego-rie ontologiche e con
categorie logiche, il Trendelenburg preferisce par-tire dalla considerazione
del giudizio nel quale prendono senso lc cate-gorie che deriverebbero dalle
varie parti del discorso distinte dalla gram-matica. Da questa interpretazione
prendeva l'avvio una lunga discus-sione sulla dottrina delle categorie
aristoteliche condotta da Bonitz, Apelt, Gercke, Witte, Geyser, Gillespie, e Fritz,
nel corso della quale si tenta di penetrare sei-pre meglio i precedenti
academici della dottrina aristotelica e si abban-dona anche l'analogia con le
categorie kantiane che in un primo tempo erano state il termine del confronto
che tutte le trattazioni si sentivano in dovere di fare impedendosi cosi la
comprensione del significato propria-mente aristotelico di quella dottrina. Ma
il motivo della centralità del giudizio nella logica aristotelica veniva
ripreso ed ampliato dal Maier che intitolava un'amplissima opera sulla logica
aristotelica Die Syllogistik des Aristoteles, mostrando appunto di voler
imperniare tutte le sue indagini sul sillogismo considerato come la base di
tutte le dottrine dell'Organon. Il Maier rifiuta nettamente l'interpretazione
formalistica della logica aristotelica sostenendo che per lo Stagirita giudizio
e sillogismo hanno sempre un valore logico ed un valore ontologico. Ma poi
distingue il significato ontologico da quello metafisico considerando
l'intrusione del metafisico nella logica come un passaggio indebito compiuto in
più punti dallo stesso Aristotele. Di conseguenza la logica, anziché essere
interpretata in connessione con le dottrine metafisiche di Aristotele, viene
disgiunta da esse ed irrigidita in una struttura formale che a quelle è
estranea: perciò solo apparentemente il Maier respinge l'interpretazione
formale della logica aristotelica, in quanto la sua interpretazione si
distingue da quella formalistica solo perché non riconosce valore meramente linguistico
agli schemi logici, ma li trasporta nel reale stesso pur senza alterare la loro
natura. Appunto perciò l'interprete non è poi in grado di mettere in luce la
connessione di quegli schemi con le altre dottrine filosofiche dello Stagirita,
dalle quali, anzi, pretende di prescindere. Il Maier mette iu luce una esigenza
che si fa veramente valere nell'indagine sull' Organon - cioè il bisogno di
precisare il valore ontologico degli schemi logici —, ma non è in grado di
soddi-sfarla, in quanto la distinzione dell'ontologia dalla mctafisica non
regge, almeno nell'ambito delle dottrine aristoteliche, perché 1°) per
Aristotele la metafisica si configura appunto come ontologia, in quanto
pretende di essere la teoria dell'essere in quanto tale; 2°) l'eliminazione
della metafisica dalla pura ontologia costituita dalle dottrine dell'Organon ha
costretto Maier ad espungere idealmente dalla logica aristotelica sviluppi non
irrilevanti. Poiché abbiamo visto che
l'autentica comprensione storica delle dottrine logiche dello Stagirita ha come
condizione la loro connessione con le dottrine metafisiche, ci pare di poter
affermare che gli interpreti che si sono messi su questa via e che sopra
abbiamo citato, non hanno realizzato appieno il loro proposito in quanto non
hanno del tutto realizzato proprio quella condizione. Infatti o, come il Maier,
hanno irrigidito la logica in una struttura che ha impedito ogni suo ulteriore
collegamento son le errin pietarite
oraco, i Pro e su pisto mone nageione,
poi la logica si sarebbe dovuta adeguare. Per stabilire un più stretto
legame tra logica e metafisica aristoteliche bisogna esaminare la logica con
l'intento di cercarvi gli strumenti con cui Aristotele ha potuto costruire la
metafisica: cioè non si deve studiare la logica presupponendo la meta-fisica,
ma considerando la metafisica come punto di arrivo della logica. Ciò tuttavia non implica che la logica si
svolga senza presupposti metafisici; ché anzi le dottrine logiche si vengono
precisando via via con il precisarsi delle dottrine metafisiche e presuppongono
posizioni metafisiche dalle quali sono indisgiungibili. La metafisica, perciò,
si costituisce come punto di arrivo della logica non perché sia separata da
questa, ma perché queste stesse categoric della metafisica si configurano in
modo tale da determinare anche gli strumenti con cui esse sono usabili; d'altra
parte dallo studio della logica si vedrà appunto come l'uso di certi
determinati strumenti logici, l'impostazione della ricerca su certe determinate
dimensioni e l'eliminazione di altre, porti all'elaborazione di una certa
determinata metafisica che, a sua volta, giustifica quegli strumenti ed è il
loro presupposto. A questo modo è possibile trarre dallo studio della logica
l'orizzonte categoriale della metafisica, vale a dire l'unità delle dottrine
metafisiche stabilite in base all'uso degli strumenti ad esse ap-propriati.
Solo dalla indagine delle effettive categorie di cui Aristotele fa uso e del
loro modo di operare potrà così emergere l'unità della filosofia aristotelica. Ma per far ciò non sarà più possibile
considerare la logica aristotelica come dottrina del procedere naturale
dell'intelligenza o dottrina della conoscenza in generale, ma bisognerà fare
concreto rifcrimento al modo preciso in cui Aristotele pensò che l'intelligenza
lavorasse, cioè alla sua concezione della scienza. Infatti la stretta
connessione della logica con la metafisica, nel modo che sopra abbiamo
illustrato, diventa la stretta connessione della logica con la scienza, in
quanto la metafisica di Aristotele si presenta appunto come una scienza che ha
la medesima struttura delle altre scienze. Perciò dire che l'oggetto della
logica aristotelica è il discorso comune, come fa il Kapp, non è interamente
vero, in quanto il discorso comune può si costituire il punto di partenza ed il
materiale delle considerazioni di Aristotele il cui oggetto, però, è la
costruzione di un discorso scientifico fondato sul reale. Perciò se da un lato
la metafisica esige la logica come quella che può determinare gli strumenti con
cui le categorie metafisiche sono usabili, d'altra parte la logica tende alla
metafisica come quella che, dando un fondamento nell' essere alle categorie
logiche, legittima l'uso degli strumenti che quelle presuppongono. Ed appunto
perciò la logica non sarà, come la tradizione con il nome di organon ha
tramandato e come lo Zeller interpreta, uno strumento essa stessa, anche se
mette in luce gli strumenti con cui certe categorie possono essere usate: essa,
infatti, è una struttura che è necessaria all'essere perché possa esserci un
discorso che lo enunci e al discorso per potersi costituire come discorso,
anche sbagliato. Perciò presentandosi come logica della scienza quella di
Aristotele non si configura come inetodologia, in quanto quest'ultima è possibile
solo là dove non si presupponga l'esistenza di una struttura dell'essere già
costituita e gli strumenti per conoscere la quale sono stabiliti una volta per
tutte e stanno originariamente nelle nostre mani. Di conseguenza l'unico
precetto metodologico che dalla logica aristotelica deriva è quello di non
falsare gli strumenti che possediamo e di riconoscere l'essere in quello che
veramente è. Ma tutto ciò potrà veramente venire alla luce solo attraverso lo
studio dei fondamenti linguistici della logica aristotelica: infatti per
Aristotele, come per Eraclito, la ragione è essenzialmente lóyos, discorso,
cioè capacità di cogliere e di indicare con parole l'essenza stessa
dell'essere. Il linguaggio, perciò, è lo strumento essenziale con il quale le
categorie aristoteliche hanno da essere usate; e la posizione che ad esso
Aristotele conferisce e le possibilità che ad esso apre costituiscono i
fondamenti di tutta la costruzione logica e metafisica dello Stagirita. Del
resto questo lato dell'indagine risponde pienamente agli interessi cui la
filosofia odierna dedica la sua attenzione. Infatti, mentre da un lato la
logica e la metodologia delle scienze dedicano sempre maggiore cura all'esame
delle scienze in quanto fanno uso di certi determinati linguaggi e alle
possibilità e ai limiti di questi linguaggi, dall'altro la considerazione
dell'elemento linguistico della ricerca filosofica ha assai contribuito ad
aumentare la cautela critica di quest'ultima e l'interesse per l'indagine sulle
sue reali possibilità. Dalla tendenza volta a limitare la filosofia ad
un'attività critica sull'uso delle parole ad altre più propense a dare ad essa
un più vasto significato, le correnti più significative della filosofia
con-temporanca si rendono conto dell'importanza che ha la determinazione del
tipo di discorso che la filosofia deve adottare e delle possibilità che ne può
trarre; e nella stessa tecnica dell'indagine filosofia l'analisi linguistica
dei termini è praticata con sempre maggior frequenza nel tentativo di eliminare
quelle parole o quei significati la cui determinazione non è possibile fare con
mezzi il cui comportamento sia noto e, in qualche modo, controllabile. Il
linguaggio cioè non è un insieme di segni assolutamente trasparenti, capaci di
riprodurre fedelmente il puro pensiero o l'essere senza nulla pregiudicare di
quella ricerca che nelle parole troverebbe solo la sede adatta alle sue
conclusioni, ma interviene attivamente nella ricerca rischiando di deviarla su
direzioni del tutto illusorie. Questo problema è particolarmente importante per
la filosofia aristotelica che pretende di rintracciare, proprio avvalendosi del
discorso, una struttura dell'essere universalmente valida e che nella logica si
preoccupa di mettere in luce la posizione che il linguaggio ha come mezzo per
enunciare quella strut-tura. Dalla soluzione data al problema del linguaggio
come mezzo per enunciare l'essere dipende la configurazione della logica come
struttura necessaria e non come disciplina possibile del discorso; nel senso
che i mezzi semantici di cui il discorso è costituito sono sempre adatti a
mettere capo ad un insieme in cui le categorie dell'essere sono adeguatamente
aggravata dal fatto che sull'autenticità di due opere del corpus logicum si
sono sollevati dubbi. È nostro preciso intento trattare questo problema nella
misura richiesta dall'indagine che intendiamo condurre ed esclusivamente in
vista di essa. Ora, del trattato delle Categoriae ci siamo serviti solo in
quanto conteneva dottrine del tutto confermate da altri scritti di sicura
attribuzione, mentre più largo uso abbiamo fatto del De interpretatione. Contro
le difficoltà di natura oggettiva sollevate fin dall'antichità contro il
trattatello ha svolto considerazioni probanti il Maier. Quanto a noi ce ne
siamo serviti per studiare dottrine che trovano sicuro riscontro negli
Analytica priora (qualità e quantità dei giudizi e dottrina della modalità),
salvo differenze trascurabili per il punto di vista da cui ci siamo collocati
(p. es. la comparsa dei giudizi individuali non considerati dagli Analytica).
La dottrina della convenzionalità non trova invece riscontro letterale in altri
testi aristotelici; senonché si può osservare: 1°) la nozione di inópavas come
avíleois di arópiois e xatápaois compare anche negli Analytica posteriora e la
costituzione di un discorso apofantico presuppone appunto l'eliminazione del
problema della semanticità, che è proprio il senso in cui abbiamo interpretato
la nozione aristotelica di convenzionalità del linguaggio; 2°) la dottrina del
giudizio in tutte le sue enunciazioni presuppone la convenzionalità nel senso
sopra specificato; 3") la Poetica che parairasa passi del “De interpretatione”
eliminando la tesi della convenzionalità è stato dimostrato dal Maier essere
un'in-terpolazione tendenziosa. Perciò mentre mancano criteri oggettivi sicuri
capaci di sostenere la tesi dell' inautenticità, neppure l'esito dell'esame
condotto sulla concordanza dottrinale può indurrc a pronunciare l'atetesi del
De interpretatione, o almeno delle parti che ci interessano. Assai più difficile si presenta la questione
della collocazione cronologica degli scritti logici. Essa fu affrontata
dapprima dal Brandis che sostenne la precedenza dei Topica rispetto alle altre
opere aristote-liche, tesi ripresa e completata dal Maier che ritenne di poter
dividere i Topica in parti che non presuppongono la conoscenza del sillogismo e
parti che la presuppongono. Altre a ciò il Maier ritenne di poter considerare
il De interpreta-tiene posteriore agli Analytica, dando così un piano completo
della successione delle opere logiche aristoteliche, dai più accettato e
confer-mato recentemente, con uno studio sui rinvii reciproci delle singole
opere, dal Tielscher. Mentre la considerazione dei libri B e H (nei ca-pitoli
sopra citati) come le parti più antiche dell' Organon sembra del tutto
pacifica, maggiori riserve si potrebbero sollevare di fronte alla col-locazione
nello stesso periodo dei libri che eseguono un progetto tracciato all' inizio
del A, sì da costituire un corpo ab-bastanza unitario nel quale si trova un
rinvio ben netto alla dottrina della dimostrazione di Analytica posteriora. Se
questo indizio nonè affatto sufficiente per posticipare i libri in questione,
esso rivela tuttavia il tentativo di trovare, attraverso un' interpolazione, un
inserimento della dialettica dei Topica nella sillogistica degli Analytica.
Quanto alla posticipazione del “De interpretatione”, le ragioni più importanti
addotte dal Maier - la mancanza di citazioni in altri scritti e la
giustificazione del cap. go come polemica contro Diodoro Crono - non sono del
tutto probanti. L'opera iniziata dal
Maier portava innanzi il Solmsen che, partendo dagli studi del Jäger, suo
maestro, dava un ordinamento del tutto nuovo al corpus logicum accettando quasi
integralmente le tesi del Maier per i Topica ma facendo precedere gli Analytica
posteriora ai priora; ordinamento che, accettato dallo Stocks, veniva criticato
con consi-derazioni ragionevoli del Ross. D'altra parte il Gohlke, prendendo in
esame le dottrine della quantità e della modalità dei giudizi tentava di
individuare strati diversi di composizione delle opere dell' Organon;
ten-tativo parzialmente condotto anche dal Becker. In realtà nessuno di questi
tentativi ha dato finora un ordine cronologico fornito di un grado apprezzabile
di probabilità e stabilito su basi puramente oggettive, cioè tale da non
implicare un' interpretazione filosofica della logica aristotelica. Vista l'estrema difficoltà di stabilire un
ordine cronologico filologi-camente fondato in maniera soddisfacente, abbiamo
preferito rinunciare all'ordine cronologico (che sarebbe stato ben malsicuro),
pur tenendo conto, dove ciò ci è parso indispensabile, dei nessi di priorità
che ci sono sembrati indiscutibili. Ma, d'altra parte, abbiamo cercato di non
irrigidire le dottrine di Aristotele in un sistema che non fosse il sistema
stesso di Aristotele, tentando piuttosto di mettere in luce l'orizzonte in cui
tutte quelle dottrine si impostano e sforzandoci di non impacciare le loro
movenze pur cercando la loro unità: unità consistente appunto nel problema di
rintracciare una struttura linguistica universalmente necessaria. Se essa
precisa i suoi tratti con particolare evidenza nel De interpretatione e negli
Analytica priora, tuttavia sta già alla base della dottrina del giudizio e del
ragionamento rintracciabile nei Topica e costituisce uno dei tratti tipici
dell'aristotelismo; quell'aristotelismo che è già riscontrabile nel platonisino
del Aristotele dell’Accademia e non del Lizio! Nome compiuto: Carlo Augusto
Viano. Viano. Keywords: la filosofia romana, il neo-tradizionalismo. Refs.: The
H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Viano: il
neo-tradizionalismo” – “Viano e la filosofia romana” -- The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viazzi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della bellezza
della vita – la scuola d’Alessandria – filosofia alessandrina – filosofia
piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Gavi). Abstract. Keywords: Vico. Filosofo
alessandrino. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Gavi, Alessadria,
Piemonte. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Apprezzato teorico
e studioso di filosofia. Fra critici e interpreti di VICO, vuol esser ricordato
con speciale considerazione, V.; il quale cura un'edizione della Scienza Nuova,
facendola precedere d'una sua lunga prefazione, “La modernità e il positivismo
di V.”, e accompagnandola con note che vorrebbero essere interpretative del
testo. Comte e Spencer, Vogt e LOMBROSO, Büchner Haeckel, Ribot e Morselli, son
questi i nomi cari a V. E accanto ad essi, egli pone quello del VICO, come di
un sicuro e diretto loro antenato. Gli è che l'opera del VICO, fuori
l'indirizze genuino dei metodi naturalistici, non può affatto intendersi, com
non l'hanno intesa appunto - afferma esplicitarente il nostre nuovo interprete
vichiano - tutti i metafisici, dai concettualisti pur ai neo-critici. Nè,
altresì, conviene altrimenti giudicare il metod‹ vichiano, nell'idea e
nell'attuazione, se non come empirico, in duttivo e psicologico, in forza del
quale, è chiaro come il pen siero del filosofo, fortemente temprato
dell'empiria del Bacone traesse decisamente a un sistema di sociologia o di
demopsicologia. Il vero si è che VICO, accanto a Comte e Spencer, deve esser
considerato come uno dei fondatori della scienza sociale; e nel modo suo di
ricerca, negl'indirizzi degli studi nel loro stesso risultato, ci si rivela
come il più genuino forse dei precursori dell'odierno positivismo critico, o
filosofia scientifica che altri la voglia chiamare. Se è cosi, la nota
dell'irreligiosità, nel sistema di dottrine di VICO, deve risonare con aperta e
larga intonazione, non come un semplice motivo, chiuso chiuso, di preludio. Non
si tratta più, dunque, di germi ideali ancora immaturi per il loro tempo, ma
destinati poi alla fecondazione, dopo circa due se! coli d' inosservata
incubazione; a spandere i loro effluvi inebbrianti sul campo rinnovellato del
pensiero, che reca la piena iberta dello spirito, la suprema indipendenza della
ragione. Contrariamente a ciò che opina il CROCE con i suoi, le conclusioni
antireligiose dei principi vichiani sono apparse limpidamente delineate nel
libero pensiero del filosofo; e inoltre sono state, esplicitamente, già dedotte
dall'autore medesimo con una certa sufficienza, a chi ben osserva, e insieme
con meditata parsi-monia, e, secondo l'importanza che esse hanno nell'organismo
del sistema, messe nella loro vera luce, sebbene non piena e sfolgorante e a
tutti accessibile. Sicché, da ogni pagina della Scienza Nuova emerge spontaneo,
per una critica evoluta, il pensiero tutto vibrante di naturalità scientifica,
tutto saturo di positivismo, che s'effonde con facile corso, attraverso il modo
suo di ricerca, nell'indirizzo degli studi, nel loro stesso rieultato. Che se
il VICO, per tal modo, ebbe a bandire estremamente, con matura persuasione e
con coscienza, dall'opera sua di pensiero ogni genuina idea del divino e di
religione, non poté conservare alcuna fede in fondo al suo cuore. Questo è
ovvio. Nè deve fare impressione di sorta
il parlare, talvolta coperto, dell'autore, talvolta, ancora, irto di reticenze
e concessioni, che sembra voglian salvare la forma d'una certa professione
religiosa. Tale professione di fede (ci si fa notare) soverchiamente ripetuta,
ha quasi sempre tutta la forma di un voler parere, più che altro si rifletta
all'epoca ed al luogo in cui scrisse il nostro autore, e si comprenderà tutta
la ragionevolezza pratica di talune concessioni'». Siamo, dunque, intesi: era
una pura finzione di religiosità; una professione di fede, che doveva servire
soltanto per il libero scambio nello smercio delle idee. E V. viene alle corte.
A carico del VICO (s' intende, dall'aspetto del positivismo) fu quasi
unanimemente posta la importanza, reputata eccessiva, non solo, ma intaccante
alla base tutto il suo sistema, ch'egli dà ad una provvidenza divina
regolatrice di questo mondo delle nazioni che egli prese a studiare. Ma quei
che in tal guisa obbiettano, s'arrestano alla corteccia, e non penetrano con lo
sguardo al midollo sottostante. Non s'è
detto, insomma, che VICO, non amante delle noie, cercava sempre, con insistente
ostentazione, di allontanare il pericolo che s'addensassero, intorno alla sua
opera, i sospetti e le avversioni dell'ortodossia dominante? Vico lo sente,
quest'odioso freno all'espressione della sua idea, ma vi si trova costretto, e
lo subisce. E incredulo qual'era nel pensiero e nel sentimento, tuttavia volle
adoperare un ripiego formale che, senza dubbio, poteva giovargli di passaporto
nell'epoca e nel luogo di pubblicazione del suo libro.? Si rifletta poi, in
fine, che egli non era punto di apostolo.Se avesse avuto l'animo di BRUNO, si
sa che le cose sarebbero procedute ben altrimenti. Cosi il nostro animoso
interprete vichiano va difilato alla conclusione della sua fatica, per quel che
concerne l'idea (della provvidenza divina) che domina e vivifica tutta
l'esposizione dottrinale della Scienza Nuova. È chiaro, secondo lui, che anche
qui la parola e l'espressione metempirica adoperate segnano un concetto
prettamente positivo. Ricordiamo anzitutto come con singolare ostinazione VICO
si richiami assai spesso a questo suo concetto, che il mondo delle gentili
nazioni è pur certamente opera degli uomini. Questo nel campo delle idee. Nel
campo ristretto della sua operosità di uomo, bisogna tener conto del fatto che
VICO era obbligato a mettere i suoi libri sotto la protezione di cardinali; che
scriveva prolusioni le quali non dovevano soverchiamente urtare il Corpo
accademico dell'Università. Poichè in Italia si faceva professione di
cattolicismo. quanto più superficiale tanto più generalmente ostentato; era
utile e, più che utile, necessario, per un uomo che si trovava nelle umilissime
condizioni del nostro autore dimostrare l'importanza del sentimento religioso
nella vita sociale? PIO VIAZZI^i^S’'*' »/g-x ^^LH5C!T0 %\ '^1 fi luoGIiP.H U '
■ (anin.' ' { ^ 1 UA BEUbEZZA DEliLiA VITA MILANO Arnaldo de Mohr k c. —
Editori 3 - Via Patserella - 3 Como - Star. Tipo-Litografico Bomeo Longatti -
Como Jll mio primo amico LA BELLEZZA PELEA VITA Il l‘AUTE PiUMA LA CONOSCENZA
(’AriTOLO I. 1 limiti (Iella Sciciiza .Sumiiiario. — I-A .Moualk scientiiica -
L’Jndktekmi.nato E IL NO.V nAZIONALE NELLA SCIENZA - 1/ INCOSCIENTE - La
Saocezza i'katica. Si è parlato molto qualclic tempo addietro, c si parla
ancora, quantunque con imigsior discrezione, di una morale scientifica. È,
secondo noi, un ritorno alla mo- tatisica; tanto più insidioso, (pianto meglio
trae le a]!- parenze delle sue ginstitìeazioni dagli ultimi dati delle scienze
positive, dagli ultimi risultati del metodo spe- rimentule. Cosi, d’altra
parte, è sempre avvenuto; c pare clic il fenomeno appartenga al ritmo del
progresso umano, o (so la parola progresso appaia intinta di tiualismo alla sua
volta) allo naturali oscillazioni della vita. Molti ricidami alla realtù, nella
scienza e nell’arte, ci ricorda la storia; sempre, dagli acquisti fatti, lo
spirito umano trasso motivo ad adagiarsi deduttivamente in un periodo di stasi,
sotto le apparenze del ragionamento. La sco¬ lastica e il manieidsmo sono
fenomeni, diremo così, eterni. 4 Cile cosa si intemle per morale sch'ìitifica f
L’atto?! Una serie di propositi, di inteuzioni, di delilierazioiiij di
coiniiortaiiieiiti ? ]S^o J Eppure, la morale, la vera mo¬ rale, è pratica ;
uou è teoria. V’è uno studio positivo dei fatti umani morali, « nessuno
contesta la legittimità del suo dominio. Os¬ servazioni, esperienze su fatti
morali ; cioè nuovi ele¬ menti al sapere. Xon è morale ; è scienza. Ma, si dice
(e si spera), vogliamo cliiarirc e fissaroj speculativamente i iiriucipii della
moralità. Ebbene, lis-j siamo anche questi ma non facciamoci illu-l sioui
sull’importanza della inivola principio. Coucediamoj che tale sia la sua
posizione logica : un prinepio, vale! a dire qualche cosa che sta in testa, che
sta avanti o| .sopra tutta una serie di altre cose..., cioè di altri stati!
mentali, di altre determinazioni meno estensive dellal razionalità. I principii
della moralità posti scieutilica-I mente .saranno intanto i principii che
emergono da linai d.ita condizione del sapere scientifico, cioè dei priucipiij
relativi, necessariamente inetti a dar conto di una vita reale ove ogni latto
sorge da rapporti intìuiti (iute.sa questa designazione in un suo valore, più
che altroj de.scrittivo), si connette con altre realtà iulinite, e creX alla
sua volta una serie indefinita di conseguenze. TuIm è l’atto che si deve
compiere con siguilìcato morale. (Jiiesto atto si porge come una realtà
concreta, ossia come alcunché di connesso direttamente con la catena- di tutte
le esistenze reali, mentre alla propria voltd sfugge sul suo integro valore ad
una chiusa determi-[ nazione razionale qualsiasi. I inincipii dunque, che sono]
ilice, cioè uno .scialbo rillesso di una monca realtà, da-J ranno ragione di
quel tanto che nell’«t/o può trovarsfl di contenuto razionale : non più.
Aumenteranno, puriì lìcheranno, eleveranno taluni coellicienti dell’«//o; mal
questo sfuggirà sempre al loro dominio esclusivo, sotto! iifiia «li cessar «li
essere mi att«i morale per «liveiitare un iitto loKÌeo, cioè il rillesso «li nn
rillcsso, iicrclu'; la lo'Mca non è clic la trama scfjnante il irnulo oinle si
(lisi)«in{l«)n«) in reciiinica «•«mvivenza e tolleranza le sin- pile
circonserizioni mentali, costituenti i concetti, le idee. Assai
iinibaliilmente, qnin«li, in oma-rfrio ai prinrìpii, (piando a «piesti si
conferiscano tropjio ampie funzioni, si avri\ un atto immorale. Si pensa anche
: sotto razione della convivenza si i* svolto nell’uomo sociale il senso intimo
di una ohhli- {razionc morale che intlnisce su tutti ^li atti suoi e ta¬ lora
li «liriffe : vofjliamo legittimare teoricamente questo senso infimo. E sia!
Intanto oiù «liligente loro valutazione. •Ma, oltre ciò, è p«>sitivo, è
scientifico, trarre la legilti-. inazione, sia pure teorica, di un fatto (la
coscienza in tima «lell’obhligazione morale) «la nn concetto, da mia serie «li
concetti, dai risultati generali delle altre scienze, e.i«)«'! «bilie più larghe
astrazioni ; o il luocesso normale «lei pmisiero non «leve essere lirecisamente
l’ opposto? l^a veritù è che, secondo i momenti storici, sec«indo i tipi morali
o sociali, vi sono dei principii morali (ben altra cosa «lai princijiii teorici
or ora accennati, perclu'i sono refrattari alla formula) che si risolvmno in
stati morali irreduttibili, che cessano di essere tali qnainlo si cominci a
cercar di giustilicarli, che subordinano a sè stessi tutti gli altri
alt«>ggianienti della psiche, che — G — si ri (intano per la loro natura
inedesiina a qnalsias: discussione, e che proprio ])er questi loi-o caratteri
se snano la spcci/ica impronta di una moralità particolart a dett'rminati
individui, o classi, o [)o]>oli, od cj)Oc.ln storiche. (Questo ci dà l’osservazione
diretta. La legittimazione teorica, consento ormino, ò dimo¬ strazione
razionale, è scienza. E possi.amo consentire che il trovarsi d’accordo (mn la
scienza è conforto; se rimpniso interiore si acqueta nell’adesione della con¬
vinzione scientilica, avremo della bontà dell’atto misliot garanzia : è certo
che, quando l’alternativa posta dai moventi interiori darebbe luogo alla
titubanza, al dubbio, all’illazione, pe*r cui il più accidentale movente
partilo dall’esterno può risolver.si in una vera causale deiratto, allora la
scienza, o meglio la nozione scientilica, può essere un jirezio.so ausiliare
dei migliori moventi all’atto stesso, sottraendolo così al dominio bruto
dell’acciden¬ talità esteriore; — ma .se por agire, in tutte le minutis¬ sime
circostanze della vita che col loro cumulo rivelano poi la vera mor.alità
dell’individuo soc.ialmente ap])rez-i zabile, noi attendiamo la sanziono o il
benej)lacito dellaj formula .scientilica, ci troviamo in un bell’imbarazzo I e
ciò, dato che la scienza, la quale jirocede jjcr tjenm). l)ossa i)lasmar.si
regolarmente su l’imin-onta di tutte lej S])eeie nuove; ])erchò ogni atto che
si deve compiere ò sempre una nuova specie che si allermal Si osserva inoltre.
La scienza parte dalla critiea.j Mssa, che ha distrutto, ò chiamata a fissare
un ideale elico degno d’essere proposto come fine aU’umanilà «•ivile. Ma si
dimentica una cosa. La critica cessa di essere tale, se si arresta: il .suo
dominio è immanente e continuo nel campo della ragione. D’altro eanto la scienza
Ini eliminato molli errori: sta bene; — la realtà è l'imasta quella che era
i>rima, mentre si modificarono dati della conoscenza. Ora (piesta scienza,
jier un fni>as presentcreltl)e il colmo della inellìeaeiaf Sappiamo bene
quanto siiesso i difensori delle causo i)iù generali vi si attacidiino per
infingar¬ daggine o per viltà, per la paura di doveri ])reeisi, deliniti. Oltre
certi contini non si siiinge Toceliio umano, e gli ideali troppo alti,
concepiti più o meno consape¬ volmente dall’erroneo punto di vista della
eternità, sono vaghi bagliori che si sperdono nel vuoto. 1*1 d’altra parte, se
gli ideali si specializzano troppo, massime attraverso la ragione, non cessano
forse di essere ideali ]ier diventar precetti verbali, cioè la morte, od almeno
la malattia di una moralità che invece domandi per sè la vita, l’azione, la
l)ontà dell’azione! (ibiesle dillujoltà ei insegnano «die. bisogna acconciarsi,
con lieto animo sempre, a ragionare, se si può, ed a far di meno del
ragionamento so l’im]ieriosità immanente di un dovere ci stringe. 1/ideale si
.sviluiipa jirogres- sivamente dal seno stesso «hdl’azione, della condoltn.
Itagione e sentimento, se si svolgono separati l’uno «liill’iillra,
(livor^oiio. Ì5 bfiio quindi (*s»m> diligenti ne] curare la loro rc;cii»roca
convcìgcnza. Ma Patio avrà] tutto il suo val(H(! limano quando appaia, non solo
come | nn inodotto cninnlativo di (jnesti due fattori, ma come Pesponente
preciso dell’integra iiersonaliliY; ed in questa i rijicssi psicliici, le
oscure reazioni organiclie sponlaneol Iianiio pure una grande ed ottima parte.
Così Pelcmentof razionale vero c proprio si ritrae e restringe in ben piccolo
spazio. I ertanto la morali*, in quanto è sistema o formula, ])uò essere
ralligurata. come assentimento della ragione; ma la morale come condotta ebiede
di sentirsi sempre cmancii>ala da ogni costrizione logica. Non è pratica¬
mente concepibile un i.ensicro centrale il quale legiferi per tutte lo
circostanze, daiipoicbè ogni giudizio iiratico apiiare come autonomo, e
sn|tpone un accomodamento immediato con la realtiì. Il saggio (a modo suo)
della Imilnzione 8sere iPaccordo con lui in una constatazione cesi o\TÌa. Con
questo ci sembra semplicemente, di consentire alla critica e rendere un '
omaggio reale, non soltanto verbale, alla relativitiY ilei nostro sapere.
Nessuno vuol negare il diritto alla scienza ili concorrere, come si dice, alla
soluzione ilei problema morale; ma si deve nello stesso temilo constatare die,
per ora almeno, il suo concorso non imi) essere die as.sai scarso; non solo, ma
si tratta andie di ricono¬ scere clic questo preteso iiroblema morale non òche
P indicazione di una corrispondenza ricercata fra un reale momentaneo e un
futuro possibile, frammentari ambedue, e pi'rciò non comporta, in ogni caso, die
risoluzioni iirovvisorie. Le quali osservazioni, consentiamo volentieri, non
sono allatto nuove ; anzi sono assai vecdiie. Ma occorre ninn.lo a qniin.lo
ricliian.arlo, lìereluN ad ogni ora si i iirù-ria l’antica illusione,
l’illimitata liducia nel sapere, ‘ cniKiirato concetto della conoscenza
scientilica. Da prosperoso l’errore del dogma. (I lo smisurato cui germina
iiresto ^ ^ sia pure aciiortamente mascherato, ove la critica non soia-orra. .
. . IVr esempio Giovanni Jiarchesini, nn positivista, scrive: « Non può dirsi
vera morale se contrasti con la ragione» (!)■ Aiiparcntemente, nulla di più
semplice. Ma rieccoci daccapo: che co.sa è la rafiionef Un dato organismo
logico che proceda da una data preniessaf l-hu-emnio della scolastica. O
pensiamo una ragione che jióssa pretcnilere di rillettere intiera una verità
obhiet- tivat o tutta la realtà? Avremmo dimenticato la critica. (1)
.MAneiiKSisi : lì simboHitmo velia cogrìeii^a e nella morale •iccol.a
llililiotcea «li Scienze Moderne; n. 32; Torino, Itocca sitiva » non
entrereldie nei domini della vita, ma riinarrelihe imnì«)liile ed inattivai
nelle regi«ini del sogini. « I«> qui tinto il I)«)ttore», diceva il
,M«'list«di4e del n«ietlic. « Ci«'> che non toccato è per v«)i lontaini
cent«i leghe; ei«'« che non possedete è come non esistesse per v«ii; ciione del
domani! E non è jirojirioin! • piesti disaccordi la meccanica di lutti i
perlezionamentil * • • L’ errore fa. capo, secomlo che a noi ]iare, ad un fe¬
nomeno di automorlismo. In esso (*adono specialmente fili scienziati di
]iro((*ssione (non {;ioverebbe oiumparsi (|ui della turba dei jiiccoli saccmiti
(die si mettono dietro ad essi ripetendo il suono delle loro jiarole, convinti
che ivi sia la scienza). Ora, si può tino ad un certo jinuto riconoscere che hi
scienza, come fu jrià detto le mille volte, è matema¬ tica. àia non ('•
matematico il gfovcrno delle passioni, dei sentimenti, ihd moti riflessi, deli
impulsi istintivi, (lidie iienetrazioni ])sieolojriche, di taluni sensi oscuri-
dei buono e del conveniente, di tutto ciò insouima che co.stilni.sce la quasi
totalità della vita dell’ individuo, 'J'aiite vo(d .sandibero dunque ridotte al
silenzio ove la razionalità, non jinre dissenta, ma solo non sia in f^rado di
assentire, di ,!-instifìcare f La vita non ha mai sof- l’erto mntilazioni
siffatte. Notisi inoltre (die la scienza perfetta, o quasi, ma¬ teriata
(■onipletamente di matematica, (i tale .soltanto in lina sua considerazione
statica. Si tratterà di una par- — 11 — ■ -ol-iro scienza, «li nn limitato ordine
di studi, di nn '•stenla (issatosi nel i>assato ed immune per ora dai -si
della critica e del dulil)io; ma la scienza intiera '"all’altra cosa, essa
è movimento; non possiamo averne •I imaKine ad««prnata che in una concezione
dinamica. Kd* eccola scienza, come disagio della incertezza, come sliinolo
verso nn nuovo superiore eipiilibrio mentale, come vafiliezza «hdl’ ignoto,
come avanzamento, come cominista, costretta a dibattersi essa pare in mia assi-
duitit «li ricerca ove la matematica non impera, ove la matematica interverrà
dopo ad assidersi sni jmssi'ssi a lei assicurati dalla invenzione, dalla
immaginaziom*, dall’ incosciente, magari, e «lai caso. Ogni verità che si
annunzia è nn dubbio, nna peridessità per il ricercatore; trae seco l’angoscia
della incertezza sn ciò «die si at¬ tende e .sn «‘iò che si credette daiiprima
già detinitiva- niente conqnistato ; quando appare, questa verità nuova, è una
invenzione, e si rivela intiera attraverso la gioia della sperta. Fra le
ipotesi, che sono creazioni sog¬ gettive, si Oliera la scelta; evince l’ipotesi
piò solida; ma per la lotta e la scelta erano pur neces.saric queste creazioni
«li nn certo arbitrio mentale che. segna, se- eomlo l’imagine «lei Ooethe, il
servizio di avanscoperta a(li«lato alla immaginazione eil alla fantasia
nell’opera della intelligenza. Così accanto alla ricerca razionale troviamo lo
stimolo, il conforto, l’ausilio dell’immagi¬ nazione creatrice : ed ecco
apparir nell’ombra l’amoie, che le sorreggo ambedue nel comi>ito loro, dopo av«‘rlc
destate. È sempre l’integra jicrsonalità nmana quella che si manife.sta in ogni
campo della operosità buona ed etìicace. Non basta, l’ersino alle illusioni
bisogna consentire ini valore nella attività scientitìca. li’affermazione non ò
mia; è «hd Pasteur: «Le ilbisioui dello siierimeuta toro sono una parte «Iella
sua forza : sono le idee [ire- — 12 — conctìtto quelle che servouo di gnida »
(1). K si>erano certimi di vedere qiiaiidocliessia cacciata per sempre ogni
illusione) eliminato ogni preconcetto, ogni pregiu¬ diziale i)iù o meno
arbitraria, dalla piccola vita imaticaj dell’individuo, cosi molteplice e così
nuova ad ogni atto, e dai grandi movimenti della vita dell’nmanihì così
indecisi ed incerti nella loro direzione finale ! E poi, occorre richiamare
anche la gran parto che nello stesso meccanismo razionale ha, ex)me già adom¬
brammo ])oco addietro, l’incosciente. Sono note le importantissime esperienze
di Pierre Janet snll’ automatismo psicologico. Per esempio, ad un .soggetto
ijinotizzato egli pre.senta venti carte nu¬ merate, ordinando di non vedere
dopo il risveglio le carte multiple di tre. Svegliato il soggetto, gli si
chiedo di riconsegnare allo sperimentatore ad nna ad una tutto le carte : ne
sono consegnate quattordici, e rimangono a parte le mnltii)le di tre che, jier
quanto si insista, non sono vedute. Dmiqne le carte multiple di tre, in¬
visibili per la coscienza normale, erano riconosciute da nna subcoscienza
iudij)endeute d.a questa, in iin jiro- cesso ehe si potrebbe chiamare di mitomatÌHmo
ìogico, dappoiché automaticamente erano computati i multipli di un dato numero
(2). Sarebbe fiicile citare molti fatti analoghi ; ma basta quello ora
riferito, ed accostarlo alle prove fornite dai calcolatori celebri ed a molte
manifestazioni proprio dei fenomeni cosidetti spiritici, per farsi un concetto
della importanza straordinaria che deve avere 1’ azione del- r incosciente
anche sui nostri processi psichici apiiaren- temeute più razionali. (1) Ci(.ato
dal Riiìot; E,mi nur f ima,jivnlio,, creatrice; l’ans, 1 !)(X); pag. 210. (2)
PiKitRE Ja-Set: L'aulinnaUsìiiepsyrholofiìijiir; P. II. pa]i. II. — 13 — Tutti
«iiiiiio, tutti liaiiuo potuto speriiucntare r|uanta fp. al>'*ii‘ pratica
etica cd estetica della vita • razione, cioè una iiiauifcstazioue i)articolaie,
uno * siiiSolare dello si)irito oscillante fra i doiiiiui della ^•oscicni^^^^*^
quelli dell’ incoscienza. Orbene, l’ispirazione ^ •criia auclic il mondo della
ricerca (non quello della *unuiunzione) scientifica. Molte volte l’inventore
lia detto ' sè stesso : io non bo fatto mdla. Una potenza stra¬ niera all’
individualità cosciente agiva per mezzo di sta • ecco tutto : un lungo lavoro
sotterraneo, rimasto sconosciuto alla mentalità dell’ individuo stesso entro il
u'ile si svolgeva, si è ad un momento rivelato in una esplosione di verità ; —
non si tratta che di essere pronti al raccolto. Al qnal proposito il Itibot
distingue l’incosciente in statico e dinamico. L’incosciente statico,
comprendendo le abitudini, la memoria, e in generale tutto ciò che è sapere
organizzato, è uno stato di conservazione, di riposo, bencbò questo riposo sia
all'atto relativo, poiché le rapi>yesentazioHÌ subiscono incessanti
corrosioni e me- taiuorfosi. L’incosciente dinamico è rrno stato latente di
attività, di elaborazione, di inenbazione. (Questo è pro- jirio dei pensatori.
Gli uomini che pensano di più non sono coloro che hanno il maggior numero di
idee chiare c coscienti ; ma coloro che dispongono di un ricco fondo di
elaborazione incosciente. « Per contro, gli spiriti superficiali hanno un fondo
incosciente naturalmente povero e poco suscettibile di sviliqipo ; essi dàuuo
con immediatezza e rapidità tutto ciò che possono dare ; non posseggono riserve
: — è inu¬ tile concedere loro del tempo per rillettere od inven¬ tare; non
faranno meglio, forse faranno peggio. » (1). (1) ItiBOT: Oj>. cit., i>.
283. — 14 — * « * Anche dall’ incosciente, dunque, è soccorsa, con lar-
gliez;sa> la scienza. Un’altra volta noi la vediamo doini-^ nata e non
doiinnatrice. E di fronte ad essa poniamo ancora le esigenze della] condotta
umana. Ivi neanche la distinzione fra inco-i sciente statico e dinamico trova
più motivo di alfer- marsi pratiwimente. liopiio gli acquisti psichici
ereditari non presenti alla consapevolezza od alla ragione di chi agisce (inco-
.seiente statico) sono quelli che spesso volgono l’azione ^^erso i risidtati
della più intima utilità organica per 1 individuo, della i)iù alta utilità per
la specie, c quindi anche ver.so la più pxofonda moralità. In ogni modo, trattisi
di questa posizione, o trattisi di (luell’altra per cui anche nel campo
dell’azione si rivela la novità, la genialità del l’alletto, l’eroismo non
conformista del pre- uersore, l’incosciente appare nella maggioranza dei casi
il vero e proprio guidatore della condotta umana, la quale in minima parte
soltanto si sottrae ad esso, men¬ tre poi molti altri atti si riferiscono per
la loro genesi l>sicologica ad una causalità che è mista di coscienza o di
incoscienza. l’erciò si comprende come, seguendo una tradizione che ha vecchie
radici, anche 1’ etica moderna jìresso molti e fra i Tuigliori de’ suoi
rappresentanti abbia ac¬ colto con favore, accentuandone anche la portata, la
teoria psicologica della coscienza ejìifcnomeno, della co¬ scienza indice di imperfezione
meccanica, non avente altro scopo che quello di eliminare sò stessa in favore
dell’automatismo. Tale dottrina è oramai divulgatissima. Il fenomeno della
coscienza non sarebbe comiesso con questa o con quella funzione, ma a un modo
particolare deH’esercizio i fuiizioui ilei cervello, quando l’esercizio stesso
non • delìuitivaiueute or{>aiiizzato e lissato. 11 coiii- j]i fuuzioui
cerebrali che per elletto di abitu- *Uue sia diveutido perfetto non ecciterebbe
il nostro ' 'rito più ‘ii ‘’ùe non lo eccitino le funzioni oifja- nicliv;
perciò l’incoscienza sarebbe lo stato dell’intelli- ■nza coniplctainentc
adattata, e l’iueoordinazione, per ^ontrò. In condizione della coscienza (1).
Ma si olibictta, il funzionare della coscienza è prova (Iella sua utilità: essa
sni)plisce ad un ineccauismo insuf- lìciente; _ dunque la pretesa ch’essa debba
sempre cedere all’antoniatisino, è contrastata dalle stesse pro- fouile ragioni
della vita. Ora nella obiezione, secondo noi, si cela un eipii- voco: dire die
la coscienza è un epifenomeno inutile f) dire troppo ; negare la sua inutilità
quando provvede l’automatismo alla conservazione della vita, anzi nc- «'are die
meglio della coscienza provveda l’automatismo sarebbe d’altro cauto negare
l’evidenza. Dunque la posizione del problema si cbiarisco ove si faccia capo
alle varie mutazioni attraverso cui per ogni oggetto deve passare la
personalità nel suo adattarsi alle con¬ dizioni della vita. Allora l’utilità o
l’inutilità della co¬ scienza appaiono come un raiqiorto fra la conquista 0 il
dominio. Lo spirito ba sempre un suo dominio ; ma (1) La teoria, attribuita
princip.almente al Mauuslkv ed all’ Huxley, fu genialmente usufruita nel
eaiiqto psicologie» dal ItiuoT in quel piccolo libro di grande pregio eba è Les
maltulks de la roìoiiU' fP.ari.s ; Alcun edil.) o fra gli altri dal Pauliian,
dal Dugas e dal Le Hantec nelle loro opere più recenti. Come è noto, ad essa fa
capo anebe il Nietzsche. Fra i meno prossimi a noi, mi piace ricordare
l’IlEnzEN. Les coiidilions plii/siqnes de la eonseience ; Genève, 1S86 ; —
el’Ax- GiULLi : La filosofia c la scuola ; Napoli 1888. non cessa mai ili
conquistare. !•: per la conquista ^Jl necc.ssario l’iutervejito della
coscienza. j Corre quindi tro])po oltre chi allermaiido (e con raj trione) che
il processo mentale cosciente tradisce unfl condizione imperfetta nel
funzionamento dell’orj?auismo1 crede poi alla sua volta di trovare la
])c-rfozione nella iueo.scienza assoluta e generale 1 unleta che sia dato all’
uomo di acquistare, il mio amore sarà illuminato da una incoscienza di ben
altra iiatura che lineila incoscienza che ottenebra gli amori consueti, (iuesta
è come un’aura la quale non avvolge che Tanimale, ma l’altra avvolge il Nume.
IMa non lo avvolge sensibilmente che quando egli ha perduto il senso della
prima. Noi non ci togliamo mai dall’ineo- seieiiza, ma possiamo continuamente
migliorare la qua¬ lità dell’incoscienza nella iiuale siamo immersi. » (1).
(ini (ed il lettore se ne sarà accorto) è delineato un (uunmino apparentemente
inverso a quello poc’anzi trac¬ ciato da noi. Si tratta però di una apparenza
superli- ciale. Sono due fasi del medesimo movimento, che si (1) .Maktkrlixck :
La S^aggezza c il Destino; trad. it. ; Bocca cil., Ittn2, p. (i2. 2 — 18 —
alternauo c si iiitrccciiuio. Ma dal jìasso citato si avver l’iinitortaiiza
nuova di una deteniiiuazioue clic ri^fium la fjmilita del materiale, buono o
cattivo, a cui i)uò f capo la nostra incoscienza. Non solo; è adombrata j.u
importanza della profonda elaborazione interiore a CUI, quanto più la coscienza
si arricchisce (c quest abbiamo veduto, c il segno palese delle maggiori coi
qiiiste), tanto più perfetta sani la reciproca fccoudaziot del cosciente e
dell’incosciente a determinare la miglir condotta umana: in ogni caso, giova insistere,
qualsia avanzamento della coscienza fa procedere alla sua volt a incoscienza
che immediatamente la segue e quell’alti! lucoscieuza che immediatamente la
precede. ^ questa una condizione di cose che apinezzereiiK meglio,
considerandola da un particolare punto di visM lu altra parte ilei libro. * *
Ed ecco intaiito alcune massime della Saggezza chi diramano da questo modo di
sentire intorno alla lim zioiie pratica della conoscenza. Sono ancora del
Maetei liuck. La Saggezza «vive di sopra dalla ragione, e perciii e
caratteristico della vera saggezza il compiere milh cose che la ragione
disapjirova, o almeno non apiirova che molto in ritardo ». Infatti, parve
sempre a noi che la ragione, dinanzi ai sentimenti ed agli atti, si trovi nella
stessa posizione delle grammatiche di fronte alle lingue. E notava giù il
Leopardi che « ciascuna bellezza SI di una lingua in genere, sì di un modo di
diro in ispecie, ò un dispetto alla grammatica universale, e una espressa,
beiiehè or più grave or più leggiera, infrazioni dello sue leggi » (l). (1)
LuorARDi; Pensieri; Voi. IV, p. 229. p.cìt.,x,. 70, 73, roc,a spella dei
proncranti, la simpatia, 1 '"''*' **'' «ili'”’»!*' «Il attesfria- ‘li
l’apporto alle mi- *”r ■ c()ii‘lii''i‘*«i die pei’ esse sono poste alla formazione
Sèna' psiclie del {renerato. Salatiamo la bellezza ed il piacere — nn piacere
lei sensi, questa volta — incontrati di buon accordo sulla via del nostro
ragionamento intorno alla bontìt, alla virtù ed alla sa{r{rezza. Ma non
.soll'ermianioei con loro per il momento; prima è neces.sario svolgere qnal-
el.e altra idea generale. CAPITOLO li. Le esigenze foinlameiital i (Iella
eoiulotta nmana _ CUITICA DEI SISTEMI MOHALI - I PIACEIII DEI.I.A Soiiimai-'O-
— SI.’IEKZA rl'llA - Al.I.A niCEnt’A DELLA KELIOITÀ - La Lil nostra concezione
dell’ etica sarebbe forse nn ritorno a inonicnti oltrepassati della evoluzione
storica, una manifestazione mistica, nn richiamo alPignoto per jrinstillcare
anche ciò che può o devo appartenere in¬ vece al dominio della conoscenza 1 Non
crediamo. Noi siamo ben lungi dal disperare della potenza e della ellicacia
monile deirintelligenza ; siamo ben lungi dal professare la rinnnzia al
pensiero : dopo tntto, an- cli’esso ò lina forma di vita. .Occorre non eccedere
; ecco ciò che importa. Bisogna sfuggire alle insidie, riapparenti sotto le
forme pifi svariate, di quel dogmatismo che trovò in Hegel la sna più superba
aHermazione ; il qu.ale, tra¬ sportato nelle cose sociali, si risolve nella
tendenza a l»orre il « sapere » al i>rincipio dello sviluppo sociale, alla
base della serie dei « valori ». C/Oi to noi ci ronvient. .le taire que par uno irnpulsion
intérieure, on d .ai un mst.nct venani du plus prolbml de notre .'.tré- h\
ensmie imus cnliqu.ms notre eon.Iuite eu vertu de nolioag 1 crises, nmis a la
lois iues.|uiiH‘8, ac.|uises, voir in.-|ne em-l P"mtee.s d apr.‘s d(.s
ré^dcs g.-n.'.rales, ou .selou l-exeinple del co .pie .1 iiutres out fait, ,.t
aiusi ,le suite, sans peser asse Zclse 7 sur la] sayesse iluns la rie: Ir. fr.,
Paris 1901; p. 255. 'nllruismo,
creazione artificiosa ed affaticata di un ' „„laiiicnto mentale provvisorio,
può essere ricono- risultato, iu tali c tali cir- . ed iu una certa misura; ma
come posizione ''^'.^"■itica della condotta, siffatta aritmetica della
reci- felicità tra gli umani appare praticamente puerile, * i le ragioni stesse
della vita per cui ogni indivi- la propria conservazione, men- ' • i mezzi di
conservazione nella loro quantità e varietà, lon soff rono coercizione di
limiti, che non siano appunto ""'condizioni obbiettive e soggettivo
della vita. distretto il dogma religioso a funzione del tempera¬ mento
individuale, ridotto a modestissimi confini il signi- licuto deirimperativo
categorico, riconosciuta la palese inconsistenza di quelle che sarebbero le
esigenze ideo¬ logiche obbiettive del progrcfiso umano ad inllnire interior¬
mente su la condotta deU’individuo, rimane ancora la con¬ dizione prima
irreducibile che sta alla genesi di ogni atto uiimiio; rafVermazione di una
certa felicità nella vita stcssiv considerata sempre meglio, lungo l’elevazione
della specie c degli individui, come avanzamento, come ricchezza psichica o
sovrabbondanza organica in esercizio. Il ((icr adoperare la parola del Guyau)
come cupansionc; — la cni materia h un vero e proprio accnmnlarsi della energia
personale attraverso 1 ’ eredità e la condotta, — la cni opera si risolvo
necessariamente nella distribu¬ zione all’ intorno di questa ricchezza così
accumulata, senza che l’uso la consumi, anzi, fecondando in sò ed in altri ricchezze
nuove, in una concateiiazione indefi¬ nita di cause ed effetti. La felicità,
cosa purissima ; da non confondere col piacere, — non disprezzabile esso imre,
ma episodico, suiierficiale, materiale. L’ espansione della vita, cosa
semplice, calma e serena ; da non con¬ fondere col capriccio, o, peggio, con la
cocciuta insi¬ stenza iu una sconsolata continua imane posizione unti- — 20 —
tfitica fra la volontA. dell’ individuo e i mezzi concretil ondo essa dispone.
Tutto ciò in nna estetica ffeneralef della esistenza, per cui le percezioni
stesse rivestano! già, nella scelta sagace dei loro elementi, il carattere di
raffigurazioni Indie e (piasi di creazioni artistiche^ mentre la vita ideale
dell’ arte, produttrice di gioia di-| retta, disegna pure le armonie eventuali
della condotta,- che sarii utile, conveniente, piacevole, nobile, morale,!
eroica, secondo i casi e le possibilità, nia sempre sostau-j zialmente gioconda
per la bellezza ideale che in e.ssa è] contenuta. Ora, nna concezione cosi
semplice, così nmilmente empirica, si risolve di necessiti^ in nn apparente
eccle- tismo allorché si tratta di accennare agli clementi dail quali trae la
sua consistenza nna disciplina qualsiasi della vita espansiva verso 1’obbietto
della più larga, della più intensa, della più continua felicità. ttiova il
sapere; ma non soccorre che in parte. Giova ^ lasciare ohe la virtù organica
delle profonde energie animali parli per via dei moti riflessi e degli istinti
; ma non v’ è dillerenziazione. Giova il senso iinma- _ nentc di un determinato
dovere ; ma la ragione può af- 1 fievolirno la efficacia, e più alto può
gridare l’istinto, e non semiìre questo scuso è chiaro e preciso. Giova la
tradizione; ma chiede costantemente di essere criticata e corretta, e 1’
invenzione le sta a lato per corroderla continuamente. Giova la formula, anche
; ma solo ove ogni altra voce sia fioca. Giova infine il gusto, il senso della
bellezza coltivato dall’ arte ; ina sarebbe errore lasci.ar poi che il mondo
dello immagini facesse scor¬ dare del tutto quello della l’caltà concreta.
Siamo ancora al primo dato irreduttiltile della con¬ dotta umana : l’ atto. E
questo tr.arrà in projiorzioni maggiori o minori la sua intima genesi da tutti
siffatti elementi insieme uniti : e sarà 1’ atto migliore quando — Ti —
concorrenti siano qnelle che nicjrlio corri- ‘‘"i .«‘alla monicntanca
situazione dell’indivi.lno ?l‘.hlll.ato a compiere 1’ atto stesso Morale
scienza ed arte ci appaiono cosi unite come •‘mezzi equivalenti in vista del
solo scopo che l’espe- ‘ /a (esercizio di pensiero, ma anche, e sovratntto,
"‘'"pntimenti e di atti) ci conceda di assegnare al lavoro
'incessante dell’uomo, - la felicità. * * • liceo la scienza. Non amiamo
ripeterci ; ma ci si con- .sentirà di accennare alla gioia diretta che è data
dalla scienza pnra, dalla coltura disinteressata. Per esempio, le scienze
naturali serbano una ric¬ chezza inesauribile di piacere per chi attraverso la
no¬ vità la bellezza, la rarità delle forme animali o vegetali ricerchi il
palpito della vita nniversa nel pre.sente c nel issato, traendone poi nuovo
argomento ad nn maggior equilibrio morale, ad una condotta più serena e
riposata, a deliberazioni di più largo valore, dopo aver acquistato la nozione
precisa di una solidarietà cosmica oltrei>as- sante per una esten.sionc
iiidelinita la breve cerchia della piccola umanità (1). (1) Vedi p.
es. J. Lunnocii: The Jìeanlies of Nature; Taii- clmitz edit. Voi. 2893. Su Pestetica delle forme
naturali diede mi sajtgio l’IIOECKKi. nel libro Fanne artistiche licita natura
; Trad. ilal.; Torino, 1901. Le tavole sono ivi assai belle, ma in relaziono al
sno scopo l’opera non vale, mollo, per la ingennilà eccessiva (dal lato
estetico) dei criteri di scelta. Crediamo ni ile avvertire ipii che lo stato
d’animo informatore di tutta questa o])era nostra fa capo essenzialmente,
oltreehò .alle comi.lesse circoslanzo della vita esteriore, alla lettura del
Iìcsokik o del .Iamf.s, artist.a l’uno e scienziato l’altro; ambedue
appartenenti a quella razza anglosassone in cui il senso cosidetio pratico — 28
— Ormino ha potato avvertire il soUio irresistibile da amore e di dolcezza
virile elie emana dalle opere, apJ tulientemente così fredde, e sempre (losì
cireos]>e(te e sevei’c, di Carlo Darwin. Ed il silenzio grave di uniJ pianala
deserta si riempie di mille e mille allettnosJ signilìcazioni, sol clic noi ci
attardiamo (e soccorre imi mediatamente la simpatia) a considerar fra Torlie o
sJ le brulle dane la varia imliistria dei piccoli inset ti nello opere
preladianti o celebranti la ricerca del cibo, Tainorc e la conservazione della
inole. bi comprende allora fjaale iirezioso segreto di felicitili possieda
rnomo che sa obliare sò stesso nell’armonia dell’insieme, negli oggetti della
saa contemiilazionèJ mentale. della vita è così sicuro e dillìiso. Con
intendimenti anaIo. eii.; p. lu. — 31 — col nostro, cl.e cosa, accade? die cosa
deve ac- ' T Considerarono lar-aii.ente sillatta 8.tna5..one ^1. m i.-lii e i
moderni; fra gli aitimi il Cuya.i avvertiva ! 'e in qnesti casi di opiiosimone
il bene della società, collie tale, non potrebbe diventare per l’individuo uno
H,.opo rillesso clic in virtù di un disinteresse i>uro; ma (luesto
disinteresse puro è impossibile a constatarsi come latto (poco importa ebe
altri si illuda in esso attrilmen- ,logli ciò che trae sua vita da moventi
diversi ed ignoti o nascosti), ed in ogni tempo fu contestata la sua esl-
Btenza. E duuipie, posto che sul valore assoluto dell’u priori noi rilìutiamo
di adagiarci, basterà in tali casi un |,recetto verbale a dirimere i danni, a
risolvere le dub¬ biezze della opposizione? Fortilìcherà esso la volontà
dell’individuo sino a spingerlo direttamente contro sì- inedesimo? E chi avrà
tanto ]>restigio da lissare (piesto precetto per le coscienze? E sarebbe poi
buona cosa una negazione intima e sostanziale della propria esistenza, di
fronte al Verbo, ben diversa dal sacrilicio che altri laceiii talora della sua
vita per motivi da lui egregia mente valutati? E il benessere comune si
trasformerà allora in forma di coazione esteriore? La morale inline, appunto
allorché sarebbe chiamata alla sua specifica funziono, dovrà dichiarare il
proprio fallimento e cedere il campo alla polizia? È sempre la contesa
antichissima risorgente ad ogni ora ed attraversante la ricerca degli spiriti
ansiosi di verità ed anelanti al bene. Ecco : (pii è il (aimpo dell’ estetica.
Oltre tutte le gioie, (piando tutte le felicità si trovano in urto con la
condotta dell’ individuo indirizzata al bene comune, è semi»re possibile creare
in (piesta condotta una gioia iilterion*, (jiiella della bellezza, a contendere
vittoriosa¬ mente con la jiolizia, per la massima armonio.sità dello
svolgimento umano, 1’ ultimo suo territorio. — 32 — Secondo il i)ensiero del
Guyiiii, la vita involge m-lld sua intemità individuale un principio di
espansione, djl fecouditil, di geuerositii, in una parola, di sociabilitit;] —
la lccouditi\ individuale c collettiva della vita ere a sò la jìropria sanzione
per mezzo dell’ azione stessi Itoicliè, operando, f/odc di sè, sale o scende dal
i)nntol di vista del valore e della felicità conteiuporaueainente ( 1 ),[ Ed in
questo raffigurazione, innegabilinento, all’ ctie soccorre 1’ estetica. CTii
ultimo line di gioia noi poniamo così all’ alt morale, cui le altre gioie sou
venute a mancare : - agire in un dato modo, jicrcliò così piace, o perchèi
agire altrimenti ofì'eudcrebbe con la sua bruttezza il] nostro gusto. t)h !
certamente è un gusto molto raflìnato e parili fìcato quello che si accinge a
un compito così nobile.) Ma non potrebbe rillettersi e farsi generale nella
vita! ciò che, per esemjiio, il Flaubert sentiva nella Ietterai tura? Egli non
amava la gloria. E diceva a sè stesso; j «lo aspiro a cosa migliore, a
piacermi». Così, soltanto] per piacersi, risolvere a un dato momento la i>ropria
condotto in un atto di bontiì I La qual cosa non deve poi confondersi con la
eonj cezione estetica del mondo, fattasi un luogo eomuiio! ilei romanticismo,
dopo Schiller e Goethe, come avverteV giustamente il Fouillée (2). E neanche si
tratterebbe di ì una morale estetica, nel vero senso della parola e cioè ■ di
una costruzione ugualmente artiticiosa ove alla iiisuf- flcieuza di un termine
od alla poca consistenza di un (1) GvYW.lisquissed’uiie morale sans obli;iation
ni sanctiou; i V ediz., p. 194. J (2) A. F 0 UII. 1 .KE: Nirl:sche et
l'immoraUsme; Paris, 1002; i»» rei, è nell’ azione, nella condotta come ri-
’lle.sso fedele di una personalità psichica ricca ed esube- niiite. E qualsiasi
straripamento del nostro io oltre l’esi- Itcnzà individuale 6 bontà o bellezza,
virtù o sapienza, secondo che le circostanze facciano preferire 1’ una o Taltra
di queste designazioni ; ma ò tutto ciò contcm- lióraiieamente, e tale appare
ove lo si consideri dall’alto e nella sua interezza. Or vediamo come da queste ultimo
affermazioni cosi recise, e forse un jio’ vaghe, noi possiamo, per costruire,
riattaccarci ancora alla critica onde le medesime sono (1) Tale ci sembra, per
accennare ad una delle più recenti, lincila svolta dal Uocssei.-Descikriìes nel
suo libro L'Hval mthftinue (Paris, liHU ; Alcan ed.). Egli scrive ; «
La philoso- pliic catbétii[ue.... coneoit l’étre cornine P cpanonisscnient des
plns liautes facultés, sante, volonté, pensée, joie, charité amour, et c’ est
dans P liamionie toiijours rcn.rissante de ces facultés qu’ elle rcconnait la
beauté ideale... Les detìnitions méiiies du beau et du bien se confondent dans
la conception de P idéal esthétiqne ; la beauté est le dogme suprème de la
morale» (p. 90 e 97). 3
— 34 — precedute, considerando la questione in qualche .s^J aspetto jìiù
singolare. E confidiamo che il nesso da (jJ i vari elementi di queste ricerche
sono uniti, abbia al emergere con qualche evidenza dall’ insieme di tutto ìi
libro. La gran triade del nossc, velie e posse collocata da Giambattista Vico a
base del suo sistema, risponde per¬ fettamente ad una filosofia positiva della
vita social** Ila una filosofia della condotta individuale non può db^^^
spensarsi (come abbiamo già accennato) dal couferirtì| per conto suo una certa
supremazia al volere ed al potere I sovra il pctisarc; — supremazia almeno nel
senso ch&M quelli si presentano come l’oggetto principale delle sne^
particolari considerazioni. Ititorniamo ancora su le invadenze della ragione
nei territori che non le sono direttamente proprii. Il concettualismo, il
razionalismo tradizionale, la me¬ tafisica (che non sono designazioni della
storia del penq siero, ma indicano disposizioni immanenti del pensiero- stesso
in ogni tempo, e quindi anche nel nostro, e presw^ opnuno che pensi) furono giò
oggetto di tanto esam^ che noi possiamo senz’ altro prendere atto (se anch^
senza soverchia severità di arcigni spettatori) della loro condanna (1). (1) Ci
è Kcnipre .^|)l)a^sa la metafisica come una poesia tra¬ vestita. Mirabilmente
ricca e feconda di verità nelle grandi costruzioni, da Platone a Scliopenlmuer,
se è jìcrcepita corno lioesia ; è altrettanto feconda di errori allorquando la
logica, t^ratta in inganno dalla sua maschera scientifica, comincia a farsene
cibo. La condanna della metafisica i)er noi è quindi tutt’ altro che una
constatazione di morte. à Irgor it‘7.Zfl ,, . ...etulUica e hi vit^i reale sta
/’*•«//r^ arbitrarietà del passaggio da una nivvisava eminentemente soggettiva,
ad una 1 . r iziouale stabile ed assoluta. Però il positivismo ‘ranco si illuse
quando credette di provvedere '*1“ ori buona e completa sostituzione, erigendo
1’ edi- fi/io della morale evoluzionista. rre/ioso acquisto, certamente, della
coscienza umana; a quanto lontano dal soddisfare aneli’ e.sso alle esi¬ genze
della condotta ! ..... ^ In verità, scrutare il deposito trasmessoci dai nostri
nteii iti piniticare la certezza Immediata con la critica '! . ,lati'del senso
comune attraverso l’indagine psico- cenetiea, scoprire le riposto utilità di
taluni atti in aj.- naiTiiza privi di scopo, rintracciare nelle norme pm
consolidate della morale corrente le condizioni più per¬ manenti 0 più generali
della convivenza umana, non è recare piccolo contributo di ricchezza alla vita
nostra. Ma ci fermeremo qui 1 L’evoluzione negherebbe sò stcs.sa, «lai giorno
che se ne intravvide il meccanismo ; e non si progredirebbe più? A tale
assurdo, proprio, ci por¬ terebbe la logica degli evoluzionisti : la morale
pura¬ mente evoluzionista della vita, invece di mostrarci l’av¬ venire, ci
volgerebbe verso il passato. La verità ò che, se anche pote.ssi ricostruire
perfetUmeiite tutte lo lineo della storia, per ciò, come osservano il Fouillée
ed il llaiili, non no deriverebbe allatto che io dovessi leggere su quelle
lince tutte le mie azioni, tutte le mie aspira¬ zioni future. L’illusione dei
devoti della natura, co¬ munque si chiami questa devozione, storicismo, evolu¬
zionismo, cil anche ragione, consiste nello stendere su tutta quanta la vita V
ombra della morte, credeudo ,lv recarle chissà quale miracoloso giovamento (]).
Yorremni * noi vivere nell’adorazione delle traccie dei passi nostri» Meglio
adagiarsi nel fatto, se è necessario, ma senzi. recargli 1 illusoria
consacrazione di una generalità cli^ non gl, conviene. Una certezza interiore
fa appello alla nostra volontà : chiuderemmo noi gli orecchi ad essa pepi
doniandaro alla natura (una astrazione) il suo responso?! U notisi poi che ove
questo indirizzo non si preseli tassai pà COSI debole ed incerto, si ricadrebbe
d’altra parte* .n un circolo vizioso, dacchò, per quanta obbiettività
scientifica noi ci studiamo di imitare nei nostri studi non riusciamo mai ad
assolverci coiiipletanieiite dal con’ siderare il passato e la realtà
attraverso una fede qual siasi, con maggiore o minore fortuna dissimulata alla
pm vigile attenzione. ^ Due fondamentali posizioni del pensiero, quella me-
tahsica e quella positiva: due insufficienze clamorose., Eitorniaiiio allora al
dato originario da cui ci dipar tiiiimo: la coscienza, nell’individuo, di una
certa ob- bligazione morale. Purtroppo, anche qui non troveremo CIO che basti a
sè stesso. -È importante il juiro sentiineiito del dovere; ma la più modesta
esperienza ci fa accorti come non sia af- fatto necessario eh’ esso si trovi
sempre in ogni galan¬ tuomo allo stadio acuto. Anzi I Poiché il sentimento del
dmje che SI risolve in atto fo capo ad una particolare tuisione della psiche e
di tutto l’organismo umano, si riassume cioè in un impiego notevole d’energia,
e energia è per tutti limitata, così l’affidare agnèllo troppa larghezza od
esclusività di compiti riesce peri- coloso e spesso nocivo. Pnò facilmente
accadere allora — 37 — 1 g„o coinaiKlo siano impari le forze. Il qual danno ‘ .
r>vifato. se il dovere porti con sò l’ausilio di gioia oppure .se, aftidando
al piacere (nn piacere '*l”^cato Inngo le migliori purificazioni delle
abitudini, V'ì'la riflessione, del gusto) il compito dello stimolo per '
quantitil sempre piii grande di atti buoni, quella "irficolare tensione
dello spirito, che fa capo al semplice sentimento del dovere, sia richiesta
solo per circostanze straordinarie, e diventi così una riserva della condotta
m'r talune delle sue più aspre esigenze. ' Ora, la vita non è un tessuto di
eccezioni. E dunque ? Dunque tutte queste difìicoltà non sono che il risul¬
tato di un malinteso, e la via a risolverle ci è indicata dal modo stesso onde
le medesime ci si presentano : le sottigliezze fanno divergere dalla meta;
procuriamo al¬ lora di essere ri.spettosi verso tutte le teorie, indulgenti verso
tutti gli esclusivismi, ma di iirestar la nostra at¬ tenzione migliore alla
modesta comune realtà d’ogni jjiorno, d’ogni ora. Si ponga soltiinto (e
basterà) la convenienza di non misconoscere alcuno degli elementi della vita,
di valu¬ tare questi elementi più come si presentano attualmente a noi, che
attraverso le loro genealogie, di non porre tra essi delle gerarchie fittizie ;
— e tutte le gerarchie ideali sono fittizie: tutto è ugualmente nobile ed igno¬
bile, in astratto : il grado maggiore o minore di nobiltà o di ignobilità reale
non è che un rapporto fra 1’ atto e la sua causa, e muta per ogni singolo atto,
mentre ogni atto ò una individualità che si afferma diversa da tutto le altre.
Allora quello che dianzi poteva sembrare nn problema (piasi insolubile, non
solo ci aiiparirà di facile soluzione, ma quasi non ci si presenterà neanche
più in veste di problema. — 38 — Così noi sentiamo; e saiemino assai lieti se
trova» simo con noi il consenso »lei cuori scliietti e buoni, peij (inali il
problema non è mai esistito. * « # 1 (Ianni visibili della artificiosa
separazione dei \ai clementi della vita nella condotta umana furono jiosl in
evidenza dal Xietzsclie in un quadro mirabile. Vi sono uomini, egli scrive, pei
quali la virtù ri mane cosa esteriore. Per gli uni non è che uno spasimo' sotto
la frusta. Altri dicono : Ciò che io non sono, que.sl per me ò Dio e virtù.
Altri si avanzano faticosamentoj e stridendo, come, carrette strascinanti
pietre nella valle- è il loro freno eh’ essi chiamano virtù. Altri .sono si.
nuli a pendoli che si ricaricano ; essi fanno tic-tac, e jì pretendono che
questo loro tic-tac sia chiamato virtù]| V’ è qualcuno che ama il gesto : la
virtù è una specie ^ di gesto : le loro ginocchia sono sempre in adorazione e
le loro mani si congiungono, ad omaggio della virtù, ma nulla ne sa il loro
cuore. Altri infine gridano : la virtù è necessaria, la morale è necessaria ;
m.a essi non credono in fondo che ad una cosa sola, che la polizia è
neces.saria (1). Ed ecco ; poiché Dentham non voleva e.ssere metafi¬ sico, e
poiché la ricerca del piacere appare il più gene^ rale e forte movente della
condotta umana, il grande filosofo inglese credette di poter fondare la .sua
morale utilitaria su di una pretesa identità fra 1’egoismo indi- vicinale e 1’
egoismo collettivo. Pietoso desiderio ! Subito dopo, lo Stuart Alili riconosce
che questa identità è una illusione, e distrugge senza avvedersene tutta la
]»or- (f) XiKTZsniE: Così parlò Xaraìliiistra ; P. li; Dei l'irtiiosi. Tnit.
Ital.; Torino, Uocea; 2.» ediz., 1906; p. SI. i _ 39 — .1^1 sistema del
Bentham, sostenendo la *’'ce8suVdi impon-c alla coscienza sociale questa illu¬
sione, J, 7 ^”della direzione impressa dal Bentham ^ Jero scientifico non è
perciò meno notevole. Dietro “ , indicazione sua si afliiiò la ricerca umana
conorota di „„a qnanmd enorm» d, ,ve il precetto sociale si risolve nella sua
ap- TLzioim concreta in una utilità dell’ individuo, sol ; ur impulso
irritlessivo od alla osservazione siiper- ‘„ !-Ue si sostituisca una considerazione
più larga della Per questo lato già avvertimmo come giovi il n.,rso della
scienza alla condotta morale, diventando lina spinta notevole al bene, in molti
casi il cui Zeno s^bbe stato prima esclusivamente affidato £ religione, al
pudore, all’ imperativo categorico a H petto dell’opinione, alla tradizione,
alla paura de la vendetta o della penaecc. Ora tutti quesU casi, allorché Ri
presentano sotto forma di conflitto interiore fra le esigenze morali e sociali
e l’interesse dell’ individuo, ,‘ontrono 1’ eventualità della vittoria della
disposizione iiuniorale, antisociale : chiaritasi invece nella personalità ,li
chi deve agire la certezza di una concordanza tra l'osservanza del precetto
etico e il inifflior vantaggio individuale, tàcilmente sarà eliminato il
conflitto, o per 10 meno ne sarà attenuata la gravità e cosi sarà anche
eliminato e per lo meno attennato il pericolo di vit¬ toria di disposizioni
antisociali. Aggiungasi che 1’ atto morale è spesso inibizione, resistenza; e
di questo com¬ pito non giova che siano fatti sovraccarichi alcuni ele¬ menti
soli della personalità, l.a scienza, per tali vie, rende più agevole la
condotte morale, restringendo il compilo specifico che a questa è affidato. V’
è però un confine, vario secondo gli individui, oltre 11 quale la scienza non
arriva. O non si scorge una — 40 — Klentitil che esiste fra il l)ene
individuale e il bene coli lettivo, opi)ure questa identità in certi casi non
osisj attàtto, anzi i due egoismi sono in perfetta reale co^ tradizione. Allora
constatiamo T insufficienza di questtfl «principio unico». È un’altra formula,
di cui abbiamo' riconosciuto i vantaggi, ma che si mostra impari alle^ sue
universali promesse originarie. È sempre la mede¬ sima posizione a cui andiamo
incontro, lungo la nostra ra.ssegna delle varie dottrine morali. Comunqne ci
voi. giamo d’attorno ci troviamo sempre ad urtare contro la geueralità che
vorrebbe comprendere ogni cosa. Con¬ statiamo l’inanità di tutti i dogmatismi
sociali, e non attardiamoci a contendere in un’ opera negativa. Proce¬ diamo
invece nella ricerca positiva di ciò che, di per sò solo insufficiente alla sua
volta, colma tuttavia qualche lacuna, supplisce alla insufficienza propria di-
altri elementi. * * Chi si avanza adesso primo sulla soglia è ramore,— una
dissoluzione per rinascere, (come lo definisce il Pc- trone), una volontà' di
moi’ire per rivivere. Esso ha nascosto nel grande territorio dell’ incosciente
i suoi tesori piu preziosi : gli avvenimenti traggono a mano a mano sino alla
superficie della vita qualcuno di questi tesori : l’attimo se ne impadronisce e
li foggia a bontà, a gioia, e li confida alla cons.apevolezza -^so- vraggiunta
dell’individuo. Il tempo raccoglie la col¬ lana dei ricordi giocondi : il filo
invisibile che li unisce attraverso le generazioni è la morale della pace, del-
1’ oblio, del perdono, della tolleranza, del conforto, della collaborazione,
della solidarietà. L’amore, soltanto ! Ko. La generazione è un fatto biologico
elementare parallelo ad un altro, elementare — 41 — la nutrizione, che è un
iaipailronirsi delle sostiinzc esteriori per ritradurle nella propria. esso
pure, _ Occorre dunque procacciarsi il pane. Allontanare, •liniere altri per
averne il possesso : il contrasto, *^^iiindi la lotta. E lotta eterna, di cui i
secoli hanno 'iccuìunlati K>i episodi, formandone altrettanti depositi
"sichici neirindividuo. Anche qui il tempo ha operato. Tnche qui l’uomo
sento sulla propria volontà la pres¬ sione di tutto il sèguito di motivi ondo i
suoi antenati diflhlarono, odiarono, si vendicarono, cercarono di so- iirallare
altrui, come un’altra tendenza permanente della specie. E poi l’individuo non
pui) mai emanciparsi da una certa solidarietà nel male, per cui il delitto e il
jicccato dell’ uno modifica necessariamente la condotta di ciascuno dei
consociati. È la morale della guerra. Senza contradiziono alcuna si può
affermare la bontà di lutt’e due questi morali! Certamente; pur che si conservi
a siffatto giudizio la sua massima relatività. La mescolanza di queste due
morali è fatto che noi possiamo ogni giorno constatare nella vita nostra. Ta¬
lora il perdono sarebbe una colpa, c l’impulso interiore della vendetta
e.splode in un atto di giustizia obbiettiva. Ove la lotta non si può evitare,
bisogna vincere. IMa la lotta si fa colpevole ed insana ove è possibile la col¬
laborazione. L’ amore, la pace, sono concorrenza di forze : il loro risultato è
una somma. L’odio, la guerra, si rafligurauo attraver.si) 1’ opposizione
diretta di altro due forze : il loro risultato è un residuo. Fra le due ipotesi
astratte dell’amore e dell’odio sta, nella pratica esteriore della vita, tutta
la serie infinita delle gradazioni commiste dell’uno e dell’altro principio, le
f|uali possono essere rappre.sentate dal complesso delle posizioni assunte nel
suo movimento semicircolare da una linea retta che, distaccandosi da un’altra
con cni prima si identificasse. venisse poscia a trovarsi con la medesima nella
dire¬ zione perfettamente contraria. La morale della guerra, ripetiamo, si
presenta come una condizione di vita ; e come tale, ma soltanto come tale,
merita jìur essa la sua parte di omaggio. È meglio riconoscere anche le cose
meno liete. Tanto vale. Troppo si insistette nella inane aUermazione di una
pace, cosi poco raggiunta, che si potè spesso sospettare insincera l’insistenza
del predicatore, — specialmente ove si os- ser\ i, come notava già lo Spencer
nella sua Introduzione alia Sociologia, che gli stessi professanti il vangelo
della carità praticarono e praticano la morale dell’ odio in proporzioni assai
maggiori di quello che le esigenze non lo comporterebbero. Ma se. la morale
della guerra può rappresentare una condizione di vita, la vita chiede però di
continuare, di perpetuarsi, di arricchirsi. Ed ivi è il compito della morale
dell’amore, il cui svolgimento noi ci raflìguriamo come una progiessiva
sostituzione del libero buon vo¬ lere allo coattive pratiche della guerra. Per
nuove situazioni sociali, si pongono eventualmente nuove oc- ca.sioui o cagioni
di conllitti, nuovi stati di guerra; ma in essi è pur sempre, più o meno vago,
il presentimento di nuove, armonie, i)iù complesse; la lotta si attenua; cede
successivamente dinanzi alla l’eciproca valutazione dei contendenti, alla
tolleranza, alla collaborazione, alla simbiosi, all’ amore. E così via,
incessantemente. Comunque, la più grande dovizia e la più grande varietà
i)ossibile di potenza vitale è data dalla collabo- razione, e, per questa,
dall’amore. L’amore, che è sovrab¬ bondanza di forza avida di impiegarsi, per
cui si riaf¬ fermano anche sotto forma di energia le virtù cristiane, che la
degenerazione dogmatica dell’ascetismo aveva erroneamente appuntato solo a
sentimenti di debolezza e di rassegnazione (non disprezzabili neanche questi. —
43 — 1 i.A se iic restringa il eonipito ad ipotesi di neces- l ’amore, in cui
la forza illusoria è così grande, “"i ‘ fa vedere una quantitil di cose
quali non sono TiU realtiY dell’oggi, ma in numero assai maggiore co nostra
quali saranno nella realtà del domani. L’amore, !.T.e rai.presenta il pià semplice
istinto vitale della specie / M Vd essa come la nutiizione sta all’ individuo),
e I^iindi «ì la materia prima di tutta la ricchezza che al¬ pi,idividuo è
portata dalla convivenza. E giova anche qui discendere al concreto. L’ amore,
,nr nelle sue più elevate manifestazioni, trae l’origine lirima dall’atto
sessuale, che nel suo valore biologico, i eomiinque e in ogni caso,
atfermazione (reale, poten¬ ziale 0 simbolica) della iìiscendenza. Dalla
atfermazione della discendenza attraverso l’atto sessuale si pone la
solidarietà genetica od organica, cioè la dipendenza del- Pindividiio da
quell’altro che gli occorre per completare la cellula germinativa, la
dipendenza di esso dagli or¬ ganismi generati e da (nielli (die lo generarono,
e, in termini più larghi, dalla stirpe alla quale appartiene. Dalla quale
solidarietà genetica derivano come necessarie (senza che alcuna di esse abbia
una supremazia sostan¬ ziale o sia esclusiva delle altre) nuove solidarietà ;
la solidarietà economica, intellettuale, morale o sociale ecc. Esse non sono,
metatisicamente, dei veri e propri prin¬ cipi, ma ci si porgono come dei me::zi
alla continuità ed alla espansione della vita in genere, cominciando però dalla
vita dell’ individuo. Ed il lettore avverte come, per sfuggire ad altri dogmatisiui,
noi non intendiamo di cadere, in quest’ultimo della solidarietà genetica: non
vogliamo negare affatto l’individuo come agente indipendente ed autonomo. Anzi,
aspiriamo alla più forte e più larga sua atfermazione. Solo accade che, invece
di indicare con triste compiacenza nelle gioie ineffabili dell’amore l’inganno
teso dall’«oscuro genio - 44 — (lellii specie » alla cieca volontà dell’
individuo, cele¬ briamo questa funzione circolare della vita fra una dia-
soluzione e mia rinascita, per cui siamo tratti senza che ce ne avvediamo, ad
amare nell’amore nostro, a fodero nel piacere dell’ amore nostro la fede nelle
sorti future dell’umanità. Ora, notisi un minuto particolare. L’amore 6 origi.
nariamente un atto, un piccolo atto biologico. Diventa una tììspoHÌzione, si
trasforma in esercizio. L’energia psichica che vi corrisponde non è piu
necessariamente connessa con l’atto da cui in origine derivava. E do¬ manda
impiego, questa energia. Chi non conosce la teoria dello Siiencer sul gioco
come primo nucleo delle formazioni artistiche! Essa riflette pure qualche parte
di verità, so anche non si pos.sa accettare alla lettera, l'ibbene ; poiché
bisogna riconoscere, sotto un altro aspetto, la funzione del gioco, che è
iireparazione ed allenamento alla vita reale ; poiché la psiche umana si
arricchisce di nuove energie attraverso 1’ esercizio, e il gioco — come l’arte
che parzialmente aù si connette — è piacere ; constatiamo la funzione biologica
di questo esercizio giocondo di affettività, di questa vera creazione d’.arte,
di questo allenamento alla virtù, ])er cui, tanto oltre le utilità o le
necessità dirette della cerchia ses¬ suale, allorquando l’anima è nella sua
pienezza, tutto si vorrebbe amare (ci ricorda vagamente, non sappiamo più dove,
il Tolstoi) i vicini, il padre, la madre, i fra¬ telli, gli infelici, i nemici;
e il cane, il cavallo, il Ilio d’erba; per cui non lìroviamo che un desiderio,
che tutto il mondo sia felice e contento, e non bramiamo che fare il sacrifizio
di noi stessi e di tutta la nostra vita perchè tutti siano felici e contenti. —
45 — * * Sillìitli stati morali operano airesterno, onde trag¬ gono gli
argomenti alla gioia; ma l’attività die li ridette ripete ogni suo pregio dalla
disposizione interiore. La (piale, se è veramente buona, sceglie la materia del
suo piacere; non la subisce cbe per eccezione. Ne deriva che molto saggio si
rivela l’ammonimento del Nietzsche: «Che la vostra virtù sia il vostro voi
Ktessi e non iiualche cosa di esteriore, una epidermide od un mantello: ecco la
verità del fondo della vostra anima, o virtuosi! » (1). Chi si attenderebbe,
proprio dal Nietzsche, un richiamo cosi vivo alla dottrina dell’antico
Eiiittcto, lo stoico il cui « IMaiiuale » è tutto imperniato appunto su di una
identica posizione di spirito? Conosciamo ipiesta posizione. «Fallitur quisquis
putat perturbationes Iiominibus fieri ex ipsis eventis et fac- tis » (2). Tale
era 1’ ammonimento di Epitteto, pagano; ed ecco parole analoghe nella
Imitazione di Cristo: « Vanus est, «pii siiem suam ponit in Iiominibus ant in
creatnris» (3). Da Aristotele e Metrodoro (epicureo) a Cfoethe od a
Schopenhauer non si è mai detto altro. E l’amor vero è gioia di amare, in
confronto alla quale vanisce l’attesa dell’essere amato, è volontà di bene
aflatto indipendente dall’oggetto ver.so cui si dirigo. Ma ninna situazione
come quella emergente dalle alternative della relaziona sessuale secondochò
esse ap¬ paiono come esercizio di energia vitale traboccante dal- l’intimo o
come stimolo che dall’e.sterno giungo all’iu- (1) Niktzscue: Op . cit., p. 78.
(2) Ei-itteto : Manuale, V. (3) De imitutione Chrisli, Lib. I, VII. — 46 —
(livìiluo e se no iuipiidroiiisce, — iniiiiiv altra situazione riesce in modo
cosi nitido a porre in evidenza il latto che le fonti della felicitit sono
dentro di noi, nel mondo interiore, nel dominio delle sensazioni, dei
sentimenti, delle idee; — onde l’azione emerge in forma di bontà ed in perfetto
equilibrio. m' * « Senouchè, dopo aver riconosciuto l’importanzji spe¬ cifica
della morale del sentimento, e come essa faccia capo essenzialmente, quasi ad
un termine-limite, al ])er- fetto, all’universale amore; dopo aver constatato
quanto e come l’amore e la felicita vicendevolmente si ailor- zino; è mestieri
tuttavia ricordare ancora una volta come neanche qui si esaurisca la serie
degli elementi guidatori della condotta umana. Occorre contemperare le
aspirazioni indelìnite del¬ l’amore con le esigenze concrete invincibili della
mo¬ rale della guerra. Occorre integrare la nozione sintetica che del mondo
jmssa farsi l’individuo, imperfetta attra¬ verso lo chiuse e rigide
circoscrizioni scientifiche, vaga talvolta ed unilaterale attraverso gli slanci
dell’amore. Kd ecco il senso della bellezza, che si deve educare, il culto
della bellezza, l’arte; che portano l’ultimo tipico essenziale contributo
all’atto umano, perchò sia atto buono, mentre da sè stessi costituiscono già
isolata¬ mente una fonte mirabile di godimenti squisiti. È un tema questo su
cui ci fermeremo con qualche maggior ampiezza in altre parti del libro. Qui ci
limi¬ tiamo ad accennare quanto di esso è più generico ed estensivo. Un nomo
saggio, prudente, disinteressato e, diciamo pure, onesto, non pensa per via di
parole, ma per via di immagini d’azione. « Un pensiero morale, nota esat' — i7
- tameiite il Kaiih, ò iu certo modo la formula di movi¬ menti muscolari
possibili. Essa è presente a tutti questi movimenti, e li sintetizza od
integra. Ma un jìcnsiero motore, qualunque ne sia l’origine, si forma per mezzo
dello stesso movimento. Cosi è di ogni certezza pratica. L’uomo non deve giA
regolare la propria condotta in conformità di un immobile esemplare, dapprima
riguar¬ dato poscia riprodotto. Egli crea il modello suo mentre agisce, o, se
lo aveva contemplato dapprima, lo vivi¬ fica poi e lo crea di nuovo
continuamente con la sua condotta.» (1). H i>rcceito non ha valore se non è
l’espres¬ sione di ricordi o di previsioni di atti: e gli atti, ma¬ teria
plastica, traggono forma dalla realtà esteriore su cui sono chiamati ad
operare. È evidente che, co.si stando le cose, appare incalco¬ labile il
benefizio arrecato dalla bellezza ogniqualvolta la finalità concreta prossima o
remota di un atto buono non è n^ veduta nò intuita. Allora giova che 1’ amore
])arli ; ma troppo spesso la sua voce è fievole eccita¬ trice. Corra al
soccor.so in quest’ ultimo cimento il senso della bellezza, il giudizio
estetico, e spinga, sor¬ regga, conforti. Soltanto ove qtiesto concorso non sia
mancato, l’atto risponderà alla più grande gioia od al minor dolore che era dal
momento consentito. E notisi che questo concorso è tanto meno trascurabile, in
quanto purtroppo la nostra evoluzione morale appare strana¬ mente in ritardo
sulla nostra evoluzione estetica (2). (1) Op. dt., p. 66. (2) L’osservazione fu
fatta egi-cgiainente da Schiller. « Il hello è l’alleato del bene. Oltre al
sentimento del dovere, egli scrive, v’è nelle anime esteticamente raffinate
un’altro movente, un’altra forza, che molte volte supplisce alla virtù quando
la virtù manca, e che la rende più facile in coloro che la pos¬ seggono. Poiché
il buon gusto ci sbarazza degli appetiti brutali — 48 — Xon basta. Oltre il
doniinio del {^iisto, clie è recet¬ tivo e selettore, v’ è pur (piello della
creazione artistica, llappreseutare gli atti e ritrarre gli oggetti ; raffigu¬
rarli con vivezza e risalto, per modo che la raftìgura- zioiie interna od
esterna abbia la maggior efficacia im pulsi va; rappresentarli con la miglior
approssimazione alla realtà nel loro più intimo significato ; tutto ciò ò
esercizio di arte e discende iiumediataineute da quella condizione prima della
condotta morale che accenna¬ vamo dianzi. Può essere un piacere proposto come
fine a se stesso; anzi è tale nell’arte propriamente detta. INIa l’efficacia
sua si estende piò oltre, e questa noi non possiamo che constatare, senza
pregiudizio, come vedremo più avanti, di canoni estetici a cui noi pure
aderiamo cordialmente, senza negare all’ arte la sua autonomia e senza
pretendere che essa si informi ad un proposito di subordinazione a questo o
quel precetto di moralità corrente in una data epoca: la quale per¬ fetta
autonomia della elaborazione artistica solo per uno sguardo frettoloso e
superficiale può sembrar contrad¬ dire alla tesi presente. Si agginnga infine
che se quanto appare bene, come noi cretliamo, si risolve nella più grande
abbondanza e nella più grande varietù possibile di potenza vitale messa in
esercizio ; se poi conveniamo che la quantità è data dalla novità e, forse
meglio ancora, dalla varietà delle combinazioni psichiche; — si rivelerà
immediata¬ mente l’importanza del sentimento estetico a moltipli¬ care gli
dementi della interiore elaborazione umana, del e giossolnni : esso fa
germinare iu noi le inclinazioni più nobili verso l’ordine, l’armonia, la
perfezione. Così (pieste inclina¬ zioni hanno qualche cosa «li comune con la
virtù: il loro obbietto. » Éerits tlivers sur Vesihdique; tr. fr.; Paris, 1862,
p. 448. — 49 — piisto e fieli’ arte a variarne le eombitiazioui, traendone
nuove armonie. E la felieitil ò un’ armonia. Così, ricordanfloei come l’arte
traduca nell’immagine e nel sentimento, come avvicini alla realtiì l’ansiosa
nostra aspirazione alla vita buona, appassionata, in¬ tensa, es[)ausiva; —
rieliiamando le ore in cui, pel con¬ corso suo, noi abbiamo avvertito in noi
stessi tutta la capacità di bene di quegli stati dell’anima ove si La la
sensazione attuale della pienezza nella esistenza (1) — possiamo anche
racchiudere in breve cerchio il conte¬ nuto dell’arida esifosizioue da noi
fatta sinora. La felicità è per ognuno. Essa 6 nell’amore, nell’arte, nel
i)ensiero — uniti ad informare la condotta del saggio. Essa non si nasconde,
non si racchiude, non tace. Essa esige anzi gli orizzonti liberi e chiari,
grida alto ii tra- hoccar della vita, e si esaurisce, per risorgere pih forte e
sicura, nell’azione intelligente, diritta, bella. « Fate come fa il vento
allorché ])rorompo dalle caverne dello montagne: elevate i vostri cuori, — in
alto, piti in allo! » Così parlò Zarathustra. • • * In questa nostra morale,
che fa appello alla forza, sarebbe condotto a restringersi ognor più il dominio
della si)eranza, che è quasi sempre espressione di debo¬ lezza. Il funzionario
negli ulìici dello Stato governa tutt.a la sua esistenza sul diritto alla
pensione: la gio¬ ventù e la virilità presenti ricevono impronta e foi’uia da
una vecchiaia eventuale. ìfeU’attesa dell’avvenire si trascura la vita, si
dimentica la gioia di vivere; non si (1) Guvau: L'ari aii paini de vite
sociologiqne, VI Edit. Paris, 1903; p. L. 4 — 50 — ngiscc 0 si agisco malo. È
il vano sogno della fortuna: corcar di possedere ciò che non si ha: ciò che si
pos¬ siede non è avvertito, — il dolore di nna fontasia irrca- lizzata ofl’usca
o sopprimo il compiacimento per nna gioia i)resento. La speranza, deviandone
l’attenzione, toglie valore a ciò che si possiede, ])er conferire nu pregio
fittizio a ciò che si attende. Ora, ò felice chi trae il maggior frutto da
quanto ò in suo potere; ed a tale edòtto si richiedono diligenza, attenzione,
accor¬ tezza, amore, profonditi^, — e non vacuo ed ozioso od iucoordiuato
divagamento fra il reale e l’irreale, il pre¬ sento 0 il possibile, il fatto e
il desiderio. Vorrebbe inoltre questa nostra morale bandire per sempre dalla
valutazione umana l’influenza del meritorio, fonte di mille inganni, di mille
trulle. « Solo (|uclli che ignorano che cosa sia il bene, scrive il
Maeterlinck, pos¬ sono chiederne il salario, ^fon dimentichiamo sopratutto che
un atto di virtù ò sempre un atto di felicità. » (1). Governi la nostra
condotta nn giudizio di utilità, un palpito di amore, nna immagino di bellezza,
si uniscano questi fattori a imodurro nu evento buono; — è sempre la gioconda
espansione della nostra personalità, è l’af¬ fermazione della vita nostra ciò
che ne costituisce l’essenza. Eallegriamoci ; non abbiamo altro a fare. A chi
chiederemmo compensi! O non dovremmo piuttosto esser grati nell’intimo a chi,
per esempio, ci porse il destro di essere un giorno generosi, o nobilmente
audaci, o serenamente pietosi! Cosi dovrebbe limitarsi in confini sempre più
angusti il territorio del pentimento e del rimorsa. V’c posto per essi fin che
manchi la consapevolezza precisa e sicura che la ripetizione dell’atto da noi
riprovato non è più possibile, perchè la nostra personalità si è fatta real-
(1) Ov. cit.; p. 164. — 51 — monto migliore. V’ò pentimento e rimorso finché la
volontil a- rola, alla scienza ed all’arte. — 59 — Sovratutto all’arte: c non
solo per la qiiantitìl degli «agetti/ma per la qualità del contenuto cb’essa ò
in grado di accogliere e riHettere. E’ sempre l’arto elio «ci riconduce
(adopero le parole ,li Koinualdo Ginni, percliè non si potrebbe dir meglio)
alla percezione viva, iiiiinediata, di cui Videa non ser- i.aTO che uno scialbo
ritiesso. - lìiilesso scialbo c fal¬ lace Astrarre ò ridurre; dunque
impoverire. Ma è anche falsare. La nozion comune non può formarsi se non
Rcanibiando per ugnali le qualità simili e dimenticando „ael che ciascun
oggetto ha di singolare. Ciò che si suppone convenire a tutto un ordino di cose
non può con¬ venir pienamente a ciascuna di esse. Or nell’opera d’arte vi sta
dinanzi non un concetto ma un’ imagino deter¬ minata.... » (1). . Jii verità
occorre una leggerezza incomparabile per dire, con Max Nordau, che gli artisti
ed i poeti non creano nulla di nuovo (che cosa intendiamo per crea¬ zione?
creerebbe forse allora lo scienziato? creerebbero il conquistatore od il
dominatore?), non arricchiscono il contenuto della co.scienza umana, non
esercitano intiueuza alcuna sul mondo dei fenomeni 1 Come se non vi fosso che
una sola conoscenza: la scientilica; come se tiiita l’azione umana non
appartenesse al mondo dei feno¬ meni o contemporaneamente non sfuggisse per la
mas¬ sima parte alla determinazione scientifica soggettiva cd oggettiva! Come
se l’amore non derivasse da una percezione assai più intima, non fosse esso
medesimo una conoscenza talora assai più profonda che la cono- fi) 11. Giani:
L’JSstetica nei rovate in un certo caso dalla intiera società. D’altra p;irte
i)ur quamto la parola acquista, per virtù di chi 1’ adopera, pieghevolezza ed
abbondanza di gradazioni, la mala abitudine continua a tradirci. Così lo
Spencer nei Frimi Frincipii crede di dover mettere in guardia gli studiosi, a
i)roposito di quanto stiamo ora dicendo, contro una delle più comuni ed insidioso
cagioni di errore. Innegabilmente la parola per solito è dura e i)oco
pieghevole; ma l’iaeonveniento è accen' tuato, come or dicevamo, da nua cattiva
dis])osizione mentale. Nel rapportare il ragionamento alla realtà, dai più non
si considera che l’idea indicata direttamente ^ 62 — lo ma non le numerose idee
concomi- in eiascuna parola, ma Siccome una pa- ,,„H oho si tutte lo »ltrs„
fola (lotta o seri ^ (,,,0 l:v cosa Indicata dalla .1 B«|.l.ono “““ rilo coso
sienillcato dallo ,.„„la possa ; X ’icora dio. sicco.no un si,...
rU;‘'';rrt“^”rrr:‘ovltato^ o n.i„oro appariri\ la rigidezza d’altra parte che
Comunque, ^'sogma 1_^^^ precisione formale, una il processo aegli elementi
siguiiìcati, circoscrizione quasi as ■ po,i gasi e su di perclih il S’\;!::!;;rgirscientifico
il porre essi operare. rigidamente definiti nel loro erchò le associazioni che
essa desta, legate a una espe¬ rienza non particolare di oggetti che si
presentino defi¬ niti al pensiero, ma generale, e di origine profonda e remota
oltre la vita del singolo, si svolgono nell’in¬ conscio della psiche. Ecco perchè la
Staci potò scrivere: — De tona les beaux arts c’est (la musiqnc) celili qui
agit plus immédiatement sur l’ame. (Osserva auche il W agner che nella musica “ la
significazione d’ un grido di gioia o di angoscia, di voluttà o di dolore si
rivela immediata senza che i concetti s’inframmettano a commentarla o
spiegarla,,). Les autres la dirigent vers telle ou telle idée (e qui
l’espressione pare a noi troiipo recisa, anzi, errata, se si considera
specialmente fra queste altre arti l’architettura), celili là seule s’adresse à
la source intime de l’existence, et change en entier la disposition inté-
rieure. — 11 Leoi)ardi commenta : La musica non esprimo che lo stesso
sentimento in persona ch’ella trae da sè stessa e non dalla natura. Più
conciso, Aristotele aveva defluito la musica iinaginc dell* anima uguale al suo
oggetto. Più profondo dirà il Wagner : — La musica risveglia in noi l’idea più
universale del sentiìnento in sò stesso oscuro » (1). (1) Giani: Op. cit.; p.
227. — LEOrAiim: Fensieri ; I, 190, 191; - Aristotele: Folitica; Vili, 5; -
Vaoner: Fce thorcn; ricordati dal Giani. — 69 — E « conio la vastitA o la vagliezza
(è sempre il Giani die scrive), così la molteplicitil delle sensazioni è, piò
che di qualunque altra arte, ottetto proprio della musica. Le forine sonore si
svolgono nel tempo : i modi della melodia e dell’armonia si trasmutano e si
dileguano nel¬ l’attimo stesso in cui ci esaltano. Ci trema ancora ne.l-
l’intimo la dolcezza di qneH’accordo — ò gii! vanito ; il desiderio invano
richiama quella frase che poc’anzi ci commosse — è già lontana: altre formo
sorgono, accen¬ nano, si dispiegano, si dissolvono, si ricompongono : e,
incessantemente, gli intrecci dei suoni, la volubile ric¬ chezza dei ritmi, gli
improvvisi passaggi della modula¬ zione ci avvolgono e ci travolgono in un
turbine di sensazioni svariate, rapide, iierennemente nintevoli, innu- merabilì,
in cui ogni concetto del limite si smarrisce al iiensiero. » (1). (riova poi
ricordare la quantità di mezzi onde la musica dispone e che non sono consentiti
alle altre arti, lìasti un accenno concreto alla contemporaneità di emo¬ zioni
ojiposto destate per mezzo dell’armonia: il rim- jiianto, jier e.sempio,
suscitato da una linea melodica apiioggiautesi ad una generale situazione
musicale allatto contraria a ipiella in cui prima essa ebbe a manife¬ starsi,
conio l’accenno al ricordo pallido di una gioia amorosa quando già il « bel
sogno » ò svanito ed ogni altra espressione è dolore e desolazione. Nella
I/inenìa in Tauride di Gluck, quando Oreste canta «la calma ritorna nel mio
cuore », l’accompagnamento 6 oscuro e tumultuoso. Alla prima rappresentazione dell’ojiera
fu rimproverato a Gluck questo controsenso. «Non ascol¬ tato Oreste », gridava
il maestro incollerito, « egli dice che è calmo; è una menzogna». Così tutti
sanno quali (1) Giani: Op . cìl .; 229, 230. - 70 - cime superbe abbiano
rajfgiimto, anche per queste vie, Beetlioven e Wagner nell’ espressione delle
passioni umane e dei loro più profondi misteri, nella scoperta dei più riposti
valori psichici che sorreggono e dìlnno chiaro significato alle agitazioni del
cuore, allo esalta¬ zioni della coscienza. A proposito poi della potenza
emotiva della musica scrive il Lechalas : « Emozioni che sono i)rovocato non
per mezzo di un’ idea concreta, nè per mezzo del rico¬ noscimento di segni
manifestanti l’emozione di altro uomo, ma per mezzo di una modificazione di
tntto l’ap- jiarato nervoso in rapporto con la sensibilitù morale, emozioni
siffatte dovranno presentai’e un doppio carat¬ tere, di indeterminazione e di
forza. Ui indetermina¬ zione (abbiamo già veduto), perchè mancano ivi tntti
quei fenoneini intellettuali, idee, atti di riconoscimento, che comnnicano la
loro precisione alle emozioni provo¬ cate ] di potenza, perchè la sensibilità è
colta, non più di rimbalzo, ma direttamente.» (1). • • • (Jucsta singolare
indeterminazione e potenza noi la troviamo anche nell’architettura, l’arte che
più si avvi¬ cina alla musica, come ebbe ad aw'ertire per il primo Francesco
Colonna, l’autore quattrocentista del Sogno di VoUfilo. Il vago del sentimento,
secondo l’espressione del Leopardi, che sfugge al significato più definito
delle altre arti, l’architettura ha comune con la musica, se anche ivi si
riveli con minor dovizia di mezzi e varietà di risultati, e se anche il suo
linguaggio sia incompara¬ bilmente più difficile. (1) Lechalas: Ktiidcs
esthéliques; Paris, 1902; p. 153. — 7 : — Perchè è giusta l’ osservazione di
Viollet - le - Due, che l’arte è per l’architetto l’espressione sensibile,
l’ap¬ parenza per ognuno di un bisogno soddisfatto ; ma da questo i)unto di
partenza si irradia una quantità di ri¬ sultati emotivi assolutamente
incalcolabili. Un’architet¬ tura forte e vera, non certo la calligrafia
architettonica della facciata di un edilìzio che chieda solo a sè stessa la
propria ragione di esistere, senza riguardo alla co¬ struzione che maschera,
senza rapporti con la linea generale, col colore, con 1’ anima del paesaggio
che la circonda, — non certo l’impostura di un rivestimento esteriore che
affidi all’ intonaco ed agli stucchi il còm- j)ito di mentire sulle reali
qualità della costruzione fatta silente — una architettura forte e vera,
dunque, fa sor¬ gere in chi la comprende uno stato d’animo di par¬ ticolare
valore e ricchissimo di significato. U una tonalità sentimentale e morale
tipica quella che viene suggerita (diversa, naturalmente, per ogni costruzione
e per ogni individuo), ed acquista talora cosifatta intensità, che noi
avvertiamo per essa, e solo per essa, quanto e quale sia il ])otere della
nostra passione, della nostra fanta¬ sia, del nostro desiderio, della nostra
volontà in un dato ordine di preferenze, di compiti, di cimenti. Fu detto che,
a dilferenza della musica, la quale si svolge nel tempo, l’architettura è
un’arte immobile. Non è vero. L’ architettura è un’ arte affidata sempre ne’
suoi prodotti migliori alla collaborazione delle forze naturali, o specialmente
alla luce, che è varia e mobi¬ lissima. Ecco un intento, complicato, sia pnr
leggermente, di piani disposti con varietà, e di vuoti, cioè, quasi sem¬ pre,
di ombre. Ad ogni istante, col volger del sole, muta di luogo il focolare luminoso
che dal cielo versa i suoi doni nel luogo sacro: e nuovi contorni si deli¬
ncano fugacemente, mentre altri prendono più netto — 72 — risalto, mentre altri
ancora, prima più decisi, ora vanno sfumando; e il rapporto fra la parete
dinanzi e qnella più bassa e più lontana, muta; — or questa seconda, col
scender del sole, riceve più luce, e la gradazione dall’nna aU’altra parete si
è fatta, per il minor distacco, pili dolce, più languida. Ma pur le colorazioni
si mutano secondo che più o meno inclinata giunge la luce, se¬ condo che più o
meno viva essa sbatte su taluni punti da cui emanano e si diffonilono
particolari riflessi. In¬ tanto l’anima dell’edifizio parla all’anima nostra,
attra¬ verso queste mutazioni, con diversità di linguaggio, con varietà di
intonazione sentimentale. Certo sitìàtti intimi conversari chiedono qualche
esercizio, esigono un po’ di disciplina : ma non sono per questo men reali e
pre¬ ziosi. Ognuno intanto avrà avuto occasione di accor¬ gersi di mobilità
analoghe in casi di jiarticolare vio¬ lenza ; — per esempio allorché in una
estiva afosa gior¬ nata, trovandosi egli in un antico tempio, il sole rom¬ peva
a un tratto sormontando alle nubi, e una improv¬ visa meravigliosa ricchissima
creazione destava come per incantesimo immagini, ligure, persone, non prima
vedute ; mentre dalle vetrate istoriate, scintillanti d’ogni colore, ridevano i
santi, gioiosi nella nuova gloria, e lampeggiavano una iridata sùbita luce ai
fedeli pre¬ ganti in basso, in un nembo, in una gittata folle di perle, di
rubini, di smeraldi, di oro, — partecipanti anch’essi alla purissima gioia
comune, dove poco prima era raccoglimento contegnoso e triste, ed ojìpressione
di spirito. L’ apparente inerzia dell’ architettura ò poi anche abbandonata
alla necessaria mobilità dello spettatore. Provatevi a camminare lungo il Duomo
di Milano (e dico questo monumento, perché in Italia esso é il più tipico per
tal genere di osservazioni, ed anche perché lo amo assai), guardando in alto. I
trafori della prima - 73 - I ' iTin iTifr*ivvo(lt*rti i CTUffliotti (Icl
sccondo ^"‘nalV ’i trii"liotti e le falcouatnre dello scoinparto cen¬
trile* dlireditìzio; trasversalmente, le oblique e le curve tìorite degli archi
rampanti. Camminate: ora ò il duomo Te ei muove. Toichè le distanze sono
diver.se e lo «arti più prossime hanno in apparenza maggiore gran¬ dezza accade
che, mentre voi considerate mia di queste, veitete scorrere dietro di essa, con
velocità proporzio¬ nata alle rispettive distanze, in moto circolare conteano
alla direzione del vostro cammino, le altre parti che stanno più in Mo o
discoste. Comprendete come la ricchezza degli ottetti sia inesauribile. Per
poco che, con qualche accorgimento, voi moviate pure lo spardo, poiché di
ricorrenze verticali il Duomo è dovizioso, la scioltezza illusoria di tutta
quella massa enorme si risolvo in una stilata mirabile di giganti fra un pru¬
neto di eleganze, - le quali alla lor volta sembrano voler attollarsi nel punto
piti vicino a voi, mentre, p portate improvvisamente l’occhio piii luii^i, le
vei c e dispiegarsi invece placidamente verso il termine del- l’editizio nei
loro ordine consueto. Iticordo ancor una volta le parole del Giani: « V’hanno
modi del sentimento cosi delicati o sottili che non ai Iiossono determinare
senza distruggerli: l’amonia li ridette ». Qui, nella musica e nella
architettura, sono ridessi con la minor costrizione possibile i modi più ampi,
più complessi, più indettniti : la delicatezza è comune argo¬ mento al
manifestarsi dell’una e dell’altra arte, e cosi lo sconfinato; — più propria
della musica mi sembra poi la finezza della situazione sentimentale, più
proprio dell’architettura il vigore. Comunque, per tntte le ragioni ora svolte,
entrambe queste arti, come già notarono il Condillac, il Rousseau, 74 — il Leopardi
ed ultiinainente il Le Bon, ci appaiono come quelle clic possono rivelare
meglio d’ogni altro elemento ciò che nell’indole d’nna civiltà o d’una razza ò
più intimo, originale, profondo. La stessa osservazione, nota il Giani, venne
fatta quanto all’architettura dal Taine, quanto alla musica dal Wagner. Scrive il
Taine: « Plus on regarde les oevres de l’architecture, plus on les trouve
propres à exprimer l’ésprit le plus gdnéral d’une djìoqne. » Ed il Wagner: «Xella musica l’indole
nazio¬ nale potrà manifest.arsi in forme di tanto più significa¬ tiva bellezza,
quanto il carattere di quest’arte si esprime piuttosto mediante sensazioni
generali che non mediante sentimenti speciali. » (1). * • Oltre cotali
situazioni vi sono stati d’animo che, pur essendo molto comi)lessi, non mancano
tuttavia di avere aleno che di definito, per la prevalenza che qualche oggetto
o qualche rapporto concreto, materiale, sensorio, emozionale od intellettuale,
prende su gli altri che lo attorniano, formando quasi il centro di una
particolare caratteristica irradazione psichica. Ci troviamo allora fra i due
estremi, quello che con la poesia i)iù si avvi¬ cina .al processo razion.ale
del pensiero, c quello che con la musica e con l’architettura, nel c. cit. ; p.
216.) — 82 — nna condizione sentimentale e morale caratteristica, non concorra
ivi una molle ripetizione di suoni ? E là, nella pittura, alla ripetizione di
una data ricorrenza (si ricordino le leggi del Kuskin) non si aggiungerebbe
forse un mezzo ulteriore, proprio di quest’altra arte, o tutto fisiologico, per
cui l’organismo fisico del riguar¬ dante sia più prèsto ancora piegato, senza
che lo av¬ verta, alla generale situazione psicologica e morale onde l’opera
pittorica vuol essere 1’ esponente, da un lato, e dall’altro lato la
suscitatrice ! Furono avvertiti da molti i rapporti fra il ritmo o la
simmetria, e 1’ armonia nelle forme visibili ; essa uon è, secondo noi, che un
grado superiore della simmetria, ove un equilibrio in certo qual modo dinamico
si sostituisce all’equilibrio statico di quest’ultima. Ma di questa larghissima
posizione, noi vogliamo ora, a proposito del dipinto in esame, considerare un
elemento assai più modesto e particolare. Fu osservato che pure alle sensazioni
muscolari è affidato un compito in ciò che riguarda l’architettura, la scoltura
e la pittura. Così, i movimenti orizzontali dell’occhio, dipendendo da un solo
muscolo, sono i meno affaticanti ; e perciò la linea orizzontale genera i)iù
fa¬ cilmente una impressione di riposo e di calma. Ora, facciamo che, come nel
« le pecore » del Pellizza, con¬ forme sia il soggetto, conforme sia la visione
generale del colore, conforme sia il disporsi dei piani nel paese armonicamente
col momento speciale dell’atmosfera ce¬ leste che vi è riprodotto ; se vi si aggiunge
l’azione inavvertita di quest’ultima umilissima, ma pure assai profonda,
sensazione muscolare, noi riusciamo a fiirci agevolmente un concetto della
ricchezza e della parti¬ colarità e della concorrenza dei mezzi diretti ed
indi¬ retti di espressione onde anche quest’ arte, la pittura, è dotata. — 83 —
Così ci si consenta di trascrivere un’ altra osserva¬ zione : è del Véron. «
L’abitudine che noi abbiamo di considerare la figura umana concorro al
significato che si connette a questa od a quella disposizione «li lineo. Per
esempio, fu notato che nel riso gli angoli della bocca si innalzano, le narici
si dilatano, e la pelle, ri¬ piegandosi sulle tempie, fa salire le estremitii
degli occhi, mentre il dolore produco effetti esattamente in¬ versi. Ne risulta
che le linee obliquo producono in noi impressioni analoghe a quelle che noi
avvertiamo in questi due casi. » Un complesso di lineo che dalla se¬ ziono
media verticale di una rafligurazione pittorica salga dirigendosi verso la
periferia, richiama atteggia¬ menti d’espansione di gaiezza, di voluttà,
d’incostanza; la disposizione opposta esprime la concentrazione e le idee
collaterali di tristezza, di meditazione, di freddezza e di sollerenza. « l’er
una ragione facile a comprendersi — proseguo il Vérou — noi sentiamo quindi (in
un proce.sso automatico di associazione che sfugge alla consapevolezza di chi
ne è il soggetto) nella linea oriz¬ zontale una indicazione di calma, di
equilibrio, di con¬ tinuità, di saggezza. » (1). Ed ecco forse un altro con¬ tributo,
ancora nel dipinto del Pellizza, che, dal fondo più oscurt) della iiersonalità,
è richiamato alla superficie, perchè renda più intensa la significazione
spirituale della pittura, accomunando per qnest’ultimo verso nella
rappresentazione del paesaggio l’anima dell’individuo, che riguarda, con 1’
anima universale delle cose. (inai so siffatti speciali o secondarli elementi
di bel¬ lezza e di espressione fossero elevati a dignità di prin¬ cipi!, o si
dirigessero ad un’ opera di reciproca esclu¬ sione. L’arto cederebbe il campo
all’ artifizio ed alla meschinità. E’ necessario ed utile per contro ricono-
(1) Véuon: L’esiMtinue; 4 ediz.; Paris, 1004, p. 40. -- 84 — scere tli ciascuno
la funziono e l’importanza, nnrtevole secondo i casi, ed usufruire della loro
efficacia quanto è consentito dal momento espresso e dalla persoiialitii
dell’artista. Allora l’uomo che, attendendo all’opera d’ arte, secondo la
formula di Bacone, agf^iunge la sua anima alla natura, « homo additus uaturae
», incontra la gioia della più perfetta consapevolezza della sua co¬ munione
con l’universo, e diffonde all’intorno una ugual gioia negli altri i)cr la
rivelazione, che ad essi porge, di uno stato psichico, la cui estensione, la
cui intensità, la cui fecondità spirituale non era peranco fino a quel momento
stata intravvednta. Notiamo di passaggio come in una condizione non così
fortunata come la pittura, sotto lo speciale aspetto che stiamo esaminando, sia
la scoltura, àia se anche ivi sia più diffìcile raccogliere abbondanza di messe
nel campo della espressione, basta richiamare alla memoria talune
manifestazioni dell’ arte sacra medioevale, fran¬ cese o lombarda, 1’ opera di
Donatello e quella di àli- chelangelo ; basta rillettere quanto fra i
contemporanei ottenne, per esempio, il Kodin, perchè della sua poten¬ zialità
si abbia un concetto adeguato, ed ogni incertezza sui risultati a cui essa può
giungere sia eliminata. * « • Giova considerare brevemente a parte il concorso
del colore alla espressione sintetica ed armonica di un momento della vita
attraverso l’opera dell’artista. La luce è gioia. Ed è gioia singolare quando
si manifesta nell’arte della pittura per via del colore. Ivi il colore è posto
dall’uomo, e, in un procedimento riflesso che percorre a ritroso con l’opera
dell’uomo l’originaria azione creatrice, appare, secondo la mirabile imagino di
Gabriele D’Annunzio, come lo sforzo della materia per divenir luce. — 85 — Ed
opniino lia piìi o meno vaga la nozione di ciò che liguilica la parola «
colorista », attribuita ad un pittore. Uno dei migliori competenti, il
Fromentin, defi¬ nisce cosi : « Un colorista propriamente detto è un pit¬ tore
che sa conservare ai colori della sua gamma, qua- luiuiuo essa sia, ricca o
non, rotta o non, complicata o semplice, il loro principio, la loro proprietii,
la loro risuonanza, la loro giustezza, — e ciò dappertutto e sempre, neirombra,
nella mezza tinta e liuanco nella piò viva luce. » (1). Or queste parole sono
d’una precisione mirabde; e ci richiamano subito alla mente un nome, fra i molti
altri, quello di Paolo Veronese, la tonalità argentea delle cui grandi tele con
tanta potenza concorre alla loro unità, vivificandone il soggetto. Ma sin qui
il co¬ lore non ci appare che come un contributo alla logica della
rappresentazione artistica, o, se vogliamo, una condizione di essa. Ebbene, ciò
non ò tutto. V’ò un’armonia dei colori valutabile indipendentemente, come
concorso autonomo alla maggior ellicacia, alla maggior espressione dell’opera
d’ arte : — il colore come elemento di espressione. Se l’artista giunge
all’espressione componendo in unità lo armonie indefinite che ha raccolto da
natura con i suoi sensi afiìiiati, ò ben degno che il pittore gioisca, oltreché
(1) Fuomentis: Les Maitres lì'aiilrefois ; XIII, Lo ronde (le. iiitK. Qaiilclie
citazione, come (piesta, è incompleta nelle indi¬ cazioni liil)lio)'niliehe.
.Si tr.itta di note prese durante la lettura di lil>ri ehe l’autore ebbe in
prestito da privati o da biblio¬ teche, senza ehe allora pensasse di
giovarsene; e la fatica di completarle, chi scrive, per ragioni di equità, pnò
anche la¬ sciarla, a quando a quando, a chi legge. Ala solo per eccezione noi
abbiamo contrawennto e contravveniamo i)er «piest’opera al suggerimento che il
Rnskin dava ad una egregia signora di no¬ stra conoscenza, — di leggere
soltanto libri di nostra proprietà. — 86 — (Ielle linee, delle luci e delle
ombre, del disporsi dei piani, dell’ arrotondarsi dei corpi, del lunoversi
degli oggetti, del concorrere di oggetti e persone in un’azione comune,
dell’individuarsi di questo concorso in un mo¬ mento tipico della passicme o
del sentimento, — oltreché di tutto questo, dicevamo, è ben degno che il
pittore gioisca anche delle prodigiose armonie del colore onde è recata vita
alle cose. La natura dà al pittore gli ac¬ cordi più delicati e i più forti ; —
la sonorità grandiosa d’ un tramonto, e, nel momento stesso, ad oriente, le
sfumature i)iù tenui della malinconia. Le infinite com¬ binazioni di colore
osservate in natura si riordineranno intrecciandosi, sovrapponendosi, fino a
formare la mu¬ sica dei colori ; e da queste, non più circoscritte da un
contorno oppure staccantisi per violenza di tono, pren¬ deranno consistenza e
vita le forme vedute nella realtà o nel sogno dall’anima dell’artista. Il qual
fatto entra nel dominio dello spirito, dove trova un terreno già preparato
dalla eredità, dove la concordanza fra una sensazione di colore (a determinare
od a favorire piuttosto questa che quella tonalità psichica generale) e
l’oggetto rappresentato, riesce, attraverso una gioia singolare dei sensi, a
trarre da questo og¬ getto il maggior valore, per la più intensa e profonda
comprensione della vita ; — o dove anche un contrasto vivace fra l’uno elemento
e l’altro può talora, pi^r l’ef¬ ficacia dello antitesi, ottenere lo stesso
risultato, se jnir quivi sia il riflesso della guerra, a cui accennavamo nel
capitolo precedente, mentre nella juima ipotesi (é più frequente il saluto o
l’augurio sereno al regno della l)ace c (leU’amore. Si traggono godimenti
intensi cosi dal contrasto dei colori complementari, che esalta la po¬ tenza
visiva, come da (|nella specie di soave incertezza che risulta dalla
giustapposizione di toni aflìni o quasi identici. Ma, in ogni modo, l’intensità
del godimento ò — 87 — in rapporto con l’equilibrio fra il modo onde è sentita
;rchi dipinge l’armonia dei colori e l’espressione spe- /.ialft a cui l’opera
si dirige. Kifaccianioci brevemente da un dato psicologico notis¬ simo, cosi
come in un suo linguaggio rude e materiale , ò chiarito proprio da Marx Nordau,
il pm gretto estimatore delle opere d’arte attraverso i pregiudizii della
boriosità scientifica tuttora dominante. « La cor¬ teccia del cervello riceve
le sensazioni non solo dai nervi esteriori, ma beiianco dalle profondità dell’
orga¬ nismo, dai nervi dei singoli organi, e dai centri nervosi del midollo
spinale e del simpatico. Ogni stato di ecci¬ tazione in tali centri influisce
sulle cellule del cervello e desta in esse idee più o meno chiare, le quali si
rite- riscoiio necessariamente all’attività dei centri dai quali parte
l’eccitazione. » Ed ancora : Una sene di cellule nervose « viene più facilmente
attraversata da un ecci¬ tazione già altro volto provata, che non da un’
eccita¬ zione nuova. Ogni eccitazione che colpisce una cellula si espanderà
nella direzione che le olire la minor resi¬ stenza, e questa è fissata dalle
vie nervose ch’essa ebbe già altre volte ad attraversare. Il percorso di una
on¬ dulazione derivante da qualche sensazione, forma una via determinata, una
certa abitudine di marcia ; sono sempre lo stesse cellule che si scambiano
vicendevol¬ mente le loro sensazioni ; una idea desta sempre le stesse ilice
secondarie e si presenta alla mente siccome accom¬ pagnata sempre da queste
ultime. » (!)• I processi délVassociazione più radicati nella perso¬ nalità
umana sono quelli che rispondono alle più larghe e fondamentali ragioni di
esistenza ; perchè v’è pure una selezione interna nello sviluppo della psiche,
e le serie tl) M. Nordau : Degenerazione ; Milano, 1893; Voi. I, p. 96. — 88 —
(li atteggiamenti psichici piil persistenti sono quelle che, nel reciproco
concorso, si manifestano le migliori. Ecco pertanto che l’associazione vaga di
un dato stato emozionale con una certa sensazione presente, si risolve in un
rafforzamento dello stato psichico, in un accrescimento del suo valore, operato
da tutti quegli elementi ereditari ed acquisiti che rappresentano l’espe¬
rienza della stirpe, così spesso rivelantesi nella sua istintiva affermazione
immensamente superiore alla jdc- cola esperienza — detta scientifica — fiicente
capo ai soli dati della coscienza e della elaborazione razionale. Così vediamo
accennarsi l’importanza del colore, come tonalitiì generale del dipinto, del
colore per cui si hanno inesplicabili simpatie od antipatie, in cui tro¬ viamo
concordanze o discordanze misteriose con parti¬ colari disposizioni
sentimentali, a chiarire nell’ opera dell’artefice qualche cosa che si si)icca,
come espressione, dalla parte puramente sensoria di essa, con ellìcacia più o
meno avvertita, raccogliendosi intorno a un certo stato deH’anima del
riguardante. Una tonalità sensoria che ha corrispondenza con una tonalità
emotiva o con una tonalità intellettuale. Noi siamo fatti persuasi ormai come
1’ opera d’ arte si avvantaggi d’una insolita energia di significato, quando il
soggetto si accordi perfettamente con questa condizione di cose. È il richiamo
vivo del genio della stirpe, su dalle profondità dell’incosciente, a
fortificare ed integrare la percezione di un dato concreto attuale. Aggiungasi che
l’obhietto, la rappresentazione artistica, ha nece.ssariamente carattere
sintetico; e, nella sintesi eonf'isa, noi intravvediamo pure l’apparizione
antici¬ pata delle possibili concrete future determinazioni della realtà. L’ «
anello del Doge », il celebre dipinto di Paris Bordone che trovasi
nell’Accademia di V^enezia, si stacca — 89 — (lattli altri capolavori che lo
attorniano, per la diffusa tonalità generale del colore : un rosso porpora così
in- ciiiùto che vi porta sui confini della niassinia potenzia¬ lità di questa
più forte vibrazione del prisma, a pre¬ sagio quasi di un ultra-rosso o,
meglio, di un pre-rosso liaTenante allo sforzo della immaginazione sensoria. Or
chi 8a])rel)be dire quanto, a crear la sensazione viva della magnificenza della
dignitù della forza di un popolo libero, giunto alla dominazione ed alla
ricchezza attra¬ verso Tesercizio delle civili virtù l’osservanza fiera del-
rordino la pratica dell’ardimento e dell’accortezza, giovi in (juesto dipinto
1’ accennata tonalità caratteri¬ stica del colore nel suo i)erfetto accomodarsi
con la so¬ lennità onile si «lispongouo lo figure, fra la gloria delle
architetture cittadine, alla celebrazione del rito tradi¬ zionale, le nozze del
Doge con la laguna ! O non forse si risentono per l’eco lontana le libre che
presso gli antenati nostri delle epoche preistoriche commovevano al culto di un
dio terribile e potentissimo, distruttore e benefico, i rossi bagliori
dell’incendio avvampante per le foreste o gli accesi profondi rillessi della fiamma
nelle caverne, di notte, a difesa degli uomini veglianti contro le belve
minacciose all’intorno I Così fu notato dagli ammiratori del Delacroix (io non
lo conosco se non attraverso qualche stampa) che da lungi, prima che si sia
avvertito il soggetto del dipinto, la tonalità generale del suo coloro
annunzia, conden¬ sandola, l’impressiono che dal soggetto medesimo sarà per
derivare. Ed a proi>osito del « Naufragio di ]3on Juan» scriveva Tluiophile
Sylvostre: «egli persegue fra l'azzurro c il verde l’immensità del cielo e del
mare, fa risaltare il rosso come suono di trombe guerriere, e trae dal violetto
dei pianti sconsolati ; per queste vie il dipintore ritrova nel colorito i
canti di Mozart, di Beethoven e di AVeber » (1). Così, quale arcano rapporto
fra il carattere di affet¬ tuosa couteiuplazione proprio dello fifrure dipinte
da Gentile da Fabriano o, meglio ancora, dal Beato da Fie¬ sole, ed il colore
che vi appare dominante T Eppure, trionfano in Gentile l’azzurro chiaro e il
rosa chiaro : il primo, scomposto, dA verde e violetto ; il secondo, giallo e
violetto. E l’Angelico, in cui le cose lontane sono di¬ pinte azzurrine, in cui
i cieli sfumano in bianco deli¬ catamente con una prospettiva dell’ azzurro
ignota ai trecentisti, è il primo fra gli artefici della Rinascenza che, con un
senso maraviglioso dei rapporti cromatici, abbia penetrato i segreti del
violetto, così contesi tut¬ tora a gran parte degli stessi pittori moderni, ed
abbia valutato l’importanza delle degradazioni delle tinte af¬ fini verso
(piesta più blanda e languida fra tutte le vi¬ brazioni del prisma. Certo,
quando la natura è nella massima continuità di calma, cosparge lievissimamente
di viole ogni oggetto d’intorno. Certo ancora osserva con ragione il Tumiati
che nell’ opera dell’ Angelico, « dove è il riposo, dove il passo è lento,
l’attitudine estatica, il pittore trova forme d’incanto » (2). Ed ivi è una
delle funzioni specifiche dell’arte. Far Hentire, attraver.so le forme, con
nuova intensità la vita. Trarre da una raffigurazione concreta il cumulo di de¬
positi psichici incoscienti, ereditari od individuali, e delle sensazioni e
delle emozioni e delle idee più o meno vaghe ond’ è costituita l’integra
jiersonalità del¬ l’uomo in un dato momento della sua esistenza, per convertirlo
in un viodo od in un atteggiamento unico (1) Kieurdato d.al A’ùron : ()p. eit.;
p. 293. (2) 1). Tumiati: Frale Anijeìieo; Firenze, 1897; pag. 100 e 102. — 91
rlellft personalità stessa, avente qualche maggior chia¬ rezza e distinzione, e
perciò meglio plasmato a fruir della vita la più grande quantità di ricchezza.
« • Al qual proposito ci sia lecito ricordare la parola semplice ili Antico. Il
Lomazzo, ingenuo ilicitor di arte e non vigoroso pittore, ma neanche
disprezzabile diramazione del grande fiume Leonardesco, così accennava ad
alcuni rapiiorti fra la tonalità generale della colorazione di un dipinto, e il
vago stato emozionate che ne deriva. Nel suo Trattato della pithira, dove
ricerca gli effetti che cavsano i colori, egli spiega : « Perchè tutti i colori
hanno una certa qualità diversa fra di loro, causano di¬ versi effetti a
chiunque li guarda... Or per cominciare, troviamo che i colori neri, lucidi,
terrei, plumbei, ed oscuri generano per gli occhi nell’ animo, riguardante
della (tualità loro, la quale non è altro che tristezza, tardità, pensiero,
melanconia e simili. I colori neri, verdi, di color zafliro, alquanto rossi, o
oscuri, di color il’oro mischio con l’argento, cioè flavo, rendono soavità e
giocondità. I colori rossi, ardenti focosi, o flammei violacei, purpurei, e di
color di ferro ardente e di san¬ gue causano spirito, acutezza nel guardare, e
quasi in¬ ducono fierezza ed ardire svegliando la mente per 1 oc¬ chio non
altrimenti che il foco. I colori d’oro, gialli e purpurei chiari e più lucidi,
fanno l’uomo intento al guar¬ dare, e rendono grazia e dolcezza. I colori
rosati, verdi chiari, e alquanto gialli rendono piacevolezza, allegrezza,
diletto e soavità. Il color bianco genera una certa sem¬ plice attenzione quasi
più melanconica che altrimenti. Ultimamente tutti gli colori ineschi, diversi
fra di loro, danno vaghezza, varietà, e quasi inducono negli riguar¬ danti
copia di bizzarria. E queste sono le qualità dei — 92 — colori per le (piali
nel compartirle bisogna aver consi- (lerazionè, come si è detto, acciò che non
si facciano terremoti insieme e confondano gli occhi ». E in altra parte
dell’opera lo stesso autore ricerca « a quali sorti di genti convengano
particolarmente i colori », e vi manifesta, per esempio, il giudizio che « i colori
rosati, verdi chiari, ed alquanto gialli, ed i chiari turchini, ed altri così
fatti, si appartengano a ninfe, giovani, meretrici e simili. » (1) Or non
vogliamo negare che queste ultime designa¬ zioni siano evidentemente
imperfette, semplia "Anzitutto, la formula pura dell'amore sessuale
esclude, a nostro giudizio, il dissidio e la lotta : dissidio e lotta si
riferiscono alle circostanze, il vero momento amoroso li esclude. In secondo
luogo occorre notare che se lu- uegabilmente l’amore (e con esso la simpatia)
discendo dalla sessualità, fe però anche indiscutibile che le ma¬ nifestazioni
più idealizzate e più complesse e piu re¬ centi deiramore, larghissimamente
inteso, tanno capo ad una derivazione antichissima dalla sessualità stessa,
cominciarono senza dubbio a ditlerenziarsi nei tempi della sessualità preumana
; — d’onde 1’ albero genealo¬ gico dei sentimenti, delle disposizioni etiche,
delle atti¬ tudini alla scelta sensoriale ed intellettuale sulla base del
piacere, potò già, alle origini della umanità vera c propria distaccatasi dalle
precedenti lorme antropoidi, segnare le diverse distinte, se anche rudimentali,
rami- licazioni, mentre il tronim centrale dell’ amor sessuale continuava a
vivere per conto jiroprio. Così avviene che l’arte, quantunque non piìi in di
retta e necessaria dipendenza dall’amore, sessuale, rap¬ presenti nella società
ciò che quello rappresenta nel¬ l’individuo. L’uno dei tliie dati fondamentali
della] vita di ogni organismo, il fenomeno della riproduzione, trac da essa l’ultima
sua signitic-azione sociale ; come trova nell’ industria l’ultima sua
derivazione l’altro di questi — ]00 — duff dati loiidaiueiitali della vita, il
feuouieuo tìsiologico della nutrizione. È noto. Non v’ i esistenza che s’aggiri
fuori dai due termini irreduttibili rappresentati dal pane e dal- Vamorc. Vero
: si può, astraendo, restringere ulterior¬ mente ; la nutrizione è una
riproduzione interna ; la riproduzione è una nutrizione che si esteriorizza. Ma
intanto il processo organico interiore si svolgo nella di¬ rezione
dell’egoismo, fino a ciò che costituisce il carat¬ tere grettamente utilitario
delle tipiche civiltii indu¬ striali ; mentre il processo organico esteriore
genera la simpatia, d’omle, fra gli altri prodotti, la floritui’a del¬ l’arte,
e la solidarietà, d’onde un’etica piti larga e jta- cifica, — un equilibrio
sociale maggiore, una maggior diffusione di gioia. Arte ed amore, pertanto,
sono in una segreta diretta reciproca corrispondenza. L’amore non è forse, fra
l’altro, confidenza in se stesso, e fede, e, nella disperazione medesima,
illusione d’nna possibile pienezza di felicità ì Ebbene, commenta il Tarde, è
privilegio dell’arte il suscitare in noi dei sentimenti che nella vita e nella
logica sociale soddisfano precisamente allo stesso com¬ pito che nella vita e
nella logica individuale è affidato all’amore. V’ ha di più. Il sentimento
artistico ò un’«- more collettivo, che si compiace di essere tale. Spesso
purtroppo, quando taluno è innamorato di una donna ch’egli sa amata da altri, soffre
di questa comunione ; invece qualsiasi spettatore in ammirazione di un dipinto,
([ualsiasi uditore nell’atto di aiiplaudire un poema] od una sinfonia, gode
quando si accorge che la sua ammi¬ razione è condivisa con altri. L’ arte è la
gioia sociale, come l’amore è la gioia individuale (1). (1) Takoe: Ln loyitjitc
sociale-, Paris, 1895; ii. tìl. - 101 Il Souri:iu iiiiso l)eiie in
(‘-vitli'iiza il prota^sso l’eniozioue estetica attraverso l’opera d’ arte. L’
atten¬ zione ò richiamata; si lissa. Il fascino .lell’opera d’arte esclude la
i)resen/,a di ojjni altra sensazione (^sciente, tino al inonoideisino, fino a
una sorta di ipnosi. Dopo di che il contennto e la forma deH’ojiera stessa si
ini padroniscono completamente dello spettatore e {ili snj;- geriswmo quel solo
stato d’ animo che è la risultante del momento estetico creativo e della
organica costitu¬ zione del medesimo spettatore. Ipnosi e suggestione, sorto
forme particolari, ecco due procedimenti (laratte- ristici dell’arte (1). Ora,
è fatto d’esperienza quotidiana, che il compia¬ cimento estetico dinanzi ad una
grande opera d’ arte è turbato dalla disattenzione ilei presenti o dalla loro
di¬ mostrata inettitudine a comprenderne l’alto signitìcato; jier contro lo
stesso compiacimento si rende più acuto e si celebra in una esiiansione piena
di gioconda attet- tnosita, (piando 6 condiviso con persona che comprende,
es.sa pure, ed ammira ; la suggestione e accresciuta per il riflesso reciproco
di una psiche nell’ altra, la perce¬ zione 6 più sottile e complessa per il
contributo che ad essa porta ognuno dei due, comunicandolo al compagno : — e
spesso, purtroppo invano, dinanzi all’opera d’arte e per l’eflicacia sua si
acutizza fino allo spasimo il de¬ siderio tormentoso dell’amica o della
compagna lontana, annegandosi poscia la momentanea esasperazione in una
dolcezza languida, in una tenerezza infinita ; — oppure si va in cerca
dell’amico, o, in una vera opera di apo¬ stolato, si attende a creare col
ragionamento e con la persuasione, i comprenditori perfetti della nuova
bellezza. Per queste vie si allarga il desiderio e il bisogno di amare e di
simpatizzare ; ed anche, in realtà, si estende (1) SocBiAU : Ln siif/geslion
daiis Vari; Paris, 1893. — 102 il ilomiiiio (l’anioro. Miill:i i Frate Ginepro.
Hiassumiaiuo. È inane ogni tentativo di costrune l’edilizio di una morale
scientilica, tanto come sistema, quanto come giu¬ stificazione di un ideale
qualsiasi. Altra cosa f» la scienza della morale o dei costumi; ma non bisogna
confondere la morale con la filosofia della morale. Xon basta : noi domandiamo
pure una filosofia dell’azione che sia qualche cosa più di un sem¬ plice
naturalismo od evoluzionismo obbiettivo. Anche la ragione è prima un prodotto
che un fat¬ tore ; e, come jirodotto, non v’è maniera di distinguerla da tutti
e da ciascuno degli altri lati della persoualitiV, i quali tutti si
equivalgono, non solo, ma non possono .sensiliilmento discordare fra loro senza
che la compat¬ tezza organica di quella ne sia offesa. Quanto metodico ci deve
porre sempre in gran diffidenza : quanto è troppo razionale cela il pericolo _
1(W — che iilla realtà si sostituisca il concetto, all’ulea la lor- mula Di nn
positivismo g:enerico si « tatto troppo s„reco ai nostri giorni : -li nn
naturalismo, di un evo- Inzionismo professato nei lihri per estensioni logiche,
cioè, formali, da principii generali, cioè da astrazioni della intelligenza, è
materiata la nuova metatìsica ondo ci affliggiamo. Gomunque, alla vita ed all’
azione poco soccorre la pallida luce del pensiero, da sola. D’altra parte, la
scienza stessa non ha che un modo di iirocedere, cioè di essere, e questo 6
oltrepassare i proprii acquisti. Aggiungasi: i cosidetti postulati scien-
titìci sono alla loro volta un puro atto di fede per la enorme maggioranza di
coloro che, li invocano, cioè per quanti non hanno, ani fatti e sulle cose,
ripercorsa la via al loro raggiungimento. Perciò il vero scienziato, che sa che
cosa- vuol dire inventare e scoprire, riconosce largamente l’aiuto che alle
fatiche sue è recato dal¬ l’istinto, dall’intuito, dall’ispirazione, dalle
illusioni, da talune oscure premonizioni, insomma da tutta mia sene sterminata
di disposizioni antilogiche, antisistematiche, estraraziouali. In ogni caso,
come si esprime una autorità non so¬ spetta, PEspinas, ogni dispiegarsi dell’
azione suppone una fede : il presente è tatto di ciò che più ferinaniente fu
creduto nel passato ; e così 1’ avvenire sarà tatto di ciò che ora più
fermamente si crede (1). Il preconcetto e l’intuito governano la condotta più
specificamente umana. Quello rappresenta l’elemento conservatore, questo 1’
elemento progi-essivo ; il primo la specie, il secondo l’individuo ; l’uno il
fattore eredi¬ tario, l’altro la variazione o la variabilità. (1) EsPiNAs ;
Philosojìliie sociale du XVIII siècle ; PaiiS; 1898; p. 14-1.'». La certezza pratica è fatta tl’ altra
soatauza che la certezza teorica. Essa tiou può dipeudere da una Alo- sofia
della uatum o dell’ esistenza, perchè domanda la iiropria e(iuivalenza_con
l’atto, come il pensiero non può dipenderò ilalla parola, che n’è il segno. La
certezza iiiorale deve ricercarsi in un adattainento immediato alla realtii,
non i)uò essere dedotta da alcuna ideo logia. L’etica, la morale, sono la vita
stessa. Un grado di evoluzione, che ci emancipi ahiuanto dalle esigenze fon¬
damentali della esistenza, atteggia pure subito 1’ etica ad espansione, a
generosità, a bellezza. Per le quali vie si raggiunge il maggior grado di
felicità che ci sia con¬ sentito. La felicità è uno stato del cuore : verso di
essa si dirigono con uguale tensione il pensiero e la volontà. E le condizioni
di felicità, i mezzi per moltiplicarne gli elementi ci sono dati ilal
convergere di altre energie psichiche verso la nostra, e della nostra verso
(pielle. D’onde il significato etico dell’ amore, e la trasfusione di questo
neH’arte. Di granfie importanza è la considerazione del dominio dell’
incosciente. Ogni posizione veramente miova pro¬ voca il richiamo della
coscienza. Ma siccome 1’ azione cosciente esige l’uso di speciali energie e le
consuma, tutto ciò che a mano a mano passa nei territori del- 1’ automatismo
accorcia il cammino verso 1’ azione mi¬ gliore, più eletta, jfiù ricca di
contenuto, consente nuova forza per nuovi concorsi della coscienza nell’ opera
di nuove conquiste. Cosi, reso omaggio al valore dell’incosciente, è chia¬ rita
la jmsizioue della coscienza. Anticipare, con una riliessione prematura, sui
moti istintivi della vita che ricerca sò stessa, è pericoloso ; far intervenire
1’ elabo¬ razione mentale alloi’quando l’allermazione tlella vita è — no —
iatiutivauieute sicura, è ozioso o nocivo ; ma il altro canto la generale
«amsapevolezza che si acquista della uronria esistenza, iie intensifica il
significato. Le due funzioni, quella del cosciente e quella dell’ incosciente,
sono, in una determinazione pratica di valori, recipro¬ camente complementari.
E 1’ arte si trova ipii, nel suo proprio campo, a ri¬ cercare e ad atlorzare,
attraverso la gioia autonoma della bellezza, tutti i valori dell’incosciente
che si aggi¬ rano intorno e sotto ad un più o meno definito stato di coscienza,
— ed a portare alla superficie di una certa consapevolezza quanto è indistinto,
confuso ed amorfo iu una condizione psicliica di relativa o preva¬ lente
incoscienza. Questo è, riassunto, ciò che finora abbiamo tentato di chiarire a
noi .stessi ed al nostro lettore. Ne scaturisce, se non andiamo errati, la
sensazione viva della convergenza, iu unitii di risultati buoni, di tutti gli
elementi che costituiscono la personalità umana, se anche operanti con
autonomia, pur che schii tto libero sincero e virile sia il lor procedere
all’atto. Arte e scienza, pensiero e sentimento, verità, amore, bellezza,
bontà, ci appaiono ogni volta meglio distinti sol per coimnlo di esposizione
verbale. La vita piena e rioca li confonde, per la felicità umana, in un ab¬
braccio solo. Leggo ora nei « Fioretti » di 8aii Francesco ; — ; e non avrei
potuto attendermi preparazione più felice di iptella che il e.aso mi aveva
concessa. •Ma .se fiori fossero stati ! 1 fiori erano invece il più menzognero
dei pretesti ! Una diecina di carrozze sfilanti per un viale e riconi- jiarenti
con imperturbabile periodicità nello stesso luogo ogni diecina di minuti. Di
queste carrozze quattro o cinque recavano grandi stemmi : occorreva che fosse
ben signifhiata la nobiltà di quei signori ; — i quali erano aristocrazi.a ili
fronte ai jiossessori ed agli usu¬ fruttuari delle carrozze rimanenti. Ma tutti
insieme apparivano in modo visibile aristocrazia dinanzi agli sjiettatori. E
questi si coni piacevano in altrettante ari- — in» — stofiazitó alla l'>r
volta, in ragione del minierò dei saluti rlie si seainbiavano con gli
scarrozzanti; ed erano poi !livisi in particolari e ben deliuite gerarchie:
«palco (Ielle autorità », aristocrazia di fronte al «palco d’onore» al «palco
delle patronesse»; ina aristocrazia pur (inesti per i palchi di non invitati,
jiaganti, distribuiti iiiline secondo una scelta ulteriore, quella del prezzo
pili o inenn elevato. Insoinina, fra un migliaio di pro¬ vinciali, non uno ve
n’ era che non rappresentasse in (pialche modo un po’ di aristocrazia in
confronto di (pialcun altro. L’iinieo veramente plebeo ero io,— che attendevo
iiigennamenti' la festa ilei fiori dove era l’arcobaleno di tutte le jiiccole
invidie, racchiuso fra i (liu* limiti e.stremi della perfetta miseria e
dell’orgoglio momentaneamente soverchiatore. D'altra parte, mi [tareva che quei
signori dallo stemma, quelle dame del «paleo d’onore» avessero molta
rassomiglianza con altri veduti in altro luogo. Kcco ; sovviene il ricordo !
Freme lo spirito innalzato ])er virtù iramore a comprendere la «gentilezza del
morire» con 1’ultimo canto d’Isotta. Il maggi r teatro d’Italia accoglie gli
siiettatori. Or quella parte del imb- blico a cui sono concessi i posti più
comodi, e che ama credersi pii» colta e civile (poiché senza dubbio sfoggia — e
non é male — la migliore eleganza di abiti), al ]>rimo accennare di quelle
meraviglie sente il bisogno invincibile ili alzarsi (volge infatti al termine
lo spettacolo) e, con grande rumore di sedie mosse e di passi affreitati, si
dirige alla porta, come se si trat¬ tasse di evitare ansiosamente qualche
arcano disastro. La fuga mi impensierisce : Isotta non e.sala più l’amor suo
per me. (’onsidero invece il pietoso disagio di un tinddo, musicista e critico
dei salotti jicr bene (doppia¬ mente aristocratico, quindi), restìo egli
jinrc'^'al buon •senso, ma con qualche superstite ossequio ad un’ ima- 120 —
('iue teorica «li risj)etto per 1’ arte. (Jostiii iioii osa al¬ zarsi ; tuttavia
aneli’ ejrli è assillato «lall’ irresistiliilo bisogno (li provvedere alla
propria uscita. Lungo tutto il canto d’Isotta egli armeggia faticosissimamente
col suo soprabito (procurandosi l’irritazione tipica acutis¬ sima dell’ozioso
conato), nell’atto di tentar vanamente d’ imbroccare, col braccio male piegato
fra la schiena e lo spalliere della poltrona, l’apertura della manica; — mentre
poi la fiwjcenda gli riesce assai agevolmente appena, chiuso il telone, puii
con libera volnttii alzarsi in piedi, risolvere d’ un sicuro «!olpo di braccio
tanto ilisagio, ed andarsene. Ma non mancava chi protestasse. K talora vidi
anche i protestanti riuscir, con la forza delle loro manife.sta- zioni, a
comprimere la sconcia ottesa al miraisolo del genio, facendosi rivendicatori
energici delle ragioni della bellezza, in un impeto caloroso di sdegno e di
amore, che era non fallace e mirabile indizio di comunione spirituale fra.
l’opera «l’arte e il pubbliC/O suo, vera¬ mente mio. Proteste isolate, «pia e
h\, nei posti migliori del tea¬ tro ; unanimi invece, o «piasi, fra quell’altra
schiera di spettatori, in alto, che documenta il bisogno grande ed intimo e
puro «li una estetica jiace spirituale coltivato lungo le giornate
interminabili di un lavoro macehinale mal retribuito, — che documenta questo
bisogno, di¬ cevo, col danaro, tolto forse a «pialc.he jiarte di altri bisogni
più elementari della esistenza, onde è «compe¬ rato allo spettacolo un posto di
disagio e «li imperfetta jiercezione. E fra costoro è la plebe ; — «mntio
l’aristocrazia «logli altri. La plebe «lei partiti [«olitie.i avanzati, dei
volgarissimi comizi, dei conati delittuo.si di sovverti¬ mento politico e
s«)ciale; — contro, per esempio, l’ari¬ stocrazia morale di «ibi economizza il
coraggio civile — 121 — ftuioiulo ogni 4 Uivrto d’ora apiìcllo alla polizia ;
contro l’aristocrazia intellettuale di chi teme le novità-gridainlo all’eresia
ove non è liiopo couinue o frase di maniera ; contro l’aristocrazia
sentimentale arte 10 stradale via per i boschi : l’Amiata, solenne, è di
fronte. La folla ai accalca all’uscita, stringendosi intorno a me, dui debbo
lasciar (piella terra e n’ ho una lieve malinconia : molti vecchi, molte donne
d’ogni etiì, con¬ tadini la maggior parte, lavoratori quasi tutti. 15 una indicibile
cordialità di saluti gentili; un mormorio dif¬ fuso, iiieno di affabilità e di
cortesia. A un tratto, un grande silenzio. Si ritrae la folla, jier dare
spazio. Un liontadino sui trent’ anni, dal viso asciutto, con atteg giamento
grave, e quasi inspirato, si avanza, si toglie 11 cappello e, ritto su la
[lersona, innalza con voce aperta, limpida e s(piillautÌ8sima, un cauto. È
l’improvvi.sa- zione del poeta: sono gli stornelli del saluto, apiuo- priati
alla circostanza. 15 gli altri, immobili e race.olti, rendono omaggio alla
virtù del compagno loro, com- piae-endosi nella espressione adeguata del comune
ben volere verso l’ospite che se ne va. Termina il canto; e il saluto si
risolve e si fonde in un lungo applauso. Mentre la (jarrozza dis(!eude rapida verso
la valle, si — 122 — atteuiiJi la voce ilei paese: tloiiiina, a i)Oco a poco
nnico, l’Amiata sileute. Audio questa, dicevo, uou sardibe aristocrazia. * • Ma
die cosa sarebbe dunque aristocrazia 1 11 pro- bleiua uou è ozioso per noi,
perché la nostra «ricerca della felicitò », proposta all’individuo, che riceve
modi e forme da altrettanti prinxiipi (chiamiamoli così) rùm- iiosciuti
ciascuno per ciascuno iusuftìcieuti, che si ispira alle ragioni della bellezza
ed al libero alfe.rmarsi del¬ l’amore, pone, senz’altro la differenziazione e
quindi l’elevazione dell’ individuo, cioè la giia afférmazione aristocratica.
D’altro cauto, mentre la ])rodamata limi¬ tazione e sorpassabilitA dell’etica
tradizionale sembra scioglier!' l’uomo da ogni vincolo interiore ed abbando¬
narlo al ano talento concepito come una facoltò assoluta¬ mente autonoma, — via
via che l’individualità si aflérma con maggiore evidenza, si manifesta anche
una disim- sizione nodalmente antagonintiea, da cui deriva una con¬ cezione
della vita affatto ojiposta alla nostra. (riova quindi affrontare questo
iiroblema. Chi scrive di cose che riguardano la condotta umana non può non
riflettere la nozione intiera eh’ egli ha jiotnto formarsi dell’ esistente. Ma
dar conto adegnato del generale e di tutti i particolari è impossibile. Si è
condotti lìorciò ad accennare al generale ed a saggiare questo sovra qualche
particolare più o meno definito. Sarebbe come la dimostrazione sperimentale
dell’as- snnto. Chi legge può trovare ivi il metodo e fare per conto suo
altrettanti esperimenti sovra particolari di¬ versi. (tra noi, e per’la stretta
connessione che il modo di sentir# il tema nostro ha con queste ilottrin# con-
sviluppi) notevole ila esse preso neil’iuiiuio ili molti entusiasti e di molti
ingenui, vo¬ gliamo indagar hrevemente quanto della filosofia del dominio,
della forza, del superuomo, dell’amoralismo, (lell’aristoerazia, si regge di
fronte alle esigenze prati¬ che ilella minore disgrazia o del più sopportabile
dolore, ed ai criteri superiori della bellezza e del gusto. Kitorneremo dopo,
nelle parti successive del libro, a completare la nostra costruzione in
un’opera positiva (li afi’ermazione, liberati da critiche e contese. Jla
intanto a molte domamle dovremo prima, almeno implicitamente, rispondere. Per
esempio, l’energia individuale, può essere coll¬ usa con l’egoismo! Non v’è un
egoismo costruttivo di fronte all’egoismo distruttivo? l/iiomo si eleva nel
l’isolamento: o il commercio coi proprii simili non è il miglior modo per
giungere alla più larga e profonda comprensione della vita ? La in-eoccupazioue
del proprio dominio è segno di forza o di debolezza ? Opprimere è fruire di un
determinato oggetto? L’inilividuo che si dilìerenzia può lagnarsi di non essere
comju’eso ed apprezzato ? È legittimo trarre dalla inopria difi'eren- ziazione
un giudizio d’inferiorità altrui ? La differenza è necessariamente ostilità ?
La negazione degli « accordi superficiali », patrocinati dai deboli e dai
furbi, è affer¬ mazione necessaria di guerra! Quanto vale la rassegna¬ zione!
Quando l’indulgenza è inferiorità? Bene amare non è cosa .sommaiueiite
difficile, e quindi elemento notevole di distinzione? Bisogna sempre lottare
per il diritto! Indugiar.sijnella ])ropaganda è debolezza? Te¬ mere le
rivoluzioni è forza! 11 successo e le probabilità del Hucces.so non sono
criteri per giudicare della volontà e della intelligenza !J 1 cosidetti «doveri
di società.» fanno della buona aristocrazia ? Il senso della bellezza non
rinnega l’autorità f ì? possibile che lo spirito di — 124 gritna8si I » — 125 —
Ma in questo i)uiito Zarathustra iutemippe il pazzo furioso e s:!’ chiuse la
bocca. « Ma 1ÌUÌ.SCÌ (luiiqiie — esclamò — da lungo tcmi)o mi fan stomairo il
tuo discorso e il tuo contegno ! « Perchè dimorasti così a lungo nella palude,
sì da diventare tu stesso un ranocchio od un rospo! « Non scorre forse anche
nelle tue vene un sangue fangoso, putrido e bavoso, che ti fa gracidare e
bestem¬ miare in tal modo! « Perchè non ti rifugiasti nel bosco ! O non al asti
la terra! Non è forse il mare rijiieno di verdi isolette! « lo disprezzo il tuo
disprezzare: e se tu ammonisci me, perchè jirima non ammonisti te stesso!
«Dall’amore soltanto deve uscire il mio disi»rezzo, l’uccello auguralo: non già
dal padulel « Ti chiamano la mia scimmia, o pazzo furibondo : ma*io ti chiamo
il mio maiale grugnente: col tuo gru¬ gnire tu mi guasti Pelogio_della pazzia.
« Che cosa ti fece i»rima ginignire ! Il conoscere che nessuno ti adulava come
speravi : — presso alle lordure sedesti per aver un pretesto a grugnire. « Un
pretesto ad una lunga vendetta! Giacché ven¬ detta, 0 pazzo vanito.so, è la tua
bava : io t’ ho letto nell’anima ! « Ma il folle tuo discorso mi dà noia anche
quando hai ragione ! E quand’ anco la parola di Zarathustra avesse le mille
volte vagirne, tu con la mia parola com¬ metteresti semime un storto.' » Così
parlò Zarathustra; poi considerò la grande città, sospirò c tacque a lungo,
lutine così disse : «Anch’essa, (]uesta grande città, e non solo questo pazzo,
mi muove a fastidio. Nè 1’ uno uè l’altra sanno farsi nè migliori nò peggiori,
«Jjuai a questa grande^città ! Vorrei già vedere la colonna di fuoco che la
incendierà I — 126 - « Giacché tali coloune devono precedere il grande
meriggio. Ma ciò ha il sno tempo e anche il suo'fato. « Pnr questo insegnamento
dedico a te, o pazzo, prima di partire : «Quando più non si può amare bisogna
andar oltre ! » Così parlò Zarathustra; e abbandonò la grande città ed il pazzo
(1). 1 { i d - .. ^ (1) Nietzsche: Vosi parlò ZuratìatHra ; P. III. Di ciò di’è
\ passeggierò. Tr. ital. ; 2 Ediz. ; Torino, L’ ai istoeiazia nell’ arte
SomiuBrio. — It. AIkocanismo biologico oella vakiazione E LA BELLEZZA - II,
PROCESSO DELLA INDIVIDUAZIONE NELLE KOU.ME DELL’ARTE - L’ArTE POPOLARE - I
LIMITI DELLA VARIAZIONE ^ LE ESIGENZE OBBIETTIVE DELLA CREA¬ ZIONE ARIWTICA.
Giova alleile qui, ad indagar le ragioni della aristo¬ crazia e quelle non meno
forti della democrazia, far capo ai dati dell’estetica. E conviene cominciare
da una, forse la principale, delle radici biologiche della bellezza. II
meccanismo della variazione per cui si determi¬ nano tutte le specie animali e
vegetali, procede per successive difterenziazioni di individui, che si accumu¬
lano per eredità, facendo sempre più divergere rispet¬ tivamente le stirpi
provenienti da un ceppo comune. Meccanica, istintiva, e talora cosciente
(secondo i casi), questa tendenza dell’individuo a distinguersi dagli altri
esseri della sua specie, è intimamente collegata con la funzione più alta e più
essenziale dell’individuo : la conservazione e la riproduzione della specie.
Wal. lace, Darwin, e gli altri che vennero dopo, dimostia- — 128 — rollo ohe
qaesta teudcuzii iioii ha soltanto un valore imlividualo, ma ha più larga
importanza, perchfe uno dei primi bisogni di qualunque specie sarebbe quello di
manteuersi separata quanto meglio è possibile dalle specie più prossime.
Orbene, Lucien Bray, in un libro che merita ili es¬ sere letto per la sua
originalitù ed elegante chiarezza, atterma che in questa temleuza a
distinguersi propria degli individui di ogni specie vegetale ed animale biso¬
gna ricercare 1’ origine delle qualità di forma, di colore, di disegno, che
costituiscono per noi gli elementi della bellezza degli esseri. Perchè i dori
dispiegano i loro petali colorati ! Perche ciò serve a metterli in maggiore
evidenza fra i loro vicini, richiamando sovra di essi l’attenzione degli
insetti i quali più facilmente sono indotti così a portare inconsapevoli il
polline feconda¬ tore dall’uno all’altro. Perchè il pavone apre il ven¬ taglio
suo dai mille occhi iridati, il fagiano lampeggia nei sùbiti arricciamenti la
porpora e l’oro de’ suoi col¬ lari e delle>ue creste, il rosignuolo sospira
le note più languide e dolci del suo canto mattutino i Ciò accade perchè
l’individuo che ha i colori più vivaci, le note più acute o gli accenti più
soavi, troverà più agevol¬ mente alla fecondazione,^all’amore, cioè alla
conserva¬ zione della specie, la compagna che gli occorre. Così il Bray ; e noi
non vogliamo nasconderci quanto nella osservazione può essere di impreciso e di
troppo generico. Certo, non si può prendere ogni cosa alla let¬ tera,
trasportando i giudizi nmnni di bellezza a rapporti di vita ai quali è estranea
una qualsiasi emozione este¬ tica negli esseri che vi partecipano. Trattandosi
di dori, per esempio, siamo noi che avvertiamo la loro bellezza;
liresnmibilmente non gli insetti che su quelli si i»osantf. Così possiamo
concedere che il bellissimo verde metab lice delle elitre di una Calosoma
sìvophanta giovi corno — 129 — segno di riconoscimento nella ricerca reciproca
degli individui appartenenti ai due sessi, correlativa alla fecon¬ dazione, e
quindi il maggior splendore di un individuo elevi, con la percezione, il tono
vitale dell’altro che lo ricerca;—ma sempre nella stessa classe degli Insetti e
nello stesso ordine dei Coleotteri, non dubitiamo che, per esempio, la bellezza
di un Varabus o di una Cicin¬ dela la giudichiamo tale con criteri in gran
parte esclu¬ sivamente umani (simmetria, snellezza, eleganza di curve,
proporzione, ecc.), mentre le loro forme così bene atte alla preda (e forse
perciò le stimiamo belle) non sono nè meno nè più coordinate con la funzione
nutritiva (anclie questa è condizione alla conservazione della specie) di quel
che non lo siano, fra i crostacei, le forme di una Saeculma, degenerate dal
parassitismo, che noi chiamiamo brutte. Ma rimane però sempre il fatto che il
processo biologico della differenziazione è parallelo e strettamente connesso
con quello del sorgere delle forme che noi ascriviamo, sia pure in un giudizio
nostro soggettivo, alla bellezza naturale. Si aggiunga infine che nelle specie
animali superiori una vera e propria scelta, istintiva o cosciente, da ])arte
della femmina sul maschio è assolutamente innegabile. Per modo che, sebbene con
qualche cautela, è lecito sostanzialmente asserire col Bray, che nelle specie
vege¬ tali e nelle animali inferiori le complesse ed indistinte necessità della
conservazione della stirpe, nelle specie animali superiori il bisogno di
riconoscimento, e, ad un grado più elevato, la scelta sessuale, sono verosimil¬
mente le sorgenti più dirette della bellezza. Con ragione il Bray nota che
presso l’uomo questa tendenza alla scelta, sulla base di distinzioni indivi¬
duali, resa più complessa, come vedremo fra poco, da molti altri elementi,
diventa un bisogno, implicando così un sentimento e un’idea. Ed essa è il fondo
dell’emozione 9 — 130 — estetica, almeno per quegli oggetti la cui bellezza
(difle- renziazioiie) abbia l’origiue sovra accennata della scelta sessuale ;
dovendosi necessariamente supporre cbe il sentimento e l’idea della bellezza
non abbiano origine diversa dalle qualità per le quali l’emozione sorge e si
manifesta. La bellezza umana sarebbe dunque, almeno per gran l)arte, la
conseguenza di questo bisogno che spinge un essere a distinguersi dai proprii
simili i)er trionfare su di essi nella lotta sessuale; l’emozione estetica
rappre¬ senterebbe, sotto questo riguardo, gli stati di piacere o di sofferenza
cbe risultano dall’ essere o non soddi¬ sfatto questo bisogno; l’idea del bello
ripeterebbe il suo principio dalla constatazione di questo piacere e dalla
comparazione degli elementi cbe vi dànno origine (1). Riassumendo: principio di
individuazione, vale a dire affermazione di aristocrazia. Ed altrettanto
possiamo osservare in un percorso ulteriore, quello dell’arte. • • • La
concorrenza sessuale, la volontà di vittoria sui rivali, moveva siffatto
congegno biologico di distin¬ zione. Con l’atfermarsi e col progredire della
società, il bisogno di preminenza e di distinzione (clic rimane però sempre, comunque
specificato o deviato, un elemento decisivo per la conquista della femmina) si
manifesta in una quantità di altri casi. Altri sentimenti d’origine varia, come
accennammo dianzi, il temperamento, le abitudini, l’influenza dell’imi¬
tazione, ecc., concorrono a generare particolari ripu¬ gnanze od attrattive
verso certi caratteri di distin¬ zione a preferenza di taluni altri. A questi
stati psichici (1) L. Brav: Dii Beau; Paris, Alcau ed., 1902. — 131 — faimo
capo specialmente i fattori intellettuali e mo¬ rali dell’emozione estetica. Ed
è superfluo avvertire come all’uomo mediocremente evoluto non basti più la
percezione di una distinzione qualsiasi, perchè sorga il piacere estetico:
occorre inoltre che l’eccitazione entri nel (piailro di certe idee e di certi
sentimenti, l’influenza dei quali viene a perturbare, sotto un certo punto di
vista, ma in realtù a complicare, ad'arricchire, a raf¬ finare il meccanismo
primitivo. Ad ogni modo, complessivamente, e tenuto calcolo che questo è
soltanto uno dei lati da cui può essere tolto in considerazione il fenomeno
artistico, giova per il momento constatare come anche sotto questo riguardo si
pongano le ragioni di una cotale aristocrazia. Il bisogno di perfezione e di
superiorità., scrive il Bray, il sentimento dell’io, sono la forma sociale
dell’ originario bisogno biologico di distinzione: co.scientemente o non,
quello implica necessariamente (piesto. E nell’arte, c e abbraccia tutti i casi
di produzione volontaria del piacere estetico, la distinzione, per il suo
carattere sociale, deve ÌTi qualche modo essere una superiorità : è valuta¬
bile in senso positivo la differenza, quando ciò che la costituisce rappresenta
una quantità aggiunta alle altre che già sono nel nostro dominio: vogliamo
sempre, in¬ somma, qualche cosa di più, che sia anche qualche cosa di meglio.
Tale si presenta, a chi la consideri con qualche larghezza di vedute, la storia
delle arti. Ne diede dimo¬ strazione il Giani in nno scritto su l’aristocrazia
nel¬ l’arte, la cui tesi qui accenniamo rapidamente. Dall’originaria danza
collettiva, che non consento neanche la distinzione fra spettatori ed attori,
poiché ognuno della tribù vi ha parte, e tutti presso che sempre ad un modo, si
passa gradatamente ad altre forme ove l’elemento individuale si stacca dal
collettivo : sono i capi a cui è dato luogo e funzione di particolare ono- —
132 — rauza, sono i sacerdoti che si fanno regolatori dei riti. E poi,
cominciandosi a raftignrarc scene di che sono chiari al pensiero i successivi
momenti, si fa nna prima distin¬ zione fra spettatori ed attori. Si
distribuiscono poscia i compiti e gli ullìci fra gli attori. È sempre lo stesso
processo d’individuazione. E da questo punto si specificano, oltre il percorso
della danza originaria collettiva, le varie arti. Nel canto che da quella si
sciolse è la materia prima del l’epopea. Ed anche per l’epopea si i)assa dal
primo mo¬ mento, collettivo, della creazione della leggenda co¬ mune, —
attraverso il determinarsi e fissarsi dei vari episodi in canti per lo più frammentari
e staccati, ove l’individuo si afferma pur entro la creazione popolare — fino
al riordinarsi di questi canti nell’armoniosa unità del poema, nella qual’opera
il poeta prevale. Nò differente è il cammino che conduce al teatro no- derno.
Sorto pur esso, come già il teatro greco, dalla celebrazione d’un rito
religioso, nato dramma liturgico nel tempio, diventato lavde drammatica e
devozione tra le pie congregazioni dei fedeli, innalzatosi a fine este¬ tico e
a pubblico spettacolo nei misteri, trasformato e ricreato a rapi)reseutazione
della vita e dei costumi nei capilavori d’arte individuale. Così dalla
antichissima iconografia murale, (se anche alle origini non quella sola forma
si manifesti), riflet¬ tente un sentimento comune e un comune modo di espres¬
sione, specializzatesi la pittura e la scoltura, in ognuna «li esse il genio
individuale dell’artista potè afì'ermarsi .sempre più liberamente. E nel
Itinascimento italiano l’opera dell’artefice ha una sola norma, il gusto dei
più raffinati. L’artefice, scrive il Taine, «non segnava una linea che non
fosse l’espres¬ sione «li un sentimento personale». E poi che aristocra- f ie,a
è l’arte, nota il Giani, « può ben sorgere Leonardo — 133 — (la Vinci ad
ainiuouire (e nella frase si riverbera fiilgi- ilissima rideal Incedei tempo)
che l’artetìce ha da essere, sopratntto, un solitario ». Certo 1’ età più
gloriosa dello arti moderne è (jnella in cui « più individuale fu l’espressione
e più aristocratica la coltura » (1). Questa la tesi del Giani. La quale,
mentre viene in appoggio e quasi a complemento di quella del Bray, trova ivlla
sua volta conforto in un altro ordine di considera- zioni. „ . Avverte lo
Spencer nella sua Introduzione alla scienza sociale: « Avete ricevuto nel corso
della vostra vita una qualsiasi educazione musicale? Bicordate le fasi per cui
siete passati. Nella vostra infanzia una sinfonia era per voi un mistero, e gli
applausi cb’essa strappava agli altri vi mettevano nell’imbarazzo. Essendosi
con l’età lenta¬ mente sviluppate le vostre facoltà musicali, voi avete
cominciato a comprendere. Oggi le combinazioni musi¬ cali che prima vi recavano
poco o punto piacere, sono quelle die vi procurano i godimenti più vivi. E
riflet¬ tendo a ciò, voi cominciate a sospettare die l’indifle- reiiza in cui
vi lasciano le combinazioni musicali an¬ cora più complicate, potrebbe ben
derivare da una vostra incapacità a percepirle piuttosto che da un loro
difetto.» (2). - V L’osservazione è comune, ma essa ha il mento di suggerire il
richiamo alle manifestazioni d’un’altra legge biologica, quella che Ernesto
Haeckel chiamò leggo ontoyenetica, per la quale l’evoluzione dell’ individuo
ripete in breve tempo tutta l’evoluzione della stirpe a cui l’individuo stesso
appartiene. L’arte è atteggia¬ ti) K. Giani: Per Varie aristoeralica : Torino,
1896. Taink: Voijaye en Italie; toin. 1; ivi citato. (2) Spencer: Inlroditzione
alla scienza sociale; tr. ital.; 1887 cap. VI, p. 163. — 134 — mento della
società umana. L’individuo, "iunto alla vita in un’epoca di umanità larffamento
evoluta, segue nelle sue percezioni estetiche lo stesso cammino trac¬ ciato
dalla evoluzione sociale delle manifestazioni arti¬ stiche. Jlapprima egli non
percepisce la bellezza del¬ l’opera d’arte, se non attraverso i più comuni
stati commozionali ridesti dall’opera in ra])porto alle circo¬ stanze onde essa
si rivela. Poscia discerne i rapporti necessari da quelli accidentali. Poscia
ancora, col pro¬ cedere del tempo e più con l’aflinarsi della educazione
estetica, pur essendo sempre le medesime le forme este¬ riori impressionanti i
sensi e la mente, la commozione è susseguita da uno stato di relativ'a
impassibilità. E, dato che di una vera bellezza si tratti e che questa si
continui a percepire, in tale impassibilità più sicuro è il giudizio, l)iù
sagace la scelta, e più i)reziosa la gioia. PI questa è maggiore ricchezza,
perchè a destare i primitivi stati emozionali basta, per chi è
snfficieTitemente evoluto, il ripiegarsi su sò stesso e l’immedesimarsi con
l’este¬ riore natura in una improvvisa e facile e mobile crea¬ zione artistica
interiore, quando siasi acquisita, attra¬ verso le conoi5cenze e le esperienze
precedenti, la capa¬ cità di ottenere ciò senza l’indicazione e la guida o la
suggestione dell’opera altrui. E que.sto è progredire; e progredire meglio che
altri è differenziarsi. L’evoluzione individuale, pertanto, rifletterebbe,
(juan- tunque con aspetti esteriori alquanto diversi, ciò che abbiamo veduto
verificarsi nella più larga evoluzione della stirpe attraverso i secoli della storia
dell’umanità. Così, per ogni Iato, sia che si riguai di l’individuo, sia che si
riguardi la sjiecie, si rivelerebbe in questo particolare atteggiamento (l’arte
che nel progredire si fa sempre più aristocratica) la legge più generale della
evoluzione per cui (mi sia concesso richiamarmi ancora una volta al Giani),
lisalendo alla materia inorganica, dalla — 135 — nebulosa primitiva iu cui la
forza è latente e in modo uniforme diffusa, per successive fasi, ciascuna delle
quali è, come dice l’Ardigò, « un distinto verso la pre¬ cedente ed un
indistinto verso la seguente», si per¬ viene «a tutto un concerto di forze con
determinazioni svariatissime, manifestantisi in direzioni, velocità, pe¬ riodi
e ineguaglianze diverse» (1). • * * Dalle quali osservazioni d’ordine generale
e quasi astratto, si scende, con criteri analoghi, alle valutazioni concrete
del momento. Si discutono le ragioni di quello che usa chiamarsi pubblico. E
giustamente si alferina che per l’artista non è indispensabile folla e
contemporaneità di fautori ; « non ne occorrono a lui, come scrive il Dossi, nè
cen¬ tinaia e neppui’e ventine a un tratto ; gliene bastano pochi, uno anche,
purché siauo degni, a loro volta, di lode e purché si succedano — sentinelle
d’onore del nome suo — fino al piii lontano avvenire. La votazione per la
durevole gloria d’un artista non si chiude in quel medesimo giorno iu cui viene
proposta, ma le urne rimangono aperte nei secoli » (2). E giustamente ancora si
nota per un altro verso come non sia materialmente consentita all’opera d’arte
l’unanimità dei sntfragi. Lo stesso oggetto non può essere gradito da spiriti
radicalmente diversi. La cul¬ tura estetica é una scala senza line, di cui
bisogna salire successivamente i singoli gradini. Ma, per ogni singola realtà
concreta attuale (indivi¬ duata nel momento estetico del giudizio favorevole o
(1) Aruigò: La formazione naturale nel fatto del sistema solare; pag. 38 e 39.
(2) C. Dossi; La desinenza in A; Roma, 188t; p. XXXTV. — 13fi — sfavorevole di
quello che io chiamerei il « consumatore » di fronte ad un’opera nuova che gli
si presenti), il pro¬ blema cessa di posare nella sua schematica semplicità, e
mostra subito le sue altre facce, richiamando l’atten¬ zione sovra altri molti
elementi. E si comincia a sentir il bisogno di distinguere e di precisare. Si
avverte anzitutto come elevazione dell’arte non sia nella creazione industriosa
di i)iccoli canoni tecnici correnti in un cerchio ristretto di persone, onde
queste, distinguendosi, non per forza naturale, ma per istudiate complicazioni
di etietti innaturali, possano trarne illu¬ sione di snj)eriorità. Sarebbe
infatti ingenuo confondere la moda (sia pure la moda sublime dei più
impeccabili damerini) con l’aristocrazia, l’artilìcio con la grandezza. Quando
la cerchia di un certo numero di persone, anche intelligenti, si restringe e si
chiude, perde la nozione dell’ ampiezza sconfinata che la circonda, fa sò
regola dell’ Universo, come direbbe il Vico; ma l’Universo diventa piccolo,
piccolo. Chi ha tenuto qualche confe¬ renza dinanzi a pubblici cosidetti
intellettuali, potò farne l’esperimento. Dite francamente le cose più sem¬
plici: parrà che lanciate i più audaci paradossi. After- mate serenamente le
cose più gravi: passerete per un uomo assai spiritoso e provocherete la più
amabile ila¬ rità. Accennate ingenuamente a stupire di questo fatto: la
gioconda ammirazione per il vostro spirito si volgerà all’applauso. Bisogna
pertanto distinguere il imbblico dell’ora che volge, l’agglomerazione di un
certo numero di i)er8ono in un dato tempo e in un dato luogo, coi transitori
ijre- concetti della moda, con le storture di una mala educa¬ zione, con le
preoccupazioni conturbanti delle vicende d’ ogni natura on le jinò
momentaneamente essere di¬ stratto o traviato, con le imperfezioni di una
inferio- — 137 — rità naturale che attende a salire, — bisogna distinguere,
dicevamo, questo pubblico da quell’ altro che risulta dal piii largo consenso
possibile di uomini nel tempo e nello spazio, traverso tutte le purificazioni
dei giudizi che sono date dal confronto, dall’analisi, dalla selezione,
dall’esperienzainsommadell’/io)»o noumenon, come direbbe il Kant,
dall’esperienza accumulata per l’opera dello generazioni susseguentisi ; — quel
i)ubblico che Riccardo Wagner attendeva ed attende nei secoli per l’opera sua,
ricomi'onente l’originaria unità delle varie forme del¬ l’arte, ma
tesoreggiante tutti i risultati della distin¬ zione precorsa. E poi; v’è anche
arte che chiede folla e contempo¬ raneità di finitori; — basti accennare
all’eloquenza cd alla recitazione drammatica. V’ò arte, come osserviamo nella
bellezza dei riti, che chiede proprio una parteci- liazione diretta di folle.
Ancora: non mancano manife¬ stazioni singole altissime di arte che per la loro
imme¬ diatezza e larghezza giungono facili e sùbite alla per¬ cezione delle
moltitudini; vorremmo accennare, per dir così, alla popolarità di Giotto, di
Sakespeare e, ci si perdoni il salto, di Gioacchino Rossini. Non si può negare
infatti l’esistenza di un’ arte la quale esercita la sua azione sopra una
società iutiera, la quale racchiude in sè abbastanza di sincerità per
commuovere tutti gli uomini intelligenti, ed anche ab¬ bastanza »li profondità
per fornire sostanza alle rilles- sioni di una élite capace di scovrirne i
valori e i sensi riposti. Così non certo si vuole im^arte popolare, quando con
questa parola si intenda significare proprio un’arte infe¬ riore, che si adatti
alla generalità del momento; non si vuole formulare all’arte un precetto di
forzata cd insincera umiltà, per cui debba sempre e comunque trovare i modi
della seduzione per qualunque categoria — 138 — (li intelligenze; — in sostanza
si condanna la demagogia dell'arte; — ma neanche si vuole ammettere che l’arte
possa equamente pretendere di isolarsi dalla vita col¬ lettiva. Ed allora una
vera e propria aì-te popolare dovrebbe dirigersi alla conquista di quella più
larga generalitù, che è data da tutte le sepolte e nondimeno efficienti energie
del passato, e da tutte le forme onde il genere umano proietta nei progressi avvenire
le sue potenziali energie del presente. Allora, per un cammino inverso,
elevazione dell’ arte sarebbe alla sua volta nella più diretta e nella più
completa affermazione dell’individuo, così come sinceramente abbisogna di
manifestarsi agli altri o a sè stesso. Ne avviene che la natura umana essendo
fondamentalmente uguale in tutti gli uomini, la più schietta espressione della
personalità singola, conservando i caratteri della individualità, derivi pure
dalla sua completezza la maggior somma di rapporti con quanto costituisce
l’insieme delle altre personalità umane; ne abbiano queste o non ne abbiano una
coscienza qualsiasi, poco importa, — l’opera d’ arte giova anche alla
determinazione di siffatta coscienza. « * * La migliore verità approssimativa è
dunque, pur qui, empirica; e la si ritrova fra un dato scientifico e l’altro,
quando il ricercatore abbia ben appreso il guardarsi da quello spirito di
gravità, da quel formalismo logico che è la cagione massima di tutti gli
equivoci ed il sostegno più temibile ed ostinato di tutte le guercie prepotenze
intellettuali. Perchè è vero che il processo storico dell’arte nella società
umana iniò raffigurarsi come un passaggio delle sue manifestazioni dalle
collettività all’individno sempre più distinto e differenziato; ma questo
processo sche- — 139 — inutico non segna già una necessaria sostituzione — nel
t^enipo — ili una manifestazione all’altra. No: le varie
inanitestazioni’iiermaugono tutte, sia pure trasforman¬ dosi in modo maggiore o
minore, così come sussistono specie animali di tutti i gradi della scala
zoologica, anche se l’evoluzione degli organismi animali è giunta alle forme
più differenziate di taluni crostacei, di taluni insetti, di taluni mammiferi,
mentre poco depongono in contrario le particolari specie estinte lungo le
epoche ireologiche ; e la permanenza di ognuna di questo varie manifestazioni
risponde a un giusto adattamento alla vita, in un suo lato particolare. Non
basta: ogni giorno, per ogni ciclo evolutivo che incominci una nuova serie, si
ritorna daccapo. Ed è vero che ogni individuo tende a differenziarsi perchù
questa è una esigenza di vita della specie; ed è vero che nelle
differenziazioni è bellezza. Ma la dif¬ ferenziazione è sempre utile alla
specie, qualunque sia il suo limite! E ad ogni grado la differenziazione appare
come bellezza! Tutt’altro! Oltre un certo limite la varietà diventa anomalia, e
rappresenta allora degenerazione. Ogni specie ha il suo pei'corso: l’individuo
non se ne può staccare oltre il limite che lo faccia ancora riconoscere per
simile dagli altri che appartengono alla medesima specie. La varia¬ zione è
gradita perchè assicura la continuazione della stiriìe: l’anomalia no, per la
ragione opposta; — ecco la differenza fra distinzioni che avvicinano e
distinzioni che allontanano i sessi. E l’anomalo non piace — non è bello —
lìerchè la sterilità incomincia nella vita di relazione a risparmiar l’inutile
disperdimento di energie vitali di una congiunzione che sarebbe infeconda.
Questo per la biologia animale. E ne troviamo subito il riflesso nella
psicologia umana. — 140 - (’ome v’ò lina bellezza la quale, anche jier l’uomo,
deriva le sue ragioni dal principio laniarckiano dell’a- dattainento, onde in
rapporto alle esigenze della specie emerge il tipo estetico della specie
stessa, il discostarsi trojipo dal quale segna per l’individuo il jiassaggio
dal caratteristico, dall’originale al brutto (1); così è noto che, emergendo
molti giudizi di bellezza dal riferimento a un tipo generico astratto, di qui,
attraverso la teoria leopardiana ([c\Vassuefazione, si giunse all’esagerazione
unilaterale dello Herckenrath, per cni il piacere della rispondenza al tipo
(per Ini sola chiave del fenomeno estetico), consisterebbe nella facilità, di
riconoscimento (2). E ciò sarebbe di nuovo in antitesi col jirincipio di
individuazione accennato ed accolto dianzi, da cui pro¬ cedono le ragioni del
bello immediato. Al qual proposito noi accettiamo l’indicazione di Manfredi
Porena: — V’è antagonismo fra le ragioni tipiche e le ragioni immediate del
giudizio di bellezza: la risultante e la prevalenza di queste ragioni su quelle
sono date dall’elììcaciarelativa delle due componenti estetiche, sono legate al
gusto individuale ili ciascuno, e variano da obbietto a ob- biotto (3). E qui
entra in cp. cit. P. Il, pag. 109; P. Ili, pag. 157 e 191. iiuMite unifonni
(ariditiv di cuore); — quelli (die vedono le meraviglie soltanto nell’arte
antic-a, salvo a trovare il capolavoro dove non è che un’erronea attribuzione
(mancanza di sincerità) ; — quelli che disdegnano tutti j malvestiti (abito di
viltà interiore) ; — quelli che non ammirano mai, che non si entusiasmano, che
non si commuovono (incapacità originaria od esaurimento per debolezza
organica). E poi, incontriamo geni incompresi ed eroi inimzio- — ricchi non
aventi altro che la ricchezza, — po¬ veri che domandano ai ricchi di essere
compatiti e tol- — poeti che fanno versi incomprensibili, — gio¬ vani amanti di
contesse decrepite, — deputati conser¬ vatori di quello che hanno fatto gli
altri, — cavalieri e commendatori, — faticoni ossequiosi, martiri di tutte le
cerimonie nfliciali, — grandi avvocati penalisti anal¬ fabeti, — provinciali
spadaccini, — neocattolici che scambiano un S. Giovanni per l’altro, —
Sottosegretari di Stato per impossibilità assoluta di diventare Mi¬ nistri;...
insomma, tutta una galleria di tipi inestetici, i diiodechn millia signati
dell’Apocalisse, — o meglio, una stilata di qirei guerrieri corpulenti e nani,
dall’oc¬ chio di piombo, pieni di certa comica e spaurita fierezza, onde si
compia(;quero gli scultori barbari che poco oltre il mille aninnivano di tali
raffigurazioni i fregi delle ])orte nelle città italiane. * * * Ma non occorre
indugiarsi su le caricature. Sgombro il terreno dalle più grossolane
contraffazioni, possiamo ricercar più addentro il nostro tema. Giova all’uomo
assai spesso la solitudine. Occorre talvolta rinserrarsi nella propria
vocazione morale, ri¬ manersi nelle opere della scienza o in quelle di una par-
— ir>o — ticolarc arte, straniamiosi dalla vita colmine. Ciò quando lo
richiede la intensitit dello sforzo, iiercliè non si ab¬ biano distrazioni. Ma
che cosa sarebbe questo rifugio in sè stessi, quando non lo vedessimo jiopolato
di im¬ magini, di ricordi, di pensieri, di esperienze le quali traggano valore
e segno da tutta la complessità della vita? Kd il raccoglimento sarebbe d’altra
parte ozioso ove i risultati suoi non fossero chiamati a dilagar, fecon¬
datori, all’esterno. Ed allora io bene provvederò a me stesso aflfermando
praticamente distinta la mia individualità; ma non jiotrò pretendere che gli
altri, senza sperimentarla, l’ac¬ colgano così come loro si presenta. Non solo;
le esigenze della condotta sono tali per cui io debba rendermi conto delle
condizioni di quella accoglienza, e dei modi ])er ottenerla. Ed allora io
dovrò, per l’efficacia dell’opera mia, chiedere consigli al giornale, alla
piazza, alla minuta bat¬ taglia d’ogni giorno: — non lirendere sempre sul serio
le smorfie della mascherata sociale che le menzogne e le convenzionalità dei
piccoli, degli inerti, dei deboli fanno talora trionfar per le vie e penetrar
nelle case degli umili e dei jiotenti; ma anche di queste apparenze dovrò tener
conto, per saggiar la sostanza buona o cat¬ tiva che sotto di esse si cela. Nel
quale esercizio si accresce, per altri modi, il contenuto sano e solido
dell’esperienza. Già lo aveva avvertito Cicerone: « Sic aUorum iudicio pcrmulta
nobis et facìenda et non favienda, et mutanda et corrigenda sunt» (1). Perchè,
in sostanza, con la quantità degli individui che si pronunziano, aumenta la
probabilità di giudizi diversi l’uno dall’altro; e più grande è la varietà dei
giudizi, (1) CiCEKONis: I)e officiis, li, 44. — 151 — più {iramle pure è la
riccliezza di espericTiza die ne scaturisce. (>ui si può veramente dire die
nella eterogeneità e forza Una soiuina di informazioni, maggiore di quella
d’alcuu individuo isolato, darA luogo ad un sapere più completo. Più .sono le
interpretazioni che si accostano, e più tacile sarà die dal loro ravvicinamento
emerga una più larga visione degli uomini e delle cose. E se anche, per assurda
ipotesi, tutti e sempre sbagliassero, gioverà almeno avere precisa e diretta
notizia dell’errore domi¬ nante, che può essere errore di giudizio come di
senti¬ mento, di pensiero come «li condotta. Ecco la necessitA di mescolarsi
col popolo ; forza viva che si deve conoscere, per governare le jiroprie azioni
in conformità dei risultati utili die alle medesime si propongono, e per trarre
da quella tutti i valori onde nella sua complessità è ea])ace. Coloro che ciò
non avvertono, e professano quindi gli insipienti disdegni per le moltitudini,
si chiede il Rauh, hanno veramente saggiato la credenza morale che dicono di
rifiutare! Hanno essi vissuto una larga vita di relazione, hanno vissuto a lato
di coloro che la celehrano con la propria condotta! Hanno frequentato, hanno
imparato a conoscere i militanti dei partiti poli¬ tici democratici, le
riunioni, i circoli, le assemblee, i giornali, ove si agitano idee
democratiche! C’è sempre qualcosa ad apprendere nel laboratorio della vita
sociale, nella lotta our l’individu; Paris, 1904; ]). 183. (2) KaL'H : eit.; p.
188. — 160 — bilmente tali rimarraimo sempre. Come non appare as¬ surda una
determinazione almeno approssimativa di qua¬ lità, i)er cui il saggio riesca a
riconoscere fra le « cattive coscienze » della giornata quelle pochissime che
annun- ziano il meglio dell’avvenire. D’altra ])arte l’individuo potrebbe forse
concedere sensatamente a sò stesso ogni licenza? anche quella della
contradditorietà dell’ azione con sò medesima! anche quella della
contraddizione fra l’atlermazione indi¬ viduale e ciò che, essendo comune a
tutti, è anche parte dell’individuo che si afferma! Riguardiamo sere¬ namente
la posizione. Se l’individuo inventa la propria bontà e la propria bellezza, il
comune’ed il generico gli sono pure imposti dalle condizioni esteriori, e
l’atto suo soltanto avrà va¬ lore positivo quando 1’ « invenzione » sua, o per
la forza intima del germe che la sostanzia, o per una adatta disposizione o
lavorazione del terreno, potrà sbocciare in permanenza di vita e dar frutti.
Inoltre, poiché in società si agisce, bisogna anche riconoscere il valor
pratico, sia pur relativo, dei prin cipii, non perchè ivi sia la materia vera
della moralità, ma perché in virtù di essi gli uomini sanno approssi¬ mativamente
che cosa aspettarsi gli uni dagli altri (1). Ancora. L’individuo non deve
preoccuparsi di fare egli praticamente le leggi naturali, l’evoluzione, la so¬
cietà: questo sono risultanti complicati-ssime di una quantità infinita di
forze diverse, ed alla loro volta condizionano l’esplicazione di questo forze;
comunque, ai determinano da sé oltre ogni possibile sforzo o petu¬ lanza della
piccola intellettualità umana che le vorrebbe precorrere; e l’individuo deve
essere per conto suo (1) Vedi Calderoni: Diearmonie economiche e ilisarmonie
morali; Firenze, 1906; p. 57 e zegg. — 161 — buon iiulividuo. In altro parole,
v’è ima normalizzazione automatica della condotta umana, die risponde alle esi-
iteuze della specie: couvieue che rindividuo ne rico¬ nosca rellicacia per
giovarsi di tale condizione di tatto u per non iiersegnire inopositi oziosi; ma
errerebbe chi ovetendesse di farsene volontario ed intenzionale colla¬
boratore, mentre il processo di quella normalizzazione adsce da sè, per la
specie, con Tindividuo o senza o contro ili lai; — ed un superiore eipnlibrio,
attraverso sempre nuove oscillazioni, emerge dal dispieganiento armonico e
spontaneo di queste due diverse energie. La (inai cosa, insistiamo, significa
dillerenziazione dell’in- (lividno. rerò, considerando anche qui il lato
oiqiosto della situazione, noi vediamo che la dillerenza non è necessariamente
e sempre ostilitit; al contrario, non lo i, (piasi mai per i saggi e per i
forti. Essa ò soventi au¬ mento della comune ricchezza per la distribuzione del
lavoro fatta pili larga attraverso la varietà delle ener- óie concorrenti: tale
è il riposto valore del fenomeno per cui accade che « molte azioni siano per
noi un do¬ vere, appunto perchè gli altri uomini non le fanno, e rimangono tali
a condizione che non siano troppi gli uomini capaci e volonterosi di imitarle»
(I). E, certa¬ mente, la dillerenza è poi spesso un mezzo per distribuire i
beni ed i tesori, per impedire che tutti vogliano in una volta la stessa cosa e
se la disputino con la torza (2). # Analogamente, per eccessivo amor della tesi
o per richiamar l’attenzione con raudacia del paradosso (che in verità cessa di
essere tale (piando si risolve nel sem¬ plice rovesciamento di una proposizione
volgare), furono (1) Cai-oeroui: (>p. cit.; p. 65. (2) Kolii.lée: Op. cit.;
p. 105. Il — 1(Ì2 — I)osttì (la taluno lo raprioni prominenti della voluttà (o
tìn qui meno male), dell’istinto di dominazione, dell’or- gofrlio. Isoli vi
sarebbe Inolio a simpatia verso la folla anonima del bestiame umano, non vi
sarebbe possibilità di eollaborazione con j,di individui di ordine inferiore;
il superuomo deve dominarli e conculcarli jior la propria ascesa. IMa questa è
erronea volontà di vivere, iioicliò non sa vivere in altri; e le apparenze di
un eccesso di energia maseberano la manchevolezza e il bisogno. I/a verità ò,T
come osserva il Ribot, che nel seno stesso deiregoismo si agitano due tendenze
o direzioni fondamentali: l’iina distruttiva, l’altra costruttiva, _ l’iina
combattiva ed aggressiva, l’altra soccorritrice e pacifica. « L’uomo luiò
riversar l’impiego della sua atti¬ vità sulle cose. Egli rompe, taglia,
distrugge, rovescia; è una attività distruttiva. Egli semina, pianta alberi,
innalza editici; è una attività conservatrice o creatrice. Può ugualmente
indirizzale la propria attività verso gli animali o verso gli altri uomini:
egli ingiuria, nuoce, maltratta, distrugge; opiuire egli aiuta, soccorro, salva
il prossimo suo.» Ora, tanto l’una quanto l’altra atti¬ vità sono accompagnato
da un certo piacere; però, mentre il piacere den’attività distruttrice quasi
sempre ò patologico, il piacere dell’attività conservatrice o crea¬ trice non
lascia mai dietro di sè quel sentimento di i)eua o di amarezza che (ì uso
lasciare, quell’altro (1). Di¬ struggere bisogna talvolta, ma nell’atto stesso
in cui si Sta riedificando. E distruggere, in questo caso, con amore, jior
virtù di amore. Lo insegna il Nietzsche: «Non poter lunga¬ mente prendere sul
serio un nemico, le sue disgrazie e (1) UinoT: Psi/chologie des aeiitimcnls; p.
287, 288; cit. dal Palante, p. 153. — 163 — le sue cattive azioni, — 6 il segno
caratteristico delle nature forti, elio si trovano nella pienezza del loro svi¬
luppo, e che possiedono una sovrabbondanza di forza pla¬ stica, rigeneratrico e
curativa, che va sino all’oblio » (1). ** K fu da lungo tempo notato come
propria dell’eroismo sia una ingenuitiY semplice o grandiosa. Pronria della
virtù creatrice è la spontanea sua in¬ cosciente iiifiuadratura nelle forme
della bellezza, cioè nella continuità deU’ascensione della vita comune. \lidie,
tutti sanno come jioderoso coellìciente di du¬ rata, di conservazione del’a
vita individuale, sia la dol¬ cezza. , • :da ciò che più importa ritenere e
(piesto: — Ogni creazione non puii, anche nel campo dell’etica, essere
venunente tale, se non è feconda; mentre, imr la fecon- (litiV, occorre che si
ponga come continuazione, come avanzamento, cioè come procreazione, — nel
riconosci¬ mento della eredità, se vuole alla sua volta essere ere¬ dità nel
futuro. In altri termini, ogni creazione si perde nel vuoto ove non abbia con
sè, palesi o latenti, le forze vive di tutti i valori morali che l’hanno
preceduta, selezionati dal tempo e dall’esperienza. Così appare l’atto
migliore, assai spesso, prettamente individuale nella sua ultima etticieuza; ma
involgente la più larga comunione (nel tempo e nello spazio) con le
disposizioni e lo aspirazioni più profonde e perma¬ nenti della umanità, in ciò
che ne costituisce la genesi, l’elaborazione, la so.stanza interiore. « Nella
Storia Romana si narra di un senatore gallo, Giulio Sabino, il quale,
ribellatosi all’imperatore Vespa¬ siano, fu vinto. (1) Niktzsciuj : Généaloijk
de la morale; Ir. fi'.; p. 65. — 164 — « Facilmente avrebbe egli potuto
riparare presso i Geniiaui, ma, non potendo trarre con sè la giovane sposa
Eponima, non ebbe cuore di lasciarba. « Pare che nei giorni dell’angoscia e
della sventura si riconosca alfine il valore unico e vero della vita : pertanto
non ripudiò la vita. « Egli possedeva una villa costrutta su vasti sot¬
terranei che egli solo e due liberti conoscevano: la in¬ cendiò e dilFuse in
pari tempo la voce di essersi avve¬ lenato e che il suo corpo era stato
distrutto dal fuoco. « Eponima stessa vi prestò fede ; e, dopo l’annuncio
datole dal liberto Marziale del suicidio del marito, essa rimase tre giorni e
tre notti prostratsi a terra rifiutando ogni cibo. « Sabino, questo appreso e
impietositosi, le fece co¬ noscere d’csser tuttora vivo. « Essa continuò
naturalmente a portare il lutto e a l)ianger di giorno lo sposo, dinnanzi alla
gente, ma la notte lo visitava nel suo rifugio. « Per sette mesi, ogni notte
discese a trovare il marito negli inferni: cercò anche di trarnelo, gli rase
barba e capelli, gli avvolse il capo in bende, lo travestì, e dentro un involto
di panni lo fece trasportare nella città nativa. « Ma ben presto il soggiorno
lo jìarve troppo peri¬ coloso e lo ricondusse nel sotterraneo; lei, ora stando
in campagna e passando lo notti con lui, ora tornando in città e mostrandosi
alle amiche. 8 e segg. I finidi del potere sono molti: ozioso il porre costiin-
temente un desiderabile di là dal desiderato, ove non sia per una semplice
indicazione di direzione. Lottare, dilierenziandosi. K la via per cui si giunge
all’eroismo. Ma, come per la genialità è costante il peri¬ colo di deviar nel
grottesco e nel pazzesco, così l’im¬ pulso eroico può cader nel delitto ove le
forze siano ini])ari al proposito, ove il proposito astragga dalla di¬ sciplina
dei mezzi. Tanto per gli individui quanto per i lìopoli. La rivolu¬ zione segna
il momento eroico dei poimli. àia non si pnò essere eroi ogni minuto, nè la
maggior parte delle giornate chiedo eroi, nè eroi possono essere tutti.
Valgono, per la comune vita, le virtù semplici e rispondono le energie moderate.
Non acquiescenza pas¬ siva ha da essere: qualche cosa che con libertà di
movimenti si allontani dalla media, senza che si corra sempre al pericolo dogli
estremi. Scdevc nel luezzo, se¬ condo l’espressione del Nietzsche, ad una
distanza e.satta dai gladiatori morenti come dai porci beati, è medio¬ crità,
non moderazione. Ma noi non affermiamo nò la stasi nè quell’approssiiiiativo
f/insto mezzo che è il vanto dei timidi di pensiero e di volontà. Noi ci
limitiamo à constatare il valore grande anche dello virtù piccolo, delle
piccole invenzioni. Naturalmente non po.ssono entrare nella nostra con¬
siderazione: la velleità generatrice di dispetto, la pi¬ grizia ambiziosa
generatrice di invidia, la paura gene- latrice di accettazione mendace, la
sconnessione intima della personalità generatrice della i]ìocrisia sociale. « *
* Proviamoci a comporre in unità ciò che ai è detto sinora in questa parte del
libro. Aristocrazia è novità, dunque v’è antitesi fra l’ari¬ stocrazia e gli
atteggiamenti jmlitici sordidamente con¬ servatori. — 167 — Vristocrazia ntano
termini di buona condotta, o (juesta si adorna delle dovizie ilella creazione
artistica, nientre tutto insieme segnano le vie di quella felicitil, clic ^
prossima e cosi lontana a seconda della di¬ rittura e dtdla forza con cui la si
vuole, con cui la si prepara. La Grazia SoinHinrio. — Dove ìc la oiiazia - Non
siate con ansietà SOLLECITI I’EU LA VOSTRA VITA - LA CALMA NELLA NATCIfA E
nell’akte - Le teorie estetiche sulla grazia - Gli AMICI DI Marco Aurelio -La
grazia e l’aristocrazia. La parola « grazia » trova rispondenza con garbo, con
cortesia, gentilezza e cordialità, con finezza, signo¬ rilità, urbanità,
eleganza (opposti, su lo stesso terreno, alla grazia, sarebbero lo sfarzo,
l’ostentazione, il ehiasso, la pompa, il lasso), con disinvoltura e facilità (espres¬
sioni le quali comportano pori) anche un senso cattivo), (!on scioltezza,
amabilità, serenità, indulgenza o sicu¬ rezza. Dov’ò la grazia f Grazia 6 in
Guido Cavalcanti e in Guido Gninizelli, sempre, in 3Iino da Fiesole e in De¬
siderio da Settignano, in Filippino Lippi, in Botticelli, in Hernardino Luini,
in Stefano da Zevio. (Quanto e come, a proposito di quest’ultimo ed anche di
Guido Gninizelli, la grazia trae dall’ingenuitàf) Graziosissimo fu il Correggio
a cui, per una lontana ma diretta parentela spirituale, si attaccano i francesi
del settecento, floreali il giovane, l’ater, Watteau, — 172 — (ìmize. iMolta
grazia è in quasi tutta l’opera del nostro] Cremona. ] Cosi, piena di grazia ò
la musica da camera di HocJ clierini, di Corelli, di Martini. E grazio.so tii
quasfl sempre Vincenzo Bellini. Grazio.sa è spes.so la decorazione
architettonica to¬ scana del llinascimento; e lo sono anche, in altro modo,' i
fiorami del rococò, 11 fascino singolarissimo che emana dalla Santa Te¬ resa
del Bernini ò nel contrasto fra la grazia squisita dei particolari (chi, dopo
aver veduto, non ricorda il supremo abbandono di quella mano e di quel piede
fem¬ minili modellati con delicatezza di paradiso?) e la pre¬ potenza
dell’ingegno e del iiolso dell’artelìce nella con¬ cezione e nella esecuzione
generale dell’opera. Dove non è la grazia t Nella vittoria eroica di Mi¬
chelangelo e nella esuberanza dionisiaca di lìubens; nella liera asserzione
civile delle costruzioni di Itoma antica o del Comune lombardo; nella Sinfonia
Eroica di Beetho¬ ven e nella « marcia funebre» di Siegfrid del Crcpmcolo degli
Dei. E dove sarebbe pure, ad un estremo perfet¬ tamente opposto, un’altra forma
di assenza di graziaf Nelle flficcidezze del romanticismo intenerito in
languori fantastici inoperosi, nella pedestre passiva acquiescenza delle
contraffazioni stilistiche proprie dei nostri edifizi di pochi anni addietro,
nella canzonetta napoletana imborghesita per gli adattamenti del piccolo e
quat¬ trinaio commercio sentimentale. La lingua italiana non ha una distinzione
netta, come ha la francese, tra la « grazia » e il joli. In jiroposito della
quale il Littrè nel suo Vocabolario avverte come la parola joli impiegata
dapprima, .secondo la sua eti¬ mologia, a signilicare la vivacità, Vésprit, la
gaiezza — più tardi il gradevole, — poscia ancora ciò che è degno di essere
apprezzato e notato, — ha finito per — 173 — ^,„gliere tutt« le gradevolezze
che la (jrreceilente e fa capo al noto aminonimento i ili Cristo: «Non siate
con ansictiY solleciti per la vostra vita. » . . . . • 1 E per ciò che lo
riguarda, mi piace riferirmi lette¬ ralmente al James: «Se non vi ahbanilonate
mai del tutto sulla poltrona su cui giacete, egli scrive, ma te¬ nete
continuamente i muscoli delle braccia e delle j gambe in mezza tensione, come
per alzarvi in piedi da un momento alPaltro; se respirate diciotto o diciannove
volte al minuto invece che sedici e mai cacciate Inori tutta l’aria dai vostri
polmoni, quale disposizione men¬ tale potete avere, se non uno stato di ansia e
di aspet¬ tazione, e come jiossono il futuro e le sue paure abban¬ donare r
animo vostro? Al contrario, come possono queste cose trovare la via nel vostro
cuore se lo rughe del vostro viso restano spianate, le vostre sopraciglia
distese, il vostro rosi)iro calmo e completo, e tutti i vostri muscoli sono
rilasciati ? » Prosegue: « La fronte piana, le guaucie marmoree, l’occhio morto
possono essere meno interessanti pel momento; ma alla lunga sono segni molto
più promet¬ tenti di quanto l’esprc.ssione intensa non lo sia, circa ciò che ci
possiamo aspettare da colui che ce la mostra. 11 vostro lavorante stupido e
ineccitabile (paria dell’operaio inglese) fa un lavoro immenso, perchè non si
volge mai indietro, nò s’imterrompe. Il nostro operaio (nord americano)
eccitato, convulso, s’interrompe eil ha modi sgarbati tanto spesso, che voi non
sapete mai dove egli possa essere con la niente quando avete m.ag- gior bisogno
della sua attenzione. » V’è una sensazione assurda di fretta, di non aver
tempo, che si risolve nella brevitù del respiro, nella tensione, nell’ansia di
fare, nella smania di conoscere i risultati raggiunti, c rivela in sostanza la
mancanza — 175 - ,li annoiiia intorua e di facilità. Essa non servo a fare ji
pili; anzi, il contrario! mentre giova a tal line so- vratutto l’armonia, la
dignità, la compostezza. ])o|)o lo quali osservazioni il .Tamos conchiudo:
«Pru¬ denza 0 dovere e rispetto di sè, emozioni ili ambizione ed emozioni di
ansietà, debbono naturalmente avere un ullicio importante nella nostra vita. Ma
limitate quanto più è possibile questo loro ullicio alle grandi occasioni, a
quando dovrete prendere qualche decisione di un or¬ dine generale, o fissare un
piano di campagna, e impe¬ dite loro, invece, di farsi sentire nei dettagli
della vita. Una volta presa una decisione e stabilitane l’esecuzione,
abbandonate ogni responsabilità e preoccupatevi dell’e¬ sito. Paté la via, in
una parola, ai vostri ingranaggi intellettuali e pratici, e lasciate che si
svolgano: il van¬ taggio che ne avrete sarà doppio.... Affidatevi alla vostra
spoutaneith, abbandonando ogni altra cura», comi>resa quella di non poterlo
fare (1). Cosi il James, che noi abbiamo ridotto, riassumendo, ai minimi
termini. D’altra parte, lo stesso Nietzsche, che noi amiamo citare per volgerlo
contro i mali interpreti suoi, aveva già accennato a qualche cosa di analogo ;
perchè, secondo lui, possiamo sorridere dei deboli « che si credevano buoni
perchè le loro zampe erano rattrappite »; ma oc¬ corre comprendere una verità
superiore: — « Starsene coi muscoli distesi e con la volontà disarmata ; — ecco
ciò die riesce più d’ ogni altra cosa difficile, o su¬ blimi I » (2). (1)
James: Oli ideali della vita. Tr. ital.; Torino, 1903; pag. 14 a 29. (2) Così
parlò Zarathustra ; p. 109. Nell’atto I, scena I, di Giulietta e Romeo,
Gregorio dice al millantatore Sansone : « Scattare vuol dire imiovcrsi, mentre
aver coraggio significa star fermo : perciò se tu scatti, finirai per scappar
via. » — 176 — K «mesto è il viatico clic ci iieriiictte di ritornare, meglio
forniti, alla « grazia ». • * Il lluskin in tutta l’opera sua non tralascia
mai, quanilo l’occasiono si porge, di insistere sulla osserva¬ zione che la
natura ci insegna anzitutto la calma; calma nei colori, calma nei movimenti. Le
sue trasformazioni non sono rapide, i suoi gesti non hanno violenza (1). Si
concede che non sempre sia cosi; ma tale ò la norma. t!he noi vediamo riflessa
nelle manifestazioni di un’arte riposata e pacificatrice. La giovane do’ana
hotticelliana lascia e-adcr dalle dita le rose, ad una ail una, su la carne
delicata e fresca della Venere nascente; così, senza fatica, potrebbe inde¬
finitamente continuare nel suo lieve getto di fiori la soave creatura. In altro
giorno fvr un’altra iiioggia di fiori, — Qual si pos.ava in terra, e qual su
Pondo; Qual con un vago errore Girando pai’ca dir: Qui regna amore. Ma la
sensazione ò identica. E noi la ritroviamo per ogni dove ò calma e sicu¬ rezza:
— negli angioli che scorrono le dita con moto blando e sicuro su le arpe e i
violini come li dipinsero i veneti ai i)iè delle loro Madonne, nei pastori
adoranti il Bambino del Presepe quali furono visti da Lorenzo di Eredi, così
come (non sempre è consentito il sorriso) nella stampa del Diirer rafligurante
la Malinconia col capo appoggiato sulla mano, indifl'erente lo sguardo agli
oggetti esteriori, fra il variato e complicato macchinario della scienza di
quei tempi. (1)
K. De i.a Sizeranse: Riisliin et la lìélUjion de la Beauié-, Paris, 1004; p.
242-244. Siamo sui i-onfmi della
« grazia ». Fra un arbusto o l’altro si distende placida la teoria delle
vergini bian¬ covestite, collettivamente pensose, nel mosaico di San-
t’Apollinare Innovo a Ravenna. L’ondulazione melodica semplice e nobile di
(pialche 84 a 2!ll. i muscoli si >1 capo ai rizza, Io inombra si distendono.
Di qui una molteplicità di angoli, di lineo dritto o spezzate, elio iiossono
suggerire l’idea della potenza; l’impressione di grazia si traduco al contrario
con un complesso di lince curve, le quali escludono la sensazione dello sforzo.
» (l). « Movimenti molli e leggieri d’una persona snella », aveva notato il
Leopardi. Da dio trae origine un lato jiar- ticolarc nelle manifestazioni della
gi-azia: l’agevolezza die attinge la sua ragiono dalla semplicità. 11 llerlioz
osserva, a proposito dell’arpa, come le suo « cordes do la derniàre octave
supérieure ont un son dclicat, cristallin, d’uno fraìdienr voluptueusc, qui los
rend propres à l’expn\s- sion des idàes gràcicuscs, féeriques et à murmurer les
plus doux sócrcts des riantes mélodics » (2). Ora con¬ siderando che l’arpa ha
meno armoniche degli istrn- menti ad arco, e lo suo armoniche, specialmente le
piii elevate, si estinguono presto jier la scarsa densità delle sue corde, il
facile adagiar.si della grazia nella sempli¬ cità appare quivi abbastanza
evidente. Ma noi vorremmo lirocedere oltre. Per la mancanza assoluta di
cognizioni tecniche in questa materia, non sappiamo se in ciò che stiamo per
diro ò una volgarità od un’eresia; ma poco ci inqiorta, — avanziamo ugualmente
l’ipotesi. Concepita la melodia come armonia risolventesi nella successione del
temilo, ricordando come i musici sogliano significare l’idea della grazia con
la mollezza della linea melodica, ci jiare di veder la grazia derivante dalla
semplicità nelle lineo melodiche ove non siano distacchi forti da un suono
all’altro, ove si salga e si scenda entro non vasti confini e per gradi. La
ipial cosa non esclude la (1) VÉltON: (>p. cil.; pjig. 142. (2) Bkki.ioz:
Graiid traile iVinstrumeìUation ; p. 81. Citato dal I.f;cuAl.AS: Étiuìes
esthéliques ; Paris, 1902; p. 173. — 179 — firscliezza e la vivacità. Anzi
tutt’altrol 11 canto di Kosina uel « IJarbiero » 6 una melodia agile, varia,
vo- — e graziosa. Ed essa, a un primo giudizio, non parrebbe in verità neanche
semplice per la riccliezza degli clementi ond’ò composta. Ma se si consiiacere
non illanguidisca in un sùbito — che mutino lo condizioni in cui quella perce¬
zione si rinnova. — Il lettore avverte come qui il con¬ cetto spenceriano del
«risparmio dello sforzo» si rife¬ risca all’intorno, cioè alla sensazione:
l’effetto di grazia risidta da una sensazione agevole, quindi semplice, anche
quando in apparenza si direbbe il contrario. Scnonchè por altre molte vie
giungiamo ancora alla (Irazia. Cosi il Leoiìardi trova che nelle forme la
grazia (sa¬ rebbe forse più speci licatamente il jolij api)artiene più
volontiori al delicato e allo svelto. Ora lo svelto o il delicjito sono «
deviazioni dalla regola », si risolvono cioè in una « non ordinaria e
rispettiva piccolezza iù larfia rani};iiray.itim) di iiioralità or- tiTiddie il
disfacimento del [uimo nel secondo, mentre invece se la distinzione di
attetf{arte dal fine a cui ella ò co¬ stretta a servire; e in secondo luogo in
ciò che l’artista il (piale si projione di moralizzare o di so.stenere la re¬
ligione o di celebrare le glorie dello Staro, ò costretto a preferire della
contemplazione del mondo (piella parte che meglio risimmb' a tali iibudi :
oggetto dell’arte saranno i motivili robI(‘Uii — lf)9 — Htiiilaiiifiilali clic
concernono le basi tlciresistcnza e del lìitieasere sociale saranno tutti
qnanti risoluti, quando li! distanza intellettuale fra l’artista e il popolo
sarà scemata, t‘ i mezzi diretti di eilncazione e progresso sociale, la
scienza, le scuole, la stampa, saranno uni¬ versalmente ditliisi, possiamo
lirevederc die quel bisogno perverrà al suo minimo, e la dillerenziazione
dell’arte „l suo massimo. Allora essa si iiroiiorrà costantemente come suo
unico line il godimento estetico, e spicclierà voli pii't liberi e piò alti nei
vasti orizzonti die i pro- trrcssi sdentilici e sociali lé disdiinderanno. Ma
nep¬ pure in ipiel temilo, giova ripeterlo, differenziazione vorrà dire
isolamento dalle altre attività ; neppure allora sarà possibile salutare come
grande artista un uomo arretrato nello sviluppo delle sue facoltà sociali. »
(1). * « • b’arte, duinine, c,ome princii»io generale, non può essere
contrapposta alla morale nel suo organismo com¬ plesso ed evolutivo, come, non
possono operarsi separa¬ zioni radicali di parti nell’ uomo, die ne è il
soggetto, senza, distruggere quella unità die lo fa persona. L’arte, abbiamo
già detto, è nn agente di armonia sociale, e perdi) un coefficiente «li
moralità reale a più o meno prossima scadenza, a più o meno chiara veduta. Si
fa agente di dissoluzione solo quando essa si trovi in con¬ trasto coi
princ.iiii etici più dittùsi e radicati presso un dato inqiolo. Ciò accade iter
esempio, come nota il Tarde, quando nn pojiolo si lascia passivamente sopraf¬
fare dai prodotti di un’arte esteriore, senza farli ger¬ minare in un’arte
nuova: allora nel nuovo ambiente (1) Asti'kauo : La socioloyìa e le scieme
sociali. Prelezioiit^ al corsi «li sociologia «lei 1892-93 iiell’llnivcrsità
«li Genova ; t!liiavari, 1893; j>. l.ó a 28. — 200 - ralle si iiiliK’e ail
una anomalia indiviiluale, disorienta 10 spirito tradizionale della
eollettività senza sostituire un’ altra orientazione, ed alla sua volta ne
sotlre vol¬ gendo jiresto alla deeadenza eil al disfacimento. Avverte 11
Burekardt, a proi>osito del classicismo pervadente l’Italia nel secolo
decimosesto, come gli antichi recas¬ sero otfesa alla iiartieolare moralità del
tempo, senza so.stituire la propria; « perii no in materia di religione
rantichità agiva su 1’ Italia del cintiuecento .sovratutto jier il suo lato
scettico e negativo, i>oiehè non poteva seriamente porsi il rpiesito su
l’adozione del politeismo d’altri temili» (1). Ma, come dicevamo, ò l’arte
stessa (1) Citato dal Taiìdk : Loijujuv sociale ; p. :W(>- Non è molto
facile (letiuire la posizione del hnitto. Noi aderiamo all’idea del IJitAV che
molte volte la hrnttezzn manca di rapporti diretti con l’estetica. Molte cose
ci appaiono hrutte nnicainente perche ci ispirano mia ripugnanza o una paura
tisica, legate esclnsi- vamente e dei ridessi psichici, l’iii diltìcilmeute
nell arte, è vero, per il valore sovercliiante dell’es 2 )re*.>(ioiie ; ma,
a mi certo grado, anche ipii. Scrive, il Bkav : « Si le hcan repond a
un état hien défìni dans lo gronpe de nos émotions agreahle.s, le sentiment dii
laid semhle teiiir à mi ensemble de eaiises très diverses et très complexes.
dont l’apparente unite repose sur un lien artilìciel et purement iiégatif: mie
impression punitile d’origine varialile (pii fait olistacle a la jirodiiction
dii plaisir esfhctiipie. > ((>/>. rii. p. 21,1.) Ma ahhiamo veduto nella se¬
conda parte di ipiesto lihro, come vi sia un giudizio del hriitto che fa capo a
posizioni esclusivamente estetiche. Ora, a proposito di eìri che là si dice, la
iiercezione di una di stinzionc o singolarità in eccesso da cui risulti mia
emozioue sgradevole, il In iitto, è semplice a laftigiirarsi. Ma come sorge la
bruttezza negativa ? Se la nostra attenzione non fosse atti¬ rata dall’oggelto
che manca di singolarità, non si avrebbe emozione di sorta. Sollecitala la
nostra attenzione, p. es. attra¬ verso l’opera d’arte, noi rimaniamo urtati
|ierchè troviamo troppa minor eccitazione di (pianto non ci fossimo prediposii
. 1 , 1 , iic solivi-; etl ì- ui-Ilo sue iiiaiiiltìstiizioni ohe, «lai ‘'„ro punto
'li vista della estetica, noi troviamo i segni Iella malattia. Fatto è clic
lungo il cinquecento italiano, ,,pr tornare al nostro campo, l’arte,
aggliiacciatasi nella liproduzione supina ilei classico, decadile presto mise-
,.pvolmente : e dalle stesse ultime opere di Ratlaello n .riungono i vaghi
aiinuuzi del crepuscolo non lontano. " In termini generali c (;oii
qualclie largliez/.a di cri¬ teri si imi) pertanto ritenere die un’ opera
d’arte la „uale scuota violentemente le basi del comune sen i ,,,euto morale,
non pui. essere buona opera d arte, se ..Hclie le momentanee deviazioni del
gusto la tacciano ..parile diversamente. Ma il giudizio su di «-ssa deve essere
dato «mi mezzi e coi criteri proprii dell arte non con «luelli proprii deila
morale, ('ome fu detto del pae¬ saggio, cosi si può dire di ogni
manite.stazioiu. d .v te cl.e uno stato d’animo, anzi un complesso «b stati
.paiiimo in una armoniosa e felice conciliazione, resi per questa via più
chiari e vigorosi, e convertiti da clementi individuali, attraverso l’opera, in
elementi so- piali. (Josì accaile: l’uomo e ima certa realtil ciliari- scolio
in una rappresentazione sensoria ed intellettuale i propri! rapporti attraverso
l’opera d’arte ; ove eftetti- vameiite la co.sa si operi in termini adeguati,
il risul¬ tato non più. che trovare consonanza, e non porrà «lis- soiianza
alcuna con «luell’altro bisogno, che ha l uomo. u riseutire, e diciai.m
l,.•..ltezza, « sigiiitìcaie mia paiticohvie cuuu uiiza di energia, di
caratUne, di ditfereuziaziom-. Con.i.nMi.e, ...... è. chi uoii veda tutta
Piniportanza morale che assume pt i nucsto verso l’istintivo giudizio estetico
a suscitare da un lato le variazioni individuali, ciò.'- le compiiste c le
scoperte, e a trattener dall’altro lato sitVatte variazioni entro una certa no,
...a, che lappresenti le ragioni comuni pm generali della Mia della convivenza.
— 202 — ili ooiilbrmarc la inopria (ioiidotta alla roaltiY stossa, liliale, è
dato dal jirincipio inorale; però non della pro¬ pria ininioralità, quando una
vivace dissonanza si av¬ verta, l’opera d’arte sarà afilitta, ma della propria
bruttezza, — e, nello stesso campo, su le norme della bellezza l’uomo deve
provvedere alla migliore creazione artistica. # « Procediamo. \'i sono
lìeviasiioni individuali e sociali del sentimento etico, che non rappresentano
le ragioni vere e fondamentali della moralità intesa anche relati¬ vamente, in
rajiporto alle i)iù larghe esigenze della convivenza umana. Vi sono piccole
nrcessità esteriori, riguardanti particolari contingenze di iiose, di per.sone,
di tempi, che non possono entrare nel quadro generale della evoluzione
dell’umanità, e pure dànno luogo a certe loro etiche localizzate e temporanee
contro cui viene di necessità a cozzare ogni iiiù profonda afferma zione della vita.
Ebbene, il disaccordo fra questi atteg¬ giamenti e ipialsiasi conato artistico
forte e sincero si fa talvolta inevitabile; ma non fa un conflitto sostan¬
ziale fra il primdpio etico e il principio estetico ; anzi l’arte pui), non
curandosi che della bellezza, trasfor¬ marsi allora indirettamente in vigoroso
richiamo ed im¬ pulso verso una moralità piii larga e superiore. Ora, ammes.so
ciò, (pianto 1’ arte sia subordinata nelle sue torme e manifestazioni alla
direzione impressa dalle contingenti idealità politiche e .sociali projirii* di
un dato tempo e di un dato luogo, luif) addirittura diven¬ tare effettivamente
immorale, perchè le moralità sin¬ gole del luogo e del momento non sono mai la
"mora¬ lità — limite di tutti i teiiqii e della umanità intiera (che noi
concepiamo non come sostanza ma come espres¬ sione di un tnovimento). Mentre
quelle mutano e la fase - 203 — i) sosliliiilii tla altra inifjliorf, l’oiK'ia
il’arti* ,.l,c si siil)or(liiii) a.l una i.loalità contiiifiente rimane !,nelle
«loiio il lermine ehe iier sinstilicare in qualelie modo niiesta
siiliordinazione è iraseorso: e il suo anaero- iiismo etico si risolve alla
line in un ulteriore argo- „„>nto a {Tindieare della sua intrinseca
iiruttezza. Ces¬ sata la provvisoria condizione interiore ed esteriore da ,;ui
quegli attesfiiamenti di una particolare episodica coscienza etica erano
determinati, si avverte invece .amie «•erte veritA, come certe virtù, fatte
i»iecine ed anemiche, siano a Imon diritto schiacciate dalla bel¬ lezza ed
oltrepassate. Accade iiertanto, nella tase del coiiimio, che uno Sf-uardo
sereno ed elevato scorda o presagisca nel iierturhatore di una norma o di un
si¬ stema, attraverso l’opera d’arte, l'ordinatore niirdarsi d’attorno e
vedere: egli riflette, nel suo iiiii jirezioso valor sostan¬ ziale, la nuova
realtà che esige |>iii delicati accomoda- nienti : col linguaggio dell’arte
i consociati giungono a percejiirla alla loro volta ; — è hellezza, ma ò pure
l’auspido ed il seme della iiiù i»rolonda moralità che nei mutati rapporti,
(> nel loro (cordiale e saggio riconosci¬ mento da parte dm' jiopoli, si
prepara. La storia è jiiena di siffatte riprese ove, a volta a volta, le varie
attitudini umane sembrano darei il cambio nella comples.sa fatica di una comune
ojiera di avanza¬ mento. Dobbiamo poi tenere conto di un altro punto della
controversia che fa capo ad una obiezione ormai anti¬ chissima. « Medea, scrive
Schiller, immolando i proprii figli, si dirige contro il cuore di Giasone : ma
col medesimo colpo es.sa rei^a al proprio cuore una ferita crudele e la sua
vendetta, esteticamente, si fa sublime, dairistante che noi constatiamo in
es.sa una tenera madre. » in questo caso, come in una (piantità innumerevole di
altri analoghi, « il giudizio morale e il giudizio estetico, ben lungi dal
rinforzarsi l’uno con l’altro, si contrastano e si ostacolano, perchè imprimono
all’anima due o|ipo.ste direzioni» (1). Facciamo altro esempio : Achille,
bellis¬ simo nel trascinare, legato al jiroprio cocchio, il cada¬ vere
insanguinato di Ftlore intorno le mura di Troia, cosi come è raffigurato
lìnWlUado. (1) .Scnil.l.KK : licritn dirvì-s sur l'eHlhrtUfHe ; Ir. fr., Paris,
1«()2, 1). Ufi, 147. — ‘lOTr — Si e risposto a fiiiesta oliiezioiie nulla
esservi tli anor- iiiale m*l godimento e nell’aininirazione destati in noi da
opere d’arte dell’antichità, anche là dove discordano violentemente dalle
abitudini intellettuali e morali della civiltà nostra. Ivi la considerazione
del prodotto storico di'termina un processo complicato interiore, per cui si
crea nuova materia di compiacimento artistico nella ralligurazione del momento
sociale oltrepassato, fatto alla sua volta spettacolo attraverso Toiìera
d’arte. In altre parole : qui lo spettatore si farebbe alla sua volta artelice.
L’obbietto della i>ercezione estetica è sdopi)iato : originariamente
l’obbietto era il tema dell’opera d’arte ; ades.so, attraverso la storia, è
ancora quel tema, ma vi si aggiunge l’opera d’arte stessa, considerata come
espressione di una determinata psiche .sociale nella parto ove sentiamo di non
avere con quella comunanza di sorta. La risposta è esatta, ma non è
sufticiente. La realtà signittcata daU’opera d’arte può essere brntta : que¬
stione, alla peggio, di gusto nella scelta della materia, àia l’espressione può
essere perfetta: ed avremo bel¬ lezza indipendentemente da ogni, anche
inconscia, valu¬ tazione storica. Non fosse altro, bello — e buono — ci
apparirà l’amore onde l’artista si compiacque nell’opera sua. Non solo:
l’esjtres.sionc si richama all’/j«pressì07tc; e l’impressione dell’artista di
fronte all’oggetto ratligu- rato, moralmente ri[trovevole o fisiologicamente
ripu¬ gnante, può e8.sere di disgusto ; ed allora l’espressione, bella perchè
adeguatii, è anche buona, oltreché per il valore di conoscenza che è connesso con
ogni espressione, anche per la sua conformità al giudizio etico corrente, àia
il brutto, il dolore fisico e morale, la crudeltà, la stessa malvagità,
po.ssono essere raffigurati con assoluta indifferenza od anche con manifesta
adesione sentimen tale da ])arte dell’artista, in opere che non esitiamo a r —
20f) — {iiiulicart*, i»!*!- sè, con ini riliesso iiniiieiliato della iieice-
zione, sovrauaniente belle : — eseiiii»i, Medea ed Achille ricordati jioco
addietro. E ciò può avvenire, non solo perchè l’opera d’arte rimanendo uguale,
abbia mutato suo rapporto con la moralità dello spettatore, dall’epoca in cui
ajiparve a (piella in cui è percepita; ma anche perchè, secondo la formula del
Tolstoi, proin io al momento della creazione l’autore non fu giusto, cioè
morale, di fronte al suo soggetto. Qui è il problema. Ebbene, Medea si vendica.
La vendetta, osserva Schiller a questo proposito, è una passione senza no¬
biltà e vile. Concediamo. l’erò, lino a che punto f La vendetta, come già
avvertivamo in altra parte del libro, ebbe lungo lo sviluppo della storia umana
la sua fun¬ zione utile alla specie e quindi morale : la giustizia fu soventi
non altro che una trasformazione dell.v vendetta. Essa fa capo alle esigenze
della guerra, ed alla solida¬ rietà del male : nella contesa delle prepotenze
appare come un termine di equilibrio. Bene è che una morale, la quale segua
precetti, non indichi che le vie dell’amore; ma la morale è assai ])iù
iviWazione che nel jìrecetto ; ma l’azione è un dato della realtà presente che non
può isolarsi mai in una forma qualsiasi di assoluta auto¬ nomia ; ma bene è che
la realtà sia lìercepita in tutte le sue manifestazioni anche spiacevoli e
doloro.se, — recpiisito assolutamente necessario perchè la morale sia pratica,
e non si avveri il divorzio fra l’etica e la vita. Ecco ivi l’opera d’arte ad
integrare il senso della vita stessa, dando conto di (piel tanto di morale
della guerra onde noi quando si tratta di agire meno male (cioè relativamente
bene), non ci sentiamo ancora emancipati. Earà per eccezione; si, — almeno in
via di augurio. Ma intanto, i)er far trionfare un diritto contrastato — 207 —
iiellii (;ouU‘se »k*i |>oi)uli, nei dibattiti fra elaasi sociali, fra
partiti politici, è assurdo che in nome della civiltà si vofjli*') disarmando
sempre e jier offiii caso la vio¬ lenza, conferire una specie di monopolio alla
frode: (Mercurio, Venercentv, che protesta contro la teppa in occasione di uno
scio])ero purchessia); ed Achille che fa scemiiio, orp:o{;lioS(j e {■'ioeondo,
del cadavere di Et¬ tore, può essere ancora, con qualche riserva, un ar¬
chetipo. Non cosi però che il pericolo della bruttezza non sia vicinissimo. Ile
Lear ci ili.scovre tutte le più atroci sof- tereiizc dell’amore e del dolore
])aterno. IMa quando alla line, > di Kiccardo \\ Hgnir. j ini u gonza del
lie, parca di parole, nobilissima « sapiente, purillca ogni cosa che già dalla
tedeltà croma c i ^ ur- wenaldo è ingentilita. Chi In l’omicida f No» lo ricor¬
diamo. E la personalità tisica d’Isotta vanisce per la morte di Tristano alla
sua volta, in un laiig«or di pas¬ sione che è serenità c quiete, - l’ascosa
armonia, h- iialmeute rivelata, dei più discordi momenti i t-i'ikviw* f
(Hìtìiid* (l) Convinum rei de Amore, 1 LA10M&. silio Ficino interprete-,
Lugduni, 1557; p. 291. ■' ai rapporti fra l’arte e l’amore, ed alle due mor , 1
e della guerra. « Quocirea res ‘^rornni amore luteiye c ’ spositaesunt, amore,
impiam, pulcritndinm: oou sequitur amor. Antea vero, ut initio * a((luo atrocia
inter deos, propter nocessitatis i®g'' * *’ — 200 — K questo (• vero
sopriiUitto in (juanto per via tlel- l’arte noi siamo ricondotti, col conforto
di nuova energia si»irituale, alla rcaltA ed alla vita esteriore. l’erclifc la
bellezza projìria dell’ opera d’ arte non è il termine della sua esistenza
produttriroprement idttoresipie et an(''do('ti(pie (dei miiistri olandesi) on
ii’apeivoit p.as la moiiidre anecdole. Aiicmi sii.jet bien dfder- miiu-, pas
mie aetioii ipii ('-xige mie coiiiposition ivib'-ehie, expressive,
iiartieiilierement sigiiilìcaliv(“; mille iiivciition, an¬ emie scène (pii
trancile sur l'miilbrmiti'- de celle existeiice des eliamps on de la ville,
piate, viilgaire, (b'-iiiK-e de recberelies, de )iassions, oii poiirrait dire
de seiitimeiits. Hoire,
l'iimer, daiiser et caresser des servanics, ce irosi pas ce (pi’on |)eiil
a)i('-llcr mi ineideiit bien rare on bien attacliant. 'l'raire des vaches, les
m('-ner boire. cliarger un cliariot de lidii, ce n’est pas ]diis un accideiil
iiotable dans la vie agricole. » /.«s ma'i- Ires tVdiiliTfoìs: ìe mijel i
tahlfiiiij' linllKìuiitiK. Iticordato dal Lkcuai.a.s : di., p. •2ll!l. Questa
descrizione i- alla sua volta (piasi mi commento pittorico a citi clic noi
diciamo nel testo. .Si aggiunga poi la suggestione o il contagio di mia
siiiqiatia nuova che ci viene dall'amore dell'artista per il soggetto della sua
ojiera. Kcco la « portala morale » anche di una AV/ wicsiic di Tiniier. — 21:5
- viTlii .li mi.'Vt* l.i'IU'ZZf, alili .U-l(Miiiiiiii/.i iiitcrioio ,li più
conipli'ssi' rarsi, eaiergeiido fra gli altri, un seguito di ralligiirazioni
precise: Sai cnstello ili Veriaiu lìatte d sale a iiiezzogiiiriiii, Da la
Chiusa al pian riiitruaa ■Solitario un siioa ili corno, MorinoraMilo per
rajirico Celili* il granile Adige va, Kil il re 'reoilorieo N'eceliio e triste
al liagno sta.... naarila il sole sfolgorante.... La strofe di CtÌosuì*
Carducci snodava interiormente, i suoi ritmi, ed il pae.se ai animava per essa
di nuove esistenze richiamate alla vita; Hoezio, Simmaco, e con essi altri che
liorirono alla corte di Teodorico: Ara¬ tore, Cassiodoro, N’enanzio Fortunato.
LIn’eco di lontane armotiie si unisce adesso al con¬ certo pre.sente. Infatti è
opera di Venanzio Fortunato il Ve-rillii rcfiix prodeimt, conservatoci dalla
liturgia cat¬ tolica, che noi udimmo gii\ negli anni giovanili fra l’in¬ censo
e i irrofumi campestri, cantato in cori pazzamente testosi dalle contadine del
nostro Alto Monferrato. ."Ma dalla volata di angiolette con le ali iridato
che Stefano da /evio dipinse a consolazione dei fedeli verso la metà del
i|uattroi:cnto (ora e.s.sa allieta il Museo ve¬ ronese) si è dijiartita una
lìgnra jiiù dolco delle altre; ci pare di riconoscerla, certo i)ualche
jireziosa rassomi¬ glianza va delineanilosi ; ed in causa di questa rasso¬
miglianza non bene delìnita fra la figura del dipinto ed un volto reale
idealizzato dalla lontananza del temjm, avviene che il ricordo dei canti
villci’occi si animi, ci — 215 — lu-fiii livivtMC i fiionii in cui i iiriini
aiipclli niistiTiosi (ii'l verginale erotismo «leiradoloscenza riempivano di
profondo signilieat»» ogni oggetto, ogni piccolo avveni¬ mento, e destavano
lam|)i improvvisi e mal celati tre¬ mori per inconfessate pare soavi
preferenze. Lieta giovinezza — allorché nel l)eato schiuder.si del- rintelligenza
a veri maravigliosi, correvamo per gior¬ nate intiere da mia balza alTaltra a
frugar fra i iletriti Il rompere piccole sporgenze di rocce, esultando per
ójini scoiterta, nella ricerca di avanzi fossili, di cui non sniievaino
precisare a noi stessi la qualità e la storia, ina che ci annunziavano già come
in una trasparenza incerta di nebbia la notizia di mille cose grandi, la ri¬
velazione della natura verso cui anelava il nostro più intenso desiderio! Md
eccoiii, come per una spirale, ricondotti ai monti che ci stanno dinanzi, al
castello, all’ Adige, a Teodo- vico; e l’intesa nostra, si dirige anche,
adesso, ai tetti alti ed ai campanili aguzzi ilclle varie basiliche citta dine,
S. Fermo, S. Anastasia, S. Eufemia, la tattedrale, riconoscenti nel lontano S.
Zeno la loro suburbana pa ¬ ternità. Appunto; erano i richiami della esistenza
trascorsa, l’imiironta di un fossile caiatteristiia) ritrovalo in un mattino
autunnale freddo e periato di rugiada nelle valli natie, la chie.setta nostra
nei giorni di festa ove nimbata d’incenso e di sole ci lampeggiò suo mistero la
giovinetta della in i ma annunciazione amorosa, mentre dall’uscio aperto
entrava e si mesceva coi boati del¬ l’organo il vario rumor della piazza; —
erano (jnesti richiami del Monferrato natio lo stimolo per cui la ri¬ cerca
degli occhi s’era trovata mossa, senza che ce ne avvedessimo, a sinistra, là
dove il profilo tagliente di H. Zeno maggiore si stacca sui prati e sugli orti
ai con¬ tini della città, nella pianura. — 21(5 — l’crclii* avevamo poc’anzi
j)osto atUmzioiie al pop. tale (li quel tempio, ove la leftgeiula di Teodorico
inse¬ guente il demonio sotto forma di cervo è rafligurata c.on semplice
vivacità primitiva; e nella stessa facciata del- l’antico edilizio avevamo
risalutato la disposiziono sin¬ golare delle colonne e degli archetti del
timpano, che fu già uno dei primi incontri fortunati da cui, negli anni
addietro («piundo il far collezione di coleotteri dalle elitre lucenti ci
mostrava ogni giorno la incertezza dei conliui, i)er le luolteidici varietà,
fra una specie e l’al¬ tra), avevamo tratto argomento a studiare Darwin su la «
Storia delle Belle Arti » del Selvatico. (ìnarda il sole sfolgorante E il
cliiaro Adige che corre. Guarda un falco roteante Sovra i merli della torre.
Ohi è che guarda? TeodoricoI Egli, noi, tutti! Il tempo non è piu, ogni cosa è
presente; — la paleontologia e il verde primaverile — la leggenda, la storia e
la sensazione attuale — l’atto di fede e di amore dell’architetto e dello
scultore e quello del poeta, — la rivelazione portaci dal naturalista su la
genealo¬ gia degli organismi, ed il grido imperioso dell’«oscuro genio della
specie » che ci spinge coi nuovi palpiti della giovinezza a correr la campagna
per la tenera impa¬ zienza della prima grande felicitA ricercante sé stessa fra
i veli tenui di una saggissima ignoranza. E dal cuore gonfio il senso i)ieno
della vita erompe, di per sè mosso, alla conquista di altre risonanze, di altre
es|)ressioni, — indefinitamente, ili la certezza asso¬ luta della nostra (capacità
di azione ])ro.ssima buona e forte, di una corrispondenza perfetta fra l’atto e
le sue condizioni esterne ed interne. La gioia sta risol¬ vendosi in volontà,
un’altra volta, e la volontà prò- — 217 — iiiftle uiiii rillessioiif k-rsa e
vigorosa tlello iiiù com- ]>les8e inafferrabili armonie. Nò più fievoli
risonanze richiamano alla memore fantasia i colli di Kimini, per esempio, da
cui tanta ricchezza di evocazioni dantesche si sprigiona jìer lo sgnanlo che
dal colie aguzzo di Kertinoro al « lito di llhiassi » e da questo alla punta di
Cattolica si riposa poi sulla vicina città : — (l’anima rowirtno di Leon Jlat-
lista Alberti jìarla dal bianco tempio marmoreo a crii Sigismondo, buon amatore
d’Isotta e fine apprezzatore (li codici deliziosamente miniati, portava le
ricchezze tolte alla chiesa ravennate di Giuliano Argentario). ()[)■ pure
Assisi sull’alto (gloria di Giotto) con la mirabile conca verde circoscritta
dai monti fra Spoleto e l’erugia, e Spello a lato, e Foligno nel piano, e più
dappresso, 0 fraticello serafico, la cupola bella del Vigiiola Dove incrociando
a l’agonia le braccia Nudo giacesti su la terra sola! () la spettacolosità di
un rosso tramonto novembrino a raccemlere le epiche memorie della vita
bizantina sn la silenziosa Ravenna vista dal terrazzo del mausoleo di
Teodorico, fra lunghe file d’albori proteudentisi oscure nel gran piano sul
terreno tigrato di giallo per le foglie cadenti. Parla Sant’Agostino, anima
appassionata: «Et vi- disti Deus omnia, quae fecisti, et ecce bona sunt valde:
quia et non vidimus ea, et ecce omnia bona valde» (1). * • • V’è infine da
considerare un ultimo punto, impor¬ tantissimo. L'arte ci fa atti a godere
delle variazioni, (1) A. Avgi'stini: Ooìifexsionum ; Lib. XIII, Clip. XXVIII. —
21K - ci aproiiii allii ricerca ifi che p»!!- raculeo doloroso dtd biso;rno,
alle (wuiuistc dello sid- rito e della vita. Accanto alle ragioni che stanno a
spiegare la ge¬ nesi del hello e eh»! api>artengono al passato, e contro le
(piali sarebbero nella pratica della esistenza umana opjionibili gli argomenti
che nella prima jiarte del libro accennammo a pro]>osito della morale
evoluzionistica (se anche la serie dei fatti passati dia luogo alla scelta di
ciò che »' più generale e p»>rmancnte e ipiindi attivo nel presente e per il
futuro) — a parto duinpie le ton- dainenta genetiche «lei bello, che in certo
qual modo rappresentano eredità o conservazione ili caratteri in¬ nati od
acipiisiti, si disegnano le manitestazioni del¬ l’arte come tendenza alle
]ncc,ole o grandi mntazioni indiviiluali. Mentre, infatti, i « generi
tradizionali » (oltre alle ragioni naturalistiche della bellezza) si pongono
come condizione a che il linguaggio dell’arte sia comiireso, accade d’altro
cauto che il manifestarsi di ogni opera d’arte non si giustilìchi se non ci si
inesenta come no¬ vità; sotto qualsiasi aspetto, non importa; almeno come
ricerca. (Jnando l’oggetto manca di singolarità, noi giu¬ dichiamo brutta
»iuella che ci fu iiresentata come opera d’arte: le contestiamo nn valore
siu'cifico, cioè l’esi¬ stenza artistica. L’educazione artistiija interviene.
Quando la psiche di chi è chiamato a percepire l’opera d’arte è vergine e
primitiv'a, gli accorgimenti più abusati della risorsa tecnica possono apparir
come sinceri mezzi di espres¬ sione e dar luogo ad una emozione estetica magari
viva e forte. Ma con la educazione artistica, e, più, con l’af¬ finarsi del
senso critico, non dissociabile da quella, oltre a scovrir la malizia ove
dianzi si sn])poneva sin- — 210 — writà, sulfi'iilrii il iViionit'iio iU*llii
abitndiiH* inerte ii fiilnni mezzi a tiilnni elfetti a taliiiii contrasti, ece.
Al¬ lora, pendìi* rattenzione sia destata, ed una sensazione di bellezza la
tenni e l’aiipafjhi, occorre die l’eccita /.ione sia più forte o si
diversiticlii jier qualità. Non v’è, credo, fattore idù potente di evoluzione
psi- cliica Iter l’individno; porcili* idù facilmente è diffuso; jiercliè
inoltre jiorta seco questo pregio singolare, che le condizioni dell’ emozione
estetica esigono per ogni variazione i limiti di una certa normalità,
istintiva¬ mente definita dal gusto: la qual cosa rende tanto più sicura e
tranquilla, e quindi etlicace, l’azione verso la conquista. 10 ciò in una
feconda concatenazione di cause e di effetti. Per vero, come già dissimo assai
volte, ogni carat¬ tere distintivo (così nel campo dell’etica, come in quello
della bellezza naturale, come in quello dell’arte) è per noi una .sorgente di
piacere estetico, pnrcliè si man¬ tenga in un rapporto di armonia con ciò che
costituisce la sostanza del nostro organismo psichico. Più quindi la nostra
personalità è ricca di disposizioni e di atteg¬ giamenti, più saranno lo
distinzioni che si percepiranno e più sarà facile che (pieste distinzioni
trovino come concordare con tutta o con qualche parte almeno della personalità
stessa; perciò il più grande numero di com¬ piacimenti possibili per gioconde
misteriose risonanze nei regni della fantasia e del cuore, ove l’opera d’arte e
la buona azione, sorelle affettuose, attendono l’ora per uscir jireste alla
luce. Ma ciò costitui.sce alla sua volta, sotto un altro aspetto, una specie di
allenamento generale ad uscir dalle vie battute, e ad uscirne bene, con
equilibrio e senza stravaganze, jier ogni circostanza della vita, in movimenti
ili iiensieri, di affetti, di atti liberi e creatori. Cosi lo novità inecomMiti
il raturo in o^tni canipo lianiio sempre trovato consenziente l’animo degli
artisti sinceri, eccelsi o modestissimi. Dante, fra (ìnelli e (Ihi- bellini,
ama farsi parte per se stesso; e (ìnido Caval¬ canti ricerca fra l’arclie dei
morti «se Dio non fosse». Due ginreconsnlti non pedantesctamente ligi alla
tradi¬ zione furono Cino «la Pistoia e Andrea Alciato: erano due jioeti.
(loetlie iione un giorno la sua i>iù grande passione nel seguir le vicende
della contesa tra i natu¬ ralisti che sostengono la fissità della siicele e
lineili che ne artermano la mobilità, e collabora alla campagna di ijiiesti
ultimi; e Waguer compromette la sua''libertà liersouale e la vita stessa nei
moti rivoluzionari germa¬ nici del quarantotto. Ilo nelle mani lettere di
(ìiovanni Segantini ove, fra la sconnessione sintattica dei periodi, sono
tratteggiate con indicibile sicurezza e precisione talune audacie di iiensiero
nel campo dei problemi so¬ ciali, che in verità lascerebbero perplessi anche i
più assoluti assertori della politici iiiù radicalmente no¬ vatrice. Sappiamo
bene: sappiamo bone. Nella stessa Firenze del cinquecento Baccio Bandinello
riesce a soprattaro il bellini, ed il Biancone dell’Ammannati è preferito, per
la fortuna di altro paese, al Nettuno di Giambologna. Si moltipliiiarono anche
sempre e si moltiplicano in¬ torno a noi, in ogni luogo e in ogni ora, artetici
o ma¬ novali di molta fortuna (il nome di qualcuno si fissò anche nella
storia), ed onorati e celebrati, e ben pen¬ santi, rispettosi di qualsiasi
autorità costituita, dall’Ac¬ cademia alle « maggioranze legali » contro cui
armeggia il povero « nemico del popolo » ibseniano, — viventi (quei manovali)
in perfetto accordo col vicino e col dia¬ volo del vicino, come i « virtuosi »
del Nietzsche, tfuar- date le opere loro! Vi trionfano tutte le abilità, tutte
le conoscenze dei mezzi che occorrono a certi effetti. — 221 — 1*-'
niecciiiiiclie preordinate dalla Inavura a carpir la buona fede del prossimo,
tutto il (jenerìco che alla iiieducazione di una momentanea maggioranza può ap-
])arire come specifico, tutto il nuovo o il paradossale che consiste nel
capovolgere il vecchio come per ischerzo. fi arte, quella! jla quanti ceri
artisti io ebbi la fortuna di conoscere (e dico veri artisti indipendentemente
dal valore e dal¬ l’importanza dei risultati cui siano giunti), avevano tutti
il temperamento artistico modellato sull’anima loro, e (piesta alla sua volta
si adornava almeno di (|ualche speciale virtù. Non uno che non sentisse piii o
meno consciamente una nobiltà ed una larga utilità collettiva operante da sè,
all’esterno, nella fatica a cui attendeva: e in questo vago ma sicuro [iresagio
ripo¬ sava a buon diritto la sua coscienza. La coscienza poi, fatta per queste
vie sicura, era tale da rispondere sempre con mirabile autonomia alle
particohiii circostanze che ne destassero l’attività. Un pensiero originale, un
atto non comune indicavano d’im- j»rovviso come (pialche cosa «li puro, di
mdividuale e singolarmente energico, si era, per l’esercizio di amore verso le
cose lielle, elaborato nell’animo di quell’artista. L’arte l’aveva chiamato:
non egli aveva pensato freddamente di farsene una mas«diera per ingannare il
prossimo. E d’ogni arte è lecito alfermare ciò che l’an¬ tico Cenniiio Cennini
avvertiva per la pittura: « Non senza cagione «ranimo gentile alcuni si muovono
di ve¬ nire a «luest’arte » (1). È il principio. Ea gentilezza ini¬ ziale
troverà poi, nel giardino ov’ò «leposta, elementi che la trairanno a liorire in
bontà, in virtù, in forza, ^.,1 — ove occorra — anche in tierezza ed audacia.
(1) Cf.xmni: Trattalo dilla pittarli; Cap. 11. Non vorreinnio esserci troppo
indugiati su (pu-sto argomento. ComuiKiue, noi vediamo per ogni lato come
l’arte e la morale si orientino verso lo stesso polo. Perchè l’arte è la più
larga comprensione ed attenua¬ zione eosciente della Kealtà; ed è bisogno
fondamentale della natura umana perseguire il raggiungimento di una ideale
identilìeazione della coscienza (dico coscienza e non conoscenza perchè intendo
cosa assai più larga del raziocinio, della logica, della formula) con la
realtil universa. E così noi avvertiamo, come nota il Tarde, che base del
giudizio artistico è il grado di intensità o di t/ene- mlità del bisogno al
erbo o per necessità di ritrovar nel silenzio se stes.si sono condotti ad
astrarre ressione più nitida della immanente ten- ileii/a della personalitiì
umana alla più intima eoin|)ren- sione ed alla jiiù energica alfermazioue della
vita. CAPITOLO II. La coiidotta estetica Soiuiiinrio. — L’atto esteriore come
opera d’arte - La DANZA DELLE ANIME - La MISURA DEI RITMI - LE VIRTÙ estetiche
- La varietà e la complessità negli atteg¬ giamenti PSICHICI - La piccola bontà
- L’ entusiasmo K l’ottimismo - La comunione sociale e il rito. Àia le arti
propriamente dette non sono che un epi¬ sodio della vita estetica. E,
ritornando all’azione per considerarne la bellezza indipendentemente dal suo
valore di segno, di mezzo di comunicazione ad altri di uno stato interiore, ve¬
diamo ancora allargarsi di nuovo e non trovar più con- lini l’efficacia del
senso estetico su la condotta umana. Già ricercammo nella prima parte del libro
quale sia il concorso recato dal sentimento, dall’ immagina¬ zione e
dall’entusiasmo, alla determinazione degli atti migliori ; quanto di amore e di
simpatia ci racconti ogni manifestazione di bellezza ; come il senso estetico
si frapponga, in funzione di saggezza, fra la coscienza e l’incoscienza della
condotta nostra, ad illuminarla e a governarla. E considerammo nella seconda
parte le ragioni, pure estetiche, dell’aristocrazia, ed i limiti che ne
derivano : e notammo il significato di gioia e di forza che è nella « grazia ».
Ogni oggetto, poi, ogni 15 — 226 — relazione, ogni processo, di quelli segnati
o seguiti, vedemmo volgersi o dirigersi verso la più larga ed in¬ tensa e pura
felicità umana. Ora si tratterebbe, prima di giungere ad una più vasta e
definitiva conclusione, di svolgere i corollari semplici che dalle premesse si
riflettono nell’ umile realtà della vita quotidiana. Tutti conoscono le i)arole
di Merck a Goethe : « La tua vita vale più della tua opera» (intendeva dire l’opera
letteraria e scientifica). Ed è vero. Come è vero che lo due eleganze, quella
del pensiero e quella dell’ azione, procedevano dalla medesima sorgente. « La
parola i)ro- nunciata, il poema scritto sono, si dice, un epitomo dell’uomo.
Quanto più lo è l’opera compiuta I Tutto ciò che esiste di moralità e di
intelligenza, di x)azienza, di perseveranza, di fedeltà, di metodo, di
penetrazione, di ingenuità, di energia, — in una jiarola, tutto ciò che un uomo
ha in s6 di forza sovu scvitto nell ofiera che saprà compiere » (1). Evitato
oramai il pericolo dello confusioni, non è ai'bitrario chiamare arte anche
quella : l’arte della con¬ dotta. L’esistenza di un individuo può essere,
intiera, opera di perfetta bellezza. È una osservazione che ciascuno può fare
ogni giorno l)er conto suo, questa ; — Il giudizio sulla condotta altrui, ed
anche sulla condotta propria, è assai spesso mal sicuro : l’analisi di tutti i
coefficienti di una de¬ terminazione umana, che soli i)ossono portare alla
valu¬ tazione adeguata della sua moralità, è bene spesso incerta. Più facile,
talora, il giudizio della bellezza sua. Quante volte così di un atto semplice
della vita famigliare, come dell’ alta deliberazione di un uomo di (1)
CARLyi.E: Passato e presente ; trad. ital. ; Torino, 1905, p. 243. Stato, nella
incertezza e nella comiilessità indefinita dei motivi coscienti ed incoscienti
che li informano, l’ap¬ prezzamento migliore è ancor quello dell’ istintivo e
profondo senso umano per cui li si avversano invinci¬ bilmente come brutti, o
sono graditi come belli ! E Oliale insperato conforto la gioia che si ritrae
gustando ]a bellezza di un atto che già deve essere apprezzato come buono e
come ntile ! La bontà, svolgendosi secondo la sua proinia natura liberamente,
fiorisce inconsapevole in manifestazioni di bellezza, àia la proposizione può
anche essere capo¬ volta. La bellezza dal cauto suo è in gran parto anione,
irradiazione continua dall’ interno all’ esterno. Ed è la stessa cosa. Con
perfetta giustezza il vocabolo tiiiico greco KxXoxayaOds riuniva il bello ed il
buono in una sola unità. L’uomo che si è assuefatto ad osservare il lato
estetico delle cose, ed ha plasmato come opere d’arte il ]iroprio carattere e
la propria vita, consiilera l’atto morale come una bellezza nuova e
singolarmente pura. Cosi la morale diviene, secondo l’espressione di
lionssel- Despierres, « l’attrait souriant, le charme rayonnant des e.xistences
». 11 qual fatto può anche
essere immaginato, in un avvenire ideale, come condiziono generale delle
esistenze umane associate in una feconda opera di jiace svolgentesi fra la più
compatta delle collaborazioni. La virtù apparirà allora come la gioia perfetta
; e il sogno universale di bellezza onde sarà cullata l’anima umana, si
trasformerà, senza nulla perdere della sua jnestigiosa purezza, in un volere
sconfinato di carità e di amore (1). (1) ItoussEi.-DEseiEUKiis : Op. cit. ; p.
32, 33. E non sarà inutile far capo anclie ad una autorità non sospetta, il
Bac- DELAiiiE: «Le vico porte atteinte au juste et au vrai, révolte l’intellect
et la conscience; mais cornine outragc à l’harmonie, coniino dòsinence, il
bléssera plus particulièrement certains — 228 — Intanto, per ciò che è del
passato e del presente, chi, per esempio, meno di Marc’Aurelio, romano e
stoico, si lascierebbe supporre, a priori, come avviato con pre¬ ferenze
sensorie ed emotive lungo i sentieri del compia¬ cimento artistico? Eppure il
Libro primo de’ suoi «In¬ cordi », che vorrebbe porgerci altrettanti esempi di
par¬ ticolari virtù, è sovra ogni cosa, come abbiamo veduto, una mirabile
galleria di ritratti, una elegante rassegna di tipi estetici. Così fu sempre.
Il nome di Teofrasto emerge fram¬ mezzo a quello di molti altri a dare un’ idea
precisa dell’ importanza che nella letteratura greca ebbero le raffigurazioni
estetiche di particolari qualitìi dell uomo, con accentuazioni atte a fissare
tipi concreti di carat¬ teri umani, e ciò con un punto di partenza molte volte
largamente etico, molte altre volte prevalentemente ci¬ vico. Ma la Creda era
la terra classica della bellezza! Non importa. Altrove, e senii>re, noi
troviamo lo stesso fatto. Chi non ricorda i moralisti francesi del sei e del
settecento, e chi non ne ebbe qualche conoscenza diretta almeno per le opere
del Montaigne e del Labriiyère! Ed, ai nostri giorni, il IMaeterlinck non
alterna forse i suoi consigli di saggezza con 1’ evocazione storica di
particolari archetipi. Sabino o Marc’ Aurelio, Eénelon o Spinoza, Carlyle od
Emilia Broiitò ? Ter ogni richiamo di esigenze liaratteristiche della condotta
umana soc¬ corro (luasi sempre, più o meno inconsapevole, al mora¬ lista, una
immagino di bellezza, ed esige ed ottiene di essere fissata, come opera d’arte,
nel tipo. esprits poétiqiies, et je ne croi» i.as qu’ il soit scandalisaut de
considércr tonte infiaction à la morale, au beau nioral, coiume mie espèce de
fante contre le rytlime et la prosodie nnivcr- selles». Ricordato da
Fiekens-Gevaeut : Assai» sur Vartcon- emporain; Paris, 1897 ; p. 120. — 229 — «
* Ecco la più grande arte, intesa questa parola in nii signili«'to nuovo;
l’arte che abbraccia proprio tutta vita e specialmente l’azione, ogni azione
degli indi¬ vidui e delle collettività; l’arte per cui l’espressione si
^oiilonde ilavvero con l’impressione e questa con la realtà oo-gettiva, —
intermediario l’atto elementare, ove solo convergono in perfette identità l’io
e il non io. Offiii largo ciclo di esistenze si riallaccia in qualche odo alle
origini. Non v’è pensatore di qualche merito rhe non abbia intravveduto o
segnato m termini più omeno vaghi questa necessità. Nessuno, da Giambattista
Vico ed Antonio Rosmini, sino al Nietzsche e ad Er¬ nesto llaeckel, ha definito
in modo assolutamente pre¬ ciso la «legge» di queste necessità, pur quando si
accinse a farlo con proposito deUberato. Non oseremo noi minimi, ripetere il
tentativo fallito agli eccelsi ed ai grandi. Constatiamo solo il fenomeno per
la esigua parte che ci riguarda, nella sua applicazione che a questo niinto ci
si offre spontanea. Sono state largamente messe in evidenza dai sociologi le ragioni
genetiche della danza: sono il governo dei mu¬ scoli e dei movimenti del corpo,
la disciplina collettiva dei movimenti stessi (forme atrofizzate ed anchilosate
di danza sarebbero, per esempio, anche le attuali riviste e sfilate militari).
Da questa disciplina, allorquando mezzo e hue si adeguano, e il fine ò parte
viva della esistenza indi¬ viduale o collettiva, sorge il piacere del danzatore
; per essa, in una ripercussione simpatica, il piacere dello spettatore. Si
noti che il valore delle personalità era alle origini quasi esclusivamente
materiale; perciò 1 a- zione si riduceva ad un dinamismo muscolare. E la danza
era cosi lo specchio della vite; o meglio esaltava la — 230 — gioia e la bontà
della vita, isolate momentaneamente dagli elementi perturbatori della condotta,
e sentite quindi in tutta la loro purezza. Ora, nei tempi nostri, non è forse
la stessa cosa? Certo gli atti umani, i migliori atti umani, sono essen¬
zialmente dominati dallo spirito: l’intelligenza ed il cuore Lanno la
preminenza assoluta nella valutazione della personalità. Quella che chiamiamo
danza apiiare ridotta ad un piccolo gioco eseguito con arnesi mate¬ riali,
adoperati oramai quasi sempre per bea altre con¬ quiste che non siano quelle
della forza e della destrezza muscolari. Ma intanto, e sempre, non v’è azione,
e quindi anche azione morale, che non si sostanzi alla line in movi¬ menti dei
muscoli. Solo accade che all’importanza mec¬ canica del movimento si è
sostituito o sovrapposto il suo rapx)orto con la ijersonalità psichica
dell’agente ; e quella non ha quasi più che un semi)lice valore di segno. La
disciplina del muscolo si fa disciplina dei centri che lo dirigono. Sarebbe la
danza delle anime, quando questa disci¬ plina della condotta sociale fosse
lìcrcepita generalmente come bellezza; — un sogno di felicità che sfolgorò nel¬
l’estasi dell’ Angelico allorché schiudevasi il Paradiso agli eletti da lui
raffigurati, e, tenendosi per le mani, an¬ geli e santi e sante egli vedeva
entrar nella gioia eterna celestemente ballando. La buona coscienza del
galantuomo, l’esaltazione dell’eroe, l’entusiasmo e l’ardimento dello
scienziato, l’amore dell’apostolo, si risolverebln-ro nella gioia facile del
danzatore, assecondante il ritmo di tutta la vita intorno a lui, — la vita degli
uomini, del mondo orga¬ nico, della materia universa. — 231 • • Nè questa è
vana immaginazione. Senza che occorra lanciar lontano la nostra fantasia
neiravvenire, la condotta estetica ha già nel presente le sue basi non prive di
solidità. Avremmo oziosamente scritto tutto quanto precede, se non fossimo
riusciti a far penetrare nel lettore questa convinzione. Ma giunti a silfatto
risultato, è troi)po forte la tentazione di abbozzare, almeno sommariamente, nn
modello. Presumeremo dunque di tracciare un com- l)lesso di regole, o, ciò che
sarebbe ancora peggio, di deli- iieare alla nostra volta un nuovo sistemai
Contraddi¬ remmo deplorevolmente alla tesi nostra fondamentale, che l’attività
morale, come l’attività artistica, è inno¬ vatrice e creatrice. Anzi, la regola
genera il fariseo; e la condanna del fariseo è verità così eterna, che
Nietzsche, l’Anticristo, chiama « virtuoso » il fariseo, per ricondan¬ narlo
un’altra volta, illudendosi con ciò di aver evitato un plagio. I.a gioia
dell’attività morale, per cui ogni buona aziono si risolve in un nuovo piacere,
risiede nella libertà. Tuttavia, appunto come nella danza, è possibile se¬
gnare le misure dei ritmi. E vi sono atteggiamenti nostri che, liberi di
plasmarsi nelle guise più imprev- viste sui fatti nuovi affacciantisi giorno
per giorno nella vita esteriore, rispondono però a certe condizioni gene¬ rali
da cui è lecito trarre la ranìgurazioue di cosa che, relativa e pieghevole,
appaia tuttavia come ima certa norma della condotta. Sarà indicazione di bellezza,
e designazione, intanto, di più o meno vaga, più o meno diretta, più o meno
prossima utilità ; ma se noi ne vogliamo ricercare il con- — 232 — tenuto,
scovriamo ch’esso ci fu già porto dai moralisti di tutti i tempi. Solo, questo
contenuto avrà il pregio di non ai)parirci più alterato dalla sanzione,
corrotto dal meritorio, deviato da vane speranze, intristito dalle ca¬ gioni
del pentimento e del rimorso, così come augura¬ vamo nella prima jìarte del
nostro libro. Norme di bellezza riguardanti la condotta morale, dunque ?
Proviamoci a scegliere. O meglio, proviamoci a deli¬ neare quelle situazioni
che rappresentano come un re¬ siduo oltre ciò che fu già messo in evidenza
sinora lungo il corso del libro. « « # Intanto, un certo buon gusto può da solo
distogliere Tindividuo dai piaceri volgari, dalle ambizioni grosso¬ lane, dalle
basse inimicizie. Per queste ultime, anzi, non occorre neanche che il gusto sia
raffinato: basta una qualche larghezza data alla sfera delle nostre impres¬
sioni perchè, ad esempio, gli odi inestingnibiU e grot teschi dei piccoli
centri, passanti come eredità dal padre al tìglio 0 prolungantisi magari i)er
jìarecchie genera¬ zioni, siano automaticamente resi impossibili per man¬ canza
di materia prima che li alimenti. La qual cosa fa capo ad un giudizio estetico
ogget tivo. Ma un buon giudizio estetico soggettivo non in¬ dulge alla sua
volta alle meschinità dell’amor proprio, della gelosia e, peggio, dell’invidia;
ci indirizza verso l’amore e, per questo, delinea le bellezze dell’eroismo, ma
ci i)one in guardia contro l’equivoco per cui si è tratti ad elevare il
sacritìzio a pietra di paragone del¬ l’amore, massime quando esso, in una
disarmonica con- traflazione, è accompagnato dal corteo o, ciò che più spesso
accade, dalla coreogratìa del dolore. — 233 — ÌJon pretendere che gli altri
abbiano una personalità diversa da quella che hanno, e accettarli così come
sono per comportarsi coi medesimi in conformità del loro essere, è senza dubbio
esercizio di arte, che richiede senso di projmrzione e di armonia. Astenersi
dalla no¬ civa dimostrazione esteriore di collera e di odio è pure Oliera di
chi rifugga dalla volgarità di parole e di gesti acni non risponda un adeguato
etlicacecontenuto di atti. Iva bellezza poi ci dà la ragione di uno spostamento
completo nei termini comunemente accettati della umiltà e della «
mortificazione ». Non parliamo dell’umiltà affettata, che fa capo al¬
l’ipocrisia. Intendiamo l’umiltà sincera. Verso tutti gli uomini, in genere, o
verso date persone nella loro unità varia permanente di persona, l’umiltà
sincera 6 timi¬ dezza, vale a dire incertezza di posizione nei dati della
coscienza, mancanza di espressione, pusillanimità, abito di accomodamento
servile, indebolimento dell’azione. Le ragioni della bellezza vogliono invece
un viso franco e sorridente, la grazia e la simpatia comunicativa della
serenità e dell’energia. Ma invertiamo la posizione; il problema non è, per
questo, risolto; — se noi diamo un valore massimo alla nostra persona nella sua
per¬ manenza di attività e di potenzialità svariatissima, se¬ condo i casi più
o meno forte e sicura, accade che ci attendano gli urti inutili, le
constatazioni amare di im¬ potenza, le ribellioni inani, le azioni
incoordinate, — tutte cose contrarie per un altro verso a quella espan¬ sione
gaia del proprio essere che or ora indicavamo come condizione di bellezza nella
condotta. Umili, dun¬ que, di fronte alle ricchezze inesauribili della vita e
del mondo esteriore. Umili di fronte alla rivelazione di saggezza portaci un istante
dalla condofta «lei nostro vicino, umili di fronte al momento di eccezionale
energia della più meschina creatura, innili di fronte alla pron- — 234 — tezza
di una giusta risoluzione che a noi non si era presentata, umili di fronte alle
necessità esteriori invin¬ cibili, umili di fronte alle bellezze senza pari che
la nstura ci porge ogni istante sott’occhio e verso le quali la disposizione
nostra non può essere che di contempla¬ zione o di ammirazione; — pronti sempre
ad attenderci ima particolare episodica superiorità nei comportamenti di ogni
individuo, una difficoltà insormontabile nella serie dei rapporti reali
esteriori. Non umili, mai, verso gli individui o le collettività umane presi
nella totalità generica della loro esistenza, non umili di continua as¬ soluta
umiltà verso una astratta potenza della natura contro cui possiamo anche
lottare, vincendola, talora, ed assoggettandola spesso ai nostri bisogni ed ai
nostri piaceri. Non è neanche l’oraziano «nume guperbiam quae- sitmi meritis »
quello che noi pensiamo : è un saggio governo della valutazione di sè stessi,
vario e pieghe¬ vole secondo la varietà infinita delle circostanze del¬
l’esistenza. L’insegnamento ci viene dal liuskin. « Mo¬ destia è virtù di modi
e di limiti. Arnolfo rimane modesto allorché dice di poter costruire un bel
duomo a Firenze; così Diirer quando a taluno che aveva tro¬ valo un difetto in
una sua opera, scrive che questa non potrebbe essere fatta meglio, iierchè egli
ciò vedeva chiaramente, e rispondere in altro modo sarebbe stato mancanza di
franchezza. La persona veramente modesta ammira anzitutto gli altri con gli
occhi pieni di tra¬ sporto; essa ò COSI felice di ammirare le opere degli altri
che non trova tempo per lagnarsi delle proprie; e per tal modo, sperimentando
la dolcezza dell’apiiagamento senza riserve, non conosce dubbiezze nel
compiacersi nella «lirittura propria come in (piella degli altri, ma
semplicemente dice : — Si tratti di me, o di voi, o di chiunque altro, poco
importa! Ciò è ugualmente bene»(l)- (1) UusKis: The Qiten of thè Aie; ITI; $
135. — 235 — Analogamente siamo condotti a considerare in modo nuovo e diverso
il fatto etico della mortificazione. Inu¬ tile discorrere del « meritorio » che
gli venne connesso; ma quaude Sclioiienliauer aflerma che « restringere la.
nostra cerchia d’azione e di contatto rende felici » (1), dimostra come tutti i
pessimismi, trattisi del pessimismo ascetico o di quello razionalista,
convergono. E l’este¬ tica della vita non indulge alle forme, palesi o lar¬
vate, di pessimismo. Kcstringere la nostra cerchia d’azione e di contatto
genera la noia, e la noia è dolore. Digiunare invece può essere utile in quanto
si prepari alla sensazione avvenire maggior vivezza, maggiore risalto, e, per
questo, maggior piacere. Un digiuno eventuale forzato o A'olontario, dunque,
piegato ad accorgimento di chiaro¬ scuro h\ dove non jinò essere una gradazione
indefinita di toni esclusivamente luminosi ; — il valor della mor¬ tificazione,
din.nnzi a un bisogno o ad un desiderio, espres.so dal raiiporto fra
l’appagamento come conquista o novità e l’ai)pagamento come recezione passiva
od abi¬ tudine, più ricco di gioia quello che questo, a parità di contenuto. Ma
oltre e sojìra di ciò la ricerca, e per essa la va¬ rietà, — l’espansione, e
per essa la molteplicità degli atteggiamenti e dei contatti. Accade normalmente
il contrario. Ognuno si chiude nel suo i)iccolo guscio ; e .questo è per lui
l’universo. Le esigenze della sua vita ristretta diventano le leggi
dell’umanità. (1)
Sciioi'ENiiAUKK : Aiìhorismes sur la myesse daiis lavi*. Tr. fr. ; Paris, 1904;
p. 169. _ 236 — Ora aiiosto
atteggiamento eli meschinità diminuisce • ^hiCente il valore della condotta, e
si risolve m ™ toto «tosale alla 8Ìoia .lell'imlivUluo ed al naeLo- ”T“i 6
tl'altotfuaa conveatosa olenneatare, a«ell. di allargare quanto è possibile il
territorio delle nostre o«iiosceL.e, - intendendo per conoscenza non la soia
nozione scientilica : le ricerche di gabinetto, ma 1 esperimint vario della
quotidiana pratica della vita. E àoa si rad «at.astare l’abaso di s.ngolan
co,a. lieteaae, se noa faceadocl alla aostra volta, ael augi gaate gloviaotto
moairesta P» ^raiondaai r”Sd;^“ar»nto^^^^ i—s»-eii so- g,„ia„„d„,dtoreda.l^^^^^
ìtorT'artlsta, l’uomo lioUtico, seasa coaosccre il rispot- r’caaV di attività,
la .aperbia “ m to mai iatnwveduto il valore e la feooudiU delle grandi
gcaeralltà llloaonclic, Il P'»’''»''"''®";"’ ' , mailismo
Intellettnale morale e seatimeatale obe fa . "g “ ; riaai stranieri ed
ostili l’ua l’altro, cto -■ tota l’igaavia taecado considerare , oaaeoll della
pri g” ,m non come un doloroso Impedimento a H’iiseiro, al fa. 'girò ma come
una difesa dalle iavasioa. esteriori ^ 'come il invece idcaliiionte diversa la
disposimoiio il, messo alle folle, per aver toitto di Darl’ire dei loro difetti
(piando se ne siano appicz yate le buone qualità, od è provvidenziale
fischiata, se per essa la noncuranza dell applauso fa disinteressata e sincera.
— 237 — Conviene essere stati almeno qualche volta, senza larvisi compatire, a
ricevimenti mondani, a balli ele¬ ganti, per essere in grado di affermarne
decentemente la frivolezza e la menzogna, se si ebbe tanta virilità da non
lasciarsene travolgere. Occorre aver provato le tipiche soddisfazioni di nna
marcia a piedi, magari col zaino in spalla alle grandi manovre, od essersi
indugiati ad affondare il remo in¬ dolentemente fra le canne e le ninfee di una
vasta pa¬ lude, ricca di colori meravigliosi, di toni caldi e sonori o di
nobilissimi ed austeri contorni, inesauribile di novità ad ogni minimo mutar di
luogo, come sarebbero, ad esempio, i « laghi » di Mantova di sera in principio
d’estate, e bisogna anche aver fatto qualche lieta corsa in automobile, — per
non inciampar nel pericolo, la prima volta che avessimo a satire su di un automobile
preso a prestito da un amico, di concepire un Ubro che celebri le gelose ed
esclusive glorie della «macchina», l’estetica misurata a chilometri in rapporto
alla velocità. È utile avere spinto i pattini sul ghiaccio fra la nebbia
mordente in gaie e rumorose brigate, ed abban¬ donato la bicicletta in qualche
beve discesa fra il verde delle colline nell’ansia di un’attesa gentile, perchè
la solitudine dello studio non abbia rimpianti ; — ed è ne¬ cessario aver
studiato e meditato sui libri, perchè lo sport non sia puro esercizio bestiale,
e perchè una caccia di i)iccoli organismi marini fra le crepe di una spiaggia
rocciosa vada oltre la superficialità di un pas¬ satempo infantile. Bisogna
aver conosciuto l’amore bene appagato, per poter soffermarsi, senza miserabilità,
a ricercar le man¬ chevolezze dell’altro sesso, in cui pure i pregi devono
essere così grandi se ci hanno largito ore di felicità indicibile. È bene che
il politico abbia assunto, sia pure m — 238 — uii campo modestissimo} la
responsabilità di gerire di¬ rettamente una pubblica azienda, perchè l’opera
sua di critico acquisti lume dalla esperienza personale ed au¬ torità dalla
dimostrazione concreta di aver saputo/are. È opportuno che l’applicazione
professionale abbia nella vita d’un uomo recato, e rechi, i risultati continui
della pili specializzata osservazione, abbia posto i più minuti problemi e
chiarita la diflìcoltà delle ultime ana¬ lisi, perchè il guardar poi le altre
cose alquanto dal¬ l’ulto non diventi astrazione, non larvi la mancanza di
precisione e di chiarezza nel giudizio e nell’atto. Importa aver apprezzato i
singolari mezzi di espres¬ sione concessi dalla loro particolare natura alle^
varie arti, per essere in grado di notare tutte le insuflicienze della pretesa
determinazione scientifica. Bisogna infine aver dato opera a trar dalla
scienza, entro i limiti dei mezzi individuali, quanti frutti era possibile,
perchè il ricorso ad altri elementi della vita si risolva in acquisto, in
riccliezza, e non sia invece un i i[iiego ove si sciupino le energie psichiche,
male appli- erchè l’«utilità marginale» è sempre con¬ dannata a dileguarsi
appena si risolve nel fatto. È l’at¬ timo ; non è e non può essere una
continuità od una suc¬ cessione od una permanenza. Ma il problema può essere abbandonato
agli econo¬ misti. Più modestamente, per noi, giova insistere sul fatto che
neanche coloro i quali più sembrano avvan¬ taggiarsi di tale stato di cose,
neanche i cosidetti pri¬ vilegiati della economia capitalistica attuale trovano
tempo ed agio e forze per educarsi in gioie che non siano d’ordine materiale ed
inferiore, per compiacersi suflìcientemente in qualche occupazione che non sia
di natura professionale ; ed anche per essi l’occupazione professionale perde
ogni giorno inii la sua intima at¬ trattiva per l’affanno ond’è travagliata
dalla turbinosa concorrenza a cui resistere e riparare, dalle esigenze sempre
nuove e maggiori della stessa produzione i)ro- fessionale a cui provvedere. Non
sono osservazioni di un demagogo. Le ha fatte Ruskiu. Preoccupazioni, fatiche,
lotte, incubi diurni e notturni, tutto per raggiungere uno scopo: ammassar
dell’oro. Come si godrà quest’oro, è cosa a cui non si pensa ; l’importante è
averne, e molto. Guardiamo que- — 256 — Sto industriale, questo commerciante, questo
professio¬ nista. Egli non può leggere: non ne ha tempo, deve ancora ammassar
questi danari che sono qui ; egli non può uscire a veder la risurrezione dei
fiori di primavera in un i)aesaggio animato : deve ancora ammassar quel denaro
che è là. Più tardi, i)iù Unii, quando sarà del tutto ricco e del tutto vecchio
(se ci arriverà), quando avrà rovinato dieci concorrenti, quando avrà
schiacciato gli oi)erai in una diecina di scioperi, allora con (jueste
ricchezze egli offrirà a sè stesso tutto ciò che la Natura dona di fiori, tutto
ciò che l’Arte dona di armonia, tutto ciò che il l’cnsiero dona di gioie
virili. Davvero ? Ove se ne andò la salute i Ove lo spirito i Ove la fre¬
schezza delle sensazioni, la purezza degli affetti i Non sopravanza che una fredda
e deserta vecchiaia ; e la morto (1). La legge psico-economica della
moltiplicazione dei bisogni si svolse essenzialmente nella moltiplicazione dei
bisogni mezzi per aumentare la ricchezza ; e quel progresso in cui abbiamo
ri|)osto tanta fede irragione¬ vole, non ha fatto altro sinora che complicare
di fati¬ cosi ingombri la nostra esistenza, moltii)licundo le inno¬ vazioni
industriali. Il telegrafo e il telefono portano forse notizie migliori f Ma che
1 ci fanno concludere più presto gli affari, molti affari, da cui potremo forse
rica¬ vare nuova ricchezza, che ci gioverà per le spese dei viaggi sbrigati in
fretta, senza nulla vedere (e per questo soccorre la velocità dei treni); per
le spese dei grandi affitti di locali, non a nostra comodità, ma a decoro
commerciale dell’azienda, ove trionfano i mobili pretenziosi e lo chincaglierie
di pessimo gusto e di insta¬ bilissima moda per coprir la continua produzione
dei grandi opifici ; per lo spese degli enormi balzelli a favor (1) K. De la
Sizeuanne: Op. cit. ; p. 290. — 257 — dello Stato, la cui burocrazia si
complica iu ragion del complicarsi (1).
35 bene che 1 antica consertio inanmim nei ra[)porti fra gli individui,
l’antico pugillato da cui ebbero origine le procedure giudiziarie per gli
interessi privati, e al posto delle contese ed oltre di esse l’accordo, il
contratto, — ò bene che questa consertio manuum si riprenda anche nei rafìporti
tra i gruppi, per giungere all’arbitro, e per fare quindi anche a meno
dell’arbitro, nell’abito di equità della reciproca valutazione acquistsito pur
attraverso gli errori, che sono anch’essi esperienze (2). La dottrina estetica
della libertà (associazione e libertà erano termini inseparabili per Giuseppe
Mazzini) diventa calcolo saggio ed onesto di utilità civile. E si può essere
sovranamente egoisti, (1) Pbtuone; Problemi del mondo morale medilati da un
ideolista; Palermo, 1905; p. 297. (2) V. Sidney et Héatbick Webh: Hiatoire
du Trade unio- nionismc-, tr. fr. ; Paris, 1897. Per l’Italia, che fa le sue espe¬
rienze a ciuquaiit'anni di distanza, non abbiamo naturalmente un'opera analoga.
Si può consultare Lokia : Il morimento ope¬ raio; Palermo, 1903. Per
informazioni di carattere analitico e per moiiogratìe speciali, il Pollettino
dell’ Uf ficio del la raro e le altre pubblicazioni dello stesso Uftìcio clic a
quello si col- Icgano. — 264 — ma si gradirà la lotta per la gioia o per lo
spettacolo della vittoria, se non per l’attesa delle più larghe ar¬ monio che
ne deriveranno. Solo i deboli faranno gli sconginri ; solo i furbi dalla scarsa
volontà cercheranno le vie tortuose per dissi¬ mularsi i disagi della
conquista, o della aperta, della organica, della virile resistenza. E solo i
fantastici penseranno di sostituire al libero gioco delle forze varie
concorrenti e cozzanti una immaginaria risultante che sarebbe preordinata in
base ad un ipotetico illusorio do¬ minio p. dt.-, p. 58 - 67 . Questi richiami
a dati scieiitifiei haiiiio tuttavia per noi un valore molto limitato. Li
ahbiaiiio fatti tanto per dimostrare che anche noi, come tutti gli altri,
possiamo trovar nella scienza r.agioni che giustificano le nostre preferenze.
Ma prevale in noi il pensiero che in po¬ litica, come in ogni altro argomento
che ci richiami in modo diretto all’azione discuteremo meglio e non ci roderemo
pm tanto l’un l’altro, quando avremo inteso come sia fallace la mania superila
e prepotente del teorizzare. Ciascuno riconosca con sem¬ plicità la sua
vocazione; (parrebbe impossibile, ma ciò fu indi- — 273 - Cbi non vede come
siffatto coinitlesso di considerazioni coinl)aei:i iierfettamente con (luanto
noi in addietro ab¬ biamo cercato di illustrare intorno ai raitporti fra
l’etica o(jiù, cade, e ci scopre una ostilità profonda, terribile. Tuttavia,
nota ancora il Tarde, non ogni male è pre¬ sagibile da questa attuale
condizione di cose. Se le trasformazioni gigantesche dell’indnstria fecero
perilere al lavoro la sua originaria attrattiva, esse ne diminuirono anche la
fatica materiale, diretta ad eser¬ citare i muscoli alle spese dei nervi e a
bestializzare l’uomo. Delle due cose meglio ancora è rendere l’uomo macchinale^
che renderlo bestiale. Se ne avvantaggia lo 8vilupi)o «lei sistema nervoso
sullo sviluppo del sistema muscolare; e siffatta radicale trasformazione dei
tempe¬ ramenti non i)otrel)be essere certo che il mihutratum più favorevole
alla fioritura artistica di un pojìolo. Si aggiunga un approssimativo eciuilibiio
nei rap¬ porti relativi alla produzione ed alla distribuzione della ricchezza,
un regime di larga contrattualitiV per ciò che riguarda P ordinamento del
lavoro, e presto una ric¬ chezza più distribuita, un tempo di lavoro più
limitato, una maggior libertà dei singoli e una maggior solida¬ rietà
collettiva compiranno forse il miracolo. Ija stessa aridità del lavoro sembra
dover concorrere a questo risaltato. Se dianzi, infatti, ciascjnno si faceva
un’arte del suo stesso mestiere, oggi i mestieri, facen¬ dosi sempre più
ingrati, spingono il lavoratore a cercar fuori di e.ssi altre sorgenti «li puro
godimento estetico; di qui anzi scorgiamo parte dell’inconscio processo psi¬
chico omle il bisogno che il mestiere si faccia sempre meno assorbente è con tanta
energia affermato ai nostri giorni. E così, forse, l’arte e l’indmstria si
attendono ad un nuovo distinto e grande sviluppo; e la virtù pa¬ cificatrice
ilell’arte steinlerà per ogni luogo la rassegna¬ zione al lavoro arido, ma
benefico, i cui intervalli essa cositargerà di fiori immacolati. « Allora,
conclude il Tarde, dall’eccesso medesimo dell’industrialismo verrà fuori
probabilmente il rimedio al male. Mai furono così complicate le armature dei
cav'alieri come nel momento in cui esse stavano per diventare inutili per i
perfezionamenti delle armi da fuoco, nel secolo deciraosesto. Forse accadrà
della com¬ plicazione dei nostri bisogni di lusso (materiale ed este¬ riore)
ciò che accadde delle armature difensive. Per lungo tempo bastò il casco; poi si
fece sentire il bisogno di difenntiigna ; — so incendio ha da essere ; se il
desiderio prorompente nella — 282 — disubbidienza della Walkiria contro il
regale comando di Wotan ha per tal modo a subir più lunga compres¬ sione ; se
tuttavia della redenzione finale, non l’avvento Ulti l’ora soltanto è contesa f
Intendiamoci bene. Sarebbe assai riprovevole, anche per solo dilettantismo
letterario, giustificare gli mti più tragici della storia e dell’ avvenire,
proclamando l’assoluta generalo necessitù di questi urti. Vogliamo significare
altra cosa : e cioè che questi urti possono essere buoni ed utili quando per il
suo avanzamento verso la gioia runianitù abbia a un dato momento esaurito
l’esperienza delle vie più facili, se anche i)iù lunghe e tortuose, delle vie
i)iù buone, quelle dell’amore, — rese impraticabili per un ostinato rifinto di
amore che si opponga all’amore. Kicordiamo le nostre osser¬ vazioni sul
carattere eccezionale della genialitù (le dichiarazioni dei diritti » come, ad
esempio, quella fran¬ cese, sono qualche cosa di intermedio fra la confes¬
sione amorosa, per l’att'ettività, e la manifestazione dell’artista, per il
contenuto ideale) e sul carattere pure eccezionale dell’eroismo, che nella vita
dei popoli trova il suo esponente nella Rivoluzione. Scrive Riccardo Wagner:
«Prevediamo ad ogni mollo che il progresso della coltura, ostile all’ uomo,
finirù per dare un buon risultato ; a forza di diventare gravoso e di
ostacolare mostruosamente la natura, darà infine alla immortale natura compressa
la elasticità ne¬ cessaria per gettare in un sol colpo lungi da sè tutti 1
fardelli che l’oi)i)rimevano, e tutto questo cumulo di coltura non avrà fatto
altro che insegnare alla natura la sua immensa forza ; il movimento di questa
forza è la Rivoluzione ». Ma poscia si augura che al buon risultato si possa
giungere per vie più piane; ed a ciò si adopera. « Uo¬ mini di Stato onesti »,
prosegue più oltre, « che vi op- — 283 — nete al rovesciamento della società,
da noi presen¬ tito per quest’iinica ragione che la vostra fede nella nnrezza
della natnra umana essendo scossa, non potete intendere questo rovesciamento
che nel senso della tra¬ sformazione di una situazione difettosa in un’altra
an¬ cora peggiore : se voi avete sinceramente l’intenzione (li comunicare a
questo nuovo .sUto di cose la forza capace di produrre una civiltà veramente
bella, aiuU- tcci con tutte le vostre forze a ricondurre l’Arte a sò stessa
alla sua nobile attività. — E voi, miei fratelli soilereuti di tutte le classi
della società umana, che nutrite in petto una collera sorda allorché aspirate
ad aflrancarvi dalla schiaviti! del danaro per divenire nomini liberi, vogliate
comprendere il nostro còmpito, aiutateci ad innalzare l’Arte alla sua dignità,
affinchè vi possiamo mostrare in che modo eleverete il mestiere all’altezza
dell’arte, il servo dell’ industria al livello dell’uomo bello, cosciente di sè
stesso, che col sorriso dell’ iniziato può dire alla natura, al sole, alle
stelle, alla morte e all’eternità : Voi pure siete miei, ed io sono il vostro
padrone » (1). (1) Wagner: L’arte e la rivolueione; tiad. ital.; Genova, 1902 ;
p. 73, 88 e 89. PARTE QUARTA L’AMOEE CAPITOLO I. Alla (letenninazione della
felicità Soiinuftrio. — II. uisiNrERESSE - TjA scienza economica L’ IDEAI.ISMO
PUATICK) - ClRCOSCISlKlONE ULTIMA DELL’ E- TICA - La propaganda per la felicità
- Dolore b GIOIA - Le differenze dall’ etica tradizionale. Il (lisefnio non è
completo, dicevamo. Infatti, dob¬ biamo ritornare alla morale, da cui avevamo
preso le mosse al principio del libro. E per dare conto del nostro pensiero, ci
soccorre un’ultima volta l’estetica di John Kuskin. Trascriviamo letteralmente
dal libro di Iloberto De la Sizeranne : Ma, dirà un’economista, questa
concorrenza, o, se si vuole, questo stato attuale che voi lamentate, è l’a¬
nima del commercio. Senza di essa non v’ è più emu¬ lazione, non v’ è
progresso, non vi sono più sforzi, più affari e, per conseguenza, neanche più
salari agli operai ! Che questa lotta schiacci qua e là qualche imprudente e
qualche maldestro sarà triste, ma è inevitabile : lo vuole il iirogresso. Che
il capitano del lavoro » non tolga agli operai nulla del prodotto delle loro
fatiidie, sarà cosa altamente lodevole. Che tale imprenditore si astenga da
ogni concorrenza la quale possa rovinare i suoi rivali meno ricchi e meno
svelti di lai, sarà un’altra bellissima cosa. Soltanto, la fine di tutte queste
prati¬ che encomiabili sarà molto probabilmente la rovina lenta iuttosto ciré
alibaiuloiiare il eoiubattimento ; Il medico piuttosto che ritirarsi davanti a
un’epi¬ demia ; Il sacerdote piuttosto che predicare una falsa dot¬ trina (e
tutti siamo sacerdoti quando rivolgiamo al po¬ polo la nostra parola in nome
del comune interesse); 11 magistrato piuttosto che dare una sentenza in¬ giusta
; E il mercante f Qual è dunque la circostanza in cui egli deve farsi uccidere
? È la principale domanda che si pone per il mercante, come per ciascuno di
noi, perchè, in verità, l’uomo che non sa in quale occasione deve morire, non
sa in che modo deve vivere. Eppure, anche per il mercante, la cui funzione si
fa ogni giorno più considerevole nel mondo moderno, per il padrone, per
l’industriale, che nei nostri tempi è un vero « conduttore di uomini », vi sono
occasioni di olocausto alla cosa pubblica. Vi sono circostanze in cui egli può
dar prova di un’abnegazione simile a quella del soldato e che lo innalzerebbe
al livello del soldato, — s’ egli sapesse comprendere il dovere sociale, come
altri comprende il dovere militare. E quando il dovere sociale consiste nel sacriflcare
la propria ricchezza piut¬ tosto che rovinare i concorrenti o diminuire i
salari degli operai, — egli dovrebbe fare quel sacrifizio... Ma il culto di
Mammone è così refrattario ad una concilia¬ zione con la giustizia sociale,
corno lo è con la reli¬ gione della Bellezza (1). * * « Queste parole sono più
atte a far sorridere, oggi, che a suscitare meditazioni gravi. È così. La
scienza (1) R. De la SrzERANNE: Op. dt.; p. 30.S-306. — Ruskin : Unto Ihis
last, thè roots of honoar ; ivi richiamato. r» — 290 — ci ha (lato i sistemi. E
i sistemi ci hanno dato tutto. E poiché dal sistema attendiamo tutto, crediamo
di aver sbrigato l’attar nostro quando, a rigettare una spiegazione, a
disdegnare un modo di sentire, ci siamo attardati un istante nella terribile
fatica di scovrire ((he essi non comprendono, da soli, 1’ universo intiero, —
che essi, da soli, non sono sufficienti a tutte le sva¬ riatissime
determinazioni della vita ; mentre la nostra boria ci rende ciechi intorno al
sistema da noi aconito e professato, non ci lascia accorgere che alla sua volta
esso domanda fuori, di sopra e di sotto, ben altro an¬ cora, perché della
esistenza noi ])os8Ìamo avere un ri¬ flesso non intieramente contorto,
sformato, inadeguato. Una morale non dogmatica e nello stesso tempo non
utilitaria I Possibile ! Eppure, è così poco impossi¬ bile, che voi non amanti
delle ribellioni altrui vorreste imporre praticamente ad altri una morale assai
meno conseguente, perché mentre da un lato materializza i fini della vita,
dall’altro contrasta col principio biolo¬ gico della nutrizione, — assai piii
aspra a praticarsi ogni ora della giornata, perché senza fiducia di libera¬
zione e senza luce di fierezza personale ; la morale dell» rassegnazione supina
ed et (Esquisic d''Hne Fhiicholoi/ie fondie sur Vcxpirience; tr. fr., Pai'is,
1900; p. 212). (2)
Wl'niit: Loijik, II, p. 143. Analogamente il Boutroctx ’ « L’iiomme conuait la
nécessité sous nne forme differente des conditlons de l’espérience, sous ha
forme du dovoir ». (Coniin- gence des lois de la nature: Paris, 1902; p. 155).
Ricordati dal Draghicesco; il quale avverte per conto sno :« C’est dans lo
monde de l’activité pratiqne de la conscience sociale on morale qu’il faut
allor cherelier l’esplication dernière de l’iinitè syntliétique de la
conscience individuelle, et par suite de la cohesion qui He les idées entro
elles, de l’assocìations des idées » (Op. cit., p. 210j. Richiama anche ivi gli autori da noi
citati nelle nostre due note precedenti. Il libro, che giunge a con- — 297 —
(iato rapporto posto dall’attività razionale si chiama necessità: lo stesso
rapporto, sovra altra e più complessa materia, posto da tutta intiera la
personalità umana clnaioni parailoBsali, è peni il miglior commento
positivistico, (Ini lato bibliografico, che si potesse desiderare all’attnalo
mo¬ vimento idealista, cosi miserevole negli idealisti per insufficienza di
cognizioni scientitìclns così biasimevole negli idealisti per niascberamento di
reazione politica, ma così bello di placida fiducia nell’avvenire in ([uanti lo
professano per un bisogno irrefrenabile del cuore, fatto saldo anche dal sereno
conforto (li un non dissenso razionale seriamente maturato attraverso la
critica e gli studi scientifici. Kicordiamo pure G. Villa : L'idealismo
moderno; Torino, 1905. — L. Bbunschviqiì : L’i- déalisme contemiiorain ; Paris,
1905. Sniridcn/is)«o o sul prag- malismo ci sarebbe da fare larga messe di
bibliografie negli articoli e nelle recensioni delle /iin'sfc di questi ultimi
tempi. Ma nou è occupazione di cui possiamo dilettarci. Ricordiamo solo
l’articolo di G. Della Valle: Le nuore forme dell'elica irrazionalisia {Rivista
Filosofica; Maggio, Giugno 1900), perchè ci pare che questo libro risponda
implicitamente a tutte lo obiezioni che l’articolo stesso oppone all’
irrazionalismo. Ve¬ ramente, diro irrazionalismo jier noi è dire troi>po.
Uitng- giamo dal sistema ; accogliamo la tendenza. Nè è inutile av¬ vertire qui
la difficoltà del problema che si presenta a chi scriva con queste vedute
intorno alta preminenza dell’ncione. Il 2 »'ogmalismo teorico sarebbe in certo
qual modo un non senso; l’esposizione della dottrina, od anche la pura profes¬
sione di principio sono, in parte almeno, contradizione del pragma. Il vero
lìragmalismo è alla sua volta azione. E il lil> 7'0 pragmatico non puè
dispiegarsi in una ordinazione^ di concetti ; deve risolversi fra i due termini
dell’autobiogratìa e della propaganda (adoperate in senso mollo largo l’una e
l’altra di «lueste due parole). A tale ritlessione siamo giunti (lunndo il
libro era già al termine ; ma, se non andiamo er¬ rati, la sostanza sua ha
jircsieduto, più o meno inconsaiievole, a tutto lo svolgimento dell’opera, —
sia pure a spesa di una qualsiasi rigida unità di sistema. — 298 — oltre la
limitata capacità razionale si chiama dovere. Ed allora il dovere diventa una
forma di conoscenza, più alta, più complessa, — precorritrice. L’etica,
insomma, reca con sò conoscenza. Non solo: talvolta, e spe-sso, l’etica ci si
presenta come una cono¬ scenza ulteriore, come una conoscenza superiore alla
conoscenza razionale. Ciò non vuol dire che una fonnula etica qualsiasi possa
prendere il posto di quella asso¬ luta verità razionale il cui fantasma fu
dalla critica definitivamente disperso. L’etica talora, e spesso, va più in là
dell’intelligenza. Ciò non vuol dire che essa giunga al termine, ad una
possibile definizione che rac¬ chiuda entro brevi confini l’amiùezza sempre
inesplorata della vita. Dall’etica possiamo ugualmente trascorrere ad una
filosofia della natura come princiino di finalità. Ma neghei'emmo all’etica il
suo carattere specifico quando ne togliessimo occasione ad ordinamenti
ideologici, ove l’elemento razionale sotto la contratfazione etica ripren¬
desse, con una nuova ugualmente illegittima proclama¬ zione dell’assoluto, il
perduto dominio. Solo con queste cautele noi possiamo anche affei’mare il
nostro prammatismo (diverso da quello di tutti gli altri, perchè se ve ne
fossero due di perfettamente uguali per due diversi individui, non sarebbero
più pragmatismo). D’altro canto, quando siano ben pre¬ cisate questo riservo,
possiamo abbandonarci anche noi a i)rofe8sare coi nuovi idealisti che l’azione
è «cono¬ scenza appropriata e consustanziata all’essere»; —che « la conoscenza
di sò e, ad un tempo, la trasparenza di visione del mondo, questa forma di
adesione si)ecu- lativa all’universo, questa specie di altruismo teoretico,
domanda un ulteriore esercizio di altruismo etico e pra¬ tico, domamla una
negazione, una superazione, una morie deH’egoismo sensoriale » ; — che «
l’azione è pen¬ siero, la bontà è verità, l’etica è teoretica»; — che «la — morale,
accogliendo un duplice mirabile ufficio, si af¬ ferma ad uii tempo come
coscienza della vita umana e come scienza della vita universale, come tìlosolìa
del¬ l’azione e come intuizione del mondo » (1). Pili) sembrare che siffatta
scelta di determinazioni altrui circondata di riserve e piegata ad
accomodamenti reciluoci di cose disuguali sia nuovamente eccletismo, cosi come
in altro ordine di considerazioni ci accadile di rilevare anche per
ratteggiameuto preso al principio dell’Oliera nostra. Ebbene, se ne giudichi
dal termine a cui crediamo di poter legittimamente arrivare. E veda il lettore
di afferrar il nesso strettissimo che lega le couseguenze alle premesse. * • *
Le (‘.onsegueiize sarebbero queste. L’elica è azione, ed è recisamente
proiirietà e pos¬ sesso dell’individuo. Non si nega, da questo principio, un
complesso di risultati obbiettivi, che sarebbe in certo qual modo parte di ciò
che si usa chiamare la morale sociale ; ma ogni forma, ogni apparenza, ogui
proposizione di doveri che si ponga obbiettivamente, e cioè che parta da un
individuo per giungere ad un altro sotto forma di pre¬ cetto, di sistema, od
anche solo di consiglio e di inci¬ tamento, cela un equivoco grossolano.
L’etica altrui rappresenta il complesso delle como¬ dità mie in relazione alle
necessità della convivenza. Dunque non è più etica; sarà, nella migliore delle
ipo¬ tesi, contratto. Ciò spiega il frequente inganno dei pre¬ cetti. Ohi
predica la soggezione, afferma le condizioni del dominio, e forse egli sarà il
dominatore: chi celebra (l) Petuone: Op. cit,-, p. 317, 323, 334. — 300 — il
dominio, per chi ne professa la santità se egli non lo esercita per conto suo
nel fattoi Ogni individuo pone a sò stesso l’etica propria, per il bisogno
proprio, per la gioia propria. E nella sua per¬ sonalità si racchiude il
cerchio del dovere e della san¬ zione, del piacere e del costo. Che cosa
diventano il precetto, il consiglio, la propa¬ ganda, l’esempio! Ecco: si
riducono ad uu proposito di far sorgere e di coltivar negli altri quelle
condizioni di spirito che meglio giovano al più ampio regolare e ricco
svolgimento della vita nostra. C’è poco merito, anzi ninno, — è vero; ma 6
obbligo di sincerità riconoscerlo. Eendere impossibile qualsiasi omaggio anche
tacito alla propria virtù, può sembrare cinico. Invece io credo, in rapporto
alle nostre abitudini, che sia quasi eroico. Ed allora? mancherà un criterio,
sia pure soltanto approssimativo, di giudizio? ìfou mi sembra che sia così.
Viviamo in società. Questo è il fatto elementare. La ricchezza della vita è in
ciò che va oltre la conserva¬ zione di se stessi, oltre la nutrizione. È dunque
nel¬ l’amore. L’amore, che è gioia per sè, appartiene all’etica in quanto lo si
consideri sotto questo aspetto. L’amore, che è ricchezza la quale passa da un
individuo all’altro in atti che chiamiamo buoni, sfugge all’etica obbietti-
vandosi, ma rimane appunto come criterio di valuta¬ zione di questi atti in
rapporto alle convenienze sociali. Ma l’amore è parola vaga; e l’impulso
irrefrenabile travalica pure spesso in atti nocivi. Provvede l’estetica, il
senso della bellezza. Qui è la novità, cioè la conquista, per sè e per gli
altri. Qui è l’equilibrio, cioè la minor dispersione di ricchezza orga¬ nica e
psichica. Ed è gioia sempre, per tutti, vale a dire quanto con errore si usa
chiamar etica nel senso obbiettivo della parola. — 301 — Dalle quali
proposizioni discende nn corollario. Le condizioni di vita e le condizioni di
gioia sono analoghe ner molti individui; talune di esse sono comuni ed anche indivisibili
per più o meno larghe generalità di circostonze e per più o meno stabili
aggruppamenti di persone. Oltre di ciò v’ò una quantità di ricchezza
disponibile che non si concede se non ad un’opera associata. Per queste vie si
pongono le ragioni della solidarietà, le esigenze della collaborazione. In
altre parole, si chiarisce lo sforzo della assimilazione degli animi per il
godimento della cosa comune e per evitare la sua dispersione; la pro¬ paganda
con la parola e con l’esempio perchè attraverso l’identità di aspirazioni e la
conformità dei sentimenti e dei giudizi, lo sforzo collettivo raggiunga lo
scopo. Questo spiega come ognuno istintivamente sia portato ad esteriorizzare
la propria morale, e a renderla comune ad altri. ... , In ogni caso poi, per sè
e per gli altri, nella morale vera e cioè in quella che l’individuo pone a sè
stesso, e nella morale apparente cioè in quella che noi poniamo al di fuori di
noi come indirizzo auspicato, per il vantaggio nostro, alla condotta degli
altri, è da augurarsi che l’atto risponda sempre nel modo più adeguato (cioè
sin¬ cero) possibile all’integra personalità, mentre il valore di questa è in
ragione diretta della sua complessità e della disposizione armonica de’ suoi
elementi. • * • Or ciò è supremamente giocondo. Ci dà l’essere buoni; e ci
toglie la preoccupazione di quel compenso che dalle estranee volontà umane è
cosi raramente e così stentatamente concesso. Ci dà la stima completa della
bontà altrui, non alla stregua di un littizio archetipo di dovere che non ci —
302 — sembra mai puro ed imperioso abbastanza quando si tratta degli altri
(mentre siamo così indulgenti con noi stessi), ma alla stregua di quel tanto di
bene che ne giunge a noi o come utilità o come gradevolezza dello spettacolo.
La felicità della scoverta di altrettante ric¬ chezze in quanti piccoli atti
buoni noi scorgiamo d’at- torno ci toglie l’arcigna ed oziosa fatica della
censura che non sia forma indiretta o prudente di stimolo a crear altri valori
o a non disperdere i già posseduti. (Ji dà la collaborazione, non come precetto
di fatica, cioè di dolore, impostoci; ma come conquista di altre energie
all’opera nostra. Ci dà la festa dei sensi e dell’intelligenza; lo scambio dei
doni in luogo di quel commercio di sostanze adul¬ terate che è la comune
professione otlierna di moralità. Grida la voce dei figli nostri e chiede
splendor di soli, adornarsi di primavere, sorridere di sguardi be¬ nigni,
saluti di tutte le cose che sono in U*rra, per l’aria, nei cieli. Da qual parte
giunge la voce benedetta per cui balza il cuore e il sangue corre al viso e,
come costretta in angustie di spazio, prorompe la gioia con gli aneliti
affrettati? Ah, eccol La voce dei tìgli rostri è nell’ ammirazione e
nell’indulgenza, è nello slancio verso le cose belle e nel rispetto per le cose
forti, è nel¬ l’oblio del momento per i lunghi rijìosi dell’ avvenire, nella
negazione di noi stessi per tutto quanto sia con¬ diziono a confondersi con
altri, — in tutto ciò che è attesa di amore, richiesta, accettazione,
celebrazione di amore. Ed è la ragione del parlare e dello scrivere come del
«•onvincere e dell’essere convinti ; è la causa dell’uscir dal chiuso per
trovar su la piazza chi senta, chi com¬ prenda, chi abbia ricchezze da largire
o da ricevere; è lo stimolo alla indagine che si dirige verso i veri della
scienza, alla passione che corre alla scelta delle bel- — 303 — lezze della
natura ; è la voce del ricbiamo interiore per cui l’individuo si fa apostolo
nella scienza come nella religione, nell’arte come nella politica. Ed è (se ne
compiacciano i generalizzatori dell’evolu¬ zionismo) l’interesse della specie!
Non perchè la co¬ scienza abbia riconosciuto questo fine noi compiamo l’atto
nostro: mentisce a sè medesimo chi si accinge a cosa che gli piace e crede
nobilitarne la genesi interiore attribuendone la causalità a un proposito
prettamente altruistico; — e d’altra parte grave pericolo "- r' ’r : s
oom» lìi-lln t«vol» ■'«' a»® ■“ i'.lafpllo (\l . Or Santa Caterina e San
Sebastiano si sono incon¬ trati in una piccola tavola, che è a Brera, «lei
pittore Oefendente Ferrari, mezzo lombardo e mezzo piemon- tose fiorito sulla
fine del quattrocento. Sono riccamente acconciati ambedue, come per festa, „egU
abiti sfarzosi di seta e di velluto; un paggio si- curo e destro e una nobile
damigella casta ma disi volta; sereni nel volto giovanile e non senza quale ^
maestosità, nell’ avanzare giusto del passo. , .^avia nozze! Non lo sappiamo.
Lo potremmo credere, tuttavia. Camminano di conserva per una strada fiorita in
una campagna primaverile. Ma forse essi ’ essi si appagano del loro camminare
uniti, - si appa gano della propria bellezza, della propria eleganza, della
salite •: e camminano contenti del cielo sereno delie aure bene odoranti, degli
augelletti che cantano, dell’armonia generale di tutte le cose che vivono e che
sorridono. Neanche l’immagine della felicità assoluta eterna ultraterrena fe
loro accelerare il passo Dove vanno ? Non lo sappiamo. Ma il loro camminare , e
dell’essere insieme runo con l’altra essi si compiac- Onesti giovani hanno
conosciuto il dolore; non lo sentono e non lo aentiranno piu oramai. Qualche
piccolo aVinzo di ruota spezzata b ai piedi della donna ; e l’umno tiene fra le
mani, come gingilli, le piccole treccie che lo hanno punto e piagato. Un uomo e
una donna giovani e belli, non ignari delle battaglie, che escono a diporto
vestiti dei migliori 20 — 306 — loro abiti e non «lisdcgnanti gli ori e le
gemme, salu¬ tati dalle cose che sono d’intorno, ancb’ esse adornate nelle
dovizie della natura per festeggiare la coppia serena. Tale vori'emmo fosse
l’immagine adeguata dell’etica nostra. La ruota lacerante o le pungenti freccie
dell’ etica trailiziouale, in parte frantumate e disperse, in parte soggette
alla disciplina della mano gentile che le go¬ verna come per giuoco. CAPITOLO
11. Le tra.s])ai‘(*nz<‘ di un’ alila Compagni cerca il creatore, che
in-emlnno parte alla messe ; giacché in lui tutto è pronto per la messe. Cosi
parlò Zarathustra . Chi attese mai, con qualche conformità di disposi¬ zione
sentimentale, al levar del sole nella nostra piazza del Duomo in un mattino
umido di autunno? 11 Duomo dorme ancora, e sembra sdraiato. Si colorano gli ac¬
cenni del nuovo giorno dietro di lui; ma poiché in basso ogni cosa è avvolta da
una leggera nebbia e da una tenue oscurità violacea, che non consentono il
gioco delle ombre e distruggono gli effetti della prospettiva, vale a dire
delle distanze, cosi le parti singolari della fronte del tempio, per essere
ilisposte tutte sovra lo stesso piano più prossimo, sono tutto individualmente
notate dall’ occhio, mentre i contorni più ampi della grande massa che sta
dietro appaiono (piasi uii com¬ plemento misterioso ed irregolare di sfumature
e di mezze tinte a ciò che, meglio visibile, trovasi nei piani che si accostano
alla facciata; ondo sembra che l’edificio - 308 — si allarghi
straordinariamente, e, per naturale contrasto, lo si direbbe abbassato. Giace
esso, intatti, o dorme! Ma, ecco, il sole, improvviso, balza dai tetti delle
case là in fbiulo; passa, fulmineo, da un pinnacolo all’altro; scorre, in
fretta, sotto gli ardii e tra i festoni; suscita forme e figure non prima
vedute, a centinaia, a migliaia, prossime e lontane; e, gettando manate d’oro
in ogni parte, grida festosamente la novella giornata. La poderosa mole riiu
eude intiera la sua consistenza vitale, serena; non v’è superficie della
costruzione che non discovra la magnificenza creatrice di cbe per la gioia
nostra fu adorna; lo distanze sono di nuovo normalmente avvertite, la qual cosa
corregge all’occliio il giudizio delle altezze. Il Duomo è ben desto, ora; e le
guglie si appuntano nel cielo pulito, e, per la nuova luce di- seguandosi netti
i contorni, le statue cbe le sovrastano sembrano aver preso il loro posto,
ritte e fiere, a guardia e gloria della maestà della casa di Dio. Così amo io
raflìgurarmi talvolta la novella giornata, l’atteso rinnovamento dell’anima
collettiva, l’auspicato regno della grazia. L’amore e la concordia e la piena
fiducia a cosparger di luce le cose ed a fugar le nebbie dagli spiriti; le
forze e le bellezze della natura susci¬ tate, e sposate aU’anima umana
attraverso la conoscenza particolare delle forme del suolo, delle piante, degli
animali, attraverso la simpatia per tutto ciò cbe si agita nelle altezze dei
cieli, su la superficie della terra, fra gli abissi del mare; i doni dell’arte
diftìisi in un popolo cui sia concesso apprezzarli e goderli moltipli¬ cando il
piac(‘re per il contagio dell’ammirazione; — tutte queste cose, e la gioia e la
bellezza degli atti buoni, rilucenti per ogni minuto rapporto delle esistenze
umane in un effetto complesso di generale armonia pa¬ cificatrice; e le anime
grandi, in allo sorrette dallo — 309 - spontaneo rleonoseimento delle minori
J'';’ ”” cLen«, di cuori ebo sì risolva alla »'"* * nnità di una mirabile
opera d’ arte, - le amme più eccelse dicevo, a guardia e gloria della casa dell
domo, emancipato dalla bestialità, dall’egoismo, dalla tirannia del sordido e
del brutto. INDICE PARTE PRIMA - I.a tononceiiia. Capitolo I. — I limiti della
Scienza . . Pag. 3 » II. — Le esigenze fondamentali della condotta umana ...» .
— La vita e l’espressione . . » IV. —
L’espressione e le arti . . » 67 » V. — La bontà interiore degli atteg¬
giamenti estetici ...» 96 » VI. — Epilogo della prima parte . » - L’Aristocrazia. Capitolo I. — I termini
della controversia . » 117 » IL — L’aristocrazia nell’ arte . . » 127 » HI. —
L’aristocrazia nella condotta . » 145 » IV. — La Grazia.» - l.a Heliczza. Capitolo I. — L’arte nella
vita sociale . . » 189 » IL — La condotta estetica . . » » III. — I problemi sociali ...» 261 PARTE
QUARTA - I.’Amore. Capitolo 1. — Alla determinazione della felicità » 287 » IL
— I.e trasparenze di un’alba . » DELLO
STESSO AUTORE FILOSOFIA SOCIALE La lotta di sesso L’equità (esaurito) La
psicologia dei sessi lì Darwinismo nelle forme dell’arte, (in corso di stampa)
MATERIE GIURIDICHE I reati sessuali II Batto (esam-ito) 7? delitto di
resistenza e la resistenza legittima (esaux-ito) I casi di impunità Trattato
delle contraveenzioni Pio Viazzi. — L’JJrte e la felicità umana. . «cr'Tn \ ^ i
l ■ * aC / r.■ / MILANO Stab. Tipo-Litografico Leone Magnaghi Via Pietro
Maroncelli, io 1902 Al mio carissimo Venanzio Guerci. I. La prima salita sul
Duomo di Milano reca al forestiero pensoso una indefinibile impressione di
malinconia. La lucentezza bianca della mole (poiché non avverte l’opulenta sua
colorazione fatta di ri¬ flessi e di gradazioni mutevoli ed inafferrabili chi
non si sia esercitato in un sottile ed amo¬ roso e pertinace culto del tempio)
abbarbaglia. — Intorno, al basso, il formicaio umano è in una intricata minuta
inconsapevole implacabile agitazione. E la quantità incommensurabile delle
forme scolpite che ad una ad una, in principio, a gruppi via via più numerosi e
complessi, in se¬ guito, con l’acuirsi dell’attenzione e col lortifi- carsi
della percezione, giunge allo spettatore, come cosa fatta, accumulata, disposta
ordinata- mente e diligentemente nei secoli scorsi, per la dilettazione nostra,
— siffatta sterminata quan¬ tità di forme richiama al pensiero tutte le vite
umane che ivi si svolsero, tutte le passioni che qui (in una obliqua e felice
deviazione degli ef¬ fetti) si manifestarono o trovarono conforto, tutte le
speranze, gli amori, gli odii, le preoc¬ cupazioni, i disinganni, che
accompagnarono il martellamento assiduo di tanta pietra, l’innal¬ zamento
vertiginoso di tanto peso. Le centinaia e le centinaia di lavoratori che posero
mano al tempio, balzano alla fantasia dello spettatore. Ma poiché esssi non
sono che fantasmi di oblio. baratro E’ la percezione acutissima di una
erandinsa imagine di immanenza della morte nella v^ta universa, quella che
tocca l’animo "def^y^r- Ma la triste allucinazione cede presto il nasso
alla notizia schietta della realtà. ^ ^ ripl •'^‘^''’iduali infinite onde la
trama del Duomo e intessuta, libera ognunrda nre^r dmazioni sistematiche e da
rostri SI dispongono gradatamente in una vagì sèrie cède trlèslèo Te 1 ^9
«Pirit» del tempo bella lèTrL si avanza‘Tlfe" ^ .« la e quasi rudi
manifestazirai, si avlL^TuTo t d noi e tuttora — cominciamo ad avvertire _
occh^° Fd potenzialmente, sotto i nostri K piccola parte armonizza col tutto
tranci., ,ÌeSVrc™t,“" 5 fremiti di orrore) è, come dire ? il suo « pro¬
cesso formativo ». Consenso spontaneo di cuori nella più perfetta libertà di
azione individuale : concorso armonico di libere personalità alla formazione
collettiva di una bellezza sola, su¬ periore. IL Per queste vie noi dalla considerazione
im¬ mediata dell’opera d’arte concreta siamo con¬ dotti ad intravvedere quello
che si potrebbe chiamare il carattere sociale dell’arte, così come,
nell’accingerci ora a scrivere, ci proponemmo di indicare nelle sue linee
fondamentali. Ma giova subito riconoscere come siffatto al¬ largamento della
vita individuale nella vita di- .sinteressata collettiva, siffatto proiettarsi
della singola azione nella durata e continuità storica, quale noi avvertimmo a
proposito di un mira¬ bile rnonumento d’arte, sembri contrastare a quei
principii su l’indipendenza e su 1’ aristocrazia nell’arte che pure
costituiscono quanto di più serio e di più .solido le ricerche positive degli
ultimi tempi hanno potuto chiarire intorno al tema che ci occupa. Sembra, abbiamo
detto. Vediamo quanto alla realtà, corrispondano le prime apparenze. III.
L’amico carissimo Romualdo Giani, iil^uno scritto « per l’arte aristocratica »,
pubblicato nel 1896, che dovrebbe trovar posto Ira le migliori pagine di
critica onde l’Italia dei giovani possa vantarsi, dimostra che u sempre nelle
forme prime (dell’arte) è una più o men larga comu¬ nione di funzioni. Sempre,
la trasformazione a gradi meglio elevati di vita si compie per un procedimento
che da azioni generali semplici indefinite, assorge ad azioni speciali
complesse determinate. E sempre, ancora, il progresso di una qualunque funzione
di per sè presa, corri- 6 sponde alla indipendenza che essa via via ac¬ quista
dalle rimanenti, e alla formazione di or¬ gani speciali per cui singolarmente
dalle altre SI esprime ». • manifestazioni estetiche sono negli' inizi
intrecciate alle altre manifestazioni della vita, conmse con esse e da esse
dipendenti ; e vi at- tende, non una parte dell’organismo sociale che tìera
speciale officio, ma la moltitudine in- Prima a sorgere tra le forme dell’arte
è la danza rappresentativa. Lentamente, scrive il Ulani, col progredir dei
costumi e più col sorger di classi nell associazione, la danza si allarga a
modi meglio complessi, abbraccia una più ampia cerchia di atti, assume forme
particolari per opi casta, e mentre più e più si affranca dalle altre
espressioni della vita collettiva, cede a grado a grado al delmearsi e
all’affermarsi del- 1 elemento individuale. « Ai capi e ai primi fra 1
guerrieri spetterà nei festeggiamenti della vit¬ toria e nei giochi e nelle
onoranze funebri il uogo eccelso; per essi la danza d’amore in¬ treccierà le
ghirlande di più delicato artificio e di piu inebrianti profumi ; nelle accolte
del po¬ polo orante e nelle cerimonie religiose tutte, la direzione prima, il
principal còmpito poi, sa- ranno assunti dai sacerdoti, erettisi a custodi
delle antiche tradizioni, e a regolatori, in lor vantaggio, dei riti. La danza
non è allora più la inconscia e informe manifestazione d’un sen¬ timento comune
costretto a pochi atti essenziali, ma già appare veramente trasformata in una
complessa successione di riti, che la fantasia del popolo — dominata dal
mistero e scoprente in tutta la circostante natura, nei campi e negli abissi e
nei cieli e nelle acque, anime attive in¬ numerevoli bene o male augurose — di
con¬ tinuo arricchisce d’imagini varie e riordina a torme novelle, a circondar
con simboli vivi gli eventi piu importanti della vita individuale e i piu
solenni momenti dell’esistenza collettiva». !.. espressione poco per volta
cessa di essere 7 informe, e gradatamente si fa più pensata, mentre i mezzi che
si adoperano diventano dal canto loro sempre più consapevoli e rivolti a fini
determinati. « Si vogliono raffigurare scene di cui son chiari al pensiero i
successivi momenti. Queste scene importano bensì alla tribù intera, ma più
particolarmente si riferiscono quando all’una quando all’altra parte di essa :
di qui una prima distinzione fra spettatori ed attori. Ancora, esse si
compongono di azioni talora varie, spesso anche complicate di molte vicende; di
qui, tra gli attori, una distribuzione di còm- piti e di uffici. Alle grida
assordanti e al coro uniforme succedono cosi le melopee alternate — espresse
cioè prima da una sola voce o da poche, poi ripetute quando interamente quando
in parte soltanto da tutti (e in ciò è l’origine del ritornello, vivo tuttora
nella canzone popo¬ lare, abbandonato quasi affatto dalla lirica d’arte
individuale) ; alla mimica indistinta e confusa sottentra la multiformità
ordinata e regolare delle attitudini e delle movenze e dei gesti ; al frastuono
degli strumenti a percossa, onde da principio si compone tutta l’orchestra,
segue la varietà dei suoni dovuta alla ricerca di nuovi mezzi e alla scoperta
di espressioni musicali ad ora ad ora più riccamente diverse ». E questa è già
veramente arte ; arte ancora asservita alla religione e alle altre
manifestazioni utili della vita collettiva, ma già accennante a separarsi da
esse in una più sicura indipendenza. Il Nel tempo stesso, col progredir del
lin¬ guaggio, la parola ritmica, lenta sgorgante nella declamazione e nella
melopea — la parola en¬ faticamente recitata e cantata — si scioglie dalla
danza collettiva ; e agli innumeri fantasmi del¬ l’anima popolare dà essa le
nuove forme sen¬ sibili, e li circonda essa con le maliose appa¬ renze
dell’arte. Come l’importanza della mimica tanto più scema quanto meglio la
lingua assorge a mezzo d’espressione indipendente, la rappre¬ sentazione di
danza cede o si restringe din¬ nanzi al soverchiare del canto. Ormai in questo
8 SI accolgono gli elementi mitici ed epici che ve demmo prima diffusi;
racconti di avventure J d imprese in cui il nume solare ffià si tmofn O già
appare umanato in eroe leggende o di storia, ricordi d?lrÌdS! anti‘ chissime
corrono di bocca in hnce» f ^ ‘ tono dall’una all’altrrgener^w’ nella virtù
inalterabile cfel rTtmò " t. la materia dell’epopea. Ed ecco a nc
coglierla e a riordinarla e a ricomporla 4orvnne per ogni dove i poeti cantori
« L’enira r. ^ tutti i popoli, atfraversa tre^^omei^ti 'ifcrlf aone della
leggenda comune, il Sminarsf e' Il fissarsi dei vari episodi chp minarsi e in
carni per lo più K:„.Marl%'TSr; vì^ pir vasti Sfinii' ali"*' ùKgruppamenti
vìa DoenS armoniosa unità del P^^ù “lor^oSTelll' p^aTla, ZSo inaiane è
collettivo'Se che iWà I ni • ' Poema veramente annunzia
splendidameitfirch1ude™‘^ ® ce2he"noi'‘riH P™segue il Giani, le cui ri¬
togliendo loro™ ta'^rraSricto Sa?, ^rrafd'l" «“«l» .'^genno sing?,.*
pSS"r.”r " r e corale a tutti conosciuta ; e non pur la li tTr^Po
tr^m" ?" ^ gran Smento e ?al° ^ democratico ?eg- fe?f? n ’•
persistette a lungo presso la rvari^rtr?meAtr""‘"‘" "
-ci Kono U1 vari stromenti e misurata al ritmo di danze armoniose, innanzi ai
templi e attorno alle are! 9 nelle pubbliche feste civili e reli^ose, — espres¬
sione di sentimenti, di pensieri, di desideri e di affetti comuni ». E da una
pubblica festa religiosa, dalle im¬ maginose forme di un rito sacro, dalle
ceri¬ monie rappresentative d’un culto, comune, trasse pur le sue origini il
dramma, ovunque si svolse per virtù propria, nell’ India e nella Cina (ve¬
demmo recentemente in Italia rappresentazioni drammatiche giapponesi ove il
ricordo della in distinzione primitiva è tuttora evidente), in Persia e in
Grecia e presso i popoli cristiani dell’età di mezzo. Su lo svolgimento della
dram¬ matica nella Grecia antica scrive 1 ’ Inama ; Il Pare che
nell’esaltamento prodotto dalla vi¬ vacità stessa del culto dionisiaco,
qualcuno di quelli cui era più specialmente affidata la orga¬ nizzazione della
festa incominciasse o a rap¬ presentare esso medesimo o a far rappresen¬ tare
da altri il dio stesso in persona anzi che esporne semplicemente le vicende, e
che il coro assumesse la parte dei numerosi seguaci di lui. Così si iniziava
una specie di rappresentazione drammatica assai rudimentale ancora, in cui le
parti erano divise fra un attore il quale rap¬ presentava Bacco, e il coro. A
questo spetta¬ vano esclusivamente i canti lirici, all’attore la parte
espositiva, ad esso pure sostener col co¬ rifeo una specie di dialogo In tal
modo il di¬ tirambo accoglieva in sè una modificazione emi¬ nentemente
drammatica. Alla rappresentazione delle vicende del dio Bacco si osò poi sosti¬
tuire quella delle avventure di qualche altro eroe, e un po’ alla volta tutto
il mondo eroico offrì abbondante materia di rappresentazione ». Dopo ciò,
commenta il Giani, parrà naturale che anche il teatro moderno abbia nello svol¬
gimento suo obbedito ad una stessa legge : sorto pur esso dalla celebrazione d’un
rito re¬ ligioso, nato dramma liturgico nel tempio, di¬ ventato laude dramalica
e devozione tra le pie congregazioni dei fedeli, innalzatosi a fine este¬ tico
e a pubblico spettacolo nei misteri, trasfor- IO mato e ricreato a
rappresentazione della vita e ^ SuTJlT d’arte individuale. i5U le altre arti
scrive lo Spencer : « La nit- scultura ebbero comune l’origine con a parola
scritta; si svolsero cioè dalla antichis- ima iconografia murale direttamente
collegata Dofi ’^^ggimento politico!®Po de l’Aff ■ Australiani e le tribù dell
Affrica meridionale, dipingono pure ai no reti P®^®°"^ggi ed avvenimenti
su le pa- lunU sotterranei da essi considerati come gli n Egiziani come presso
gli Assiri, le pitture murali servivano a decorare d tempio del dio e il
palazzo del re (che er^o negli inizi una cosa sola) e apparivano oerciò fPP™‘°
funzwni di governo al modo stesso che di governrfnr''^® ® religiose. E funzioni
governo furono ancora in quanto rappresen¬ tavano ,1 culto del dio nazionale,
le Wttorfe e dei vhiti sottomissione a lui nif, ® • ‘'0'?'a«arono a semplificar
le figure TquX dTcuf di abbreviazioni sfmili nostra i fnrmA^ scrittura hnli fa'
^ ^ ^ ““ sistema di sini- boh la maggior parte dei quali non aveva che ma
somiglianza remota con la cosa rappresen- tata. E nacque per tal modo la
scrittura^ ger - ghfica, imitativa e simbolica. Nel tempo stesso le imagmi dei
numi e dei re, degli uominfe degli ammali, che prima erano semplicemente
distinte per mezzo di linee intagliate e mS nitidamente separate quando pre¬
valse luso di togliere con lo scalpello gli spazi che erano tra l’ima e l’altra
e di coZarii «1^-- golarmente m guisa da riuscire a una sorta di rozzo
bassorilievo dipinto. La statua ignota an apmr?semore ìa® scultura appare
sempre incorporata con l’edificio, fu II creata, sembra, dagli Egizii ; e le
più amiche, che le reliquie della loro civiltà ci dimostrano, serbano tuttavia
nella forma il vestigio dell’ori¬ gine prima, e nell’ammasso di pietra cui è
col¬ legata tutta la parte posteriore del corpo esse ricordano il pezzo di muro
al quale, un tempo, il bassorilievo era unito «. Come dunque la danza primitiva
ebbe i germi di tutte le arti del ritmo, cosi l’iconografia mu¬ rale ebbe in
sè, secondo l’espressione del Gio¬ berti, Il abbozzati, inviluppati, implicati,
contusi i germi della statuaria, della ornamentazione e della pittura w. E in
quel parziale ritorno a condizioni origi¬ narie onde, come primo notò il Vico,
si carat¬ terizza il medioevo, torna il fatto a rivelarsi, se anche con qualche
minor evidenza di caratteri. Il E veramente, scrive il Giani, la pittura del¬
l’evo medio che su le pareti della chiesa, nei portici e negli atrii, e nel
cimitero e nei chio¬ stri, narrò ai fedeli raccolti le istorie della tra¬
dizione religiosa, e la scultura che gli orrori della mistica leggenda
moltiplicò a terror dei credenti, popolanclo de’ suoi mostri la penonbra
interiore del tempio, prodigandoli su le facciate, facendoli ricorrere attorno
alle porte, sui capi¬ telli, entro le lunette, nei bassorilievi e nei fregi,
trascorrendo ad effigiare persin gli arredi; che altro ci appaiono se non forme
immaginose di un comune linguaggio primitivo ? « Espressioni dell’universale
sentimento religioso, le arti figu¬ rative del medio evo si svolgono a
preferenza nel tempio. « E nel tempio pure si svolge la prima forma di musica
dei popoli cristiani, il canto gregoriano ; e sorge pur essa non in un intento
d’arte, ma spontaneamente da un officio comune, dalla celebrazione cioè del
mistero re¬ ligioso, dalla declamazione del testo sacro, mentre la liturgia si
estrinseca nella forma rituale. Ora, nel canto gregóiiano — come nelle arti
figura¬ tive medioevali — è essenzial carattere la man¬ canza di ogni
espressione individuale ». Il Rinascimento, come è noto, fu tutto una 12 consapevole,
valida, assidua reazione allo spi- ormarùn^'s^l L’opera deirartefice L ormai un
solo fine supremo — il piacere- un solo culto - la bellezza; una sola nm _
i" gusto dei pm raffinati. « L’artefice, scrive il fame, non segnava una
linea che non fosse d un sentimento personale», E il Giani. (1 Poi che
dominatrice è la bellezza Ti- ziano Vecellio può bene, come l’Ariosto, svol¬
gere di lettosa mente la sua facoltà creativa e riprodurre moltiplicata per
mille aspetti la sua pur gloria a Benvenuto Cellini il proclamare supremo vanto
dell’artefice l’imitazioL perfetta del corpo nudo. Poi che aristocratica è
l’arte niVe fe®neira 7 r?’r?™ H3llsS«.?ì fetica del sCo bra°d^ f' a^“^ cioè
coniunicazione di afFetti (dicevamo; tuale di personafità umane ' «Pin- VI. ad
altro si dirige pure la mfr^e T W d=fS™”S„vrfr'“ “ 19 Noi crediamo che l’arte
nè debba ad ogni costo subordinarsi alla morale corrente in un dato tempo e in
un dato luogo, e neanche possa essere, in quanto si manifesti come arte
genuina, sostanzialmente immorale. A proposito della scienza scrive lo Spencer
nei Primi principi : u Come è tunzione dell’ os¬ servazione comune di servir di
guida alla con¬ dotta, cosi la guida della condotta è l’ufficio pur delle più
recondite ed astratte ricerche della scienza ». Vi sono regole di condotta
derivate dalla osservazione comune e dalle ricerche an¬ teriori della scienza —
più da particolari con¬ dizioni degli individui e dell’ambiente. Orbene, si
negherebbe la scienza e cioè il procedere del pensiero nella verità, quando si
subordinassero le ulteriori ricerche a quelle regole di condotta le quali non
sono se non il prodotto delle ri¬ cerche precedenti; — si negherebbe l’afferma¬
zione delle maggiori generalità, quando la si coartasse entro le particolarità
o le minori ge¬ neralità già acquisite. Cosi diciamo per la morale in via
indefinita di formazione, in confronto di ciascuna di quelle imperfette o
frammentarie sue fasi che sono rappresentate dalle formule etiche di un dato
tempo e di un certo popolo ; cosi per l’arte, in confronto con queste stesse
fasi della morale ed anche con quella più larga raffigurazione di moralità che
è data dal processo formativo in¬ definito della coscienza etica umana; perchè
i due principi camminano di conserva, agiscono vicendevolmente l’uno su
l’altro, ma, facendo capo a distinti atteggiamenti della personalità, la
subordinazione dell’uno all’altro importerebbe il disfacimento del primo nel
secondo, mentre invece se la distinzione di atteggiamenti esiste, significa che
è un portato della evoluzione umana, e non può, come tale, essere soppressa da
alcun capriccio teorico, cioè formalistico, di qualunque genere esso sia.
Intanto, rimanendoci nel campo dell’ arte , quando l’arte è subordinala nelle
sue forme e 20 direzione impressa dalle con- ngenti idealità politiche e
sociali proprie di un dato tempo e di un dato luogo, può^adirit- immorale,
perchè, come la moralità in genere si affina e si estende col progredire
dell’umanità, così le moralità ugole del luogo e del momento non sono mai la
moralita-hmite di tutti i tempi e della umal Ulta intiera: mentre quelle mutano
e la fase precedente e sostituita da altra migliore, l’opera subordinò a
qualche idealità ?om tingente, invece, rimane anche dopo che il ter- questa
subordinazione è trascorso; e 0 risolve alla fine in ter?n‘™wS“"“ “ questa
riserva, dobbiamo rico- lo steslo^" D^r o^'^F I® orientano verso io stesso
polo. Ed anzi qui e una delle grandi ragioni per cui riteniamo l’arte prezioso
acquisto n dominio della coscienza, nel- lindividiio e nella società, è
ristrettissimo in conlronto al dominio dell’incosciente ; fra l’uno timenti°
fé"* neutra, ove i sen- timenli, le idee, le percezioni, gli imnulsi i
comportamenti, vagano in una condizion'^ ffide^ n^Uià “mP^o.ssa nel campo
dell’integra perso¬ nalità, ed acquistano talora vivezza ed efficacia
singolarmente avvertita nell’individuo stesso raterTzl--^^ determinano e ca¬
nno incorrente influenza tutto uno stato della personalità, pur non è avvertita
m alcun modo da chi la subisce questa loro ef¬ ficienza diretta. Qui opera
tutto il cumulo delle esperienze, delle abitudini, degli adattamenti l’ovulf‘^d
™S 0 tutta l’evoluzione umana, dal- i ovulo o dal protoplasma originario: e oui
si manifestano quelle più largherò più profonde direttam?nte''^^^’ hanno a che
fare esistenza * con le comuni utilità valutate nella esistenza cosciente dei
singoli, ma ne sono il pre- 21 supposto ed il termine ultimo, in rapporto ai
più larghi interessi della specie : — qui è il campo di ciò che si chiama
sentimento morale, e di ciò che si chiama sentimento estetico ; il primo
riguar¬ dante 1 ’ esperienza e 1 ’ adattamento accumulati relativi aìl’a^zione,
il secondo riguardante l’espe¬ rienza e l’adattamento accumulati relativi alla
percezione. Scrive l’Asturaro : « In ogni epoca il senti¬ mento estetico che
l’arte presuppone, è eccitato dall’ esercizio disinteressato di certe facoltà,
le quali risultano non solamente dalle esperienze dei sensi, della
intelligenza, della religione, della vita politica e della economia, che
l’individuo ha latte, ma dal cumulo ereditario di tutte le esperienze fatte
dall’umanità nell’epoche prece¬ denti ». E l’illustre sociologo, in siffatta
direzione di ricerche, mette in evidenza il rapporto che pare a prima vista il
più strano di tutti, quello che intercede fra 1 ’ oggetto estetico e le espe¬
rienze economiche fatte dai nostri antenati. Il Al godimento estetico del sole
che sorge, sia desso reale o rappresentato, contribuisce tra gli altri fattori
la memoria inconscia della gioia di tutti i nostri antenati, che dalla vista
del sole arguivano lieta la giornata e fecondo il la¬ voro. Il piacere estetico
di una caccia al cin¬ ghiale, o di un lago, o del fiume, o del mare, non
sarebbe così forte, se la caccia non fosse stata per lunghi millenni l’unica
occupazione di una parte dei nostri antenati e l’unica fonte dei loro beni, se
accanto ai laghi ed ai fiumi ed al mare un’altra parte dei nostri avi remoti
non avesse passato l’intiera sua vita, traendone l’u¬ nico alimento. La visione
di un incendio, sia desso reale o rappresentato, non ci attrarrebbe cosi
fortemente, ad onta dei danni che esso produce, e forse non sarebbe estetica
adirittura, se il fuoco non fosse stato la prima fonte dei piaceri propriamente
umani, e l’assiduo com¬ pagno e benefattore dell’uomo nel rigido inverno,
nell’aria miasmatica delle paludi, nelle officine ; se insomma non si fosse
ingenerata un’associa- 22 zione psichica tra la rappresentazione di esso o II
piacere, che, tramandata da un enorme numero di generazioni, si è trasformata
da ahi- tuaJe in istintiva ». Ed è a notare poi che il piacere estetico « è
eccitato tanto più fortemente, a parità delle altre condizioni, quanto più an¬
tichi € meno contraddetti da ulteriori esperienze sono queste abitudini e questi
istinti, sensori, economici, intellettuali, religiosi, morali, politici, che 1
oggetto riesce ad esercitare disinteressa¬ tamente ». Il sentimento estetico e
il sentimento morale sono perciò ambedue anteriori e superiori al principio
scientifico, perchè laddove la scienza astrae e limita i rapporti della sua
considera¬ zione, IVI per contro siffatta limitazione non si ■ ^aibedue assai
più ancora superiori aUa formula scientifica, per quella ulterior con-
dizionahta che m quest’ultima è data dalla ferrea ristrettezza della parola, e,
ciò che è peggio, defia parola irrigidita net termine tecnico. Perchè anche
tutto ciò che discopre al nostro bisogno di speranza e di fede, scrive il
Tarde, una luce inattesa, tutto ciò che concorre effi- cacemente alla nostra ricerca
di un massimo di certezza soggettiva, noi tutto ciò diciamo Dello. Cosi noi
usiamo giudicare semplicemente utile una invenzione che reputiamo conveniente a
una serie limitata di rapporti conosciuti, giu¬ dichiamo vera un’idea di cui
crediamo avvertire senz altro in limiti precisi la sua potenzialità di
hghazione mentale ; riserviamo invece l’epi¬ teto di bella per una idea che ci
appare tale da suggerirne una quantità indefinita di altre non ancora presenti
allo spirito, o per una sco¬ perta che noi sentiamo feconda di scoperte ul¬
teriori e molte ed inattese. Cosi la bellezza ci appare come il presentimento
della verità e della utilità futura, indefinita, piena e totale ■ — verità ed
utilità collettiva, ove si tratti della bellezza artistica. Cosi infine poiché
non è a dimenticare ciò che or ora accennammo su le profonde organiche radici
del generale senti - 23 mento estetico, a ragione il Tarde osseina come il
bello sia ad un tempo il fantasma della piu larga utilità e la sua anticipata
apparizione, Valfa e Vomega. Morale, come sentimento, ed estetica, si pon¬ gono
dunque a significazione dell integra per- lonalità umana; mentre il pensiero ne
appare come una limitazione, inseparabile dal pregio suo particolare di una
specifica consapevolezza. Ed i reciproci rapporti loro sono questi, di cosa che
si presenta come venta scientifica, la ripugnanza del sentimento morale o del
senti¬ mento estetico possono essere indizio che, sotto contrarie apparenze,
ivi si celi 1 errore. Non riusciamo per converso a raffigurarci una ana¬ loga
correlativa ingerenza della venta scienti¬ fica su la bellezza artistica e su
la bontà mo¬ rale. Una certa superiorità riconosceremmo quindi nel principio
etico e nel principio este¬ tico ; quantunque la constatazione se una after-
inazione scientifica sia afflitta o non da errore, non possa essere fatta con
altri mezzi che con Quelli della scienza. Autonomia della scienza, perciò, ma
autonomia relativa ; non è discono- scibile una sua indiretta subordinazione
quale noi ora accennammo. Notisi che intendiamo ri¬ ferirci al generale
sentimento etico ed estetico, e non alle formule onde i sentimenti stessi siano
posti da epoche, da luoghi, o, che è peggio, da scuole speciali. ... , Così per
i rapporti Ira la morale e 1 arte. L’arte, come principio generale, non può
essere contrapposta alla morale nel suo orgamsino complesso ed evolutivo (le
singole fasi di pro¬ gressione possono bene, debbono anzi talvolta, trovarsi
dissociate nei loro prodotti concreti), come non possono operarsi separazioni
radicali di parti nell’ uomo, che ne è il soggetto, senza distruggere ciò che
lo la persona. L arte, come abbiamo già accennato e come dimostreremo ancora, è
un agente di armonia sociale ; diventa agente di dissoluzione quando essa si
trovi m contrasto coi principi etici più diffusi e radicati presso un dato
popolo. Ciò accade per esetnoio come nota ,1 Tarde, quando un popolo si kscTa
passivamente soprafiare dai prodotti di un’arte esteriore, senza farli
germinare in un’arte nuova- allora nel nuovo ambiente l’arte si riduce ad una
anomalia individuale, disorienta lo spirfto collettività senza sostftuire ir^i^
orientazione, ed alla sua volta ne soffre volgendo presto alla decadenza ed al
disfaci¬ mento. Avverte il Burckardt, a proposito del classicismo pervadente
l’Italia nel secolo deci- mosesto, come gli antichi recassero offesa alla
k'"nron^a moralità del tempo, senza sostituire la propria, « perfino m
materia di religione 1 antichità agiva su l’Italia del cinquecenti so-
vratiitto per il suo lato scettico e negativo poiché non poteva seriamente
porsi il quesito su 1 adozione del politeismo d’altri tempi «. Fatto e che 1
arte allora, agghiacciatasi nella ri- mise“ientr^ che scuota violente¬ mente le
basi del comune sentimento morale non può essere buona opera d’arte, se anche
le momentanee deviazioni del gusto la facciano apparire diversamente. Ma il
giudizio su di essa deve essere dato coi mezzi e%oi criteri proprfi dell arte,
non con quelli proprii della morale ^^l.P^'esaggio, cosi si può dire di ogni manifestazione
d'arte, che è uno s/ato damma. Anzi un complesso di stati d’animo in una
armoniosa e felice conciliazione, resi per questa via piu chiari e vigorosi, e
convertiti ^da elementi individuali, attraverso 1’ opera, in eie- menti
social,. Così accade; l’uomo e una deterlii- nata realtà chiariscono in una
rappresentazione sensoria ed intellettuale i proprii l^ppord ai^a! verso 1
opera d arte ; ove effettivamente la cosa si open m termini adeguati, il
risultato non può che rn Jn'i? ® PO'"™ dissonanza alcuna con quell altro
bisogno, che ha l’uomo, di con¬ formare la propria condotta alla realtà stessa
quale è dato dal principio morale; però non 25 della propria immoralità, quando
una vivace dissonanza si avverta, l’opera d’arte sarà afflitta, ma della propria
bruttezza, — e, nello stesso campo, su le norme della bellezza Tuomo deve
provvedere alla miglior creazione artistica. E ciò senza calcolare l’importanza
di quelle deviazioni individuali o sociali del sentimento etico, che non
rappresentano le ragioni vere e fondamentali della moralità ; senza tener conto
anche della efficienza di quelle necessità, pure morali, relative a particolari
contingenze di cose, di persone, di tempi, che non possono entrare nel quadro
generale della evoluzione umana. A proposito di che, il disaccordo fra questi
atteg¬ giamenti e la vera arte si fa talvolta inevita¬ bile ; e l’arte può, non
curandosi che della bel¬ lezza, trasformarsi allora indirettamente in vi¬
goroso richiamo ed impulso verso una moralità più larga e superiore. Allora
anche nel pertur¬ batore di un ordine stabilito si avverte, attra- vers.o
l’opera d’arte, e si presagisce l’ordinatore di un’armonia futura, più larga e
più possente. D’altra parte, in un ordine diverso di corre¬ lazioni, il
giudizio sulla condotta altrui, ed anche sulla condotta propria, è assai spesso
mal si¬ curo : l’analisi di tutti i coefficienti di una de¬ terminazione umana,
che soli possono portare alla valutazione adeguata della sua moralità, è bene
spesso incerta. Più facile, talora, il giudizio sulla bellezza sua. Allora 1 ’
educazione del cri¬ terio estetico soccorre alle deficienze immanca¬ bili anche
alla migliore disposizione etica. Quante volte cosi di un atto semplice della
vita fami¬ gliare, come dell’alta deliberazione di un uorno di Stato, nella
incertezza e nella complessità indefinita dei motivi coscienti ed incoscienti
che lo informano, l’apprezzamento migliore è ancor quello dell’ istintivo e
profondo senso umano per cui lo si avversa invincibilmente come brutto, e lo si
gradisce come bello ! E quale insperato conforto la gioia che si ritrae
gustando la bellezza di un atto che già deve essere apprezzato come buono e
come utile ! 26 Per queste vie, ecco l’arte a recar gioia agli la personalità
in quSa stessa direzione di avanzamento per cui le re¬ gole della ■ condotta
morale li traggono alla conquista delle maggiori e più largfe utiir/à
particolare prezio- ’ Jn non le occorre dispendio, fraendo dalla contemplazione
della regolarità nei rapporti dell uomo con gli altri uomini e con
i,n”nÌrif'i“^ propria ragion di soddisfazione, nno^ I ^ Sicurezza e di fiducia,
L giudizio che da altra fonte non si saprebbero derivare. VII. punto riferire
soinmaria- ente CIÒ che in proposito scriveva in una sua & P^^'^'^^rata nel
1893 l’Asturaro, scien¬ ziato che onora 1 Italia e i cui grandi meriti strano
oblio degli studiosi, sono lungi’ dall essere riconosciuti come si
meriterebbero eccitamento estetico, scrive l’Asturaro, è impossibile allo stato
puro, cioè indipendente¬ mente da qualunque altra funzione psichica perche
quand’anche riuscissimo a fare astrai zione dalle nostre esperienze individuali
e dalle associazioni m noi stabilitesi mediante l’educa¬ zione, non potremmo
prescindere dalle esne- associazioni inconscie, be con la formola ^arie per
farle si dovesse intendere questa indipendenza del piacere este¬ tico da
qualunque altro piacere e sentimento, essa sarebbe subito da respingere come
as¬ surda ». Ma CIÒ non significa che l’arte debba essere convertita in mezzo
per raggiungere ri¬ sultati che le sono estranei, debba esseri posta religione,
della scienza, della politica o delle cosidette... riven¬ dicazioni sociali. «
Negli albori della vita civile come ogni altra attività sociale, e finché
l’individuo rimane esso stesso uno strumento in mano dello Stato, 27 questa
condizione dell’ arte non P"® Solo quando l’individualismo insorge, 1 a”e
co mincia a manifestare fini P^P™’ ha acquistato coscienza perfetta ^i ^esti fi
_n ;i oi f» solo nell epoca piu recente l'arìe Questa formula è il prodotto
zione delle varie funzioni sociali, che, dapprima mescolate e confuse, si
distinguono a mano a mano l’una dall’altra, pur restando collegate tra loro da
molteplici vincoli. Essa e P^ «t P^o^ dotto immensamente pm perfetto dell arte
come mezzo. E questa maggior perfezione e visib^ in un duplice fatto ; e
primieramente m ciò che il libero gioco delle rappresentazioni, comedo chiama
il Goethe, viene impedito in grandiss m parte dal fine a cui ella e costretta a
servire e in secondo luogo m ciò che 1 artista il quale si propone di
moralizzare o di sostenere la ligione o di celebrare le glorie del o Stato, e
costretto a preferire della contemplazmne de mondo quella parte che meglio
risponde a tal ideali • oggetto dell’ arte saranno i modelli di virtù, di^foraggio,
di pietà ; e la “^‘'^ra resterà decimata. Laddove dell’arte come fine a se
stessa oggetto sarà la vita dell’universo in tutta la sua pienezza, in tutti i
suoi stati anco bassi ° M^sarebbe errore confondere il fine cosciente, voluto,
dell’Arte, con l’intimo valore intellet¬ tuale, morale, religioso, P°ldi“,di
l’arte si distingua, evolvendosi, dalle aljre attivila sociali e cessi di
servire ad ess , non vuol dire che se ne sepan cd isoA - ciò che sarebbe
impossibile. Il f continua a dipendere m cento modi dagli altn sentimenti
dell’uomo sociale, e larte ad essere legata da molteplici vincoli alle altre
produzioni ^^L’^òpera d’arte, come fu ripetuto le mille volte, ci dà
^l’impressione soggettiva, '“dividuale, che una data scena o un dato nell’anima
dell’artista ; per lo meno ci presenta 28 a preferirli: nlln ’ informata ed
individualizzata, giunge queste condizifùr^! pendono anche « dallo stato
intellettuale morale religioso, sociale, e variano insieme con esso’ Dunque se
noi e 1 artista siamo affatto diversi ed opposti, s egli rappresenta per
rispetto a noi n grado inferiore della evoluzione umana la sua impressione sarà
in disannonia colla nostra Srenzf nf/ dalla nostra ed Wra^« n ®''i^ Stridente
Kodfmfntn^'P 1’^'' argomentare in contrario il fnerP rffiri! h destati in noi
da opere d arte dell antichità, anche là dove di¬ scordano violentemente dalle
abitudini intellet¬ tuali e morali della civiltà nostra; perchè ivi lin
“"®‘'^®*'azione del prodotto storico determina un processo complicato
interiore, per cui si crL nuova materia di compiacimento artistico nella fato
alk sociale oltrepassato, diarie in spettacolo attraverso l’opera a arte. In
altre parole: qui lo spettatore si fa alla sua volta artefice. L’obbietto della
perce- z one estetica e sdoppiato.-originariamente l’ob- bietto era il tema
dell’opera d’arte • adesso at¬ traverso a storia, è ancora quel temarr^as[
aggiunge 1 opera d’arte stessa, considerata come espressione di una determinata
psiche soc^le nella parte ove sentiamo di non aver con quella comunanza di
sorta. queiia sn^n*!! tolì> conchiude l’Asturaro, il bi¬ sogno dell arte
come mezzo, a quando a quando risorgente nella società nostra con forza^over-
iprrn!fll°^“‘ ^ tendenza, come vedemmo pur patriottica degli Italiani p rvasi
dalla irresistibile aspirazione alla indi- pendenza ed alla unità del loro
paese, è però enormemente scemato nel corso delk stiria umana. « E quando i
problemi fondamentali che concernono le basi dell’esistenza e del benessere
sociale saranno tutti quanti risoluti, quando la distanza intellettuale fra
l’artista e il popolo sarà scemata, e i mezzi diretti di ® nroeresso sociale,
la scienza, le scuole, la stampa, saranno universalmente diffusi,, possiamo
pre¬ vedere che quel bisogno perverrà a suo mi¬ nimo, e la differenziazione
dell arte al suo mas simo. Allora essa si proporrà costantemente come suo unico
fine il. godimento estetico, spiccherà voli più liberi e piu alti nei vasti
orizzonti che i progressi scientifici e socia i le dischiuderanno. Ma .neppure
in quel tempo, giova ripeterlo, differenziazione vorrà dire isolamento dalle
altre attività; neppure allora sara possi¬ bile salutare come grande artista un
uomo ar¬ retrato nello sviluppo delle sue lacolta sociali ». VII. Abbiamo detto
più addietro che l'arte si at¬ tacca all’amore, e per esso fiorisce, e di esso
svolge ed allarga la potenzialità nel consorzio Ma si osservò che, mentre
l’arte è sempre cagione di armonie sociali, l’amore sessuale in¬ vece dà sempre
luogo a discordie fra gli uomini: v’è quella che Darwin chiama legge di combat¬
timento, la concorrenza amorosa fra individui del medesimo sesso : vi è la
lotta, l’opposizione dell’un sesso contro l’altro nella meccanica psi¬ cologica
e sociale dell’amore come fatto umano nello stadio attuale della civiltà in rapporto
a tutti gli altri elementi che questa civiltà mede¬ sima caratterizzano. E ciò
parrebbe smentire ad un rapporto diretto fra la pacifica gioia del¬ l’arte e i
travagliosi contrasti dell’amore. Ora, sembra a noi che l’obiezione sia di pura
^*^Anz 1 tutto, la formula pura dell’amore sessuale esclude, a nostro giudizio,
il dissidio e la lotta: dissidio e lotta si riferiscono alle circostanze, il
vero momento amoroso li esclude. In secondo luogo occorre notare che se
innegabilmente 1 a- 3° sessualità^è però discende dalla manifestazioni'J^ù
ideatzaw‘'“-^^ e p.ù recenti ddl’amore fi mo cf “ empiesse nvazione
antichissima hIho P° de¬ cominciarono senza dubbio a stessa, tempi della
sessualitf preumàni V 1 albero genealoeico dpi d’onde sizioni etiche, delle attitudini^?]"*''
dispo- riale ed intellettuale «ni?!» k ®*;®tta senso- già, alle origini della
umanftif Piacere, potè distaccatasi dalle preced^nti^n'"®"" ®
Propria segnare le diverse*^distintp**c f°rme antropoidi, tali, ramificazioni,
mentri^ il tri ^dimen- l'amor sessuale conTnualn 1 ° del- proprio. ^ vivere per
conto in direttri^lleceslaril^*'dÌDl“ d"*""'^"® P‘“
sessuale, rappresenti dall’amore rappresenta nell’individilo L’Tno dei*"!®
fondamentali della vita di ‘^^ti lenomeno della riprodLione tl^' °FS^^^smo, il
tima sua significazione Ili! i * ®®®® fui- l’industria 1 ’ ultima sua dl*^ ’
col ragionamento e con la nuola bellLTza. ' sogno di Imlrl®!' ® ’’ in realtà,
si estende il dlnl ’ ®‘^ anche, è cosi ti^icamentfsliLl®™''”® d’amore. Nulla
che, condiviso, si raddonnia fiuesto piacere gusto, che è fondato sov?run
li!!d®*° del e che si accresce e fnrtifil" del gusto, moltiplicarsi nelle
distinti le" suo E# come <^odimpntrt fy^^ Personalità umane. rica
felicità umana,'nufe"ch™ndra°s^^’" Smo -onlmicf "dd osflrvftt"Xt?l*neUrDXr"®
manca o si Xertl in^ industriale piacere della produlionl S'^arsissima il mvece
la gioia del produttore è Sf’d? redola 31 sempre più intensa che quella del
consumatore; l’artista vero provvede al gusto proprio, e giunge con ciò anche
al gusto del pubblico, mentre la produzione industriale è a questo subordinata;
l’artefice è lo sposo mistico del¬ l’opera propria ; l’opera giunge al
pubblico, e la bellezza sua è sempre pura, non soffre conta¬ minazioni
dall’uso, protende ai buoni ed agli intelligenti la propria immarcescibile
verginità in una rinnovazione continua di gioia viva fin che la sostanza sua
permanga. IX. Abbiamo dunque sinora, rifacendoci breve¬ mente dal cammino
percorso, considerato il ca¬ rattere più palese dell’arte, pel quale essa ap¬
pare come una proiezione della vita individuale nella vita collettiva
attraverso il tempo e lo spazio. E siccome tale carattere si mostrerebbe ad un
primo sguardo in contradizione con un principio di aristocrazia nell’arte che
noi non sappiamo rifiutare, così ci industriammo di ri¬ cercare la vera
sostanza e la portata reale di siffatta aristocrazia : dalla quale ricerca,
secondo noi, risultava come solo dall’equivoco intorno all’uso dei vocaboli, o
da artificiose restrizioni, derivasse l’apparente incomportabilità dell’ un
termine con l’altro. Dato pertanto il carattere eminentemente so¬ ciale
dell’arte, da una banda, e dall’altra la sua progressiva differenziazione,
autonomia ed ele¬ vazione, ne emerge il valore sociale dell’arte stessa in rapporto
alla condotta umana, dap¬ poiché essa raffigura un processo di perfezio¬
namento individuale che tende per natura sua ad irradiarsi intorno nella
società, se anche l’irradiamento attenda tempo per manifestarsi con sensibile
larghezza. Ora, ogni solido perfezionamento umano fa capo alla condotta sociale
; e la bontà della condotta sociale fa capo edonismo, — a quella 32 sibile,
felicità^ ondi cois Pos¬ sono mosse nel loro ’ ^ “®®PO''o)mente o non stenze
umane. ^ comportamento tutte le esi- diSzfoTe^pereorresuo^canTmino la stessa
porre la loro priorità sÌi * estetica, e a seguendo in questa naft^^ Principio
scientifico, teci nella prioritl Lfia s«Ì,t indica- sapienza riposta,
dimostrali r'®" ’^^^Sare su la gorante di argomenTi sfol- ragton pratica vu
Positivi dal Vico, — della . Abbiamo infine cercato Nietzsche. 1 rapporti che
legano V arte ®'^”o eccoci adesso all’intima ^ amore. Ed tata e frammentaria
s^otK filosofia dell’arte ove te^t» "®'. campi della alla posizione del
princinio^e'llf *^' accennare cali condizioni della civiltà "cP® spe- sue
probabili potenziain^nel ?uufra‘"' X. nella^sla zione, anche industriale
fUn occupa- ratore attaccato per certi f ' ' ?™P^'° suo lavoro ; ma Questo
r.;-. ®Pcciale piacere al dovere professionale e fafacilita il nella sodetà, L
sempre nnaf^K ^1^ P^ce t'co, e, in qualsiasi Te?tilre nl®l"°®'‘ cste-
possiamo esser certi chi v’ h, ^ avvertiamo, scosta, dell’arte mescolata in °
'nmio na¬ ia fatica industriale L’operain'^*'^^^^® con rato primitivo, si clmmace
'1°""“"“° ^’°Pc- punto, nel cucire degli abiti’ certo pietre,
cosi come nefio scolnirl !i comando o dei pastorali vescovili Pastoni di abbia
preso in ug^ia il cnn i“ ' ’ quanto ggia II suo lavoro, è difficile 33 ch’egli
parzialmente non lo compia ancora per amor dell’arte, in virtù d’un resto di
compia¬ cimento ch’egli vi trova. Nei contadini l’attac¬ camento cordiale ai
lavori agricoli è manifesto: al soldato non fa difetto tuttora, qualche volta,
l’entusiasmo militare. Gli artigiani del medioevo diedero tale spettacolo ; ed
anche ai nostri giorni si potrebbe forse trovare qualche spe¬ ciale organismo
di lavoro associato ove la gaiezza della fatica non è certo il minor salario.
L’ideale di una società consisterebbe nel portare a re¬ gola ciò che ora è
piccola eccezione. E’ impos¬ sibile ? e il sogno di Fourier sul lavoro at¬
traente non sarebbe altro che una puerilità i Forse no. In ogni caso, una
società ove cia¬ scuno comincia a prendere in odio la sua pro¬ fessione, è
prossima a dissolversi ; ed, al con¬ trario, un paese si fa forte e grande,
quando ogni cittadino si abbandona al suo còmpito con un amore sempre
crescente. La famosa armonia degli interessi, troppo celebrata dagli ottimisti,
non è verità che allorquando si tratta di abi¬ tudini e di gusti in virtù dei quali
il lavoratore (in un lusso di energia organica personale, noi crediamo, che è
poco consentita dall’ansietà in¬ torno al soddisfacimento dei bisogni
elementari della esistenza onde ora si travagliano i nove decimi dela lumanità
cosidelta civile) ami e curi disinteressatamente il suo compito, artistica¬
mente considerato *. « Di.igraziatamente, prosegue il Tarde, a mi¬ sura che
l’industrialismo procede, armato delle sue potenti macchine, il cui effetto è
rendere macchinale il lavoro stesso degli artigiani loro servitori, i còmpiti
industriali perdono il carat¬ tere interessante che potevano avere, nel pas¬
sato, e il lato estetico del mestiere scompare. Allora, che succede ? La
pretesa armonia degli interessi, cosi come è intesa dai più, cade, e ci scopre
una ostilità profonda, terribile, ^— i bagliori sanguigni di una rivoluzione
senza pietà, minacciante ». Più disgraziatamente ancora, aggiungiamo noi. 34
avviene che neanche coloro i quali più sembrano avvantaggiarsi di questo stato
di cose neanche 1 cosidettt privilegiati della economia’ cap^S^ stica attuale,
trovano tempo ed agio e forze per educarsi in gioie che non siano materiale ed
infiriore, per compfacersi cientemente in qualche occupazione che non sia di
natura professionale ; ed anche ner lorn^’n^ cupazione professionale perde ogni
giorno pfù la sua intima attrattiva per l’Iffannr, “ travagliata dalla
turbinosa'^ concorrenza a cui resistere e riparare, dalle esigenze semore nuove
e maggiori della stessa produzionl^lr fessionale a cui provvedere. pro- Si
sostituì poco alla volta la estimazione di cbll: S/Si\‘'r/varrrfn rSi^ono
al‘°"" dimenio, VÒfehmo, come direbbe if Pareto. So- vratutto SI
dimenticò poco alla volta l’educa¬ zione di codesta ofelimità, onde solo
dipende la progressiva moltiplicazione ed intensità^! nn! rezza dei pdimenti. E
così la legge psico-eco nemica della moltiplicazione dei biffgni si svolse
^senzialmente nella moltiplicazione^dei bisoeni- mezzi per aumentare la
ricchezza (a non ahro intatti, rispondono quasi sempre e telegrafi e'
elettriche e simili maglificate conquiste della scienza ; per null’altrf Si
messo in opera il ■ conturbante ed ozioso con- Regno della igiene sociale;
verso null’altro si dirigono le appaltatrici sollecitudini per i risf
finSell^'^"^’' ® ~ '«definitamente- fino, nella maggior parte dei casi, a
sbatter nella crisi per la insufficienza di mezzi addati a raggiunger la
ricchezza maggiore, e cosi llr dendo anche quella prima acquistata ; o fiC m
casi eccezionali, a porre le basi di una rii’ dhSti*^H‘^'^^"‘^1' a'ia
scelta dei go¬ dimenti, da un lato, e cagione dall’altra Hi IfonTTItó pronta
assurfì Isslf' 'Tita dell’individuo, breve af logora quasi sempre prima di
giungere al meno peggio di questi due risultati. ® 35 XI. Tuttavia, nota ancora
il Tarde, non ogni male è presagibile da questa attuale condizione di cose. Se
le trasformazioni gigantesche deirindustria fecero perdere al lavoro la sua
originaria at¬ trattiva, esse ne diminuirono anche la fatica materiale, diretta
ad esercitare i muscoli alle spese dei nervi e a besiializzare l’uomo. Delle
due cose meglio è ancora rendere l’uomo mac¬ chinale, che renderlo bestiale. Se
ne avvantaggia lo sviluppo del sistema nervoso sullo sviluppo del sistema
muscolare ; e siffatta radicale tra- slormazione dei temperamenti non potrebbe
essere certo che il substratum più favorevole alla fioritura artistica di un
popolo. Si aggiunga un approssimativo equilibrio nei rapporti relativi alla
produzione ed alla distri¬ buzione della ricchezza, un regime di larga con¬
trattualità per ciò che riguarda l’ordinamento del lavoro, e presto una
ricchezza più distribuita, un tempo di lavoro più limitato, una maggior libertà
dei singoli e una maggior solidarietà collettiva, compiranno forse il miracolo.
La stessa aridità del lavoro sembra dover concorrere a questo risultato. Se
dianzi, infatti, ciascuno si faceva un’arte del suo stesso me¬ stiere, oggi i
mestieri, facendosi sempre più ingrati, spingono il lavoratore a cercar inori
dì essi altre sorgenti di puro godimento estetico ; di qui anzi scorgiamo parte
dell’inconscio pro¬ cesso psichico onde il bisogno che il mestiere si faccia
sempre meno assorbente è con tanta energia affermato ai nostri giorni. E così,
forse, l’arte e l’industria si attendono ad un nuovo distinto e grande sviluppo;
e la virtù pacifica¬ trice dell’arte stenderà per ogni luogo la ras¬ segnazione
al lavoro arido ma benefico, i cui intervalli essa cospargerà di fiori imma¬
colati. « Allora, conclude il Tarde, dall’eccesso me¬ desimo deirindustrialismo
verrà fuori probabil- 36 mente il rimedio al male. Mai furono cosi com¬ plicate
le armature dei cavalieri come nel mo¬ mento in cui esse stavano per diventare
inutili per I perfezionamenti delle armi da fuoco, nel secolo decimosesto.
Forse accadrà della com¬ plicazione dei nostri bisogni di lusso (materiale ed
esteriore) ciò che accadde delle armature difensive. Per lungo tempo bastò il
casco : poi SI fece sentire il bisogno di difendere il petto- piu tardi il
bisogno di coprire le gambe, le braccia, le mani, etc., fino a che il peso di
tutte queste utilità giunse a renderle assai moleste ancora che il
perfezionamento degli ar- chibi^i e dei cannoni le rendesse alla sua volta
supertue. — Ebbene, l’uomo si è difeso contro le intenipene esteriori, contro
la fame e la sete °.Sni sorta di ostacoli che si opponessero’ al
soddisfacimento de’ suoi desideri, press’ a poco nella ste.ssa guisa onde si
era assicurato contro le freccie e le lande nemiche. Una pre¬ cauzione pre.sa
fece nascere il desiderio di mT^i ® seguito, all’infinito. Ma il
soddisfacimento di ciascuno di questi bi- sogni cosi complicati suppone
l’ininterrotta at- tivita di innumerevoli officine, fàbbriche, mani¬ fatture,
di tutto un popolo di lavoratori curvi ad una fatica senza termine. Ora, non è
pros¬ simo il giorno in cui, più forte che il ferreo complesso di questi
bisogni affollati e fittizi, un bisogno più grande e più intimo e puro, il bi¬
sogno eh svago e di una estetica pace spiri- tiiale, SI farà largo e butterà
all’aria le impla¬ cabili esigenze di tutti quegU altri? Tutte le grandi
civiltà ,si appuntano in una eruzione (1 arte. Giova sperare che la civiltà
nostra non abbia ad essere una eccezione alla regola » XII. Nè la speranza
manca di argomenti. Anzi per segni manifesti, tutto lascia credere che (fafla
grande anima popolare, dalle energie ver¬ gini e latenti delle falangi anelanti
alla con- 37 quista di una vita nuova di serenità, di quiete, e di sicurezza
materiale, abbiano a sorgere le condizioni intellettuali e morali atte a
spingere e ad informare un nuovo grande ciclo evolutivo, una nuova lieta
fioritura dell’arte, come pro¬ dotto sociale, come espressione di armonia col¬
lettiva, di gusto, di compiacimento, di amore, diffuso dagli artefici alle
moltitudini; in quella guisa che fiorì l’arte classica in Grecia ai tempi di
Pericle, l’arte cristiana in tutta la latinità sul finir del medioevo, l’arte
del primitivo rinasci¬ mento in Italia, allorquando la realtà di un soffio
d’amore corrente tra il popolo per virtù dell’opera d’arte faceva sorgere
pronta la leg¬ genda di un borgo fiorentino, denominato borgo allegro per la
gran festa di popolo onde una Vergine di maestro Cimabue rivelante inattesa
bellezza — presagio dell’avvenire glorioso — sarebbe stata recata alla chiesa.
E’ noto infatti che, ad ogni nuovo stadio di qualsiasi suo progresso,
l’umanità, per la legge filogenetica delle esistenze, deve in qualche modo
rifarsi da capo. I ricorsi vichiani, siano pure sempre più larghi i giri della
spirale del progresso umano, devono riprendersi seinpre da un atteggiamento di
primitività. Cosi, nel caso nostro, ciò che il Tarde, come vedemmo, va
auspicando come prodotto avvenire •della nostra civiltà industriale, trarrà sua
forza, giova ripetere, dalla grande anima popolare, — primi¬ tiva, cioè libera
dagli ingombri ereditari del passato onde la via a procedere innanzi è cosi
spesso intercettata. Ricordo, fra le altre mie sensazioni più vive, una grande
esecuzione vagneriana, e, più spe¬ cialmente, quell’ ultima fase della prima
gior¬ nata della Tetralogia, ove, nell’ incantesimo del fuoco, il divampar
delle fiamme, lo scoppiettìo delle scintille, il sibilar dei vapori, trovano
nel¬ l’orchestra una significazione materiale che sor¬ prende e, dapprincipio,
quasi impaura. Ma si accenna, e poscia, sovra questo scintillante la¬ vorio
ilegli strumentini, si libra, cantata dagli 38 archi, con siffatta dolcezza In
fVoo i lante del 6» ui ^ contro, con tanto impeto eSo if tica quivi, di
Siee-friH , irase, prole- spettatore è lanciala niVrp * n ^ '”®nte dello fuoco,
nel p « 0 ^ 0 ^^ ^ montagna di svolto e del dramm^cLm c è ancora : oltre
l’amore di cf'"° in là glincla, oltre la c;nhli -n« S^pgniund e di Sie-
più in là, nel camDo'rIpiu^"'^’°”® ùi Brunhilde; tutti gli domini
ndPew^^T''^ ® del dolore di dalle profondità dell’ orchestra'^é^r ^ tore, sente
sorgere voci nof „ ^ ° solenni e misteriose rhe armonie mante, e pur beata
come^P'^^ accoglie tre- messa di felicità, a cui v^rrlbbe^"* P™' prestar
fede. vorrebbe, e non sa, trapposiz^one Vescldnà^ trattava del maggior teatro
d’Itn°r *^ 1 ° parte del pubblici che ama^/^!V* P^^^a e civile ed è senza dnhh^
credersi piu colta maggiore eleganza di ^abki^“Sue‘''ì® Possiede primo
accennare di sifla^te^® intanto lo spettacolo «i » meraviglie, poiché sentiva
il b^cralILf'^e frettati, c?ir'ige'r|i alll'^pórta"’°'^®® ® di eviteare
alsiosamen?e o ' Tu ® ®® ®’ stro. E considerai non r?o disa- disagio di qualche
timido^ re^stio'^i^h ma sensibile ad un’imavino f per l’arte, il quale, non
ofando Si dall’irresistibile bisogno ®P'“‘° pria uscita, armeàS d. provvedere
alla pro- SUO soprabito ner^nnof^* ‘ ®'®®"”®™‘^"te col zwne e
procurandosi pel «itro pfr? f pica acutissima doliv,- eontro J irritazione ti-
iemar <11 piegato fra la schiena « i male <™na, l-aperS.™ Sa“ m “'"a’
™«.va assai .8ev„,,aa”rà^ir.;cZs'.'’5 gl 39 Ione, poteva con libera voluttà
alzarsi in piedi ed andarsene. Ora, queiraltra schiera di spettatori, in alto,
che documenta il bisogno grande ed intimo e puro di una estetica pace
spirituale coltivato lungo le giornate interminabili di un lavoro macchinale
mal retribuito, che documenta questo bisogno, dicevamo, col danaro, tolto forse
a qualche parte dei bisogni elementari della esi¬ stenza, onde è comperato allo
spettacolo un posto di disagio e di imperfetta percezione ; quella schiera, che
fu anche dai primi chiamata barbara allorché reclamò la scomparsa di pri¬
vilegi nel cospetto dell’arte, protestava, e talora comprimeva anche la sconcia
offesa al miracolo del genio, si faceva rivendicatrice energica delle ragioni
della bellezza, in un impeto caloroso di sdegno e di amore, che era non fallace
e mi¬ rabile indizio di comunione spirituale fra l’opera d’arte ed il pubblico
suo. Cosi di questi giorni mentre, massime nelle nostre città di provincia,
tanti giovani sciope¬ rati della borghesia ricca, contenti al diploma
universitario malamente carpito che con la prova ufficiale di uno studio
passato purchessia di¬ spensa da ogni studio avvenire, perdono il loro tempo e
dissolvono la loro mentalità in un ozio ribelle ad ogni ricerca di pensiero e
spregiatore di ogni intimità di godimento spirituale, — un oscuro minatore
della Lunigiana, Gaetano Badii, purissimo innamorato di un’idea bella,
diffondeva fra gli amici un libro, il libro n dell’idea repub¬ blicana II, ove
è tanta ingenuità profonda, tanto garbo, tanta diligenza, tanto studio, tanta
bontà, che a me, dinanzi ad esso, si richiamavano le pa¬ role, ugualmente
buone, di quel Giottino della nostra poesia primitiva che fu Guido Guinizelli :
E prende amore in gentilezza loco Cosi propiamente, Come clarore in clariià di
fuoco. E, per vero, è una gentile umanità quella che si dispicca dalla
affermazione sentimentale della 40 “ f In CI rende contemnlatn^i quella che
disinteressata df accordo bera fratellanza, df coone’zÌÓne '‘*^"'^‘^'
tutte te energie umane ^ ® spontanea di nella discipliS^nSfde^rM“"‘® ^
tica esteriore dellf eomià^ = ^ ® Pra- tazione serena ed esatta dell’altrui,
del propri^e d^u^P™ «mpito e comune iAteresse? '^®‘°''e, del XIII.
sposizione^lemfrnentale'^Tne^ di di¬ nostra piazza dd Dnome • .®o'e nella di
autunno ? Il Duomo dorme*^" mattino umido sdraiato. Si colorano^li accenni
® dietro di lui ; ma noidiè in ^ ^'o^no avvolta da una leggiera nebb^fT ®
oscurità violacea, ?L nnn f®nue delle ombre e distrug-e-onn gioco speltiva,
vale a ciire?]?llp Ì cJeJIa pro¬ singolari della fronte del tenfnlo^^’ sposte
tutte sovra lo ste-sn nf ’ P®*' Ri¬ sono tutte singolarmente^ P P‘“ Prossimo,
mentre i contorni piram"i d? mL massa che sta dietro semhrnnn Spande
strana direzione amorfe ^ m ' “"a stesso piano delinacdata ficio si
allarghi straordfearin ®'’® P®di- naturale contrasto, lo si Sbe P®*" Giace
esso, infatti o rlnrm^ r abbassato, improvviso, balza dai tetti d^-ii passa,
fuImineofL un p^^ in fretta, sotto gli archi altro; scorre, tando m^nate^dto
feVn/^^ad^gr d'' samente la novella giornlte ^ f appuntano nel cielo |ulito V
nlr fe disegnandosi netti i cnntn ’ P?*^ ^ nuova luce sovrastano sembrano
av^r™'' ® ®fatue che le ritte e fiere, a o-u^rdia ^ ì. P°®f°' della casa di
Dio. ® "maestà 41 Cosi amo io raffigurarmi talvolta la novella giornata,
l’atteso rinnovamento dell’ anima col¬ lettiva, l’auspicato regno della grazia.
L’amore e la concordia e la piena fiducia a cosparger di luce le cose ed a
fugar le nebbie dagli spi¬ riti; la gioia e la bellezza degli atti buoni, ri¬
lucenti per ogni minuto rapporto delle esistenze umane in un effetto complesso
di generale ar¬ monia pacificatrice; le anime grandi, in alto sorrette dallo
spontaneo riconoscimento delle minori grandezze per un consenso di cuori che si
risolva alla sua volta nella unità di una mi¬ rabile opera d’arte, — le anime
più eccelse, dicevo, a guardia e gloria della casa dell’Uomo, emancipato dalla
bestialità, dall’egoismo, dalla tirannia del sordido e del brutto. Milano,
settembre 1902. ; & ? Nome compiuto: Pio Viazzi. Viazzi. Keywords: Vico.
Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Viazzi” –
“Il Vico di Grice e il Vico di Viazzi” -- The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vicini – la ragione convresazionale (Cento). Filosof italiano. Presidente
del Governo Provvisorio delle Province Unite Italiane Dati generali Titolo di
studio laurea in giurisprudenza Professione avvocato e magistrato. M. Massa
Lombarda -- è stato un filosofo, politico e giurista italiano. Frequenta
il seminario di Cento e poi l'Università di Bologna, dove si laure in
giurisprudenza. Aderì alle idee di Napoleone e con la nascita della Repubblica
Cispadana rappresenta la città di Cento ai congressi di Reggio Emilia e di
Modena. Successivamente è nominato da Napoleone segretario generale del governo
cisalpino, giudice e consigliere di revisione e cassazione per la Lombardia.
Dopo la caduta di Napoleone si tenne lontano dalla politica. Dopo i moti
insurrezionali è eletto presidente del Governo Provvisorio di Bologna e della
provincia e dal Pubblico Palazzo della città DICHIARA CESATTO DI FATTO IL
POTERE TEMPORALE DEL PAPA. Nello stesso palazzo venne eletto dall'Assemblea dei
Notabili, costituita dai deputati delle province insorte, presidente della
Commissione provvisoria di Governo delle Province Unite Italiane. In seguito
alla resa di Ancona, non avendo il pontefice Gregorio XVI voluto riconoscere la
capitolazione del cardinal Benvenuti, pattuita e ratificata in suo nome, V. è costretto
a fuggire in esilio, prima in Corsica e poi a Marsiglia, insieme al figlio
Timoteo. Tornato in Italia, si stabilì prima in Toscana e poi a Porretta Terme,
dove conosce e sposa la seconda moglie, Catterina Agostini. È relegato a Massa
Lombarda sotto la sorveglianza politica del cardinale Ugolini, Legato della
Provincia di Ferrara. Qui, per provvedere al mantenimento della sua famiglia --
nel frattempo aveva avuto cinque figli, di cui tre moriranno in tenera età --,
apre un ufficio per consultazioni legali. Muore in povertà a Massa Lombarda. Le
sue spoglie giaceranno anonime e senza memoria fino a quando, per iniziativa
del sindaco Bonvicini, il municipio di Massa Lombarda gli erige un busto nella
biblioteca comunale e un piccolo monumento funebre nel cimitero locale, opera
dello scultore Pacchioni. Cimitero di Massa Lombarda, ricordo marmoreo di V. La
polemica con Berni degli Antoni. V. pubblica un testo, Causa di simultanea
successione di cristiani e di ebrei ad intestata eredità di un loro congiunto, nel
quale, contro il parere espresso dal domenicano Jabalot e basandosi sul Codice
napoleonico, si esprime a favore della parità di diritti tra ebrei e cristiani
nel diritto di successione. Allo scritto di V. risponde polemicamente con un
libellol'avvocato e giurista Berni degli Antoni. Berni, richiamandosi ai
principi della legislazione pontificia, sostenne con argomenti aspramente anti-semiti
le tesi discriminatorie di Jabalot. Note ^ Gioacchino Vicini, Giovanni
Vicini giureconsulto e legislatore, presidente del Governo delle Province Unite
Italiane nell'anno 1831 , Tip. Nicola Zanichelli, Bologna 1897 ^ Alessio
Panighi, documenti della Società dei Reduci delle Patrie Battaglie e
dell'Esercito, Massa Lombarda 1906 ^ Luigi Quadri, Memorie per la storia di
Massa Lombarda, Tip. Galeati, Imola 1970 ^ Giovanni Vicini, Causa di simultanea
successione di cristiani e di ebrei ad intestata eredità di un loro congiunto.
Voto consultivo dell'avvocato Giovanni Vicini, Bologna, coi tipi del Nobili e
compagni, 1827. ^ Maestro generale dell'Ordine dei predicatori dal 1832 al
1834. P. Craveri, Dizionario Biografico degli Italiani, riferimenti e
link in Bibliografia. ^ Vincenzo Berni degli Antoni, Osservazioni al voto
consultivo del signor avvocato Giovanni Vicini nella causa di simultanea
successione di cristiani, e di ebrei alla intestata eredità di un loro
congiunto dell'avvocato Vincenzo Berni degli Antonj ... dedicate
all'eminentissimo e reverendissimo principe signor cardinale Giuseppe Albani
legato di Bologna, Bologna, dai tipi del Nobili e compagni, 1827. Bibliografia
«VICINI, Giovanni» la voce nella Enciclopedia Italiana, Volume 35, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937. (Testo online). Piero Craveri,
«BERNI DEGLI ANTONI, Vincenzo» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume
9, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1967. (Testo on line). Voci
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vol. 99, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2020. Modifica su Wikidata
Giovanni Vicini, in Storia e Memoria di Bologna, Comune di Bologna. Modifica su
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XVIII secoloPolitici italiani del XIX secoloGiuristi italiani del XVIII
secoloGiuristi italiani del XIX secoloNati nel 1771Morti nel 1845Nati il 20
giugnoMorti il 12 gennaioNati a CentoMorti a Massa LombardaPatrioti italiani
del XVIII secoloPatrioti italiani del XIX secoloPersone legate all'Università
di Bologna[altre]. I * r .1 ^ J , / » . • I ' » yV- •• • £*2/T . * OSSERVAZIONI
• ^yé/ tyJòfo ¥x>nd-u/àv-o DEL SIGNOR AVVOCATO GIOVANNI VICINI NELLA CAUSA
(Di JÌmuftauea ^ucceJjioue di .Cod. c. 9. hoc tit. SED „ JUXTJ CONVENTION EM
DUMTAX AT . „ Porro conditiones , et leges , sub quibus reci- ,, pi et TOLERARI
consueverunt Iudaei , potis- ,, simum sunt istae , ne quid dicant , Tel faciant
„ in contemptum Religionis Christiauae , aut ,, Christianos turbent cultu
Divino, vel mole- „ stiam creent . . . . , ne saltem in quibusdam lo- S Iudaeis
magis odibiles sunt Ecclesiae, quam „ alii infuleles , et difjicilius
convertuntur ad fi- „ derni, et magis periti sunt , ad pervertendum , „ quam
Gentiles zz . / ' Digitlzed by Google ( *9 ) s , cis habeantbona immobilia
praeter aedes suas, ,, et ne incedant publice sine signo in vestibus, „ ex quo
dignoscantur esse Iudaei; ne Christia- ,, nos habeant prò mancipiis , et
famulis , NE „ CAPIANT ALIQUID EX TESTAMENTO , „ VEL ALIA ULTIMA VOLUNTATE 3 .
Sicco- me chi è incapace di succedere ex testamento , lo è pure di succedere ab
intestato. L. conficiun- • tur in princ. ibi Quoniam quaeritur patri fami -
liaSjff. de jure Codicil. I. 2. ibi vel etiam inte- stati successione . C. de
bonis materna, così prova- ta la incapacità degli Ebrei di succedere ex te-
stamento ; provata rimane la loro incapacità di succedere anche ab intestato .
5- 9. E una conferma di ciò la celebre co- stituzione IV. di Paolo IV. di Sa.
me. dei 12 Luglio i 555 , la quale al §. 2. vietò agli Ebrei di possedere beni
immobili. Proibizione che in- duce necessariamente 1’ altra di acquistarne il
dominio, succedendo ab intestato ai Cristiani. E qui ha bene il rammentare che
il Pontefice fu costretto di vietare agli ebrei il detto possesso, e di
prendere le altre disposizioni espresse nel- la citata Bolla , per infrenare
una volta la ecces- siva loro insolenza, ed ingratitudine ; i quali di schiavi
tollerati e privilegiati che erano , aspira- vano niente meno che a rendere
schiavi i Cri- stiani, giusta il parlare dello stesso Pontefice; perchè non si
pensi dai protettori degli Ebrei che io scriva con ispirilo di parte ,, Cum
nimis „ absurdum (così il Pontefice), et inconveniens ,, existat ut Iudaei ,
quos propria culpa perpe- „ tuae servituti submisit , sub pretextu quod pie-
Digitized by Google { ao ) „ tas Christiana illos receptet, et eorum coha- „
hitationem sustineat, Christianis adeo sint in- „ grati, ut eis prò gralia
conlumeliam reddant, ,, et in eos prò servilute , qiuim illis debent , do- ,,
minatum vendicare procurent : Nos ad quorum ,, notitiain nuper devenit eosdcm
Iudaeos in Àl- „ ma Urbe nostra , et nonnullis S. 11 . E. Civita- „ tibus ,
Terris, et locis in id insolentiae pro- *, rumpisse,ul non solum mixtim cura
Christia- ,, nis, et prope eorum Ecclesias , nulla interce- ,, dente habitus
distinctione , cohabilare ; veruni ,, etiam dotnos in nobilioribus Civilatum ,
Ter- ,, rarum, et locorum, in quibus degunt, vicis , „ et plateis conducere, et
bona sta bilia compa- „ rare, et possidere, ac nutrices, et ancillas, a- „
liosque servientes Christianos mercenarios ha- „ bere, et diversa alia in
ignoininiam, et con- „ temptum Christiani notninis perpetrare presu- ,, mant,
considerantes Ecclesiam itomanam eo- j, sdem Iudeos TOLERARE in testimonium ve-
,, rae fìdei Christianae, et ad hoc, ut ipsi sedis ,, Àpostolicae pietate , et
benignitate allecti , er- „ rores suos tandem recognoscant, et ad veruni ,,
Catholicae fidei lumen pervenire satagant, et ,, propterea convenire ut quamdiu
in eorum er- „ roribus persislunt, effeclu operis recognoscant ,, SE SERVOS,
Christianos vero liberos per Ie- „ sum Christum l)eum , et Dominum nostrum ,,
EFFECTOS FUISSE , iniquumque esistere, ut ,, iilii liberae fdiis famulentur
ancillae s; . Be- nedici XIV. in Bulla Postremo 28. Feb. armi 1747* 11. a Ha
ebrei quamvis non jure Belli ,, Christianorum MANCÌPI A SU NT . Bene Digitized
by Google ( 21 ) è vero però che gli Ebrei sono schiavi soltanto Civili, e non
simili a quelli che si facevano dai Ronfani vincitori in guerra schiavi poenae
, che privi affatto dei tre stati di famiglia , di cittadi- nanza, di libertà,
erano, siccome è notissimo, trattati a guisa delle glebe di terra; cosicché po-
tevano i loro padroni vendergli, battergli, tor- mentargli, uccidergli. Una
schiavitù sì cruda non combinava colla carità Cristiana , la quale esige, che
tutti gli uomini si amino per egual modo in Gesù Cristo a qualunque Setta, ed a
qualun- que Religione appartengano (* *) . Accordano quin- di agli Ebrei i
Sovrani Pontefici asilo, ed ospi- talità negli Stati della Chiesa; ma sotto la
pro- vala salvaguardia di quelle Reggi, che per quan- to si può, difendono i
Cristiani dalle insidie de’ loro ospiti; Benedict. XIV. loc. cit. s Sanctus ,,
Thomas docet , Haebreos in servitute quidein ,, apud Christianos esse, non vero
poenali, li- ,, bertatique contraria; sed civili, quae licet in „ abjectissimo
gradu consti tua t ; non eiim (amen ,, praeslat, quem altera, dominatum. Idem
Bul- la Probe §. ix. z: Iudaei Christianorum servi ,, sunt, ut docet S. Thomas;
et licet Innocen- ,, tius III. in cap. Etsi Iudaeos de IudaeiSj de „ iisdeni
affirmat, quod eos propria culpa sub- - ... - — (*) Nel solo caso che gli Ebrei
obbedito non avessero alla Costituzione di S. Pio V. superior- mente.
trascritta j divenivano Mancipia nel senso rigoroso in pena della loro
pertinacia; secondo che si ordina nella stessa Costituzione . Digitized by
Google ( aa } „ misit perpetuae servitati; cum taraen idem „ Pontifex
subjungat, quod pietas Christianorum „ eos acceptat, et sustinet cohabitationem
ìllo- „ rum, satis indicai, se Iudaeorum servitatene ,, civilem innuere
voluisse 'S . Godano dunque gli Ebrei nel Dominio Ecclesiastico dello stato di
Famiglia, godano dello stato di libertà; goda- no anche di quei diritti di
cittadinanza che so- no ad essi espressamente accordati come privi- legj agli
schiavi; ma non aspirino alla cittadi- nanza , alla quale non furono mai uniti
, nè lo saranno. §. io. Sappiamo noi pure che Alessandro III, scrivendo al
Vescovo di Marsiglia, gli ordinò di costringere gli Ebrei a sborsare alle
Chiese le decime de’ beni da essi posseduti. Cap. 16 . de Decimis ; e che
Innocenzo III nel generale XII Concilio , che fu il quarto Lateranese ,
ingiunse loro lo stesso obbligo Cap. 18 . §. 2. De usuris. Ma sappiamo altresì
che le Leggi posteriori de- rogano, alle anteriori; che Alessandro III visse
nel secolo XI, e Innocenzo III nel secolo XIII; e che i due Pontefici Paolo IV,
e Pio V vissero nel secolo XVI: Dopo di che gli Ebrei non pos- sedettero più
beni stabili nello stato della Chiesa innanzi la rivoluzione. La Sacra Rota
Romana, nella Romana seu JYepesina Salviani 27 Junii 1664 Cor am Vero spio
inserita tra le Recenziori la 22 5 part. 14 . negò ad un Ebreo l’immissione in
Sal- viano, perchè gli Ebrei non potevano possedere beni stabili , giusta la
surriferita Costituzione di Pio V la 80 , non che di quella di Clemente Vili la
19, che la confermò, aggiungendovi la proibi- Digitized by Google ( a3 ) zione
agli Ebrei anche di negoziare in frumen- to , ed in tutto ciò che è necessario
al vitto del- l’uomo ; sempre in vista che eglino essendo, nel- lo stato
Ecclesiastico, schiavi tollerati j ed abu- sando delle tolleranze, tendevano
costantemente a mettere in ischiavitù i Cristiani per mezzo dell’inganno, e
delle amiche usure. D. Decis. n. io. et plur. seq. ,, Quaestio tainen haec in
pro- ,, posilo casu exinde diluitur, quod in Paulina „ sanctione a san. me. Pio
Y in ejus Constitutio- ,, ne 80, nec non a Clemente Vili in Constitu- „ tione
19 expresse innovata mercatura quoque „ frumenti, hordei,ac caeierarum rerum
humano ,, usui necessariarum omnibus prohibeturllaebreis, ,, et nolat eliam Leo
in Thesaur.for. Eccles. part. ,, 3 . de prohibit . , et pen. cap. 4 - num. 1 1 7.
Ric-
,, ciul. de Jur. personar. lib. 2. cap. 5 o. num. 4. ,, Rot. dee . 194 - num.
6. curii seq. part. 4 - tom. ,, ree. Hinc nedum Jure Dominii possessio ipsis ,,
censetur iuterdicta, sed altera quoque pigno- „ ris , ac simplex detentio
bonorum iinmobi- ,, lium , ex quibus fructus , caeteraque comesti- ,, bilia
retrahi valeant iuxta regula. text. in 1. ,, Oratio 16. ff. de sponsalibus ,
ubi , quod aliquo ,, prohibito, omnia media interdicta censetur, cum „ quibus
illud consequi possit. Rot. dee. i 3 o. n. ,, 16. par. 5 . ree. alias enim
Haebrei, mediante ,, pecunia sub gravioribus usuris mutuo Christia- ,, nis
pauperibus tradita, possent fere continuo ,, bonorum immobilium in tota
dictione Eccle- „ siastica deteriores evadere , et mercatores con- ,, sequetur
frumenti, et hordei ex eisdem prae- „ diis recollecti Jure creditori possessis
contra t Digilized by Google ( *4 ) „ SS. Pontificum Diplomata, quorum mens po-
,, tissirne fuit,ne Haebrei, quos detestabili faci- ,, noris culpa servituti
perpetiiae subiecit , in ser- i, vitute dominium sibi valeant vindicare, tuin
,, ut occurrerent pauperum Christi fkleliurn op- ,, pressioni, ex quibus plures
Judaeoruin dolo ad „ maximam fuerant inopiam,et servitutem fere ,, redacti, ex
qua pariter ralior.e ideminet san. ,, me. Clemens Vili, inhaerendo sanctioni
Pii V. „ inter impress. 80. Judaeos a tota dictione Ec- „ clesiastica exclusit,
eisdein ex benigniate in- ,, colatum indulgens in urbe solummodo, Ave- ,,
nioni, atque Anconae §. n. Restituiti che furono dalle Alte Po- tenze alleate
alla Santa Sede i suoi Stati, niun dubbio che gli Ebrei non ricadessero nell’
antica propria condizione di schiavi tollerati. Perciò la Sacra Congregazione
del Concilio sino dal gior- no 17 Aprile 1817, dichiarò, non esser lecito al
Monastero di Santa Cecilia di ricevere dagli E- brei nè i Canoni , nè il
Laudemio di beni Enfi- teutici, perchè il riscuoterli non tornasse lo stesso
che conoscere per legittimo un illecito possesso. §. 12. Se io tolto avessi a
sostegno della mia opinione il civile diritto, e fossi quindi nel dove- re di
rispondere alla L. 8. de Judaeis allegata dal- 1 ’ A. in prova del suo Assunto,
(pag. r 3 .) direi, che per quanto si voglia essa dilatare a favo"e degli
Ebrei, non potrebbe mai comprendere il diritto alla consuccessione in contesa,
se di un tale diritto fossero privi in forza dell’ editto suc- cessorio
ordinato da Giustiniano nella Novella 1 18; della quale ragioneremo più innanzi
, quan- Digitized by Google ( ’S ) do ne ragionerà 1 ’ A. , le orme di cui ci
prefig* gemmo 'per necessità di seguire. §. j 3 . Che se 1 ’ A. asserì { pag.
142), che il civile diritto s ammise gli Ebrei a godere di tut- ,, ti i diritti
civili competenti agli altri cittadini ,, qualunque =: , si sarà ben egli
disingannato, e rimasto dispiacente nel leggere la L. ultima C. de Judaeis et
Caelicolis da lui pure citala {pag. 11.), dove gl’ Imperatori Teodosio e
Valentiniano trattarono con infinito disprezzo gli Ebrei , ai quali
interdissero per sempre sotto pena gravis- sima , come a nemici della Cristiana
Religione, ogni patria dignità, ed onorificenza , e la costru- zione di nuove
Sinagoghe ; non accordando loro, che la facoltà di risarcire le vecchie tanto
da non rimanere sotto di esse schiacciati. =2 Hac va- ,, litura in omne aevum
lege sancimus neminem ,, Judaeorum ( quibus omnes administrationes, et ,,
dignitates interdictae sunt),nec defensoris ci- ,, vitatis fungi saltem
officio, nec patriae hono- ,, rem arripere concedimus; nec acquisiti sibi of-
,, ficii auctoritate muniti , adversus Chrislianos , ,, et ipsos plerumque
sacrae religionis A n tisi i- ,, tes , veluti insultante* lidei nostrae,
judicandi , ,, vel pronunciatali quamlibet habeant polesla- ,, tem . Il luci
etiam pari consideratione rationis ,, arguentes praecipimus, ne qua Judaica
syna- ,, goga in novain fàbricant surgat, fulciendi ve- „ teres permissa
licenlia , quae ruinam minan- *,, tur. Quisquis igitur, vel infulas acceperit,
quae- „ sitis dignitatibus non potiatur, vel si ad offi- ,, eia vetita
irrepserit , ab bis penitus repellatur; ,, vel si synagogam extruxerit,
compendio ca* Digiti?ecl by Google ( a6 ) ,, tholicae Eccìesiae noverit se
laborasse . Et
qui „ ad honores, et dignitates irrepserit, habeatur, „ ut antea, conditionis
extremae , et si honora- ,, riam illicite promeruerit digaitatem . Et qui sy- „ nagogae fabricam
caeperit , non studio reparan- ,, di, cura damno quinquaginta librarum auri
frau- „ detur ausibus suis. Cernat praeterea bona sua ,, proscripta, mox poena
sanguinis destinandus, „ quasi qui fidem alterius expugnavit perversa ,, doc
trina . §. 14. Niuno al certo si persuaderà giammai ( vengo per uo istante alle
autorità in contrario allegate), che l’Eminentissimo De Luca, che il
Costantini, che la Sacra Rota abbiano mai par- lato di altri diritti degli Ebrei,
fuori di quelli che benignamente furono ad essi accordati dai Sovrani
Pontefici. Il Sessa, ed il Brunemanno parlano di Ebrei sparsi fuori dello Stato
Eccle- siastico; l’ultimo de’ quali, commentando la L. i5. C. de Judaeis , et
Caelicolis , insegna inagi- gistralinente che gli Ebrei sono costretti ad os-
servarle le leggi Romane, non come Cittadini del Romano Impero; ma come suoi
schiavi ; perchè non si credessero mai di formare essi una Re- pubblica a parte
^ Judaei non debent habe- ,, re proprios Judices suos , scilicet seniores , „
sed adire debent ordinarios Judices. Nou enim ,, ipsis permittendum est, ut
propriam Rempu- „ blicain habeant, sed sunt subditi et SERICI ,, Imperli Romani
;=! . La sommissione dunque
de’ • Giudei alle Leggi Romane è argomento della lo- ro schiavitù , non della
loro aggregazione alla cit- tadinanza. E di tal maniera si concilia mirabil-
Dìgitized by Google ( fl 7 ) mente ciò, che da essi esige la L. 8. C. eod. da
noi trascritta al . §. 7 , sulla quale l’ A. collocò tanta fiducia , e ciò ,
che fu loro vietato dalla L. ult. C. eod. poco fa pure trascritta. §. i 5 .
Dalle prove del proprio assunto di- scende l’À. a confutare- le difficoltà ,
che si oppon- gono. Una Legge ( è questo il suo linguaggio alla ,, pag. 28),
una sola Legge abbiamo in tutto il ,, corpo del diritto Romano, la quale
dispone in ,, termini di un Legato , che fece una certa Cor- „ nelia Salvia-,
non già ad un Ebreo , ma bensì ,, alla Università degli Ebrei di Antiochia ,
onde „ consultato l’Imperatore Antonino, rescrisse che „ non poteva la
Università ripetere il legato ,, 53 Quod Cornelia Salvia U NI VERS ITATI ,,
JUDÀEORUM , qui in Anliochiensium Civi- ,, tale constituti sunt } legavit j
peti non potest ss. ,, Per la qual cosa argomentando dal contrario ,, senso ,
sarà forza il concludere , come si dirà ,, inferiormente, che essendo stato
dichiarato inu- „ tile il Legato fatto all’UNIVERSlTA’ qual COR- „ PO MORALE,
niente sia stato disposto in odio „ de’ SINGOLI ammessi d’ altronde, come
sopra, ,, a godere de’ diritti civili. Siccome per altro, ,, ad onta di ciò,
alcuni Interpreti del Romano „ diritto, e taluno anche di sommo sapere, ed „
autorità, hanno da quel Rescritto di Antonino „ argomentato che le Università
degli Ebrei for- ,, massero COLLEGI ILLECITI, e che le dispo- „ sizioni
riguardanti il Corpo morale si rivolges- ,, sero per odio al medesimo in
disfavore dei „ SINGOLI ; così giova il far conoscere quanto ,, sia erronea, e
mal fondata una tale opinione s, Digilized by Google ( *8 ) §. 16. Si apre con
ciò 1 ’ A., vasto, e spazioso Campo a parlare non meno dei. Collegi, altri le- citi,
ed altri illeciti, che della proibizione di la- sciare anche ai primi un
qualche legato. Aggrega egli prontamente gli Ebrei ai collegi leciti (§. 42); e
corichiude, che l’ Imperatore Antonino, dichia- rando inutile il Legato
lasciato da Cornelia Sal- via alla Giudaica Università di Antiochia, non fu
mosso dall’essere quella Università illecita, si E erchè era veracemente lecita
, come perchè la proi- izione al tempo di Cornelia Salvia estendevasi anche
alle Università lecite. §.17. Siccome noi sino da principio fissam- mo i
termini della quistione alle Leggi, che nel- lo rftato ecclesiastico regolano
le intestate succes- sioni, delle quali si tratta, così ci dispensiamo dall’
esame delle leggi civili, e protestiamo, che nulla ci cale di sapere nè a quale
collegio ap- J mrtengono i Giudei ( # ) ; nè se la proibizione di asciare ad
essi dei Legati abbracci, 0 no ambo i Collegi; nè da chi fosse -ora tolta, ed
ora rin- novata la detta proibizione; nè tampoco se que- sta colpisca qualunque
individuo dei Collegi. De’ quali punti tratta distesamente l’ A. dalla pag. 29
sino alla pag. 58 ; al fine sempre di collocare ma- glio che può, e sa i suoi
Ebrei, e sempre dedurr ne le solite conseguenze a loro favore.' (*) Bartolo
nella L. 1. C. de Judaeis, et Cae- licoìis è di parere che il Collegio degli
Ebrei sia riprovato — Collegiata J udaeorum est reprobatum; „ sed non
reprobatur quilibet Judaeus per se ss. Digitlzed by Google ( 2 9 ) §. 18. L' A.
all’ intendimento di rinforzare la propria opinione domanda; ( d. pag. 58). Se
1’ Ebreo che può succedere alla eredità di un e- straneo , possa essere escluso
dalla eredità di un parente di sangue divenuto Cattolico? Che è quanto dire (
soggiunge egli ) , se il Battesimo sciolga, o no i vincoli del sangue (pag.
60). Poco ci vuole a conoscere, che qui l’A. vevolvilur eo - denti, essendo
questa precisamente la quisliona sin qui trattata, ma esposta in altri termini.
Non esita l’ A. un momento a sciorre il dubbio per la sentenza negativa
fondandola sempre, e prin- cipalmente sopra il supposto che gli Ebrei goda- no
nello stato Ecclesiastico lutti i civili diritti, supposto da noi dimostralo
falsissimo, perchè bi- sogno qui non sia di confutarlo di nuovo. In una parola:
l’Ebreo non lascia nè di essere parente del fratello che abbraccia la Religione
Cristiana , nè di avere nelle vene lo stesso sangue; ma in forza delle leggi
Ecclesiastiche perde ogni diritto di successione alla sua Eredità. Proseguiremo
dun- que speditamente il nostro viaggio accennando i nuovi argomenti introdotti
dall’ A. in conferma della sua opinione intorno alla quistione princi- pale. L’
Ebreo ( cosi egli ) può essere tutore del pupillo Cristiano. L. Spadones i5. §.
Iam autem ff. de Excusat. Tutor, ma per la L. •j'ò. de R. I. 3 Quo tutela
reditj haereditas pervenit 3 ; dun- que 1’ Ebreo eredita dal Cattolico. Tanto
più che l’Imperatore Giustiniano nella Novella n8. pa- rificò in ogni caso la
causa della tutela a quella della eredità (pag. 62). §• 19. Vedremo più innanzi
che 1’ A. riputò Digitized by Google ( 3 ° ) indegna la detta Novella di
regolare le intestate successioni de’ Cattolici. Per la qual cosa ci reca
maraviglia non lieve che qui la reputi degnissi- ma di regolare anche quella
degli Ebrei. Come mai cangiar di opinione al volgere di pagina? Quanto al nuovo
argomento, avendo noi fondata la nostra opinione nel diritto Ecclesiastico, e
per ciò non prendendoci alcun pensiere del diritto Civile, molto meno ce lo
prenderemo degli ar- gomenti di deduzione da altre leggi dello stesso diritto .
§. 20. Ma tempo è oramai di descrivere lo spaventoso Colosso, che si presenta
in difesa del- l’A. Noi riputiamo di far cosa grata ai nostri leggitori
dipingendolo colle tinte adoperale dal- l’ A. stesso , anche perchè non manchi
a questo umile nostro scritto un tratto nel vero eloquen- tissimo. ^ Ma che
parlo io d’ avvantaggio di o- ,, pinione di Canonisti, o di autorità di Dotto-
„ ri, dacché il TESTO CANONICO nel Cap. ,, Deinde ponitur ci somministra la
Decisione di „ un caso preciso , come il presente di simulta- ,, nea
successione ? Avvenne in Macedonia , che ,, un Ebreo Catecumeno , durante il
Giudaismo , „ conducesse Moglie, e ne avesse figli, e venu- ,, to poi al
Cristianesimo sposasse altra Donna , ,, e questa gli dasse de’ figliuoli. Fu
dubitato, „ che questa seconda Moglie dovesse conside- ,, rarsi essa Ja prima ,
che un tal Ebreo non po- „ tesse riputarsi Binubo ; e che i figli di quel ,,
primo Letto perseveranti nel giudaismo fosse- „ ro indegni di chiamarsi
fratelli degli altri na- „ ti nel grembo della Chiesa , e di aspirare con
Digitized by Google 99 » 99 91 99 99 99 91 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99
99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 99 ( 3 * ) loro alla paterna Eredità; e ciò
pel motivo, che avendo questa virtù il Battesimo di aster- gere ogni peccato, avesse
anche tolto di mez- zo , e diradicato in tal modo quel primo ma- trimonio che
dovesse aversi come se non fos- se mai avvenuto. Ma ben diversa fu la deci-
sione, che ne diede Innocenzo I. scrivendo a Rufo, ad Eusebio, e agli altri
Vescovi della Macedonia, come da sua Epistola 22. Gap. a. riportata nel
suddetto capitolo s Deinde poni- tur sa . E che 1, rispose l'augusto Pontefice,
quel Matrimonio che fu contratto giusta la Santità della Ebraica legge sarà
adunque da porsi nel novero dei delitti , onde avesse bisogno di es- sere mondo
dal Battesimo? Il Battesimo a- sterge le colpe , e li peccati , non le cose o-
peratè conforme li precetti, e gli Instituti di Dio. E non fu Egli il sommo Dio
Creatore dell’ Universo , che ordinò nel Paradiso il Con- iugio de’primi nostri
parenti, e il benedisse? Non fu Cristo, che pronunciò essere santo,
indissolubile il vincolo del matrimonio, come formato direttamente da Dio sa
Quod ergo Deus junxit homo non separet ? sa E da chi fu Egli di ciò interrogato
se non da Giudei? A cui rispose , se non a Giudei? E non si a- vrà adunque per
legittimo il Matrimonio de’ Giudei ? Sarà Egli dunque ( orrenda bestem- mia a
proferirsi) in colpa l’autore della Natu- ra, che tali cose ordinò, e con quel
suo im- menso sa FIAT sa le rese sante, e benedette? E venendo poscia lo stesso
Santo Pontefice a parlare de’ figliuoli nati nel Giudaismo, e de’ Digilized by
Google ( 3a ) „ loro diritti alla paterna Eredità in concorso „ de’ loro
fratelli generati nel Cristianesimo de* ,, cise del pari, che reciproca, ed
uguale fosse „ la ragione del succedere per gli uni, e per ,, gli altri. Che
anzi preso da meraviglia , che ,, su ciò si tenesse contraria opinione: E come?
,, (scriveva egli a que’ Vescovi della Macedonia) „ pensereste voi, che i figli
del primo letto sia- ,, no pel Battesimo del Padre loro divenuti ili e- ,,
gittimi, naturali, o spurii,e rotto sia il frater- ,, no vincolo di
consanguineità fra quelli del „ primo, e del secondo Matrimonio? Avreste „ voi
cuore di espellere que’ primi dal Giudi- „ zio s Familiae erciscundae =; , o
neghereste „ ad Essi l’azione di petizione della paterna E- ,, redità? s §. 21.
Quanto poco si richiede ad atterrare sì .grande colosso! Il fatto, e la
Decisione corri- spondono al testo esso pure eloquentissimo, in- serito nel
Decreto di Graziano Pari. i. Dìslint. 26. cap. 3 . E egli perciò che la nostra
causa sof- fra la gravissima sconfitta, che si pretende dal- l’À? Tutt’ altro.
Non bisogna vantare la vittoria prima del combattimento. Niuno ignora, nem-
meno fra il volgo dei Forensi che il Decreto di Graziano non fa legge nè per le
opinioni ivi ri- ferite dei Santi Padri , che non furono mai le- gislatori; nè
pei Decreti de’ Sacrosanti Concilii , e de’ Pontefici , a meno che non sieno
uniformi agli Autograti. Tolos. 1. Spartii, canonie, c. 1. n. Barbosa in proem.
Decreti iV. 6. Baron. ad an- num 664. iY. 4 - annurn 774. iV. 11. Bota Romana
Dee. iV. 36 . et seq. cor am Penìa Digitized by Google ( 33 ) ~ Nec refert
illos Canones recenseri in decreto „ a Gratiano compilato , quia cum Gratianus
,, non publica, sed privata auctoritate infinita ,, prope illa Canonum
Ecclesiasticorum , et le- ,, guin eliam saecularium capitula in suum li- 4 ,
brum contulerit, nec legis condendae auctori- ,, tatem habuerit, nec ab aliquo
Romano Pon- ,, tilìce liber ille tanquam autbenticus , et lega- ,, lis
approbatus fuerit; inde fit, ut quilibet Ca- ,, non inibi relatus ex eo tantum
, quod ibi re- ,, feratur , non habeat majorem auctoritatem , „ quam in proprio
loco consistens de sui natura „ esset habiturus , ut recte docuit Baptista de
,, Sancto Biasio in repetitione Rubricae decreti ,, Gratiani quaest. 5. et 6.
Nec Gregorius XIII „ Gratiani librum tanquam legalem autenthicavit, „ cum
soluin emendari iusserit, et emendationes ,, sine additionibus, aut
delractionibus manda- ,, verit observari . Noi dunque potremmo a- spettare che
1’ A. ci esibisca 1’ autografo del De- creto d’ Innocenzo I , per confrontarlo
con quello che è trascritto nella raccolta del Graziano. §. 22 . Per altro
anche senza aspettar tanto, e supponendo che il Decreto del mentovato Pon-
tefice sia legittimo, diremo primieramente che Innocenzo I occupò la Santa Sede
sul principio del Secolo V ; essendo egli morto in Roma nel giorno 12 Marzo 4*7
5 laddove le Pontificie Co- stituzioni da noi dianzi riferite sono posteriori
al Canone attribuito ad Innocenzo I di undici se- coli. Diremo in secondo
luogo, che resterebbe sempre a provarsi che i figliuoli nati Ebrei pri- ma che
il Padre suo abbracciasse la cattolica Re- 3 Digitized by Google ( 34 )
ligione, si fossero conservati Ebrei sino al tempo deli’ aperta successione. Nè
vale già il replicare, come fa 1’ A. ( pag . 78.) che senza ciò mancata sarebbe
ogni ragione di quistionare, vi rimane sempre quella che i figliuoli del primo
letto nati erano nel giudaismo ; il che basta ; perchè poco sempre basta , ad
eccitare i dubbj . E da sapere al proposito che quando il Padre Ebreo si
converte alla Cattolica Religione, trae ad essa anche quei figliuoli , i quali
a grande loro ventura acquistato per anche non abbiano l’uso della ragione.
Cap. a. de Conversione Infidelium — Ex literis tuis ,, accepimus quod quidam de
Judaicae caecitatis ,, errore ad Christum verum lumen adductus , ,, uxore sua
in judaismo relieta, in judicio po- ,, stulavit instanter ut eorum filius
quadrienni „ assignaretur eidem, ad fidem catholicam, quam „ ipse susceperat,
perducendus. Ad quod illa ,, respondit, quod cum puer adhuc infans exi- ,, stat
, propter quod magis materno indiget so- „ latio, quam paterno, sibique- ante
partum one- ,, rosus , dolorosus in partu , post partum labo- „ riosus fuisse
noscatur,ac ex hoc legitima con- ,, iunctio mari et feminae, magis matrimonium,
„ quam patrimonium nuncupetur, dictus puer „ apud eam debet convenientius
remanere, et in- „ fra. Cum autein filius in patri potestate con- ,, sistat,
cujus sequitur familiam, et non matris, ,, et in aetate tali qui non debet apud
eas re- ,, manere personas, de quibus possit esse suspi- ,, ciò, quod saluti,
vel vitae insidientur illius: „ et pueri post triennium apud pa treni non su- „
spectum ali debeaut, et morari, waterque pue- Digitized by Google ' quali
escludono gli Eterodossi dalla Eredità degli Ortodossi, ap- plicare si possano
anche agli Ebrei. Tanto più che nella detta Novella i Nestoriani sono taccia-*
ti , perchè s Judaico Nestorii furori dediti L’ A. reggere non potendo ai
paragone degli Ebrei co’ Nestoriani, si abbandona improvvisamente ad un impeto
di collera sciamando (pag. 83) sBuon „ Dio! (piai furore quasi Nestoriano di
stravolta ,, interpretazione è mai questo, per cui una delle ,, più celebri
abborrite sette Ereticali vorrebbesi „ confondere colla già prediletta del
Signore an- ,, bellissima setta degli Ebrei S : Senza avve- dersi che niuno
confonde i Nestoriani colla setta Ebraica, allorquando questa era una Nazione
pre- diletta da Dio; ma soltanto colla setta Ebraica da Dio proscritta, dopo
che perlidamente ricusò di arruolarsi al Cristianesimo. §. 24 . Toglie 1’ A.
occasione dall’essere nella delta Novella nominati i Nestoriani per darci no-
Digitized by Google ( 36 ) tizia della vita di Nestorio, e della sua eresia, E
poi, comechè un’ idea altra ne trae, giudi- cando egli che l’ Eresia dei
Manichei sia peggiore di quella dei Nestoriani, dà anche un cenno del- la vita,
e dell’eresia di Manetej dolendosi che l’ Imperatore Giustiniano , invece di
dire ;=* Ju- „ daico N estorti furore dediti , non dicesse S Manichei furori
dediti zi ; senza nè anche qui avvedersi che quanto peggiore è l’ eresia di
questi , tanto più stato sarebbe vergognoso il paragone. Ma checché sia di
tutto ciò, e di tutt’ altro che nell’argomento si aggiunge, siccome noi non im-
ploriamo la protezione nè della L. Cognovimus , nè della Novella u5; così
contenti assai dell’a- cquisto di tapte erudizioni, trapasseremo ad altro. §.
25. I fautori dell’Ebreo convertito metto- no in campo anche la celebre
Autentica Gazaros , riferita dopo la citata L- Cognovimus C. de hae - reticis ,
dove pretendono che gli Ebrei trattati sieno per eguai modo che gli Eretici.
Ecco le pa- role dell’Autentica ss Gazaros, Paterenos, Leo* „ nistas,
Speronistas, Arnoldistas , CIRCUMCI- „ SOS, et omnes haereticos utriusque
sexps, quo- ,, cumque nomine censeantur, perpetua darnna- », mus infamia,
diffidamus, atque bannimus: cen- „ sentes , ut omnia bona taliura confiscentur,
nec „ ad eos ulterius rovertantur ; ita quod filii eo- „ rum ad successionem
eorum pervenire non „ possint , cum longe grayius sit aeternain, quam „
temporalem offendere Majestatexn =5 , §. 26 . Egli è incontrastabile che se l’auten-
tica fosse Legge , ed il Vocabolo Cirpumcisos si- gnificasse in genere gli
Ebrei , in tal supposto gli Digitized by Google ( 3 7 ) Ebrei venuti alla
Cattolica Religione escludereb- bero gli Ebrei dalle successioni alle eredità
dei Cattolici. Prende quindi 1 ’ A. alla pag. g 3 ad e- saminare , i.° se le
Costituzioni di Federico II, donde fu tolta la citata Autentica Gazaros , forza
avessero di legge in Italia, 2. 0 se le Costituzioni stesse, e specialmente 1’
anzidetta , siano mai sta- te, ed in quai termini ricevute, ed osservate co- me
Leggi in Italia, 3 .° Se la parola Circoncisi possa in senso dell’autentica
Ga&aros t ossia della Costituzione suddetta, applicarsi agli Ebrei. L’e-
same dei primi due punti era compiuto in due parole ; bastava il rammentare
chela Costituzio- ne di Federico II fu promulgata nell’ Impero, al- lorché l’
Italia dopo la pace di Costanza era di- visa in tante Repubbliche fra se
alleate a difesa della comune libertà
senza biso- gno , i vizii di alcuni Preti , nei primi tempi del- la
Chiésaj tacendo che allora assaissimi altri ri- splendevano di luce chiarissima
per ingegno,, per dottrina , e per santità ; é dopo di avere pure j senza
bisogno j esposto la debolezza di Origene per far pompa dello spiritoso augurio
che ad al- tri suoi pari la debolezza stessa si comunicasse. (**) Federico sì (
come vedremo a momenti ) fece per solo sospetto , scassare gli occhi dal cra-
nio a Pietro Dalle Pigne suo gran Cancelliere j Digitized by Google ( 38 )
cenzo IV ancor- ché odiosa tanto j e
dannevole confessò tre pa- gine innanzi, e lo confessò della miglior buona
fede, che Gregorio IX. scomunicò Federico per avere SUSCITATO RIBELLIONE CONTRO
LA SANTA SEDE J OPPRESSO IL CLE- RO, , PERSEGUITATO GLI ORDINI DEI MENDICANTI ,
SPOGLIATE LE MENSE VESCOVILI DELLE LORO ENTRATE , E DI AVERE INFINE OCCUPATO
TERRE , E STATI DELLA CHIESA. Peccato che in mezzo a tante, e sì forti ragioni
che ebbe il Pa- { >a di fulminare la scomunica contro Federico, ’A.
anteponesse ad ogni altra il solo sospetto d’incredulità! Maggior peccato però,
e maggiore assai fatto avrebbe un successore di Pietro, se accarezzato avesse
un ribelle , un oppressore dei Clero, un persecutore degli ordini religiosi,
uno spogliatore delle mense vescovili, ed un usurpa- tore degli stati della
Chiesa. §. 29. Natale Alessandro ( Histor. Eccles. se- ti il. i 3 . et 14. Tom.
8. col. m. i 5 .J ci manifesta il calunniatore di Gregorio IX.; gli Storici che
smentiscono la sua calunnia; la prudenza che fu la scorta sicura della condotta
tenuta dal Pon- tefice verso l’Imperatore 3 Ob'elo configenda sunt „ haec
Abbatis Urspergensis verba ad annum „ 1226. S Gregorius IX. tamquam superbus ,
pri- t , mo Pontijicatus sui anno caepit excommuni - jj care F ridericum
Imperatorem prò causis fri - volis et falsiSj et postposito Omni ordine judi-
jj ciario , sicut idem Imperator in Epistolis suis Digilized by Google ( 4 « )
rescripsit Principibus Alemanniae etc. — . Par- ,, tium studio horrendum in
modum abreptura ,, esse oportuit hunc Auctorem , qui Sanctissi- ,, mo Pontifici
tam insolenter insullat, nec a- ,, liunde probat . Friderici innocentiam , quam
,, ex ipsiusmet literis. At non solum Auctor Vi- ,, tae Gregorii IX. in Codice
Vaticano M. S. , ,, et ab Odorico Raynaldo passim laudatae, sed ,, et Matthaeus
Parisius , quamvis Romanis Pon- ,, tlficibus ininus aequus, Fridericum perjurii
et „ profligatae Chrislianae rei aperte damnant. ,, Quod factum Imperatori (
inquit Parisius ) ,, dannose nimis redundavit in dedecus et in ,, praejudicium
totius negotii Crucifixi. Ob hanc ,, ergo causavi j juxta mullorum opinionem
> o- ,, stendit se j ut praedictum est. Mundi Salvator ,, in Cruce clavis
confixum , et cruore consper- ,, sum populo Christiana; quasi singulisj et uni-
,, versis super injuria sibi ab Imperatore illuta ,, quereretur. Omnem interim
operam, diligen- ,, tiamque adhibuit Gregorius ut Fridericum „ ad officium
re-vocaret; sed inanes conatus suos ,, animadvertens , celebrata Romae Synodo ,
i- ,, psius excommunicationem in Coena Domini „ pfomulgavit, anno 1228. i.° Ob
violatum sa- ,, cramentum transfretandi , certumque nume- „ rum militum, et
pecuniam transm ittendi in ,, subsidium, Terrae Sanctae. 2. 0 Ob Tarentinum ,,
Archiepiscopum Sede sua dejectum. 3 .° Ob ,, spoliatos bonis Templarios . 4 -°
Ob infractas ,, concordiae leges cum Celanensi Comite, et ,, Raynaldo de Aversa
initas. 5 .° Ob Rogerium ,, Comitem Cruce signatum sub Apostolicae Se-
Digilized by Google ( 42 ) dis protectione receptum Comltatu, aliisque ,,
terris injuste spoliatum, et filium ejus in ca- ,, ptivitate detentum, spretis
Apostolicis de illius ,, dimissione mandatis ^5 . §. 3o. Racconta l’ A. ( pag.
io5. ) che aven- do Federico II. disfatta la flotta Guelfa Genove- se, che
trasportava i Vescovi al Concilio, ed a- vendo fatto imprigionarli, e caricar
di catene d’argento, per testificar loro anche nella cattivi- tà , una qualche
sorta di rispetto, Gregorio IX. alla notizia di tale avvenimento mori li 21. A-
gosto 1241. d’ira ribollente , e di cordoglio 3. Era allora il Pontefice
pressoché all’anno cente- simo, alla quale età que’ pochi mortali, che giun-
gono, muojono come vampa che si spegne per mancanza di alimento . Le Catene d’
argento , dalle quali erano avvinti i venerabili Vescovi, servono a dimostrare
la crudeltà ad un tempo, e la superbia del Tiranno. §. 3i. Quanto ad Innocenzo
IV., siamo dal- le storie, e dai Concilj assicurati, che Federico II.
perseguitò il Papa sino a tentare di sorpren- derlo nella sua sede; il che non
gli riuscì, per- chè avvisato il Pontefice della tesa insidia , se ne partì nel
giorno 28. Giugno 1244-; e recato- si , dopo qualche mese a Lione , vi tenne un
Concilio, che fu il XIII. ecumenico, a cui in- tervennero Balduino Imperatore
di Costantinopo- li, 140. Vescovi, e i tre Patriarchi di Costanti- nopoli, di Antiochia,
di Aquilea, dove il Pon- tefice scomunicò, e depose Federico II. La sana
critica (quand’anche altro non fosse) non per- mette che una determinazione
presa a causa co- Digilized by Google ( 43 ) nosciuta, in un generale Concilio,
si attribuisca allo sdegna del Papa, e molto meno ad uno sde- gno ereditato.
Tanto più che nello stesso Conci- lio fu ascoltato Taddeo de Suesse spedito
appo- sta dall’Imperatore (*). (°) Federico li. dopo il Concilio fu debel- lato
dai Longobardi ; ed essendosi ritirato J uggi- tilo in Sicilia j e poi nella
Puglia , fu da Man- fredi suo figlio naturale ( avuto per quanto opi- nano
alcuni da una Saracena ) soffocato fra due guanciali del letto j dove giaceva
infermo; come Tiberio da Caligola. Graveson Histor. Eccles. T. 4. P. m. xi 6 .
Somma riputar si dcbbe la sventu- ra di Federico , perchè niuno delle tante
miglia- ia de* suoi Ciambellani potesse impedire il Par- ricidio 1, e
Regicidio. U A. al fine della pag. 107. scrisse zi JVè ,, la persecuzione dei
Pontefici che pur dobbia- mo reputare giustissima verso quelli della Ca- _,j sa
di Svevia cessò altrimenti colla morte di j, Federico II.; che anzi non si
cslinse, finché j, non fu spenta interamente tutta la Casa , ed y> ebbe
perduto la Testa sopra un Patibolo nel jj giorno 26. Ottobre 1268. lo
sventurato Corra- „ dino , giovinetto di grandi talenti, e pari co- jj raggio j
che tutte riuniva le speranze di quel- jj la illustre Famiglia zi . A lode
della verità: l 1 infelice Corradino fu sottoposto a Processo per ordine di Carlo
D" A- njou fratello di S. Luigi Re di Francia , ed in- vasore del Regno
delle due Sicilie. Il processo ebbe fine colla condanna a morte dello sventura-
Digitized by Google ( 44 ) §. 3a. Non avendo noi bisogno dell’ Autenti- ca
Gazaros a conferma della nostra opinione , non ci prenderemo la briga di
esaminare, se la Costituzione, da cui fu estratta avesse, o no, giammai forza
di legge in Italia ; e se il voca- bolo Circoncisi comprenda una setta
particolare di Eretici, chiamata dei circoncisi , derivante da quella dei
Catari , o sia Gazari, secondo che pretende l’A. con l’ajuto anche di molta
erudi- zione, persino sulla incerta origine del vocabolo Cephas, se dal
Caldaico , o dal Siriaco , o dal Greco , e sull’ infallibile suo significato
uscito di bocca dell’Apostolo prediletto. Evang.cap. r.
ver- sa N. 42 . Intuitus auteni Jesus dixit: Tu es „ Simon filius Iona: tu
vocaberis Cephas: quod ,, inlerpretatur Petrus zi . §. 33. Aveva già l’A. dato
compimento al prolisso suo Voto, spargendolo ovunque d’im- mensa facile
erudizione; ricalcando , uè di ra- do , le sue stesse pedate , e trattenendosi
( per adoperare una volgare metafora) ad ogni Locan- da ; quando gli venne
riferito che un sommo giu- io giovine Principe accusato di aver preso le ar- mi
contro la Chiesa. Occupava allora la Catte- dra di S. Pietro Clemente IV., il
quale certa- mente non diede segno alcuno di approvare una barbarie tanto più
esecrabile , quanto che vestita delle forme di regolare giudizio. Che il
Pontefi- ce avesse parte nel fatto, è un semplice sospetto di coloro, che si
farebbono scrupolo di non pen- sar male dei Papi. Digilized by Google ( 45 )
reconsulto confortato avea l’Ebreo convertito a sperare che egli solo sarebbe
l’erede intestato del predefunto fratello Cattolico , in virtù di quanto
dispose l’Imperatore Giustiniano al Cap. 6. della Novella 118. s ivi ~ Haec
autem om- „ nia, quae de successionibus generis sancivi- ,, inus , obtinere in
illis volumus ; qui Calho- ,, licae Ji idei sunt ; in haereticis enim jam a no-
,, bis positas leges firmas esse praecipimus, nul- ,, lam novitatem, aut
immutationem ex praesen- „ ti introducentes lege s , E qui l’A. di nuovo
ripiglia la penna in mano, per dimostrare, i.° clic la detta Novella non meritò
giammai di es- sere annoverata fra le leggi. 2. 0 che da essa e- sclusi non
furono gli Ebrei. Noi lascieremo di- sputare a loro agio i valenti due
Giureconsulti , giacché non abbiamo avuto bisogno della Novel- la 118. per
escludere gli Ebrei dalle intestate suc- cessioni dei Cristiani, §. 34. Teme
l’A. (pag. 149.), che taluno lo accusi di aver dato a divedere un soverchio
stu- dio di parte per l’ebraica setta. 11 timore non è panico. Afferma egli che
gli Ebrei godevano di tutti i diritti dei Cittadini Romani ; quando e- rano
esclusi da tutte le civiche magistrature, da tutte la onorificenze, da tutte le
dignità. -Affer- ma che anche il diritto Canonico gli uguaglia ai cittadini;
quando non li considera se non come schiavi civili tollerati. Afferma (pag. 8.
) non po- tersi dire che gli Ebrei e) sieno fuori interamen- ,, te del grembo
della Chiesa per molte ragioni ,, addotte dai Canonisti, e specialmente quella
,, discorsa eruditamente dal Ricciull. de jur. per - Digitized by Google ( 46 )
son. lib. 2. Cap. i.PER TOT., ed è elle par „ conoscono un qualche Sacramento ,
qual è „ quello del Matrimonio s ; quando , giusta i primi principj della
Cristiana Dottrina, non può esservi alcun altro Sacramento, se preceduto non
sia dai Santo Battesimo ; e quando è impossibi- le che il Matrimonio fra gli
Ebrei rappresenti la unione di Gesù Cristo, e della Chiesa, se es- si odiano, e
bestemmiano e l’uno, e l’altra. La detta rappresentanza non si verifica
rispetto agli Ebrei, se non nell’atto che sono battezzati. San- chez. de
Matrim. Lib. 2. Disput. 9. ibique allcgat. §. 35 . E sebbene l’ À. a fondamento
della screditata Sentenza , che gli Ebrei formino par- te della Chiesa di Gesù
Cristo , abbia citato il Cap. 1. del Lib. 2. del Ricciull. PER TOT.; bi- sogna
ciò non pertanto credere fermamente che i suoi occhi oltrepassato non abbiano
il N. 5 . ; perocché subito dopo letto avrebbe PER TOT. i. ° la Sentenza
contraria riferita come solida j ed inconcussa. 2® gl’infiniti autori seguaci
dell’Apo- stolo Paolo, che la sostengono. 3 .° la risposta al- le difficoltà
promosse dagli avversar) . Rie. loc. cit. N. 6 . j et seq. z* Quibus parum
obstantibus „ dicendum est Judaeos in Ecclesia non esse , ,, hoc enirn
perspicue pronunciavit Paul, ad Co- ,, rinih. c. sive vi j sive usura , sive
furto „ facultates Christianorum sibi vindicent s ibid. „ — Praecipitur itein
omnibus Judaeis , ut Chri- ,, stianos oranes loco brutorum habeantj nec ali- „
ter eos tractent quam bruta ammalia. Ord. 4 * ,, Tract. 4. -1 Iudaeus
Gentilibus neque boni , ne* ,, que mali quicquam facia.t ; Christianum vero „
omni studio , atque industria conetur de vita ,, tollere. Ord. 4 - Tractat. 8.
Dist. a.. Sembra soprattutto che ecceda ogni confi* ne di umana malignità
intenta ad ispiegare sin dove giunga un odio diabolico, la facile assolu- zione
accordata a qualunque Ebreo omicida , il quale volendo uccidere un Cristiano ,
uccidesse per isbaglio un Ebreo confratello. ~ Si quis Hae-
„ breus dum vult occidere Christianum forte „ fortuna Judaeuin occiderit ,
absolutione dignus est . Ord. 4 - Tractat. l^. t et 9. (*) . Torni ora ( # ) Lo stesso
Raccoglitore riferisce V ordine dato da Gregorio IX } ed eseguito dal Cardinal
Delegato Apostolico di abbruciare tutti i libri de J Giudei dopo maturo esame
degli errori , dei quali erano pieni , e verificati da parecchj Ve- scovi . Non sarà
inutile , a disinganno dei Pro- tettori degli Ebrei il portare qui la storia
del - V accennata esecuzione tal quale è scritta dal sud- detto M. r De Pitaval
loc. cit. p. m. 259/ donde si conoscerà vie più quanto esecrabile sia il Tal-
mud 33 Sur ce que V on repre senta au Pape Gre- ,, goire IX j que le Talmud que
les Juifs ont en Dìgitized by Google ( 52 ) l’A. , torni a fare il confronto
fra gli Eretici, e gli Ebrei, e preferisca, se ha coraggio, ai pri- mi i
secondi. j, veneration j est plus gros sans comparaison que ,, la Bilie j qu il
contient tant it erreurs , et de ,, llasphemes j qu' oh a honte de. les
rapporter à ,, et qu il feroit horreur à qui les entendroit , ,, et que c est
la principale cause qui retient les ,, Juìj's datis leur obstination ; le Saint
Pere é- ,, crivit une lettre en datte du neuf Juin 1239 1, aux Archevéques de F
rance , où il leur man - ,, da de prendre par son autorità tous les livres „
des Juifs. Il envoya la méme lettre aux Ar- ,, chevéques des Iiojaumes d’ Angleterre
} de Ca- ,, stille , et de Leon. Il écrivit de me me aux Rois „ de F rance ,
d" Angle terre j di Arragon > de Ca~ ,, stille j de Leon j de Navarre
> et de. Portugal , „ et en particulier à l J Evéque de Paris. Le Pa- ,, pe
ardonnoit qu on brulàt tous les livres des ,, Juifs injectes de mille erreurs.
Il envoyoit tren- ,, te-cinq articlcs extraits du Talmud., qui uvee ,,
plusieurs autres erreurs furent verifiés sur les ,, livres en presence de
Gautier , Archevéque de ,, SenSj des Evéque s de Paris j de Senlisjelde ,,
Frere Geofroi de Bleves de V ordre des Pré- ,, cheurs j Chapelain du Pape j et
alors Docteur H Bégent à Paris , de quelques autres Docteur s j ,, et
Thèologiens , et des Docteurs mémes Jiiifs ^ ,, qui recormurent que ces
propositions eloient ,, da ns leurs livres. Ils avoilerent celles-ci enti'e »,
autres : Que datis leurs Ecoles on estimoit plus §. 4o. E nè anche furono gli Ebrei calun- ,
niati dal R. P. , quando li tacciò come turbolen- , l ’ elude du Talmud que
celie de la Bible et , qu ori n appelloit point Doctcur celui qui scau- , roit
la Bible par coeur y s" il ne scavoit le Tal* , mud. Que les Docteurs
póurroient se dispen- , ser de sonner de la trompetle le premier jour , du
septième mois y et de porter des palmes le , quinzième , sì ces jours
arrivoient au Sabbat , , de peur de le profanar en portant par le rues , urie
trompetle j ou une palme y ce qui est un , crime horribile . Que Dieu se maudit
trois fois , tous les jours pour avo ir abandonnè son Tem- , pie y et réduit
les Juifs eri servitude . Qit au - , cun Juif ne sentirà le feu d‘ Enjer, ni
aucune , peine en l J autre monde : Que les corps y et les , ames de tous les
méckans seront reduits eri pai> , dre y et ne souffriront plus d* autre
peine , cx- , ceptés ceux qui se sont revoltés contre Dieu y , et ont voulu è
tre Dieux : V Enjer de ceux-la , sera eternai . Que Dieu tient école tous les ,
jours en inst/'uisant des enfansy et se joiiè avec , Leviathan. ,, Ayant
soigncusemcnt examiné ces livres , des Juifs y on reconnut qu ils les
eloignoient , non seulement du sens spiriluel de l J Ecriture; , mais encore du
sens littcral , pour les de tour - , ner à des Jìctions y et à des fables .
Apres cet , examen et suivant la délibcration de tous les , Docteurs en
Théologie y et en Droit Canoni - , que , tous les livres des Juifs que t on
putre - Digitized by Google ti sempre , ed inquieti (*) perocché tali per ap-
punto ce li rappresentano in ogni tempo le sto- rie da lui indicate,
cominciando dalla prima lo- ro ribellione contro i Romani (*°) sotto l’ Impe-
,, couvrer alors dans tonte la Frane e j furent ,, brulé s , jusques à la
quantità de vingt phartes , ,, quatorze en un jour , et six en un autre . ,, Le
Cardinal Eude Legat du Saint Siège ,, sur la commission du Pape j donna une
Sen- ,, tene e definitive en présence des Docteurs ap- ,, pellès exprés j où il
condamna /e* Talmud com- ,, me contenant une infinità d' erreurs , de blas- ,,
phemes j et d abominations. Guillaume Evéque ,, de Paris mit son Sceau à la
Sentence zz . Più volte hanno i Sommi
Pontefici condan- nato alle fiamme il Talmud , fra' quali Gregorio JX nel i 23
o , Innocenzo IV nel 1244.» Giulio li nel i 5 i 3 j Paolo IV nel 1559. (°) Sono
questi i precisi Vocaboli da lui usa- ti. Quelli di peste dell’ Umanità , di
atroci, di facinorosi lasciolli pronunciare all' A. (*») p ra i e Cause celebri
di sopra mentova- te raccolte da M. r Gayot De Pitayal è riferita al Tomo XIX.
quella j che ha per titolo zz Juifs ,, condamnés pour un crime enorme qui
revolte „ l' fiumani té zZ . Tolta da ciò occasione il rac- coglitore stese la
lunga storia dei trattamenti che prima gl' Imperatori e poi i principi Cri-
stiani furono costretti di dare agli Ebrei di se- colo in secolo in pena delle
loro ribellioni > e dei commessi orrori. La mentovata Storia potrà di-
Digitlzed by Google ( 55 ) ratofe Vespasiano, dopo che fu tolto lo scettro
dalla Tribù di Giuda, si sarebbe creduto che se- polta Gerosolima dalle proprie
rovine; che arso il tempio fabbricato da Salomone ; che spento un milione, e
centomila ribelli; fattine schiavi più di novecentosette mila (*) , avesse il
formidabile esempio estinto per sempre nell’Ebraica setta ogni spirito di
ribellione: ma al contrario fu ravviva- to in Cirene , ed in Egitto , e poi
anche in Ci* prò sotto 1 ’ Impero di Trajano ,, quando non con- ,, tenti ( così
il R. P. Jabalot pag. 9 sull’ appog- ,, gio dell’ autore Dione l. 68 ) non
contenti di ,, assalire e trucidare e i Greci, ed i Romani, „ fra i quali
abitavano, spinsero contro di essi singannare qualsivoglia protettore degli
Ebrei t fosse anche Filosofo, (°) A verificazione di quanto predetto aveva il
Profeta dei Profeti ^ Curii autem videritis cir* ,, cumdari ab exercitu
Jerusalem ; tane scitote ,, quia appropinquavit desolatio ejus ; tunc qui ,, in
Judaea sunt , fugiant ad monte s 3 et qui in ,, medio ejus j disce dant : et
qui in regionibus j ,, non intrent in eam , quia dies ultionis hi sunt , ,, ut
impleantur omnia quae scripta sunt, Vae ,, autem praegnantibus j et
nutrientibus in illis ,, diebus : erit enim pruessura magna super ter - ,, ram
j et ira populo buie. Et cadent in ore già * ,, dii: et captivi ducentur in
omnes gentes . Et ,, Jerusalem calcabitur a gentibus j donec imple- ,, antur
tempora nationum zj Lue. ai. n. 20., et seq. Digitized by Google ( 5G ) ,, la
loro rabbia , e crudeltà al più detestabili „ eccessi. Si cibarono delle loro
carni; s’ impia- ,, spicciarono del loro sangue; si cinsero dei lo- „ ro
intestini; e si coprirono delle loro pelli. ,, Molli cominciando dal capo ne
segarono per ,, lo mezzo; molti ne gettarono ad essere lace- „ rati dalle fiere
; molti costrinsero a combattere ,, fra di loro. „ §. 41. Ma perchè cercare in
tempi sì remoti le crudeltà degli Ebrei verso i Cristiani , e i per- niciosi
effetti della loro avarizia , e dell’ impla- cabile loro odio ? Ignoriamo noi
forse le prove che ne hanno date ai nostri giorni? None forse vero, che al
ritorno da Mosca delle Armate Fran- cesi invitavano i Militari alle loro Case ,
e col pretesto di dar loro una cortese ospitalità , gli derubavano , gli
spogliavano ignudi , e poi altri ne trucidavano , ed altri gettavano dalle
finestre a morire di gelo? ( # ) Non è forse vero che il Czar di Moscóvia
rinnovò la Costituzione di Teo- dosio il Grande , vietando che i battezzali po-
tessero servire in qualità di Domestici gli Ebrei; che nel 1824 obbligò gli
Ebrei a rinunciare al traffico al minuto , a non girare per le contra- de ,
vendendo Merci , a mettersi a coltivare le terre, ed a pascere le Mandre; e che
nel 1825 intimò loro di ritirarsi nell’ interno dell’ Impero, „ perchè non
proseguissero a defraudare 1’ erario ( # ) Spgur j Ilistoire de Napoléon , et
de la Grand Armée pendant V anné e 1812. T. 2. C. 12. p. 3 go. Digitlzed by
Google ( 5 ; > per mezzo de’ continui contrabbandi? E non è forse vero che
in Francfort nel 1824 fu proibi- to agli Ebrei di aver più parte nella Ammini-
strazione della Repubblica; che inoltre furono ad essi prescritti quei soli
mestieri , e quelle so- le arti , nelle quali esercitarsi , e prescritto pure a
quindici il numero dei Matrimonj da contrar- si fra essi ogni anno ; provando
prima di avere i mezzi di sussistenza ? E non è forse vero , che pochi anni
sono in Baviera fu ristretto il nume- ro de’ Matrimonj da contrarsi fra gli
Ebrei ad un solo individuo per ogni famiglia? (*) A que- sti fatti, checche ne
dicano gli odierni Filosofi, e Filantropi, gli uomini volgari se la terranno
sempre col Ricciull. de Jur. Pcrson. extra Ec- cles. grem. exist. L. 2. cap. 5 i.
N. 12. =! Judaei ,, tollerantur
ex commiseralione ; et ut ipsi tan- ,, dem convertantur ad fidem; non ut
ojjicere ,, possint Christianis S . L’ A. invece di abusare del tempo , calun-
niando il Reverendissimo Jabalot , doveva con- vincere di falsità i fatti da questo
allegati per dimostrare che le Ebraiche crudeltà costantemen- te adoperate a
danno dei Cristiani corrispondono perfettamente alle leggi del Talmud , da cui
de- rivano , e di cui fanno prova . A chi mettesse in dubbio il 'Talmud , si
risponderebbe che, sintan- to che impugnar non si possa la serie dei fatti ( #
) V. Bonald. in alcuni articoli inseriti nel pubblicista del Febbraro 1806. M. L' Ab. De la
Menais_, Essai sur l’ indifference Tom. 3 . a 3 . 4 * Digitized by Google ( 58 ) «opra
enunciali , tornerebbe lo stesso , perché tanto è operare per legge , quanto
per massima, §. 42. Non può negarsi che quegli Ebrei, i quali nel 18x2. tanti
orrori commisero contro l’ armata Francese , eredi non fossero dell’ odio
furibondo , di cui erano invasi i loro avi contro i Cristiani , quando sotto 1’
Impero di Costantino lapidavano i loro confratelli, che ad abbracciare si
recassero il Cristianesimo ; di tal che fu l’ Im- peratore costretto a
minacciarli di essere abbru- ciati vivi coi loro complici nel caso che rinno-
vassero si enormi delitti. L.i.C. De Judaeis et Coelicolis s ivi Judaeis, et
Coelicolis, et ma- „ ioribus eorum , et Patriarchis volumus intima- ,, ri, quod
si quis post hanc legem aliquem , „ qui eorum feralem fugerit sedani , et ad
Dei ,, cultum respexerit, saxis , aut alio furoris ge- ,, nere ( quod nunc
fieri cognovimus ) ausus fue- „ rit attentare, inox flammis dandus est, et cum
„ omnibus suis participibus concremandus =; . §. 43. Ad evitare il fine
anzidetto furono o- gnora i Principi Cristiani nella precisa necessità di
reprimere con leggi severissime 1’ Ebraica per- fidia, che sempre cospira a
danno di chi li tol- lera, ed arricchisce, Enfin vous ne trouverez „ en eux qu’
un peuple ignorant , et barbare , „ qui joint depuis longtems la plus sordide
ava- „ rice à la plus détestable superstition , et à la ,, plus invincibile
haine pour tous les peuples , „ qui les tolérent , et qui les enrichissent t=s
Monsieur de Voltaire , Suite des mélanges de lit~ terature , d J histoire -, et
de philosophie chap. 61. des juifs ■„ Non ignorano certamente i Principi
Digitlzed by Google ( 5 9 ) Cristiani quelle Sentenze del Talmud , che par-
lano di loro col massimo disprezzo, ed odio, fra le quali v’ è questa pure 33
Imperium Clivi > ,, stianorum EXECRABILIUS est Imperio ce- „ terarum
gentium: et levius peccatum est ser- ,, vire Principi Gentili, quam Chrisliano
tzOrd. 2. Tract. 1. Dist. 5 . p..n.j et i 5 . (*) §. 44 * Dopo tutto ciò il R.
P. Jabalot non ricambia già gli Ebrei della loro moneta. Non fa che insinuare
che posti sieno in istato da nuoce- re meno che sia possibile ai Cristiani ;
suggeren- do di chiuderli di nuovo nei loro Ghetti; d’im- pedire ai Cristiani
di servirli in qualità di do- mestici , di vietar loro il possesso di beni
stabi- li ; insomma di rimettere nel primiero vigore le ( # ) I Monarchi delle
Spagne , del Portogal- lo , delle due Sicilie j per mettere i loro sudditi al
tutto in salvo dalle Ebraiche frodi , esiliarono per sempre i Giudei dai loro
dominj . Il Card. Albronozzo j che ognora sarà di grata j e gloriosa memoria ai
Bolognesi esiliò dalla loro Città gli Ebrei. Nel Reale Collegio di Spagna fu
allora collocata una tavola j rap- presentante il nominato Cardinale nell '
atto di scacciarli da Bologna; e vi si aggiunse il motto ,?=3 Exilium patitur,
quae gens Haebrea fefellit 33 . Espulsi che furono gli Ebrei , si eresse in
Bolo- gna il Monte di Pietà con quest ’ Epigrafe 33 Mons », pietatis adversus
prayas judaeorum usuras ere- I, ctus 33 . Digitized by Google ( 6o ) Decretali
e le Pontificie Costituzioni (*) riguar- danti il trattamento da darsi agli
Ebrei nello St$- to Ecclesiastico ( pag. 3o. ) . §. 45 Del resto: quale sia il
caritatevole a- nimo del R. P. verso gli Ebrei, lo dimostra egli assai nei
sentimenti espressi alla pag. 6. 55 Quan- „ to a noi, siamo ben lontani dal
bramare che „ sempre più sovra di essi il giogo si aggravi „ della servitù:
vorremo vederli liberi di quel- ,, la vera libertà , di cui soli possono godere
i „ servi di Dio. La Carità cristiana che abbrac- ,, eia tutti gli uomini,
perfino i nemici, non ci „ permette al certo di godere del loro male, e ,, di
odiarli ; c’ impone anzi di pregare per essi, „ e di porger loro nelle
necessità sovvenimento „ caritatevole. Gli oracoli i più vetusti della re- „
ligion nostra, di cui sono eglino i depositar) ,, fedeli , (**) una delle
tradizioni le più antiche ( # ) Quelle particolarmente di Alessandro III c. Ad
liaec de Iudaeis ; d" Innocenzo III c. Etsi Judaeos eod. di Nicolò V: di
Paolo IV nella Polla Cum nimis j che prescrive il segno da por- tarsi dagli
Ebrei ; di S. Pio V nella Bolla Hae- breorum , che discacciò gli Ebrei da tutto
lo Sta- to Ecclesiastico j fuorché da Poma, e da Anco- na ; A Innocenzo III
nella Bolla Ex injuncto no- bis; oltre le Bolle di Gregorio XIII ; di Cle-
mente Vili : di Clemente XI : di Benedetto XIII : di Benedetto XIV ; ed oltre i
due Concilj di To- ledo j tenuti nell ’ anno 6g4* - ■ (* # ) Veda dunque V A.
che il R. Jabalot , e Digitized by Google ( 6 * ) „ e costanti , che sussistano
fra di noi , ci fa sa* ,, pere che saranno .essi pure un giorno parte „ della
Società Cristiana, e che anch’ essi en- ,, treranno nell’ovile di Cristo con
tutti quanti ,, i popoli della terra ; giacché dee prima del fi- ,, nire dei
tempi aver luogo quella promessa del ,, riparatore divino: Fiet unum ovile , et
unus ,, Pastor : Più sinceri , sei credano * di quelli ,, dei sedicenti
filosofi del giorno , sono i voti di ,, noi Cristiani per essi. Al par di loro,
e più ,, di loro , desideriamo vederli non formare con ,, noi che una sola
grande famiglia nella civile ,, società : ed alla pagina 3o insinua il R. P.
che ,, si tenti ogni via di persuasione, e di dolcez- ,, za per ridurli ad
abbracciare la fede di Cri- ,, sto, senza la quale gli sciagurati ne vanno e-
,, ternamente perduti — . Dovrà ora 1’ A. ingenuamente confes- sare , che P
ottimo R. P. Jabalot non tiene già in pronto contro gli Ebrei nè le funi , nè i
cep- pi , nè le atroci invettive. Così potesse egli tro- varsi mansueto fra
loro, come, imitando il Di- vino suo maestro , seconderebbe il giusto e pie-
toso desiderio dell’ A. ( pag. 1 53 ) , spiegando lo- ro con dolci parole j e
semplici parabole la Dot- trina di Gesù Cristo in esecuzione di quanto e- sige
Clemente XI di Sa. me. nella Bolla Propa- sàppia che noi tutti con esso lui ,
siamo grati a quegli Ebrei j che ci conservarono sì prezioso te- soro .
Conservazione che VA. ci rammenta alla pag. io., quasi per rimproverarci d J
ingratitudine . sic Digiti; id i 62 ) gandae , riferita dall’ A. alla pagina
1S2 , e di- retta agli Apostolici Predicatori (*) ; e non già a chi investito
di puro zelo per la cattolica Reli- gione , insinua ai Sovrani tutti , che ne.
raffreni- no l’accanito entusiasmo d’ ingannare , di spo- gliare, di
maltrattare, di massacrare, ed infine di rendere schiavi tutti i Cristiani. §.
47 - Come potè mai l’A. affermare alla pag. i 5 o , che lo scritto del R. P.
contiene ~ una ,, orrenda sanguinosa Diatriba contro gli Ebrei, • * : . • 1 i «
> ? t . ! . • * . . »■» .* if " (*) Quando Clemente XI volle impedire
che gli Ebrei non privassero fraudolentemente delle eredità quelli fra loro j
che si fossero convertiti a Gesù Cristo j parlò di loro come meritavano
Constit. 61. §. 6. 3 Quoniam Infidelium j et prae j, caeteris Judaeorum
malitiam eo usque in odium j, Christiani nominis processisse pluries comper-
■jj tum est , ut bona sua occultando , seu in alios jj transferendo > vel
alias de illis inter vivos , vel jj etiain in ultima voluntate disponendo ,
fdios , j, aliosque consanguineos ad Christi fidem con- j, versos eorundem
bonorum successionem j ad j, quam ab intestato legitime admittendi fuissentj ^
aut spe successioni ejusdem fraudare tentave- j, rint j Inde circo etc. .
Clemente XI seppe di- stinguere il linguaggio da tenersi con gli Ebrei , quando
in qualità di supremo Pastore della Chie- sa gli allettava ad unirsi al suo
gregge j dal lin- guaggio da tenersi con essi , quando in qualità di Sovrano
Legislatore gli obbligava a restare nella loro condizione di schiavi tollerati.
1 . Digitlzed by Google v ( 63 j „ in cui sono caratterizzati per la peste
della ,, Umanità, e sono principalmente accusati co- ,, me atroci Usuraj , e
come Uomini facinorosi , ,, turbolenti. La prima delle quali accuse se reg- ,,
geva , allorché era tolto loro il possedere beni ,, stabili , e l’ impiegare d’
altra ragione , che in ,, usure il molto denaro ; cessata ora per saggia „
misura del Governo quella causa , parrai non ,, regga altrimenti; e parrai
ancora che la usu- ,, ra micidiale sia andata , e regni purtroppo fuo- ,, ri
del Ghetto, e della Sinagoga : l'altra si rav- ,, visa , sia detto con buona
pace , erronea di ,, tutto punto, insussistente. In mezzo a tante, l ,, e sì
triste vicende , che succedendosi rapida- ,, mente le une alle altre hanno in
questi ulti- ,, mi tempi travagliato tutta V Europa non che ,, l’ Italia , qual
parte presero gli Ebrei a detri- ,, mento del pubblico Ordine? ^ §. 48. Dio
buono ! Chiamar sagge quelle di- sposizioni, che sono opposte alle Bolle
Aposto- liche ! Affermare che cessate sieno le usure per quel mezzo stesso che
i Papi hanno riputato che possa aumentarsi il disordine , e vie più infero-
cire , come ha dimostrato anche 1 ’ esperienza ! Bisogna ben dire che 1 ’ A.
letto non abbia atten- tamente l’ opuscolo del R. P. ; perocché si sa- rebbe
senza meno avvenuto nelle sensate rispo- ste da lui date a quelli , che
pretendono di scu- sare le usure degli Ebrei , accusando di usuraj anche i
Cristiani. ^ Non ignoriamo ( così il R. ,, P. alla pag. 20. ) che cosa
rispondono i fauto- ,, ri degli ebrei . Rispondono , esservi dei cri- ,, stiani
usuraj al pari , e forse più dei circon- Digitized by Google ( 64 ) „ cisi.
Questo però non è un giustificarli: è un ,, prendere la via sempre vile e
vergognosa del- ,, la recriminazione . Oltreché i cristiani usuraj ,, hanno un
freno alla colpevole loro cupidità „ nella religione ; la quale le usure
condanna e ,, divieta; laddove stortamente credono i giudei, ,, che sia dalla
loro legge ad essi permesso l’ in- „ gannare gli stranieri, che reputano loro
ne- „ mici : il Talmud arriva perfino a farne ad es- „ si un dovere. E poi si
potrebbe agevolmente ,, ritorcere 1’ argomento contro gli ebrei , mo- „ strando
che il loro esempio ha sparso in Eu- ,, ropa il contagio, e diffusa quella
ingordigia ,, maledetta deli’ oro , che fa tra i battezzati così „ funesti
progressi :=} . §. 49- E bisogna dire che l’ A. letto non ab- bia nè anche
quanto alla pagina stessa è riferi- to di ciò , che scrisse il Senatore Bonald
intor- no alla probità, ed all’ingegno di qualche Ebreo. S Soggiungono , ( i
fautori della Setta ) • esservi ,, anche fra gli Ebrei degl’ individui che
hanno „ molta probità, e molto ingegno. Chi lo nega? „ ma ciò che prova ?
domanda il Sig. De Bo- „ nald; se si contendesse agli Ebrei la capacità j,
fisica j o morale di Jar acquisto di virtù , e di ,, avere del talento , certo
che basterebbe , per. jj distruggere la imputazione mostrare che vi ,, hanno de
J giudei dotti e virtuosi ; ma in buo- „ na logica è così poco permesso
gustificare una j, nazione occupata et una generale tendenza al- ,, la
ignobilità dei sentimenti j ed alla mancanza ,, di buona fede col mostrare
alcuni suoi indivi - „ dui onorati e probi, come lo è il diffamare Digitized by
Google ( 65 ) „ ima nazione virtuosa , adducendo V esempio di ,, un qualche malfattore
nato nel di lei seno. Ma „ senza questo, ovunque si trovano degli ebrei , „ i
quali dagli altri si distinguono coi loro ta- ,, lenti e colla probità loro :
anche V opinion pub- ,, blica si distingue nella stima che ad essi ac- ,, corda
, nè agli occhi del popolo dividono V a- „ natema che cade sul capo dei loro
fratelli SS. §. 5o. Alla domanda dell’ A., qual parte pren- dessero gli Ebrei a
detrimento del pubblico or- dine in mezzo alle triste vicende che in questi
ultimi tempi travagliarono tutta V Europa , non possiamo adequatamente
rispondere nè io , nè al- tri. Sappiamo però tutti che v’ ebbero allora de- gli
Ebrei, come vi sono presentemente, ricchis- simi: sappiamo ch’eglino nelle
passate ultime vi- cende posti furono alla condizione degli altri cit- tadini ;
sappiamo , che al ritorno delle Armate Francesi da Mosca , non pochi di quegli
che scampato avevano la vita dalle battaglie , e dai fuoco, incontrarono
crudelissima morte negli E- braici ospizj ; e sappiamo da ultimo che l’astu-
zia degli Ebrei non ha confine. (°) . In mezzo (*/ Non hanno lasciato gli Ebrei
di far va- lere l' oro ragunato dalle usure a ministro de ' lo- ro disegni. Era
ad essi riuscito (E impedire che avesse effetto il decreto della loro
espulsione pro- nunciato da Isabella , e da Ferdinando Sovrani di C astiglia, e
di Arragona , quando un Religioso investito di apostolico zelo presentassi alla
Corte , ed alla presenza de’ Sovrani, e de" Ministri , a- Digitized by
Google ( 66 ) olla protezione, di che l’A. è stato si cortese Terso i suoi
Ciambellani , recare debbe a tutti grande edificazione ch’egli, non ostante che
a quei tempi fosse al sommo delle cosej ed ora sia nel profondo ( pag. 139), e
non ostante che al- lora fossero gli Ebrei in tanto onore , ed ora si Tadano
ritirando negli angusti loro Ghetti, abbia confessato che erano tempi tristi
> e di travaglio { )er tutta V Europa. Tanta è sempre la forza del- a
massima di chi sino dai suoi primi anni è fer- mo nel tenace proposito di
essere fedele settario della nuda ventò. §. 5 i. Impiega l’A. gli ultimi tratti
del suo voto in difesa del R. P. s Di ciò per altro (così ,, egli alla pag. i
52 ) non istiano a prendere me- „ ra viglia gli Ebrei; e sappiano, che non
difetto ,, di cristiana carità, ma solo ardentissimo fer- ,, yore di trarre li
pertinaci dalla via della per- ,, dizione, spinse talvolta un tale Oratore ad
in- perta cT improvviso la tonaca } la quale copriva una croce j disse =3
Numquid Satis est Dominum ;, Jesurn a Judaeis semel triginta argenteis em- ,,
ptum j ut de ilio iterurn Judaeis vendendo tri - „ ginta millibus aureis ,
majori quìdem predo , ,, sed nihilo minore injuria cogitetis ? ss Dopo ciò , il
Decreto fu alt istante eseguito } ed espulsi gli Ebrei dai due Regni non più v
ebbero in- gresso. Graveson. hist, Eccles. Secul. XV. pag. m. 34. Quanto
ingiusti sono que J sudditi , che si la- gnano perchè il Sovrano non mette
riparo ai di- sordini dello stato j che niuno osa di manifestar ■> gli!
Digitlzed by Google ( $7 ) „ veire con veemenza forse maggiore anche Con- „ tro
i Cristiani , e a mettere negli Ascoltanti ,, spavento, e terror tanto, che pur
ne soffrisse „ qualche pericolo la coscienza dei pusilli. Che ,, io stesso
ascoltai declamare , e ben mi corse ,, un brivido in tutta la Persona j che Dio
aves^ „ se prescritto un certo numero di grazie da „ concedere a ciascuno, ed
un certo numero di „ peccati da perdonare , oltre di che non fosse ,, a sperare
redenzione; e a gridare inoltre, che ,, la vita civile era incompatibile colla
Vita Cri- ,, stiana, e colla Via del Cielo: la prima delle ,, quali
proposizioni parvemi un po’ sospetta, ,, perchè non vedesi come quella fatai
misura ,, possa conciliarsi colla giusta idea , che ahhia- ,, ino della
Misericordia, che pur è infinita di ,, Dio: l’altra mi sembrò fallace assolutamente,
,, poiché non havvi alcuna Religione, quanto „ quella di Cristo, che più
favorisca la Vita ci- ,, vile, e raccomandi più 1’ amor fratellevole so- „
ciale s. §. 5a. Non oseremo noi già di penetrare nei misterj della profonda
Teologia , memori del giu- dizio lasciato da eloquentissimo Sacro Oratore, che
le scuole si sono affannate a sviluppare i misterj delle grazie divine, e che
il buon fedele rispetta le scuole, e si attiene ai Dogmi. Le scuo- le (prosegue
egli) questionano, e i Dogmi deci- dono. Le scuole confondono, e i Dogmi
appaga- no. Le scuole sono pensamenti degli uomini, e i dogmi sono parole di
Dio. ( P. Anton-Siro tre- nini nella Predica sul numero degli eletti ) . Re-
cheremo bensì alcuni testi tolti dalle Sacre car- Digitized by Google ( 63 )
te; taluno dei quali 1 ’ A. avrebbe certamente u- dito dal R. P. Jabalot, se
fosse stato più attento alla predica sS Propterea quod abjecisti sermo- ,, nem
Domini, abjecit te Dominus ss disse Sa- ,, xnuele a Saule — Yoca noinen ejus,
adhuc & modicum , quoniam visitabo , et conterain — „ Peperit tilium, et
dixit: Dominus voca nomen ,, ejus absque misericordia , quia non addam ul- ,,
tra misereri — Peperit tilium, et dixit: voca ,, nomen ejus non populus meus ,
quia nec ego ,, ero Deus vester. Osea i. 4 — Dominus de Si- ,, on
rugiet,et dixit: super tribus sceleribus Da- ,, masci : et super quatuor non
convertam eum. ,, Amos i .3 — Curavimus Babylonem , et non ,, est sanata,
derelinquamus eam. Jerem. 5 i. 9 ,, Quia vocavi et renaistis , extendi manum
ine- „ am, et non fuit qui aspiceret. Despexistis o- „ mne Consilium meura, et
increpationes meas ,, neglexistis; ego quoque in interitu vestro ri- „ debo, et
subsanabo, cum vobis id quod time- „ batis advenerit. Prov. 1. N. 24 et seq. —
Quae- ,, retis me , et non inveuietis , et in peccato „ vestro moriemini.
Sanct. Joan. Cap. 7. V.
34 „ et Cap. 8 . V. ai. Si Massime tutte eccitatrici di fortunati brividi, i
quali a chi sa usarne be- ne sono un principio di salute, e un invito per
domandare , e , di conseguenza infallibile, per ot- tenere quella grazia, che
si teme negata per sem- pre. Petite } et accipietis. Pulsate et aperietur vo-
bis , e molti altri sacri testi simili d’ ineffabile consolazione. Per la qual
cosa noi facciamo al- 1 ’ A. le più vive congratulazioni, perchè egli alla
parola di Dio pronunciata dal R. Jabalot correre Digitized by Google ( 6 9 ) sì
sentisse i salutari brividi per tutta la persona. Quanto in acconcio S.
Agostino. Enarr. in psal. ioo / 33 Nemo dicat: semper parcit Deus: intel- ,,
lige quia parcit, ut corrigaris , non ut in ma- „ lignitate perrnaneas £3. Il
Cielo scampi il Re- verendissiiho Jabalot, e noi tutti dalle Difese del- 1’ A.
; il qiiale col pretesto di scusare il rispetta- bile Religioso presso gli
Ebrei ( di che io penso eh’ egli non sia guari sollecito ) gli dà una nuo- va
accusa assai peggiore, senza togliere di mez- zo la prima. §. 53. Allorché il
Reverendissimo Jabalot pre- dicò che la vita civile era incompatibile colla vi-
ta Cristiana, e colla via del Cielo, parlò senza meno di quella vita civile che
si mena purtrop- f io dalla maggior parte di noi Cattolici: vita mol- e al
tutto dissipata, e che non di altro si occu- pa, che di affari del secolo, di
leggerezze, e di passare d’ uno in altro divertimento ; perocché questa sì ,
questa è la sola vita civile , che star non può in camerata colla vita
Cristiana ( # ) ; e contro la quale gridano spesso dai Pergami tutti i Sacri
Oratori. Se 1' A. conversato avesse col Reverendissimo Padre Jabalot, avrebbe
compre- so che mirabilmente iu lui si accoppiano il Re- ligioso contegno , e la
Sociale amena conversa- ( # ) Che di questa sola ragionasse V insigne Sacro
Oratore fui io accertato , sebbene non ne avessi bisogno, da più persone degne
di' tutta la fede , le quali prestarono maggior attenzione alla Predica , di
quella che vi prestasse il distratto A. Digitized by Google ( 7° ) *ione dell’
nomo veracemente di spirilo, il quale parlando affeziona a se stesso quanti lo
ascolta- no. Io ricorderò sempre col massimo piacere le poche ore, che l’anno
scorso godei della rispet- tabile sua compagnia presso una buona Fami- glia,
alla quale non posso rivolgere il pensiero senza sciamare: Ecce quam banani, et
jucundum habitare fratves in unum. E qui io mi rislò dallo scrivere , sembran-
domi di aver già ad evidenza dimostrato, i.- Che gli Ebrei nello stato
Ecclesiastico non sono che schiavi tollerati, a. Che ivi non succedono insieme
ai Cristiani alla intestata eredità del congiunto cristiano, 3. Che gli Ebrei
stessi, per adempiere ai nefandi obblighi di una Religione , dettata dall’ odio
implacabile contro i Cristiani sono tenuti a trattar questi con ogni maniera
d’inganno, di tradimento, di sevizie ed a ten- tar sempre di ridurli in
perpetua schiavitù, 4* Che le condizioni , sotto le quali è loro accor- dato un
asilo dai Cristiani, sono al tutto neces- sarie per evitare gli effetti di una
micidiale Re- ligione . Per la qual cosa il dispensarli da esse ( tornerebbe lo
stesso che porsi i ceppi ai piedi , 5. Che il Reverendissimo Padre non diede
già al- le stampe una orrenda sanguinosa Diatriba ; ma uno scritto pieno di
Cristiana moderazione, 6. Che F A. renduto avrebbe uffizio assai migliore agli
Ebrei, se contento di trattare la sola civile contesa , rattenuto si fosse dal
tessere il loro e- logio , e dal creargli Ciambellani. Tanto più che avendo
egli fatta questa prodigiosa creazione al fine di rendersi benevoli, e grati
gli Ebrei, gli Dìgitized by Google ( 7 * ) ■avrà all’ opposto fieramente
indispettiti. Non com- bina che sieno volontieri Servi Camerae di un Sovrano
Cattolico quegli che ammaestrati dal Talmud tengono per Dogma che — Imperium ,,
Christianorum execrabilius est Imperio caete- „ rarum Gentium; et levius
peccatum est ser- „ vire Principi Gentili quam Christiano s . VINCENZO BERNI
DEGLI ANTONI Avvocato . R27965 Digitized by Google I Di 18. Junii 1827. V I D I
T Pro Eminentissimo, et Reverendissimo D. D. CAROLO CARD. OPPIZZONIO Bortoni*
Archiep. JoAN' Birr. Bruni Doct. Coll. Philol. et Professor . Die 19. Junii
1837. V I D I T Pro Excello Gulternio Dominicus Mandim S. T. D. Coll. Prior Psrochus
et Exam. Synod. Die 4. Julii 1837. V I D I T Et annuit juxta Art. 507.
Constitutionis Quod Divina Sapientia. Joseph Minarelli Doct. Coll. Philol. et
Rector Archigymnasii Bononienais . Die 5 . Julii 1827. IMPRIMATUR Lxopoldbs
Archip. Pagani Provie. Gon.
. Nome compiuto: Giovanni Vicini. Vicini.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vico: “We should treat those who were
great and are dead as if they were great
and living” (Grice) -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’antichissima sapienza degl'italici -- da rintracciare
nelle origini della sua lingua – la scuola di Napoli – filosofia napoletana –
filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords:
lingua italiana. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Napoli, Campania. Filosofo
italiano. “The best philosopher, but that’s Hampshire’s judgement!” – Grice. “Si potrebbe presentare la storia ulteriore del
pensiero come un ricorso delle idee del Vico” (CROCE, La filosofia di V.,
Laterza, Bari). – cf. Whitehead on metaphysics as footnotes to Plato. matematiche
perché siamo noi a farle tramite postulati, definizioni, ma non potremo mai
dire di conoscere nello stesso modo la natura perché non siamo noi ad averla
creata. Conoscere una cosa significa
rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento
aristotelico, veramente la scienza è «scire per causas» ma questi elementi
primi li possiede realmente solo chi li produce, «provare per cause una cosa
equivale a farla». Le obiezioni a
Cartesio Il principio del verum ipsum factum non era una nuova e originale
scoperta di Vico ma era già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano
che richiedeva l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo
scolastico che, tramite la tradizione scotista, era presente nella cultura
filosofica napoletana del tempo di V.. La tesi fondamentale di queste
concezioni filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a
colui che tale cosa produce; il principio del verum-factum, proponendo la
dimensione fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del
razionalismo cartesiano che V. inoltre giudica insufficiente come metodo per la
conoscenza della storia umana e delle scienze sociali, che non possono essere
analizzate solo in astratto, perché esse hanno sempre un margine di
imprevedibilità. V. però si serve di
quel principio per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia
cartesiana trionfante in quel periodo. Il cogito cartesiano infatti potrà darmi
certezza della mia esistenza ma questo non vuol dire conoscenza della natura
del mio essere, coscienza non è conoscenza: avrò coscienza di me ma non
conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho solo riconosciuto. L'uomo, egli dice, può dubitare se senta, se
viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se sia; a sostegno della sua
argomentazione escogita un certo genio ingannatore e maligno... Ma è
assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e che da tale
coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Renato (René
Descartes) svela che il primo vero è questo: "Penso dunque sono".» (Giambattista V., De antiquissima Italorum
sapientia in Opere filosofiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze, Sansoni
1971, p.70) Il criterio del metodo
cartesiano dell'evidenza procurerà dunque una conoscenza chiara e distinta, che
però per V. non è scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In
questa prospettiva, dell'essere umano e della natura colti nella loro interezza
e nelle loro relazioni solo Dio, creatore di entrambi, possiede la verità
(livello di conoscenza maggiore: inter - legere). Mentre quindi la mente umana procedendo
astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la matematica e la
geometria, crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato del suo
operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva alle
stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come
accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa
della meccanica, la morale meno certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché
le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche
fare.» (Ibidem, pag. 82) Mente umana e mente divina I latini...
dicevano che la mente è data, immessa negli uomini dagli dei. È dunque
ragionevole congetturare che gli autori di queste espressioni abbiano pensato
che le idee negli animi umani siano create e risvegliate da Dio [...] La mente
umana si manifesta pensando, ma è Dio che in me pensa, dunque in Dio conosco la
mia propria mente.» (Giambattista V., De
antiquissima, 6) Il valore di verità che
l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è
garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica
un'attività che appartiene in primo luogo a Dio. La mente dell'uomo è anch'essa
creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, di Dio, partecipando
metafisicamente a esse. L'ingegno
Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono per opera di quella
facoltà che V. chiama ingegno che è la facoltà propria del conoscere... per cui
l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose». L'ingegno è lo strumento
principe, e non l'applicazione delle regole del metodo cartesiano, per il
progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso gli
esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del
fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i
limiti del conoscere umano e la contemporanea presenza della verità divina che
si rivela proprio attraverso l'errore:
Dio mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo,
poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza
dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò
dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito.» (Giambattista V., De antiquissima, 6) Il sapere metafisico Contro lo scetticismo V.
sostiene che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere
metafisico: Il chiarore del vero
metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai
corpi opachi... Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da
limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le
forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei
quali vediamo la luce del vero metafisico.»
(Giambattista V., De antiquissima, 3)
Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto: esso è superato dalla
matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni
verità, che da lei discende in tutte le altre scienze.» Vi è dunque un
"primo vero", comprensione di tutte le cause», originaria spiegazione
causale di tutti gli effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è
antecedente a tutti i corpi e che quindi si identifica con Dio. In Lui sono
presenti le forme, simili alle idee platoniche, modelli della creazione
divina. Il primo vero è in Dio, perché
Dio è il primo facitore (primus Factor); codesto primo vero è infinito, in
quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette dinanzi a Dio,
in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci delle cose.» (Giambattista V., De antiquissima Italorum
sapientia in Opere filosofiche a cura di P. Cristofolini, Firenze, Sansoni
1971, p. 62) La metafisica di V. Il
platonico V. Attraverso i propri scritti V. fa capire la sua conversione dalla
filosofia lucreziana e gassendiana a quella platonica, egli descrive la
metafisica del filosofo di riferimento come tale che: conduce a un principio fisico che è idea
eterna, che da sé educe e crea la materia medesima, come uno spirito seminale,
che esso stesso si fermi l'uovo.»
(Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., Opere
Filosofiche, a cura di P. Cristofolini, Firenze 1971, p. 11") Egli illustra nell'Autobiografia i suoi
capisaldi: 1) nella nostra mente sono certe
eterne verità che non possiamo sconoscere riniegare, e in conseguenza che non
sono da noi», cioè che non sono fatte da noi
2) del rimanente sentiamo in noi una libertà di fare, intendendo, tutte
le cose che han dipendenza dal corpo, e perciò le facciamo in tempo, cioè
quando vogliamo applicarvi, e tutte in conoscendo le facciamo, e tutte le
conteniamo dentro di noi: come le immagini con la fantasia; le reminescenze con
la memoria; con l’appetito le passioni; gli odori, i sapori, i colori, i suoni,
i tatti co’ sensi: e tutte queste cose le conteniamo dentro di noi. […] Ma per
le verità eterne che non sono da noi e non hanno dipendenza dal corpo nostro,
dobbiamo intendere essere Principio delle cose tutte come una idea eterna tutta
scevera da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia, crea tutte le cose in
tempo e le contiene dentro sé...».» La
coerenza della filosofia 'timaica' di V. può essere analizzata anche da questi
due punti, infatti, nel primo caso, questa si riferisce a un principio
materiale, immateriale, ideale, eterno e attivo; nel secondo caso si riferisce
al principio di materia che è prodotta da ὗλη (materia) e conserva la propria
capacità di muoversi a causa di questa origine.
La religione secondo V. Anche per V. le religioni non sono vere, ma in
esse non è nemmeno possibile che tutto sia falso. Infatti, avrebbe senso se
tutte le loro parti fossero sbagliate, in quanto provocherebbero paura e odio,
ma non possono spiegare come abbiano saputo restituire la loro "tenerezza"
secondo il metodo della separazione. Tuttavia, per il filosofo Herbert Spencer
(liberale), la religione assume così la "rutunda Dei religio" nella
sua forma puramente circolare, che ritroveremo nel De Uno e in quella ricomparsa
nella teoria del ciclo storico di V.; ci sono molti punti in comune tra le
filosofie di Herbert e quella di V., anche se la causa finale è in V.
determinata come 'conservazione', dunque non sbaglieremmo a leggere la
filosofia vichiana e la filosofia di Herbert contemporaneamente ponendo punti
di connessione e paragone tra le due. Un altro punto di contatto di Herbert con
un capitolo del De Antiquissima di V. parte dal concetto di provvidenza e
sostiene l'inconciliabilità di questa con le divinità dei 'gentili' e va quindi
alla ricerca di alcuni elementi che possano accordare le due cose (media
sufficientia), perché, per lui, il Dio è buono e la maggior parte degli uomini
deve potersi salvare, egli trova tale conciliazione nella capacità inventiva
della mente umana che l'ha indotta nella 'divinatio' o alla 'deificatio', cioè
a forme di sublimazione che esprimono l'idea della bellezza del mondo, anche se
l'errore ci può far vedere rotonda la torre quadrata. Il conato Si giunge dunque a uno dei punti
cardine della metafisica vichiana: il conato, si tratta del nocciolo di ciò che
V. chiama zenonismo, ossia la dottrina dei punti metafisici, riassumibile nella
tesi che il punto in quanto momentum "non è esteso, ma genera
l'estensione". Il punto-momento è
il conatus che si allarga al di là della geometria e comprende la fisica
cosicché la triade dominante è: quiete=Dio; conato=materia=virtù=idea;
moto=corpo. Il moto non ha mai inizio autonomo, perché è sottoposto al
controllo dell'etere. Il conato, espressione fisica del punto-momento, come non
è punto né numero, ma il generatore di entrambi. È come se le ricerche di
Galilei sulla dinamica e sul continuo fossero state trasferite nella
metafisica, e alla fisica fossero stati lasciati solo i moti, una tesi che
merita di essere riscontrata nei testi. V.
dà ai punti-conati (sia nella prima forma numerica sia in quella più vicina
alla fisica) una capacità 'impulsiva' simile a questi indivisibili. Egli dice
che: La metafisica trascende la fisica
perché tratta delle virtù e dell'infinito; la fisica è parte della metafisica
perché tratta delle forme e degli oggetti finiti.» (V., "Opere Filosofiche, pp.
93-94") Poi V. aggiunge: L'essenza del corpo consiste in indivisibili;
il corpo tuttavia si divide: dunque l'essenza del corpo non è: dunque è l'altra
cosa dal corpo. Cosa è dunque? È una indivisibil virtù, che contiene, sostiene,
mantiene il corpo, e sotto parti diseguali del corpo vi sta egualmente;
sostanza, della quale è solamente lecito raramente si somiglia alla divina, e
perciò unica a dimostrare l'umano vero.»
(Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., p.
94") Da un punto di vista
matematico il conato può essere paragonato all'Uno, esso è indivisibile perché
uno è l'infinito, e l'infinito è indivisibile, perché non ha in che dividersi,
non potendo dividerlo in nulla. Possiamo
raccontare V. come un seguace di Galilei; tuttavia, lo critica per aver
sostenuto la diversità tra infinito e indivisibile. Quando Galilei parla
dell'infinitezza, per esempio, della percossa, ovvero di quella espansiva degli
ignicoli, egli, per V., non fa che trasferire erroneamente il conato infinito
nel moto al fine di dare a quest'ultimo (che non è che occasione) un rilievo
maggiore. L'accumulo di moto, che Galilei vede risultare dall'infinitezza della
percossa, secondo V., che dà una interpretazione più rigida dell'equazione
conato=momento=punto indivisibile, è un tipo di energia potenziale che il
conato sviluppa in ogni sito e attimo dell'universo e che, dal punto di vista
metafisico, non varia mai, giacché il conato non è a base della dinamica ma
della struttura dell'universo. La questione del rapporto tra sentire e pensare
è ripresa nei capitoli V e VI del De Antiquissima. In quello intitolato De
animo et anima, V. sostiene che: Gli
stessi muscoli del cuore sono contratti e dilatati dai nervi, sicché il sangue
è continuamente fatto circolare per un processo di sistole e diastole ricevendo
dai nervi il proprio moto.» (Nicola
Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., p. 104") Dunque l'aria è lo spirito vitale che muove
il sangue; l'etere è lo spirito animale; la prima costituisce l'anima, il
secondo l'animo, la cui immortalità è spiegata col suo tendere all'infinito e
all'eterno. Entro l'animo è la mente che è mens animi, cioè la parte più
raffinata dell'animo stesso. Passando dalla teoria dell'anima a quella
dell'animo e di qui al primo cenno di quella della mente, V. commenta, in modo
platonico-spinoziano, che "forse importa più deporre gli affetti che
allontanare i pregiudizi". Il capitolo VI è intitolato De Mente; il suo
oggetto è appunto la animi mens che corrisponde alla libertà sui moti
dell'animo. La facoltà di desiderare in vari termini e modi "è Dio a
ciascuno" ma la libertà dell'arbitrio, cioè la mens animi rappresenta il
momento di fuoriuscita dall'ambito della psicologia e d'ammissione in quello di
una libertà umanamente inventiva. La mens animi è il punto di maggiore
avvicinamento al creare reale, talché "in Dio dunque conosco la mia stessa
mente". La metafisica vichiana a
confronto In letture recenti si è ripresentata l'antica analogia tra Kant e V.
(a parte le diverse capacità analitiche dei due filosofi), la reale divergenza
tra loro sta nel fatto che l'oggetto del primo è il sistema scientifico, già
costruito da Newton, e da Kant posto in relazione colle possibilità e coi
limiti delle facoltà umane; l'interesse di V. è invece rivolto a un 'oggetto'
del tutto nuovo che è il rapporto strutturato tra la scienza e la sua genesi,
nella mente dell'uomo primitivo e le situazioni e istituzioni sociali che hanno
accompagnato le sue modificazioni. V. è
a conoscenza della discussione sul platonismo precedente e seguente il suo
saggio sulla metafisica, conobbe sicuramente il libro di Brucker e a cui anzi
rivolse una critica importante. Scrive infatti nella Scienza Nuova (1744) che: Le scienze debbono incominciare da che
‘ncominciò la materia; esse ebbero inizio alle ch'i primi uomini cominciarono a
umanamente pensare, non già quando i filosofi cominciarono a riflettere sopra
l'umane menti (come ultimamente n'è uscito alla luce un libricciuolo erudito e
dotto col titolo Historia de ideis, che si conduce fin all'ultime controversie
che ne hanno avuto i due primi ingegni di questa età, il Leibnizio e ‘l
Newtone.» Con questa osservazione, V.
integra l'esposizione del platonismo moderno con un progetto d'interpretazione
della genesi di questo modo di pensare e del suo svolgimento. I sottoinsiemi
scientifici, che egli si appresta a costruire, sono condizionati da questo
punto di arrivo, che nella sua 'idealità' è metastorico, in senso quasi
trascendentale, e, nel suo contenuto, difficilmente nasconde il carattere
'semilibertino' della struttura sistematica sottesa. La critica di V. a Brucker
ci mette dunque in condizione di valutare il significato che egli attribuisce
alla scienza nuova. L''oggetto' costituito dalle idee platonico-galileiane è
nato, riferendosi al mondo tuttora in divenire, è la trasformazione strutturata
di un complesso di tradizioni, istituzioni e conoscenze umane che si sostengono
reciprocamente e si modificano conflittualmente. Il punto di attacco delle
scienze della natura di tipo galileiano (integrato nella filosofia del
platonismo moderno) con la scienza dell'uomo, è dato dal costituirsi di un
diverso 'oggetto' a esse legato, che ha però la sua autonomia, le sue regole,
costituendo un sottosistema aperto all'invenzione di nuovi strumenti
interpretativi. La scienza vichiana si
organizza in modo da delimitare un campo di ricerche concrete. La critica a
Brucker ha già dato un'idea del modo come V., partendo dalla scienza moderna e
violentemente ributtandola sui suoi principi ne ricerchi gli elementi genetici
e formativi per recuperarne, poi, gli aspetti complessi. La Scienza nuova Frontespizio della terza edizione 1744 della
Scienza nuova Se l'uomo non può considerarsi creatore della realtà naturale ma
piuttosto di tutte quelle astrazioni che rimandano a essa come la matematica,
la stessa metafisica, vi è tuttavia un'attività creatrice che gli
appartiene. questo mondo civile egli
certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne
debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima
mente umana.» (Giambattista V. Scienza
nuova, terza ediz., libro I, sez. 3) La
storia creatrice L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della
civiltà umana. Nella storia l'uomo verifica il principio del verum ipsum
factum, creando così una scienza nuova che avrà un valore di verità come la
matematica. Una scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi
più vera e, rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia
rappresenta la scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la
storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose.[44] Filosofia e "filologia" La
definizione dell'uomo e della sua mente non può prescindere dal suo sviluppo
storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione. La concreta realtà
dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire storico. È assurdo
credere, come fanno i cartesiani o i neoplatonici, che la ragione dell'uomo sia
una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene
la scienza del vero; la filologia[45] osserva l'autorità dell'umano arbitrio
onde viene la coscienza del certo... Questa medesima degnità (assioma) dimostra
aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con
l'autorità de' filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro autorità
con la ragion dei filosofi.» (Giambattista
V. Ibidem Degnità X) Ma la filologia da
sola non basta, si ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno
spiegati dalla filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto
di complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Le leggi della 'scienza nuova' Compito della
'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei principi
costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno
presupporre nell'azione storica l'esistenza di leggi che ne siano a fondamento,
com'è per tutte le altre scienze: Poiché
questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose
hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini;
poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon
essere d'ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le
nazioni.» (Giambattista V. Ibidem, libro
I, sez. 3) La storia quindi, come tutte
le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale
di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che
costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle
nazioni. L'eterogenesi dei fini e la
Provvidenza storica Rifarsi alla mente umana per comprendere la storia non è
sufficiente: si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti storici, che la
stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore a essa che la regola
e la indirizza ai suoi fini, che vanno al di là o contrastano con quelli che
gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre l'umanità si
dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si realizzino
invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della
eterogenesi dei fini. Pur gli uomini
hanno essi fatto questo mondo di nazioni... ma egli è questo mondo, senza
dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e
sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti.» V.
Ibidem, Conclusione) La storia umana in
quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la
guida degli eventi storici, ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato
dalla Provvidenza che prepone alla storia divina. I corsi storici Secondo V. il metodo storico
dovrà procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi poiché i
parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degli antichi costumi de'
popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue», e quindi
tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle
nazioni civili. Questo metodo ha fatto
identificare nella storia una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene
evolvendosi in tre età: l'età degli dei,
nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni
cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli»; l'età degli eroi,
dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degli uomini, nella
quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana». I bestioni La storia
umana, secondo V., inizia con il diluvio universale, quando gli uomini, giganti
simili a primitivi "bestioni", vivevano vagando nelle foreste in uno
stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale era conseguenza del
peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della Provvidenza divina
che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti
che scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e
creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si
nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore
dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e
pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le
famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli
antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra».
La civiltà L'uscita dallo stato di ferinità quindi avviene: per la nascita della religione, nata dalla
paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere
ordinato; per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con
la formazione della famiglia; per l'uso della sepoltura dei morti, segno della
fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima
età V. sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui
basarsi: infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano
muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degli eroi ebbe
inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno
per la sopravvivenza. Sorsero le città guidate dalle prime organizzazioni
politiche dei signori, gli eroi che con la forza e in nome della ragion di
Stato, conosciuta solo da loro, comandavano sui servi che, quando rivendicarono
i propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini
nobiliari, diedero vita agli stati aristocratici che caratterizzano il secondo
periodo della storia umana. In questa
seconda, dove predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e
poetici. Infine la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo
alla età degli uomini e alla formazione di stati popolari basati sul diritto
umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata». Sorgono quindi stati non
necessariamente democratici ma che possono essere pure monarchici poiché
l'essenziale è che rispettino la ragione naturale, che eguaglia tutti». La legge delle tre età costituisce la storia
ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni».
Tutti i popoli indipendentemente l'uno dall'altro hanno conformato il loro
corso storico a questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni
singolo uomo che necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso
nell'infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età
adulta: Gli uomini prima sentono senza
avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente
riflettono con mente pura.»
(Giambattista V. Scienza Nuova, 3a ediz. Degnità LIII) La verità divina nella storia Se nella
storia, pur tra le violenze e i disordini, appare un ordine e un progressivo
sviluppo, ciò è dovuto secondo V. all'azione della Provvidenza, che immette
nell'agire dell'uomo un principio di verità che si presenta in modo diverso
nelle tre età: nelle prime due età il
vero si presenta come certo gli uomini che non sanno il vero delle cose
procurano d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con
la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza.» (Giambattista V., Scienza Nuova, Degnità
IX) Questa certezza non viene all'uomo
attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso comune,
condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione, comunemente
sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto
il genere umano.» La sapienza poetica Vi
è poi, nella seconda età della storia e dell'uomo, caratterizzata dalla
fantasia, un sapere tutto particolare che V. definisce poetico. In questa età
nasce infatti il linguaggio non ancora razionale ma molto vicino alla poesia
che alle cose insensate dà senso e passione, ed è proprietà dei fanciulli di
prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi, come se
fussero, quelle, persone vive. Questa degnità filologica-filosofica ne appruova
che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti.» Se vogliamo quindi conoscere la storia dei
popoli antichi dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro cultura.
Il mito infatti non è solo una favola e neppure una verità presentata sotto le
spoglie della fantasia ma è una verità di per sé elaborata dagli antichi che,
incapaci di esprimersi razionalmente, si servivano di universali fantastici
che, sotto spoglie poetiche, presentavano modelli ideali universali: come
fecero ad esempio i Greci antichi che non definirono razionalmente la prudenza
ma raccontarono di Ulisse, modello universale fantastico dell'uomo
prudente. La poesia V. si dedica poi a
definire la poesia che innanzitutto è
autonoma come forma espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi
della poesia come la metafora, la metonimia, la sineddoche, ecc. sono stati
erroneamente ritenuti strumenti estetici di abbellimento del linguaggio
razionale di base, mentre invece la poesia è una forma espressiva naturale e
originaria i cui tropi sono necessari modi di spiegarsi di tutte le prime
nazioni poetiche»; La poesia ha una funzione rivelativa, custodisce le prime
immaginate verità dei primi uomini; la lingua non ha quindi un'origine
convenzionale perché questo presupporrebbe un uso tecnico della lingua che
invece sorge spontaneamente come poesia. Poiché il linguaggio e i miti
costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto un popolo, V. arriva
alla discoverta del vero Omero che è non il singolo autore dei suoi poemi ma
l'espressione del patrimonio culturale comune di tutto il popolo greco. È
comunque da respingere la interpretazione platonica di Omero come filosofo,
fornito di una sublime sapienza riposta».
Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è certamente (opera)
d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né da un animo da
alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella truculenza e
fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose battaglie,
tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie d'ammazzamenti,
che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'Iliade.» (Giambattista V., Scienza Nuova) Verità e storia La sapienza antica ha per
contenuto princìpi di giustizia e ordine necessari per la formazione di popoli
civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a seconda che siano formati
dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo vuol dire che la sapienza,
la verità, si manifesta in forme diverse storicamente, ma essa come verità
eterna è al di sopra della storia che di volta in volta la incarna. La verità
della storia è una verità metafisica nella storia. Nella storia si attua la
mediazione tra l'agire umano e quello divino:
nel fare umano si manifesta il vero divino; e il vero umano si realizza
tramite il fare divino: la Provvidenza, legge trascendente della storia, che
opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta
una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero che la
Provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi, per
produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato
alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici
e gli epicurei che niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal
fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera
volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla
regredire: Gli uomini prima sentono il
necessario; dipoi badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi
si dilettano nel piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente
impazzano in istrapazzar di sostanze.»
(Giambattista V., Scienza Nuova, Degnità LXVI) A questa dissoluzione delle nazioni pone
rimedio l'intervento della Provvidenza che talora non può impedire la
regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso storico che
ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una
sia pur minima eredità, la strada precedente.
La filosofia Paradossalmente la criticità del progresso storico appare
proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare
e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della Provvidenza che
si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il
consenso della ragione tutta spiegata» che si sostituisce alla religione: Così
"ordenando la provvedenza": che non avendosi appresso a fare più per
sensi di religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la
filosofia le virtù nella lor idea». La ragione infatti, pur con la filosofia,
custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può
tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli
stolti dotti a calunniare la verità». La
ragione non crea la verità, poiché non può fare a meno dal senso e dalla
fantasia senza le quali appare astratta e vuota. Il fine della storia infatti
non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e
razionalità. La ragione poi è ispirata dalla verità divina per cui la storia è
sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola non basta poiché occorre la Provvidenza
che indichi la verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha
sostituita anzi essa deve custodirla: Da
tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da finalmente conchiudersi che
questa Scienza porta indivisibilmente seco lo studio della pietà,[55] e che, se
non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.» (Giambattista V. Scienza Nuova,
Conclusione) Teorizzazione sul riso La
concezione di V. sul riso è riportata in Ridere la verità di Rosella Prezzo che
scrive: La teorizzazione vichiana sul riso, rimasta per lo più sconosciuta, si
trova celata in una digressione di un opuscolo polemico dal titolo Vici
vindicae», dove il filosofo napoletano scrive che il riso proviene dall'inganno
teso all'ingegno umano, avido del vero: ragion per cui scoppia tanto più
abbondante quanto maggiore è la simulazione di questo».[56] Già Niccolò
Tommaseo parlando della grandezza del V. lo presentava come non invaghito per
nulla dalla novità che nuove (dic'egli) son anco le cose ridicole e mostruose»
né cercando l'arguzia siccome col riso le arguzie sterili, sono con la
malinconia i concetti possenti».[57] Francesco Flora riporta il racconto che V.
fa dell'origine dell'interiezione: Seguitarono a formarsi le voci umane con
l'interiezioni, che sono voci articolate nell'émpito di passioni violente, che
'n tutte le lingue son monosillabi», causate dalla meraviglia alla vista dei
primi fulmini, ad esempio, da cui l'immaginazione di Giove. Il riso intravede
la goffaggine di tali giganti» e vi si inserisce.[58] Il giudizio della filosofia posteriore
Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce
del genere umano. Gli uomini popolari, i progressisti di quel tempo, erano
Lionardo di Capua, Cornelio, Doria, Calopreso, che stavano con le idee nuove,
con lo spirito del secolo. Lui era un retrivo, con tanto di coda, come si
direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano per la
prima volta, l'una maestra, l'altra ancella. V. resisteva. Era vanità di
pedante? Era fierezza di grande uomo? Resisteva a Cartesio, a Malebranche, a
Pascal, i cui Pensieri erano lumi sparsi», a Grozio, a Puffendorfio, a Locke,
il cui Saggio era la metafisica del senso». Resisteva, ma li studiava più che
facessero i novatori. Resisteva come chi sente la sua forza e non si lascia
sopraffare. Accettava i problemi, combattea le soluzioni, e le cercava per le
vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. Era la resistenza della coltura
italiana, che non si lasciava assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma
resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. Era il
retrivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in
prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa era la resistenza
del V.. Era un moderno e si sentiva e si credeva antico, e resistendo allo
spirito nuovo, riceveva quello entro di sé.»
(Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Morano,
Napoli 1890, p. 314.) Fintanto che V. fu
in vita la portata e la ricezione critica del suo pensiero furono circoscritte
quasi unicamente agli ambienti intellettuali di Napoli, trovando poi un più
vasto seguito sol a quasi due secoli dalla sua morte, tra la seconda metà
dell'Ottocento e il Novecento. Affermatasi la fama del pensiero vichiano, esso
fu conteso dalle più disparate correnti filosofiche: dal pensiero cristiano
(nonostante l'iniziale rifiuto), dagli idealisti (dai quali fu proclamato
precursore dello storicismo hegeliano), dai positivisti e persino da diversi marxisti.
Come fa notare il Fassò V. è ben più di un semplice filosofo [...] tanto che in
certi momenti della sua travagliatissima fama fu apprezzato prevalentemente per
la sua filosofia del diritto, così come in altri momenti fu celebrato
precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o come campione fra i
maggiori della filosofia della storia, mentre veniva ignorata la sua pur
genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto d'arrivo e il presupposto
logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più vari campi dell'operare
umano». Il pensiero vichiano, le cui prime fonti s'ispirano alla tradizione
filosofica del Seicento che permeava l'ambiente partenopeo, rappresenta un
ponte fra la cultura secentesca e quella settecentesca.[17] Nonostante V. non
sia caratterizzato da audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero
raggiunse – come nota Abbagnano – alcuni risultati fondamentali» che lo
connettono a pieno titolo al Settecento. Tuttavia non può tacersi il carattere
conservatore della filosofia politico-religiosa del V., generato dal turbamento
di chi, assistendo alla fine di un mondo famigliare, non sa scoprire i segni
del sorgere di un nuovo». Ciò è dimostrato dalla giustapposizione del certo
(ossia il peso dell'autorità della tradizione) al vero (ossia lo sforzo
innovatore della ragione) che è il segno di una ricerca di equilibrio estranea
al pensiero illuministico. A tali conclusioni il pensiero vichiano fu condotto
dalla limitatezza della sua gnoseologia e dalla polemica contro il cartesianesimo,
il quale professava, al contrario, l'eliminazione di ogni limite
gnoseologico. Opere Sei Orazioni
Inaugurali (1699-1707) De nostri temporis studiorum ratione (1709) Orazione
Inaugurale del 1708 De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinae
originibus eruenda: Proemium Liber metaphysicus Risposte al giornale dei
letterati Prima risposta Seconda risposta
Institutiones oratoriae De
universis Juris De universis juris uno
principio et fine uno liber unus - include De opera proloquium» De constantia jurisprudentis liber alter Notae in duos libros, alterum De uno universi
juris principio et fine uno», alterum De constantia jurisprudentis» Scienza nuova prima Vici Vindiciae Vita di V. scritta da se
medesimo, (l'Autobiografia» (Supplemento») Scienza nuova seconda De mente heroica Scienza nuova terza Edizioni
Scritti storici, 1939 Giambattista V., Scienza nuova, Scrittori d'Italia
135, Bari, Laterza, 1931. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V.,
Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia 112, Bari, Laterza, 1942. URL
consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V., Scienza nuova seconda. 2,
Scrittori d'Italia 113, Bari, Laterza, 1942. URL consultato il 16 aprile 2015.
Giambattista V., Opere a cura di Fausto Nicolini, Laterza, Bari 1914-40 in otto
volumi: I, 1914, Orazioni inaugurali, De studiorum rationum, De antiquissima
Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati; II, 1936, Diritto
universale; III, 1931, Scienza nuova I; IV, 1928, Scienza nuova II; V, 1929,
Autobiografia, Carteggio, Poesie varie; VI, 1939, Scritti storici; VII, 1940,
Scritti vari e pagine disperse; VIII, 1941, Poesie, Institutiones oratoriae.
Giambattista V., Opere filosofiche a cura di Paolo Cristofolini, Firenze,
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Laterza, 1999. Giambattista V., La scienza nuova - Le tre edizioni del 1725,
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filosofia di Giambattista V., Bari, Laterza. Croce, La filosofia di V., Bari, Laterza Glasersfeld,
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diritto. II: L'età moderna, Editori Laterza, 2001. Nicola Abbagnano, Storia della filosofia,
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Universale Rizzoli. ^ Giambattista V., Principj di scienza nuova, di
Giambattista V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Volume 1,
Francesco d'Amico. Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la
casa, Editore Osanna Venosa V., Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani), Milano,
1947, p. 57. Giambattista V., La scienza
nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 45, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^
Ugo Grozio, Prolegomeni al diritto della guerra e della pace (a cura di Guido
Fassò), cit. p. 16, Morano. V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p.
46, Biblioteca Universale Rizzoli. ^ Giovanni Liccardo, Storia irriverente di
eroi, santi e tiranni di Napoli. ^ V. che si era rivolto inutilmente per
sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale Orsini, poi a papa
Clemente XII, fu costretto a vendere un anello per farla pubblicare. V. scrisse
in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene poiché lo aveva spinto a
riscrivere l'opera in maniera più completa. (Cfr. M. Fubini, V.. Autobiografia,
Torino Einaudi. ^ M. Fubini, V.. Autobiografia, Torino Einaudi 1965. ^ La prima
redazione dell'opera, andata perduta, aveva il titolo di Scienza nuova in forma
negativa. ^ L'Autobiografia fu pubblicata postuma ampliata con una modifica di V.
^ Rivista di studi crociani, Volume 6, a cura della "Società napoletana di
storia patria", . ^ La fondazione "V.", voluta da Marotta,
presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella
Chiesa di San Biagio Maggiore di Napoli, si occupa della promozione del
pensiero vichiano e della gestione di alcuni siti vichiani come il castello
Vargas di Vatolla (Salerno) e la Chiesa di San Gennaro all'Olmo in Napoli. ^
Giambattista V., Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura
delle nazioni, a cura di Giuseppe Ferrari, Società tipografica de' Classici
italiani, Milano 1843, p. 479. ^ Silvestro Candela, L'unità e la religiosità
del pensiero di Giambattista V., Cenacolo Serafico. ^ Inesatto è altresì che V.
terminasse di vivere a più di settantasei anni: mancò nella notte tra il 22 e
il 23 gennaio, a settantacinque anni e sette mesi precisi. ...» in La
Letteratura italiana: Storia e testi, Giambattista V., Ricciardi. ^ La storia
di Giambattista V., su napolitoday. ^ Secondo notizie di stampa diffuse
nell'ottobre 2011, resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei
sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la
salma di Giambattista V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato il 14 novembre
2011 in Internet Archive.) La notizia è stata comunque commentata con prudenza
dagli esperti. ^ Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi),
Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Fausto Nicolini, La giovinezza di
Giambattista V.: saggio biografico, Società editrice Il Mulino, Croce, Nuovi
saggi sul Seicento. ^ Per una silloge di pensieri» del Malvezzi, Politici e
moralisti del Seicento, ediz. Croce-Caramella, Bari, Laterza. ^ V. nel perduto
De equilibrio corporis animantis esponeva una concezione secondo cui
...riponevo la natura delle cose nel moto per il quale, come se fossero
sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte verso il centro
del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza contraria, vengono
respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono
in virtù di sistole e diastole». Secondo un'ipotesi di Benedetto Croce e Fausto
Nicolini l'opera era stata concepita come appendice al Liber physicus e fu
donata in forma manoscritta al suo grande amico, il giurista Domenico Aulisio
tra il 1709 e il 1711. La trattazione di quella teoria di ispirazione
cartesiana e presocratica venne poi inserita più ampiamente nella Vita. ^
Stefania De Toma, Ecco l'origine delle scienze umane: aspetti retorici di una
contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti, in Bollettino del Centro
di Studi Vichiani», (Roma : Edizioni di
Storia e Letteratura, 2011). V., Opere, Sansoni, Firenze ^ V. è considerato da
alcuni interpreti del suo pensiero come il primo costruttivista. Infatti V.
sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi
che in effetti solo Dio conosce veramente il mondo, avendolo creato lui stesso.
Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gli uomini
alcuna pretesa di verità ontologica. (In Paul Watzlawick, La realtà inventata,
Milano, Feltrinelli Per V. la filologia
non è solo la scienza del linguaggio ma anche storia, usi e costumi,
religioni... ecc. dei popoli antichi. ^ L'età degli dei nella quale gli uomini
gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro
comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della
storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in
repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di
superior natura a quella de' lor plebei; e finalmente l'età degli uomini, nella
quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi
celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali
entrambe sono forma di governi umane.» (G. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera).
^ G. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera. ^ Ibidem. ^ La ragion di Stato non è
naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» (Ibidem).
^ Ibidem. ^ Sull'immaginazione nei primitivi secondo la filosofia vichiana si
veda: Paolo Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche,
Firenze University Press, 2002 Archiviato il 2 agosto 2016 in Internet Archive.
^ La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia nei
confronti delle altre attività spirituali fu uno dei meriti che Benedetto Croce
riconobbe al pensiero vichiano: [V.] criticò tutt'insieme le tre dottrine della
poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero
diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a
meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale,
non contiene filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve
le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per
capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed
eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione
della mente umana.» (Benedetto Croce, La
filosofia di V. ^ [qual era quello dei
tempi d'Omero] V., Scienza Nuova, Conclusione. ^ Nel senso di pietas,
sentimento religioso. ^ Rosella Prezzo (a cura di), Ridere la verità. Scena
comica e filosofia, Minima, n. 24, Milano, Cortina. ^ Niccolò Tommaseo, Storia
civile nella letteraria, in Studii, Roma-Torino-Firenze, Loescher, Flora, V.,
in Storia della letteratura italiana. Nuova edizione riveduta e ampliata,
Volume terzo, Il Cinquecento Il Seicento-Il Settecento, Milano, Arnoldo
Mondadori. ^ Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 13,
Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. Bibliografia Il pensiero vichiano rimase
quasi del tutto ignorato dalla cultura europea del XVIII secolo con una
diffusione limitata nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica V. era
poco conosciuto anche se filosofi tedeschi come Johann Gottfried Herder,
chiamato V. tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze con la dottrina
vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello sviluppo della
filosofia. La filosofia di V. comincia
ad essere conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e
italiano: François-René de Chateaubriand e Joseph de Maistre ma,
soprattutto Jules Michelet, Principes de
la philosophie de l'histoire, Parigi 1827 diffonde il pensiero di V. di cui
apprezza la concezione della storia come sintesi di umano e divino. Nella prima metà dell'Ottocento, Auguste
Comte e Karl Marx stimarono la filosofia della storia di V. ma furono i
filosofi italiani, come Antonio Rosmini, e soprattutto Vincenzo Gioberti, che
videro in lui un maestro. ommaseo, V. e il suo secolo, 1843, rist. Torino,
mette in evidenza la grande affinità del pensiero vichiano con quello di
Gioberti. Agostino Maria de Carlo, Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di
Giambattista V. ad uso della gioventù studiosa, Napoli, Tip. Cirillo. Nuove
interpretazioni basate sul principio vichiano del verum ipsum factum
considerano V. un anticipatore del positivismo
Giuseppe Ferrari, Il genio di V., 1837, rist. Lanciano, Carabba, 1916.
C. Cattaneo, Sulla 'Scienza Nuova' di V., Milano, 1946-47. C. Cantoni, V.,
Torino. P. Siciliani, Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia,
Firenze, Civelli, 1871. Recentemente, viene rivalutato il legame stringente fra
il filosofo e l'Illuminismo: Alberto
Donati, Giambattista V.. Filosofo dell'Illuminismo, Ariccia, Aracne. Una spinta
decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come
anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ebbe in Italia a cominciare dagli
studi di Bertrando Spaventa e De Sanctis iniziatori di quella corrente
dottrinale interpretativa che si ritrova soprattutto in Croce e G. Gentile, Studi vichiani, Messina 1915,
rist. Firenze, Sansoni, che ne mette in luce le ascendenze neoplatoniche e
rinascimentali rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista e
interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura
questa, secondo alcuni critici, ripresa da Croce, La filosofia di V., Bari,
Laterza, 1911. che ebbe soprattutto il merito di aver intuito in V. una
definizione dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione
storicistica dello sviluppo dello spirito da cui Croce elimina ogni riferimento
alla trascendenza della Provvidenza vichiana.
Un'accurata ricerca storica su V. fu operata dal crociano Fausto Nicolini, La giovinezza di V., Bari,
Laterza. Fausto Nicolini, La religiosità di V., Bari, Laterza, 1949. Fausto
Nicolini, Commento storico alla seconda 'Scienza nuova', Roma, 1949-50. Fausto
Nicolini, Saggi vichiani, Napoli, Giannini, 1955. Fausto Nicolini, Giambattista
V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Venosa, Osanna. Contrari
all'interpretazione immanentistica della Provvidenza vichiana sono gli studi di
autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza: E. Chiocchietti, La filosofia di G. B. V.,
Milano, Vita e Pensiero, 1935. F. Amerio, Introduzione allo studio di V.,
Torino, SEI, 1946. L. Bellafiore, La dottrina della Provvidenza in G. B. V.,
Bologna, Cedam, 1962. A. Mano, Lo storicismo di V., Napoli. F. Lanza, Saggi di
poetica vichiana, Varese, Magenta. Il dibattito tra le interpretazioni laiche e
cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti dove lo studio del pensiero
vichiano si è dedicato a particolari aspetti della sua dottrina: G. Fassò, I quattro auttori» del V.. Saggio
sulla genesi della Scienza nuova, Milano, Giuffrè, 1949. G. Fassò, V. e Grozio,
Napoli, Guida. Maura Del Serra, Eredità e kenosi tematica della
"confessio" cristiana negli scritti autobiografici di V., in
Sapientia, XXXIII, n. 2, 1980, pp. 186–199. sulla concezione della storia ad
opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del
pensiero vichiano: A. R. Caponigri, Time and Idea, Londra-Chicago 1953, trad.
it. Tempo e idea, Bologna, Pàtron. sulla estetica vichiana gli studi più
notevoli sono quelli di Giovanni A. Bianca, Il concetto di poesia in G.B.V.,
Messina, D'Anna, 1967. Thomas Gilbhard, V.s Denkbild. Studien zur Dipintura der
Scienza Nuova und der Lehre vom Ingenium, Berlin, Akademie Verlag, 2012, ISBN
978-3-05-005209-0. Giuseppe Prestipino, La teoria del mito e la modernità di G.
B. V., in Annali della Facoltà di Palermo», Patella, Senso, corpo, poesia.
Giambattista V. e l'origine dell'estetica moderna, Milano. Guerini, Sini,
Figure vichiane. Retorica e topica della Scienza nuova, Milano, LED. Patella,
Giambattista V. tra Barocco e Postmoderno, Milano, Mimesis. Patella, Ingegno V..
Saggi estetici, Pisa, ETS. sugli aspetti giuridici e sociologici: P. Fabiani,
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2010, pp. 581–582. Winfried Wehle, Sulle vette di una ragione abissale:
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Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Giambattista V.,
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supérieur, de la Recherche et de l'Innovation. Opere riguardanti Giambattista V.,
su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Timothy Costelloe,
Giambattista V., in Edward N. Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of
Philosophy, Center for the Study of Language and Information (CSLI), Università
di Stanford. Bertland, V., su Internet Encyclopedia of
Philosophy. La Scienza nuova, su letteraturaitaliana V. - Opere, su
bibliotecaitaliana. integrali in più volumi dalla collana digitalizzata
"Scrittori d'Italia" Laterza Paolo Fabiani, La filosofia
dell'immaginazione in V. e Malebranche, su academia.edu., Firenze University
Press, Pellegrino, 'La concezione della storia di V., su centrostudilaruna.it.
Centro di Studi Vichiani, su CNR-Consiglio nazionale delle ricerche. Fondazione
Giambattista V., su fondazionegbV..org. Portale V., su giambattistaV..it. V.,
Giambattista', su treccani.it., in Il contributo italiano alla storia del
Pensiero – Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012
Giambattista V., Principj di una scienza nuova di Giambattista V.: d'intorno
alla comune natura delle nazioni, Tip. di A. Parenti, 1847. Portale
Biografie Portale Diritto Portale Filosofia Portale Storia Categorie: Filosofi italiani
del XVII secolo Filosofi italiani del XVIII secolo Storici italiani Storici
italiani Giuristi italiani Giuristi italiani Nati a Napoli Morti a Napoli Filosofi
della storia Ontologisti Filosofi del diritto Accademici dell'Arcadia Professori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico IIMemorialisti italiani[altre]Molte
delle notizie riguardanti la vita di V. sono tratte dalla sua “Autobiografia”,
scritta sul modello letterario delle “Confessioni” d’AGOSTINO.
Dall’autobiografia V. cancella ogni riferimento ai suoi interessi giovanili per
le dottrine atomistiche e per la filosofia di Cartesio, che hanno cominciato a
diffondersi a NAPOLI, ma venneno subito repressi dalla censura delle autorità
civili e religiose, che le consideravano moralmente perniciose e contrari all'indice
dei libri proibiti. Nato da una famiglia di modesta estrazione sociale – il
padre e un libraio – V. e un bambino molto vivace. A causa di una caduta, si
procura una frattura al cranio che gli impede di frequentare la scuola per III
anni e che, pur non alterando le sue capacità mentali, quantunque “il cerusico
ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvissuto stolido,”
contribusce a sviluppare “una natura malinconica ed acre.” Ammesso agli studi
di grammatica presso il collegio massimo dei gesuiti, li abbandona per
dedicarsi al privato approfondimento dei testi di NICOLETTI [vide], il quale,
tuttavia, rivelandosi superiore alle sue capacità, provoca l'allontanamento
dall'attività intellettuale per I anno e mezzo. Ripresa la via degli
studi, V. si reca nuovamente dai gesuiti per seguire le lezioni di RICCI. Rimasto
ancora una volta insoddisfatto, si apparta nuovamente a vita privata per
affrontare la meta-fisica. Successivamente, per secondare il desiderio paterno,
V. e “applicato agli studi legali.” Frequenta per II mesi le lezioni di VERDE,
s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza, senza tuttavia seguirne i corsi, e si
cimenta, come di consueto, in studi di diritto. Conseguita la laurea a SALERNO,
si appassiona subito ai problemi filosofici, segno “di tutto lo studio che ha
egli da porre all'indagamento de’ princìpi del diritto universal.” Lapide nella
casa natale di via San Biagio dei Librai che recita: In questa cameretta nasce V..
Nella sottoposta piccola bottega del padre libraio usa passare le notti nello
studio. Vigilia della sua opera sublime. La città di Napoli pose.” Il periodo
di tempo intercorrente e denominato dell' “auto-perfezionamento.” Difatti,
nonostante l' “Auto-biografia” riporti indietro la data d'inizio del suo
magistero, svolge attività di precettore dei figli del marchese ROCCA presso il
castello di Vatolla nel Cilento e colà, usufruendo della grande biblioteca, ha modo
di studiare l’Accademia di FICINO e PICO. Approfondisce gli studi del Lizio,
nonostante la dichiarata avversione per Aristotele e la scolastica. Legge i
saggi di di BOTERO e di BODIN, scoprendo al contempo TACITO (che divenne un
maestro cui s'ispira la sua filosofia) e la sua “mente metafisica incomparabile
con cui contempla l'uomo qual è.” Affronta per un breve periodo studi di
geometria e pubblica la canzone “Affetti di un disperato,” d'ispirazione
lucreziana (vide LUCREZIO). Erma del V. Ritornato a Napoli, affetto dalla tisi,
rientra nella misera dimora paterna. A causa delle grosse difficoltà
economiche, V. è costretto a tenere ripetizioni di retorica e grammatica. Pubblica
un discorso proemiale a una crestomazia poetica dedicata alla partenza di
Benavides, vice-ré e conte di S. Stefano. Compone un'orazione funebre in
memoria di Cardona, madre del nuovo vice-ré. Tenta vanamente di ottenere un
posto di lavoro come segretario al municipio di Napoli. Vince, con striminzita
maggioranza, il concorso per la cattedra di eloquenza e retorica a Napoli, da
cui non riusce, con suo grande rammarico, a passare a una di diritto. -- è
aggregato all'accademia palatina fondata dal vice-ré Aragón, duca di
Medinaceli. Anche dopo la nomina accademica per il mantenimento del padre e dei
fratelli, totalmente dipendenti da lui, apre uno studio dove dà lezioni di
retorica e di grammatica e impegnarsi a lavorare su commissione alla stesura di
poesie, epigrafi, orazioni funebri, e panegirici. Può finalmente prendere in
affitto in V.lo dei Giganti una casa di tre camere, sala, cucina, loggia e
altre comodità, come rimessa e cantina e sposar e avere VIII figli. Da quel
momento non ha più la tranquillità necessaria per condurre gli studi, ma prosegue
ugualmente le sue meditazioni tra lo strepitio de' suoi figlioli. A questo
periodo risale, inoltre, la conoscenza con DORIA (vide) e l'incontro con la
filosofia di Bacone. Il governo partenopeo gli commissiona la scrittura del “Principum
neapolitanorum coniuratio” e in una cena a casa di DORIA, espone le sue idee
sulla filosofia della natura che lo conduceno alla composizione del “Liber
physicus.” Pronunzia in latino le VI orazioni inaugurali, ossia le prolusioni
all'anno accademico e, se ne aggiunge una VII, più ampia e importante, “De
nostri temporis studiorum ratione,” la quale si concentra molto sul metodo
degli studi giuridici, poiché sempre ha la mira a farsi merito con l'università
nella giurisprudenza per altra via che di leggerla ai giovinetti. Nel “De
ratione”, inoltre, è contenuta la critica al razionalismo di Cartesio e
l'elogio dell'eloquenza, della retorica, della fantasia, nonché dell’ingegno produttore
della META-FORA. L'insieme delle prolusioni universitarie sono rielaborate
per essere raccolte in “De studiorum finibus naturae humanae convenientibus”. È
aggregato all'accademia dell'Arcadia e pubblica il primo libro dell'opera
dedicata a DORIA, “De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae
originibus eruenda,” recante il sottotitolo “Liber primus sive metaphysicus.” Accanto
al “Liber Meta-Physicus,” l'opera comprender anche il “Liber Physicus” e un mai
compost, “Liber Moralis.” Un anonimo recensisce l'opera nel “Giornale de'
letterati d'Italia”, cui segue la risposta del V., accompagnata dal ristretto o
ri-assunto del “Liber Meta-Physicus”. Aseguito di nuove obiezioni prodotte
dall'anonimo recensore, replica con una Risposta II. Pubblica un trattatello
sulle febbri ispirato alle bozze del “Liber Physicus”, recante il titolo di “De
aequilibrio corporis animantis.” Inoltre, si dedica alla stesura del “De rebus
gestis Antonii Caraphaei,” una biografia del maresciallo Carafa. Durante i lavori
di questa opera biografica, V. si dedica alla ri-lettura del suo quarto
auttore», Grozio, cui dedicha un commento al “De iure belli ac pacis”.
L'incontro di V. con la filosofia di Ugon capo» ha un'importanza decisiva per
il suo sviluppo filosofico. Da quel momento, il suo interesse e completamente
assorbito dai problemi storici e giuridici. L'idea dell'esistenza di un'umanità
ferina e primitiva, dominata solamente dal senso e dalla fantasia, ed entro cui
si producono gl’ordini civili divenne centrale in tutta la sua filosofia. Vide
la luce un'opera di filosofia del diritto, intitolata “De uno universi iuris
principio et fine uno”, seguita dallo saggio “De constantia iurisprudentis,” diviso
in II parti, “De constantia philosophiae” e “De constantia philologiae,” e che,
nonostante il titolo si riferisca alla tematica giuridica, è meno incentrato
sull'argomento rispetto al “De uno”. Benché le due opere si differenzino, segno
di un rapido sviluppo della sua filosofia, è d'uso considerarli, come invero
fece anche V., insieme alle notae aggiunte e le sinopsi premesse al saggio,
sotto l'unico titolo di “Diritto universale”. S'iscrive al concorso per
ottenere la cattedra di diritto civile a Napoli e commenta un passo delle “Quaestiones
di Papiniano “davanti a un collegio di giudici, ma, con suo grande scorno, il
posto e assegnato a GENTILE. Dopo la fama ottenuta dalla pubblicazione della “Scienza
Nuova”, ottenne da Carlo III, la carica di storiografo regio. Tanto nuova e la
sua dottrina che la cultura del tempo non puo apprezzarla. Così che V. rimanda appartato
e quasi del tutto sconosciuto negl’ambienti filosofici, dovendosi accontentare
di una cattedra di secondaria importanza a Napoli che lo mantene inoltre in
tali ristrettezze economiche che per pubblicare il suo capolavoro, la “Scienza
Nuova”, dovette toglierne alcune parti in modo che risultasse meno costoso per
la stampa. Alle difficoltà economiche vissute per la pubblicazione dell'opera
sua, che inficiarono la sua notorietà nel seno dell'accademia partenopea, s’accompagna
una prosa involuta, pertanto di difficile penetrazione. Prima della “Scienza
Nuova” V. scrive la prolusione inaugurale “De nostri temporis studiorum
ratione,” il “De antiquissima italorum sapientia, EX LINGUAE LATINAE originibus
eruenda” a cui si devono aggiungere le II risposte al “Giornale dei letterati
di Venezia” che critica la sua filosofia, il “De uno universi iuris principio
et fine uno” e il “De costantia iurisprudentis”. Afflitto da difficoltà e
disgrazie familiari, V. incomincia a scrivere la sua “Autobiografia” pubblicata
a Venezia. Vengono pubblicati i “Principii di una scienza nuova intorno alla
natura delle nazioni.” Alla “Scienza nuova” lavora per tutto il corso della sua
vita, con un’edizione integralmente ri-scritta anche a seguito delle critiche
ricevute (cui aveva risposto nelle “Vici Vindiciae”) e, infine, rivista
completamente, senza grandi modifiche, per la edizione III, pubblicata pochi
mesi dopo la sua morte da suo figlio che lo aveva sostituito nell'insegnamento
accademico. La morte [incominciarono a crescere] quei malori che fin dai suoi
più floridi anni l’avevano debilitato. Comincia adunque ad essere indebolito in
tutto il sistema nervoso in guisa che a stento poteva camminare e, quel che più
lo affligea, e di vedersi ogni giorno infiacchire la reminiscenza. Il fiaccato
corpo anda in seguito ogni giorno più a debilitarsi in guisa che perde quasi
interamente la memoria fino a dimenticare gl’oggetti a sé più vicini ed a
scambiare i nomi delle cose più usuali. Affetto probabilmente dalla malattia di
Alzheimer, all'epoca non ancora descritta scientificamente, negl’ultimi anni
non riconosceva più i suoi stessi figli e e costretto ad allettarsi. Solo in
punto di morte ri-acquista la coscienza come svegliandosi da un lungo sonno. Chiese
i conforti religiosi e recitando i salmi di Davide muore. Per la celebrazione
delle esequie nasce un contrasto tra i confratelli della congregazione di S. Sofia,
alla quale V. era iscritto, e i professori di Napoli su chi dovesse tenere i
fiocchi della coltre mortuaria. Non giungendo ad un accordo il feretro, che era
stato calato nel cortile, e abbandonato dei membri della congregazione e e riportato
in casa. Da lì finalmente, accompagnato dai colleghi dell'università, e sepolto
nella chiesa dei padri dell'oratorio detta dei Gerolamini in Via dei Tribunali.
Nell'ambiente culturale napoletano, molto interessato alle nuove dottrine
filosofiche, V. ha modo di entrare in rapporto con il pensiero di Cartesio,
Hobbes, Gassendi, Malebranche e Leibniz anche se i suoi autori di riferimento
risalivano piuttosto alle dottrine neo-platoniche dell’accademia, rielaborate
dalla filosofia rinascimentale di FICINO e PICO, aggiornate dalle moderne
concezioni scientifiche di Bacone e GALILEI e del pensiero giusnaturalistico
moderno di Grozio e Selden. Dal Portico di MALVEZZI riprende l'intuizione che
il corso storico sia retto da una sua logica interna. Questa varietà di
interessi fa pensare alla formazione di un pensiero eclettico in V. che invece
giunse alla formulazione di un'originale sintesi tra una razionalità
sperimentatrice e la tradizione platonica, accademica, e religiosa. “De
antiquissima Italorum sapientia” consta di tre parti: il “Liber Meta-Physicus”,
che usce senza l'appendice riguardante la logica che, nella sua intenzione,
avrebbe dovuto avere; il “Liber Physicus”, che pubblica sotto forma di opuscolo
col titolo “De aequilibrio corporis animantis”, che anda smarrito, ma
ampiamente riassunto nella Vita; e infine il “Liber moralis”, di cui non abbozza
nemmeno il testo. Nel “De antiquissima” V., considerando il linguaggio come
oggettivazione del pensiero, è convinto che dall'analisi etimologica di alcune
parole si possano rintracciare originarie forme del pensiero. Applicando questo
metodo, risale ad un antico sapere filosofico delle popolazioni italiche. Il
fulcro di queste arcaiche concezioni filosofiche è la convinzione antichissima
che “Latinis verum et factum reciprocantur, seu, ut scholarum vulgus
loquitur, convertuntur” -- che cioè il criterio e la regola del vero consiste
nell'averlo fatto. Per cui possiamo dire ad esempio di conoscere le
proposizioni matematiche perché siamo noi a farle tramite postulati,
definizioni. Ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo la natura, perché
non siamo noi ad averla creata. Conoscere una cosa significa
rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento del
Lizio, veramente la scienza è “scire per causas.” Ma questi elementi primi li
possiede realmente solo chi li produce, “provare per cause una cosa equivale a
farla”. Il principio del “verum ipsum factum” non e una nuova e originale
scoperta di V. E già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che
richiede l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico
che, tramite la tradizione scotista, e presente nella cultura filosofica
napoletana del tempo di V. La tesi fondamentale di queste concezioni
filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che
tale cosa produce. Il principio del verum-factum, proponendo la dimensione
fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo di
Cartesio che inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza della
storia umana, che non può essere analizzata solo in astratto, perché essa ha
sempre un margine di imprevedibilità. Si serve, però, di quel principio
per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia di Cartesio trionfante in quel periodo. Il cogito di
Cartesio infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol
dire conoscenza della natura del mio essere. Coscienza non è conoscenza. Avrò
coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho
solo riconosciuto. L'uomo può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e
infine in senso assoluto, se sia. A sostegno della sua argomentazione escogita
un certo genio ingannatore e maligno. Ma è assolutamente impossibile che uno
non sia conscio di pensare, e che da tale coscienza non concluda con certezza
che egli è. Pertanto Cartesio svela che il primo vero è questo, Penso dunque
sono. --“De antiquissima Italorum sapiential” in “Opere filosofiche,” a cura di
Cristofolini (Firenze, Sansoni). Il criterio del metodo di Cartesio
dell'evidenza procura dunque una conoscenza chiara e distinta, che però non è
scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva,
dell'essere umano e della natura solo il divino, creatore di entrambi, possiede
la verità. Mentre quindi la mente umana procedendo astrattamente nelle
sue costruzioni, come accade per la matematica, la geometria crea una realtà
che le appartiene, essendo il risultato del suo operare, giungendo così a una
verità sicura, la stessa mente non arriva alle stesse certezze per quelle
scienze di cui non può costruire l'oggetto come accade per la meccanica, meno
certa della matematica, la fisica meno certa della meccanica, la morale meno
certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le
facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare. I
latini diceno che la mente è data, immessa negl’uomini dagli dei. È dunque
ragionevole congetturare che gl’autori di queste espressioni abbiano pensato
che le idee negl’animi umani siano create e risvegliate dal divino. La mente
umana si manifesta pensando, ma è il divino che in me pensa, dunque nel divino
conosco la mia propria mente. Il valore di verità che l'uomo ricava dalle
scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è garantito dal fatto che
la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica un’attività che appartiene
in primo luogo al divino. La mente dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in
cui imita la mente, le idee, del divino, partecipando metafisicamente ad
esse. Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono ad opera di
quella facoltà che V. chiama “ingegno” che è la facoltà propria del conoscere per
cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose. L'ingegno è lo
strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo di Cartesio,
per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso
gl’esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del
fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano e la
contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso
l'errore. Il divino mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando
erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto
l'apparenza dei beni. Vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti,
ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito. Contro la Scessi sostiene
che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico. Il
chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo
soltanto in relazione ai corpi opachi. Tale è lo splendore del vero metafisico
non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio
infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè
formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico. Il sapere
metafisico non è il sapere in assoluto. Esso è superato dalla matematica e
dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni verità, che
da lei discende in tutte le altre scienze. Vi è dunque un primo vero,
comprensione di tutte le cause, originaria spiegazione causale di tutti gli
effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a tutti i
corpi e che quindi si identifica con divino. Nel divino sono presenti le forme,
simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina. Il primo
vero è nel divino, perché il divino è il primo facitore (primus factor);
codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è
compiutissimo, poiché mette dinanzi al divino, in quanto li contiene, gli
elementi estrinseci e intrinseci delle cose. Se l'uomo non può considerarsi
creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che
rimandano ad essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia
un'attività creatrice che gli appartiene questo mondo civile egli
certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne
debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima
mente umana. L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà
umana. Nella storia, l'uomo verifica il principio del “verum ipsum factum” creando
così una scienza nuova che ha un valore di verità come la matematica. Una
scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e,
rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia rappresenta la
scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa
mente umana che ha fatto quelle cose. La definizione dell'uomo, della sua mente
non può prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a
un'astrazione. La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola
al suo divenire storico. È assurdo credere, come fa Cartesio o i ne-oplatonici,
che la ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni
condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene la
scienza del vero. La filologia osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde
viene la coscienza del certo. Questa medesima degnità o assioma dimostra aver
mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con
l'autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro
autorità con la ragion dei filosofi. Ma la filologia da sola non basta, si
ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla
filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di
complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Compito
della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei
principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante,
fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di una legge che ne sia a
fondamento com'è per tutte le altre scienze. Poiché questo mondo di nazioni
egli è stato fatto dagl’uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità
convenuto e tuttavia vi convengono tutti gl’uomini; poiché tali cose ne
potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni
scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni. La
storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi
universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono
costantemente allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per
la nascita e il mantenimento delle nazioni. Rifarsi alla mente umana per
comprendere la storia non è sufficiente. Si vedrà, attraverso il corso degli
avvenimenti storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un principio
superiore ad essa che la regola e la indirizza ai suoi fini che vanno al di là
o contrastano con quelli che gli uomini si propongono di conseguire; così
accade che, mentre l'umanità si dirige al perseguimento di intenti
utilitaristici e individuali, si realizzino invece obiettivi di progresso e di
giustizia secondo il principio della eterogenesi dei fini. Pur gli uomini
hanno essi fatto questo mondo di nazioni, ma egli è questo mondo, senza dubbio,
uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre
superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti. La storia
umana in quanto opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e
per la guida degli eventi storici ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è
guidato dalla provvidenza che prepone alla storia divina. Secondo V. il
metodo storico dove procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli
antichi poiché i parlari volgari debono essere i testimoni più gravi degl’antichi
costumi de' popoli che si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue,
e quindi tramite lo studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico
delle nazioni civili. Questo metodo ha fatto identificare nella storia
una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene evolvendosi in tre
età: l'età degli dei, nella quale gli uomini gentili credettero vivere
sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gl’auspici e gli
oracoli; l'età degl’eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche;
l'età degl’uomini nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana.
La storia umana, secondo V., inizia con il diluvio universale, quando gl’uomini,
giganti simili a primitivi "bestioni", vivevno vagando nelle foreste
in uno stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale e conseguenza del
peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della provvidenza divina
che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti
che scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e
creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si
nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore
dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e
pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le
famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli
antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra. L'uscita
dallo stato di ferinità quindi avviene: per la nascita della religione,
nata dalla paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del
vivere ordinato, per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere
umano con la formazione della famiglia e per l'uso della sepoltura dei morti,
segno della fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie.
Della prima età sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti
su cui basarsi. Infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché
erano muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degl’eroi ha
inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno
per la sopravvivenza. Sorsero la città guidata dalle prime organizzazioni
politiche dei signori, gl’eroi che con la forza e in nome della ragion di
stato, conosciuta solo da loro, comandano su i servi che, quando rivendicano i
propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini
nobiliari, danno vita allo stato aristo-cratico che caratterizza il secondo
periodo della storia umana. In questa seconda, dove predomina la
fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e poetici. Infine, la
conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo alla età degl’uomini e
alla formazione del stato popolari (res pubblica) basato sul diritto umano
dettato dalla ragione umana tutta spiegata. Sorge quindi uno stato non
necessariamente demo-cratico ma che puo essere pure monarchico poiché
l'essenziale è che rispetta la ragione naturale, che eguaglia tutti. La legge
delle tre età costituisce la storia ideale eterna sopra la quale corrono in
tempo le storie di nostra nazione. Il popolo conforma il suo corso storico a
questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni singolo uomo che
necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla
fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età adulta. Gl’uomini
prima sentono senza avvertire. Dappoi avvertiscono con animo perturbato e
commosso. Finalmente riflettono con mente pura. Se nella storia pur tra le
violenze, i disordini, appare un ordine e un progressivo sviluppo ciò è dovuto all'azione
della provvidenza che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che
si presenta in modo diverso nelle tre età. Nella prima età degl’eroi, il vero
si presenta come certo gl’uomini che non sanno il vero delle cose procurano
d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la
scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza. Questa certezza non viene
all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso
comune, condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione,
comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una
nazione o da tutto il genere umano. Vi è poi, nella seconda età della storia e
dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che V.
define poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale
ma molto vicino alla poesia che alle cose insensate dà senso e passione, ed è
proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e,
trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa
degnità filologica-filosofica ne appruova che gl’uomini del mondo fanciullo,
per natura, furono sublimi poeti. Se vogliamo quindi conoscere la storia del
antico popoli romano dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro
cultura. Il mito o la leggenda infatti non è solo una favola e neppure una
verità presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità di per sé
elaborata dagl’antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si servano di
universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentano modelli ideali
universali. I antichi romani non definano razionalmente la prudenza ma
raccontarono di ENEA, modello universale fantastico dell'uomo prudente. V.
si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto è autonoma come forma
espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la
metafora, la metonimia, e la sineddoche, sono stati erroneamente ritenuti
strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base. Invece, la
poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono necessari
modi di spiegarsi della nazione romana poetica. La poesia ha una funzione
rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini. La lingua
romana non ha quindi un'origine convenzionale. Questo presupporrebbe un uso
tecnico. Ma la lingua romana sorge invece spontaneamente come poesia. Poiché il
linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto il
popolo romano, arriva alla discoverta dell’epica, l'espressione del patrimonio
culturale comune di tutto il popolo romano. È comunque da respingere la
interpretazione platonica dell’epica come filosofia, -- l’epica e fornita di
una sublime sapienza riposte. Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è
certamente opera d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né
da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella
truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose
battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie
d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'epica romana.
La sapienza antica ha per contenuto principi di giustizia e ordine necessari
per la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi
diversi a seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione.
Questo vuol dire che la sapienza, la verità, si manfesta in forme diverse
storicamente ma che essa come verità eterna è al di sopra della storia che di
volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella
storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello
divino: nel fare umano si manifesta il vero divino e il vero umano si
realizza tramite il fare divino: la provvidenza, legge trascendente della
storia, che opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo
non comporta una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero
che la provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e
primitivi, per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani
dell'uomo, affidato alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come
sostengono gli stoici e gl’epicurei che niegano la provvedenza, quelli
facendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa
tenendo conto della libera volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi,
possono anche farla regredire. Gl’uomini prima sentono il necessario; dipoi
badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel
piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar
di sostanze. A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento
della provvidenza che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da
cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello
superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una sia pur minima eredità, la
strada precedente. Paradossalmente la criticità del progresso storico appare
proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare
e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della provvidenza che
si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il
consenso della ragione tutta spiegata che si sostituisce alla religione: Così
ordenando la provvedenza: che non avendosi appresso a fare più per sensi di
religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la
filosofia le virtù nella lor idea. La ragione infatti, pur con la filosofia,
custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può
tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli
stolti dotti a calunniare la verità. La ragione non crea la verità,
poiché non può fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare
astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione
ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è
ispirata dalla verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la
mente umana da sola non basta poiché occorre la provvidenza che indichi la
verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi
essa deve custodirla. Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da
finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo
studio della pietà, e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.
Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce
del genere umano. Gl’uomini popolari, i progressisti di quel tempo, sono CAPUA,
DORIA, e CALOPRESO, che stano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui
e un re-trivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la
coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra
ancella. Resiste. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resiste a
Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui pensieri sono lumi sparsi, a Grozio, a
Puffendorfio, a Locke, il cui saggio e la metafisica del senso. Resiste, ma li
studia più che facessero i novatori. Resiste come chi sente la sua forza e non
si lascia sopraffare. Accetta i problemi, combattea le soluzioni, e le cerca
per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. E la resistenza della coltura
italiana, che non si lascia assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma
resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. E il
re-trivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in
prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa e la resistenza di
V. E un moderno e si sente e si crede antico, e resistendo allo spirito nuovo,
riceveva quello entro di sé. SANCTIS. Fintanto che e in vita la portata e la
ricezione critica del suo pensiero sono circoscritte quasi unicamente agl’ambienti
intellettuali della propria città, trovando poi un ben più vasto seguito. Affermatasi
la fama del pensiero vichiano, esso e conteso dalle più disparate correnti
filosofiche: dal pensiero cristiano -- nonostante l'iniziale rifiuto --, dagl’idealisti
-- dai quali fu proclamato precursore dell'immanentismo hegeliano --, dai
positivisti, e persino da diversi marxisti. V. è ben più di un semplice
filosofo tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama e
apprezzato prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri
momenti e celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o
come campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre venne
ignorata la sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto
d'arrivo e il presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più
vari campi dell'operare umano. Il pensiero vichiano, le cui prime fonti
s'ispirano alla tradizione filosofica che permea l'ambiente partenopeo della
sua epoca, rappresenta un ponte. Nonostante V. non sia caratterizzato
dall'audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota ABBAGNANO
– alcuni risultati fondamentali che lo connettono a pieno titolo alla riforma.
Tuttavia, non può tacersi il carattere conservatore della sua filosofia
politico-religiosa, generato dal turbamento di chi, assistendo alla fine di un
mondo famigliare, non sa scoprire i segni del sorgere di un nuovo. Ciò è
dimostrato dalla giustapposizione del certo – ossia, il peso dell'autorità
della tradizione -- al vero – ossia, lo sforzo innovatore della ragione -- che
è il segno di una ricerca di equilibrio estranea all’illuminismo. A tali
conclusioni il pensiero vichiano e condotto dalla limitatezza della sua
gnoseologia e dalla polemica contro Cartesio, il quale professa, al contrario,
l'eliminazione di ogni limite gnoseologico. Altri saggi: “VI Orazioni
Inaugurali”: “De nostri temporis studiorum ratione”: “Orazione Inaugurale”;
“Proemium”; “Risposte al giornale dei letterati Prima risposta”; “Seconda
risposta”; “Institutiones oratoriae”; “De universis Juris”; “De universis juris
uno principio et fine uno liber unus - include “De opera proloquium”; “De
constantia jurisprudentis liber alter”; “ Notae in II libros, alterum De uno
universi juris principio et fine uno, alterum De constantia jurisprudentis”;
“Scienza nuova prima”; “Vici vindiciae”; “Vita di V. scritta da se medesimo,
(l'Autobiografia» (Supplemento») Scienza nuova seconda, De mente heroica,
Scienza nuova terza. Edizioni: Scritti storici, V., Scienza nuova, Scrittori
d'Italia, Bari, Laterza, V., Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia, Bari,
Laterza, V., Scienza nuova seconda. Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V.,
Opere a cura di Nicolini, Laterza, Bari, Orazioni inaugurali, De studiorum
rationum, De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei
letterati; Diritto universale, Scienza nuova; Scienza nuova, Autobiografia,
Carteggio, Poesie varie; Scritti storici; Scritti vari e pagine disperse;
Poesie, Institutiones oratoriae. V., Opere filosofiche a cura di Cristofolini,
Firenze, Sansoni. V., Opere giuridiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni.
V., Institutiones oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di
Crifò, Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa. Il pensiero vichiano rimase
quasi del tutto ignorato dalla cultura europea con una diffusione limitata
nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica V. e poco conosciuto anche se
filosofi tedeschi come Herder, chiamato V. tedesco, e Hegel presentano delle
somiglianze con la dottrina vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia
nello sviluppo della filosofia. La filosofia di V. comincia ad essere
conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano:
Chateaubriand e Maistre ma, soprattutto Michelet, “Principes de la
philosophie de l'histoire” (Parigi) diffonde il pensiero di V. di cui apprezza
la concezione della storia come sintesi di umano e divino. Comte e Marx
stimarono la filosofia della storia di V. Ma furono i filosofi italiani, come SERBATTI,
e soprattutto GIOBERTI, che videro in lui un maestro. Tommaseo, V. e il
suo secolo, rist. Torino mette in evidenza la grande affinità del pensiero
vichiano con quello di GIOBERTI. Carlo, “Istituzione Filosofica secondo i
Princìpj di V.” (Napoli, Cirillo). Nuove interpretazioni basate sul principio
vichiano del verum ipsum factum considerano V. un anticipatore del positivismo.
FERRARI, Il genio di V., rist. Carabba, CATTANEO, Sulla 'scienza nuova' di V.”
(Milano); CANTONI, “V.” (Torino); Siciliani, “Sul rinnovamento della filosofia
positiva in Italia” (Civelli Firenze). Viene rivalutato il legame stringente
fra il filosofo e l’illuminismo. Donati, “V., filosofo dell'Illuminismo” (Aracne).
Una spinta decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano
come anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ha in Italia a cominciare dagli
studi di SPAVENTA e SANCTIS iniziatori di quella corrente dottrinale
interpretativa che si ritrova soprattutto in CROCE e GENTILE, Studi
vichiani, Messina, rist. Sansoni Firenze che ne mette in luce le ascendenze neo-platoniche
e rinascimentali, rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista, e
interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura
questa, secondo alcuni critici, ripresa da CROCE, “La filosofia di V.” (Laterza,
Bari) che ha soprattutto il merito di aver intuito in V. una definizione
dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione storicistica
dello sviluppo dello spirito da cui CROCE elimina ogni riferimento alla
trascendenza della provvidenza vichiana. Un'accurata ricerca storica su V.
e operata dal crociano Nicolini, “V.” (Laterza, Bari); Nicolini, “La
religiosità di V.” (Laterza, Bari); Nicolini, Commento storico alla seconda
'Scienza Nuova (Roma); Nicolini, Saggi vichiani (Giannini, Napoli); Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli,
la casa” (Osanna Venosa). Contrari all'interpretazione immanentistica della provvidenza
vichiana sono gli studi di autori cattolici che ne mettono invece in risalto la
trascendenza: Chiocchietti, La filosofia di V., Vita e Pensiero, Milano,
Amerio, Introduzione allo studio di V., SEI, Torino, Bellafiore, “La dottrina
della provvidenza in V., Milani, Bologna, A. Mano, “Lo storicismo di V.” (Napoli);
Lanza, Saggi di poetica vichiana, Magenta, Varese, Il dibattito tra le
interpretazioni laiche e cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti
dove lo studio del pensiero vichiano si è dedicato a particolari aspetti della
sua dottrina: Fassò, I quattro auttori» del V.. Saggio sulla genesi della
Scienza nuova” (Milano, Giuffrè), non esistente. Fassò, V. e Grozio, Napoli,
Guida, Serra, Eredità e kenosi tematica della "confessio" cristiana
negli scritti autobiografici di V., in Sapientia, sulla concezione della storia
ad opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del
pensiero vichiano: Caponigri, Tempo e
idea, Pàtron, Bologna, sulla estetica vichiana gli studi più notevoli sono
quelli di Bianca, Il concetto di poesia in V., D'Anna, Messina, Prestipino, "La teoria
del mito e la modernità di V.", Annali della facoltà di Palermo, sugl’aspetti
giuridici e sociologici: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e
Malebranche, Firenze, Donati, Nuovi
studi sulla filosofia civile (Firenze); Bellafiore, Il diritto naturale (Milano);
Pasini, Diritto, società e stato in V., Jovene, Napoli, Giannantonio,
"Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano (Carabba, Lanciano);
Leone, [rec. al vol. di] Giannantonio, "Oltre V. - L'identità del passato
a Napoli e Milano” (Carabba. Lanciano, in Misure critiche, La Fenice, Salerno,
e in "Forum Italicum", Wehle, Sulle vette di una ragione abissale: V.
e l'epopea di una 'Scienza Nuova'. In: Battistini e Guaragnella, V. e
l'enciclopedia dei saperi. - Lecce: Pensa multimedia (Mneme). Croce, La
filosofia di V., Bari, Laterza, Consiglia, Napoli, Editoria clandestina e
censura ecclesiastica a Napoli, in Rao, Editoria e cultura a Napoli, Napoli:
Liguori, Adorno, Gregory, Verra, Storia della filosofia, Laterza, V., La
scienza nuova (a cura di Rossi), Biblioteca Universale Rizzoli, V., Ferrari, La
scienza nuova (a cura di Rossi), Tip. de' Classici Italiani, Cioffi ed altri, I filosofi e le idee,
Mondadori, Armando, Sanna, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero –
Politica, Enciclopedia Italiana Treccani, Adorno, Gregory, Verra, Storia della
filosofia (Laterza); Fassò, Storia della filosofia del diritto (Laterza); Abbagnano,
Storia della filosofia (L'Espresso); V., La scienza nuova (Rizzoli); V.,
Principj di scienza nuova, di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni,
Amico, Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la
casa, Osanna Venosa, V. Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani, Milano); V., La
scienza nuova (a cura di Rossi), Rizzoli, Grozio, Prolegomeni al diritto della
guerra e della pace (a cura di Fassò), Morano, V., La scienza nuova (Rizzoli); Liccardo,
Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli. V. che si era
rivolto inutilmente per sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale
Orsini, poi a Papa Clemente XII, e costretto a vendere un anello per farla
pubblicare. V. scrisse in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene
poiché lo aveva spinto a riscrivere l'opera in maniera più completa. Cfr.
Fubini, V. Autobiografia (Torino Einaudi). La prima redazione dell'opera,
andata perduta, ha il titolo di Scienza nuova in forma negative. L'Autobiografia
e pubblicata postuma ampliata con una
modifica di V.. RIVISTA DI STUDI CROCIANI, a cura della Società
napoletana di storia patria, La fondazione V. voluta da Marotta, presidente
dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella Chiesa di S. Biagio
Maggiore, Napoli, si occupa della promozione del pensiero vichiano e della
gestione di alcuni siti vichiani come il castello Vargas di Vatolla (Salerno) e
la Chiesa di S. Gennaro all'Olmo in Napoli. V., Principi di una scienza nuova
d'intorno alla comune natura delle nazioni, a cura di Ferrari, Società
tipografica de' Classici italiani, Milano. Candela, L'unità e la religiosità
del pensiero di V., Serafico, Inesatto è altresì che V. terminasse di vivere a
più di settantasei anni. Per contrario, manca ai vivi nella notte e a
settantacinque anni e sette mesi precisi, in La Letteratura italiana: Storia e
testi, V., Ricciardi. La storia di V., su napolit oday. Secondo notizie di
stampa diffuse resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei
sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la
salma di V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato in Internet Archive. La
notizia è stata comunque commentata con prudenza dagl’esperti. La scienza
nuova, Biblioteca Universale Rizzoli. Nicolini, V.: saggio biografico (Il
Mulino), CROCE, Nuovi saggi. Per una silloge di pensieri di MALVEZZI, Politici
e moralisti, ediz. CROCE-CARAMELLA, Bari, Laterza. V. nel perduto De equilibrio
corporis animantis espone una concezione secondo cui riponevo la natura delle
cose nel moto per il quale, come se fossero sottoposte alla forza di un cuneo,
tutte le cose vengono spinte verso il centro del loro stesso moto e, invece,
sotto l'azione di una forza contraria, vengono respinte verso l'esterno; e
sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono in virtù di sistole e diastole.
Secondo un'ipotesi di Croce e Nicolini l'opera e stata concepita come appendice
al “Liber Physicus” ed e donata in forma manoscritta al suo grande amico,
Aulisio. La trattazione di quella teoria di ispirazione cartesiana e pre-socratica
venne poi inserita più ampiamente nella Vita. Toma, Ecco l'origine
delle scienze umane: aspetti retorici di una contesa intorno al De antiquissima
italorum sapienti, Bollettino del CENTRO DI STUDI VICHIANI (Roma: Edizioni di
storia e letteratura). Opere, Sansoni, Firenze -- è considerato da
alcuni interpreti della sua filosofia come il primo ‘costruttivista’. Infatti, V.
sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi
che in effetti solo il divino conosce veramente il mondo, avendolo creato lui
stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gl’uomini
alcuna pretesa di verità ontologica. Watzlawick, La realtà inventata (Milano,
Feltrinelli) Per V. la filologia non è solo la scienza del
linguaggio ma anche storia, usi e costumi, e religioni dei popoli antichi.
L'età degli dei nella quale gl’uomini gentili credettero vivere sotto divini
governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che
sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale
dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi
rifiutata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei. Finalmente,
l'età degl’uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura
umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie,
le quali entrambe sono forma di governi umane. V., Scienza Nuova, Idea
dell'Opera. La RAGION DI STATO non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da
pochi pratici di governo. Degnità. Sull'immaginazione nei primitivi secondo la
filosofia vichiana si veda: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e
Malebranche, La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia
nei confronti delle altre attività spirituali e uno dei meriti che CROCE riconosce
al pensiero vichiano. V. critica tutt'insieme le tre dottrine della poesia come
esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero diletto, e
come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a meno. La
poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale, non
contiene filosofemi. I filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le
hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per
capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed
eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione
della mente umana. CROCE, La filosofia di V. -- qual era quello dei tempi
d'Omero. V., Scienza Nuova, Conclusione Nel senso di pietas,
sentimento religioso. V., La scienza nuova (Biblioteca Universale
Rizzoli). CROCE NICOLINI Storicismo Filosofia della storia Filologia. su
Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., su sapere, De Agostini. V., su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Battistini, V., in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Bertland, La Scienza nuova su letteratura italiana Opere, su biblioteca italiana
integrali in più volumi dalla collana
"Scrittori d'Italia" Laterza, Fabiani, La filosofia
dell'immaginazione in V., su academia, Firenze, Pellegrino, 'La concezione
della storia di V., su centro studi LA RUNA it. CENTRO DI STUDI VICHIANI, su
Consiglio nazionale delle ricerche. Fondazione V., su Fondazione gbV. Portale V.,
su giambattist aV.. u treccani., in Il contributo italiano alla storia del
Pensiero, Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V., Principj di
una scienza nuova di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Tip. di A.
Parenti. Italian
philosopher. Grice: “The Italians revere him so much that his emblem is on one
of their stamps!”“It would be as having Ryle on one of ours!” V.: He is so beloved by the
Italians “that they made a stamp of him.”Grice. cited by H. P. Grice, “V. and
the origin of language.” Philosopher who founded modern philosophy of history,
philosophy of culture, and philosophy of mythology. He was born and lived all
his life in or near Naples, where he taught eloquence. The Inquisition was a
force in Naples throughout V.’s lifetime. A turning point in his career was his
loss of the concourse for a chair of civil law. Although a disappointment and
an injustice, it enabled him to produce his major philosophical work. He was
appointed royal historiographer by Charles of Bourbon. V.’s major work is “La
scienza nuova” completely revised in a second, definitive version.
He published three connected works on jurisprudence, under the title Universal
Law; one contains a sketch of his conception of a “new science” of the historical
life of nations. V.’s principal works preceding this are On the Study Methods
of Our Time, comparing the ancients with the moderns regarding human education,
and On the Most Ancient Wisdom of the Italians, attacking the Cartesian
conception of metaphysics. His Autobiography inaugurates the conception of
modern intellectual autobiography. Basic to V.’s philosophy is his principle
that “the true is the made” “verum ipsum factum”, that what is true is
convertible with what is made. This principle is central in his conception of
“science” scientia, scienza. A science is possible only for those subjects in
which such a conversion is possible. There can be a science of mathematics,
since mathematical truths are such because we make them. Analogously, there can
be a science of the civil world of the historical life of nations. Since we
make the things of the civil world, it is possible for us to have a science of
them. As the makers of our own world, like God as the maker who makes by
knowing and knows by making, we can have knowledge per caussas through causes,
from within. In the natural sciences we can have only conscientia a kind of
“consciousness”, not scientia, because things in nature are not made by the
knower. V.’s “new science” is a science of the principles whereby “men make
history”; it is also a demonstration of “what providence has wrought in
history.” All nations rise and fall in cycles within history corsi e ricorsi in
a pattern governed by providence. The world of nations or, in the Augustinian
phrase V. uses, “the great city of the human race,” exhibits a pattern of three
ages of “ideal eternal history” storia ideale eterna. Every nation passes
through an age of gods when people think in terms of gods, an age of heroes
when all virtues and institutions are formed through the personalities of
heroes, and an age of humans when all sense of the divine is lost, life becomes
luxurious and false, and thought becomes abstract and ineffective; then the
cycle must begin again. In the first two ages all life and thought are governed
by the primordial power of “imagination” fantasia and the world is ordered
through the power of humans to form experience in terms of “imaginative
universals” universali fantastici. These two ages are governed by “poetic
wisdom” sapienza poetica. At the basis of V.’s conception of history, society,
and knowledge is a conception of mythical thought as the origin of the human
world. Fantasia is the original power of the human mind through which the true
and the made are converted to create the myths and gods that are at the basis
of any cycle of history. MICHELET was the primary supporter of V.’s ideas. He
made them the basis of his own philosophy of history. COLERIDGE is the
principal disseminator of V.’s views in England. Joyce uses the New Science as
a substructure for Finnegans Wake, making plays on V.’s name, beginning with
one in Latin in the first sentence: “by a commodius vicus of recirculation.” CROCE
revives V.’s philosophical thought, wishing to conceive V. as
the Hegel. V.’s ideas have been the subject of analysis by such
prominent philosophical thinkers as Horkheimer and Berlin, by anthropologists
such a Leach, and by literary critics such as Wellek and Read. Refs.: S. N.
Hampshire, “V.,” in The New Yorker. Luigi Speranza, “V. alla Villa Grice.” H.
P. Grice, “V. and language.” Danesi, Metaphor,
and the Origin of Language. Serious
scholars of V. as well as glotto-geneticists will find much of value in this
excellent monograph. V. Studies. A provocative, well-researched argument which
might find re-application in philosophy. Theological Book Review. DANESI
returns to V. to create a persuasive, original account of the evolution and
development of the Italian language, one of the deep mysteries of Italians. V.’s
reconstruction of the origin of language is described and evaluated in light of
Grice’s philosophical conversational pragmatics. Keywords: V. e la filosofia romana,
V., VARRONE, storia della linguistica, storia della rhetorica, glotto-genesi, la
ricostruzione di V., The New Science Basic Notions. Language
and the Imagination: V.’s Glottogenetic Scenario; V.’s Approach; Reconstructing
the Primal Scene; After the Primal Scence; the dawn of communication: iconicita
e mimesi, hypotheses The Nature of Iconicity. Imagery, Iconicita e gesto.
Iconic Representation. Osmosis Hypothesis Ontogenesis From Percept al concetto.
The Metaphoricity Metaphor metafora; Metaphor and Concept-Formation Mentation,
Narrativity, e mito; the socio-biological-Computationist Viewpoint:A Vichian
Critique; The Vichian Scenario Revisited; Revisting the Genetic Perspective;
computationism. SAGGI FILOSOFICI ii V. CROCE LA
FILOSOFIA DI V. BARI LATERZA TI
l'OQ KAFI-KDITOBI-LIHK AI Stampato in Trani, coi tipi dolla
Ditta Tipografica Editrice Vecchi.ifs
V4GV0X WINDELBAND Per quali ragioni a Croce è sembrata necessaria una esposizione
della filosofia di V. puo agevolmente desumersi dai cenni sulla fortuna di
questo filosofo e dalle notizie bibliografiche, che si leggono nella seconda e
terza appendice. Qui occorre avvertire soltanto che l’esposizione di Croce. non vuol essere un riassunto saggio per saggio e
parte per parte dei saggi di V.; e, anzi, presuppone la conoscenza di questi saggi
e, ove manchi, vuol eccitare il lettore a procacciarsela per meglio seguire, e
per riscontrare, l’interpetrazioni ed i giudizi che gli vengono offerti da
Croce. Su questo presupposto, pur valendomi assai spesso (specialmente nei capitoli relativi alla storiografia) delle
parole testuali di V., Croce non crede opportuno virgoleggiarle (salvo dove
piace a Croce dare risalto alla precisa espressione originale), perché,
avendole di solito combinate da brani sparsi nei più vari luoghi e ora
abbreviate ora allargate e sempre frammischiate liberamente con parole e frasi
di Croce di commento, il continuo
virgoleggiarle è stato un mettere in mostra, con più di fastidio che d’utilità,
il rovescio del ricamo di Croce, che ciascuno puo osservare da sé, quando ne ha
voglia, col sussidio dei rimandi che Croce mette in fondo al saggio. Desideroso
d’attestare, per quanto è possibile a Croce, in ogni particolare del suo saggio,
la reverenza che si deve al gran nome di
V., Crice è studiato d’essere breve, di quella brevità che V. considera quasi
suggello di saggi scientifici ben meditati. Al qual uopo Croce sacrifica anche
le discussioni coi singoli interpetri, contentandosi di semplici accenni. Del
resto, parte dell’interpetrazioni esposte sembrano a Croce frutti dell’indagini
e controversie che costituiscono la
migliore letteratura di e su V.; e tutta quell'altra parte, che è personale di
Croce, e l'idea stessa generale del suo saggio, difende a suo tempo, se è il
caso, contro i dissenzienti e gl’obiettanti, nel modo diretto che nel corso
dell'esposizione Croce non stima d’adoperare. Perché Croce spera che il suo
saggio ha l'effetto non già di spegnere
ma di raccendere le discussioni intorno alla filosofia di V. Di questo altvater,
come lo chiama Goethe, che è fortuna per un popolo possedere, e al quale
bisognerà sempre fare capo per SENTIRE ITALIANAMENTE la filosofìa, pur
pensandola cosmopoliticamente. La dedica del lavoro (oltre a essere omaggio a
uno dei maggiori maestri della storia
della filosofia) vuol esprimere l'augurio e la speranza che venga presto riempita,
in tale storia, la lacuna, sulla quale richiama l'attenzione più volte, e
specialmente alla fine della seconda dell’appendici del volume. Raiano, Aquila.
L'augurio espresso nell’ultime linee dell’avvertenza ha compimento, e non solo
Windelband da luogo alla filosofia di V. nella sua Storia della filosofìa (Leipzig),
ma il saggio di Croce è subito tradotto in francese, e altre versioni se ne
preparavano, e fiorisceno l’indagini e le discussioni, quando la guerra
sopravvenne a sospendere quella ripresa di studi e la divulgazione dell'opera
di V. fuori d'Italia. Non si per altro che, durante la guerra e in
relazione ad essa, i concetti di V. non sono
qua e là richiamati per dominare col pensiero il corso delle cose; e li richiama,
tra gl’altri, lo stesso Windelband, nel suo saggio, che è una lezione di guerra
sulla filosofia della storia. L’edizione contiene piccole correzioni,
schiarimenti e aggiunte, ed è messa al corrente nella parte bibliografica. La
tavola dei rinvìi ai testi di V. è resa
più precisa, e in ciò, come nella revisione generale, Croce ha l'amichevole
aiuto di NICOLINI, benemerito editore della Scienza nuova. Circa la concezione
e il metodo del saggio non ha alcun cangiamento d’introdurre né pentimento
da manifestare: sebbene da più parti mi
sia stata rivolta la facile ma superflcialissima critica, che l'interpretazione di V. vi è tutta
compenetrata dal proprio pensiero filosofico
di Croce, e perciò non è oggettiva. In verità, chi voglia conoscere davvero V.
deve leggere e meditare i saggi del V.; e questo è indispensabile, e questa è
la sola oggettività possibile: non la cosiddetta esposizione oggettiva che
altri ne faccia, e che non potrebbe riuscire
se non lavoro estrinseco e materiale. L'esposizione, invece, storica e
critica d’un filosofo ha una diversa e più alta oggettività, ed è
necessariamente il dialogo tra un'antico e un nuovo pensiero, nel quale
solamente l'antico pensiero viene inteso e compreso. E tale è, o procura d’essere,
il saggio di Croce. Che cosa avrei potutoi ntendere Croce di V., se non mi fossi travagliato su problemi
strettamente congiunti ai suoi o derivanti da quelli suoi? Per questa ragione anche non posso dare
importanza all'opposizione che mi è venuta d’egregi scrittori cattolici, i
quali è naturale che vedano le cose con occhi diversi dai miei. Ciò che, per
altro, non mi sembra logico, è il loro sforzo di ridurre V. a filosofo ortodosso; nel quale sforzo urtano
inevitabilmente in due gravi difficoltà. In primo luogo essi vengono a trovarsi
di fronte all'impossibilità di spiegare perché mai V., che, a loro giudizio,
non fa altro che ripetere o rinfrescare i concetti della tradizione filosofica,
sia sembrato e sembri tanto originale e rivoluzionario, e sia andato tanto
a genio ai filosofi. E parimente, in secondo luogo, si tolgono il modo di
spiegareT avversione che per lui provarono i cattolici del suo secolo e taluno
insigne del secolo seguente, come, per
es., BALBO (vedsi), che lo senti estraneo alla scienza. E questo basti
aver detto, perché, riguardoso come credo d'esser sempre stato verso i
cattolici, non perciò polemizzerei mai
con essi, stimando la cosa tanto poco utile, quanto utile e doveroso è, per me,
tirare innanzi per la mia via. Napoli. La prima forma della dottrina di V.
sulla conoscenza si presenta come diretta critica e antitesi del pensiero
cartesiano, che da oltre mezzo secolo da l'indirizzo generale allo spirito
europeo ed era destinato a dominare
ancora per un secolo le menti e gli animi. Cartesio colloca f ideale della scienza perfetta nella
geometria, sul modello della quale intende a riformare la filosofia e ogni
altra parte del sapere. E poiché il metodo geometrico perviene mercé l'analisi
a verità intuitive, e da queste muove dipoi per ottenere con deduzione
sintetica sempre più complesse affermazioni,
la filosofia, per procedere con rigore di scienza, dove, a mente di Cartesio,
cercare anch'essa il fermo punto d'appoggio in una verità primitiva e intuitiva,
dalla quale deduce tutte le sue ulteriori affermazioni, teologiche,
metafisiche, fisiche e morali. L'evidenza, la percezione o idea chiara e
distinta – H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct ideas” -- era, dunque,
criterio supremo; e l'inferenza
immediata, l'intuitiva connessione del
pensiero coll'essere, del cogito col sum, porge la prima verità e la base pella
scienza. Con la percezione chiara e distinta, e col dubbio metodico che conduce
al cogito, Cartesio si argomenta di sconfiggere una volta per sempre lo
scetticismo. Ma, per ciò stesso, tutto
quel sapere non ancora ridotto o non riducibile a percezione chiara e distinta
e a deduzione geometrica, perde ai suoi occhi valore e importanza. Tale la storia,
che si fonda sulle testimonianze; l'osservazione naturalistica, non ancora
matematizzata; la saggezza pratica e l'eloquenza, che si valgono dell'empirica
conoscenza del cuore umano; la poesia,
che offre immagini fantastiche. Piuttosto che un sapere, codesti prodotti
spirituali erano per Cartesio illusioni e torbide visioni: idee confuse,
destinate o a farsi chiare e distinte e perciò a svestire la loro anteriore
forma d'esistenza, o a trascinare un'esistenza miserabile, indegna
dell'attenzione del filosofo. La luce
solare del metodo matematico rende
superflue le fiammelle che sono di guida nelle tenebre e proiettano sovente
ombre ingannatrici. Ora V. non si restringe e non s’attarda, come altr’avversari
di Cartesio, a prendere scandalo pelle conseguenze del metodo soggettivo,
pericoloso alla religione; o a disputare scolasticamente se il cogito sia o non
sia un sillogismo, e se come sillogismo
sia o no difettoso; o a protestare con l'offeso buon senso contro il disprezzo
cartesiano verso la storia, l'oratoria e la poesia. Egli va diritto al cuore
della questione, al criterio stesso stabilito da Cartesio per la verità
scientifica, al principio dell'evidenza; e dove il filosofo gallo stima d’aver
fornito tutto quanto si potesse
richiedere pella scienza più rigorosa, V.
osserva che, posta l'esigenza alla quale s'intende soddisfare, in realtà, col
metodo raccomandato, s’ottene ben poco o addirittura nulla. Bella scienza, dice
V., è codesta dell'idea chiara e distinta! Ch'io pensi quel ch'io penso è, si,
cosa indubitabile, ma non mi ha punto l'aria d’una proposizione scientifica. Ogni idea, per erronea che sia,
può apparire evidente; e, non perché a me appaia tale, acquista virtù di
scienza. Che se si pensa, si è anche, era cosa nota persino al Sosia di Plauto,
che esprime questa sua persuasione quasi colle stesse parole della
filosofia cartesiana. SED QVOM COGITO
EQVIDEM CERTO SVM. Ma lo scettico replica
sempre ai Sosì e ai Cartesì, che egli non dubita di pensare; professa anzi
asseverantemente che quel che a lui sembra scorgere è certo, e lo sosterrà con
ogni sorta di cavilli; e che non dubita d’essere, anzi cura d’esser bene, mercé
la sospensione dell'assenso, per non aggiungere ai fastidì delle cose gl’altri
provenienti dall’opinioni. Ma, nell'affermare
cosi, sosterrà insieme che la certezza del suo pensare e del suo essere
è coscienza e non scienza; ed è coscienza volgare. Tanto poco la chiara e
distinta percezione è scienza, che da quando, per effetto del cartesianismo,
essa viene adoperata nella fisica, la conoscenza delle cose naturali non è
divenuta punto più sicura. Cartesio spicca un salto per sollevarsi dalla coscienza volgare alla
scienza; ed è ricaduto di piombo in quella coscienza, senza raggiungere la
scienza agognata. Ma in che cosa la verità scientifica consiste, poiché
certamente non consiste nella coscienza immediata? In che la scienza differisce
dalla semplice coscienza? Qual è il criterio, o, in altri termini, quale la
condizione che rende possibile la
scienza? Colla chiarezza e colla distinzione non si muove un sol passo; coll'affermazione
d’un primo vero non si risolve il problema, che non è già circa un primo vero,
ma circa la forma che la verità deve avere perché possa essere riconosciuta
verità scientifica, ossia verità vera. V. risponde a questa domanda, e
giustifica la sua accusa d'
insufficienza al criterio cartesiano, col ricorrere a una proposizione che, a
bella prima, potrebbe dirsi ovvia e tradizionale. Tradizionale non in conseguenza
della tesi storica colla quale V.
l'accompagna e che egli stesso poi ebbe a rifiutare, cioè che quella
proposizione risalga a un'ANTICHISSIMA SAPIENZA ITALICA; ma nel senso che essa era comune e quasi intrinseca al
pensiero. Nulla di più familiare, infatti, a un italiano, il quale recita ogni
giorno il suo credo in un dio onnipotente, onnisciente e creatore del cielo e
della terra, dell'affermazione che solo Dio può avere scienza piena delle cose,
perché egli solo ne è l'autore. Il primo vero, ripete V., è in Dio, perché Dio
è il primo fattore; ed è vero infinito
perché egli è fattore delle cose tutte, esattissimo perché rappresenta a lui gl’elementi
cosi esterni come interni delle cose, le quali egli contiene tutte in sé.
Questa medesima proposizione circola nelle scuole, specie, a quanto sembra,
presso scotisti e occamisti, e, nel rinascimento, FICINO l'asseriva nella
Theologia platonica, dicendo che la
natura, opera divina, produce le sue cose con vive ragioni dall'intrinseco,
come la mente del geometra dall'intrinseco fabbrica le sue figure; e CARDANO
ripete che tale è la vera scienza, la scienza divina, quaì res facit, e che di
essa tra le umane rende immagine la sola geometria; e lo scettico Sanchez, nel
Quod nihil scltur, ricorda che non può
perfecte cognoscere quis quaì non creavit, nec Deus creare potuisset nec creata
regere quce non perfecte prcecognovisset; ipse ergo, solus sapientia, cognitio,
intellectus perfectus, omnia penetrai, omnia sapit, omnia cognoscit, omnia
intelligit, quia ipse omnia est et in omnibus, omniaque ipse sunt et in ipso.
Ma il [Si veda per le origini il saggio di CROCE: Le fonti della
gnoseologia di V., cit. nell'append. bibliografica. Sul concetto di Sanchez, Opera
medica, ed. di Tectosagum] richiama l'attenzione Windelband, Gesch. d. Philosophie.]
V. non si restringe ad affermazioni incidentali e, intendendo pel primo la
fecondità del concetto espresso in quella proposizione, dall'elogio dell'infinita potenza e sapienza
di Dio e dal raffronto con quella limitata dell'uomo ricava, contro Cartesio,
il principio gnoseologico universale, che la condizione per conoscere una cosa
è il farla, e il vero è il fatto stesso: verum ipsum factum. Non altro che
codesto si vuol dire, egli chiarisce, quando s’afferma che la scienza è
peiccnisas scire, perché la cagione è
quel che per produrre l'effetto non ha bisogno di cosa estranea, è il genere o
modo d’una cosa: conoscere la cagione è saper mandare ad effetto la cosa,
provare dalla causa è farla. In altri termini, è rifare idealmente quel che si
è fatto e si fa praticamente. La cognizione e l'operazione debbono convertirsi
tra loro, come in Dio intelletto e
volontà si convertono e fanno tutt'uno. Senonché, stabilito nella connessione
del vero e del fatto l'ideale della scienza, e, poiché l'ideale è la vera
realtà, conosciuta la natura vera della scienza, la prima conseguenza che da
questo riconoscimento deve trarsi è quella stessa che ne traevano i platonici e
gli scettici del rinascimento,
l'impossibilità della scienza pell'uomo. Se Dio crea le cose, Dio solo
le conosce per cause, egli solo ne conosce i generi o modi, ed egli solo ne ha
la scienza. Forse che l'uomo ha esso creato il mondo? ha esso creato la propria
anima? All'uomo non è data la scienza, ma la sola coscienza, la quale per
l'appunto volge sulle cose di cui non si può
dimostrare il genere o forma onde si fanno. La verità di coscienza è il
lato umano del sapere divino, e sta a questo come la superficie al solido:
piuttosto che verità, dovrebbe dirsi CERTEZZA – H. P. Grice: objective It is
certain that p; subjective, I am certain that p – Intention and UNcertainty. A
Dio l' ìntelligere, all'uomo il solo cogitare, il pensare, l'andare raccogliendo gl’elementi
delle cose, senza poterli mai raccogliere tutti. A Dio il vero dimostrativo;
all'uomo le notizie non dimostrate e non scientifiche, ma o CERTE PER SEGNI INDUBITATI
O PROBABILI per forza di buoni raziocini o verisimili pel sussidio di potenti
congetture. Il certo, la verità di coscienza, non è scienza, ma non perciò è il falso. E V. si guarda bene
dal chiamare false le dottrine di Cartesio: egli vuole soltanto degradarle da
verità compiute a verità frammentarie, da scienza a coscienza. Tatt'altro che
falso è il cogito ergo sum: il trovarsi finanche sulla bocca del Sosia plautino
è argomento non per rigettarlo, anzi per accettarlo, ma come verità di semplice coscienza. Il pensare, non essendo
causa del mio essere, non induce scienza del mio essere; se l'induce, essendo
l'uomo, secondo che i cartesiani ammettono, mente e corpo, il pensiero sarebbe
causa del corpo; il che ci avvolgerebbe tra tutte le spine e gli sterpi delle
dispute circa l'azione della mente sul corpo e del corpo sulla mente. Il cogito è, dunque, UN MERO SEGNO O INDIZIO del
mio essere: nient'altro. L'idea chiara e distinta non può dare criterio, non
pure delle altre cose ma della mente medesima, perché la mente in quel suo
conoscersi non si fa, e, poiché non si fa, ignora il genere o modo onde si
conosce. Ma l'idea chiara e distinta è quel che solo è concesso allo spirito dell'uomo, e, come unica ricchezza ch'egli
abbia, preziosissima. Anche per V. la metafisica serba il primato fra le
scienze umane, che tutte derivano da lei; ma laddove per Cartesio essa può
procedere con sicuro metodo di dimostrazione pari a quello geometrico, per V.
deve contentarsi del probabile, non essendo scienza per cause ma di cause. E
del probabile si contentò ai suoi bei
tempi, nella Grecia antica, nella ROMA ANTICA DI CICERONE, e nell'Italia del
Rinascimento; e quando volle abbandonare il probabile e si empi la testa dei
fumi di quel detto fastoso: sapientem nihil opinavi, cominciò a turbarsi e a decadere. L'esistenza di Dio è certa, ma non è scientificamente
dimostrabile, e ogni tentativo di
dimostrazione è da considerare documento non tanto di pietà quanto piuttosto
d'empietà, perché, per dimostrare Dio, dovremmo farlo: l'uomo dovrebbe
diventare creatore – GRICE GENITORE -- di
Dio. Parimente bisogna ritenere vero tutto quello che ci è stato
rivelato da Dio, ma non domandare in qual modo sia vero, che è ciò che non potremo mai comprendere. Sulla verità
rivelata e sulla coscienza di Dio s’appoggiano le scienze umane e vi trovano la
loro norma di verità; ma il fondamento stesso è verità di coscienza e non di
scienza. Come V. abbassa le scienze che Cartesio prediligeva e coltiva, la
metafisica, la teologia, la fisica, cosi risolleva le forme di sapere che Cartesio aveva abbassate: la storia,
l'osservazione naturalistica, la cognizione empirica circa l'uomo e la società,
l'eloquenza e la poesia. 0, per meglio dire, non ha bisogno di sollevarle per
rivendicarle: dimostrato che le superbe verità della filosofia condotta con
metodo geometrico si riducono anch'esse a nient'altro che probabilità e
asserzioni aventi valore di seniplice
coscienza, la vendetta delle altre forme del sapere è, nell'atto stesso, bella
e compiuta, perché tutte si ritrovano ormai adeguate alla medesima altezza o
bassezza che si dica. L'idea di una scienza umana perfetta, che respinga da sé
un'altra indegna di questo nome perché fondata non sul ragionamento ma
sull'autorità, è chiarita illusoria.
L'autorità delle proprie e delle altrui osservazioni e credenze, l'opinione
generale, la tradizione, la coscienza del genere umano, vengono restaurate
nell'ufficio che hanno sempre avuto e che ebbero nello stesso Cartesio; il
quale, come suole accadere, disprezza quel che egli possede in gran copia e di
cui si era potentemente giovato, e, uomo
dottissimo, scredita la dottrina e l'erudizione, come chi si è nutrito può darsi il lusso di parlare con
disdegno del cibo che è già sangue nelle sue vene. La polemica di Cartesio
contro l'autorità si era provata, per alcuni rispetti, benefica, avendo scosso
la troppo vile servitù di star sempre sopra l'autorità. Ma che non regni altro
che il proprio individuale giudizio, che
si pretenda rifare da cima a fondo il sapere sulla propria individuale
coscienza, che si giunga, come fa Malebranche, ad augurare perfino di vedere
bruciati tutti i filosofi e di tornare alla nudità di Adamo; è una follia o,
per lo meno, un eccesso, dal quale conviene rifuggire nel giusto mezzo. E il
giusto mezzo è di seguire il proprio
giudizio, ma con qualche riguardo all'autorità; di congiungere insieme,
cattolicamente, la fede colla critica circoscritta dalla fede e giovevole alla
fede stessa: in modo conforme al carattere indelebile di mera probabilità che
ha il sapere o la scienza umana, in modo avverso all'indirizzo della riforma,
pel quale lo spirito interno di ciascuno si
fa divina regola delle cose che si devono credere. C'è, per altro, un
gruppo delle scienze cartesiane al quale par che V. riconosca, come i suoi predecessori del rinascimento, un posto
privilegiato; vale a dire, non di coscienza, ma di vera e propria scienza, non
nella certezza, ma nella verità: le discipline matematiche. Sono queste,
secondo lui, le sole conoscenze possedute dall'uomo in modo del
tutto identico a quello del sapere divino, e cioè perfetto e dimostrativo. E
non già, come Cartesio crede, per effetto del loro carattere d’evidenza.
L'evidenza, usata nelle cose fisiche e nelle agibili, non dà una verità della
stessa forza che nelle matematiche. Né le matematiche sono per sé evidenti:
con quale chiara e distinta idea si
potrebbe concepire che la linea consti di punti che non hanno parti? Ma il
punto impartibile, che non si può concepire nelle cose reali, si può, invece,
definire; e col DEFINIRE CERTI NOMI, l'uomo si crea gli eiementi delle
matematiche, coi postulati li porta all'infinito, con gli assiomi stabilisce
certe verità eterne, e con questi
infiniti e con questa eternità disponendo i loro elementi, egli fa IL VERO
CH’INSEGNA. La forza delle matematiche nasce, dunque, non dal criterio
cartesiano, ma appunto dall'altro enunciato da V.; non dall'evidenza, ma dalla
conversione del conoscere col fare: mathematica demonstramus, quia verum
facimus. L'uomo prende l'uno e lo
moltiplica, PRENDE IL PUNTO E LO DISEGNA, e crea i numeri e le grandezze che
egli conosce perfettamente perché opera sua. Le matematiche –PEANO -- sono
scienze operative, e non solo nei loro problemi, ma negli stessi teoremi, che
volgarmente si stimano cosa di mera contemplazione. Per tal ragione esse sono
anche scienze che dimostrano per cause,
contrariamente all'altra opinione volgare che esclude dalle matematiche il
concetto di causa; sono, anzi, le sole, tra le scienze umane, che davvero
provino per cause. Da questo procedere provengono le loro Verità meravigliose;
e tutto l'arcano del metodo geometrico consiste nel DEFINIRE PRIMA LE VOCI, e
cioè fare i concetti coi quali si abbia
a ragionare; poi stabilire alcune massime comuni, nelle quali colui col quale
si ragiona convenga; finalmente, se bisogna, domandare cosa che per natura si
possa concedere affine di poter dedurre i ragionamenti, i quali senza una
qualche posizione non verrebbero a capo; e con questi principi da verità pili
semplici dimostrate procedere fil filo
alle più composte, e le composte non affermare se prima non s’esaminino una per
una le parti che le compongono. Si direbbe
che V. sia circa il valore delle matematiche affatto d'accordo con Cartesio,
dal quale differisca soltanto nella fondazione di quel valore. E, posto che la
sua fondazione debba considerarsi più profonda, tanto più ne verrebbe rafforzato ed esaltato
l'ideale matematico, prefisso alla scienza da quello. Se l'unica conoscenza
perfetta che lo spirito umano raggiunga è quella matematica, è chiaro che sopra
essa bisogna sorreggersi e alla stregua d’essa modellare o giudicare l’altre. V.,
insomma, si sarebbe mosso per dare torto a Cartesio e gli avrebbe
procurato una migliore ragione che
quegli non sospetta. Ma, quantunque cosi sembri a prima vista, e cosi abbia
pensato qualche interpetre, osservando meglio si scorge che la gran perfezione
che V. attribuisce alle matematiche è più apparente che reale; che la sicurezza
che egli vanta di quel procedere, è, per sua medesima confessione, acquistata a
spese della realtà; e che, insomma, l'accento della
teoria non cade tanto sulla verità di quelle discipline quanto sulla loro
arbitrarietà. E in questo risalto dato al carattere d’arbitrarietà egli
differisce non solo dai ricordati filosofi del rinascimento, ma anche da BONAITUO
GALILEI e dalla sua scuola. L'uomo infatti, egli dice, andando attorno a investigare la natura delle cose, e accorgendosi finalmente
di non poterla in niun modo conseguire, perché non ha dentro di sé gl’elementi
onde sono composte, e, anzi, li ha tutti fuori di sé, è condotto via via a
volgere a profitto questo stesso vizio della sua mente; e con l'astrazione
(non, s'intende, coll'astrazione sulle cose materiali, perché V. NON ASSEGNA origine
empirica alle matematiche, ma coll'astrazione che s’esercita sugli enti
metafisici, si foggia due cose, duo sibi confingit: IL PUNTO DA DISEGNARE, e
l'unità da moltiplicare. Entrambi finzioni, utrumque ftctum, perché IL PUNTO DISEGNATO non è più
punto – Grice: CIRCLE AND CIRCLE IN PLATO -- e l'uno moltiplicato non è più
uno. Indi, da quelle finzioni, di proprio arbitrio, proprio iure – GRICE DEEM -- assume di procedere
all'infinito, sicché le linee si possano condurre nell'immenso, Si veda sulla
storia della gnoseologia delle matematiche fino a V. il
saggio di CROCE cit.] l'uno moltiplicare
pell'innumerabile. A questo modo costruisce per suo uso un mondo di forme e numeri, che egli abbraccia tutto
dentro di sé; e col prolungare, col tagliare, col comporre le linee, coll'aggiungere,
togliere e computare i numeri, fa infinite opere e conosce infiniti veri. Non
può definire le cose e DEFINISCE NOMI – GRICE ROBINSON --; non può attingere gl’elementi reali e si
contenta d’elementi immaginari –IL LATINO SINE FLEXIONE DI GRICE E PEANO –
DEUTERO LATINO SINE FLEXIONE --, dai quali sorgono idee che non ammettono
alcuna controversia. Simile a Dio, ad Del instar >, da nessun sostrato materiale, e quasi
dal niente, crea punto, linea, superficie: il punto che è posto come quello che
non ha parti; la linea come l'escurso del
punto, ossia la lunghezza priva di larghezza e di profondità; la
superficie, come l'incontro di due linee diverse in uno stesso punto, cioè la
lunghezza e la larghezza senza la profondità. Cosi le matematiche purgano il
vizio della scienza umana, di avere sempre le cose fuori di sé e di non aver
essa fatto ciò che vuole conoscere. Quelle fanno ciò che conoscono, hanno in sé medesime i loro
elementi e si configurano, perciò, a somiglianza perfetta della scienza divina
{sdentici divince similes evadunt. A chi legge queste e altrettali descrizioni
e celebrazioni da V. del procedere matematico, par d'avvertire come un'ombra
d'ironia, se non proprio intenzionale, certamente risultante dalle cose
stesse. La fulgida verità delle
matematiche nasce, dunque, dalla disperazione della verità; la loro formidabile
potenza dalla riconosciuta impotenza! La somiglianza dell'uomo matematico con
Dio non è troppo diversa da quella del contraffattore – the black front -- di
un'opera col suo autore: ciò che Dio ò nell'universo della realtà, l'uomo è,
si, nell'universo delle grandezze e dei
numeri, ma questo universo è popolato d’astrazioni e finzioni. La divinità
conferita all'uomo è, quasi, divinità da burla. Per effetto della diversa
genesi che V. ASSEGNA alle matematiche,
anche la loro efficacia viene assai ristretta. Le matematiche non stanno più,
come per Cartesio, al sommo del sapere umano, scienze aristocratiche – ma blue-collar – Grice -- ,
destinate a redimere e a governare le scienze subalterne; ma occupano una
cerchia, per quanto singolare, altrettanto ben circoscritta, fuori della quale
se mai esse si provano a uscire, pèrdono, d'un subito, ogni loro mirabile
virtù. Il potere delle matematiche incontra ostacoli a parte ante e a parte
post: nel loro fondamento e in quel che
a loro volta sono in grado di fondare. Nel loro fondamento, perché se creano i
loro elementi, cioè le finzioni iniziali, non creano la stoffa in cui queste
sono ritagliate, e che a esse, non meno che alle altre scienze umane, è fornita
dalla metafisica, la quale, non potendo dar loro il proprio soggetto, ne dà
certe immagini. Dalla metafisica la
geometria toglie il punto PER DISEGNARLO, cioè,
per annullarlo come
punto; e l'aritmetica l'uno per moltiplicarlo, cioè, per distruggerlo
come uno. E poiché la verità metafisica, per quanto certa appaia alla
coscienza, non è dimostrabile, le matematiche, in ultima analisi, riposano
anch'esse sull'autorità e sul probabile. Ciò
basta a svelare la fallacia d’ogni trattazione matematica che si tenti
dalla Metafisica. V. sembra ammettere
una specie di circolo tra geometria e metafisica, la prima delle quali riceve
il suo vero dalla seconda e, ricevutolo, lo rifonderebbe nella stessa
metafisica, confermando reciprocamente la scienza umana colla divina. Ma questo
concetto, che è più che contestabile e si può dichiarare
senz'altro incoerente e contradittorio, richiama, in ogni caso, l'uso
metafisico, o piuttosto L’USO SIMBOLICO – Grice Austin SYMBOLO -- e poetico che della matematica fanno Pitagora a
CROTONE e altri filosofi antichi e del Rinascimento, e non ha nulla da vedere
con una filosofia trattata matematicamente
al modo dei cartesiani o Spinoza. La geometria sarebbe, a giudizio di V.,
l'unica ipotesi pella quale dalla metafisica sia dato passare alla fisica e la
FISIOLOGIA; ma rimarrebbe in tale accezione un'ipotesi, una probabilità,
qualcosa di mezzo tra la fede e la critica, tra l' immaginazione di WARNOCK e
il ragionamento, quale rimane sempre la
metafisica e, in genere, la scienza umana, secondo il modo di vedere di V.
in questa prima forma della sua gnoseologia. Come non fondano la metafisica
dalla quale anzi derivano, cosi le matematiche – o LA GEOMETRIA e l’ARIMMETICA del
quadrivio -- non sono neppure in grado di fondare le altre scienze, che pure
seguono a esse nell'ordine di derivazione. Tutte le materie, diverse dai numeri
e dalle misure, sono affatto incapaci di metodo geometrico. La fisica – o la
FISIOLOGIA -- non è dimostrabile; se potessimo dimostrare le cose fisiche nella
FISIOLOGIA, le faremmo -- sì physica demonstrare possemus, faceremus. – GRICE
ENGINEER E GENITORE -- Ma non le facciamo e perciò non possiamo darne
dimostrazione. L'introduzione del metodo matematico nella fisica e nella
FISIOLOGIA non ha giovato a questa disciplina, che fa scoperte grandi senza
quel metodo, e nessuna né grande né
piccola ha fatta mercé d’esso. La fisica o la FISIOLOGIA somiglia, in verità, a
una casa che gl’antenati hanno riccamente arredata e di cui gl’eredi non hanno accresciuto la
suppellettile, ma si divertono solamente a cangiarla di posto e a disporla in
modi nuovi. È necessario perciò restaurare e sostenere, in fisica e FISIOLOGIA,
l'indirizzo sperimentale contro quello matematico: l'indirizzo britannico
contro quello gallo, il cauto uso che
delle matematiche fa BUONAIUTO GALILEI e la sua scuola contro l'incauto e
arrogante dei cartesiani. A ragione nlla BRITANNIA si proibisce l'insegnamento
della fisica e della fisiologia matematica – il sabato per sperimenti a Oxford
– TYE MALPAS --: cotal metodo non procede se non prima DEFINITI I NOMI – GRICE
ROBINSON --, fermati gli assiomi e convenute –GRICE CONVENTIO -- le domande; ma
in fisica si hanno a definire cose e non nomi, non vi ha convenzione che non
sia contrastata, né si può domandare cosa alcuna alla ritrosa natura. Onde, nel
migliore dei casi, quel metodo si risolve in un puro e innocuo verbalismo – My
neighbour’s three-year old is not adult” --:
si espongono le osservazioni fìsiche
colla dicitura: pella definizione IV, pel postulato II, pelll'assioma III, e si conclude con le
solenni abbreviature: Q. e. d.; ma non si svolge nessuna forza dimostrativa e
la mente resta dipoi in tutta la libertà d’opinare che possede innanzi d’udire
tali metodi strepitosi. V. non sa astenersi, a tal proposito, da paragoni satirici. Il metodo
geometrico, egli dice, quando è nel suo
legittimo dominio, opera senza farsi sentire, e, ove fa strepito, SEGNO è che
non opera – those spots SEGNO E CHE ha masles:
appunto come negl’assalti l'uomo timido grida e non ferisce, l'uomo
d'animo fermato tace e fa colpi mortali. E ancora: il vantatore del metodo
geometrico in cose in cui quel metodo non trae
necessità di consentire, quando pronuncia: questo è assioma o questo è
dimostrato, è simile al pittore che a immagini informi, le quali per sé non si
possano riconoscere, scrive sotto: questo è uomo, questo è satiro, questo è
leone – DENNETT RYLE – GRICE – questo non e gatto, e cane --, e via
discorrendo. Onde accade che col medesimo metodo geometrico Proclo dimostra i
principi della fisica e della fisiologia del LIZIO, Cartesio i suoi, se non
tutti opposti, certamente diversi; eppure furono due geometri, dei quali non si
può dire che non sapessero usare il metodo. Quel che bisogna, se mai,
introdurre nella fisica o fisiologia sarebbe non il metodo ma la dimostrazione
geometrica; ma questa è proprio ciò che
non è dato introdurvi. Meno ancora è possibile nelle altre scienze via via più
corpulente e più concrete: meno che in ogni altra, nelle scienze – sono
scienze? -- morali. E perciò, non potendosi usare la cosa, in cambio s’abusa
tanto del NOME; e, come il titolo di signore, rifiutato un tempo da TIBERIO perché
troppo superbo – mister Grice,
master Grice --, si dà ora a ogni vilissimo uomo, cosi quello di dimostrazione,
applicato a ragioni probabili e talora apertamente false, ha sminuito la
venerazione che si deve alla verità. Per le matematiche stesse V. scorge
pericoli nella sostituzione dei metodi analitici ai geometrici o sintetici. E
dubita che la nuova meccanica sia frutto
davvero dell'analisi, la quale attutisce l'ingegno, ossia la facoltà inventiva,
e, certa nel risultato {opere), è oscura nella via (opera), laddove il metodo
sintetico è tum opere tura opera certissimo. L'analisi adduce le sue ragioni
aspettando se per caso si diano le equazioni che cerca, e sembra un'arte
d'indovinare, o una macchina piuttosto che
un pensiero. Per analoghe
considerazioni V. non tene in alcun pregio le topiche più o meno meccaniche e
le arti lulliane e kircheriane dell'invenzione e della memoria. La simpatia pello
sperimentalismo che, come si è visto, stacca V. dall'indirizzo gallo e
cartesiano e l’avvicina piuttosto a quello ITALIANO o britannico, a BUONAITUO GALILEI e a
Bacone, lo rende altresì nemico del LIZIO e dello scolasticismo.
Esortando egli a cercare i particolari e a valersi del metodo induttivo;
affermando che il genere umano era stato arricchito d’innumerevoli verità dalla
tìsica, la quale, mercé il fuoco, le macchine e gli strumenti, si era fatta
operatrice di cose simili a peculiari opere della natura; raccomandando la
propria metafisica come tale che serve bene, anclllantem, alla fisica o
fisiologia sperimentale; non può non riconoscere ben meritato il discredito in
cui era caduta la fisica del LIZIO, troppo, egli dice, universale. E se a
Cartesio rimprovera l'introduzione delle forme fisiche o FISIOLOGICHE nella
metafisica, e con ciò la tendenza verso
il materialismo, il LIZIO e gli scolastici sono poi da lui accusati dell'errore
opposto, cioè d’aver voluto introdurre le forme metafisiche nella FISIOLOGIA.
Come Bacone, egli stima che il sillogismo e il sorite non producano nulla di
nuovo e ripetano ciò che è già contenuto nelle premesse; e mette in chiaro i
molteplici danni che gl’universali del
LIZIO cagionano in tutte le parti del saper: nella giurisprudenza, in cui le
vuote generalità soffocano il senno legislativo; nella medicina, che bada piuttosto
a tenere in piedi i sistemi che a sanare gl'infermi; nella vita pratica, nella
quale gl’abusatori d’universali sono derisi col nome di uomini tematici. Dagl’universali derivano l’omonimie
o equivoci – AEQUI-VOX -- cause d'ogni
sorta d’errori. Alla diffidenza verso gl’universali, intesi qui nel senso di
concetti generali o astratti, risponde in V., com'era stato caso frequente
presso gl’anti-LIZIO della Rinascenza, l'esaltazione dell’idee platoniche,
delle forme metafisiche, o, come egli anche le chiama, dei generi, modelli
eterni degl’oggetti e infiniti per
perfezione. Nominalista nelle matematiche, sospettoso del nominalismo – BETE
NOIRE GRICE -- in tutti gl’altri campi del sapere, V. asserisce la realtà delle
forme o dell’idee, e narra e attratto da questa dottrina, INSEGNATAGLI d’un suo
maestro che era scotista e perciò seguace di quella tra le filosofie
scolastiche che più si approssima all’ACCADEMIA.
Considerata nella sua interezza, la prima gnoseologia di V. non è
intellettualistica, non è sensistica e non è veramente speculativa; ma contiene
tutte tre queste tendenze che si compongono in certo modo tra loro, non col
sottomettersi gerarchicamente a una tra esse, ma col sottomettersi tutte alla
riconosciuta incompiutezza della scienza
umana. Il suo intento e di fronteggiare, con un sol movimento tattico,
dominatici DOMMATICI -- Grice underdogma
-- e scettici, contro i primi negando che si possa sapere tutto e contro i
secondi che non si possa sapere cosa alcuna; ma riesce invece a un'affermazione
di scettiicismo o agnosticismo, nella quale non
manca neppure qualche tratto mistico. Il sapere divino è sapere
unitario, quello umano è la frammentazione dell'unità; Dio sa tutte le cose
perché contiene in sé gl’elementi dai quali le compone tutte; l'uomo si studia
di conoscerle col ridurle in pezzi. La scienza umana è una sorta d’anatomia
delle opere di natura, e viene dividendo l'uomo in corpo e anima, e l'anima in intelletto e volontà –
GRICE THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL --,
e dal corpo astrae la figura e il moto, e da questi l'ente e l'uno –
GRICE MULTIPLICITY OF BEING --; onde la
metafisica contempla l'ente, l'arimmetica l'uno e la sua moltiplicazione –
MULTIPLICITY --, la geometria la figura
e le sue misure, la meccanica il moto –
LA DINAMICA -- dell'ambito, la fisica o FISIOLOGIA il moto del centro, la
medicina il corpo, la logica la ragione, la morale la volontà. Ma accade di
quest’anatomia come di quella del corpo umano, circa la quale i più acuti fisiologi
dubitano se per effetto della morte e della stessa dissezione sia più possibile
indagare il vero sito, struttura e uso
delle parti. L'ente, l'unità, la figura, il moto, il corpo, l'intelletto, la
volontà sono altro in Dio, nel quale fanno uno, altro nell'uomo in cui restano
divisi: in Dio vivono, nell'uomo periscono. La percezione chiara e distinta,
nonché prova di forza, è prova di debolezza dell'intendimento umano. Le forme
fisiche appaiono evidenti fintanto che non si mettono al paragone delle metafisiche:
il cogito ergo sum è certissimo, quando l'uomo considera sé stesso, creatura
finita, ma addentrandosi in Dio, che è l'unico e vero ente, egli conosce
veramente non essere: con l'estensione e le sue tre misure crediamo di
stabilire verità eterne, ma nel fatto ccelum ipsum petimus stillatici, perché l’eterne verità – GRICE HOLY OF
HOLLIES, LA CITTA DELL’ETERNA VERITA -- sono solamente in Dio: eterno ci sembra
l'assioma che il tutto è maggiore della parte, ma, risalendo ai principi, si
scorge che è falso e si vede che tanta virtù d’estensione è nel punto del
cerchio quanto in tutta la circonferenza. Perciò, conclude V., in
metafisica colui avrà profittato che nella meditazione di questa scienza
avrà sé stesso perduto. Giudicare, come pur talora è stato fatto, che in queste
proposizioni V. sia nient'altro che un ACCADEMICO o un seguace della
tradizionale filosofia, e negare per conseguenza qualsiasi importanza alla sua
prima gnoseologia, significa attenersi a
quell'erroneo modo di critica e di storia filosofica il quale, guardando
alle conclusioni generali d’un sistema, ne trascura il contenuto particolare,
che solo gli dà la vera fisonomia. S'intende bene che ogni filosofo è sempre,
nelle sue conclusioni finali, o agnostico o mistico o materialista o
spiritualista, e via dicendo; ossia rientra in qualcuna delle perpetue categorie nelle quali s’aggira il
pensiero e la ricerca filosofica. Ma presentare in questo modo unilaterale i
filosofi giova soltanto a favorire il pregiudizio – e la predillezione GRICE -- che la storia del pensiero ripeta di
continuo, sterilmente, sé medesima, passando d’un errore ad un altro -- GRICE PHILOSOPHY REPEATING ITSELF, DEAD --
e abbandonando l'errore vecchio per il nuovo, che poi sarebbe anch'esso un
vecchio rifatto o ritinto giovane. L’ACCADEMIA, agnosticismo o
misticismo di V. è sommamente originale perché tutto contesto di
dottrine che non solo non sono inferiori al livello della filosofia, ma lo
sorpassano d'assai. La prima di queste
dottrine è la teoria del conoscere come
conversione del vero col fatto, sostituita al tautologico criterio della
percezione chiara e distinta. Quantunque per V. quella conversione rappresenti
un ideale inconseguibile dall'uomo, non pertanto con essa viene esattamente
determinata la condizione e la natura della conoscenza, l'identità del pensiero
e dell'essere, senza la quale il
conoscere è inconcepibile. La seconda è la svelata natura delle matematiche,
singolari per la loro origine tra le altre conoscenze umane, rigorose perché
arbitrarie, ammirevoli ma inette a dominare e a trasformare il restante sapere
umano. La terza dottrina, finalmente, è la rivendicazione del mondo
dell'intuizione, dell'esperienza, della
probabilità, dell'autorità, di quelle forme tutte che l'intellettualismo
ignora o nega. In questi punti l'agnostico, l’ACCADEMICO, il mistico V. non e
né agnostico né mistico né ACCADEMICO, e compie un triplice progressos sopra
Cartesio, che, sotto tutti e tre questi aspetti, vene da lui definitivamente
criticato. Dove, invece, Cartesio sopravanza
ancora V. e, per l'appunto, in quel dommatismo di cui V. non voleva a niun conto sapere.
Riuscisse o no, Cartesio tenta una scienza umana perfetta, dedotta dall'interna
coscienza; e V., giudicando troppo superbo il filosofo gallo e disperando del
tentativo, asseriva invece la trascendenza della verità, s’appoggia alla
rivelazione e si restringe a dare una
metafisica humana imbecillitale dignam. La sua e una gnoseologia dell'umiltà –
dell’IMBECILE --, come quella di Cartesio della superbia. Ora, V. non poteva
progredire anche per questo verso se non ismettendo almeno una parte della sua
umiltà e acquistando qualcosa della superbia di Cartesio; introducendo nel suo
spirito cattolico un po' del lievito di
quello spirito protestante che gli sembra cosi pericoloso; provandosi a
concepire una filosofia alquanto meno degna dell'umana debolezza e tanto più
degna dell'uomo, che è debole e forte insieme, è uomo ed è Dio. E questo
progresso è manifesto nella forma successiva del suo pensiero. La volontà di
credere, fortissima in V., e la completa dedizione del suo animo al
cattolicismo del suo tempo e del suo
paese, lo legano saldamente alla gnoseologia e metafisica ACCADEMICA; la quale,
per questi ostacoli psicologici, non poteva sviluppare nella mente di lui le
contradizioni di cui e pregna. L'idea di Dio lo doma e lo sorregge insieme; ed
egli non aveva l'audacia né sente il
bisogno d'investigare a fondo quale
valore sia d’attribuire alla
rivelazione, o se sia concepibile un Dio fuori del mondo, o come l'uomo
possa affermare Dio senza in qualche modo dimostrarlo e perciò crearlo lui. Per
far si che V. aprisse e in parte percorre una nuova via, la quale avrebbe
condotto lo spirito umano al superamento della concezione platonica,
era indispensabile che la provvidenza, per servirci fin d’ora di un
concetto di V., che verrà illustrato più oltre) adoperasse verso di lui un
inganno, e con lungo e tortuoso giro lo menasse all'imboccatura della nuova
via, non lasciandogli sospettare dove questa avrebbe messo capo. Gli scritti,
nei quali V. espose la sua prima gnoseologia, il De ratione studiorum, il De antiquissìma italorum
sapientia, e le polemiche relative, appartengono ad un quadriennio. Nel
decennio che segui, V. fu tratto a darsi sempre più alle ricerche sulla storia
del diritto e della civiltà. Lesse Grozio per prepararsi a scrivere la vita di Carafa,
e s'ingolfò nei dibattiti sul DIRITTO NATURALE; intensificò gli studi sul DIRITTO
ROMANO e sulla scienza del diritto in genere, per rendersi degno, come H. L. A.
Hart, d’una cattedra di giurisprudenza
nella università di NAPOLI; ripensò alle origini delle lingue, delle religioni,
degli Stati, poco soddisfatto delle tesi storiche da lui sostenute nel De
antiquissima, e forse anche intimamente scosso da qualche critica che coglieva giusto, fattagli da un recensente
del Giornale dei letterati, l'INSEGNARE rettorica, che era il suo mestiere, gli
porgeva continua occasione a meditare sulla natura e la storia della poesia e
delle forme del linguaggio. Cosicché, se non è esatto dire che V. fu condotto
al suo nuovo orientamento, culminante
nella Scienza nuova, mercé un processo
non filosofico ma filologico, essendo chiaro che un orientamento filosofico non
può nascere se non d’un processo egualmente filosofico, è indubitabile che il
materiale e lo stimolo pel suo nuovo pensiero gli furono offerti dagli studi
filologici. Attraverso i quali egli ebbe a fare un'esperienza solenne: cioè,
che quella materia di studio non poteva
essere e non era elaborata dal suo pensiero senza l'ajuto di certi principi
necessari, che gli si ripresentavano in ogni parte della storia da lui presa a
meditare. Un tempo gli era sembrato che
le scienze morali, ragguagliate al metodo matematico, occupassero, quanto a
sicurezza, l'infimo posto. Ora, nella quotidiana familiarità con quelle scienze, gli si veniva scoprendo il
contrario: niente di più sicuro del fondamento della FILOSOFIA MORALE. E quella
loro sicurezza non era la semplice evidenza cartesiana, nella quale l'oggetto,
per intrinseco che si dica, rimane estrinseco; ma era una sicurezza davvero
intrinseca, intrinsecamente ottenuta.
Nel ripiegarsi colla mente sui fatti della
storia, V. sentiva d’appropriarsi meglio qualcosa che già gli appartene,
di rientrare in possesso di propri beni. Egli ricostruiva la storia dell'uomo;
e che cosa era la storia dell'uomo se non un prodotto dell'uomo stesso? Chi fa
la storia se non la fa l'uomo, colle sue idee, i suoi sentimenti, le sue
passioni, la sua volontà, la sua azione? E lo spirito umano, che fa la storia, non è quello stesso
che si adopera a pensarla e a conoscerla? La verità dei principi generatori della
storia nasce, dunque, non dalla forza dell'idea chiara e distinta, ma dalla
connessione indissolubile del soggetto coll'oggetto della conoscenza. Il che
importa che la scoperta che V. ora compiva, la verità che egli ora
riconosce alla FILOSOFIA MORALE, era la
visione di un nuovo nesso del principio gnoseologico già da lai formolato nel
periodo precedente della sua speculazione, ossia del criterio della verità
riposto nella conversione del vero col fatto. La ragione da lui addotta, pella
quale l'uomo può avere perfetta scienza del mondo umano, è per l'appunto che il
mondo umano l'ha fatto l'uomo stesso; e
ove avvenga che chi fa le cose esso stesso le narri, ivi non può essere più
certa l'istoria. Con questo riattacco alla precedente teoria l'affermazione
circa la possibilità della FILOSOFIA MORALE non prese, soggettivamente, nello
spirito di V. l'importanza e non portò le conseguenze d’una rivoluzione, che
gli sconvolgesse da cima a fondo
l'assetto delle sue idee e lo costringesse a procurarne uno affatto nuovo.
Quell'affermazione parve a lui, d’una parte, una conferma della sua dottrina,
un esempio aggiunto agli altri che aveva già recati di scienza perfetta, scienza
divina dell'universo e scienza umana del mondo matematico; e dall'altra,
un'estensione del campo conoscitivo, i
cui limiti, perché certi limiti sussistevano sempre, aveva tracciati dapprima
in modo troppo stretto. Prima, aveva circoscritto una breve sfera luminosa in
mezzo a un vasto campo buio o fiocamente illuminato; ora, la sfera luminosa s’amplia
d’un tanto, e d’altrettanto scema la zona tenebrosa. Ampliamento che non lo getta punto in conflitto colle sue convinzioni
religiose, e, anzi, sembra favorirle ed esserne favorito. La religione non INSEGNA
forse la libertà, responsabilità e consapevolezza che l'uomo ha dei propri atti e fatti? V. non senti dunque il bisogno di scrivere un
saggio metafisico, perché gli sembrò che bastasse aggiungere una postilla al
già scritto e ritoccare alquanto le sue
precedenti affermazioni. La sua gnoseologia, tenendo fermo il criterio generale
della verità contrapposto al criterio cartesiano e cioè, che solo chi fa le
cose le conosce, divide le cose tutte nel mondo della natura e nel mondo umano;
e osservando che il mondo della natura è stato fatto da Dio e perciò Dio solo
ne ha la scienza, restringe
l'agnosticismo solamente al mondo fisico, e dichiar, per contrario, che del
mondo umano, come fatto dall'uomo, l'uomo ha la scienza. Eleva cosi le
conoscenze, dapprima meramente INDIZIARIE – “I believe that this frown is a
sign of my disgust” – Grice -- e
probabili, circa le cose dell'uomo al grado di scienza perfetta; ed
esprime maraviglia che i filosofi si
studino con tanto impegno di conseguire la scienza del mondo naturale, chiuso
all'uomo, e trascurino il mondo umano o CIVILE CONVERSAZIONE o delle nazioni, come
anche lo chiama, del quale è possibile conseguire scienza. Di questo erramento
trova la cagione nella facilità che la mente umana, immersa e seppellita nel corpo, prova a sentire le cose del corpo,
e nello sforzo e fatica che le costa d'intendere sé medesima: come l'occhio
corporale vede tutti gl’oggetti fuori di sé e, per vedere sé stesso, ha bisogno
dello specchio. In ogni altra parte, le sue idee restano immutate. Di là dal
mondo umano, il mondo soprannaturale, inaccessibile all'uomo, e il mondo naturale, che era in certo senso anch'esso
soprannaturale; di là dalla scienza perfetta che l'uomo può avere di sé stesso,
la metafisica platonica, adatta alla debolezza, che continua pur sempre ad
affliggere l'uomo. Le discipline naturali venivano considerate sempre come semi-scienze;
le matematiche come una formazione astratta, validissima nell'astratto, priva di forza innanzi al
reale. Il sillogismo del LIZIO, il sorite del PORTICO, il metodo geometrico dèi
cartesiani erano perseguitati dallo stesso odio di prima, e collo stesso amore
celebrata l'induzione che il verulamio, gran filosofo insieme e politico, commenda e
illustrava nel suo Organo, e che i britannici adoperavano con gran frutto della sperimentale filosofia. Un ravvedimento circa l'applicabilità del
metodo geometrico potrebbe sembrare la frequente asserzione di V. che la
scienza delle cose umane sia da lui costruita con uno stretto metodo
geometrico. Ma, anche a lasciar andare che la struttura della Scienza è proprio
l'opposto di quella geometrica, è un fatto che, nel tempo stesso e negli stessi libri, egli non
cessa di mettere in guardia contro l'uso del metodo matematico nelle cose
fisiche e morali, il quale ove non sono figure di linee o di numeri o non porta
necessità, spesso invece di dimostrare il vero può dare apparenza di
dimostrazione al falso; onde il preteso
ravvedimento sarebbe una palmare contradizione,
se non gli si potesse dare un significato che ristabilisce interamente
la coerenza nelle idee di V.. Un significato assai sémplice, perché,
riconosciuta ormai alla FILOSOFIA MORALE
non meno che alla geometria la potenza di convertire il vero col fatto,
esse potevano e dovevano svolgersi con metodo analogo a quello sintetico della
geometria, o con cui da vero si passa a immediato vero, e seguire il mondo
umano dai suoi inizi ideali nei suoi progressi fino alla sua perfezione, sicché
lo studioso non doveva sperare di poter intendere le loro dottrine per salti,
ma dove percorrerle per gradi da capo a piedi, senza recalcitrare alle
conclusioni inaspettate che ne uscissero, come non si recalcitra a quelle della geometria, e attendendo soltanto
a esaminare la saldezza del nesso tra premesse e conseguenze. Era, dunque,
codesto un metodo chiamato geometrico per analogia o PER SINEDDOCHE, ma in
effetti intrinsecamente speculativo, da non confondere coll'applicazione della
matematica alle cose morali, quale ne avevano dati esempì i cartesiani e Spinoza. Né si può concedere
senza riserve il giudizio d’alcuni interpetri: che V. in realtà, coll'ammettere
una scienza dell'uomo d’investigarsi nelle modificazioni stesse della mente
umana, si ravvicinasse e fa seguace di Cartesio; al qual uopo si suole addurre
anche l'altra dichiarazione di lui, che, per pensare la sua Scienza,
convenisse ridursi a uno stato di
somma ignoranza, come né filosofi né filologi né libro alcuno fossero mai stati
al mond. Certamente, V. colla forma della sua gnoseologia entra anche lui nel
soggettivismo della filosofia inaugurato da Cartesio (anzi, vi era già entrato,
in certo modo, colla sua dottrina attivistica della verità come rifacimento del
fatto); e, in questo significato del
tutto generico può dirsi, anche lui, cartesiano. Pure, se a Cartesio rimane
ancora inferiore, perché il suo soggettivismo è principio non della scienza
tutta ma di quella sola del mondo umano, per un altro verso si pone di sopra al
filosofo gallo, in quanto, per lui, la verità meditata nel mondo umano non è STATICA ma DINAMICA, non è trovata ma prodotta, è
scienza e non coscienza. Per quel che concerne poi l'esortazione a far conto
come se non vi fossero mai stati libri al mondo né placiti di filosofi e di
filologi, essa non importa altro se non che bisogni spogliarsi d’ogni
pregiudizio, d’ogni comune invecchiata anticipazione, d’ogni corpulenza
proveniente da fantasia o da memoria,
per ridursi in istato di puro intendimento, informe d’ogni forma particolare,
com'è indispensabile per la scoperta e l'apprendimento d’ogni verità; e tanto
poco qui l'esortazione ha il significato cartesiano e malebranchiano d’un
rifiuto dell’erudizione e dell'autorità, che, per non dir altro, nel medesimo
luogo al quale di sopra si è ALLUSO, si
trova avvertito che la Scienza suppone una grande e varia cosi dottrina come
erudizione, dalle quali prende le verità come già conosciute per valersene da
termini per fare le sue proposizioni. Nella sua gnoseologia V., insomma,
diventa non già più cartesiano ma sempre più vicinano, sempre più lui. Cartesio
non pare gli servisse neppure come
tramite attraverso cui giungere alla persuasione della possibilità di costruire
colla mente la scienza della mente. Il tramite vero fu il criterio stesso di V.
della verità, messo a contatto coll’osservazioni che l'autore venne facendo nel
corso dei suoi studi storici. Che se si volessero cercare precedenti, nella
storia della filosofia, alla forma della
gnoseologia di V., bisognerebbe, circa
la divisione dei due mondi di realtà e delle due sfere di conoscenza, e circa
la preferenza manifestata pelle indagini morali rispetto alle naturali, correre
col pensiero alla posizione assunta da Socrate verso i fisiologi del suo tempo,
al sentimento di religioso mistero onde il filosofo attico arretra innanzi al mondo della natura e si rivolge a indagare
la conformazione dell'animo umano. E, circa la maggiore trasparenza delle
scienze morali in quanto concernono cose che l'uomo stesso ha prodotto, si
potrebbe richiamare la partizione del LIZIO delle scienze in fisiche, che
considerano il movimento estrinseco all'uomo, e in pratiche e poietiche,
che considerano le cose prodotte
dall'uomo. La distinzione era passata nella filosofia delle scuole; e AQUINO parla
della natura come ORDO QUEM RATIO
CONSIDERAT SED NON FACIT, e del mondo dell'attività umana come ORDO QUEM RATIO
CONSIDERANDO FACIT. Ma queste riferenze non sono indicate da V., il quale pure
assai si compiace nel fare omaggio dei
propri pensieri agl’antichi filosofi; e, ammesso anche che avessero qualche
efficacia sopra di lui, è certo che tra esse e la dottrina di V. sulla
conoscibilità del mondo umano corre distanza non minore che tra la proposizione
dell'onniscienza di Dio creatore e il principio gnoseologico che egli sa
ricavarne. Di questo principio, la
dottrina di V. sulle scienze morali è né più né meno che la prima legittima
applicazione; e inesattamente il suo autore, come di solito, poi, gl'interpetri,
ebbe a presentarla quale semplice estensione dell’applicazioni già date, un
secondo caso aggiunto a quello già contemplato delle scienze matematiche. Nel
caso delle scienze matematiche, il
principio della conversione del vero col fatto veniva applicato solo in
apparenza. Originale e vero, quel principio; originale e vera la teoria delle
matematiche; del tutto artificiale e falsa la connessione delle due verità.
Manca, se non c'inganniamo, un effettivo rapporto tra il concetto di Dio che
crea il mondo, e, perché lo crea, lo conosce; e quello di colui che costruisce arbitrariamente un
mondo di astrazioni e, nel fare ciò, non conosce nulla o conosce soltanto, quando
non è più geometra o arimmetico ma filosofo, quando scrive non gl’Elementi d’Euclide
ma le pagine di gnoseologia del De antiquissima, che egli procede
arbitrariamente. Se le discipline matematiche foggiano i concetti a libito, se producono finzioni e non verità,
esse, a dir vero, non sono scienze né conoscenze di sorta, e non c'è
possibilità di porle a riscontro colla scienza divina, che è scienza della
reale realtà. Nelle matematiche, dice V.,
l'uomo, contenendo dentro di sé un immaginato mondo di linee e di numeri, opera
talmente in quello coll'astrazione, come
Dio nell'universo colla realtà.
Il riscontro può riuscire brillante, ma risplende, forse, di luce piuttosto
metaforica che logica. Nella FILOSOFIA MORALE, invece, il riscontro è tanto
logico che deve dirsi senz'altro coincidenza. Il sapere umano è,
qualitativamente, il medesimo del divino, e al pari del pensiero divino conosce
il mondo umano; sebbene,
quantitativamente più ristretto,
non si estenda, come quello, al mondo della natura. Nel campo umano, non più
espedienti di debolezza, non più finzioni, non più falsificazioni: qui si è
nella maggiore concretezza del conoscere. L'uomo crea il mondo umano, lo crea
trasformandosi nelle cose CIVILI – CIVILE CONVERSAZIONE; e, col pensarlo, ricrea la sua creazione, ripercorre vie già
percorse, la rifa idealmente e perciò conosce con vera e piena scienza. Questo
è davvero un mondo, e l'uomo è per davvero il Dio di questo mondo. Ci sembra,
dunque, incontrastabile che solamente l'applicazione del verum- factum, quale
si effettua nella Scienza, risponda al criterio stabilito; e che l'altra che ne era stata anteriormente tentata pelle
matematiche, importante per altri rispetti e validissima a liberare gli spiriti
dal pregiudizio matematico, non si possa considerare vera e propria
applicazione. E, forse, V. ebbe talvolta qualche sentore della differenza tra
le due applicazioni, la propria e la metaforica, che per solito confuse come
identiche. La scienza del mondo umano, egli
dice, procede appunto come la geometria che, mentre sopra i suoi
elementi il costruisce o'1 contempla, essa stessa si faccia il mondo delle
grandezze; ma con tanto più di realità quanta più ne hanno gl’ordini d'intorno
alle faccende degl’uomini, che non ne hanno punti, linee, superficie o figure.
E un altro indizio della coscienza che s’accende
a tratti in lui d’avere pella prima volta, nella dottrina circa il mondo umano,
ritrovata una conoscenza vera e propria, non una mera finzione di conoscenza,
potrebbe vedersi nell'uso assai più convinto, più caldo ed entusiastico che
egli fa, in questo caso, dell'epiteto divino; ben diverso da quello freddo, se
non propriamente ironico, dell' ad Dei
instar nel De antiquissima. Le prove della Scienza, dice più d'una volta, con
rapimento, sono d'una spezie divina, e debbono, o leggitore, arrecarti un divin
piacere, perocché in Dio il conoscere e
il fare è una medesima cosa! La conversione del vero col fatto nella FILOSOFIA
MORALE non poteva non ripercuotersi
nella trattazione del certo ossia, secondo uno dei parecchi significati,
e forse il principale, che V. attribuisce a questa parola, delle cognizioni
storiche, del peculiare, certuni, contrapposto al commune o veruni; il che
forma l'altro tratto importante della gnoseologia di V. Nella gnoseologia,
quelle cognizioni erano legittimate e protette, come si è visto, col parificarle a ogni altra sorta di
conoscenze tutte egualmente deboli o egualmente forti, perché tutte fondate
sulla probabilità e sull'autorità, sia dell'individuo, autopsia, sia del genere
umano. Ma, redenta dall'autorità e dalla probabilità la conoscenza dello
spirito umano e delle sue leggi, le cognizioni storiche, quantunque di loro
natura fondate sempre in qualche modo
sull'autorità, venivano rischiarate di nuova luce. Il certo dove entrare in un
nuovo rapporto, perché aveva ormai di fronte non un altro certo, ossia una
semplice conoscenza probabile circa lo spirito umano, ma un vero, una
conoscenza filosofica. Questo rapporto è chiamato altresì da V. il rapporto di
filosofia e filologia, la prima delle
quali versa circa necessaria naturai e contempla la ragione onde viene la
scienza del vero, la seconda circa
piatita fiumani arbitrii e osserva l'autorità onde viene la coscienza del certo. L'una considera l'universale,
l'altra l'individuale, l'una, dice Leibniz, le vérités de raison, l'altra le vérités
de fait. Distinzione che non
è mantenuta dappertutto, presso V.,
nella medesima nettezza; tanto che a volte l'autorità contrapposta alla ragione
diventa, secondo lui, parte della ragione stessa, o si confonde colla
conoscenza dell'arbitrio umano, contrapposta a quella della volontà razionale;
ma di cui è per altro chiarissimo il senso generale. E per filologia V. non
intende solamente lo studio nella via
delle parole – GRICE STUDIES IN THE WAY OF WORDS -- e della loro storia, ma,
poiché alle parole sono annesse le idee delle cose, anzitutto la storia delle
cose; onde i filologi debbono trattare di guerre, paci, alleanze, viaggi,
commerci, di costumi, leggi e monete, di geografia e di cronologia, e d’ogni
altra cosa che s’attenga alla vita
dell'uomo nel mondo. La filologia insomma (nel significato di V. – GRICE
UTTERER’S MEANING -- che è poi il
significato esatto) abbraccia non solamente la storia delle lingue o delle
letterature, ma quella altresì delle idee e dei fatti, della filosofia e della
politica. Certamente, la filologia, le verità di fatto, il certo non sempre
erano stati brutalmente maltrattati come
dai cartesiani. Grozio da esempio di vastissima erudizione storica, messa a
servigio delle sue dottrine sul diritto naturale. GRAVINA (vedasi),
contemporaneo e connazionale di V., richiede come necessarie al giurisperito
non solo la ratiocinandi ars, ma la LATINAE LINGVAE PERITIA e la notitia
temporum. E Leibniz, or ora ricordato, riasseriva l'importanza dell'erudizione
contro i cartesiani e padroneggia da gran signore i più svariati aneddoti
storici, che profonde a piene mani nei suoi libri. Ma V. nota che filosofia e
filologia rimaneno tuttavia estranee l'una all'altra, come erano state quasi
del tutto presso I ROMANI: i tanti luoghi di storici, oratori, filosofi e poeti, che Grozio accumula,
costituivano un puro ornamento; e il medesimo V. avrebbe giudicato forse, se ne
avesse avuto conoscenza e ce n’avesse comunicato il suo giudizio, del largo uso
che Leibniz fa della storia. Leggendo i libri dei filologi, egli prova un tal
senso di vuoto e di fastidio per l'affastellamento inintelligente delle
notizie storiche, che era tratto quasi a
dare ragione, e dovè darla per qualche tempo incondizionatamente, a Cartesio e
Malebranche nel loro odio contro l'erudizione. Senonché, pensa dipoi, quei due
filosofi, in cambio di sprezzare l'erudizione, avrebbero dovuto piuttosto indagare
se non fosse stato possibile richiamare la filologia ai principi della
filosofia; e i filologi, da parte loro,
invece d’arrecare i fatti a pompa d’erudizione, debbono industriarsi d’elaborarli
a fini di scienza. La filologia è da ridurre a scienza: ceco il pensiero di V.
circa i rapporti del certo col vero, della filologia colla filosofia. Che cosa
vuol dire ridurre la filologia, o la storia, che è lo stesso, a scienza o a
filosofia? A rigore, la riduzione non è
possibile, non perché si tratti di cose eterogenee, ma anzi perché quelle sono
omogenee: la storia è già intrinsecamente filosofia; non è possibile proferire
la più piccola proposizione storica senza plasmarla col pensiero, cioè, colla
filosofia. Ma poiché questo presupposto filosofico della filologia allora non
era avvertito, come non fu molto spesso
neppure nei tempi seguenti, e facilmente veniva negato; poiché i più, come
sappiamo, o concepivano un'aristocratica filosofia geometrica, disdegnosa e
aborrente dal profanum vulgus dei casi storici, ovvero, come fa prima V. stesso,
una filosofia e una storia egualmente poco rigorose e meramente opinabili; V.,
mutato il suo punto di vista filosofico,
raggiunta la coscienza del metodo speculativo nella scienza dell'uomo, inteso
più profondamente lo spirito umano, dove scorgere quanto ci fosse da riformare
nella storiografia corrente, sentire il bisogno d’una più perfetta filologia
come conseguenza della sua più perfetta filosofia, e in termini gnoseologici
esprimerlo con quella formola del
richiamare alla filosofia la filologia, ut haec posterior, ut par est, prioris
sit consequentìa. Dove, in altre parole, togliere la storia dalla sua
condizione d'inferiorità, dalla servitù al capriccio, alla vanità, al
moralismo, alla PRECETISTICA (GRICE) o ad altri fini estrinseci, e riconoscerle
il fine proprio e intrinseco di necessario complemento del vero universale. In
pari tempo, la filosofia si sarebbe riempita di storia, affiatata colla storia;
e da questo affiatamento avrebbe acquistato maggiore larghezza e un senso più
vivo della realtà concreta da spiegare. Tale, senza dubbio, è uno dei
significati che ha la formola di V. del congiungimento di filosofia e filologia
e della riduzione della filologia a
scienza. Ma non meno è fuori dubbio che, nel pronunziare quella formola, V. voleva qualcosa di più e, di
solito, intende qualcosa d'altro. Questo qualcos'altro può, nel modo più
diretto, essere chiarito dall'appello che egli fa a Bacone e al suo metodo di
filosofare più accertato: metodo espresso nel titolo del libro baconiano:
Cogitata et visa – GRICE E WARNOCK -- ,
e che V. si propone di trasportare dalle
naturali alle umane cose CIVILI CIVIL CONVERSAZIONE. Esige, insomma, la
costruzione d’una storia tipica delle società umane, cogitare, da riscontrare
poi nei fatti, videre, accertando coi fatti la costruzione ideale e avverando
colla costruzione ideale i fatti, confermando
la ragione coll'autorità e l'autorità colla ragione; d’una scienza che
fosse insieme filosofia dell'umanità e storia universale delle nazioni. Ora
questa costruzione che egli esige, questo qualcosa di mezzo tra il cogitare e
il videre, tra il pensiero e l'esperienza, questo misto dei due processi, è
intrinsecamente diverso dalla unita, di filosofia e filologia in quanto interpetrazione filosofica dei dati
di fatto. Questa interpetrazione è la storia vivente; l'altra non è né
filosofia né storia, ma una scienza empirica dell'uomo e delle società,
materiata di schemi che non sono le extratemporali categorie filosofiche e
neppure gì'individuali fatti storici, benché senza categorie filosofiche e
senza fatti storici non potrebbero mai
costruirsi: una scienza empirica, e perciò né esatta né vera, ma solamente
approssimativa e probabile, e soggetta a verificazione e rettificazione da parte
cosi della filosofia come della storia. Sarebbe impossibile determinare quale
di codesti due significati della filologia ridotta a storia sia quello proprio
di V., perché nel suo pensiero si
trovano tutti e due; o quale prevalga, perché effettivamente prevale ora l'uno
ora l'altro, quantunque il secondo, quello empirico, sia più di frequente
formolato. Anzi si potrebbe dire che, quando V. intitolava Scienza la sua
opera, il principale dei significati che da a questo titolo invidioso si
riferiva appunto a quella scienza empirica: alla scienza cioè che e insieme filosofia e storia dell'umanità, alla storia ideale delle leggi
eterne sopra le quali corrono i fatti d’ogni nazione nel sorgimento, progresso,
stato, decadenza e fine. V., in realtà, non unifica mai, e non poteva, i due
diversi significati, e ne serba la duplicità, la quale, appunto perché non e
distinta chiaramente, prende apparenza
d'identità. Di qui la parziale giustificazione d’entrambe le tendenze
che si sono manifestate tra gl'interpetri, dei quali alcuni vogliono che V.
professa e adopera il metodo speculativo, altri che il suo metodo e, nell'idea
e nell'attuazione, empirico, induttivo e psicologico; gl’uni che egli mira a
dare un sistema di filosofia dell'umanità, gl’altri che si
propones una sociologia o una demopsicologia. Unilaterali entrambi, ma i
secondi più dei primi, perché se in
verità in V. c'è di Bacone e c'è dell’ACCADEMIA,
dell'empirista e del filosofo, quando poi si colga il carattere del suo
ingegno, quando si penetra nell'intimo del suo spirito, e si partecipa ai suoi
dissidi e al suo magnanimo sforzo, si deve
riconoscere che V., checché volesse e credesse, e della stoffa di un ACCADEMICO e non d’un Bacone; che Bacone stesso del quale egli
parla è mezzo immaginato da lui, è un Bacone alquanto ACCADEMICO; e che la
Scienza gli pare, in fondo, cosi non perché e un'empìrica costruzione alla
Bacone, nel quale caso niente di più vecchio, bastando ricordare la Politica del LIZIO e i discorsi
di MACHIAVELLI, ma perché e tutta pregna d’una filosofia, la quale, infatti,
irrompe d’ogni parte, attraverso tutta la sua empiria. La poca chiarezza circa
il rapporto di filosofia e filologia, l'indistinzione dei due modi affatto
diversi di concepire la riduzione della filologia a scienza, sono conseguenza
e cagione insieme dell'oscurità che
regna nel saggio di V. sulla scienza. Col quale nome intendiamo tutto quel
complesso di ricerche e dottrine che V. venne mettendo fuori, e che, elaborato
precipuamente nelle tre opere del De uno universi iuris principio et fine uno e
della Scienza, ha nella redazione definitiva di quest'ultima la sua forma
più sviluppata, alla quale
principalmente giova riferirsi. La scienza, in modo conforme al vario
significato del termine e del rapporto tra filosofia e filologia, consta di tre
ordini di ricerche: filosofiche, storiche ed empiriche; e contiene tutt'insieme
una filosofia dello spirito, una storia, o gruppo di storie, e una scienza
sociale. Alla prima appartengono le
idee, enunciate in alcuni assiomi o DIGNITA e sparse altresì nel corso del
saggio, sulla fantasia, sull'universale fantastico, sull'intelletto e
l'universale logico, sul mito, sulla religione, sul giudizio morale, sulla
forza e il diritto, sul certo e il vero, sulle passioni, sulla provvidenza, e
tutte l’altre determinazioni concernenti il corso o sviluppo necessario della mente ossia dello spirito
umano. Alla seconda, ossia alla storia, l'abbozzo d’una storia universale delle
razze primitive e dell'origine delle varie civiltà; la caratteristica della
società barbarica o societa eroica antica in Grecia e SPECIALMENTE IN ROMA
SOTTO L’ASPETTO della religione, del
costume, del diritto, DELLA LINGUA, della costituzione
politica; l'indagine sulla poesia primitiva, che s’esemplifica poi più
largamente colla determinazione della genesi e del carattere dei poemi omerici;
la storia delle lotte sociali tra PATRIZIATO e plebe e dell'origine della
REPUBBLICA, studiata anch'essa PRINCIPALMENTE IN ROMA; la caratteristica della
barbarie ricorsa, ossia del medioevo,
anch'esso studiato in tutti gl’aspetti della vita e raffrontato colle società
barbariche primitive. Finalmente, alla scienza empirica si richiama il
tentativo di stabilire un corso uniforme in ogni nazione, concernente la
successione cosi delle forme politiche come dell’altre e correlative
manifestazioni teoretiche e pratiche
della vita, e i tanti tipi che V. viene delineando del PATRIZIATO, della
plebe, del feudalesimo, della patria potestà e della famiglia, del diritto
simbolico, del linguaggio metaforico, della scrittura geroglifica, e via
discorrendo. Ora se questi tre ordini di ricerche e dottrine fossero stati
logicamente distinti nella mente di V. e solo letterariamente mescolati e
compressi in un medesimo saggio, questo sarebbe potuto riuscire disordinato,
sproporzionato, disarmonico, e perciò faticoso a chi si fa a leggerlo, ma non veramente
oscuro. Né, del resto, in linea di fatto, può dirsi che la scienza, almeno l'esposizione definitiva che V. offri
del suo pensiero, difetti d’un disegno
generale, abbastanza ben concepito.
L'opera è divisa. La prima parte raccoglie i principi generali, cioè la filosofia. La seconda parte, oltre un
breve cenno sulla storia universale antichissima, descrive la vita delle
società barbariche, e ad esso forma appendice una terza parte sulla discoverta
del vero Omero, e cioè sul più cospicuo esempio della poesia barbarica. Una quarta parte delinea la
scienza empirica del corso che fanno ogni nazione. La quinta ed ultima parte
esemplifica il ricorso col caso particolare del medioevo. E tuttavia, a
dispetto di questa bella architettura, la scienza, com'è la più ricca e
compiuta, cosi è IL PIU OSCURO tra i saggi di V.. Se, d'altra parte, V., pur
avendo ben chiare in mente le sue idee,
adopera una terminologia insueta o una forma troppo concisa d’esposizione
e troppo piena d’allusioni e d'inespressi
presupposti – L’IMPLICATURE DI GRICE! --, e senza dubbio un filosofo difficile, ma,
neppure in questa ipotesi, oscuro. La
quale ipotesi neanche risponde alla realtà, giacché V. è assai parco di termini
scolastici e predilige le espressioni
vive e popolari; è filosofo robusto ma non laconico, e spesso si compiace di
ripetere le sue idee fermandovisi sopra a più riprese e con molta insistenza;
emette in tavola tutte le sue carte, cioè tutto il materiale erudito dal quale
gli sono state suggerite le dottrine. Né, infine, si è detto molto quando si è
detto che a V. manca piena coscienza delle sue scoperte; perché questa
coscienza manca più o meno in ogni filosofo
e in nessuno può essere mai piena. L'oscurità, la vera oscurità, quella che s’avverte in V., e che a
volte avverte egli stesso senza riuscir mai a trovarne la causa, non è
superficiale e non nasce da cagioni estrinseche o accidentali, ma consiste
veramente in oscurità d'idee, nella
deficiente intelligenza di certi nessi e nella sostituzione con nessi fallaci,
nell'elemento arbitrario che perciò s'introduce nel pensiero, o, per dirla nel
modo più semplice, in veri e propri errori. Si potrebbe riscrivere la scienza
rifacendone l'ordine e mutandone o schiarendone la terminologia, chi scrive ha
fatto per suo conto questa prova, e
l'oscurità persiste, anzi si
accresce, perché in siffatta traduzione il saggio, perdendo la forma
originale, perde altresì quella torbida ma possente efficacia che può tenere
luogo talvolta della chiarezza e che, dove non illumina, scuote lo spirito del
lettore e propaga l'onda del pensiero quasi per vibrazioni simpatetiche. Che cagione
dell'oscurità, ossia dell'errore o degl’errori
di V., sia l' indistinzione o confusione già notata nella sua gnoseologia circa
il rapporto tra filosofìa, storia e scienza empirica, e sussistente non meno
nel suo effettivo pensiero intorno ai problemi dello spirito e della storia
umana, risulta dall'osservare come filosofia, storia e scienza empirica si
convertano a volta a volta presso di lui
l'una nell'altra e, danneggiandosi a vicenda, producano quelle perplessità,
equivoci, esagerazioni e temerità, che sogliono turbare il lettore della scienza.
La filosofia dello spirito s’atteggia ora come scienza empirica ora come
storia; la scienza empirica ora come filosofia ora come storia; e la
proposizione storica acquista l'universalità
del principio filosofico o la generalità dello schema empirico. Per
esempio, la filosofia dell'umanità assume di determinare le forme, categorie o
momenti ideali dello spirito nella loro successione necessaria, e bene merita
per tal rispetto il titolo o la definizione di storia ideale eterna sulla quale
corrono nel tempo le storie particolari, non potendosi concepire nessun frammento, per piccolo che
sia, di storia reale, dove non operi quella storia ideale. Ma poiché storia
ideale è anche per V. la determinazione empirica dell'ordine in cui si
succedono le forme delle civiltà, degli stati, dei LINGUE, degli stili, delle
poesie, accade che egli concepisca la serie empirica come identica alla serie
ideale e fornita delle virtù di questa;
onde la pronunzia tale che debba sempre esattamente riscontrarsi nei fatti, fosse
anco che nell'eternità nascessero di tempo in tempo mondi infiniti; il che è
apertamente falso, non essendovi alcuna ragione che si ripetano in perpetuo, col
dovette, deve e dovrà, l’empirica aristocrazia di ROMA, e la civiltà sorgano
o decadano pell'appunto come sorsero o
decaddero quella della ROMA ANTICA. E nel medesimo atto di questo
assolutizzamento del corso empirico, il corso ideale si vela d’un'ombra
empirica, perché, reso identico all'altro, riceve il carattere empirico
dell'altro, e si temporalizza, d’eterno ed extratemporale che e nella
concezione iniziale. Si dica il medesimo
delle singole forme dello spirito, le quali, come ideali ed extratemporali,
sono tutte e sempre in ogni singolo fatto; ma V., confondendole coi fatti reali
e concreti che la scienza empirica fissa nei suoi schemi, viene, subito dopo
averle proposte, ad abbuiarle nella loro ideale forma e distinzione. È vero che
il momento della forza non e quello
della giustizia; ma il tipo empirico della società barbarica fondata sulla
forza, appunto perché è una determinazione rappresentativa e approssimativa, e
si riferisce a uno stato di cose concreto e totale, non contiene solamente
forza, si anche giustizia; e quando quel momento ideale e quel tipo sono
scambiati fra loro e presi come identici, da
una parte il concetto filosofico della forza – il ROMOLO e il
neo-TRASIMACO di Grice -- s'intorbida di quello di giustizia – il neo-Socrate
di Grice e REMO -- e, facendosi ibrido e
contradittorio e incoerente, si sforma, dall'altra il tipo empirico della
società barbarica viene esagerato e di troppo irrigidito. La confusione
dell'elemento filosofico e dell'empirico
si può dire manifesta nella DIGNITA che definisce la natura delle cose: Natura
di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le
quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascono lo cose; dove
appaiono messi insieme le guise e i tempi, la genesi ideale e la genesi
empirica. Similmente, è verissimo che la
storia procede d'accordo colla filosofìa, e che quello che è filosoficamente
ripugnante non possa essere giammai storicamente accaduto; ma, poiché per V. la filosofia è indistinta dalla
scienza empirica, egli, dove il documento gli manca e perciò nessuna filosofia
è applicabile, si sente tuttavia sicuro della verità, e, riempiendo il vuoto colla congettura che gli fornisce lo schema della
scienza empirica, s'illude di aver fatto ricorso a prove metafisiche. O anche,
trovandosi innanzi a fatti dubbi, anziché attendere che la scoperta ài altri
documenti dissipi le dubbiezze, risolve il dubbio col prenderli, come egli
dice, in conformità delle leggi, cioè sempre dello schema empirico; il che, in
via d'ipotesi, è certamente lecito. Ma
queir ipotesi è, invece, per V., una verità meditata in idea, sicché il
riscontro coi fatti, che egli pure raccomanda per conferma, dove essere
superfluo; o, se i fatti nel riscontro risultassero contrari, il torto dovrebbe
essere dei fatti, cioè dell'apparenza, non mai dell'ipotesi, affermata come
verità indubbia – GRICE MEANING AND VALUE -- perché filosofica. Di qui la
tendenza, che è in V., a fare, come si dice, violenza ai fatti. Bastino questi
esempì a indicare il vizio intimo di struttura che è nella scienza, e a porre
uno dei capisaldi della nostra esposizione e della critica di CROCE del
pensiero di V., nel corso delle quali molti altri esempì ci si faranno spontaneamente innanzi e anche i già dati
saranno meglio schiariti. Ma un altro caposaldo che bisogna bene stabilire è
che quel vizio è il vizio d’un organismo sommamente robusto, e che gl’ordini di
ricerche che vengono da V. confusi sono costituiti d’effettive ricerche di
straordinaria novità, verità e importanza. E, insomma, il vizio medesimo
che s'incontra di frequente presso
gl'ingegni assai originali e inventivi, i quali di rado portano a perfezione
nei particolari le loro scoperte; laddove gl'ingegni meno inventivi sogliono
essere più. esatti e conseguenti – GRICE HARDY --. Profondità e acume non
sempre vanno insieme e con pari vigore; e V., quantunque non fosse molto acuto,
era sempre molto profondo. Luce e
tenebre, verità ed errore che s’alternano e incrociano quasi a ogni punto della
scienza, sono diversamente appresi secondo le diverse anime dei lettori e
critici; anzi, in casi eminenti com'è questo di V., si possono scorgere in modo
più netto tali diversità. Vi sono anime restie e diffidenti, pronte a notare
ogni più piccola contradizione,
inesorabili nell'esigere le prove d’ogni affermazione, vigorose nel maneggiare
le tenaglie dei dilemmi che stritolano senza pietà un povero grand'uomo. Per
costoro l'opera di V., e molte altre
della stessa qualità, è un libro chiuso; e, tutt'al più, offrirà loro
l'argomento per una di quelle cosi dette demolizioni, che essi compiono
con grande facilità e gusto, sebbene con
scarso successo, perché l'uomo da essi ucciso, dopo morto, suole restare più
vivo di prima. Ma vi sono altre anime, che alla prima parola che vada diritta
al loro cuore, al primo raggio di verità che lampeggi ai loro occhi, s’aprono
tutte con desiderio, s’abbandonano con fiducia, s'inebriano d'entusiasmo,
non vogliono sapere di difetti, non
scorgono difficoltà, o le difficoltà appianano subito e i difetti giustificano
nel modo più semplice, e, quando per caso scrivono, le loro scritture si
configurano come apologie – SCHIFFER SU GRICE – I trust Paul will forbear of my
apostasy”. E per costoro è da temere che
la scienza sia un libro troppo aperto – ECO – OPERA APERTA. Certamente, se fra
questi due atteggiamenti opposti non ce ne fosse un terzo, se bisogna
risolversi di necessità pell'uno o pell'altro, sarebbe da preferire il peccato
del troppo vivo amore a quello della gelida indifferenza, la troppa fede, che
pur lascia cogliere qualche aspetto del vero, alla nessuna fede che non ne
lascia vedere alcuno. Ma un terzo
atteggiamento è possibile, ed è doveroso pel critico: quello di non perdere mai
di vista la luce, ma di non dimenticare le oscurità; di giungere allo spirito
passando oltre la lettera, ma di non trascurare la lettera, anzi di ritornarvi
di continuo, procurando di mantenersi interpetre libero ma non fantasioso,
amante fervido ma non cieco. I due
capisaldi stabiliti, il vizio e la virtù che si sono riconosciuti propri della
mente di V., la sua geniale confusione o la sua genialità confusionaria,
impongono perciò come generale canone ermeneutico d’andare separando per
via d'analisi la schietta filosofia che
è in lui dall'empiria e dalla storia colle quali è commista e quasi incorporata,
e altresì queste da
quella, e di notare via via gl’effetti e le cause della commistione. Le
scorie non possono essere considerate inesistenti, congiunte come sono all'oro
nello stato di natura, ma non debbono impedire di riconoscere e purificare
l'oro; o, fuori di metafora, la storia dev'essere storia senza dubbio, ma tale
non è se non è intelligente. Delle forme dello spirito V. studia nella scienza
principalmente, e si potrebbe dire esclusivamente, quelle inferiori o
individualizzanti, che egli designa tutt'insieme col nome di certo: nello
spirito teoretico la fantasia, nello spirito pratico la forza o arbitrio, e
nella scienza empirica corrispondente alla filosofia dello spirito, la civiltà
barbarica o sapienza poetica, la cui
investigazione costituisce, come egli stesso dice, quasi tutto il corpo
dell'opera. Perché e come egli prende cosi forte interesse a codeste forme
inferiori e alle società primitive e storie barbariche che le rappresentavano,
è anche qui, nell'aspetto estrinseco, spiegato dagli studi che V. ebbe a
condurre sul DIRITTO ROMANO e sui tropi
e le figure rettoriche – GRICE, FIGURE OF SPEECH --, dalla tradizione
umanistica ancora viva in Italia, dal culto allora rinvigorito pelle scienze
archeologiche, dalla curiosità che spinge
a indagare L’ANTICHISSIMA CIVILTA ITALIANA, e via enumerando. Ma altri
non pochi, nel suo tempo e nel suo stesso paese, trattarono le medesime materie senza punto acquistare la
predilezione e la penetrazione del fantastico, dell'ingenuo, del violento: cose
delle quali lo stesso V. possede la predilezione, ma non ancora la
penetrazione, quando compone il De
antiquissima. Sicché la ragione piena di queir interessamento si vede
quando si consideri l'origine del V. filosofo e si tenga presente il carattere della sua mente,
antitetica allo spirito cartesiano. Il cartesianismo, tatto rivolto alle forme
universalizzanti e astrattive, trascura le individualizzanti; e tanto più V.
dove essere attirato d’esse come d’un mistero. Il cartesianismo rifuggiva con
orrore dalla selva selvaggia della storia; e V. s'interna bramoso in quella
parte appunto della storia, nella quale,
per cosi dire, è più forte il sentore della storicità: nella storia che è più
lontana e diversa dalla psicologia dell’età colte. Il cartesianismo generalizza
questa psicologia a tutti i tempi e a tutti i popoli, e V. era portato a
indagare nelle loro profonde differenze e opposizioni i modi di sentire e di
pensare delle varie età. Lo sforzo grande che bisogna fare, e che egli stesso fa,
per riprendere, attraverso l'intellettualismo, la coscienza della psicologia
primitiva, è espresso da V., dove parla delle aspre difficultà che gli era
costata la ricerca per discendere da
queste nostre umane nature ingentilite a quelle affatto fiere ed immani, le
quali ci è affatto negato d'imaginare e solamente a gran pena ci è permesso
d'intendere; o, poco diversamente, quando insiste sull'impossibilità ora che le
menti umane sono troppo ritirate dai sensi perfino presso il volgo, adusate ai
tanti vocaboli astratti, assottigliate coll'arte dello scrivere, quasi
spiritualizzate dalla pratica dei numeri d’entrare nella vasta immaginativa dei
primi uomini, le menti dei quali di
nulla sono astratte, di nulla assottigliate – GRICE ONE OFF IMPLICATURE --, di
nulla spiritualizzate, anzi tutte profondate nei sensi, tutte rintuzzate dalle
passioni, tutte seppellite nei corpi, e di formare l'idea, per es., della
natura simpatetica. E quello sforzo, doloroso ma trionfante, che aveva dovuto
compiere, era un'altra delle ragioni pelle
quali egli sente come nuova la scienza. Di questa infatti, ossia della ricerca
sulla forma ideale e sull'epoca storica del certo, manca, egli dice,
tutta la filosofìa. L’ACCADEMIA la
tenta invano nel Cratilo, perché gli era rimasta ignota LA LINGUA dei primi
legislatori, dei poeti eroi, tratto in inganno dalle forinole emendate e
ammodernate che le leggi erano venute
rivestendo via via in Atene. In un errore analogo sono caduti BORDONE (vedasi) Scaligero,
Sanchez e Schopp, che presero a spiegare le lingue coi
principi della logica, e della logica del LIZIO, sorta tanti secoli DOPO le
lingue. E Grozio, Selden, Pufendorf e gl’altri
filosofi del diritto naturale meditarono anch'essi sulla natura – GRICE NATURAL MEANING -- umana
ingentilita dalla religione e dalle leggi, sicché ritrassero il corso storico
cominciando dalla metà in giù; ossia si fermarono sull'intelletto e ignorano la
fantasia, sulla volontà moralmente disciplinata e trascurarono la selvaggia passione. Egli stesso, V., se col prendere a
indagare l'antichissima sapienza ITALIANA
da segno del suo interessamento per quel problema,si era, per altro, sviato
nella ricerca, seguendo l’orme dell'autore del Cratilo. Sotto l'aspetto
filosofico, la scienza, per questa preponderanza che vi ha l'indagine delle
forme individualizzanti e in ispecie della fantasia, la dottrina dei primi
popoli come poeti e del loro pensare per
caratteri poetici è, dice V., la chiave maestra dell'opera, si potrebbe non
troppo paradossalmente definire una filosofia dello spirito con particolare
riguardo alla filosofia della fantasia,
cioè all'Estetica. L'Estetica è da considerare veramente una scoperta di V.:
sia pure colle riserve onde s'intendono sempre circondate tutte le
determinazioni di scoperte e di
scopritori, e quantunque egli non la tratta in un saggio speciale – GRICE
IMPLICATURE --, né le da il nome fortunato col quale doveva battezzarla Baumgarten.
Del resto, giova notare che nella terminologia della scienza nuova s'incontra
un nome simile ad alcuno degl’equivalenti che Baumgarten passa in rassegna pell'Estetica:
quello di Logica poetica. Ma, in fondo,
il nome importa poco, e assai importa la cosa; e la cosa è che V. espone una
idea della poesia, che era a quei tempi, e dove rimanere per un pezzo ancora,
un'ardita e rivoluzionaria novità. Persiste allora la vecchia idea praticistica
o pedagogica, che dalla tarda antichità, attraverso il Medioevo, si era
trapiantata e radicata nel Rinascimento,
della poesia come ingegnoso rivestimento popolare di sublimi concetti
filosofici – METAFORA, IPERBOLE, MEIOSI, SINEDOCCHE -- e teologici – ANALOGIA,
ALLEGORIA; e, accanto a questa, sebbene
in grado minore, l'altra che la considera come prodotto o strumento di svago e
di voluttà -- rettorica e prammatica infernza, non logica – PRATT GRICE
BERKELEY. Queste concezioni avevano alterato perfino il senso originale del
trattato del LIZIO della Poetica, nel quale venivano introdotte e poi lette
come se effettivamente il LIZIO le avesse pensate e scritte. Né il
cartesianismo le rettificò, ma piuttosto, com'era d’aspettare, data la sua
generale tendenza, attenuò e annullò
l'oggetto medesimo di quelle definizioni, come cosa di nessuno o di
trascurabile valore. In un tempo in cui si cerca di ridurre a forma matematica
la metafisica e l'etica, in cui si dispregia l'intuizione del concreto, s’escogitavano
una letteratura e una poesia atte a diffondere la scienza nel volgo o nel bel
mondo, s'iniziano tentativi per foggiare
lingue artificiali – il
deutero-esperanto di Grice -- logiche più perfette di quelle storiche e
viventi, e perfino si tene possibile di stabilire regole per comporre arie
musicali senza essere musicisti e poemi senza essere poeti; in codesto ambiente
distratto, gelido, nemico, beffardo, solo un miracolo sembra potesse
risvegliare una diversa e opposta
coscienza, una coscienza calda e veemente di quel che sia veramente la poesia e
della sua originale funzione; e questo miracolo fa compiuto dallo spirito
tormentato, agitato e scrutatore di V., il quale critica tutt' insieme le tre
dottrine della poesia, come esornatrice e mediatrice di verità intellettuali –
GRICE YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE --, come cosa di mero diletto, e come
esercitazione ingegnosa di cui si possa senza danno far di meno. La poesia non
è sapienza riposta, non presuppone la logica intellettuale, non contiene
filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno
ficcato dentro essi stessi, senza avvedersene. La poesia non è nata per
capriccio di piacere – cf. LORD GRICE
AESTHETIC INSTRUMENTALISM – maximise pleasure --, ma per necessità di natura.
La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile che, senza d’essa, non sorge il
pensiero: è la prima operazione della mente umana. L'uomo, prima d’essere in
grado di formare universali, forma fantasmi; prima di riflettere con mente pura, avverte con animo perturbato e
commosso; prima d’articolare, canta; prima di parlare in prosa, parla in versi;
prima d’adoperare termini tecnici, metaforeggia, e il suo parlare per metafore
è tanto proprio quanto quello che si dice proprio – FIGURA DE-FIGURA, RE-FIGURA.
La poesia, non che essere una maniera di divulgare la metafisica, è distinta e opposta alla
metafìsica: l'una purga la mente dai
sensi, l'altra ve la immerge e rovescia dentro; l'una è tanto più
perfetta quanto più s'innalza agl’universali, l'altra quanto più s’appropria
ai particolari, al concreto; l'una
infievolisce la fantasia, l'altra la richiede robusta; quella ci ammonisce di
non fare dello spirito corpo, questa si
diletta di dare corpo allo spirito; le sentenze poetiche sono composte di sensi
e passioni, quelle filosofiche di riflessioni, che, usate nella poesia, la
rendono falsa e fredda: non mai, in tutta la distesa dei tempi, uno stesso uomo
fu insieme grande metafisico e grande
poeta -- LUCREZIO. Poeti e filosofi possono dirsi gli uni il senso, gl’altri l'intelletto dell'umanità; e in tale
significato è da ritenere vero il detto delle scuole che niente è
nell'intelletto che prima non sia nel senso – ma l’intelletto medesimo. Senza il senso, non si
dà intelletto; senza poesia, non si dà filosofia né civiltà alcuna. Quasi più
miracoloso di questa concezione della
poesia è che V. intravedesse la qualità genuina della lingua: problema non meglio risoluto e
assai meno agitato e investigato dalla
filosofia. La lingua si sole, a volta a volta, o confonderlo colla logicità o
abbassarlo a semplice SEGNO estrinseco e convenzionale o, per disperazione,
dichiararlo d’origine divina. V. intende
che l'origine divina è, in questo caso, un rifugio da pigri, e che la lingua
non è né logicità NÉ ARBITRIO, e, al pari della poesia, non è prodotto
né di sapienza riposta NÉ DI PLACITO o convenzione. La lingua sorge NATURALMENTE.
Nella prima forma d’essa, gl’uomini si spiegarono con atti muti, ossia per cenni,
e con corpi aventi naturali rapporti all’idee che vuoleno SIGNIFICARE, ossia
per oggetti simbolici. Ma, anche pella
lingua articolata e la lingua volgare, con troppo di buona fede, cioè con
iscarso accorgimento, è stato ricevuto d’ogni filologo che esse SIGNIFICANO A
PLACITO; laddove, pell’anzidette origini, dovettero SIGNIFICARE NATURALMENTE –
Grice, MEANING NATURAL AND NON-NATURAL --, e ogni parola volgare cominciare certamente d’un singolo individuo –
GRICE IDIOSYNCRASY – d’una nazione e provenire dalla lingua primitiva per cenni
e per oggetti. Nella lingua del LAZIO, come nelle altre, s’osserva che quasi
ogni voce è formata per proprietà naturali o per trasporti; e il maggior corpo d’ogni
lingua, presso ogni nazione, è costituito dalla metafora – Grice YOU’RE THE
CREAM IN MY COFFEE. La diversa opinione deriva dall'ignoranza dei grammatici, i
quali, abbattutisi in gran numero di vocaboli che offrono idee confuse e
indistinte, non sapendone l’origini onde sono un tempo luminose e distinte,
escogitarono, per darsi pace, la dottrina del PLACITO e la convenzione, e vi
trassero il LIZIO e Galeno, armandoli contro l’ACCADEMIA e Giamblico. La grave
difficoltà che si suole mettere innanzi contro l'origine naturale del
linguaggio e in favore della convenzione, la diversità delle lingue volgari
secondo i popoli, si scioglie col considerare che i popoli, pella diversità dei
climi, temperamenti e costumi, guardarono le medesime utilità o necessità della vita sotto aspetti
diversi, e perciò produssero lingue diverse; com'è comprovato altresì dai
proverbi, che sono massime di vita umana sostanzialmente identiche, eppure
spiegate in tanti diversi modi quante sono state e sono le nazioni.
Singolarmente importante è poi l'insistenza onde V. professa d’avere ritrovato
le vere origini delle lingue nei
principi della poesia: con che viene, per una parte, riasserita l'origine
spontanea e fantastica della lingua, e dall'altra, se non per esplicito, certo
per implicito, si tende a sopprimere la dualità di poesia e lingua. Nei quali
principi della poesia V. ritrova non
solamente l'origine della lingua, ma anche quella delle lettere o
scritture, dichiarando errore di
grammatici la separazione fatta tra le due origini, che sono congiunte per
natura e che come tutt'una cosa si presentano nella lingua primitiva mutola,
per cenni e per oggetti. La sapienza riposta e la
convenzione non hanno luogo neppure qui: i geroglifici non sono un ritrovato di
filosofi per nascondervi dentro i misteri delle
loro grandi idee, ma comuni e naturali necessità d’ogni primo popolo; e
solamente le scritture alfabetiche nacquero tra i popoli già inciviliti per
effetto di libera convenzione. In altri termini, V. viene a distinguere, sia
pure in modo confuso, nelle cosi dette scritture quella parte che è
propriamente scrittura e perciò convenzione, dall'altra che è invece DIRETTA ESPRESSIONE – DAVIS GRICE MEANING AND
EXPRESSION – ESTETICA DI CROCE --, e perciò lingua, favola, poesia, pittura.
Caratteristica di queste scritture espressive o lingue è l'inseparabilità del
contenuto dalla forma; la loro ragione poetica è tutta qui: che la favola e L’ESPRESSIONE
sono una cosa stessa, cioè una metafora
comune ai poeti e ai pittori, sicché un mutolo senza espressione verbale
possa dipingerla. V. arreca in esempio d’esse alcuni aneddoti tradizionali, come
le cinque parole reali, la ranocchia, il topo, l'uccello, il dente d'aratro e
l'arco da saettare, che Idantura, re degli sciti, manda in risposta a Dario che
gli aveva intimato guerra; e l'apologo degl’alti papaveri che re TARQUINIO svolge innanzi agl’occhi
dell'ambasciatore di suo tìglio Sesto circa il modo di domare Gabì:
procedimenti ESPRESSIVI non diversi da costumanze che s’osservano ancora presso
popolazioni selvagge e presso i volghi; e poi, altresì, l’imprese, le bandiere,
gl’emblemi delle medaglie e monete. Una frivola favoletta – FAVOLA – FAME --,
che rimpicciolisce e calunnia l'ufficio
vero dell’imprese, narra come esse venissero inventate nei tornei di Germania,
qual costume di galanteria, dai garzoni che gareggiavano per meritare l'amore
delle nobili donzelle. Ma l’imprese, nel Medioevo, sono cosa seria, come a dire
la scrittura geroglifica di quell'età: un parlare – GRICE PARABOLARE -- muto,
che suppliva la povertà dei parlari convenuti o delle scritture alfabetiche; e
solamente più tardi, nei tempi colti, diventarono gioco e diletto, si
convertirono in imprese galanti ed erudite, le quali bisogna animare coi motti,
perché, ora, hanno SIGNIFICAZIONI solamente analoghe, laddove quelle primitive
e naturali sono mutole e tuttavia
parlano senza bisogno d'interpetri – Those spots didn’t mean anything to me,
but to the doctor they meant that he had the measles. In questa schietta
naturalità perdurano nei tempi colti alcune di tali forme espressive; per es.,
le insegne o bandiere, che sono una certa lingua armata, colla quale le
nazioni, come prive di FAVELLA, si fanno intendere tra loro nei maggiori affari
del diritto naturale delle genti, nelle guerre, alleanze e commerci. Cosi, al
lume del concetto estetico pensato da V., poesia, parole, metafore, scritture,
simboli figurati, tutto si rischiara di lampi e dà guizzi di vita: cose grandi
e cose piccole, l'EPOS e l'araldica. La dottrina delle forme fantastiche riceve un avviamento nuovo
affatto nella storia dell’idee; perché se
V. s’oppone coi suoi concetti alle scuole del suo tempo e specie alla
cartesiana, nemmeno poi annoda e ripiglia altra scuola o tradizione più o meno
remota. Egli stesso sente la propria opposizione come diretta non contro una
scuola particolare, ma contro tutte quelle
che, nei secoli, avevano formolato dottrine sull'argomento. Circa la
poesia dice che egli rovescia tutto ciò che se n’è pensato da Platone e poi da
Aristotele via via fino ai recenti Patrizzi, Scaligero BORDONE e Castelvetro
(si veda), i quali si perderono in inezie tali che fa vergogna fin riferirle. Patrizzi
fa nascere la poesia dai canti degl’uccelli
e dal sibilo dei venti! Circa la lingua,
il suo intendimento non è rimasto soddisfatto né da Platone né dai Lazio,
Scaligero BORDONE e Sanchez. Circa le lettere, rifiutata l'origine divina che
era sostenuta da Mallinkrot ed Elingio, o, che vale il medesimo, interpetratala
a suo modo, dà saggio per iscandalo delle vane opinioni, incerte, leggiere,
sconce, boriose e ridevoli, che le
facevano provenire dai goti e per essi d’Adamo e dalla personale comunicazione
di Dio, o più direttamente dal paradiso terrestre, o d’un gotico Mercurio
inventore. Circa l’imprese, infine, osserva che i tanti che n’avevano composto
trattati, non n’avevano inteso nulla, e, solo per caso e indovinando,
lasciavano trapelare un seniore della
verità col chiamarle eroiche. In realtà, sarebbe difficile assegnare veri e
propri precedenti ai concetti estetici di V., e tutt'al più si potrebbero
ritrovarne vaghe suggestioni in certe sparse sentenze che egli raccoglie;
qualche stimolo più prossimo nelle dispute secentesche sulle differenze tra
intelletto e ingegno, ragione e immaginativa,
dialettica e rettorica; e qualche riscontro di particolari estrinseci,
come nei ravvicinamenti fatti da qualche retore di quel tempo, il Tesauro,
delle arguzie rettoriche parlate colle arguzie figurate. Senonché quei
concetti, nati da cosi possente getto d’originalità, non appena dai loro
lineamenti generali si passi alle determinazioni particolari, dall'idea o ispirazione originaria agli svolgimenti
effettivi, si vedono come turbarsi, ondeggiare, barcollare. Lasciamo da parte
le varie successive opinioni che V. tenne, e che si legano al processo storico
del suo spirito, sulla poesia, sulla lingua o sulla metafora, dalle orazioni
accademiche e poi dal De ratione e dal De antiquissima al Diritto universale,
e ancora da questo alla prima, e dalla prima alla seconda Scienza
nuova: indagine che potrebbe porgere argomento a un'apposita dissertazione e
che non entra nel quadro della nostra esposizione. Ma, anche nella forma ultima
del suo pensiero estetico, coesistono dottrine contradittorie. Egli non sta
pago a dire, come ha detto, che la forma poetica è la
prima operazione della mente, che
essa è costituita da sensi di passione, è tutta fantastica, priva di concetti e
di riflessioni; ma aggiunge che la poesia, diversamente dalla storia,
rappresenta il vero nella sua idea ottima, e compie perciò quella giustizia e
attribuisce quel premio e quella pena che spetta a ciascuno e che non sempre s’ottiene
nella storia, dominata sovente dal
capriccio, dalla necessità e dalla fortuna. Dice ancora che la poesia ha per
suo fine l'animazione dell'inanimato, essendo il più sublime lavoro d’essa
indirizzato a dare vita e senso alle cose insensate. Dice che la poesia non è
altro che imitazione, e che i fanciulli, i quali valgono assai nell'imitare,
sono poeti, e che i popoli primitivi,
fanciulli del genere umano, furono in Si veda il capo della parte storica della
Estetica di CROCE.] sieme sublimi poeti. Dice che la poesia ha per propria materia l'impossibile credibile, com'è impossibile che i corpi siano menti e pure fu
creduto che il cielo tonante è Giove, onde i poeti non s’esercitarono in altro
maggiormente che nel cantare i prodigi
compiuti dalle maghe per opera d'incantesimi. Dice che la poesia è nata d’inopia,
ossia che è un effetto d'infermità dello spirito; perché l'uomo rozzo e di
debole cervello, non potendo soddisfare il bisogno che prova del generale e
dell'universale, foggia a sostituzione i generi fantastici, gl’universali o
caratteri poetici; e che, per
conseguenza, il vero dei poeti e il vero dei filosofi sono lo stesso,
questo astratto e quello rivestito d'immagini, questo una metafisica ragionata
e quello una metafisica sentita e immaginata, confacente all'intendimento
popolaresco. Parimente d’inopia, cioè dall'incapacità ad articolare, nasce il
canto, e perciò i muti e gli scilinguati escono in suoni che sono canti; e dall'incapacità a SIGNIFICARE
le cose in modo PROPRIO, le metafore – GRICE YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE. Dice, infine, che lo scopo della poesia è d'INSEGNARE
al volgo l'operare virtuosamente. In questi detti sono accennati i più diversi
concetti sulla poesia, alcuni conciliabili colla dottrina fondamentale, ma proposti senza mediazione e perciò
effettivamente non conciliati; altri, affatto inconciliabili. V. potrebbe
essere, a volta a volta, sul fondamento di singoli testi, presentato come
sostenitore dell'estetica moralistica, pedagogica, astratta e tipeggiante,
mitologica, animistica, e via discorrendo. E se non ricasca nelle vecchie
teorie che egli aborre, e se non si
dissipa tra gl’errori nuovi che precorre, si deve al fatto che su tutte quelle
varietà e incoerenze sormonta costante il pensiero che la poesia è la prima
forma della mente, anteriore all'intelletto e libera da riflessione e
raziocini. Come non seppe, valendosi del suo principio capitale, sceverare e
accorciare gl’altri che circa la natura della poesia esistevano nella tradizione scientifica o
erano stati da lui escogitati, cosi non riusci a liberarsi dalla tirannia delle
classificazioni empiriche, vecchie e nuove. In cambio, si sforza di
filosofarle, e tenta di dedurre serialmente le diverse forme della poesia,
epica lirica drammatica; del verso e del metro, spondaico giambico prosastico;
del parlare figurato, metafora metonimia
sineddoche ironia – GRICE LEECH CONVERSATIONAL RHETORIC; delle parti del discorso, onomatopee
interiezioni GRICE OUCH pronomi particelle nomi – Figgo is shaggy -- verbi,
modi e tempi del verbo, al qual proposito richiama perfino un caso d’afasia da
lui osservato in Napoli in persona d’un uomo onesto tócco da grave apoplessia, il quale mentova
nomi e si è dimenticato affatto de’verbi, delle scritture, geroglifiche
simboliche alfabetiche; delle lingue secondo la loro crescente complessità, che
va dalle parole monosillabiche alle composte e dalla prevalenza di vocali e
dittonghi alla prevalenza delle consonanti. In questi tentativi dissemina
dappertutto interpetrazioni nuove e
parzialmente vere di fatti particolari; ma non giunse, e non poteva, a
sistemazione scientifica. E neppure vide chiaro nella relazione della poesia colle
altr’arti, che talora unificò con quella, come quando considera intrinsecamente
identiche pittura e poesia, e viene notando analogie tra la poesia e la pittura
del Medioevo; e, tal'altra, stranamente
separò, come quando pretende che la delicatezza delle arti sia frutto delle
filosofie e che delicatissime siano pittura, scultura, fonderia e intaglio,
perché debbono astrarre le superficie dai corpi che imitano. Queste incoerenze
ed errori, che abbiamo passati in rapida rassegna, se in parte derivano da
scarsa capacità di distinzione e d’elaborazione,
per un'altra e maggiore parte si riportano più direttamente al già chiarito
vizio fondamentale che è nella strattura della Scienza nuova e qui,
propriamente, allo scambio fatto da V. tra il concetto filosofico della forma
poetica dello spirito e il concetto empirico della forma barbarica della
civiltà, talché, egli stesso dichiara, questa prima età del mondo si può dire con verità
tutta occupata d'intorno alla prima operazione della mente. Ma la prima età del
mondo, essendo costituita d’uomini in carne ed ossa e non da categorie
filosofiche, non potè essere occupata intorno a una sola operazione della
mente. Quest'una poteva, come si suol dire, prevalere (e la parola stessa
scopre il carattere quantitativo e
approssimativo del concetto); ma tutte l’altre dovevano essere in atto insieme
con lei, la fantasia e l'intelletto, la percezione e l'astrazione, la volontà e
la moralità, il cantare e il numerare. A siffatta evidenza V. non poteva
sottrarsi, epperò in quella fase di civiltà introdusse non solo il poeta, ma
anche il teologo, il fisico,
l'astronomo, il pater familias, il guerriero, il politico, il
legislatore; senonché l’attività di tutti costoro volle considerare e chiamare
poetiche, con metafora tratta dall'asserita prevalenza della forma fantastica
dello spirito, e il complesso d’esse sapienza poetica. Il carattere metaforico
della denominazione è accusato, o balza agl’occhi, in alcuni luoghi caratteristici; come dove le arti, ossia le arti meccaniche, produttrici
pratiche d’oggetti per gl’usi della vita, sono definite poesie in certo modo
reali, e l'antico DIRITTO ROMANO, per l'abbondanza delle formole e cerimonie
onde si riveste, è detto poema drammatico serio. Ma le metafore sono
pericolose, quando, come nel caso della Scienza
nuova, trovano terreno favorevole alla loro conversione in concetti; e,
infatti, l'età storica, barbarica, metaforeggiata come sapienza poetica, non
tarda a trasformarsi, presso V., nell'età ideale della poesia, conferendo a
quest'ultima tutte le proprie attribuzioni. Colà erano teologi, e la poesia fu
considerata da V. come teologia, sebbene
fantastica; educatori, e fu fatta
educatrice, sebbene di volgo; sapienti di cose fisiche, e fu fatta sapienza,
sebbene di fisica immaginaria. E poiché quei barbari non potevano non pensare
per concetti, rozzi che questi fossero e involti nelle immagini, i fantasmi
della poesia, individuati, singolarizzati, le sentenze d’essa sempre
corpulente, si falsificarono in
universali fantastici, che sarebbero qualcosa di mezzo tra l'intuizione,
che è individualizzante, e il concetto, che universalizza: la poesia, che dove
rappresentare il senso, lo schietto senso, rappresenta invece il senso già
intellettualizzato, e il detto che niente si trova nell'intelletto che non sia
già nel senso, acquistò il significato che l'intelletto è il senso stesso, schiarito, o il senso
l'intelletto stesso, confuso; onde non si ebbe più bisogno dell'aggiunta
cautela: nìsi intellectus ipse. Per converso, la civiltà barbarica divenne come
una mitologia o allegoria dell’ideale età poetica; e i primi popoli furono
trasformati in moltitudini di sublimi poeti; come poeti furono fatti, nella ontogenesi
corrispondente a tale filogenesi, perfino i fanciulli. Il concetto
dell'universale fantastico come anteriore all'universale ragionato concentra in
sé la duplice contradizione della dottrina; perché all'elemento fantastico
dovrebbe essere congiunto in quella formazione mentale l'elemento
dell'universalità, il quale, per sé preso, sarebbe poi un vero e proprio
universale, ragionato e non fantastico: donde una petitio principii, per
la quale la genesi degl’universali ragionati, che dovrebbe essere spiegata,
viene presupposta. E, d'altro canto, se l'universale fantastico s'interpetrasse
come purificato dell'elemento universale e logico, cioè come mero fantasma, la
coerenza si ristabilirebbe certamente nella dottrina estetica; ma la sapienza poetica o civiltà barbarica
verrebbe mutilata d’una parte essenziale del suo organismo, perché privata d’ogni
sorta di concetti, e, per dir cosi, disossata. Per risolvere la contradizione
conveniva dissociare poesia e sapienza poetica; del che, in verità, s'incontra
qualche accenno presso V. Egli confessa talvolta, quasi involontariamente, la non corrispondenza tra
la categoria filosofica e il tipo sociale, e per quest'ultimo è costretto a
ricorrere ai press'a poco, e ai più o meno. Gli accade di dire, per es., che
gli uomini primitivi erano nulla o assai poco ragione e tutti robustissima
fantasia, quasi tutti corpo e quasi niuna riflessione; ovvero, dopo avere
distinte con filosofiche pretese tre
lingue degli dèi, degl’eroi e degl’uomini, osserva che la lingua degli dèi fu
quasi tutta muta e pochissimo
articolata; la lingua degl’eroi mescolata egualmente di articolata e di
muta; la lingua degl’uomini quasi tutta articolata e pochissimo muta. La
favella poetica, ammette ancora,
sopravvive alla sapienza poetica e scorre per
lungo tratto dentro il tempo istorico o età civile, come, dice con
magnifica immagine, i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e
serbano dolci l'acque portatevi colla violenza del corso. Anche nei tempi
moderni non si può dismettere il parlare fantastico, e per ispiegare i lavori
della mente pura ci han da soccorrere i parlari poetici per trasporti de'sensi. La poesia non sembra che
sia finita colla fine della barbarie, perché pur nei tempi civili sorgono
poeti; e che quelli della prima epoca fossero fantastici per natura, e i nuovi
tali si facciano per arte ed industria, ossia, come V. vuole, collo sforzarsi
di perdere memoria delle parole proprie, di purgarsi delle filosofie, di
riempirsi la mente di pregiudizi
fanciulleschi o volgari, di rimettere la mente in ceppi costringendosi, tra
l'altro, all'uso della rima, queste
restrizioni, del resto facilmente confutabili, s’affaticano invano a sminuire
l'importanza del fatto riconosciuto: che la poesia è di tutti i tempi, e non di
quello solo barbarico; è una categoria ideale e non un fatto storico. Ma le restrizioni anzidette, come la rarità e la
timidezza degl’accenni ricordati, provano che V. non era in grado d’eseguire la
dissociazione tra poesia e sapienza poetica, impeditone dall'ibridismo del
concetto e del metodo stesso della Scienza nuova. Se, per altro, l'idea della
poesia come pura fantasia, nonostante tutte le confusioni e incoerenze nelle quali s’avvolge, non fosse rimasta salda nel
fondo del pensiero di V., e non avesse operato, per cosi dire, nel sottosuolo
della Scienza nuova, non sarebbe agevole, né forse possibile, intendere la
concezione capitale che domina la sua filosofia dello spirito, e che è strettamente
legata con quell'idea. Diciamo, la concezione dello spirito come sviluppo, o,
per adoperare la terminologia propria di V., come corso o spiegamento:
concezione la quale, pur senza espressa contrapposizione, supera quella
ordinaria, limitantesi quasi esclusivamente a enumerare e classificare le
facoltà dello spirito. La dottrina degl’universali fantastici come spontanee
formazioni mentali, universali rozzi ma forniti d’un motivo di vero, era certamente bastevole come
strumento per debellare l'empirica teoria che fa sorgere le civiltà d’un'alta e
ragionata saggezza ordinatrice, opera personale di Dio o di uomini sapienti,
sorti NON SI SA COME e piovuti NON SI SA DONDE. V. pone chiaro il dilemma delle
due e non più guise di spiegare l'origine della civiltà: o nella riflessione d’uomini sapienti, ovvero in un certo senso e istinto umano d’uomini
bestioni; e si risolve pella seconda ipotesi, per i bestioni che via via s’erano
fatti uomini; cioè pel pensiero che s’evolve dall'universale fantastico a
quello ragionato, per l'assetto sociale che procede via via dalla forza all'EQUITÀ.
Ma era quella concezione bastevole per
fondare la storia ideale o filosofia dello spirito? Nella filosofia dello spirito, essa si
sarebbe tradotta in qualcosa di simile, se non d'identico, alla dottrina che,
per effetto del cartesianismo e anche d’una certa tal quale rinascita che ebbe
la scolastica di Duns Scotus, corre ai tempi di V., e secondo cui la vita dello
spirito s’esplica nei gradi successivi
del concetto oscuro, confuso, chiaro e distinto: Leibniz, com'è noto, fa
argomento di speciale studio le percezioni oscure e confuse, le petltes perceptions. Dottrina nel suo intrinseco intellettualistica, perché i concetti,
confusi e oscuri che fossero, erano pur sempre concetti; e impotente perciò a
dare ragione, nonché della poesia, neppure
delio sviluppo spirituale, che non può intendersi, nella sua dialettica
quando sia costituito di differenze meramente quantitative, le quali, in
realtà, non sono differenze ma identità e perciò immobilità; e, infatti, tutto
quell'indirizzo fa, insieme, antiestetico e statico, privo d’una vera dottrina
della fantasia e d’una vera dottrina dello sviluppo. Il pensiero di V. ò, invece, avverso
all'intellettualismo, simpatico alla fantasia, tutto dinamico ed evolutivo; lo
spirito è, per lui, un eterno dramma; e, poiché il dramma vuole tesi e
antitesi, la sua filosofia della mente è impiantata sull'antinomia, cioè sulla
reale distinzione e opposizione di fantasia e pensiero, poesia e metafisica,
forza ed EQUITÀ, passione e moralità,
per quanto egli sembri talvolta, pelle ragioni già note, disconoscerla o,
piuttosto, per quanto venga talvolta a ingarbugliarla con indagini e dottrine
empiriche e con determinazioni storiche. Anche la dottrina di V. sul mito, se è
non meno originale e profonda di quella circa la poesia, non è del tutto
limpida, perché le relazioni tra poesia
e mito sono cosi strette che l'ombra gettata sull'una deve necessariamente
stendersi in qualche modo sull'altro. Proseguendo a indagare, come abbiamo
fatto sin qui e faremo sempre nel séguito, lo stato delle cognizioni ai tempi di
V. secondo le varie discipline e problemi che egli prese a trattare,
ricorderemo in breve, circa gli studi sulla
mitologia, come tra il Cinque e il Seicento non solamente si mettessero
insieme grandi compilazioni letterarie di miti, delle quali già aveva dato
esempio, nel Trecento, Boccaccio, ma venissero dottamente propugnate le due
teorie esplicative già note all'antichità classica e non ignote del tutto al
Medioevo: la teoria del mito come allegoria di verità filosofiche, morali, politiche, e via
discorrendo, e quella del mito come storia di personaggi effettivamente
esistiti e d’avvenimenti accaduti, adornate dall'immaginazione che divinizza gl’eroi,
evemerismo. L'allegorismo ispira, tra l'altre, l'opera di Conti, MythologicB
sive explanationis fabularum libri decerti e il De sapientia veterum di
Bacone; dove, per altro, quel sistema
era proposto non senza qualche dubbio e colla espressa cautela che, se anche
non vale come interpetrazione storica, avrebbe potuto sempre mantenere il suo
valore di moralizzazione, aut antiqultatem illustrabimus aut res ipsas. Il
neoevemerismo era rappresentato autorevolmente da Giovanni Ledere, Clericus, l'erudito ginevrino-olandese verso cui tanta reverenza
e gratitudine ebbe a professare V. per aver degnato d’attenzione il suo Diritto
universale, e del quale fece epoca, in materia mitologica, l'edizione della
Teogonia esiodea; lo segui tra gl’altri Banier, autore di Les fables expllquèes par l'histoire. Un terzo sistema, anch'esso non senza qualche
precedente antico, deriva i miti da
popoli particolari, dagl’egiziani o dagl’ebrei, ovvero dall'opera di singoli
filosofi e poeti inventori; e, quando non si risolve in una pura e semplice
ipotesi storica sulla formazione di alcuni o di tutti i miti trasmessi
dall'antichità o non si riporta alla rivelazione divina, è chiaro che implica
la teoria che il mito sia non già una
forma eterna, ma un contingente prodotto dello spirito, il quale, com'è
nato una volta, cosi possa morire o sia già morto. V. s’oppone risolutamente
alla prima e alla terza scuola, all'allegorismo e alla dottrina della
derivazione storica; e ricorda, perla prima, il trattato di BACONE dal quale tratta
incentivo a meditare sull'argomento, ma ch'egli
giudica più ingegnoso che vero; e per l'altra scuola, considerante i
miti come storie sacre alterate e corrotte dai gentili e in particolare dai
greci, il De theologla gentili di Vossio, la Demonstratio evangelica di Huet, e
il Phaleg et Canaan di Bochart. I miti o favole non contengono sapienza
riposta, cioè concetti ragionati, avvolti consapevolmente nel velo della favola; e perciò non sono allegorie.
L'allegoria – GRICE SCATOLOGIA FILOSOFICA -- importa che s’abbia, d’una parte, il concetto o significato, dall'altra
la favola o involucro, e tra le due cose l'artifizio che le fa stare insieme.
Ma i miti non si possono scindere in questi tre momenti, e neppure in un
significato e un significante: i loro
significati sono univoci. Importa altresì, quella teoria che chi crede
al contenuto non creda alla forma; ma i creatori dei miti dettero ingenua e
piena fede a quelle loro creazioni; e fintasi, per es., la prima favola divina,
la più grande di quante mai se ne finsero in appresso, GIOVE ROMANO re e padre
degli dèi e degl’uomini in atto di fulminante, essi stessi che se lo finsero lo
credettero, e con ispaventose religioni lo temerono, riverirono e osservarono.
Il mito, insomma, non è favola ma storia, quale possono formarsela gli spiriti
primitivi, e da questi è severamente tenuta come racconto di cose reali. I
filosofi che sorsero posteriormente, servendosi dei miti per esporre in modo
allegorico le loro dottrine – cleaning the stables at Oxford – GRICE --, ovvero
illudendosi di ritrovarvele per quel senso di riverenza che si porta all'antichità
tanto più venerabile quanto più oscura, ovvero stimando comodo di giovarsi di
tale espediente per i loro fini politici, e cosi Platone omerizzando e, nel
tratto stesso, platonizzando Omero; resero i miti favole, quali in origine non
erano e intrinsecamente non sono. Onde è da dire che filosofi e mitologi furono
piuttosto essi i poeti che immaginarono tante strane cose sulle favole, laddove
i poeti o creatori primitivi furono i veri mitologi e intesero narrare cose
vere dei loro tempi. Per la medesima ragione, ossia per essere i miti parte
essenziale della sapienza poetica o barbarica, e come tale spontanei in tutti i
tempi e luoghi, non si può attribuirli a un singolo popolo che li avrebbe
inventati e dal quale si sarebbero trasmessi agl’altri, quasi ritrovato
particolare d’uomini particolari od oggetto di rivelazione. Codesta dottrina,
superante l'allegorìe mò e lo storici 5 srao, è un altro aspetto della
rivendicazione che V. compi delle forme conoscitive alogiche contro l'
intellettualismo, il quale le nega appunto col presentarle ora come forme
artificiali ora come prodotti accidentali o dovuti a cause soprannaturali. Né
sembra accettabile l'opinione che aggrega V. all'indirizzo neoevemeristico, da
lui in verità non combattuto espressamente e verso il quale presenta anche, se
si vuole, alcune superficiali somiglianze, ma insieme colle somiglianze questa
radicale diversità: che per lui le favole non sono alterazioni di storie reali
né si riferiscono di necessità a individui reali – BELLEROPHON RODE PEGASUS
GRICE --, ma sono intrinsecamente verità storica, nella forma che la verità
storica suol prendere nelle menti primitive. Altra più precisa determinazione
circa la natura del mito V. non dà né poteva, appunto perché essendo in lui
ondeggiante il concetto stesso della poesia, egli non era in grado di segnare i
limiti tra le due forme. Parlò, in genere, di poesia e di mito come di cose
distinte, ma non fermò la distinzione. Eppure, V. si era bene imbattuto nel
concetto che porge quel criterio distintivo, e l'aveva enunciato; senonché, in
cambio di valersene pella dottrina del mito, ne aveva fatto una o alcune delle
sue parecchie definizioni della poesia. Quel carattere poetico,
quell'universale fantastico che, introdotto nell'estetica come principio esplicativo
della poesia, dà origine a tante insuperabili difficoltà, è invece,
pell'appunto, la definizione del mito, e come tale fornisce alla scienza della
mitologia il vero principio che le bisogna. Se il concetto del compiere grandi
fatiche pel comune vantaggio non si sa staccare dall'immagine d’un uomo
particolare che abbia compiuto alcuna di quelle fatiche – GRICE THE STABLES OF
OXFORD --, quel concetto diventa il mito, per es., di ERCOLE; ed Ercole è
insieme un individuo che fa azioni individuali e uccide l'idra di Lerna e il
leone nemeo o LAVA LE STALLE D’AUGIA – GRICE RETROSPECTIVE EPILOGUE --, ed è un
concetto; come il concetto dell'operosità utile e gloriosa è un concetto ed è,
insieme, Ercole: è un universale – AND SOURCE OF IDIOMS -- e un fantasma: un
universale fantastico – that every Oxonian learns about, even if rich. Anche
quel sublime lavoro., che V. dice proprio della poesia, di dare vita alle cose
inanimate, spetta non propriamente alla poesia ma al mito – those spots
naturally NATURA DEVS mean measles. Il quale, incorporando i concetti in
immagini, ed essendo l’immagini sempre qualcosa d'individuale, viene ad
atteggiarli come esseri viventi. Cosi gl’uomini primitivi, che non conoscevano
la cagione del fulmine – or of dark clouds -- e perciò non ne possedevano la
definizione fisica fisiologica naturale, erano tratti, miteggiando, a concepire
il cielo come un vasto corpo animato con una mente che menta – MEAN STEVENSON
‘The barometer ‘means’ that --, che a somiglianza d’essi medesimi quando erano
in preda alle loro violentissime passioni, urlando, brontolando, fremendo,
parlasse e volesse dire qualche cosa. E del mito e non della poesia si deve
riconoscere l'origine nell'inopia, nella debolezza della mente e nella sua
inadeguazione ai problemi che vuole risolvere, nell’incapacità a pensare per
universali ragionati e a esprimersi con termini propri, onde sorgono
gl’universali fantastici e le metonimie e le sineddoche e ogni sorta di
metafore ed IMPLICATURE -- espresse. Le contradizioni, notate da noi
nell'universale fantastico e che lo rendono inadatto a fondare la dottrina
estetica – GRICE: I EXPRESS MY BELIEF --, stanno perfettamente a posto nella
dottrina del mito; il quale è, pell'appunto, questa contradizione: un concetto
che vuol essere immagine e un'immagine che vuol essere concetto, e perciò
un'inopia, anzi un'impotenza potente, un contrasto e una transizione
spirituale, dove il nero non è ancora e il bianco muore. Infine, la sapienza
poetica, cioè la teologia, fisica, cosmografia, geografia, astronomia e tutto
il complesso delle restanti idee e credenze dei popoli primitivi, esposte da
V., erano effettivamente mito e non, come egli dice, poesia, pella buona
ragione ch'egli stesso adduce che quelle erano le loro storie; e la poesia è
poesia e non istoria, neppure più o meno fantasticata. Poesia, i poemi omerici
in quanto esprimevano i sentimenti e le umane aspirazioni della grecità – I’ve
been washing the stables --; storia, gli stessi poemi omerici, in quanto erano
cantati e ascoltati come racconti di fatti realmente accaduti: due forme di
prodotti spirituali che, se sembrano materialmente raccogliersi in una stessa
opera, non per ciò s'identificano. Tutto questo V. vede e non vede, o, meglio,
ora intravede e ora travede e perciò non si può dire che riesca a determinare
veramente la distinzione e a risolvere il problema dei rapporti tra mito e
poesia. Un altro importante e ancora assai dibattuto problema della scienza
mitologica, se cioè il mito sia filosofia o storia, potrebbe credersi, invece,
da lui risoluto in modo netto; perché egli ripete molte volte che i miti
contengono sensi storici, e non già filosofici, dei popoli primitivi; ma, in
realtà, ove si faccia bene attenzione, si scorge che egli, nonché risolverlo,
non se lo propone neppure. I sensi storici, che V. assevera, sono contrapposti
non propriamente ai sensi filosofici in genere, ma ai sensi mistici d’altissima
filosofia e ai sensi analogi – GRICE ANALOGIA COME IMPLICATURA --, che i
mitologi da lui criticati vi ritrovavano; cioè, d’una parte ripetono la critica
all'allegorismo e, dall'altra, combattono quel cattivo modo d'interpetrazione
storica che trasferisce idee e costumi moderni ai popoli antichi. La sua teoria
si concilia, a dir vero, alla pari con quella che avvicina il mito alla
filosofia, e coll'altra che l'avvicina alla storia; coll'eclettica che ammette
entrambi gl’elementi, e colla speculativa, che li ammette altresì entrambi ma
perla ragione che filosofia e storia, cosi in sé medesime come nel mito,
costituiscono, in fondo, una cosa sola e indivisibile. Come inopia, il mito
deve essere superato. La mente umana che agogna naturalmente d’unirsi a Dio
donde ella viene, cioè al vero Uno, e che non potendo per l’esuberante natura
sensuale dell'uomo primitivo esercitare la facoltà, sepolta sotto i loro sensi
troppo vigorosi, d’astrarre dai subietti le proprietà e le forme universali,
s’era finta le unità immaginarie, i generi fantastici o i miti, nel suo
successivo SPIEGARSI – EXPLICATURA -- o esplicarsi risolve via via i generi
fantastici in generi intelligibili, gl’universali poetici in ragionati, e si
libera dai miti. L'errore del mito passa cosi nella verità della filosofia. V.
conosce e adopera un concetto dell'errore, dell'errore propriamente detto,
nascente dalla volontà e non dal pensiero, il quale quanto a sé non erra mai,
mens enim semper a vero urgetur quia nunquam aspectu amittere possumus Deum;
dell'errore che consiste in vuote parole arbitrariamente combinate, verbo,
autem scepissime veri vini voluntate MENTIENTIS – GRICE MEANING -- eludimi oc
mentem deserunt, immo nienti vim faciunt et Dea obsistunt; dell'errore,
insomma, che, per adoperare la sua efficace descrizione, si ha quando gl’uomini
mentre colla bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocché la lor mente
è dentro il falso, che è nulla. Ma sa anche che l'errore non è mai del tutto
errore, appunto perché, non potendosi dare idee false e consistendo il falso
soltanto nella sconcia combinazione delle idee, in esso è sempre il vero, e
ogni favola ha qualche motivo di verità. Perciò, lungi dal disprezzare le
favole, ne riconosce il valore quasi d’embrione del sapere riposto o della
filosofia che si svolge poi. I poeti, ossia, nel nuovo significato che assume
in V. questa parola, i creatori dei miti, sono il senso, cioè, nel nuovo
significato, la filosofia rudimentale e imperfetta – stone-age physics --; e i
filosofi sono l'intelletto dell'umanità (vale a dire, la filosofia più
compiuta, che nasce dalla precedente). L'idea di Dio s’evolve a poco a poco da
Dio, che colpi la fantasia dell'uomo isolato, al Dio delle famiglie, divi
parentum, al Dio della classe sociale o della patria, divi patrii, al Dio delle
nazioni, fino a quel Dio che a tutti è GIOVE, al Dio dell'umanità. Le favole
destarono Platone a intendere le tre pene divine, che gli dèi solamente, e non
gl’uomini, possono infliggere: l'oblio, l'infamia e il rimorso; il passaggio
pell’Inferno gli suggerì il concetto della via purgativa onde l'anima si
purifica dalle passioni, e l'arrivo agl’elisi quello della via unitiva onde la
mente va ad unirsi a Dio per mezzo della contemplazione delle eterne cose
divine. Dalle somiglianze e metafore dei poeti Esopo trasse gl’esempì e
gl’apologi con cui dette i suoi avvisi; e dall'esempio, che si fonda sopra un
caso solo e soddisfa le menti rozze, si svolge l'induzione, che si vale di più
casi simili, quale l'insegnò Socrate colla dialettica, e successivamente il
sillogismo, che Aristotele scoperse e che non regge senz’un universale.
L’etimologie delle parole svelano le verità intraviste dai primi uomini e
deposte nella loro lingua; per es., -- MEAN GRICE -- ciò che i filosofi con
gravi ragioni hanno dimostrato che i sensi fanno essi le qualità sensibili, è
già adombrato nella parola OLFACERE – GRICE ODOUR SMELL -- della lingua del
LAZIO, che implica il pensiero che l'odorato faccia l'odore – GRICE, SOME
REMARKS ABOUT THE SENSES -- V. attribuisce tanta importanza a questa
connessione tra universali poetici e universali ragionati, tra mito e
filosofia, d’essere tratto ad affermare che le sentenze dei filosofi, le quali
non trovino precedente e riscontro nella sapienza poetica e volgare – the lay
and the learned --, debbano essere errate. Anzi, è questo un altro significato
che egli assegna talvolta al rapporto tra filosofia e filologia – THE WAY OF
WORDS --: d’una conferma reciproca tra sapienza volgare – the lay -- e sapienza
riposta – the learned --, conciliate entrambe nell'idea d’una filosofia perenne
dell'umanità. Colla teoria del mito e del rapporto d’esso colla filosofia V.
dato, tutt'insieme, la sua teoria della religione e del rapporto tra religione
e filosofia. Due pensieri circolano, a questo proposito, per entro la Scienza
nuova: l'uno, che la religione nasca, nella fase della debolczza e
dell'incultura, dal bisogno mentale di dare pace alla curiosità e d'intendere
in qualche modo le cose della natura e dell'uomo. di spiegare, per es., il
fulmine – or the dark clouds meant by Nature --, l'altro, che la religione
s'ingeneri negli animi pel terrore di colui che minaccia fulminando – those
spots are killing us. E si potrebbero chiamare le due teorie, dell'origine
teoretica e dell'origine pratica della religione; e poiché, conformemente alle
dottrine di V., l'uomo è nient'altro che intelletto e volontà, è chiaro come,
fuori di queste due origini, la religione non possa averne altre. Ora,
lasciando da parte la religione nel significato pratico, della quale si
discorre più innanzi, la religione nel significato teoretico che cosa è altro
se non l'universale fantastico, l'ANIMISMO – spots ‘mean’ measles -- poetico,
il mito? A essa si lega quell'istituto che V. chiama la divinazione, il
complesso dei metodi coi quali si raccoglie e interpetra la lingua di Giove, le
parole reali, I SEGNI ie cenni del Dio, finto nell'universale fantastico e
creato dall'immaginazione animatrice. E come dal mito procede la scienza e la
filosofia, cosi, parimente, dalla divinazione la conoscenza delle ragioni e
cause, la previsione filosofica e scientifica. V., a questo modo, si libera dal
pregiudizio che comincia a prevalere al suo tempo, si ricordino la storia
degl’oracoli antichi di Van Dale, resa popolare da Fontenelle, e il libro già
citato di Banier, e tanta efficacia ebbe per un secolo ancora, delle religioni
come impostura d'altrui, quando erano invece, egli dice, nate da propria
credulità. Colui che non ammette l'origine artificiale dei miti, non poteva
ammetterla neppure delle religioni. Ma come egli rifiuta altresì l'origine
soprannaturale o rivelata dai miti, cosi nello stesso atto pronunzia né più né
meno che l'origine naturale, anzi umana, delle religioni; e, quel che più
specialmente è da notare, la ripone in una forma inadeguata dello spirito,
nella forma semifantastica, che è il mito. Né bisogna fare caso di qualche suo
breve detto incidentale, che sembra in contrasto con questa teoria; come là
dove dice che la religione precede non solo le filosofie ma la lingua stessa,
il quale suppone la coscienza di qualcosa di comune tra gl’uomini: equivoci
derivanti dalla solita perplessità metodica e d’abito di poca chiarezza.
L'identificazione della religione col mito, e l'origine umana delle religioni,
non solo è insistentemente espressa, ma è essenziale a tutto il sistema di V.
Origine umana, che non esclude, nelle parole di lui, un diverso concetto di
religione: la religione rivelata, e perciò d’origine soprannaturale. Egli,
infatti, pone sempre, d’un canto, la teologia poetica, che è mitologia, e la
teologia naturale, che è metafisica o filosofia; e, dall'altro, la teologia
rivelata. Ma quest'ultimo concetto è ammesso da lui, non perché si leghi ai
precedenti e tutti derivino d’un principio comune, si bene semplicemente perché
V. afferma gl’uni e afferma l'altro. L'origine umana, la teologia poetica, di
cui è séguito la teologia metafisica, è quella che vale pell'umanità
gentilesca, ossia pell'umanità intera, fatta eccezione del popolo ebreo che è
privilegiato dalla rivelazione. Per quali motivi V. serba questo dualismo, e
sopra quali contradizioni pungenti è a cagione d’esso costretto ad adagiarsi,
anche questo si vedrà più oltre, e a suo luogo. Ma appunto perché quel dualismo
rimase in lui senza mediazione, noi dobbiamo, esponendo il suo pensiero, tenere
fermo ciascuno dei due termini del dualismo, e, per ora, l'origine meramente
umana: la religione quale prodotto del bisogno teoretico dell'uomo giacente in
condizioni di relativa povertà mentale. Concetto che ha rapporti solamente
indiretti con quellodi BRUNO della religione come cosa necessaria alla
moltitudine rozza e poco sviluppata, e con quello di CAMPANELLA della religione
naturale o perpetua, eterna filosofia razionale coincidente col cristianesimo
spogliato dai suoi abusi; e che ha rari e deboli riscontri negli scrittori del
tempo, i quali, anche quando v’accennano di passaggio, l'intendono in modo
superficiale e lo presentano senza nessuna coerenza colle altre loro idee:
battono sulla religione in quanto ignoranza e trascurano la sapienza di
quell’ignoranza, la religione come verità. L’altre dottrine di V. di ragion
teoretica, cioè di logica della filosofia, delle scienze fisiche e matematiche
e delle discipline storiche, sono state già esposte nell 'esporre la sua
gnoseologia, e si desumono quasi tutte dai primi scritti, perché nella Scienza
nuova la fase della mente tutta spiegata appare, più che altro, come un limite
della ricerca. Soltanto giova notare che V. tocca altresì il problema del
rapporto tra poesia e storia, ma, sempre a causa dell' indistinzione tra
filosofia e scienza sociale, non gli riesce di risolverlo pienamente. Sotto un
aspetto, sembra a lui che la storia sia anteriore alla poesia, perché questa,
dice, presuppone la realtà e contiene una imitazione di più; sotto un altro
aspetto, che la poesia costituisca la forma prima, perché presso i popoli
primitivi la loro storia è la loro poesia – la battaglia di Maldon -- e i primi
storici sono i poeti. A ogni modo, egli insiste sull'elemento poetico,
intrinseco alla storia; e d’Erodoto, padre della greca storia, osserva che non
solo i libri di lui sono ripieni la più parte di favole, ma lo stile ritiene
moltissimo dell'omerico, nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli
storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase mezza tra la poetica
e la volgare: VERBA FERME POSTARVM, come ripete altrove facendo suo un detto di
CICERONE. Né si trovano svolti particolarmente in V. i rapporti fra teoria e
pratica, intelletto GRICE JUDGING e volontà GRICE WILLING, benché dappertutto
egli SUGGERISCA – sub-gest – Grice, implicate -- il pensiero generale che come
in Dio intelletto e volontà coincidono, similmente nell'uomo, immagine di Dio;
onde la mente o spirito non è divisa in un pensiero e in una volontà – GRICE
PSI-ING --, in un pensiero che proceda per un verso e in una volontà che
proceda per un altro, ma pensiero e volontà si compenetrano e formano un tutto
solo: concezione assai superiore a quella della filosofìa del suo tempo, cioè
del leibnizianismo, in cui persiste il concetto dell'arbitrio divino, e perciò
dell'irrazionalità. Un altro suo e singolare pensiero importerebbe invece, per
chi concluda frettolosamente, la precedenza della pratica – GRICE VOLITING
DEFINES JUDGING -- sulla teoria; perché V. dice che i filosofi pervengono ai
loro concetti mercé l'esperienza dell’istituzioni sociali e delle leggi nelle
quali gl’uomini s’accordano come in qualcosa d’universale, e che Socrate e
Platone, per es., presuppongono la democrazia e i tribunali ateniesi, e
CARNEADE presuppone CATONE. Ma questa successione delle religioni che generano
la repubblica, della repubblica che genera la legge, della legge che genera
l’idee filosofiche, e che egli chiama una particella della storia della
filosofia narrata filosoficament, è, appunto, teoria d'importanza non
filosofica ma sociologica. Per quel che concerne le dottrine di ragion pratica,
delle quali ora entriamo a trattare, potrebbe parere che V., diversamente che
in quelle di ragion teoretica, non sia in recisa opposizione alle idee del suo
tempo, ma anzi si ricolleghi proprio a un movimento del suo tempo: alla scuola
del diritto naturale. Il capo della scuola, l'iniziatore del movimento, Grozio,
era da lui chiamato uno dei suoi quattro autori – per Grice: due: Quine e
Chomsky --, insieme con Platone, in cui trova appagata la sua brama d’una
filosofia idealistica, con Bacone che gli fa sorgere in mente l'idea d’una
scienza positiva e storica delle società, e con TACITO, che vedremo più innanzi
qual servizio gli rese o V. crede d’averne ottenuto. E insieme col Grozio
ricorda perpetuamente gl’altri principali autori del diritto naturale, Selden e
Pufendorf, trascurando gl'innumerevoli loro seguaci, che considera, piuttosto
che autori di scienza, semplici adornatori del sistema di GROZIO. Il
ricollegamento, in un certo senso, è evidente e confessato e professato dallo
stesso V.; ma anche è indubitabile che egli non aderì semplicemente a quella
scuola, neppure la continua al modo di chi serbi i concetti generali e
direttivi, e svolga o corregga i particolari. La continua solamente in
significato dialettico, cioè in quanto ne ebbe a contrastare le tesi capitali o
ad accoglierle cangiandole profondamente. Il diritto naturale gl’offerse non
soluzioni ma problemi, e di questi anche s’alcuni gl’offerse ben determinati,
altri, e più gravi, suscita solamente nel suo spirito: problemi dunque o non
risoluti o neppure veduti, che V. si propone e in parte risolve. Gl’aspetti e
le tendenze del diritto naturale erano molteplici, e conviene preliminarmente
distinguerli ed enumerarli. In primo luogo, in quella scuola, presa nel suo
complesso e nei suoi tratti essenziali, s’esprime il progresso sociale, onde
l'Europa, uscendo dal feudalesimo e dalle guerre di religione, si da una nuova
coscienza, spiccatamente borghese e LAICA: si ricordi che la formazione d’essa
fu quasi contemporanea alla nascita dell'anticlericale e borghese istituto
della massoneria. Naturale voleva dire, tra l'altro, non soprannaturale – GRICE
ON MOORE --; e, quindi, ostilità o indifferenza di fronte al soprannaturale e
alle istituzioni che lo rappresentavano e ai conflitti sociali che ingenera. Non
a caso Grozio fu arminiano; Pufendorf ebbe liti con teologi; TOMASIO è
rammentato tra i promotori della libertà di coscienza. Le proteste di reverenza
verso la religione e verso la chiesa, che con molta abbondanza quei pubblicisti
solevano inserire nei loro scritti (i quali ne sono come soffusi d’un velo di
pietà), erano cautele da politici, che procurano di minare il nemico senza
lasciarsi scorgere, di ferire coprendosi. Cautela lodata, per es., nel Grozio
d’uno dei seguaci della scuola, l'autore della Pauco plenior iuris naturalis
historia, che celebra il maestro come instrumentum divince providentice, quasi
Messia venuto a redimere il lumen naturale dalla servitù al super naturale, e
fornito perciò di tutta la forza e di tutta l'abilità occorrenti; talché,
esperto delle persecuzioni scolastiche, caute versabatur ne maius bilem
adversus prudentiam naturalem et rationalem ex latebris productam tara minis
irritaret, e procedendo a separare le leggi umane dalle divine, non prende di
fronte la scuola teologica coll'attaccarne gli errori fondamentali, anzi
perfino la loda nei prolegomeni dell'opera sua. Naturale significa altresì ciò
che è comune agl’individui delle varie nazioni e stati; onde, sotto l'aspetto
pratico, forniva un ottimo motto d'ordine per riunire in certi desideri,
speranze e lotte comuni la borghesia dei vari paesi. I trattati del diritto
naturale furono pella borghesia quel che il Manifesto dei comunisti e il grido:
Proletari di tutto il mondo, unitevi, tentarono d’essere pella classe operaia.
In quanto quella scuola e quella pubblicistica erano manifestazione d’un moto
pratico, l'interesse filosofico v’aveva parte subordinata e ufficio
sussidiario. Per questa ragione, in secondo luogo, le trattazioni del diritto
naturale, filosoficamente considerate, non si levano di solito sopra un chiaro
e popolare empirismo. I principi, sui quali si appoggiano, non sono
approfonditi e assai spesso neppure estrinsecamente unificati; i concetti, che
adoperano, sono piuttosto rappresentazioni generali; la forma della trattazione
è solo apparentemente sistematica. Qualcuno di quegli scrittori procura di
collegare le sue dottrine giusnaturalisticbe colla filosofia platonica, del
PORTICO o cartesiana, risaliva ad assiomi logici e metafisici, si giova della
deduzione e del metodo matematico. Ma tutto codesto era accostamento e non
fusione, adornamento e non ravvivamento; e, tutt'al più, vale come prova di
diligenza e di serietà d'intenzioni. La filosofia, pell’altro, implicita più o
meno nei trattatisti del diritto naturale ed esplicita nei filosofi che presero
a elaborarlo speculativamente, s’accorda collo spirito del tempo, del quale ci
sono noti i caratteri generali. Cosicché terzo aspetto del giusnaturalismo fu,
in etica, o l'utilitarismo, ora più o meno larvato ora apertamente dichiarato,
e a volta a volta ragionato con filosofia piuttosto matematizzante o piuttosto
sensistica, di tendenze materialistiche o di tendenze razionalistiche; ovvero,
che è quasi il medesimo, un astratto e intellettualistico moralismo, che
minaccia di precipitare a ogni istante nell'utilitarismo. Dal quale
intellettualismo e utilitarismo, combinati coll'impronta pratica e
rivoluzionaria di quel moto spirituale, che era rivolto piuttosto a un
semplicistico diritto da far trionfare che non a riconoscere quello realmente
svoltosi nella storia e ricco di tante forme e vicende, deriva il quarto
carattere d’esso, cioè la mancanza di senso storico, l'antistoricismo della
scuola, la quale stabiliva l'astratto ideale di’una natura umana fuori della
storia umana o non fusa e vivente in questa. Infine, borghese, anticlericale,
utilitario o materialistico com'era, il giusnaturalismo aveva un quinto e
importante carattere, l'avversione alla trascendenza e la tendenza a una
concezione immanentistica dell'uomo e della società. Carattere poco esplicato e
poco ragionato dottrinalmente, ma non pertanto facilmente riconoscibile nel
complesso dei concetti di quella scuola. Ora, l'ispirazione di V. era
genuinamente ed esclusivamente teoretica, punto pratica o riformistica;
altamente speculativo il suo metodo, e disdegnoso dell'empirismo; idealistico,
e perciò antimaterialistico e antiutilitaristico, il suo spirito; la sua
gnoseologia anelante al concreto, al certo, e però storicizzante. Per
conseguenza, la sua dottrina della ragion pratica, pure prendendo le mosse dal
giusnaturalismo, dove uscire diversa, anzi contraria a questo, in tutti i primi
quattro caratteri da noi enunciati. E se in qualcosa coincide, non nella via
per pervenirvi, ma nel risultamento, era appunto dove meno l'autore avrebbe
voluto: nel carattere immanentistico e areligioso. Ma poiché il nostro proprio
tema non è già la critica e modificazione che il diritto naturale ebbe nel
pensiero di V., si bene questo pensiero stesso, sarà opportuno, ripigliando il
filo dell’esposizione, seguire ordine alquanto diverso da quello tenuto nel
ricapitolare i vari caratteri del giusnaturalismo, e cominciare dal vedere
l'opposizione di V. all'utilitarismo dichiarato o larvato di quella scuola, e
la dottrina ch’egli svolge sul principio dell'etica. I due principali
rappresentanti dell'utilitarismo che V. ha sempre innanzi agl’occhi, sono
Hobbes e Spinoza; ma ricorda insieme con essi Locke e Bayle e, MACHIAVELLI e,
risalendo all'antichità, IL PORTICO ROMANO col suo concetto del fato, L’ORTO
ROMANO con quello del caso, Carneade col suo scessi, e perfino l'inconsapevole
dottrina che è contenuta nel motto Vce victis, attribuito al Brenno o capo dei
Galli invasori di Roma. Di Hobbes ammira lo sforzo magnanimo nel cercare
d’accrescere la filosofia d’una teoria che l’era mancata nei bei tempi della
Grecia, cioè della teoria dell'uomo considerato in tutta la società del genere
umano; ma dice infelice l'evento, fallito il tentativo, che, come anche quello
di Locke, nel fatto risulta assai prossimo all'ORTO ROMANO. Hobbes non s’era
accorto che egli non si sarebbe potuto neppure proporre il suo problema del
diritto naturale dell'umanità, s’il motivo non gliene fosse stato fornito
pell'appunto dalla religione cristiana, la quale comanda verso tutto il genere
umano, nonché la giustizia, la carità. Al PORTICO ROMANO invece, al suo fato e
al suo determinismo onde furono incapaci a ragionare adeguatamente di
repubblica e di leggi, a codesti spinosisti dell'antichità, si collega idealmente
Spinoza, del cui utilitarismo, diverso di spiriti tanto dal lockiano quanto
dall'hobbesiano, perché Spinoza mente, non sensu de veris rerum diiudìcat, non
isfuggiva a V. la singolarità. Ma, per singolare che debba dirsi, esso
costrinse Spinoza a ragionare di repubblica in modo poco elevato, come d’una
società che sia di mercadanti. Quelle dottrine utilitarie, calunniose
dell'umana natura, parvero a V. proprie d’uomini disperati, che pella loro
viltà non ebbero mai parte nello stato, o pella loro superbia si stimarono
tenuti bassi e non promossi agl’onori dei quali pella loro boria si credevano
degni; e annovera tra costoro il povero Spinoza, il quale, non avendo, perché
ebreo, niuna repubblica, mosso da livore, si sarebbe dato a escogitare una metafisica
da rovinare tutte le repubbliche del mondo. Severo è il suo giudizio sulle
condizioni dell'etica ai suoi tempi, che era quale poteva essere sulla base
d’una metafisica meccanica e materialistica, senza lume di finalità. Cartesio
fu affatto sterile in quel campo, perché le poche cose che sparsamente ne
lascia scritte non compongono dottrina e il suo trattato delle Passioni serve
piuttosto alla medicina che alla morale; similmente sterili Malebranche e
Nicole, e i Pensieri di Pascal, solitaria eccezione, sono pur lumi sparsi.
Degl’italiani, PALLAVICINO offri appena un abbozzo d’etica nel suo trattato Del
bene, e MURATORI, nella sua Filosofia morale, fece prova assai infelice. L'
utilità non è principio esplicativo della moralità, perché proviene dalla parte
corporale dell'uomo e, per tale provenienza, è caugevole, laddove la moralità,
l' honestas, è eterna. Derivare la moralità dall'utilità -- THE OUGHT CASHED
OUT ON A HIGHER-ORDER WANT – GRICE -- è scambiare l'occasione colla causa,
fermarsi alla superfìcie e non spiegare per nulla i fatti. Nessuno dei vari
modi nei quali il principio utilitario viene atteggiato dai filosofi, la frode
o impostura, la forza, il bisogno, rende conto delle differenziazioni, cioè
dell'organismo sociale. Quale frode poteva mai sedurre e trarre in inganno i
supposti primi semplici e parchi posseditori di campi, i quali vivevano affatto
contenti della sorte loro? Quale forza, se i ricchi, i pretesi usurpatori,
erano pochi, e i poveri, i derubati, molti? Codeste spiegazioni sono giochetti,
indegni del grave problema. Quei forti, quei potenti erano, in realtà, potenti
d'altro che di sola forza; tanto che si facevano protettori dei deboli e
oppugnatori delle tendenze distruttive e antisociali: la loro legge era, si, di
forza, ma a natura prcestantiori dlctata, cosa che ben era lecito ignorare al
barbaro Brenno, ma non a uomini filosofi. La forza creatrice e organizzatrice
delle prime repubbliche fa tutta umanità generosa, alla quale si debbono
richiamare sempre gli Stati, quantunque acquistati coll'impostura e colla
forza, perché reggano e si conservino; conformemente al detto di MACHIAVELLI di
richiamarli all’origini, ma coll'intesa che l’origini profonde si trovano nella
clemenza e nella giustizia. Gl’uomini sono tenuti insieme da qualcosa di più
saldo dell'utilità. Società d'uomini non può incominciare e durare senza fede
scambievole; senza che altri riposino sopra l’altrui promesse e s’acquetino
alle altrui asseverazioni di fatti occulti. Si può forse ottenere questa fede
col rigore delle leggi penali contro la menzogna? Ma le leggi sono prodotto
della società, e, perché sorga società, è necessaria quella fede scambievole.
Si dirà, come dice Locke, che si tratta d’un processo psicologico, pel quale
gl’uomini via via s’avvezzano a credere quando altri loro dica e prometta di
narrare la verità? Ma, in questo caso, quegli uomini già intendono l'idea d’un
vero, che basti rivelare per obbligare altrui a doverlo credere senza niun
documento umano; e il principio psicologico dell'abitudine è oltrepassato. La
causa vera della società umana non è, dunque, l'utilità, la quale favorisce
soltanto, come occasione, l'azione della causa, e fa si che gl’uomini, per
natura sociale deboli e indigenti, e divisi dal vizio d’origine, si traggano a
celebrare la loro natura sociale, REBVS IPSIS DICANTIBVS, secondo la formola di
POMPONIO, che V. ripete con predilezione. Cose, fatti, circostanze mutano nella
moralità che non muta; e di qui l'illusione degl’utilitaristi, che guardano
dall'esterno e si tengono alle apparenze e vedono il mutamento e non la
costanza. L'omicidio è vietato; ma l'approvazione che si dà a colui il quale,
minacciato nella vita, non potendo altrimenti salvarsi, uccide l'ingiusto
aggressore, non importa mutevolezza del criterio morale circa l'omicidio,
perché, in quelle particolari circostanze, non si tratta, in realtà,
d’omicidio, ma di pena capitale che l'ingiustamente aggredito, trovandosi in
solitudine, infligge quasi per tacita delegazione sociale. Il furto è vietato;
ma colui che, per tenersi in vita, prende altrui un pane, non viola la
moralità, perché esercita un diritto fondato sull'equobono. La sola filosofia
che porti con sé una vera etica sembra a V. la platonica, risalente a un
principio metafisico, l'idea eterna che educe da sé e crea la materia; laddove
l'etica aristotelica è fondata sopra una metafisica che conduce a un principio
fisico, alla materia, dalla quale s’educono le forme particolari facendo di Dio
un vasellaio che lavori le cose fuori di sé. L'etica dei GIURECONSULTI ROMANI
abbonda, senza dubbio, di splendidi aforismi, ma non è altro che una semplice
arte d’equità, insegnata con innumerabili minuti precetti di giusto naturale,
che quelli indagano dentro le ragioni delle leggi e la volontà del legislatore;
epperò non può considerarsi come filosofia morale, dove fa d'uopo procedere da
pochissime verità eterne, stabilite in metafìsica d’una giustizia ideale. Per
ragioni analoghe V. non poteva appagarsi di Grozio e degli altri
giusnaturalisti; circa i quali nota in genere cosa verissima, cioè che i loro
grossi volumi recano, si, titoli magnifici, ma poi non contengono nulla più di
ciò che è volgarmente risaputo. Se si pesano i principi del Grozio colla
bilancia esatta della critica, risultano tutti piuttosto probabili e verisimili
che necessari e invitti. Nella questione dell'utilità Grozio non coglie il
punto giusto, non distinguendo l'occasione dalla causa; né inchioda, ossia non
definisce, l'antichissima disputa s’il diritto sia in natura o solo nelle
opinioni degl’uomini, nella quale filosofi e teologi ancora contendono collo
scettico Carneade e coll’ORTO ROMANO; propone l'ipotesi degl’uomini primitivi
che siano semplicioni, ma si dimentica affatto di ragionarla. E poiché quei
suoi semplicioni, accortisi dei danni della solitudine bestiale, vengono alla
vita comune, e questa determinazione è loro dettata dall'utilità, Grozio
scivola anche lui, senza avvedersene, nell'utilitarismo e nell'ORTO ROMANO. Ma
V., invece, alla domanda s’il diritto sia per natura o per convenzione -- GRICE
NATURAL CONVENTIONAL -- risponde colla solenne dignità: Le cose fuori del loro
stato naturale né vi s’adagiano né vi durano. Alla domanda donde nasca la
società risponde richiamando il senso umano, la coscienza, il bisogno che ha
l'uomo di salvarsi dal nemico interno che gli rode il petto. L'origine è
certamente nel timore, ma nel timore di sé stesso, non della violenza altrui; è
nel rimorso che punge, nel pudore che tingendo di rosso il volto dei primi
uomini fa risplendere pella prima volta la moralità sulla terra. Dal pudore
nascono tutte le virtù, l'onore, la frugalità, la probità, la fede nelle
promesse, la verità nelle parole – GRICE LE MASSIME CONVERSAZIONALI WARNOCK
OBJECT MORALITY --, l'astensione dall'altrui, la pudicizia. Celebrando la società,
l'uomo celebra la natura umana. Il pudore o coscienza morale – L’IMMANUELE
CONVERSAZIONALE --, tradotto nella corrispondente scienza empirica, dà il senso
comune degl’uomini d'intorno alle umane necessità o utilità, che è la fonte del
diritto naturale delle genti. Questo senso comune, dice V., è un giudizio senza
alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo,
da tutta una nazione e da tutto il genere umano. Giudizio senza riflessione non
è veramente giudizio, dal quale la riflessione è inseparabile; non è giudizio
anche perché sentito e non pensato. Ma non è neppure – MASSIME – what WE DO
FOLLOW that we OUGHT to follow -- quello che poi si disse sentimento, termine
vago, ignoto a V. non meno che alla filosofia tradizionale. È piuttosto un
atteggiamento pratico che, simile a un di presso negl'individui viventi in
condizioni simili, produce i simili costumi dei vari gruppi sociali, da quelli
d’una classe particolare a quelli dell'intera umanità. Atteggiamento affatto
spontaneo, e, anche per questo definito privo di riflessione, onde i costumi si
generano dall'interno e non dall'esterno, e sono simili senza che siano copiati
gl’uni dagl’altri, senza prendere esempio l'una nazione dall'altra. Attraverso
quel senso comune la coscienza morale s'incorpora in compatti e resistenti
istituti; ed esso accerta l'umano arbitrio, che è di sua natura incertissimo.
Ma il timore interno, il pudore, la coscienza morale è svegliata negl’uomini
dalla religione: il timore è timore di Dio, il pudore è vergogna innanzi a lui.
Gl’uomini primitivi errano pella terra solitari, selvaggi, feroci, senza lingue
articolate, senza concubiti certi, in preda alle loro disordinate violentissime
passioni; piuttosto che uomini, bestioni. Chi li frenerà? Donde verrà il
soccorso che loro impedisca di distruggersi a vicenda? Non possono indirizzarli
uomini sapienti, che non si sa donde o come s'introdurrebbero in mezzo a loro;
non può salvarli l'intervento di Dio: Dio si è ritirato nel suo popolo eletto e
non ha nessun commercio colla restante umanità, coll'umanità gentilesca. Ma
quei bestioni son pur uomini: Dio, nell'abbandonarli, lascia nel fondo del loro
cuore una favilla dell'esser suo. Ecco: il cielo fulmina, i bestioni
stupiscono, si fermano, temono; s’accende in loro la confusa idea di qualcosa
che li supera, d’una divinità. Ed essi pensano, o piuttosto immaginano, un
primo Dio, un Cielo o un Giove fulminante; e a quel Dio si rivolgono per
placarlo o per invocarlo a soccorso. Ma per placarlo e averlo soccorritore
debbono conformare la propria vita a questo intento: umiliarsi alla divinità,
domare l'orgoglio e la fierezza, astenersi da certi atti, COMPIERNE altri. Dal
pensiero della divinità riceve forza dunque il conato ossia la libertà, che è
propria della volontà umana, di tenere in freno i moti impressi alla mente dal
corpo per acquetarli o per dare loro altra direzione. E con questi atti di
dominio sopra sé stesso, colla libertà, è nata insieme la moralità: il timore
di Dio ha posto il fondamento alla vita umana. La terra si copre di are; le
grotte dei suoi monti, dove il maschio trascina ora la femmina, vergognoso dei
concubiti innanzi al volto del Cielo o di Dio, assistono ai primi riti nuziali,
proteggono le prime famiglie; il grembo della terra s’apre ad accogliere il pio
deposito dei morti corpi. Le prime e fondamentali istituzioni etiche, culto
religioso, matrimoni, sepolture, sono sorte. Questa potenza etica e sociale
dell'idea di Dio si riafferma nel corso della storia posteriore; perché, quando
i popoli sono infieriti colle armi, e nessun potere hanno più sopra di loro le
umane leggi, l'unico mezzo di ridurli è la religione. Si riafferma nello
svolgimento individuale della vita umana: ai fanciulli, infatti, non si può
altrimenti insegnare la pietà che col timore di qualche divinità; e, nella
disperazione di tutti i soccorsi della natura, l'uomo desidera un essere
superiore che lo salvi, e questo essere è Dio. Tutte le nazioni credono in una
divinità PROVVIDENTE: popoli che vivano in società senza alcuna coscienza di
Dio, per es., in alcuni luoghi del Brasile, in Cafra, nell’Antille, sono
novelle di viaggiatori, che procurano smaltimento ai loro libri con mostruosi
ragguagli. S’è cosi. e cosi è certamente, nessuna dottrina è più stolta di
quella che pretende concepire morale e civiltà senza religione. Come delle cose
fisiche non si può avere certa scienza senza la guida delle verità astratte
fornite dalle matematiche, delle cose morali non si può senza la scorta delle
verità astratte metafisiche, e perciò senza l'idea di Dio. Quando si spegne o
si oscura la coscienza religiosa, insieme si spegne e s’oscura il concetto di
società e di stato. Ebrei, cristiani, gentili e maomettani ebbero quel
concetto, perché tutti credettero in qualche divinità, sia come mente infinita
libera, sia come più dèi composti di mente e di corpo, sia come un unico Dio,
mente infinita libera in corpo infinito. Ma non lo ha L’ORTO ROMANO, che
attribuisce a Dio il solo corpo e col corpo il caso; né IL PORTICO Romano, che
lo fa soggetto al fato. E ottimamente CICERONE dice ad ATTICO, DELL’ORTO
ROMANO, di non potere istituire con lui ragionamento intorno alle leggi, se
prima non gli concede che vi sia un divino PROVVIDENTE. Hobbes, che rinnova
L’ORTO ROMANO, e Spinoza, rinnovatore del PORTICO ROMANO, si è visto che non
intesero nulla di quel che siano società e stato. Tra gl’empì uomini primitivi,
brutti, irsuti, squallidi, rabbuffati, dovrebbero andarsi a disperdere quei
dotti dalla sfumata letteratura, e a capo d’essi Bayle, che sostengono che
senza religione possa vivere, e viva di fatto, umana società. La manchevolezza
nell'idea di Dio è altresì il principale argomento della critica che V. muove a
due di coloro che egli altamente onora come principi del diritto naturale, a
Grozio e a Pufendorf. Né l'uno né l'altro, egli dice, statuisce per primo e
proprio principio il divino PROVVIDENTE. Grozio non già che propriamente la
neghi, ma, pello stesso grande affetto che porta alla verità, per meglio
assodare la necessità razionale dell'umana società, ne vuol prescindere, e
professa che il suo sistema regga, tolta anche ogni cognizione di Dio; onde V.
lo taccia di socinianismo, perché pone la naturale innocenza in una semplicità
di natura umana. Peggio Pufendorf, il quale addirittura sembra sconoscere il
PROVVIDENTE e comincia con un'ipotesi scandalosa dell’ORTO ROMANO, supponendo
1'uomo gettato in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio, senza neppure
quella scintilla chiusa in petto, che si dilata in fiamma morale; della qual
cosa essendo stato ripreso, da Schwartz, cerca di giustificarsi con una
particolare dissertazione, l'Apologia, ma non giunse a scorgere il principio
vero che solo rende possibile spiegare la società. Ora perché mai, essendoci
note tutte codeste energiche affermazioni e polemiche di V. sulla
condizionalità religiosa della morale, abbiamo asserito che il solo punto in
cui egli si trovi veramente d'accordo con Grozio, con Pufendorf, e in genere
colla scuola del diritto naturale, è la concezione affatto immanente dell'etica?
Perché, se ben s’osserva, V. non s’oppone al metodo tenuto dai giusnaturalisti;
che anzi anch'egli costruisce la sua scienza della società umana prescindendo,
come Grozio, d’ogni idea di Dio, e, come Pufendorf, ponendo l'uomo senza aiuto
e cura di Dio, cioè prescindendo dalla religione rivelata e dal Dio d’essa.
Come per quei due, materia della sua indagine è il diritto naturale e non il
soprannaturale, il diritto delle genti e non quello del popolo eletto, il
diritto che sorge spontaneo nelle caverne e non quello che scende giù dal Sinai
– MT SINAI PERHAPS MOISES BROUGHT MORE THAN THE 10 COMMS – GRICE --
L'opposizione di V., da lui esposta colla consueta confusione e oscurità,
s’aggira non sopra codeste affermazioni, ma sul concetto stesso di religione. La
religione, insomma, della quale egli parla, non è la medesima di cui parlano, o
non parlano, Grozio e Pufendorf. Religione, come già sappiamo, vale per V. non
già rivelazione ma concezione della realtà; o che s’affermi, come nei tempi
della mente tutta spiegata, in forma di metafisica intelligibile, e mova dal
pensiero di Dio per schiarire la logica nei suoi raziocini e discendere a
purgare il cuore dell'uomo colla morale; o che s’affacci, come nei primordi
dell'umanità, in forma di metafisica poetica. Dalla religione rivelata, quando
si ricerchi il fondamento della morale, si può ben prescindere; ma in qual modo
si potrebbe da quella religione naturale, che è tutt'una cosa colla coscienza
della verità? Plutarco, descrivendo le primitive religioni spaventevoli, pone
in problema se, invece di venerare cosi empiamente gli dèi, non sarebbe stato
meglio che non fosse esistita religione alcuna; ma egli dimentica che da quelle
fiere superstizioni si svolsero luminose civiltà e sull'ateismo non crebbe mai
nulla. Senza una religione, mite o feroce, ragionata o immaginosa, che dia
l'idea più o meno determinata e più o meno elevata di qualcosa che superi
gl'individui e in cui gl’individui tutti si raccolgano, mancherebbe alla
volontà morale l'oggetto del suo volere. E a questo punto si chiarisce quello
che abbiamo distinto come il secondo significato, pratico o etico, della parola
religione in V. Nel qual significato egli rivendica e giustifica il detto degli
empì che il timore fa gli dèi; o, anche, addita la radice della religione nel
desiderio che gl’uomini hanno di vivere eternamente, mossi d’un senso comune
d'immortalità nascosto nel fondo della loro mente. La religione è, in questo
secondo significato, un fatto pratico ossia la moralità stessa, come nel primo
era la verità stessa. Intesa dunque la religione da V. o, nel primo
significato, come condizione o, nel secondo, come sinonimo della moralità, è
chiaro che, col censurare Grozio e Pufendorf pella loro trascuranza di questo
importantissimo concetto, egli non fa altro in sostanza che ribadire la critica
all'insipido moralismo e al larvato utilitarismo di quei due pensatori. E pel
medesimo fine ebbe anche altre volte ricorso all'efficace strumento del
concetto di religione. Perché se alla filosofìa attribuì talora l'ufficio di
giovare il genere umano sollevando e reggendo l'uomo caduto, tal'altra giudicò
che essa sia piuttosto adatta a ragionare, e che le massime GRICE ragionate dai
filosofi intorno alla morale servano solamente all'eloquenza per accendere i
sensi a compiere i doveri della virtù, laddove solo la religione è efficace a
far virtuosamente operare. Nella scienza empirica, poi, che corrisponde a
questa parte della filosofia dello spirito, V., mutate in due epoche storiche
la religione, o metafisica poetica, e la filosofia, fatto della prima il
carattere dell'epoca barbarica e della seconda quello dell'epoca civile, è
ovvio che dove sostenere, come sostenne, che sola fondatrice d’ogni civiltà e
della stessa filosofia è la religione, e rigettare il detto, che egli, non
senza ritoccarlo, attribuisce a Polibio, che, se ci fossero al mondo filosofi,
non farebbero uopo religioni. Come potrebbero sorgere filosofi, egli obietta,
se prima non sorgano le repubbliche ossia le civiltà? e come le repubbliche
potrebbero sorgere, senza l'opera delle religioni? Quel detto si deve dunque
invertire: senza religione, nessuna filosofia. Fu la religione, fa il divio
provvidente, che addimesticò i figliuoli dei Polifemi e via via li ridusse
all'umanità degl’Aristidi e dei SPERATI, dei Lelì e degli Scipioni Africani.
Anche il concetto dello stato ferino, che nei libri dei giusnaturalisti serve
d’ipotesi e d’espediente didascalico, sia per isvolgere la trattazione
indipendentemente dalla teologia mistica senza sollevare troppi scandali, sia
per insinuare le loro teorie utilitaristiche, in V. ricompare con nuovo ufficio
è nuovo contenuto. Cattolico di pure intenzioni, avendo dato pace al suo animo
col separare la religione rivelata da quella umana, egli è in grado d’assumere
lo stato ferino come vera e propria realtà. Verità ideale, in quanto
rappresenta nella dialettica della coscienza pratica un momento necessario
pella genesi della moralità, il momento premorale; realtà storica ed empirica,
come approssimativa condizione di fatto in quei periodi d’anarchia e
fermentazione che precedono il sorgere della civiltà o seguono alle crisi di
queste. I giusnaturalisti fanno ossequio, ora più ora meno, alla dottrina
tradizionale della chiesa, cioè che l'umanità gentilesca, nella dispersione seguita
alla confusione babelica, avesse portato seco un residuo di religione rivelata,
un vago ricordo del vero Dio, donde l'origine della vita sociale e degli dèi
falsi e bugiardi, barlume del Dio vero; e per questa ragione lo stato ferino
veniva proposto nel loro sistema come astratto e irreale. V. eseguiva sul serio
la distinzione tra ebrei e gentili, e concepiva lo stato ferino come privo
d’ogni aiuto che provenisse dall'anteriore rivelazione: uno stato nel quale
l'uomo era, per cosi dire, da solo a solo colle proprie sconvolte e turbolente
passioni. Stato di fatto senza moralità, ma. diversamente che nell'ipotesi
utilitaria, tutto pregno d’esigenze morali, e dal quale s’esce col farsi
esplicito di questo implicito IMPLICATURA GRICE. Ma si esce naturalmente e non
già per effetto della grazia divina: la vera grazia divina è la stessa natura
umana, a cui partecipano i gentili al pari degl’ebrei, tutti irraggiati nel
volto d’un lume divino. L'uomo ha libero arbitrio, ma debole, di fare delle
passioni virtù; e nel suo travaglio verso la virtù è aiutato in modo naturale
dal divino provvidente. Di certo, V. non intende disconoscere l'efficacia
altresì della diretta e personale grazia divina; ma, col suo solito metodo, la
separa del divino provvidente NATURALE, che solo gì’importa e solo considera. A
lui piacque sempre, per quel che concerne le controversie sulla grazia, di
tenersi lontano dai due estremi, tipicamente rappresentati, secondo lui, dal
pelagianismo e dal calvinismo; e studiando le opere di Ricardo, il gesuita
Deschamps, teologo della Sorbona, ne accetta la dimostrazione circa
l'eccellenza della dottrina d’AGOSTINO, appunto perché media tra quegli
estremi. Siffatta temperata dottrina gli sembra propria, dice, per meditare un
principio di diritto naturale delle genti, che spiega l'origine del DIRITTO
ROMANO e d’ogni altro gentilesco, e per tenersi nel tempo stesso in accordo
colla religione cattolica. Era disposto a concedere che vi sia una nazione
privilegiata, l'ebrea; e che l'uomo cristiano, nella lotta contro le passioni,
sia più forte del non cristiano, perché, dove non giunge la grazia naturale,
può essere soccorso dalla soprannaturale. Ma, infine, il miracolo è miracolo
[WAR IS WAR, WOMEN ARE WOMEN --, e la Scienza nuova non è scienza di miracoli.
Che tale non sia, è confermato dalla critica di V. al terzo dei tre principi
del diritto naturale, a Selden, celebre ai suoi tempi quanto dimenticato poi,
autore del De iure naturali et gentium iuxta disciplinam hebrceoì'um.
Diversamente da Grozio, e avversario di lui anche in altre questioni, Selden
non nega anzi sublima l'efficacia della religione, né concepiva possibilità
alcuna di vita morale e civile pel genere umano, fuori della rivelazione. La
quale, fatta da Dio al popolo ebreo, da questo sarebbe passata ai gentili per
molteplici vie di trasmissione: Pitagora, per es., avrebbe avuto per maestro
Ezechiele; Aristotele, al tempo della spedizione d’Alessandro in Asia, si
sarebbe stretto in amicizia con Simone il giusto; a NUMA Pompilio sarebbe
giunta qualche notizia della Bibbia e dei profeti. C'era di che soddisfare ogni
animo di credente, che si ritraesse timoroso dai libri degl’altri
giusnaturalisti avvertendone le tendenze eterodosse. Ma V. non vuol sapere di
codesto sistema ultrareligioso. Se Grozio prescinde del divino PROVVIDENTE e
Pufendorf lo sconosce, Selden aveva il torto, egli dice, di supporlo, di farne
cioè un deus ex machina, senza spiegarla coll’intrinseca natura della mente
umana. Contrario alla filosofia, quel sistema non era meno contrario alla
storia sacra, la quale anche pell’ebrei ammette in certo modo un diritto non
rivelato ma naturale, e solamente perché essi ne persero coscienza nel tempo
della schiavitù d'Egitto, fa intervenire l'opera diretta di Dio con la legge –
il decalogo conversazionale di Grice -- data a Mosé; e non era conforme,
nell'asserita trasfusione di cognizioni e leggi dagl’ebrei nei gentili, a quel
che dice Flavio Giuseppe degl’ebrei, sempre restii a qualsiasi contatto con
popoli stranieri, e a quel che V. suppone fosse detto anche a questo proposito
da Lattanzio, come in genere era privo di qualsiasi più elementare sussidio di
documenti. Cosicché la conclusione di V. è sempre la medesima: gl’ebrei si
giovarono altresì d’un aiuto straordinario del vero Dio, ma le restanti nazioni
s'incivilirono per opera dei soli lumi ordinari dal divino provvidente. Se poi
V. interpetra esattamente Grozio e Pufendorf ed esattamente ne riferisse le
parole, è quesito per noi di lieve peso, perché non tanto e'importa il modo nel
quale V. espose e giudica gl’altri filosofi, quanto l’idee che egli sostenne
pur attraverso i suoi fraintendimenti storici, che, a dir vero, non sono pochi.
Tuttavia, sarà bene indicare di volo, circa le difficoltà che possono
incontrarsi su questo punto, la soluzione che a noi sembra plausibile. Senza
dubbio, chi, dopo aver letto le censure di V., apra il De iure belli et pacis e
vi trovi che Grozio include espressamente fra i suoi tre principi fondamentali,
accanto alla RAGIONE e alla socialità, la volontà divina, e che quel suo
prescindere da Dio suona poco più d’una semplice frase enfatica a significare
la forza della socialità e della ragione, le quali avrebbero efficacia etiamsi
daremus non esse Deum o che Dio non si curi delle cose umane, quod sine summo
scelere davi nequit, chi apra Pufendorf e vi legga il più solenne rifiuto
dell'ipotesi groziana, empia ed assurda, e la dichiarazione che la legge
naturale resta sospesa in aria, priva di forza, senza la volontà d’un Dio
legislatore, può essere tratto a tacciar V. di poca diligenza o di strana
puntigliosità ortodossa nella critica che muove a questi suoi predecessori. Ma
V., in verità, non sa che cosa farsi d’un Dio messo accanto alle altre fonti
della moralità, o messovi disopra come una superflua fonte della fonte; egli,
che cerca Dio nel cuore dell'uomo, sente e scorge l'abisso che lo separa da
coloro che non l'avevano più nel cuore e appena, per abito o per prudenza, lo
serbavano nelle parole. Più sottilmente si potrebbe domandare perché mai, se V.
era d'accordo coi giusnaturalisti nel prescindere dalla rivelazione, e s’egli,
anziché rigettare, approfondiva la loro superficiale dottrina immanentistica,
s’atteggia a loro risoluto avversario e fa la voce grossa e insiste presso
prelati e pontefici nell'attribuirsi il vanto d’aver esso pel primo formato un
sistema del diritto naturale, diverso da quello dei tre autori protestanti e
adatto alla chiesa romana. L'ipotesi che opera cosi per politica cautela la
proporremmo, se, invece di lui, avessimo innanzi, per es., un appassionato e
magnanimo ma furbo frate, un CAMPANELLA; ma la candida personalità di V.
l’esclude affatto, e solo si può concedere che, poco chiaro com'era sempre
nelle sue idee, questa volta s’adagia alquanto nella poca chiarezza e,
trasportato dalla sua calda fede, alimenta le sue illusioni, fino a
idoleggiarsi dentro di sé colla veste di defensor ecclesia nell'atto stesso che
soppianta la religione della chiesa con quella dell'umanità. Da TACITO,
insomma, egli avrebbe ricevuto la spinta al suo gran lavoro, che fu di rendere
concreto l'ideale, e d'inserire, come dice, adattando un detto di CICERONE, la
repubblica di Platone nella feccia di Romolo. Come lo spirito conoscitivo passa
dal sentire senza avvertire all'avvertire con animo perturbato e commosso e
indi al riflettere con mente pura; cosi, analogamente, lo spirito volitivo
passa dalla ferinità al certo pratico e da questo al vero. Nella correlativa
scienza empirica il passaggio è press'a poco quello dallo stato ferino
all'eroico o barbarico e dall'eroico al civile. Tutte le manifestazioni della
vita si conformano a questi tre tipi sociali: donde tre spezie di nature, tre
spezie di costumi, tre spezie di diritti e quindi di repubbliche, tre spezie di
lingue e di scritture, tre spezie d’autorità, di ragioni, di giudizi, tre sètte
di tempi. Per quanto V. sia confuso e talvolta contradittorio nel determinare i
particolari delle varie corrispondenze, il suo pensiero generale è chiaro. Dove
la riflessione è scarsa e la fantasia gagliarda, sono anche gagliarde le
passioni, violenti i costumi, aristocratici ossia feudali gli stati, sottoposte
alla rigida autorità paterna le famiglie, dure le leggi, simbolici i
procedimenti dei negozi giuridici, metaforiche le lingue, geroglifiche le
scritture. Per contrario, dove la riflessione predomina, la poesia si dilegua o
si riempie di filosofia, i costumi si fanno miti, le passioni regolate, i
popoli assumono i governi, i componenti delle famiglie sono anzitutto cittadini
dello stato, le leggi si compenetrano d’equità, le procedure si semplificano,
la lingua si sfronda della metafora, le scritture diventano alfabetiche. Forme
miste, quali le vagheggiano artificiosamente alcuni politici, sarebbero mostri;
e sebbene s’osservino forme mescolate naturalmente, ossia ritenenti il vezzo
delle primiere, ciascuna forma pella sua unità si sforza sempre, quanto più
può, di scacciare dal suo subbietto tutte le proprietà d’altre forme. Quale dei
vari tipi sociali sta a fondamento degl’altri e porge il criterio per
giudicarli? o quale è il criterio e la misura per giudicarli tutti quanti? Una
siffatta domanda, per V., non ha senso. Ciascuno di quei tipi ha la propria
misura in sé stesso. I governi, egli dice, debbono essere conformi alla natura
degl’uomini governati: la scuola dei principi è la morale dei popoli. Si può
inorridire innanzi alla guerra, al diritto del più forte – GRICE NEOTRASIMACO
NEOSOCRTE --, alla riduzione dei vinti a schiavi, cioè a cose che ripugnano ai
nostri costumi ingentiliti; ma la società, che s’esplica con quei costumi, era
necessaria e perciò buona. La divinità della forza, come si è detto di sopra,
teneva il posto e compie l'ufficio del non ancora possibile impero della
ragione. Vengono di poi i tempi della ragione umana tutta spiegata; e gl’uomini
non si stimano più secondo la forza, ma si riconoscono eguali nella natura
ragionevole, che è la propria ed eterna natura umana. Altri tempi, altri
costumi, e buoni non meno, ma non più, dei primi. Tanto varrebbe domandare la
misura comune di questi vari tipi sociali, quanto se si domanda quale sia la
vera età della vita individuale, la misura comune della fanciullezza, della
giovinezza, della virilità, della vecchiaia. Paragone che, pell'appunto, V.
stesso mette innanzi. Come i fanciulli tutto scelgono secondo il capriccio e si
comportano con violenza – GRICE GOLDING --, gl’adolescenti vigoreggiano pella
fantasia, gl’adulti guidano le cose con più pura ragione e i vecchi con solida
prudenza; cosi al genere umano, infermo, solitario e indigentissimo nelle sue
origini, convenne crescere dapprima in isfrenata libertà, poi ritrovare i
necessari, utili e comodi della vita coll'ingegno e colla fantasia, che fu il
secolo dei poeti; e, infine, coltivare la sapienza colla ragione, che fu il
secolo dei filosofi. Parimente, il diritto naturale nasce dapprima con leggi,
per cosi dire, di giusta libidine e di giusta violenza; poi fu rivestito con
alcune favole di giusta ragione; infine, si afferma apertamente nella sua
schietta ragione e generosa verità. Con siffatto modo di considerare e
giudicare stati, leggi e costumi, V. respinge un'altra delle dottrine o delle
pretese capitali del giusnaturalismo: quell'astrattismo e antistoricismo, che
abbiamo ricordato a suo luogo, e del quale era conseguenza la concezione di’un
diritto naturale, che stia di sopra al diritto positivo, e perciò una sorta di
codice eterno, una legislazione perfetta, non attuata ancora pienamente ma
d’attuare, i cui lineamenti traspaiono con molta nitidezza nelle opere dei
giusnaturalisti attraverso il tenue velame dottrinale e filosofico. Codice
eterno, che era poi, nella sua parte effettuale, un codice contingente e
transitorio, o almeno la proposta di un codice conforme alle tendenze
riformistiche e rivoluzionarie di quegli scrittori, piuttosto che filosofi,
pubblicisti. V. si spaccia del codice ideale eterno senza averne l'aria:
prontissimo, anzi, a riconoscere che il ius naturale philosophorum ò eterno
nella sua idea e severissimamente stabilito ad rationis mternee libellam. Ma
dall'eternità concessagli a parole e per ossequio alla vecchia filosofia
scolastica e tradizionale, della quale qua e là egli risente l'efficacia, passa
a negargli di fatto l'eternità e il carattere soprastorico, perché, invece di
metterlo sopra e fuori la storia, lo colloca al posto che gli spetta, dentro la
storia. Il diritto della violenza o eroico, cangiatosi nel diritto incivilito,
giunge via via a un certo termine di chiarezza, al quale pella sua perfezione
altro non rimane che alcuna setta di filosofi lo compia e fermi con massime
GRICE ragionate sull'idea d’un giusto eterno; e questo raziocinamento e
sistemazione è il ius naturale philosophorum, estrema forma dello svolgimento
storico del diritto e non già regola perpetua d’esso: risultamento, non misura.
Di qui l'accusa di V. a Grozio GRICEVS GRICEO GRIZEO che, per avere scambiato
il ius naturale philosophorum, il diritto composto di massime GRICE ragionate
da moralisti e teologi e in parte da giuristi, col ius naturale gentium, nella
terminologia groziana, per avere scambiato il diritto naturale con una forma di
diritto arbitrario o positivo), fraintese i giureconsulti romani, i quali
intendeno parlare solamente di questo secondo, e perciò propone correzioni e
mosse loro censure i cui colpi vanno a cadere nel vuoto. Il codice eterno,
considerato intrinsecamente, è un'utopia – un MITO GRICE --; e poiché la prima
e maggiore dell’utopie fu la Repubblica platonica – H. P. GRICE, PLATO’S
REPUBLIC -- , conviene, per meglio determinare il punto di cui si tratta,
osservare il comportamento di V. rispetto alla costruzione politica platonica.
A dare ascolto alle sue parole, la Repubblica platonica sarebbe stata un altro
dei tanti incentivi e modelli che egli avrebbe avuti a concepire la Scienza
nuova. Dallo studio di Platone incomincia a destarsi in lui, senz'avvertirlo,
il pensiero di meditare un dritto ideale eterno che celebrassesi in una città
universale nell'idea o disegno del provvidente, sopra la quale idea son pure
fondate tutte le repubbliche di tutti i tempi, di tutte le nazioni: che era
quella repubblica ideale, che in conseguenza della sua metafisica divina dove
meditar Platone. Dove, ma non lo potè fare pell'ignoranza, in cui egli era, del
primo uomo caduto; cioè dell'originario stato ferino e della sapienza, che gli
successe, affatto poetica o volgare: ignoranza in cui fu mantenuto per un
errore comune delle menti umane che misurano da sé le nature non ben conosciute
d'altrui, di guisa che egli innalza le barbare e rozze origini dell'umanità
gentilesca allo stato perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte, e
sapientissimi di tal sapienza riposta immagina quei primi uomini che furono
invece, nella realtà, bestioni tutti stupore e ferocia. In conseguenza di
quest'errore erudito Platone, in cambio di meditare sulla repubblica eterna e
sulle leggi del giusto eterno colle quali il provvidente ordina il mondo delle
nazioni e lo governa colle bisogne comuni del genere umano onde esse si reggono
sul comune senso di tutta l'umana generazione, medita in una repubblica ideale
ed in un pur ideale giusto –GRICE JUSTICE AS FAIRNESS neosocrates neotrasimaco
--, col quale le nazioni non si conducono punto. E, anzi, se mai, dovrebbero
discostarsenc e purgarsene, perché tra quelle determinazioni di repubblica
perfetta se ne trovano alcune disoneste e d’aborrire, com'è la comunanza delle
donne. Cosicché, V. accetta da Platone
l'idea d’una repubblica eterna, sconvolgendola da cima a fondo con la
soggiunta riserva: che la vera repubblica eterna non è l'astratta platonica, ma
il corso storico in tutti i suoi vari e successivi modi, dai bestioni non
esclusi a Platone compreso. Di codesta, che è la generis Immani respublica, la
magna generis humani civitas, la respublica universa, egli intende studiare formarti,
ordines, societates, negotia, leges, peccata, pcvnas et scientiam in ea
tractandi iuris, e come tutte queste cose si venissero svolgendo a suis usque
primis human itatis originibus, divina providentia – provvidente -- moderante,
moribus gentium ac proinde auctoritate, cioè presso V. può essere, anzi è pell'appunto,
quello della persuasione circa il
provvidente, ossia l'idea che l'uomo ha di Dio, dapprima nella forma del mito,
dipoi in quella pura e ragionata della filosofia. L’antiche nazioni gentili, egli
dice, incominciarono la sapienza poetica metafisica di contemplare Dio pell'attributo
del provvidente, sulla quale furono fondati gl’auspici e la divinazione. Senza
del provvidente, dunque, non si forma nell'uomo la sapienza, che è coscienza
dell'infinito; non sorge la moralità, ch'è timore e riverenza del potere
superiore che governa le cose umane. Ma il provvidente, in tale significato,
non dà luogo a nuovo discorso, dopo di quello già fatto da noi a proposito cosi
del mito come dei rapporti tra morale e religione. Passando, dunque,
senz'altro, al provvidente nel secondo significato, ossia al suo vero e proprio
concetto, ci sembra opportuno prescindere per qualche istante da V. e fornire
alcuni schiarimenti dottrinali. È comune osservazione che altro è produrre un
fatto, altro conoscere il fatto prodotto. La conoscenza di ciò che realmente un
fatto è, s’ottiene talora, nella vita
dell'individuo, dopo parecchi anni, nella vita dell'umanità dopo parecchi
secoli. Coloro medesimi che sono i diretti agenti d’un fatto, non ne hanno di
solito la conoscenza o l'hanno assai imperfetta e fallace; tanto che sono
passate in proverbio le illusioni, che, come si dice, accompagnano l'attività
degl’uomini. Il poeta crede di cantare
la purità ed effettivamente canta la lascivia; crede di cantare la forza e
canta la debolezza; crede d’essere terribilmente pessimista ed è
fanciullescamente ottimista; crede d’essere Satana ed è un brav'uomo
inoffensivo. Non meno s'ingannano i filosofi; e dei loro inganni non dovremo,
in verità, andar lontano a cercare esempì, perché tanti e tanti ce ne viene porgendo proprio il
filosofo che stiamo studiando: uno di coloro che maggiormente s'illusero sulle
reali tendenze dei propri pensieri. E s'inganna l'uomo politico che, assai
spesso, credendo e professando di lottare pella libertà, è semplice aiutatore
di reazione, o credendo di servire alla reazione, incita a ribellarsi e serve
alla libertà. E via discorrendo.
Illusioni spiegabilissime, perché gl'individui e i popoli, nel fervore del
produrre o appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere il loro
stato d'animo, ma non farne quella critica che è il racconto storico; onde,
quando non si rassegnano a tacere e ad aspettare, narrano di sé stessi storie
fantastiche, verità e poesia commiste.
Anzi, in questa dimostrata difficoltà di conoscere l'agire nell'agire è
uno dei motivi della saggia raccomandazione a parlare il meno possibile di sé
medesimi, e della diffidenza che si prova pelle autobiografie e i libri di
memorie, curiosi e anche, se si vuole, importanti, ma che non porgono mai la
schietta verità storica dei fatti narrati. L’opere umane ci giungono, per tal modo, avvolte nei fumi
dell’illusioni che si sollevano dagl'individui. E lo storico superficiale si
ferma all'involucro e prende a raccontare come le cose siano andate, facendosi
portavoce di quelle illusioni. A questo modo la storia della poesia si viene
conformando come il racconto dell’intenzioni, dell’opinioni, dei fini del
poeta o di quelli che gl’attribuirono i
suoi contemporanei; la storia della filosofia, come l'aneddotica dei
sentimenti, delle bizze, e dei fini pratici dei filosofi; quella politica, come
un tessuto d'intrighi, di bassi interessi, di pettegolezzi, di miserie. Ma non
appena un più cauto o diverso ingegno storico s’avvicina a quelle storie, il
primo atto ch'egli compie è di soffiare
sulla nebbia, spazzare via gl'individui e le loro illusioni e guardare
direttamente le cose, quali si sono prodotte nella loro successione oggettiva e
nella loro origine sopraindividuale. La storia vera e reale emerge allora di là
dagl'individui, come un'opera che si compia dietro le loro spalle: opera d’una
forza diversa dagl'individui agenti:
Fato, Caso, Fortuna, Dio. Gl'individui, che prima erano tutto e
riempivano la scena coi loro gesti o coi loro gridi, ora, in questa seconda
guisa di storia, sono meno che nulla, e i loro atti e gridi, destituiti di
seria efficacia, destano riso o pietà – GRICE CAESAR RUBICONE -- Si guarda atterriti il Fato che li domina, si
stupisce alle strane combinazioni del Caso e ai capricci della Fortuna, s’adorano
i disegni imperscrutabili del divino provvidente. Di codeste forze gl'individui
appaiono a volta a volta l'inerte materiale, i leggieri giocattoli, i ciechi
strumenti. Senonché una più profonda considerazione va oltre anche questa
seconda veduta della storia. La pietà che sembrano destare gl'individui,
la comicità che suscitano, in effetti
non è meritata d’essi ma dalle loro immaginazioni, o, piuttosto, da coloro che
le scambiano per verità. La storia reale è fatta dall’opere e non dall’immaginazioni
e illusioni; ma l’opere sono poi compiute dagl'individui, non certamente in
quanto sognanti – il suicidio di CATONE --, ma, appunto, in quanto operanti;
non nella frivolezza del loro opinare, ma nell'ispirazione del genio, nel sacro
furore del vero, nel santo entusiasmo dell'eroismo d’ENEA, TURNO, e ROMOLO.
Fato, Caso, Fortuna, Dio sono spiegazioni che hanno tutto il medesimo difetto,
che è di separare l'individuo (AGENT, DOER) dal suo prodotto (ACT), e, invece
di cacciare via, come si argomentano, il
capriccio o l'arbitrio individuale – GIULIO RUBICONE GRICE -- dalla storia,
inconsapevolmente lo rafforzano e lo moltiplicano. Capriccioso è il cieco Fato,
il Caso stravagante, il tirannico Dio; epperò il Fato passa nel Caso e in Dio,
il Caso in Fato e Dio, e Dio si converte nell'uno e nell'altro, tutti eguali e
tutt'uno. L'idea, che supera e corregge
tanto la visione individualistica della storia quanto quella
sopraindividualistica, è l' idea della razionalità della storia. La storia è
fatta dagl'individui; ma l'individualità è la concretezza stessa
dell'universale, e ogni azione individuale, appunto perché individuale, è sopraindividuale.
Non vi è né l'individuo né l'universale come due cose distinte, ma l'unico corso storico, i
cui aspetti astratti sono l'individualità priva d’universalità e l'universalità
priva d'individualità. Quest'unico corso storico è coerente nelle sue
molteplici determinazioni, al modo d’un'opera d'arte che è varia e una insieme
e nella quale ogni parola s’abbraccia coll'altra, ogni tono di colore si
riferisce agli altri tutti, ogni linea
si lega a ogni altra linea. A tale patto solamente è dato intendere la storia,
che altrimenti resta inintelligibile, come inintelligibili restano un discorso
senza significato e una incoerente azione da folle. La storia dunque non è
opera né del Fato né del Caso, ma di quella necessità che non è fatalità e di
quella libertà che non è caso. E poiché
la veduta religiosa che la storia sia opera di Dio ha, sulle altre, il
vantaggio e il merito d'introdurre una causa della storia che non sia né fato
né caso, e perciò neppure pili propriamente causa ma efficienza creativa e
spirito intelligente e libero, è naturale che, per atto di gratitudine verso
questa veduta più alta, non meno che per opportunità di linguaggio, si sia tratti a dare alla
razionalità della storia il nome di Dio che tutto regge e governa ed e
provvidente. A denominarla cosi, purgando in pari tempo la denominazione delle
sue scorie mitiche, pelle quali Dio provvidente si corrompevano di nuovo in un
fato o in un caso. Onde il provvidente nella storia ha, in quest'ultima sua
forma logica, il duplice valore d’una
critica dell’illusioni individuali, allorché si presentano come la piena e sola
realtà della storia, e d’una critica della trascendenza del divino. E si può
dire che nel punto di vista d’essa si siano collocati e si collochino sempre,
come per istinto, cioè anche senza fare professione d’esplicita teoria, tutti
gì'ingegni naturalmente forniti di
quella particolare attitudine che si chiama senso storico. S’ora, nel tornare a
V., ricerchiamo quale soluzione egli da al problema della forza che muove la
storia, e quale contenuto preciso avesse in lui il concetto del provvidente nel
significato oggettivo, è agevole anzitutto escludere che la sua fosse quel
provvidente trascendente e miracoloso,
che aveva formato il tema dell'eloquente Discours di Bossuet. Agevole, sia
perché egli in tutta la sua filosofia non fa mai altro che ridurre il
trascendente all'immanente, e qui innumeri volte ripete che il suo provvidente
opera per vie naturali o, valendosi della terminologia della scuola, per cause
seconde; sia perché sopra questo punto
c'è, si può dire, fra gl'interpetri consenso generale. Non meno
insistente è la sua critica del fato del PORTICO e del caso DELL’ORTO, o, come
talora tripartisce, della fortuna, del
fato e del caso. Egli avverte anche che la dottrina DEL PORTICO del fato s’aggira
in un circolo vizioso, perché la serie eterna delle cagioni, colla quale esso
tiene cinto e legato il mondo, pende
dall'arbitrio di Giove e Giove è insieme soggetto al fato; onde c'è rischio che
IL PORTICO resta avvolti in quella catena di Giove, colla quale vogliono
trascinare le cose umane. Quei tre concetti, ai quali corrispondono le
opportunità se si tratta di cose desiderate—GRICE HE IS A LUCKY MAN --, l’occasioni
se di quelle che avvengono oltre la speranza, e
gl’accidenti se di quelle che si presentano oltre l'opinione, sono
distinzioni più che altro dell'apprendimento soggettivo, perché oggettivamente
pertengono a un'unica legge, la quale potrebbe chiamarsi altresì fortuna, ove
con Platone si riconosca per signora delle cose umane l'opportunità; e tutte
tre sono le manifestazioni e le vie del
divino provvidente, che è intelligenza, libertà, necessità. Quello che fa il mondo
delle nazioni fu pur Mente, perché'1 fecero gl’uomini con intelligenza; non fu
Fato, perché'1 fecero con elezione; non Caso, perché con perpetuità, sempre
cosi facendo, escono nelle medesime cose. V. lumeggia nei modi più
immaginosi quella commedia degl’equivoci,
che sono l’illusioni circa i fini dell’azioni che si compiono. Gl’uomini
credettero di salvarsi dalle minacce del cielo fulminante col portare via le
femmine nelle grotte per isfogare la libidine bestiale fuori dello sguardo di
Dio; e, nel tenerle ferme colà dentro,
fondarono i primi concubiti pudici e le prime società; cioè i matrimoni e le famiglie. Si fortificarono
in luoghi adatti col fine di difendere sé stessi e le loro famiglie; e, in
realtà, con quel fortificarsi in certi luoghi, ponevano fine alla vita nomade,
al divagamento ferino, e imparavano la cultura dei campi. I deboli e sregolati,
ridotti alle estreme necessità dalla fame e dalle vicendevoli uccisioni, per
campare la vita corsero a chiedere
riparo in quelle terre fortificate facendosi famoli degl’eroi come ROMOLO; e
cosi, senza sliperlo, vennero ad ampliare le famiglie da famiglie di soli
figliuoli a famiglie anche di famoli e da queste a stati aristocratici e
feudali. Gl’aristocratici o OTTIMATI, feudatari o patrizi, credettero di
difendere e perpetuare il loro dominio
quiritario sulle terre coll'usare la più stretta rigidità verso i famoli o
plebi che le lavoravano; ma a questo modo indussero i famoli, per loro difesa,
a unirsi tra loro, svegliarono in essi la coscienza della propria forza, da
plebe ne fecero uomini, e quanto più fieramente i patrizi ed OTTIMATI si
stimarono patrizi e si sforzarono di mantenersi
tali, tanto più efficacemente concorsero a distruggere lo stato patrizio
o OTTIMO e a creare quello democratico. Cosi, dice V., il mondo delle nazioni
esce d’una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre
superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini s’avevan proposti; de'quali
fini ristretti fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre adoperati per conservare l'umana
generazione in questa terra. Ma già da talune di queste parole di V. si
potrebbe ritrarre che egli tende talvolta a concepire gl’uomini come coscienti
dei propri fini utilitari e incoscienti di quelli morali. Il che conduce
logicamente a spiegare la vita sociale con esclusivi principi utilitari, e la
moralità come un qualcosa d’accidentale
rispetto alla volontà umana e perciò di non veramente morale: una formazione
estrinseca più o meno potente a tenere insieme gl’uomini, o l'opera nascosta d’un
provvidente extramondano. L'utilitarismo s'insinua – IMPLICATURA -- soprattutto
in una pagina nella quale è detto che l'uomo, pella sua corrotta natura,
essendo tiranneggiato dall'amor proprio
pel quale segue principalmente la propria utilità e vuole tutto l'utile per sé
e niuna parte pel compagno e non può porre in conato le passioni per indirizzarle
a giustizia, nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie e
generati figliuoli, ama la sua salvezza colla salvezza della famiglia; venuto a
vita civile, ama la sua salvezza colla
salvezza della città di ROMA; distesi gl'imperi sopra più popoli, ama la sua
salvezza colla salvezza della nazione ITALIANA; unite le nazioni in guerre,
paci, alleanze e commerci, ama la sua salvezza colla salvezza di tutto il
genere umano; e in tutte queste circostanze ama principalmente l'utilità
propria. Pella qual ragione, non d’altri
che dal divino provvidente deve essere tenuto dentro tali ordini a celebrare
con giustizia la famigliare, la civile e finalmente l'umana società; per gli
quali ordini, non potendo l'uomo conseguire ciò che vuole, almeno voglia
conseguire ciò che dee dell'utilità, ch'è quel che dicesi giusto. La pubblica VIRTÙ
ROMANA, scrive altrove, non è altro che
un buon uso che il divino provvidente – Giove -- fa di si gravi, laidi e fieri
vizi privati, perché si conservassero la città di ROMA ne'tempi che le menti
degl’uomini, essendo particolarissime, non potevano naturalmente intendere ben
comune. Senonché l'utilitarismo, come sappiamo, è affafto repugnante alla
concezione etica di V., fondata sulla
coscienza morale o sul pudore; e perciò queste sue affermazioni, che
inconsapevolmente vi condurrebbero, non possono spiegarsi se non come effetto
del turbamento che talora produce in lui la sopravvivenza del concetto
trascendente e teologico circa il divino provvidente, e anche della poca
chiarezza di pensiero, pella quale non
gli riusce di tenere ben distinto il concetto dell’illusioni individuali da
quello dei fini individuali e sostituiva talvolta il secondo dove avrebbe
dovuto trattare solamente del primo. S’il divino provvidente, 1'unità della
religione d'una divinità PROVEDENTE, è
l'unità dello spirito ch’informa e dà vita al mondo delle nazioni,
questa religiosità non può starsene al
pensiero dell'inconsapevole indirizzamento dei fini individuali –GOD WHO MADE
THEE MIGHTY -- a effetti universali, ma deve esplicarsi nel dar vita e vigore
ai fini universali direttamente, e l'uomo sarà tutt'insieme utilitario e
morale, oche s'illuda d’essere morale dov'è utilitario o d’esser utilitario
dov'è effettivamente morale – GRICE
MORALITY CASHING OUT ON DESIRE. A ogni
modo, e nonostante queste oscillazioni o piuttosto confusioni, concepire i fini
particolari di GUILIO CESARE o CATONE come veicolo degl’universali e l’illusioni
come accompagnanti e eoo peranti coll'azione importa concepire dialetticamente
il moto della storia e superare – IL NASO DI CLEOPATRA -- il problema del male.
In V., questo problema ha, infatti, pochissimo rilievo, tanto in lui domina
l'idea ch’il divino providente governi tutto; e perciò quel che si chiama male,
non solo gli si mostra voluto dagl’uomini sotto sembianza di bene, falsum sub
veri specie, mala sub bonorum simulaci ìs amplectimur, ma dove logicamente svelarglisi come esso stesso una
forma di bene, a quella guisa che bene è la barbarica forza costitutrice della
prima società. In qualche raro luogo dei suoi primi scritti nel quale gl’accade
d’accennare a tali questioni, V. nota che noi altri uomini, a causa della
nostra iniquità onde nosmetipsos, non hanc rerum universitatem spectamus,
le cose che ci contrariano stimiamo
male, quce tamen, quia in mundi commune conferunt, bona sunt. La concezione
della storia diventa in V. veramente oggettiva, affrancata dall'arbitrio
divino, ma non meno dall'impero delle piccole cause – DECAPITATION WILLED
CHARLES I’S DEATH -- e delle spiegazioni aneddotiche; e acquista coscienza del suo fine intrinseco, che è d'intendere il
nesso dei fatti, la logica degl’avvenimenti, d’essere rifacimento razionale d’un
fatto razionale. Gli studi storici, a quei tempi, non erano tanto danneggiati
dal primo errore, che anzi la concezione teologica, fin dagl’inizi del
Rinascimento ITALIANO, poteva considerarsi decaduta, quanto da quella forma
di storia che appunto allora venne
prendendo nome di PRAMMATICA GROZIANA GRICEIANA, e che restringendosi
all'aspetto personale degl’avvenimenti di GIULIO CESARE e non raggiungendo per
questa via la piena realtà storica, cerca di darsi calore e vita mercé le
riflessioni e gli ammaestramenti politici e morali. Un monumento di storia prammatica sorge nella stessa patria di V.,
contemporaneamente alla sua scienza: la storia civile del regno di Napoli dal
condannato GIANNONE, il quale è veramente l'uomo del suo paese e del suo tempo
e scrive un gran saggio di polemica e anche, per certi rispetti, di storia, ma
tale che, colla sua altezza, dà modo di segnare la tanto maggiore altezza dell'opera di V. Ben altro che
astuzie di papi, vescovi e abati, e semplicità di duchi e imperatori, avrebbe
saputo scoprire V., s’avesse dovuto narrare lui per filo e per segno l’origini
della proprietà e della potenza
ecclesiastica – ecclesiaste -- nel Medioevo. E ben altro, come vedremo, egli
scopri realmente nella storia, tutte le volte che prese a indagarne qualche parte. Nello spirito,
percorsi i suoi stadi di progresso, e dalla sensazione innalzatosi
successivamente all'universale fantastico e poi a quello intelligibile, dalla
violenza all'equità, non può, in conformità della sua eterna natura, se non
ripercorrere il suo corso, ricadere nella violenza e nel senso, e di là
riprendere il moto ascensivo, iniziare
il ricorso. È codesto il significato filosofico del ri-corso di V., ma non è il
modo preciso in cui lo si trova espresso negli scritti di V., dove l'eterno
circolo viene quasi esclusivamente considerato nelle storie dei popoli, come ri-corso
delle cose umane civili. La civiltà va a terminare nella barbarie della
riflessione, peggiore della prima barbarie del senso, che era d’una fierezza
generosa, laddove l'altra è vile, insidiosa e traditrice; e perciò è necessario
che quella malnata sottigliezza d'ingegni maliziosi vada a irrugginire dentro
lunghi secoli di una nuova barbarie del senso. Tuttavia, dai fatti storici e
dallo schema sociologico bisogna estrarre e depurare il concetto del ri-corso,
non solo per rendersi conto
dell'assolutezza ed eternità che V. gl’attribuisce, ma anche per giustificare
la rappresentazione storica e la LEGGE SOCIO-logica che si fondano sopra d’esso
e d’esso principalmente attingono la loro forza. Le legge del ri-corso, che era
stat stabilita dai filosofi e politici romani antichi e da quelli italiani del
Rinascimento, si fondano certamente
anch'esse sopra qualche filosofia, ma assai superficiale; onde assumevano a
loro obietto l’estrinseche e vuote forme politiche, delle quali procuravano di
determinare la successione sopra dati di esperienza o su vaghi raziocini.
Ma V. ha per suo obietto le forme di
cultura, che abbracciano in sé tutti gl’atteggiamenti della vita,
l'economia e il diritto, la religione e
l'arte, la scienza e la lingua; e, riportandole alla loro intima fonte, che è
lo spirito umano, ne stabilisce la successione secondo il ritmo dell’elementari
forme dello spirito. Per questo, tutta l'erudizione che si è spesa per
ravvicinare il ri-corso di V. alle teorie di Platone o di Polibio, di
MACHIAVELLI o di CAMPANELLA, riesce
mediocremente inutile: tanto più che V., il quale, come sappiamo, pure
fraintendendo spesso i suoi predecessori, non si può dire che volesse celarli,
anzi, dove gli pare scorgere riscontri e consensi, se ne pompeggia, non senti
il bisogno di ricordarle o vi accenna con poca stima. L'àvay.óxXtoats di
Polibio, la sua economia della natura secondo la quale si cangiano e tramutano
e al medesimo punto gli stati ritornano, è sembrata quasi un'anticipazione
della storia ideale eterna; pure V. mette Polibio insieme cogl’ altri,
invitando i lettori a considerare quanto, poco, i filosofi abbiano con iscienza
meditato sui principi dei civili governi, e quanto, poco, con verità, Polibio
abbia ragionato sulle loro mutazioni. CAMPANELLA
connette i suoi circoli storici con leggi ASTRO-logiche; e MACHIAVELLI ecco come concepisce la
catastrofe – la congiura contro LORENZO -- che inizia il ri-corso: Quando
l'astuzia e malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di
necessità che il mondo si purghi per uno
dei tre modi, peste, fame e inondazione,
oltre quelli umani delle nuove religioni e lingue, acciocché gl’uomini, essendo
divenuti pochi e battuti, vivano più comodamente e divengano migliori. Il solo precedente al quale V.
quasi si gloria di riferirsi, è l'antichissima tradizione egiziana – IL NASO DI
CLEOPATRA -- sulla successione delle tre età degli dèi, degl’eroi e degl’uomini,
che interpetra in guisa tutta sua, alla napoletana, e riempie di contenuto
affatto nuovo. Se la filosofìa, che è nel fondo, conferisce forza alla teoria
sociologica di V. del ri-corso, il materiale storico col quale è, per cosi
dire, impastata, v'introduce qualche debolezza. V. ebbe pratica e predilezione
particolare pella storia specialmente
giuridica di ROMA, donde mossero le sue indagini e alla quale si dedica
per anni; e questa storia, sia perché da lui meglio ricercata, sia pella sua
stessa complessità, GRANDIOSITÀ e
durata, fini per parergli la storia tipica o normale, da servire di
misura tutte l’altre, e gli si confuse colla stessa legge del ri-corso. ROMA
offre V. l'asilo di ROMOLO, cioè il
passaggio dallo stato ferino – UOMINI LUPA LUPI -- all'ordinamento politico; l’aristocrazie
OTTIMO OTTIMATI, monarchiche REGNO dapprima solo in apparenza, e poi neppure
nell'apparenza; la REPUBBLICA, uscente dalla lotta contro gl’OTTIMATI e
terminante nell'effettivo PRINCIPATO, cioè
nella forma più perfetta della vita civile; e di qui, per processo degenerativo,
la barbarie della riflessione ossia della civiltà, che è incomparabilmente
peggiore della prima e generosa barbarie della LUPA D’ALBALONGA, e, conseguenza
d’essa, una seconda condizione di divagamento ferino, SENZA LA LUPA CAPITOLINA,
e la nuova barbarie, la nuova gioventù, il Medioevo. La storia di ROMA, a mala pena generalizzata
e integrata qua e là con quella d’ATENE –the importanc of being Dorian --, si
scorge nelle degnità di V. che formolano le leggi della dinamica sociale. Gl’uomini
prima sentono il necessario, dipoi badano all'utile, appresso avvertiscono il
comodo, più innanzi si dilettano del
piacere, quindi si dissolvono nel
lusso di NERONE, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. Ci vogliono
prima uomini immani e goffi come i Polifemi, affinché l'uomo ubbidisca all'uomo
nello stato delle famiglie, e per disporlo a ubbidire alla legge nello stato
futuro delle città. Ci vogliono i magnanimi e gl’orgogliosi come gl’Achilli o
ROMOLO o GIULIO CESARE, determinati a non cedere ai loro pari, affinché sulle
famiglie si costituiscano le repubbliche di forma aristocratica degl’OTTIMATI.
Quindi si richiedono i valorosi e giusti, quali gl’Aristidi e gli Scipioni
Africani – l’inizio della filosofia a ROMA – il circolo degli Scipioni --, per
aprire la strada alla libertà popolare. Più innanzi, personaggi
appariscenti con grandi immagini di
virtù accompagnata da grandi vizi, che presso il volgo fanno strepito di vera
gloria, quali gl’Alessandri e i Cesari, per introdurre le monarchie. Più oltre
ancora, i tristi riflessivi, quali i Tiberi, per istabilirle; e, finalmente, i
furiosi, dissoluti e sfacciati, quali i Caligola, i Neroni, i Domiziani, per
rovesciarle. Per effetto di questo
assottigliamento della storia romana a storia tipica, e insieme della
corpulenza che la storia tipica acquista nella storia di Roma, la legge di V.
del ri-corso è tutta rotta d’eccezioni, assai più frequenti e gravi che la
medesima legge empirica non comporta j talché se il suo schema empirico fosse
tutt'uno, come a lui sembra, colla legge ideale
dello spirito, parrebbe quasi ironia l'affermata costanza d’esso
nell'eternità e nei mondi infiniti. Il disegnato corso delle cose umane, egli scrive, non fecero, nell'antichità,
Cartagine, Capua e Numanzia le tre città che minacciarono di disputare a Roma
l'impero del mondo; perché i cartaginesi furono prevenuti dalla nativa acutezza
africana, che più aguzzarono nei
commerci marittimi; i capuani dalla mollezza del cielo e dall'abbondanza della
Campagna felice; i numantini, perché nel loro primo furore dell'eroismo furono
oppressi dalla potenza romana, comandata d’uno Scipione Africano, vincitore di Cartagine, e assistita
dalle forze del mondo. E dall'antichità saltando ai tempi moderni, gli americani correrebbero ora il corso delle
cose umane, se non fossero stati scoperti dagl’europei; Polonia e Inghilterra
persistono stati aristocratici, tale stima V. la BRITANNIA, perché, non
come la GALLIA, monarchia assoluta, ma
perverranno a perfettissime monarchie, s’il corso naturale delle cose umane
civili non sarà loro impedito da cagioni
straordinarie. Neppur il Medioevo poteva considerarsi, secondo la mente
di V., come un vero e proprio ritorno allo stato ferino – l’eta oscura --, se s’apri collo stabilimento dell’universita
di Bologna e la religione del vero Dio, del cristianesimo; né, a ogni modo,
quel ritorno alla ferinità e alla barbarie sembra che sia la sola via che s’offra
alle nazioni, giunte alla loro tbqiVj,
al loro culmine. C'è l'altra che le nazioni corrotte perdano l'indipendenza e
vengano sotto il dominio d’altre migliori. Né, infine, la decadenza è
inevitabile, se uomini di stato e filosofi, lavorando concordi, possono serbare
la perfezione raggiunta e raffrenare la dissoluzione minacciante, e se difatti,
come egli nota, le poche repubbliche
aristocratiche che sopravvivevano ai suoi tempi quali residui del Medioevo, per es., Venezia, riuscivano a conservarsi con
arti di sopraffina sapienza. I suoi propri tempi V. giudica d’alta civiltà: una
compiuta umanità, egli dice, sembra sparsa, oggi, per tutte le nazioni. Pochi
grandi monarchi reggono il mondo dei popoli, e quelli ancora barbari o durano pella perdurante
sapienza volgare di religioni fantastiche e fiere, o insiememente per effetto
del temperamento naturale dei vari popoli. Le nazioni, infatti, soggette allo
czar di Moscovia sono di mente pigra; quelle del chan di Tartaria, genti molli;
i popoli sui quali regnano il negus d’Etiopia e i re di Fez e di Marocco,
deboli e parchi. Nella zona temperata il
Giappone celebra un'umanità eroica, somigliante alla romana dei tempi delle
guerre cartaginesi, fieri nelle armi, con una lingua ch’arieggia la latina, qui V. fraintende il ragguaglio d’un missionario
gesuita, con una religione feroce di dèi orribili tutti carichi d'armi infeste,
e qui esagera alquanto un passo di BARTOLI; i cinesi, invece, con una religione
mansueta, coltivano le lettere e sono umanissimi; umani ed esercitanti l’arti
della pace, i popoli del gran Mogol; i persiani e i turchi mescolano alla
mollezza dell'Asia la rozza dottrina della loro religione, e i turchi in
ispecie temperano l'orgoglio colla magnificenza, col fasto, colla liberalità e
colla gratitudine. Umanissima per eccellenza l'Europa, composta in grandi
monarchie e dove dappertutto si professa la religione cristiana, la quale
insegna un'idea di Dio infinitamente pura e perfetta e comanda la carità verso
tutto il genere umano. V. ferma l'occhio
sulle confederazioni dei cantoni svizzeri e delle provincie unite d’Olanda, che
gli ricordano le leghe etolie ed achee,
e sul corpo dell'impero germanico, sistema di città libere e di principi
sovrani, che gli sembra quasi saggio d’un grande stato aristocratico, il più
perfetto di tutti – GRICE HEGEL PRUSSIA --, forma ultima degli stati civili,
perché non si può intenderne altra superiore, riproducendo essa la prima,
l'aristocrazia dei patrizi, re sovrani
nelle loro famiglie e uniti in ordini regnanti nelle prime città, ma
riproducendola non più barbarica, anzi sommamente civile. L'Europa sfolgora
dappertutto di tanta umanità, che vi s’abbonda di tutti i beni i quali possono
felicitare l'umana vita non meno pei piaceri della mente e dell'animo che pegli’agi
del corpo; e tutto ciò per virtù della religione cristiana che insegna verità sublimi, servita
dalle più dotte filosofie dei gentili e dalla maggiori lingua del mondo, la
latina, e riunente per tal modo la
sapienza comandata colla ragionata, la più scelta dottrina dei filosofi colla
più colta erudizione dei filologi. Codesta somma civiltà, garantita dal
cristianesimo, sarebbe andata o sta per andare incontro a un nuovo stato ferino? È diffìcile
conoscere quel che veramente V. pensa in proposito. C'è, tra i suoi versi, una
canzone cupamente pessimistica; ma è una effusione e, a ogni modo, piuttosto
che a decadenza sociale, accenna addirittura a un'imminente fine del mondo.
Nelle sue lettere, si fa un triste quadro delle condizioni dell’UNIVERSITA DI
BOLOGNA ai suoi tempi; ma non si spinge lo sguardo fuori di quel campo
ristretto, a considerare la vita sociale e politica. D'altra parte, in un suo
scritto filosofico, nel De mente heroica, volgendosi a quelli che dicevano
tutto essere ormai perfetto e non presentarsi nient'altro da fare, afferma che
s’era nel maggior fervore di progresso: Mundus
iuvenescit adhuc; nani septingentis non ultra ab hinc annis, quorum
tamen quadringentos barbaries percurrit, quot nova inventa? quot novee artesf qnot novee scientice exeogitatee? Ma si potrebbe osservare che il
De mente heroica è un'orazione detta A NAPOLI, e che forse per questo V. vi fa
tacere i suoi dubbi o i suoi intimi convincimenti. In ogni caso, come adattare nella previsione d’una
imminente decadenza il sorgere di quel fatto del PROVIDENTE che era la sua Scienza,
la quale illumina la vita delle nazioni e ne rende possibile la diagnosi e la
cura? Tutto sommato, è probabile che il pensiero di V. circa le sorti della società a lui
contemporanea sia difficile tanto a cogliere perché, in verità, un pensiero determinato su quel
punto a lui manca, essendo il suo animo tratto in qua e in là da diverse e
opposte tendenze e agitato fra timori e speranze. Se non fosse stata turbata dallo schema della
storia di ROMA, la teoria empirica del ri-corso non sarebbe stata costretta ad
accogliere tante e tanto gravi eccezioni, né si sarebbe impigliata in cosi angosciose perplessità, e
avrebbe pili agevolmente allogato l’osservazioni storiche dell'autore, e,
insomma, si sarebbe presentata con tratti più semplici e generali. Essa sarebbe
consistita sopratutto nella determinazione e illustrazione del nesso tra epoche
di prevalenza fantastica ed epoche di prevalenza intellettiva, tra spontanee
e riflesse, onde dalle prime escono le
seconde per potenziamento e dalle seconde, attraverso la degenerazione e la
decomposizione, si torna alle prime. La storia politica mostra di continuo lo
spettacolo d’aristocrazie che, da forti che erano, si fanno vili e spregevoli,
e cedono all'urto di classi meno affinate o addirittura rozze ma moralmente
più energiche, fintanto che queste,
diventate a loro volta raffinate, raggiunta la più alta fioritura delle idee
storiche di cui portano il germe, entrano in un periodo di decadenza e di
fermentazione, dal quale esce una nuova classe dominatrice, giovanilmente
barbara. E la storia della filosofia mostra periodi positivistici e periodi
speculativi, l'irrigidirsi delle
soluzioni filosofiche nelle dottrine scolastiche e nei dommi, il ritorno alla
mera osservazione del fatto singolo, e il rinascente processo speculativo. E la
storia letteraria ci parla anch'essa di periodi realistici e idealistici,
romantici e classicisti, di corruttela classica che è alessandrinismo e
decadentismo d’ANNUNZIO, e di barbarie FUTURISTICA DI MARINETTI romantica che
da questo risorge. Ecco altrettanti casi di vero e proprio ri-corso vie hi ani.
Ma poiché la natura dello spirito, messa a fondamento di questi cicli, è fuori
del tempo ossia è in ogni istante del tempo, non bisogna esagerare la
distinzione dei periodi; e, se quella legge deve avere una certa rigidezza,
deve per altro serbare anche una certa
elasticità. Non bisogna mai dimenticare che in ogni epoca, per aristocratica o
democratica, romantica o classica, positiva – GRICE AYER VIENNESE BOMBSHELLS --
o speculativa che si dica, anzi in ogni individuo e in ogni fatto, è dato
notare momenti aristocratici e democratici, romantici e classici, positivi e
speculativi, e che quelle distinzioni su
grande scala sono quantitative e di comodo: il che non deve portarci né a
sostenere quella legge a tutti i rischi, cadendo nell'artificiosità, né a
combatterla a oltranza, ricusando i servigi che gli schemi generali e
approssimativi sogliono rendere. Perciò,
quando sia cosi intesa e corretta, non solo non' e' è bisogno d'introdurre
in essa quelle grosse e stridenti
eccezioni che il modellamento – GRICE MODEL IMPLICATURE -- sulla storia
di ROMA e sulla sua catastrofe finale dai mani di goti fa necessarie, ma
le accuse mosse a V. di troppa
uniformità si dileguano. Cuoco, uno dei primi che prendeno a studiare con
intelligenza l'opera di V., nota, a proposito e contro il concetto
del ri-corso, che la natura non si rassomiglia mai a sé stessa, ed è l'uomo che
per comporre le sue osservazioni forma le classi e i nomi. Verissima sentenza,
ma che si volesse applicare a questo caso, non varrebbe solo contro il ri-corso
di V., ma contro ogni sorta di scienza umana di carattere empirico. Altri
rimprovera a V. d’avere trascurato ordini di cause che hanno importanza grande
nella storia, per es. il clima, le disposizioni naturali delle razze e dei
popoli, gl’avvenimenti straordinari. Ma, lasciando stare che V. fa menzione più
volte di tutte queste cose mettendo in rapporto i caratteri dei popoli e i
climi colle forme e vicende degli Stati e ricordando avvenimenti e circostanze
che affrettano il corso naturale ossia
ordinario delle nazioni, come, tra l'altro, nel discorrere della storia greca,
o l’eruzzione del Vesuvio pella fortuna d’ERCOLANO; il vero è che egli non dove
tenerne conto, o non poteva indugiarvisi, perché il suo assunto concerne le
uniformità e non le differenze, o certe uniformità e non certe altre, che
rispetto alle prime diventavano differenze
trascurabili. Allo stesso modo, e il paragone è calzante ed è più che un
paragone, chi si faccia a notare i caratteri generali delle varie età della
vita, dell’infanzia, della fanciullezza, dell'adolescenza e via dicendo,
trascure di notare gl’acceleramenti o ritardi di sviluppo secondo i vari climi
o le varie razze o i vari accidenti. Nel
medesimo gruppo d’addebiti, veri e inopportuni insieme, rientra che V. nega la
comunicabilità e compenetrazione reciproca delle civiltà col sostenere
insistentemente che la civiltà nasce separatamente presso i popoli senza sapere
nulla gl’uni degl’altri – ROMA ED ATENE, CARNEADE AL CAMPIDOGLIO -- e perciò senza prendere esempio reciproco. Il quale addebito è stato controbattuto
osservando che V. non manca di ricordare casi d’efficacia d’un popolo
sull'altro e di trasmissione delle civiltà e dei loro prodotti – IL LAOCOONTE
DEL BELVEDERE -- per es., della scrittura alfabetica dai caldei ai
fenici e da questi agli egiziani, e che, a ogni modo, la sua legge è non
empirica ma filosofica e si riferisce
alla spontaneità produttrice dello spirito umano. Senonché, ciò che è in
discussione è appunto l'aspetto empirico e non quello filosofico della legge; e
la risposta giusta sembra a noi, come si è già accennato, che V. non potesse e
non dove tenere conto delle altre circostanze, al modo stesso, per ripigliare
l'esempio, che chi nello studiare le
varie fasi della vita descrive le prime manifestazioni del bisogno sessuale nel
vago fantasticare o in altri fatti consimili della pubertà, non tiene conto
dell'iniziazione all'amore che gl’adolescenti meno esperti possono ricevere dai
piti esperti, quando l'assunto della ricerca concerna non le leggi sociali
dell'imitazione ma le leggi fisiologiche
dello sviluppo organico. E colui che affermasse che pur senza iniziazione e
ammaliziamento il bisogno sessuale si risveglia egualmente e si procaccia
soddisfazione, riaffermerebbe, senza dubbio, nient'altro che l'incontrastabile
verità d’un'antichissima novellina orientale che Boccaccio inseri nel
Decamerone, ma pronunzia insieme il più
esatto riscontro alla famosa e tanto contrastata dignità di V. Né il ri-corso di V. s’oppone di necessità,
come spesso s’è creduto, al concetto di progresso sociale. Si opporrebbero, se,
invece d’essere semplicemente uniformi, fossero identici, in conformità
dell'idea, che s’è affacciata nell'antichità e nei giorni nostri a qualche cervello stravagante,
dell'eterno ritorno delle cose singole e individuali. IL RI-PERCORSO DEL CORSO,
il circolo eterno dello spirito, può e deve, sebbene V. non lo dice, pensarsi
non solo diverso nel moto uniforme, ma continuamente arricchentesi e crescente
su sé stesso, in guisa che la nuova epoca del senso è in realtà arricchita di
tutto l'intelletto, di tutto lo
svolgimento precedente, e cosi la nuova epoca della fantasia o quella
della mente spiegata. La barbarie ritornata, il Medioevo, fu per tanti rispetti
uniforme all'antica barbarie ecetto BOLOGNA; ma non per ciò deve considerarsi
identica se contenne in sé BOLOGNA e il cristianesimo che compendia e supera il
pensiero antico romano. Tutt'altra
questione è se in V. è esplicito e rilevato il concetto di progresso. V.
non nega il progresso, vi fa anche, quando parla delle condizioni dei suoi
tempi, qualche accenno come a una realtà di fatto; ma non ne ha il concetto, e
molto meno gli dà rilievo. La sua filosofia, se procura l'alta visione del processo
dello spirito ubbidiente alla sua propria legge, ritiene tuttavia, da questa mancanza di
coscienza circa il progressivo arricchimento del reale, qualcosa di desolato e
di triste. Il carattere individuale degl’uomini e degl’avvenimenti –
L’ASSASSINIO DI GIULIO CESARE -- ò, in V., obliterato: individui e avvenimenti
stanno soltanto come casi particolari d’un aspetto dello spirito o d’una
fase della civiltà; e perciò, sempre,
Aristide con Scipione, Alessandro con Cesare, non mai Aristide come Aristide,
Scipione come Scipione, e Alessandro e Cesare come Alessandro e come Cesare.
Progresso importa ufficio privilegiato di ciascun fatto, di ciascun individuo,
ciascuno mettendo la propria nota, insostituibile, nel poema della storia,
e ciascuno rispondente con maggior voce
al suo predecessore. Ma la ragione pella
quale a V. dove fare difetto l'idea di progresso e la sua ricerca storica dove
riuscire unilaterale, non si può scorgere bene se non quando si sia dato uno
sguardo alla sua metafisica. Per metafisica – GRICE STRAWSON PEARS METAPHYSICS
PEARS THE NATURE OF METAPHYSICS -- intendiamo la concezione che ha V. e
COLLINGWOOD -- della realtà tutta e non del solo mondo umano; e includiamo nel
significato della parola anche l'eventuale conclusione negativa che afferma
l'inconoscibilità o l’imperfetta conoscibilità d’una o più -- KANT E CARNAP CITATI DA GRICE -- sfere del
reale, o di quella suprema in cui le
altre si riuniscono. V. pell'appunto, come ci è noto dalla sua gnoseologia,
segna una profonda linea divisoria tra mondo umano e mondo naturale: il primo
trasparente all'uomo perché fatto dall'uomo – UTTERER’S MEANING, e il secondo
opaco – THOSE SPOTS MEANT NOTHING TO ME, BUT MEASLES TO THE DOCTOR -- perché
Dio, che l'ha fatto, egli ne ha la scienza. E la sua concezione della realtà
totale e ultima, la metafisica da lui esposta tutt'insieme colla sua
gnoseologia, ritiene il solo valore, che questa le concede, d’una probabile ma
inverificabile congettura, la quale si compie nella certezza della teologia
rivelata – NATURE MEANS THAT THOSE SPOTS MEAN MEASLES. Essa rimane perciò senza
possibile congiungimento colla scienza, che procede con metodo sicuro di verità
e prescinde affatto dalla rivelazione. V. non la rifiutò mai; ne discorre nella
sua autobiografia che è contemporanea al sagio sulla scienza; la ricorda con
compiacimento, cioè dopo il saggio sulla scienza, quando la sua vita scientifica era, ed egli
stesso cosi la considera, terminata. Ma, sebbene non la rifiuta, la tenne
sempre come appartata in un angolo della sua mente. Sembrerebbe che, assodato
questo punto, non ci dove essere, circa la metafisica di V., altro da dire
d'importanza filosofica. Pure, non è cosi. E in primo luogo, poiché OGNI PARTE
DELLA FILOSOFIA IMPLICA L’ALTRE – like virtue, it is entire -- e dalla
trattazione d’una delle cosi dette scienze filosofiche particolari – la
filosofia della lingua di CESAROTTI -- si può SEMPRE desumere il carattere del
tutto, è legittimo cercar di determinare, scrutando il saggio sulla scienza,
quale metafisica vi è implicita, ossia quale
complemento filosofico quella scienza LOGICAMENTE sopporta e
richiede. Ora il saggio sulla scienza, che
afferma la conoscibilità piena delle cose umane, e non già nella loro
superficie come in una psicologia, ma nell'intima loro natura; la Scienza, che
raggiunge di là dagl'individui la conoscenza della Mente che informa il mondo
ed è il PROVIDENTE; quella Scienza, che con divino piacere contempla l'eterno
circolo dello Spirto: innalzata che s’era a tale altezza tende necessariamente
all'interpetrazione di tutta la realtà, della natura e di Dio come Mente. Che
questa tendenza fosse oggettiva, della
Scienza, e non soggettiva, di V., nel quale quella scienza, per cosi
dire, s’era pensata, è quasi superfluo
avvertire di nuovo. V., come persona, non solo non la favori, ma anzi la
compresse e represse con tanta energia che non ne lascia apparire traccia nei
suoi saggi. Di nessuna dottrina filosofica ebbe tanto terrore, e contro nessuna
polemizza con tanta frequenza, quanto contro il panteismo animista naturale di
Grice; e forse proprio questa preoccupazione polemica è la sola traccia,
sebbene affatto involontaria, che si possa notare nei suoi saggi, della
tendenza che egli dove sentire in sé. Egli era e voleva restare cristiano e
cattolico: la trascendenza, il Dio personale, la sostanzialità dell'anima, per
quanto la sua scienza non vi conduce, erano bisogni irrefrenabili della
sua coscienza. Ma ciò, come permette a V.
di reprimere soltanto, e non di sopprimere – SVPPRESSIO FALSI VERI -- la logica
e intrinseca tendenza del suo pensiero, cosi dà a noi facoltà di riconoscerla
nella cosa stessa. E a ragione un critico italiano SPAVENTA ha ad affermare che
in V. s’affacci l'esigenza d’una metafisica; e un altro, tedesco e cattolico, defini il sistema di lui un
semipanteismo. Più arrischiato sarebbe forse, col ricordato critico italiano,
spingersi a dire – STONE AGE PHYSICS REGINA SCIENTIARVM -- che V. progredì sul
concetto delle due sostanze cartesiane e dei due attributi spinoziani e della
stessa monade leibniziana, sorpassando il parallelismo e l'armonia prestabilita col distinguere le due PROVIDENTI,
i due attributi, la natura e lo spirito, in modo che uno di essi sia scala
all'altro, e col concepire il punto d’unione e la derivazione del contrario
come spiegamento o sviluppo; onde la natura sarebbe il fenomeno e la base
propria dello spirito, il presupposto che lo spirito fa a sé stesso per
essere veramente spirito, vera unità.
Perché, potendosi dubitare che la distinzione dei due attributi o dei due PROVIDENTI,
la naturale e l'umana, sia ben fondata e ineluttabile conseguenza del concepire
la sostanza come spirito e come mente, non si può dedurre il passaggio
evolutivo dall'una all'altra come tendenza implicita nel concetto di V.
della mente. Per questa seconda e particolare tendenza
occorrono, insomma, prove particolari e documentarie, che s’hanno bensì ma
insufficienti e malsicure, e non nel sistema della Scienza, ma piuttosto in
quello che cronologicamente lo precede. Perché anche la metafisica che V.
delinea non è, com'è sembrato a parecchi e può sembrare a prima vista, priva
di ogni significato e importanza. Essa
dimostra la medesima avversione contro il materialismo e il medesimo amore pell’idealismo – GRICE WHAT
PLATO WAS AFTER -- che anima le
meditazioni della Scienza. La filosofia dell’ORTO ROMANO – del PATER che
Grice amava --, che prende a suo principio il
corpo già formato e diviso in parti
multiformi ultime, composte d'altre parti – IL DUALISMO DI RYLE CHE
GRICE CRITICA -- che per difetto di vuoto interposto si fingono indivisibili,
sembra a lui una filosofia da soddisfare le menti rozze dei fanciulli e le
deboli delle donnicciuole; e con quanto
diletto vede spiegate dall’ORTO ROMANO, ossia
nel poema di Lucrezio, le
forme della natura corporea,
con altrettanto o riso o
compatimento lo vede tratto dalla dura
necessità a perdersi in mille inezie e sciocchezze per ispiegare le guise della
mente. Di falsa posizione, non meno dell dell’ORTO ROMANO, V. accusa la tìsica
cartesiana, che anch'essa ha per principio il corpo già formato, diversa da
quella dell’ORTO ROMANO e LUCREZIO in ciò che l'una ferma la divisibilità del
corpo negl’atomi, l'altra fa i suoi tre elementi divisibili all'infinito; l'una
pone il moto nel vano, l'altra nel pieno; l'una comincia a formare i suoi infiniti
mondi d’una casuale CLINAZIONE E DE-CLINAZIONE d’atomi dal moto in giù
del proprio loro peso e gravità; l'altra, i suoi indefiniti vortici – ABBAGNANO VEDAS – d’un impeto
impresso a un pezzo di materia inerte INORGANICA e quindi non divisa ancora,
che col moto impresso si divide in quadrelli e impedita dalla sua mole mette in
necessità di sforzarsi a movere in moto retto, e, non potendo per il suo pieno, incomincia, divisa nei suoi
quadrelli, a moversi circa il centro di
ciascun quadrello. Cosi se L’ORTO ROMANO commette il mondo al Caso, Cartesio lo
assoggetta al Fato; e invano, per salvarsi dal materialismo, egli sovrappone
alla sua fisica una meta-fisica alla maniera platonica – la res cogitans --,
con cui si studia di stabilire due sostanze, una distesa e l'altra
intelligente, e di far luogo a un agente
immateriale, perché queste due parti – che s’incontrano nella glandola
pineale -- non erano congruenti nel sistema, richiedendo la sua fìsica
meccanica dellle machine animate d’un fantasma -- una metafisica come la
dell’ORTO ROMANO, che stabilisce un sol genere di sostanza corporea operante.
Per simili o analoghe ragioni, V. respinge le
filosofie di GASSENDI, di Spinoza e di Locke; e le fisiche d’altri
autori, quella per es. di Boyle – qualita primaria del BULK --, gli parevano
profittevoli pella medicina e pella spargirica – alla CHURCHLANDS, inutili pella
filosofia. Di BONAIUTO GALILEI giudica che avesse mirato la fisica con occhio
di gran geometra, ma non con tutto il
lume della metafisica. Le sue simpatie si volgevano ai filosofi ch’erano
insieme geometri, e perciò alla fisica pitagorica o TIMAICA, secondo la quale
il mondo consta di numeri; alla metafisica dell’ACCADEMIA che dalla forma della
nostra mente, senz'alcuna ipotesi, stabilisce per principio di tutte le cose
l'idea eterna sulla scienza e coscienza
che abbiamo di certe eterne verità – GRICE THE CITY OF THE ETERNAL TRUTH
-- che sono nella nostra mente e che non possiamo sconoscere o rinnegare; alla
dottrina, che egli attribuiva a Zenone DEL PORTICO, non di VELIA, dei punti
metafisici; e, infine, alla filosofia del Rinascimento italiano, quando
risplendeno i FICINO,
i PICO della Mirandola, gli STEUCO, i NIFO, i MAZZONI, i PICCOLOMINI, gli ACQUAVIVA e i Patrizzi. Il
concetto fondamentale della sua cosmologia era dato dai punti metafisici, nei
quali trova applicazione il rioperamento della matematica sulla metafisica, da
lui ammesso come procedere analogico costruttivo. Al modo stesso che dal
punto geometrico nasce la linea e la
superficie, e il punto che viene definito non aver parti dà la dimostrazione
che le linee altrimenti incommensurabili si tagliano eguali nei loro punti;
cosi è lecito postulare punti non più geometrici ma metafisici, i quali, non
estesi, generino l'estensione. Tra Dio, che è quiete, e il corpo, che è moto,
s'interpone mediatore il punto
metafisico, il cui attributo è il conato, ossia l'indefinita virtù e sforzo
dell'universo a mandar fuori e sostenere le cose particolari tutte. L'esistenza
del corpo non è altro che un'indefinita virtù di mantenerlo disteso, la quale
sta egualmente sotto cose distese quantunque disuguali, ed è insieme indefinita
virtù di muovere che sta sotto ai moti
quanto si voglia disuguali. Sotto un granello d’arena – GRICE BLAKE -- vi
ha tal cosa che, dividendosi quel corpicello, dà e sostiene un'infinita
estensione e grandezza; sicché la mole dell'universo tutto, nel corpo del granello,
se non è in atto, è bene in potenza e in virtù. Questo sforzo dell'universo,
che è sotto ogni piccolissimo corpicciuolo, non
è né l'estensione del corpicciuolo né l'estensione dell'universo; è la
mente di Dio, la quale, pura d’ogni corpolenza, agita e muove il tutto. Ogni
particolare determinazione della realtà s’accorda con questa verità
fondamentale. Il tempo si divide, l'eternità è nell'indiviso; le perturbazioni
dell'animo diminuiscono e crescono, la tranquillità d'animo non conosce gradi; le cose estese si corrompono,
le inestese constano nell'indivisibilità; il corpo tollera divisione, la mente
non la tollera – GRICE THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL; le opportunità sono nel
punto, i casi in ogni parte; la scienza non si divide, l'opinione genera le
sètte; la virtù non sta né più in qua né più in là, il vizio spazia dappertutto; il retto è uno, le cose prave innumerevoli;
in ogni genere di cose, insomma, l'ottimo viene collocato nell'indivisibile. La
sostanza in genere, che sta sotto e sostiene le cose, si divide nelle due
specie della sostanza distesa, che e quella che sostiene ugualmente estensioni
disuguali, e della sostanza cogitante, che sostiene ugualmente pensieri disuguali; e siccome una parte dell'estensione
è divisa dall'altra ma indivisa nella sostanza del corpo, cosi una parte della
cogitazione, cioè a dire un determinato pensiero, è divisa dall'altra ed è
indivisa nella sostanza dell'anima. Proprio dell'anima è il conato, ossia la
libertà, negata affatto ai corpi – GRICE FREE FALL --; e Cartesio, che comincia la sua fisica dal conato dei corpi, l’incomincia
veramente da poeta e ricade nelle concezioni antropomorfiche ANIMISTA
NATURALISTA dei popoli primitivi. Quelli che i meccanici dicono conati, forme,
potenze, sono moti insensibili dei corpi, coi quali essi o s'appressano, come
voleva la meccanica antica, ai loro centri di gravità, o, secondo le teorie della meccanica nuova,
s'allontanano CENTRIPETATICAMENTE – STROPICAMENTE, non con entropia CENTRIFUGAMENTE
-- dai loro centri del moto. E, al pari del conato, e inconcepibile nei corpi
la comunicazione del moto o L’ANIMAZIONE,
concedere la quale tanto varrebbe quanto concedere la compenetrazione dei corpi, non essendo altro il moto che il corpo
che si muove: la percossa data a una palla è soltanto occasione perché lo
sforzo dell'universo, il quale era si debole nella palla da far sembrare ch’essa
si mantene quieta, si spieghi di più e cosi ci dia apparenza di più sensibile
moto. Coi cartesiani, per altro, e in ispecie con Malebranche, V. s'accorda
circa l'origine dell’idee, inclinando
alla concezione che Dio le crei in noi volta per volta; coi cartesiani altresì
tene che i bruti – GRICE SQUARREL TOBY -- sono macchine; e con tutta la
filosofia del suo tempo riconosce la soggettività delle qualità sensibili.
Lasciando queste ultime dottrine, alle quali V. accenna appena e che non gli
sono proprie, tutta sua veramente è
quella fondamentale dei punti metafisici; giacché l'attribuzione d’essa a un
fantastico Zenone DEL PORTICO, nella cui persona erano fusi e confusi
l'eleate di VELIA e quello del PORTICO, secondo un errore comune nella
letteratura filosofica del tempo, non può ingannare nessuno, e non inganna il
medesimo V. che, messo alle strette,
spiega come fosse stato condotto a interpetrare a quel modo ciò che di Zenone
riferisce Aristotele e conclude che, se quella dottrina non si voleva ricevere
come zenoniana, la si prende per sua propria e non assistita da nomi grandi.
Né, d'altro canto, si può riportarla alla monadologia leibniziana, che è dubbio
se fosse nota a V., che V. a ogni modo
non mentova, laddove pur mentova, con parole d’alta reverenza, Leibniz, e colla
quale la somiglianza è molto vaga, perché i punti metafisici non
sono monadi. Se mai, qualche efficacia si può affermare che avesse sopra d’essa
la scoperta leibniziana e newtoniana, che allora si comincia a divulgare in
Italia anche per opera di taluni amici
personali di V., del calcolo infinitesimale; i cui termini
d'infiniti massimi, minori, maggiori e
via dicendo, egli dice, stravolge l'umano intendimento, perché l'infinito è
schivo d’ogni moltiplicazione e comparazione, se non soccorre una metafìsica la
quale stabilisca che sotto tutti gl’attuali distesi e attuali movimenti sia una
virtù o potenza di estensione e di moto
sempre uguale a sé stessa, cioè infinita. E più giustamente ancora è stato
indagato il confluire nella concezione di V. delle correnti platoniche, del platonismo
della Rinascenza, e di BONAIUTO
GALILEI, particolarmente di queste ultime; il che, per altro, non ne diminuisce
l'originalità. Originalità, senza dubbio, di’un pensare fantasticheggiante e arbitrario, che per tal
ragione rimane senza possibilità di svolgimento e senza efficacia diretta sulla
restante concezione di V. Al recensente del Giornale dei letterati, che chiama
quella metafisica un abbozzo, l'autore risponde che era affatto compiuta: un ABORTO,
invero, piuttostq ch’un abbozzo, e, COME ABORTO, COMPIUTO. E nella Scienza,
oltre qualche richiamo alla negata attribuzione del conato ai corpi, c'è un
solo fuggevole ma curioso tentativo di connessione con una metafìsica
geometrica o aritmetica sul tipo di quella ora delineata; ed è là dove s’afferma
che sull'ordine delle cose civili corpulente e composte si conviene l'ordine
dei numeri, che sono cose astratte e
purissime, e s’osserva che, infatti, i governi cominciano dall'uno colle
monarchie familiari, passano ai pochi coll’OLIGARCHIA – the many and the wise
few -- le aristocrazie, s'inoltrano ai molti e tutti nelle repubbliche, e
finalmente ritornano all'uno nel principato civile assoluto, sicché l'umanità corre sempre
dall'uno (ROMOLO) all'uno (OTTAVIANO),
dall'assolutismo del paterfamilias a quello de principe illuminato. Ma se si
può e si deve negar valore alla cosmologia di V.; se le contradizioni e l’oscurità
in cui s’avvolge sono manifeste e furono notate dai critici del tempo; è anche
innegabile il carattere ch’essa ha di dinamismo, in opposizione al meccanicismo
della filosofìa contemporanea.
L'escogitazione dei punti metafisici, nella quale Dio appare il gran geometra
che conoscendo fa e facendo conosce le cose dell'universo, è come il simbolo della
necessità di risolvere la natura in termini idealistici. Un V. teologizzante,
un V. agnostico, perfino un V.
immaginoso inventore di romanzi cosmologici e tìsici, si trova qua e là; ma un V. materialista non si
trova in nessuna parte dell'opera sua. Anche questa non ardita metafisica destò
sospetto di panteismo, benché l'autore insiste nella dottrina teologica che il
fare di Dio si converte ab intra col generato e ab extra col fatto, e che
perciò il mondo è creato in tempo; che l'anima umana, la quale, specchio
della divina, pensa l'infinito e l'eterno, non è terminata
da corpo e quindi neppure da tempo, e perciò è immortale; e che in qual modo
l'infinito sia disceso nelle cose finite—IL CIRCOLO DI GRICE -- ciò, se anche
Dio l'insegna, non si potrebbe intendere dall'uomo. Comunque, egli stima
necessario chiudere le risposte ai suoi critici col raccogliere le proposizioni che dimostrano il suo
ortodossismo, e ribadire che essendo Dio altrimente sostanza e altrimente le
creature, e la ragion d'essere – GRICE RATIO ESSENDI -- o l'essenza essendo
propria della sostanza, le sostanze create, anche in quanto all'essenza, sono
diverse e distinte dalla sostanza di
Dio. La trascendenza limita la mente di V. e,
impedendogli di raggiungere l'unità del reale, gì'impede anche la
conoscenza veramente completa di quel mondo umano, ch'egli aveva cosi
potentemente, con opposto principio, rischiarato. Ed ecco ora perché V., senza
negare il progresso, non poteva averne il concetto. E stato osservato che il
concetto di progresso è estraneo al cattolicismo e prende origine dalla riforma protestante, e che
perciò il cattolico V. dove inibirselo. Ma altresì il concetto del providente
immanente è inconciliabile col cattolicismo, e tuttavia V. lo pensa
profondamente. Il che vuol dire che non l'impulso gli manca, ma piuttosto la
possibilità d’andar oltre un certo segno, dove la sua fede sarebbe stata messa
a troppo aperto sbaraglio. Il progresso,
dedotto dal providente immanente e introdotto nella Scienza, accentua la
differenza nell'uniformità, il sorgere del nuovo a ogni istante, il perpetuo arricchimento del corso
a ogni ri-corso; avrebbe cangiato la storia, d’un rassegnato percorrere e ri-percorrere
il solco tracciato da Dio sotto l'occhio di Dio, in un dramma che ha in sé la propria ragion d'essere – GRICE
METIER --; avrebbe trascinato nelle sue spire l'intero cosmo e reso reale il
pensiero dei mondi infiniti. V., all'affacciarsi di questa visione, arretra
pauroso, si ferma ostinato, e il filosofo è sostituito in lui dal credente.
Dalle cose precedentemente discorse è chiaro che la parte storica della Scienza
non poteva configurarsi come una storia
del genere umano, nella quale ai popoli e agl'individui fosse riconosciuto
l'ufficio proprio e singolare che ciascuno d’essi esercita nel corso degl’avvenimenti.
A tal uopo V. avrebbe dovuto chiudere il suo sistema di pensiero, che in un
punto rimane spezzato e aperto alla concezione religiosa; e innalzare la sua divinità PROVIDENTE a
divinità progrediente, determinando il corso ed il ri-corso come il ritmo interno del
progresso. Ovvero, per raggiungere nella
storia, in senso diametralmente opposto, la visione dell'individualità, dove
abbandonare la sua germinale filosofia idealistica, togliere la divisione tra il
PROVIDENTE ordinario e straordinario, darsi
totalmente in braccio alla fede e alla tradizione religiosa, e tracciare
la storia dell'umanità sul disegno che Dio aveva rivelato o permetteva d'
intravvedere. Come credente, egli repugna al primo partito, come filosofo, al
secondo; onde la storia da lui ricostruita non poteva essere, e non fu, storia
universale. Per conseguenza, non fu neppure quello che si chiama filosofia della storia, se a
questa denominazione si rida il significato originario d’una storia universale,
cioè che abbia l'occhio alle maggiori e più nascoste iuncturce rerum, narrata
filosoficamente, vale a dire, più filosoficamente che non si sole dai cronisti,
dagl’aneddotisti e dagli storiografi cortigiani, politici e nazionali. La controversia se a V. o a Herder spetti d’aver fondato la
filosofia della storia, dovrebbe francamente risolversi a favore di Herder,
perché l'opera di costui ha quell'andamento di storia universale che manca alla
Scienza; sebbene, d'altro canto, sia agevole trovare a Herder precursori in
buon numero, a cominciare dai profeti ebraici e dallo schema delle quattro monarchie, che rimase non solo
nel Medioevo ma ben oltre nei tempi moderni lo schema costruttivo della storia
universale. Né sarà fuori luogo soggiungere che la cosi detta filosofia della
storia in quanto storia universale non costituisce una speciale scienza
filosofica o una storia nettamente distinguibile da altre forme di storia, salvo che, per ismania di renderla autonoma, non se
ne faccia il mostro d’una storia astratta o d’una filosofia storicizzata; e
quando a V. o a Herder s’attribuisce il
vanto d’avere creato colla filosofia della storia una scienza, si rivolge loro
un complimento di dubbia lega: il quale, per ciò che in particolare concerne V.,
è stato cagione che non si scorge il
valore vero dall'opera sua. Infatti, la Scienza d'intorno alla comune
natura delle nazioni, intesa come l'equivoca scienza della filosofia della
storia, Philosophie de l'histoire intitola Michelet la sua riduzione galla dell'opera
di V., non ha lasciato vedere la Scienza come nuova filosofia dello spirito e
iniziale metafisica della mente. Il dissidio che era, nella sua concezione generale, tra scienza e
credenza, riappare, nella storiografia di
V., come divisione e opposizione
tra storia degl’ebrei e storia delle genti, tra storia
sacra e storia profana. La storia ebraica non anda soggetta alla legge della
storia della gente, ha un corso tutto proprio – GRICE E HART --, si spiega con
principi affatto particolari, cioè con l'azione diretta di Dio. La Scienza, che
nella sua parte filosofica non ne da i principi esplicativi, non avrebbe dunque
dovuto trattarne altrimenti nella sua parte storica. E tale sarebbe stato,
forse, il desiderio di V. Ma al desiderio s’oppone, senza parlare del bisogno
in cui egli era di premunirsi della taccia d’empietà, che non sarebbe mancata, il suo scrupolo di uomo di fede e di buona
fede, che lo spinge a cercare una qualche armonia tra le due storie, le quali,
per quanto divise egli le pone, ricordando in proposito che anche un autore
gentile, Tacito, chiama gl’ebrei uomini
insocievoli, entrambe si erano svolte sulla terra e avevano avuto
reciproche relazioni, non foss'altro che all'origine dell'umanità e nella sua palingenesi per opera
del cristianesimo. Accadde che V. il quale voleva e dove, per l'indirizzo
stesso della sua mente, evitare il racconto della storia universale, e
attenersi insieme ai soli problemi filosoficamente e filologicamente
trattabili, non potesse esimersi dal rompere talvolta il suo proposito, e dal
tentare un qualche congiungimento tra le
due storie, e in pari tempo una qualche apologia della storia sacra cogl’argomenti
forniti dalla scienza e dalla storia. E questa la parte più infelice ma
altamente significante dell'opera sua. Egli era costretto ad ammettere, in
contrasto a tutte le sue scoperte, con istrazio di tutta la sua mente, che gl’ebrei
avevano goduto il privilegio di serbare
intatte le loro memorie fino dal principio del mondo, della qual cosa le altre
nazioni si vantavano a vuoto, e che perciò l'origine e successione certa della
storia universale dove domandarsi alla storia sacra. E l'esigenza di connettere
i suoi concetti circa le civiltà primitive colla cronologia biblica, coll'anno
che si sole assegnare alla creazione del
mondo, colla tradizione del diluvio universale e con quella dei giganti, di
trovare, com'egli dice, la perpetuità della storia sacra colla profana, lo porta
a immaginare le cose più stravaganti. Imperversato dunque nell'anno 1656 dalla creazione il diluvio, e
separatisi i figli di Noè, mentre gl’ebrei iniziano o proseguono la loro
sacra storia con Abramo e gli altri
patriarchi, e poi colla legge data da Dio a Mosè GRICE, tutti i restanti semiti
e i camiti e giapetici, i primi più tardi e per minor tempo, i secondi e i
terzi più presto e per tempo più lungo, caddero nello stato ferino ed errarono
pella terra, bestioni stupidi e feroci. E laddove gl’ebrei, sottomessi al
governo teocratico, severamente educati
e praticanti le abluzioni, rimasero di giusta statura, i componenti delle altre
razze, senza disciplina né morale né fisica, travolgendosi nel fango, nello
sterco e nell'urina e assorbendo sali nitrici, cosi come di sterco e d’urina la
terra s'ingrassa e diventa feconda, crebbero in corpi mostruosi e giganteschi.
Cento anni pei semiti e dugento per le
altre due razze dura lo stato ferino; fino a quando la terra, che era rimasta a
lungo inzuppata dall'umidore del diluvio universale, asciugandosi manda fuori
esalazioni secche o materie ignite in aria a ingenerare i fulmini. Coi fulmini,
come già sappiamo, e colla mitologia del cielo fulminante che è Giove, si
sveglia nei bestioni la coscienza di Dio
e la coscienza di sé, onde diventano uomini. S’apre cosi l'età degli dèi, che
socialmente è quella di ROMOLO e delle
monarchie familiari dove il padre è re e
sacerdote e nel corso della quale si viene costituendo il sistema delle deità
maggiori, e i giganti mercé le spaventose religioni e l'educazione domestica
che doma la loro carne e sviluppa in
essi l'elemento spirituale, e mercé le lavande, degradano via via alla giusta
corporatura quale hanno gl’uomini che s'incontrailo agl’inizi della susseguente
età eroica. Tale, indicata per sommi capi, come TURNO ED ENEA, E ROMOLO, è la
bizzarra costruzione, fatta da V., dei cominciamenti della storia umana sulla
terra, messi in armonia coi racconti
della storia sacra; e d’essa si sarebbe riso o sorriso meno, se si fosse
guardato al dramma che vi è sotto, alla tormentosa coscienza del credenteche,
lottando col pensatore, cerca rifugio in quelle stravaganze. Colle quali, a
ogni modo, V. valica sopra una serie di sassi vacillanti. il diluvio, i
giganti, le esalazioni secche, la
fiumana della tradizione religiosa e raggiunge il terreno sodo della
storia critica, dove scopre altresì il primo appoggio della sua filosofia dello
spirito, la ferinità. È d’osservare inoltre che il rapporto colla storia
ebraica, la sola che a lui s'impone come storia vera e propria, cioè come un
unicum, sebbene in modo miracoloso, affatto
individuato, gli suggerì i
rari accenni che s' incontrano nei suoi
scritti ad assegnare ai vari popoli uno speciale ufficio o missione; onde gli
parve talvolta che gl’ebrei rappresentassero la mens, i caldei la ratio e i
giapetici la pliantasia. Parallelamente a questa storia fantastica dei
cominciamenti del genere umano sulla terra, corrono i tentativi d’apologetica
biblica. V. non tralascia d’arrecare
prove che dovrebbero profanamente confermare i racconti della storia sacra.
Conferma, per es., del diluvio e dei giganti sarebbero i simiglianti racconti
dei greci e di altri popoli; il governo teocratico, del quale nessuna storia
profana ha notizia precisa e oscuramente vi alludono i poeti nelle loro favole,
si riscontrerebbe nel governo degl’ebrei
innanzi e dopo il diluvio; gl’ebrei avrebbero ignorato la divinazione, perché
vivevano in diretti rapporti col vero Dio, laddove i caldei ebbero la magia o
divinazione secondo i moti degli astri e i popoli d’Europa quella per auspici.
Si sente in tutto ciò, senza dubbio, qualcosa di voluto, un voler vedere o un
voler non vedere, un darsi sulla voce,
un eccitarsi alla persuasione; come è consueto, del resto, in molti credenti
colti e scientificamente educati. V. scrive perfino una volta, nell'esporre la
genesi storica delle forme grammaticali e nell'asserire che i verbi
cominciarono dagl’imperativi – GRICE JUDGING IN TERMS OF VOLITING -- e cioè dai
comandi monosillabici che i padri danno
a mogli, figliuoli e famoli, ES, STA, I, DA, FAC, ecc. – Fido is shaggy, che da
ciò si ricava un'indiretta dimostrazione della verità del cristianesimo, perché
in ebraico la terza persona singola e maschile del perfetto è rappresentata
dalla nuda radice senza alcun segno flessivo: prova evidente che i patriarchi
dovettero dare gl’ordini nelle loro
famiglie a nome di un sol Dio, Deus dixit. Questo, a suo parere, era un fulmine
d’atterrare tutti gli scrittori cheoppinano
gl’ebrei essere stati una colonia uscita da Egitto, quando,
dall'incominciar a formarsi, la lingua ebraica incomincia d’un solo Dio. Sono
fulmini, a dir vero, che invece di fulminare i miscredenti, illuminano la
povertà degl’argomenti sui quali
l'apologetica s’appoggia anche in un uomo come V.; e, oggettivamente considerando,
la divisione introdotta per iscrupolo religioso tra storia sacra e storia
profana, col conseguente trattamento critico di questa e dommatico di quella, e
colle conseguenti strane ipotesi e difese, fa pensare irresistibilmente che il
sottrarsi della storia sacra alla
scienza umana provenga non dall'impotenza della scienza umana, ma
dall'impotenza della storia sacra, cioè, dall'impotenza a serbarsi inalterata
nella scienza; sicché di rado uno scrupolo religioso fu di tanto pericolo alla
causa della religione. Ma V. aveva troppo genuino e rigoroso senso scientifico
da mettersi a fare, e per giunta a
contraggenio, Selden o Bossuet; onde l'armonizzamento colla storia sacra
o l'apologetica rimangono in lui episodi, dai quali si può prescindere. E
poiché, d'altra parte, gli era vietato di profanare del tutto la filosofia e la
storia, e di rappresentare il movimento storico complessivo in base al criterio
del progresso, non gli resta se non guardare i fatti dall'aspetto che la sua filosofia gli concede
libero: quello del re-corso, dell'eterno processo e delle eterne fasi dello
spirito. Qui era la sua forza, qui poteva riconoscere il carattere specifico,
se non propriamente quello individuale, di leggi, costumi, poesie, favole,
d'intere formazioni sociali e culturali che erano state fraintese dalla
storiografia fino ai suoi tempi. E per
questa ragione egli, anziché narrare la storia, dove restringersi a mettere in
luce gl’aspetti comuni di certi gruppi di fatti, appartenenti a tempi e nazioni
varie. Nella Scienza si ha, egli dice,
tutta spiegata la storia, non già particolare ed in tempo delle leggi e dei
fatti de’ROMANI, ma sull'identità in sostanza d'intendere e diversità dei modi lor di spiegarsi. S’arrecheranno, dice
ancora in altra occasione, i fatti a modo di esempli perché s'intendano in
ragion di principi, imperocché vedere avverati i principi nella quasi
innumerabile folla delle conseguenze, egli si dee aspettare da altre opere che
da noi o già se ne son date fuori o già sono alla mano per uscire alla luce
delle stampe. Ossia, come sappiamo, in
quella scienza si ha da una parte una filosofia e dall'altra una descrittiva
empirica, storicamente esemplificata, nella qualeI ROMANI non stanno COME
ROMANI, ma in ciò che hanno di comune con ogni nazione; la storia di ROMA sotto
i re o ai primi tempi della repubblica spiega le sue affinità con quella
dei primi secoli del Medioevo; e Omero
non sta come Omero, ma come esempio della poesia primitiva e, attraverso i
secoli, ritrova e abbraccia il suo fratello, ALIGHIERI. Forza e limite insieme,
perché la storia non consiste di certo, essenzialmente, in queste somiglianze;
ma senza la percezione delle somiglianze come si giungerebbe a fissare le differenze? ALIGHIERI non è Omero, i baroni
non sono i patres r l'ateniese Solone
non è il romano PUBLILIO FILONE, il feudalismo dell'età carolingia e in genere
medievale non è la costituzione sociale
delle età primitive di Roma; ma certamente, per taluni rispetti, Alighieri è
più vicino a Omero che non al Petrarca, i baroni della prima epoca più prossimi ai patres che non alla
posteriore nobiltà di corte, Solone somiglia più a un tribuno o a un dittatore
romano che a qualche altro dei sette savi coi quali suole andare congiunto, il
feudalismo medievale si rischiara col ravvicinamento alle società fondate
sull'economia agraria. Notare queste somiglianze significa negare o rigettare
indietro altre più superficiali e aprire la via alla conoscenza
dell'individualità, indicando la regione approssimativa dove si trova la verità
piena. V., piuttosto che narrare e rappresentare, classifica; ma c'è
classificazione e classificazione: quella che si fa a servigio di un pensiero
superficiale e quella che si fa a servigio di un pensiero profondo. E la
parte storica della Scienza è una grande
sostituzione di classificazioni superficiali con classificazioni profonde. In
questo àmbito, dov'è la forza della storiografia di V., le deficienze e gli
errori provengono non dal dì fuori dei limiti tracciati, ma da cagioni operanti dentro quei limiti
stessi. È stato allegato, in discolpa di V., che gran parte dei suoi
errori sono d’attribuire ai materiali
scarsi e insufficienti dei quali egli dispone; ma scarsi e insufficienti
rispetto alla nostra brama di sapere sono, sempre, i materiali di studio, e nel
giudicare uno storico non può essere questione di ciò, si del modo cauto o
incauto nel quale egli adopera i materiali di cui dispone. Ancora è stato detto
che V. ebbe i difetti del suo tempo; e
qui s’è dimenticato che egli nasce nel secolo nel quale s’era svolta la
criticissima filologia di Scaligero BORDONE e di tutta la scuola olandese, e
Che suoi contemporanei sono in Italia Zeno, Maffei e Muratori. Il vero è che la
forma mentale da noi giù, descritta, di V., come turba la pura trattazione
filosofica colle determinazioni della scienza empirica e dei dati storici, cosi
turba la ricerca storica col miscuglio della filosofia e della scienza
empirica. V. è in uno stato come d’ebrezza: confondendo categorie e fatti, si
sente molto spesso sicuro a priori di quel che i fatti gli diceno e non li
lascia parlare e subito mette loro in bocca la sua risposta. Una frequente
illusione gli fa ravvisare rapporti tra
cose che non ne avevano alcuno; gli muta ogni ipotetica combinazione in
certezza; gli fa leggere negl’autori, invece delle parole esistenti, altre non
mai scritte e ch'egli medesimo senz'accorgersene interiormente pronunzia e
proietta negli scritti altrui. L'esattezza gl’è impossibile, e in quella sua
eccitazione ed esaltazione di spirito,
quasi la disprezza; perché, infatti, dieci, venti, cento errori particolari che
cosa avrebbero tolto alla verità sostanziale? L'esattezza, la diligenza, egli
dice, dee perdersi nel lavorare d'intorno ad argomenti e' hanno della
grandezza, perocché ella è una minuta e, perché minuta, anco tarda virtù.
Etimologie immaginose, interpetrazioni mitologiche arrischiate e infondate, scambi di nomi e
tempi, esagerazioni di fatti, citazioni fallaci s'incontrano a ogni passo nelle
sue pagine e molte se ne possono vedere notate nella bella edizione della
Scienza, curata da Nicolini, e qualcuna ne noteremo via via anche noi a mo'di
saggio, ma guardandoci dal dargli di continuo sulla voce, e qualche volta rettificando tacitamente le sue citazioni.
Sicché, come parlando della sua filosofia abbiamo osservato che V. non era
ingegno acuto, cosi, parlando della sua storiografia, dobbiamo ora dire che
egli non era ingegno critico. Ma come, negandogli colà l'acume in piccolo, gli
riconoscevamo quell'acume in grande che e la profondità, cosi anche qui dobbiamo aggiungere che, se V. manca di senso
critico in piccolo, abbonda di quello in grande. Negligente, cervellotico,
affastellato nei particolari; circospetto, logico, penetrativo nei punti
essenziali; scopre il fianco, e talora tutta la persona ai colpi del pili
meschino e meccanico erudito, e intimidisce ed è atto a ispirare reverenza a
ogni critico e storico, per grande che
sia. E se spaziando sempre negli universali e tutto preso dalle sue geniali
scoperte, molte volte non die tempo ài tempo e non die agio e campo alla sua
forza indagatrice e osservatrice di spiegarsi, e invece di storia inventa miti
e intessé romanzi; dove poi lascia che quella forza liberamente si spiega,
compi anche nel campo della storia cose
mirabili, come c'industrieremo di venire mostrando nei capitoli che seguono. Ma
passare a rassegna l’interpetrazioni storiche di V. per confrontarle, come da
molti si è fatto ed è comune vezzo, con quelle della storiografia odierna e
lodarle o censurarle di conseguenza, sarebbe poco concludente; perché, dove c'è
accordo tra i due termini del confronto,
l'accordo potrebbe essere fortuito, e, dove c'ò divergenza, la dottrina recente
potrebbe essere pur tuttavia svolgimento o conseguenza del tentativo antico, e,
a ogni modo, lo stato odierno delle cognizioni storiche non porge in niun caso
una misura assoluta. E, d'altra parte, sarebbe fuori luogo, oltreché superiore
alle nostre forze, ripigliare tutti i
problemi che V. tratta e tocca per esaminare quel che' di vero o di falso fosse
nelle sue conclusioni, perché tanto varrebbe scrivere un’altra Scienza, meglio
conforme ai nostri tempi. A noi spetta indicare soltanto i principali problemi
storici che egli si propone, riassumere le soluzioni che ne da, e avere
l'occhio sempre allo stato della scienza
non già ai tempi nostri ma ai tempi suoi, per determinare quali progressi si
debbano a V. nella storia degli studi storici. Il periodo storiografico che
precede V. è tutt'altro che di credulità e di acrisia – cf CRISIA. Trascorsi d’un
pezzo erano i tempi in cui si compilano le cronache del mondo e s’accoglie ogni
favola e ogni più grossolana
falsificazione come storia: i semi sparsi d’alcuni umanisti portano i loro
frutti negl’eruditi italiani, nella scuola giuridica galla, nella già ricordata
di BORDONE, in tutti i grandi cronologi, epigrafisti, archeologi,topografi e
geografi, ch’ordinano le prime e colossali raccolte critiche di fonti pella
storia dell'antichità romana. Anzi, nel
tempo stesso che i filologi andano correggendo e perfezionando i loro
metodie sfatavano imposture e riempivano lacune, si diffonde, per effetto della
filosofia intellettualistica, lo scetticismo, o pirronismo storico come anche è
chiamato, con Bayle, con Fontenelle, con Saint-Evremond e altri molti,
precursori di quella polemica contro la verità e l'utilità della storia di ROMA, che dove
diventare cosi vivace. Quest'ultimo indirizzo è, piuttosto che critico,
ipercritico, mettendo capo alla distruzione della storia in genere; e poiché lo scetticismo storico
rivesti assai spesso il carattere di paradosso a uso della società elegante e
dei belli spiriti, la sua efficacia sul progresso degli studi è assai scarsa,
o, tutt'al più, valse a provocare vigorose reazioni, d’una delle quali è
rappresentante V., a favore della tradizione e dell'autorità. Giova invece
notare le deficienze del primo e seriamente scientifico indirizzo dei filologi
e antiquari: i quali restituivano testi, svelavano falsificazioni,
ricostruivano serie di sovrani e di magistrati, raddrizzavano la cronologia, contestano perfino alcune
leggende; ma, sia pella mentalità consueta dei puri eruditi e filologi, sia pell'ambiente
generale della cultura, pur vivendo
sempre a contatto dell'antico e del
primitivo, non sentivano punto, e non facevano sentire, l'antico e il
primitivo. Fortissimi nei particolari, erano deboli nelle cose essenziali.
Anche quando alcuno dei più geniali s’accorge,
per es., dell'importanza dei canti
popolari, mezzo di trasmissione storica in tempi in cui manca o era rarissimo
l'uso della scrittura, da queste e simili osservazioni non riceve tale scossa d’esserne
spinto a rinnovare da cima a fondo la sua concezione della vita primitiva, come
accadde invece a V., il quale, quasi a un tempo, intese la forma filosofica
del certo e i due periodi di vita spirituale e sociale, che le corrispondevano
nella storia reale: il periodo oscuro e quello favoloso. Anch'egli moveva d’una
sorta di scetticismo, scetticismo concernente i pregiudizi dei dotti e delle
nazioni circa l'indole e i fatti dell'antichità romana; e statuiva, nel
combatterli, una serie di canoni o
degnità, che paiono ispirati agl’idola di Bacone, di cui offrono come l'analogo nel
campo della ricerca storica. V. mette in guardia in primo luogo contro le
magnifiche opinioni che s’erano avute fino ai suoi tempi intorno alla
lontanissima e sconosciuta antichità romana: ingenua illusione di cui
trova la sorgente in ciò che l'uomo,
allorché si rovescia nell'ignoranza, fa di sé regola dell'universo e qui è più
vicina l'analogia con Bacone, perché tale enunciato somiglia pell'appunto alla
classe degl’idola tribus in cui la mente fa di sé regola delle cose, ex
analogia hominis, non ex analogia universi. Sopra la medesima osservazione si
fonda il detto che fama crescit eundo, e il di Tacito omne ignotum prò
magnifico est. Donde il vezzo d'interpetrare i costumi antichi coll'aspettazione
di trovarli simili o migliori di quelli moderni e civili. Cosi CICERONE, per un
trasporto di fantasia ammira la mansuetudine degl’antichi romani, che chiamano ospite
il nemico di guerra; non avvedendosi che la cosa sta proprio al rovescio e che gl’ospiti sono HOSTES, stranieri e
nemici. Parimente Seneca, per provare che convenga usare umanità verso gli
schiavi, ricorda che i padroni sono detti in antico padri di famiglia: quasi
che i patresfamilias non fossero stati disumanissimi, nonché contro gli schiavi
e famoli, contro i medesimi loro figliuoli, adeguati ai famoli. E pello
stesso pregiudizio Grozio, che veramente
V. scambia qui col suo esegeta Gronovio e di costui fraintende le parole,
volendo dimostrare la mitezza degl’antichi germani, reca un gran numero di leggi
barbariche, nelle quali l'omicidio è punito colla multa di pochi danari:
documento, per contrario, di quanto fosse tenuto a vile il sangue dei poveri
vassalli rustici, che sono pell'appunto
gli homìnes, di cui parlano quelle leggi. In secondo luogo, ammoniva di non
prestare fede alla boria delle nazioni, che, come osserva Diodoro siculo, tutte
sia romane sia barbare, caldei, sciti, egizi, cinesi, si vantarono d’avere,
ciascuna prima delle altre, fondata l'umanità, ritrovati i comodi della vita e
serbate le loro memorie fin dall’origini
del mondo. Ciascuna d’esse, non avendo per molte migliaia d'anni avuto
commercio colle altre onde potesse accomunare le notizie, fu, nel buio della
sua cronologia, simile a un uomo che, dormendo in una stanza piccolissima,
nell'errore delle tenebre la crede certamente molto maggiore di quanto colle
mani la toccherà poi. Chi prenda quei
sognati vanti per notizie sicure, si trova nell'imbarazzo di scegliere fra
tante nazioni e tante memorie, tutte, con pari fondamento, offrentisi a gara
come primitive. Colla boria delle nazioni V. mette la boria dei dotti, i quali
ciò ch’essi sanno vogliono che sia antico quanto il mondo; e perciò si
compiacciono nell'immaginare una
inarrivabile riposta sapienza degl’antichi, che coincide poi pell'appunto,
mirabilmente, colle opinioni professate da ciascuno di quei dotti e d’essi
ammantate d’antichità per imporne pili solennemente l'accettazione. In tale
errore cadde non solo Platone, specialmente nelle ricerche del Cratilo, ma
quasi tutti gli storici, antichi e moderni: v’era caduto lo stesso V., che potè, dunque, studiarlo
assai bene in sé medesimo, quando nel De antiquissima crede di trovare nell’etimologie
dei vocaboli latini le prove d’una METAFISICA ITALIANA perfettamente concorde
con quella sua propria della conversione tra verum e factum e dei punti
metafisici. Ai quali tre pregiudizi, e più strettamente alla boria dei dotti, va di séguito il quarto che ora si
chiama delle fonti o degl’influssi di cultura, e che V. sarcasticamente designa
come quello della successione delle scuole pelle nazioni. Secondo tale
dottrina, Zoroastro, per es., avrebbe istruito Beroso pella Caldea, Beroso a
sua volta Mercurio Trismegisto pell'Egitto, Mercurio Atlante legislatore
dell'Etiopia, Atlante Orfeo missionario
della Tracia, e finalmente Orfeo ferma la sua scuola in Grecia. Lunghi viaggi,
e agevoli, in verità, a quelle prime
nazioni che, appena uscite dallo stato selvaggio, vivevano appollaiate sulle
montagne in siti poco accessibili, sconosciute alle loro medesime confinanti! E
questi lunghi viaggi avrebbero avuto per oggetto di diffondere invenzioni, che ciascuna nazione
poteva fare senz'altro da sé, e che se poi, conosciutisi tra loro i popoli per
guerre e trattati, si ritrovarono simili, è perché contenevano un motivo comune
di vero e nascevano dalle medesime necessità umane. C'era bisogno di supporre
l'efficacia del diritto ateniese o di quello mosaico sul ROMANO, come usano i pareggiatori delle leggi o
trattatisti del diritto comparato, per ispiegare come si fosse formato il
diritto, riconosciuto in Roma, d’uccidere il ladro di notte? C'era bisogno che
Pitagora anda diffondendo la dottrina della trasmigrazione dell’anime, che si
ritrova perfino in India? Resta il pregiudizio circa gli storici antichi
considerati come informatissimi dei
tempi primitivi, i quali, invece, nel racconto dell’origini, seppero quanto o
meno di noi posteri. Per la storia, V.
legge, o meglio crede di leggere, in Tucidide la confessione che, fino alla
generazione a questo storico precedente, non si conosce nulla della propria
antichità; e osserva altresì che gli storici solo al tempo di Senofonte
cominciarono ad avere qualche notizia precisa delle cose. LA STORIA DI ROMA si
sole principiarla d’ALBA LONGA; ma con Roma certamente non nasce il mondo, la
quale è una città fondata in mezzo a un gran numero di minuti popoli del Lazio;
e per Roma stessa LIVIO dichiara di non entrare mallevadore della verità dei
fatti concernenti il principio di quella storia colla LUPA, e a proposito della
guerra cartaginese, di cui è in grado di scrivere con più verità, ingenuamente
confessa di non sapere da qual parte
Annibale fa il suo grande e memorabile passaggio in Italia, se dall’Alpi eozie
o dall’appennine. Tanto gli storici antichi erano bene informati! Per questi e
altrettali motivi di scetticismo, tutto
quanto si narra dei romani fino alla guerra cartaginese parve a V. TUTTO
INCERTISSIMO: un territorio quasi res nullius, ove si poteva entrare col
diritto del primo occupante. Egli vi entra armato dei canoni positivi che
nascevano accanto, anzi dal grembo di quelli negativi, che abbiamo riferiti.
Perché, se V. nega fede agli storici
lontani dai tempi e luoghi dei fatti che raccontano, se scredita le
vanterie nazionali, se svela l’illusioni e le ciarlatanerie dei dotti, non
rimane pago per altro a quest'opera di distruzione; e al posto del vecchio e
malfido cacciato via bada a sostituire il nuovo di migliore qualità e di
maggiore resistenza, cioè un complesso di metodi mercé i quali era dato procacciarsi nuovi documenti collo
studiare meglio quelli già posseduti. Ogni avanzamento nelle conoscenze
storiche non s’effettua, in verità, in altra guisa che con questo ritorno dal
racconto ricevuto al documento sottostante, col quale solamente è dato
confermare, rettificare e arricchire il racconto. Il primo metodo che V.
addita, la prima fonte che egli schiude
pella conoscenza delle società antichissime, è l'etimologia della lingua del
LAZIO, che si sole esercitare ai suoi tempi in modo affatto arbitrario, col
raffrontare i suoni di qualche sillaba o lettera, e cercare altre superficiali
somiglianze, inferendone la derivazione d’un vocabolo dal latino. Ma affinché
l'etimologizzare sia fruttuoso, bisogna
non dimenticare che la lingua del LAZIO e il testimonio più grave degl’antichi
costumi del popolo del LAZIO, che si celebrarono al tempo in cui si forma essa
lingua; e illuminare perciò, perpetuamente, la lingua del LAZIO coi costumi e i
costumi colla lingua del LAZIO. Cosi l’etimologie d’un vocabolo astratto
(SHAGGINESS) ci porta nel bel mezzo d‘una
società affatto contadinesca, perché 1'INTELLIGERE, per es., richiama il LEGERE
o raccogliere i frutti dei campi, donde LEGUMINA; il DISSERERE, lo spargere
semenze; e la maggior parte dell’espressioni intorno a cose inanimate (those
spots meaning measles) si svelano trasporti dal corpo umano e dalle sue
parti e dagl’umani sensi e passioni,
come bocca per ogni apertura, labbro per orlo di vaso, fronte e spalle per
avanti e dietro, e simili. V. vagheggia un etimologico comune a la lingua del LAZIO, composto di radici
monosillabiche e in gran parte onomatopeiche; un altro delle voci d’origine
straniera, introdotte dopo che le nazioni si furono conosciute tra loro; un terzo, universale, pella scienza
del diritto delle genti, dal quale apparisse come gli stessi uomini, fatti o
cose, guardati con diversi aspetti dalle varie nazioni, avessero ricevuto
diversi vocaboli; e, infine, un dizionario di voci mentali, comuni a tutte le
nazioni, che, spiegando le idee uniformi circa le sostanze e le modificazioni
diverse che le nazioni ebbero nel
pensare intorno alle stesse necessità umane o utilità comuni a tutte, secondo
la diversità dei loro siti, cieli, nature e costumi, narra l’origini delle
diverse lingue vocali, che tutte convengono in una lingua ideale comune. La
seconda fonte, schiusa da V., è l'interpetrazione dei miti o favole, che,
conforme alla sua dottrina, non erano
allegorie, invenzioni o imposture, ma la scienza stessa dei popoli primitivi.
Nel Diritto universale V. distinse quattro sensi pei quali gli dèi passarono:
dapprima significando cose naturali – those spots mean measles --, Giove il
cielo, Diana le acque perenni, Dite o Plutone la terra inferiore, Nettuno il
mare, e cosi via; poi, cose umane naturali,
per es. Vulcano il fuoco, Cerere il frumento, Saturno i seminati;
in terzo luogo, fatti sociali; fintanto che,
in ultimo, salirono al cielo, furono assunti agli astri, e le cose terrene e
umane vennero divise dalle divine. Ma nelle Scienze mise in rilievo quasi
esclusivamente il terzo significato, quello sociale, che diventò per lui
l'originario; perché, sembra che egli
pensa, le prime nazioni erano troppo intente a sé stesse, troppo immerse nella
loro dura e difficile vita, da speculare
astraendo dalle cose sociali. Cosi nei miti egli trova riflesse l’istituzioni,
le scoperte, le divisioni sociali, le lotte di classe, i viaggi, le guerre, dei
popoli primitivi. Anche pei tempi abbastanza progrediti V. fu alieno dalle interpetrazioni naturalistiche o filosofiche;
e il Conosci te stesso, attribuito all'antico savio, gli parve nient'altro che
un monito alla plebe ateniese perché conoscesse le proprie forze, trasportato
dipoi a sensi metafisici e morali. Oltre questa ermeneutica sociale, un altro
principio assai importante egli stabilisce: vale a dire che i significati
galanti, lubrici e osceni delle favole
furono tutti intrusi in tempi tardi e corrotti, che interpetrarono i costumi
antichi sui propri o presero a giustificare le proprie lascivie coll'immaginare
che gli dèi ne avessero dato l'esempio. Onde s’ebbero Giove adultero, Giunone
nemica a morte della virtù degl’Ercoli, la casta Diana che sollecita gl’abbracciamenti
degl’addormentati Endimioni, Apollo che infesta fino alla morte le pudiche
donzelle, Marte che come se non basta commettere adulteri in terra li trasporta
fin dentro il mare con Venere, e, peggio ancora, gl’amori di Giove con GANIMEDE
– convito dell’ACCADEMIA -- e dello
stesso Giove trasformato in cigno con Leda: dipinture atte a sciogliere il freno al vizio, come per l'appunto accadde
nel giovinetto Cherea dell'Eunuco di Terenzio. Ma nella loro forma e
significato originari le favole furono tutte severe e austere, degne di
fondatori di nazioni; e, per es., Apollo che insegue Dafne allude agl'indovini
o àuspici delle nozze, che perseguitavano pelle selve le donne ancora in preda
ai concubiti vagabondi e nefarì; Venere,
che si copre le vergogna col cesto, era simbolo pudico di matrimoni solenni; gl’eroi,
figliuoli di Giove, non erano già i frutti degl’adulteri, ma gl’eroi nati da
nozze certe e solenni, celebrate colla volontà di Giove che si rivela negl’auspici.
Omnia intenda mundis et immunda immundis: le selve e i picchi delle
montagne non potevano produrre immagini
d’alcove e postriboli. Oltre queste due ricche fonti della lingua del LAZIO e
dei miti, V. ne menziona e adopera una
terza, che chiama dei sima real donzella Polissena, della rovinata casa del
poc'anzi ricco e potente Priamo, divenuta misera schiava, non gli venga
sacrificata sul sepolcro e le sue ceneri assetate di vendetta non bevano l'ultima goccia di quel
sangue innocente. E giù. nell'inferno Achille, domandato d’Ulisse come vi stia
volentieri, risponde che vorrebbe essere un vilissimo schiavo, ma vivo! Questo è l'eroe che Omero, coll'aggiunto
perpetuo d'irreprensibile, àjiójAwv, canta ai popoli in esempio della virtù
eroica. Un siffatto eroe, che pone tutta
la ragione nella punta della lancia, non si può altrimenti intendere se
non come un uomo orgoglioso, il quale ora si direbbe che non si faccia passare
la mosca per innanzi alla punta del naso. Se i più grandi caratteri di Omero
sono tanto sconvenevoli alla nostra natura civile, le comparazioni delle quali
egli si vale hanno a lor materia belve e altre
cose selvagge. E se per i costumi che rappresenta da fanciulli pella
leggerezza delle menti, da femmine pella robustezza della fantasia, da
violentissimi giovani pel fervido bollore della collera, e pelle favole degne
di vecchierella che intrattenga bimbi ond'è piena l'Odissea, non si può
attribuire a Omero nessuna sapienza riposta j quel suo cotanto riuscire nelle fiere comparazioni non è certamente
da ingegno addimesticato e incivilito da alcuna filosofia. Né da animo che sia
umanato e impietosito da filosofia potrebbe nascere quella truculenza e
fierezza di stile, onde si descrivono tante e si varie e sanguinose battaglie, tante
e si diverse e tutte in istravaganti guise crudelissime specie di ammazzamenti, che particolarmente formano la
sublimità dell'Ilìade. Ma chi fu, in realtà, Omero? Che cosa di lui dicono gli
antichi scrittori, che cosa si trae dai suoi poemi? A leggere l'Iliade e
l'Odissea senza pregiudizi, a ogni passo ci si avventano agli occhi e ci
offendono stravaganze e incoerenze. Incoerenze di costumi, che trasportano or
di qua or di là a tempi lontanissimi tra
loro: da una parte si vede Achille, l'eroe della forza; dall'altra, Ulisse,
l'eroe della saggezza; da una parte, la crudezza, la villania, la ferocia,
l'atrocità; dall'altra, i lussi di Alcinoo, le delizie di Calipso, i piaceri di
Circe, i canti delle sirene, i passatempi dei proci, che tentano anzi assediano
le caste Penelopi; da una parte, costumi
rustici e ruvidi, dall'altra giuochi, vesti magnifiche, cibi squisiti e arti
d'intagliare in bassorilievo e fondere in metalli; da una parte, rigida società
eroica, dall'altra, perfino, accenni a libertà popolari. Questi costumi cosi
delicati mal si convengono con gli altri tanto selvaggi e fieri, che nello
stesso tempo si narrano dei medesimi eroi,
particolarmente nell'Iliade. Messi insieme tutti a un tempo, riescono
incompossibili: dai costumi dell'età troiana si sbalza senza transizione a
quelli del tempo di NUMA; talché, ne placidi s coè'ant inmitia, si è costretti
a pensare che i due poemi furono per più età e da più mani lavorati e condotti.
Incoerenze di allusioni geografiche, che anch'esse trabalzano in ambienti fisici diversi e lontani:
l'Iliade all'oriente della Grecia, verso settentrione; l'Odissea,
all'occidente, verso mezzodì. Incoerenze di linguaggio, sconcezze di favellari,
che permangono nonostante l'emendazione d’Aristarco, e pella quale si sono
proposte le più strane teorie, come quella che Omero sarebbe andato
raccogliendo il suo linguaggio da tutte
le varie popolazioni. Dai poemi passando alle tradizioni circa il loro autore,
nessuna fede meritano le vite di Omero scritte da Erodoto, o da chi altri ne
sia l'autore, e da Plutarco, dallo pseudo Plutarco. Intorno a Omero mancano le
notizie più elementari: proprio dove dagli antichi si tratta di questo che fu
il maggior lume di Grecia, siamo
lasciati affatto al buio. Non si sa di Omero né il tempo in cui visse né il
luogo di nascita: ciascuno dei popoli di Grecia lo rivendica suo cittadino. Si
narra bensì ch'egli fosse povero e cieco; ma codeste sono di quelle minute
particolarità che mettono sospetto, come muove a riso ciò che dice Longino che
Omero componesse l' Iliade e piu tardi l'Odissea.
Mirabile che si conoscessero queste private faccende di un uomo del quale s'
ignoravano poi due cose da nulla: il tempo e il luogo! E la critica deve
domandarsi, anzitutto, come mai fosse possibile che un sol uomo compone due
cosi lunghi poemi, in un'età nella quale non esiste ancora la scrittura;
giacché le tre iscrizioni eroiche, una
di Anfitrione, l'altra d'Ippocoonte e la terza di Laomedonte, delle quali con
troppo buona fede parla Vossio, sono imposture, simili alle tante che sogliono
eseguire i falsificatori di medaglie antiche. Per tutte queste considerazioni
sorse in V. il sospetto che Omero non fosse, per lo meno in tutto e per tutto,
un personaggio reale, ma anch'esso pella
meta uno di quei caratteri poetici ai quali si erano riportate nell'antichità
lunghe serie di azioni, opere e avvenimenti. Se infatti ci si prova a pensare
che i poemi omerici non siano l'invenzione di un individuo, ma due grandi
tesori dei costumi della Grecia antichissima, che contengono la storia del
diritto naturale e dell'età eroica delle genti
greche; se invece che a uno o due poeti singoli si pensa a un popolo
intero poetante; invece che a due opere di getto, a una poesia popolare svoltasi
per secoli: tutto si rischiara e si riaccorda. Si spiegano le stravaganze delle
favole, perché la composizione dell' Iliade e dell'Odissea appartiene alla
terza età di quelle, vere e severe presso i poeti teologi, alterate e corrotte presso gli eroici, e
ricevute cosi corrotte nei due poemi. Si spiegano le varietà dei costumi,
richiamanti le varie età della composizione; e altresì l'Omero, simbolo del più
antico (Illiade) e del più recente (Odissea) tempo della Grecia primitiva. Si
spiega la varietà dei luoghi di nascita e di morte, assegnati al loro autore, e
le varietà dei suoi linguaggi, perché
vari furono i popoli che produssero quei canti. Si spiega, infine, perché ogni
popolo greco volle Omero suo concittadino, pella ragione cioè che essi popoli
pell'appunto furono quest'Omero; e perché fosse detto cieco e mendico, perché
tali erano di solito i cantori che girano pelle fiere recitando le storie.
Bisogna dunque che Omero, perché sia
inteso nella sua verità, venga sperduto dentro la folla dei popoli e
considerato come un'idea o carattere eroico di uomini in quanto narravano
cantando le loro storie. Cosi quelle che sono sconcezze e inverisimiglianze
nell'Omero finora creduto, diventano nell'Omero qui ritrovato tutte
convenevolezze e necessità. E, innanzi
tutto, gli s’aggiunge una sfolgorantissima lode d'essere stato il primo
storico a noi pervenuto. In Omero si ha il documento della primitiva identità
di storia e poesia, e una conferma di quel che V. crede di leggere in Strabone, cioè che prima d’Erodoto, anzi
prima d’Ecateo milesio, la storia dei popoli fu scritta dai poeti.
Nell'Odissea, volendosi lodare alcuno
per avere ben narrata una storia, si dice averla raccontata da musico e da
cantore. V. non si perde in poco feconde congetture istituendo indagini più
particolari circa il modo di elaborazione dei poemi omerici. Propende tuttavia per
due principali autori poeti, l'uno pell'Iliade, nativo dell'oriente di Grecia,
verso settentrione, l'altro pell’Odissea,
nativo dell'occidente verso mezzodì; e il nome Omero intende come di
compositore e legatore di favole. Ma, d'altro canto, a causa del significato
puramente ideale che per lui ha quel nome, non è da escludere, forse,
l'interpetrazione che i due Omeri
fossero, a loro volta, due correnti poetiche e due gruppi di popoli o di
cantori popolari. Le persone storiche,
che egli si trova innanzi, sono i rapsodi, uomini volgari che paratamente, chi
uno chi altro, andano recitando i canti d'Omero nelle fiere e nelle feste pelle
città. Lunga età corse dalla primitiva composizione fino ai Pisistratidi, i
quali fecero dividere e disporre i canti omerici nei due gruppi dell’Iliade e
dell'Odissea, donde si deduce quanto
innanzi dovessero essere stati una confusa congerie di cose, e ordinarono che
d'indi in poi fossero cantati dai rapsodi nelle feste panatenaiche. Comunque, non è di certo in questa
risoluzione materialmente intesa dell'individuo Omero in un mito o carattere
poetico l'importanza, come, forse, non è la verità, della teoria di V. Dalle incoerenze ch'egli non pel primo nota, e non
sempre con esattezza, la qual cosa, per altro, è di poco rilievo, essendo
agevole compensare le osservazioni inesatte con le molte altre esatte da lui
tralasciate, non c'era rigoroso passaggio logico all'affermazione della non
esistenza di un Omero individuo, principale autore di uno o di entrambi i
poemi. Quelle incoerenze valevano a
dimostrare che il poeta o i poeti lavorarono sopra una ricca materia
tradizionale, della provenienza più varia per luoghi e per tempi, e non tanto
disposta a strati secondo la provenienza, che era a un dipresso l'fpotesi messa
innanzi da Aubignac, quanto piuttosto in tutti i suoi strati mescolata e
sconvolta. Uno o molti poeti, ovvero
molti poeti e un abile collettore dei loro canti, o una società di abili
collettori; queste e altrettali ipotesi si potevano proporre, come si sono
proposte di poi, con pari diritto, e sostenere, come sono state sostenute, con
argomentazioni parimente valide e parimente difettose perché non documentabili.
Ma nel fondo di quella risoluzione di
Omero in un carattere poetico, come analogamente in altre simili risoluzioni
fatte o tentate da V., era la scoperta della lunga e laboriosa genesi storica
attraverso cui era passata la materia di quei poemi, che, in questo senso, ben
potevano dirsi prodotto di collaborazione d’un intero popolo. La sostituzione a Omero di un popolo
di Omeri fu, anche questa volta, la
mitologia tessuta da V. sulla propria
scoperta: mitologia che omnes quivìtes tenerent. L'autorità del SENATO ROMANO
ne venne ristretta, perché laddove, precedentemente, di quel che IL POPOLO
ROMANO delibera i padri si fanno auctores, ora i padri sono essi autori al popolo, che approva la legge secondo
la forinola proposta dal SENATO ROMANO,
o le antiqua, cioè dichiara di non volere novità. La plebe ottenne, inoltre,
l'ultima magistratura ancora non comunicata, la CENSVRA. La legge petelia, che
segui pochi anni dopo, cancella l'ultimo vestigio di legame feudale, il nesso, nexus,
che rende i plebei, per causa di debiti, vassalli ligi dei nobili e li costringe sovente
a lavorare tutta la vita nelle private prigioni di costoro. Quando FABIO
MASSIMO alla divisione tra patriziato e plebe, coi corrispondenti comizi
curiati e tributi, ebbe sostituita la divisione secondo i patrimoni dei
cittadini, ripartiti nelle tre classi di senatori, cavalieri e plebei, l'ordine
dei nobili venne a sparire affatto, e senatore e cavaliere non furono più
sinonimi di patrizio, né plebeo d'ignobile. Ma al senato rimase il dominio
sovrano sopra i fondi del romano imperio, che era già passato nel popolo; e,
mercé i cosi detti senatoconsulti ultimi o ultimce necessitatis, lo mantenne
con la forza delle armi finché la romana fu repubblica popolare; e quante volte
il popolo tentò di disporne, tante il senato armò i consoli, i quali
dichiararono ribelli e uccisero i tribuni della plebe che avevano promosso quei
tentativi. Il che si spiega con una ragione di feudi sovrani soggetti a
maggiore sovranità, come a V. pare confermato dal detto di Scipione Nasica
nell'armare il popolo CONTRO Tiberio Gracco: Qui rempublicam salvam velit,
consulem sequatur. Aperta con le leggi la porta degli onori alla moltitudine
che comanda nelle repubbliche popolari, non resta altro in tempo di pace che
contendere di potenza, non colla legge ma colle armi; e mercé atti di potenza
comandare leggi per arricchire, quali furono le agrarie dei Gracchi, onde
provennero in pari tempo guerre civili in casa e ingiuste fuori. Tutta la
società, col trionfo della plebe e colla mutazione dello stato d’aristocratico
in popolare, muta fisonomia. Muta, in primo luogo, la flsonomia della famiglia:
nella quale, durante l'impero del patriziato, per serbare le ricchezze dentro
l'ordine, solo tardi furono ammesse le successioni testamentarie e facilmente i
testamenti venivano annullati; dalla successione paterna era escluso il
figliuolo emancipato; l'emancipazione aveva l'effetto di una pena; le
legittimazioni non erano permesse; è da dubitare che le donne succedessero. Ma
nella società democratica, poiché la plebe pone tutta la sua ricchezza, tutta
la sua forza e potenza nella moltitudine dei figliuoli, si comincia a sentire
la tenerezza del sangue, e i pretori ne considerano i diritti e prendono a
fargli ragione con le honorum possessiones e a sanare coi loro rimedi i vizi o
i difetti dei testamenti, agevolando cosi la divulgazione delle ricchezze, che
sole sono ammirate presso il volgo. Muta il significato degli istituti della
proprietà: il dominio civile non è più di ragion pubblica e si disperde per
tutti i domini privati dei cittadini, che formano ora la città popolare; il
dominio ottimo non è più quello fortissimo, non infievolito da niun peso reale,
neppure pubblico, e significa semplicemente quello che sia libero da ogni peso
privato: il quiritario non è più il dominio di cui il nobile era signore
feudale e che dove venire a difendere nel caso che ne fosse decaduto il cliente
o plebeo, ma è diventato dominio civile privato, assistito da rivendicazioni,
diversamente dal bonitario che si mantiene col solo possesso. Le forme dei
processi, cosi frondose di finzioni, di forinole solenni, di atti simbolici,
sono semplificate e razionalizzate: si comincia a far uso dell'intelletto,
ossia della mente del legislatore e i cittadini si conformano in un'idea di
comune ragionevole utilità, intesa come spirituale di sua natura. Le caussce,
che prima erano forinole cautelate di proprie e precise parole, diventano
affari o negozi, che si solennizzano coi PATTI convenuti e, nei trasferimenti
di dominio, colla tradizione naturale; e solamente nei CONTRATTI che si dicono
compiersi colle parole, nei contratti verbali, cioè nelle stipulazioni, le
cautele rimangono caussce, nell'antica proprietà di questo termine. Cosi il
certo della legge, essendosi la ragione umana spiegata tutta, mette capo nel
vero delle idee, determinate colla ragione delle circostanze dei fatti, che è
una forinola informe di ogni forma particolare, formula naturai, come dice
VARRONE, che a guisa di luce informa di sé, in tutte le ultime minutissime
parti della superficie loro, i corpi opachi dei fatti sopra i quali ella è
diffusa. Nelle repubbliche popolari regna l’cequum bonum, l'equità naturale. Le
crudelissime pene, che si usavano nel tempo delle monarchie familiari e delle
società eroiche, le leggi delle dodici tavole condannavano a essere bruciati
vivi coloro che avevano dato fuoco alle biade altrui, precipitati giù dalla
rupe Tarpea i falsi testimoni GRICE MASSIMA, fatti vivi in brani ì debitori
falliti, vengono sostituite da pene benigne, perché la moltitudine, che è
composta di deboli, è di sua natura incline a compassione. La legge, che era
nelle aristocrazie unica, ferma e religiosamente osservata, si moltiplica nella
democrazie e si fa cangevole e flessibile. Gli spartani, che serbarono
l'aristocrazia, dicevano che in Atene si scrivevano molte leggi, ma le poche
che erano in Isparta s’osservavano: la plebe romana, a guisa dell'ateniese,
comanda tutto dì leggi singolari, e invano Silla, capoparte dei nobili, cerca
di ripararvi alquanto colle questioni perpetue, perché, dopo di lui, si
moltiplicarono di nuovo. Le stesse guerre, crudelissime nelle repubbliche
aristocratiche, che distruggevano le città conquistate e riducevano i vinti in
gruppi di giornalieri sparsi pelle campagne a coltivare a prò dei vincitori, si
mitigano nelle repubbliche popolari, le quali, togliendo ai vinti il diritto
delle genti eroiche, lasciano loro quello naturale delle genti umane. Gl'imperi
si dilatano, perché le repubbliche popolari valgono assai più delle
aristocratiche pelle conquiste, e più ancora vi valgono le monarchie. Eppure,
in questo generale umanarsi dei costumi, scema la sapienza di governo, la virtù
politica. Gli antichi patrizi fanno duramente rispettare la legge; e, avendo
privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilità, a questo grande
interesse particolare, che veniva loro conservato dalla repubblica, posponevano
gl'interessi privati minori, e perciò magnanimamente difendevano il bene dello
stato e saggiamente consigliano intorno ad esso. Per contrario, negli stati
popolari, e perché i cittadini comandano il bene pubblico che si ripartisce
loro in minutissime parti quanti sono essi i cittadini che compongono il
popolo, e pelle cagioni che producono siffatta forma di stati, che sono affetto
d'agi, tenerezza di figliuoli, amore di donna e desiderio di vita, gli uomini
sono portati ad attendere alle ultime circostanze dei fatti che promuovono le
loro private utilità, e perciò all'equobono, che è ciò solo di cui le
moltitudini sono capaci. A cotal punto balza spontanea, perché di lunga mano
preparata e resa necessaria, la monarchia: quella monarchia che gli ordinari
scrittori di politica facevano venir fuori, senza il precorso di tante e si
varie cagioni che debbono condizionarla, di un tratto, al bel principio della
storia umana, cosi come, dice V., nasce, piovendo l'està, una ranocchia. E
molto meno sorse artificialmente, per effetto della favoleggiata legge regia
dell'ignorante grecuzzo Triboniano, colla quale il popolo romano si sarebbe
spogliato del suo sovrano e libero imperio per conferirlo a Ottavio Augusto. La
legge, che le die vita, fu una legge naturale, concepita con questa forinola di
eterna utilità: che poiché nelle repubbliche popolari tutti guardano ai loro
privati interessi ai quali fanno servire le pubbliche armi in eccidio della
propria nazione, per impedire che le nazioni vadano in rovina debba sorgere un
solo, come tra i romani Augusto, qui »j come scrive Tacito, cuncta beììis
civililms fessa nomine principia su imperium accepit; un solo, che colla forza
delle armi richiami a sé tutte le cure pubbliche e lasci ai soggetti l'attendere
alle loro cose private o a quel tanto delle cose pubbliche che viene loro
permesso, e si circondi di pochi sapienti di stato per consultare coll'equità
civile nei gabinetti circa i pubblici affari. Quel solo è invocato alla pari da
nobili e da plebei: dai nobili, che dopo essere stati abbassati e sottomessi al
governo plebeo, abbandonata l'antica aristocratica volontà d'impero, non
pensano se non ad avere salva almeno la vita comoda; e dai plebei, che dopo
avere sperimentato l'anarchia o la sfrenata demagogia, della quale non si dà
tirannide peggiore, essendo tanti i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti
delle città, fatti accorti dai propri mali, chiedono pace e protezione. La
monarchia è, dunque, una nuova forma del governo popolare. Perché un potente
diventi sovrano, è necessario che il popolo parteggi per lui, ed egli deve
governare popolarmente, agguagliare tutti i soggetti, umiliare i grandi per
tenere libera e sicura la moltitudine dalla loro oppressione, mantenere il
popolo soddisfatto e contento circa il sostentamento che gli bisogna pella vita
e circa gli usi della libertà naturale, e adoprare un ben ponderato sistema di
concessioni e privilegi o a interi ordini, nel qua! caso si chiamano privilegi
di libertà, o a persone particolari, promovendo fuori d'ordine uomini di merito
straordinario e di virtù eccezionali. Nella monarchia, che è governo umano al
pari della democrazia, prosegue e s'intensifica quel processo di umanamente o
ingentilimento dei costumi e della legge, che le repubbliche popolari iniziano.
Si sciolgono sempre più i rigidi vincoli della famiglia paterna e gentilizia.
Gl'imperatori, ai quali faceva ombra lo splendore della nobiltà, si diedero a
promuovere le ragioni della natura umana, comune a nobili e a plebei; e Augusto
attese a proteggere i fedeco in messi, coi quali nei tempi innanzi, mercé la
puntualità degli eredi gravati, i beni erano passati agi'incapaci di eredità, e
li trasformò in necessità di ragione, costringendo gli eredi a mandarli ad
effetto. Successe una folla di senatoconsulti, coi quali i cognati entrarono
nell'ordine degli agnati; finché Giustiniano tolse le differenze tra legati e
fedecommessi, confuse la quarta falcidia e trebellianica, distinse poco i
testamenti dai codicilli e adeguò ab intestato, in tutto e per tutto, gli
agnati e i cognati. Tanto la legge romana ultima si profuse in favorire i
testamenti che, laddove anticamente per ogni leggi ero motivo essi erano
invalidati, poi si dovettero interpetrare nel modo che meglio conduce a mantenerli
saldi. Caduto affatto il diritto ciclopico, che i padri avevano esercitato
sulle persone dei figliuoli, anda cadendo altresì quello economico sugli
acquisti dei figliuoli; onde gl'imperatori introdussero prima il peculio
castrense per attrarre i uomini alla guerra, poi il quasicastrense per
invitarli alla milizia palatina, e finalmente, per tenere contenti quelli che
non erano né soldati né letterati, il peculio avventizio. Tolsero l'effetto
della patria potestà alle adozioni, le quali non si contennero più ristrette
nella cerchia di pochi congiunti; approvarono universalmente le arrogazioni,
difficili alquanto perché è difficile che un pater familias, un sui iiiris, si
sottometta alla patria potestà d'un estraneo; reputarono le emancipazioni quali
benefizi e dettero alle legittimazioni, degn.; le cosi dette prove metafisiche
di V., i fatti dubbi sono asseriti da V. in conformità delle leggi e ritenuti
da lui verità meditate in idea; Il certo, Opere, la sapienza poetica
costituisce quasi tutto il corpo della scienza; le aspre difficultà per
discendere dalle nostre nature ingentilite a quelle degli uomini primitivi e
l'idea della natura simpatetica; una delle ragioni perché nuova la Scienza di
V.; errori di Platone, Giulio Cesare Scaligero, Sanchez, Schopp; gli errori di
Grozio, Selden e Puffendorf; V. confessa l'errore commesso da lui medesimo nel
De antiquissima; la sapienza poetica è la chiave maestra della Scienza; la
Logica poetica; la sapienza riposta fu intrusa nella poesia dai filosofi; la
poesia è necessità di natura e la prima operazione della mente umana; l'uomo,
prima di riflettere, avverte con animo commosso e, prima di articolare, canta;
la poesia è anteriore alla prosa; il linguaggio proprio e il linguaggio
improprio; la poesia e la metafìsica; nessuno fu insieme gran metafisico e gran
poeta; i poeti sono il senso, i filosofi l'intelletto dell'umanità; il
linguaggio per atti muti; le lingue articolate non sono per convenzione; le
origini delle lingue furon trovate da V. nei principi della poesia; una e
medesima è l'origine del linguaggio e della scrittura; i geroglifici; identità
tra favola, poetica, ed espressione; le cinque parole reali d' Idantura; gli
alti papaveri troncati dal re Tarquinio; analoghi procedimenti espressivi
presso popolazioni selvagge e i volghi; le imprese, bandiere, medaglie, monete;
la favoletta sull'origine delle imprese; le improse primitive furon mutole; le
insegne e bandiere sono una sorta di lingua armata; le teorie di Platone,
Aristotele, ecc. sulla poesia son rovesciate da quella di V.; Il De Cristofaro
è il noto matematico e giureconsulto napoletano, pel quale si veda Amodeo, Vita
matematica napoletana, Napoli, Giannini, e fu amico di V.. Altre notizie
intorno ALL’ORTO ROMANO di Napoli di quel tempo, in Carducci, Opere, Lettera,
erano mai codesti errori e debolezze; E quando usci il De universi iurte tino
principio et fine uno, anzi la Sinopsi che ne da il programma, le prime voci
avverse, che V. senti levarsi, erano tinte da una simulata pietà; contro le
quali egli trova scudo e conforto nella religione stessa, cioè nell'assenso di
Giacchi, primo lume del pili severo e più santo ordine de'religiosi. Ma come
delle accuse che su questo punto gli si facevano non ci resta notizia
particolare, cosi dei dubbi religiosi, che poterono travagliarlo, non si ha
nemmeno la generica certezza. Tutti gli scritti di V. mostrano che nel suo
animo s’assideva grave, salda, immota, come colonna adamantina, la religione
cattolica: salda e forte cosi da non essere neppure in piccola parte intaccata
dalla critica, che egli inaugura, dei miti. Né soltanto in tutte le esteriori
dimostrazioni V. fu cattolico irreprensibile, e sottomise sempre ogni parola
che mette in istampa alla doppia censura, pubblica e privata, degli amici
ecclesiastici, e fra zimarre sacerdotali e cocolle fratesche, più ancora che
fra toghe di giuristi, menò la sua vita filosofica e letteraria; ma egli giunse
perfino allo scrupolo d'intermettere il commento a Grozio, non sembrandogli
dicevole che un cattolico commenta un autore protestante; ed ebbe cosi delicato
punto d'onore cattolico da non accettare nemmeno la polemica circa i suoi
sentimenti religiosi: Questa difficoltà, dice ai critici del Giornale
de'letterati, come quella che mi fate sull'immortalità dell'anima, dove par che
premiate la mano con ben sette argomenti, se non mi fusser fatte da voi, io
giudicherei che andassero più altamente a penetrare in parte la quale,
quantunque si pro i Autob. tegga e sostenga colla vita e coi costumi, pure
s'offende colla stessa difesa. Ma trattiamo le cose! Il suo cattolicesimo si
mostra scevro di materialità e superstizioni, cosi generali nel costume del
tempo, e specie a Napoli dove in ogni avvenimento della vita privata e pubblica
interveniva attore e direttore san Gennaro: era cattolicesimo di animo e di
mente alta, e non di volgo. Ma neppure contro le credenze popolari e le
superstizioni V. assunse le parti di censore; pago di non parlarne, come non si
parla delle debolezze di persone e d'istituzioni che sono oggetto della nostra
reverenza. Disposizione d'animo analoga per più rispetti a quella verso la
religione ebbe V. verso la vita politica e sociale. Non era nulla in, lui dello
spirito combattivo da apòstolo, propagandista, agitatore e congiurato, che fu
di alcuni filosofi della Rinascenza; in ispecie di quel Bruno e di quel
Campanella, che egli, benché, e forse PERCHÉ NAPOLETANO non nomina mai. Certo,
il suo tempo e il suo paese non furono luogo e tempo di rivolgimenti e
rivoluzioni e di quegli ardenti contrasti che suscitano grandi azioni e
passioni politiche. Pure, vi s’agitarono partiti politici, il gallo e
l'austriaco, e si profilò un certo desiderio d'indipendenza nazionale, e
sorsero uomini che dettero l'opera e la vita a questi fini, e furono
perseguitati e andarono profughi; e, segnatamente, giunge in quel tempo al più
alto punto la lotta dello Stato contro la Le cose, cioè, non le obiezioni
religiose, che a lui suonano come offesa personale Risposta al Giornale de'
letterati, in Orazioni ecc., ed. Gentile-Nicolini. Chiesa, e di Napoli contro
Roma, con Giannone, del quale come di tutto quel movimento tacque sempre e
parve non essersi nemmeno accorto. La vita politica sta alta sopra il suo capo,
come il cielo e le stelle; ed egli non si protese mai nel vano sforzo di attingerla.
Come le controversie religiose, cosi quelle politiche e sociali furono il
limite della sua attività. Era veramente uomo apolitico. Di che non si può
fargli colpa né accagionarlo di fiacchezza, perché ogni uomo ha il suo limite,
e una lotta esclude l'altra, un lavoro esclude gli altri lavori.Non che egli si
ritraesse da ogni contatto colla politica e coi rappresentanti di essa.
Purtroppo, dovette corteggiare assai di frequente e l'una e gli altri, con
istorie, orazioni, versi ed epigrafi, latini e italiani; i quali basterebbero
da soli a ricostruire la serie delle vicende cui andò soggetta Napoli: il
viceregno, la congiura e rivoluzione tentata dagli autonomisti, la reazione e
il rassodato viccrcgno, la conquista austriaca, il viceregno austriaco, la riconquista
e il regno di Carlo Borbone. Ma egli, molto pei suoi bisogni conversevole, e
professore d’eloquenza nella regia università, dove fornire i componimenti
letterari, richiesti dalle solennità del giorno; cosi come il drappiere lavora,
pelle medesime occasioni, le frange, e lo stuccatore le volute e gli svolazzi.
E quali frange e quali svolazzi! Perdura la moda letteraria; e 'ciò basta per
gran parte a spiegare quel che nelle lodi profuse da V. ci sembra, ed è,
iperbolico e barocco. Del suo animo indifferente e innocente può dare esempio
quel In Autob., ecc.. luogo dell'autobiografia, dove, dopo aver fatto ricordo
del Panegyricus Philippo V inscriptus, da lui composto per ordine dell'ultimo
viceré duca di Ascalona, continua, come se niente fosse, col riattacco di un
semplice appresso: Appresso, ricevutosi questo reame al dominio austriaco, dal
signor conte Wirrigo di Daun, allora governatore delle armi cesaree in questo
regno, ebbe l'ordine di comporre le iscrizioni pei funerali espiatori di Capece
e di Sangro; cioè dei due ribelli contro Filippo V, che il governo precedente
aveva MESSI A MORTE nella repressione della congiura di Macchia, da V. narrata,
veridicamente bensì ma con ossequio al governo costituito, nel De parthenopea
coniuratione. Ma non c'è, in V., bassezza; e, se deve dirsi, in quei suoi
scritti, retore e panegirista, non può dirsi adulatore. L'adulatore, l'uomo
senza coscienza, vilipende e calunnia gli avversari degli uomini da lui
adulati, o colpisce i vinti; e questo è bassezza. V., il quale, pur conoscendo
chi fosse l' italiano, anzi il napoletano, che aveva inviato agli Ada
lipslensìa la noterella contumeliosa contro di lui, e fremendo d'ira, e potendo
facilmente rovinarlo, perché quella noterella era anticattolica, generosamente
non volle mai svelare quel nome, presta, si, i suoi servigi di professore
d'eloquenza, ma non traffica cogl’interessi dei suoi lodati padroni. Della Vita
di Carafa, composta per commissione, e col provento della quale marita una
figliuola, dice che la lavorò temprata di onore del subietto, di riverenza
verso i principi e di giustizia che si dee aver pella verità. E, per tornare
Autob., Lettera; in Autob., ecc., Autob.] al caso sopraricordato di Capece e di
Sangro, quando nel De parthenopea conluratione egli narra la morte di quei due
nemici della parte trionfante, mostra anche allora, in taluni particolari, il
suo animo gentile; e di Capece, che non volle arrendersi ai soldati, scrive
ostentali s pectus ned eamque infestis armis efflagitans, inexoratus occubuit,
fortissimum mortis genus si causa cohonestasset; e per Sangro, riferita la voce
della grazia fattagli da Luigi XIV e giunta troppo tardi, aggiunge: unde maior
damnati, qui iam poenas persolverat, miserano. Senza dubbio, non poteva
essergli, e non gli era, nascosto che la più parte degli individui da lui
lodati vale ben poco. A leggere i suoi scritti panegiristici pare che Napoli ha
allora una nobiltà splendida di virtù, di cultura, di dottrina; eppure,
informando Vitry che gli aveva chiesto notizie circa le condizioni degli studi
in Napoli, V. non cela la realtà: i nobili sono addormentati da'piaceri della
vita allegra -- ONLY THE POOR LEARN AT OXFORD -- Un suo motto satirico circa
quella nobiltà, spesso pezzente ma sempre fastosa e capace di soffrire la fame
in casa pur di sfoggiare in pubblico con cocchi e altre gale, ci è stato
serbato dal suo scolaro GENOVESI. A proposito del letterato duca di Laurenzano
formula la teoria che gli scrittori nobili non possono essere se non
eccellenti; eppure, tra le sue carte io ho trovato il manoscritto di un libro
di quel signore, riscritto da cima a fondo dallo stesso Opp., ed. Ferrari, e
Croce, Critica, Autob., ecc., Dice che molti tiravano le carrozze colle
budella! In Autob., ecc., V. K Contradizioni e transazioni da pover'uomo,
schiacciato dalla miseria e divenuto riguardoso e timido; tanto che riesce
difficile determinare fino a qual punto egli ammira a parole e per compiacenza,
e fin a qual altro il suo sentimento d' inferiorità sociale si muta in
effettiva ammirazione per coloro che avevano e ricchezze e dignità e tutto
quello che a lui manca, e che stavano cosi in alto, ed erano i signori. in
Perché, com'è risaputo, le sue condizioni economiche sono sempre tristissime.
Figliuolo d’un libraiuccio di Napoli, è dapprima costretto a recarsi come
precettore domestico in un borgo selvaggio del Cilento; poi, tornato a Napoli,
tenta invano d’ottenere il posto di segretario della città, e, avuta per
concorso la cattedra di rettorica, rimane in quell'ufficio collo stipendio annuo
di cento ducati, lire 425. Invano tenta di passare a cattedra di maggiore
importanza: fosse sfortuna, fosse inabilità, uomo di poco spirito intorno alle
cose che riguardano l'utilità, si riconosce esso stesso, dove rinunziare a ogni
avanzamento universitario. È costretto, dunque, ad aiutarsi un po'coi lavori
letterari del genere detto di sopra, e più ancora colle lezioni private; e non
solamente, oltre quella nella pubblica università, tene scuola a casa sua, ma
sale e scende le altrui scale come insegnante di grammatica. Non è fortunato
nella famigli. La moglie è analfabeta, senza le virtù delle donne analfabete,
incapacissima di curare le più piccole Antob.] faccende domestiche; cosicché il
marito dove farne le parti. Dei figliuoli, una femmina gli muore dopo lunga
malattia, e dopo quei lunghi dispendi che inacerbiscono le malattie dei poveri;
un figliuolo maschio gli da grandi dolori ed egli è costretto a invocare
l'intervento della polizia per chiuderlo in una casa di correzione. La sua
irrazionale e sublime tenerezza paterna è tanta, in questa occasione, che al
vedere dalla finestra gl’uffiziali di polizia da lui richiesti i quali venivano
a portar via il figliuolo sciagurato ed amato, corre a costui gridandogli,
Figlio mio, salvati! Ha, invero, animo affettuosissimo: il che si può ritrarre,
fra l'altro, dall'orazione piena di nobiltà e di dolcezza che compone pella
morte della sua amica donna Angela Cimini, dagli accenti di pietà e di sdegno
che ha nella Scienza pelle plebi oppresse, di cui investiga la storia, o pelle
dolenti figure di Priamo e di Polissena, di cui risente la poesia; e perfino da
certi sparsi segni stilistici, come, per es., in quella dignità dove ricorda
che le streghe, per solennizzare le loro stregonerie, uccidono spietatamente e fanno
in brani amabilissimi innocenti bambini, e tutto si turba, in modo inopportuno
ma significante, pella sorte di quei piccini, che adorna nella commossa
fantasia di superlativa amabilità! I maggiori conforti domestici gli vennero
dalla figliuola Luisa, colta e poetessa, e dal figliuolo Gennaro, che lo supplì
e poi gli successe nella cattedra. Quando, nell'elogio della contessa
d'Althann, accenna sarcasticamente ai filosofi che ragionano passeggiando
pegl’ameni giardini o sotto i portici dipinti, non nauseati né afflitti dalle
mogli che infantano e dai figliuoli che nei morbi Villakosa, nelle aggiunte
alVAuloò. languiscono, si sente che parla per diretta esperienza e che lo
pungono ricordi angosciosi della propria vita familiare. Accade molto spesso,
specie ai giorni nostri, di osservare gli uomini di qualche ingegno emanciparsi
da questo o quello dei più umili doveri; e tanto più bisogna ammirare
quest'uomo di genio, che invece li accetta tutti e, per adoperare una parola
che Flaubert disse di sé medesimo, pensando da semidio, visse costantemente da
borghese, anzi da popolano. Egli aveva preso l'abitudine di leggere, scrivere,
meditare e comporre i suoi lavori ragionando con amici e tra lo strepito
de'suoi figliuoli. La salute ebbe sempre malferma; gli amici lo chiamano mastro
Tisicuzzo: debole, straziato d’ulceri alla gola, da dolori alle cosce e alle
gambe. Insomma, quel riposo, quell'ozio, quella tranquillità, che altri
filosofi goderono per tutta la loro vita, o per lunghi tratti di questa, a V.
MANCA SEMPRE. Egli dove fare da Marta e da Maddalena: travagliandosi pelle
necessità pratiche sue e dei suoi; travagliandosi insiememente con sé stesso,
per adempiere alla missione assegnatagli fin dalla nascita e dare forma
concreta al mondo spirituale che gli s’agita dentro. Non c'è bisogno, dunque,
di foggiare o desiderare un V. eroe, cercandolo nella vita religiosa, sociale e
politica, quando il V. eroe ci sta innanzi, ed è appunto questo: l'eroe della
vita filosofica. E stato notato da altri Opp., ed. Ferrari, Autob., Autob.] che
egli ebbe carissima la parola eroe e tutti i derivati di essa, eroismo, eroico,
ecc.; e ne fece continuo uso e svariatissime applicazioni. L'eroismo è, per
lui, la forza vergine e strapotente, che appare negli inizi e riappare nei ri-corsi
della storia. Questa forza egli dove sentire in sé medesimo, nel lavorare pella
verità e nell'aprire, abbattendo ostacoli d'ogni sorta, nuove vie alla scienza.
Per questa forza, superate le incertezze, gli smarrimenti, gli avvilimenti, che
talvolta lo fecero cadere in un cupo pessimismo individuale e cosmico, come si
vede dalla canzone Affetti d'un disperato, potè sollevarsi alla sicura
professione di metodo scientifico, che enunciò nel De nostri temporis studiorum
ratione, e al suo primo tentativo di applicazione filosofico-storica,
rappresentato dal DE ANTIQUISSIMA ITALORVM SAPIENTIA, e da questo, poi,
disfacendo in parte il suo stesso pensiero e ritessendo col resto una nuova
tela, giungere al De uno universi iuris principio et fine uno e alla Scienza:
dopo anni, egli dice delle scoperte contenute in questa, di continova ed aspra
meditazione. L'opera, menata a termine da quel povero maestro di grammatica e
rettorica, da quel pedagogo che un satirico contemporaneo raffigura stralunato
e smunto, colla ferula in mano, da quel tormentato pater familias, stupisce e,
quasi, spaventa: tanta somma di energia mentale vi è condensata. È un'opera di
reazione e di rivoluzione insieme: reazione al presente per riattaccarsi alla
tradizione dell'antichità e del rinascimento; rivoluzione contro il presente e
il passato per fondare l’avvenire. Nel campo della scienza, l'umile popolano
diventa aristocratico; e quello stile da signori, che egli falsamente loda
nelle misere scritture dei superbi cavalieri e dei pomposi mitrati, era
veramente il suo. Egli aborriva la letteratura galante e socievole, che
comincia a diffondersi dalla Gallia in Italia e negli altri paesi d'Europa, i
libri pelle dame. Ma non meno rifuggiva da quella maniera di trattazioni che si
chiamano ora manuali, e in cui s’espongono per filo e per segno definizioni
elementari e cose già da altri accertate: ibri che possono giovare soltanto ai
cui per altro V. già abbastanza si sacrifica nella cerchia della scuola perché
dove poi sacrificar loro anche qualcosa della propria inviolabile vita
scientifica. In questa mira ad altro pubblico che a cavalieri: quando scrive,
il suo primo pensiero, la sua prima pratica era: Come riceverebbero le cose da
lui meditate un Platone, un VARRONE, un QVINTO MUZIO SCEVOLA?; e la seconda:
Come riceverà queste cose la posterità. Dei contemporanei, aveva innanzi agli
occhi, esclusivamente, la Repubblica letteraria, l'Ordine dei dotti, le
Accademie di Europa; un pubblico, a cui non bisognava ripetere ciòche già era
stato trovato e detto nel corso della storia delle scienze e che esso aveva
bene a mente, ma porgere soltanto pensieri che fossero reale avanzamento del
sapere: non libri voluminosi, ma piccioli libricciuoli, tutti pieni di cose
proprie. Un pubblico ideale, insomma, che ingenuamente egli confonde talvolta
con quello dei dotti di professione e dei critici da riviste letterarie;
donde,. la Autob., In Autob., Ordz., ecc., Scienza, ed. Nicolini, Oraz.] poi,
le frequenti sue delusioni. I libri brevi, in materia metafisica, sembra a lui
che avessero, come infatti hanno, particolare efficacia, acconciamente
paragonata alle meditazioni sacre, che brievemente propongono pochi punti, le
quali fanno molto più profitto nelle cose dello spirito che non le prediche più
eloquenti e più spiegate da facondissimi predicatori. Per quest'amore alla
brevità, fu restio dall'aggravare di troppi libri la repubblica letteraria, che
già non regge sotto il peso; lasciò inedite le orazioni, stampò per dovere il
De ratione, ed ebbe, infine, a manifestare più volte il desiderio che, di tutte
le sue opere, sola gli sopravvive la Scienza, la quale contene condensate e
perfezionate tutte le sue indagini. All'aristocrazia dell'ideale
s’accompagnavano nella sua concezione della vita scientifica il più nobile decoro
e la più profonda lealtà. Dalle sue polemiche si potrebbe ricavare un intero
catechismo circa il modo in cui si debbono condurre le dispute letterarie.
Bisogna, egli dice, non mirare a vincere nella disputa, ma a vincere nella
verità -- EPAGOGE DIAGOGE --; onde voleva che quelle si svolgessero con
sedatissima maniera di ragionare, perché chi ha potenza non minaccia e chi ha
ragione non ingiuria; variate tutt'al più da piacevoli motti, i quali diano a
divedere gli animi de'ragionatori esser placidi e tranquilli, non perturbati e
commossi. Agli avversari, che movevano obiezioni vaghe, face notare: Il
giudizio è in termini troppo generali: e gli uomini gravi non hanno mai di
risposta deguato se non le particolari e determinate opposizioni, che loro sono
fatte. Ai medesimi, quando si appellavano alraffinato Oraz., Tra le altre,
nella lettera a Galiani Autob., e il cui autografo è presso di me. buon gusto
del secolo, il quale ha sbandito, ecc. ecc., risponde sdegnoso: Questa è invero
una grande opposizione, perché opposizione non è; perché, ritirandosi gli
avversari al tribunale del proprio giudizio, con quel dire di codesto che tu
dici non ho idea, da avversari divengono giudici. Alle autorità non intendeva
appoggiarsi, ma neppure le disprezza; dovendo l'autorità farci considerati a
investigare le cagioni che mai potessero gli autori, e massimamente gravissimi,
indurre a questo o a quello opinare. E, accusato di avere commesso il medesimo
peccato di Aristotele attribuendo errori ai filosofi per poterli con agevolezza
confutare, protesta dignitosamente: Io mi contento del mio poco sapere ingenuo,
che essere comparato di mal costume ad un gran filosofo. Della sua equanimità
può dare esempio lo splendido elogio che egli fa di Cartesio, contro il quale
pure era rivolto tutto lo sforzo maggiore del suo pensiero. La sua lealtà è
attestata dal pronto riconoscere i propri errori: Confesso, dice, in un punto,
ai critici del Giornale dei letterati, che la mia divisione è VIZIOSA. Né già
questo, scrive nella Scienza, dee sembrare fasto a taluni che noi non contenti
de'vantaggiosi giudizi da tali uomini dati alle nostre opere, dopo le
disapproviamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma
venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini anzi che no. Imperciocché i
rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le loro opere anche contro le giuste
accuse e ragionevoli ammende d'altrui; altri, che per avventura sono di cuor
picciolo, s'empiono de'favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi
non più s'avanzano a perfezionarle; ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno
ingrandito l'animo di correggere, sup 1 Si vedano pass, le Risposte, in Oraz.,
ecc.] plire ed anco in miglior forma di cangiar questa nostra. Vita scientifica
proba, come di serio ricercatore del vero: vita sentimentale commossa e rapita,
come di chi giunga a faccia a faccia col vero a lungo bramato e cercato, ed
esulti di poterlo annunziare agli uomini. Di qui la sua alta poesia, che è non
già nei versi, ma nelle prose, e, segnatamente, nella Scienza. V. è poeta,
scrive Tommaseo: dal fumo dà luce, dalle metafisiche astrazioni trae imagini
vive: raccontando, ragiona e, ragionando, dipinge; e pelle cime de'pensieri non
passeggia, ma vola; onde in un suo periodo sovente è più estro lirico che in
odi assai. Certo, fossero anche tutte immaginazioni le sue dottrine, quella
nascita che egli descrive della società, quella rappresentazione delle età
primitive e delle lotte in cui si travagliano e assurgono, plenderebbe ognora,
colle sue gigantesche figure, colle sue robuste passioni, col divino immanente
in quegli aspri petti, come un mirabile poema; e Sanctis vide infatti nella
Scienza l'andamento di un poema, quasi di una nuova Divina commedia. E, come
ALIGHIERI sublime, fu anche più di Dante severo; e se le labbra del ghibellin
fuggiasco pur si mossero talvolta un poco a riso, V. leva veramente innanzi
alla storia un volto che giammai non rise. Del resto, egli che ha avuto tante
censure pel suo stile, non era scrittore volgare; anzi, studioso della buona
forma e della toscanità, non meno che sottile estimatore, al dire di Capasso,
di vocaboli latini Scienza V. e il suo secolo, La storia civile nella
letteraria, Torino, Loescher; un giudizio su V. scrittore. Più ampiamente ora,
Nicolini, nella introd. alla sua ediz. della Scienza Autob., Opp., ed. Ferrari,
Autob. Ma compone male i suoi libri, perché la sua mente non padroneggia tutta
la materia filosofica e storica che accumula; scrive confusamente, perché con
furore e come in preda a un dèmone: donde, le sproporzioni nelle varie parti
dell'opera, nelle singole pagine, nei singoli periodi. Rende talora immagine di
quella bottiglia di cui parla il poeta, piena d'acqua e capovolta di botto,
nella quale l'umore, che vorrebbe uscire, tanto s'affretta e intrica pella via
angusta, che a goccia a goccia fuori esce a fatica. A fatica o a fiotti,
disordinatamente. Un'idea che egli sta enunciando, gliene richiama un'altra, e
questa un fatto, e il fatto un altro fatto; ed egli vuol dire tutto in una
volta, e perciò le parentesi s’aprono nelle parentesd, con ritmo spesso
vorticoso. Ma quei suoi periodi disordinati, come erano materiati di pensieri
originali, cosi sono tutti contesti di frasi possenti, di parole scultorie, di
espressioni commosse, d'immagini pittoresche. Egli scrive male, se cosi piace
dire; ma di quello scriver male, del quale i grandi scrittori portano con sé il
segreto. L'eroismo filosofico di V. non s’afferma soltanto nella lotta
interiore con sé stesso pell'elaborazione della scienza, ma fu sottomesso ad
altre e più dure prove. La posizione mentale, da lui raggiunta, avversa al
presente e, sotto specie di reazione, vòlta all'avvenire, lo condanna
necessariamente all'incomprensione. È codesta, senza dubbio, la sorte di tutti
gli uomini di genio: incompresi intimamente, anche quando la fortuna sociale
sembra secondarli ed essi sollevano entusiasmi e trovano in folla scolari e
ripetitori. Il motto che, secondo la leggenda, Hegel pronunzia sul letto di
morte, uno solo de'miei scolari m’ha inteso, e questi m’ha frainteso, esprime a
meraviglia tale necessità storica: chi è perfettamente inteso nel suo tempo,
muore col suo tempo. Pure, di rado o non mai la sproporzione tra il proprio
pensiero e la incomprensione dei contemporanei fu cosi grande come nel caso di
V. Se altre cagioni d'infelicità non l'avessero tormentato, sarebbe bastata
quest'una. Il desio di laude, che è poi negli animi non volgari desio di vedere
compartecipato, assentito e universalizzato negli altri spiriti ciò che a essi
sembra vero e buono, rimase sempre per lui un van desio. Tanto pid
l'incomprensione e l'indifferenza lo angosciano, in quanto, com'è facile
supporre, aveva piena coscienza, dell'importanza delle proprie scoperte. Egli
sa che il providete gli aveva affidato una missione altissima; sa di esser nato
pella gloria della sua patria, e in conseguenza dell'Italia, perché quivi nato,
e non in Marrocco, esso riusci letterato. Allorché mandò fuori la Scienza, gli
pare come di avere dato fuoco a una mina, e ne aspetta da un momento all'altro
lo scoppio e il fragore. Non ne segui nulla: la gente non gliene parlava; onde
egli scrive a un amico, dopo qualche giorno: In questa città si io fo conto
d’averla mandata al deserto; e sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi
in coloro a'quali l'ho mandata, e, se per necessità egli addivenga, di sfuggita
li saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un riscontro di averla
ricevuta, mi confermano l'opinione che io l'abbia mandata al deserto. Egli
aveva creduto, addirittura, a un effetto rapido e immediato; e sperato di
trovare gli animi pronti e gl'intelletti aperti a ricevere e a fecondare i suoi
pensieri, In Aulob., Lettera a Giacchi, in Anteo., nientemeno che tra i suoi
contemporanei e conoscenti di Napoli: tra i frati occupati a comporre e mandare
a memoria prediche verbose, tra i verseggiatori che rimano sonettuzzi, tra gli
avvocati che scrivevano allegazioni! Trovò, invece, moltissimi scettici e
indifferenti, e non pochi irrisori. Già il libro sul Diritto universale, quando
comparve, venne generalmente ripreso per oscuretto, come c'informa Metastasio;
e fu poco letto e avventatamente censurato pelle stravaganze che la lettura
disattenta e a salti fa trovarvi in ogni punto. Paoli, cui l'autore ne aveva
donato copia, vi scrisse sopra un distico celiando sull'incomprensibilità
dell'opera. Peggio fu pella Scienza: si sa che Capasso, che pure era dotto uomo
e bene affetto verso V., provatosi a leggerla, credè di avere smarrito ogni
scintilla d'intendimento, e, buffoneggiando, eorse a farsi tastare il polso dal
medico Cirillo. Un erudito senese, nel riferire le impressioni d’una sua visita
a V. e della lettura di qualche suo scritto, lo definì stravagante, privo di
criterio e seccatore. Un nobile napoletano, interrogato a Venezia da Finetti circa
quel che si pensa a Napoli di V., disse che, per un certo tempo costui era
passato per uomo davvero dotto, ma che dipoi, pelle strane sue opinioni, aveva
acquistato fama di squilibrato. E quando die fuori la Scienza? insiste Finetti.
Oh, allora, rispose l'altro, era già diventato affatto pazzo! I maldicenti lo
Latterà a Giacchi in Aniob., In Autob., Lettera di Bandiera ed. da Nicolini e
ristamp. Critica In Autob.] colpivano perfino nella modesta professione da cui
traeva il sostentamento, dicendolo buono ad insegnare dopo aver fatto tutto il
corso de'loro studi, cioè quando erano stati da essi già resi appagati del lor
sapere; o, più insidiosamente, che egli era adatto non a insegnare, ma a dar
buon indirizzo ad essi maestri; e, cioè, riconoscevano la sua superiorità
soltanto per farsene un argomento da danneggiarlo nella già cosi stentata sua
vita pratica. Né alla generale indifferenza e alla leggerezza o alla malignità
dei critici potevano formare compenso gli amici e lodatori, che anche a V. non mancano.
Come sarebbero potuti mancargli, se egli ne fa una trepida ed attenta cultura
artificiale? Si veda, per es., in qual modo coltiva Giacchi. Lodava di costui
le opere ammirabili, il divinissimo ingegno, la rara sublimità delle
meravigliose e divine idee. Gli annunzia di aver dato a leggere ai letterati
della città l'epistola elogiativa ricevuta da lui, e che tutti ne avevano
ammirato il sublime torno del concepire, eppure egli proprio, rifaceva in
latino d'oro le iscrizioni che Giacchi compone in un latino fratesco! Gli
comunica, altra volta, che le lodi di un Giacchi avevano destato invidia ed
erano state prese da taluni per adulazioni. Eguali fatiche spende per
propiziarsi Gaeta, un vanitoso, tutto pieno del proprio merito, negli Elogi di
Gimma fa perfino lodare la sua avvenenza, e che non sa parlare se non di sé
stesso, autore di un panegirico Autob. Furono pubblicate da CROCE in Napoli
nobiliss., e di ììtftvo in Sscondo nappi, alla BUA. deh. di Benedetto XIII, pel
quale, lodato e rilodato da V., non si sazia mai, e provoca, anzi chiede
espressamente, nuove lodi. E V. a inaffiarlo pazientemente della linfa
desiderata: la maravigliosa opera di V. S. I. ; il suo dire da signore; le
digressioni demosteniche; l'eloquenza, che fu la favella filosofica, colla
quale parlano gli antichi accademici, tra i latini Cicerone, e tra gl'italiani
niun altro che V. S. I.! A Solla, che gli era stato scolaro e si era poi
ritirato in provincia, insinua che la sua Scienza aspetta che egli fosse tra i
pochissimi forniti d'alto intendimento, che volessero riceverla con mente
sgombra di tutti i pregiudizi circa i principi dell'umanità. Erano artifizi
ingenui, fanciullaggini pietose, colle quali procura di dare un'illusoria
soddisfazione al suo bisogno di riconoscimento e di lode, e un calmante ai suoi
nervi eccitati. Ma anche a questo modo raccoglie frutti assai poveri. Nelle
lettere di Giacchi, non è parola che provi che costui avesse intesa una sola
delle dottrine di V. o che almeno le avesse considerate con serio interesse.
Gaeta, dopo molti giri eli frasi, gli confessa di avere più ammirate che intese
le opere di lui; e, certamente, non le aveva neppur lette, tutto occupato ad
ammirare la propria prosa. Solla, nel quale V. sembra riporre tante speranze,
giudica l'orazione pella morte di Cimini cosa superiore a tutte le altre opere
dell'autore e alla stessa Scienza. Un simile incauto complimento rivolge a V.
un altro ammiratore, pur caldo e affettuoso, Esteban. Lodi generiche o banali
gli giungevano talvolta, ma più spesso per In Autob. darà vano, ostinati, la
trascuranza e il silenzio, in ricambio di alcuno dei tanti esemplari delle
proprie opere, che invia non solamente ai letterati di Napoli, ma a quelli di
Roma, di Pisa, di Padova, anzi di Germania, di Olanda, d'Inghilterra: ne manda,
perfino, a Newton. Egli ottenne, tutt'al più, di farsi considerare erudito tra
centinaia di eraditi e letterato tra migliaia di letterati: dotto uomo,
insomma; ma niente altro. Senza dubbio, V. ebbe, tra i modesti, tra gl’oscuri,
tra i giovani, schietti ammiratori. Di costoro era il poeta, poi oratore sacro,
Angelis; i già ricordati Solla ed Esteban; Concina di Padova; e altri pochi.
Ma, se il loro affetto era grande, la loro intelligenza era scarsa. Anche il
Concilia confessa, in mezzo i1 fervore dei suoi entusiasmi, di non intendere
troppo bene: I HAVE NO IDEA WHAT THIS MEANS – I HOPE YOU DO Oh quanti
fecondissimi e sublimissimi lumi vi sono per entro! Cosi avessi io talento da
farne uso e da comprendere il fondo ed il mirabile artificio, che panni
alquanto di ravvisare! Il miglior ufficio, che codesti amici potessero
adempiere, era di lenire con parole buone, se non con intima corrispondenza di
pensieri, l'animo esacerbato di V. Cosi fa Esteban, concludendo la lettera
nella quale procura di rimediare a quel che gli era scappato dalla penna a
proposito dell'orazione per Cimini, e ripete frasi che aveva dovuto cogliere
sulla bocca del maestro: Vivete sicuro che il providente, per canali da V. S.
non immaginati, farà sorgere a V. S. una fonte perenne di glorie immortali!
LodoV., autore del distico, che si legge sotto il ritratto di V., ricevuta la
Scienza Autob., In Autob., nuova, manda all'autore, con pratico senno, un po'
di vino della cantina e un po'di pane del forno della casa della Nunziatella,
con una graziosa letterina nella quale lo prega di accettare codeste cosucce,
comeché semplici, quando né pure il bambino Gesù rifiuta le rozze offerte
de'rustici pastorelli. E gli suggeriva di aggiungere nella simbolica dipintura
che precede l'opera, accanto all'alfabeto, un piccolo nano in atteggiamento di
chi ammirando ammuta come il montanaro di Dante, scrivendovi sotto con
significante dieresi il nome: Lodo-V.! Tra i tanti giovani della sua scuola,
erano alcuni, tutti pieni della dottrina di lui, pronti a difendere il maestro
a spada tratta T ma si sa che cosa valgano codesti entusiasmi di giovani. Se
quegli scolari avessero penetrato davvero le dottrine o qualche parte delle
dottrine di V., se ne sarebbero vedute le tracce nella letteratura e nella cultura
della generazione che segui a V.; e, invece, non ne fu nulla o quasi. Appena
qualche sentenza, qualche affermazione storica, qualche concetto isolato e
superficialmente inteso fu ripetuto a Venezia da Conti, a Padova da Concina, da
Luzàn, il quale aveva dimorato a Napoli negli anni della pubblicazione della
Scienza, e qualche cosa di più nella patria dell'autore, da Genovesi e
particolarmente da Galiani. GÌ' invidi, i leggieri, i pettegoli, i
calunniatori, gl'inintelligenti eccitavano in V. scoppi di collera violenta. Di
questo suo peccato si confessa nell'autobiografia, dicendo che con maniera
troppo risentita inveiva contro o gli errori d' ingegno o di dottrina o mal
costume dei letterati suoi emuli, che dove con cristiana carità, e da vero fi i
In Autob., losofo, o dissimulare o compatirgli. Ma, in fondo, quel peccato non
gli spiace: al pari di Dante, vi trova qualche bellezza. L'orazione per Cimini
contiene una specie d'inno alla collera, alla collera eroica, che negli animi
generosi co' suoi bollori turbando e dall'imo confondendo ogni mal nata
riflessione della mente, da cui nasce la razza vile della fraude, dell'inganno,
della menzogna, fa ella gli eroi aperti, veritieri e fidi, e si, interessandoli
della verità, li arma forti campioni della ragione incontro ai torti ed alle
offese. Benché nello scrivere si guardasse a tutto potere dal cadere in quella
passione, la collera si sente tumultuare mal repressa nelle lettere private, in
tutte quelle punte contro i dotti cattivi, che amano più l'erudizione che la
verità, contro il comune degli uomini che è tutto memoria e fantasia, e via
dicendo. Nella conversazione poi, era, a quel che sembra, mordacissimo. Quando,
Romano pubblica un libro contro la tesi di V. relativa alle dodici tavole, V.,
racconta Romano medesimo, sebbene vi fosse stato trattato coi titoli di
dottissimo e di celeberrimo e con ogni altra dimostrazione di reverenza, ci
addenta in maniera che fu di ribrezzo e di orrore a chiunque vi si trovò
presente, vedendo egli di malissima voglia che un garzone come noi si fusse con
lui cimentato. Ma agli scoppi di collera s’alternavano le ricadute nella più
profonda tristezza. In un sonetto, egli si dice oppresso da quel fato che
l'ingiusto odio altrui creò sovente, onde si era np i Opp-ì eJ. Ferrari,
Autob., In Autob., partato dal consorzio umano a vivere solo con sé stesso. Da
quel torpore si riscoteva, talvolta, per qualche istante: Poi ricaggio in me
stesso, e da mie gravi cure sospinto a tornar là dov'era, di me, non per mia
colpa, ho da dolermi. Eppure, fra tanti tormenti e contrarietà e delusioni, in
mezzo a questa tristezza che veniva frequente a ricoprirlo dei suoi neri veli,
V. provò una delle più alte felicità dell'uomo: quel vivere di meditazione
scevra e pura di passione, che allora senza la compagnia tumultuosa e grave del
corpo vive veramente l'uomo solo; quella vita di sicuro possesso, perché
medesimata coll'anima, sempre presta e presente, che gli dimostra il suo essere
fisso nell'Eterno che tutti i tempi misura, e spaziante nell'infinito che tutte
le finite cose comprende; e si il colma di una eterna immensa gioia, non in
certi luoghi invidiosamente né in certi tempi avaramente ristretta, ma che
senza uggia di emulazione, senza tema di scemamento, per ciò unicamente in esso
lui accrescere si potrebbe se ella fosse tuttavia a più e più umane HVMANIORES
menti comunicata e diffusa. Della verità raggiunta non dubitò mai, pur
continuando sempre a elaborarla: sopra il sistema presentato nel libro del
Diritto universale la sua mente, egli dice, riposa sodisfatta. Le fatiche, e
gli stessi dolori che aveva cosi acerbamente sofferti, gli erano cari, perché
attraverso di essi era pervenuto alle sue scoperte: In Autob., Opp., ed.
Ferrari, Lettera a Giacchi in Autob., Benedico ben anni da me spesi nella
meditazione di siffatto argomento, ed in mezzo le avversità della mia fortuna e
le remore che mi facevano gli esempli infelici degl'ingegni, che han tentato
delle nuove e gravi discoverte. Come poteva non benedire quelle fatiche e quei
dolori e quelle avversità, se ogni qual volta si solleva dal tumulto passionale
dell'uomo empirico e dalle lotte dell'uomo pratico, la sua mente gli mostra la
necessità ineluttabile e di quanto egli aveva operato e di quanto aveva
sofferto, e l'ima e l'altra necessità strette in modo tra loro da formarne una
sola e indivisibile? La sua stessa dottrina filosofica gli porge dunque la
medicina del male, e promoveva nel suo animo la catarsi liberatrice: quella
dottrina che aveva per centro l'idea del providente immanente o, come si disse
poi, della necessità storica. Sia pur sempre lodato il providente, che quando
agl'infermi occhi mortali sembra lui tutto severa giustizia, allora più che mai
è impiegato in una somma benignità! Perché da questa opera io mi sento aver
vestito un nuovo uomo e provo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della
mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta moda delle lettere
che mi ha fatto tal'avversa fortuna; perché questa moda, questa fortuna mi
hanno avvalorato e assistito a lavorare quest'opera. Anzi, non sarà per
avventura egli vero, ma mi piace che fosse vero, quest'opera mi ha informato di
un certo spirito eroico, per lo quale non più mi perturba alcun timore della
morte e sperimento l'animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente,
mi ha fermato come sopra un'alta adamantina ròcca il giudizio Lettera a Corsini
in Autob., di Dio, il quale fa giustizia alle opere d'ingegno colla stima dei
saggi, degli uomini cioè di altissimo intendimento, di erudizione tutta propria,
generosi e magnanimi, intenti a conferire opere immortali nel comune delle
lettere, che sempre e da per tutto furono pochissimi. Il providente gli mostra,
dunque, la necessità di tutto ciò che gli era accaduto e ancora gli accade
nella vita, e, inculcandogli la rassegnazione, gli promette la Gloria. Cosi
l'uomo collerico diventa perfino tollerante: di quella tolleranza, di quella
indulgenza superiore che non è da confondere col volgare tollerantismo.
L'Università, nella quale aveva sperato fare avanzamento e verso cui aveva
rivolto il pensiero nel comporre le prime opere, non aveva voluto sapere di
lui; ed egli si era tutto ritirato in sé stesso a meditare la Scienza. Dunque,
dice con sorriso in cui si sente ancora alcunché d’amaro, questa mia opera io
la debbo all'Università, che, riputandomi immeritevole della cattedra e non
volendomi occupato a trattar paragrafi, mi ha dato l'agio di meditarla: posso
io avergliene più grado di questo? Un amico, il fiorentino Sostegni, in un
sonetto a lui indirizzato, usciva in parole di biasimo contro la città di
Napoli, che aveva tenuto in poco conto il suo gran figlio. E V., nella
risposta, giustifica con nobili parole la patria, dura con lui perché molto da
lui aspettala e molto aveva voluto ottenerne: In Autob., Lettera a Giacchi in
Autob..Severa madre non vezzeggia in seno figlio, che ne fia poscia oscura e
vile; ma grave in viso ancor l'ode e rimira. Da questa condizione di spirito
nasce l’Autobiografia, opera che è stata mal giudicata e del tutto fraintesa da
Ferrari, il quale vi biasima il teleologismo dominante e vi lamenta la mancanza
di una spiegazione psicologica della vita di V. Come se V. medesimo non avesse
professato che l'aveva scritta da filosofo! E che cosa significa scrivere da
filosofo la vita d’un filosofo, se non intendere l'oggettiva necessità del suo
pensiero e scorgerne gli addentellati anche dove all'autore, nel momento che lo
pensò, non apparivano del tutto chiari? V. medita nelle cagioni cosi naturali
come morali, e nell'occasioni della fortuna; medita nelle sue ch'ebbe fin da
fanciullo o inclinazioni o avversioni più ad altre spezie di studi che ad
altre; medita nell'opportunitadi o nelle traversie onde fece o ritardò i suoi
progressi; medita, finalmente, in certi suoi sforzi di alcuni suoi sensi diritti,
i quali poi avevangli a fruttare le riflessioni, sulle quali lavora l'ultima
sua opera della Scienza, la qual appruovasse tale e non altra aver dovuto
essere la sua vita letteraria. L' Autobiografia di V. è, insomma,
l'applicazione della Scienza alla biografìa dell'autore, alla storia della
propria vita individuale – H. P. Grice, Prejudices and predilections; which
become, The life and opinions of H P. Grice; e il metodo ne è, quanto
originale, altrettanto giusto e vero. Che poi V. riuscisse solo in parte nel
suo assunto, e, cioè, non potesse fare la critica e la storia di sé stesso come
sono in In Autob., Nell'introd. Opere. Autob., grado di farla i critici e gli
storici odierni, e altrimenti saranno quelli futuri, è troppo ovvio perché vi
si debba insistere. L'Autobiografia termina anch'essa con una benedizione alle
avversità, un riconoscimento del providente e una certezza di fama e di gloria.
Negli ultimi anni di sua vita V., aggravato dalla vecchiaia, dalle domestiche
cure e dalle malattie, rinunzia affatto agli studi. Da la tremante man cade il
mio stile e de'pensier s'è chiuso il mio tesauro, esclama in due versi, pieni
di lacrime, di un sonetto. Prepara allora, per una possibile ristampa, le
aggiunte e correzioni alla Scienza, e le incorporò nel definitivo manoscritto
dell'opera; pensò per un momento di mettere a stampa l'operetta De cequilibrio
corporis animantìs, composta molti anni prima e che andò poi smarrita; adempiè
ancora a qualche obbligo di uffizio, come, all'orazione pelle nozze di re Carlo
Borbone. Il figliuolo cominciat a sostituirlo nella scuola, e riceve
definitivamente la cattedra dalla quale il padre si ritira. Vive V. tra i suoi,
come un soldato exacta militici, nel ricordo delle battaglie combattute, nella
coscienza del dovere compiuto. Il buon figliuolo gli faceva, Autob., In Autob.,
sonetto pellle nozze di Sangro Autob., ed. cit., Sec. tuppL, In Aidob.y ogni
giorno, qualche ora di lettura dei classici latini da lui più amati e studiati
un tempo. E, in questo suo tramonto, gli fu risparmiato, almeno, il tormento
dei tormenti: quello che straziò negli ultimi anni di vita un filosofo tanto di
lui più fortunato, Kant, ansioso di dare séguito e compimento al suo sistema
filosofico e consumantesi in una sterile lotta coi pensieri che gli sfuggivano
e le parole che non più gli obbedivano. V. aveva detto tutto ciò che doveva
dire, e conobbe da sé stesso, quale grande storico di sé stesso, il momento in
cui il providente aveva terminato in lui l'opera sua, chiudeva il tesoro dei
pensieri che gli aveva cosi largamente aperto per tanti anni e gli comanda di
deporre la penna. La narrazione delle vicende alle quali anda soggetta la fama
di V. non dev'essere sostituita o frammischiata all'esposizione e giudizio del
pensiero di V., perdendo di vista la storia della filosofia propriamente detta
o turbandola colla storia della cultura. Ma anche quando poi si passi a questa
seconda storia, bisogna guardarsi da un altro genere di errore: dalla pretesa
di giungere a determinare, mercé quella narrazione, se l'opera di V. fosse o no
culturalmente utile, e quanti gradi di utilità le si debbano riconoscere.
Siffatta indagine è priva di significato e la corrispondente misurazione
impossibile et eseguire; perché, se ben si consideri, un unico discepolo può valere
le decine e le centinaia, un effetto solo prodottosi dopo secoli compensare
un'efficacia ritardata per secoli, un oblio immeritato riuscire altrettanto
memorabile e ammonitivo quanto una fama meritatissima, e una mede Restringo in
breve i principali risultati delle ricerche da CROCE fatte sull'argomento ed
esposte nella Bibliografia di V. e nei annessi Supplementi, ai quali lavori
rimando per maggiori particolari e pella documentazione delle cose che qui si
affermano. sima verità, scoperta due volte in modo indipendente, da questa
stessa duplicazione e apparente superfluità ricevere come il crisma della sua
ineluttabile necessità. L'opera di V., si è concluso di solito, fu del tutto
inutile, perché apparsa fuori tempo ossia troppo presto, e rimasta sconosciuta
o giunta a notizia quando non poteva insegnare più nulla. E, col dire ciò, si è
blasfemato contro la storia, la quale non ammette nulla d'inutile ed e sempre,
in ogni sua parte, opera, avrebbe detto V., del providente, alle cui ampie
utilità non è lecito applicare piccole misure umane, corte di una spanna. Ebbe
V. rinomanza, lettori, intenditori e seguaci? Si è risposto, con pari
risolutezza, no e si; e, a provare la risposta affermativa, si sono andati
raccogliendo con molta diligenza i ricordi che del nome e delle dottrine di V.
si trovano sparsi negli scritti dei filosofi, accumulando sospetti e indizi su
tracce inconfessate delle sue idee, che si scorgerebbero in libri. Ma un
pensatore come V. non si può dire propriamente conosciuto se non quando di lui
sia stato còlto il pensiero fondamentale e risentito lo spirito animatore. Ora
la maggior parte dei fatti arrecati a documento dell'efficacia dell'opera sua
concernono dottrine particolari, che, avulse dal complesso, furono accettate o
contestate né più né meno di quelle di qualsiasi altro critico ed erudito o
dicitore di paradossi del tempo suo. Tale è il caso, in primo luogo, della
teoria circa l'origine della legge delle dodici tavole, discussa nella polemica
che s’agita fraTanucci e Grandi, oppugnata da Romano, accolta nella Gallia da
Bonamy e rammentata da Terrasson; delle interpretazioni storiche circa i primi
tempi di Roma, ricordate da Chaslellux, seguite e svolte da Duni e, attraverso
costui, sfruttate da Bignon; delle ipotesi sulla preistoria e sulle origini
dell'umanità, adoperate e alterate da Boulanger nella Gallia e da Pagano in
Italia; dei concetti storici e politici, e di quelli sulla poesia e sulla
lingua del LAZIO che si trovano presso Galiani, Pagano, Cesarotti e qualche
altro. Questione pili sostanziale era quella del metodo di studiare e giudicare
le istituzioni politiche e le leggi; pella qual parte Montesquieu fu messo a
paragone con V. e accusato di essersi valso largamente della Scienza senza
citarla. È ormai accertato che Conti in Venezia consiglia al futuro autore
dell'Esprit des lois, come risulta dai diari di quest'ultimo, di comprare a
Napoli il libro di V.: consiglio che fu certamente messo in atto quando
Montesquieu si reca a Napoli, perché un esemplare della Scienza si serba ancora
nella biblioteca del castello de la Bròde. Ma ingegno troppo diverso rispetto
al V., e troppo meno profondo, era quello dello scrittore gallo, da trarre
vitale nutrimento da un'opera come la Scienza; e i vestigi d' imitazione, che
si è creduto di scorgere nell'Esprit des lois, sono assai contestabili e, in
ogni caso, di scarsa importanza. Deve dirsi, per altro, che il merito
generalmente attribuito al Montesquieu, di avere introdotto l'elemento storico
nel diritto positivo, prendendo per tal modo a considerare in guisa veramente
filosofica, come poi scrisse Hegel, la legislazione, quale momento dipendente
di una totalità in rapporto a tutte le altre determinazioni che formano il
carattere di un popolo o di un'epoca; questo inerito, in ordine cosi di tempo
come di eccellenza, spetta invece a V. Come Montesquieu pella scienza della
legislazione, cosi Wolf pella questione omerica, fu sospettato di essersi
giovato tacitamente delle speculazioni di V. Ma Wolf, quando die fuori i
Prolegomena ad Homerum, ignora, almeno direttamente, la Scienza, che non
conobbe se non di nome e poi di fatto pel dono che di quel libro gli fece
Cesarotti. È da notare per altro che i concetti di V. circa il carattere
barbarico e la mancanza di riposta sapienza nell'epos omerico erano, forse per
opera di Galiani, divulgati dalla Gazette Uttéraire de l'Europe del Suard e
d’Arnaud; e, meglio ancora, che la Scienza era conosciuta e adoperata dal
filologo e archeologo Zoega, il quale la cita in un suo saggio su Omero; e che
con Zoega teneva carteggio Heyne, il quale accusò poi Wolf di avere attinto
alle sue lezioni pella teoria presentata nei Prolegomena – cf GRICE CAJOLED --
IN THE NEW WORLD -- e, in verità, sin d’anti, manifesta l'idea di una genesi
graduale dei poemi omerici; e, infine, che quelle teorie già si profilavano in
Wood e in alcune memorie di Merian. I concetti di V. con o senza il nome del
loro autore – SIDONIO, IMPLICATURA -- erano dunque penetrati in qualche misura
nell'ambiente filologico; e Wolf ne ebbe indubbiamente un certo sentore
indiretto. E, in ogni caso, resta sempre, anche qui, il fatto riconosciuto da
tutti coloro che hanno studiato la questione: che la teoria omerica, cosi come
si trova esposta dal Wolf, dovrebbe dirsi non wolfiana ma vichiana, GRICEIANA
perché tale è veramente in quasi tutti i suoi tratti fondamentali. Del resto,
Wolf, filologo di gran lunga superiore a V. ma anch'esso pensatore assai minore
– KRETZMANN ON GRICE --, non era in grado d'intendere le motivazioni ideali che
avevano condotto il suo predecessore a quella dottrina intorno a Omero; com'è
chiaro dall'articolo, alquanto superficiale, che vi scrisse intorno. Certamente
a Napoli fu in molti una confusa coscienza della grandezza dell'opera di V.; ma
in che propriamente questa grandezza consistesse non si sa determinare, perché
facevano ancora difetto l'esperienza e la preparazione adeguate. E fuori
d'Italia, e in Germania in particolare – i tedeschi amano gl’italiani --, dove
questa preparazione c'era, o almeno ce n'era assai di più, l'opera di V. rimane
generalmente sconosciuta, in parte per il discredito di NAPOLI in cui erano
caduti i libri italiani, in parte pelle difficoltà che lo stile di V. offre
agli stranieri. Quando la Scienza capitò tra le mani di uomini atti a
comprenderla, sembra come se il caso si divertisse a impedirne loro la seria
lettura e l'intelligenza. Hamann si procurò la Scienza da Firenze, in un tempo
in cui si occupava di economia e di fisiocrazia, immaginando che vi si
trattassero tali materie; e rimase deluso quando, nella scorsa che le dette, si
avvide di avere innanzi una selva di ricerche filologiche, eseguite per giunta
con scarsa acribia. Goethe l'ebbe a Napoli, con grandi raccomandazioni, da
Filangieri e la porta seco in Germania e la presta a Jacobi; ma solo per una
felice combinazione, piuttosto che per una vera conoscenza o per un chiaro
intuito, avvicinò il nome di V. a quello di Hamann. Herder, che anch'esso
conobbe l'opera di V. non forse mercé l'accenno fattogliene da Hamann nel loro
carteggio, ma piuttosto nel suo viaggio d'Italia, ne discorse in termini
affatto generici e senza avvertire nessuno dei molteplici rapporti che a V. lo
stringevano, in ispecie nelle dottrine sulla lingua del LAZIO e sulla poesia. I
soli che veramente penetrassero la tendenza fondamentale di V. e, pur senza
volerlo, ne riconoscessero la genuina grandezza, furono, a nuova conferma della
salda contestura spirituale del cattolicesimo, gli avversari cattolici, che
egli, allora, ebbe in buon numero: Romano, Lami, Rogadei, e sopra tutti,
Finetti. Videro costoro che V., nonostante i suoi fermi propositi di ortodossia
religiosa, coltiva un' idea del providente affatto difforme da quella della
teologia cristiana, e di Dio fa continua menzione a parole, ma non lo lascia
poi operare effettivamente, come Dio personale, nella storia; che distacca con
taglio cosi netto storia profana e storia sacra da giungere a una dottrina
affatto naturale e umana delle origini della civiltà, mercé lo stato ferino, e
di quelle della religione, mercé il timore, il pudore e l'universale
fantastico, laddove la dottrina tradizionale cattolica ammette una certa
comunicazione tra la storia sacra e la profana, e nella religione e civiltà
pagana riconosce il lievito operante di una qualche notizia,sia pur vaga, della
primitiva verità rivelata; che, pure protestando di accogliere e rafforzare
l'autorità della Bibbia, egli la mina e scrolla in molti punti; che la sua
critica alla tradizione storica profana, condotta con spirito superbo di
ribellione al passato, poteva aprire l'adito a dannosissimi abusi, perché
istiga ad applicare il medesimo spirito e metodo alla storia sacra, come fece
poi Boulanger. Un'invettiva, insomma, nella quale erano già accuratamente
indicate tutte le parti che dovevano dipoi entrare a comporre il grandioso
elogio che s’avrebbe indirizzato a V.. Nacque per tal modo tra gli uomini di
chiesa una certa diffidenza verso questo autore; di che, tra l'altro, fu
effetto più tardi, al tempo della restaurazione, la polemica anti-V. di
Colangelo, preceduta da un giudizio di Giustiniani, che dice la Scienza: un
libro il quale da luogo a segnare un'epoca molto infelice in Europa. La critica
dei cattolici contro V. porse materia a un libro assai istruttivo di Labanca:
più oltre in questo volume. Quasi a contrasto, tra i filosofi che in Napoli
coltivano con ardore gli studi sociali e politici e s’accingevano all'opera
attiva della imminente rivoluzione, V. comincia a essere considerato come
filosofo anticlericale e anticattolico, e sorse la leggenda che V. avesse di
proposito e per accorgimento reso oscuro il suo libro per salvarsi dalla
censura ecclesiastica. Quei filosofi presero a leggere e a vantare la Scienza;
disegnarono di ristamparla, perché era divenuta rara, colle altre opere
dell'autore e cogli scritti inediti; prepararono lavori espositivi e critici
sul sistema filosofico e storico di V.; taluno, come Pagano, si prova a
rielaborarlo mescolandolo colle idee del sensismo gallo, e tal altro, come
Filangieri, benché molto lo ammirasse, non ne fu distolto dai sogni del più
roseo riformismo; il tedesco Gerning, che capita a Napoli, nota questo fervore
di studi intorno a V. e augura una traduzione o almeno un estratto tedesco
della Scienza. E quando la caduta della repubblica napoletana spinse quei
filosofi, quelli, tra essi, che scamparono dalle stragi e dai patiboli della
reazione borbonica, agli esili nell'Italia superiore e specialmente in
Lombardia, la fama di V. ebbe i suoi primi ardenti apostoli e missionari.
Cuoco, Lomonaco, Salii e altri patrioti meridionali fecero conoscere la Scienza
a Monti, che ne toccò nella sua prolusione universitaria di Pavia; a Foscolo,
che ne accolse parecchi pensieri nel carme dei Sepolcri e nei saggi di critica;
a Manzoni, che dove poi istituire nel Discorso sulla storia lombarda un celebre
raffronto tra V. e Muratori; e ad altri minori. Cuoco informò intorno a V.
Degérando, che allora lavor alla sua Histoire comparée des sgstèmes
philosophiques; un altro esule, Angelis, mette la Scienza tra le mani di
Michelet; Salti discorre di V. negli articoli della Revue encyclopèdique e in
volumi ed opuscoli scritti in francese. Anche per suggerimento di quei
napoletani, fu a Milano ristampata la Scienza; e altre edizioni e raccolte di
opere minori vicinane non tardarono a comparire. Per tali vicende, V., da
reputazione quasi esclusivamente municipale e napoletana, pervenne a
reputazione nazionale e italiana. Senonché, conforme alle loro personali
disposizioni e alle tendenze del tempo, il primo e principale ammaestramento
che i patrioti studiosi di V. trassero dal suo pensiero, fu POLITICO o di
filosofia politica; e cioè, la critica di quel giacobinismo e di quel
filo-gallismo che avevano fatto cosi cattiva prova negli avvenimenti a Napoli.
Il pensiero di V. li guida a concetti più concreti, e generò un'opera di
capitale importanza, il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana di Cuoco.
Similmente, Ballanche, nei suoi Essais de palingénesie sociale, scrive che V.,
se fosse stato noto nell Gallia piu temprano avrebbe esercitato un'azione
moderatrice e benefica sulle rivoluzioni sociali che seguirono. Un altro
particolare aspetto di V., la riforma ch'egli inizia della metodologia storica
e della scienza sociale a servigio della storia, fu avvertito e lumeggiato da
Iannelli nel libro: Sulla natura e necessità della scienza delle cosa e delle
storie umane. Foscolo principalmente, e coloro che da lui presero ispirazione,
fecero penetrare nella critica e storia letteraria qualcosa delle concezioni di
V. sulla interpetrazione storica della poesia. Invece, in Germania, Jacobi, che
aveva letto il De 1 quali V. trasse un opuscolo: De (Equilibrio corporis
animantis, che molti anni dipoi pensa di pubblicare e che è andato perduto;
onde di quelle, come delle sue speculazioni di fisica, che dovevano costituire
il Liber physicus, non si sa altro se non ciò che egli stesso dice
nell'autobiografia. Tralasciando gli scritti rettorici e per commissione, dei
quali il più esteso è il De rebus gestis Antonii Campitevi, Napoli, Mosca, i
nuovi frutti del suo pensiero, che si andò concentrando sui problemi morali e
storici, prima accennati in una prolusione della quale il sommario è
nell'autobiografia, furono condensati da V., in italiano, in un programma a
stampa di quattro pagine fitte a due colonne, noto sotto il nome di Sinopsi del
diritto universale, e svolti nell'ampia trattazione: De universi iuris uno
principio et fine uno liber units, Napoli, Mosca, compiuta l'anno dopo dal
Liber alter qui est de constantia iurisprudentis, e accresciuta dalle Kotce in
dioos libros, ecc., che rappresentano un ulteriore avanzamento; la quale opera
si suole designare nel suo complesso, seguendo l'esempio dello stesso autore,
col nome di Diritto universale. Questo libro, secondo Cantoni rappresenta il
culmine dell'attività scientifica di V.: giudizio non meno inaccettabile del
precedente. L'autore (Opp.) rifiutò il diritto universale, perché gli pare che
vi perdurassero il pregiudizio e la pretesa di scendere dalla mente di Platone
e degli altri filosofi a quelle degli uomini primitivi, onde in esso avrebbe
errato in alquante materie ma lo disse anche a ragione, abbozzo della Scienza,
qual è veramente. Le idee sulla poesia vi sono ancora perplesse, Omero non vi è
ancora un mito, i canoni mitologici sono meno unitari di quel che divennero
poi, per l'origine delle XII tavole s’affaccia un'ipotesi ibrida, la teoria del
ri-corso vi è appena debolmente adombrata, e insomma cosi la storia ideale
eterna come la gnoseologia, sulla quale essa si fonda, sono ancora immature.
L'opera è rifusa nelle posteriori, salvo ciò che riguarda la generale filosofia
etica e giuridica, che non è molto originale, e salvo alcuni svolgimenti
storici che nelle opere posteriori ricompaiono solo in accenno. È andato
perduto il manoscritto di un'opera italiana, divisa in due libri, in cui V.
espone le sue dottrine per via negativa, ossia con metodo prevalentemente
polemico. In modo positivo, invece, e in forma concisa, le espose nei Principi
di una Scienza intorno alla comune natura delle nazioni, pella quale sì ritrovano
i principi di altro sistema del diritto naturale delle genti, Napoli, Mosca,
che sono coKOsciuti colla denominazione, anche questa proveniente dall'autore
medesimo, di scienza. Nello stesso anno in cui pubblicò la scienza V. narra la
storia dei suoi studi: Vita di V. scritta da sé medesimo, che fu inserita nella
Raccolta di opuscoli scientifici e filologici di Calogerà, Venezia, Zani. Dei
minori scritti di questo periodo sono notevoli altresì le due orazioni in morte
della contessa di Althann e della marchesana della Petrella Angiola Cimini; il
volumetto Vici vindicice, Napoli, Mosca, contenente una difesa di carattere
personale, con un'importante digressione teorica sul riso, contro una maligna
noterella inserita negli Acta lipsiensia intorno alla Scienza; e alcune lettere
bellissime a Giacchi, a Angioli, a Esperti, a Vitry e a Solla, sul contrasto
tra la sua opera e le condizioni degli studi a quel tempo. Alla scienza V.
pensò di aggiungere una lunga serie di Annotazioni, effettivamente poi scritte
ma andate disperse, in una ristampa che se ne prepara a Venezia. Ma poiché
questa non ebbe più effetto e, d'altro canto, quel libro non lo soddisfaceva se
non proprio pelle materie, egli dice, pell'ordine tenuto, Opp., si risolse a
dare un'esposizione affatto nuova delle sue dottrine nei libri de' principi di
una Scienza d'intorno alla comune natura delle nazioni, in questa impressione
con più propia maniera condotti e di molto accresciuti, Napoli, Mosca, che
formano la scienza. Quantunque Cantoni consideri quest'opera come una
variazione del pensiero di V., essa è invece il risultato necessario e la forma
perfetta a cui mettono capo i tentativi precedenti; ed è il libro che, insieme
col De antiquissima e coll'autobiografia, basta a fornire tutto l'essenziale
pella conoscenza del pensiero di lai. Nel Diritto universale e nella Prima
scienza nuova si può spigolare soltanto qualche particolare dipoi tralasciato;
ma, pel resto, vi compaiono le medesime dottrine della scienza in un modo meno
profondo e meno sicuro, e, certamente, meno vichiano. Il confronto particolare
tra queste tre opere fu eseguito con diligenza nei sommarietti apposti da
Ferrari alle sue edizioni della scienza; e moltissimi altri riscontri e più
particolareggiati possono vedersi ora nella edizione della Scienza, curata da
Nicolini. Anche alla redazione V., senza quasi più mutarne l'ordine e la
sostanza, andò facendo molte variazioni e aggiunte, che poi incorporò per gran
parte nel testo in un manoscritto definitivo, sul quale fu condotta l'edizione
dei Principi di una Scienza d'intorno alla comune natura delle nazioni, uscita
dopo la morte di V.—GRICE STUDIES IN THE WAY, Napoli, nella stamperia muziana.
Sono serbati nella Biblioteca di Napoli gli autografi cosi di questo
manoscritto come di altri anteriori di aggiunte e correzioni, dai quali
trassero alcuni brani rimasti inediti Giordano, Napoli, e Giudice, Napoli, e
ora tutti i brani inediti e le varianti ha estratto Nicolini pella sua
edizione. Dopo la scienza, V. scrisse pochissime cose notevoli, tra esse,
l'orazione De mente heroica, Napoli, l'aggiunta all'autobiografia e alcuni
sonetti, nei quali, sebbene composti, come quasi tutti i suoi versi, per
occasione e commissione, risuona, qua e là, una nota personale. Degli scritti
minori di V. si fecero raccolte, una delle sole Latince orationes, a cura di
Daniele, Napoli, e l'altra, ricca di cose inedite ma non esente da
raffazzonature dell'editore, degli Opuscoli italiani e latini, a cura del
marchese di Villarosa, Napoli. Villarosa ebbe tutto ciò che avanza delle carte
di V. dal figliuolo di costui, Gennaro; e i preziosi autografi si serbano
ancora a Napoli in casa dei miei cari amici ingegneri Tommaso e incenzo, de
Rosa di Villarosa. Delle Opere complete la prima, e si può dire unica edizione
perché riprodotta in tutte le altre, è quella di Ferrari, Milano, Classici
italiani, ristampata con qualche miglionnento. Le Opere a cura di Corcia,
Napoli, tipografia della Sibilla, sono, invece, una scelta; e le Opere a cura
di Preclari, Milano, Bravetta, si arrestano al primo e disordinato volume.
Incompleta e disordinata è anche l'edizione di Napoli, Iovene, che segue
l'edizione di Ferrari, ma pur contiene qualche bazzecola inedita. Materialmente
condotta sulla ferrariana, e poco corretta, è l'edizione napoletana delle Opere
presso la tipografia dei Classici italiani, e Morano; la quale, per altro, e la
più completa di tutte, essendovi unite la Sinopsi, le Istituzioni oratorie e le
Orazioni latine edite da Galasso, che vennero fuori dopo l'edizioAe Ferrari);
vi sono aggiunte anche versioni italiane del De ratione, del De antiquissima e
del Diritto universale, a cura di Pomodoro. Scritti inediti o sparsi di V., non
compresi in nessuna di tali edizioni, sono raccolti nel Croce, Bibliografìa
vichiana e supplementi, e ricerche e in un opuscolo di Donati: si veda più
oltre. Una edizione critica della scienza è stata pubblicata nella Collana dei
classici della filosofia moderna diretta da Croce e Gentile, Bari, Laterza. È
dovuta a Nicolini, che si e valso per essa degli autografi ed ha arricchito
l'edizione Ferrari, che contene solo i brani soppressi, di tutti i brani delle
redazioni intermedie fino al testo; ha, inoltre, riscontrato le citazioni
vichiane e recato in nota i luoghi degli autori classici e moderni ai quali si
riferiva V.; additati i molti errori d'erudizione, procurando sempre che fosse
possibile di mostrarne la genesi; schiariti i punti oscuri col riferimento alle
altre opere di V.; e, finalmente, riforma, secondo un desiderio più volte
espresso anche da autorevoli letterati come Tommaseo, l'ortografia e la
punteggiatura. Dell'edizione ferrariana sono riprodotti in questa di Nicolini,
ma alquanto ritoccati, gli utili sommarietti. In un'ampia introduzione si
studia V. scrittore e si da notizia delle sue cessive redazioni e
rimanipolazioni della Scienza, escursi mostrano come V. giunse via via alla sua
teoria omerica e all'altra analoga sulla Legge delle XII Tavole; e le ricerche
sono agevolate da un minuto indice analitico. Lo stesso Nicolini, con Croce e
con Gentile, attende a una edizione delle Opere complete, che fa parte della
raccolta degli Scrittori a Italia del Laterza e il cui disegno e indice
particolareggiato si può leggere nel Croce, Supplemento alla Bibliografia
vichiqna. Di questa edizione sono stati pubblicati Le orazioni inaugurali, il
De italorum sapientia e le polemiche, a cura di Gentile e di Nicolini, e
L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura di Croce. Le opere
latine di V. sono state più volte tradotte in italiano: il De antiquissima da
un anonimo, che forse fu Monti, e poi da Sarchi; il primo libro del Diritto
universale da Corcia, d’Amante, da Giani e da Sarchi, e tutti i due libri,
nonché il De ratione e il De antiquissima, da Pomodoro. La scienza fu tradotta
in gallo, ma molto abbreviata, da Michelet, col titolo Principes de la
philosophie de l'histoire, Paris, Renouard, e più volte ristampata, e di nuovo,
completa, da un anonimo che si designa come l'auteur de l'Essai sur la
formation du dogme catkolique e che fu la principessa di Belgioioso Cristina
Trivulzi, Paris, Renouard. Completa anche, e fornita di ottime note, è la
traduzione tedesca di Weber, Leipzig, Brockhaus, che suggerimenti e aiuti ebbe
da Orelli. In britannico, si ha solo la versione del libro su Omero, condotta
sulla francese di Michelet e inserita nell'opera di Coleridge, Introduction to
the study of the greek classic poets, London, Murray. Michelet traduce alcune
delle operette minori di V., che si accompagnano alla Scienza nell'edizione
CEuvres choisies de V., Paris, Hachette, e in ristampe. Del primo libro del
Diritto universale si ha un compendio in tedesco di Miiller, primo volumetto di
una serie non proseguita di Kleine Schriften di V., Neubrandeburg, Brùnslow. A
supplemento dell'autobiografia, Villarosa raccolse le notizie degli ultimi anni
della vita di V., e le mise come continuazione di quello scritto nella sua
edizione degli Opuscoli. Questo supplemento, e tutto ciò che di poi è venuto
fuori di documenti o di ricordi di contemporanei intorno a V., si trovano
raccolti nella edizione delle opere di V., intitolato: L'autobiografia, il
carteggio e le poesie varie, a cura di Croce, Bari, Laterza. Posteriormente,
alcune aggiunte, in Croce, Nuove ricerche, e Nuove curiosità storiche, Napoli,
Ricciardi, e nel volumetto di Donati. Le tre sole monografie intorno a V., che
possano ancora essere lette con frutto, quella di Ferrari, pur cosi benemerito
editore, La mente di V., è degna di essere pietosamente dimenticata, sono:
Croce, La filosofìa di V. Cantoni, V., studi critici e comparativi, Torino,
Civelli. Per alcune riserve Faggi, Rivista filosofica italiana, e Gentile,
Critica, Werner, V. als Philosoph und gelehrter Forscher, Wien, Braumùller,
Zeitschrift far Philosophie und philos. Kritik, Flint, V. Edinburgh a. Londo.
Traduzione italiana di Finocchietti, Firenze. Dei lavori hi'cvi di carattere
generale hanno singolare pregio Spaventa, V., Prolusione e introduzione alle
lezioni di filosofia, Napoli, Vitale: opera ristampata col titolo: La filosofia
italiana nelle sue relazioni colla filosofia europea, a cura di Gentile, Bari,
Laterza; Sanctis, Storia della letteratura italiana, Napoli, Morano; molte
ristampe, Fiorentino, Lettere sopra la Scienza, Firenze; ristampate in Scritti
vari, Napoli, Morano, Cauer, V. und seine Stellung zur modernen Wissenscìiaft
nel Deutsclies Museum, diretto da Prutz e Woelfsohn, Leipzig, Hinrichs. Pella
trattazione più o meno larga di parti speciali sono da tenere presenti Wolf, V.
iiber den Homer nel Museum der Alterthumsicissenschaft, Berlino, Orelli, V. und
Nìebuhr nello Scìnceizerisches Museum di Aarau, Iannelli, Sulla natura e
necessità della scienza delle cose e delle storie umane, Napoli, Porcelli, e
Milano, Fontana, Amari, Critica di una scienza della legislazione comparata,
Genova, Istituto dei sordomuti. Intorno a questo libro Werner, E. A. in seinem
Verhàltniss zu V., Wien; dai Sitzung sberi elite der phil.-histor. Classe della
Accademia imperiale di Vienna, Acri, Teoria di V. intorno alle idee o
paradimmi, Abbozzo di una teoria delle idee, Palermo, Lao; e con modificazioni
nel volume: Vidcbimus in aenigmate, Bologna, Mareggiani, Cenni, esposizione
della metafisica di V., del volume nel quale nessuno la cercherebbe, perché il
titolo suona: Considerazioni sull'Italia ad occasione del traforo del Gottardo,
Firenze, Cellini, Bouvy, De V. Cartesii adversario, Paris, Hachette, Bouvy, La
critique dantesque: Dante et V., Paris, Leroux, Sorel, Etude sur V. nel Devenir
social, Parigi; e si veda, altresì, dello stesso autore: Le système historique
de Renan Paris, Jacques, Labanca, V. e i suoi critici cattolici, Napoli,
Pierro, Rossi, V. nei tempi di V. Rivista filosofica italiana, Maugain, Etude
sur revolution intellectuelle de l'Italie, Paris, Hachette, Finsler, Homer in
der Neuzeit von Dante bis Goethe, Leipzig, Teubner, Gentile, Studi vichianì,
Messina, Principato. Contiene, tra l'altro, un'importante monografia su Lo
svolgimento della filosofia di V., Nicolini, Galloni e V., Giorn. stor. d.
leti. Hai., Divagazioni omeriche, Firenze, Ariani, Gemmingen, V., Hamann und
Herder, Inaugural dissertation, Bona-Leipzig, Noske, Scrocca, V. nella critica
di Croce, Napoli, Giannini, dal punto di vista cattolico. Donati, Autografi e
documenti vichiani inediti o dispersi, note pella storia del pensiero di V.,
Bologna, Zanichelli. Circa i lavori di CROCE precedenti su V., s’avverta che la
materia del capitolo sulla dottrina estetica vichiana, Croce, Estetica, Bari,
Laterza, è rielaborata; lo critto sull'Etica di V., Critica, è rifuso; e cosi quello
sui Lineamenti di storia, letteraria in V.; gli altri scritti sparsi hanno, in
genere, interesse solamente erudito, filologico o polemico. Posteriormente alla
prima ed. di questo libro, Croce pubblica Le fonti della gnoseologia vichiana,
Atti d. Acc. Pontan.; ristamp. nel voi. Saggio sullo Hegel e altri scritti di
storia della filosofia, Bari, La dottrina del riso e dell'ironia in V.,
ristamp., e la critica omerica, ristamp., Bianchini e V., ristamp. in
Conversazioni critiche, Bari, V. e Ferrari. Dell'influsso di V. sugli studi
italiani CROCE tratta ampiamente nella Storia della storiografia italiana,
Bari. Sulla posizione di V. nella storia della critica dantesca, v. La poesia
di Dante, Bari. Del resto, tutta la letteratura vichiana, con estratti dei libri,
opuscoli e articoli più rari e con documenti inediti, come tutte le più minute
notizie sulle edizioni degli scritti di V., si trovano raccolte nelle tre
memorie, alle quali più volte si è fatto riferimento: Croce, Bibliografìa
vichiana contenente il catalogo delle edizioni, traduzioni e manoscritti delle
opere di V., quello dei giudizi e lavori storico-critici intorno a V, lettere
inedite di V. e a V., documenti e altri scritti inediti o rari, e varie
appendici illustrative, Napoli; estratto dagli Atti dell'Accademia pontanianal
di Napoli; Supplemento alla Bibliografia vichiana, estr. dagli Atti cit., e
Secondo supplemento, estr. dagli Atti cit., riunite anche tutte e tre in un sol
volume col titolo: Bibliografia viciliana, raccolta di tre memorie presentate
all'Accademia pontaniana di Napoli, con appendice di Nicolini,Bari, Laterza.
Continuazione di queste memorie sono le Nuove ricerche sulla vita e le opere di
V. e sul vìchismo, Critica. Si veda anche Pella biografia di V., ora in Nuove
curiosità storiche, Napoli, Ricciardi.OPERE COMPLETE DI GENTILE A CURA
DELLA FONDAZIONE GENTILE PER GLI STUDI FILOSOFICI GENTILE OPERE,
GENTILE STUDI VICHIANI, edizione riveduta e accresciuta, cur. BELLEZZA, SANSONI,
FIRENZE Stampato in Italia. All’amico NICOLINI delle opere di V. editore
e illustratore diligentissimo e intelligente. GENTILE aaccolge in questo
volume, rivedendoli e introducendovi ai luoghi opportuni le aggiunte
consigliatemi da studi posteriori da GENTILE ed altrui, alcuni saggi
concernenti la storia del pensiero di V., la sua biografia e la sua
fortuna. Lo studio sullo svolgimento della filosofia di V. inaugura, li
pare a GENTILE, un nuovo genere di ricerche, che da GENTILE sono state
appena iniziate, ma promettono una viva luce intorno all'origine e al
significato proprio delle idee di V. V. è stato studiato pell’innanzi in
relazione col suo tempo e colla filosofia dell crisi e post-crisi, ala
quale egli genialmente drecorse. Ma, se alla cultura di certo non rimase
estraneo, e in essa pertanto bisogna pure che dallo storico sia collocato. V. è anche
e sopra tutto un autodidatta, che molto studia, a suo modo,di antichi
pensatori e filosofi italiani precedenti, alla cui tradizione attinse
taluni de’suoi concetti fondamentali, che elabora bensì e trasforma
profondamente, ma senza riuscire, com’ è naturale, a cancellarne l’
impronta originaria. E questa impronta GENTILE si è studiato di
rimettere alla luce. Palermo. fr. ca De di etnei L’edizione
contiene di più e di meno di quella previa. È un'aggiunta il sagio che
forma un capitolo; e ne è rimasto fuori lo studio sul CUOCO, con relativa
appendice, entrato ora a far parte d'un mio volume dedicato a CUOCO,
pubblicato dalla Nuova Italia, Venezia. Ma gli altri saggi che sono nella
prima edizione qui sono tutti conservati, con correzioni e molte aggiunte rese
necessarie da nuovi studi, specialmente di NICOLINI. Al quale vedrà il
lettore quanto gli studi di GENTILE devono di nuove notizie ed osservazioni
sulla biografia e sulla cronologia vichiana. Roma. Degli scritti raccolti
in Studi su V., Il pensiero italiano nel secolo di V. consta di due
recensioni pubblicate nella Critica del CRCE.La prima fase della
filosofia di V. è la prima volta dato in luce nel vol. di Studi pubblicati
in onore di Torraca, Napoli. La seconda e la terza fase usce dapprima in
francese col titolo La philosophie di V. nella rivista France-Italie,
e in tedesco col titolo V.s Stellung in der Gesch. der europàischen
Philosophie, Monatsschrift Jùr Wissenschaft Kunst u. Technik di
Berlino. Dal concetto della grazia a quello della provvidenza è pubblicato
la prima volta nella prima edizione di questi Studi vichiani. Le varie
redazioni della Scienza nel Giorn. Stor.
d. letter. ital.; e sul Figlio di V. nell’Arch. Stor. per le prov. napoletane,
Napoli, Pierro. Roma. L’edizione è accresciuta d’una Appendice,
in cui sono raccolti due discorsi e una relazione. V. nel ciclo delle
celebrazioni campane, è tenuto nell’aula magna della R. Università di
Napoli nel ciclo delle celebrazioni campane promosse dalla Confederazione dei
professionisti e degli artisti, ed è pubblicato in Celebrazioni campane, Urbino,
nella Tiv. Leonardo e a parte nella Biblioteca del Leonardo, Firenze.
V. nel secondo centenario della morte è tenuto all'Accademia d’Italia, in
Firenze, è pubblicato nella Nuova Antologia. La relazione su Cartesio e V. È discussa
alla Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali,
storiche e filologiche, e quindi pubblicata negli Atti di quella
Accademia. Roma. IE AS SERIO A PRIZE I POSE I AES ROSI E PE 67
RS IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO di V. CI ie LL SEO Leopoldo
de’ Medici fonda l'Accademia del Cimento. Per la prima volta, dopo la
condanna di Galileo, scienziati italiani associano i loro sforzi allo
scopo di studiare la natura con ogni indipendenza, e di ripigliare,
contro i ciechi amici della tradizione, la lotta rimasta interrotta nel
1633, quando il maestro era stato condannato e aveva dovuto ritrattare la
dottrina dei Massimi sistemi. L’esempio degli accademici toscani è
imitato dagli Investiganti di Napoli; e nel ’68 è fondato a Roma il primo
Giornale de’ letterati, organo de’ moderni. Verso lo stesso tempo vengono
in voga in Italia Lucrezio e Gassendi. D'altra parte, verso
la metà del secolo seguente, Galileo ottiene la suprema riparazione. Nel 1737 i
suoi resti sono raccolti nel mausoleo di Santa Croce; sl fa una
pubblicazione autorizzata del Dialogo già condannato: Il metodo
sperimentale trionfa. La filosofia di Locke si diffonde per tutta la
Penisola, che vi resterà fedele per Circa ottant'anni. Tra il ’42 e il
’50 si spengono gli scrittori più notevoli che l’ Italia aveva avuti in quel
secolo: Fagiuoli, V., Giannone, Conti, Muratori e Zeno. Un valente
studioso francese, il Mougain, ha voluto studiare 1 lo svolgimento
intellettuale italiano durante I GABRIEL MaucaIn, Étude sur l’évolution
intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ, Paris,
Hachette. Ted. ALZI -—-/*/*/%*/(*‘)4*\w*À*+>J,o. Tr
da (0...] questo periodo di fermento e di preparazione, in cui, tolto V.,
solitario, e dal Maugain, a dir vero, non abbastanza staccato dallo sfondo del
suo quadro, benché non possa non rilevarne l’opposizione alle idee
correnti del tempo, l’ Italia non produce nulla di originale !.
Essa lavora unicamente a riformare la propria cultura, liberandola dal
peso schiacciante della tradizione e procurando di partecipare alla vita
europea. Poiché il centro di questa vita, rimasto fin allora tra noi,
s'era già trasferito, dopo Galileo e dopo Campanella, in altri paesi. I
nomi più insigni che eccellono in questo secolo, più che alla storia
letteraria o alla storia della scienza, appartengono alla storia della cultura,
nel senso che danno i tedeschi a questa espressione; giacché, tolto
sempre V., non creano idee nuove; ripetono, commentano, difendono,
oppugnano, agiscono piuttosto sulla società che sulla scienza, anche se
preparino un nuovo sapere, come chi, agendo appunto sullo spirito del suo
tempo, promuove le condizioni favorevoli a un nuovo progresso reale
dello spirito. Soltanto la tradizione galileiana vive; ma vive
appunto delle idee che aveva messe in onore Galileo, definendo
filosoficamente i nuovi concetti della scienza naturale e della natura:
che furono per lui una nuova filosofia, anzi la sola filosofia. Ma di
vita religiosa, di vita artistica, di vita filosofica dello spirito, in
cui ogni istante è una posizione nuova e una creazione, in cui
insomma lo spirito vive realmente, nessuna traccia: ossia, nessuna
traccia cospicua. Questa atonia spirituale ci spiega la gran
fortuna incontrata al principio di questo periodo in Italia dal G assendi,
del quale attrae l’attenzione soltanto la concezione I Contro
questa tesi vedi ora gli studi che B. Croce vien pubblicando nella Critica
(1926): Il pensiero italiano nel Seicento. I quali per altro non
modificano sostanzialmente il concetto della filosofia italiana in quel
secolo, quantunque mettano giustamente in rilievo alcuni notevoli movimenti
d'idee finora poco noti.] meccanica, conforme, metafisicamente, al fiorente
naturalismo galileiano; e alla fine dal Locke, di cui si nota e si
apprezza principalmente l’empirismo, che giustifica anch'esso,
gnoseologicamente, la scienza sperimentale della natura, e, come allo
spirito dei gretti galileiani importava, questa sola. Cartesio sul cadere del
Sei e nei primi trent'anni del Settecento suscita entusiasmi e
opposizioni tenaci, fiere polemiche, un vivo appassionamento: ma non sveglia
nessuno spirito di filosofo. Gl’Italiani accettano e mettono in versi la
diottrica, la fisica, la fisiologia meccanistica di lui: ne adottano il
metodo, come assunto, meramente formale ed estrinseco, di libertà
di filosofare; assunto, che in Italia era trionfato nella storia viva
dello spirito scientifico fin dal primo affermarsi dell’ Umanismo; ed era stato
celebrato nella scuola del Galilei, e particolarmente nell'Accademia dei
Lincei:, e non aveva quindi bisogno, in realtà, del nuovo puntello
straniero. Ma della metafisica cartesiana appena si bisbiglia; né se ne vede
scosso profondamente nessuno. Son dilettanti, che fanno della filosofia
un passatempo e un argomento di moda nei salotti (Maugain ricorda
Aurelia d’ Este, renatista; e avrebbe potuto ricordare anche Giuseppa
Eleonora Barbapiccola, traduttrice dei Principii di filosofia»: sono
medici, fisici e avvocati, i quali, compiacendosi degli ultimi portati
letterari della filosofia, polemizzano con gli uomini del mestiere,
legati Sempre, anima e corpo, alla Scolastica; 0 tutt'al più
Professori di filosofia, che cambiano autore, come oggi sì cambia testo
nei licei, senza nessuna profonda ragione
1 Vedi G. GABRIELI, JI) carteggio scientifico ed accademico fra
î primi lincei (1603-1630); nelle Mem. d. R. Acc. dei Lincei, cl. sc.
mor.. serie 68, vol. I, fasc. 2°, 1925. ? B. Croce, Supplem.
alla Bibliografia vichiana, Napoli. Incontreremo la Barbapiccola anche nello
scritto sul Figlio di V., cap. I. Sul Concina e sui suoi rapporti col V., cfr. V.,
Autobiografia, ed. Croce, indice dei nomi, al nome. spirituale, e che, per
difendere la loro infrazione alle tradizioni della scuola italiana,
scrivono anch'essi qualche libercolo pro e contro. La metafisica, in
realtà, sarebbe dimenticata, se non avesse una cattedra negli studi
pubblici; e Concina, nella sua prolusione a Padova, ringraziava il
governo veneto di non essersi arreso ai consigli di chi tentava far sopprimere
quella cattedra come inutile e indegna d’una sì illustre università *.
Il Maugain, che giustamente ha preso i Giornali dei letterati, che
in questo tempo si pubblicavano in Italia, a guida delle sue laboriose
ricerche, trovandovi l’eco continua delle questioni che si venivano
dibattendo tra le persone colte, avrebbe anche dovuto seguire la
storia dei principali insegnamenti nelle varie università, i quali
coi programmi e le provvisioni delle autorità, i libri degl’ insegnanti, le
loro polemiche e le attinenze rispettive coi loro avversari, sono
anch'essi i centri di riferimento della cultura temporanea. Pure la
fine del sec. XVII e la prima metà del successivo sono l’epoca del maggior
fiorire degli studi storici in Italia. È il tempo in cui il benedettino
Benedetto Bacchini pubblica e illustra il Liber pontificalis
(1708), e col Noia, col Grandi, col Lami e col sommo Muratori
imprende arditamente la critica delle leggende agiografiche; Maffei distrugge
le favolose origini dell'ordine costantiniano e illustra con vasta
erudizione le antichità veronesi; Muratori, dopo avere indagato con
occhio di lince le antichità italiane del Medio Evo, mette insieme con
lena infaticabile e con sagace I MAUGAIN critica la sua monumentale
raccolta: per non dire dello stuolo numeroso dei minori eruditi, che
coadiuvano i maggiori con l'ordinamento delle biblioteche, la
compilazione dei giornali, la raccolta e la critica dei documenti. Come
si spiega questa vivacità d’interesse storico durante la stasi generale
della vita più profonda dello spirito, se nella storia si concentrano le
energie dello spirito, se la storia non è concepibile senza le grandi
passioni e senza quindi le grandi intuizioni della vita ? Oggi noi
pensiamo la storia come la stessa concretezza della filosofia. Il
Maugain, con giusto fiuto della verità, ricollega gli studi storici che
mettono capo al Muratori, e che più propriamente sono studi di erudizione, al
fiorire delle scienze sperimentali: Cette renaissance a lieu durani la
lutte décisive d’où sortent victorieux les Italiens qui n’admettent
sans contròle aucune proposition relative aux phénomènes naturels ou aux
étres organisés. Bien
mieux, plusieurs de ceux qui, à la fin du XVII’ siècle et dans la
première moité du XVIII’, se sont illustrés comme érudits,
connaissaient en détails et admiraient les progrès accomplis depuis
une centaine d’années par le sciences expérimentales. Parfois, ils y avaient
personnellement contribué ». E altrove, non meno giustamente, osserva che
V. si distingue non soltanto dai cartesiani di Napoli ma presso che da
tutti gl’ Italiani contemporanei, quantunque altrove nella Penisola
prosperassero le ricerche storiche che i cartesiani disdegnavano. Mais selon quelle méthode s’y livre-t-on
? On publie avec le plus grand soin des inscriptions, des textes
importanis et devenus rares. On reproduit par le dessin et l’on décrit
minutieusement des statues antiques, des médarlles, des monnaies. On les
examine de près pour fixer quelque point d’érudition jusqu'alors
incertain, on ne va plus loin; on a épuisé toute la curiosité dont on
était capable. I O. c. Tutto questo è
verissimo. Anche di recente abbiamo assistito a questo fenomeno del
decadere della filosofia nel momento stesso in cui risorgevano e
vigoreggiavano gli studi storici; e abbiamo veduto dagli stessi cultori
di questi raccostare spesso il metodo da essi seguîìto al metodo
delle scienze sperimentali, o, come questa volta si diceva, della
filosofia positiva: raccostamento, che aveva un lato di vero in quanto
positivismo e metodo storico, ciascuno a modo suo e nel suo campo, si
proponeva di ricostruire una verità certa: ossia una verità che constasse
al soggetto, con di più il presupposto ingenuo, che questa ricostruzione
possa aver luogo senza che il soggetto — cioè la mente conscia di sé e
quindi capace di render conto di sé — ci metta nulla del proprio,
delle sue leggi e di tutto il suo essere storicamente divenuto.
Allora, come ora (o almeno qualche anno fa), ci erano gli studi storici,
in Italia; mancava la storia, come comprensione dello spirito nella sua
concreta attualità. Allora, la storia era morta col Sarpi e col
Pallavicino, rappresentanti di due grandi, opposte, concezioni della
vita; la prima delle quali tentava risorgere nell’ Istoria civile
del Regno di Napoli del Giannone, ma senz’attinenza intrinseca colle idee
dominanti nella generale cultura italiana, e con radici sprofondate nella
storia economica e politica del Napoletano: anch'essa, come la
Scienza Nuova, staccata dal quadro generale dello spirito italiano
contemporaneo. Non già, beninteso, che negli studi storici
muratoriani non ci sia nulla della storia: perché anch'essi sono
tutti storia; ma storia in germe, immatura, frammentaria, e perciò,
nel suo insieme, estrinseca, meccanica: storia, che non ha raggiunta la
sua forma vera della comprensione comunque determinata del processo
storico, perché non poteva raggiungerla, non animata, com'era, da
nessuna sorta di filosofia. La storia vera, viceversa, come intuizione di
idee che si realizzano nei fatti, non poteva mancare, e non manca in una mente
come quella del V.; e va cercata nella parte più propriamente storica
della Scienza Nuova *. E nessuno meglio di V., nell’orazione De
nostri temporis studiorum ratione, nella lettera a Francesco Solla e nella
stessa opera maggiore, intese questo vuoto spirituale che vaneggiava
negli studi contemporanei. In conchiusione, la storia che con tanto
amore e tanta fatica ha indagata il Maugain, non è una storia che
ci sì possa compiacere di mostrare fuori di casa nostra. È una
storia assai malinconica. Tolta la tradizione galileiana, che è storia di
epigoni, ancorché non pochi insigni, è tutto lavorio di ripercussione, d’
imitazione, di traduzione e adattamento. Sorgono i Giornali de’
letterati, segno, senza dubbio, di una certa vita, espressione d’un
certo bisogno di studi; ma ad imitazione, e il primo quasi edizione
italiana, del Journal des sgavans. Fioriscono, come s’ è detto, gli studi
critici intorno alle fonti della storia; e Muratori è gloria italiana
incontestabile; ma gl’ Italiani e lo stesso Muratori si muovono dietro
le tracce del Mabillon e degli altri famosi benedettini francesi. I
riformatori della letteratura, che levano la bandiera del vero e dell’utile,
riecheggiano l’estetica razionalistica postcartesiana. Prodotto italiano è
l’Arcadia, dei poeti senza poesia; l’arcadia pastorale, come l’arcadia della
scienza ?, espressione significativa dell’ indifferenza degli spiriti verso il
loro contenuto; e la stessa arcadia sacra, che era cominciata, per altro, dai
primi del Seicento: versificazione di testi religiosi, mescolati ai motivi
comuni allo stile poetico del tempo: Les poètes, dice il Mau I Come ha
dimostrato B. Croce, La filosofia di G. B. V., Bari, Laterza, 1911 (23 ed.,
1922), capp. XIII-XVIII. è Studiata da E. BERTANA nello scritto L'Arcadia della
scienza, Parma, Battei, 1890; rist. nel vol. In Arcadia,
saggi e profili, Napoli, Perrella.gain !, ne songeaient aucunement à y méditer
sur les grands problèmes du catholicisme, non plus qu'à exprimer leurs émottons
religieuses. Ils se bornaient à traduire un paragraphe de théologie ou à rimer
quelque passage de la vie des saints. Malinconica storia, dunque, e specchio dell’estrema ruina
della decadenza italiana. Dopo la metà del secolo XVIII, da questa morte
rinascerà la vita, e si preparerà l’Italia che accoglierà la Rivoluzione. Essa
si riscuoterà tutta, e riprenderà la sua via in tutte le manifestazioni della
vita spirituale, e si aprirà un varco nella politica de’ grandi Stati, e
risorgerà come nazione. Ma devo pur dire che nel modo, che ha tenuto l’egregio
Maugain a rimettercela innanzi, essa diventa assai più malinconica che forse
non sia nel fatto: tutta senza colore, senza anima, né anche piccola, né anche
frammentaria: senza significato. Ora, una realtà storica così non c' è. Come ha
costruito il suo libro Maugain ? Ce lo dice egli stesso nella prefazione.
Spogliò otto collezioni di giornali pubblicati in Italia tra il 1668 e 1750,
dove, se non sempre l’analisi, trovava per lo meno il titolo preciso di opere,
delle quali ritrovò poi e lesse gran numero a Firenze, Roma, Bologna, Venezia,
Padova, Verona, Bergamo, Milano, Torino e Genova. Scorse parecchie raccolte
importanti di lettere e il Mare magnum della Marucelliana; cercò e studiò
articoli e monografie e libri indicati dal Catalogo metodico della Camera, dal
Giornale storico, dalla Bibliothèque des éerivains de la Compagnie de Jésus di
Backer-Sommervogel. Gli venne così fatto di raccogliere una gran quantità I O.
c.. 2 — (ii —=m_t2t“ zz ic ‘cir —. II di documenti, che gli parve di poter
classificare in tre parti, secondo che si riferissero alla credulità e allo
spirito critico (conseguenza della condanna di Galileo, movimento delle scienze
sperimentali, contrasti tra antichi e moderni, studi di critica storica); alle
lotte tra spiritualisti e materialisti (fortuna di Gassendi, Cartesio e Locke
in Italia e polemiche dei loro seguaci con gli scolastici, attacchi di Doria e
di V.); al vero e all’utile nelle lettere (idee intorno alla poesia prevalse
dalla Poetica del Gravina in poi, giudizi e polemiche, come quella
BouhoursOrsi, sulla letteratura italiana, ritorno ai modelli greci e latini,
caratteri principali della letteratura italiana del tempo). Fatta questa
classificazione, il Maugain si è messo, senz'altro, a stendere il suo lavoro,
ordinando ed esponendo secondo legami cronologici, topografici e per soggetti
il suo vasto materiale. Per copia e sistemazione di materiale bibliografico ne
è venuto infatti un lavoro eccellente, fondamentale per chi vorrà tentare
qualunque studio sulla storia dello spirito italiano di questo periodo: e
dobbiamo tutti esser grati a questo studioso dello strumento prezioso di
ricerca apprestatoci. I giudizi generali da lui formulati e gl’ indirizzi
delineati dimostrano pure ottimo criterio e larghezza di vedute storiche. Ma
rimane a chi legge il suo libro, — pur leggendolo con profitto, un senso
profondo d’ insoddisfazione, come di chi assista a uno spettacolo interessante,
ma troppo da lungi per poter udire le parole degli attori, e seguirne con
l'occhio il commento che ne vien facendo in ciascuno la fisionomia. In uno
studio come questo non è possibile, certo, rappresentare nella loro varietà
psicologica i singoli attori, che vi rientrano, e ritrarre di ciascuno la
fisionomia morale. Una storia dello svolgimento generale dello spirito in un
dato tempo e paese dev'essere per necessità schematica. Ma, d’altro lato, lo
stesso schema, divenendo oggetto di rappresentazione storica, deve assumere una
vita sua nella mente dello storico. Le idee nei loro tratti salienti, vissute
da diversi spiriti, devono venirvi innanzi vive insieme coi motivi che le
sorressero, articolarsi nelle forme in cui si concretarono, riflettere una
situazione storica: avere insomma, anch'esse, quella individualità che è
proprietà necessaria del fatto storico. A ciò i titoli dei libri, come le
designazioni generiche e le etichette estrinseche, è ovvio, non giovano. Per
meschina che sia, poniamo, la filosofia di un cartesiano d’ Italia, non basterà
dire che egli difendeva Cartesio: bisogna mostrare come lo difendeva, e perché;
quale vita il cartesianismo assumeva in lui, quale propriamente era il suo
cartesianismo. Occorreva, se così può dirsi, che il Maugain esponesse con un
po’ più di simpatia storica la materia del suo dotto studio: perché allora ci
saremmo visto innanzi, non un gran movimento, ma un movimento; non degli
spiriti creatori, ma degli spiriti: quella vita che l’ Italia pensante visse
tra la metà del Sei e la metà del Settecento, l’avremmo pure avuta. Giacché non
bisogna dimenticare che quella stessa che diciamo morte, è tale soltanto in un
senso relativo; non sarà una vita palese, appariscente; sarà una vita segreta,
torpida, e presso che invisibile, e pure condizione e momento di quella che fu
dopo la vita più intensa ed evidente; e senza intendere l’una, non è possibile
giungere all’ intendimento dell’altra. La stasi del periodo studiato dal
Maugain non è il progresso della creazione, ma è pure progresso, se è
preparazione al progresso che seguirà. Noi infatti non potremmo intendere l’
Italia nuova, nutrita dalla cultura europea compenetrata con la tradizione
nostra, quale la troviamo p. e. nella poesia del Foscolo e nell’ Italia tutta
del tramonto del secolo XVIII e degli albori del seguente, se la innestassimo
immediatamente all’ Italia tutta italiana, creatrice in filosofia come in arte,
maestra ancora all’ Europa tutta, e vivente di una vita spirituale sua, del
Cinque e del primo Seicento. L’ Italia dal 1657 al 1750 è l’ Italia che
accoglie il riflusso della cultura europea, su cui ha esercitato ella
precedentemente un’azione storica rinnovatrice: e in questo lavoro di
riassorbimento, che dev'essere ed è anche di reazione (esempio solenne V.), è
la vita sua nuova rispetto al passato. Il senso di questa vita nuova, se non m'
inganno, non c’ è nel libro di Maugain: forse perché esso è un semplice saggio
», che per diventare una vera storia avrebbe bisogno di una ricerca e di una
ricostruzione più profonda e più intima in ogni sua parte. Il secolo del V. è
stato in Italia negli ultimi tempi argomento di studio di molti, che variamente
hanno tentato di scuotere la vecchia tesi di Giuseppe Ferrari, sostanzialmente
giusta benché espressa in formula troppo rigida e contornata da più di un
giudizio paradossale, secondo il gusto di quello scrittore. Tra questi studiosi
merita che qui si menzioni, anche come tipico esempio di quella passione che in
ogni tempo suscitò con le parti stesse misteriose del suo pensiero e della sua
vita Giambattista V. nelle province meridionali, uno scrittore erudito e
ingegnoso, quantunque variamente indulgente alle tendenze di una cultura
dilettantesca: Raffaele Cotugno. Il quale nel 1890 pubblicò un opuscolo su G.
8. V., il suo secolo e le sue opere. E nel 1914 tornò sul tema in un volume *1,
dove raccolse il miglior frutto de’ suoi lungbi studi. CoTUuGNO, La sorte di V.
e le polemiche scientifiche e letterarie dalla fine del sec. XVII alla metà del
XVIII secolo, Bari, Laterza. Da vari decenni infatti egli era vissuto col suo
autore, non solo come studioso e ammiratore intelligente, ma quasi come un
coetaneo ed amico: raccogliendo libri e ricordi rari non solo del V., ma di
quanti ebbero rapporti con lui, o appartennero in qualunque modo allo stesso
mondo, in cui alla fantasia rievocatrice del Cotugno piace vedere e amare il
suo V.; leggeva e rileggeva, e godeva, come amico che torna sempre con piacere
a conversare con l’amico; e gli piace rendersi sempre più familiare non solo il
suo spirito attuale, ma i casi passati della sua vita, e tutti i particolari,
in cui può vagheggiarlo con l'immaginazione. Non giudica, non critica, non
esamina. Tutto ciò che può tornare ad onore dell’amico gli è bene accetto,
ancorché contraddica all’ idea ch'egli se n’ è formato. Il Cotugno plaude di
gran cuore al V. del Croce. V. crociano (come ad alcuno con giudizio affrettato
piacque affermare »)? — Ma che! Esso è la più vasta, profonda, ed il più che sì
poteva, completa esposizione delle dottrine del sublime pensatore la cui anima
nessuno seppe più e meglio [del Croce] comprendere e penetrare ». — E come va
allora che il vostro V. non è quello del Croce ? Come va, per dirne una, che
voi fate del Gravina, in estetica, un precursore del V.; e il Croce invece ha
detto che precursore egli si può dire nel senso che V., riprendendo le medesime
questioni, le risolse in modo perfettamente opposto a quello del Gravina ? E
come non vi siete accorto che, se V. del Croce è il vero V., per la vostra tesi
bisognava cercare nel pensiero contemporaneo e anteriore idee a cui potessero
rannodarsi le dottrine estetiche, gnoseologiche, metafisiche, etiche e
storiche, che sono il V. del Croce ? — Egli è che il culto del Cotugno pel V.
non è un culto critico; e però nulla di strano che, senza andar pel sottile, si
fondano in un’ immagine sola quel V. che egli è uso a vedere e V. esaltato
dallo studio del Croce, ossia dal maggiore studio che ci sia intorno al
pensiero vichiano. Quest’atteggiamento del Cotugno verso il suo autore ha
evidentemente il suo difetto, ma ha anche il suo pregio: e l’uno è inseparabile
dall’altro. Si vuol dimostrare che G. B. V. non era stato un solitario, un
anacronismo tra i suoi contemporanei (che non lo avevano compreso), ma sibbene
una voce de’ tempi, un genio sublime che aveva sintetizzato il suo secolo » 1;
e l’ultimo capitolo, a cui è indirizzata tutta la dimostrazione dei tre
precedenti (i più importanti del volume), e che è intitolato, come tutto il
libro, La sorte di G. B. V., torna a ribadire quello che già si sapeva e s’era
sempre detto, che V. non passò inosservato al suo tempo (tutt'altro !), ma non
fu punto capito. Fu dunque un anacronismo, o no ? Se fosse stato la maggior
voce del suo secolo, tutti i pensatori del tempo avrebbero trovato nella
Scienza Nuova la più profonda espressione del loro stesso pensiero, la soddisfazione
più adeguata ai loro maggiori bisogni spirituali. Ciò che anche il Cotugno
documenta che non avvenne. Non solo pertanto egli dimostra ciò che ormai non ha
più bisogno di esser dimostrato; ma pare creda di dimostrare il contrario. Lo
stesso difetto di critica nel primo capitolo del libro, dove l’autore si rifà
dal Medio Evo e dalle contese d’allora tra Chiesa e Stato e dalla Scolastica,
per venire al risorgimento filosofico e al rinnovamento sperimentale delle
scienze: il tutto per cenni che son troppo e troppo poco agl’ intenti del
libro. Lo stesso difetto nella indeterminatezza di molti giudizi particolari;
ma sopra tutto nella incompiutezza delle citazioni: che sono un accessorio, ma
un accessorio di non piccolo interesse in un libro come questo. Il quale
raccoglie attorno al V. una messe 10. c., p. v. copiosa di notizie dirette su
uomini e libri oscuri e non facilmente reperibili, né pur nelle biblioteche
napoletane, intorno alla cultura scientifica, filosofica, letteraria, giuridica
dell’ambiente in cui V. formò la sua; e in cui bisogna perciò rivivere col V.,
chi voglia intenderne pienamente la concreta mentalità. È il mondo stesso della
sua mirabile Autobiografia, che è già essa una guida attraverso lo svolgimento
progressivo del pensiero vichiano, ma ricercato e rifrugato in tutti gli
angoli, in cui posò o passò la faccia malinconica e meditabonda del filosofo,
concentrato bensì nel suo pensiero, ma non sì, com’ è naturale, che non si
guardasse intorno, e non ne risentisse sempre nuovi stimoli all’originalità
delle sue idee. Malgrado tutto, gli studiosi si gioveranno molto del nuovo
libro del Cotugno, che porta molte aggiunte e rettifiche all’ opera del
Maugain; e gli sapranno anche grado di un curioso documento inedito di cui, per
comunicazione dello stesso Cotugno, aveva dato notizia il Croce nelle note
all’Autobiografia, ma che dal Cotugno è integralmente pubblicato nell’appendice
del suo volume: contenente una minuta relazione dell'ultima disgrazia toccata
al povero V., dopo morte, per le strane e villane gelosie della confraternita
laica, a cui era ascritto, e che ne avrebbe dovuto curare perciò il
seppellimento; e invece, dopo aver costretti i professori universitari,
recatisi in forma ufficiale e solenne alle esequie, a ritirarsi, abbandonò il feretro
nel cortile in cui era stato intanto calato, per nuove contestazioni di
prerogative col parroco. La sorte avversa non gli dava requie né pur dopo
morte! Della prima fase di una filosofia si può parlare, com’ è ovvio, in un
senso relativo; perché questa fase, per prima che sia, suppone un processo già
avviato, di cui non sarebbe possibile assegnare l’ inizio assoluto; né è così
chiusa in se stessa, da potersi nettamente distinguere da quelle che le
succederanno; e le succederanno con una continuità di processo, che costituisce
l’unità assoluta, solo astrattamente divisibile, del sistema nel suo storico
svolgimento. Il primo momento di una filosofia può, dunque, essere soltanto
quella forma, nella quale noi possiamo conoscerla attraverso i documenti più
antichi, che di fatto ne possediamo: forma da studiarsi e definirsi per quello
che possiamo sapere anticipatamente che essa fu: ossia come germe o avviamento
del pensiero ulteriormente svolto nella coerenza maggiore e quindi nel
significato più profondo che l’autore seppe conferire al sistema delle proprie
idee. Ogni germe si conosce infatti dal frutto. Del V. gli studiosi conoscono
soltanto due filosofie, o due momenti più rilevanti della sua filosofia: il
primo dei quali è rappresentato dalla orazione De nostri temporis Studiorum
ratione (18 ottobre 1708), dal libro De antiquissima Italorum sapientia, e
dalle due Risposte che V. oppose alle critiche mosse a questo suo libro dal
Giornale dei letterati d’ Italia: il secondo, iniziato nel 1720 col De universi
iuris uno princidio et fine uno, si spiega nel lungo laborioso processo della
Scienza Nuova, tante volte redatta o rimaneggiata, come si vedrà, e la cui
ultima edizione venne in luce nell’anno stesso della morte del filosofo. Lo
stesso V., ricostruendo nella Autobiografia lo svolgimento del proprio
pensiero, fa cominciare dal 1708, dall’orazione sul metodo degli studi de’ suoi
tempi, la storia della propria filosofia. Prima sentiva di non aver ritrovato
se stesso. Dal 1693 in poi era venuto pubblicando versi e orazioni rettoriche
1. Dal ’99, come professore di rettorica, aveva’ letto quasi tutti gli anni
l’orazione inaugurale nell’università di Napoli, usando proporre universali
argomenti, scesi dalla metafisica in uso della civile »°. E nell’Autobiografia,
dopo aver riferito sommariamente gli argomenti di quelle sue orazioni, fino al
1707, dice: Fin dal tempo della prima orazione..., e per quelle e per tutte
l’altre seguenti e più di tutte per queste ultime, apertamente si vede che V.
agitava un qualche argomento e nuovo e grande nell'animo, che in un principio
unisse egli tutto ilsapere umano e divino)»; cioè il principio di una filosofia
ciceronianamente intesa dal nostro professore di rettorica come rerum divinarum
et humanarum scientia; ma tutti questi da lui trattati ne eran troppo lontani.
Ond’egli godé non aver dato alla luce queste orazioni, perché stimò non doversi
gravare di più libri la repubblica delle lettere, la quale per la tanta lor
mole non regge; e solamente dovervi portare in mezzo libri d’ importanti
discoverte e di utilissimi ritrovati ». I Anzi fin al 1699 egli s'era illuso
d'essere molto più un poeta che non un filosofo. Cfr. F. NicoLINI, Per la
biografia di G. B. V., puntata I, Firenze, 1925 (estr. dall’Arch. stor. ital.),
p. 59. 2 L’Autobiografia, il carteggio e le poesie varie a cura di CROCE, Bari,
Laterza (vol. V delle Opere, a cura di B. Croce, G. Gentile, e F. Nicolini,
nella collezione degli Scrittori d’ Italia. Da quest'Autobiografia, quando non
sia altrimenti avvertito, sono tolti tutti i luoghi e le parole del V. riferite
qui appresso nel testo. Così, nel 1725, V. rifiutava le sue orazioni scritte
tra il 1699 e 1l 1707. Ma sei anni dopo rifiutava non solo i due libri del
Diritto Universale, ma anche, salvo tre soli capitoli, la prima Scienza Nuova,
scrivendo in una prefazione a una nuova edizione della seconda: Né già questo
dee sembrare falso a taluni, che noi, non contenti de’ vantaggiosi giudizi da
tali uomini [quali Giovanni Le Clerc] dati alle nostre opere, dopo le disappruoviamo
e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma venerazione e
stima che noi facciamo di tali uomini, anzi che no. Imperciocché i rozzi ed
orgogliosi scrittori sostengono le lor opere anche contro le giuste accuse e
ragionevoli ammende d’altrui; altri, che, per avventura, sono di cuor picciolo,
s'tempiono de’ favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più
s’avvanzano a perfezionarle. Ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno
ingrandito l’ animo di correggere, supplire ed anco in miglior forma di cangiar
questa nostra » *. V., autodidatta, com’egli si compiaceva di affermarsi *, fu
tormentato tutta la vita dall’assillo dei grandi autodidatti; i quali si
trovano quasi d’un tratto, con la cultura personale e tutta propria raccolta
nel loro cervello, a cozzare con quella dei contemporanei; e mal riescono ad
orientarsi, e con fatica e con pentimenti continui e smarrimenti penosi s’
incamminano per la propria via. Sempre scontenti di se medesimi, travagliati da
un bisogno incessante di chiarire il proprio pensiero, porre in termini più
netti i loro problemi, trovarne soluzioni più adeguate: impotenti a guardare
con un solo sguardo la realtà, a volta a volta diversa secondo che la mirano
quale essi avevano imparato per loro conto a vederla, o sì pro Scienza Nuova,
ed. Nicolini, p. 10. bi Va forse con una certa esagerazione: cfr. NICOLINI, Per
la bdiografia di G. B. V., puntata II. DI vano a mirarla qual’ è per i
contemporanei: fluttuanti, quindi, con l'animo tra due mondi, che gl’ ingegni
più vi- gorosi si sforzeranno tutta la vita di unificare. V. sentì tragicamente
questa legge della sua cultura; e ne fu, fino a un certo punto, la vittima,
poiché alla chiarezza delle idee, che covavano nella sua mente, egli non
pervenne mai, benché vi lavorasse, con eroica costanza, per più di un quarto di
secolo, se non tutti gli anni quarantaquattro, che visse nel sec. XVIII; e si
può dire che tutto il suo pensiero sia rimasto dentro di lui allo stato di
gestazione. Gestazione dolorosa ! Il maggior corso di studi, comegli stesso ci
fa sapere, lo fece da sé nei nove anni (1686-1695) * pas- sati a Vatolla, in
quel di Salerno, piccola terra di poche centinaia d’abitanti, dove attese alla
istruzione dei figli del marchese Domenico Rocca: cioè dai diciotto ai venti-
sette anni di sua vita, lontano, a suo dire?, da ogni moto di cultura viva,
com'era allora quella di Napoli, sotto l’ in- flusso della scuola galileiana, e
poi di Gassendi e di De- scartes. Quando V. ne partì, era avviato per gli studi
giuridici; e in giurisprudenza egli afferma 3 d’aver dovuto istituire i figli
del Rocca. Aveva bensì, ben per tempo, mostrato in che modo di siffatti studi
avrebbe potuto far I Questa la data assegnata ora al soggiorno vatollese dal
NICOLINI, Per la biografia cit., puntata II. 2 A suo dire », giacché ora gli
studi di DONATI (Auto- grafi e documenti vichiani inediti 0 dispersi, Bologna,
Zanichelli, 1921, 38 sgg.), e, ancor più, quelli del NicoLINI (Per la biografia
cit., pun- tata II), hanno mostrato che il così detto novennio vatollese » fu
intramezzato da parecchie e non brevi dimore a Napoli e a Portici, e che anzi,
forse, durante quei nove anni, V. dimorò più a Napoli che non a Vatolla. 3
Anche quest'altra affermazione dell’Autobiografia è revocata in dubbio e con
buone ragioni, dal NicoLINI (Per la biografia cit., pun- tata II), secondo il
quale V. sarebbe entrato in casa Rocca come aio; e, soltanto negli ultimi tempi
del suo soggiorno in quella casa, avrebbe data qualche lezione di
giurisprudenza all’ultimo figliuolo del Rocca (Saverio). pascolo della sua
mente: poiché in essi aveva portato un abito mentale, di analisi e di
penetrazione speculativa, che della giurisprudenza doveva fare semplice materia
di ri- flessione filosofica. Il giovinetto aveva avuto a maestro un gesuita
nominalista, il quale lo aveva spinto allo studio delle Summule di Pietro
Ispano e di Paolo Veneto: e se l'ingegno ancor debole da reggere a quella
specie di logica Crisippea (come rifletteva più tardi lo stesso V.) si smarrì,
si stancò e abbandonò l’ impresa, da quella di- sfatta dovette restargli una
natural ripugnanza a tale ma- niera di filosofare, tutta astratta, artificiosa
e formale, propria dei terministi. E se un qualche profitto ne ricavò, non poté
essere altro che negativo: il senso forse della va- nità di una filosofia che,
staccati i concetti dalla realtà, e perduto perciò ogni intimo contatto con la
verità, si riduce a giuocare con la combinazione de’ suoi concetti; un senso di
scetticismo, che gli s’ insinuò allora nell'animo, e non poté esserne snidato
dagli studi di filosofia poco stante ri- presi e continuati sotto la guida d’
un altro gesuita, uomo di acutissimo ingegno, scotista di setta, ma zenonista
nel fondo » :. Presso costui V. ricorda com’egli apprendesse con piacere che le
sostanze astratte hanno più di realtà che i modi del maestro nomi- nalista. Lo
scotista lo trattenne a lungo nella metafisica dell’ente e della sostanza, e lo
invogliò poi a studiarsi da sé le Disputationes metaphysicae di Suarez, su cui
V. passò un intero anno. Perché, posta pure la realtà delle sostanze astratte,
chi assicurerà l’animo invaso una I Zenonismo è la filosofia dal V. attribuita
a Zenone nel De an- liquissima: specie di monadismo dinamico, qui attribuito
allo sco- tista perché questi doveva spiegare la realtà fisica con principii
meta- fisici. Ma intorno al significato di questo zenonismo » nella filosofia
del tempo, vedi il pregevole studio di GIovaNNI Rossi, V. ne' tempi di V.: La
cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica del 1907,015-7. 24 STUDI VICHIANI
volta dallo scetticismo, che le nostre idee siano identiche a quelle astratte
sostanze ? Sulla via della speculazione della sostanza, aperta da Suarez, si
misero pure i grandi padri della filosofia moderna, Cartesio e Spinoza !: e
riu- scirono a una metafisica che è una matematica, ossia a una costruzione
della realtà meramente pensata, o sol- tanto possibile, come cominciò ad
avvertire Leibniz; di contro alla quale Kant trovò giustificabile lo
scetticismo di Hume. Comunque, nutrito di studi siffatti, non poteva il V.
acconciarsi alle lezioni del giurista, dal quale man- dollo poi il padre ?:
tutte ripiene di casi della pratica più minuta dell'uno e dell’altro fòro e dei
quali non ve- deva i principii, siccome quello che dalla metafisica aveva già
incominciato a formare la mente universale a ragio- nar de’ particolari per
assiomi o sien massime ». Sì di- stolse quindi anche da quella scuola, e prese
a studiare da sé le Istituzioni civili del Vulteio e le Canoniche del Canisio.
E qui, specie nel Vulteio, si trovò a suo genio. Sentiva un sommo piacere in
due cose: una in riflettere, nelle somme delle leggi, dagli acuti interpetri
astratti in massime generali di giusto i particolari mo- tivi dell’equità,
ch’avevano i giureconsulti e gli impera- tori avvertiti per la giustizia delle
cause: la qual cosa l’affezionò agl’interpetri antichi, che poi avvertì e giu-
I V. CARL LupEWIG, Die Substanztheorie bei Cartesius im Zusammenhang mit der
scholastischen und neueren Philosophie, Fulda, 1893; FREUDENTHAL, Spinoza und
die Scholastik, in Philos. Aufsdtze Eduard Zeller gewidmet, Leipzig, 1887 e una
recens. in Zettschr. f. Philos. u. philos. Krit., t.
CVI,113-15; L. BRruNSCHVvICcG, La révolution cartésienne et la notion
spinoziste de la substance, in Revue de métaphys. et de morale, sept. 1904; G.
TH. RICHTER,
Spinozas philos. Terminologie historisch u. immanent Rkritisch untersucht, I
Abth. Leipzig, Barth, 1913; e
le mie note all’ Etica, Bari, Laterza, 1914. 2 Francesco Verde. Sul quale, sul
suo insegnamento e sul tempo in cui V. frequentò la sua scuola privata (1684),
vedere ora NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I,44 Sg8., 54 S88. dicò
essere i filosofi dell’equità naturale; l’altra, in osservare con quanta
diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi, de’
decreti del Senato e degli editti de’ pretori, che interpetrano: la qual cosa
il conciliò agl’ interpetri eruditi, che poi avvertì ed estimò essere puri
storici del dritto civile romano » 1. Non Vultelo, dunque, e i giureconsulti
romani furono il suo nutrimento spirituale; ma quella filosofia e quella storia
o filologia, che egli costruiva per mezzo di essi; né la nozione giuridica del
diritto era materia del suo sommo piacere, ma quello che egli vedeva o poneva
in questo diritto con la tendenza astrattiva di uno scotista, con la
sottigliezza filologica di un terminista e di un secentista (poiché, secondo
l’andazzo dei tempi, anch'egli era solito spampinare nelle maniere più corrotte
del poetare moderno, che con altro non diletta che coi trascorsi e col falso »
e della poesia s’era fatto un esercizio d’ ingegno in opere di argutezza »). La
giurisprudenza diventava occasione o materia indifferente a trovare nelle
determinazioni dello spirito umano i principii, i concetti fondamentali, le
sostanze reali, in cui per lo scotismo si risolve tutto il reale, e a
tormentare le parole, in cui tutte le determinazioni dello spirito pigliano
corpo, per farne sprizzare fuori l’anima, il senso riposto. Che era un primo
avviamento del problema vichiano della constantia iurisprudentiae come
constantia philosophiae et constantia philologiae, e della Scienza nuova come
scienza a un tratto del vero e del certo. I Questo il racconto
dell’Autobiografia (1728); alla quale continuo ad attenermi, quantunque il
NicoLINI sospetti essa sia, a siffatto proposito, anacronistica, e cioè che V.
(in perfetta buona fede, s' intende), abbia intruso, in quella che fu
l’effettiva forma mentale dei suoi diciotto anni, parecchio dell’esperienza
spirituale di chi aveva già scritta la prima Scienza Nuova (1725): cfr. Per la
biografia cit., puntata I.] Intanto con questo mondo filosofico, in cui il
giovanetto si chiudeva, attraverso lo studio del diritto si poneva la realtà
che doveva essere oggetto della sua filosofia. Il mondo del diritto è un mondo
umano, creato dalla volontà. Dentro di esso la natura non si vede; né V. poteva
trovarvela. Approfondendone la conoscenza, come fece nei suoi studi di Vatolla,
doveva necessariamente imbattersi nella volontà, nello spirito come libertà.
Profondando, eglici dice, lo studio delle leggi e dei canoni, al quale lo
portava l’obbligazione contratta col Rocca, in grazia della ragion canonica
inoltratosi a studiar de’ dogmi, si ritrovò poi nel giusto mezzo della dottrina
cattolica d’ intorno alla materia della grazia »; e gli accadde di conoscere e
appropriarsi tale dottrina per l'esposizione di un teologo che faceva vedere la
dottrina di sant'Agostino posta in mezzo, come a due estremi, tra la
calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che o all’una di queste due o
all’altra sì avvicinano ». Posizione, che servì poi al V., secondo egli stesso
dichiara, a spiegare storicamente (umanamente) le origini del diritto romano ed
ogni altra forma di civiltà gentilesca, senza contraddire alla sana dottrina
della grazia; che fu perciò, possiamo dire, il primo nucleo del suo concetto
della Provvidenza, che è l’arbitrio umano accertato e determinato dal senso
comune *: una volontà, non immediata, generica, astratta, ma determinata e concreta
attraverso la storia, nel cui corso razionale si realizza una volontà superiore
a quella dell’ individuo, un fine in cui si risolvono i fini particolari dei
singoli uomini: la grazia. Ma questa unità di divino e di umano, se è
un'esigenza della posizione media tra calvinismo e pelagianismo (astratta
posizione della grazia o volontà divina, e quindi negazione della umana; ed
astratta posizione della volontà I S. N., dign.] umana, e quindi negazione
della divina), ha bisogno, com'è facile intendere, di maturare per divenire un
concetto !. Intanto V. non dissocia lo studio del pensiero da cui discende il
diritto, dallo studio delle parole, in cui il diritto vive. Le Eleganze del
Valla lo rimandano a Cicerone. Studia Virgilio e Orazio; e questi lo disgustano
del secentismo, e gli fan cercare Dante, Boccaccio e Petrarca =. Orazio gli fa
osservare che la suppellettile più ricca alla poesia è fornita dalla lettura
dei filosofi morali. E studia l’etica aristotelica, che gli mostra il
fondamento del diritto romano essere nella ideale giustizia, di cui parla il
filosofo, architetta nel lavoro delle città. Dalla morale così intesa si volge
alla metafisica di Aristotele; ma questa non gli spiega la ragione del giusto
ideale. Perché ? Allora non sapeva rendersene conto. Passò a Platone; e vi
trovò il fatto suo, perché vi ebbe una metafisica, in cui la realtà è pura
idea: che era ciò che egli, l’alunno dello scotista e lettore di Suarez, andava
cercando, per non cadere, rispetto all’ idea della giustizia o giustizia ideale,
nel nominalismo. Nell’Autobiografia spiega perché alla sua morale trovò il
fondamento in Platone e non in Aristotele, dando delle due dottrine la seguente
caratteristica: Perché la metafisica d'Aristotele conduce a un principio
fisico, il quale è materia, dalla quale si educono le forme particolari, e si
fa Iddio un vasellaio che lavori le cose fuori di sé; ma la metafisica di
Platone conduce a un principio metafisico, che è lor idea eterna, che da sé
educe e crea la 1 Vedi in proposito qui appresso il cap. IV: Dal concetto della
grazia a quello della Provvidenza. 2 Così l’Autobiografia. Ma a determinare il
passaggio del V. dal Secentismo al purismo trecentesco concorse moltissimo,
sebbene egli non lo dica, l'influsso di Leonardo di Capua. Cfr. NicoLINI, Per
la biografia cit., puntata III. materia medesima, come uno spirito seminale che
esso stesso si formi l’uovo ». Dove non è propriamente definita né la
metafisica di Aristotele, né quella di Platone. L’ Iddio aristotelico che pensa
se stesso, è troppo pago di sé perché possa fare questo mestiere del vasellaio,
che tragga le forme dalla materia. Tutte le forme le ha in sé; e quindi anche
quella della giustizia. D'altra parte, l’ idea, che è l’ente, per Platone, ha
fuori di sé la materia, che è il non-ente, e non può edurla quindi da sé.
Questo platonismo polemizzante con Aristotele non è filosofia platonica, ma
posteriore ad Aristotele, neoplatonica. E più in là, dove V. accenna allo
studio della fisica gassendiana e cartesiana da lui potuto fare in quello
stesso torno di tempo, a Vatolla, su Lucrezio e sui Fundamenta physicae del
Regio, dice esplicitamente che queste fisiche gli erano come divertimenti dalle
meditazioni severe sopra i metafisici platonici » 1. E altrove ricorda i
Marsili Ficino, i Pico della Mirandola, e lamenta che i letterati napoletani,
che dianzi volevano le metafisiche chiuse nei chiostri, poi per la moda
cartesiana avessero preso a tutta voga a coltivarle, non già sopra i Platoni e
i Plotini coi Marsili, onde nel Cinquecento fruttarono tanti gran letterati, ma
sopra le Meditazioni di Renato delle Carte ». I Anche a codesto proposito,
l’Autobiografia, secondo il Nicolini, è anacronistica. Antigassendiano e
soprattutto anticartesiano, V. secondo lui, fu soltanto dal 1710 in poi. Nella
sua gioventù,invece, anch'egli partecipò all'’ammirazione dei suoi amici e
concittadini per Lucrezio (sul quale è da vedere un suo importante giudizio in
Opere, ediz. Ferrari, VI, 138, e cfr. Croce, Filos. di G. B. V.2, p. 203); e,
pur con riserve in fatto di estetica (comuni, del resto, al Caloprese e agli
altri cartesiani napoletani) fu anch’egli per non pochi anni, cartesiano.
Vedere al riguardo NIcOLINI, Per la biografia, puntata III. Aggiungo per
curiosità che le opere di ARISTOTELE furono studiate dal V. in un esemplare
della magnifica edizione giuntina del 1550 sgg., il quale, serbato Oggi dalla
famiglia Ventimiglia di Vatolla, reca ancora l’ex libris del convento di Santa
Maria della Pietà di quella terra. E quell’edizione reca appunto il gran commento
» di Averroè. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II. L’aristotelismo
rifiutato dal giovane V. era dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era
ridotto in Averroè !; il platonismo da lui abbracciato è il monismo
emanatistico di Plotino così strettamente affine a quello del De la causa di
Bruno 2. Lo spirito seminale è il Xyog otepuatimnòe O tvebpa orsppatixòv: quei
spiritalia et vIvifica semina, onde, secondo il Ficino, l’anima del mondo,
emanazione di Dio e vita vitarum, avviverebbe la natura. Punto di capitale
importanza nella storia del pensiero di Giambattista V.. Dal neoplatonismo egli
dovette ricevere un forte impulso ad approfondire il concetto agostiniano della
grazia come mediazione della volontà umana I Cfr. Autob., p. 11: La metafisica
non lo aveva soccorso per gli studi della morale, siccome di nulla soccorse ad
Averroè....» e p. 19: Ne’ chiostri.... era stata introdotta fin dal sec. XI la
metafisica d’Aristotile, che quantunque per quello che questo filosofo vi
conferì del suo ella avesse servito innanzi agli empi averroisti....». Qui
risuona l'eco della polemica di Marsilio Ficino contro l’averroismo. Un
ravviÌcinamento del pensiero vichiano a quello del Ficino fece già F. DE
SANCTIS, St. d. letter. ital., ed. Croce. Bari, Laterza, 1912, II, 290-1; e poi
meglio K. WERNER, G. B. V. als Philosoph und gelehrter Forscher, Wien,
Braumiiller, 1881,8-9; per cui cfr. FLINT, V., Edimburgh a. London, 1884,74-5,
128-9. In una recensione della prima edizione di questi studi un critico della
Civiltà Cattolica, quaderno del 5 febbraio 1916, osservava che se V. nella
pref. al Diritto Universale dice che Aristoteles in Ethicis doctrinae civilis
principia vecte aut a divina philosophia esse repetenda: namque haec
metaphysices argumenta Philosophi alteram philosophiae partem statuebant, et ‘
verum divinarum * nomine significabant »: da ciò appare come V. non avesse
nella prima fase de’ suoi studi rifiutato, secondo vorrebbe il Gentile,
l’aristotelismo, quasi dualismo rigido, a cui esso si era ridotto in Averroè ».
Ma io avevo detto: L'aristotelismo rifiutato dal giovane V. era dunque quel
dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè ». Dunque, non io avevo
affermato che V. avesse respinto l’ aristotelismo: questo lo dice esso V.. Io
dicevo invece che, sotto nome di aristotelismo, V. aveva respinto l’averroismo.
Questo è nomato da’ Platonici fabro del mondo [cfr. il fabbro del mondo delle
nazioni di V.].... Plotino lo dice padre e progenitore, ed è il prossimo
dispensator de le forme. Da nol si chiama artefice interno, perché forma la
materia e la figura da dentro, come da dentro del seme o radice manda ed
esplica lo stipe; da dentro lo stipe cacci i rami» ecc. Così G. Bruno, De la
causa, in Opere italiane, ed. Gentile, I2, 179, e cfr. De minimo, I, 3, in
Opera latine conser, I, III, 142. 3 e della divina, e attingere il primo
bisogno dell’immanenza del divino nella natura e nella storia. Una pagina della
Theologia Platonica (IV, I) del Ficino dovette fermare certamente la sua
attenzione, poiché un’eco ne risuona, molti anni dopo, nelle teorie
fondamentali del De antiquissima e della stessa Scienza Nuova; e merita esser
riletta. | Proinde si ars humana nihil est aliud quam naturae imitatio quaedam,
atque haec ars per certas operum rationes fabricat opera, similiter efficit
ipsa natura, et tanto vivaciore sapientioreque arte, quanto efficit efficacius
et efficit pulchriora. Ac si ars vivas rationes habet, quae opera facit non
viventia, neque principales formas inducit, neque integras, quanto magis putandum
est vivas naturae rationes inesse, quae viventia generat, formasque principales
producit et integras ! Quid est ars humana? Natura quaedam materiam tractans
exstrinsecus [cfr. il vasellaio del V.]. Quid natura ? Ars intrinsecus materiam
temperans, ac si faber lignarius esset in ligno. Quod si ars humana, quamvis
sit extra materiam, tamen usque adeo congruit et propinquat operi faciundo, ut
certa opera certis consummet ideis, quanto magis ars id naturalis implebit,
quae non ita materiae superficiem per manus aliave instrumenta exteriora
tangit, ut geometrae anima pulverem, quando figuras describit in terra, sed
perinde ut geometrica mens materiam intrinsecus phantasticam fabricat. Sicut
enim geometrae mens, dum figurarum rationes secum ipsa volutat, format imaginibus
figurarum intrinsecus phantasiam, perque hanc spiritum quoque phantasticum
absque labore aliquo vel consilio, ita in naturali arte divina quaedam
sapientia per rationes intellectuales vim ipsam vivificam et motricem ipsi
coniunctam naturalibus seminibus imbuit, perque hanc materiam quoque facillime
format intrinsecus. Quid artificium ? mens artificis in materia separata. Quid
naturae opus ? naturae mens in coniuncta materia. Tanto igitur huius operis
ordo similior est ordini qui in arte est naturali, quam ordo artificii hominis
arti; quanto et materia propinquior est naturae quam homini, et natura magis
quam homo materiae dominatur. Ergo dubitabis certorum operum certas in natura
ponere rationes ? Imo vero sicut ars humana quia superficiem tangit materiae,
et per contingentes fabricat rationes, formas similiter solum efficit
contingentes, é sic naturalem artem, quia formas gignit sive eruit
substantialis ex materiae fundo, constat funditus operari per rationes
essentiales atque perpetuas !. E si riscontri quest'altro luogo dello stesso
Ficino nel suo Commento al Parmenide platonico: Cum enim nos per cognitionem
non simus authores rerum, nulla forsan est ratio quare percipiamus eas, nisi
proportio quaedam; cum vero divina scientia sit causa prima rerum, non ideo res
cogniturus est Deus, quia congruat cum natura rerum, sed ideo cognoscit quoniam
ipse est causa rerum. Qui, cognoscendo se ipsum principium omnium, omnia statim
et cognoscit et facit ?. Nella tradizione platonica italiana questa equazione tra
conoscere e fare rimase un punto fermo, e fu ripetuta talvolta come un luogo
comune anche da filosofi che non fecero poi su questo concetto tanta attenzione
da sentire il bisogno di svilupparlo e connetterlo intimamente con le altre
loro dottrine. Così nel trattato De arcanis aeternitatis di G. Cardano
s'incontra una chiara formulazione della stessa dottrina vichiana, quantunque
lasciata lì senza svolgimento e senza rilievo. Il Cardano dice: Anima humana in
corpore posita substantias rerum attingere non potest, sed in illarum
superficie vagatur sensuum auxilio, scrutando mensuras, actiones, similitudines
ac doctrinas. Scientia vero mentis, quae res facit, est quasi ipsa res, velut
etiam in humanis scientia trigoni, quod habeat tres angulos duobus rectis aequales,
eadem ferme est ipsi veritati: unde patet naturalem scientiam alterius generis
esse a vera scientia in nobis 3. E non avrà letto V. questa pagina del Cardano
? Egli non cita mai né Bruno, né Campanella. Ma non è Ficino, Opera, Basilea,
1561, t. I, p. 123. 2? Comm. in Parm., c. 32, in Opera, II, 1149. 3 Tract. de
arc. aetern., c. 4. Cfr. FIORENTINO, B. Telesio, I, 212. meraviglia, chi pensi
ai suoi profondi scrupoli religiosi. Che egli tuttavia, con quella sua
insaziabile curiosità, che gli faceva cercare ogni sorta di libri, non leggesse
anche di questi filosofi famosi ancorché esecrati quel che trovava nella
biblioteca del Valletta, a lui, come sappiamo di sicuro, ben nota :, non è
credibile. Ora in quella biblioteca sì conservava (e si conserva tuttavia nella
Biblioteca dei Gerolamini, dove i libri del Valletta passarono) l’esemplare
della Scelta d’alcune poesie filosofiche di Settimontano Squilla cavate da’
suoi libri detti La Cantica con l’esposizione, stampato l'anno MDCXXII » che
era stato usato e corretto dall'autore medesimo. Ed era libro che il Valletta
non solo possedeva, ma aveva letto? egli stesso, e poteva perciò aver avuto
egli stesso occasione di additare all'amico filosofo e gran divoratore di
libri. In quelle Poesîe V. poté leggere i seguenti versi: Ma lo Senno Primero
che tutte cose feo tutte è insieme, e fue; né per saperle, in lor si muta Deo,
S’egli era quelle già in esser più vero. Tu, inventor, l’opre tue sai, non
impari; e Dio è primo ingegniero. I Autob. ed. CROCE,41, 113, 192. È anzi tanto
più sicuro che con la biblioteca Valletta V. avesse familiarità fin dai suoi
primi studi, in quanto il Valletta appunto, ch'egli aveva conosciuto nella sua
puerizia, fu uno dei suoi primi protettori e colui che lo indusse a porre a
stampa le sue prime poesie: cfr. NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I,30
sgg., e puntata III. 2 [Cfr. infatti L. AMABILE, Il Santo Officio della
Inquisizione in Napoli, Città di Castello, 1892, II, 67 n. 1. E come la Scelta
di poesie, così il Valletta possedeva e aveva lette altre opere del Campanella.
Ho ricevuto »,scriveva, per es., in una sua lettera inedita al Magliabechi,
serbata nel magliabechiano segnato VIII, 1090, ho ricevuto l’ Incredulo senza
scusa del p. SEGNERI, dove ho lette molte cose riportate dal padre CAMPANELLA
nel suo Afeismo trionfato....». (Comunicazione di F. NICOLINI)}. Dio primo
ingegniero » è frase che infatti si ritroverà nello stesso V. !. Il quale,
nell'esposizione degli stessi versi, poté trovare che Dio è il primo ingegniere
avanti la Natura; però sa il tutto; l’ insegna e non l’ impara »?. E in altro
luogo3 dell’esposizione: Se l’alma non sa come s’ è fabbricato il corpo, né
come fece tante membra a tanti usi, né come si frena il calore etc., è segno
ch’essa non fece il corpo»n4. Da questa dottrina neoplatonica non è dubbio che,
quando l’avrà covata nel suo cervello e fecondata di sue osservazioni, V.
trarrà l’opposizione scettica della gnoseologia del De antiquissima tra il
sapere divino che è formazione intrinseca della natura, e il sapere umano che è
la formazione estrinseca e superficiale, di cui parla il Ficino 5; ma trarrà
anche la sua intuizione dinamica o, I De antiquissima, in Opere I, 179, e
Vindiciae, in Opere, ed. Fer. rari, IV, 309-310. ® CAMPANELLA, Poeste, ed.
Gentile, p. 33. 3 O. c.. 4 Niun dubbio, io credo, che al V. doverono esser note
anche altre opere del Campanella, e che meriti di essere studiato il problema
delle suggestioni che dové riceverne. Alle osservazioni di A. SARNO,
(Campanella e V., nel Giornale critico della filosofia ital., IV, 1924, p. 137)
altre importanti ce ne sarebbero da aggiungere. Cfr. il mio G. Bruno e il
pensiero del Rinascimento?, Firenze, Vallecchi, 1925, p. 276. Aggiungo qui un
riscontro alla dottrina vichiana della Provvidenza relativa alla eterogenia dei
fini. Campanella (nella Città del sole ed. Kvaéala, p. 65) dice: Però gli
spagnoli trovaro il resto del mondo, benché il primo trovatore fu il Colombo
nostro genovese, per unirlo tutto a una legge; e questi filosofi saranno
testimoni della verità eletti da Dio; e si vede che noi non sappiamo quello che
facemo, ma siamo instrumenti di Dio: quelli vanno per avarizia di danari
cercando nuovi paesi, ma Dio intende più alto fine. Il sole cerca struggere la
terra, non far piante e uomini; ma Dio si serve di loro: in questo sia laudato
». Cfr. ed. Paladino, p. 59. 5 La derivazione neoplatonica di questa dottrina
vichiana è ormai riconosciuta. Vedi Croce, Fonti della gnoseologia vichiana, in
Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti ecc., Bari, Laterza, 1913,250-I.
GIAN PaoLo ricorda anche lui questo concetto del conoscere come fare,
attribuendolo agli scolastici: So wie nach den Scholastikern Gott alles
erkennt, weil er es erschafft, so bringht das Kind nur ins geistige Erschaffen
hinein; die Fertigkeit des erkennden Aufmerkens folgt dann von selber »:
Levana, $ 131. Ma si tratta di una vaga reminiscenza. com’egli, confondendo in
uno Zenone d’ Elea con quello di Cizio, userà dire, zenonistica !: che è vero e
proprio panteismo. E quell’opposizione, se dapprima potrà dar luogo allo
scetticismo della metafisica vichiana, più tardi renderà possibile la profonda
concezione — che è la scoperta di V. — della scienza del mondo umano, 0, com’ è
stato detto, della metafisica della mente. Giacché, una volta ammesso il
concetto neoplatonico, svolto anch'esso dal Ficino ?, che Deus omnia agit et
servat, et in omnibus omnia operatur, poiché causae rerum sequentes Deum nihil
agunt absque virtute actioneque divina, Dio, immanente nell’operare di una
natura esterna a noi, sarà fuori di noi (onde la nostra conoscenza della natura
non potrà aver verità); ma Dio immanente nella volontà umana sarà I Nell’
Autobiografia, nel De antiquissima, nella Sec. risposta al Giorn. d. letterati
V. parla indifferentemente di Zenone e della sua scuola (de Zenone eiusque
secta, Zenonii) e di Zenone e degli stoici, mostrando perciò di unificare i due
Zenoni. E Znv@vetot in Dio. L., VII, 5 son detti gli stoici. La dottrina di
Zenone, che V. dice malamente riportata e combattuta da Aristotele (nel VI
della Fisica), è la celebre aporia dell’ Eleate intorno alla molteplicità, dove
si arresta la divisione del continuo a quel minimo, che egli poi dimostra non
potersi insieme non concepire come massimo. Ma la ricostruzione che V. stesso
nella Sec. risposta $ 4 dà della sua interpretazione dei punti metafisici (che
parrebbero questi minimi), risalendo ai numeri zenoniani-pitagorici, è
fantastica. Realmente egli aveva contaminato il concetto dell’ Eleate con la
dottrina stoica, ed il dinamismo del De antiquissima è di origine stoica. Si
chiamino punti metafisici i X6yot orepuatixot, e la metafisica di V. avrà la
sua base nello stoicismo. Con la cui rpévota, quale si ritrova nei
neoplatonici, da Plotino (Enn. III, 2, 3) a Ficino (7A. pI. II, 13), dovrebbe
pure essere messa in relazione la Provvidenza della Scienza Nuova. Ma non mi
par dubbio che al V. lo stoicismo perviene attraverso i neoplatonici. E mi par
degno di nota che la polemica vichiana contro il concetto della divisione all’
infinito opposto da Aristotele a Zenone (De ant. c. IV, $ 2) si riscontra
puntualmente con quella che contro lo stesso concetto aveva rivolta fin dal
1591 il Bruno nel De triplici minimo, I, 6-8: in cui può parere che si
ripiglino gli argomenti lucreziani in favore dell’atomo, ma in realtà, come in
V., si trasforma l’atomo in conato, o operazione dell'anima del mondo (v.
GENTILE, G. Bruno e il pensiero del Rinascimento,223-4). Le radici delle due
filosofie, bruniana e vichiana, si toccano e s' intrecciano. 2 Theol. plat., II,
7. in nol, proprio come diceva Bruno, più che noi medesimi non siamo dentro a
noi (e la conoscenza del nostro mondo sarà certa) !. A Vatolla giungevano bensì
le novelle di Napoli e delle forme di cultura che colà venivano in auge. La
notizia del nuovo epicureismo, messo in onore dal Gassendi, fa studiare al V.
Lucrezio: la cui dottrina, data già la sua intuizione metafisica, non poteva
non apparirgli quale gli apparve, o almeno, egli asseriva molti anni più tardi,
che gli era apparsa ?: una filosofia da soddisfare le menti corte de’ fanciulli
e le deboli delle donnicciuole ». Questo studio gli servi di gran motivo di
confermarsi vie più ne’ dogmi di Platone » 3; cioè dei neoplatonici; pensando 4
essere principio delle cose tutte una idea eterna, tutta scevera da corpo, che
nella sua cognizione, ove voglia 5, crea tutte le cose in I Cfr. il concetto
vichiano dell’astuzia della Provvidenza, per cui il vero soggetto nostro
trascende neoplatonicamente il nostro soggetto empirico e i suoi fini
particolari e finiti. ® Si veda sopra p. 28 nota 1. Qui si aggiunge che della
voga goduta a Napoli dal poema lucreziano, V., più che da lontano e per sentito
dire, ossia a Vatolla, ebbe notizia molto da vicino e per conoscenza diretta,
vale a dire a Napoli stessa. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II. 3 Ma
non forse, com’ è detto nell’ Autobiografia, durante il periodo vatollese,
bensì alcuni anni più tardi, e forse non troppo prima del 1708. Cfr. NicoLINI,
Per la biografia, puntata III. 4 Autob., p. 17. 5 Non operari eum [Deum]
externos effectus per meram intelligentiam, nisi accedat voluntatis assensus »:
Ficino, Th. fI., II, 11; t. I, p. 107. Può parere la dottrina di S. Tommaso,
Summa theol., I, q. XIV, a. 8. Se non che, per Ficino, come già per Plotino,
come per Bruno e per Spinoza, la volontà razionale di Dio coincide con
l'intelligenza, ed è quindi libera in quanto necessaria. Vedi Th. pi.,
II, 12: Si ubi plus est rationis, ibi sortis est minus, in Deo, qui summa ratio
est, vel fons rationis, nihil potest cogitari fortuitum.... Necessitas autem
ipse est Deus.... Et quoniam necessitati nulla praeest necessitas, ideo ibi est
summa libertas.... At in Deo idem est re ipsa esse, intelligere, velle.
Quamobrem ita est per voluntatem suam intelligentiae essentiaeque suae compos,
ut non modo sicut est et sicut intelligit suapte natura, ita quoque velit,
verum etiam sicut vult, ita intelligat atque existat ». Cfr. PLotINO. Enn.] tempo e le
contiene dentro di sé e contenendole le sostiene » !. A Napoli era salita in
pregio la fisica sperimentale, e si magnificava il nome di Roberto Boyle. V. ne
ebbe sentore; ma egli stesso ci dice di averla voluta da sé lontana.... perché
nulla conferiva alla filosofia dell’uomo.... ed egli principalmente attendeva
allo studio delle leggi romane, i cui principali fondamenti sono la filosofia
degli umani costumi e la scienza della lingua e del governo romano, che
unicamente si apprende sui latini scrittori ». Il suo spirito graviterà sempre
più verso il mondo umano; di un umanesimo concepito come accade di concepirlo a
chi la realtà umana sia avvezzo a mirare nel diritto positivo, ossia come
società. Ond’ è che non gli parrà mai morale quella degli stoici né quella
degli epicurei, siccome quelle che entrambe sono una morale di solitari ». Poi
venne a sapere aver oscurato la fama di tutte le passate la fisica di Renato
delle Carte »; e cercò averne contezza. Ma già infatti l'aveva studiata e
giudicata nell’opera del Regio, e l'aveva respinta perché meccanica al pari di
quella di Epicuro. Tornò definitivamente a Napoli; e trovò tutta Napoli
cartesiana; e per amor di Cartesio tornata anche alla metafisica 2. Si erano
cominciate a coltivare le Meditazioni metafisiche ». Egli, l’autodidatta,
tuttavia immerso nelle meditazioni severe sopra i metafisici platonici », non
provò per la metafisica cartesiana la stessa ripugnanza che per la fisica. Vide
e non vide il carattere di questa filosofia: non la trovò coerente, perché alla
sua fisica con I Deus ideo est in omnibus, quia omnia in eo sunt, quae nisi essent
in eo, essent nusquam, et omnino non essent »: FicIino, op. cit., II, 6; G.
Pico, Heptaplus, V, 6. 2? Naturalmente, nell’affermarsi assai sorpreso di
trovar Napoli affatto diversa da quella ch’egli aveva lasciata, V. esagera,
secondo il Nicolini, giacché, come s’è detto, i suoi contatti con la sua città
natale durante il novennio vatollese erano stati frequenti e talora abbastanza
lunghi.] verrebbe una metafisica che stabilisse un solo genere di sostanza
corporea operante »: e quindi alla sua metafisica una fisica fondata sui
principii spirituali (spiriti seminali) dei corpi. Ed aveva ragione, come
dimostrava in quel torno, a insaputa di V., il Leibniz, che movendo dal cogito
cartesiano, trasformava il meccanismo nel dinamismo. E in conclusione quello
sterile abbozzo metafisico delle Meditazioni, soffocato dal meccanismo quindi
incapace di svolgimento sistematico, parve al V. niente più che un brandello
del platonismo suo. Più tardi, quando s'acuì il suo senso di avversione al
cartesianismo, scrisse addirittura il Descartes non aver fatto altro che
tracciare alquante prime linee di metafisica alla maniera di Platone.... per
avere un giorno il regno anche tra’ chiostri, dove una metafisica materialista
non sarebbe stata mai accolta ». Ingenuo giudizio postumo. Quando, intorno al
1695, poté conoscere le Meditazioni dovette scorgervi tracce luminose di
verità, rese più visibili dal contrasto di esse col giudizio che egli aveva
dato della fisica cartesiana e con l’aspettativa, poi delusa, che questa gli aveva
fatto nascere rispetto alla metafisica. L’ inconseguenza cartesiana dové
parergli una felix culpa, da render degno di stima anche ai suoi occhi il
celebrato filosofo francese; e con l’acrisia ermeneutica, della quale doveva
dare nelle sue opere così curiosa dimostrazione !, dovette in un primo momento
piuttosto esagerare che attenuare il merito del Cartesio, scorgendovi più
platonismo che realmente non vi sia, e che lo stesso V. più tardi non vi
riconoscesse. Il suo neoplatonismo non era la preparazione più adatta per
entrare nello spirito del cartesianismo, né per quel che è il difetto, né per
quel che è il pregio di esso. Ei rimase chiuso dentro di sé a rimuginare il suo
I V. le note del NicoLinI alla sua edizione della Scienza Nuova. pensiero; e
quel Cartesio che vi ammise, fu un Cartesio neoplatonico. Giova chiarire
brevemente questa situazione. L’ intuizione fondamentale cartesiana
(metafisica) è direttamente opposta alla platonica e neoplatonica: in quanto
questa è orientata verso l’ Uno, o l’ Idea, o Dio, come oggetto o come verità;
quella invece verso il pensiero, come soggetto o certezza. Il problema di
Platone è appunto il concetto della verità, quello di Cartesio il concetto
della certezza. Dentro ciascuno di questi concetti le due filosofie ricomprendono,
naturalmente, e costruiscono tutta la realtà, la quale nell’uno e nell’altro è
diversa soltanto se si considera come contenuto del rispettivo concetto, in cui
si organizza. Lo stesso concetto della certezza, c’ è nel platonismo, ma come
momento del concetto della verità; e questo c’ è nel cartesianismo, ma come
momento del concetto della certezza. La differenza, in altri termini, è nel
punto di partenza, in quanto Platone muove dalla massima oggettività (le idee
come mondo intelligibile), e Cartesio dalla massima soggettività (1’ idea come
attività intelligente). V., platoneggiando, muove dalla massima oggettività
(quella idea, che egli dice scevera da corpo): e però in Cartesio, quando vi
trova solo alquante linee di metafisica platonica, non vede il principio, il
centro stesso, intorno a cui tutto gravita: la certezza; o meglio, vi vede
questo concetto, platonicamente, come momento della verità. Le critiche che
farà più tardi a Cartesio attesteranno appunto questo capovolgimento che egli
fa del cartesianismo. Ma queste critiche, com’ è naturale, verranno più tardi
in conseguenza della logica che egli metteva dentro al suo concetto del
cartesianismo. Qui è l'urto dell’autodidatta col pensiero del tempo suo: poiché
col vecchio cervello esercitato sulle opere della libreria dei Minori
Osservanti di Vatolla egli si trova a pensare un mondo nuovo, prodottosi
intanto nella cultura europea. Lo scetticismo intorno alle scienze naturali,
che trovò a Napoli sostenuto da uomini come Tommaso Cornelio e Leonardo da
Capua ', non doveva fargli specie: anzi veniva incontro a quella opposizione
tra sapienza umana e divina, che egli aveva trovata nei neoplatonici. La
filosofia galileiana di un Luca Antonio Porzio, suo stretto amico ?, dovette
parergli una esemplificazione appunto dell’arte umana incapace d’entrare nell’
interno della natura. Bacone, conosciuto in quel tempo, non destò per altro la
sua ammirazione, che per avere nel De augmentis esposto l’elenco dei desiderati
della scienza. Quell’altro aspetto della soggettività, a cul mirava il filosofo
inglese nella sua polemica contro la logica aristotelica e nella rivendicazione
del sapere come ricerca della causa reale, non poteva fermare la sua
attenzione. Questa nuova filosofia non poteva avere un significato per lui,
rimasto cogli occhi intenti sulla realtà platonica, oggetto del pensiero.
Eppure il suo cuore non era in quella realtà. La filosofia egli l'aveva cercata
per intendere il mondo umano. Per questo aveva cercato l’etica aristotelica;
per questo ne aveva schivato la metafisica intesa a mo’ degli averroisti, e
s'era volto ai platonici. Per questo mondo, che è mondo dell’umana volontà,
s'era affacciato alle controversie sulla grazia, e s'era fermato in un concetto
che non negasse l'autonomia del volere umano, ma né pure l'azione su di esso
del volere divino. E facendo sua la metafisica degli zenonisti, per salvare il
suo mondo, era scantonato innanzi alla loro morale. E perché il suo interesse
era tutto in cotesto mondo, non lo aveva attratto I Autob.,21, 33; e del
CORNELIO v. il De ratione philosophandi, in Progymnasmata physica, Napoli,
1688,66 e sgg. Cfr. ora il citato scritto del Croce, Fonti della gnoseologia
vichiana. 2 Autob., p. 37. Boyle con la sua fisica da tutti vantata; ed egli
poté consentire con gli scettici della scienza della natura, e, oltre Platone
raffigurante l’uomo quale deve essere, leggere Tacito che lo rappresenta quale
è, e in Bacone ammirare il magnanimo programma della storia umana futura.
Questo umanesimo è dentro lo stesso vecchio cervello del platonico filosofante;
e preme da dentro per rompere la corteccia, o scioglierla, piuttosto, e
riassorbirla nel circolo della sua vita. Poiché V. non resterà di qua da
Cartesio e da Bacone; anzi se li lascerà indietro; ma con quanta fatica, si sforzerà
di procedere, e di dare intera la vita a quell’umanesimo che gli si agita
dentro ! Né dalla contraddizione si libererà mai del tutto. Quando nel dicembre
1697 si bandisce il concorso per la cattedra di rettorica dell’universià, qual
meraviglia che il nostro umanista, abituato a cercare il pensiero nelle parole,
e nelle parole il pensiero, lettore assiduo di poeti e di filosofi, a
intelligenza del suo diritto romano, vi slinscriva ? Il 31 gennaio 1699 è
nominato professore di rettorica, alla cattedra di cui si dovrà contentare per
tutta la vita. Ma qual meraviglia se il nuovo professore, dovendo per l’
ufficio suo recitare nell’annuale inaugurazione degli studi un discorso
d’occasione, trasformerà ogni volta l’ordinaria parenesi rettorica in una meditazione
filosofica ? II. I primi documenti diretti del pensiero filosofico del V.
(poiché finora abbiamo ragionato dei suoi primi studi vagliando i suoi ricordi,
non anteriori al 1725), sono le sei orazioni inaugurali da lui scritte tra
l’ottobre 1699 e l'ottobre 1707: la prima e le ultime quattro pubblicate da
Antonio Galasso nel 1867 ! di sul manoscritto, in cui l’autore, non avendole
messe a stampa, le aveva raccolte e donate al suo amico p. Antonio da
Palazzuolo; la seconda acefala, dal Villarosa nel 1823 ?, e quindi ristampata
più volte nelle varie raccolte delle opere vichiane; ma dal Galasso integrata
del principio che si desiderava. Questi scritti, per altro, da mezzo secolo che
sono venuti alla luce, non sono stati mai studiati con l’attenzione che meritano
le prime manifestazioni di un pensiero così profondamente originale. Quando
furono pubblicati, il Cantoni, che due anni prima aveva pubblicato sul V.
un’ampia monografia (dalla quale, a dir vero, non risulta perché l’autore
giudicasse il filosofo napoletano degno di un così largo studio) 3, se trovò
lodevole l’opera del Galasso 4, non esitò a dire che queste orazioni si
aggirano intorno ai vantaggi del sapere e dello studio, e per verità, meno
qualche considerazione qua e là, esse non escono dai luoghi comuni delle mille
orazioni accademiche che si fecero sopra un tale argomento » 5. Roberto Flint,
che è stato degli studiosi più accurati della filosofia vichiana, riconobbe che
le prime tracce di questa son da cercare in queste orazioni, vedendo qual conto
fosse da fare del giudizio che ne dà nella sua Vita lo stesso V.; e fece di
queste orazioni una succinta I Cinque orazioni latine inedite di G. B. V.
pubbl. da un cod. ms. della Bibl. naz. [di Napoli] per cura di A. GaLasso,
Napoli, Morano, 1869. Una nuova edizione è nel primo volume delle Opere, a cura
di Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, e a questa edizione mi riferisco in
questo volume ove cito soltanto: Opere, I. 2 JoH. B. Vici, Opuscula,
Neapoli,191-208. 3 V. le mie Orig. della filos. contemp. în Italia, 1%,280-85,
e A. FacGI, Cantoni e V., nella Riv. filos., IX (1906),593 S8g8 4 Il Galasso
premise alle orazioni un lungo discorso col titolo Storia intima della Scienza
Nuova; il quale gira molto largo, e non stringe mai da presso la questione del
valore storico delle orazioni pubblicate. 5 C. CANTONI, recensione del vol. del
Galasso nella Nuova Antologia del 1870, vol XIV, p. 392. analisi !, additando
alcuni concetti, che saranno ripresi e svolti nelle opere posteriori. Ma
l’analisi merita di essere ripresa e guidata da un più pieno concetto storico
dello svolgimento di tutto il pensiero vichiano. Soggetto della prima orazione
è la dimostrazione della sentenza: Suam ipsius cognittonem ad omnem doctrinarum
orbem brevi absolvendum maximo cuique esse incitamento; ossia che la conoscenza
dello spirito contiene in sé i principii di tutto lo scibile, poiché nello
spirito umano si contraggono tutte le forme del reale. Era stato un concetto
eloquentemente svolto dal Pico nel De hkomanis dignitate, e anche altrove. Dio,
secondo il Pico, creato il mondo e fatto Adamo, avrebbe detto a questo: Nec
certam sedem, nec propriam faciem, nec munus ullum peculiare tibi dedimus, o
Adam, ut quam sedem, quam faciem, quae munera tute optaveris, ea, pro voto, pro
tua sententia, habeas et possideas. Definita caeteris natura intra praescriptas
a nobis leges coèrcetur; tu nullis angustiis coèrcitus, pro tuo arbitrio, in
cuius manu te posui, tibi illam praefinies. Medium te mundi posui, ut
circumspiceres inde commodius quicquid est in mundo. Nec te coelestem, neque
terrenum, neque mortalem, neque immortalem fecimus, ut tur 1psius quasi
arbitrarius honorariusque plastes et fictor, in quam malueris, tute formam
effingas. Poteris in inferiora, quae sunt bruta, degenerare; poteris in
superiora, quae sunt divina, ex tui animi sententia regenerari ». All’uomo
perciò è dato habere quod optat, 1d esse quod velit. I bruti, da che nascono,
portano seco quel che potranno mai possedere. Gli spiriti supremi (gli angeli)
furono fin da principio, o poco dopo, ciò che saranno in eterno. Nascenti
homini omnifaria semina et omnigenae vitae germina indidit Pater. FLINT,
V.,50-58. Un breve cenno, proporzionato all’ indole del suo libro, ne ha fatto
B. Croce, La filosofia di G. B. V. A seconda di quello che ne avrà coltivato,
ognuno crescerà e fruttificherà. S7 vegetalia, planta fiet; si sensualia,
obbrutescet; si rationalia, coeleste evadet animal; si intellectualia, angelus
eritt et Dei filius. Et si, nulla creaturarum sorte contentus, in unitatis centrum
suae se receperit, unus cum Deo spiritus factus, in solitaria Patris caligine,
qui est super omnia constitutus, omnibus antestabit »*. E per questa sua
onnifaria natura l’uomo si può dire possegga l’ immagine di Dio. Non la sua
natura spirituale, intelligibile, invisibile e incorporea è il carattere
privilegiato che fa ritrovare in lui un'immagine di Dio. La stessa natura è
negli angeli, e più eccellente, e meno commista alla natura contraria. La
proprietà, onde l’uomo si assomiglia a Dio, è questa, che kominis substantta
omnium in se mnaturarum substantias et totius universitatis plenitudinem re
ipsa complectitur ». Re ipsa: vale a dire, non in quanto le può pensare, ma in
quanto può realizzarle. Con questa sola differenza tra Dio e l’uomo: che il primo
contiene in sé tutto, come principio di tutto; 1l secondo contiene tutto, come
medio tra tutti gli esseri, onde in lui tutti gli esseri inferiori si
nobilitano e i superiori degenerano ?. Ccen questo panteistico concetto
dell’uomo, V. richiama il sacro detto che era scritto a lettere d’oro sul
tempio di Apollo: Tvad. cexvtév: due parole piene di tanta verità, che dagli
antichi, quantunque alcuni le attribuissero a Pitagora, molti a Talete, altri a
Biante, altri a Chione, tutti, per consentimento generale, vere colonne
dell’umana sapienza, si finì col toglierle a questi stessi sapientissimi
uomini, e ascriverle per unanime consenso all’oracolo pizio. Così parve
meraviglioso che, tam pressa brevitate, questo motto potesse contenere tale ab
I Pico, Opera, Basilea, 1601, p. 208. 2 Cfr. Heptapl.] bondanza di significato
profondo. Giacché questo motto non fu escogitato a reprimere la superbia umana,
come pur si crede volgarmente, quasi inculcasse di considerare la scarsezza
delle forze umane; anzi ad eccitare e incorare gli uomini a quanto v’ è di
grande e di sublime, riconoscendone loro la capacità. Difficile bensì questa
piena cognizione di se medesimo. Difficile in ogni tempo: ma allora poi, a
Napoli, difficilissima. V. ricorderà nella sua Vita: che allora, negli anni
estremi del sec. XVII, tra i suoi concittadini ai quantunque dotti e grandi
ingegni, perché si eran prima tutti e lungo tempo occupati in fisiche
corpuscolari, in isperienze ed in macchine », le Meditazioni cartesiane
riuscivano astrusissime appunto per la difficoltà di ritrar da’ sensi le menti
per meditarvi; onde l'elogio di gran filosofo era: — Costui intende le
Meditazioni di Renato ». Non fisiche corpuscolari, esperienze e macchine, ma la
contemplazione del mondo intelligibile, in cui si sono esercitati i platonici,
occorreva per una metafisica come la cartesiana. E cartesiano egli, in quanto
platonico, poteva sentirsi nel 1699 dicendo magnus ingenti conatus est revocare
mentem a sensibus et a consuetudine cogitationem abducere». In una dignità della
Scienza Nuova (la LXIII) dirà che la mente umana è inchinata naturalmente co’
sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo della
riflessione ad intendere se medesima ». L’ascenso, infatti, pei platonici è
arduo, difficile, e di pochi. Quell’abducere a consuetudine cogitationem
innesta bensì sul vecchio motivo platonico un elemento cartesiano, che è la
critica del sapere ricevuto, della tradizione o della storia positiva. Ma V.
non se n’'accorge, e insiste nel motivo platonico: Af mentis actes, quae omnia
invisit, se ipsam intuens, hebescit. Vel hoc 1 dutob., p. 25. ipso agnoscis
animi iui divinitatem, eumque Dei Opt. Max. simulacrum esse animadvertis ». Par
di riudire Pico. L’animo pel V. è expressissimum simulacrum di Dio, per la
medesima ragione per cui tutti i neoplatonici, da Plotino fino, si può dire, a
Spinoza, concepiscono Dio come uno, non moltiplicabile per se stesso, e quindi
tutto in tutto, e come Dio l’uno: ossia come sua emanazione, suo modo, ogni
unità. Ut enim Deus per ca, quae facta suni atque hac rerum universitate
continentur, cognoscitur; ita et animus der rationem, qua dpraestat, per
sagacitatem + et motum, per memoriam et ingenium divinus esse percipitur ». La
molteplicità del mondo fa conoscere Dio, come la molteplicità delle operazioni
psichiche fa conoscere l’anima. Ma, come il molteplice fa conoscere l’ Uno ? Ci
sono due modi di passare dal molteplice all’ Uno: uno dei quali è quello di S.
Tommaso (degli argomenti a posteriori dell'esistenza di Dio), per cui il
molteplice è sostanzialmente differente dall’ Uno: e l’ Uno si può concepire
perciò senza il molteplice, né questo contiene in sé quello; e l’altro è quello
di Spinoza (dell'argomento 4 prior: o ontologico), per cui il molteplice non è
pensabile senza l’ Uno, poiché solo l’ Uno è pensabile; ma 1’ Uno non si può
pensare se non nell’ infinità dei suoi attributi (che ne costituiscono
l'essenza). Il modo di V. è questo di Spinoza, e non quello di Tommaso: è il
panteista. Ut enim Deus in mundo, ita animus in corpore est. Deus per mundi
elementa, animus per membra corporis humani perfusus; uterque omni concretione
secreti omnique corpore meri I È qui da confrontare questo luogo di Bruno:
Sagacitas facultas distinctiva et apprehensiva circa errores, qui a deceptoribus
fabulosis et impostoribus ingerantur; et consistit in potentia partim
indicativa, partim scrutativa, qua, sicut naribus odorem percipimus, ita
ingenio sophistam et circumventorem »: G. BruNO, Lampas trig. stat., in Opera,
III, 143. 4 purique agunt». L'uno e l’altro non si confondono (concretione
secreti) con la materia, in cui agiscono. Onde Dio e l’anima senza il mondo e
il corpo saranno, ma non si potranno conoscere. Per ea quae facta sunt
cognoscuntur. Così, se V. dice che mundus vivit quia Deus est; si mundus
pereat, etiam Deus erit, e analogamente corpus sentit quia viget animus; si
corpus occidat, animus tamen est immortalis, egli però premette: Deus semper
actuosus, semper operosus animus; e così pareggia le partite, perché l’agire
lega Dio al mondo e l’anima al corpo, e in generale l’ Uno al molteplice, o,
nel linguaggio cartesiano, la sostanza ali suoi attributi. Che è cartesianismo
rigoroso, come coraggiosamente poi l’affermò Spinoza; ma è pure il
neoplatonismo, assai più antico di Spinoza e di Cartesio. Par di leggere
Giordano Bruno: Er Deus in mundo, et in corpore animus ubique adest, nec usquam
comprehenditur: Deus enim in aethere movet sydera, in aère i1ntorquet fulmina,
in mari procellas ciet, in terra denique cuncta gignit [quindi anche i pensieri
della mente e i decreti della volontà]; mec coelum, nec mare, nec tellus Dei
circumscriptae sunt sedes: mens humana in aure audit, in oculo videt, in
stomacho tirascitur, ridet 1n liene, in corde sapit, in cerebro intelligit, nec
in ulla corporis parte habet finitum larem. Deus combplectitur et regit ommia,
et extra Deum nihil est; animus, ut cum Sallustio loquar, ‘ rector humani
generis, ipse agit atque habet cuncta, neque ipse habetur’ » 3. I Cfr. G.
Bruno, De la causa, dial. II: Se l’anima del mondo e forma universale [cioè la
divinità] se dicono essere per tutto, non s’ intende corporalmente e
dimensionalmente; perché tali non sono; e così non possono essere in parte
alcuna; ma sono tutti per tutto spiritualmente. Come per esempio, anche rozzo,
potreste imaginarvi una voce, la quale è tutta in una stanza, e in ogni parte
di quella; perché da per tutto se intende tutta »: Opere ital., 12, 195. Cfr.
anche 183-4 e Opera lat., III, 41, 57. L'anima individuale in relazione col
corpo ha la stessa individualità, perché sta all'anima del mondo come il modo
alla sostanza spinoziana (v. GENTILE, G. Bruno e il pens. del [ Non ci vuole
molto ad accorgersi che, per quanto, con tutti 1 neoplatonici da Plotino a
Bruno, V. si sforzi di attenuare l’unità e identità di Dio e dell'anima,
chiamando questo simulacro di quello, o, come dirà altrove 1, riferendosi al
concetto svolto in questa orazione, una specie di divinità, parlando soltanto,
come qui fa, di una divina quaedam vis cogitandi (per definire la facoltà umana
del pensiero), il rapporto in cui lo spirito umano è posto con Dio, è rapporto
d’ identità, poiché alla distinzione di Deus e animus precede il concetto
panteistico ficiniano: Deus omnia agit. Procedendo su questa strada, V. si
trovò più d'una volta ad essere accusato delle conseguenze pericolose, a cui la
sua filosofia poteva condurre. Il recensore del Giornale de’ letterati vide
profondamente dentro il De antiquissima quando della sostanza vichiana, punto
metafisico (tal quale il minimo di Bruno) inesteso e principio di estensione,
notò che, convenendo cotesti concetti altresì alle sostanze spirituali e
pensanti, se ne potrebbe dedurre che queste ancora sieno principio di
estensione; il che per altro è un manifesto assurdo ». Non assurdo per V., che per
l’appunto, emanatisticamente, superando il corpo formato, a cui s'arrestava per
una falsa posizione la fisica corpuscolare, intendeva edurre la materia dallo
spirito. — V. rispose: Queste difficultà, come quelle che fate dell’
immortalità dell’anima, dove par che premete la mano con ben sette argomenti,
se non mi fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero più altamente a
penetrare in parte, la quale, quantunque si protegga e sostenga con la vita e
col co Rinascimento, p. 218 sgg.). Per Ficino, v. sopra p. 34, e cfr. Theol.
plat., XV, 5 (I, p. 337): Anima tota est in qualibet particula corporis ». Cfr.
PLotINO, Enn.. VI, 4, 12; e anche A. StEUCO, De perenni philos. (1540), IX, 5;
IX, 14; IX, 23. 1 Autob. stumi, pure s’offende con l’ istessa difesa » 1, E
soggiunge, quasi per pura cortesia, un argomento, che schiva bensì l’assurdo,
ma conferma l’ interpretazione monistica dell'avversario; laddove quella
ombrosa sensibilità religiosa, quel ricoverarsi sotto lo scudo della vita e dei
costumi svelano che egli, come Bruno, assegnava la religione allo spirito
pratico, sottraendo la ricerca speculativa ad ogni preoccupazione religiosa 2.
La stessa contraddizione ingenua di Bruno innanzi ai suoi giudici veneti è in
fondo al lamento, onde V. nel 1720 si doleva oscuramente col p. Giacco di certe
accuse religiose suscitategli contro dalla pubblicazione della Sinopsi del
Diritto universale 3: Le prime voci che in Napoli ho sentito contro da coloro
che han voluto troppo in fretta accusarmi dal medesimo saggio che ne avea dato,
erano tinte di una simulata pietà, che nel fondo nasconde una crudel voglia
d’opprimermi con quelle arti, con le quali sempre han soluto gli ostinati delle
antiche o piuttosto loro opinioni rovinare coloro che hanno fatto nuove
discoverte nel mondo dei letterati». Onde non sai se per cerimonia o se per
ingenua incapacità di apprezzare accuse di cotesto genere, si confortava
dicendo al suo corrispondente: Però il grande Iddio ha permesso per sua
infinita bontà I Opere, I, 226-7, 266. ? Per Bruno, v. il mio G. Bruno,160 sgg.
3 Qualcuno a Napoli nel 1720 ricordava forse ancora qualche debolezza giovanile
del V., in fatto di religione. Fausto Nicolini mi comunica in proposito: Che V.
attraversasse nella sua gioventù un periodo di cupo pessimismo, è cosa che gli
Affetti di un disperato non potrebbero mostrare in modo più chiaro. Di più,
ancora nel 1710, V. dirà (prologo del De antiquissima) che i suoi amici più
cari erano Agostino Ariani, Nicola Galizia e Giacinto De Cristofaro. E proprio
contro l’ultimo fu intentato nel 1687-1693 un clamorosissimo processo per
ateismo dal Sant’ Ufficio: processo di cui discorre a lungo l’AMABILE nel suo
libro sul Sant’ Ufficio a Napoli (ne aveva già parlato il GIANNONE) e del quale
esiste anche uno spezzone inedito nella Biblioteca Nazionale (molte notizie
complementari si trovano anche nei Giornali inediti del CONFUORTO e soprattutto
nei carteggi cifrati del nunzio pontificio a Napoli, serbati nella Vaticana).
Dal pro che la religione istessa mi servisse di scudo, e che un padre Giacchi,
primo lume del più severo e più santo ordine de’ religiosi, desse tal giudizio,
per bontà sua, delle mie debolezze » !. Comunque, il suo pensiero viveva dentro
questo mondo, in cui tutto è Dio; e questo suo pensiero egli stesso viveva con
profondo sentimento, che ricollega nella storia del nostro pensiero,
direttamente, V. a Bruno, suo forse ignorato precursore; ed è da entrambi
chiamato, con termine neoplatoneggiante, mente eroica, o spirito eroico ? cesso
e dagli atti sussidiari appare che il De Cristofaro faceva gran propaganda e
che affetta da lebbra epicureo-lucreziana-atomistica-ateistica fosse parte
della gioventù studiosa napoletana (compreso il Galizia). Finora il nome del V.
non è venuto fuori (disgraziatamente molti nomi nel processo sono indicati con
segni convenzionali). Ma, tenuto conto di tutte le circostanze, non sarebbe
illegittimo congetturare che anche lui, come tanti giovani suoi coetanei,
avesse una parentesi ateistica o semiateistica. E si consideri poi una coincidenza
per lo meno curiosa. Nel Diritto Universale e anche nelle due Scienze Nuove V.
pone ripetutamente l’equazione filii Dei o filii Jovis = eroi, nobili ». Orbene
quest’equazione appunto era addebitata nel 1693, come un forte capo di accusa,
al De Cristofaro e agli altri coaccusati, i quali, al dir dei denunzianti, ne
cavavano la conseguenza che l’attributo di filius Dei» dato a Cristo volesse
dire, non già che egli fosse davvero figlio di Dio, ma, alla stessa guisa degli
eroi dell’antichità pagana, che fosse soltanto un uomo illustre ». Ma lo stesso
Nicolini non crede di esser giunto sopra questa materia a conclusioni
definitive. I Autob., p. 143. 2 V. lett. del 25 nov. 1725, in Autob., p. 175.
Che V. abbia potuto leggere qualcuno degli scritti del B. è reso probabile dal
fatto che questi, a tempo del V., dovevano essere familiari tra gli amici
stessi del V.. Che Tommaso Cornelio ne avesse letto qualcuno lo dimostrano i
suoi Proginnasmi. Ma quel Giuseppe Valletta, nella cui biblioteca, come abbiamo
visto (p. 32), V. poté leggere Campanella, aveva pure il De l’ infinito
universo e mondi del Nolano. In un suo libro cominciato a stampate ma rimasto
incompiuto (conservato tra i Mss. della Bibl. Naz. di Napoli, colla segn. 149
Q. 26) Sul procedimento del Sant’ Uffizio,LKXXIHI e LXxXII, s'incontra la
seguente citazione importantissima per la storia della fortuna che ebbero le
opere del Bruno: Il p. Cantini, non sapendo, o fingendo di non sapere ciò che
disse Sant'Agostino nel libro VII della Città di Dio: Mundus unus est, et in eo
uno omnia sunt, e nel Sermone XII sulle parole dell’Apostolo: Unum mundum
condidisti, ed egualmente nel cap. X del libro 3 Contro gli Accademici, si pose
egli ad esplicare la probabilità di sì fatta sentenza », e audacemente dice....
che noi non dobbiamo condannare il parere In questo suo mondo V. potrà trovare
il principio della Scienza Nuova (il concetto della provvidenza realizzantesi
nella storia). In questa prima fase del suo filosofare egli ha in mente, ma non
vede, l’unità del divino e dell'umano; e però parla di simulacro, come Pico
della Mirandola. Non la vede, perché non ha ancora viva coscienza della realtà
umana; e la sua realtà vera è an di altri filosofi intorno alla pluralità de’
Mondi, quasi ripugnante alle Sacre lettere, perché, se alcun s’applicasse,
dic’egli, a considerar la cosa più da presso e più naturalmente, inveniet cam
certe multum habere probabilitatis. Il che reca non poco di meraviglia in un
uomo di tanta autorità quanto egli certamente si era; e potrebbe, se non altro,
dar luogo alla calunnia, di dire che egli abbia per avventura approvato la
dottrina di Giordano Bruno; la quale avesse piaciuto al Cielo, che fosse
rimasta affatto incenerita nelle giustissime fiamme, in cui arse l’autore e non
vivesse ancora nel suo abbominevole libro scritto della pluralità di Mondi.
Questo, con idea non più intesa, disotterrando le più stravaganti opinioni, già
sepolte de’ Greci, de’ Caldei e degli Egizi, fece un nuovo ed inudito sistema;
dove a pruova risplende l’umano ardimento e la libertà non meno di pensar tutto
ciò, che è possibile, che di scrivere tutto ciò che può pensarsi. Nî/
mortalibus arduum, coelum ipsum petitur stultitié. Giace, dice egli, nel mezzo
del nostro Mondo immobile il Sole; e la Terra con perpetue vertigini intorno a
quello s’aggira: come in un Madrialetto, posto nel terzo dialogo: Quanto nel
Cielo, e sotto il Ciel si mira, Non sta, si volge, e gira. Né di ciò contento,
vuole che ogni pianeta sia una terra, e ciascuna stella sia un altro sole; e
che detti pianeti non siano quei pochi, che noì osserviamo, nettampoco le
stelle: ma infiniti ed innumerabili, e quelli e queste sparse nello spazio
infinito dell’ Universo; che, essendo com'’ei dice, immagine dell’ Onnipotenza
infinita, non dee riconoscere termine alcuno. E non bastando questo alla
vastità della sua immaginazione, s'avanza a dire che tutti questi infiniti
Mondi sono abitati da sostanze diverse e forse migliori della nostra: e che l’
interminata ampiezza dell’ Universo sia assistita e governata da un'anima
universale, non meno che ciascuno Mondo dalla sua particolare. Alla fine questo
scellerato, prevedendo gli effetti della sua disperata libertà, così, dopo
apportati gli argomenti per la sua opinione, traboccando d’una in altra
empietà, fa parlare nel primo dialogo a I'iloteo: Questi, se non sono semplici,
sono demostrativi sillogismi, tuttavolta che da alcuni degniì Teologi non se
admettano; perché provvidamente considerando, sanno che gli rozzi popoli ed
ignoranti, con questa necessità vegnono a non posser concipere come possa star
la elettione, e dignità, e meriti di giusticia: onde, confidati o desperati
sotto certo fato, sono necessariamente scelleratissimi. Come talvolta certi
correttori di leggi, fede e religione, volendo parere SI cora per lui, come per
i platonici, quella che fa Dio: la natura, la stessa natura di Ficino, di Bruno
e di Spinoza. E rispetto a questa natura, l’uomo non è dentro, ma fuori della
realtà divina; e può solo intuirla risalendo all’ Uno, cioè come operazione non
propria, ma di questo Uno (che è il dommatismo spinoziano). Qui si ferma V.,
restando innanzi al dualismo, e quindi allo scetticismo, che corrode alla
radice la metafisica del De antiquissima. Concludendo, nella Orazione del 1699,
il confronto tra Dio e lo spirito umano, V. dice: Tandem Deus naturae artifex;
animus artium, fas sit dicere, Deus » 1. Formola che coincide a capello con
quella del Ficino, e anticipa la gnoseologia del De antiquissima. C'è l’unità e
c' è l'opposizione: l’unità nelle arti (mondo delle nazioni, si dirà nella
Scienza Nuova), dove, se è vero, come V. ha detto, che Dio en terra cuncta
gignit, lo spirito non crea se non in quanto è esso stesso Dio (senza
metafora); l'opposizione nella natura, dove Dio crea, e l’uomo guarda da fuori.
Da questo punto di partenza V. potrà giungere alla Scienza Nuova, ma non potrà
mai superare la posizione del De antiquissima; perché quella natura, di cui la
metafisica può avere un’ intuizione indimostrabile, essendo fuori dello
spirito, non potrà mai risolversi nello spirito *. savii, hanno infettato tanti
popoli, facendoli dovenir più barbari e scellerati che non eran prima,
dispregiatori del ben fare, ed assicuratissimi ad ogni vizio e ribalderia, per
le conclusioni che tirano da simili premisse. Però non tanto il contrario dire
appresso gli sapienti è scandaloso, e detrae alla grandezza ed eccellenza
divina, quanto quel che è vero, è pernicioso alla civile conversazione e
contrario al fine delle leggi, non per esser vero, ma per esser male inteso,
tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per quei che non son capaci
de intenderlo, senza jattura de’ costumi ». (Cfr. BRUNO, Opere ital. ed.
Gentile, 1%,339 € 301). Su codesto scritto del Valletta, e l'occasione a cui si
riferisce, v. AMABILE, Il Sant Offizio, II, 64. I Opere, I, 8. 2 Accenno alla
tesi dello Spaventa circa il concetto della metafisica della mente, di cui la
Scienza Nuova dimostrerebbe per lo meno L'avrebbe superata, se avesse potuto
cangiare il suo mondo, e non essere insomma V. neoplatonico, riportante tutto a
Dio e mirante quindi la natura come parallela allo spirito nelle manifestazioni
di Dio, per concepire non più questa dualità di natura e artes, ma una natura
essa stessa ars di quel Dio che è animus; e ridurre insomma tutto ad ars.
Elementi corrosivi dell’oggettività platonicamente trascendente del reale, che
si organizzeranno alla meglio a poco a poco per la laboriosa meditazione del
mondo umano del diritto e in generale della storia, nella Scienza Nuova, ce ne
sono, e di grandissima importanza, già in questa Orazione del 1699. Poiché fin
da questo scritto il nostro filosofo ha un acuto intuito dell’attività
creatrice dello spirito. La fantasia, nello stesso senso della Scienza Nuova,
autrice di un suo mondo pieno e perfetto, contemplato dalla sapienza poetica,
fa qui la sua prima apparizione: Vis vero illa rerum imagines conformandi, quae
dicitur ‘ phantasia ‘, dum novas formas gignit et procreat, divinitatem
profecto originis asserit et confirmat. Haec finxit maiorum minorumque gentium
deos; haec finxit heroas; haec rerum formas modo vertit, modo componit, modo
secernit; haec res maxime remotissimas ad oculos pontt....». Né questa facoltà
di creare gli dèi è assegnata incidentalmente alla fantasia. Quel luogo d’oro
di Giamblico nel De mysteriis Aegyptiorum, che sarà ricordato nella Scienza
Nuova a riprova della teoria dei caratteri poetici (dign. XLIV), che cioè gli
Egizi tutti 1 ritrovati_r_r-@y666 l'esigenza; e sono d’accordo col Croce (La
filos. di G. B. V., p. 137; 2% ed. p. 141), nel ritenere che non si possa
parlare di unificazione di natura e spirito in V.: il quale s’arrestò, e doveva
arrestarsi, alla dualità degli attributi. Ma è vero che se egli non sa svolgere
l’esigenza implicita nella posizione della S. N., e deve mantenere la metafisica
del De ant., cotesta esigenza, che noi vediamo nella sua mente, è tale da
distruggere la posizione del De ant. Per la sua esigenza, V. va al di là di
Spinoza e di Leibniz, ed è kantiano prima di Kant. utili alla vita umana
attribuissero a Mercurio Trimegisto, doveva esser noto al V. fin da quando
scriveva nel ’99: Quid vero illa, quae aut singularem utilitatem, aut summam
admirationem hominibus voluptatemve attulerunt, nonne ethnici homines, suimet
ipsorum ignari, sive ad deos quosdam retulerunt, sive deorum dona esse
existimarunt? Leges, quod iis vitae societas conservetur, deorum donum »
Demosthenes dixit; at eae donum humani animi vestrum similis fuit. Socrates
moralem philosophiam de coelo dictus est devocasse; at is potius animum in
coelum intulit. Medicinam Graecia ad Apollinem retulit, eloquentiam ad
Mercurium; at ii homines, ut quivis vestrum fuere. Orphei lyra, Argus navis,
inter sidera invecta, vestras hominum mentes luculento testimonio caelestes
esse confirmant. Et, ut hanc rem omnem brevi complectar, dii omnes, quos ob
aliquod beneficium in hominum societatem collatum coelo appinxit antiquitas,
vos estis. Razionalismo
evemeristico, che si fonde nel pensiero fondamentale dell’animus artium deus
(poiché leggi, filosofia morale, medicina, eloquenza, musica e poesia son tutte
arti); e dà alla fantasia creatrice degli dèi, propria degli uomini suimet
ipsorum ignari, un posto nella metafisica generale del nostro pensatore. Che
poi la fantasia creatrice di questi, come dirà più tardi V., caratteri poetici
o ritratti ideali, che sono gli dèi degli antichi, non sia pur fatta creatrice
di tutti gli dèi, antichi o moderni — poiché anche la religione è un’ars — non
vorrebbe dir nulla, se V. avesse la forza di rovesciare il suo mondo sulla
propria base, per fondarlo sullo spirito: allora la sua fantasia, il suo
spirito diverrebbe creatore davvero del cielo e della terra. Per esser tale,
infatti, non avrebbe bisogno di saperlo; anzi non dovrebbe saperlo: suimet
ipsius ignarus. V., interrogato, a rigore non potrebbe non negare. Questa è, e
rimarrà, una pura esigenza del suo pensiero: non far creare misteriosamente
l'uomo da Dio, ma, razionalmente, Dio dall’uomo. Certo, da queste prime formule
del suo pensiero fino alle dignità più solide e definitive di esso, sta per V.
che gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo
perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura» (dign. LIII); e in
generale, come per Schelling, prima è il fare e poi il sapere di aver fatto;
verum ipsum fecisse (prima aver fatto); e la Scienza Nuova può essere una
dimostrazione di fatto storico della Provvidenza, perché dee essere una storia
degli ordini, che quella, senza verun umano scorgimento o consiglio, e sovente
contro essi proponimenti degli uomini, ha dato a questa gran città del genere
umano » ®. È dunque stretta dottrina del V., che la piena coscienza del suo
pensiero non può esser nel suo pensiero, ma solo nella riflessione posteriore.
Né la fantasia crea soltanto le religioni. Crea le lingue, con sorprendente
rapidità; sì che a due anni, al più a tre, si sanno omnia verba et res quibus
communis vitae usus continentur; che se si volesse redigerne un vocabolario, vi
occorrerebbero di gran volumi. Così ognuno di noi ha in sé una filosofia, tutto
lo scibile: e non lo sa. Basta attendervi. L’ innatismo platonico si colorisce
di immagini stoiche, dove V. esorta ad eccitare 2/as nobis tot rerum atque
tantarum a prima veritate insitas et quasi consignatas notiones, quae in animo,
tanquam igniculi sepulti, occluduntur; et magnum cunctae eruditionis incendium
excitabimus. Ricorda poi la storia del Menone platonico, dove lo schiavo ignaro
di geometria, accortamente interrogato, si palesa geometra. Vobiscum sunt,
vobiscum scientiae omnes, adolescentes, si vosmet 1sos recte novenitis,
fortunatissimi. Questo innatismo è un
modo della inconsapevolezza originaria dell’anima, quale va concepita nella
dottrina I S. N.. IT. neoplatonica del descenso in contrapposto all’ascenso. Lo
spirito umano è, in quanto è ignaro dei tesori celati nel suo grembo !. Ne
acquista coscienza con la volontà, come richiede il platonismo, dall’&owg
del Convito all'amor Dei intellectualis dell’ Ethica. O insignem desidiosorum
ignominiam, eos sapientes non esse! Cur? quia noluerint; quando ut sapientes
simus, id voluntate maxime constat ». E a persuadere che questo tesoro è già
nell'animo, e che basta quindi volere, che cioè veramente lo spirito non
possiede soltanto quello che sa di possedere, come Leibniz nei Nuovi Saggi
anche V. scende all'osservazione di quelle che il filosofo di Lipsia dirà
piccole percezioni. Quivis vestrum cottidie tabulas pictas intuetur, sed
innumera non videt quae pictores observant; cottidie symphonias et cantus
audit, sed quam multa eum fugiunt, quae exaudiunt in eo genere exercitatt ! Non
vi manca altro, conchiude V., che l’arte del vedere e dell’udire. Che più ? La
stessa filosofia non è se non una scoperta, che chi vuole fa dentro di sé, di
un mondo che reca in se stesso, anche se non vi rifletta mai su. A dimostrazione
di ciò, neoplatonicamente, V. esemplifica ai suoi uditori il processo
filosofico come un itinerario della mente a Dio: a sui ad Dei cognitionem
ascensto. Ma l’esposizione di questo processo riesce affatto nuova e
sorprendente a chi, familiare col V. delle opere da lui pubblicate, legga per
la prima volta queste orazioni che egli, maturata la sua filosofia, rifiutò.
L’acerbo critico di Cartesio qui ci apparisce cartesiano. Vediamo. Etsi de
omnibus omnino rebus mens humana haereat dubitetque, nullo usquam pacto
ambigere potest quod cogitet, nam id ipsum ambigere cogitatio est. Cum itaque
nequeat se non cogitationis consciam agnoscere, ab ea cogitandi conscientia
conficit primum, quod sit res quaedam; nam, si nihil esset, qui cogitaret ?
Questo è il cogito ergo sum cartesiano, se anche non esposto con tutta la
precisione desiderabile (poiché con quel nam sî nihil esset la verità della
proposizione cessa di essere quella res per se nota simplici mentis intuitu che
Cartesio voleva). Ma V. prosegue: Deinde sibi infinitae cuiusdam rei notionem
esse insitam sensit; tum adsumit tantundem in caussa esse oportere quantum in
re est, quae ab ea caussa producatur: hinc denuo colligit, eam infinitae rei
notionem a re, quae sit infinita, provenire. Heic se finitum et imperfectum
agnoscit: itaque infert eam notionem sibi ab infinita quadam re, cuius ipse
aliqua sit particula, obortam esse. Hoc explicato, adsumit: — Quod infinitum
est, in se continet omnia, nec a se quicquam excludit. — Hinc rursus
complectitur eam notionem sibi esse a natura omnium perfectissima ingenitam.
Proponit iterum: — Quod perfectissimum est, id omnibus est erfectionibus
cumulatum. — Colligit denuo: Itaque ab eo nulla secreta est. Ad haec
assumit: Perfectio est quid esse. Tandem denique concludit: Est igitur Deus. Cumque Deus sit omnia, est omni
pietate dignus !. È, come ognun vede, uno stringato estratto dalla terza
Meditazione cartesiana. Se non che, in qual modo si deve intendere questo
cartesianismo della prima fase della filosofia di V. ? L’anticartesianismo è la
sola norma legittima della sua interpetrazione. Nel De antiquissima e nella
polemica col Giornale de’ letterati egli svolgerà una critica della certezza
cartesiana, che ha due momenti inseparabili. I) La certezza del cogito è
coscienza, nonscienza. Scire est tenere genus seu formam, quo res fiat;
conscientia autem est eorum, quorum genus seu formam demonstrare I Opere.] non
possumus!. O altrimenti: la scienza è aver cognizione di quella causa che per
produrre l’effetto non ha bisogno di cosa forestiera?: onde il criterio di
avere scienza di una cosa è il mandarla ad effetto; e che il pruovare della
causa sia il farla; e questo essere assolutamente vero, perché sì converte col
fatto, e la cognizione di esso e la operazione è una cosa istessa »3. V.
avverte che egli non rifiuta perciò l’analisi con la quale il Cartesio perviene
al suo primo vero ». Sarebbe cioè ancora disposto a farla sua, come nella
Orazione del 1699. Io l’appruovo e l’appruovo tanto, che dico anche i Sosi di
Plauto, posti in dubbio di ogni cosa da Mercurio, come da un genio fallace,
acquetarsi a quello sed quom cogito, equidem sum. Ma dico che quel cogito è
segno indubbitato del mio essere; ma, non essendo cagion del mio essere, non
m'’ induce scienza dell’essere » 4. 2) Il vero processo per V. è quest'altro:
Quid in me cogitat; ergo est: in cogitatione autem nullam corporis ideam
agnosco; id igitur quod in me cogitat, est purissima mens, nempe Deus. Perciò
egli, approvando l’analisi cartesiana, può illustrare il significato del
cogito, dicendo che questo cogito non è ‘causa, ma signum dell’ esse: Nisi
forte mens humana ita sit comparata, ut cum ex rebus, de quibus omnino dubitare
non possit, ad Dei Opt. Max. cognitionem pervenerit, postquam eum morit, falsa
agnoscat vel ca, quae omnino habebat indubia. Ac proinde ex genere omnes îdeae
de rebus creatis prae idea summi Numinis quodammodo falsae sint, quia de rebus
sunt, quae ad Deum relatae non esse ex vero videntur: de uno I Opere, I, 139. 2
Prima risp., II e III in fine; Sec. risp., $ IV. 3 Sec. risp., $ IV: Opere, I,
258. 4 Prima risp., II; cfr. De ant.] autem Deo idea vera sit, quia is unus ex
vero est » 1. E però V. rimprovera al Malebranche, che pur platoneggiava, di
non essersi accorto che la mente umana può ricavare la cognizione, non pure del
corpo, ma di se medesima, soltanto da Dio; ita ut nec se quoque cognoscat, nisi
in Deo se cognoscat. È così, completando il processo già esposto: Mens
cogitando se exhibet: Deus in me cogitat: in Deo igitur meam ipsius mentem cognosco
». Sicché la critica vichiana, se si guarda nel suo primo momento, ha un
significato; nel suo complesso ne ha un altro. A V. sfugge interamente il
valore del cogito cartesiano, perché lo vede sempre in quel mondo, in cui non è
centro il pensiero come pensare (ego cogito), ma il pensiero come pensato: l’
Idea, l’ Uno, il Dio platonico e neo-platonico. Il cogito non può essere la
causa dell’esse (cogitansì, come pure evidentemente è per chi attribuisce al
cogito il valore e l'autonomia che gli spetta, perché V. non vuol dimenticare
(e Cartesio stesso, per altro lo dimentica fino a un certo punto) quello che ha
appreso dalla vecchia filosofia: che l’esse, lo stesso esse cogitans, non è
causa sui, non è sostanza, ma res creata, la quale perciò non ha in sé nessuna
verità, e va riportata alla sua causa, che è la sua sostanza. Il punto di vista
vichiano contro Cartesio è panteistico e antispirituale, precisamente come
quello di Spinoza ?, che, persuaso, da buon neoplatonico, che ad essentiam
hominis non pertinet esse substantiae, opponeva la stessa critica a Cartesio:
vulgus philosophicum incipere a creaturis, Cartesium incepisse a mente, se
incipere a Deo 3. Cotesto punto di vista V. non sorpassò mai; e in I De ant.,
c. VI; in Opere, I, 173-4. ? V. Epist. 2; la pref. del MEyER ai Princ. philos.
Cartes., e Eth., II, prop. X, sch. 2. 3 Tschirnhaus a Leibniz, in L. STEIN,
Leibniz u. Spinoza, Berlin.] certe aggiunte, poi rifiutate, che faceva nel 1731
alla Scienza Nuova *, ripeteva con leggiere varianti, la stessa critica, sul
principio che gli addottrinati non debbono ammettere alcun vero in metafisica
che non cominci dal vero ente, ch’ è Dio ». Ricorda quivi e critica anche
Spinoza, sforzandosi (con argomenti che dovevano contentar poco lui stesso, e
più tardi infatti vi rinunziò) di dimostrare una reale distinzione tra il mio
essere e il vero Essere. La questione già gli si era presentata nel De
antiquissima; quando arditamente asseriva: 1n Deo meam 1ipsius mentem cognosco;
facendo Dio omnium motuum sive corporum sive animorum primus Auctor. Gli s'era
affacciata negli stessi termini che a Plotino e a tutti quelli che s’eran messi
sulle tracce di lui, finché Spinoza non trasse col coraggio del genio
filosofico la conseguenza necessaria, che sola poteva chiarire il gran difetto
di quel primus Auctor. Unde mala? V. sente tutta la difficoltà: sed heic illae
syrtes, illi scopuli. Quonam pacto Deus mentis humanae motor, et tot prava, tot
foeda, tot falsa, tot vicia ? ». Cartesio che, appena raggiunta la sola realtà
certa del pensiero, la smarrisce ricascando nel platonismo della cognizione
intellettuale, che è passiva intuizione delle idee oggettive, spiega del pari
platonicamente l'errore con la volontà: che non si sa poi perché non debba
essere della stessa passività dell’ intelletto, se la sua libertà non importa
altro che la possibilità dell'errore. La soluzione del V. è più profonda.
Nessuno, come insegna il Vangelo di Giovanni, può andare al Padre, misi Pater
idem traxerit. E la volontà ? Quomodo trahit, st volentem trahit? V. aveva
accettato e accetta la dottrina agostiniana come la più conforme alla so I
Pubblicate per la prima volta nell’ed. Nicolini,242-3, ma da lui anticipate
nella Critica, VIII (1910), p. 479. stanza (necessità) della volontà divina, e
alla libertà della nostra; mantiene cioè l’azione divina, e la volontà umana; o
meglio quella in questa. Giacché, spinozianamente, egli nega l’assolutezza del
male, nega il finito come finito, che non sia modo dell’ infinito. Questo luogo
del De antiquissima non è stato mai ben considerato, ma è di grande importanza
per l’ intelligenza del pensiero vichiano: Hinc fit quod in ipsis erroribus
Deum aspectu non amittimus nostro: nam falsum sub veri specie, mala sub bonorum
simulacris amplectimur: finita videmus, nos finitos sentimus; sed id ipsum est,
quod infinitum cogitamus: motus a corporibus excitari, a corporibus communicari
nobis videre videmur; sed eae ipsae motus excitationes, eae ipsae
communicationes Deum, et Deum mentem, motus authorem asserunt et confirmant;
prava ut recta, multa ut unum, alia ut idem, inquieta ut quieta cernimus !. Nel
De antiquissima quindi conchiude tornando a dire ambiguamente: Sed cum neque
rectum, neque unum, neque idem, neque quietum sit in natura; falli în his rebus
nihil aliud est, nisi homines vel imprudentes vel falsos de creatis rebus in
ipsis imitamentis Deum Opi. Max. intueri »; come se realmente l’
intelligibilità da lui veduta nel molteplice non fosse l’uno, e nel movimento
la quiete, e così via. Ma il fiore sboccerà nella Scienza Nuova: dove i
bestioni diverranno la prima forma necessaria dello spirito divino nel corso
dell’umanità: e la grazia agostiniana diventerà quindi assoluta immanenza. Ma
torniamo al cartesianismo vichiano del 1699. È chiaro ormai ch’esso è tutto un
cartesianismo platonico, e come dire, capovolto. Tutti i mistici medievali, da
Agostino in poi, movendo da Plotino, rientrano în ?1nteriore homine, per
risalire quindi sopra la mente a Dio. E V. aveva ragione di dire che quel che
c’era di nuovo I De ant., c. VI: Opere, I, 174; cfr. Opere2, ed. Ferrari, III,
LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA per lui, in Cartesio, era falso, e il
vero era vecchio: non cartesianismo, ma platonismo. Ecco qui che cosa aveva
egli letto, per esempio, nella Teologia platonica del Ficino *: Neque audiendi
sunt sceptici, si negaverint in animis nostris esse veritatem, quia videantur
de singulis dubitare. Non enim de omnibus dubitat animus, ut apparuit in
omnibus necessariis veritatibus quas narravimus, et similibus. Hoc mihi candidum videri scio. Hoc
mihi iucunde olere scio. Hoc dulciter gustum attingere scio. Quis nesciat
summum bonum esse, quo nihil praestantius ? Et esse vel in homine, vel extra
hominem, et si in homine, vel in animo, vel in corpore, vel in utroque ? Quis
non certo sciat Deum esse, vel non esse ? et si sit, oportere unum esse, vel
plures, et si plures, aut finitos numero, aut infinitos ? oportere Deum esse
corporeum, vel incorporeum, ac si non sit corporeus, esse necessario
incorporeum ? [Fin qui è benissimo espresso il carattere della vecchia
metafisica scrollata dal cogito cartesiano: tutta concetti senza realtà, 0, se
sì vuole, tutta verità senza certezza). Item regulas multas astrologiae et
medicinae certas esse declarat effectus [che è, si badi, il concetto dell'esperimento,
non baconiano, dunque, ma ficiniano di V.]*, ut arithmeticas et geometricas
praetermittam, quibus nihil est certius [che è pure la dottrina vichiana) 3. Et quod maius
est, si quando animus de re aliqua dubitat, tunc etiam de multis est certus. Nam se tunc dubitare non dubitat.
‘Acsi certum habet se esse dubitantem, a veritate certa id habet certum. Quippe qui se
dubitantem intelligit, verum intelligit, et de hac re quam intelligit, certus
est, de vero igitur est certus. Atque omnis qui utrum sit veritas dubitat, in
seipso habet verum, unde non dubitet. Nec ullum verum nisi veritate verum est. Nonigitur oportet I Lib. XI, c. 7;
ed. cit. I, p. 263. 2 Cfr. De ant., c. I, $ 2: Opere, I, 136: In physica ea
meditata probantur, quorum simile quid operemur: et ideo praeclarissima
habentur de rebus naturalibus cogitata, et summa omnium consensione
excipiuntur, si iis experimenta apponamus, quibus quid naturae simile faciamus
». 3 Cfr. sopra30-31, e ancora Theol. plat., VIII, 2 (I, p. 185) e 4 (p. 189),
dove il Ficino chiarisce il carattere soggettivo o mentale delle realtà
matematiche. eum de veritate dubitare, qui potuit undecumque dubitare, ut
Augustinus inquit, praesertim cum non modo se dubitare intelligat, sed quod hoc
intelligit animadvertat, et quod animadvertit agnoscat, ac deinceps in
infinitum. Discernit praeterea dubium animum ab indubio. Nec eum latet quanto
satius foret non dubitare, et quam ardenter cupiat veritatem. Certitudinem
cum dubio comparat, quo fit ut de utrisque sit certus. Est insuper certus se
investigare, sentire, vivere, esse. Siquidem nihil dubitat qui non est, vivit,
sentit, et investigat. Certus
quoque est se non esse primam veritatem, quippe cum ipsa per se non dubitet.
Scit eam dubitatione et errore non implicare Qui il cartesianismo di V. c’ è
tutto; ma a suo posto: la verità trovata dalla mente, in se stessa, è atto
della verità che trascende la mente, e si celebra in un’altra mente, la quale
agisce in noi. Giacché in questa assenza della mente nostra a se medesima, o in
questa passività della mente, in quanto mente infinita, si fonda
neoplatonicamente il concetto della inconsapevolezza originaria dello spirito
come fantasia, quale si vede, per la prima volta, nella nostra Orazione. Il
legame intimo dei due concetti è chiaro appunto in Ficino, e mi permetto di
riportare ancora un lungo passo di lui per l’ interesse che ha qui il
chiarimento di questo punto: Mens autem, quae supra nos est, quia purus
intellectus est, puro intelligibili pascitur, id est pura fruitur veritate. Eadem
nostra mens assidue vescitur, si epulis superioris mentis accumbit. Nec iniuria
intelligentiam in anima essentialem perpetuamque locamus, quia ex eo est in
anima, quod convenit cum perpetuis eius essentiae causis. Et sicut animae
ingenitus est appetitus boni perpetuus atque essentialis, ita et ipsius veri
naturalis essentialisque intuitus, sive tactus aliquis potius, ut Iamblici
verbis utar. Tactus, inquam, omni cognitione discursuque prior atque
praestantior 1. Eiusmodi sententiam hac insuper ratione divinus ! Cfr. il
celebre luogo del CAMPANELLA, Metaph. I, proem.: A Deo errantes per fiagella
reducti sumus ad viam salutis et cognitio- [Iamblicus confirmavit, quod
quemadmodum temporalia contingentiaque per temporalem contingentemque
cognitionem attingimus, ita oportet necessaria et aeterna per essentialem et
perpetuam attingere notionem, quae non aliter inquisitionem nostram antecedit,
quam status motum. Temporalis vero cognitio ita inquisitionem sequitur, ut
contingens effectus motum sequitur ac ‘tempus. Putant autem divinum ipsum
mentis actum, qui quodam intuitu et quasi tactu divinorum fit, propter actiones
inferiores non intermitti quidem in seipso, quamvis quod animadversionem
pertinet, in viribus inferioribus intermittatur, atque actus intellectus rationalis,
vel rationis intellectualis, qui discursione fiunt, propter operationes
inferiores soleant intermitti, atque e converso. Verum cur non animadvertimus
tam mirabile nostrae illius divinae mentis spectaculum ? Forsitan quia propter
continuam spectandi consuetudinem admirari et animadvertere desuevimus. Aut
quia mediae vires animae, videlicet ratio et phantasia, cum sint ut plurimum ad
negotia vitae procliviores, mentis illius opera non clare persentiunt, sicut
quando oculus praesens aliquid aspicit, phantasia tamen, in aliis occupata,
quod oculus videat non agnoscit. Sed, quando mediae vires agunt ocium,
defluunt in eas intellectualis speculationis illius scintillae velut in
speculum. Unde et vera
ratiocinatio nascitur ex intelligentia vera, et humana intelligentia ex divina.
Neque mirum est aliquid in mente illa fieri quod nequaquam persentiamus. Nihil
enim animadvertimus nisi quod in medias transit vires. Ideo licet saepe vis
concupiscendi esuriat atque sitiat, non prius tamen hoc animadvertimus quam in
phantasiam transeat talis passionis intentio. Nonne nutriendi virtus assidue
agit ? Assiduam tamen actionem eius haudquaquam perpendimus, itaque neque
perpetuam mentis intelligentiam. Neque ex hoc est intelligentia illa debilior,
quod intelligere nequaquam nos agnoscamus; imo est potius vehementior. Saepe
enim dum canimus aut currimus, canere nos aut currere nequaquam excogitamus,
atque ex hoc attentius operamur. Animadversio enim actionis intentionem
distrahit animae, ac minuit actionem. Tyrones in qualibet arte opera eius artis
sine attentione non agunt, veterani autem, etiam nem divinorum, non per
syllogismum, qui est quasi sagitta qua scopum attingimus a longe absque gustu,
neque modo per authoritatem, quod est tangere quasi per manum alienam, sed per
tactum intrinsecum in magna suavitate ». si non attendant, habitu quodam et
quasi natura operantur. Quid prohibet talem esse continuam mentis
intelligentiam ? !. Intuizione, che da Bruno? fino a Schelling, Schopenhauer e
Hartmann avrà grande fortuna, finché non si saprà scorgere la potenza creatrice
dello spirito, e però l’unità di queste che Ficino dice mens e ratio. Anche per
V., da principio, la cognizione originaria, la vera cognizione, base d'ogni
riflessione, è questo tesoro non nostro, e quest’asinità, come l’aveva detto
Bruno, che sarà essere, o sostanza, ma non è pensiero; onde l'asino, per dirla
ancora con Bruno, solo se è predestinato, può arrivare alla Gerusalemme della
beatitudine e visione aperta della verità divina: perché gli sopramonta quello,
senza il qual sopramontante non è chi condurvesi vaglia » 3. V. nella Scienza
Nuova scoprirà una Gerusalemme della ragione tutta spiegata, a cui si conduce
l'uomo con le sue forze; ma potrà scoprirla in quanto, profondandosi sempre più
nella stessa intuizione neoplatonica, troverà che le forze dell’uomo sono la
stessa forza divina; e l’asino e il cavaliere bruniani diventeranno a’ suoi
occhi un essere solo. III. Con la seconda Orazione (18 ottobre 1700) si rimane
nella cerchia della filosofia neoplatonica; e mal si potrebbe scorgervi un
accento personale e una traccia di elaborazione originale del pensiero
vichiano. Pure il V., quando già aveva tutte quante scritte queste sei orazioni
anteriori al De nostri temporis studiorum ratione, 1 Theol. plat., libr. XII,
c. 4; I, p. 273. * Cabala del cavallo pegaseo. 3 Opp. ital., ed. Gentile,
IT,245-6. questa orazione tra tutte tenne, una volta, degna di veder la luce
per istampa. Poiché una sua dedica del dicembre 1708 a Marcello Filomarino !
dimostra che almeno allora non era dell’opinione espressa più tardi nell’
Autobiografia e già da noi ricordata, poiché questa seconda almeno pensava
allora di darla alla repubblica delle lettere; quantunque il suo disegno non
avesse poi esecuzione. La preferenza dell’autore per questa seconda orazione
non può aver altro significato se non che V. attribuiva uno special valore alle
verità quivi contenute, e le sentiva più vivamente nel suo animo. Profondità e
intimità, che ci viene per altro attestata dalla forte eloquenza con cui
l’autore esprime il suo pensiero in questa orazione, che è tra le pagine più
belle del V.. Egli vi espone principii dell'etica, di cui nella precedente
orazione aveva abbozzata la metafisica. Hostem hosti infensiorem infestioremque
quam stultum sibi esse neminem. Tema, che in forma più piana può formularsi
così: la felicità consiste nella cognizione del saggio che conosce se stesso
(nel senso della prima Orazione) e, in se stesso, Dio. Il concetto medesimo
classicamente svolto da Spinoza nell’ Etica, sorretto dalla intuizione
neoplatonica del bene come Uno immanente nello stesso molteplice: onde ogni
essere tende all’unità da cui deriva. V. comincia dal contrapposto, che abbiamo
visto in Pico della Mirandola *, tra la natura e l’uomo: la natura, governata
da leggi necessarie, assolutamente inviolabili, per cui ogni cosa non può
essere che se stessa e non può realizzare se non la propria legge; l’uomo,
dotato di una prerogativa, che è il principio di tutti i suoi mali: la libertà,
onde può accogliere in sé le più aspre contraddizioni. La natura è fatta,
l’uomo si fa: o, come dice Opere, ed. Ferrari, VI, 80-81. ® Vedi anche Ficino,
Theol. plat.] V., nella natura omnia ad aeternum exemplar facta, aeternoque
consilio regi; nell'uomo nedum diversa et contraria, sed a sua communique
natura aliena atque abhorrentia studia, e però, lungo il corso del tempo, un
alzum a se atque alium fieri. È meglio esser fatto o farsi ? Pel V. della
Scienza Nuova la risposta non sarà dubbia, quantunque, come ha nettamente
veduto il Croce 1, né anche V. si liberi del tutto della trascendenza in modo
da poter conquistare un pieno concetto del progresso. In questa orazione
tentenna, come Pico, come Ficino, come ogni neoplatonico; e, in fondo, se si va
a vedere, questa che si dice libertà, è servitù, e la vera libertà è quella per
cui si nega la prima, senza conservarla, senza mostrare che soltanto per la
prima si giunge alla seconda. Ad ogni essere Dio prescrive la sua legge.
All’uomo questa, scolpita da V. nello stile delle XII Tavole: Homo mortali
corpore, aeterno animo esto. Ad duas res, verum et honestum, sive adeo mihi
uni, nascitor. Mens verum falsumque cognoscito. Sensus menti ne imponunto.
Ratio vitae auspicium, ductum imperiumque habeto. Cupiditates rationi
ancillantor. Ne mens de rebus ex opinione, sed sui conscia iudicato; neve
animus ex libidine, sed ratione bonum amplectitor. Bonis animi artibus aeternam
sibi nominis claritudinem parato. Virtute et constantia humanam felicitatem
indipiscitor. Si quis stultus, sive per malam fraudem, sive per luxum, sive per
ignaviam, sive adeo per imprudentiam secus faxit, perduellionis reus sibi 1psi
bellum indicato » 2. La legge dell’uomo, adunque, è un valore che non è valore;
è un dover essere, che è essere; è una volontà, I La filos. di G. B. V.,143-4;
28 ed.,147-8. 2 Riferita con qualche variante dal V. nell’Autob., ed. Croce, p.
28. mere Ade ii LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA che è piuttosto natura.
Si determina in imperativi che, mentre par sì dirigano da Dio all'uomo,
sono rivolti da Dio a se medesimo. L’essere anima e corpo, il
tendere naturalmente (nascitor) a Dio come verità e come bene, il
conoscer la mente il vero e il falso, sono, e devono essere, volontà di
Dio; non sono, né possono essere, volontà dell’uomo. E se le altre
determinazioni della legge umana fossero dello stesso tenore, l’uomo non
si farebbe da sé quel che è (stultus o sapiens); sarebbe tale per
volere di Dio. V., non occorre dirlo, da questo genere di
determinazioni passò ad altre determinazioni che come libere potessero
essere rimesse alla libertà umana (non sottomettere la ragione ai sensi,
ma dar l'impero alla ragione, e a questa soggiogare gli appetiti, mirando
al fine da essa prescritto, e superando per tal modo la guerra tra
le passioni e le razionali aspirazioni); ma, poiché esse non sono se non
le definizioni della natura umana, quale può esser data dalla cognizione
della propria divinità (onde V. conchiude che lex, quam Deus humano
generi sanxit, sapientia est), poiché questa cognizione non può essere
del senso, ma solo della mente, la quale per natura cognoscit verum et
falsum, ed è quindi incapace di errore, non si vede come la legge
potrebbe esser mai liberamente violata: non si vede cioè come queste
altre determinazioni potrebbero esser leggi per la volontà umana
(leggi morali) e non più per la divina (leggi naturali), se V., come altri
prima di lui, non sottintendesse una volontà, che non è mens né sensus, o
meglio è insieme mens e sensus, e però può farsi questo e tornare ad
essere quella. Il motto, pertanto, di questa prima etica vichiana, è
quello della morale stoica e neoplatonica: seguir la natura: Si
sapientiae studiis animum adiungamus, naturam sequimur: sin ab ea ad
stultitiam traducamur, a nostra declinamus natura, et in cam facimus
legem ». Liberar la propria natura (concepita nella sua
originaria divinità astratta) dall’elemento estraneo sensuale, è
il processo morale: morale, perché eudemonologico, come fu
concepito dalla filosofia greca; eudemonologico, perché
intellettualistico, come fu concepito da Socrate, dalle scuole socratiche
e nel neoplatonismo, per cui il supremo fastigio dello spirito è amor Dei
intellectualis. V. comincia dal ritrarre co’ più foschi colori
una truce immagine della guerra: scontro degli eserciti avversi, e
fiammeggiare degli odii sul campo, quando ferve inesorabile l’ ira e il
furore acceca le menti e una prepotente libidine di strage infierisce negli
animi. E i volti efferati minacciano eccidio, e gli occhi rossi di
fiamme cercano nel nemico il punto da ferire, e la mano assale
pugnace, e il ferro passa da parte a parte. Se gli uni respinti indietreggiano,
gli altri incalzano: se questi stan fermi, quelli fanno impeto; dove si
scompiglian le file, penetrano gli avversari. Quindi, spettacolo
miserando, il campo seminato di strage, dopo la vittoria. E poi gli
orrori delle devastazioni, dei saccheggi, delle desolazioni.
Ebbene, assai più terribili sono i mali arrecati dalla guerra che
dentro di sé lo stolto fa a se medesimo: onde si perde patria, felicità,
libertà e ogni fortuna. L’anima è parte razionale, parte irrazionale.
Nell’anima irrazionale, secondo l’ immagine di Filone, ci sono come due
cavalli, maschio e femmina; uno irascibile e l’altro
concupiscibile: uno tutto forza e impeto, l’altro tutto debolezza e
languore. Nato l’appetito di alcun bene apparente (frava cupiditas
alicuius apparentis boni), l’anima è gittata nelle passioni
(perturbationes), di cui la sorgente è l’amore; che è desiderio,
seilbeneè lontano; speranza, se sl può conseguire; gaudio, se presente;
gelosia, se si ritiene così alto, che uno solo ne possa godere; e quindi
emulazione, invidia se altri .ne ha molto, e noi poco. Ma, ottenuto lo
scopo e strappata la maschera, resta la cosa, e il bene diventa
male, l’amore diventa odio, e se il male è assente, ne viene
l’avversione (abominatio et fuga); se presente, la tristezza e il dolore.
Edecco riscuotersi l’altro cavallo, il maschio, l'ira; che si fa audacia,
se può vincere il male; se dispera della vittoria, rinasce
l'appetito (della parte concupiscibile): e se il male è tollerabile, ne viene
la noia (faedium); se trasmoda, lo sbalordimento (stupor). Le gioie
s’alternano perpetuamente ai dolori; ma quanto fugaci le gioie, e come
fallaci tutte le promesse a cui si arrende l'appetito ! Gli stolti
che gli si danno in balìa, veggono talvolta Il soave diletto di un
Archimede occupato, durante il saccheggio di Siracusa, nelle sue
dimostrazioni geometriche; di uno Scipione che, mal compensato da Roma
della distruzione di Cartagine, si ritira tranquillo in una villetta a
studiare e, chiuso nella sua virtù, godere delle meditazioni della
filosofia e del ricordo delle sue grandi gesta. Ma che perciò ? Basta
forse la bellezza della virtù, a metterli, destando il desiderio di sé,
sulla via che sola conduce a quella dolce gioia che non è premio della
virtù, ma la virtù stessa ? La virtù è scienza: scienza del giusto
mezzo o di quei termini, per dirla del poeta, Quos ultra citraque
nequit consistere rectum; è coerenza logica, per cui non si può
lodare la virtù e Seguire il vizio; è ragionevolezza, per cui l'uomo si
sottrae all’insania delle gioie vane e delle tormentose cupidigie.
Stulti vita semper ingrata, semper trepida est, semperque is sibi
dissidet, secumque pugnat: semper fastidio sui Llaborat, suique taedet ac
poenitet. Nunquam ei velle ac nolle decretum est ». Lo stolto, dice V.,
semper foris est; nunquam secum habitat. Sconfitto nella
guerra con se stesso, egli vien cacciato dalla sua patria. Dalla patria
del sapiente: non dalla piccola città che un muro e una fossa
serra, ma dalla grande, cui circondano i flammantia moenia del
poeta; non dalla terra, che è governata dalla mente dell’uomo con
umano diritto; sì dal mondo, che aeterno regitur iure: dalla città, in
cui con Dio abitano i saggi: il mondo divino, che è la natura degli stoici e
dei neoplatonici, panteisticamente intuita nella sua divinità: etenim ius,
quo haec maxima civitas fundata est, divina ratio est toti mundo et
partibus eius inserta, quae omnia permeans mundum continet et tuetur ».
Quella ragione, che è in Dio, e costituisce la sapienza divina, è conosciuta
dall’uomo, e costituisce la sapienza umana (ma già dev’essere, com’ è
detto nella prima Orazione, anche nell'uomo, perché questi non la conosce
se non in se stesso); quella ferfecta ratio, come V. dice pure
esplicitamente, qua Deus cuncta
operatur, sapiens cuncta intelligit ». Cuncta: anche le passioni, la cui
conoscenza viene ad essere perciò sapientia, quindi superamento della
stultitia, e però libertà virtù, felicità: tal quale in Spinoza. La quale
virtù, appunto come in Spinoza, allo stringer dei nodi, poiché Dio
operando tutto, deve pur operare quell’ intelligenza onde noi
intelligimus omnia, cioè siamo virtuosi, non è operazione dell’uomo, ma dello
stesso Dio. A V. infatti par troppo superbo il pensiero degli stoici, che
la virtù (dell’uomo) faccia il sapiente simile a Dio; e gli par più
vero e più profondo dire: una re nos Deus sur similes reddit, virtute,
qua nedum humanae, sed cum caelestibus etiam aeternae nos compotes facit
felicitatis ». L'amore intellettuale della mente verso Dio, aveva detto
Spinoza, col quale V. era portato
necessariamente ad incontrarsi spesso dalla logica del suo pensiero
1, è lo stesso amore di I
Sarebbe tema degno di studio speciale quello dei rapporti ideali di V.
con Spinoza. Intorno ad alcuno dei probabili rapporti storici v. B.
CROCE, La filosofia di G. B. V., p. 198; 28 ed., p. 204. I riscontri
della metafisica vichiana con quella dello Spinoza notati da Dio:
l’amore cioè con cui Dio ama se medesimo, non in quanto è infinito, ma in
quanto si può esplicare per l’essenza della mente umana considerata sub specie
aeternitatis; o in altri termini, l’amore intellettuale della mente
CARLO SARCHI, Della dottrina di B. Sp. e di G. B. V., Milano,
Bortolotti, 1877,103-7, 195-6, additano certamente rassomiglianze non
trascurabili, quantunque qualcuna di esse sia inesatta; ma non dimostrano
nessun rapporto né storico, né ideale; perché non concernono nessun
concetto specifico dello spinozismo. Ecco invece alcune coincidenze
significative che potranno fornire materia a una speciale indagine.
Spinoza (Età. III, def. 1) distingue due specie di causa: Causam
adaequatam appello eam, cuius effectus potest clare et distincie per
eandem percipi. Inadaequatam autem seu partialem illam voco, cuius effectus
per ipsam solam intelligi non potest». E V. nella Prima risp. al Giorn. d.
Letter. (Opere, I, 221) avverte: Per vera cagione intendo quella che per
produrre l’effetto non ha di altra bisogno », 0, come spiega nella Sec.
risp. (I, 257), non ha di cosa forestiera bisogno »: quella causa insomma
nella cognizion della quale la scienza consiste, poiché il criterio di
avere scienza di una cosa, è il mandarla ad effetto ». Tutta spinoziana,
più che cartesiana, è la dottrina della sostanza e degli attributi
propugnata nel De antiq., e così riassunta nella Sec. risp. (I, 267):
Sostanza in genere dico esser ciò che sta sotto e sostiene le cose,
indivisibile in sé, divisa nelle cose ch’ella sostiene; e sotto le divise
cose, quantunque disuguali, vi sta egualmente. Dividiamola nelle sue
spezie:sostanza distesa è quella che sostiene estensioni disuguali
egualmente; s o stanza cogitante è quella che sostiene pensieri disuguali
egualmente; e siccome una parte dell’estensione è divisa dall'altra, ma
indivisa nella sostanza del corpo, così una parte della cogitazione, cioè
a dire un pensiero, è divisa dall’altra, cioè da altro pensiero, ed è
indivisa nella sostanza dell’anima ». Cfr. De uno, lemm. I (Opp.?, ed.
Ferrari, III, 16). V., De antiq., c. IV,
$ 2 (Opere), riproduce anche la distinzione spinoziana di attributum e
modus. Spinoziano è pure quel che V. dice nella Sec. risposta (I, 268)
intorno all’errore: Io non mai ho inteso dire false le apprensioni
nell’esser loro; perché i sensi, anche allorquando ingannano, fanno
fedelmente l'ufficio loro; ed ogni idea, quantunque falsa, porta seco
qualche realità, essendo il falso, perché nulla, impercettibile. Ma le ho
dette false, in quanto sono urti e spinte al precipizio della mente in
giudizii falsi ». Cfr. SPINozA, Eth., II, prop. 17 sch., prop. 35
etc. Per Spinoza (E#h., II, pr. 7)
ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum; e per V.
egualmente: L'ordine dell’ idee dee procedere secondo l’ordine delle cose
» e le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che
trattano »: due dignità (LXIV e CVI) che, intese alquanto meglio che non
suonino le parole, si riferiscono allo stesso ordo di Spinoza. Per Spinoza è un corollario della cit.
proposizione quod Dei cogitandi potentia aequalis est ipsius actualì
agendi potentiae; hoc est, quicquid ex infinita Det DI
verso Dio è parte dell’ infinito amore onde Dio ama se stesso
!. Lo stolto, vinto dalle passioni, ci rimette la propria
felicità: perché la virtù, come dice Spinoza, è premio a natura
sequitur formaliter, id omne ex Dei idea eodem ordine eademque connexione
sequitur in Deo obiective»: che è il verum factum convertuntur rispetto a
Dio, di V.. Per Spinoza (E#à., I,
app.) il concetto delle cause finali è antropomorfico (quod scilicet
communtiter supponant homines, omnes res naturales ut ipsum propter finem
agere) e l’interrompere la ricerca delle cause meccaniche ricorrendo ad
Dei voluntatem è un ad ignorantiae asylum confugere. E V.: Gli uomini ignoranti delle naturali
cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare nemmeno per
cose simili, essi dànno alle cose la loro propria natura.... », e La
fisica degli ignoranti è una volgar metafisica, con la quale rendon le cagioni
delle cose ch’ ignorano alla volontà di Dio, senza considerare i mezzi
de’ quali la volontà divina si serve » (dign.). E altri riscontri si possono aggiungere
come i seguenti: Primum verum
metaphysicum et primum verum logicum unum idemque esse »: V., Notae al Diritto
Universale, in Opere?, ed. Ferrari, III, 21 (Scienza Nuova?, dign. CVI:
Le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che
trattano »; cfr. pure dign.). Cfr. Spinoza, Eth., I, 10 sch. La fantasia
tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio » (Sc. N.2, dign.
XXXVI; e cfr. oltre,84 sgg.). Cfr. Spinoza, Tract. Theol.pol., c. 2: Nam qui maxime imaginatione pollent, minus
apti sunt ad res pure intelligendum, et contra, qui intellectu magis
pollent, eumque maxime colunt, potentiam imaginandi magis
temperatam, magisque sub potestatem habent et quasi freno tenent, ne cum
intellectu confundatur ». Anche per lo
Spinoza (Etàh., IV, 37 sch. I e 68 sch. e le note mie all’Ethica, Bari,
Laterza, 1914, parte IV, nn. 40, 80) la religione è, come pel V., il
principio della vita civile dell’umanità.
A Spinoza manca certamente la profonda teoria vichiana del certo
(v. oltre,120 sgg.); ma un accenno a questo concetto è nella sua dottrina
del valore probativo dei fatti storici (a proposito delle profezie) nel
Trattato teologico-politico. Notevole questo luogo delle Annot. in Tract.
th.-pol., VIII, in Opera, Vloten-Land, II, 177: Per res perceptibiles non illas tantum
intelligo, quae legitime demonstrantur, sed etiam illas, quae morali
certitudine amplecti et sine admiratione audire solemus, tametsi
demonstrare nequaquam possunt. Euclidis demonstrationes a quovis
percipiuntur priusquam demonstrantur. Sic etiam historias rerum tam futurarum
quam praeteritarum, quae humanam fidem non excedunt, ut etiam jura,
instituta et mores, perceptibiles voco et claros, tametsi nequeunt
mathematice demonstrari. Caeterum hieroglyphica et historias, quae fidem
omnem excedere videntur, imperceptibiles dico.Eth., V, prop. 36. Era
dottrina neoplatonica. Mi piace citare qui un luogo di un nostro
neoplatonico, di cui subì l’ influsso anche Spinoza, Leone Ebreo; il quale nei
Dialoghi di amore (1516) dice che se stessa: la virtù, che è rerum
scientia, certa scire, quindi mente adire Deum, che è il sommo bene. Il
saggio, ritraendosi con la mente dentro se stesso, riacquista la perduta
libertà (quella libertà che sarebbe stato meglio non avesse mai
compromessa e smarrita per il libero arbitrio !): poiché egli agnoscit quae in nobis sunt, natura sua
libera et propria esse: extra autem postta, serva et alieni iuris
». Lo stolto infine, sconfitto e fatto prigioniero di se medesimo, è
gittato nel carcere del corpo:
Tenebricosus carcer esì corpus; triumviri, opinio, falsitas,
error; custodes, sensus, qui in pueris acerrimi, in senibus hebetes, et
in omni vita pravis affectionibus corruptissimi ». Il nosce
te ipsum della prima Orazione diviene nella seconda: sequere naturam. Ma
è sempre lo stesso pro ]» amor divino non solamente ha dell’onesto, ma
contiene in sé l’onestà di tutte le cose e di tutto l’amor di quelle, come che
sia: perché la divinità è principio, mezzo e fine di tutti gli atti
onesti.... È principio, perché dalla divinità depende l’anima intellettiva
agente di tutte l’onestà umane, la quale non è altro che un piccolo
raggio dell’ infinita chiarezza di Dio appropriato all'uomo per farlo
razionale, immortale e felice. E ancora questafanima intellettiva, per
venire a fare le cose oneste, bisogna che partecipi del lume divino: perché,
non ostante che quella sia prodotta chiara, come raggio della luce
divina, per l’ intendimento della colligazione che tiene col corpo, e per
essere offuscata dalla tenebrosità della materia, non può pervenire all’
illustri abiti de la virtù e lucidi concetti della sapienzia, se non
ralluminata dalla luce divina in tali atti e condizioni, che così come
l’occhio, se ben da sé è chiaro, non è capace di vedere i colori, le
figure e altre cose visibili, senza esser illuminato dalla luce del sole,
la quale, distribuita nel proprio occhio e nell'oggetto che si vede e
nella distanzia, che è fra l’uno e l’altro, causa la visione oculare
attualmente, così il nostro intelletto, se ben è chiaro da sé, è di tal
sorte impedito negli atti onesti e sapienti dalla compagnia del rozzo corpo e
così offuscato, che gli è di bisogno essere illuminato dalla luce divina....»;
ed. Venezia, D. Giglio, 1558, p. 19. Pei rapporti di Leone con Spinoza
vedi E. SoLMI, B. S. e Leone Ebreo, Modena, Vincenzi, 1903; e GENTILE,
Studi sul Rinascimento, Firenze, Vallecchi, 1923, p. 96 sgg. Dopo, un
importante lavoro su Leone fu pubblicato da Ernst AppPEL, Leone Medicos
Lehre vom Weltall u. ihv Verhdltniss zu griech. u. zeitgenòssichen
Anschauungen, notevole per la illustrazione delle fonti di Leone
(Plotino, Ficino): in Arch. f. Gesch. d. Philos., XX (1907), 287-403,
456-96. Vedi ora gli studi del SAITTA nel Giorn. Crit. d. filos. ital.,
1924-25; e H. PFLAUM, Die Idee der Liebe, Leone Ebreo, Tiibingen, Mohr,
1926. cesso: onde la metafisica diviene un'etica, ma
un'etica che è una metafisica: un'etica naturalistica, come quella
di Bruno e di Spinoza, dove l’uomo non può trovare la sua libertà perché
è un modo della sostanza. Se V. fosse rimasto a questo punto, in cui Deus
operaur e l’uomo non può se non intelligere quel che fa Dio, al
concetto della storia, di un mondo creato dall'uomo, non sarebbe mai
pervenuto. Ma egli ora va ricercando come l’ intelligere umano possa
essere un operari di Dio; unità di contrari, senza di cui la storia della
Scienza Nuova non sarebbe nata nemmeno ?. La terza Orazione (che V.
dice recitata il 18 ottobre 1701, che è, a dir vero, dell’anno successivo) =
riprende la concezione dell’etica adombrata nella precedente, mantenendo
l’opposizione dualistica di natura e uomo, ragione e senso, virtù e passioni, e
quindi il concetto della libertà come prerogativa fatale dell’uomo, prima
origine di tutti i suoi vizi; onde tutto il male che fa l’uomo, lo fa lui, e
tutto il bene, in fondo, lo fa Dio. È rafforzata l'opposizione tra la necessità
naturale e la libertà umana coi colori presso a poco di cui s’era servito, come
s' è 1 Pel tema di questa Orazione cfr. il De uno, c. XXX, e la nota del
Ferrari a q. 1. in Opere2, III, 25. I concetti stoici dell’ Orazione
ricompaiono nello stesso De uno, cc. XII-XXXVIII. 2 [Infatti nel 1701, causa la
così detta rivoluzione del principe di Macchia, lo Studio napoletano si riaprì,
non secondo la tradizione, il giorno di San Luca (18 ottobre), bensì, senza
alcuna cerimonia inaugurale, il ro novembre. Inoltre in certi Giornali inediti
di ANTONIO BuLIFON (amico del V.), alla data del 18 ottobre 1702, è detto che,
nella riapertura degli Studi avvenuta in quel giorno, il signore Giovanni de V.
fe’ una erudita orazione come lettore di rettorica » (Comunicazione di F.
NicoLINI, al cui lavoro rimando per una più precisa documentazione)]. veduto,
il Pico. Ma esplicitamente deplorata, a differenza del Pico, la sua
prerogativa. At utinam Deus fecisset immortalis naturam humanam sibi itidem, ut
reliquae, mancipatam ! ». Se non che, nell’etica di quest'anno spunta un
elemento nuovo, che rompe l’ascetismo dell’ Orazione precedente. L'uomo,
tornando in se stesso, per seguire la propria natura, vi trova una legge che lo
riporta fuori di se stesso: Maxima quidem et potentissima illa vis est in
hominum animis insita, quae alium alii consociat et comungit ». Pel V. la
filosofia è ancora una naturae vestigatio; ma in questa natura comincia ad
esserci veramente qualche cosa, che non è la natura fatta da Dio, e che non è
male: ed è la soctetas. Questa realtà non è più l’ Uno astratto del
neoplatonico, perché si realizza nella molteplicità; talché la stessa
sapientia, che prima era quel dio che l’ individuo trovava nel fondo della
propria essenza, ora essa stessa è un legame, una comunità, di cui
compartecipano i filosofi. È il mondo del diritto, che comincia a premere in V.
sul neoplatonismo: un empirismo contro una filosofia, ma che ha su questa il
vantaggio di affermare il valore di quel mondo umano, vario, diverso, non
raggomitolato nel pensiero immutabile dell’immutabile verità, ma spiegantesi
attraverso l’amore e l'odio per trionfarne. Legge della società è che il socio
aut rem aut operam conferat in commune; e V. in questa Orazione svolge pedagogicamente
la necessità che i soci di quella società che è costituita dai letterati, dagli
scienziati e dai filosofi adempiano in buona fede secondo il monito del
giureconsulto romano (inter bonos bene agier) cotesta legge. Scarsa l’
importanza scientifica dei singoli precetti di questa morale letteraria esposta
nel séguito dell’orazione; ma nelle esemplificazioni e nella deduzione di essi
V. ha occasione di darci notizie assai interessanti per la storia del suo
pensiero filosofico, e indizi manifesti di una crisi che in lui vien maturando.
Dove riprende i filosofastri che contravvengono alla buona legge della
repubblica letteraria non recandovi il contributo di opere proprie, ma badando
a lacerare le altrui, reca ad esempio le ingiurie che si sogliono scagliare
contro Platone, anilium fabellarum auctorem; contro Zenone, vanum mirabilium
promissorem, magnificum, suderbum et fastus plenum; contro Democrito ed
Epicuro, carneos homines; contro Cartesio, naturae pottastrum, € contro
Aristotele, al quale non se ne risparmia nessuna. Lo studioso di buona fede
deve, invece, lodare in ogni scrittore quel che c’è da lodare; e attribuire gli
errori all’umana debolezza. Si te philosophiae dedidisti, audi Platonem, quae
disserat de animorum immortalitate, de divinarum aeterna et infatigabili vi
idearum, quae de geniis, quae de Deo summo bono, quae de amore a libidine
defoecato; et eum divini cognomentum lure promeruisse cognosces. Audi Stoicos,
quam graviter et severe sapientis constantiam doceant; et tute rigidos ac torvos
virtutis custodes dixeris. Audi Aristotelem, quanto acumine facultatem
dissertatricem universam complexus sit: cui nihil hactenus aliud, nisi quam
explicationem, rationem, et aliquod utilius exemplum addiderunt: quo corde de
re oratoria et poética praecepta tradat; absolutissimum illud de morum
philosophia systema perlege; et ingeniorum miraculum ultro fateberis. Audi
Democritum, quam verisimillima de principiis rerum, de corpusculorum effluvio,
de sensibus contempletur; et Naturae praelucem appellabis. Audi Carthesium,
quae de corporum motu, de passionibus animi, de sensu videndi nova et admiranda
investigarit, quae de primo vero sit meditatus; ut geometricam methodum in
physicam doctrinam invexit; et philosophum dices non ad aliorum exemplar
factum. Dove, se non m’ inganno,
è un documento assai notevole delle opinioni filosofiche di V. al 1702. Platone
coi rimaneggiamenti neoplatonici (caratteristici il de geniis e il de Deo summo
bono) è sempre, com'era da aspettarsi, il fondamento: su cui si accettano degli
stoici la morale (cfr. Orazione precedente); di Aristotele la logica, la
rettorica, la poetica e l’etica (fusa con la stoica); e, quel che è più
interessante, si fa buon viso non solo a Cartesio, di cui già la prima Orazione
accettava la teoria del primo vero, che il De antiquissima combatterà, e il
metodo geometrico, che sarà sempre, più o meno, vagheggiato come l’ ideale
della dimostrazione scientifica in tutte le opere, fino alla Scienza Nuova; ma,
quel che non ci saremmo davvero aspettati, anche a Democrito, anche a quella
fisica corpuscolare democrito-epicurea e cartesiana, che dal De antiquissima in
poi V. avverserà vigorosamente dallo stesso punto di vista dal quale
contemporaneamente, e per analoghe ispirazioni, la scalzava il Leibniz. La dottrina
dei punti metafisici non era ancor nata; ma è lecito anche sospettare che per
allora V. non vedesse nettamente l’ irriconciliabile contrasto che c’è tra il
meccanismo della fisica corpuscolare e il dinamismo della sua metafisica
platonica. Non è per altro da trascurare che fin d’allora V. non riconosceva
valore di verità, ma soltanto una certa verisimiglianza a quella dottrina
fisica, come probabilmente alla teoria democritea, che poco prima aveva
rinnovato il Locke, della soggettività delle qualità secondarie (cui forse si
allude col de sensibus). Poiché in questa stessa Orazione spuntano quelle
riserve, che egli farà più tardi esplicitamente circa la portata dimostrativa
del metodo geometrico, su cui il razionalismo cartesiano faceva troppo assegnamento;
e s’affaccia quello scetticismo rispetto alla scienza della natura che sarà
svolto poi nel De antiquissima, quando V. acquisterà la chiara coscienza (una
trentina d’anni prima di D. Hume) che la scienza della natura ci è vietata
dall’ impossibilità di conoscer le cause reali; e affermerà esplicitamente che
il razionalismo dei filosofi dal fastoso placito sapientem nihil opinari,
genera l’ordine tutto opposto degli scettici: e opporrà al vero dei matematici
i probabile dei filosofi!. Nella fisica corpuscolare doveva vedere nel 1702 una
verisimiglianza equivalente alla probabilità propria della metafisica del De
antiquissima. E insomma di fronte a quella fisica è da credere che rimanesse in
atto di non irriverente scetticismo; secondo una tendenza ovvia del suo
neoplatonismo (e se ne è colta l’espressione nel Ficino), che contrappone
l’operare di Dio nella natura all’operare della mente nell'animo: dualismo, per
questo lato non diverso da quello onde l’empirismo inglese doveva minare la
scienza razionalistica cartesiana. Tra gli altri precetti di buona fede
scientifica V. appunto raccomanda di non finger di sapere quello che s’ ignora.
E nella illustrazione di questo precetto fermenta certo lievito di scetticismo,
indice di studi nuovi e di nuovi bisogni mentali. Esempio di ignoranza
dissimulata sotto la maschera della scienza: l’antipatia. La si definisce: una
facoltà che non ne soffre un’altra. Ma che Dio ti benedica, spiègami in che
cosa è riposta questa facoltà. In certa facoltà occulta. Ma appunto di questo
ti prego: spiegami questa facoltà occulta. E zitto. Perché non dire piuttosto
fin da principio: non so ? ?. Fin qui è la polemica cartesiana contro le entità
metafisiche e le qualità occulte degli aristotelici. Poi segue un altro
esempio, che è la satira di un'applicazione car I Sec. visp., in Opere, I,
273-4. 2 Nel De antiq., c. IV, $ 2 e nella Sec. risposta, $ IV in Opere, I,
261, V. poi diede torto così agli aristotelici, che guardano le cose fisiche
con aspetto di metafisici per potenze e virtù, e così credono esser luce quelle
cose che sono opache »; come ai cartesiani, che con l'aspetto di fisici
guardano le metafisiche cose, per atti e forme finite, cioè non credono esser
luce se non dove ella riflette ». tesiana del metodo geometrico in fisica.
Donde apparisce che fin da principio V. doveva in quella sorta di fisica
incontrare insormontabili difficoltà, e si scorge una certa anticipazione di
una arguta censura mossa più tardi all'abuso di certi metodi strepitosi: S'
immagina che un cartesiano, movendo dalle sue regole, definizioni e postulati,
voglia dimostrare che i corpi lanciati sien portati non dalla gravità, bensì
dalla circumpulsione dell’aria, con la pretesa di dare alla dimostrazione la
stessa evidenza di quella, che gli angoli di un triangolo sono eguali a due
retti. V. non la vede così chiara. Ma tu hai concesso i principil. SÌ, perché
sono molto verisimili. E allora? Ma, chi sa? Qualcuna di queste regole del moto
di Cartesio potrebbe anche esser falsa. Ossia, potrebbe! Forse che il Malebranche
ne ha scoperta falsa una sola? In conclusione: Quid simulamus et geometricas
demonstrationes homini sanae mentis obtrudimus, quas non assequatur ? Sarebbe
come chi ha buona vista, è sveglio, e non vede la luce del sole. Ma confessiamo
qualche volta la debolezza della nostra natura: :n hoc studia valeant, ut hoc
sciamus vel nescire, vel admodum pauca scire. La differenza tra l’ ignorante e
il dotto, si sa, è che il primo crede di sapere, e il secondo sa d’ ignorare.
Nella quarta Orazione (che dall’autore è attribuita al 18 ottobre 1704)? V.
illustra un concetto ancor più alieno dal mero ascetismo: che i maggiori
vantaggi che sì possono ritrarre dagli studi sono quelli che coincidono Sec.
risp., $ IV: Opere, I 272. 2 Vedi Nota più avanti,92 sgg. So coi fini morali
propri degli studi stessi indirizzati a pro della comunità civile. Egli
s’allontana sempre più dalla concezione mistica dello spirito, attratto dal
vivo senso della realtà storica della natura umana: onde finirà col vedere il
vero e il certo dello spirito soltanto nel senso comune degli uomini. Il sommo
bene non è più soltanto Dio (il Dio immediato, astratto); ma è anche la vita
comune, la realtà storica (Dio concreto, mediato). Non è cangiato il punto di
vista; ma la legge morale si riempie di un contenuto, al quale lo spirito prima
era indifferente, e che accentua il motivo dell’ immanenza, di contro a quello
della trascendenza del panteismo acosmico dei neoplatonici. La sapienza o
cognizione di Dio si orienta verso la realtà umana; pur rimanendo mera
cognizione, ed un'etica, perciò, eudemonistica. V. sente il bisogno di spezzare
una lancia in favore dell’ intellettualismo socratico, combattuto da
Aristotele, pigliandosela con coloro che omnium primi hanc humanae societati
perniciosissimam invexerunt horum verborum ‘utilis honestique’ distinctionem;
et quod natura unum idemque est, falsis opinionibus distraxerunt ». Per V.,
come per Spinoza! e per tutti i platonizzanti, la felicità, consistendo nella
cognizione, che è pure la virtù, non può scompagnarsi da questa, anzi coincide
con questa. V., per altro, introduce di suo una distinzione notevole: distingue
beni fisici e beni spirituali, tralasciando di dimostrare (ma non negando) nei
primi la identità socratica dell’utile e dell’onesto; e restringendosi ai
secondi. Officia, egli nota, quae a mentis opibus animique proveniunt, non sunt
ciusmodi, ut vita, fundus, aedes, quas qui insumit non utitur, qui utitur non
insumit; sed res eius miri generis sunt, ut qui eas tenent, non habeant; qui
donant, hoc ipso quod donani, conser t Eth., IV, prop. 24. LA PRIMA FASE DELLA
FILOSOFIA VICHIANA vent; et argute ac vere carum avaros înopes, liberales
dixeris copiosos. Et vero caussarum patrocinia, morborum curationes, agendorum
fugiendorumque consilia uter în suis rationibus referat îs, qui accepit has
res, an qui dederit ? Quod si ita se res habet, necessario illud conficitur:
quo quis eiusmodi officiorum finem sibi ampliorem proponit, uberius eorum
facere compendium mnecesse est. Quis autem amplior finis, quam velle iuvare
quam plurimos, quo uno homines, alius alio proprior ad Deum Opt. Max. accedit,
cuius ea est natura, iuvare omnes ? >. Qui abbiamo, mi pare, un nuovo
orientamento, non per l’ indirizzo etico, che rimane immutato, ma pel concetto
fondamentale dello spirito. L’accessio ad Deum, in cui si continua sempre a
risolvere il processo dello spirito, non è veduta come un ritrarsi dello
spirito dalla molteplicità (della natura corporea) nella propria unità; anzi
come un uscire dalla propria astratta unità e realizzarsi nella molteplicità
(dello stesso spirito, come comunità sociale). V. non guarda più alla natura,
in cui non ha trovato mai il suo mondo, e da cui si sforzava di raccogliersi in
sé; ma comincia a guardare alla storia, dove ha ritrovato sempre se stesso,
studiando il diritto. Onde il processo spirituale gli si rovescia, e se prima
era un ascenso a ritroso del descenso divino, ora comincia ad apparirgli un
descenso anch’esso parallelo al divino; e con questo di vantaggio, che il
descenso divino del neoplatonico è decremento di realtà, e il descenso dello
spirito è un incremento di realtà, e quindi piuttosto un ascenso. Lo spirito si
realizza nella comunicazione; non si diffonde perciò, ma si concentra. Non si
tratta più di cieco emanatismo, ma di veramente provvidenziale, finalistico,
processo teogonico. V. intravvede già oscuramente la via sua, e comincia a
staccarsi dalla vecchia filosofia. E sulla nuova via risolutamente s’avanza
nella successiva Orazione (18 ottobre 1705) *, che, proponendosi di provare
respublicas tum maxime belli gloria inclytas et rerum imperio potentes, cum
maxime literis florueruni, ha occasione di svolgere il concetto dialettico
dello spirito che è spuntato nell’ Orazione dell’anno innanzi. Poiché essa si
aggira intorno al concetto della guerra, che riapparisce in aspetto affatto
diverso da quello, in cui era stata rappresentata nell’ Orazione del 1700. Lì
la guerra era dell’uomo in balìa del senso, accecato dalle passioni, artefice
di male agli altri e a se stesso, errante fuori della sua razionale natura,
nella cui immoltiplicabile unità non può nascere conflitto di sorta. Nata
dall’errore, essa non poteva non esser deplorata come l’errore: effetto di una
libertà malaugurata, non manifestava la divinità, anzi la miseria dell’uomo
alienatosi dalla sua divina origine. Qui invece l’errore stesso comincia ad
apparire all'uomo, che ha meditato sul mondo umano, qualche cosa di necessario:
ut ad quod verum vecta pergere nati sumus, non nisi per viarum amfractus
circumducamur. Che è ben altra cosa da quella facile impresa che pareva una
volta la filosofia a V. (Oraz. I), per cui ognun che volesse non aveva che a
guardar il tesoro di divina sapienza recatosi in seno dalla nascita. Qui la
filosofia è un’ impresa non meno virile ed ardua della gesta guerriera. Le
forze dello spirito si sublimano ai suoi occhi; non per la loro natura od
origine, ma pel loro valore e destino. An ignoramus, quanta sit animi vis,
quamque admirabilis?... Qui sapientiam ociosam putant, non plane norunt. Ea
enim est hominis emendatio. Nam mens et animus homo: mens autem erroribus
obrupta, animus cupiditatibus depravatus. Sapientia utrique medetur malo, et
mentem veritate, animum virtute format. Virtus instar ignis actuosa semper....
». Qui tutto è capovolto. La stessa mens, contro cui lo stolto della seconda I
Se questa data assegnata dal V. è esatta.] Orazione si metterebbe arrendendosi
agli appetiti, non è verità, ma errore anch'essa. Il punto di partenza (la
natura umana) non è più il bene, ma il male. L'uomo comincia ad apparire
originariamente non più l’Adamo dell’ Eden, ma il bestione postdiluviano. La
ragione tutta spiegata non è a principio, ma alla fine; e il processo non è un
tornare indietro dopo vani erramenti, ma un andare avanti, sempre avanti, dall’errore
alla verità. I conflitti, quindi, che la guerra deve risolvere, non sono più
accidentali, ma naturali e necessari; e le guerre stesse quo res componanit
vengon dichiarate necessarie al genere umano !. Quid enim sibi volunt graves ex
eo 1ure conceptae formulae, nisi bona pace iniurias ad iuris hostimentum
revocari; sin per pacem non liceat, ut armata vi vindicare inferendas, ulcisci
acceptas ius sit: et fas nationum supremamque iuris gentium legem,
conservationem humanae societatis, quam sapientes volunt, omnium officiorum
moderatricem, armatos milites asserere ac vindicare? ». Le guerre, secondo V.,
si devono definire turis 1udicia; la scienza della guerra humani iuris
prudentia, giurisprudenza internazionale; e, perché tale, atta a nutrirsi, come
è dimostrato anche dallo studio della storia, di tutta la ricchezza spirituale
che in uno Stato è tesorizzata dal fiorire d'ogni cultura letteraria,
scientifica, filosofica, 0, in genere, dello spirito. Sì comincia così ad
intravvedere un vero certo, un razionale provato dalla realtà, un diritto
prodotto dai fatti; un bene che sfavilla dal cozzare dei mali; una sapienza, a
cui collabora il genere umano, in una fatica che non è più vana. V. distingue
due specie di guerre, bella generis inferioris e bella generis superioris; le
guerre di Attila, devastatrici e barbariche, e le guerre di Senofonte, civili
ed edificatrici di civiltà. Inutile qui rilevare il carattere empirico della
distinzione. V. ha distratto il suo sguardo dal mondo intelligibile dei
filosofi platonici; è concentrato nella contemplazione dell’uomo. Nella sesta
Orazione (18 ottobre 1707) ® affronta, come farà più ampiamente nell’orazione
notissima dell’anno dopo, il problema dello svolgimento pieno e graduale dello
spirito dal lato che interessa la pedagogia: Corruptae hominum naturae cognitio
ad universum ingenuarum artium scientiarumque orbem absolvendum invitat, ac
rectum, facilem ac perpetuum in tis addiscendis ordinem exponit. È il problema
stesso della prima Orazione, dove il nosce te ipsum non faceva scoprire altro
che l’astratta natura divina dello spirito umano, e qui invece mette innanzi
tutto un processo di sviluppo di questo spirito, dalla sua natura corrotta alla
scienza. Sviluppo, che non è niente di accidentale, ma la realizzazione dello
spirito; e a cui perciò il pedagogista si appella contro l’usanza di avviare i
giovani allo studio di questa o quella determinata scienza o arte, filiorum
ingenio ad quaenam id factum natumque sit inexplorato, et eorumdem naturae
viribus inexpensis, ex sua animi libidine.... vel invita quam sacpissime
Minerva 2. V. comincia dal descrivere al vivo gli effetti del peccato
originale, oltre il quale la sua mente più tardi non risalirà a vagheggiare lo
stato originario dell’uomo perfetto. Di qua da esso l’uomo non ha più nella
lingua lo strumento di espressione adeguato del proprio pensiero; nella mente
non ha più lo strumento del vero; e quindi si travaglia tra le apparenze
fallaci e le mutevoli opinioni; e, quel che più lo affligge, l'animo non gli
serve 1 Vedi Nota più avanti,92 sgg. 2 Cfr. S. Nuova, Dign. VIII: Le cose fuori
del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano.] più se non a gettarlo
in preda alla tempesta delle passioni. L'emendazione dello spirito consisterà
pertanto nell’eloquenza, nella scienza e nella virtù. Il fine dell’uomo, si può
dire, è quello di farsi uomo: certo scire, recte agere, digne loqui. Uomini
divini son quelli che stimolano efficacemente gli uomini al raggiungimento di
cotesto fine. Nec sane alio fictis fabulis poètae sapientissimi Orpheum lyra
mulxisse feras, Amphionem cantu movisse saxa, t1sque sese sponte sua ad
symphoniam congerentibus, Thebas moenisse muris; et ob ea merita illius lyram,
delphinum huius in coelum invectum astrisque appictum esse finxerunt. Saxa illa,
illa robora, illae ferae homines stulti sunt: Orpheus, Amphion sapientes, qui
divinarum scientiam huma-. narumque prudentiam cum eloquentia coniunzeruni,
erusque fleramina vi homines a solitudine ad coetus, hoc est a suo ipsorum
amore ad humanitatem colendam, ab inertia ad industriam, ab effrena libertate
ad legum obsequia traducuni ; et viribus feroces cum imbecillis rationis
aequabilitate consociant ». Orfeo e Anfione diverranno per V., più tardi,
ritratti ideali e fantastici universali della prudenza incivilitrice dell’uomo:
ma qui appariscono come i rappresentanti della forza plasmatrice (flexamina
vis) tutta propria della spiritualità umana: per cui gli uomini da se medesimi
escon di solitudine, celebrano l’umanità loro nelle città, nel lavoro, costringono
la libertà sotto il freno delle leggi, consociano le loro forze selvagge al
mite governo della ragione: quello insomma che si dirà il mondo delle nazioni. Is perpetuo est
horum studiorum verissimus, amplissimus et praeclarissimus finis. Siamo ben lontani dal non doversi
altrove il fine degli studi riporre che in coltivare una specie di divinità
nell'animo nostro, come sosteneva la prima Orazione ! A dichiarazione del
metodo proposto come l’unico da seguire per il raggiungimento del fine proprio
degli studì, V. premette un disegno dell’enciclopedia (:9sam sapientiae
suppellectilem omnem instrumentumque). Disegno, che dà luogo a due
osservazioni. La scienza delle cose divine è distinta in scienza delle cose
naturali, quarum Deus natura est, e scienza delle cose divine propriamente
dette, quarum natura Deus est. Distinzione, come si vede, neoplatonica, fondata
sulla distinzione di un Deus-natura e un Deus supra naturam, com’ è in Bruno.
Le scienze naturali sono: la matematica, di cui è un’applicazione, operaria
appendix, la meccanica; e la fisica, a cui van riportate l’anatomia, studio
della fabbrica del corpo umano, e la medicina, fisica del corpo umano ammalato,
e corollario pratico dell’anatomia. Di queste due scienze naturali qui per la
prima volta sì presenta esplicito il concetto, che sarà sostenuto tra breve nel
De antiquissima, dove prenderà corpo lo scetticismo prenunciato nell’ Orazione
terza: Naturalium rerum contemplamur vel ca, de quibus tam inter homines
conventt et constat, formas et numeros, de quibus mathesis suas conficit
apodixes ; vel caussas, de quibus maxime inter doctissimos homines disceptatur,
quas explicat physice ». E più innanzi dello studio delle matematiche si dice:
Eo facto adolescentes in rebus, de quibus iam inter homines conventi, ex dato
vero verum conficere assuefiunt; ut in physicis, de quibus maxime contenditur,
idem praestare possint ». Il nucleo centrale di quella che è stata detta prima
forma della gnoseologia vichiana è già formato. L’ex dato vero accenna già
all’artificiosità delle matematiche, di queste verità, che son tali per noi
perché fatte da noi. Il verum conficere prelude da vicino al verum factum.
L'applicazione della matematica alla fisica è già dichiarata impotente a
conferire a questa la certezza di quella. Ma, come or ora vedremo, V. non ha
raggiunto ancora la chiara coscienza della esigenza di una fisica dinamistica
contenuta nella sua metafisica. Enumerate tutte le discipline, fa osservare
che, salvo le matematiche, la logica e la metafisica, a causa della somma
astrattezza dei loro oggetti, tutte le altre hanno non soltanto una parte
teorica (le instituttones quae rerum genera prosequuntur), ma anche una parte
storica; che, nel pensiero del V., non è propriamente la storia delle singole
discipline, ma la concretezza del loro contenuto, l'applicazione delle teorie
ai particolari, l’esemplificazione dei concetti generali nelle specie. Giacché
altro è studiare, poniamo, la lingua latina, in astratto, altro studiarla nei
suoi ottimi scrittori; altro studiare la rettorica, altro gli oratori; e lo
studio della poetica si compie e integra con quello dei poeti. La fisica non
deve né anch’essa contentarsi di generalità; ma descrivere i fenomeni
particolari. I diari clinici con la nota dei così detti rimedi specifici sono
la storia della medicina. La teologia si storicizza nei libri sacri, nei dommi
e nella tradizione perpetua dell’ insegnamento e della disciplina della Chiesa.
La giurisprudenza ha la sua storia nelle singole leggi, nelle interpretazioni
singole dei giureconsulti, nei vari esempi delle cose giudicate. La dottrina
dell’uomo e del cittadino (moralis et civilis), non occorre dirlo, hanno la
loro storia in quella che è la storia per antonomasia, le memorie e gli annali
degli uomini grandi e i pubblici monumenti. Concetto, di cui non c’ è bisogno
di rilevare la grande importanza e le attinenze intime con quell’unità del vero
col certo, della filosofia con la filologia, che sarà una delle intuizioni
principali, la principale, della Scienza Nuova. Definito quindi il disegno di
una compiuta istruzione onde lo spirito può instaurare la propria natura, V.
trae il suo criterio metodico dalla norma già altra volta invocata a
instaurazione dello spirito etico: in guisa che, per stabilire l’ordine degli
studi, naturam, egli dice, se 88 DI quamur ducem. E infatti la deduzione del
suo metodo è una filosofia dello spirito, di cui in questa ultima delle sue
Orazioni inedite egli segna alcune linee definitive. Le quali saranno riprese
nell’ Orazione dell’anno appresso De nostri temporis studiorum ratione, e non
saranno più cancellate nella ulteriore elaborazione del pensiero vichiano. La
prima proposizione, in cui culmina un pensiero già incontrato nella prima
Orazione, d'origine neoplatonica, suona: Nullum sane dubium est, quin pueritia,
quantum ratione infirma aetas est, tantum memoria valeat »; la quale poco più
oltre vien integrata con l’altra: n ephoebis phantasia plurimum pollet.... nil
autem rationi magis, quam phantasia adversatur », sicché, a suo tempo,
phantasia attenuanda est, ut per cam ipsam ratio invalescat » *. Che saranno
due delle più famose dignità della Scienza Nuova: La fantasia tanto più è
robusta quanto è più debole il raziocinio » 2; e ne’ fanciulli è vigorosissima
la memoria; quindi vivida all'eccesso la fantasia, ch'altro non è che memoria
dilatata o composta»: e tutte insieme uno dei concetti più importanti e
suggestivi della filosofia del V.. Che la memoria sia potente nei fanciulli
vien confermato dall’osservazione, già fatta nella prima Orazione, circa il
ricchissimo patrimonio linguistico che i fanciulli son capaci di accumulare nei
primi tre anni; e dall'altra, che V. dimenticherà nel De antiquissima, ma
rinnoverà più tardi, facendone uno dei canoni capitali della Scienza Nuova: che
cioè la lingua non è creazione della ragione, ma della memoria (o fantasia),
perché pro en I Nella Orazione IV già aveva detto: Atque ea omnia quae memorari
facienda sunt ab adolescentibus, qua aetate et sensus maxime vigent et
phantasia plurimum pollet, et mens, quia tum primum materiae vinculis
relaxetur, angustissima sit; et ratio, cum in summa versetur ignoratione rerum,
sit ad vicium usque curiosa »: Opere, I, 37. ? Dign.] dotto popolare, e non
frutto di sapienza riposta *. Il corollario pedagogico è, che le lingue sono
gli studi più adatti alla prima età. Superata la quale, spunta la ragione. Ma
lo sviluppo di questa è impedito dal fluttuare delle opinioni, ‘dal prepotere
"della ‘fantasia. Chi non sa che, quando questa ci ha fatto immaginare da
giovinetti città e regioni lontane e mai viste, a stento col progredire degli
anni riusciamo a formarci un'idea diversa ? Tam alte prior caelata est, ut
complanari, et alia super ca induci non posstt. E dell'opposizione tra fantasia
e ragione si fa esperienza nelle donne; le quali, appunto perché ci superano
nella fantasia, fanno meno uso della ragione: onde più degli uomini
soggiacciono alle passioni. L’attenuazione della fantasia è, come siè
accennato, il miglior modo di favorire il vigore della ragione: e però 1
giovani, dopo le lingue, devono studiare la matematica, che è tutto un
esercizio d’ immaginazione, la quale deve spiegare tutte le sue forze per tener
dietro a lunghissime serie di figure e di numeri e cogliere quindi la verità
delle dimostrazioni. Intanto la fantasia in cosiffatto esercizio (per una
specie di eterogenia di fini, onde si gioverà tanto la Scienza Nuova a
intendere lo sviluppo dello spirito), vien rimettendo ogni crassezza e
corpulenza (crassitie et corpulentia): la fantasia, si direbbe, nega se stessa nella
considerazione dei punti e delle linee: la mente umana si liquefà, comincia a
purgarsi, e dal senso passa al pensiero. Giacché, dopo le matematiche, si può
volgere alla fisica, ossia agli oggetti che non sono più sensibili, e pur sono
corpi; atque ex rebus, quae sensu percipiuntur, par est, quae omnem sensum
effugiuni colligere, adhuc corpora tamen »; appunto mercé la fisica, che studia
« insensibilia Nulla doctrina ratione minus, magis memoria constat, quam
sermonis, nam eius ratio consensus et usus populi est: quem penes arbitrium
est, et ius, et norma loquendi»: Opere, I, 63-4. corpora corumque insensibiles
et figuras et motus, quae sunt naturalum rerum principia et caussae ». (Siamo,
come si vede, ancora alla fisica corpuscolare, che sarà detta poi di falsa
posizione in quanto non trascende i corpi per ispiegarli). Così la mente, fer
gradus, attraverso 1 dati della matematica e i dubbi della fisica, si vien
depurando, e liberando dal senso, e può elevarsi allo studio delle cose
spirituali, e conoscere con intelletto puro (la mente pura della Dign. LIII) se
stessa, e per se stessa Dio. Scoperta quindi la regola del vero e del falso, si
potrà studiar la logica; e, conosciuto Dio, volgersi alla teologia; e quindi
all’etica, che consegue dall’ intera scienza delle cose divine ed umane. Ma
poco importano 1 particolari del ciclo, onde si conchiude lo sviluppo dello
spirito: molto la legge di questo sviluppo, che è quella a cui s’'atterrà il
pensiero vichiano; e, liberatosi nel De antiquissima dalla intuizione
neoplatonica del mondo, in cui aveva, per così dire, impegnati i suoi occhi
(mondo della natura, da cui si risale a Dio, ma da cui non si può salire
all'uomo), se ne farà una fiaccola, nel Diritto Universale e nella sua opera
maggiore, che è poi la vera sua opera, per penetrare in quell’oscuro mondo
dell’uomo, in cui l’uomo crea se stesso: il mondo, che era affatto ignorato da
tutta la filosofia precedente. Conchiudendo: la prima fase del pensiero
vichiano si distingue dalla seconda e dalla terza come l’unità ancora
indistinta di entrambe; quell’unità, a cui bisognerà guardare per intendere le
due fasi consecutive, ciascuna delle quali la porterà tuttavia oscuramente in
se stessa. In questa fase c’ è la metafisica antica dell’essere, in cui la
mente è in quanto cessa di esser mente, il molteplice nega la sua molteplicità,
lo sviluppo si contrae nel suo punto di partenza, e il mondo, come mondo, non
ha valore, e rappresenta un decadimento e una diminuzione di realtà. È la
metafisica antica, platonica per antonomasia; verità senza certezza; oggetto
senza spirito: e quindi trascendenza e scetticismo: il dommatismo di Spinoza e
lo scetticismo di Hume. Ma c’è anche un’altra metafisica, che non è
dell’essere, bensì dello spirito, il cui essere non è se non in quanto si fa
(spiritualmente), attraverso contrasti, sempre composti e sempre rinascenti, in
cui si svolge con incremento continuo la realtà, che non è più concetto
astratto (genera, gli universali della logica aristotelica), ma storia,
particolari, onde si realizza l’universale: individuo. La prima metafisica è
svolta nel De antiquissima. La seconda nelle opere con cui, dieci anni dopo,
dal Diritto Universale in poi, il filosofo riprese la sua attività letteraria.
Ma, come il conato della prima metafisica porta l’ Uno a moltiplicarsi e lo
spirito a farsi natura, la natura umana della seconda è naturalmente portata a
dilettarsi dell'uniforme (Dign. XLVII); ossia un nuovo conato: spinge il
molteplice a unificarsi, la natura (la natura dello spirito, il sentire senza
avvertire) a farsi spirito (riflessione con mente pura), che, come senso comune
(Dign. XII), supera ogni arbitrio dello spirito finito, ed è la stessa
Provvidenza divina, Dio 2. Ora, come il primo conato lega Dio al mondo, e
quindi la metafisica a una storia che, per non esser nostra, non può esser
conosciuta da noi; il secondo lega il mondo come umanità a Dio, e quindi fa
della storia la nostra vera metafisica. Ma V. 1 Scienza Nuova?, ed.
Nicolini,183, 238. .,* E questo istesso è argomento che tali pruove [della S.
N.] sieno d'una Specie divina e che debbano, o leggitore, arrecarti un divin
piacere.] ha perfettamente ragione nella Scienza Nuova di ripetere quel che è
lo scetticismo del De antiquissima, e però di conservare la metafisica che non
è nostra (di quel mondo naturale, di cui Dio solo ha la scienza)! insieme con
la nostra metafisica. Le due vedute, le due opere vichiane,"s’ integrano a
vicenda. Il che vuol dire che a fondamento del processo dalla natura a Dio
della Scienza Nuova rimane sempre pel V. un processo da Dio alla natura, un
descenso platonico, che spiega così la tendenza vichiana al panteismo e all’
immanenza e però al soggettivismo e alla metafisica della mente, come la
tendenza, anch’essa incontestabilmente vichiana, al teismo e alla trascendenza,
e però al platonismo e alla metafisica dell’essere. La luce è anche in V. cinta
da un emisfero di tenebre. NOTA Un valente studioso, DONATI pubblica (negli
Annali della Fac. di Giurispr. della Univ. di Perugia, vol. XXX) un’ importante
memoria sui Prolegomeni della filosofia giuridica del V. attraverso le Orazioni
inaugurali dal 1699 al 1708. Dove è indagato con molta sagacia lo svolgimento
del pensiero vichiano attraverso le Orazioni inaugurali, compresa quella del
1708 De nostri temporis studiorum ratione; e ciò in relazione col Diritto
Universale. E si vuol mostrare come a grado a grado si venissero svolgendo i
germi che giunsero a dare i loro frutti maturi nel De uno. E non si può non
congratularsi di questa nuova analisi dei primi scritti del V., che fino a
pochi anni fa solevano passare quasi inosservati: poiché il Donati mette nella
più chiara luce gli addentellati che in essi hanno taluni dei concetti
principali del periodo posteriore della speculazione vichiana, T- -» I Dee
recar meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire
la scienza di questo mondo naturale, del quale perché Iddio egli il fece, esso
solo ne ha la scienza.] spiegando ottimamente perché le prime sei Orazioni V.
non avesse più pubblicate, e in qual senso rifiutasse tutte le opere anteriori
alla Scienza Nuova seconda; quantunque troppo forse egli si giovi delle tardive
illustrazioni e dichiarazioni dell’Awutobiografia per accertare l’originario
significato dei primissimi scritti. Tutte le sette Orazioni inaugurali sono
considerate strettamente connesse tra loro e tutte destinate a preparare la
trattazione del De uno con la discussione di tutti i problemi critici 0
introduttivi: e andrebbero divise in tre gruppi, distribuendo le prime sei dal
V. lasciate inedite in due trilogie (come le vuol denominate il Donati): l’una
sul fondamento della sapienza, e l’altra sulla destinazione di questa. Alle
quali trilogie seguirebbe da ultimo, a modo di conclusione, l’ Orazione sul
metodo. E poiché il fondamento della sapienza, ossia dello svolgimento
dell’attività razionale conoscitiva dello spirito, consiste nella natura dello
spirito considerata dal V. non come astratta unità isolata, ma, unità del
molteplice, e quindi individualità che ha la sua concretezza nella storia,
nelle attinenze sociali e nella vita comune, dalla prima trilogia è ovvio il
passaggio logico alla seconda, destinata a illustrare i fini della scienza
desunti dalla vita, e a mostrare nella scienza stessa uno strumento per
l’azione e il principio della retta volontà. Onde entrambe le trilogie si
possono a ragione considerare una preparazione analitica di quella sintesi, che
è rappresentata dall’ Orazione sul metodo del 1708, e che V. nella sua
Autobiografia dice come un abbozzo dell’opera che poi lavorò: De universi iuris
uno principio ecc., di cui è appendice l’altra De constantia iurisprudentis ».
La esposizione che ne fa il Donati in correlazione col De uno è meritevole
d’ogni lode: precisa, netta, chiara e rigorosa, in modo da riuscire una illustrazione
efficacissima dell’ordine di pensieri adombrati dal filosofo napoletano nella
forma alquanto rettorica di quegli antichi suoi tentativi. Ma, né mi pare che
ne venga un risultato nuovo per gli studi intorno alla formazione della
filosofia vichiana; né che riesca sufficientemente dimostrata la tesi finale
dell’autore, circa l'autonomia del Diritto Universale, come trattazione
speciale di filosofia del diritto, e conclusiva d'un periodo d’indagini
filosofico-giuridiche, dalla Scienza Nuova, come quadro più vasto, a cui il
problema del diritto si sarebbe esteso dopo il De uno. In un punto il Donati
accenna ad una interpretazione della Orazione del 1699 diversa da quella data
da me. Egli ritiene che le dichiarazioni del V. in quella Orazione circa la
potenza creatrice dello spirito nel mondo umano bastino a salvare l’autonomia
dell’uomo; né quindi si potrebbe convenire con me per l’ identità che io vidi
in quello scritto tra l’uomo e Dio. Ma nello stesso luogo io richiamai altri
pensieri analoghi di scrittori del nostro Rinascimento (v. sopra p. 46; e ora
lo studio intorno al Concetto dell’uomo nel Rinascimento, nel mio volume G.
Bruno e il pensiero del Rinascimento); pensieri i quali mettono fuor di dubbio
che questa celebrazione dell’uomo era un motivo tradizionale, caro sopra tutto
agli scrittori neoplatonici, ignari ancora d’ogni vero principio di distinzione
dello spirito umano dal divino, e insufficiente quindi da sola a quella
coscienza dell’assoluta libertà dell’uomo, alla quale più tardi tenderà con
tanto ardore V.. E sta logicamente che, se già nel 1699 V. avesse raggiunto
questa nozione dell'autonomia dell’uomo, non avrebbe potuto, undici anni dopo,
incorrere nello scetticismo del De antiquissima. E quanto ai rapporti del De
uno con la Scienza Nuova, sono essi da considerare o no, come due redazioni
diverse e successive della stessa opera ? Va da sé che l’accentuazione dello
speciale problema del diritto dal V. non ravvisato mai nella sua caratteristica
differenziale che l’autore può aver fatto nel De uno per ragioni estrinseche,
come quelle de’ suoi interessi accademici, non può aver peso per decidere se,
sostanzialmente, il tema in cui si travaglia in entrambe le opere la mente del
V. sia sostanzialmente il medesimo. E tra tutti i rilievi fatti in proposito
dal Donati, quello che, secondo lui, dovrebbe togliere perplessità ed equivoci
(p. 81), si riduce a chiarire, secondo lo stesso autore, che quando il
proposito del V. nel De uno ritorna per dar materia alla Scienza Nuova, si
allarga nella sua estensione, si precisa nel suo significato » (ivi). Il che
non costituisce certamente una differenza sostanziale, per la quale s’abbia a
conferire al problema del diritto nella filosofia vichiana quell’ importanza
specifica che esso non ha: almeno fino a che il Donati non ci abbia dato una
dimostrazione più conclusiva di questa, con cui si chiude il suo bello
opuscolo. Un'altra serie di studi molto importanti, di carattere biografico e
cronologico, ma che potrebbero avere conseguenze di gran rilievo rispetto alla
storia intellettuale del V., sono quelli che vien conducendo sull’Autobiografia
il NicoLINI. Il quale dagli errori cronologici commessi dal V. nella
ricostruzione della sua vita e del suo pensiero e fors’anche nella datazione
delle sue vecchie Orazioni inedite, è indotto a dubitare se per avventura non
solo l’anticartesianismo ma fors’anche lo stesso neoplatonismo di questa prima
fase del pensiero vichiano non sia, almeno in parte, una coloritura tardiva che
l’autore medesimo fece del proprio pensiero. Codesti suoi dubbi il Nicolini mi
ha amichevolmente comunicati. E sebbene a me sembrino eccessivi, sopra tutto se
si tien presente la logica dello stesso sviluppo del pensiero vichiano, non
voglio qui tralasciare di riferire talune sue osservazioni, delle quali bisogna
tener conto ancorché non bastino a suffragare le conclusioni che il Nicolini
tende a ricavarne. Prima di tutto a proposito del cenno autobiografico sul Di
Capua da me richiamato a p. 39: Non ho fatte ancora ricerche speciali sulle derivazioni
del V. da Tommaso Cornelio. Ma quanto a Lionardo di Capua (che abitava a Napoli
a pochi passi dalla casuccia del V., a San Biagio dei Librai), posso affermare
di sicuro che V. nella sua gioventù fu un fervente ‘ capuista ’, e che il
giudizio non favorevole dato nell’Autobiografia sullo scetticismo del Di Capua
è, al solito, anacronistico; e cioè rappresenta lo stato d'animo del V. nel
1728, non nel 1695. Tutto ciò è mostrato nella terza puntata del mio lavoro Per
la biografia, ove, tra altri argomenti, son messi in rilievo questi: a) la
prosa giovanile del V. (periodo, costruzione, terminologia e giro di frase) è
modellata esattamente su quella di Lionardo di Capua; b) ancora nel 1715-17 V.
era (almeno letterariamente) così capuista, da ricalcare la sua Vita di Antonio
Carafa sulla Vita di Andrea Cantelmo del Di Capua (fu già osservato anche dal
CROocE nel suo scritto sulla Vita di Antonio Carafa); c) nella famosa disputa
tra il Di Capua e l’Aulisio, che per anni tenne divisa la Napoli dotta in due
partiti avversissimi, che polemizzarono tra loro nel modo più violento, V.,
insieme con altri suoi amici capuisti, si schierò risolutamente accanto al Di
Capua; tanto che per parecchi anni l’Aulisio gli serbò il broncio e gli perdonò
soltanto nel 1709, dopo che V. ebbe pubblicato il De studiorum ratione (cfr.
Autobiografia, p. 33). Insomma, qui come in molti altri punti dell’
Autobiografia, V., nel discorrere dei suoi studi giovanili, trasportò alla sua
forma mentis giovanile quella dei suoi sessant'anni: da che la conseguenza che,
per la ricostruzione della primissima fase del suo pensiero, l’Autobiografia è
una fonte assai infida. Diverso, naturalmente, dovrebb’essere il caso per la
ricostruzione del pensiero vichiano dal 1699 in poi, perché di esso si dovrebbero
pure avere documenti contemporanei nelle Orazioni inaugurali. Senonché, queste,
nel testo in cui ci son pervenute, ci offrono l'effettivo e successivo
svolgimento della mente del V. dal 1699 al 1707 ? Questa la questione. Che il
codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, donde prima il Galasso, poi tu e
io pubblicammo quelle Orazioni, ne contenga non la prima stesura (quella
recitata via via all’ Università) e nemmeno la seconda (di cui restan soltanto
alcune Emendationes), ma soltanto una terza stesura, dimostrai già nella Nota
bibliografica di quel nostro volume vichiano. Resta ora a vedere: I) in qual
tempo V. allestì codesta terza stesura; 2) se nell’allestirla, egli
v’introdusse soltanto correzioni di forma, o non anche mutamenti filosofici più
o meno profondi e correlativi al grado di maggiore maturità raggiunto dal suo
pensiero. Quanto al primo punto, è cosa più che certa che la terza stesura
delle Orazioni può esser bensì posteriore, non mai anteriore al 1708. Basti
dire che nel codice che ce l’ ha serbata (tutto di pugno di Giuseppe V. con
correzioni autografe di Giambattista), le sei Orazioni inaugurali formano un
sol corpo col De studiorum ratione (recitato il 18 ottobre 1708), e tutte sette
s' intitolano complessivamente: De studiorum finibus naturae humanae
convenientibus. Anzi, poiché da alcuni raffronti che ho iniziati, la redazione
del De studiorum ratione contenuta dal codice anzidetto comincia a sembrarmi
non anteriore ma posteriore al testo a stampa (pubblicato nell'aprile 1709), la
data dell’ intero codice potrebbe anche esser fissata tra la fine del 1709 e 1
principii del 1710. Se poi nell’allestire codesta stesura definitiva V.
introducesse anche nelle prime sei Orazioni mutamenti correlativi alla sua
forma mentale del 1709-10, è impossibile naturalmente dimostrare con una prova
documentaria, perché manca il meglio: il testo primitivo su cui compiere il
raffronto. Tuttavia alcune circostanze, che ti verrò enumerando, rendono, a mio
vedere, la cosa altamente probabile. 1) Il pensiero del V., come tu ben sai,
non fu mai statico, ma sempre ultradinamico. Per citare un esempio solo tra
cento, dalla pubblicazione del De constantia iurisprudentis (1721) a quella
delle Note al Diritto universale (1722) corrono appena pochi mesi: eppur nelle
Note V. svolse, sopra tutto in fatto di mitologia, di estetica e di critica
letteraria, ‘canoni ’ affatto diversi e talora diametralmente opposti a quelli
ch’egli medesimo aveva posti pochi mesi prima. Per contrario, le Orazioni
inaugurali, sebben tra la prima e la sesta intercedano ben otto anni
(1699-1707), esibiscono non un pensiero in continua gestazione e dall’una
all’altra Orazione sempre più progredito, ma un pensiero già bell’e formato e,
sia pur provvisoriamente, consolidato. L’una illustra l’altra; tutte si
compiono a vicenda; nella sesta si riprende, con altri sviluppi, ma senza alcun
mutamento fonda mentale, il motivo centrale della prima: tutte sei, insomma,
col De studiorum ratione, che dell’edificio è il magnifico coro namento,
formano, come V. voleva che formassero, un blocco solo, un tutto armonico.
Salvo dunque a supporre che il dinamicissimo V. del 1720-44 fosse invece nel
1699-1709 il più statico dei filosofi e degli scrittori, è da ritenere che,
allorché nel 1709 o nel 1710 egli si risolse a riunire tutte le sette Orazioni
(De studiorum ratione compreso) nel De siudiorum finibus naturae hum anae
convenientibus, introducesse, sopra tutto nelle più antiche, mutamenti così
profondi da farle sembrar tutte scritte in un momento solo. O, per dir la
medesima cosa con altre parole, le sette Orazioni non sono sette documenti di
sette momenti diversi del pensiero del V., ma un documento unico d’un momento
solo, naturalmente, l’ultimo (1709 o 1710). 2) Non mancano indizi che V.
allestisse il testo definitivo delle Orazioni inaugurali, non voglio dire senza
guardar nem meno la stesura primitiva, ma tenendo di questa un conto molto
relativo. Nel testo recitato via via all’ Università (1699, 1700, ecc. ecc.)
era materialmente impossibile che V. sbagliasse le date delle singole Orazioni.
Invece curiosissimi errori del genere si trovano nella stesura definitiva e nel
riassunto che V. stesso ne die’ poi nell’Autobiografia. Ho già fatto osservare
che la terza Orazione (‘terza ’, sempre che le Orazioni furono recitate
effettivamente nell'ordine dal V. e questi non introdusse anche, nella stesura
definitiva, qualche inversione), che la terza Orazione, dicevo, fu pronunziata
il 18 ottobre, non del 1701, secondo afferma V., ma del 1702. E molto maggiori,
e più aggrovigliate, sono le incongruenze cronologiche che si osservano nella
quarta Orazione, alla quale, così nel testo definitivo come nell’Autobiografia,
V. assegna la data del 18 ottobre 1704. A principio di essa si dice che, nei
due precedenti anni scolastici, non c’era stata all’ Università alcuna Orazione
inaugurale. E, nemmeno a farlo apposta, ce n’era stata una all’ inizio
dell’anno scolastico 1703-4, e l’ aveva recitata l’ amico e collega del V.
Giovanni Chiaiese, nominato il 28 luglio 1703 lettore di Istituzioni di diritto
civile (Praelectio ad initium legis ecc. ecc. a D. JOHANNE CHIAIESIO, în
inclyta Academia Neapolitana habita, Neapoli, 1703); e un’altra, a principio
dell’anno scolastico 1702-3, l'aveva recitata proprio Giambattista V. ! V.
soggiunge che causa del suo supposto silenzio nei due anni precedenti era stata
la preparazione della riforma dell’ Università napoletana compiuta dal
cappellano maggiore Diego Vincenzo Vidania per incarico del viceré marchese di
Villena. Ma codesta riforma (dalla quale il filosofo ricavò il beneficio che la
sua cattedra di rettorica, da quadriennale, divenisse perpetua) era stata già
bell’e compiuta venti mesi prima dell’ottobre 1704 mercé la nota prammatica del
28 febbraio 1703. c) Nell’Autobiografia, infine, V. aggiunge che dopo che, il
18 ottobre 1704, aveva recitata ‘ metà’ di questa quarta Orazione, entrò
nell’aula ‘il signor don Felice Lanzina Ulloa, presidente del Sacro Real
Consiglio, in onor di cui egli con molto spirito diede altro torno e più breve
al già detto, e attaccollo con ciò che restava a dire’. E il 18 ottobre 1704
don Felice Lanzina Ulloa era già morto da diciotto mesi, giacché la Gazzetta di
Napoli reca il suo decesso (e proprio di lui, presidente del Sacro Real
Consiglio) nel numero del 20 marzo 1703. 3) Alla sesta Orazione V. assegna,
così nella stesura definitiva come nell’ Autobiografia, la data del 18 ottobre
1707. Ma tre mesi prima le truppe austriache erano entrate a Napoli; al due
volte secolare viceregno spagnuolo era sottentrato il viceregno austriaco; e
come loro re i napoletani non avevan più Filippo V di Spagna, ma Carlo
d’Austria. È mai possibile che, in una solenne prolusione universitaria, in un
discorso ufficiale tenuto appena tre mesi dopo avvenimenti così clamorosi, non
si trovi nessun accenno a essi, non una parola sola di omaggio al nuovo dinasta
? e che non vi accennasse proprio V., i cui scritti ufficiali, come dice
argutamente il Croce, ‘basterebbero da soli a ricostruire la serie delle
vicende cui andò soggetta Napoli dalla fine del secolo decimosettimo alla metà
del decimottavo ’ ? il qual V., anzi, l’ 11 ottobre 1707 (sei giorni prima
dell’ Orazione) aveva avuto incarico ufficiale dal nuovo governo di preparare
una solenne commemorazione dei martiri della congiura di Macchia ? Allora una
delle due: o l’ Orazione fu recitata in anno diverso dal 1707, oppure nella
stesura definitiva V. soppresse qualsiasi accenno politico. E, nell’un caso o
nell’altro, si giunge sempre al risultato, che la stesura definitiva è diversa
dal testo primitivo. Comprendo io pel primo che questi dati di fatto sono ancor
troppo poca cosa perché possan già far configurare diversamente la cronologia
(che in questo caso è storia) del pensiero vichiano. E non mancherò certo,
nelle mie future postille all’Autobiografia, di allargare e approfondire l’
indagine. Ma, in fin dei conti, nessuno potrà sconvenire che la sicurezza, che
finora avevamo tutti, che al neoplatonismo V. passasse per lo meno fin dal 1699
(data della prima Orazione) comincia a essere alquanto scossa. E
correlativamente comincia a delinearsi la possibilità che codesto passaggio,
almeno in forma decisiva, avvenisse soltanto nel 1708 O 1709, cioè quasi alla
vigilia del giorno in cui, col De antiquissima (1710), V. spiegherà
risolutamente la bandiera anticarte- siana. Neoplatonismo e anticartesianismo,
insomma, potrebbero nel V. esser coevi o quasi: come quasi coevi, del resto, li
dice l’Autobiografia, salvo ad anticipare al 1686-95, e ad asserir già bell'e
compiuto nel 1695, un atteggiamento spirituale, che forse in lui non cominciò a
prender consistenza se non molti anni dopo. Che se poi questi miei dubbi
assurgessero un giorno a certezza, sarebbe molto interessante indagare se e in
qual misura il neo- platonismo del V. venisse determinato dalle sue lunghe e
appas- sionate conversazioni filosofiche con Paolo Mattia Doria, ricor- date
dal V. medesimo nel prologo del De antiquissima e nel- l’Autobiografia ». LA
SECONDA E LA TERZA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA La filosofia di V., se si può
da una parte con- siderare come una delle forme più eminenti dello schietto
spirito italiano e una delle maggiori forze autoctone svi- luppatesi dalla
storia particolare d’ Italia, apparisce, dall'altra, a chi ne investighi
accuratamente i più profondi motivi ideali, quasi uno specchio dei principii
fonda- mentali della moderna filosofia europea: francese, inglese e tedesca.
Essa, insomma, come le affermazioni più vigo- rose dello spirito, unisce in sé
e concilia in un solo atto di vita la più larga universalità ideale con la più
con- creta determinatezza storica. E l’aver guardato per solito all'una o
all'altra faccia del pensiero vichiano ha reso molto difficile la piena
intelligenza della sua storica indi- vidualità, mentre ha prodotto, come
conseguenza né- cessaria, quella strana storia della fortuna dello scrittore,
che non so se abbia riscontro in altro scrittore di qual- Stasi letteratura:
quella storia anch'essa a doppia faccia di un illustre ignoto »: di un grande,
anzi grandissimo filosofo per gl’ Italiani, che da un secolo e mezzo non né
Tipetono il nome senza sentirsi vivamente compresi di ammirazione mista a
riverenza come innanzi a uno de’ genti maggiori della loro stirpe, di quelli
che la coscienza d o popolo consacra nel tempio de’ suoi spiriti tutelari; e
d'un filosofo, d’altra parte, ignorato come tale, malgrado sporadici omaggi di
simpatie, di lodi, e di plagi, nel mondo della cultura internazionale *,
Contrasto tanto più significativo, se sl considera che l'ammirazione universale
e sconfinata degli Italiani per V. non aveva punto radici in sentimenti e
tempera- menti spirituali di geloso nazionalismo, poiché V. sorge in mezzo a
una cultura impregnata d'’ influssi stranieri, segnatamente francesi, e la sua
fama postuma vive e grandeggia attraverso tutto quel secolo XIX, in cui l’
Italia non lavora che ad affiatarsi con la filosofia stra- niera, dal Galluppi,
che meditò tutta la vita la filosofia francese e la tedesca di Kant, fino a
Bertrando Spaventa hegeliano o a Roberto Ardigò riecheggiante in Italia il
positivismo francese e inglese; e si pon mente, d'altro canto, che gli
stranieri, se disconoscevano il valore d’un filosofo della forza del V., non
indugiavano a scorgere ‘ e pregiare in giusta misura altri dei maggiori rappre-
sentanti della genialità italiana. Basti per tutti ricordare il Goethe, di cui
invano Gaetano Filangieri richiamò l’attenzione sulla Scienza Nuova, e che ebbe
invece animo così pronto a intendere e gustare Giordano Bruno, p. es., e il
Manzoni. Onde è chiaro che non, per così dire, la generica italianità di V. fu
ostacolo all’ intelligenza del suo pensiero fuori d’ Italia, ma la sua
italianità parti- colare, riuscita oscura agli stessi Italiani preoccupati
delle forme, in cui gli stessi problemi vichiani si erano pre- sentati nella filosofia
straniera: ossia appunto in quella filosofia che era stata il maggior pascolo
delle loro menti. Uno dei caratteri più appariscenti della italianità del V. è
il suo atteggiamento negativo e polemico verso I Tutti i documenti di questa
singolare storia sono stati con grande amore raccolti da B. Croce, Bibliografia
vichiana, Napoli, 1904 (negli Atti dell’Accademia Pontaniana) col Supplemento
del 1907, il Secondo supplemento del 1910 (negli stessi Atti) e nuove aggiunte
nella Cri- tica.] la cultura del suo tempo, quando lo spirito italiano era
tributario della cultura straniera, e accoglieva passivo le idee dominanti
oltre Alpi, sopra tutto in Francia: in filosofia, nelle due forme dell’atomismo
gassendista e del matematicismo cartesiano. E V. alla intuizione mate-
rialistica e naturalistica dell’atomismo contrappone la concezione idealistica
e umanistica della storia, e all'astratta contemplazione delle idee chiare e
distinte, oggetto di intuizione e deduzione matematica, il processo
autogenetico della umanità, che vien creando il suo mondo, e nel suo mondo se
stessa. La storia dell’umanità, prima del V. e attorno al V., in Italia e fuori
d'’ Italia, era erudizione (o filologia, per usare la parola dello stesso V.):
rivolta più a raccogliere i documenti esterni dell’attività dello spirito
umano, che a penetrarvi dentro e giovarsene a intendere l’ intimo sviluppo di
quest’attività medesima. Movimento, di certo, tutt’altro che trascurabile, anzi
di grandissima importanza nella storia dello spirito italiano, nella quale
LudoV. Antonio Muratori occupa un posto cospicuo: ma che aveva nondimeno nel
suo presupposto speculativo quel difetto che V. avvertì: di vedere il solo
aspetto esterno di quella realtà, che è il processo storico: quel difetto, di
cui lo stesso V. additò profondamente la correzione nella sua unità di
filologia e filosofia. E anche per questa parte è ormai noto che le menti
italiane entravano in una corrente che moveva dalla Francia *. Contro questa
cultura in voga, di cui notava accortamente le origini forestiere, V. si
vantava di essere autodidascalo » e di far parte per se stesso riannodandosi
alla tradizione italiana dei filosofi del Quattro e del Cinquecento: ai Ficino,
ai Pico, ai Patrizzi, ai Mazzoni, 1 Vedi G. Maucain, Étude sur l’évolution
intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ,93 sgg.; agli Steuco. E in
realtà la mentalità del V. si spiega meglio nel suo svolgimento se si ricollega
col pensiero italiano del Rinascimento, anzi che con quello de’ suoi
contemporanei. Non s'intenderebbe mai, per dirne una, perché V. affermi con
tanta insistenza di essere un platonico, egli che è pure l’autore di una delle
filosofie più avverse al platonismo, senza considerare le tracce di platonismo
rimaste nel suo pensiero dallo studio dei filosofi italiani neoplatonici e
neoplatonizzanti del sec. XV e del XVI *. Ma fuori di questa intima parentela
italica della mente vichiana non s’' intenderebbe neppure un’altra delle
caratteristiche più speciali della sua filosofia, che non è stata tra le minori
cause della sua scarsa fortuna nella storia internazionale del pensiero
speculativo: voglio dire la sua forma, affatto impropria, per cui non c’è uno
scritto del V., che si possa additare come esposizione adeguata o
approssimativa della sua dottrina, a quel modo che si fa per Cartesio, per
Spinoza, per Leibniz, per Locke, per Hume e per tanti altri filosofi del
periodo stesso, a cui V. appartiene. Questi, invece, non sì propone mai
chiaramente e direttamente la trattazione del problema, che agita realmente il
suo pensiero, e vi riceve infatti una soluzione. Il suo pensiero filosofico
fondamentale, per motivi estranei alla sua interna struttura logica, ci è
presentato in una forma più atta a deviare l’attenzione da esso che non a
fermarvela sopra e concentrarvela: in una forma impostagli violentemente
dall’autore, più sollecito, apparentemente, d’accentuare questa forma
estrinseca arbitraria che non la sostanza vera ed originale del suo pensiero.
Le opere capitali del V. son due: il De antiquissima Italorum sapientia ex
linguae latinac originibus eruenda (1710) e 1 Principii d'una scienza nuova d’
intorno alla comune natura delle nazioni (1725, 2% edizione 1730 e ’44). Nella
prima l’autore, come attesta lo stesso titolo, si propone per l’appunto di
dimostrare quale sia la filosofia che può e deve ricavarsi dalle origini della
lingua latina, come quella dottrina che una volta dové esser professata da’ più
antichi saggi d’Italia; e nella seconda come argomento principale della ricerca
viene annunziata una scienza nuova intorno alla natura della società umana
(come si vien realizzando attraverso la storia). Ora la critica ha dimostrato
che i problemi, intorno ai quali si travaglia la mente del V. in queste due
opere, non sono né l’uno né l’altro di questi qui enunciati, nei quali è pure
innegabile che egli abbia impegnato di proposito copiose riserve di dottrina e
d’ ingegno, segnatamente nella Scienza Nuova. Chi voglia intendere il De
antiquissima, non deve tenere nessun conto del suo titolo e del proemio, e di tutte
le vane investigazioni che qua e là vi ricorrono, dei riposti concetti, che,
secondo 1l V., supporrebbero talune voci latine, ma limitarsi a considerare in
se stessa questa dottrina che egli pretende rimettere in luce dal più vetusto
tesoro della mente italica, e che non è altro che una dottrina modernissima,
quale poteva essere costruita da esso V. nel 1710. E chi voglia parimenti
penetrare nel pensiero nuovo, che è il nocciolo sostanziale della Scienza
Nuova, non deve arrestarsi agli sforzi faticosi, con cui V. si argomenta di
dimostrare come infatti l’umanità civile percorra e ripercorra nel tempo una
storia ideale eterna, ossia come il processo storico obbedisca a una legge
costante immanente alla natura dello spirito umano (che sarebbe soltanto l’assunto
di quel contestabile problema filosofico, che si disse poi di filosofia della
storia »); ma guardare più addentro, per mirare a quella profonda speculazione
(su cui pur costantemente s’aggira il pensiero vichiano) intorno alla natura
dello spirito umano. Della quale egli scopre in 108 STUDI VICHIANI fatti una
scienza nuova, ma che non è altro che una nuova filosofia, un nuovo sistema
filosofico. Il pensiero vichiano perciò è un nocciolo chiuso dentro un forte
guscio; e chi non è in grado di rompere il guscio, non può gustare quel
pensiero. Ora questo guscio, come dicevo, non si spiegherebbe senza la cultura
speciale del V.: cultura anacronistica, certamente, ma italiana. Quella inutile
fatica che si dà l’autore del De antiquissima di sforzare il significato di
talune voci latine per farne altrettanti documenti di un pensiero italiano
antichissimo, da farsi risalire, secondo probabili congetture, fino alla
filosofia degli egiziani !, richiama bensì il Cratzlo di Platone 2, ma si
riconnette ben più da presso al metodo dei neoplatonici italiani del
Rinascimento, che aveva, a sua volta, la sua buona ragion d'essere nel sec. XV
e nel XVI, ma diventa una semplice maniera » letteraria nel XVIII; quantunque
qualche suggerimento o incoraggiamento ad usarne possa V. aver ricevuto dagli
stessi scrittori contemporanei 3. Il neoplatonismo italiano del Quattrocento
risaliva anch'esso, per la trafila di Platone, Filolao, Pitagora, Aglaofemo,
Orfeo, Mercurio Trimegisto, fino all’arcana e favolosa sapienza egiziana 4: ed era
uso comune a tutti i filosofi platonizzanti di esporre il proprio pensiero come
dottrina de’ più famosi ed antichi, ancorché non mai esistiti, filosofi e
sapienti. Tipico per questo rispetto il sincretismo del De perenni philosophia
di Agostino Steuco (1540), dal V. menzionato tra gli autori da lui tenuti in
maggior considerazione. I V., Seconda risposta al Giorn. dei letterati, $ 1;
Opp., I, 242-8. 2 Ricordato dallo stesso V. nel Proemio. 3 GIOVANNI RossI, V.
nei tempi di V.: La cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica, vol. X
(1907),602 sgg. 4 Ficino, Argomento premesso alla sua trad. del Pimandro. LA II
E LA II FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Quanto alla Scienza Nuova, non parmi
possibile spieGare la genesi del problema, nella forma in cui vi è proPosto,
senza rifarsi da Platone, dal V. così lungamente meditato in compagnia de’ suoi
filosofi del Rinascimento, € tenuto poi sempre per la maggior guida al vero
filoSofare, quantunque la concezione filosofica incarnatasi nella Scienza Nuova
sia, com’ho accennato, diametralmente contraria ai principii del platonismo.
Che altro, infatti, è la Repubblica platonica se non una sorta di storia ideale
eterna del corso delle nazioni, dedotta in qualche modo dalla speculazione
della natura dello spirito umano; storia, in cui campeggia una forma di Stato
ideale, punto di partenza ideale e ideal punto di arrivo dei singoli periodi
ciclici della perpetua vicenda del mondo, ma che anch'essa non può, nel suo
divenire, spiegarsi se non pel natural moto dei sentimenti e delle idee umane ?
Nella prima edizione della Scienza Nuova, dove discorre della estrema
difficoltà, in cui si trova chi indaghi le prime origini ideali dell'umanità, a
ridursi in quello stato di somma ignotanza », libero dalle comuni invecchiate
anticipazioni », in cui è pur necessario collocarsi per assistere al primo
Svegliarsi d’ogni senso d’umanità », V. dice: Tutte Queste dubbiezze, insieme
unite, non ci possono in niun conto porre in dubbio questa unica verità, la
qual dee esser la prima di sì fatta scienza; poiché in cotal lunga e densa
notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle gentili
nazioni egli è stato Pur certamente fatto dagli uomini; in conseguenza della
quale per sì fatto immenso oceano di dubbiezze, appare questa sola picciola
terra, dove si possa fermare il piede; che i di lui principii si debbono
ritruovare dentro la natura della nostra mente umana, e nella forza del nostro
intendere». E Platone aveva detto che quante sono le forme degli Stati,
altrettante rischiandi essere le forme dell’anima »: cinque quelle, cinque
queste !; essendo chiaro, come dice altrove ?, che non dal rovere e dal macigno
procedono le forme politiche, sì dai costumi dei popoli che nel loro mutare
trascinan seco tutto il resto. La differenza tra la ricerca platonica e la
vichiana è certo grandissima per la diversa concezione da cui muovono, della
storia o dell'umanità: ma, senza dire delle analogie particolari, qui si vuole
fermar l’attenzione sul loro comune carattere di speculazione ambigua intorno
alla storia, ora intesa come storia ideale, e ora come storia empirica e
cronologica. E così nella Scienza Nuova come nella Repubblica questa
impostazione della ricerca è una superfetazione, che deve superare chi voglia
scoprire la sostanza di pensiero filosofico viva nelle due opere. La teoria
delle idee e l'etica della Repubblica infatti non ha che vedere con le fiacche
speculazioni politiche sovrappostevi dall’autore; come le dottrine intorno al
mondo dello spirito svolte dal V. nella Scienza Nuova non hanno intrinseco
legame con la filosofia storica dei corsi e dei ricorsi. E come il filosofo
antico, in quella sua indagine della ideale successione delle forme di
reggimento politico, ritenne 3 più opportuno, perché più evidente, @c
vapyfotepov, indurre dall’ indole degli Stati l’ indole degli uomini che li
creano anziché quella dedurre da questa, e cioè contemplare la natura dello
spirito non in se medesima, nei suoi eterni caratteri, ma nella sua
manifestazione storica ; così il moderno si svia dietro uno sforzo improbo di
rielaborazione logica (e però incongrua) della materia storica, per farne
sprizzare quell’organismo di categorie spirituali, che sono il proprio oggetto
della sua speculazione. I Rep.] Di qui un errore capitale della sua costruzione,
che sì ripeterà nella filosofia della storia di Hegel, e che si può definire
come quel riflesso del dualismo, per cui si pone fuori dell’eterno il
temporaneo, e si persegue pertanto il riscontro del primo nel secondo. Giacché
V. è tratto dal suo pensiero verso la storia ideale eterna, la quale, per
essere eterna, non può avere fuor di sé il tempo, e non deve quindi né
applicarsi, né verificarsi in riscontri assurdi. L’eterno è la risoluzione del
tempo; e però realtà eterna è quella che, se essa è, non può esser altro che
essa. E se, dopo aver concepito una realtà eterna, ne concepiamo ancora una
temporanea, egli è che noi mettiamo da parte la prima per concepire la seconda.
La violenta mescolanza che il V., dualisticamente, è indotto a fare, sulle orme
di Platone, della considerazione speculativa (sub specie aeterni) della storia
con la considerazione empirica (sub specie temdoris), ha fatto della Scienza
Nuova una filosofia della storia, laddove essa avrebbe dovuto esser nella
forma, come è nella sostanza e in ciò che costituisce il suo valore, una
filosofia dello spirito, cioè una metafisica della realtà intesa come spirito.
E come filosofo della storia bisogna dire che V. è stato conosciuto piuttosto
largamente, anche fuori d' Italia. Se non che, come tale, egli, salvo
particolari fortunati, come la sua celebre teoria omerica (non fortunati, per
altro, per le profonde radici che essi avevano in tutta la speculazione
vichiana) non poteva conquistare uno di quei Primi posti, a cui egli senza
dubbio ha diritto, nella storia generale della filosofia. Il guscio, assai duro
a rompersi, celava il nocciolo prezioso. Ma quando, intorno al 1860, la sua
opera maggiore fu riletta attentamente da un pensatore italiano espertissimo
nell’ intendimento dei più vivi pensieri attraverso i quali si è venuta
costituendo la filosofia moderna, Bertrando Spaventa, uno dei più forti
pensatori che abbia avuto l’ Italia, poco noto anche lui fuori d’ Italia per la
cagione stessa del V., cioè per la sua intensa italianità, il guscio fu infranto
:; e dentro al filosofo della storia si cominciò a vedere il filosofo
originalissimo. Del quale un'analisi e ricostruzione ampia e sistematica diede
per primo Benedetto Croce =, mettendo in luce in modo magistrale quelle che si
possono dire le scoperte del celebre pensatore napoletano, ed eloquentemente
dimostrando le ragioni dell'alta valutazione che di esso deve farsi nella
storia universale. Ora, invece che l'originalità del V., io vorrei qui
brevemente rilevare la larga risonanza che hanno in Europa i pensieri
fondamentali della sua filosofia nella seconda e nella terza ed ultima fase del
suo svolgimento e dimostrare così che essa non è un frutto fuor di stagione, sì
uno dei fuochi più potenti in cui si concentrò la speculazione umana nel sec. XVIII,
in guisa da non pure raccogliere la più ricca eredità del passato, ma da
anticipare altresì le più valide conquiste dell’avvenire. La filosofia
vichiana, superata la sua prima fase di preparazione e di orientamento, in cui
rimane sotto l’ influsso del neoplatonismo e si sforza di conquistare il
proprio punto di vista, e affermatasi quindi nella sua autonomia, si svolge per
due principali gradi, nettamente distinti, quan I Da vedere tra i suoi Scritti
filosofici (ed. Gentile, Napoli, Morano, 1900) la prolusione Carattere e
sviluppo della filosofia italiana dal sec. XVI, sino al nostro tempo (1860), la
lettera Paolottismo, positivismo, razionalismo (1868), e La Filosofia ital.
nelle sue rela. con la filos. europea (1861), lez. VI, ed. Gentile, Bari, Laterza,
1908; 2% edizione 1926. è La filosofia di G. B. V., cit. tunque il secondo sia
evidentemente lo svolgimento del primo. L’uno è rappresentato dall’ Orazione De
nostri temporis studiorum ratione (1708) e dal De antiquissima (1710); l’altro
dal Diritto Universale © (1720-21) e dalla Scienza Nuova. In quello si hanno 1
lineamenti di una filosofia kantiana insieme con taluni dei motivi fondamentali
della filosofia, da cui Kant prese le mosse; in questo sono affermati i
principii stessi della filosofia postkantiana, cioè dell’ idealismo tedesco.
Dall’uno all’altro c’ è infatti un passaggio analogo a quello per cui
l’idealismo soggettivo della Critica della ragion pura = diventa in Hegel un
idealismo assoluto. Come nella filosofia kantiana confluiscono la metafisica
del razionalismo leibniziano e lo scetticismo dell’empirismo inglese, così
nella prima filosofia vichiana il principio kantiano della sintesi costruttiva
del sapere umano si presenta come l’accordo di uno scetticismo che ha molti
punti di contatto con quello, posteriore di trent'anni, di David Hume, e di una
metafisica che ha strane somiglianze con quella di Leibniz, da cui è
storicamente indipendente. V. infatti segue questi stessi indirizzi, in cui sì
moveva da una parte l’empirismo inglese e dall'altra il razionalismo francese e
tedesco; ma stringendoli insieme, e riuscendo perciò a cavarne conseguenze che
precorrono di almeno sessant’anni le più profonde vedute del criticismo. | Egli
scorge con Bacone, e più acutamente, il valore dell'esperimento, onde il fisico
sa della natura quel che n E _ I Come si suole designare, sull'esempio
dell’autore, il suo trattato De universi iuris uno principio et fine uno
(1720), compiuto l’anno dopo con un secondo libro: De constantia
îurisprudentis. è Il primo a notare il riscontro della dottrina gnoseologica
del De antiquissima col criticismo kantiano fu F. H. JacoBr nel 1811 nel suo
scritto Von den gottlichen Dingen u. ihrer Offenbarung (Werke.] riesce a
rifarne (utpote 1d pro vero in natura habeamus, cuius quid simile per
experimenta facimus) :: restando negli stessi limiti della dottrina baconiana
che, ferma nel supposto empirista della opposizione della natura allo spirito,
non può riconoscere all’attività di questo una produttività reale: sicché
l’esperimento riesce non a far la natura, ma soltanto a rifarla, oa farne un
quid simile. La teoria vichiana dell'esperimento, del pari che in Bacone e in
Galileo, presuppone la teoria dell’esperienza sensibile come solo mezzo di
conoscenza diretta della realtà naturale. Ma, con più coerenza di Galileo, V.
si sottrae alla illusione dell’oggettività della geometria o della matematicità
della natura, e combatte il metodo geometrico di Cartesio e dei cartesiani, e
in generale la concezione razionalistica del reale con un nominalismo empirico,
che è scala allo storicismo della sua seconda filosofia. E viene perciò ad
incontrarsi con Hume, che separerà la conoscenza della natura dalla conoscenza
matematica, contrapponendole l'una all’altra in quanto l’una ha per oggetto
verità di fatto e l’altra mere relazioni ideali; e assegnando quindi alla prima
un compito, che non si potrebbe ragionevolmente ascrivere alla seconda,
quantunque neppure alla prima riesca di assolverlo: la scoperta della causa,
non quale antecedente empirico dell'effetto, ma quale potere o forza
produttiva, per cui solo è possibile, I De antiq., concl. Cfr. cap. II, p.
144-5: Genus humanum innumeris novis veris ditarunt ignis et machina,
istrumenta, quibus utitur recens physica, rerum, quae sint similes peculiarium
naturae operum, operatrix », e Vici Vindiciae (in Opere*, ed. Ferrari, IV,
309): Utinam philosophiae opera daretur cum Verulamii Organo, ut quod
philosophi meditarentur, id ii verum esse experimentis ipsis demonstrarent....
Nam, si ita physicae incumberetur, non solum non pluris fierent a Socrate
sutores quam sophistae, cum illi tamen aliquod faciant opus humano generi
utile, hi vero nullum omnino; sed in eo sane Deo Opt. Max. quodammodo similes
fierent, cuius intelligentia et opus unum idemque sunt». LA II E LA III FASE
DELLA FILOSOFIA VICHIANA secondo che nota Hume, concepire il rapporto causale
come connessione necessaria. La ragione per la quale Hume nega alla matematica
la facoltà di conferire alla fisica il carattere necessario proprio di essa
come scienza razionale e a priori, coincide con quella del V.: ed è l'assoluta
opposizione della mente alla natura, il cui processo è un processo interno,
diverso e remoto da quello della mente, che nell’esperienza può seguire
soltanto le semplici apparenze sensibili nel loro contingente succedersi. La
realtà, in questa seconda forma della filosofia vichiana, è esterna alla mente.
E però V. si schiera contro la Scolastica e la logica del sillogismo, e contro
l’ innatismo e l’astrattismo razionalistico di Cartesio. Condanna Aristotele,
che metaphysicam recta in physicam intult ; quare de rebus physicis metaphysico
genere disserit. per virtutes et facultates »; convinto che naturae iam
exstantis phaenomena non virtute et potestate explicare par est», e vedendo con
soddisfazione che tam meliorum virtute Pphysicorum illud disserendi genus per
studia et averstonesnaturae, per arcana eiusdem constlia, quas qualitates
occultas vocani, tam, inquam, sunt e physicis scholis eliminata » *. Loda il
Descartes ?, che volle il proprio sentimento regola del vero; perché era
servitù troppo vile star tutto sopra l'autorità »; e volle l’ordine nel
pensare; perché già sì pensava troppo disordinatamente con quelli tanti e tanto
sciolti tra loro obiicies primo, obiicies secundo ». Sta con Bacone contro Il
sillogismo e quella deduzione analitica del Descartes, che egli paragona al
sorite stoico, e combatte con la tenacia stessa e gli stessi motivi con cui
contro la logica di Crisippo stettero in campo nell’antichità gli Accademici 1
De antig., c. IV, $$ 2 e 3: Opp., I, 158, 161: cfr. Sec. risp., $ IV: Opere, I,
261-63. Cfr.83-85. 2 Sec. risp., in Opere, I, 274-5. (al V. familiari per le
Accademiche di Cicerone, da lui espressamente citate, e per le [fotipost di
Sesto Empirico, che deve pure avere studiate, se non altro, attraverso l’
Examen vanitatis doctrinae gentium et veritatis Christianae disciplinae di
Giovan Francesco Pico della Mirandola) *. DI Il metodo deduttivo anche per V. è
sterile: presuppone la scienza, non la costituisce: non tam utilis est ut nova
inveniamus, quam ut ordine disponamus inventa. Così egli paragona i fisici
contemporanei, tutti soddisfatti della loro fisica razionale, chiusa in un
sistema statico di idee ben ordinate, ma senza alcun rapporto vivo con
l’esperienza mutevole, a coloro, quibus aedes a parentibus relictae sunt, ubi
nihil ad magnificentiam et usum desideretur, ut iis tantum amplam supellectilem
mutare loco, aut aliquo tenui opere ad seculi morem exornare relinquatur ».
Costoro, nota V. profondamente, scambiano la natura con la loro fisica (pongono
infatti le loro idee chiare e distinte come la stessa realtà, o verità, da cono
1 Per Cicerone v. la Sec. rîisp., $ IV, p. 272 (dove appunto si riferisce ad
Acad., II, 16, 49). Per Sesto cfr. De antiq., Il, p. 146 (argomento degli
aequivoca) con Hyp. Pirr. II, 23; De antig., I, 3 (dottrina dei segni) con H.
P., II, 10. Per la critica del sillogismo e del sorite v. De nostri temp., VI,
in Opere, I, 89-90, De antig., VII, 5 (Opere, I, 183-4) e Scienza Nuova?, ed.
Nicolini,358-9; e non occorre ricordare la famosa e perentoria critica del
sillogismo di Sesto, H. P., II, 14. Pel Pico v. per ora F. STROWSKI, Montaigne
(nella Collezione dei Grands philosophes), Paris, Alcan, 1906,125-30. Un primo
accenno allo scetticismo accademico prevalso in questa seconda fase della
filosofia vichiana si può scorgere in questo luogo della Orazione III (1701),
in Opere, I, 36: Te iactas, philosophe, principia rerum et caussas assecutum.
In quo te iactas ? in quo animos effers, ubi adversae sectae alius te putat
errare ? Addiscamus igitur verum studiorum usum; et sciamus, vetitam primi
parentis curiositatem in nobis esse vera rerum cognitione mulctatam. Hoc
disciplinae doctos a vulgo distinguat. Utrique nesciunt: sed vulgus se scire putat,
eruditus ignorare se noscit. Ita sapiens in omnibus verat; si omnia cum illa
exceptione affirmet: ‘ Aio, ni rectius, aut verisimilius obstet’. Ita nunquam
falletur, nec unquam fallet; ita nunquam ullam stultorum profert vocem: ‘
Aliter putabam ’ ». Cfr. il De mostri temporis, in Opere, I, 83: Academici
antiqui, Socratem secuti, qui nihil se scire, practerquam nescire affirmabat,
abundantes et ornatissimi ». scere); sicché sarebbero quasi da ringraziare
perché con la loro scienza ci tolgono l’ incomodo di più oltre studiare la
natura: nos tanto negotio naturae ultra contemplandae liberarunt ®. Che è la
più efficace critica che possa farsi del vecchio apriorismo in nome dei diritti
dell'esperienza. L’empirismo, come ho accennato, trae V. alle. sue conseguenze
nominalistiche, dov’ è il fondamento ultimo della critica del razionalismo
astratto. Combatte infatti nel De nostri temporis l'applicazione del sorite
(metodo deduttivo) alla medicina, avvertendo che nella deduzione non si procede
da una verità antica a una verità nuova, ma si rende esplicito l’ implicito,
cioè si rimane nel vero già posseduto. Afqui morbi semper novi sunt et alri, ut
semper alia sunt aegrotantes. Neque enim ego idem nunc sum, qui modo fui, dum
aegrotantes proloquerer: innumera namque temporis momenta tam actatis meae
praeterieruni, et innumeri motus, quibus ad summum diem impellor, tam facti
sunt». E nel De antiquissima poco dopo dirà: ‘ Rectum’ et ‘idem’ res
metaphysicae sunt. Idem ipse mihi videor; sed perenni accessu et decessu rerun,
quae me intrani, a me exeunt, quoquo temporis momento sum alius». E ancora:
Haec est vita rerum, fluminis nempe instar, quod idem videtur, et semper alia
atque alia aqua proflut » 2. I De mostri temp., $ IV. ? De nostri temp., c. VI
e De antigq., c. 1V, $$ 4-5; in Opere, I, 102, 164. Cfr. per la VI Orazione qui
sopra86-87. V. così fa sua la dottrina, che PLATONE (Teeteto 154 A) combatteva,
o meglio dalla quale egli, che moveva dall’eraclitismo, cercava liberarsi. E
prima del V. l'aveva fatta sua in Italia Tommaso Campanella, a cui V. qui sì
rannoda. Basta leggerne questo curioso brano che ha così vivo sapore di
modernità: Però gran stoltizia è credere, che la scienza consista nel sapere
gli universali: che saprò io, se intendo che Pietro è uomo animale razionale,
mentre non intendo le sue qualità e proprietà minutamente ? Vero è che, essendo
impossibile cognoscere tutti gl’ individui, per mancamento fu bisogno imparare
le scienze in universali e in confuso; ma Dio sa le minutissime particolarità
d’ogni cosa; e questa è vera, certa sapienza. Ma la medicina per il bisogno si
avvisa, che non basta sapere [Così nel De studiorum ratione conclude che la
definizione del concetto generico non coglie quel che vi è di proprio nei
singoli casi; e però miglior partito sarà guardare al concreto (ut particularia
consectemur), e attenersi alla induzione. Che febra è questa, ma quando, come
assale, e la complessione dell’ infermo particolare, e del morbo, e del
medicamento; non in communi, cioè del reubarbaro, ma di questo reubarbaro, che
se ha da dare sino alla tale ora »: Del senso delle cose, ed. Bruers, II, 22
(Bari, Laterza, 1925, p. 106). CAMPANELLA, Metaph., V, 2, a. 2: Itaque
principia scientiarum sunt nobis historiae »; e in proposito, RITTER, Gesch. d.
Phil., X, p. 26. BACONE, letto e ammirato da V., dei difetti della medicina del
suo tempo aveva detto nel De augm. scient., IV, 2, (ed. Ellis-Spedding?, I,
590): Solent autem homines naturam tanquam ex praealta turri et a longe
despicere, et circa generalia nimium occupari; quando si descendere placuerit,
et ad particularia accedere, resque ipsas attentius et diligentius inspicere,
magis vera et utilis fieret comprehensio. Itaque huius incommodi remedium non
in eo solum est, ut organum ipsum vel acuant vel roborent, sed simul ut ad
objectum propius accedant. Ideoque dubitandum non est quin si medici, missis
paulisper istis generalibus, naturae obviam ire vellent, compotes ejus fierent,
de quo ait poéta [Ovid., Rem. am. 525]: Et quoniam variant morbi, variabimus
artes; Mille mali species, mille salutis erunt ». E tra i desiderata per i
progressi della medicina aveva osservato (ivi, I,591-2): Primum est,
intermissio diligentiae illius Hippocratis, utilis admodum et accuratae, cui
moris erat narrativam componere casuum circa aegrotos specialium; referendo
qualis fuisset morbi natura, qualis medicatio, qualis eventus. Atque hujus rei
nactis nobis jam exemplum tam proprium atque insigne, in eo scilicet viro qui
tanquam parens artis habitus est, minime opus erit exemplum aliquod forinsecum
ab alienis artibus petere; veluti a prudentia jurisconsultorum, quibus nihil
antiquius quam illustriores casus et novas decisiones scriptis mandare, quo
melius se ad futuros casus muniant et instruant ». Ma più degno di
considerazione, per le sue probabili relazioni col pensiero del V. è forse un
brano della Dissertatio logica (1681) del medico napoletano Luca ANTONIO Porzio
ultimo filosofo italiano della scuola di Galileo » (come lo chiama V.
nell’Autob., p. 37, ricordando la stretta amicizia e gli spessi ragionamenti
avuti con lui). In questo brano, dopo aver accennata la dottrina platonica e
cartesiana delle idee innate, è detto: Coeterum licet haec majori ex parte
verissima censeri possint; homini tamen, ut satis excultus animo sit, non sufficere
existimo, universalia et communia scientiarum principia. Oportet enim non raro
ad particularia descendere, et singularem alicujus rei nobis scientiam
comparare. Quod non fit nisi assumpto etiam peculiari et proprio aliquo
quaesitae rei principio. Sed non inficiabor, ingenium excolendi et exercendi
gratia, posse Qual'è, si domanda altrove :, la causa del gran discredito in cui
è caduta oggi la fisica aristotelica ? È troppo universale, laddove gli
esperimenti della fisica moderna riproducono fenomeni peculiari determinati.
Così nella giurisprudenza l’arte non consiste nel possedere summum et generale
regularum, ma nel vedere le circostanze prossime, alle quali non sempre si
possono applicare le disposizioni generali della legge. Ottimi oratori non sono
quelli che discorrono per luoghi comuni, ma quelli che, per dirla con Cicerone,
haerent in propriis. Né gli storici possono contentarsi di narrare i fatti all’
ingrosso, assegnandone cause generiche. Né la sapienza della vita si giova di
massime astratte, poiché il sapiente dev’esser tale Caso per caso, e non
affidarsi ai sistemi, come fanno 1 dottrinari (fhematici), poiché la realtà è
sempre nuova: e nova, mira, inopinata universalibus illis generibus non
providentur. Così, nel discorso, ogni parola conviene sia propria e adatta a
ciò che a volta a volta si vuol dire; nos arbitratu nostro quaecumque velimus
determinare, et cuiuscunque speculationis, quod lubet statuere principium,
atque inde quaenam investigare. Quod si ea quae inveniuntur, consona fuerint tum
ei, quod sumpsimus, hypothesi scilicet prius factae, tum scientiarum
dignitatibus, hoc est propositionibus per se notis, et communibus hominum
Opinionibus, tunc affirmare poterimus, recte nos fuisse speculatus. Si quid
vero consequatur, quod vel repugnet axiomati alicui, vel sit contra hypothesim,
tunc certi esse possumus de fallacia aliqua nostrarum cogitationum....
Quamobrem si non idcirco philosophamur, ut ingenium tantummodo exerceamus,
verum etiam ut speculationum et inventionum nostrarum aliquis sit usus,
deducendae illae sunt tum ab universalibus scientiarum principiis et communibus
hominum opinionibus, tum ex peculiari non ficto principio, non ficta hypothesi;
sed quae sit secundum rei naturam, quam indagandam suscepimus. Atque ideo meo
quidem iudicio summe custodienda atque promovenda est rerum omnium historia
sive civilium sive bellicarum, sive physicarum sive aliarum, quarumcunque
rerum, utcunque observatarum. Etenim cum vel ipsa natura universalia non
edoceat, observatarum rerum historia particularia nobis praebet principia
unicuique scientiae propria, quibus adjuti pleraque, quae nobis occulta erant,
dignoscere valeamus »: Opera omnia medica, philosophica et mathematica,
Neapoli, Mosca, MDCCXXXVI, t. 1,379-80. 1 De antiq., c. II, in Opere, I, 144.
giacché loqui universalibus verbis infantium est aut barbarorum. Ed ecco
spuntare una dottrina, che avrà un grande valore nella terza forma della
filosofia vichiana: la dottrina del certo. IIIl Il certo nel pensiero del V. è
il determinato, il positivo, l’effettuale o il concreto, fuori del quale non v’
ha realtà, ma astrazione: dottrina, che si collega da una parte con la teoria
dell’ induzione e dall’altra con quella della percezione. In molti luoghi del
De nostri temporis studiorum ratione e del De antiquissima Italorum sapientia,
nonché della polemica a cui questo libro diede luogo, V. raccomanda l’
induzione baconiana, come l'organo proprio della scienza, che vuol costruire il
vero sulla base del certo 1. Ma in un paragrafo del De antiquissima ?, svolge
una teoria della conoscenza che va assai più in là di Bacone. Attribuisce alla
mente tre operazioni: percezione, giudizio e raziocinio ; donde provengono le
tre arti della to pica, o arte di trovare, della critica, o arte di giudicare,
e del metodo,o arte di ordinare razionalmente le materie: ma fondamentali sono
la topica e la critica, ossia le funzioni del percepire e del giudicare. E tra
le due quella che costituisce ed estende il dominio del sapere, la propria
sciendi facultas, è la funzione del percepire, che V. ama chiamare ingegno?3:
che è qualche cosa di analogo, ma anche qualche cosa di supe I E il concetto
ritorna nella Scienza Nuova*, ed. Nic.,358-9. 2? Cap. VII, $ 5. 3 Oltre il De
antig., vedi le Vicî vindiciae, Nota q, in Opere, ed. Ferrari, IV, 309. riore
alla esperienza o intuizione sensibile di Kant. Alla celebre proposizione di
questo, che l’ intuizione è cieca senza il concetto, e il concetto vuoto senza
l’ intuizione, 11 V. prelude nel suo linguaggio dicendo: Neque inventio sine
tudicio, neque tudicium sine inventione certum esse potest ». E il gi udizio
vichiano è proprio quello che è il concetto puro kantiano, se fuso con
l’invenzione o percezione: laddove si muta in un’ idea a priori, in una
prolessi dommatica a mo’ degli stoici, o in un' idea innata a mo’ di Cartesio,
se diviso dalla percezione. La quale, come operazione propria dell’ ingegno,
non è soltanto l’ intuizione del dato (come l’ intuizione di Kant), ma ogni
intuizione del certo, ossia del nuovo, del proprio o singolo, del reale, onde
si estende la sfera del conoscere, e però propriamente si sa. Di guisa che l’
ingegno è la forza dello scopritore di regioni per l’ innanzi inesplorate nel
dominio della natura, ma è anche la forza del poeta nella sua originale
creazione, e dello scienziato che scopre rapporti ideali non più veduti: onde
la dottrina vichiana dell’ ingegno supera il concetto dell’ intuizione
kantiana, e accenna alla dottrina del genio dei romantici tedeschi. La
percezione è insomma non tanto la esperienza passiva di Kant, base alla
funzione attiva dello Spirito, quanto la stessa pura attività mentale,
creatrice e costruttiva, con cui non si rielabora un contenuto già acquisito,
ma si acquista o si pone il contenuto stesso; e non si rimane perciò nel già
noto, ma si procede di là dal suoi confini: non analytica via, sed sinthetica,
per usare le stesse parole del V., che anticipa con esse la famosa distinzione
della Critica della ragion pura. Academici toti în arte inveniendi, în illa
iudicandi toti Stoici fuerunt: utrique prave »: e gli Accademici erano per V. i
filosofi che non avevano costruito con la ragione sull'esperienza, ma s’eran
limitati a raccogliere le apparenze sensibili e i dati di fatto, senza né pur
giudicarli per affermarli o negarli; i puri empirici, insomma; laddove gli
Stoici, contro cui gli Accademici avevan battagliato, s'erano sbizzarriti a
dommatizzare con la loro presunta scienza naturale della natura; cioè i
razionalisti. Correggere perciò gli opposti difetti degli uni e degli altri
vuol essere pel V. lo stesso programma annunziato nelle prime parole della
Critica di Kant: Non c’ è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia con
l’esperienza.... ma non per questo tutta la nostra conoscenza deriva dalla
esperienza »: il superamento e la conciliazione del pretto empirismo e della
metafisica razionalistica. Ma, come Kant na tuttavia una manifesta propensione
per gli empiristi contro i metafisici, si direbbe pure che il V. abbia una
particolar simpatia per i suoi Accademici. Egli serba tutti i suoi strali per
gli Stoici (leggi Cartesio '*), come Kant intitola Critica della ragion pura la
sua opera, che avrebbe pur potuto capovolgere e intitolare Critica della pura
esperienza ». Per questa simpatia verso gli Accademici V. accentua da una parte
lo scetticismo della sua tesi empirica, e, risentendo, assai più che tra
qualche decennio David Hume, anch'egli, com’ è noto, tornato ad ispirarsi alla
filosofia accademica ?, il motivo umanistico-socratico di questa, s’apre la via
dallo scetticismo del De antiquissima alla filosofia positiva della Scienza
Nuova. Al dommatismo cartesiano, che, agli occhi del V., rinnovava quello degli
Stoici, egli contrappose il pro b a bilismo di Carneade 3, salvandone, come
Hume, le matematiche. Le quali sono scienze del vero; ma di un I .... Stoicis,
quibus recentiores respondere videntur »: De nostri temp. in Opere, I, 97; Cfr.
De antiquissima, ivi,138-9. 2? Hume, An enquiry concerning human understanding,
sect. V, part. I in princ., e sect. XII. 3 Cfr. la critica di Descartes nel De
antig., I, 3 e la Sec. risp., in Opere. Vero senza certezza; come il certo del
probabile è senza verità. Lo stesso cogîto cartesiano agli occhi del V. diventa
quel che è agli occhi di ogni empirista e di ogni scettico: un fatto, un certo,
com’egli dice; un probabile, come avrebbero detto gli Accademici: qualche cosa
che è oggetto di coscienza, non di scienza; quindi privo della certezza, nel
senso cartesiano di esclusione del dubbio. L’essere dell’ I o che pensa, per
esser vero, e non semplicemente probabile, dovrebbe potersi dimostrare come
l'eguaglianza degli angoli di un triangolo a due retti. Ma in che consiste la
dimostrazione del matematico? o, in altri termini, in che consiste la verità
del suo sapere ? Se la scienza della natura è offuscata dall’ ignoranza
ineliminabile dell’ intimo processo della natura, onde la causalità cessa di
essere una connessione necessaria, e uno schema d'’ intelligibilità sistematica
dei fatti naturali, nella matematica ci dev'essere quel che manca alla fisica:
la conoscenza del processo per cui si generano i numeri e le figure (che son la
realtà del matematico); e come quel processo pei fatti naturali è
inattingibile, perché la natura è una realtà opposta allo spirito che la
conosce, così il processo generatore della realtà matematica dovrà, per essere
conoscibile, coincidere col processo conoscitivo; e la causazione essere la
stessa conoscenza. Di qui la or: mula vichiana: verum et factum convertuntur. A
questo concetto della matematica in opposizione al concetto della fisica, che
del resto serpeggiava, ancora immaturo, in Galileo e nella sua scuola, V. fu
spinto e dallo studio dei Neoplatonici (poiché nel Ficino egli aveva letto
qualche cosa di simile) 1, e dal confluire nel suo spirito della nuova
gnoseologia delle matematiche, dell’empirismo della sua scepsi accademizzante e
dei vecchi concetti platonici e scolastici intorno al rapporto di ! Cfr. la
dimostrazione precedente,30 sgg. e più avanti139588. Dio col mondo. Posto il
carattere di verità delle matematiche, riconosciuto da tutta la filosofia, dal
Rinascimento in poi; posto lo scetticismo come negazione della conoscenza
causale della natura come realtà estramentale; posta la naturaco me
realizzazione del pensiero divino (quale la concepiscono tutti gli scolastici e
quei neoplatonici, a cui V. amava rannodarsi); il dommatismo matematico doveva
apparire il rovescio del ricamo dello scetticismo fisico. E così V. fu condotto
a scoprire il suo grande principio del verum factum, per cui la scienza è solo
di ciò che si fa: che è lo stesso concetto con cui Kant doveva, molto più
tardi, giustificare il valore della scienza, quale cognizione, non di un
oggetto che si porga bello e costituito alla mente umana, anzi di un oggetto
costruito appunto dall’atto stesso del conoscere. La scienza, rispetto alla
quale sorge nel De antiquissima la nuova gnoseologia vichiana, è bensì una
scienza puramente formale: piena di verità, ma vuota di certezza. Vuota di
certezza, perché la realtà pel V., nel De antiquissima, resta la natura (l’opera
di Dio): la natura stessa degli empiristi, ma neoplatonicamente o (che, qui, è
lo stesso) spinozisticamente considerata, cioè superata: non però nel monismo
meccanico del filosofo di Amsterdam, sì in una specie di pluralismo dinamico,
che richiama quello di Leibniz. Come Spinoza, V. pone una natura estesa
irriducibile al pensiero: ma, pel suo scetticismo, supera Spinoza, come lo
supera Hume; giacché non iscambia la causalità razionale (che è
l’intelligibilità della matematica, o della verità senza certezza) con la
causalità reale della natura, e tiene ben distinto l’ordine delle verità di
fatto dall’ordine delle verità di ragione. Spinoza risolve la sua natura
corporea o la molteplicità infinita dei modi dell'estensione nell’unità della
sostanza estesa, la quale nella sua unità è la negazione del corpo e del moto;
ma la sostanza per LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Spinoza non si
sveste mai né può svestirsi dell’estensione, che è attributo irriducibile ad
altri attributi. Per V., invece, come per Leibniz, l’esteso ha il suo principio
nello inesteso, talché la sostanza degli stessi modi corporei è inestesa 1. Né
il movimento si risolve nel meccanismo dell’ impulso che un corpo esercita
sopra un altro corpo, come nel determinismo spinoziano; bensì nel conato stesso
della sostanza, che è a base del corpo. L'’inesteso è il punto metafisico, che
nella metafisica vichiana ora par molti, ora uno, con un'esitazione che non è
in Leibniz, ma che può dimostrare una vista più acuta di quella di Leibniz:
perché la molteplicità è uno dei caratteri fantastici della monade leibniziana,
la quale, come principio del composto, ossia del molteplice, dovrebb'essere
esclusione assoluta della molteplicità. La scienza del punto metafisico viene
ad essere pel V. una sorta di geometria del divino, per la quale non si
penetrerà già nell’attualità o nel certo della natura (oggetto della fisica),
destinato a rimanere un libro chiuso con sette suggelli; al punto che, se Dio
volesse insegnarci egli stesso come l’ infinito (la sostanza) sia sceso in
questi finiti (i modi), noi non potremmo, dice risolutamente il V.,
comprenderlo: perché cotesta è propria scienza di Dio, che fa dell’ infinito il
finito. Si ricordi la dotta ignoranza, o cognizione negativa del Cusano, che V.
non pare abbia conosciuto, ma alle cui fonti dirette o indirette s'’abbeverò
anche lui. Senza trascendere tuttavia la sfera della conoscenza formale
concessa all'uomo, una metafisica è possibile in un senso analogo a quello per
cui Kant può, senza sconfinare dai limiti segnati dalla t In mundo, quem Deus
condidit, est quaedam individua virtus extensionis, quae, quia individua est,
iniquis exstensis ex aequo sternitur » (De antig., IV, 2; Opp., I, 156). Per le
relazioni di questa dottrina con quelle affini di Bruno, di Spinoza e di Hegel,
v. SPAVENTA, Saggi di critica, Napoli, Ghio.] Critica, indagare i Principii
metafisici della scienza della natura; una metafisica che, conforme allo
spirito d’umile agnosticismo della religione 1, stia nei termini della
geometria 2; e sia una geometria che renda pensabili i dati dell'esperienza,
procurando di spiegare il mondo che è fuori della mente con quello che è dentro
di essa, come pure avran pensato di fare i Pitagorici 3, quando dei numeri
fecero il principio di tutte le cose. La fisica infatti ci dà corpi e moto.
Ora, pensare quelli e questo non è possibile senza trascenderli: ché l’essenza
del corpo, ciò che noi pensiamo dicendo corpo, non è niente di esteso e
divisibile, come i corpi, bensì un che d'’ inesteso e indivisibile. Né
l’essenza del movimento si muove; e dev'essere perciò posta di là dal moto. Ma,
se il corpo realizza la propria essenza, questo è un inesteso che si estende; e
se il moto realizza la sua essenza, questa non è neppure l’assoluta quiete, ma
il principio del movimento in fieri. L’inesteso, essenza dell’esteso, è il
punto, concuiinfatti la geometria costruisce le linee, le figure e, in
generale, l’esteso; e se l’esteso si muove, il suo principio sarà principio di
movimento, oltre che di estensione: conato. Il punto metafisico (che è lo
stesso concetto del punto geometrico, non come definizione nominale, ma reale)
e il conato sono i due concetti che, secondo V., rendono intelligibile la
fisica quale apparisce alla mente umana. Ma la metafisica non può andar oltre,
e dire come e perché la sostanza inestesa, unica, infinita col suo sforzo
IChristianae fidei commoda m»: De antig., concl. 2 Et ea ratione geometria a
metaphysica suum verum accipit, et acceptum in ipsam metaphysicam refundit »:
De antig., IV, 2, in Opere Nec.... cum de naturae rebus per numeros disseruerunt, naturam vere
ex numeris constare arbitrati sunt: sed mundum, extra quem essent, explicare
per mundum, quem intra se continerent, studuerunt »: O. c., in Opere.] si
estenda, si moltiplichi, si determini, si muova e dia luogo alla natura. La
quale è opera di Dio, e perciò è conosciuta soltanto da lui. Pure quel semplice
sguardo negativo gettato dentro al segreto della natura basta a farci apparire
tutta la meccanica del determinismo una apparenza seco stessa contradittoria.
Come Leibniz, V. non sa più concepire quiete assoluta, né comunicazione di
movimento. Accetta da Malebranche l’occasionalismo 1, e con lui ascrive a Dio
ogni attività: Lo sforzo dell’universo, che sostiene ogni piccolissimo
corpicciuolo,... non è né l’estensione del corpicciuolo, né l’estensione dell'universo.
Questa è la mente di Dio, pura d'ogni corpolenza, che agita e muove il tutto »
2. E quel che Dio è al corpi, è anche alle menti, in cui V., traendo
audacemente alla massima coerenza l’ intuizione neoplatonica del Malebranche 3,
non ammette se non quello che vi pensa Dio, omnium motuum, sive corporum sive
animorum, primus auctor. Sicché il dinamismo vichiano del De antiquissima
rispecchia quella critica interna del meccanismo cartesiano che, attraverso
Geulincx e Malebranche, perviene in Leibniz al superamento della fisica come
scienza dei fenomeni (dei corpi formati, come dice V.) nella speculazione dei
punti metafisici, che caratterizza, come tutti sanno, la prima fase della
filosofia leibniziana; ma non raggiunge il concetto della monade. Giacché, per
quanto si sforzi V. d’ introdurre e affermare nella sua stessa intuizione
emanatistica il concetto della libertà dello spirito (che è la nota più
profonda della monade), I Dunque la percossa non serve ad altro che di
occasione che lo sforzo dell’universo, il quale era sì debole nella palla, che
sembrava star queta, alla percossa si spieghi più, e, più spiegandosi, ci dia
apparenza di più sensibile moto »: Sec. risposta, in Opere, I, 265. * Prima
risp., $ III, Opere. 3 Cfr. De antiq., cap. VI. questo concetto rimane affatto
estraneo al suo pensiero; e il suo punto metafisico, come conato, ondeggia
sempre tra il concetto dell’unica mente di Dio (che è il solo centro reale di
questo mondo) e il concetto dei molti centri individuali di forza. IV. Ma il
concetto della spiritualità e della libertà del reale nello sviluppo ulteriore
del pensiero vichiano fu affermato ben più validamente che nella monadologia
leibniziana. Lo sguardo gettato sulla metafisica della natura, nel suo
significato negativo, è una tappa nella speculazione del V.. Tappa, in cui V.
si è sbarazzato del meccanismo, e si è raffermato nella sua intuizione
giovanile dell’ immanenza di Dio nel reale, e quindi nella mente umana. Della
quale intanto aveva scoperta la legge intrinseca: che è quella di creare il
mondo che è suo, e non poter penetrare nella costituzione di un mondo derivante
da un principio diverso. Questa scoperta, a cui la meditazione dell’antico
scetticismo lo aveva condotto, era suscettibile di un grandioso ampliamento,
pur che V. avesse volto l'animo a un altro importante suggerimento implicito in
uno dei motivi principali dello scetticismo accademico: voglio dire nel
concetto socratico della conversione della ricerca speculativa dalle cose
naturali o divine alle umane: concetto centrale nella filosofia accademica,
considerata perciò da taluno de’ suoi seguaci e de’ suoi storici quasi un
ritorno al punto di partenza originario della filosofia platonica, a Socrate.
Ora dall’ Orazione De mostri temporis studiorum ratione: come dalla Seconda
risposta al Giornale de’ letterati* si vede chiaramente quanto ben disposto
fosse l'animo del V. ad accogliere quel suggerimento e a fecondarlo dentro di
sé, già fin dal tempo della sua metafisica negativa. Nel primo scritto infatti
lamenta, come grave danno arrecato dal metodo dommatico e scientifico
prevalente nella cultura contemporanea, quel chiudersi negli studi delle
scienze naturali, considerando la natura solo oggetto possibile di scienza,
cioè di cognizione universale e necessaria, e trascurare ogni dottrina morale
perché hominum natura est ab arbitrio incertissima. Certamente, il metodo
aprioristico della scienza fallisce nelle cose umane, dove il variare delle
occasioni e la scelta generano l’ imprevedibile. Ma il senno pratico (frudentia
civilis vitae) non si giova della ricerca del vero (dell’astratto), né i fatti
umani possono valutarsi ex ista mentis regula, quae rigida est; anzi debbono
misurarsi con quella flessibile regola lesbia, che non adatta a sé i corpi, ma
essa si adatta ai corpi; con una specie pertanto di cognizione, che non guardi
alle vette della scienza, sì alle infime particolarità delle cose individuali,
e segua la realtà (il certo) in tutti i suoi mutevoli accidenti mercé il senso
comune, che, in luogo del vero, si contenta e si giova del verisimile. E nello
scritto polemico, contro il matematicismo cartesiano V. asserisce che la
repubblica delle lettere fu così da prima fondata, che 1 filosofi si
contentassero del probabile, esi lasciasse a’ matematici trattare il vero. Mentre
si conservaron questi ordini al mondo, del quale avem notizia, diede la Grecia
tutti i principii delle scienze e delle arti, e quei felicissimi secoli furono
ricchi di inimitabili repubbliche, imprese, lavori e detti e fatti grandi; e
godé l’umana società, da’ greci incivilita, tutti i commodi e tutti 1 piaceri
della vita sopra de’ barbari. Sorse la setta stoica, I $ IV. Questa Sec. risp.
è del 1712. e, ambiziosa, volle confonder gli ordini, e occupar il luogo de’
matematici con quel fastoso placito: Sapientem nihil opinari; e la repubblica
non fruttò alcuna cosa migliore ». Dove chi abbia qualche notizia della
dottrina di Carneade non può non riconoscere il suo probabilismo in servizio
della gpévnotc, che è la stessa prudenza vichiana; come non è possibile
disconoscere la parentela della critica vichiana della morale stoica e
giansenista ! con la polemica anticrisippea di Carneade. Per V., dunque, come
per Carneade e per tutta la tradizione accademica, l’ ideale del filosofo tornò
ad essere Socrate, che anche lui parve primus a rebus occultis et ab ipsa
natura involutis, in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt,
avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et
vitiis, omninoque de bonis rebus et malis quaereret »*. Socrate, che
sconsigliava dallo speculare sulle cose celesti e sul come la divinità produca
ciascuno di quei fenomeni » per non dare in vaneggiamenti non meno assurdi di
quelli in cui era venuto Anassagora; quell’Anassagora, che si era dato così
gran vanto di sapere spiegare gli artifizi messi in opera dagli dei » 3.
Socrate, che, tutto raccolto per la parte sua nello studio dell’uomo, domandava
se, a quella guisa che gli studiosi delle cose umane si credono in grado di
effettuare.... quello che avranno imparato, così parimente gli indagatori delle
cose divine credono, scoperte che abbiano le cause di ciascun fenomeno, di
poterlo produrre quando vogliano, e formare, a un bisogno, i venti, le pioggie,
le stagioni e ogni altra cosa di simil genere » 4. Parole, di cui par di
sentire un'eco lontana in quelle con cui V. enuncia insieme ed illustra la sua
più matura I CROCE, 0. C.,97-8; e cfr. qui appresso, p. 143 Sgg. ? CIcER., Ac.,
I, 15. 3 SENOFONTE, Memor., IV, 7, 6 (tr. Bertini). 40. c., I. 1, 15. LA Il E
LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA concezione del problema della scienza:
Questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne
possono, perché se ne debbono, ritruovare i principii dentro le modificazioni
della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque vi rifletta, dee recar
meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la
scienza di questo mondo naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso
solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle
nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne
potevano conseguire la scienza gli uomini » *®. Non occorre dire che questo
concetto della filosofia, se ha attinenze storiche, di cui non è possibile non
tener conto, con idee della filosofia socratica e accademica, è, nel suo
proprio significato, assolutamente originale; come lo scetticismo del De
antiquissima, malgrado le sue manifeste ispirazioni accademiche, è, col suo
concetto kantiano delle scienze formali matematiche, più moderno dello stesso
scetticismo di D. Hume. Ora, se nel De antiquissima V. anticipava Kant, qui,
nella Scienza Nuova egli precorre a dirittura Hegel. Lì la mente umana era
considerata creatrice di un mondo astratto, avente perciò esclusivamente valore
pel soggetto che lo costruisce, mentre ha fuori di sé la realtà, opera di Dio.
E lo spirito geometrico era dio di un mondo di figure, come Dio poteva dirsi il
geometra di un mondo reale =. Qui invece lo spirito appare creatore di un mondo
saldo, in sé perfetto, qual è il mondo delle nazioni, la civiltà, la storia. La
profonda meditazione di quella realtà umana, a cui il suo scetticismo lo
richiamava, ha fatto scoprire in questa I Scienza Nuova, ed. Nicolini,172-3. 2
Geometra in illo suo figurarum mundo est quidam Deus, uti Deus Opt. Max. in hoc
mundo animorum et corporum est quidam geometra». Così ripete ancora nel 1729 V.
nelle Vindiciae: Opere, ed. Ferrari.] realtà un essere ignoto all’autore del De
antiquissima, tutto preso dalla vista dell’essere naturale posto da Dio. Il
conato cieco dei punti metafisici, che si risolve nello sforzo dell’universo, e
quindi in Dio, di cui è atto, diventa ora il conato, il qual è proprio
dell’umana volontà, di tener in freno i moti impressi alla mente dal corpo,
effetto della libertà dell'umano arbitrio, e sì della libera volontà, la qual’è
domicilio e stanza di tutte le virtù » 1. Il punto metafisico quindi diventa
monade; ma anche ben più che monade. Perché nel concetto della monade
leibniziana rimane qualche cosa del concetto dell’estensione, che vuol
superare; giacché ogni monade, come elemento costitutivo del composto, ha
accanto a sé tante altre monadi; sicché è sì spirito, ma limitato e
particolare; è individuo, ma di una individualità che non contiene ancora in sé
l'universalità; quella universalità interna, senza la quale non ci è spirito.
La monade vichiana invece è la trasformazione del punto metafisico, quale lo
concepiva V., tendente a identificarsi con Dio stesso: l’unico spirito, unità
che non ha altre unità fuori di sé, ed è perciò vera, assoluta unità. L’umano
arbitrio (che è il conato della Scienza Nuova) è determinato (accertato, nel
linguaggio vichiano) dal senso comune degli uomini; e questo ‘ senso comune
vien definito un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto
un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano
»: il gran criterio insegnato alle nazioni dalla Provvedenza divina per
diffinire il certo d’ intorno al diritto natural delle genti » 2, onde s’
intesse tutta la trama della storia. In guisa che lo spirito non è più
concepito né come individuale, che abbia fuori di sé l’uni -_& I S. N, ed.
Nic., p. 183. 2 S. N.2, Dign.] versale, né come universale che abbia fuori di
sé l’ individuale: anzi individuale, in quanto universale, secondo il concetto
che V. era venuto maturando del certo, già accennato nella dottrina dell’unità
della percezione e del giudizio. Il certo delle leggi », dice ora 1, è
un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta dall’autorità, che le ci fa
sperimentare dure nel praticarle, e siamo necessitati praticarle per lo di lor
certo, che in buon latino significa particolarizzato o, come le scuole dicono,
individuato; nel qual senso certum e commune, con troppo latina eleganza, sono
opposti tra loro ». Troppo, perché, secondo V., il comune nel certo può essere
oscuro, come quando si vede nel diritto il solo lato positivo o della forza; ma
non può mancare. E in un’altra tesi fondamentale 2: La filosofia contempla la
ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia osserva l’autorità
dell'umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo ». La scienza del vero è
la scienza stoica, cartesiana; la scienza delle verità di ragione di Hume: il
dommatismo dell’universale astratto. La co scienza del certo è l’attualità del
fenomeno, che V. nella già accennata critica di Cartesio ha detto non esser
negata neppur dagli scettici: è la verità di fatto di Hume. Alla matematica del
De antiquissima mancava la coscienza del certo: come alla fisica mancava la
scienza del vero. Qui la Scienza Nuova supera l’astrattezza di quelle due
scienze, mercé il concetto della storia, in cui appunto vero e certo
coincidono. E però dopo le parole testé riferite V. soggiungeva, che quella
sentenza dimostrava, aver mancato per metà così i filosofi che non I Dign. CXI.
* Dign. X. accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i
filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragion de’
filosofi; lo che se avessero fatto,... ci avrebber prevenuto nel meditar questa
scienza »; la quale si propone di essere l’unità della filologia e della
filosofia. Il vero accertato o il vero certo è unità di ragione e di fatto,
perché è la stessa ragione che si attua nella volontà (l'umano arbitrio). Non è
pura speculazione sul fatto altrui, ma verum-factum, la realizzazione stessa
dello spirito. La realtà dunque della Scienza Nuova non solo è mente, ma mente
come autocoscienza: non astratta universalità, quale apparisce a se stessa la
mente considerata come oggetto di sé (idea, mondo intelligibile, Dio
trascendente), ma quella concreta universalità che è il soggetto che si pone
per sé, e si attua raccogliendosi nella coscienza di sé. È insomma la mente
quale si realizza nella storia. Infatti natura di cose altro non è che
nascimento di esse in certi tempi e con certe guise » 1; e la mente vien
manifestando, anzi costituendo, la sua attraverso il processo storico. Che è il
concetto dello spirito o dell’ idea assoluta, come si sforzerà di pensarlo Hegel.
Non è possibile indagare qui fino a che punto V. sia riuscito a svolgere un tal
concetto. Il suo maggior difetto consiste nel non essersi liberato del tutto
dalla trascendenza e dal dualismo; aver lasciato accanto alla nuova realtà da
lui scoperta (che non tollera compagnia) quella del De antiquissima, ossia la
natura opera di Dio; e aver concepito poi la storia, oggetto della Scienza
Nuova, come qualche cosa per sé stante (un’altra specie di natura) di rimpetto
alla scienza, quasi storia che debba esser rifatta dallo storiografo: dualismo
del tutto analogo a quello con cui V. si rappresentava nel I Dign.]
l'esperimento l’opera del fisico rispetto all’opera indipendente della natura.
Ma questi gravi residui della concezione dualistica antica permangono anche
nell’idealismo assoluto hegeliano, come ora si viene chiarendo: e l’opera del
V. precede di poco meno che un secolo quella di Hegel. NOTA Riproduco qui
appresso un brano d’una mia risposta (pubbl. nella Critica del 1916) a una
recensione che della prima edizione di questo libro fu fatta nella Civiltà
Cattolica del 5 febbraio di quell’anno. Il punto principale dove io e altri
(Jacobi, Spaventa, Croce) avremmo preso un grosso abbaglio, e lo scrittore
della Civiltà Cattolica pretende rimettere le cose a posto, è quel che riguarda
la celebre dottrina gnoseologica del De antiquissima, da me raccostata, per la
sua parte negativa, allo scetticismo di Hume, e per la parte positiva intesa,
come dagli altri maggiori interpreti, quale dottrina analoga alla kantiana, e
raffrontata a certe osservazioni del Ficino. Qui, mi dispiace dirlo, il
recensore non ha capito proprio di che si tratta. La distinzione », egli dice,
onde V. separava la geometria e l’aritmetica dalle altre scienze, si fonda sul
supposto che quelle due sono fatte dall’uomo, e le altre no. Né si accorgeva il
bravo uomo che non diversa è la posizione del nostro intelletto davanti alla
matematica di quel che sia di fronte a qualunque altro 0ggetto delle cose; e
anche il punto, la linea, la superficie e la matematica, che diceva dall'uomo
creati ad Dei instar ex nulla re substrata, tanquam ex mnihilo, erano accolti
nella mente per una astrazione, alta quanto si voglia, dalla materia delle cose
corpulente, giacché gli spiriti non hanno né punti né linee né superficie » (p.
340). Gran brav’uomo davvero quel V.! In primo luogo, è da fermar bene che non
le scienze matematiche diceva egli esser fatte dall'uomo: ché questo era
carattere comune (da tutti am messo) a ogni scienza, la teologia esclusa; ma la
differenza specifica del sapere matematico, per la quale questo sapere si salva
dallo scetticismo, è pel V. questa, che cioè anche il suo o0ggetto è fatto da
noi. In secondo luogo, non è possibile stare a ripetere che la matematica è
scienza d’astrazione (ossia empirica) senza lasciarsi sfuggire tutto il
significato della dottrina vichiana; la quale non si riferisce alle relazioni
matematiche che il recensore dice già esistenti e fatte nelle cose e negli
oggetti della nostra contemplazione scientifica », ma a quelle altre, onde
l’uomo mundum quemdam formarum et numerorum sibi condidit, quem intra se
universum combplecteretur: l’oggetto delle matematiche pure, che è in sé
compiuto e perfetto, senza nessun rapporto con gli oggetti dell’esperienza.
Quanto poi agli elementi di cotesto universo interno alla mente, il punto e
l’unità, s’accomodi pure il recensore se crede che già ineriscano alla materia
delle cose corpulente. Noi amiamo stare col brav’uomo: Atqui utrumque fictumi
punctum enim, si designes, puncium non est; unum si multiplices, non est
amplius unum » (De ant., I, $ 2). Questo, ad ogni modo, sarà apprezzamento, non
accertamento del pensiero vichiano. Ma, dove si tratta di definire il senso di
esso, ecco lo storico della Civiltà Cattolica saltar su a confondere e
cancellare i tratti essenziali della dottrina di cui si vuol discutere 1: Va
però osservato, a non esagerare di troppo la tendenza scettica della norma
vichiana, esser cioè veri criterium et regulam ipsum fecisse, che V., quando
afferma la minor certezza delle altre scienze rimpetto alle matematiche, non
diceva cosa nuova, e ripeteva ciò che in parte aveva già letto nella metafisica
di Suarez, e forse nel commento dell’Aquinate, le cui parole non sembrano
sconosciute al V.. Non pare pertanto che, come afferma il Gentile, proprio
dalla schietta dottrina neoplatonica V. deducesse la sua gnoseologia.... » (p.
341). Malgrado l’abilità dello stile (che vuol dire e non dire), qui
evidentemente si afferma che almeno un addentellato alla gnoseologia del
verum-factum (senza il colorito scettico che assume nel V.) può trovarsi in
Suarez I Del resto, a proposito di un’ interpretazione arbitraria che io avrei
fatta di alcune parole di V., la Civiltà Cattolica ci addita una novissima e
mai sospettata interpretazione del verum-factum, scrivendo: Se, secondo V.,il
vero si converte col fatto, occorre]affermare che nel fatto (!) delle sue
parole sia la verità (!) della sua mente quale intese farcela conoscere » (p.
345). In verità, non si può essere interpreti più fedeli del pensiero d’un
filosofo ! einS. let. 3, Ma (2.0 Re laphysi Mathen Talibus fecta superio Modo
esse te i haec ulteriu Parter Plicite Quod Per ns0 di condert pol di la tele
gin È of cer” dicev* Jla DE i paso! -r.] e in S. Tommaso. Del primo dei quali
si cita Metaph., Disp. I, lect. 5, n. 26; e del secondo Comm. alla metaf., lib.
I, lect. 2. Ma ecco integralmente il luogo del Suarez: Respondetur ! ergo primo
fortasse in aliquo statu posse Metaphysicam humanam esse perfectiorem et
certiorem quam sint Mathematicae: nam, licet acquirendo hanc scientiam solis
natu- ralibus viribus et ordinario modo humano non possit tam per- fecta
obtineri, si tamen noster intellectus iuvetur ab aliqua superiori causa in
ipsomet discursu naturali, vel si ipsa scientia modo supernaturali fiat, licet
res ipsa sit naturalis, potest forte esse tam clara et evidens ut Mathematicas
superet. Quia vero haec responsio magis est theologica quam philosophica, addo
ulterius, quamvis Metaphysica in nobis semper sit, quoad hanc partem, inferior
Mathematica in certitudine, nihilominus sim- pliciter et essentialiter esse
nobiliorem: ad quod multum refert quod sit secundum se et ex parte obiecti
certior: nam dignitas obiecti maxime spectat ad dignitatem scientiae et illa
est quae per se redundat in scientiam: imperfectiones autem quae ex parte
nostra miscentur, sunt magis per accidens: et ad hoc tendit definitio data, in
quo sensu nullam involvit repugnantiam». Dove, per aguzzare che si faccia la
vista, non si vede nulla della dottrina vichiana. E S. Tommaso, commentando
quel testo della Metafisica aristotelica, che dice più certe (propriamente, più
esatte, &xprBéotepar) le scienze aventi oggetti più semplici e più
elementari, come l’aritmetica rispetto alla geometria, che richiede qualche
dato di più (I, 2, p. 982 a 25-28), dice: I Al n. 23, a proposito del luogo di
ARIST., Metaph., II, 3, p. 995 a, 14-16, s'era proposta la distinzione tra la
metafisica in noi che ha minor certezza della matematica, e la metafisica in
sé, a cui la matematica stessa è subordinata, e dal cui valore perciò dipende,
poiché res illae de quibus Mathematicae tractant, includunt communia et
trascendentia praedicata de quibus Metaphysica disserit ». Alla qual difesa
della metafi- sica, nel numero 25 si opponeva: Haec scientia [sc. Metaph.],
prout in nobis est, semper est minus certa in hac parte, quam Mathematica: ergo
simpliciter est minus certa, quia Metaphysica de qua agimus non est alia nîsì
humana: haec tantum in nobis est. Quid ergo vefert ad nobili- tatem
Metaphysicae, quod secundum se sit angelica ? illud enim erit verum de Metaph.
angelica, non de nostra. Unde tractando de mostra, videtur involvi repugnantia
in illa distinctione secundum se et prout in nobis. Haec enim
optime quadrat et ita est illa usus saepe Arist.in 1° Poster. etin principio
Phys. et Metaph. At vero acconimodata
actibus vel habitibus nostris nullo modo videtur posse habere locum ». Quanto
aliquae scientiae sunt priores naturaliter, tanto sunt certiores: quod ex hoc
patet, quia illae scientiae, quae dicuntur ex additione ad alias, sunt minus
certae scientiis, quae pauciora in sua consideratione comprehendunt, ut
Arithmetica certior est Geometria; nam ea, quae sunt in Geometria, sunt ex
additione ad ea quae sunt in Arithmetica. Quod patet, si consideremus id quod
utraque scientia considerat in primum principium, scic. unitatem et punctum.
Punctus enim addit super unitatem situm. Nam ens indivisibile rationem unitatis
constituit; et haec, secundum quod habet rationem mensurae, fit principium
numeri. Punctus autem supra hoc addit situm. Sed scientiae particulares sunt
posteriores secundum naturam universalibus scientiis, quia subiecta earum
addunt ad subiecta scientiarum universalium, sicut patet quod ens mo- bile, de
quo est naturalis philosophia addit supra ens sim- pliciter, de quo est
Metaphysica, et supra ens quantum, de quo est Mathematica: ergo scientia illa,
quae est de ente et maxime universalibus, est certissima. Nec illud est
contrarium, quod dicitur esse ex paucioribus, cum supra dictum sit quod sciat
omnia. Nam universale quidem compre- hendit pauciora in actu, sed plura in
potentia. Et tanto aliqua scientia
est certior, quanto ad sui subiecti considerationem pau- ciora actu
consideranda requiruntur. Unde scientiae operativae sunt incertissimae, quia
oportet quod considerent multas singu- larium operabilium circumstantias ». La
certezza di cui parla qui Tommaso d’Aquino, l’&xptBoXoyla di Aristotele,
non ha nulla da vedere con la certezza di cui parla V., la certitude
cartesiana, che è il problema di Hume, di Kant e di tutta la filosofia moderna.
Quella è, si può dire, una certezza oggettiva, e corrisponde all’ idea chiara
di Descartes; questa invece è la certezza soggettiva, o presenza del soggetto
nell’og- getto, del cui significato storico il mio recensore avrebbe potuto
rendersi conto già per quel poco che io pure ebbi occasione di dirne nel mio
studio. Senza dire poi che per Aristotele e per Tom- maso d’Aquino, di questa
certezza, è sì più certa l’aritmetica della geometria, e tutte due della fisica;
ma più certa ancora dell’aritmetica è la metafisica. E senza dire che il
concetto di questa qualsiasi certezza non ha (com’ è naturale) nessun punto di
contatto con la dottrina del verum-factum. Sicché, non volendo dire che lo
scrittore della Civiltà Cattolica abbia citato i due luoghi di Suarez e di S.
Tommaso per gettar polvere negli occhi, bisogna pensare che non si sia fatto
ancora una chiara idea di quel che significhi la dottrina del V.. I riscontri
invece tra il concetto del V. e la dottrina del Ficino, seguitata dal
Campanella, di cui ho pure additato luoghi molto significativi, sono così
evidenti, che bisogna proprio voler tenere gli occhi ben chiusi per non
vederli. Il mio recensore vi sorvola per notare poi che sulla identità del vero
col fatto, dal Gentile e dal Croce meglio si poteva citare ciò che il Ficino
dice della verità divina, ove afferma che Dio è veritas, quia producendo esse
dat omnibus (Opera, ed. 1561, I, 97)» e in un altro luogo dove l’arte umana è
paragonata alla divina, e quindi si distingue una veritas operis humani,
adaequatio eius ad hominis mentem e una veritas operis naturalis, quod est
divinae mentis opus, adaequatio ad divinam mentem. Ma egli stesso poi deve
affrettarsi a soggiungere: In ciò il filosofo cristiano platonico non diceva
nulla di nuovo né di diverso dagli scolastici e dall’Aquinate » (p. 342). O
allora ? Se per trovare l’origine del concetto vichiano che lo stesso recensore
è costretto a riconoscere come diverso dal concetto scolastico si deve cercare
in un concetto analogo, è inutile cercare in quelle pagine del Ficino, dove
questi non si allontana dagli scolastici; ma bisogna rivolgersi a quegli altri
punti, sui quali si fermò la mia attenzione, e che il recensore si guarda bene
dal considerare. Ai quali mi piace qui aggiungerne un altro, che sempre più
conferma che il concetto vichiano della verità non è nel filosofo fiorentino
un’osservazione fortuita e senza radici nel suo pensiero. Nella stessa
Theologia platonica, XIII, 3, leggiamo: Unum est illud in primis animadvertendum,
quod artificis solertis opus artificiose constructum non potest quilibet qua
ratione quove modo sit constructum discernere, sed solum qui eodem pollet artis
ingenio. Nemo enim discerneret qua via Archimedes sphaeras constituit aeneas,
eisque motus motibus caelestibus similes tradidit, nisi simili esset ingenio
praeditus. Et qui propter ingenii similitudinem discernit, is certe posset
easdem constituere, postquam agnovit, modo non deesset materia. Cum igitur homo
caelorum ordinem, unde moveantur, quo progrediantur, et quibus mensuris, quidve
pariant, viderit, quis neget eum esse ingenio, ut ita loquar, pene eodem quo et
author ille caelorum ? ac posse quodammodo caelos facere, si instrumenta nactus
fuerit, materiamque caelestem postquam facit eos nunc, licet ex alia materia,
tamen persimiles ordine ? Nel suo Commentario al Parmenide poi, cap. si trova
un’osservazione, che fu già da noi riferita a p. 31, dove il Ficino dice che la
cognizione umana delle cose materiali, poiché noi non siamo gli autori delle
cose non è altro che una proportio quaedam, laddove Dio le conosce veramente,
perché ne è la causa. Che se qui pare dubitativamente concedere potersi la
cognizione umana intendere forse come proporzione al conosciuto, ossia come
adequazione del soggetto all’oggetto, più oltre, e nella pagina stessa,
dimostrando perché la cognizione divina non importi congruenza dell’ intelletto
divino con le cose materiali e transeunti, mette bene in chiaro la natura
affatto soggettiva d'ogni conoscenza, l’umana compresa: Multo minus actio in
agente manens, id est cognitio, adducit agentem, id est cognoscentem, pro ipso
cognoscendorum modo cognoscere: quod omne cognoscens non simpliciter pro rei
cognitae qualitate, sed pro ipsa cognitivae virtutis natura, forma et
dignitate, cognoscat et iudicet, hinc apparet, quia hominem nobis obiectum
aliter quidem sensus exterior, aliter autem imaginatio viderat, aliter item
ratio, aliter intellectus. Sensus enim solam rem praesentem percipit et
accidentia sola; imaginatio et absentem repetit et quodammodo substantiam
suspicatur, componit, dividit, sola summatim conficit quae singulatim quinque
sensus; ratio vero et haec efficit omnia, et praeterea ad universalem speciem
incorporeamque naturam argumentando se transfert; intellectus denique simul
quodam intuitu conspicit, quae ratio multifariam argumentando circumspicit,
quemadmodum visus obiectum globum semet percipit ut rotundum, tactus autem
saepius attingendo.... Neque rerum cognitarum conditiones, sed naturam ipsam
suam sequitur [sc. întellectus] cognoscendo: naturam inquam uniformem,
indivisibilem, immutabilem ». Dottrina tra le più atte a confermare la tendenza
della gnoseologia del verum-factum: tendenza scettica, finché non si risolva il
dualismo del soggetto e dell’oggetto. Dal Ficino, e in generale dal platonismo,
ho sostenuto che il V. fosse anche indirizzato verso quella intuizione
panteistica, che è, suo malgrado, nel fondo di tutto il suo pensiero
filosofico. Sono affatto inutili e fuor di luogo le osservazioni che si tornano
a fare ancora una volta circa l’avversione del V. al panteismo. Nessuno ha mai
dubitato di ciò, e la questione non è questa. Il punto ora contestato è che dal
Ficino il filosofo napoletano potesse ricevere suggestioni panteistiche.
Contestato, LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA bensi, col solito dire
e disdire: perché prima si assicura che se V. lesse e studiò le opere del
Ficino e dei Platonici, non ne bevve però gli errori dommatici »: il che
vorrebbe dire che questi errori intanto nel Ficino ci sono; poi si garentisce
che quel letterato [cioè, il Ficino appunto] era assai ben ferrato in teologia
cattolica » e che la sua Theologia platonica altro non è che una teologia
cristiana » e che è assai difficile ammettere che il F. e dopo di lui V.
accogliessero il panteismo » (341-2). Che diamine ! Bruno sì: egli, tra il
Ficino e V., egli accolse il panteismo, perciò incorse nelle condanne della
Chiesa ». Ma sta a vedere chei sognatori alemanni e i nuovi hegeliani
napoletani hanno scoperto essi che il buon canonico di Santa Maria del Fiore
accolse l’emanatismo plotiniano, pure sforzandosi di accomodarlo coi dommi
cristiani. Io confesso di non conoscere storico della filosofia degno di questo
nome, che lo metta in dubbio; e mi pare che potrebbe bastare per tutti il
Vacherot, autore di una Histoire critique de l’école d’Alexandrie, che è della
metà del secolo passato, ma che non è stata ancora sostituita. Il quale, dopo
dimostrato che nella stessa Theologia il Ficino espose la dottrina di Plotino avec
un ordre, une clarté, une précision qu'on ne retrouve point dans les Ennéades,
osserva: En devenani Alexandrin, Ficin voudrait rester orthodoxe. Mais il est
facile de s’apercevoir qu’ il ne conserve guère que la langage de la théologie
chrétienne. Il préte è Dieu tous les attributs Psychologiques dont le
dépouillait l’ idéalisme néoplatonicien.... mais il les détruit pour les
définitions et les explications tout Alexandrines qu’ il en donne.... La
psychologie de Ficin est encore Plus compléiement alexandrine que sa
théologie», ecc. (t. III, 180-1). Sicché
questa almeno del panteismo ficiniano non è poi la grande eresia alemanna o
napoletana ! DAL CONCETTO DELLA GRAZIA A QUELLO DELLA PROVVIDENZA La quistione
della grazia, come s’ è veduto, fu studiata dal V. negli anni passati a Vatolla
(1686-95). In grazia della ragion canonica », racconta di sé
nell’Autobiografia, inoltratosi a studiar de’ dogmi, sì ritruovò poi nel giusto
mezzo della dottrina cattolica d’intorno alla materia della grazia,
particolarmente con la lezion del Ricardo, teologo sorbonico, che per fortuna
si aveva seco portato dalla libreria di suo padre ». E la dottrina di questo
teologo V. stesso riassume dicendo che costui con un metodo geometrico fa
vedere la dottrina di sant'Agostino posta in mezzo come a due estremi tra la
calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che all'una di queste due o
all’altra si avvicinano; la qual disposizione riuscì a lui efficace a meditar
poi un principio di dritto natural delle genti, il quale e fosse comodo a
spiegar le origini del dritto romano ed ogni altro civile gentilesco per quel
che riguarda la storia, e fosse conforme alla sana dottrina della grazia per
quel che ne riguarda la morale filosofica ». Dove c’è un’interpretazione del
Ricardo e una genealogia della propria dottrina, per così dire, postuma: data
dal V. più di trent'anni dacché aveva letto il teologo sorbonico, e dopo che il
suo pensiero (almeno su questo punto) aveva fatto molto cammino. Non è quindi
privo d’ interesse ricordare quanto del V. ci sia nell’ interpretazione del
Ricardo, e quanto del Ricardo nella genesi del pensiero vichiano. Ne deriverà
qualche nuovo chiarimento intorno a un punto essenziale di questa filosofia. Il
Ricardo, a cui V. si riferisce, è il gesuita francese Stefano Dechamps
(1613-1701), professore della Sorbona, confessore del principe di Condé, autore
di vari scritti polemici di teologia, pubblicati anonimi o sotto lo pseudonimo
di Antonius Richardus *. Gran diffusione ebbero, nel fervore della lotta tra giansenisti
e gesuiti, la sua Disputatio theologica de libero arbitrio, qua defenditur
censura sacrae Facultatis Theol. Parisiensis lata 27 iunii r560, et plures novi
dogmatis propositiones ab eadem merito proscribi et S. Augustini aliorum Patrum
ac veterum theologorum doctrinae adversari demonstratur (1645); di cui una
quarta edizione fu pubblicata a Parigi nel 1646, e una quinta a Colonia nel
1653; e il grosso ?n-folio, al quale V. certamente allude, De haeresi
Janseniana ab apostolica sedes merito proscripta, in tre libri, la cui prima
edizione, incompleta, è del 1645, e la seconda del ‘54. A documentare la
posizione tenuta dal Dechamps meglio di ogni esposizione possono giovare alcune
citazioni testuali. Basterà limitarsi ai punti più importanti. Contro l’accusa
di pelagianismo, che Martino Chemnitz aveva mossa ai gesuiti, il Dechamps
riferisce la risposta datagli dal gesuita Andradio, che fu de’ teologi del
Concilio di Trento: Et sane, inquiunt, quamvis nos a divina misericordia
pendeamus; quamvis nihil boni operetur fidelis, quod in illo non efficiat Deus;
quamvis non solum gratia conferatur ut converti possimus, sed etiam ut
convertamur; etsi gratia haec, quae ad operandum necessaria est et velle facit,
non sit quaecumque inspiratio aut cogitatio sancta, sed efficax Dei operatio:
quamvis I BACKER-SOMMERVOGEL, Biblioth. d. écriv. de la Comp. de Jésus, part. I, t. II, coli.
1863-9. V. anche SoMMERVvOGEL, Dictionn. des our. anonymes et pseudon.., Paris,
1884, s. Richardus. Citerò quest’ultima, Lutetiae Paris, Cramoisy.] haec omnia
vere admittamus, homini tamen semper liberum relinquitur divinae operationi
praebere impedimentum, eamque vel amplecti, vel etiam repudiare ». Haeccine verba, Chemniti, sunt
liberum arbitrium a divina gratia segregantium !... Haec est Coloniensium
patrum Societatis Iesu sententia, quam Pelagianismi insimulare numquam desinis
!, Per Giansenio non c’è termine medio tra grazia e libero arbitrio; quel
libero arbitrio, che i pelagiani avrebbero preso dalla filosofia profana, e
introdotto in teologia ad extenuandam Christi gratiam. Né vale richiedere,
oltre al libero arbitrio, la grazia: qui semel liberum hominis lapsi arbitrium
indifferentem ad utrumlibet facultatem esse definienit, etsi postea gratiam ad
bene agendum necessariam esse fateatur, abire tamen non potest, quin, S.
Augustino iudice, in Pelagir haeresim incidat ». Tutte calunnie, secondo il
Dechamps. Il quale contesta che non si possa conciliare il concetto della
libertà con quello della grazia, e che Agostino abbia condannato come pelagiano
qualsiasi concetto della libertà, secondo che Giansenio pretende. In primo
luogo bisogna osservare che il libero arbitrio può esser considerato in due
modi, Primo, pro naturali facultate secundum se sumpta quae pro libito potest
alterutrum e duobus eligere, sive quae, positis omnibus ad agendum requisitis,
agere potest et non agere. Secundo, pro facultate omnibus ad bene agendum
viribus instructa. Quae duo quantum inter se distent, hoc exemplo intelligetur.
Aliud est oculum posito lumine videre posse, aliud habere lumen ad videndum.
Nam qui caecus non est, etsi tenebroso claudatur specu et nulla collustretur
luce, oculos tamen habet, quibus, cum lux adfuerit, videre poterit. Ita aliud
est hominis voluntatem esse eiusmodi, ut, positis omnibus ad agendum
praerequisitis, agere possit et non agere; aliud ea omnia ad bene agendum
praerequisita habere. Primum ad libertatem naturae spectat; secundum Lib, I,
disp. III, ad libertatem gratiae, sive ad laudabilem illum liberi arbitrii
statum, ad quem divina gratia evehimur. Prima libertas deleri peccato non
potest. Nam, etsi voluntas necessariis ad bene agendum praesidiis spolietur,
et, infami daemonis servituti mancipata, ne levissimum quidem melioris vitae
votum de se concipere possit, talis est tamen semper, ut, cum aliunde
necessaria ad bene agendum subsidia adfuerint et caelestis gratiae aura
afflaverit, agere possit et non agere. Secunda, primi parentis culpa periit.
Nam tum omnibus gratiae praesidiis destituti, cam in miseriam incidimus, ut non
simus sufficientes cogitare aliquid ex nobis, tanquam ex nobis. Qui cum Calvino
aliisque superioris aevi haereticis congressi sunt Catholici, hanc utriusque
libertatis distinctionem diligenter observaverunt; quod ex illa totius de
libero arbitrio controversiae disceptatio penderet. Hinc Bartholomaeus contra
Calvinum scribens (lib. I de lid. arbit., cap. 3); Ignoras», inquit, aliud esse
hominem libertatem arbitrii habere, hoc est potentiam consentiendi vel
dissentiendi, ut dixi: quod naturae liberum dicitur arbitrium; aliud vero
libertatem meritorie operandi iustitiam: quod liberatum liberum dicitur
arbitrium»!. In secondo luogo, poi, è da notare che non pensa diversamente
sant’Agostino: il quale, quando nega contro Pelagio il libero arbitrio, intende
di questa libertà liberata, principio attivo di bene; ma non nega mai in
conseguenza del peccato di Adamo il libero arbitrio, anche come principio di
male. Fides Catholica, egli dice, neque liberum arbitrium negat, neque tantum
eci tribuit, ut sine gratia valeat aliquid ». E altrove più chiaramente:
Peccato Adae liberum arbitrium de hominum natura periisse non dicimus, sed ad
peccandum valere in hominibus subditis diabolo ; ad bene autem vivendum non
valere, nisi ipsa voluntas hominis Dei gratia fuerit liberata, et ad omne bonum
actionis, cogitationis, sermonis adiuta ». I Lib. III, disp. II, cap. 18.
Questo concetto insufficiente della libertà negativa s' è già incontrato nel
V., nell’ Orazione del 1700 *. Ma in quella stessa Orazione abbiamo visto
com'’egli sentisse pure il bisogno di qualche cosa di meglio. Certo, nel suo
teologo non trovava un libero arbitrio che senza l’estrinseco aiuto della
divina grazia bastasse a bene operare; quantunque dovesse, senz’alcun dubbio,
esser più soddisfatto da questa dottrina che un’ombra almeno di libertà
lasciava all'uomo; all’ucmo di quella che egli chiamerà umanità gentilesca,
artefice anch'egli del mondo delle nazioni. E non poteva egualmente non
propendere alla sentenza della teologia sorbonica nella questione famosa della
grazia efficace, che è l’altro mcmento della negazione della libertà nel
giansenismo: per cui, l’uomo non è libero prima d'esser redento dalla grazia,
perché, per effetto del peccato, è in potere del diavolo; e non è libero né
anche dopo, perché l’efficacia della grazia redentrice consiste nella necessità
della redenzione. Prima la sua volontà è principio del male, e soltanto del
male; poi, del bene, e soltanto del bene. E non vien concepita mai come
principio degli opposti, quale dev'essere, per esser libera. Anche qui il
gesuita distingue; e se la distinzione tra grazia sufficiente che non è
sufficiente e grazia efficace provocherà il sorriso del Pascal, essa però ha
una profonda ragion d'essere, e mira a salvare insieme con la grazia la
libertà, senza la quale la grazia edificherebbe la distruzione. Il Ricardo
riferisce in proposito un luogo del De spiritu et littera (c. 33) di Agostino,
che egli dice un compendio di tutti i libri scritti dal Santo contro i nemici
della grazia e del libero arbitrio: un muro di bronzo contro pelagiani,
manichei, luterani, calvinisti e simili pesti. 1 Vedi sopra65 sgg.. Attendat et
videat non ideo tantum istam voluntatem divino muneri tribuendam, quia ex
libero arbitrio est, quod nobis naturaliter concreatum est; verum etiam quod visorum
suasionibus agit Deus ut velimus et ut credamus: sive extrinsecus per
Evangelicas exhortationes, ubi et mandata legis aliquid agunt, si ad hoc
admonent hominem infirmitatis suae, ut ad gratiam iustificantem credendo
confugiat; sive intrinsecus, ubi nemo habet in potestate quid ei veniat in
mentem; sed consentire vel dissentire propriae voluntatis est. His ergo modis
quando Deus agit cum anima rationali, ut ei credat; neque enim credere potest
quolibet libero arbitrio, si nulla sit suasio vel vocatio, cui credat; profecto
et ipsum bonum velle Deus operatur in homine, et in omnibus misericordia eius
praevenit nos: consentire vocationi Dei, vel ab ea dissentire, sicut dixi,
propriae voluntatis est!. Anche il Concilio di Trentc ?, ispirandosi a questa
dottrina di Agostino, sentenziò lhominem praevenienti gratiae posse dissentiri.
Basta perciò questa grazia a salvar l’uomo, nel senso che non gli occorre
altro, se egli vuole salvarsi. Ma egli deve volere. La grazia risana la volontà
(e si dice perciò medicinale). Ma all'uomo già di sana volontà Agostino 3
afferma Deum permisisse atque dimisisse facere quod vellet, e però gratiam in
eius arbitrio reliquisse. E qui c'è un punto, che dové fermare l’attenzione del
V. 4: Insignis est in hanc sententiam planeque divinus locus ille, quo S.
Augustinus Petilianum Donatistarum episcopum sic affatur: Si tibi proponam
quaestionem, quomodo Deus Pater attrahat ad filium homines, quos in libero
dimisit arbitrio, fortasse eam difficile soluturus ess Quomodo enim attrahit,
si dimittit ut quis quod vo I Lib. III, disp. III, cap. 1. 2 Sess. 6, can.
4. 3 De corrept. et gratia, c. 12. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA ISI luerit eligat?
Et tamen utrumque verum est, sed intellectu hoc penetrare pauci valent. Si ergo
fieri potest, ut quos in libero dimisit arbitrio attrahat tamen ad Filium
Pater, sic fieri potest, ut ea quae legum coércitionibus admonentur, non
auferant liberum arbitrium ». Haec S. Augustinus scribit ad Donatistarum
querelas retundendas, qui cum propositis suppliciis ab haeresi sua
deterrebantur, de Catholicis graviter expostulabant in haec verba: Cur vos non
liberum arbitrium unicuique sequi permittitis, cum ipse tamen Dominus Deus
liberum arbitrium dederit hominibus ? ». Respondet S. Augustinus liberum arbitrium
legum coéèrcitionibus non eripi, quemadmodum divina per gratiam tractione non
violatur. Unde concludit: Nemo ergo vobis aufert liberum arbitrium, sed vos
diligenter attendite quid potius eligatis: utrum correcti vivere in pace, an in
malitia perseverantes falsi martirii nomine vera supplicia sustinere ». Qua ex
disputatione certissime conficitur quod pugnamus. Primo, quia clarissime et
expressis verbis de gratia medicinali S. Augustinus affirmat, quod gratiae
nullam agendi necessitatem inferentis argumentum esse Jansenius profitetur:
nempe Deum per gratiam homines trabhere: et tamen in libero dimittere arbitrio,
ut quis quod voluerit eligat. Secundo, quia inepta esset illa comparatio, et
contra S. Augustini mentem, si divina ratio sequendi necessitatem imponeret;
nam ex illa Petilianus continuo colligeret, quod unum contendebat: nimirum
intentata a legibus supplicio necessitatem parendi imponere, adeoque libertatem
illam, quae necessitati est inimica, hominibus adimere. V. riferisce ed
accetta, come abbiamo visto !, nel De antiquissima questa soluzione agostiniana
del problema che nasce dal versetto del Vangelo di Giovanni (VI, 44): Nemo
potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum ». V. condensa la
soluzione nel motto: Non solum volentem, sed et lubentem trahit, et voluptate
trahit »?; e nel De constantia iurisprudentis (1721) dirà: Ex divini sacrificiù
meritis divina gratia ita trahit - +À# I Pagg. 59-60. * De an., in Opere, I,
174. ad Deum homines, ut, quemadmodum appositissime D. Augustinus * ex Poeta
docet: .... trahit sua quemque voluptas ». Intorno a questa voluftas 1 Dechamps
disputa molto sottilmente ?, a proposito della grazia a perseverare concessa da
Dio agli angeli e all'uomo prima del peccato. Per la quale osserva che Agostino
non adopera mai nessuno dei termini da lui usati per esprimere i moti della
volontà, sia come impulsi di essa, sia come aiuti attuali inerenti a lei
stessa. E nota ben dodici di questi termini; sel che si riconducono all’amor
indeliberatus (come spiritus charitatis, inspiratio charitatis, ecc.); e sei
che hanno per tipo la delectatto, ma suonano anche: suavitas, dulcedo,
condelectatio, incunditas, voluptas 3. Tutti proprii dell’uomo beneficato dalla
grazia dopo il peccato, ed esprimenti tutti, perciò, non l’unità primitiva, in
cui la natura ha in se stessa la grazia, ma un'unità che presuppone
l'opposizione. Cum igitur S. Augustinus eiusque discipuli, de statu innocentiae
disputantes, his nominibus natura, naturalis possibilitas, liberum arbitrium,
non solam voluntatem sine vitio, sed ipsam quoque habitualem gratiam, quae
completam bene agendi potestatem illi conferebat, plerumque intelligant, quid
mirum si bona status illius opera vel libero arbitrio adscribant, vel naturae
opera appellent, vel, quod durius videtur, naturaliter fieri contendant ? Audi
S. Augustinum de bono opere disputantem: Hoc opus est gratiae, non naturae:
opus est, inquam, gratiae, quam nobis attulit secundus Adam; non naturae, quam
totam perdidit in semetipso primus Adam, etc. Non est igitur gratia in natura
liberi arbitrii, quia liberum arbitrium ad diligendum Deum primi peccati gran 1
V. rimanda qui al Tract. XXII in Iohannem. Correggi: XXVI, 4. 2 Lib. III, disp.
III, c. 16. | 3 E per la voluptas cita appunto il luogo del Tract. XXVI in Iohann.]
ditate perdidimus ». Quibus verbis manifeste significat opus bonum, quod iam
gratiae tribuit, si Adam non peccasset, fore opus naturae; sed huius rei
caussam inde repetit, quod ante primum peccatum gratia Dei esset in natura
liberi arbitrii: gratia, inquam, illa, quae ad bene agendum ex parte voluntatis
requiritur !. Questa natura liberi arbitrit, in cui, prima del peccato, era
immanente la gratta, dopo del peccato è perduta; e per quanta voluptas Dio ci
faccia sentire nell’assenso al suo divino suggerimento, essa non può
considerarsi una espressione della stessa umana natura: come la sua voluptas
del poeta latino. E quando perciò V. nel De constantia iurisprudentis raccosta
la voluptas agostiniana a quella virgiliana (e il raccostamento è già implicito
nel lubentem del De antiquissima), egli mette in Agostino e nel Ricardo un po’,
anzi molto del suo pensiero, che tende a risolvere il dualismo insuperabile del
domma della grazia in una fondamentale unità. Ma, tanto nel De antiquissima
quanto nel Diritto Universale V., pure accennando con questa interpretazione
sforzata della dottrina agostiniana a superare il concetto trascendente della
grazia, crede tuttavia di doversi arrestare. E mantiene la necessità della
grazia per spiegare il processo dello spirito. Nella seconda delle due opere
testé menzionate si propone esplicitamente il problema. Contrapposta la
stoltezza dell’uomo caduto alla eroica sapienza di Adamo anteriore al peccato,
concepisce la vita umana come un processo di realizzazione dell’ infinito,
ossia dello spirito. Dio è fosse, nosse, velle infimitum; l’uomo, poiché è
corpo, oltre che spirito, e poiché il corpo è limitato, è mosse velle posse
finitum quod tendit ad infinitum. L’uomo aspira a unirsi con Dio, che è il suo
principio; e questa aspirazione può compiere ! Lib. III, disp.] soltanto
conformandosi all’ordine della natura, nel quale sovrasta per la ragione a
tutti gli animali; ossia sommettendo la volontà alla ragione. Sommissione, in
cui consistette la natura hominis integra, conferita da Dio ad Adamo, ut nullo
sensuum tumultu agitaretur, sed et in sensus ed in cupiditates liberum
pacatumque exerceret imperium. Questa natura integra dell’ucmo, conforme
all’ordine delle cose, è la mnaturalis honestas integra. Ma questa rettitudine
naturale dell’uomo venne corrotta per colpa dell’uomo: in che modo ? Ut
voluntas rationi dominaretur. Donde nasce la passione (cupiditas), che non è
altro che amor sui ipsius, e l’errore, ossia quella iudicii temeritas, qua de
rebus 1udicamus, antequam eas habeamus plane exploratas. Or, come riconquistare
la verità, e ristaurare il processo divino dell’ uomo ? Com? nel De
antiquissima *, V. sente la necessità di ammettere un minin.o di umanità a capo
dell’umanità. Sed homo Deum aspectu amittere omnino non potest suo; quia a Deo
sunt omnia; et quod a Deo non est, nihil est; nam Dei lumen in omnibus rebus,
nisi reflexu, saltem radiorum refractu cernere cuique datur. Quare homo falli
nequit, nisi sub aliqua veritatis imagine; vel peccare nequit, nisi sub aliqua
boni specie 2. Ma queste immagini della verità, questi semi di bene non bastano
ancora pel V. a spiegare l’umanità. Hinc aeterni veri semina in homine corrupto
non prorsus extincta; quae, gratia Dei adiuta, conantur contra naturae
corruptionem. Conato, che è l’effetto della provvidenza e della grazia divina,
come una cosa sola. Giacché, se qui parla di gra I Vedi sopra59-60. 2 Opere,
ed. Ferrari, III, p. 26. zia, poco prima ha detto provvidenza »; dove,
definendo gli attributi di Dio, ne fa consistere la bontà in ciò, quod omnibus
rebus a se creatis quemdam conatum, quoddam 1ngenium indit se conservandi.
Così, quando per corporeae naturae vitia, quibus dividitur, atteritur et
corrumpitur, singula quaeque in sua specie conservari non possunt, divina
Bonitas per ipsarum vitia rerum erumpit, et conservati în suo quaeque genere
cuncia. Di guisa che questa bontà non ha funzione diversa dalla sapienza
divina; la quale, quatenus suo quaeque tempore cuncia promat, Divina
Providentia appellatur. Quella divina Provvidenza, le cui vie sono le
opportunità, le occasioni, gli accidenti, attraverso ai quali erompe la divina
Bontà, e fa nascere la virtù, com? virtù dianoetica o sapienza, e virtù etica,
infrenatrice degli affetti, imperfetta nei gentili, o perfetta, qual’ è soltanto
la virtù cristiana, che, reprimendo la filautia, piega l’uomo all’umiltà:. La
virtù si può bensì distinguere in prudenza, temperanza e fortezza; ma a patto
che vadano tutte insiem= congiunte perché la virtù è una, e non dell’uomo. Sed
Dei virtus est, divina gratia, quae suo lumine Christianis perspicue recta
vitae agenda demonstrat: et efficit ut uno genere assensionis et rebus
contembplandis et rebus in vita agendis assentiamur. Uno genere assensionis,
perché spinozianamente o, com'’egli preferisce dire, socraticamente, V. tiene a
confermare quel che ha stabilito nel lemma 4° (Prolog.), che cioè la volontà
libera o razionale coincide con l’ intelletto (voluntas et intellectus unum et
idem sunt, aveva detto SPINOZA, Eth., II, prop. 49 sch.): Unum
esse genus assensionis, et quo rebus contemplandis, et quo rebus in vita
agendis, perspicue, ut tamen utrarumque fert natura, demonstratis assentimur.
Nam qui officio faciendo non assentitur, is perturbatione aliqua animi id
perspicue faciendum non cernit: quare ubi perturbatio sedata sit, et animus ea
sit defoecatus, hominem poenitet prave facti: quod quia in geometricis rebus
ex. gr. non evenit, quia linearum nulla sunt studia sive affectus nulli, quibus
perturbari homines possint, idcirco in iis ac in vitae officiis faciendis
diversum assensionis genus esse videtur »: V., Op.2, ed. Ferrari, III, 17; cfr.42-43. La
virtù concreta è adunque virtù divina; o almeno quel lume della divina grazia,
che rende possibile il volere umano instauratore dell’ordine morale. Che è pel
V. un ordine naturale, ossia ideale, eterno di giustizia: immutabile come fato,
quasi sanctio et veluti vox divinae mentis, al dire di Agostino. E l’uomo vien
instaurando questa eterna giustizia secondo le occasioni di utilità e di
necessità, che la Provvidenza gli vien presentando affinché esso affini e
svolga la sua natura primitiva. Homo erat factus ad Deum contemplandum
colendumque et ad caeteros homines ex Dei pietate complectendos, quae erat
honestas integra: bonae igitur occasiones fuere usus et necessitas, quibus
Divina Providentia rebus ipsis dictantibus », ut eleganter ait Pomponius, hoc
est ipsarum sponte rerum, homines originis vitio dissociatos, non ex honestate
integra, quae ex animo tota erat, prae Dei pietate, quia non integros, sed ex aliqua
honestatis parte, nempe ex corporis utilitatum aequalitate, quae magna et bona
parte corruptos ad colendam societatem retraheret. Uti corpus non est causa,
sed occasio, ut in hominum mente excitetur idea veri, ita utilitas corporis non
est causa sed occasio, ut excitetur in animo voluntas iusti !. Qui,
evidentemente, la Provvidenza, senza la quale non ci sarebbe giustizia, e
quindi non ci sarebbe società, è identica con la grazia: la quale opera sulla
volontà umana illuminandola e traendola a Dio con quell’azione che vien
definita dalla sana teologia agostiniana. Onde nella seconda parte del Diritto
Universale (De const. iurisprud.) V. crederà di poter dire che i suoi tur:s
principia sunt maxime conformia santiori de gratia doctrinae. Ratio enim naturalis
est, qua gentes ipsae sibi sunt lex: eaque est lumen divini vultus super omnes
signatum »; et immutabiliter tuetur libertatem humani arbitrii, ut possimus, I
Pagg. 30-31. si volumus, subsistere motus cupiditatis. Sed gentes vel
Christianae ipsae, exsortes divinae gratiae, aliis cupiditatibus, ut humana
gloria, non tam subsistunt, quam deflectant motus cupiditatis, unde edunt
imperfectae virtutis facinora: sola Christi gratia victrix praestat, quam
diximus esse verae virtutis notam !. In una lettera del 1726 all’ab. Esperti V.
accennava alla morale giansenistica, deplorando che in odio della probabile s’
irrigidisse in Francia la cristiana morale » ?. Morale da stoici, secondo lui,
«i quali vogliono l’ammortimento de’ sensi » e «negano la Provvidenza, facendosi
strascinare dal fato, ignari che la filosofia, per giovar al genere umano, dee
sollevar a reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura »; ignari
«che si dia Provvidenza divina » e « che si debbano moderare l’umane passioni
con la giustizia e da quella sì moderate farne umane virtù » 3. Tutte
determinazioni che nella Scienza Nuova V. riferisce bensì agli stoici, ma a
quegli stoici, coi quali si confondevano nella sua mente i razionalisti
cartesiani, e quella sorta di razionalisti, che col loro fatalismo e rigorismo
erano pure, ai suoi occhi, i giansenisti 4. Il rigorismo, conseguenza
necessaria del carattere trascendente della dottrina giansenistica della
grazia, era pel V. un lato solo della verità, che egli certamente, nel suo
platonismo, non voleva disconoscere. E nel Diritto Universale, stabilita
l’eternità come nota propria del diritto naturale, ossia della morale,
soggiunge: « Indidem ruris naturalis immutabilitatem, quam meliores moralis
Christianae auctores rigorem appellant, aeternam in I Pagg. 220-1. * Opere, V,
186. 3 S. N, ed. Nic., p. 118 (secondo il testo 1730). Cfr. S. N.! in Opere,
ed. Ferr., p. 14. 4 Egli conosceva e ammirava, pur dichiarandoli «lumi sparsi»
e semplici tentativi, i Pensieri di Pascal e i Saggi di Nicole: Opere2, ed.
Ferr., VI, 127, e Opere, V, 19, 238. telligis »; e nota che di qui viene l’
immutabilità dello stesso giusto volontario: Quod fateri verum omnes necesse
est, qui de divina gratia cum moelioribus sentiunt post D. Augustinum, qui
saepe docet « Deum suo immutabili decreto nostram arbitrii libertatem tueri »;
atque hac ratione iurisprudentiae Christianae propria principia docerent !. E
qui interviene il concetto della sintesi del vero e del certo, ossia della
ragione e dell’autorità o volontà. Nella Scienza Nuova del 1725 della grazia
non si parla, e V. si contenta di speculare su quella Provvidenza scoperta nel
Diritto Universale, che qui dice «l’architetta di questo mondo delle nazioni »
mediante la sapienza del genere umano: «mente eterna ed infinita, che penetra
tutto e presentisce tutto; la quale, per sua infinita bontà, in quanto
appartiene a questo argomento, ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano
a’ particolari loro fini, per li quali principalmente proposti essi anderebbero
a perdersi, ella fuori e bene spesso contro ogni loro proposito dispone a un
fine universale; per lo quale, usando ella per mezzi quegli stessi particolari
fini, li conserva » *. E nelle successive rielaborazioni dell’opera si profonda
sempre più nella speculazione di questa razionalità positiva del giusto, della
civiltà, del processo storico, insomma, dello spirito umano. Onde, condensando
nelle dignità della seconda Scienza Nuova tutta la filosofia delle sue
indagini, finirà con l’accorgersi che la sua Provvidenza prescinde affatto
dall’opera del Cristo, e perciò non ha Opere, ed. Ferr., V, p. 52. Per
Sant'Agostino V. qui cita dell'edizione dei Maurini (Parigi, 1679-1700): De
civ. Dei, V, 10, VII, 30 (to. VII): De 7r._ nit., III, 4, e De
corrept. et gr., c. 8, n. 14 (to. X).Il Ferrari riproduce la nota con qualche inesattezza. 2
Opere, ed. Ferrari, IV, 39-40, 41. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA
più niente che fare con la grazia. Laddove la filosofia, secondo la Dign. VI,
considera l’uomo quale deve essere, la legislazione considera l’uomo qual è per
farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia,
dell'ambizione, che sono gli tre vizi che portano a traverso tutto il gener
umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e, sì, la fortezza,
l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i
quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la
civile felicità ». Donde il corollario: Questa Degnità pruova esservi
Provvedenza divina, e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale
delle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private utilità, ne fa la
giustizia, con la quale si conservi umanamente la generazione degli uomini, che
si chiama gener umano ». La Provvidenza qui, evidentemente, è la stessa logica
onde si rende intelligibile lo stesso fatto storico dell'umanità. Il quale
basta, per V., nella successiva Dignità, a provare che c’è un diritto di natura
o, che è lo stesso, che l’umana natura è socievole, poiché il gener umano da
che si ha memoria del mondo ha vivuto e vive comportevolmente in società », e
le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano ». E tutto
ciò! prova che l’uomo abbia libero arbitrio, però debole, di fare delle
passioni virtù; ma che da Dio è aiutato, naturalmente con la divina Provvedenza
e, soprannaturalmente, dalla divina grazia». Ed ecco esplicitamente messa da
parte la grazia, e ricondotta alla sola Provvidenza come razionalità immanente
ogni spiegazione della realtà umana, o di quella natura comune delle nazioni »
che V. chiama sub & I Dign.] bietto adeguato » della propria scienza 1. La
grazia non è negata, di certo, ma dichiarata estranea alla ricerca vichiana. Se
non che, e questa è l’importanza delle riflessioni spese dal V. nella questione
della grazia, il suo concetto della Provvidenza, nato da quello della grazia e
spiccatosi da esso quando V. sentì il bisogno d’una grazia immanente, conserva
sempre la primitiva impronta della dottrina della grazia, quale è propugnata
dal Dechamps. In un corollario infatti della Dign. CIV (la consuetudine è
simile al re.... ») che conferma l’ VIII, l’autore torna a dedurne che l’uomo
non è ingiusto per natura assolutamente, ma per natura caduta e debole ». E
soggiunge: E ’n conseguenza [questa Degnità] dimostra il primo principio della
cristiana religione, ch’ è Adamo intiero, qual dovette nell’ idea ottima essere
stato criato da Dio. E quindi dimostra i catolici principii della grazia: che
ella operi nell'uomo, ch’abbia la privazione, non la niegazione delle buone
opere, e sì, ne abbia una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia;
che perciò non può stare senza il principio dell’arbitrio libero, il quale
naturalmente è da Dio aiutato con la di lui Provvedenza.... sulla quale la
cristiana conviene con tutte l’altre religioni 2. Dove la dottrina della grazia
coincide perfettamente con quella che abbiamo vista difesa dal Ricardo, se si
bada a quel principio dell’arbitrio libero, la cui necessità si tiene ad
affermare accanto alla grazia efficace; ma dalla grazia si distingue la
Provvidenza, non propria del Cristianesimo, bensì comune a tutte le religioni,
e dal V. concepita come la legge stessa di quel processo dal finito all’
infinito, che è per lui la vita dello spirito come unità 1 Mi attengo qui al
testo del 1730, che è più affine al pensiero del Diritto Universale, ponendo la
giustizia termine medio tra Dio e l’arbitrio umano. 2 S. N.*, ed. Nicolini
CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA I6I di questi due opposti. Sicché, terminando
la Scienza Nuova, ei potrà dire che quella mente che fece il mondo delle
Nazioni, è bensì una sovrumana sapienza, ma che opera senza forza di leggi,
anzi facendo uso degli stessi costumi degli uomini, de’ quali le costumanze
sono tanto libere d’ogni forza, quanto lo è agli uomini celebrare la lor
natura»: E la grazia veniva quindi per lui ad identificarsi, per quanto
oscuramente, con la stessa natura. I S. N, ed. Nicolini LE VARIE REDAZIONI
DELLA SCIENZA NUOVA » E LA SUA ULTIMA EDIZIONE Digitized by Google Non spetta a
me di lodare Fausto Nicolini del lavoro faticoso e difficile da lui condotto a
termine nei tre magnifici volumi della sua edizione della Scienza Nuova 3;
quantunque io sia dei pochissimi che possano personalmente attestare l’amore,
l'entusiasmo che ha sorretto per sei anni o sette questa tempra fortissima di
studioso sagace, instancabile e geniale attraverso la lunghissima via percorsa
per rifare parola per parola la composizione, così singolare anche per gli
sforzi tormentosi costati all'autore, di quest’'oscuro e vasto monumento del
pensiero italiano che è l’opera maggiore del V.. L’amore, l'entusiasmo del
Nicolini non ha bisogno d’altri testimoni, oltre il suo libro. Il quale si apre
con una lucidissima introduzione, che illustra acutamente le complicate
difficoltà in cui rimase fatalmente avvolto il pensiero vichiano, e 1
molteplici tentativi ond’esso si venne a grado a grado accostando alla sua
espressione finale nell'ultima I GIAMBATTISTA V., La Scienza Nuova giusta
l’edizione del 1744, con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni
intermedie inedite e corredata di note storiche, a cura di FAUSTO NICOLINI (nei
Classici della Filosofia moderna, n. XIV), Bari, Laterza, 1911, 1913 e 1916
(8°, un vol. in tre parti diLXXXxIV-1274, con ritratto). Del volume uscì
contemporaneamente un'edizione di lusso in cento esemplari numerati, di carta a
mano, formato 8° grande. Dell'opera il N. ha ora in corso di stampa, negli
Scrittori d’ Italia, una nuova edizione in due volumi. Nel primo sarà dato il
testo e una scelta delle varianti di maggiore interesse. Nel secondo saranno
condensate, in un'’esposizione continua, le note, arricchite di molte giunte.
forma della Scienza Nuova, per rifare quindi la storia dei manoscritti e delle
stampe; e dimostra così l'opportunità dei criteri a cui s’ è inspirata la nuova
edizione. Si conchiude con un ricchissimo indice analitico, dove tutti gli
elementi sparsi nel contenuto del difficile libro sono ad uno ad uno
disarticolati e classificati e ordinati alfabeticamente. E tutte le mille e
dugento pagine mostrano il valente editore vigile scrutatore d'ogni parola,
d’ogni sillaba, d'ogni virgola del suo testo, a ricostruire e, qua e là,
perfino a emendare, ma con molta discrezione, l’ intricata né sempre corretta
sintassi dell'autore, a indagare le fonti e le inesattezze e gli equivoci delle
citazioni e dei richiami affollantisi dietro alle deduzioni vichiane, e
schiarire oscurità, e illustrare argomentazioni, e rannodare pensieri; e non
posar mai, insomma, finché non abbia accompagnato il suo gran V. al termine del
suo viaggio. Il nome di V. non potrà più disgiungersi da quello del Nicolini;
perché nessuno più studierà la Scienza Nuova senza servirsi di questa edizione
e attingere al tesoro di erudizione, ammassatovi nelle note a dichiarazione
degli accenni e riferimenti onde è sempre complicato il pensiero vichiano. E
questo è il maggior premio e la lode più bella che il Nicolini potesse ambire.
Singolare opera la Scienza Nuova per la sua struttura ! Merito capitale della
edizione del Nicolini è appunto il darci fedelmente il processo di questa
struttura, per ciò beninteso che si riferisce a quella che l’autore stesso
battezzò Scienza Nuova seconda. Giacché, dopo il De antiquissima Italorum
sapientia (1710), che contiene per alcune parti una dottrina in diretta
antitesi con quella della Scienza Nuova, ma contiene pure il principio
filosofico più profondo, che animerà l’opera maggiore, V. tutti gli altri
trentaquattro anni della sua vita li visse nella meditazione dei problemi, che
sono argomento della Scienza Nuova. Intorno al ’19 1 suoi pensieri avevano
preso già corpo. Ma da quell’anno fino al ’35 o ‘36, quando si può ritenere
abbia data l’ultima forma al libro cui intendeva affidare il suo nome, lavorò a
ben quattro esposizioni diverse del suo pensiero. La prima volta gli die’ forma
nei due libri De universi iuris uno principio et fine uno (1720) e De
constantia turisprudentis (1721): due parti di una stessa opera, che V. stesso
dice del Diritto Universale. Il De constantia comprendeva alla sua volta due
parti: una, molto breve, De constantia philosophiae, esposizione dei principii
filosofici che illuminano tutta la storia del diritto nella sua concreta
realtà, che è tutta la vita spirituale dell’uomo, ossia la civiltà; e l’altra,
assai ampia, De constantia fhilologiae, ricostruzione dei fatti dalle
testimonianze rimasteci, interpretate al lume di quei principii. E qui era un
capitolo: Nova scientia tentatur; donde » (come dirà V. stesso nella sua
Autobiografia) s’ incomincia la filologia a ridurre a principii di scienza,
e.... sopra tal sistema vi si facevano molte ed importanti scoverte di cose
tutte nuove e tutte lontane dall’oppinione di tutti i dotti di tutti i tempi
»!. I Autobiografia ed. Croce,41-2. Sui rapporti fra Dir. Universale e Scienza
Nuova, v. ora anche NIcoOLINI, Vita di G.B. V., nel Giorn. crit. di filos.
ital., 1925. Ma quanto alla data assegnata dal V. alla Scienza Nuova in forma
negativa, il NICOLINI stesso mi comunica ora qualche suo dubbio: Par difficile
che alla Scienza Nuova in forma negativa V. cominciasse a lavorare fin dal
1722. Basta pensare che nel 1722 V. lavorava intorno alle Note al Diritto
Universale, le quali furon finite di stampare non prima dell’agosto 1722.
Pertanto, malgrado l'affermazione dell’Autobiografia, credo che alla Scienza
Nuova negativa V. si accingesse non prima ma do po la disavventura
universitaria dell’aprile 1723. Essa era già a buon punto nell’ottobre 1723,
giacché il 30 di quel mese Anton Francesco Maria Marmi, informato da [A questa
prima forma ne seguì ben presto un'altra, che non fu più stampata, quantunque
già pronta per la stampa, e già riveduta e approvata dal censore ecclesiastico.
La quale è andata smarrita. Essa dovette essere scritta nel '22 o nel ’23;
perché nella Autobiografia il V., dopo aver narrato la disavventura toccatagli
nel concorso alla cattedra mattutina di leggi (che ebbe luogo tra il gennaio e
l’aprile del ’23), soggiunge che per ciò egli non si ritrasse punto di lavorare
altre opere; come in effetto ne aveva già lavorata una divisa in due libri,
ch'avrebbono occupato due giusti volumi in quarto; nel primo de’ quali andava a
ritrovare I princip del diritto naturale delle genti dentro quegli dell’umanità
delle nazioni per via d’ inverisimiglianze, sconcezze ed impossibilità di tutto
ciò che ne avevano gli altri innanzi più imaginato che raggionato; in
conseguenza del quale, nel secondo, egli spiegava la Generazione de’ costumi
umani con una certa cronologia raggionata di tempi oscuro e favoloso de’ greci
»*: la Scienza Nuova, insomma, «in forma negativa ». Questo manoscritto non
poté essere stampato perché troppo voluminoso; e al povero V. falli la speranza
riposta nel card. Lorenzo Corsini (poi Clemente XII) di averne le spese della
stampa in contraccambio della dedica offertagli. Ed ecco quindi la necessità
(di cui parve qualche suo corrispondente napoletano, informava a sua volta il
Muratori che V. «lavorava sopra un’opera che voleva intitolare Dubbi e desidèri
intorno alla teologia de’ gentili ». Quasi compiuta l’opera era già nel
novembre 1724, e cioè quando V. mandò al Corsini, per mezzo del Monti, la
minuta della dedica (divenuta poi dedica della Scienza Nuova prima). Ma pronto
per la stampa il ms. non fu se non nel maggio 1725: tempo in cui V. lo dié al
canonico Torno per la revisione. Il titolo definitivo che V. voleva dare a
codesta Scienza Nuova în forma negativa, era, come ha dimostrato il DONATI
(Autografi e documenti vichiani,153 Sgg.): Scienza nuova dintorno aì principii
dell'umanità ». 1 Autobiografia] al V. dover esser grato alla Provvidenza) di
riscrivere la sua opera in forma più stretta e, come a lui parve, anche più
stringente: abbandonando quel metodo negativo che procedeva « per via di dubbi
e desiderii; maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana »;
e facendo un’altra opera « più picciola in vero » (scriveva V. stesso, un mese
dopo stampatala, il 20 nov. 1725), «ma, se non vado errato, di gran lunga più
efficace; nella quale per mezzo di tre verità positive, sperimentate
dall’universale delle nazioni, che si prendono per principli, e per un gran
séguito di rilevantissime discoverte, dando altro ordine e più breve e più
spedito a quelle medesime cose che si dubitavan e si ricercavano nella prima,
si truovano tali principii convincere di fatto e 1 filosofi obbesiani e i
filologi baileani », ecc. *. Ed ecco la Scienza Nuova in forma positiva, che è
quella che, col titolo di Principit di una Scienza Nuova intorno alla natura
delle nazioni, per la quale si ritruovano i principii di altro sistema del
diritto naturale delle genti, venne in luce nel ’25; e che divenne più tardi,
pel V. e per gli studiosi, la prima Scienza Nuova. Ad essa seguì nel ’30 una
nuova edizione, che, cominciata come un’ illustrazione della prima, riuscì poi
una seconda Scienza Nuova, modificata in alcuni particolari, ma sostanzialmente
conservata, nella terza ed ultima edizione, pubblicata postuma nel ’44. Sicché
le redazioni principali dell’opera son quattro: il Diritto Universale e tre Scienze
Nuove, la prima delle quali, in forma negativa, non ci è pervenuta, e le altre
due sono a stampa. Ma queste sono soltanto le principali! Già la quarta forma
non ebbe, alla sua volta, meno di quattro redazioni: due rappresentate dalle
edizioni ricordate del ’30 e del ‘44; e due, rimaste inedite, e soltanto ora
note per t Lettera a L. Corsini, in A utobiogr. l’accuratissimo spoglio fattone
dal Nicolini dai rispettivi autografi conservati nella Biblioteca Nazionale di
Napoli; e sono due forme intermedie, dove più compendiose dove più ampie della
Scienza Nuova terza, l’una del 1731 e l’altra del ’34 circa. Dal Diritto
Universale alla Scienza Nuova del ’44 ben sette redazioni dunque: attraverso le
quali gli stessi problemi vengono risoluti e ripresi complicandosi con nuovi
problemi per essere tornati a risolvere in forma sempre più adeguata, finché
sulle tormentate carte non cadde la stanca mano: da la tremante man cade lo
stile e de’ pensier si è chiuso il mio tesauro; come lo stesso V. dice nel suo
sonetto a Gaetano Brancone, nel 1735 !. Né basta. Le due redazioni intermedie
suddette, rimaste inedite, sono entrambe intitolate Correzioni, miglioramenti
ed aggiunte perché destinate ad essere incorporate all'opera nella ristampa
della Scienza Nuova” seconda », come V. soggiunge al titolo di quelle del 1731.
In realtà, più che una revisione del testo del ’30, ne sono, le une e le altre,
un rifacimento: come quel testo, a sua volta, era riuscito un rifacimento
affatto nuovo del testo anteriore del ’25, quantunque V. credesse prima di
poterlo intitolare: Trascelto delle annotazioni e dell’opera dintorno alla
natura comune delle nazioni, in una maniera eminente ristretto ed unito, e
principalmente ordinato alla discoverta del vero Omero =. Il titolo si spiega
con l’origine di queste ulteriori redazioni, le quali, quasi per generazione
spontanea, nascevano a volta a volta accanto al testo anteriore per l’
insoddisfazione che V. provava, Autobiografia.] appena data forma concreta e
determinata al proprio pensiero. Sicché cominciava da prima a riempire di
postille i margini de’ suoi libri, e poi a stendersi in annotazioni ordinate
con rinvii ai vari luoghi che gli parevano bisognosi d'ampliamenti e
schiarimenti; e poi finiva col rifarsi da capo per dare sistema e unità alle
stesse annotazioni, sì da farne un’opera nuova. Così fece col Diritto
Universale, di cui prima tempestò di postille marginali alcuni esemplari; ma,
dopo quello con particolar cura annotato pel principe Eugenio di Savoia, sentì
di dover fare seguire le Notae în duos libros alterum De uno universi etc.,
alterum De constantia t1urisprudentis (1722): note tanto importanti da
contenere p. e. per la prima volta la teoria vichiana intorno al vero Omero.
Così fece per la Scienza Nuova del ’25, che, appena pubblicata, gli die’
materia a scrivere un commento di 600 pagine, che nel ’28 egli, a richiesta del
p. Lodoli e di Antonio Conti, mandava a stampare a Venezia; e se ne iniziava
infatti la stampa colà, poi interrotta per dissidii sorti con l’editore, e non
più proseguita !. E il manoscritto, richiamato dal V. a Napoli, fu da cima a
fondo rifatto tra il 25 dicembre 1729 e il 9 aprile del ’30, con un estro quasi
fatale », al dire dello stesso V.: e fu la Scienza Nuova del ’30. Ma non aveva
ancor finito la stampa del Trascelto, ed eran già cominciate le prime
Correzioni, miglioramenti e giunte (CMA*), che l’autore faceva in tempo ad
aggiungere a guisa di Errata, in I [Così, fin ora, hanno affermato i biografi,
compreso il Nicolini. Il quale, per altro, per ragioni che sarebbe troppo lungo
riassumere, è giunto ora alla conclusione che le parole dell’Autobiografia: ma,
dopo essersi stampato più della metà di detta opera, avvenne un fatto », ecc.
(ediz. Croce, p. 72), si riferiscano non alle Annotazioni alla Scienza Nuova
prima, di cui anzi non fu stampata nemmeno una riga, ma alla Scienza Nuova
seconda, ossia all'edizione del 1730. V., insomma, riebbe da Venezia il ms.
delle Annotazioni, dopo che già aveva stampata a Napoli più della metà della
Scienza Nuova seconda, e cioè circa a metà del 1730). fondo al volume. E
divulgate appena le prime copie della nuova edizione, ecco V., quasi felice che
un errore provvidenziale notatogli dal principe di Scalea gli dia occasione di
pubblicare una Lettera, a cui può aggiungere una nuova serie d’ importanti
giunte, tra le quali un nuovo capitolo: Dell’origine de’ comizi curiati (CMA?).
Ma queste prime revisioni rapidissime avevan dato luogo soltanto ad aggiunte
relative ad alcuni luoghi particolari. In dodici paginette del Trascelto (pp.
46578) sono le CMA: e nelle dodici paginette della Lettera al Principe di
Scalea sono comprese, oltre questa lettera, le CMA=?. Dalla continuazione dello
stesso lavoro di revisione, in modo più riposato e in forma più larga, nascono
le CMA:3, che è un manoscritto di duecento pagine fittissime, nel corso del
quale V. s’accorge di fare opera che sta già a sé, ben diversa dalla Scienza
Nuova prima (1725): anzi finisce da ultimo col rifiutarla, salvo tre capitoli
come rifiuta il Diritto Universale, salvando anche di questo due capitoli soli,
di cui era tuttavia contento. E quando, due o tre anni dopo, rifà nelle CMA4
questo nuovo lavoro in un altro grosso manoscritto di centoquaranta pagine,
toglie ancora e aggiunge, e mostra di non essere per anco soddisfatto a pieno
della forma raggiunta dal proprio pensiero. Che infatti tornerà a rielaborare
in quella che sarà la Scienza Nuova terza, ossia la definitiva forma della
Scienza Nuova seconda, ch'egli non poté vedere stampata, e che ci rappresenta
l’ultimo sforzo fatto dall’autore per svolgere con ordine e con sistema tutto
il vasto materiale che gli si avvolgeva dentro la mente, solcato in tutti i
sensi, ma non mai illuminato in pieno, dai lampi del suo genio speculativo.
Sicché, al trar dei conti, e non contando, per la brevità loro, le CMA: e le
CMA?, il Nicolini ha potuto dirci, che ben nove sono state le redazioni (più o
men diverse tra loro) della Scienza Nuova: I. Diritto Universale ; 2. Note al
Diritto Universale ; 3. Scienza Nuova in forma negativa (smarrita); 4. Scienza
Nuova prima; 5. Scienza Nuova veneta (ossia, Scienza Nuova prima con
Annotazioni e commenti, andati anch'essi smarriti); 6. Scienza Nuova seconda
(1730); 7. CMA3; 8. CMA4; o. Scienza Nuova terza (1744; ma scritta tra il ’35 e
il '36 e continuamente corretta fino al 1743). E pure il conto non si può dire
rigorosissimo. Se sl contano le Note al Diritto Universale, si potrebbe pure
contare il saggio » del D. U. che iì V. pubblicò nel ’20, la Sinopsi del D. U.;
quantunque questa supponga forse già scritto, almeno in gran parte, il D. U. Ma
certamente al Diritto Universale bisogna far precedere una prima redazione, a
noi non giunta: per cui la somma complessiva delle redazioni della Scienza
Nuova deve salire a dieci. Il Nicolini stesso ricorda un documento, sul quale
aveva fermato la sua attenzione il Croce, unico frammento di un’opera vichiana
che non possediamo, e che nel 1837 fu pubblicato dal Ferrari (in appendice alla
sua Mente di V.) come prefazione al perduto Commento a Grozio del V. 1. Il Croce
osservò ?, che quella pagina I. non è una prefazione, ma la nota finale di
un’opera (in operis calce, ecc.); 2. non si riferisce ad annotazioni, ma a una
opera originale (sî hos legeris libros); 3. non si riferisce a un commento a
Grozio, perché, nel citare l’opera di questo, se ne dà il titolo per disteso e
s’ invita a metterla a raffronto con quella di esso V....; 4. si riferisce,
invece, I Nelle Opere del V., vol. I,280-1; nella 28 ed., vol. I,250-I. 2
Secondo Supplemento alla Bibliografia vichiana,3-4. 12 a un’opera del V. in più
libri (n tertia universae nostrae tractationis parte). L'opera trattava de
metaphysica, de philologia, de re morali ac civili, de lingua, historia et
iurisprudentia romana..., de ture naturali gentium; V. sì preoccupava di essere
in essa riuscito oscuro; vi aveva esposto cose ‘inaudite’; nella terza parte si
dimostrava falso il labefactare inconditis rationibus et distractis auctorum
locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria quam mente. Che questa nota
finale non possa concernere il secondo e terzo libro del De antiquissima, è
certo, perché quei due libri non furono mai scritti. Essa dunque o appartiene
al disegno di un’opera che fu la prima idea del Diritto Universale; o (il che
ci sembra più probabile) era destinata a questa opera stessa; la quale, benché
divisa in due libri, essendo il secondo di questi bipartito, si può considerare
come composta di tre parti». Il Nicolini prende le mosse da quest’acuta analisi
del Croce, e ne trae una conclusione alquanto diversa: che cioè il lavoro, di
cui, dunque, ci sarebbe rimasto il commiato, dev'essere ritenuto un lavoro
originale, il quale non può essere se non un primo (o secondo, o terzo, o
quarto) getto dell’opera capitale del V. » (p. XXVI). Che si tratti della
materia stessa del Diritto Universale è indubbio. Non solo le parole rilevate
dal Croce, ma altre anche più precise c’ informano con certezza del contenuto
dell’opera, là dove l’autore invita l’equanime lettore che volesse criticarla a
metterglisi contro faribus armis; e a vedere an ex aliis tam paucis, quam sunt
numero sepiem vera, ci tam simplicibus, quantum sunt metaphysica, quae ut
agnoscas vera, hominem esse sat est, alia faciliori et feliciori methodo plura
quam nos, in universa historia profana, re poetica, grammatica, morali,
civilique doctrina ad Christianam iurisprudentiam omnia accomodate in unum
systema componas, et sic efficies, ui nostrum sua sponte corruerit. Tutte
queste materie rientrano appunto nel programma del D. U. Ma né la pagina di cui
si tratta, può attribuirsi proprio al D. U., né credo, a ben riflettervi, si
possa parlare di due, e tanto meno di tre o quattro getti di cotesta opera. Che
non sia propriamente il Diritto Universale, quale fu pubblicato nel 1720-21,
risulta da questa sfida lanciata dall’autore al suo immaginario critico, di
fare quanto aveva fatto lui nel suo libro, componendo un ugual numero di
scoperte di storia profana universale, di poetica, di grammatica, di dottrina
morale e civile, in un sistema di cristiana giurisprudenza; deducendo il tutto
da non più che sette principii metafisici, ricavati dalla stessa natura della
mente umana (quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est). Numero sette, che
non vedo dove si possa rintracciare nel Diritto Universale, o che si cerchi nei
principii del De uno, o che si cerchi in quelli del De constantia philosophiae.
Questi sette principii o verità (vera), così come sono definiti, parrebbero
aver riscontro nei tre elementi d’ogni erudizione divina e umana (mosse, velle,
posse), che nel Diritto Universale sono messi a base di tutto, come quelli quae
tam existere, et nostra esse, quam nos vivere, certo scimus (Ferrari?, p. 14):
ma non sono questi tre elementi. I quali pure erano stati annunziati come
principio di unificazione d’ogni sapere, nell’Orazione inau LI gurale del 1719,
che non ci è stata conservata, ma di I Nel De Uno questa triade veramente è
Posse, nosse, velle (Ferr.?, p. 21). E V. citando, al solito, a memoria, dice
ut D. Augustinus in Confessionibus definit ». Ma Sant'Agostino (nelle Confess.
XIII, 11) dà invece quest'altra triade: (Esse, nosse, velle). Nell’ Orazione
del 1719 (Autob., p. 40) egli stesso aveva data la sua con diverso ordine:
Nosse, velle, posse. Ma, in un modo o nell’altro, il concetto vichiano non
credo risalga direttamente ad Agostino; bensì forse piuttosto al Campanella
(che V., per ovvie ragioni, non ama nominare) che tanto nella Metafisica e
nelle Poesie aveva insistito sulla sua dottrina delle primalità, o della
monotriade »: Posse, nosse, velle. Cfr. (anche per luoghi della Metafisica)
Poesie filosofiche, ed. Gentile,31, 44, 133. E per i rapporti tra V. e
Campanella, vedi sopra31-33.cui V. ci riferisce nella Autobiografia
l'argomento, poi ripetuto testualmente nel Proloquium del Diritto Universale. E
si badi alla partizione che fin d'allora faceva dell'argomento: Quod quo
facilius facitamus, hanc tractationem universam divido in partes tres: in
quarum prima omnia scientiarum principia a Deo esse; in secunda, divinum lumen
sive acternum verum per haec tria quae proposuimus elementa omnes scientias
permeare, casque omnes una arctissima complexione colligatas alias in alias
dirigere et cunctas ad Deum ipsarum principium revocare; in tertia, quicquid
usquam de divinae ac humanae eruditionis principiis scriptum dictumve sit quod
cum his principiis congruerit, verumy quod dissenserit, falsum esse
demonstremus. Atque
adeo de divinarum atque humanarum rerum notitia haec agam tria: de origine, de
circulo, de constantia.... » ®. Partizione precisamente identica a quella presupposta dal
commiato dell’opera di cui si tratta, dove l’autore dice al suo critico: ....
Sin postules inconditis rationibus, et distractis auctorum locis, quamquam
numero plurimis, et magis memoria, quam mente, hanc nostram doctrinam
labefactare, ignosce, quaeso, si tibi nihil respondeam: nam silentum non mihi
adrogantia, res ipsa faciet, quod ea illa ipsa fuerint, quae in tertia nostrae
universae tractationis parte, hoc ipso, quod cum nostris principiis non
congruerini, falsa esse demonstravimus ». Dove l’accenno al contenuto della
terza parte diventa chiarissimo quando si riscontri con l'argomento dell’
Orazione del ’19, messo poi a capo anche del Diritto Universale. Conviene
osservare altresì che le tre parti De uno, Constantia philosophiae e Constantia
philologiae non sono propriamente quelle che l’autore distinse nella sua
succinta trattazione del ’19, né quindi quelle in cui era distinta l’opera
smarrita: giacché nell’Autobiografia egli, t Autobiogr., p. 40; cfr. D. U.
Ferrari?, p. 14. LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA per indicare come nel
Diritto Universale mantenesse le superbe promesse dell’ Orazione del ’19, dice
esplicitamente che nel De uno pruova la prima e la seconda parte della
dissertazione » (cioè, de origine, de circulo); e nel De constantia
turisprudentis più a minuto sì pruova la terza parte della dissertazione, la
quale in questo libro si divide in due parti, una De constantia philosophiae,
altra De constantia philologiae » *. Dunque, il Diritto Universale fu scritto
dopo la dissertazione del ’19 (e quando nel ’20 V. pubblicò soltanto il primo
libro, De uno, certo egli aveva ancora da scrivere il secondo, De constantia),
la quale altrimenti avrebbe rispecchiato l’organamento dell’opera, di cui
sarebbe venuta ad essere un riassunto. E poiché essa invece rispecchia la
sistemazione che la materia aveva nell'opera perduta, questa piuttosto deve
ritenersi anteriore alla dissertazione del ‘19. E per questa ragione, come per
la discrepanza avvertita circa i principii tra l’opera perduta e il Diritto
Universale, bisogna conchiudere che piima di questa opera (scritta tra il ’19 e
il ’21), prima dell’ Orazione inaugurale del ’19, V. dové scrivere un’opera che
possiamo dire la prima forma così del Diritto Universale come della Scienza
Nuova, e di cui ci è giunto il solo commiato. Quando la scrisse ? Certamente
dopo la Vita di Antonio Carafa (1716), perché nell’apparecchiarsi a scrivere
questa vita, ll V. si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, De iure belli et
pacis », che fu il suo quarto auttore » =; aggiuntosi allora a Platone, Tacito
e Bacone: Ugone Grozio, che pone in sistema di un dritto universale tutta la
filosofia e la teologia in entrambe le parti di questa ultima, sì della storia
delle cose o favolosa o certa, sì della storia I O. c., p. 4I. 2 Autobiogr.]
delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre lingue dotte antiche
che ci son pervenute per mano della cristiana religione »1. Quando scrisse
l’opera perduta, egli non solo aveva letto il De rure delli et pacis (da cui si
può dire, in certo senso, che togliesse il problema), ma lo avea, come ora si
direbbe, superato, potendo enunciare hactenus inaudita. Ciò che suppone qualche
inter- vallo tra il ’16 e la nascita della detta opera, nel quale cade un altro
lavoro vichiano; perché nell’Autobdiografia si legge che V. molto più poi si
fe’ addentro in quest'opera del Grozio, quando, avendo ella a ristampare, fu
richiesto che vi scrivesse alcune note, che ’1 V. cominciò a scrivere, più che
al Grozio, in riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio...; e già
ne aveva scorso il primo libro e la metà del secondo; delle quali poi si
rimase, sulla riflessione che non conveniva ad uom cattolico adornare di note
opera di auttore eretico » 2. Si rimase, sopra tutto, è da credere, perché dal
lavorio delle note, dall’ intensa meditazione del problema dovette cominciare a
sorgergli nella mente e a prender forma e figura quel systema che doveva esser
suo. Con questi studi », continua infatti V., con queste cognizioni, con questi
quattro autori che egli ammirava sopra tutt’altri, con desiderio di piegarli in
uso della cattolica religione, finalmente V. intese [tra il ’17 e il 18] non
esservi ancora nel mondo delle lettere un sistema, in cui accordasse la miglior
filosofia, qual’ è la platonica subordinata alla cristiana religione, con una
filologia che portasse necessità di scienza in entrambe le sue parti, che sono
le due storie, una delle lingue, l’altra delle cose.... Ed in questo
intendimento egli tutto spiccossi dalla mente del V. quello che egli era ito
nella mente cercando nelle prime orazioni augurali ed aveva dirozzato pur
grossolanamente nella dissertazione De nostri temporis studiorum ratione e, con
un poco più di raffinamento, nella Metafisica. Ed in una apertura di studi
pubblica solenne dell’anno 1719 propose questo argomento ». Che è quello che
conosciamo: e che egli poté proporre, perché già s’era spiccato dalla sua mente
il sistema che fin dalle prime Orazioni (dal 1699) era andato cercando: e che
dev’essere appunto quell’opera anteriore al Diritto Universale, primissimo
incunabulo della Scienza Nuova. Della quale, per concludere queste
osservazioni, si può dire con tutta verità che sono state ben dieci le
redazioni distinte e da considerare come altrettante stazioni attraverso le
quali venne posando e passando il pensiero vichiano. Di queste dieci redazioni
tre, dunque, sono per noi perdute: questa del ’17 o ’18; la Scienza Nuova in
forma negativa, e la Scienza Nuova veneta. Delle sette rimaste, due, Diritto
Universale e Note al Diritto Universale, possono pure riguardarsi come un’opera
sola, e fondersi insieme, come fece il Ferrari; quantunque, dato il diverso
momento che esse rappresentano nello svolgimento della dottrina, meglio forse
sarebbe aggiunger le Note a guisa di appendice, all’opera cui si riconnettono.
Resta a sé la Scienza Nuova: del ’25; e fanno corpo insieme le altre quattro
redazioni: Scienza Nuova?, CM A3, CM A4, Scienza Nuova: con le migliori
aggiunte CMA*-:, già a stampa. III. Il Nicolini, facendo l’edizione di questa
terza Scienza Nuova, è partito dal metodo già adottato parzialmente dal
Ferrari. Il quale, giustamente, non credette di accontentarsi della sola
lezione del 1744, e notò tutte le varianti delle edizioni del 1730 e tutte le
aggiunte inserite in quella del 1744 »; cosicché ogni lettore potesse, diceva,
assistere allo spettacolo delle ultime idee di V., vedere in qual modo egli
stesso si avvedesse di avere qualche volta naufragato contro la realtà
istorica; e.... conoscere le intime esitazioni delle idee e dell’orgoglio di V.
dinanzi all’ indifferenza de’ suoi contemporanei » :. Ma ha esteso questo
metodo a CMA:, CMA?, CMA3 e CMA4, in guisa da darci prospetticamente, per
intero, tutto il processo di formazione della Scienza Nuova dalla seconda alla terza
edizione fattane dallo stesso autore. Quanta fatica debba esser costata al
Nicolini questo riscontro e raccordo, può vedere ognuno che scorra con l'occhio
la varia provenienza delle varianti che accompagnano in serie perpetua il
testo, contrassegnate ciascuna dalla sigla della rispettiva redazione a cui
appartiene. Ed è questa forse la parte del suo lavoro, per cui il Nicolini ha
più bene meritato degli studi vichiani, ove si consideri che mercé sua non solo
sono cronologicamente distinti tutti gli elementi di questo tormentoso processo
di pensiero che in cinque o sei anni fece e rifece tante volte con erculei
sforzi l’elaborazione d’un vastissimo materiale di fatti e di idee, ma sono
anche portati a nostra cognizione molteplici documenti o frammenti finora
ignorati di questo pensiero, che con le sue stesse angosclose oscurità esercita
tanto fascino e desta tanto interesse in noi, che vogliamo leggervi fino al
fondo. Di CMA4 due brani aveva pubblicati il bibliotecario della Biblioteca
Borbonica (ora Nazionale) di Napoli, il can. Antonio Giordano nel 1818 ?. E
messo sulle tracce di questi dimenticati manoscritti vichiani, ora tutti I
Opere, ed. Ferrariz, V, p. XXIII. 2 Lettera ed altri pezzi inediti del ch. G.
B. V. tratti da un ms., ecc., Napoli, Giovannitti LE VARIE REDAZIONI DELLA
SCIENZA NUOVA raccolti, come si è accennato, in quella Nazionale, altri pochi
brani, tra i più significativi, dalle stesse CMA4 e da CMA3 aveva potuti
pubblicare, ma poco correttamente, Giuseppe Del Giudice nel 1862 !; poscia riprodotti
nel vol. VII delle Ofere vichiane (1865) nella ingloriosa ma tutt’altro che
spregevole edizione napoletana curata da Francesco Saverio Pomodoro. Ma questi
brani staccati non apparivano nella loro importanza; e ora ci tornano innanzi
accompagnati da tutto lo spoglio dei manoscritti a cui spettano, nel sistema
compiuto di tutto lo svolgimento del pensiero vichiano: ora forma imperfetta di
quello che V. sentì poi di poter esprimere più efficacemente, o più pienamente,
o con maggior concisione; ora elementi espunti più tardi, probabilmente perché
sembrati accessori o discordi dal filo del pensiero principale, o non più
soddisfacenti a quel poderoso intelletto così vigorosamente autocritico: ma che
in ogni caso riescono, qual più qual meno, documenti di alto interesse per lo
studioso. Segnatamente la redazione del ’'31 (CMA3) meritava di essere così
tutta accuratamente analizzata e messa in luce. Redazione quasi del tutto
inedita », avverte il Nicolini, e pure di singolare interesse per lo
svolgimento delle idee vichiane », giacché l'edizione del 1730 formava (almeno
nella mente del V.) tutt'uno con la Scienza Nuova prima, la quale appunto
perciò vi è sempre citata, non con questo nome, ma con l’altro generico di ‘
opera ’ o di ‘ Scienza Nuova’, senz'altro. Invece nella nuova redazione,
l’edizione del 1725 non solo non è più presupposta (e quindi V. comincia a
citarla col nome, che è poi restato, di Scienza Nuova prima), ma, tranne tre
capitoli, rifiutata. E rifiutati altresì sono i due libri del I Scritti inediti
di G. B. V. tratti da un autografo dell’A., Napoli, Stamp. R. Università, 1862.
Diritto Universale, e la Scienza Nuova in forma negativa e tutto ciò che V.
aveva fino allora scritto di filosofico. Basta ciò a mostrare quanto di nuovo
si debba trovare in questa.... redazione, in cui V. aveva voluto raccogliere
quel che del suo pensiero credeva degno di essere trasmesso alla posterità.
Delle quattro redazioni della seconda Scienza Nuova, questa senza dubbio è la
più piena: più piena anche dell’edizione del 1744. Di fronte a quella del 1730,
essa, oltre che molti e lunghi brani intercalati qua e là, presenta ben
quindici capitoli in più », ecc. E si badi che di questi capitoli soltanto
sette rimangono in CMA4. Ebbene, degli altri otto solo una parte rientrarono
nel testo del ’44; e 1 rimanenti e i molti singoli brani soppressi delle stesse
CM 43 come delle CM A* era necessario pure far conoscere. E il Nicolini è stato
colpito dalla importanza di questo nuovo materiale, rimasto fuori dalla
redazione definitiva; e dove ha potuto, ossia dove trattavasi di capitoli
interi, l’ ha incorporato senz'altro nel testo, avvertendone bensì sempre la
provenienza. Risoluzione certamente arbitraria, quantunque scusata dal
carattere di questa edizione, che vuol essere pure una storia illustrativa di
tutto il testo vichiano; e che per altro non crederei più giustificata in
un’edizione che, pur fornendo notizia delle varianti (se pure ciò sarà più
necessario dopo questa monumentale fatica, che non sarà più da rifare), ci mettesse
innanzi in forma criticamente corretta quella che per l’autore fu, comunque, la
forma definitiva del suo pensiero 1. Tutti i capitoli, adunque, soppressi dopo
CM A3, sono dal Nicolini restituiti al testo; e con essi una sorta di
prefazione, che in quella redazione l’autore aveva scritta col titolo Occasione
di meditarsi I E infatti, nella nuova edizione che va ora preparando, lo stesso
Nicolini ha relegati tutti codesti capitoli soppressi nelle varianti.]
quest'opera, e un'appendice, in cui intendeva, oltre due Ragionamenti, uno
dintorno alla legge delle XII tavole venuta da fuori in Roma, e l’altro
dintorno alla legge regia di Triboniano, rifacimenti e riadattamenti di alcune
pagine del Diritto Universale, riprodurre tre luoghi della Scienza Nuova prima,
come tutto ciò che all’autore pareva nel 31 di dover conservare di quei primi
abbozzi della sua opera, che erano stati Diritto Universale e Scienza Nuova *.
Di questi brani e interi capitoli restituiti al testo della Scienza Nuova o
soggiunti a pie’ di esso tra le ‘varianti, buona parte era già nota, benché
scorrettamente pubblicata dal Del Giudice insieme con quella prefazione e
l’appendice. Ma due capitoli compaiono ora come affatto nuovi nella edizione
del Nicolini (pp. 238-44), senza dire delle moltissime varianti, alcune lunghe,
e altre brevi, ma assai significative. E benissimo ha fatto il Nicolini a
darceli col resto dell’opera, benché bisogna pur dirlo a onore del V., che
lavorò con gli occhi aperti attorno a queste sue numerose redazioni, e non
soppresse, credo, mai nulla a caso, ragionevolmente fossero stati soppressi
dall’autore nell’ulteriore revisione del libro. Dei due infatti (lib. II, sez.
1, capp. 3 e 4) il primo, Come da questa debbano tutte l’altre scienze prender
i loro principii, ripete concetti qua e là accennati, e spesso meglio chiariti,
in tutto il corso dell’opera. E il secondo ?, Riprensione delle metafisiche di
Renato delle Carte, di Benedetto Spinosa e di Giovanni Locke, è un documento
notabilissimo della posizione intellettuale del V., ma non colpisce nessuno dei
tre pensatori, presi a bersaglio; o perché mira più alto, o perché mira più
basso, e mai al segno giusto. E V. forse sentì che la sua critica contro il
soggettivismo cartesiano era stata fatta per l'appunto da Spinoza (infatti I
Pagg. XXXVII-IX. ? Venne già anticipato nella Critica egli dice che cotal
maniera di filosofare diede lo scandalo a B. Spinosa »)! e andava a finire
nello spinozismo; e non gli consentiva quindi più la critica alla quale egli
subito passa dello Spinoza. In sostanza V., faccia a faccia col panteismo, che
era nel fondo del suo pensiero, doveva dare addietro, e sopprimere il suo
pericoloso saggio di critica. Quanto al Locke, che V. non doveva aver letto, e
che giunge a riguardare come un materialista, egli non poteva non aver qualche
dubbio a dirlo costretto a dar un Dio tutto corpo operante a caso »; né quindi
poteva fermarsi a credere veramente efficace contro l’empirismo del filosofo
inglese il concetto del vero Essere » anteriore ad ogni esperienza, compresa
quella che il soggetto fa di se stesso. In generale credo sl possa dire
(occorrerebbe un’analisi molto minuta e lunga per dimostrarlo) che l’autore fu
bene avvisato, come sarebbe già da presumere a friori, nei tagli e nelle
modificazioni che venne via via apportando al suo lavoro. Che, del resto, non
diede poi subito al tipografo, poi che l’'ebbe condotto a termine: anzi lo
trattenne parecchi anni presso di sé, e per quanto la luce della sua
intelligenza s'andasse in quegli ultimi anni della sua vita affievolendo, egli
certamente avrebbe avuto tempo e forze per prendere dalle precedenti redazioni
e restituire nell’ultima pezzi già pronti, di cui potesse dirsi soddisfatto. E
quando non lo fece, avrà avuto le sue ragioni. Il Nicolini bensi ha preferito
abbondare, una volta avviato il lavoro; e ha profuso fatiche e notizie e
commenti, dotti, arguti, inattesi, e sempre luminosi, nel ricchissimo commento,
allargatosi da ultimo per alcuni punti sostanziali in excursus e note
illustrative che sono vere e proprie memorie; come quella, la più lunga, mi I
Cfr. SPINoZzA, Eth., ed. Gentile, note 33 alla parte I e 23 alla parte II. LE
VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA rabile di lucidità, intorno alla teoria
vichiana sulla legge delle XII Tavole: nota premessa al primo dei già ricordati
Ragionamenti dell’Appendice. Ma l’erudizione del Nicolini, ancorché laboriosa e
densa, è agile sempre e quasi festosa, perché sorretta e animata da un gioioso
spirito indagatore, che è più contento della difficoltà che delle vie piane ed
aperte, per l'occasione che ne ha a cercare, a scrutare, ad esercitare il suo
acume e il suo fiuto di segugio valente, e stare attorno al suo V. a fargli
lume e rendergli l’omaggio, profondamente sentito, bleno corde, della propria
infinita devozione. Giacché il Nicolini ha vivamente amato il suo V.; e chi
dava di quando in quando un'occhiata amichevole e confortatrice alle stampe del
suo lavoro, se da principio tentò arginare e frenare, come non del tutto
necessaria, quella foga e quell’ impeto di copiosa vena irrompente in questo
commento, fatto di ingegno, di dottrina e di amore, ha dovuto a poco a poco
ceder egli stesso terreno, e tòrsi di mezzo, e lasciar fare: e ora non può che
plaudire a una somma di lavoro così difficile, così utile, così disinteressato,
e così degno in tutto del gran V., che aspettava da quasi due secoli questo
studio rivendicatore. Entrare, a questo punto, nell’analisi di questo commento,
aggiungere, discutere, esaminare a parte a parte, informare di tutto, è
impossibile: o per lo meno, questa recensione dovrebbe quintuplicarsi; e
resterebbe sempre da invitare il lettore della recensione a prendere in mano 1
tre volumi del Nicolini, e studiarseli, e studiarsi V., ora che lo studio è
tanto agevolato; e quindi a scrutare anche lui, la sua parte, dentro ai
pensieri di questo grande spirito e alle tante congetture che lo strenuo
commentatore ha dovuto pur fare assai spesso per illustrarlo. Io preferisco
perciò fermarmi qui, solo citando un luogo, dei più curiosi, e singolarmente
caratteristico del fare vichiano e degli enigmi che la sua forma presenta non
di rado all’annotatore: esempio tipico delle difficoltà, in cui l’annotatore s’
è dovuto dibattere. Latona, dice il V. nell’ Iconomica poetica, partorì i suoi
figliuoli, Apollo e Diana, presso l’acque delle fontane perenni, ch’abbiamo
detto; al cui parto gli uomini diventaron ranocchie, le quali nelle piogge
d’està nascono dalla terra, la qual fu detta ‘ madre de’ giganti ’, che sono
propriamente della Terra figliuoli » (p. 431). Ranocchie ? Non sappiamo »,
scappò qui a protestare certo pedante dei tanti abbattutisi in V., non sappiamo
in nessun modo intendere come l’autore si facesse a mandar fuori che al parto
di Latona gli uomini diventassero ranocchie, dappoiché questa circostanza non è
punto un mito e solo si rinviene nell’alterata fantasia dell’autore ». Ma,
assai probabilmente », nota il Nicolini, V. aveva in mente quelle che più sopra
ha chiamate ‘ ranocchie di Epicuro ’ »; che sono (p. 181) gli uomini allo stato
di pura natura, prima che incominciassero, come dice V., a umanamente pensare
». E perché poi ranocchie ? e dove ne ha parlato Epicuro ? L'immagine avrebbe
potuto essere illustrata da quel luogo di Censorino, De die nat., 4, 9, che ci
serba notizia della dottrina epicurea intorno all'origine naturale dell’uomo:
Democrito Abderitae ex aqua limoque primum visum esse homines procreatos. Nec
longe secus Epicurus: is enim credidit limo calefacto uteros nescio quos
radicibus terrae cohaerentes primum increvisse et infantibus ex se editis
ingenitum lactis umorem natura ministrante praebuisse, quos ita educatos et
adultos genus propagasse » (Usener, Epicurea,225-6) *1. Questi uteri I [Ora, il
Nicolini mi comunica di essere riuscito a trovare il mito a cui precisamente voleva
alludere V. e la fonte a cui, pur con°qualche libertà, egli attinse. Si tratta
del passo delle Metamorfosi ovidiane ov’ è detto che Latona, dopo aver
partorito, nell’ isola Ortigia, Diana e Apollo ed essere stata cacciata di là
da Giunone, giunse coi due neonati in Licia, presso un piccolo lago, e poiché
alcuni villani volevano impedirle di dissetarsi, ella li maledisse e li
trasformò in rane]. LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA nella fantasia
corpulentissima del V. diventano quelle ranocchie che nella credenza popolare
nelle piogge d’està nascono dalla terra ». Non dunque ranocchie, ma uomini, e
grossi uomini goffi e fieri », giganti, i Polifemi di Omero, primi padri del
genere umano, per V. come già per Platone. Le ranocchie son simbolo dei primi
uomini, che il mito fa nascere dalla terra: dalla terra e dall’acqua, come dice
Epicuro, e come si può leggere in fondo al mito di Latona che partorisce presso
alle fonti: mito, secondo il quale V. dice perciò che gli uomini diventaron
ranocchie, cioè si rappresentarono alla fantasia quasi, al pari dei batraci,
sorti ex aqua limoque. Enigmi come questi brulicano in tutta la mitologia
vichiana; e trovan la maggior parte il loro Edipo nel bravo Nicolini, che ne
toglie spesso materia a note argutissime, come quella sullo scudo » funebre
napoletano di p. 420. Ma ho detto di non volermi dilungare in questa materia. E
basta anche cogli esempi; e faccio punto !. I A proposito di quel che ho detto
nelle174 sgg., Fausto Nicolini mi comunica le seguenti osservazioni: Quando, a
proposito dell’opera di incerto titolo, ho parlato di un primo getto dell’opera
capitale del V., volevo alludere alla Scienza Nuova nel senso largo della
parola, e cioè intesa come quel complesso di problemi a cui V. die’ poi il
titolo di Scienza Nuova. Primo getto dunque del Diritto Universale. E a
confermarmi nella mia opinione mi conforta proprio ciò che in codeste tue
pagine è detto dei contatti evidentissimi tra quest’opera di titolo incerto e
la prolusione del 1719. Insomma la cosa più ovvia sembra a me che V. scrivesse
prima la prolusione del 1719; indi la sviluppasse ai principii del 1720 in
un’opera di poco più ampia e divisa in tre libri (l’opera d’ incerto titolo); e
per ultimo, non più contento di questo lavoro ancor troppo ristretto, si desse
a scrivere, sempre nel 1720, la prima parte del Diritto Universale. Che l’opera
d’ incerto titolo sia anteriore al Diritto Universale è evidente; ma che essa
sia anteriore anche alla prolusione del 1719, mi sembra non solo non evidente
(e a ogni modo non provato), ma anche pochissimo verisimile. Aggiungo, a
sostegno della mia opinione, proprio la sfida all’ immaginario critico che tu
adduci. Critico che non è tanto immaginario. Narra infatti V.
nell’Autobiografia che, dopo aver recitata la prolusione del 1719, ‘ sembrò a
taluni l'argomento, particolarmente per la terza parte, più magnifico che
efficace, dicendo che non di tanto si era compromesso Pico della Mirandola
quando propose sostenere conclusiones de omni scibili’, ecc. A questi critici
appunto, tra i quali par che fossero il Capasso e altri professori universitari
capassiani, è rivolta la sfida. Inoltre, nel prol/oquium del Diritto Universale
V. dice che fu consigliato da Gaetano Argento a svolgere ampiamente il tema
della prolusione da oratore, filosofo e giureconsulto (cioè in tre parti), e
poi dal nipote dell’Argento, Francesco Ventura, a ricavare tutte le
innumerabili conseguenze derivanti dai principii posti nell’ Orazione del 1719;
il che, a giudicarne dal commiato superstite, par che egli facesse o volesse
fare nell’opera d’incerto titolo (che poté anche non essere scritta, ma
soltanto abbozzata). Pertanto la Scienza Nuova avrebbe avute le seguenti
redazioni: I. Commento a Grozio (1717-8); 2. Orazione del 1719; 3. Opera d°
incerto titolo (sviluppo dell’ Orazione) (1720); 4. Sinopsi del Diritto
Universale (1720); 5. Diritto Universale; 6. Note al Diritto Universale (1722);
7. Scienza Nuova negativa; 8. Scienza Nuova prima; 9. Scienza Nuova veneta; 10.
Scienza Nuova seconda; 11. Corr. migl. e agg. terze (1731); 12. Corr. migl. e
agg. quarte (1732 o 1733); 13. Scienza Nuova terza (1734-1744). Ciò senza
calcolare alcuni riassunti totali o parziali, come per es. la Giunone in danza
(1721); una conferenza (forse soltanto detta e non mai scritta) tenuta dal V.
in casa del suo antico discepolo Giambattista Filomarino della Rocca (1721 o
1722); la lettera a Monsignor Monti del 18 novembre 1724; l’ampio riassunto
della Scienza Nuova prima recato nell’Autobiografia (1728), ecc. ecc. ». IL
FIGLIO DI V. E GL INIZI DELL INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA A NAPOLI. LA
FAMIGLIA DEL V. Di figli, veramente, G. B. V. ne ebbe più d'uno. E se Angelo
Fabroni gli aveva attribuito binos libderos, nel 1818 il marchese di Villarosa
corresse l'affermazione del biografo pisano, portando quel numero a sei. E
sarebbero stati: Luisa, Ignazio, Teresa, un primo Gennaro, morto in tenera età,
un altro Gennaro e Filippo 1. Ma la famiglia del V. fu anche più numerosa, come
dimostrano i registri parrocchiali del Duomo di Napoli. Egli si ammogliò il 12
dicembre 1699 =. Il 17 settembre 1700 ebbe la prima figlia, a cui furono
imposti i nomi di Luisa Gaetana 3. Il 17 luglio 1703, ebbe una seconda figlia,
non ricordata dal Villarosa, e che fu chiamata Carmelia Nicoletta 4. Il 31
dicembre 1704, una terza figlia, Filippa Anna Silvestra 5, ignorata anch'essa
dal Villarosa. Ma entrambe queste bambine devono essere morte ben presto e aver
lasciato poca memoria di sé I Opuscoli di G. B. V., racc. e pubbl. da C. A. DE
Rosa, march. di ViLLarosa, Napoli, Porcelli, 1818-23, I, 228. 2 VILLAROSA,
Opuscoli, I, 208. 3 Loisa Caetana, secondo l’atto di battesimo, in data 21
settembre 1700 (Parrocchia del Duomo, Battesimi, lib. XI, fol. 87). Ringrazio
l’amico cav. Lorenzo Salazar della cortesia con cui volle ricercarmi queste
notizie nella parrocchia del Duomo. 4 Atto di battesimo addì 19 luglio 1703,
nello stesso libro XI, fol. 109. È Atto di battesimo addì 1° gennaio 1705,
nello stesso lib. XI, fol. 121. nella famiglia :. Il quarto figlio, finalmente,
fu un maschio; nacque il 31 luglio 1706, e si chiamò Ignazio Nicolò Gaetano
Geronimo: fu tenuto al fonte battesimale da donna Teresa Stiammone de’ duchi di
Salza =. Dopo, un’altra femmina, che non ebbe nome Teresa, come dice il
Villarosa, ma Angiola 3, nata nel luglio 1709. Il primo Gennaro vide la luce il
19 luglio 1712; ma non visse fino al dicembre 1715, quando nacque il secondo
Gennaro, che ebbe altri due nomi: Emanuele e Filippo. Nel febbraio 1720 infine
chiuse la serie l'ottavo figlio: Filippo Antonio Francesco Gaetano 4. Di tutti
questi figli due soli sembra siano sopravvissuti al padre 5. Giacché Niccolò
Solla 6, autore di una Vita del V., e amico e scolaro del V. stesso, onorato »,
come egli dice, di tutta la sua confidenza ed amore », scrive: Rimasero di lui
due figliuoli: il prime de’ quali gli è stato anche successore nella cattedra
di I [E infatti dai Libri dei defunti della parrocchia del Duomo appare che
Carmelia Nicoletta morì il 27 luglio 1703, e Filippa Anna Silvestra il 28
luglio 1705 (Comunicazione di Fausto NICOLINI, che darà la documentazione delle
sue giunte e correzioni, qui inserite, in un suo studio su G. B. V. nella vita
domestica))]. 2 Atto di battesimo dell’ 8 agosto 1706: lib. XII (Battesimi dal
17006 al 1739), fol. 4. 1 3 [Più esattamante: al fonte battesimale ricevè i
nomi di Angela Teresa Ippolita, ma in famiglia solevan chiamarla Teresa
(Comunicazione di F. NICOLINI)]. 4 Tenne al fonte Angiola donna Ippolita
Cantelmi, duchessa di Bruzzano (le cui nozze V. aveva cantate nel 1696 nella
canzone D'’amaranti immortali ornai la fronte: v. Opere, V, 105: e diede il
parere per la stampa di certe Stanze di lei scritte nel 1729, ristampato dal
NICOLINI, in B. Croce, Sec. supplem., p. 81), il 23 luglio 1709 (lib. XII dei
Battesimi cit., fol. 21). Il primo Gennaro fu battezzato il 24 luglio 1712
(ivi, fol. 41); il secondo, il 26 decembre 1715 (ivi, fol. 64); Filippo, il 18
febbraio 1720 (ivi, fol. 84). 5 [Veramente, quattro: Gennaro II, Filippo, Luisa
e Angiola Teresa. Il Solla, com= si vede, non tenne conto delle femmine
(Comunicazione di F. NicoLINI)]. Erano ridotti a cinque nel 1729, com’ è
attestato da un luogo delle Vindiciae: CROCE nelle note all'Autobd., p. 123. 6
B. Croc£, Bibliografia vichiana, Napoli, 1904,45-06. eloquenza » 1; cioè, come
si vedrà, Gennaro: e l’altro, ce lo dice il Villarosa =, Filippo, morì
impiegato nella Regia Dogana di Napoli 3. Di un figliuolo, il cui nome non gli
piacque di ricordare, il Villarosa stesso 4, che ebbe modo d’esserne informato,
ci fa sapere che amareggiò assai il padre per la sua cattiva indole. Cresciuto
questi in età, lungi di dar opera agli studi ed alle oneste discipline, diessi
interamente in preda ad una vita molle ed oziosa, ed in processo di tempo a’
vizi di ogni maniera, in guisa che il disonore divenne dell’ intera famiglia ».
Riuscite vane le ammonizioni e le minacce del padre e di autorevoli amici, il
povero V. fu, suo malgrado, costretto a ricorrere alla giustizia per farlo
imprigionare. Ma nel momento che ciò si eseguiva, avvedendosi che i birri già
montavan le scale della casa di lui, e l'oggetto sapendone, trasportato dal
paterno amore, corse dal disgraziato figlio, e tremando gli disse: Figlio,
salvati. Ma un tal passo di paterna tenerezza non impedì, che la giustizia
avesse il corso dovuto, poiché il figlio condotto venne in prigione, ove dimorò
lunga pezza, finché non diede chiari segni di esser veramente ne’ costumi
mutato » 5. Fu costui Filippo o Ignazio ? I Vita di G. B. V., nel Giornale
arcadico del 1830, t. XLVIII, 97-8. % Opuscoli, I, 228. 3 [Chi, di sicuro, morì
impiegato nella Dogana napoletana fu, veramente, Ignazio. Ma potrebbe anche
darsi che Filippo, dopo il 1744, avesse un posto simile a quello del suo
maggior fratello (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 4 Opuscoli, I, 161-2; cfr.
ora Opere, V, 79. 5 [Il racconto del Villarosa, che non è al certo inverisimile
e sarà magari vero, non ha trovato alcuna conferma nei documenti contemporanei
venuti finora alla luce. I quali, per altro, dicono che l’ 8 febbraio 1730
Ignazio V. sposò la ventenne Caterina Tomaselli senza che i genitori di lui, a
differenza che per gli altri loro figliuoli, intervenissero al matrimonio (da
che parrebbe che non lo volessero); e che al matrimonio stesso fu fatto inutile
impedimento canonico da una Grazia Maddalena Pascale, con la quale sembra che
Ignazio avesse una relazione intima (Comunicazione di F. NicoLINI)]. 194 STUDI
VICHIANI Un documento rintracciato tra le carte vichiane, conservate tuttavia
dagli eredi del marchese Villarosa 1, mi fa propendere a vedere piuttosto
l’ultimo dei due ora nominati nello sciagurato figlio, che addolorò tanto
l’animo paterno. È una Breve nota di ragioni per D. Giov. Battista di V. contro
la magnifica Caterina Tomaselli, in una causa che fu trattata, non è detto
quando, ma certo negli anni più tardi della vita del V. ?, innanzi al Sacro
Real Consiglio. Era morto Ignazio V., lasciando una figlia, a nome Candida; e
la vedova, Caterina Tomaselli, sosteneva che spettasse a lei l'educazione della
bambina, e dovesse esserne escluso l’avo paterno, richiamandosi a decisioni
analoghe del magistrato 3. L’avvocato del V. risponde non essere applicabili
tali decisioni al caso presente; perché, in una di esse, s'era considerato che
il padre della pupilla era emancipato, e quindi poteva far testamento e
lasciare per tutrice la madre; e s'era anche avuto riguardo al fatto che la
madre era persona prudente ed onestissima, mentre l’avo paterno odiava la
pupilla. Di un’altra decisione la ragione era stata che I Rendo qui le più vive
grazie ai signori ing. Tommaso e Vincenzo De Rosa dei marchesi di Villarosa, i
quali hanno gentilmente messe a mia disposizione le preziose carte vichiane,
che già furono del loro bisavolo C. A. De Rosa marchese di Villarosa,
benemerito editore degli Opuscoli di V.. Un catalogo di queste carte pubblicò
poi il NICOLINI in B. CROocE, Secondo supplemento,35-43. 2 [Infatti la causa
ebbe inizio negli ultimi giorni del luglio 1737 (Comunicazione di F.
NICOLINI)]. 3 (Ignazio, che con la moglie e la figliuola Candida (nata il 5
aprile 1731) conviveva col padre, morì il 10 maggio 1737, lasciando, in un
testamento commoventissimo, la tutela della figlia, coniunctim et non divisim,
al V. e alla Tomaselli, alla quale impose di continuare a vivere coi suoceri e
di prestar loro obbedienza e rispetto. Ma, appena un paio di mesi dopo (26
luglio 1737), il filosofo fu costretto a cacciar di casa la nuora. Da che la
lite, terminata o sospesa in un primo momento col trionfo del V. che riuscì,
fino alla sua morte, a tener con sé la nipote; la quale, peraltro, nel giugno
1744, mercé nuovo intervento della giustizia, fu dalla nonna consegnata alla
madre (Comunicazione di F. NICOLINI)]. VI. l’avo era un dissipatore. Di una
terza, che l’avo non era persona di buona fama e condizione. Nella specie della
presente causa, concorre tutto l'opposto; poiché D. Gio. Battista di V., avo
paterno, è persona di somma prudenza, virtù et integrità, come a tutti è noto;
ed all’ incontro detta Caterina Tomaselli persona stravagante ed imprudente e
di non retti costumi, come ben consta. Onde per ogni ragione e giustizia la
tutela ed educazione di detta pupilla deve deferirsi al predetto D. Gio.
Battista di V. avo paterno. Anco perché detto Ignazio di V., padre di detta
pupilla, era figlio di famiglia, e come tale, oltre non poter fare testamento,
ma nemmeno lasciare tutore alla sua figlia.... Detto D. Gio. Battista deve a
sue proprie spese mantenere et alimentare detta pupilla per la tenuità del
peculio di suo padre, che, come profettizio, sarebbe d’esso Gio. Battista. Se
il figlio innominato, di cui parla il Villarosa, non fosse quest’ Ignazio,
bisognerebbe dire che non uno, ma due figli fossero stati il tormento di
Giambattista V. *. Egli amava 1 suol con eccesso di tenerezza; contento
piuttosto di una rispettosa amicizia, che d’un servile Nella commedia in
quattro atti di GruLio GENOINO, Giovan Battista V., Napoli, Stamp. della
Società Filematica, 1824, il figliuolo cattivo sarebbe Filippo. Se non che il
Genoino cita tutte le sue fonti (gli Opuscoli di V. a cura del Villarosa); né
accenna a tradizioni orali. Questa del Genoino dovette essere la commedia dal
titolo G. B. Vizo, che il Programina giornaliero degli spettacoli di Napoli
annunziò per la sera del 7 settembre 1850 e poi per quella del 26 ottobre 1854
al Teatro dei Fiorentini, senza indicare il nome dell'autore. C’ è bensì
nell’elenco dei personaggi un Don Vincenzo » che non compare nella commedia del
Genoino. Ma può trattarsi d’una leggera modifica della scena 38, atto IV del
Genoino, dov’ è descritto l’ incontro di Don Vincenzo Milesio, suocero di
Filippo V., con costui e col padre suo Giambattista. Nessuna delle raccolte
delle commedie del bar. Gio. Carlo Cosenza conservate nelle Biblioteche di
Napoli, compresa la Lucchesi-Palli, ne contiene una su G. B. V.; e sospetto che
la citazione trovatane dal CrocE, Supplem., p. 7, possa esser nata da uno
scambio col Genoino. Un dramma Giambattista V. pubblicò nel 1845 DomENIco
BureFA (Torino, presso Carlo Schiepati): e anche qui, come ricavo da una
recensione di un tal Pier MURANI (Giornale Euganeo, a. III, quad. 5, maggio
1864, Padova), comunicatami da B. CROCE, ci sono pure alcune scene in cui
l’autore ci mostra V. in 196 STUDI VICHIANI timore » 1. La moglie Caterina
Destito 2, analfabeta e meno che mediocre massaia, costrinse lui a pensare a
provvedere non solo a’ vestimen*i, ma di quanto altro i piccoli suoi figliuoli
avean di bisogno » 3. Attese alla loro educazione ed istruzione da se medesimo;
ed è bello pensare che, tra un pensiero e un altro della sua alta speculazione,
egli rivolgesse l’animo a coltivare l’ intelligenza delle sue figliuole
predilette: Luisa e Angiola. Furono la sua più cara consolazione. Al p.
Benedetto Laudati, cassinese, quello stesso che, nel gennaio 1716, diede per la
censura ecclesiastica il parere sulla Vita di Antonio Carafa, trovando un
giorno il filosofo a scherzare tra le figliuole, spianata la fronte e un
sorriso spensierato su quella faccia per solito meditabonda, tornarono sulle
labbra quei versi del Tasso: Mirasi qui fra le meonie ancelle Favoleggiar con
la conocchia Alcide. E V. ne rise. La Luisa era il suo orgoglio. Dotata di raro
ingegno, aveva largamente corrisposto alle cure paterne, ed era capace di
scrivere de’ versi non inferiori famiglia, amato e venerato da pochi buoni e
dai figli suoi, tranne da un Filippo, giovane sventato più che malvagio, il
quale lo amareggia con gherminelle insolenti e poco drammatiche ». Il Buffa
probabilmente avrà avuto la prima idea del suo dramma dal Genoino. 1 SOLLA,
Vita, p. 97. 2 Figlia di uno scrivano fiscale di Vicaria; nata il 26 novembre
1678: VILLAROSA, Opuscoli, I, 208. Sopravvisse di quindici anni al marito,
risultando dal necrologio della chiesa dei Padri dell’ Oratorio, detta dei
Gerolamini, che fu ivi sepolta il 3 giugno 1759. Cfr. G. TaGLIALATELA,
Commemorazione di A. Galasso, p. 26, in Atti dell’Acc. Pontaniana, vol. XXII. 3
[Così il Villarosa. E la cosa potrà anche esser vera. I documenti
contemporanei, per altro, dicon soltanto che V. aveva conosciuta la Caterina da
bimbetta (eran vicini di casa), che la sposò per amore, e che ancora dopo
trent'anni di matrimonio parlava di lei con grande affetto e riconoscenza.
S’aggiunga inoltre che la Destito era non figlia, ma sorella di Pietro,
scrivano fiscale di Vicaria (Comunicazione del NICOLINI)]. a quelli che
scrivevano tutte le persone colte, i dotti, come allora si diceva, della
società in cui V. sl aggirava. I versi di lei, il suo canto dovevano scendere
al cuore del padre, che tante amarezze ebbe nella sua vita affaticata. Perché
aveva quell’ornamento in casa 1, egli che ebbe sempre abitazioni così modeste,
poteva accogliere presso di sé uomini insigni e gentildonne dell’alta società
napoletana; e certo doveva condurla seco negli intellettuali ritrovi presso le
nobili dame da lui frequentate con Paolo Doria e gli altri letterati del tempo:
fino al 1727 ordinariamente presso Angiola Cimini, marchesa della Petrella. Oh
il rimpianto pel salotto di questa marchesa, quando, quell’anno, donna Angiola
morì! Chi non conosce l'elogio magnifico che V. ne scrisse e premise a una
raccolta di scritti di tutti i frequentatori di quel salotto, da lui curata ed
ornata del ritratto della marchesa e di molti finissimi fregi? La raccolta, che
allora fece molto rumore in Napoli, e tanto se ne parlò che una mala lingua ne
fece una satira ?. In quell’ Orazione, V., celebrando la grazia di questa
novella Aspasia, anche lei poetessa e curiosa di sapere e di entrare in
questioni filosofiche, ricorda: Ippolita Cantelmi-Stuarta, principessa della
Roccella, donna che con la maestà che le corona la fronte, coll'augusto aspetto
e colle sovrane maniere, congiunte alla singolare altezza I [La Luisa, per
altro, cessò di convivere col padre fin dal settembre 1717, tempo in cui sposò
un Antonio Servillo, e prese a dimorare col marito presso la chiesa della
Pietrasanta (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 2 FRANcEscO VESPOLI, il cui nome
s'incontra non di rado nelle raccolte poetiche di quel tempo, a proposito degli
Ultimi onori di letterati amici in morte di A. Cimini (Napoli, Mosca, 1727) e
di uno speciale libro di versi pubblicato in quell'occasione stessa da Gherardo
De Angelis, scrisse una satira in ternari, non priva di spirito, tuttora
inedita, che pubblico in appendice (v.343-53) come documento della società a
cui V. appartenne. dell’animo, alla grandezza de’ suoi pensieri ed allo
splendore delle sue azioni, non che tra le nazioni ingentilite, tra’ barbari
stessi dell’ Africa o della Zembla non potrebbe dissimulare e nascondere
d’essere degno generoso rampollo del ceppo reale di Scozia, per una volta sola
che nella nostra casa conobbela, ne concepì tanta ammirazione ed amore! ...». E
chi sa quante altre delle gentildonne celebrate dai versi del V., oltre la
Cantelmi (che era, s'è veduto, sua comare), frequentavano la sua casa!
Letterati, scolari del V., come il De Angelis 2, professori, frati,
predicatori, tutto il circolo degli amici ed ammiratori di lui, doveva spesso
adunarsi nella modesta dimora del Largo dei Gerolamini al n. 12 (dove V. abitò
dal 1704 al ’18), o, più tardi, in quella nel V. delle Grotte della Marra, e
poi nel V. delle Zite, e dal 1741 a San Giovanni a Carbonara, e per ultimo ai
Giardini dei Santi Apostoli 3. V’intervenne per qualche tempo anche Pietro
Metastasio, giovanissimo, che improvvisava 4. Si leggevano versi: e Luisa 5
leggeva +rr__rm I Opere, ed. Ferrari, VI, 265. 2 Su Gherardo De Angelis o degli
Angioli v. ora lo scritto di ENRICO PERITO, G. D. A., in Scritti di storia, di
filologia e d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908,249-54,
nonché LuIci PAPA, G. D. A., Verona, 1914. 3 Vedi l’art. del MANDARINI, //
centenario di V., ne La Carità, riv. relig. scientif. letter., a. III, quad.
VI, 1868; la nota del CORRERA, in Arch. stor. nap., IV (1879), 407-8; e ora F.
NICOLINI, Per la biografia cit., punt. I,181. 4 F. NUNZIANTE, Metastasio a
Napoli, nella Nuova Antologia del 15 agosto 1895, p. 722, e A. SALZA, in Giorn.
stor. letter. ital., LX, p. 206, n. 2. Nella Vita del signor abate Pietro
Metastasio poeta cesareo, aggiuntevî le massime e sentenze estratte dalle sue
opere, Roma, 1786, a spesa di Gioacchino Puccinelli, p. 98, si asserisce che la
canzonetta Grazie agl’ inganni tuoi fu scritta dal Metastasio in Napoli nella
sua verde età per la figlia del celebre letterato G. B. V. », col quale spesso
trattava, onde non seppe difendersi di non esser preso da’ vezzi di lei». Ma
questo vago accenno, avverte un accuratissimo studioso della biografia del M.
(SALZA, l. c.), non è confermato. D'altronde, come s’ è detto, Luisa era
maritata fin dal 1717. 5 Il Villarosa diceva di avere presso di sé molte poesie
mss. di VI. IL FIGLIO DI G. B. V. I99 i suoi. Spesso anche cantava. Ecco come
ce la presenta uno dei frequentatori di quel circolo nel 1727: Il mover dolce
di costei mi suole Fermar i sensi, e gli occhi, e lo ’ntelletto Al vago riso
intenti, e al vestir schietto, E più alle saggie oneste alme parole ! Ma,
quando scioglier l’angelico vuole Suo canto dal gentil candido petto, Lo mio
spirto volar sovra è costretto A’ giri eterni, oltra le vie del sole, Sciolto
nuotando in que’ diletti immensi; Tal che il ritorno obblia, né sa l’ incanto,
Se alcun poi nol richiama, e riconsiglia. E ben mi spiace il farmi desto
intanto, Dicendo all’alma: Or dove star mai pensi ? Tu ascolti del tuo gran
Mastro la figlia!. In un altro sonetto, lo stesso poeta si rivolge a Luisa: O
figliuola di Lui, che °l tutto intese, e le augura serenità di spirito e animo
di attendere alla poesia: Né amare indegne di Fortuna offese, Né d’aspri mali
tempestoso verno Turbin mai lo bel tuo lucido interno Spirto, che a saper nuovo
il cammin prese. Che se in te vedi, hai potestate accolta Di spezzar l’armi a’
minaccevoli astri, Luisa, trovate tra le carte del padre, oltre quelle che sono
sparse per le tante raccolte stampate del tempo: Opuscoli, I, 228. 1 Rime
scelte di GHER. DE ANGELIS, Firenze, MDCCXXX (con pref. di G. B. V.), p. 185.
Ma il 3° libro di queste Rime, a cui questo e l’altro sonetto, che sarà citato,
appartengono, era stato stampato integralmente la prima volta nel 1727. Ad aprir
siegui or tua limpida e colta Vena, che sazia i più superbi mastri: O forte e
saggia, quanto adorna e bella !. Ma erano augurii meramente rettorici. Luisa
ebbe marito; e certamente a lei Giambattista V. diede i mille ducati,
guadagnati con la Vita di A. Carafa, che gli servirono, come raccontava
Gherardo De Angelis, per mandare a marito una sua figliuola » =. Ed ebbe figli,
o almeno una figlia, che, nella qualesima del 1729, era gravemente ammalata, e
si temeva che morisse. E se Luisa era la figlia prediletta, s'immagini il
dolore dell’avo. In quella quaresima, venne a predicare in Duomo il p.
Michelangelo da Reggio, cappuccino eloquentissimo; e contrasse amicizia con
parecchi uomini di lettere e col V., che lo ascoltarono con ammirazione.
Frequentò anche lui la casa del filosofo, allora centro di una vera e propria
scuola letteraria, non ancora ben nota, e degna di essere studiata 3; e
confortò la giovane madre palpitante per la salute della figliuola. Di che V.
credé quasi di aversi a sdebitare, promovendo una raccolta in lode del
cappuccino, pubblicata infatti quell’anno stesso con una dedica del V., che
divotamente consacra un rinfuso vago fascetto di fiori colti in Parnaso », cioè
di componimenti poetici scritti in onore di p. Michelangelo da alquanti gentili
spiriti » 4. I Rime scelte, p. 1Io. ® VILLAROSA, Opuscoli, I, 225. 3 Da vedere
per ora A. Fusco, Nella Colonia Sebezia, Benevento, tip. Forche Caudine, 1901,
e M. Bruno, G. B. V. poeta, saggio critico con un'appendice di sonetti inediti
e rari, Catanzaro, tip. G. Caliò, 1910. 4 Componimenti in lode del P.
Michelangelo da Reggio di Lombardia cappuccino predicatore nel duomo di Napoli
nella quaresima dell’anno MDCCXXIX. Napoli, Mosca, s. a. La dedica del V. è
ristampata dal ViLLaROosA, Opuscoli, II, 284-5. Ma non è riprodotta né dal
Ferrari, né dagli altri editori posteriori. Ora è ristampata dal NICOLINI, Sec.
supplem.,74-5. IL FIGLIO DI G. B. V. 20I Vi sono distici latini e sonetti
italiani di parecchi letterati del solito circolo vichiano; uno, che giova
rilevare, di Gaetano Maria Brancone 1, personaggio di grand'’affare, che presto
incontreremo in un momento importante della biografia ael V.. Ve ne sono,
naturalmente, anche di questo ?. Dopo un sonetto di una giovane donna, il cui
nome ri- corre sovente anch'esso nelle raccolte contemporanee, e che era amica
a Luisa V., e cultrice di studi filosofici 3, oltre che di poesia, Giuseppa
Lionora Barbapiccola, ce n'è uno della nostra Luisa, che ha un accento
personale e I Ap. 13. * Ve ne sono due, ristampati dal ViLLarosa, Opusc., III,
11-12. Ma il primo di essi, che nell’ediz. Villarosa comincia: Alma mia, che
perdesti il bel candore, nella raccolta del ’29 cominciava: Alma mia tutta al
di fuore. E non saprei dire di chi sia la correzione. Noto anche che il 3° dei
sonetti, che, nell’ediz. del Ferrari (VI, 416) e nelle successive (ed.
Pomodoro, p. 318), è dato come in lode di p. Mich. da Reggio, non si trova in
cotesta raccolta del 1729; e nella racc. del Villarosa (p. 53) reca per titolo
solo: In lode di un Sacro Oratore. Comincia: Ammirdro già un tempo Atene e
Roma. Il Villarosa lo trasse dall'autografo: v. NICOLINI, Sec. supplem., p. 52.
3 In un sonetto dello stesso lib. III delle Rime (1727), il DE ANGELIS,
rivolgendosi alla Barbapiccola, dice: Questa è colei, che aggiunse altro
splendore Al gran RENATO, del ver tanto amico; E "1 monte aspro di gloria,
ov’ i0 m’ implico, Vinse, pascendo d’onestate il core. Vieni a mirarla, o tu
Francia superba, Che sì le tue donne al cielo înnalzi e canti; Qui scrive ancora
in sua stagione acerba. Più d’essa non la greca Aspasia vanti Ciascuna età, che
le più degne serba ... La Barbapiccola, ricorda uno scrittore napoletano, per
saggio di aver coltivate le moderne dottrine, produsse in italiano una versione
della filosofia di Cartesio » (NAPOLI-SIGNORELLI, Vicende della coltura, vol.
V. Napoli, 1786, p. 497). Vedi infatti I principii della filosofia di Renato
Des-cartes, tradotti dal francese, col confronto del latino in cui l’Autore gli
scrisse, da GIUSEPPA-ELEONORA BARBAPICCOLA tra gli arcadi MiRISTA, Torino,
Mairesse, 1722. Un vol. in 4° di40 + 350 + 18 con figure intercalate. Vedi pure
F. AMoDEO, Dai fratelli Di Martino a Vito Caravelli, negli Atti dell’Accad.
Pontan., XXXII, 1902, p. 15 N, e CRocg, Suppl. alla Bibl. vich., Napoli o 900
T, ci) 0 “x f dA % a 07, N 7 o U td \\ et | NA S UN II NN si O LÒ Wa: 5 LA ND é
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Ma) Pim < SEEN A tata y KEÉ N Nt Sap to tnt POL IL FIGLIO DI V. Due anni
appresso, in una raccolta nuziale, che reca anche un sonetto di Pietro
Metastasio (Vanne, sposa leggiadra, ove sospira), Luisa rispose con un sonetto
a rime obbligate all’amica Barbapiccola, che le diceva: O tu, che forte
incontro a rei martiri Donna saggia ne vai, lucido esempio Di quel valor che
signoreggia l’empio Fato, e in alto ten posi, e al vero aspiri; Vieni, e tu
aita i giusti miei desiri De la gran coppia a dir ciò, ch’ io contempio ecc. E
Luisa di rimando: Poic’ ho sì l’alma carca di martiri Fatta degl’ infelici un
raro esempio, A cui turba e confonde il rio Fat'empio Ogni voglia leggiadra,
ov’ella aspiri, Com’ornar posso i tuoi giusti desiri Per l’alta coppia, in cui
miro e contempio Mille belle speranze entro il gran tempio Che virtù alzossi in
su gli eterni giri ? Lionora, tu colla tua fronte lieta Chiama Imeneo, a cui,
madre d’eroi, Partenope gentil applaude e gode. E tessi al chiaro innesto or
degna lode Fra dotti cigni co’ be’ carmi tuoi, Ch’ io non oso toccar tant’alta
meta !. Meno male che donna Luisa, in fine, aveva questa distrazione della
letteratura !?. I Vari componimenti per le felicissime nozze degli
eccellentissimi signori D. Tomaso Caracciolo marchese di Casalbore, principe di
Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de' duchi d’ Erce raccolti da PARRINO, e
dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce [...], in Firenze.
Il son. del Metastasio è a p. 64. Ve n’ è uno di Francesco Vespoli (p. 37), e
uno (a p. 25) di G. B. V., che non è stato mai ristampato: Benché io mi veggia
da quel fato oppresso. Credo opportuno ristamparlo in appendice. [Poi fu
ristampato anche dal NICOLINI, 0. C., p. 57]. 2 Un altro sonetto di Luisa V. fu
ristampato da G. FERRARI, nelle Opere, IV, 419. Comincia: Poiché della mortal
terrestre spoglia, ed . PRIMI ANNI DI GENNARO V. CORSINI E LA PRIMA SCIENZA
NUOVA Ma tra tutti i figli, quello che a lungo sopravvisse al padre, attese, e
seriamente, agli studi stessi di lui, continuò il suo insegnamento
universitario e quasi la tradizione domestica; quello che confortò del suo
affetto filiale gli estremi anni infelici del vecchio filosofo, e ne proseguì
poi con pietoso culto la memoria; quel figlio del V., insomma, che tutti gli
studiosi conobbero, in Napoli, durante tutto il sec. XVIII, e al quale fecero
spesso capo per notizie sul padre, è Gennaro, nato nel dicembre 1715. E di lui
ho creduto opportuno raccogliere le notizie che ci rimangono, perché ne può
derivar qualche luce sulla stessa biografia di Giambattista e sulla sua fama
postuma. E già il grande filosofo fu così tenero de’ suoi figliuoli e così poco
avventurato, che può quasi parere un debito di riconoscenza verso di lui
adunare attorno al suo nome le fronde sparte delle sue memorie domestiche. La
prima volta che vien ricordato Gennaro nella vita del padre, è nel suo
carteggio col card. Lorenzo Corsini, a proposito della prima Scienza Nuova *:
carteggio, le cui date non sono scevre di qualche incertezza. Già il Croce notò
che non si comprende come la risposta negativa del Corsini alla istanza del V.
per le spese di stampa era stato pubblicato nella Raccolta în morte di D.
Giuseppe Alliata Paruta Colonna principe di Villafranca, 1729, per cui G. B. V.
scrisse il sonetto Morte, o d’ invidia vil ministra e fera. I Un accenno
veramente a questo figliuolo aveva già fatto V. stesso nel De const.
iurisprud., II, c, XII, $ 12, in Opere2, ed. Ferrari, III, 270; ed è stato
rilevato da ANTONIO SARNO (Origini dell’ incivilimento, Napoli, 1926). della
prima Scienza Nuova sia, com’è data dal Villarosa 1, del luglio 1726, quando la
prima Scienza Nuova era stata già pubblicata nell’ottobre 1725 ?. La stessa
avvertenza doveva aver fatta il Ferrari, che corresse senz'altro la data di
quella lettera in 20 luglio 1725 3. Correzione, secondo me, indispensabile (ed
è confermata da quanto dirò in seguito). E, se si accetta questa correzione, si
rifletta un po’ alla conseguenza che ne deriva, e che non è priva d'interesse.
Nella sua Vita, Giambattista V., dopo avere accennato alla primitiva redazione
dell’opera sua (che avrebbe occupato due giusti volumi in-4°»), della quale ci
rimane solo il disegno esposto dall’autore, nella lettera del 19 novembre 1724,
a mons. Filippo M. Monti 4, continua dicendo: Già l’opera era stata riveduta
dal signor don Giulio Torno, dottissimo teologo della chiesa napoletana, quando
esso [V.], riflettendo che tal maniera negativa di dimostrare [seguìta nella
primitiva redazione], quanto fa di strepito nella fantasia, tanto è insuave all’intendimento,
poiché con essa nulla più si spiega la mente umana; ed altronde per un colpo di
avversa fortuna, essendo stato messo in una necessità di non poterla dare alle
stampe, e perché pur troppo obbligato dal proprio punto di darla fuori, r itrovandosi
aver promesso di pubblicarla, restrinse tutto il suo spirito in un’aspra
meditazione per ritro I Opuscoli, II, 254. Ho riscontrato l’autografo servito
alla stampa del Villarosa, ed esso concorda, per la data, con la stampa. È,
tranne la firma, di mano del segretario del Corsini. * Bibliogr. cit., p. 97,
n. 2. 3 Cfr. anche la ristampa delle Opere, Napoli, Jovene, 1840, IV, 134, e
quella Pomodoro, 1860, VI, 80. w 4 CROCE, Bibliografia vichiana,96-7; e ora
Carteggio, in Opere, s 167. 14 varne un metodo positivo, e sì più stretto, e
quindi più ancora efficacep»!; che fu il metodo della edizione uscita in luce
precisamente nel novembre 1725. Il colpo di avversa tortuna, non c'è dubbio, è
la delusione inflittagli dal Corsini, a cui la promessa, qui accennata, di
pubblicare l’opera, doveva essere stata fatta con lettera del maggio 1725; la
lettera, con la quale V. aveva dovuto accompagnare al cardinale l’invio della
sua dedicatoria, che ha per l’appunto la data dell’8 maggio 1725. Si ricordi
infatti la celebre postilla fatta dal povero V. alla sconfortante risposta del
Corsini 2; Lettera di S. E. Corsini, che non ha facultà di somministrare la
spesa della stampa dell’opera precedente alla Scienza Nuova [cioè, della
redazione primitiva 3], onde fui messo in necessità di pensar a questa della
mia povertà, che restrinse il mio spirito [dopo la risposta del cardinale, cioè
dopo il luglio] a stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che avea,
ove era un diamante di cinque grani di purissima acqua, col cui prezzo potei
pagarne la stampa e la legatura degli esemplari del libro, il quale, perché me
’1 trovava promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor Cardinale » 4. Si
badi: il parere del revisore ecclesiastico don Giulio Torno, che è in fondo al
libricciuolo, con la data del 15 luglio 1725, non può essere se non lo stesso
parere ricordato dal V. nella sua Vita come già scritto dal Torno per la prima
redazione. È vero che vi si dice il libro mole exiguum; ciò che non si sarebbe
potuto dire della prima forma; ma questa dev'essere stata una mutazione forse
la sola, introdotta nella stampa del parere, I Opere, V, 48. 2 Postilla che ho
riletta sull’autografo, in un margine esterno. 3 Lo ha notato anche il CROCE,
op. e loc. cit. 4 Stamp. la prima volta dal ViLLarosa, Opuscoli, II, 255 n.;
ora in Opere, V, 77. perché richiesta dalla mutata mole del libro, rimasto
d’altronde sostanzialmente il medesimo, e non sottoposto quindi a una nuova
revisione ecclesiastica. Il parere, invece, del censore civile, Giovanni
Chiajese, è scritto dietro ordine del 3 ottobre, e seguito dall’approvazione
per l’imprimatur del 12 ottobre. Sicché devesi riferire alla redazione
pubblicata e già allora certamente tutta stampata, poiché il 18 novembre
successivo ! l’autore poté mandare un certo numero di esemplari del libro,
belli e legati, a Roma 2. E uno di essi andò, naturalmente, al Corsini 3. Al
quale V., scrivendo due giorni dopo, era costretto a spiegare anche perché
l’opera, per metodo e per estensione, non fosse più quella che gli aveva propriamente
offerta nel maggio innanzi. Non si rileggono senza pietà queste parole:
Riflettendo io al mio sommo onore, che Vostra Eminenza mi aveva già compartito
per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuta nella vostra alta protezione
l’opera da me scritta in due libri, nella quale per via di dubbi e desiderii,
maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana, si andavano
ritrovando i principii dell'umanità delle nazioni, e quindi quei del diritto
natural delle genti, 1a qual opera già era alla mano I Cfr. le importanti
lettere del V. all’ Esperti e al Corsini del 18 e 20 novembre 1725, pubblicate
dal CROCE, Bibliogr.,98-100; e ora Opere, V, 172, 173. Anche la lettera
precedente a Celestino Galiani è del 18 novembre (non ottobre: l’autografo, ora
posseduto dal Croce, potrebbe leggersi in un modo e nell’altro). ® [Anzi, fin
dal 25 ottobre 1725, dopo averne già donati alcuni esemplari ad amici e
conoscenti napoletani, V. ne inviava ad Arienzo un altro a suo p. Giacchi; e
fin dal 3 novembre una cassetta con altri esemplari partiva da Napoli per
Livorno, diretta al letterato ebreo Giuseppe Athias (Comunicazione di F.
NICOLINI)]. 3 [Era magnificamente rilegato in marocchino e oro: rilegatura che
costò, certamente, al povero V. un’altra cavata di sangue. Ma il Corsini, senza
neppur leggerlo, lo die’ prima a esaminare, e poi lo donò (decembre 1725) al
marchese Alessandro Gregorio Capponi, che, alla sua morte (1746), lo lasciò,
con la restante sua biblioteca, alla Vaticana, ove tuttora si serba (Comunicazione
di F. NICOLINI)]. per istamparsi; e considerando altresì la mia avanzata e
cagionevole età; mi determinai finalmente affatto abbandonar quella, e
consacrare a Vostra Eminenza quest'opera, più picciola in vero, ma, se non vado
errato, di gran lunga più efficace della prima » !. Questa seconda opera,
dunque, nei mesi che corsero dal luglio al settembre dello stesso anno 1725,
ossia non più che in due mesi, obbligò V., impegnato ormai alla pubblicazione
nonché alla dedica già annunziate al cardinale, diventatone poi immeritevole, a
restringere, com'egli ci racconta, tutto il suo spirito in un’aspra
meditazione, per ritrovare il metodo positivo e più stretto ». Soprattutto più
stretto, povero V.!uSì fatta opera », scrive egli al Corsini, nella stessa lettera
del 30 novembre, aveva io destinato dare alla luce qualche anno dopo, come per
soluzione della prima, quasi d’un problema innanzi proposto ». Non solo però
dare alla luce, ma scrivere anche: benché l'animo gentile vieti al V. di far
intendere al cardinale la pena che questi gli ha cagionata. Il lavoro
vagheggiato quale riposato lavoro di qualche anno, come avrà affaticato, in
quei due mesi, il grande spirito! Aspra meditazione la disse egli stesso; e la
brevità del tempo e il tormento della promessa fatta a un principe di Santa
Chiesa, non devono pure tenersi in conto, per intendere le ragioni
dell’oscurità maggiore della prima Scienza Nuova, e del bisogno che V. sentì di
mutare e rimutare le espressioni di essa, e con le postille sui margini di
tanti esemplari donati agli amici 2, e con l'edizione del 1730, nonché poscia,
del rifacimento radicale della edizione del ’44 ? CROCE, Bibliogr., 99; V.,
Opere, V., 173. 2 Vedi, per gli esemplari postillati, CROCE, Bibliogr.,25-6.
Altre difficoltà cronologiche sorgono dalla lettura della seguente bozza d’una
lettera del V. al Corsini, di cui ho trovato l’autografo inedito tra le solite
carte del Villarosa !: Con l’umiliazione più ossequiosa m'inchino a professar a
Vostra Eminenza gl’ infiniti obblighi per l’altezza dell’animo, onde ha Ella
degnato con sensi sì generosi, e proprj della Vostra Grandezza di gradire una
mia umile, e riverente offerta, che io non avendo l’ardire da me stesso,
m’avvanzai d’umiliargliela per mezzo del sig. D. Francesco Buoncuore?. Talché
benedico tutte le mie lunghe e penose fatighe che per lo spazio di tanti anni
ho speso nella meditazione di questa mia Opera che sta per uscire alla luce, ed
in mezzo le avversità della mia Fortuna abbia menato tant’oltre la Vita che
portassi a compimento questo lavoro, che mi ha prodotto il merito, 0 per meglio
dire la buona ventura di compiacersene un principe di S. Chiesa di tanta
Sapienza, e grandezza, di quanta la Fama da per tutto con immortali laudi la
celebra. Onde per non perdere una tanto per me onorevole occasione, con
l’istessa umiltà di spirito mi fo ardito di dare a V.ra Em.za una piena
testimonianza dell’animo mio grato e riverente, di annunciarle propizio questo
giorno tanto nella Chiesa segnalato, e memorabile.... Di questa bozza tutta la
parte che non è in carattere spaziato si ritrova nella lettera pubblicata dal
Villarosa, Ora è stampata nel Carteggio a cura di B. CROCE, Opere, V,168-9,
lett. n. XXVII. ® Per Francesco Buonocore (o Boncore), Philippi V Hispaniarum
regis medico clinico, Caroli Borbonii regis utriusque Siciliae archiatro et in
Regno Neapolitano medicamentariis universis praefecto », V. scrisse, nel 1738,
un’ iscrizione pubblicata dal FERRARI (Operez, VI, 309). V. nel 1721 lo aveva
pur ricordato nella Giunone in danza: Opere, V, p. 288. Questa notizia della
parte avuta anche dal Buonocore nella offerta del V. al Corsini è nuova. Sullo
stesso Buonocore v. SCHIPA, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone,
Napoli, Pierro, 1904, 72, 94. 260, 268, 545. 778, 779. con la data del 15
dicembre 1725 *. E l’autografo corrispondente reca infatti questa data. Ora si
può domandare: come mai nella prima bozza di questa lettera del 15 dicembre, V.
poteva dire della Scienza Nuova sta per uscire alla luce », se da un mese egli
ne aveva mandato al Corsini, come s'è visto, alcuni esemplari, e se fin dall’ 8
dicembre ? il cardinale lo aveva ringraziato del dono ricevuto ? Inoltre: che
cosa offrì V. per mezzo del protomedico Buonocore ? Non certo l’opera stampata,
che V. fece consegnare al Corsini nel novembre, per mano del signor abate
Giuseppe Luigi Esperti»3. La dedica? Ma, nella stessa lettera del novembre al
Corsini, V. ricorda il sommo onore, che Sua Eminenza gli aveva già compartito
per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuto nella sua alta protezione
l’opera » nella primitiva redazione 4. Infine: in un'altra bozza di lettera
(che trovasi nella stessa pagina della precedente, e, a riscontro di essa, reca
il testo originale, pure autografo e senza data, della lettera del V. al Corsini,
stampata dal Villarosa 5 con la data del 26 dicembre 1725), è detto, che
l’onore, onde il cardinale l’aveva colmato, compiacendosi di gradire l'umile ed
ossequioso disiderio, di consegnare sotto l'alto e potente patrocinio del
Cardinale un debol parto del suo scarso ingegno, che era per uscire alla luce,
gli dava ora lo spirito di non perdere una tanto per lui onorevole occasione,
di dare a S. E. una piena testimonianza del suo animo umile e riverente, di
annunciarle propizio I Opuscoli, II, 171-2 (lett. XXXVI nella racc. del CROCE).
Vedi questa lettera in VILLAROSA, II, 251-2, ristampata poi dal Ferrari e dagli
editori posteriori. 3 V. la lett. del 20 novembre 1725 al Corsini. 4 Cfr. anche
la lettera del 18 novembre 1724 allo stesso Monti, in CROCE, Bibliogr.,96-7;
ora in Opere, V, 167. 5 Opuscoli, II, 173-4. questo giorno tanto per noi
segnalato e memorabile, augurandoglielo con que’ più fervidi voti, che l’animo
mio può concepire, continuato da una lunghissima serie d’anni », ecc. Parole
che si riscontrano tutte nella stampa. Sicché, ancora il 26 dicembre 1725,
l’opera stava per uscire alla luce, e V. introduceva in questa lettera le
parole d’augurio già inserite nella bozza della prima, di dieci giorni innanzi,
e poi soppresse. Non una sola difficoltà, come si vede, sorge da questi
documenti, se non si ammette che, scrivendo a un principe della Cristiana
Repubblica », V. non abbia voluto nella data segnare questa volta l’anno ab
incarnatione, anzi che l’anno comune: trasportando così le due lettere al 1724
!. E questa soluzione vien suggerita dallo stesso stato delle due minute. V.,
dopo aver tentato, nel novembre 1724, la via di monsignor Monti (al quale tornò
nel maggio successivo), aveva indi a poco trovato più speditivo l'intervento
del medico Buonocore, per I E questa dev'essere anche la spiegazione della data
20 luglio 1726 della lett. del Corsini, di cui sopra si disse. È noto che
Innocenzo XII (Pontefice dal 1691 al 1700) tolse l’uso di far cominciare
l’anno, nelle date delle bolle, dal 25 marzo. Vedi L’art de vérifier les dates,
Paris, Desprez, 1770, p. 324. E, nei volumi della corrispondenza di monsignor
Celestino Galiani, donati da Fausto Nicolini alla Biblioteca della Società
Storica Napoletana, si hanno lettere di Alessandro Rinuccini al Galiani, del
tempo in cui questi dimorò a Roma per le trattative del concordato, con la
doppia data 1738-9 e 1739-40 (Corrispond., vol. VI, carte 119 sgg., 169 sgg.).
Ciò che prova come anche allora durasse l’uso di far cominciare l’anno ab
incarnatione, scrivendo da Roma o a Roma. [Le correzioni qui sopra proposte
alla cronologia del carteggio del V. col card. Corsini sono state accettate dal
CRrocE nella sua ed. delle lettere vichiane, salvo che per la lett. XXXVI,
pubbl. dal Villarosa e mantenuta anche dal Croce con la data del 15 dic. 1725:
per la quale il Croce osserva: Anche per questa lettera sarebbe da accettare la
data proposta dal Gentile del 1724, se essa non fosse scritta sullo stesso
foglio che contiene la lettera del Corsini dell’ 8 dicembre 1725, esprimente i
ringraziamenti per gli esemplari ricevuti della Scienza Nuova. È, dunque,
effettivamente del 15 dicembre 1725; e quanto alla sua relazione con l’altra
del dicembre 1724 (n. XXVII), è da ritenere che V., serbando tra le sue carte
l’abbozzo di una lettera officiosa non spedita, si valesse di alcune frasi di
essa l’anno dopo »: p. 341). aprire al Corsini il suo desiderio di dedicargli
l’opera, che presto avrebbe data alla luce. Ottenuto così il consenso, il 15
dicembre dello stesso anno 1724, se non prima, dové scrivere la minuta d’una
lettera di ringraziamento e d’augurii pel prossimo Natale. Ma dopo,
sembrandogli che fino al 25 avrebbe indugiata troppo questa sua azione di
grazie, la quale, nel suo pensiero, doveva amicargli ancor più l’animo del cardinale
(prima di accennargli la sua speranza del sussidio per la stampa), rimandò gli
augurii a un altro giorno, e scrisse la lettera, che spedì subito, e che è
quella a stampa con la data del 15 dicembre 1725. Ma conservò la prima minuta,
quasi per ricordarsi degli augurii che aveva poi da inviare: e, a fianco di
essa, dieci giorni dopo, scrisse infatti l’altra lettera, che spedi senza altri
mutamenti, riprendendo per gli augurii quasi i termini stessi già preparati.
Nel maggio poi, si fe’ animo, e chiese. Ma, dopo più di un mese, il Corsini, di
ritorno dalla visita allora fatta alla sua diocesi di Frascati, in cui gli
occorse di metter mano a molte esorbitanti spese », gli confidava di non aver
modo di secondare la sua istanza. E V. non rifiatò. Stampare un libro di 500
fogli, di due volumi in-4°, con lo stipendio che aveva dall’università, di 100
ducati annui! Ma era corsa la promessa a un sì gran signore: e bisognò
restringersi, e dare come i risultati dell’opera, e così stampare, dedicare e
mandare al cardinale il libro, che era costato tanto pensiero, tanta gioia e
tanta amarezza. Un raggio di speranza gli rimise in cuore la lettera con cui il
Corsini, l’ 8 dicembre :, lo ringraziò; e, protestando la propria riconoscenza,
lo esortò a ripromettersene altresì i proporzionati effetti », pur che gli
avesse indicato le convenevoli aperture d’impiegarlo in cose VILLAROSA, Opusc,
II, 251-2. Ristampata nelle edizioni posteriori. IL FIGLIO DI V. di suo
servigio ».. Che aperture ? Al povero uomo, che aveva allora 57 anni, cresceva
costumato e promettente quel suo figliuolino, Gennaro, di così diversa indole
da Ignazio. Aveva dieci anni: era il penultimo ‘dei figli, come s'è veduto. Ed
egli l’amava tanto ! È per natura », rifletteva nell’ Orazione per la Cimini,
che gli ultimi parti soglionci esser più cari per questi due occulti sensi di
umanità: tra perché essi sono li più innocenti, e per conseguenza, che ci hanno
recato maggior piacere, meno disgusti; e perché essi han bisogno di più lunga
difesa, la quale i padri credono, per la loro avanzata età, poter a quelli al
maggior uopo mancare »!. Se il cardinale procacciasse a Gennaro un benefizio
per farlo chiericare ? La lettera che gli deve avere scritta, non l’abbiamo. Ma
abbiamo la risposta del Corsini, del IQ gennaio 1726 :. Era stato pronto a
rifarsi d’animo il V., e a ritentare. E gli toccò un’altra delusione. Il
cardinale gli ridava sì buone parole, ma nessuna promessa, nessuna speranza; e
accampava di quelle difficoltà, che svelano il poco buon volere: Nel particolare
poi del far conseguire qualche benefizio a cotesto suo signor figliuolo, lo
v’incontro delle difficoltà; imperciocché, oltre all’età tenera di esso
figliuolo, che può fare non piccolo ostacolo, vi è da considerare ancora, che
si trovano in oggi nel palazzo apostolico tante persone di Regno, che non sì
tosto vaca qualche cosa, che già prima assai della vacanza sentesi la provista
». Vana fatica, dunque, battere a questa porta. E V., come soleva, scrisse
malinconicamente sul dorso del foglio del cardinale: Lettera di S. E. Corsini,
con cui dice non poter proccurarmi un beneficio da potersi ordinare 1 Opuscoli,
ed. Villarosa, I, 250-1; Opere, ed. Ferrari, VI, 258. * In VILLAROSA, II, 252 e
nelle edizioni posteriori. un mio figliuolo » *. Nel foglio stesso, dopo un
mese, lo sconsolato filosofo, il 20 febbraio 1726, trovò la forza per offrire
le sue più umili grazie, e dichiararsi convinto che il differimento
dell’effetto egli nasca dall’impossibile ». E mitigava frattanto la sua avversa
fortuna con la speranza, anzi fiducia di vivere sotto la potente protezione »
di Sua Eminenza ?. Gennaro non si chiericò più; e, quando, quattro anni dopo,
il padre ristampò, sempre a sue spese, la Scienza Nuova, la dedicò un’altra
volta al Corsini, già divenuto Clemente XII: Al quale », racconta nelle
aggiunte postume alla Vita, da Gennaro date a pubblicare certo più di mezzo
secolo dopo che papa Corsini era morto anche lui, al quale era stata la prima
[edizione] essendo cardinale, dedicata, e si dovette a Sua Santità anche questa
dedicarsi » ! 3. E il cardinal Neri Corsini, nipote a Lorenzo, gli dava, il 6
gennaio 1731, la consolazione della notizia, che questa seconda edizione aveva
incontrato nel clementissimo animo di Sua Santità tutto il gradimento ».
Nient'altro. Allora, colmato V. di tanto onore », è V. che parla, non ebbe cosa
al mondo più da sperare: onde per l'avanzata età, logora da tante fatiche,
afflitta da tante domestiche cure, e tormentata da spasimosi dolori nelle cosce
e nelle gambe, e da uno stravagante male, che gli avea divorato quasi tutto
ciò, ch'è al di dentro tra l’osso inferior della testa e ’1 palato, rinunziò
affatto agli studi ». 1 Dall’autografo. Ora in Opere, V, p. 1809 n. 2 La
lettera fu pubblicata anch'essa dal VILLAROSA, II, 172-3; ora V., Opere, V,
192. In questa lettera, è detto che il figliuolo, che si sarebbe dovuto
ordinare, era Gennaro. 3 Opere, V, 74, dov'è pure la lettera di N. Corsini.
PASSAGGIO DELLA CATTEDRA DEL V. AL FIGLIO E MORTE DEL FILOSOFO Il buon Gennaro
continuò con amore gli studi sotto la direzione paterna !, e pensò a farsi la
sua strada col lavoro. E ne aveva bisogno. Al padre, con l’età, cominciava a
pesare indicibilmente quella scuola eterna che era costretto a tenere in casa,
per ingrossare un po’ il sottile soldo universitario. Quando partirono quelle
sanguisughe degli austriaci, e venne a Napoli Carlo di Borbone, incorato forse
dal cappellano maggiore Celestino Galiani, V. si fece innanzi, chiedendo la
carica di regio istoriografo ?, nel giugno 1734. L'’infante don Carlo, si
ricordi, non era entrato in Napoli che il 10 maggio ! Le strettezze del V.
dovevano essere grandi. L’animo amico del Galiani si scorge da questa consulta,
ancora inedita, mandata al Montealegre: Illustrissimo Signore, Con
riveritissimo biglietto di V. S. Illma dei 30 del caduto mese ho ricevuto i
supremi veneratissimi comandi di S. M., che Iddio guardi, di riferire sopra un
memoriale presentato alla M. S. da Gio. Battista V., lettore di Rettorica in
questa Regia Università; in cui, dopo avere esposte le sue dotte fatiche
letterarie, I Vedi VILLAROSA, Ritratti poetici, ed. 1842,61-62. 2 La supplica
del V. è passata nella Raccolta degli autografi di scienziati ed artisti,
esposta nel Museo dell'Archivio di Stato di Napoli, insieme con la relazione
inedita del Galiani, che io pubblico. Una copia di entrambe è nel vol. XIV,
incartamento 13, delle Scritture diverse raccolte dalle Segreterie di Stato di
Acton. La supplica del V. fu pubblicata, il 19 aprile 1885, nella Napoli
letteraria, giornale della domenica, a. II, n. 16. Devo alla cortesia
dell’egregio prof. N. BARONE se ho potuto rintracciare nell'Archivio di Stato i
documenti inediti su G. B. e Gennaro V., di cui mi servo in questo lavoro.
supplica S. M. della carica di suo Istoriografo; acciocché possa coronar i suoi
studj col mandare alla posterità le gloriosissime gesta della M. S. Su di ciò
con tutto il maggiore ossequio debbo riferire a V. S. Ill.ma, esser più che
vero quanto il suddetto V. espone delle sue opere date alla luce. Egli è
certamente uno de’ primi letterati d’ Italia, e singolarissimo ornamento di
questa Regia Università, a cui colle sue dotte fatiche è stato di grand’onore.
Î: pur vero, ch'egli sia il decoro di tutt’i lettori della medesima Università,
ed insieme poverissimo, non rendendogli più la sua cattedra, dopo il lungo
corso di tanti anni che serve il pubblico, che cento ducati l’anno, oltre a
pochi altri ducati, che ricava dalle fedi, che fa per gli studenti che dagli
studi di lettere umane passano a quei delle leggi; e trovandosi carico di
famiglia, trovasi certamente in grande miseria, dalla quale recargli qualche
sollievo in questi ultimi periodi della sua vita sarebbe cosa degnissima della
somma regal clemenza e carità della M. S. Qui finora non vi è stato l’impiego
d’ Istoriografo. Ma ora che ’1 Signore Iddio ha fatto a questo Regno il tanto
desiderato beneficio di concedergli un proprio Re, che qui risegga, nella
maniera che praticasi negli altri stati ben regolati, un tal impiego vi
vorrebbe; e il detto V. certamente sarebbe abilissimo ad esercitarlo con tutto
il maggior decoro ed applauso che potesse desiderarsi 1, E sottoponendo tutto
all’alta comprensione della M. S., con tutta osservanza resto Di V. S. IllLlma
Napoli, 5 luglio 1734 Dev.mo ed obl.mo servidore C. Arcivescovo di Tessalonica
Cappellano Maggiore. I Nella minuta di questa consulta (Arch. Sta. Napoli,
Relaz. del Cappellano Magg., vol. 6°, dal giugno 1732 all'agosto 1735) sono,
dopo questo punto, cancellate le parole seguenti: Quando poi piacesse al Regal
animo di S. M. onorare e consolare un vecchio di tanto merito,
coll'appoggiargli la suddetta carica di suo Istoriografo, per assegnargli una
mercede che non fusse di peso al Regio Erario, gli si potrebbe assegnar una
pensione ecclesiastica di quella quantità che alla M. S. più piacesse, sopra
qualche Vescovato di regia prelazione allora quando ve ne sarà l’apertura ». Ma
Carlo ebbe da pensare ad altro, allora, che alla nomina del suo istoriografo.
Solo il 2 luglio dell’anno seguente, il Montealegre annunziava al Galiani che
il re si era degnato onorare G. B. V. del titolo ed impiego di suo
istoriografo. E fu notizia applauditissima » in Napoli, secondo riscriveva il
cappellano maggiore, pronto, il 17 di quello stesso mese, a sollecitare il
decreto nei termini più onorevoli per il vecchio V. 1. E il 22 luglio,
finalmente, quel ministro comunicava al filosofo la sua nomina, e l’assegno di
otros cien ducados =. Meschino soldo anche questo. Comunque, aggiunto a quello
che V. percepiva da 38 anni, lo raddoppiava.Né qui si arrestarono le premure di
Celestino Galiani. Il 26 luglio, cioè dopo quattro giorni che V. ebbe notizia
del raddoppiamento del suo soldo, fu nominata una commissione, già sollecitata
dal Galiani stesso, incaricata di proporre le riforme possibili per un migliore
assetto dell'organico dell’ Università. La commissione, a capo della quale fu
il Galiani, si riunì alla presenza del segretario di Stato, marchese di
Montealegre, e del Tanucci; e il 9 ottobre 1735 presentò la sua Relazione per
la riforma dell’ Università. In essa, la cattedra del V. non era dimenticata:
Dell’ Eloquenza latina col soldo di ducati 100. Si esercita dal dottor
Giambattista V., Istoriografo della M. V.; secondo la nuova pianta, avrà di
dote ducati 200 ». Il 2 novembre successivo, il re approvava questa parte delle
proposte; la quale era stata particolarmente raccomandata da Bernardo Tanucci,
nel suo parere sui lavori della commis I Questo doc., da una copia esistente
nella biblioteca della Società nap. di storia patria, è stato pubblicato da M.
ScHIPA, Carlo di Borbone,739-40; e dal Croce, Bibliogr., p. 85-6. è Pubblicata
la prima volta dal VILLAROSA, nelle sue aggiunte alla Vita del V., Opuscoli, I,
163: quindi ristampata in tutte le edizioni della Vita. sione del 17 ottobre *.
Il Tanucci anzi avrebbe voluto che, in riguardo della persona por el merito,
por la necesidad y honrra de istorico R.° que tiene Juan B.à de V. a lo menos
se le deviesen asignar otros cientos » ?. Non si volle confuso il valore della
cattedra con quello del cattedratico ! Ad ogni modo, erano altri 100 ducati:
non aveva mai sperato tanto V. dalla sua misera cattedra quadriennale. Ma don
Giambattista non reggeva più alla fatica dell’ insegnamento. Gennaro, non
saprei dire se dottorato in legge, frequentava la Vicaria, e cercava anche lui
di fare un po’ di quattrini, come avvocato. E il padre, che gli aveva insegnato
con tanta cura il latino, e fatto leggere gli scrittori, cominciò anche a farsi
aiutare da lui; dapprima, forse, nel solo insegnamento privato. Giacché, com’
ho accennato, V. aveva sempre tenuto in casa una scuola di eloquenza e lettere
latine 3, frequentata dai figli dei più scelti gentiluomini della Capitale ». E
uno scolaro del V. ci dice che egli in casa abbassavasi fino a spiegar Plauto,
Terenzio e Tacito. Conservava nondimeno in questa stessa sua umiliazione tutta
la grandezza del proprio carattere. Erano da lui, come di passaggio, avvertiti
i mezzi della lingua, le or gini e proprietà delle voci, la bellezza e signoria
delle espressioni. Ma, nell’affacciarsi alla sua mente le immagini delle nostre
passioni, a miracolo dipinte in Plauto e Terenzio, I Vedi detta Relazione, £.0
196: Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania maggiore, vol. 34. Di
questa relazione e dell'esito che ebbe, rese conto sommario il prof. F.
AMoDbEO, Le riforme universitarie di Carlo III e Ferd. IV Borbone, negli Atti
dell’Acc. Pont., serie 22, vol. VII, 1902,Ir sgg. 2 Al soldo della cattedra si
riferisce infatti l'estratto di questa relaz. del Tanucci, copiato, a quel che
pare, da F. Daniele e pubbl. dallo ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 740, n. 3 e dal
CROCE, Bibl., p. 86. I doscientos ducados », che sembravan focos al Tanucci,
erano proprio quelli proposti per la cattedra di eloquenza. VILLAROSA, nelle
sue Aggiunte alla Vita del V.. penetrando egli ne’ più segreti recessi del
nostro cuore, intrattenevasi lungamente a scoprire le sorgenti delle umane
azioni: e quindi, scorrendo di dovere in dovere, secondo le varie relazioni che
noi abbiamo con Dio, con noi medesimi e cogli altri uomini, passava a
descrivere le prime linee della moral filosofia e del diritto universal delle
genti, condotte poscia a maggior lume e dimostrate in pratica sulle acutissime
riflessioni di Tacito » !. In questa scuola privata, Gennaro dovette fare le sue
prime prove d’insegnante, sotto la guida del padre. Ma le condizioni di questo
s’aggravavano sempre più; e già non si sentiva la forza di trascinarsi fino
all’università, per le sue lezioni ordinarie. Il 1° settembre 1736, un suo
entusiasta ammiratore, professore di metafisica a Padova, il domenicano Nicola
Concina, per notizie avute allora da Napoli (forse da suo fratello Daniele,
amico anch'egli del V. ?), e per quello che doveva avergli detto di sé V.
stesso, gli scriveva: Ella si faccia coraggio, e si governi; ed io non mancherò
di pregare il Signore che la conservi, e l’invigorisca per suo, e mio, e comune
vantaggio del mondo letterato. Mi riverisca quel suo figliuolo, che intendo di
essere di una grande espettazione, per cui sento un ardentissimo amore, e gli
bramo ogni miglior fortuna » 3. E V. gli rispondeva, il 16 dello stesso mese:
La lode del profitto, che Gennaro mio figliuolo, che umilmente vi inchina, fa
negli I SOLLA, Vita di G. B. V., in Giorn. arc., 1830, t. XLVIII, p. 95. Per
questa scuola privata devono essere state scritte le Ammnotazioni sopra gli
Annali di C. Tacito, pubblicate nel 1840, nell’ediz. Jovene delle Opere, IV,
409-418. Ad essa devono anche appartenere la maggior parte dei mss. vichiani
posseduti dal sig. Raffaele Mottola, sui quali v. la Rassegna critica d. lett.
it, del prof. Pércopo, II, 95; e NICOLINI, Sec. supplem.,42, 85-93. 2 Cfr. il
brano di lett. di Nicola a Daniele, pubbl. da B. CROCE, Bibl., 107-8; e ora in
Opere, V, 218-3. 3 In VILLAROSA, II, 274, e nelle raccolte posteriori. studi
migliori, la qual scrive esserle con piacere giunta all’orecchia, e l’amore che
gentilmente perciò gli portate, gli sono forti stimoli a più vigorosamente
correre la strada della virtù » !. Questa voce giunta fino a Venezia, dove, in
quei mesi, trovavasi il Concina, doveva esser nata dall’approvazione
generalmente incontrata da Gennaro quell’anno, per aver cominciato a sostituire
felicemente il padre nella cattedra di rettorica, con gran compiacimento di
quanti stimavano e amavano V., e gli desideravano pace all’età stanca. Gennaro,
quell’anno, cominciò infatti il suo insegnamento universitario, come sostituto
del padre; e divenne poi il titolare della cattedra, che conservò, vedremo,
fino al 1805. Ma ecco come, in una supplica indirizzata a Ferdinando IV, al
principio del 1797, lo stesso Gennaro ricordava da vecchio l’ inizio del suo
insegnamento. Nelle sue parole trema ancora la commozione che il giovane provò,
nel ’36, a prendere il posto del padre e maestro venerato: S. R. M. Signore, Gennaro
V., pubblico professor di rettorica nella Vostra Regia Università de’ studj di
Napoli, prostrato a’ piedi del Vostro Real Trono, umilmente l’espone, come
finora ha avuta la gloria d’aver servito la M. V. ben sessant’anni, lungo corso
della vita d’un uomo, che è quanto dire fin da che la M. V. era nel seno dell’
Eternità; onde ora è il Decano dell’ Università. Poiché Gio. Battista V., suo
padre, mancando di giorno in giorno per le sofferte lunghe fatighe del
tavolino, tarlo potentissimo a rodere insensibilmente la salute del corpo; al
che si aggiungeva, che a misura che le forze del corpo gli s’ indebolivano, del
pari l'abbandonava il vigor della mente, logorata dalle continue profonde
meditazioni, il supplicante, mal soffrendo di vederlo con tanto stento
trascinarsi per andar a far lezione, d’ inverno, in I In VILLAROSA, II, 210, e
nelle raccolte posteriori. tanta distanza, gliene dimezzò la fatiga con
incaricarsi prima della dettatura, perché, quando poteva, venisse Egli a farne
la spiega. Un giorno, mentre dettava, vennegli talento, per liberarnelo
intieramente, di avventurarne anche la spiegazione; Dio sa con qual ribrezzo e
palpitazione; e Dio gliela benedisse. Bastogli questo primo cimento, che gli
era stato il più difficile e pericoloso, che tornato in casa disse a suo padre,
che avesse pensato solamente a tirar avanti la sua vita, e a non più
imbarazzarsi della lezione; narrandogli il tentativo fatto, e quanto gli era
riuscito felice. Andò a darne parte a Monsignor Galiani, allora Cappellano Maggiore,
il quale dimostronne sommo piacere, e d'allora cominciò, forse per ciò che
disegnava, a non far passar quasi settimana che non venisse a sentirlo per la
spiega in latino, com’ è costume: e per maggiormente esporlo, gli diede l’
incarico di far l’Orazione per l’apertura de’ studj. Finalmente, dopo d’aver
servito per quattro anni da sostituto di suo padre, ne umiliò supplica
all’Augustissimo Vostro Genitore di gloriosissima memoria, ed ottenne dalla di
Lui Real Clemenza, in virtù di favorevolissima consulta del Cappellano
Maggiore, la Cattedra in proprietà nell’anno 1740; la quale di padre in figlio
già n’ è scorso un secolo, che per Sovrana Munificenza gode sua casa, avendola
detto suo padre ottenuta nel 1696 !. Lasciando passare quest’ultima data, che,
in una supplica di poco posteriore, lo stesso Gennaro corregge in 1697 (e
avrebbe dovuto correggere in 1699), per l’esattezza storica bisogna avvertire
due /afsus memoriae, ne’ quali incorre il più che ottuagenario V. secondo; uno,
che la Orazione per l'apertura degli studi, la sua prima Orazione, fu letta da
lui non prima, ma nello stesso anno in cui ebbe la cattedra in proprietà; e
l’altro, che la cattedra ei non l’ebbe nel 1740, ma nel gennaio 1741. Ne
abbiamo i documenti. Vista la buona prova fatta per quattro anni da Gennaro, e
preoccupandosi dello stato di Giambattista, l'ottimo = .rr I Arch. Sta. Napoli,
Espedienti di Consiglio, fascio 837, I, 12 dicembre 1797. Questo non’ è se non
un brano, da principio, della istanza, il cui séguito darò innanzi.] Galiani
volle, al principio dell’anno accademico 17401741, regolare e assicurare la
condizione del primo nell’ Università. Dové esortare il vecchio filosofo a
presentare al sovrano la seguente supplica, che ci rimane, autografa,
nell’incartamento del relativo espediente di Consiglio: e che io pubblico per
la prima volta. È il pietoso testamento del V., che chiede di lasciare al
figliuolo quella cattedra, che, bene o male, era servita a sostertare la sua
famiglia. S. R. M. Signore, Gio. Battista V., Historiografo regio, e Professor
d’ Eloquenza ne’ Regj studj, prostrato a’ piedi della M. V., umilmente
supplicandola, l’espone come esso da quaranta e più anni ha servito e serve in
questa regia Università nella cattedra di Rettorica, col tenue soldo di cento
ducati annui!, co’quali miseramente ha dovuto sostentar sé, e la sua povera
famiglia; e perché ora è giunto in un’età assai avanzata, ed è aggravato, e
quasi oppresso da tutti que’ mali, che gli anni, e le continue fatighe sofferte
soglion seco portare; e sopra tutto è stretto dalle angustie domestiche, e
dalli strapazzi dell’avversa fortuna, da’ quali sempre, ed ora più che mai,
troppo crudelmente viene malmenato; quali mali del corpo, accompagnati ed uniti
ai più potenti, quali sono quelli dell’animo, l’ hanno reso in uno stato
affatto inabile per la vita, non potendo più trascinare il corpo già stanco, e
quasi cadente; di maniera che miseramente vive quasi inchiodato in un letto:
per la qual cosa si è venuto nella necessità di sostituire in suo luogo interinamente
nella Cattedra della Rettorica un suo figliuolo, per nome Gennaro, il quale da
più anni s’ ha indossato il peso di questa carica, ed in essa se ne disimpegna
con qualche soddisfazione del pubblico, e della gioventù; del che ne può essere
bastante pruova il mantenersi l’ istessa udienza, e l’ istesso concorso di
giovani, che esso supplicante soleva avere; e perché esso già si vede in età
cadente, e dall’angustie presenti nelle quali esso ed i suoi vivono, ne
considera e prevede le mag cm. I V. qui ricorda lo stipendio goduto per 38 dei
suoi 43 ann di servizio. giori, nelle quali la sua povera famiglia dovrà cadere
cessando esso di vivere: laonde supplica umilmente la Vostra Real Clemenza a
volersi degnare con suo real ordine di conferire la futura sostituzione
proprietaria della mentovata Cattedra di Rettorica in persona di detto suo
figliuolo, acciocché la sua famiglia, dopo la sua mancanza, possa almeno avere
un qualche ricovero, donde in qualche maniera tener da sé lontana una brutta e
vergognosa povertà, nella quale certamente andrà a cadere; e lo riceverà dalla
Vostra Real Munificenza a grazia ut Deus 4. Dal 1737 ministro
dell’ecclesiastico era quel Gaetano Maria Brancone, persona dottissima, al dire
dei contemporanei 2, che già abbiamo incontrato in relazioni letterarie col V..
Il quale, nel 1735, nella raccolta per le nozze di don Raimondo de Sangro,
principe di Sansevero, con donna Carlotta Gaetani di Laurenzana, indirizzò a
lui un sonetto, in cui malinconicamente gli diceva: Né corone, né ostro, o
gemme ed auro Giamai mi ponno, o mio Brancon gentile, Rimenare il mio già
caduto aprile; Né qual serpe di nuovo al sol m’ innauro; Da la tremante man
cade lo stile, E de’ pensier si è chiuso il mio tesauro 3. Il Brancone
conosceva, dunque da vicino lo stato del V.. E appena avuta la supplica. si
affrettò a trasmetterla, per la consulta, al Galiani con questo decreto 4:
Ill.mo Signore, Haviendo recurrido al Rey con el memorial incluso Juan Bap.ta
de V. haciendo instancia que en remuneracién de sus I Arch. Sta. Napoli. R.
segreteria dell’ecclesiastico. Espedienti di Consiglio, gennaio 1741, fascio
42: Cautelas de la semana de 8 por todo los 14 de Enero de 1741. ? ScHIPA, Carlo
di Borbone Opere, V, 326. 4 Dispacci dell’ Ecclesiastico.] largos y sefialados
servicios se digne conferir 4 Genaro su hijo la Cathedra de Rectoria (sic) que
està exerciendo con la aprobaci6n que es notoria por la indisposiciòén del
suplicante, me ha ordenado S. M. remitirlo à Usted para que informe con lo que
se le ofreciere y pareciere; D. G. Nap. a 31 de dic.re 1740. G. M. B. Galiani intanto era dovuto
tornare a Roma per le trattative del Concordato, che indi a poco si conchiuse.
Ma, dopo soli sei giorni dal decreto del Brancone, scriveva e spediva la
seguente consulta, nobilissima per le cose che dice, e pel modo: S. R. M. Si è
servita V. M. con lettera della Segreteria di Stato per gli affari
ecclesiastici dei 31 del caduto mese rimettermi un memoriale di Giambattista di
V., regio istoriografo, e professor d’eloquenza ne’ regj studj: nel quale, dopo
aver esposto il suo lungo servizio renduto a’ regj studj per lo spazio di
quaranta anni coll’annuo soldo di soli cento ducati, fin a tanto che la sovrana
clemenza di V. M. gliel'accrebbe fino a dugento; e le angustie della sua povera
famiglia, ch’egli prevede assai maggiori colla sua morte non molto lontana,
attesa la sua età troppo avanzata, e le malattie del corpo, che soffrisce;
supplica la M. V. che con suo regal chirografo voglia degnarsi conferire in
proprietà a Gennaro suo figliuolo la cattedra d’eloquenza, che egli, facendo le
veci d’esso supplicante, esercita da qualche anno a questa parte. . Non vi è
dubbio, S. M., che il supplicante Giambattista di V. è benemerito della Regia
Università degli Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto
onore; e perciò richiede la pubblica gratitudine, che gli si abbia qualche
riguardo. Il suddetto suo figliuolo Gennaro è giovine d’abilità, e
nell’esercizio della detta cattedra incontra certamente tutto l'applauso. Solo
mi dà fastidio, ch’egli nell’ istesso tempo pensi applicarsi al foro, perché il
dover frequentare la Vicaria, che richiede certamente tutto l’uomo, e fare il
professore in una cattedra d’eloquenza, che richiede profondo studio degli
autori greci e latini de’ migliori tempi; sono due mestieri, che insieme non
possono star bene, e per necessità conviene trapazzare o l’uno o l’altro, o
pure cn mt = ur € ev _ pr ne amendue. Quindi sarei di parere, quando non sembri
altrimenti al purgatissimo giudizio della M. V., che potesse il supplicante
Tendersi consolato, ogni qualunque volta però si fusse certo, che il suo
figliuolo, lasciate da parte le occupazioni forensi, fusse Per voltar tutto
l’animo suo agli studj di eloquenza, ed a quei, Che sono necessarj per riuscir
eccellente in tal non facile e stimatissima professione. Che è quanto su di ciò
ho stimato dover sottoporre alla sovrana comprensione della M. V. La Sagra
Regal Persona il Sig.r Iddio sempre più prosperìi e conservi. Roma, 6 gennaio
1741. Umilissimo Vassallo e Cappellano C. Galliano Arciv.o di Tessalonica 1.
Non era giunta da Roma questa consulta, che il Brancone portò, il 12 gennaio,
la supplica del V. col parere del Galiani in Consiglio di Stato. E, in quel
giorno, sollecitò da Carlo il seguente decreto, che si legge a fianco della
relazione della segreteria di Stato al re =: A 12 gennaio 1741. Nel Consiglio
di Stato: Essendo il supplicante benemerito della R. Università degli Studj,
alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore, ed essendo il suo
figliuolo Gennaro giovine di abilità, e nell’esercizio della suddetta Cattedra
avendo incontrato tutto l'applauso, S. M. si è degnato conferire in proprietà a
Gennaro la suddetta Cattedra di Eloquenza, la quale egli ha esercitata facendo
le veci di suo Padre da qualche anno a questa parte. Si vede che 11 Brancone
non credette necessario assicurarsi, prima, che Gennaro averebbe abbandonato il
foro. E, quel giorno stesso, poteva far riporre tutto l’incartamento I Nell’
incartamento cit. degli Espedienti di Consiglio: Cautelas de semana 8-14, I,
1741. La minuta di questa consulta è nel vol. 4° delle Relazioni del Cappellano
maggiore, dal 6 gennaio al 26 maggio I74I (mandate da Roma alla corte di
Napoli). 2 Vedi questa relazione in Appendice I.] con la nota apposta sotto il
decreto ora riferito: ex.do en dicho dia a la sec.ria de Hazienda y al M.
Capellan M vy. Infatti recano la stessa data, del 12 gennaio, i due seguenti
dispacci del Brancone al segretario dell'azienda Giovanni Brancaccio, e
all’obispo de Puzol, cioè a Nicola de Rosa, vescovo di Pozzuoli e cappellano
maggiore interino, nell’assenza del Galiani. A Brancaccio,
Decreto: Precedente suplica que ha hecho al Rey don Juan Bap.ta de V.
Historiografo Regio para que se confiera 4 su hijo Don Genaro la Cathedra de
Eloquencia en la Universidad de Estudios que posee y presentemente la està
exerciendo el mismo, respecto 4 que por le edad muy adelantada en que se halla,
y por los muchos achaques que le han sobrevenido, no puede continuar 4
desempefiarla, como por lo pasado, ha venido S. M. en atenci6n 4 ser el
suplicante benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus
doctas obras ha hecho honor, y par consiguiente es capaz de publica gratitud, y
assimismo et que su hijo Genaro es de mucha habilidad como lo ha manifestado de
algunos afios 4 esta parte en el exercicio de la mencionada Cathedra supliendo
las veces de su Padre, en conferir en propiedad por gracia especial al dicho D.
Genaro de V. la citada Cathedra de Eloquencia, con el sueldo que 4 la misma
està sefialado, en remuneraci6n de las circunstancias expresadas. Y de Real
orden lo prevengo 4 Usted por que por la Secretaria 4 su cargo se dé lo
conveniente 4 la Contadoria principal, por que execute el asiento y libramento
de dicha cathedra y sueldo, 4 favor del citado Genaro de V., y que se la
satisfaxa, como y quando et los demés cathedràticos. D. G. Pal. à 12 de Enero
1741. G. M. B.!. Al Obispo de Puzol: Ill.mo Sig. Atendiendo el Rey 4 la
supplica que le ha hecho D.n Juan Bap.ta de V. Historiografo Regio, y
Cathedratico de la Eloquencia 1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 36 (novembre
1740-gennaio 1741), carte 131-132 £. VI. IL FIGLIO DI G. B. V. 227 en la
Universidad de los Estudios, paraque en resguardo à la edad adelantada que
tiene, y a los muchos achaques que le han Sobrevenido, y le impiden de poder
continuar 4 esercer la dicha cathedra, como lo ha executado por lo passado con
mucho beNeficio de la misma Universidad y de los Estudiantes, se dignase
Conferirla a D.n Genaro su hijo, que la està presentemente desempefiando con
publica satisfaciòn; i teniendo su Mag.d al mismo tiempo consideracibn 4 que el
suplicante es benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus
doctas obras ha hecho mucho honor, por lo que es capaz de una publica gratitud,
y assimismo et que su hijo Don Genaro es de mucha havilidad, como lo ha
manifestado de algunos afios à esta parte en el exercicio de la mencionada
Cathedra, supliendo las vezes de su Padre, se ha dignado por gracia especial
conferir en propiedad al referido D.n Genaro de V. la enunciada cathedra de
Eloquencia, con el sueldo que està sefialado 4 la misma en remuneracién de las
circunstancias expressadas; i de orden de su Mag.d lo prevengo a Usted, 4 fin
que en esta inteligencia disponga su complimiento, pues ya se ha dado lo
conveniente 4 la contaduria principal para el asiento de la Cathedra y
libramento del sueldo. Dios guarde. Palo 4 12 de Enero 1741 Ill.mo Sig.r Don
Gaetano M.a Brancone !. Questi
documenti rettificano le inesattezze in cui incorse il Villarosa, nel suo
racconto di questo passaggio della cattedra dal V. padre al V. figlio; dove
attribuisce al proprio congiunto Nicola de Rosa ? il merito di quest’ultimo
omaggio reso dallo Stato di Napoli alla gloriosa vecchiezza di G. B. V..
Dev’essere poi del Brancaccio questo altro dispaccio, di cui ho trovato copia a
capo dei pagamenti del soldo di ducati 200, per rate quadrimestrali, a Gennaro
V. dal 1752 in poi, in un Ordinario della Scrivania di razione: 1 Dispacci
dell’ Ecclesiastico, vol. cit., cc. 128 b-129 bd. 2 Nelle Aggiunte alla vita
del V., Opusc., I, 164 (ora Opere, V, 81) e nella Prefaz. allo stesso vol. p.
xv. Secondo il VILLAROSA, il vescovo di Pozzuoli avrebbe riferito al re sull’
istanza del V. padre. Su Magestad con Real orden 4 12 de Henero de 1741, compa-
decido de los muchos achaques y aîios que tiene Don Juan Bap.ta de V.
Historiografo Regio, por cuyos motivos suplicé a su Real piedad se dignase
conferir à Don Genaro de V. su hijo la citada cathedra de la Universidad de los
estudios que sirve de algunos afios 4 esta parte por sus indisposiciones, vino
en conceder por gracia especial la mencionada Cathedra 4 Don Genaro de V., en
atencion 4 su abilidad, y al mucho honor y credito con que la desempena y a los
particulares meritos de su Padre y mandé se le considerasse y pagasse el sueldo
que le correspondia desde el mismo dia 12 de Henero de 1741, en adelante al
mismo tiempo que 4 los demas cathedraticos. Nell’ Ordinario segue la nota: cuya
gracia fué con- firmada con otra Real Orden de S.M. de 18 de sept.re de 1745 *;
cioè, dopo la morte del padre, e in perpetuo. Quando si diffuse la notizia, nel
gennaio 1741, fu anch'essa applauditissima » per Napoli. Francesco Serao
scrisse al venerando filosofo, congratulandosi vivamente che fosse toccato a un
napoletano la lode di aver promosso sì nobile e liberale provvedimento, qual
era la promozione di Gennaro iuvenis doctrinae probitatisque laude florentis-
simi: e pensava che fosse dovuta al Vescovo di Pozzuoli o al Brancaccio, o ad
entrambi. Ego, soggiungeva, qui unus e multis, sed minime vulgari aut
tralaticio animo, familiae tuae decora atque commoda prosequor, nullum finem
faciam plausu ac praedicatione tam illustre facinus concelebrandi : tum animus
est collegas lectissimos exci- tandi, ut de gratiarum actione, tamquam pro
publico 1 Scrivania di vazione. Ordinario I: Lettori pubblici 1754-1805, vol.
32, c. 23. In questa carta e nella successiva sono segnati tutti i pagamenti
fatti a Gennaro V. dal 1° dic. 1752 al 5 aprile 1783. A c. 134, ricomincia la
nota dei pagamenti al medesimo dal 6 giugno 1783 al 2 giugno 1797. A pie’ del
doc. riferito nel testo, è avvertito che il real ordine del 1741 acompafia el
Pliego de la fué Contadoria Principal del mismo (G. V.); e la conferma del 1745
acompaòia el Pliego de D.n Blas Troise, ossia il Dispaccio del 18 settembre
1745 firmato dal Brancone, che ricorderò più innanzi.] ‘ngentique beneficio, ad
supremos aulae proceres habenda, cogutent. Nihil profecto aequius ; nihil
universae scholae honorificentius fortasse et fructuosius fuerit » 3. Tra le
carte di Gennaro si trova anche l’orazione che egli lesse nell’occasione
dell'apertura degli studi, il primo anno che ebbe da titolare la cattedra che era
stata del padre. Trattò questo tema: Sola efficax voluntas littera- rum
studiosam iuventutem perquam doctissimam efficere dotest. Giova qui riferirne
l’esordio: Cum ego die multumque mecum animo volutassem quam difficile sit ex
hoc loco ad dicendum amplissimo verba facere, in quem nihil nisi ingenio
elaboratum et industria perfectum et perpolitum adferri oportere comperio;
dicendum est enim in hoc tam frequenti consessu tot doctissimis Antecessoribus,
am- plissimis patribus, lectissimisgue Auditoribus referto et constipato, magis
magisque huius diei subeundum periculum animus de- spondebat, cum me et dicendi
rudem et rerum omnium impe- ritum ac pene hospitem, et meas infirmas vires huic
tanto oneri, quod suscipiendum aggredior, omnino impares reputarem; nam cum id
diu usquequaque versassem, humeros meos prorsus per- ferre non posse
intelligebam: ad haec et summus timor, pudorque meus et vestra dignitas me
quoque ab incoepto deterrebat. His tot tantisque difficultatibus jactato, quae
me ab hoc optatissimo laudis aditu prohibebant, occurrebat pietatis erga optime
de me meritum patrem officium; quum eum conspicerem senio malisque pene
absumptum, curis confectum, et adversa fortuna usque vexatum et nunc quam
maxime saeviente, corpus vix ac ne vix quidem trahere, aequum esse duxi me
labentem iam aetatem ejus aliqua ex parte substentare; atque ita quodammodo in
animum induxi meum ejus vices, quamquam deterrima comparatione, explere; etenim
erga patrem officium praetendendo, me facile temeritatis vitium effugere posse,
eaque pietatis professione, si non aliqua laude, at certe excusatione dignum
fore arbitratus sum. Cum tandem aliquando me recreavit refecitque
Munificentissimi et Sapientissimi Regis nostri consilium, quo me in ordinarium
1 Lett. pubbl. da B. Croce, nella Bib/., p. 109; e poi in Opere, V, 256-7.
Antecessorum numero referri placuit 1; cum enim me hoc tanto tamque praeclaro
munere, nullo ingenii mei periculo facto, di- gnum et parem censuisset, ejus
sacratissimam mentem, qua hoc pene immensum civile corpus informat et inspirat,
et cuncta ratione et consilio recte atque ordine regit et moderatur, plus
vidisse, et meas ingenii vires, quas ego in me non sentirem melius perlustrasse
et penitius introspexisse putavi; quapropter auctus animo, Augustissimi Principis
praesertim judicio, quod mihi maximum adversus obtrectatores propugnaculum esse
poterit, hoc mihi impositum onus alacri animo suscipiendum potius, quam
deponendum censui. Il manoscritto fu riveduto dal padre, che segnò qua e là, in
margine, qualche parola da aggiungere. Così, a un certo punto, Gennaro diceva:
Nulla animi affectio homi- nis tam propria, quam curiositas, quae mihil aliud
est, quam veri quaedam investigandi cupiditas, qua cuncti rerum caussas rimando
veram rerum scientiam prosequun- tur ». E il padre aggiungeva al margine un
fiore poetico: unde, Felix qui potuit rerum cognoscere caussas ! ». E già, col
consiglio del padre e sulle orme di consimili orazioni di lui, Gennaro aveva
dovuto scrivere questa sua. Si scoprono, in fatti, in più luoghi i soliti
pensieri, i soliti movimenti oratorii di Giambattista. Gennaro dice ai giovani:
Ne desides et inertes supina vota concipiatis, ut vobis in sinu de coleo
decidat sapientia .... Neve imperitum hominum vulgus imitemini, qui ventri et
somno dediti, et rei familiari solum intenti, id tantum ab hac publica
sapientia mutuari oportere arbitrantur, quantum rebus bene în vita gerendis
sufficere possit ». E il padre, I Queste parole non potevano essere scritte
prima del 12 gennaio 1741. Ma l’ Orazione doveva già essere preparata dalla
metà di dicembre, perché in un angolo dell’ultima pagina (che fa da copertina
al ms.), si legge, della mano stessa di Gennaro, una fede di studi in data
Neap. Il che significa che il Brancone e il Galiani avevano già assicurato l'esito
della supplica al V..] nella solenne Orazione De mente heroica aveva detto, con
ispirazione bensì molto più alta: Ne supina vota concipiatis, ut dormientibus
vobis in sinum de coelo cadat sapientia, eius efficaci desiderio commoveamini,
improbo, invictoque labore facite vestri pericula, quid possitis .... vestras
mentes excutite; et incalescite Deo, quo Dleni estis ». Gennaro, dunque,
consolò gli anni estremi del padre, che morì il 23! gennaio 1744. Ma Gennaro
solo nel 1789 ? poté fargli murare nella chiesa dei Gerolamini, in cui era
stato seppellito, una modesta lapide, che rammenta con quello del padre il nome
della madre coniuge lectissima. Buon figliuolo ! 1 Per la data del giorno v.
Croce, in V., Opere, V, 124. 2 Non 1799, come dice, credo erroneamente, A.
RANIERI, Scritti vari, Napoli, Morano, 1879, I, 144; cfr. VIiLLAROSA, Aggiunte,
in Opusc., I, 167-8. Tra le lettere di P. Napoli-Signorelli pubblicate da C. G.
MININNI nel suo vol. P. N.-S., vita, opere, tempi, amici, con lett. e docc.,
Città di Castello, Lapi, 1914, ce n’è una (p. 456) ad Agostino Gervasio, al
quale il N.-S. invia due iscrizioni di Gennaro V. per suo Padre » che aveva
trovate tra le proprie carte. LA CARRIERA ACCADEMICA DI GENNARO V. Il padre
morì, come è pur noto, nella casa sui Gradini a Santi Apostoli. E qui ancora
abitava Gennaro nel 1768 1. Qui continuò egli la quieta vita del padre, tra
l’università, gli studi, la conversazione dei signori e dei dotti. Gennaro non
si elevò mai alle speculazioni di Giambattista, ma seguì l’indirizzo umanistico
e rettorico degli studi paterni. Continuò, insomma, la men difficile tradizione
domestica. Non scrisse versi; ma compose più epigrafi del padre e studiò con
pari amore le più leggiadre eleganze della lingua latina. Dev’essere stato un
ottimo insegnante della sua materia; e le idee didattiche accennate nelle sue
Orazioni inaugurali, che ci sono giunte, confermano tale giudizio. Ebbe anche
dottrina classica e acume non volgari: ma fu modestissimo, e il suo titolo
maggiore restò sempre quello di essere figliuolo di Gian Battista V.. Né egli
avrebbe ambito di più, conscio, benché confusamente, della paterna grandezza.
Nel 1756, lesse per l'apertura degli studi un’ Orazione sul tema: Dissidium
linguae ab animo factum praecipuum corruptae eloquentiae causam fuisse. E, sul
principio di questa, accenna a un’altra Orazione, letta fere multis abhinc
annis, nella quale aveva indagato quidnam esset, quod plures omnibus in
artibus, quam in dicendo admairabiles extitissent. Ma questa non si trova tra le
sue carte. Una quarta volta, a nostra notizia, gli spettò di leggere l’
Orazione inaugurale, e fu al principio dell’anno I In una copia d’una Orazione
per le nozze di Ferdinando IV (1768) trovo segnato l’ indirizzo di Gennaro
così: A S. Apostolo il Signor D. Gennaro V.. Attaccato alla porteria ».
scolastico 1774, il 13 novembre; e trattò un tema molto affine a quello della
prima Orazione: Optima studendi ratio ab ipso studio petenda. Ma, qualche anno
prima, il 5 novembre 1768, ebbe a parlare in occasione più solenne alla
gioventù studiosa: In regiis Ferdinandi IV Neap. ac Sicil. Regis et Mariae
Carolinae Austriae nupius. E queste due Orazioni die’ alle stampe in un nitido
volumetto nel 1775, amicis summo opere adnitentibus, siccome attesta, nel suo
parere, il revisore civile 1, E veramente in quelle occasioni il buon Gennaro
sì fece onore. Lo stesso revisore ricorda che le due Orazioni erano state lette
tota ltteratorum plaudente cavea ; e, per conto suo, era un professore di
teologia, ne giudicava così: In e:s tantum nitoris ac dignitatis, totque
Latialis eloquir veneres ubique emicant, ut cas numquam satis laudare quiverim,
mihi si linguae centum sint, oraque centum. Sane parentem ejus doctissimum, Jo.
Baptistam Vicum, immortalis memoriae virum, latine loquentem audire jam videor.
Adeo verum plerumque illud est : Fortes creantur fortibus et bonis » 2. Il
Decreto reale, già ricordato, del 18 settembre 1745, aveva stabilito la
dotazione fissa di ciascuna cattedra, lasciando quella di eloquenza latina con 200
ducati 3. I L'opuscolo ha questo frontespizio: In regiis Ferdinandi IV. Neap.
ac Sicil. regis et Mariae Carolinae Austriae oratio a JANUARIO V. Regio
Eloquentiae Professore, ad studiosam Juventutem in R. Neapolitana Academia
solemniter habita Non. Ma l’ Orazione per le regie nozze va da p. WI a p. LI; e
da p. LI a p. LXXXII segue l’ Optima studendi ratio ab ipso studio petenda, ad
studiosam juventutem habita. La data di pubblicazione risulta dall'ordine dell’
imprimatur (p. LxxxIv), in data 29 settembre 1775. i 2 Il parere di questo
revisore, p. Felice Cappiello, reca la data del 30 agosto 1775. 3 Vedi il
Dispaccio del Brancone nel Cod. delle leggi del Regno di Napoli di AL. DE
SaRIS, Napoli, 1796, lib. X, tit. IV,41-42. Ma Ma, nel 1777, il marchese della Sambuca
elevò la dotazione complessiva dell’ Università da ‘7000, qual’era rimasta fin
dal ’45, a duc. 12613,99. Si accrebbero quindi gli stipendi dei professori. E
della cattedra di Gennaro, chiamata ora di Rettorica e poetica, nel nuovo piano
che 11 marchese della Sambuca comunicò al ministro dell’ecclesiastico con
dispaccio del 26 settembre 1777 !, è detto: Questa Cattedra nella Università
gode ora ducati 200, insegnando sette mesi dell’anno la sola Rettorica. Si
accresce fino a ducati 300, con l'obbligo però d’insegnare per tutto l’anno, a
riserva del mese di ottobre, anche la Poetica » =. Fu duro a Gennaro V.,
passati i 62 anni, restare a insegnare tutta l’estate, rinunziando per
quell'aumento di soldo, a tre mesi di vacanza 3! Ce lo farà dire egli stesso,
tra poco, in una relazione del Cappellano maggiore su certa sua istanza al re,
che riporteremo più innanzi. Ma ad alleggerirgli il peso, nel giugno successivo
(1778), quando appunto, negli anni precedenti, soleva smettere le sue lezioni,
venne a incorarlo un altro segno della regia benevolenza. È noto il dispaccio
del marchese della Sambuca del 22 giugno 1778 4, per cui fu creata la RR.
Accademia delle il testo originale di esso è tra i Dispacci del GATTA, parte
II, t. III, 449-55. Vi sono stabiliti tutti gli stipendi dei singoli
insegnanti, a cominciare da quello di Biagio Troisi di duc. 800. Ivi a p. 454:
Eloquencia latina que se lee por le Dotor Don Gennaro V., dos cientos ducados
». I Vedilo in DE SARIIs,
lib. X, tit. IV,51-3. Cfr. anche AMoDEO (Rif. universitarie,25, 55) il quale
ignora che questi docc. erano stati pubblicati dal De Sariis, fin dal 1796. 2
Il DE SARIS, ha per isbaglio: Pratica. 3 Fino al 1777 il Calendario di Corte
chiama la cattedra di G. V.: Rettorica. In quello del 1777 (p. 68) si comincia
a dire: Rettorica e poetica. Non è esatto quel che dice sul proposito l’AMODEO,
Riforme,24-5 4 Ristampato dal Minieri Riccio, Cenno stor. delle Acc. fiorite
nella città di Napoli, in Arch. stor. nap., V (1880), 586-7; ma già pubblicato
dal DE SARIIS, lib. X, tit. VI, p. 55 e insieme cogli Statut dell'Accademia nel
t. XIII della Nuova Collez. delle Prammatiche del Regno di Napoli del
GiusTINIANI (Napoli, Stamp. Simoniana, 1805), scienze e belle lettere. L’
Accademia veniva compartita in quattro classi: due per le scienze, Matematica e
Fisica, e due per le lettere: Storia ed erudizione antica e Storia ed
erudizione dei mezzi tempi. Si nominava il presidente, il vice-presidente e un
segretario per ciascuno dei due rami dell’ Accademia; infine, quattro
accademici pensionari ( coll’assegnamento ad ognuno di essi di annui ducati
sessanta »), uno per classe: per la Storia ed erudizione antica, don Gennaro V.
». Presidente, vice-presidente segretari e questi primi quattro accademici
dovevano riunirsi per formare il piano e le regole dell’ Accademia », proporre
il numerc degli accademici pensionari e onorari, e i soggetti per occuparne le
piazze, con riferirsi tutto al Re per la sovrana approvazione ». L’annunzio si
dice destasse in Napoli grande entusiasmo, e nessuno pare sì meravigliasse
dell’onore segnalato che riceveva Gennaro V.. Certo, egli doveva essere ben
veduto dalla Corte; ma, tra per i suoi meriti personali, e tra per un certo
riflesso della gloria paterna, che veniva affermandosi ogni giorno più saldamente,
doveva essere stimato ed amato anche dagli studiosi. Gli statuti, a cui lo
stesso Gennaro collaborò, furono approvati dal Re con dispaccio del Beccadelli
del 30 settembre di quello stesso anno. 57 S8gg.: pubblicazioni sfuggite, tutte
e due al BELTRANI, nella sua memoria, del resto assai diligente, La R. Acc. di
Scienze e belle lettere fond. in Napoli nel 1778, negli Atti dell’Accademia
Pontaniana vol. XXX. Napoli, 1900; dov’ è detto (p. 62) che il Minieri-Riccio
pubblicò il dispaccio 22 giugno 1778. E dalla pubblicazione del MinieriRiccio
il Beltrani non poté intendere il vero carattere del doc., che egli prende per
una semplice /ettera del marchese della Sambuca al principe di Francavilla,
maggiordomo reale (p. 3); laddove si tratta d’un regolare dispaccio di
segreteria, ossia della ordinaria forma ufficiale onde erano annunziate tutte
le determinazioni reali. Su quell’accademia vedere anche F. NICOLINI, in
GALIANI, Dialetto napoletano, Napoli, Ricciardi, 1923, Introd., $$ 2, 3. I Sono
pubbl., oltre che nel Del de Regimine Studiorum (N. Collez. ecc., t. XIII,58
sgg.), nel vol. rarissimo: Statuti della R. Acc. delle scienze e delle belle
lettere, eretta in Napoli dalla Sovrana Munificenza, Stamp. Reale, 1780. Ivi è
anche il lungo elenco dei soci. Facevasi obbligo agli accademici pensionari
d’intervenire a tutte le private e pubbliche assemblee », e di non allontanarsi
dalla capitale, senza averne prima ottenuto in iscritto l'autentica permissione
del presidente ». Infine, si stabiliva: Ogni accademico pensionario sarà
nell’obbligo indispensabile di comporre in ogni anno una memoria su
quell’argomento, che egli, a propria elezione, scerrà dalla serie degli
argomenti dei lavori scientifici annuali ». Giacché non era riconosciuto ai
singoli soci il diritto di scrivere su qualunque soggetto; ma sì di presentare
ogni anno in iscritto un breve parere sul metodo, sugli argomenti e sulla
qualità de’ lavori letterari e scientifici, che potrebbero per tutto il resto
dell’anno in ogni Classe eseguirsi ». Tutti i pareri poi dovevano essere
esaminati da una Deputazione di uomini savi e intelligenti », nominata, per
ciascuna classe, dal presidente, che, com'era stato ordinato nel dispaccio del
22 giugno, sarebbe stato sempre il maggiordomo maggiore di S. M. Gennaro fu
messo a capo della classe di Erudizione e storia antica, che, nel dispaccio
posteriore del 19 gennaio 1783, fu detta di Alta antichità *. | Nel 1788, uscì
il primo ed unico volume degli Atti di quest’ Accademia, contenente gli atti
dalla fondazione sino all'anno 1787 =. Non vi è nessuna memoria del V. 3; ma il
segretario, Pietro Napoli-Signorelli, nel Discorso istorico preliminare,
esponendo i lavori eseguiti dall’ Acca- [In questo dispaccio (MINIERI-Riccio,
in Arch. Stor. Nap., V. 587), si ordinava ai pensionari di non astenersi senza
il real permesso dal presentare ogni anno una memoria. Non potendo, si
domandasse la grazia di passare tra gli onorari. 2 Atti della R. Acc. delle
scienze e belle lettere di Napoli, Napoli, Don. Campo, 1788, diXCVIII-374 in -4°,
con 18 tavole. 3 Né di altri soci del ramo letterario, salvo una di Dom.
Diodati (della 4® classe, Mezzana Antichità), letta nel 1784 e nel 1786:
Illustrazione delle monete che si mominano nelle Costituzioni delle Due Sicili.
(pp. 313-370). demia in quel primo decennio, ricorda anche la parte di Gennaro:
L'eruditissimo accademico pensionario della III classe don Gennaro V., degno
figliuolo dell’ immortale autore dei Principit di una Scienza Nuova e suo
successore nella cattedra di Eloquenza nel Liceo Napolitano, prese in una
dissertazione con piena erudizione e fina critica ad illustrar Pompei, celebre
città della Campania, sepolta da diciassette secoli dalle ceneri del Vesuvio.
Non ebbe per oggetto di adornar alcune delle discoperte parti di essa, ma di
considerarla col solo lume degli antichi scrittori e di rilevarne le vicende.
Saggio e modesto quanto sagace osservatore, lontano da ogni ambizione di
produrre cosa nuova in un argomento venerabile per la sua antichità, egli
conseguì la rara lode di saper raccogliere con giudizio e disporre e combinare
insieme con discernimento e dottrina que’ languidi e dispersi barlumi
lasciatici dai greci e dai latini intorno a sì famosa città, e di apportar
somma luce e dar sembianza di novità alle sue erudite ricerche !. E ne riporta
un largo sunto ?, compilato con le parole stesse dell’autore, come risulta dal
confronto con l’originale manoscritto, conservato tra le carte Villarosa.
Codesta memoria il Signorelli assegna agli anni anteriori al 1783, anno dei
terremoti delle Calabrie e di Messina, che diedero occasione a speciali
indagini e studi dell’ Accademia 3. Un'altra memoria del V. ricorda poi, letta
nel 1787, sull’antica repubblica di Locri»; e dice che di essa si attendeva la
continuazione, per pubblicarla nel volume seguente, che non venne più. Questa
memoria era stata preparata da Gennaro con grandissima cura, come apparisce da
molti appunti, che sono tra le sue carte. Dove pure si trova un buon tratto
della medesima, col titolo: Dissertazione sull’ origine, dominio, legislazione,
governo, AttiLXII sgg. ® Pagg. LXIII-LXX. 3 Vedi su ciò la cit. memoria del
BELTRANI. ed uomini illustri della Repubblica di Locri nella Magna Grecia di G.
V. Parte I: Dell’origine della Repubblica di Locri ®. Ma altro dové scrivere per
l'Accademia, anche dopo il 1787; e lo stesso Napoli-Signoi:elli, lodando
altrove il medico Silvestro Finamore di Lanciano d'una memoria sulle antichità
lancianesi mandata all'Accademia in forma d’una serie di questioni, accenna ai
dottissimi giudizi portati su di essa da due nostri valorosi accademici, il
giureconsulto Domenico Diodati ed il regio professor di eloquenza Gennaro V. »;
il quale prende per mano tutti i punti additati nella memoria, e ne illustra
buona parte in quanto gli permette quel periodo tenebroso; e certamente il di
lui esame merita (se pure torni un tempo che ci si conceda ?) che si renda di
pubblica ragione » 3. Quel tempo non tornò più: ma della relazione del V. sulla
memoria del Finamore ci resta una copia di mano del marchese di Villarosa,
insieme con una lettera del 22 giugno 1804 del Finamore, che, avuto sentore,
per la notizia del Napoli-Signorelli, di quella relazione, e non sperando di
vederla presto pubblicata, prega Gennaro V., con cui era entrato in relazione
epistolare, di volergliela comunicare manoscritta *. E altro fors’'anco
scrisse, di cui non ci resta notizia, per l'Accademia. Certo, quest'occasione a
lavori di erudizione storica troppo tardi sorse nella vita di Gennaro, perché
egli fosse ancora in tempo di produrre molti e notevoli frutti. Il suo genere
erano sempre state, come vedremo, ora I Non resta una copia completa, né anche
della parte I; invece, della Dissertazione sulla città di Pompei ci sono tre
esemplari, fra cui due autografi. ? Per le angustie finanziarie in cui si trovò
l'Accademia, vedi BELTRANI, La RR. Acc. ecc. 3 P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di
Ferdinando IV adombrato în tre volumi, t. I, Napoli, Migliaccio, 1798, p. 381.
I Vedila in Appendice I] zioni ed epigrafi: il suo ideale letterario, l’elegante
espressione, la frase classica pura: non era andato più oltre. Il suo mondo,
sempre, quel circolo chiuso de’ professori e degli eruditi. Tra i ricordi della
sua lunga vita neppure un alito di affetti domestici. Si trae un largo respiro,
svolgendo le sue carte muffite, quando, finalmente, s'incontra la seguente
lettera, che ci dà al viso quasi un soffio d’aria fresca. Una villeggiatura di
don Gennaro, forse per una cortesia usatagli dal marchese di Campolattaro.
Dalla cui villa immagino Gennaro scrivesse alla marchesa: Godo immensamente in
sentirvi tutti bene: et infinitamente ringrazio V. S., il Marchesino e don
Andrea della memoria, che avete di me; e le dico che desidererei poter meglio
meritare le cortesie che ricevo. Quelle pere che le mandai, furono da me
raccolte per terra, e come che alla giornata cadono immature, essendone io ora
incaricato, voglio che V. E. ed il Marchesino le vedano; ed intanto le mandai,
perché le avesse riposte, avendomi detto Giovanni che, accadendo l’ istesso
alle sue, egli le ripone perché col tempo vengono alla maturità, sapendo bene
che queste pere d’ inverno anche si colgono immature, e si ripongono. Io sempre
mi dichiaro non solo pronto, ma anche ambizioso di ricevere l’onore di tutte l’
EE. VV., ma sempre con quella condizione; e desidererei che il Marchesino non
misurasse me alla sua misura, e che si facesse carico della gran disparità
della condizione e dello stato suo e mio, ed ancora della mia corte
compendiosissima; perché una brieve anticipazione porta, che, se non posso far
quel che devo, almeno fo quel che posso. Onde tanto Lui quanto V. E. faccino
conto di tener qui un fattore di campagna: basta che si diano la pena di
mandarmi l’ordine, per far conoscere il piacere di eseguirlo. Poiché state
colla falsa prevenzione che, favorendomi con anticipazione, io mi metta in
cerimonie (veramente vi feci truovar archi e trofei!) per toglier ogni briga, e
per aver l’onore [dei] vostri favori, fo una solenne dichiarazione, col
contentarmi che la medesima sia anche ridotta in forma di pubblico istromento
da potermi esser liquidato in ogni corte e foro, rinunciando ex nunc pro hinc
ad ogni eccezione, così dilatoria come perentoria e declinatoria di foro, la
quale è del tenore seguente, videlicet: Dichiaro e mi obbligo etiam cum juramento
quatenus opus, che, anticipandomi l’avviso de’ vostri favori, io sia tenuto
farvi truovare non più né meno né altro di quello che è mio ordinario mangiare,
intendendosi d’anticipazione a solo fine che non restiamo tutti digiuni !.
Intorno al 1790, a cagione di grave infermità sopravvenutagli, Gennaro V. fu
costretto a smettere il suo insegnamento. Non potendo più leggere la memoria
d’obbligo all'Accademia, perdette, non saprei dir quando, anche quel posto. E
si preparò al triste tramonto. Dissi sopra * che, nel 1797, rivolse una
supplica a Ferdinando IV, per esporgli il suo misero stato, e chiedere un
sussidio. Dopo il tratto già riferito, il vecchio V. continuava a raccontare di
sé: Anni addietro essendoglisi aperto un gran tumor cistico, che da tanti anni
aveva alla gola, con un fiume perenne di sangue, che per cinque mesi lo tenne
inchiodato in un fondo di letto, disperato da’ medici, il fu don Nicola
Frongillo, degnissimo Lettore dell’ Università, lo curò, ed espressamente gli
proibì, che non avesse pensato più a montar sulla Cattedra, perché avrebbe
corso evidente pericolo di discenderne morto. Il quale ancor tiene I La lettera
nella minuta, da cui la pubblico, non ha né data né intestazione; ma nello
stesso foglio, a riscontro della minuta della lettera, sono due abbozzi, pure
di mano di Gennaro, della seguente epigrafe: Villam hanc suburbanam breve otii
negotiique confinium atîris salubritate laxiorisque amoenitate prospectus
facile principem N. Blanch Campilactaris Marchio sibi emptam sibi auctam atque
ad ingeniosissimam Continuava, rammentando i favori già ottenuti da’ Borboni, e
confidava implorando un generoso sussidio dalla munificenza reale. Ma pare che
la supplica rimanesse dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti di rinnovare
l’istanza, abbre 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la prima volta nel
1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto un'edizione del
1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La giovinezza di F. de
Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri, fu, com’ è noto,
afforcato il 31 ottobre 1799. Era gran patriota, molto impiegato e stimato
nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ». Così D. MARINELLI,
Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito il sonetto scritto dal
Falconieri pochi giorni prima della sua morte. Nei Calendari di corte, da me
veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797. non compare mai il nome del Falconieri
come sostituto del V.. Questi vi figura sempre come insegnante. Doveva perciò
essere una sostituzione affatto privata. E chi sa che il modo, in cui fu messo
fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato pel Falconieri un motivo
personale per fare quel che fece nel 1799, e che è ricordato nella sentenza
della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli avvenimenti del 1799 melle
Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901 (Docc. per servire alla Storia di
Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra le altre colpe addebitategli dalla
Giunta vi è anche quella di aver educato i giovani per la Repubblica ». Fu
infatti maestro di Vincenzo Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione napoletana del
1799, Bari, Laterza, 1912, p. 87. Commissario per l’organizzazione repubblicana
del Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco: SANSONE, p. 356 e RucGIERI, Vincenzo
Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano, 1903, p. 17. Del Falconieri
vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite degli italiani benemeriti della
libertà e della patria uccisi dal carnefice, VICHIANI viando tutta la parte
della prima supplica, che abbiamo riferita: e conservando, nel resto, i termini
stessi, che sono i seguenti: Ora, essendo giunto all’età di 82 anni, indebolito
da tutti que’ mali, che ne sono l’ indispensabile conseguenza; ed ammirando
alla giornata la somma Munificenza della M. V. verso di tutti, per cui tanto si
assomiglia al Beneficentissimo Dio, di cui ne sostiene in terra le veci; poiché
non v’è chi per qualche suo onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono,
Fonte inesausto di Beneficenze, che non se ne torni pienamente dissetato; anzi
la M. V. è talmente trasportata da quest’ammirabile Virtù, che spesso ne
previene li voti, e ne risparmia le preghiere: come infatti esso supplicante
ben due volte l’ ha sperimentato nella sua persona: quando la M. V. instituì la
Real Accademia delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta
Antichità, Greca e Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la Reale
Accademia è divisa: dovendo far la scelta de’ Maestri per istruir nelle scienze
S. A. R. il principe Ereditario, senza che esso neppur osasse tant’alto, si
degnò d’eleggerlo per precettore ne’ studi delle Lettere Umane: il qual
invidiabilissimo onore per l’eccezione della sua cagionevole salute, per cui
doveva spesso, e lungo tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro
Fonte basta che sappia su di chi debba diffondersi, che da sé si apre, ed a
larga mano versa le sue Beneficenze, come l’ ha ben due volte sperimentato in
se stesso, in quanta maggior copia deve spargerlo su di chi vi ricorre portando
in mano la chiave delle preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita
esso vi è ricorso: la prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e
ritornossene supra vota pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda, al
Trono di V. M., che ne siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora un
generoso sussidio dalla Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua cadente
età, in cui ha bisogno preciso di qualche comodo maggiore, non abbia da sempre
luttare coll’ indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a grazia,
ut Deus. I In questa seconda istanza corregge l’anno 1696, in cui, la prima
volta, aveva detto essere stata conferita la cattedra al padre, in 1697. Questo
e gli altri docc. qui appresso riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono
tolti dagli Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 dicembre 1797 (Arch.
Sta. Napoli). In cima alla nuova supplica dalla Segreteria dell’eccleslastico
fu apposta (forse, in seguito ad ordine reale) la nota seguente: 25 febbraio
1797. Informi, e manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica
stessa dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella sua
consulta, che tardò più mesi, riassunta l’istanza del V., aggiungeva: Poiché la
M. V. con Real Carta del dì 25 dello scorso Febbraio mi ha comandato, che
informi, e manifesti il mio parere, debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e
noti i lunghissimi servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente
dal padre don Gio. Battista V., illustre letterato, e dal figlio supplicante
don Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a questa Regia Università
degli Studi, con decoro della medesima, e con profitto della studiosa gioventù.
Sono ancora vere le circostanze della cagionevole salute dello stesso
supplicante don Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo
corso di circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un
tal soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa provvedere
ai bisogni della vita; e che a tale oggetto possa degnarsi V. M. conferirgli
una pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su di altro fondo che
stimi più proprio. Il signore Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la
vostra Real Persona = di V. M. = Napoli 6 Maggio 1697 = Umilissimo Vassallo =
L. Arciv. di Colosso Capp. M. Il ritardo della consulta derivò dal ritiro,
accaduto nel corso dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto
Capobianco, arcivescovo di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel
febbraio 1798. Il successore nella cappellania maggiore, del quale si ha
notizia, è mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel dicembre
1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di Colosso, dal maggio,
forse, al dicembre. Vedi il Catalogo de’ Cappellani Maggiori del Regno di
Napoli c de’ confessori delle persone reali [del P. Luici Guarini], Napoli,
Coda, Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del cappellano, fu presentata
al re, che era a Foggia, e dispose che gli si proponga questo espediente al suo
felice ritorno ». Avvenuto il quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla
pratica fu scritto: Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni
accordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale sia il
soldo, che gode il ricorrente. Questi ordini furono trasmessi al cappellano
maggiore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio 1797. Qual differenza
dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I per provvedere alla vecchiaia di
Giambattista V. ! L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra
relazione al Re: Signore, In adempimento del Real comando, le fo presente,
riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non ha
ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in grado giungono
alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito a cui sieno state accordate
pensioni; ma non vi è esempio altresì di Lettore, il quale abbia servito 60
anni, che fa il corso di una lunga vita, con potersi anche considerare, che già
sia scorso un secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza
interruzione la Cattedra di Rettorica nella Regia Università. Riguardo alla
seconda parte, debbo rassegnarle che il padre del supplicante don Gio. Battista
V., il quale illustrò questa Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col
soldo di soli docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe a
docati duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché la M. V.
ordinò che l’ Università degli Studi pubblici passasse 1819, p. 63. Cfr. anche
Sulla origine e giurisdizione del Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo,
Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco si arresta a mons. Capobianco. I
Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli). al
Salvadore; nel qual passaggio, essendo la sua Cattedra entrata nel ruolo di
quelle, che debbono leggere fino alli 28 di Settembre, per tale accrescimento
di fatighe gli furono aggiunti altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già
servito quarant’anni, per avere il soldo di docati trecento che godono anche i
lettori più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta
l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno, ed a
dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està andassero di
séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia Reale delle scienze V.
M. si degnò eleggere il supplicante per direttore del Ramo dell'Alta antichità
colla pensione di docati sessanta, e questa gli è mancata: altri piccioli
emolumenti dice di essergli minorati: ed a queste detrazioni si aggiunge che
per la sua cadente età dovrà pagare docati 30 annui per lo mantenimento del
Sostituto. Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi,
della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo
sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento venti
docati annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la Vostra
Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umilissimo Vassallo = L.
Arc. di Colosso Capp. M. Portata di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26
agosto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro V. sì desse la
giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed emolumenti, che ha perduti». E
il 9 settembre furono spediti da Ferdinando Corradini, segretario
dell’ecclesiastico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al principe d’
Ischitella, segretario dell’ azienda. Giubilato V., si ordinò tosto il concorso
per la cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe effetto. Ecco in proposito
una relazione del cappellano maggiore, curioso documento di quel che fosse
allora un concorso universitario: ue usata ! Vedili in Appendice I. Il
Sig.r...Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Rettorica per
la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore don Gennaro di V., e
si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il concorso per la provvista di tale
Cattedra, con doversi prima riferire i nomi, cognomi e patria di coloro, che
dopo l’editto si ascrivono per detto concorso. Si è di già affisso l’editto a
norma de’ Sovrani ordini; ma, frattanto che non si diverrà all’elezione del
proprietario professore, manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la
quale è necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura dalla
gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il Sacerdote don
Nicola Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel Seminario
arcivescovile, il quale coll’acclusa supplica si è offerto d’ insegnare le
Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima sin tanto che si
eseguirà l’ordinato concorso, senza pretendere soldo o riconoscenza veruna, ma
soltanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni di accettare
questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato non solo per l'abilità
nella materia, in grado già di Professore, ma è noto eziandio pel costume
irreprensibile, e pe’ puri sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono:
e perché, senza alcun pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede
al bene pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione
necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla intelligenza di V.
M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi approvare che il Sac.
don Niccola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie nella Cattedra di
Rettorica della Università dei Regi studi, sin a che non sia provvista del
professore in esito dell’ordinato concorso, in qualità di sostituto, e senza
poter pretendere né soldo, né riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre
1797 !. A Gennaro V. però dispiacque la giubilazione, e più una notevole
perdita che l'abbandono della cattedra e la trasformazione del soldo in
pensione gli avrebbe arrecata. Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il
quale, I Relazioni del Cappellano maggiore.] deferito al re, non ebbe se non
questa dura risposta, segnata in margine alla pratica: Da Portici li 21 ottobre
1797. Il re è fermo nella presa risoluzione. Ma V. non si perdé d’animo, e
rinnovò il ricorso, con lievi mutamenti di forma. Riferisco questo secondo: Ss.
R. M. Signore, Gennaro V., pubblico professor di KRettorica nella Vostra Regia
Università de’ Studi, prostrato a’ piedi del Real Trono della M. V., umilmente
le rappresenta, che essendosi per sua Real Munificenza degnata, con sua real
Carta de’ 9 del caduto, ordinare che gli si dia la giubilazione coll’intiero
soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti: esso supplicante si dà lo
spirito di umilmente esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione
è sottoposta alla decima, la quale gli scema il pieno godimento del soldo
intiero, che la M. V. si è degnata concederli: onde la supplica a volersi
compiacere di accordargli l’ intiero soldo, siccome finora l’ ha goduto,
secondando in questo la generosa inclinazione del Real Animo Vostro di
beneficarlo. Alla cattedra di Rettorica è privatamente annesso l’emolumento
delle fedi di Rettorica !; e questo gli si è dimezzato; ma ne ritiene ed esige
l’altra mettà. Egli si augura che la mente di V. M. sia, I L’esame di Rettorica
era una specie di baccellierato. La Prammatica del conte di Lemos del 1616,
parte III, tit. II, art. I dice: Ordiniamo e comandiamo che niuno studente
grammatico possa passare ad intendere niuna facoltà o scienza, senza prima
essere stato esaminato per lo cattedratico, seu lettore di Rettorica, il quale
a quello che approverà per sufficiente ed abile, darà una fede firmata di sua
mano, nella quale dichiarerà averlo trovato idoneo, per poter passare alla
facoltà che domanda; e lo Studente che sarà passato in qualsivoglia altro modo,
non guadagnerà il corso in quella facoltà, che passò infin a tanto che non sarà
esaminato ». L'art. 4 stabilisce che per questo esame lo studente, sia
approvato o sia riprovato, paghi all’esaminatore mezzo carlino ». Cfr. ora N.
CORTESE in Storia della Università di Napoli, Napoli, Ricciardi.] che su quel
che ritiene gli si dia il compenso di ciò che ha perduto; dovendosi intender l’
istesso sul soprasoldo, che godeva di duc. 47, solito distribuirsi alli Lettori
più emeriti, dimenticato nella sua prima supplica; e questo anche è decimato,
esigendone duc. 38. Il che fa crescere la somma del compenso accordatogli dalla
Vostra Real Clemenza a duc. 130, inclusivi li duc. 60 dell'Accademia. Quindi
ricorre a’ piedi della M. V., che è quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle
Beneficenze, ed umilmente la supplica, a volersi degnare fargli godere
l’intiero soldo immune da decima, siccome l’ ha goduto finora; com’ancora
esentarne il compenso accordatogli di ciò, che ha perduto negli emolumenti
annessi alla cattedra, con degnarsi indicargli da qual fondo debba ripeterlo.
Qualora poi V. M. voglia togliergli anche quel che ritiene ed esige in essi
emolumenti, il compenso di duc. 130 ascenderebbe a duc. 200, che, uniti alli
duc. 300 di soldo, formerebbero duc. 500: nel qual caso potrebbe la M. V.
degnarsi ordinare, che gli si corrispondano duc. 500 annui, immuni ed esenti da
decima, e da ogn’altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque detrazione
nella sua cadente età, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore: confidando
di tutto conseguire dall’ammirabile generosità del Real Animo Vostro in
considerazione di un povero suo suddito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni
servito; e tutto riceverà a grazia, ut Deus. Gennaro V. supplica come sopra.
Ritornata così l’istanza al re, questi diede l’ordine seguente, eseguito il 18
novembre ‘97: Il C. M. s’incarichi di questo e riferisca speditamente, tenendo
presente l’antecedente sua relazione, volendo S. M. che si riesamini ». Il
cappellano maggiore rispose, questa volta con una lunga relazione, in cui
premette la storia della lunga pratica; e prosegue: In oggi lo stesso don
Gennaro V., con ricorso umiliato nelle vostre Reali mani, espone, che il soldo
è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, e chiede che gli
si faccia godere il soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre che alla
Cattedra di Rettorica è privativamente annesso l’emolumento delle fedi di
Rettorica, e questo gli si è dimezzato: che anche il soprasoldo Roma,
1883,264-67. Era nato a Lecce nel 1755. Oltre la Rettorica, pubblicò altre
opere letterarie, che sono indicate dal D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi
unito a questa supplica un breve rapporto della Segreteria, con cui la supplica
doveva esser sottomessa nel Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui
avrebbe dovuto esser segnata la risoluzione del re. Ma di questa non v'è
traccia. 242 STUDI che godea di annui D.ti 47, si è minorato ad annui D.ti 38,
onde fa ascendere il compenso da V. M. ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora
dovesse lasciare i detti emolumenti, il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al
soldo di detti D.ti 300, formano la somma di D.ti 500; e quindi implora la
grazia di ordinarsi, che gli si corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti
da decima e da ogni altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque altra
detrazione nella sua età cadente, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore.Debbo
inoltre aggiungere, che lo stesso don Gennaro V., essendosi a me
presentato, mi ha fatto conoscere, che avrebbe desiderato il solo
domandato sussidio senza la giubilazione; affinché gli fosse continuato l’onore
di pubblico Regio Professore fino alla morte. Quindi sommetto
io alla sovrana intelligenza, che l’emolumento delle fedi di Rettorica non si è
dimezzato al supplicante don Gennaro V., se non che per la condizione de’
tempi, in cui è minore il numero di coloro che si prendono la laurea
dottorale; e quando la Cattedra di Rettorica sia provveduta di novello
Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di tali fedi,
giacché il giubilato de V. non potrebbe attestare ciò che non potrebbe
sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don Gennaro V.
continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica colla pensione di annui
D.ti 120 sulle rendite delle Chiese vacanti, avrebbe con queste un giusto
compenso per la mancanza dei D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta
antichità dell’ Accademia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e
negli emolumenti delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di
annui D.ti 30 per lo mantenimento del Sostituto, qualora avesse per
sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti napoletano, il quale si è
offerto di leggere in tale qualità senza pretendere soldo o riconoscenza
veruna; ed io già l’ ho proposto alla M. V. per la sostituzione nella
stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino a che non fosse
provvista di proprietario in esito del concorso ordinato; essendo detto
Ciampitti riputato non solo per l’abilità in grado di Professore, ma noto
eziandio per lo costume irreprensibile, e pe’ suoi sentimenti morali e di
attaccamento al Regio Trono. La giubilazione, o Signore, del
ricorrente don Gennaro V., non vi ha dubbio, che sia stato un effetto
della vostra Sovrana Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi,
considerando il lungo servizio ed età di lui avanzata: ma, siccome egli
ama di proseguire per quanto può nel servigio, e morire coll’onore
di Cattedratico, desiderando solo il compenso per ciò che ha perduto,
così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno amore il
risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120, e continui
ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica, accordandogli per
sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti senza soldo o riconoscenza
alcuna, come esso Ciampitti si è offerto. Il Signore Iddio
lungamente conservi e sempre prosperi la vostra Sagra Real Persona. = Di
V. M. = Napoli 25 novembre 1797 = L. Arciv. di Colosso. Allora, il
12 dicembre 1797, il re prese la seguente decisione: Il Re,
prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore
di Rettorica don Gennaro V., permette, che lo stesso rimanga nella
Cattedra valendosi di un sostituto; e nel tempo stesso, per dare al
medesimo un segno di sua sovrana beneficenza, gli accorda l’annua
pensione di ducati 120 sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della
decima. Nel comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che,
rispetto al sostituto nominato, la M. S. li comunicherà appresso i
suoi R.li ordini. Resti accordato per sostituto il proposto
don Nicola Ciampitti, qualora la Giunta di Stato non l’abbia notato, e perciò
se gli faccia la domanda. C[orradini]. es.° a
19. Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i processi del 1794, e
che tutta la cultura è venuta in sospetto a’ Borboni. Il Corradini,
adunque, dové prima assumere le informazioni politiche relative al Ciampitti;
che gli vennero con questa lettera del principe di Castelcicala: Dalla consulta
della Suprema particolare Giunta delegata di Stato de’ 7 del corrente Dicembre,
avendo rilevato il Re che nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna
nota o indicazione contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal
Cappellano Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica ne’ Regj
Studj: nel Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari esteri, Marina e
Commercio lo rescrive a V. S. Illma per sua intelligenza, in risposta del
viglietto de’ 2 del suddetto Dicembre. = Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe
di Castelcicala Sig. Marchese Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini
poté dare questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: Si comunichi al
Cappellano maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua, accordando
al Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica ». Ed ecco, infine il
decreto, in data 19 dicembre 1797, con cui si chiuse questo piato lungo e
pietoso: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico
Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette che lo stesso rimanga nella
cattedra, valendosi del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel
tempo stesso, per dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana
beneficenza, è venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul
Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo di Real
Ordine a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella prevenzione di
essersi dati gli ordini alla Camera, per la pensione al Monte Frumentario. Palazzo,
19 dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig. Principe d’ Ischitella 2. Così nel
Calendario di Corte del 1798, per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto
al nome di Gennaro V. sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I
Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala. 2 In
vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a D. Gennaro V.
Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e s. 66 2-3» ecc. ecc.
Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135 a. Seguono ivi i
pagamenti delle rate fatti al V. fino al 21 marzo 1805 (c. 135 d). A c. 168 d
sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giugno e 5 dicembre 1805. In pari
data era comunicato lo stesso Decreto al Cappellano maggiore. Dispacci dell’
Ecclesiastico, 534, fol. 3 db. Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di
razione: R. Studj Pompei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a
Gennaro V. sostituto. Ma, disgraziatamente, non ci restano 1 Calendari degli
anni 1799-1804. Per quanti anni insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero
pensare che fino alla morte di Gennaro V. egli continuasse a sostituirlo:
Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, ad occupar la cattedra di
Eloquenza nella R. Università degli Studi, che per la decrepita età di Gennaro
V. era stata dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra, avendo egli
mostrato non volgar valore, come ordinario professore, nel 1806 meritò di
ottenerla » 1. Ma, nel Calendario del 1805, vediamo sostituto di Gennaro V.,
don Nicola Rossi, che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra del
liceo arcivescovile 2. Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie
furono inaugurate nel chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al
Gesù Vecchio, il 31 ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio Nicolai
Rossi in Regio Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et Poetic. Prof. subst. habita
in aedibus Montis Oliveti in prima solemni studiorum instauratione An. MDCCCV
5. dal 21 ottobre 1799 al 5 dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12
leggesi anche una serie di pagamenti al medesimo, per gli anni precedenti. I
Elogio di N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria
del Can. N. Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche del
metodo d’ insegnare del Ciampitti). Dello stesso VILLAROSA, Ritratti poetici,
Napoli, 1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti, pron. nell’ad.
gen. della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, 7-8) parla anche lui della nomina di
sostituto nel 1798, della decrepitezza del V., e della nomina d’ordinario nel
1806 per proposta fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche
RovER, Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO
GATTI, Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224. 2 C'è infatti un
Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus auctore NicoLAo Rossio in
Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùiterarum professore; s. a. 3 L. DeL Pozzo,
Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la dinastia Borbonica, Napoli,
1857, p. 213. 4 DEL Pozzo, sotto questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita
civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursinum, di32, s. a. VI. IL FIGLIO DI V.
Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua peritanza per la
solennità dell’occasione, dice fra l’altro: Moveor etiam 1ipsius loci
insolentia, qui ut prope suo jure a me repetit, ne quid in occursu primo
ominosum vitio meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam
offensionem habet in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo,
non la cattedra, era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito
V. anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima rata del suo stipendio il 5
dicembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe toccato nel marzo 1806. Nel qual
anno Gennaro morì 3. Un decreto del 31 ottobre 1806, di Giuseppe Bonaparte,
riordinava, come vedremo, gli studi dell’ Università; sopprimeva varie cattedre
fra cui quella di Rettorica »; e disponeva: Tutti 1 professori proprietari
delle cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per giubilazione
» 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la giubilazione a
ventidue professori universitari, fra i quali sono 1 titolari delle cattedre
soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre istituiva bensì, come
vedremo, una cattedra di Eloquenza antica e moderna ». Ma appunto a questa un
decreto del 14 novembre ° nominava il canonico Nicola Ciampitti. V., adunque,
morì poco dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. * Vedi sopra p. 251 n. 2. 3
IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro, che fu pubblicato il 19
agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due giorni prima. 4 V. Collez.
degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S. M. da' 15 febbr. a’ 31 dic.
1806, Napoli, Stamp. Simoniana,384, 385. Lo stesso Decreto è nella Collez.
delle leggi, de’ decr. e di altri atti riguardante la P. S. promulgati nel già
Reame di Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63, I, 6 sgg. 5 Collez. degli
editti cit., 465-6. 6 Ivi, 424-5 7 Il march. di ViLLarosa, nel suo art.
biografico su G. V., nei Ritratti poetici, ed. 1842 (nell’ed. 1834 non c’ è il
Ritratto » di V.), GLI SCRITTI DI GENNARO V. E IL SUO INSEGNAMENTO Quando
Gennaro V. lesse nell’ Accademia la sua memoria sull’ Origine della repubblica
di Locri, tra gli accademici che l’ascoltarono, era l’abate Filippo De Martino
(1702-1794), l'elegante traduttore in esametri latini del Tempio di Cnido del
Montesquieu (1786), l’autore dell’anonimo Hirpini poétae in Germanum
Penthecatosticon contro l’ Archenholz (1789), e di varie opere erudite, come i
commentari Ad sex primorum Caesarum genealogicam arborem, pubblicati. L’ab. De
Martino, che sapeva comporre esametri e distici per ogni occasione ?, salsus
attice doctissimus eloquio lepidissimus colloquio 3, fu ispirato dalla sua
facile musa a indirizzare a Gennaro V. i seguenti versi, che rimangono tra le
carte di questo, nella pressoché illeggibile scrittura 4 dell’autore: non
indica nessuna data; o meglio dà, sì, quella del 1° vol. degli Opuscoli di V.
da lui pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816 invece del 1818. Dice che
Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma è un errore, come hanno
dimostrato i nostri docc. E così erronea è l'indicazione di una Oratio ibid.
(sc. in R. Neapolit. Acad.) în solemni studior. instauratione, An. 1768; che è
l’ Orazione Optima studendi ratio del 1774, pubblicata con quella In Regiis
Nuptiis del 1768. I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA, Ritratti
poetici, 1209-31. * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu pubblicata a
Napoli, 1778, in-49. 3 Vedi l’epigrafe scritta per lui nel Sepulcretum
amicabile di E. CAMPOLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il NAPOLI-SIGNORELLI, nel
Supplemento alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I, Napoli, Flauto, 1792, p.
190: « E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa dell’ab. Filippo Martini,
il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di sua età serba in vecchie
membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari alla vena ovidiana ». 4
Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe stato age AL = _ E Ri ©
n n onice ci i ce a = ZA Ad J. Vicum Hexastichon. Haeredem quis te virtutis jam
paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget ? Ambo fortuna digni meliore,
sed ambo Sprevistis caecam. Gloria parta satis: Trans Apenninos, Alpes
gelidamque Pyrenem, Trans mare, trans Calpem fama perennis erit. Ad eundem pro
Dissertatione de Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos, pene sepultos, Et nitido
praefers lumine jam facem. Hesperia ! reducis magnis hinc bobus abactis
Amphitryoniadis maxima pompa fuit. Et terrae motum ?, quo corruit Vrbe
theatrum, Pompej, Alcidis moenia celsa, notas, Dum caneret Nero, dum, tristi
sed corde, severus Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam foedum vidit
quoque Roma Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium 3 Arrosos ungues scalptum
caput, osque columnae Innixum nobis nobile monstrat opus. Ad eundem pro
Dissertatione de Locris Dodecastichon alterum. Hoc ingens etiam studium,
vigilemque lucernam Ad galli cantum, nocte silente, sapit. Italiae regio
Graecis dominata colonis Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit. Hic Locros
memoras, Trojani ab tempore belli Et varios casus innumerasque vices, «
amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo scritti
col di lui poco intelligibil carattere ». I Cioè dalla Spagna. Allusione alla
leggenda menzionata anche nella Dissertazione del V., e che si trova in SoLIno
(II, 5); la quale spiega il nome di Pompei quia [Ercole, fondatore di Pompei]
pompam boum duxerat ». % Il terremoto dell’anno 63 d. C. 3 Commodum gladiatorem
(Postilla del De M.). Hinc mutas etiam, vocales inde cicadas!, At de Thebano
Vitigatore nihil. Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem;
mentitur Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem ?
Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui amantissimum tibique
addictissimum, quod sponte talis, amare perge. PH. TUUS. Del resto anche
nell’invettiva contro il dotto tedesco aveva esaltato Gennaro V. insieme col
padre glorioso: En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo
per loca trita solo Pergentem; sequitur, patriae non degener artis, Par animo
natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio era ingrandito dalla enumerazione
degli altri maggiori discepoli del V., a capo dei quali pel De Martino stava
Gennaro patriae artis callentissimus » come egli stesso commentava nelle note,
aggiungendo: Multas etiam edidit orationes ac dissertationes, easque
eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquentram meritissimus patris
successor docet ». Multas, no: DI ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I
Accenna al curioso fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo V. nella sua
Dissertazione su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori
antichi, che le cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero
mute, e al di qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno studioso del luogo, al
quale Gennaro V. per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe
informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se notavasi
ancora il curioso fenomeno, rispondeva: Quel che si dice delle cicale mutole e
vocali non è punto vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi
abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De M.). 3 Hyrpini
potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ. Simoniana, 1789, 17 e 48;
cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere del V. e sul vichianismo, in
Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni, Labindo, che allora
era a Napoli e stretto in amicizia a Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non
in versi, alla sua dotta dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse
quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato da Napoli, nella primavera
del 1791, in occasione della morte del loro comune amico il duca di Belforte
Antonio di Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario V.,
eruditissimo viro ac amico suavissimo, in obitu Lycophontis : Desine, Vice,
meum lacrimis urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore regnat amor. Regnat, et
assiduis late loca questibus implet Et frustra surdis dis Lycophonta petit. Flebilis ille bonis, decus et spes
magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior; e così via per altri
undici distici *. Quanta fosse la modestia di Gennaro si può vedere dalla
risposta in prosa che egli fece ai distici del De Martino, e che non vale certo
meno di essi. In questa lettera c'è tutto lui: Philippo De Martino Januarius
Vicus S. D. Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi
comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani I L’elegia fu
pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio poetico in morte di D.
Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Cantalupo Principe di S. Martino Marchese
di S. Massimo, ecc., tra gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è
stata riprodotta da un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di
Gerolamo Lazzeri, Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una cortese comunicazione
dello stesso prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui l’elegia
fu scritta. Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata virtus
cum compta laudantis facundia ita certare videtur, ut nescias utrum plus
decoris dignitatis splendori accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a me
ipso quasi abductus ea inexplebili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot
tantarumque venustatum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua
molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed longe
absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia: illa enim tempore
egent, ut conficiantur; haec facillime concoquuntur, ac statim in vires et
sanguinem transeunt. Quapropter cum res tuas legendas, imo potius admirandas
suscipio, in quibus cum sententiarum splendorem, tum, velut in vermiculato
emblemate, sic structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere
audeam, ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam,
quod sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere Divim Tuo
lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis, ne mihi, ne tibi desim,
te vicissim ad me invitare cogor; nam saepe fit, ut quedam officia vel cum
aliquo periculo praestanda sint. Fortasse inquies, quid agis ? Satin’
sanus es? qui me postules ad te vocare ? Vide ne quid temere facias! Visne tuum
pusillum censum absumere ? audio: ineptus, profusus, impudens videar, quidvis,
potius, dum ne sim inofficiosus. Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola
duas Oratiunculas ?, quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et
pro dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per compita
canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius fuisset, exiguam illam de me
opinionem, quaecumque ea esset, retinere, nullo typis edito experimento: quis
modo recipiat, etiam levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave
quidem et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus
incidas: cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria,
sed libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano Patrizi
(1715-1797), magistrato, professore di diritto feudale nell’ Università, dotto
giureconsulto, autore anche di una Dissertazione sul Teatro (inedita), che è
lodata dal Metastasio, vedi ViLLAROSA, Ritratti, 55-57. 2 Le due Orazioni stampate:
In Regiis Nuptiis e Optima studendi ratio. homines morosi et difficiles ut
nodum in scirpo quaerant. Haec eo dico, ne me putes laureolam in mustaceo
quaerere voluisse: quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum edere
cessaverim; magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud me
plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde rogari er negare
desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere parumper divitiarum atque opum
tuarum: pone, quaeso, munditias, pone lautitias tuas; illam denique
eruditissimi palatus tui, cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone:
da te mihi vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque omnium
egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire solet; atque in coena panem
atrum, asperrimum vinum, coepas, allium, palustres mullos frictos et silvestria
poma esse apposita; quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori
inservias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero pro meo
jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta: atque ejus causam
suscipias ? Equidem liquido jurare possum; et tu fortasse iuxta mecum sentis:
tantum iis dignationis accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male factum:
aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et sanctissimae
monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo
quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas, inarescere ? Credis id Manes
curare sepultos ? ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi
non ha molto da fare: un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e
non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria di chi lo scrisse ci
assicura la doppia copia ?, che se ne trova tra le carte di Gennaro, e ci fa
pensare che questi la dové dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa
lettera I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle
Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu scritta la vita, che è
ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131. 2 Ne abbiamo riprodotta una, senza
tener conto delle varianti di poco conto che l’altra presenta.] dimostra una
conoscenza profonda e un uso sapiente del latino classico. Ma s’ingannerebbe
chi pensasse che per Gennaro la frase o la forma fosse tutto. Non era stato
questo l’insegnamento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. V. De
nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l professore di rettorica
si permetteva di criticare l’indirizzo di tutti gli studi del tempo suo, e di
additare a tutti un’altra via. Onde sulla fine sospettava che altri potesse
ammonirlo: Quid tua, inquiet, ejusmodi argumenta, quae omnia sapiunt,
disserenda suscipere ? » e rispondeva: Nihil mea Ioh. Baptistae a V.; at mea
multum eloquentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc
studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes scientias
artesque doctum esse oportere satis suo instituto significarunt .... Nec temere
ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae regi dat de
ordinanda studiorum universitate consilium, ut adolescentes, non omni
doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae studiis prohibeantur. Nam quid
aliud est eloquentia nist sapientia, quae ornate copioseque et ad sensum
communem accommodate loquatur?»:. E, nelle Institutiones oratoriae, che V.
dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2, la filosofia è detta rhetoricae instrumentum
maxime necessarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita, parlando del
suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere che egli non ragionò mai delle cose
dell’eloquenza, se non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza
altro non è, che la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra esser quella
che doveva indirizzare gl’ingegni e fargli universali, e che l’altre
attendevano alle parti, 1 Opere, I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr. IL FIGLIO DI
V. questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti ben sl
corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più di cose che di parole. E
che non dissimile, mutatis mutandis, debba essere stato anche quello del
figlio, basta ad attestarcelo l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab
animo ecc., della quale giova dare particolare notizia, come documento
dell’indirizzo mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto
allontanati dall’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem, species
ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ? E fa la curiosa e
giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti grandi oratori prima
che s’inventasse la rettorica; laddove il decadimento dell’oratoria incomincia
proprio dalla invenzione di questa. E già anche il padre, nelle Istituzioni,
aveva detto: Sine natura, sine exercitatone, ars misera dicendi officina est.
Omnes enim ingenue educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque
evasit eloquens, sive adeo disertus ? Itaque praestare putarim hanc artem
praeceptionibus parce parcam, optimorum vero exemplorum tradere adolescentibus
maxime copiosam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student, diu in
eius subtili disputatione immorantur»?. Già il padre dunque aveva scosso la
fede nei precetti rettorici. Sì senta ora il figlio: Etenim jam constat quod,
inventa arte, adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc dicendi studium
tantum fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores
extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue dissitam
definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in arte redigere, quae nonnisi
cognitis penitusque perspectis, et nunquam pallentibus rebus continetur ? Nonne
nobis facillime actu videatur, quod quae observata sunt in usu et ratione
dicendi, haec ab homi I Opere, V, 75. ? V., Instituz. orat. e scritti inediti,
Napoli, Morano, 1865, p. 9. nibus acutissimis animadversa, notata, verbis
designata, generibus illustrata, partibus sint distributa, ut quod illi sive
natura, sive improbo labore effecissent, nos eadem suadente natura, atque
aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri debet, quod quibus
adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae fere reconditis atque abditis
fontibus hauriuntur, tantum incrementum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio,
quae in communi hominum more et sermone versatur, tantum accepit detrimentum,
ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio profuerit magis an
funditus everterit hanc liberalissimam facultatem. Si addurrà che manchi ai
moderni l’intelligenza degli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile
anzi, che gli ingegni moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu
figlio del sec. XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis
inventis, novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio non
animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locupletatam, ut nihil
fortasse quicquam quod ad humanos usus pertineat amplius excogitandum, nihilque
in re literaria desiderandum nobis relinquatur. La vera ragione sta proprio,
secondo Gennaro, nell'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa
della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in segna: Non enim
tam infestum animum in artem gero, ut putem eam nullius bonae frugis esse; nec
ignoro multa adjumenta atque ornamenta huic dicendi studio ab arte esse
subministrata; at rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere,
quae nec arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea quaedam quasi
ad commonendum oratorem quo quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi
proposuerit, minus aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad excolendum
oratorem non ad fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse,
et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo tamen modo
acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit materia, in qua
versetur, nihil quicquam proficere posse. Verum, seposita arte, cum ista
artificum intemperie mihi res est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae
studiis, sine quibus eloquentia consistere nequit, in lingua tantum exercenda
occupati, ex hujus artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e
maximo dicendi emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse
contendunt; eaque falsa persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam,
in eam fraudem inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus
laboribus jam esse perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil
omnino aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incommodum, haec
gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac seclusa verborum aquula
juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et perenni sapientiae fonte, a quo
solida omnis et generosa dicendi virtus promanavit, avertere atque abducere
conantur. Hic factum est ut nostrorum temporum diserti sapientiae studia
reformident; in paucissimos sensus, in inanem verborum sonitum, nulla re
subjecta, in angustas sententias detrudant eloquentiam velut expulsam regno suo
atque in pistrinum aliquod dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut
ducem, verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire
dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della
filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores: at postquam isti
verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a sapientia, quae natura ipsa
conjunctae erant, dissociarunt, et facto quodam linguae a corde divortio, quo
alii nos sapere, alii dicere docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum
desidia et socordia tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae prorsus
exharuit. Gennaro V. si fa banditore della più sana teoria estetica, sostenendo
che la vera eloquenza è quella che scaturisce dal pieno possesso
dell’argomento. E lo dice molto bene: Sane dicendi virtus quiddam majus est,
quam isti opinantur, atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae,
etiamsi in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen occultam
suggerunt, et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum artium scientia
etiam aliud agentes nos ornat, atque ubi minime credas, eminet atque excellit:
atque adeo si, quod isti ipsi celeri lingua et exercitata operarii fatentur,
verum est, quod persapienter Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt,
satis esse eloquentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis
scientia illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verborum volubilitas
inanis est atque irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam
gignit: quonam pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere vagari
liceat, atque ubicumque constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea de
quibus dicit perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab angustis
ejus cancellis, quod optimum est dicendi genus, in amplissimum generum campum
causam educere, nisi res subsit ab oratore percepta penitusque cognita ? V.,
quindi, si fermava a provare partitamente come i fini principali dell’oratoria
presuppongano la conoscenza delle parti principali della filosofia, per
conchiudere anche lui, come già il padre: eloquentiam nihil aliud esse, nisi
copiose loquentem sapientiam. Ma quale filosofia ? E s’insegnava allor nell’
Università di Napoli una filosofia capace di far risorgere l’eloquenza ? G. B.
V., nel 1711, aveva detto: Per ciò che riguarda la filosofia; come anticamente
né la dottrina degli epicurei, né degli stoici era utile all’eloquenza (quando
gli epicurei della nuda e semplice esposizione delle cose si contentavano, e
gli stoici col troppo affettare sublimità, ciò che nell’orazione e nello stesso
spirito ha di generoso, infrangeano e cincischiavano, e tolto ogni succo ne
denudavan le ossa disciolte per soprappiù di lor giunture); così oggi né la
cartesiana, né l’aristotelica del nostro tempo fa gran prò alle cose oratorie:
questi perché disadorni e rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in
tanto, che io stimo l’eloquenza dei nostri tempi (quando la lingua latina pur
coltivasi diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi
principalmente corrotta perché le cose filosofiche senza splendore alcuno,
senza ornamento e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756 insegnava filosofia, già
dal ’41, nello Studio di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon
figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo uditorio accademico:
Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum philosophi nullum emolumentum
eloquentiae afferre possunt, quippe nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed
tanquam ab hominum societate sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis
instituunt; etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari conantur, moralem
penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de humani generis ingenio,
ejusque affectibus, de propriis virtutum et vitiorum notis, deque illa decori
arte omnium difficillima disserit: atque adeo praestantissima de republica
doctrina nobis deserta et inculta jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit
veritas, vestigamus rerum naturam, quae certa est, hominum naturam non
vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima. Anche nelle ultime parole pare
di scorgere una reminiscenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo
della seconda Scienza Nuova: A chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia, come
tutti i filosofi seriosamente sì studiarono di conseguire la scienza di questo
mondo naturale; del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la
scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo
civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la
scienza gli uomini ». Non più che una reminiscenza: già lo spirito è diverso.
Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in ciò Gennaro
segue da presso il padre. I Institut. orat., 7-8. Ho citato la trad. del
Parchetti, pel suo sapore vichiano. Epicurus, etsi eum in sapientum numero!
censeo, nuda ac simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni vero
quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices essent, apud quos verba
faciat, reum pro quo loquatur, Senatum, in quo sit dicenda sententia, non
liquebat. Zenonem, utpote ab hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto
ejiciendum; nam cum illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac beatum
esse, atque eos, qui sapientes non sint, servos, hostes, insanos, absurdum sane
fuisset concionem ei aut senatum, aut ullum hominum coetum committere, cui nemo
illorum qui adsunt, sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod,
nimia subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius,
frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere omnes
prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in dicendum, steriles
et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quodam oratorio (?) non immerito
laetat, et sane ejus disserendi ratio utilis quidem esset, nisi hodie in
vermiculatis illis quaestionibus, verbis utar Verulamii, versaretur. Anche per
Gennaro il porto, che offre un sicuro rifugio, è quello della filosofia
platonica, în qua disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi:
e della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la dialettica, come
mirabilmente atta ad acuire le menti con quel suo procedere quo adolescentes ex
seipsis vera invenire conarentur, secondo il principio socratico: neque
scientias, neque virtutes doceri, sed auditorum mentibus atque animis educi 3.
Pensieri e ricordi in tutto degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi,
Carlo di Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla fine
del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel che segue nel ms.
è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto. 2 Sono le parole stesse del
padre, nel l. c. 3 Gennaro confonde il metodo socratico con la dialettica
platonica. Ma, raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai
dialoghi di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che
riservava ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura et sedulitate
doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit, novamque Academiam
constituit ad situm illis venerandae antiquitatis ruderibus obductum
detergendum, quae ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem prolata in
iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo circumfusa jacuerunt.
Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non aveva se non a lodarsi; e non si
lasciò sfuggire occasione di tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in
Napoli che Carlo sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di
scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe
Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re Carlo ::
Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam datum est tibi, Vir Amplissime,
innotescere, igniculum quendam animo injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua
me semper excipere soles, responderem cum tandem, quo majorem tuae erga me
benevolentiae documentum praeberes, libellum mihi dono dedisti a te
elucubratum.... (sic) mole quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro
sua aeterna salute collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo
angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie versare
non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane et
sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro religiosissimis
moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis veram pietatem,
solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e il Catalogo de’ cappellani
maggiori e de’ confessori delle persone reali (del P. Luigi Guarini), Napoli,
Coda, 1819, p. 123. La data della lettera risulta in modo certo dal contenuto.
Nella Pianta della Famiglia della Regina (Maria Amalia) » del febbraio 1738 (in
SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come confessore (della regina) il frate Giuseppe
da Madrid, teologo e predicatore del re o Era egli il Bolafios ? A lei potrebbe
essere scritta questa lettera del V.. nostrae religionis praecepta, omniumque
Christianarum virtutum disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes
verum Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis
immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque habere oportet?
Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui tantam ejus curam
suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad veram Christiani Principis imaginem
conformare studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc
dico ? Quo animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum hic
praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque mansuetudine ut merito
parens omnium haberetur. Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem
dono datum nobis putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit, et
suo jure quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum vicissitudo. Verum
enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum orbis vix sufficere videbatur, ita
haec tanta virtus nimis angustis hujus regni finibus circumsepta, alias terras
nec Europae terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia
moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari posset.
Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis proferre audeo,
grassetur in via virtutis, capessat potentissimum universae Europae imperium,
et impleat Orbem gloria nominis sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul
Amplissime, redun- datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis
incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc prosequemur. Hoc
tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex suis augustissimis
liberis apud nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem
utpote ex se natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et
observantis animi mei testimonia. Vale. Sulla religiosità di Carlo vedi l’
Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger, 1789)
del prete dell’ Oratorio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, XXII sgg. 2 Nella minuta:
demissum. 3 Questo desiderio non poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando
si celebrò la solenne cessione del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né
gli auguri pel buon viaggio possono essere anteriori al 10 agosto 1759, giorno
della morte di Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra
l’agosto e l’ottobre 1759. Questi medesimi sentimenti espresse con maggior
larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta, come già ricordai,
nell’ Università, Per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina (1768),
giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua Orazione le
nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a magnificare i nuovi destini
di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli auspicî dalla memoria di tutto
che di grande e di utile era stato compiuto dal primo. Sicché una buona parte
del discorso è consacrata a re Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve
ed efficace storia in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e
in classico stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma,
senza colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle
secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne risulta un
concetto abbastanza compiuto di quel periodo così importante della storia
napoletana. Comincia dal rilevare la nota storica fondamentale, della
costituzione del regno indipendente, per opera del Borbone: si Quisnam enim
unquam in animum sibi inducere potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc
annos, tot tantasque rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium
imperio subjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perventurum,
Neapolitanorumque cervices diuturno externae dominationis servitio suetas
suavissimum proprii Principis subituras ? !. Quindi, pensando alle contingenze
storiche (specialmente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese), a
cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non può a meno di rammentare
un principio della Scienza Nuova, che non saprei peraltro quanto da lui
esattamente compreso: Abeant hinc, et facessant, qui stultissime putant humana ratione
fieri, quae Divino tantum consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine
rectores terris dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili
imprese militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guadagnatosi dei
soldati, i costumi castissimi continentissimique Ducis, che eran d’esempio
all’esercito; e la conquista del Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il rapido
acquisto della Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit potestatem, ut
haud quisquam cursu cam, quam victoria peragraverit), nonché il trionfale
ingresso in Napoli. Della città ricorda la singolare tranquillità con queste
efficaci parole: Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus
nosmetipsi, qui velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de nobis
res ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in summo
otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem spectabamus ».
Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per compiere il ricordo dei fatti
militari di Carlo, torna con la memoria al giorno in cui l’infante don Carlo
fece la sua prima entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda il giubilo
della città in quell’occasione 1. Detto poi delle virtù pubbliche e private del
re, accenna le principali riforme da lui promosse, a capo delle quali il
riordinamento della magistratura, e poi la restituzione della Università nel
Palazzo degli Studi, il cui riattamento era stato già celebrato con un'epigrafe
da G. B. V. =; infine I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche lui di quelle
feste (op. cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del V. un documento
interessante; IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste di Napoli
pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 Inter praecipua pacis ornamenta,
quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius visum (utpote non ignaro bonarum
artium disciplinas rerum humanarum esse moderatrices) quam Musis, regno suo
passa ad enumerare le opere pubbliche, le imprese d’arte e di storia, cui
provvide Carlo di Borbone. Questa la parte più curiosa e caratteristica
dell’orazione; e merita d’esser conosciuta. Ecco come accenna alla costruzione
del S. Carlo: Praeterea, ne videretur otium virtute partum sibi tantum
comparasse, neve populus expers esset honestissimarum voluptatum, quae pacis et
tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta, Theatrum totius ferme
Europae magnificentissimum tanto temporis spatio excitavit, quantum vix ad opus
designandum tignumque comparandum satis esset. Dei lavori per la Strada Nuova
verso Porta del Carmine, eseguiti nel 1749, e del ponte presso al Castello del
Carmine, pel quale fu composta un'iscrizione dal Mazzocchi 2, Gennaro dice:
Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat, mare, strata civium
commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari intermittit, pontibus
continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum, curribus nunc equisque
pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis expertum nunc rotas pati,
perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed plaustra etiam duci videmus
? Quid
jactis molibus super contractum mare productae civium inambulationes, et
tutissimum navium receptui portum effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real Albergo
dei poveri, cominciata nel 1751 3: quasi expulsis, nulla certa stabilique sede
errabundis, vixque precario hospitio [a S. Domenico] exceptis, pristinum
domicilium nitidius elegantiusque restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di
G. B. V. nel ripristino dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’
importante articolo di GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli
nobilissima, vol. XIII, 1904, 182-3. I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p.
cxxx; CROCE, I teatri di Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA,
o. c., p. 28I. è D’ ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr.
SCHIPA.] Exhauriendae sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium coeptum, quo
compellerentur imae plebis purgamenta, ne nobis molestiae, et civitati
dehonestamento essent. E delle ville acquistate e abbellite da Carlo :: Quid
tot villas ad urbium instar aedificatas, Bacchi, Florae Pomonaeque certamina,
amplitudine, elegantia, amoenitate adeo admirabiles, ut cum Romanis ipsis de
operum magnitudine jure contendere audeamus. E della cascata di Caserta:
Praeterea quasi terrae ac maria sibi satis non essent, per vetitum ruens,
caelum ipsum tentare ausus est. Quis unquam fando audivit per aérem volitantia
sua natura reptantia filumina ? altissimis jugis profundissimae aequatae
valles, perfossi montes, ‘amnisque longissime arcessitus, ac Regiae Villae
sublimis invectus. Jactet quamvis Romana magnitudo sua immania opera, templa,
theatra, basilicas, villas denique suas, magna quidem admirandaque, quorum
rudera adhuc extantia animos omnium stupore defigunt, rerum tamen naturam non
est supergressa; at rerum ordinem invertere, naturae vim facere, ni caelum
ipsum moliri, nobis concedere cogatur. E gli arazzi di Parma e le porcellane di
Capodimonte 3 famose. Gennaro ha un accenno anche per queste arti fiorite in
quel felice periodo della storia napoletana: Quid de artibus aut inventis, aut
advectis, aut perfectis dicam ? Nonne, ut Attalica peripetasmata et cetera
cuncta consulto praeteream, scimus figulinam ab eo institutam, summoque studio
Myrrhina pocula perfecta adeo, ut levitate, candore, perspicuitate cum
Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio antea comparabantur, facile
contenderent ? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA 0. c. 287 sgg. ? Cfr. SCHIPA,
0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L. DE LA VILLE, La r. fabbrica di
porcellane in Capodimonte durante il regno di Carlo Borbone, e La v. fabbrica
di porcellane in Napoli durante 1l regno di Ferdinando IV, in Nap. nobiliss.,
III (1894), 131-8, 182-7. Degli scavi di Ercolano lo scrittore, eccitato
dall’estro encomiastico, afferma che la gloria di averla scoperta non fu per
Carlo maggiore che non fosse per la città quella di essere scoperta da Carlo; e
che certo essa aveva desiderato di starsene diciassette secoli sotterra per
aspettare tanto scopritore ! Res natura occultas et latentes indagare quoque et
inquirere curiosissime aggreditur; ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae
viscera rimando, Herculanum Vesuvii incendio haustum patefecerit, quod tamdiu
fortasse obrutum jacere optavit, ut a regum Clarissimo detegeretur, ne prolatum
minus a Principis gloria lucis acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere
videretur. Poi, com'era da aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia, e in fine
anche del Museo Ercolanese: cunctis gentibus, nedum earum rerum studiosis,
tanquam antiquitatis miraculum spectandum contemplandumque. E Pompei? Perché
Carlo non s’è accinto anche agli scavi di Pompei? Fortasse factum puto vi
risponde Gennaro con classica reminiscenza, che poteva anche essere sprone ed
ammonimento, ut ejus gloriae, quam maximam jam sibi comparaverat, materram
Ferdinando filio, regi nostro amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche
l’ordine di S. Gennaro, istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato:
Postremo, quo munia bene obita, pericula fortiter suscepta rependeret,
amplissimum Divi Januarii Ordinem instituit, maximorum praemium meritorum ?.
Dopo quello di Carlo viene, naturalmente, l'elogio di Ferdinando. ! Vedi
SCHIPA, o. c., p. 325, e D’ ONOFRIJ, p. CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che
ho citati, vedi In regiis, XVI-XX. elegantiam compositam instructamque genio
suo comparavit. Mi par ovvio che la epigrafe sia stata composta dove fu scritta
la lettera, cioè nella villa Blanch, ora Famiglietti, a Mojarello
(Capodimonte).] aperto. Nel principio del suo male, per non far mancanza, stabilì
per suo Sostituto il Sacerdote secolare don Ignazio Falconieri 1, conosciuto
per le sue opere. Lo partecipò tosto a monsignor Cappellano Maggiore, per
averne il permesso, il quale molto ne commendò la scelta; sempre però che la M.
V. si degni di confermarla. Ed il medesimo ha continuato con soddisfazione,
dovendolo il supplicante mantenere a suo costo, con detrarlo dalle angustissime
sue finanze, non avendo il suo sostentamento altro appoggio, che quello della
Vostra Real Munificenza. Continuava, rammentando i favori già ottenuti da’
Borboni, e confidava implorando un generoso sussidio dalla munificenza reale.
Ma pare che la supplica rimanesse dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti
di rinnovare l’istanza, abbre 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la
prima volta nel 1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto
un'edizione del 1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La
giovinezza di F. de Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri,
fu, com’ è noto, afforcato il 31 ottobre 1799. Era gran patriota, molto
impiegato e stimato nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ».
Così D. MARINELLI, Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito il
sonetto scritto dal Falconieri pochi giorni prima della sua morte. Nei
Calendari di corte, da me veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797. non compare
mai il nome del Falconieri come sostituto del V.. Questi vi figura sempre come
insegnante. Doveva perciò essere una sostituzione affatto privata. E chi sa che
il modo, in cui fu messo fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato
pel Falconieri un motivo personale per fare quel che fece nel 1799, e che è
ricordato nella sentenza della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli
avvenimenti del 1799 melle Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901 (Docc. per
servire alla Storia di Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra le altre colpe
addebitategli dalla Giunta vi è anche quella di aver educato i giovani per la
Repubblica ». Fu infatti maestro di Vincenzo Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione
napoletana del 1799, Bari, Laterza, 1912, p. 87. Commissario per
l’organizzazione repubblicana del Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco:
SANSONE, p. 356 e RucGIERI, Vincenzo Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano,
1903, p. 17. Del Falconieri vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite degli
italiani benemeriti della libertà e della patria uccisi dal carnefice, VICHIANI
viando tutta la parte della prima supplica, che abbiamo riferita: e
conservando, nel resto, i termini stessi, che sono i seguenti: Ora, essendo
giunto all’età di 82 anni, indebolito da tutti que’ mali, che ne sono l’
indispensabile conseguenza; ed ammirando alla giornata la somma Munificenza
della M. V. verso di tutti, per cui tanto si assomiglia al Beneficentissimo
Dio, di cui ne sostiene in terra le veci; poiché non v’è chi per qualche suo
onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono, Fonte inesausto di
Beneficenze, che non se ne torni pienamente dissetato; anzi la M. V. è talmente
trasportata da quest’ammirabile Virtù, che spesso ne previene li voti, e ne
risparmia le preghiere: come infatti esso supplicante ben due volte l’ ha
sperimentato nella sua persona: quando la M. V. instituì la Real Accademia
delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta Antichità, Greca e
Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la Reale Accademia è divisa:
dovendo far la scelta de’ Maestri per istruir nelle scienze S. A. R. il
principe Ereditario, senza che esso neppur osasse tant’alto, si degnò d’eleggerlo
per precettore ne’ studi delle Lettere Umane: il qual invidiabilissimo onore
per l’eccezione della sua cagionevole salute, per cui doveva spesso, e lungo
tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro Fonte basta che sappia
su di chi debba diffondersi, che da sé si apre, ed a larga mano versa le sue
Beneficenze, come l’ ha ben due volte sperimentato in se stesso, in quanta
maggior copia deve spargerlo su di chi vi ricorre portando in mano la chiave
delle preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita esso vi è ricorso: la
prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e ritornossene supra vota
pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda, al Trono di V. M., che ne
siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora un generoso sussidio dalla
Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua cadente età, in cui ha bisogno
preciso di qualche comodo maggiore, non abbia da sempre luttare coll’
indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a grazia, ut Deus. I In
questa seconda istanza corregge l’anno 1696, in cui, la prima volta, aveva
detto essere stata conferita la cattedra al padre, in 1697. Questo e gli altri
docc. qui appresso riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono tolti dagli
Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 dicembre 1797 (Arch. Sta. Napoli).
In cima alla nuova supplica dalla Segreteria dell’eccleslastico fu apposta
(forse, in seguito ad ordine reale) la nota seguente: 25 febbraio 1797.
Informi, e manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica stessa
dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella sua consulta, che
tardò più mesi, riassunta l’istanza del V., aggiungeva: Poiché la M. V. con
Real Carta del dì 25 dello scorso Febbraio mi ha comandato, che informi, e
manifesti il mio parere, debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e noti i
lunghissimi servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente dal
padre don Gio. Battista V., illustre letterato, e dal figlio supplicante don
Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a questa Regia Università degli
Studi, con decoro della medesima, e con profitto della studiosa gioventù. Sono
ancora vere le circostanze della cagionevole salute dello stesso supplicante
don Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo corso di
circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un tal
soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa provvedere ai
bisogni della vita; e che a tale oggetto possa degnarsi V. M. conferirgli una
pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su di altro fondo che stimi
più proprio. Il signore Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la vostra
Real Persona = di V. M. = Napoli 6 Maggio 1697 = Umilissimo Vassallo = L.
Arciv. di Colosso Capp. M. Il ritardo della consulta derivò dal ritiro,
accaduto nel corso dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto
Capobianco, arcivescovo di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel
febbraio 1798. Il successore nella cappellania maggiore, del quale si ha
notizia, è mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel dicembre
1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di Colosso, dal maggio,
forse, al dicembre. Vedi il Catalogo de’ Cappellani Maggiori del Regno di
Napoli c de’ confessori delle persone reali [del P. Luici Guarini], Napoli,
Coda, Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del cappellano, fu presentata
al re, che era a Foggia, e dispose che gli si proponga questo espediente al suo
felice ritorno ». Avvenuto il quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla
pratica fu scritto: Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni
accordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale sia il
soldo, che gode il ricorrente. Questi ordini furono trasmessi al cappellano
maggiore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio 1797. Qual differenza
dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I per provvedere alla vecchiaia di
Giambattista V. ! L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra
relazione al Re: Signore, In adempimento del Real comando, le fo presente,
riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non ha
ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in grado giungono
alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito a cui sieno state accordate
pensioni; ma non vi è esempio altresì di Lettore, il quale abbia servito 60
anni, che fa il corso di una lunga vita, con potersi anche considerare, che già
sia scorso un secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza interruzione
la Cattedra di Rettorica nella Regia Università. Riguardo alla seconda parte,
debbo rassegnarle che il padre del supplicante don Gio. Battista V., il quale
illustrò questa Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col soldo di soli
docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe a docati
duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché la M. V. ordinò che
l’ Università degli Studi pubblici passasse 1819, p. 63. Cfr. anche Sulla
origine e giurisdizione del Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo,
Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco si arresta a mons. Capobianco. I
Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli). al
Salvadore; nel qual passaggio, essendo la sua Cattedra entrata nel ruolo di quelle,
che debbono leggere fino alli 28 di Settembre, per tale accrescimento di
fatighe gli furono aggiunti altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già
servito quarant’anni, per avere il soldo di docati trecento che godono anche i
lettori più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta
l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno, ed a
dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està andassero di
séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia Reale delle scienze V.
M. si degnò eleggere il supplicante per direttore del Ramo dell'Alta antichità
colla pensione di docati sessanta, e questa gli è mancata: altri piccioli
emolumenti dice di essergli minorati: ed a queste detrazioni si aggiunge che per
la sua cadente età dovrà pagare docati 30 annui per lo mantenimento del
Sostituto. Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi,
della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo
sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento venti
docati annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la Vostra
Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umilissimo Vassallo = L.
Arc. di Colosso Capp. M. Portata di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26
agosto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro V. sì desse la
giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed emolumenti, che ha perduti». E
il 9 settembre furono spediti da Ferdinando Corradini, segretario
dell’ecclesiastico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al principe d’
Ischitella, segretario dell’ azienda. Giubilato V., si ordinò tosto il concorso
per la cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe effetto. Ecco in
proposito una relazione del cappellano maggiore, curioso documento di quel che
fosse allora un concorso universitario: ue usata ! Vedili in Appendice I. Il
Sig.r...Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Rettorica per
la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore don Gennaro di V., e
si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il concorso per la provvista di tale
Cattedra, con doversi prima riferire i nomi, cognomi e patria di coloro, che
dopo l’editto si ascrivono per detto concorso. Si è di già affisso l’editto a
norma de’ Sovrani ordini; ma, frattanto che non si diverrà all’elezione del
proprietario professore, manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la
quale è necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura dalla
gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il Sacerdote don
Nicola Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel Seminario
arcivescovile, il quale coll’acclusa supplica si è offerto d’ insegnare le
Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima sin tanto che si
eseguirà l’ordinato concorso, senza pretendere soldo o riconoscenza veruna, ma
soltanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni di accettare
questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato non solo per l'abilità
nella materia, in grado già di Professore, ma è noto eziandio pel costume
irreprensibile, e pe’ puri sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono:
e perché, senza alcun pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede
al bene pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione
necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla intelligenza di V.
M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi approvare che il Sac.
don Niccola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie nella Cattedra di Rettorica
della Università dei Regi studi, sin a che non sia provvista del professore in
esito dell’ordinato concorso, in qualità di sostituto, e senza poter pretendere
né soldo, né riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre 1797 !. A Gennaro V.
però dispiacque la giubilazione, e più una notevole perdita che l'abbandono
della cattedra e la trasformazione del soldo in pensione gli avrebbe arrecata.
Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il quale, I Relazioni del Cappellano
maggiore.] deferito al re, non ebbe se non questa dura risposta, segnata in
margine alla pratica: Da Portici li 21 ottobre 1797. Il re è fermo nella presa
risoluzione. Ma V. non si perdé d’animo, e rinnovò il ricorso, con lievi
mutamenti di forma. Riferisco questo secondo: Ss. R. M. Signore, Gennaro V.,
pubblico professor di KRettorica nella Vostra Regia Università de’ Studi,
prostrato a’ piedi del Real Trono della M. V., umilmente le rappresenta, che
essendosi per sua Real Munificenza degnata, con sua real Carta de’ 9 del
caduto, ordinare che gli si dia la giubilazione coll’intiero soldo in pensione,
e gli emolumenti che ha perduti: esso supplicante si dà lo spirito di umilmente
esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla
decima, la quale gli scema il pieno godimento del soldo intiero, che la M. V.
si è degnata concederli: onde la supplica a volersi compiacere di accordargli
l’ intiero soldo, siccome finora l’ ha goduto, secondando in questo la generosa
inclinazione del Real Animo Vostro di beneficarlo. Alla cattedra di Rettorica è
privatamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica !; e questo gli si è
dimezzato; ma ne ritiene ed esige l’altra mettà. Egli si augura che la mente di
V. M. sia, I L’esame di Rettorica era una specie di baccellierato. La Prammatica
del conte di Lemos del 1616, parte III, tit. II, art. I dice: Ordiniamo e
comandiamo che niuno studente grammatico possa passare ad intendere niuna
facoltà o scienza, senza prima essere stato esaminato per lo cattedratico, seu
lettore di Rettorica, il quale a quello che approverà per sufficiente ed abile,
darà una fede firmata di sua mano, nella quale dichiarerà averlo trovato
idoneo, per poter passare alla facoltà che domanda; e lo Studente che sarà
passato in qualsivoglia altro modo, non guadagnerà il corso in quella facoltà,
che passò infin a tanto che non sarà esaminato ».L'art. 4 stabilisce che per
questo esame lo studente, sia approvato o sia riprovato, paghi all’esaminatore
mezzo carlino ». Cfr. ora N. CORTESE in Storia della Università di Napoli,
Napoli, Ricciardi.] che su quel che ritiene gli si dia il compenso di ciò che
ha perduto; dovendosi intender l’ istesso sul soprasoldo, che godeva di duc.
47, solito distribuirsi alli Lettori più emeriti, dimenticato nella sua prima
supplica; e questo anche è decimato, esigendone duc. 38. Il che fa crescere la
somma del compenso accordatogli dalla Vostra Real Clemenza a duc. 130,
inclusivi li duc. 60 dell'Accademia. Quindi ricorre a’ piedi della M. V., che è
quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle Beneficenze, ed umilmente la
supplica, a volersi degnare fargli godere l’intiero soldo immune da decima,
siccome l’ ha goduto finora; com’ancora esentarne il compenso accordatogli di
ciò, che ha perduto negli emolumenti annessi alla cattedra, con degnarsi
indicargli da qual fondo debba ripeterlo. Qualora poi V. M. voglia togliergli
anche quel che ritiene ed esige in essi emolumenti, il compenso di duc. 130
ascenderebbe a duc. 200, che, uniti alli duc. 300 di soldo, formerebbero duc.
500: nel qual caso potrebbe la M. V. degnarsi ordinare, che gli si
corrispondano duc. 500 annui, immuni ed esenti da decima, e da ogn’altro peso,
essendogli sensibile ogni qualunque detrazione nella sua cadente età, in cui ha
bisogno di qualche comodo maggiore: confidando di tutto conseguire
dall’ammirabile generosità del Real Animo Vostro in considerazione di un povero
suo suddito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni servito; e tutto riceverà a
grazia, ut Deus. Gennaro V. supplica come sopra. Ritornata così l’istanza al re,
questi diede l’ordine seguente, eseguito il 18 novembre ‘97: Il C. M.
s’incarichi di questo e riferisca speditamente, tenendo presente l’antecedente
sua relazione, volendo S. M. che si riesamini ». Il cappellano maggiore
rispose, questa volta con una lunga relazione, in cui premette la storia della
lunga pratica; e prosegue: In oggi lo stesso don Gennaro V., con ricorso
umiliato nelle vostre Reali mani, espone, che il soldo è immune da ogni peso, e
la pensione è sottoposta alla decima, e chiede che gli si faccia godere il
soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre che alla Cattedra di Rettorica è
privativamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica, e questo gli si è
dimezzato: che anche il soprasoldo Roma, 1883,264-67. Era nato a Lecce nel
1755. Oltre la Rettorica, pubblicò altre opere letterarie, che sono indicate
dal D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi unito a questa supplica un breve
rapporto della Segreteria, con cui la supplica doveva esser sottomessa nel
Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui avrebbe dovuto esser segnata la
risoluzione del re. Ma di questa non v'è traccia. 242 STUDI che godea di annui
D.ti 47, si è minorato ad annui D.ti 38, onde fa ascendere il compenso da V. M.
ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora dovesse lasciare i detti emolumenti,
il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al soldo di detti D.ti 300, formano la
somma di D.ti 500; e quindi implora la grazia di ordinarsi, che gli si
corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti da decima e da ogni altro
peso, essendogli sensibile ogni qualunque altra detrazione nella sua età
cadente, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore. Debbo inoltre
aggiungere, che lo stesso don Gennaro V., essendosi a me presentato, mi ha
fatto conoscere, che avrebbe desiderato il solo domandato sussidio senza la
giubilazione; affinché gli fosse continuato l’onore di pubblico Regio
Professore fino alla morte. Quindi sommetto io alla sovrana intelligenza, che
l’emolumento delle fedi di Rettorica non si è dimezzato al supplicante don Gennaro
V., se non che per la condizione de’ tempi, in cui è minore il numero di coloro
che si prendono la laurea dottorale; e quando la Cattedra di Rettorica sia
provveduta di novello Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di
tali fedi, giacché il giubilato de V. non potrebbe attestare ciò che non
potrebbe sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don Gennaro V.
continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica colla pensione di annui D.ti
120 sulle rendite delle Chiese vacanti, avrebbe con queste un giusto compenso
per la mancanza dei D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta antichità dell’
Accademia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e negli emolumenti
delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di annui D.ti 30 per lo
mantenimento del Sostituto, qualora avesse per sostituto il Sacerdote don
Nicola Ciampitti napoletano, il quale si è offerto di leggere in tale qualità
senza pretendere soldo o riconoscenza veruna; ed io già l’ ho proposto alla M.
V. per la sostituzione nella stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino
a che non fosse provvista di proprietario in esito del concorso ordinato;
essendo detto Ciampitti riputato non solo per l’abilità in grado di Professore,
ma noto eziandio per lo costume irreprensibile, e pe’ suoi sentimenti morali e
di attaccamento al Regio Trono. La giubilazione, o Signore, del ricorrente don
Gennaro V., non vi ha dubbio, che sia stato un effetto della vostra Sovrana
Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi, considerando il lungo servizio
ed età di lui avanzata: ma, siccome egli ama di proseguire per quanto può nel
servigio, e morire coll’onore di Cattedratico, desiderando solo il compenso per
ciò che ha perduto, così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno
amore il risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120, e
continui ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica, accordandogli per
sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti senza soldo o riconoscenza alcuna,
come esso Ciampitti si è offerto. Il Signore Iddio lungamente conservi e sempre
prosperi la vostra Sagra Real Persona. = Di V. M. = Napoli 25 novembre 1797 =
L. Arciv. di Colosso. Allora, il 12 dicembre 1797, il re prese la seguente
decisione: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio
pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette, che lo stesso rimanga
nella Cattedra valendosi di un sostituto; e nel tempo stesso, per dare al
medesimo un segno di sua sovrana beneficenza, gli accorda l’annua pensione di
ducati 120 sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Nel
comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che, rispetto al sostituto
nominato, la M. S. li comunicherà appresso i suoi R.li ordini. Resti accordato
per sostituto il proposto don Nicola Ciampitti, qualora la Giunta di Stato non
l’abbia notato, e perciò se gli faccia la domanda. C[orradini]. es.° a 19.
Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i processi del 1794, e che tutta
la cultura è venuta in sospetto a’ Borboni. Il Corradini, adunque, dové prima
assumere le informazioni politiche relative al Ciampitti; che gli vennero con
questa lettera del principe di Castelcicala: Dalla consulta della Suprema
particolare Giunta delegata di Stato de’ 7 del corrente Dicembre, avendo
rilevato il Re che nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna nota o
indicazione contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal Cappellano
Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica ne’ Regj Studj: nel
Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari esteri, Marina e Commercio lo
rescrive a V. S. Illma per sua intelligenza, in risposta del viglietto de’ 2
del suddetto Dicembre. = Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe di Castelcicala
Sig. Marchese Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini poté dare
questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: Si comunichi al Cappellano
maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua, accordando al
Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica ». Ed ecco, infine il
decreto, in data 19 dicembre 1797, con cui si chiuse questo piato lungo e
pietoso: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico
Lettore di Rettorica don Gennaro V., permette che lo stesso rimanga nella
cattedra, valendosi del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel
tempo stesso, per dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana
beneficenza, è venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul
Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo di Real Ordine
a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella prevenzione di essersi
dati gli ordini alla Camera, per la pensione al Monte Frumentario. Palazzo, 19
dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig. Principe d’ Ischitella 2. Così nel
Calendario di Corte del 1798, per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto
al nome di Gennaro V. sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I
Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala. 2 In
vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a D. Gennaro V.
Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e s. 66 2-3» ecc. ecc.
Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135 a. Seguono ivi i
pagamenti delle rate fatti al V. fino al 21 marzo 1805 (c. 135 d). A c. 168 d
sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giugno e 5 dicembre 1805. In pari
data era comunicato lo stesso Decreto al Cappellano maggiore. Dispacci dell’
Ecclesiastico, 534, fol. 3 db. Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di
razione: R. Studj Pompei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a
Gennaro V. sostituto. Ma, disgraziatamente, non ci restano 1 Calendari degli
anni 1799-1804. Per quanti anni insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero
pensare che fino alla morte di Gennaro V. egli continuasse a sostituirlo:
Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, ad occupar la cattedra di
Eloquenza nella R. Università degli Studi, che per la decrepita età di Gennaro
V. era stata dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra, avendo egli mostrato
non volgar valore, come ordinario professore, nel 1806 meritò di ottenerla » 1.
Ma, nel Calendario del 1805, vediamo sostituto di Gennaro V., don Nicola Rossi,
che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra del liceo arcivescovile
2. Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie furono inaugurate nel
chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al Gesù Vecchio, il 31
ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio Nicolai Rossi in Regio
Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et Poetic. Prof. subst. habita in aedibus
Montis Oliveti in prima solemni studiorum instauratione An. MDCCCV 5. dal 21
ottobre 1799 al 5 dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12 leggesi
anche una serie di pagamenti al medesimo, per gli anni precedenti. I Elogio di
N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria del Can. N.
Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche del metodo d’
insegnare del Ciampitti). Dello stesso VILLAROSA, Ritratti poetici, Napoli,
1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti, pron. nell’ad. gen.
della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, 7-8) parla anche lui della nomina di
sostituto nel 1798, della decrepitezza del V., e della nomina d’ordinario nel
1806 per proposta fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche
RovER, Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO
GATTI, Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224. 2 C'è infatti un
Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus auctore NicoLAo Rossio in
Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùiterarum professore; s. a. 3 L. DeL Pozzo,
Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la dinastia Borbonica, Napoli,
1857, p. 213. 4 DEL Pozzo, sotto questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita
civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursinum, di32, s. a. VI. IL FIGLIO DI V.
Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua peritanza per la
solennità dell’occasione, dice fra l’altro: Moveor etiam 1ipsius loci
insolentia, qui ut prope suo jure a me repetit, ne quid in occursu primo
ominosum vitio meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam
offensionem habet in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo,
non la cattedra, era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito
V. anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima rata del suo stipendio il 5
dicembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe toccato nel marzo 1806. Nel
qual anno Gennaro morì 3. Un decreto del 31 ottobre 1806, di Giuseppe
Bonaparte, riordinava, come vedremo, gli studi dell’ Università; sopprimeva
varie cattedre fra cui quella di Rettorica »; e disponeva: Tutti 1 professori
proprietari delle cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per
giubilazione » 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la
giubilazione a ventidue professori universitari, fra i quali sono 1 titolari
delle cattedre soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre
istituiva bensì, come vedremo, una cattedra di Eloquenza antica e moderna ». Ma
appunto a questa un decreto del 14 novembre ° nominava il canonico Nicola
Ciampitti. V., adunque, morì poco dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. *
Vedi sopra p. 251 n. 2. 3 IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro,
che fu pubblicato il 19 agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due
giorni prima. 4 V. Collez. degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S.
M. da' 15 febbr. a’ 31 dic. 1806, Napoli, Stamp. Simoniana,384, 385. Lo stesso
Decreto è nella Collez. delle leggi, de’ decr. e di altri atti riguardante la
P. S. promulgati nel già Reame di Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63,
I, 6 sgg. 5 Collez. degli editti cit., 465-6. 6 Ivi, 424-5 7 Il march. di
ViLLarosa, nel suo art. biografico su G. V., nei Ritratti poetici, ed. 1842
(nell’ed. 1834 non c’ è il Ritratto » di V.), GLI SCRITTI DI GENNARO V. E IL
SUO INSEGNAMENTO Quando Gennaro V. lesse nell’ Accademia la sua memoria sull’
Origine della repubblica di Locri, tra gli accademici che l’ascoltarono, era
l’abate Filippo De Martino (1702-1794), l'elegante traduttore in esametri
latini del Tempio di Cnido del Montesquieu (1786), l’autore dell’anonimo
Hirpini poétae in Germanum Penthecatosticon contro l’ Archenholz (1789), e di
varie opere erudite, come i commentari Ad sex primorum Caesarum genealogicam
arborem, pubblicati. L’ab. De Martino, che sapeva comporre esametri e distici
per ogni occasione ?, salsus attice doctissimus eloquio lepidissimus colloquio
3, fu ispirato dalla sua facile musa a indirizzare a Gennaro V. i seguenti
versi, che rimangono tra le carte di questo, nella pressoché illeggibile
scrittura 4 dell’autore: non indica nessuna data; o meglio dà, sì, quella del
1° vol. degli Opuscoli di V. da lui pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816
invece del 1818. Dice che Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma è un
errore, come hanno dimostrato i nostri docc. E così erronea è l'indicazione di
una Oratio ibid. (sc. in R. Neapolit. Acad.) în solemni studior. instauratione,
An. 1768; che è l’ Orazione Optima studendi ratio del 1774, pubblicata con
quella In Regiis Nuptiis del 1768. I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA,
Ritratti poetici, 1209-31. * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu
pubblicata a Napoli, 1778, in-49. 3 Vedi l’epigrafe scritta per lui nel
Sepulcretum amicabile di E. CAMPOLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il
NAPOLI-SIGNORELLI, nel Supplemento alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I,
Napoli, Flauto, 1792, p. 190: « E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa
dell’ab. Filippo Martini, il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di
sua età serba in vecchie membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari
alla vena ovidiana ». 4 Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe
stato age AL = _ E Ri © n n onice ci i ce a = ZA Ad J. Vicum Hexastichon. Haeredem
quis te virtutis jam paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget ? Ambo
fortuna digni meliore, sed ambo Sprevistis caecam. Gloria parta satis: Trans
Apenninos, Alpes gelidamque Pyrenem, Trans mare, trans Calpem fama perennis
erit. Ad eundem pro Dissertatione de Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos, pene
sepultos, Et nitido praefers lumine jam facem. Hesperia ! reducis magnis hinc
bobus abactis Amphitryoniadis maxima pompa fuit. Et terrae motum ?, quo corruit
Vrbe theatrum, Pompej, Alcidis moenia celsa, notas, Dum caneret Nero, dum,
tristi sed corde, severus Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam
foedum vidit quoque Roma Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium 3 Arrosos
ungues scalptum caput, osque columnae Innixum nobis nobile monstrat opus. Ad
eundem pro Dissertatione de Locris Dodecastichon alterum. Hoc ingens etiam
studium, vigilemque lucernam Ad galli cantum, nocte silente, sapit. Italiae
regio Graecis dominata colonis Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit. Hic
Locros memoras, Trojani ab tempore belli Et varios casus innumerasque vices, «
amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo scritti
col di lui poco intelligibil carattere ». I Cioè dalla Spagna. Allusione alla
leggenda menzionata anche nella Dissertazione del V., e che si trova in SoLIno
(II, 5); la quale spiega il nome di Pompei quia [Ercole, fondatore di Pompei]
pompam boum duxerat ». % Il terremoto dell’anno 63 d. C. 3 Commodum gladiatorem
(Postilla del De M.). Hinc mutas etiam, vocales inde cicadas!, At de Thebano
Vitigatore nihil. Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem;
mentitur Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem ?
Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui amantissimum tibique
addictissimum, quod sponte talis, amare perge. PH. TUUS. Del resto anche
nell’invettiva contro il dotto tedesco aveva esaltato Gennaro V. insieme col
padre glorioso: En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo
per loca trita solo Pergentem; sequitur, patriae non degener artis, Par animo
natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio era ingrandito dalla enumerazione
degli altri maggiori discepoli del V., a capo dei quali pel De Martino stava
Gennaro patriae artis callentissimus » come egli stesso commentava nelle note,
aggiungendo: Multas etiam edidit orationes ac dissertationes, easque
eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquentram meritissimus patris
successor docet ». Multas, no: DI ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I
Accenna al curioso fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo V. nella sua
Dissertazione su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori
antichi, che le cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero
mute, e al di qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno studioso del luogo, al
quale Gennaro V. per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe
informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se notavasi
ancora il curioso fenomeno, rispondeva: Quel che si dice delle cicale mutole e
vocali non è punto vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi
abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De M.). 3 Hyrpini
potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ. Simoniana, 1789, 17 e 48;
cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere del V. e sul vichianismo, in
Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni, Labindo, che allora
era a Napoli e stretto in amicizia a Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non
in versi, alla sua dotta dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse
quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato da Napoli, nella primavera
del 1791, in occasione della morte del loro comune amico il duca di Belforte
Antonio di Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario V., eruditissimo
viro ac amico suavissimo, in obitu Lycophontis : Desine, Vice, meum lacrimis
urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore regnat amor. Regnat, et
assiduis late loca questibus implet Et frustra surdis dis Lycophonta petit. Flebilis ille bonis, decus et spes
magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior; e così via per altri
undici distici *. Quanta fosse la modestia di Gennaro si può vedere dalla
risposta in prosa che egli fece ai distici del De Martino, e che non vale certo
meno di essi. In questa lettera c'è tutto lui: Philippo De Martino Januarius
Vicus S. D. Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi
comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani I L’elegia fu
pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio poetico in morte di D.
Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Cantalupo Principe di S. Martino Marchese
di S. Massimo, ecc., tra gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è
stata riprodotta da un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di
Gerolamo Lazzeri, Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una cortese comunicazione
dello stesso prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui
l’elegia fu scritta. Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata
virtus cum compta laudantis facundia ita certare videtur, ut nescias utrum plus
decoris dignitatis splendori accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a me
ipso quasi abductus ea inexplebili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot
tantarumque venustatum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua
molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed longe
absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia: illa enim tempore
egent, ut conficiantur; haec facillime concoquuntur, ac statim in vires et
sanguinem transeunt. Quapropter cum res tuas legendas, imo potius admirandas
suscipio, in quibus cum sententiarum splendorem, tum, velut in vermiculato
emblemate, sic structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere
audeam, ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam,
quod sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere Divim Tuo
lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis, ne mihi, ne tibi desim,
te vicissim ad me invitare cogor; nam saepe fit, ut quedam officia vel cum
aliquo periculo praestanda sint. Fortasse inquies, quid agis ? Satin’
sanus es? qui me postules ad te vocare ? Vide ne quid temere facias! Visne tuum
pusillum censum absumere ? audio: ineptus, profusus, impudens videar, quidvis,
potius, dum ne sim inofficiosus. Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola
duas Oratiunculas ?, quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et
pro dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per compita
canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius fuisset, exiguam illam de me
opinionem, quaecumque ea esset, retinere, nullo typis edito experimento: quis
modo recipiat, etiam levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave
quidem et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus
incidas: cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria,
sed libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano Patrizi
(1715-1797), magistrato, professore di diritto feudale nell’ Università, dotto
giureconsulto, autore anche di una Dissertazione sul Teatro (inedita), che è
lodata dal Metastasio, vedi ViLLAROSA, Ritratti, 55-57. 2 Le due Orazioni
stampate: In Regiis Nuptiis e Optima studendi ratio. homines morosi et
difficiles ut nodum in scirpo quaerant. Haec eo dico, ne me putes laureolam in
mustaceo quaerere voluisse: quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum
edere cessaverim; magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud
me plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde rogari er negare
desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere parumper divitiarum atque opum
tuarum: pone, quaeso, munditias, pone lautitias tuas; illam denique
eruditissimi palatus tui, cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone:
da te mihi vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque omnium
egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire solet; atque in coena panem
atrum, asperrimum vinum, coepas, allium, palustres mullos frictos et silvestria
poma esse apposita; quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori
inservias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero pro meo
jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta: atque ejus causam
suscipias ? Equidem liquido jurare possum; et tu fortasse iuxta mecum sentis:
tantum iis dignationis accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male factum:
aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et sanctissimae
monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo
quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas, inarescere ? Credis id Manes
curare sepultos ? ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi
non ha molto da fare: un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e
non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria di chi lo scrisse ci
assicura la doppia copia ?, che se ne trova tra le carte di Gennaro, e ci fa
pensare che questi la dové dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa
lettera I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle
Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu scritta la vita, che è
ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131. 2 Ne abbiamo riprodotta una, senza
tener conto delle varianti di poco conto che l’altra presenta.] dimostra una
conoscenza profonda e un uso sapiente del latino classico. Ma s’ingannerebbe
chi pensasse che per Gennaro la frase o la forma fosse tutto. Non era stato
questo l’insegnamento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. V. De
nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l professore di rettorica
si permetteva di criticare l’indirizzo di tutti gli studi del tempo suo, e di
additare a tutti un’altra via. Onde sulla fine sospettava che altri potesse
ammonirlo: Quid tua, inquiet, ejusmodi argumenta, quae omnia sapiunt,
disserenda suscipere ? » e rispondeva: Nihil mea Ioh. Baptistae a V.; at mea
multum eloquentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc
studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes scientias
artesque doctum esse oportere satis suo instituto significarunt .... Nec temere
ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae regi dat de
ordinanda studiorum universitate consilium, ut adolescentes, non omni
doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae studiis prohibeantur. Nam quid
aliud est eloquentia nist sapientia, quae ornate copioseque et ad sensum
communem accommodate loquatur?»:. E, nelle Institutiones oratoriae, che V.
dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2, la filosofia è detta rhetoricae instrumentum
maxime necessarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita, parlando del
suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere che egli non ragionò mai delle cose
dell’eloquenza, se non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza
altro non è, che la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra esser quella
che doveva indirizzare gl’ingegni e fargli universali, e che l’altre
attendevano alle parti, 1 Opere, I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr. IL FIGLIO DI
V. questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti ben sl
corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più di cose che di parole. E
che non dissimile, mutatis mutandis, debba essere stato anche quello del
figlio, basta ad attestarcelo l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab
animo ecc., della quale giova dare particolare notizia, come documento
dell’indirizzo mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto
allontanati dall’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem, species
ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ? E fa la curiosa e
giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti grandi oratori prima
che s’inventasse la rettorica; laddove il decadimento dell’oratoria incomincia
proprio dalla invenzione di questa. E già anche il padre, nelle Istituzioni,
aveva detto: Sine natura, sine exercitatone, ars misera dicendi officina est.
Omnes enim ingenue educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque
evasit eloquens, sive adeo disertus ? Itaque praestare putarim hanc artem
praeceptionibus parce parcam, optimorum vero exemplorum tradere adolescentibus
maxime copiosam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student, diu in
eius subtili disputatione immorantur»?. Già il padre dunque aveva scosso la
fede nei precetti rettorici. Sì senta ora il figlio: Etenim jam constat quod,
inventa arte, adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc dicendi studium
tantum fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores
extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue dissitam
definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in arte redigere, quae
nonnisi cognitis penitusque perspectis, et nunquam pallentibus rebus continetur
? Nonne nobis facillime actu videatur, quod quae observata sunt in usu et
ratione dicendi, haec ab homi I Opere, V, 75. ? V., Instituz. orat. e scritti
inediti, Napoli, Morano, 1865, p. 9. nibus acutissimis animadversa, notata,
verbis designata, generibus illustrata, partibus sint distributa, ut quod illi
sive natura, sive improbo labore effecissent, nos eadem suadente natura, atque
aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri debet, quod quibus
adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae fere reconditis atque abditis
fontibus hauriuntur, tantum incrementum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio,
quae in communi hominum more et sermone versatur, tantum accepit detrimentum,
ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio profuerit magis an funditus
everterit hanc liberalissimam facultatem. Si addurrà che manchi ai moderni
l’intelligenza degli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile anzi, che
gli ingegni moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu figlio del
sec. XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis inventis,
novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio non
animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locupletatam, ut nihil
fortasse quicquam quod ad humanos usus pertineat amplius excogitandum, nihilque
in re literaria desiderandum nobis relinquatur. La vera ragione sta proprio,
secondo Gennaro, nell'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa
della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in segna: Non enim
tam infestum animum in artem gero, ut putem eam nullius bonae frugis esse; nec
ignoro multa adjumenta atque ornamenta huic dicendi studio ab arte esse
subministrata; at rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere,
quae nec arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea quaedam quasi
ad commonendum oratorem quo quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi
proposuerit, minus aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad excolendum
oratorem non ad fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse,
et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo tamen modo
acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit materia, in qua
versetur, nihil quicquam proficere posse. Verum, seposita arte, cum ista
artificum intemperie mihi res est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae
studiis, sine quibus eloquentia consistere nequit, in lingua tantum exercenda
occupati, ex hujus artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e
maximo dicendi emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse
contendunt; eaque falsa persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam,
in eam fraudem inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus
laboribus jam esse perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil
omnino aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incommodum, haec
gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac seclusa verborum aquula
juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et perenni sapientiae fonte, a quo
solida omnis et generosa dicendi virtus promanavit, avertere atque abducere
conantur. Hic factum est ut nostrorum temporum diserti sapientiae studia
reformident; in paucissimos sensus, in inanem verborum sonitum, nulla re
subjecta, in angustas sententias detrudant eloquentiam velut expulsam regno suo
atque in pistrinum aliquod dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut
ducem, verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire
dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della
filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores: at postquam isti
verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a sapientia, quae natura ipsa
conjunctae erant, dissociarunt, et facto quodam linguae a corde divortio, quo
alii nos sapere, alii dicere docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum
desidia et socordia tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae prorsus
exharuit. Gennaro V. si fa banditore della più sana teoria estetica, sostenendo
che la vera eloquenza è quella che scaturisce dal pieno possesso
dell’argomento. E lo dice molto bene: Sane dicendi virtus quiddam majus est,
quam isti opinantur, atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae,
etiamsi in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen occultam suggerunt,
et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum artium scientia etiam aliud
agentes nos ornat, atque ubi minime credas, eminet atque excellit: atque adeo
si, quod isti ipsi celeri lingua et exercitata operarii fatentur, verum est,
quod persapienter Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt, satis esse
eloquentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis scientia
illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verborum volubilitas inanis est
atque irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam gignit: quonam
pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere vagari liceat, atque
ubicumque constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea de quibus dicit
perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab angustis ejus cancellis,
quod optimum est dicendi genus, in amplissimum generum campum causam educere,
nisi res subsit ab oratore percepta penitusque cognita ? V., quindi, si fermava
a provare partitamente come i fini principali dell’oratoria presuppongano la conoscenza
delle parti principali della filosofia, per conchiudere anche lui, come già il
padre: eloquentiam nihil aliud esse, nisi copiose loquentem sapientiam. Ma
quale filosofia ? E s’insegnava allor nell’ Università di Napoli una filosofia
capace di far risorgere l’eloquenza ? G. B. V., nel 1711, aveva detto: Per ciò
che riguarda la filosofia; come anticamente né la dottrina degli epicurei, né
degli stoici era utile all’eloquenza (quando gli epicurei della nuda e semplice
esposizione delle cose si contentavano, e gli stoici col troppo affettare
sublimità, ciò che nell’orazione e nello stesso spirito ha di generoso,
infrangeano e cincischiavano, e tolto ogni succo ne denudavan le ossa disciolte
per soprappiù di lor giunture); così oggi né la cartesiana, né l’aristotelica
del nostro tempo fa gran prò alle cose oratorie: questi perché disadorni e
rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in tanto, che io stimo
l’eloquenza dei nostri tempi (quando la lingua latina pur coltivasi
diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi
principalmente corrotta perché le cose filosofiche senza splendore alcuno,
senza ornamento e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756 insegnava filosofia, già
dal ’41, nello Studio di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon
figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo uditorio accademico:
Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum philosophi nullum emolumentum
eloquentiae afferre possunt, quippe nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed
tanquam ab hominum societate sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis
instituunt; etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari conantur, moralem
penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de humani generis ingenio,
ejusque affectibus, de propriis virtutum et vitiorum notis, deque illa decori
arte omnium difficillima disserit: atque adeo praestantissima de republica
doctrina nobis deserta et inculta jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit
veritas, vestigamus rerum naturam, quae certa est, hominum naturam non
vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima. Anche nelle ultime parole pare
di scorgere una reminiscenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo
della seconda Scienza Nuova: A chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia, come
tutti i filosofi seriosamente sì studiarono di conseguire la scienza di questo
mondo naturale; del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la
scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo
civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la
scienza gli uomini ». Non più che una reminiscenza: già lo spirito è diverso.
Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in ciò Gennaro
segue da presso il padre. I Institut. orat., 7-8. Ho citato la trad. del
Parchetti, pel suo sapore vichiano. Epicurus, etsi eum in sapientum numero!
censeo, nuda ac simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni vero
quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices essent, apud quos verba
faciat, reum pro quo loquatur, Senatum, in quo sit dicenda sententia, non
liquebat. Zenonem, utpote ab hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto
ejiciendum; nam cum illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac beatum
esse, atque eos, qui sapientes non sint, servos, hostes, insanos, absurdum sane
fuisset concionem ei aut senatum, aut ullum hominum coetum committere, cui nemo
illorum qui adsunt, sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod,
nimia subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius,
frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere omnes
prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in dicendum, steriles
et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quodam oratorio (?) non immerito
laetat, et sane ejus disserendi ratio utilis quidem esset, nisi hodie in
vermiculatis illis quaestionibus, verbis utar Verulamii, versaretur. Anche per
Gennaro il porto, che offre un sicuro rifugio, è quello della filosofia
platonica, în qua disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi:
e della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la dialettica, come
mirabilmente atta ad acuire le menti con quel suo procedere quo adolescentes ex
seipsis vera invenire conarentur, secondo il principio socratico: neque
scientias, neque virtutes doceri, sed auditorum mentibus atque animis educi 3.
Pensieri e ricordi in tutto degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi,
Carlo di Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla fine
del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel che segue nel ms.
è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto. 2 Sono le parole stesse del
padre, nel l. c. 3 Gennaro confonde il metodo socratico con la dialettica
platonica. Ma, raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai
dialoghi di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che
riservava ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura et sedulitate
doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit, novamque Academiam
constituit ad situm illis venerandae antiquitatis ruderibus obductum
detergendum, quae ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem prolata in
iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo circumfusa jacuerunt.
Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non aveva se non a lodarsi; e non si
lasciò sfuggire occasione di tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in
Napoli che Carlo sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di
scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe
Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re Carlo ::
Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam datum est tibi, Vir Amplissime,
innotescere, igniculum quendam animo injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua
me semper excipere soles, responderem cum tandem, quo majorem tuae erga me
benevolentiae documentum praeberes, libellum mihi dono dedisti a te
elucubratum.... (sic) mole quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro
sua aeterna salute collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo
angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie versare
non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane et
sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro religiosissimis
moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis veram pietatem,
solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e il Catalogo de’ cappellani
maggiori e de’ confessori delle persone reali (del P. Luigi Guarini), Napoli, Coda,
1819, p. 123. La data della lettera risulta in modo certo dal contenuto. Nella
Pianta della Famiglia della Regina (Maria Amalia) » del febbraio 1738 (in
SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come confessore (della regina) il frate Giuseppe
da Madrid, teologo e predicatore del re o Era egli il Bolafios ? A lei potrebbe
essere scritta questa lettera del V.. nostrae religionis praecepta, omniumque
Christianarum virtutum disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes
verum Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis
immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque habere oportet?
Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui tantam ejus curam
suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad veram Christiani Principis imaginem
conformare studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc
dico ? Quo animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum hic
praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque mansuetudine ut merito
parens omnium haberetur. Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem
dono datum nobis putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit, et
suo jure quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum vicissitudo. Verum
enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum orbis vix sufficere videbatur, ita
haec tanta virtus nimis angustis hujus regni finibus circumsepta, alias terras
nec Europae terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia
moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari posset.
Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis proferre audeo,
grassetur in via virtutis, capessat potentissimum universae Europae imperium,
et impleat Orbem gloria nominis sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul
Amplissime, redun- datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis
incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc prosequemur. Hoc
tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex suis augustissimis
liberis apud nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem
utpote ex se natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et
observantis animi mei testimonia. Vale. Sulla religiosità di Carlo vedi l’
Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger, 1789)
del prete dell’ Oratorio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, XXII sgg. 2 Nella minuta:
demissum. 3 Questo desiderio non poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando
si celebrò la solenne cessione del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né
gli auguri pel buon viaggio possono essere anteriori al 10 agosto 1759, giorno
della morte di Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra
l’agosto e l’ottobre 1759. Questi medesimi sentimenti espresse con maggior
larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta, come già ricordai,
nell’ Università, Per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina (1768),
giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua Orazione le
nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a magnificare i nuovi destini
di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli auspicî dalla memoria di tutto
che di grande e di utile era stato compiuto dal primo. Sicché una buona parte
del discorso è consacrata a re Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve
ed efficace storia in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e
in classico stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma,
senza colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle
secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne risulta un
concetto abbastanza compiuto di quel periodo così importante della storia
napoletana. Comincia dal rilevare la nota storica fondamentale, della
costituzione del regno indipendente, per opera del Borbone: si Quisnam enim
unquam in animum sibi inducere potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc
annos, tot tantasque rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium
imperio subjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perventurum,
Neapolitanorumque cervices diuturno externae dominationis servitio suetas
suavissimum proprii Principis subituras ? !. Quindi, pensando alle contingenze
storiche (specialmente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese), a
cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non può a meno di rammentare
un principio della Scienza Nuova, che non saprei peraltro quanto da lui
esattamente compreso: Abeant hinc, et facessant, qui stultissime putant humana
ratione fieri, quae Divino tantum consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine
rectores terris dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili
imprese militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guadagnatosi dei
soldati, i costumi castissimi continentissimique Ducis, che eran d’esempio
all’esercito; e la conquista del Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il rapido
acquisto della Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit potestatem, ut
haud quisquam cursu cam, quam victoria peragraverit), nonché il trionfale
ingresso in Napoli. Della città ricorda la singolare tranquillità con queste
efficaci parole: Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus
nosmetipsi, qui velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de
nobis res ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in
summo otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem spectabamus
». Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per compiere il ricordo dei
fatti militari di Carlo, torna con la memoria al giorno in cui l’infante don
Carlo fece la sua prima entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda il
giubilo della città in quell’occasione 1. Detto poi delle virtù pubbliche e
private del re, accenna le principali riforme da lui promosse, a capo delle
quali il riordinamento della magistratura, e poi la restituzione della
Università nel Palazzo degli Studi, il cui riattamento era stato già celebrato
con un'epigrafe da G. B. V. =; infine I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche
lui di quelle feste (op. cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del V. un
documento interessante; IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste
di Napoli pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 Inter praecipua pacis
ornamenta, quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius visum (utpote non
ignaro bonarum artium disciplinas rerum humanarum esse moderatrices) quam
Musis, regno suo passa ad enumerare le opere pubbliche, le imprese d’arte e di
storia, cui provvide Carlo di Borbone. Questa la parte più curiosa e
caratteristica dell’orazione; e merita d’esser conosciuta. Ecco come accenna
alla costruzione del S. Carlo: Praeterea, ne videretur otium virtute partum
sibi tantum comparasse, neve populus expers esset honestissimarum voluptatum,
quae pacis et tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta, Theatrum
totius ferme Europae magnificentissimum tanto temporis spatio excitavit,
quantum vix ad opus designandum tignumque comparandum satis esset. Dei lavori
per la Strada Nuova verso Porta del Carmine, eseguiti nel 1749, e del ponte
presso al Castello del Carmine, pel quale fu composta un'iscrizione dal
Mazzocchi 2, Gennaro dice: Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat,
mare, strata civium commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari
intermittit, pontibus continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum,
curribus nunc equisque pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis
expertum nunc rotas pati, perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed
plaustra etiam duci videmus ? Quid jactis molibus super contractum
mare productae civium inambulationes, et tutissimum navium receptui portum
effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real Albergo dei poveri, cominciata
nel 1751 3: quasi expulsis, nulla certa stabilique sede errabundis, vixque
precario hospitio [a S. Domenico] exceptis, pristinum domicilium nitidius
elegantiusque restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di G. B. V. nel
ripristino dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’ importante articolo
di GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli nobilissima, vol. XIII,
1904, 182-3. I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p. cxxx; CROCE, I teatri
di Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA, o. c., p. 28I. è D’
ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr. SCHIPA.] Exhauriendae
sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium coeptum, quo compellerentur imae
plebis purgamenta, ne nobis molestiae, et civitati dehonestamento essent.E
delle ville acquistate e abbellite da Carlo :: Quid tot villas ad urbium instar
aedificatas, Bacchi, Florae Pomonaeque certamina, amplitudine, elegantia,
amoenitate adeo admirabiles, ut cum Romanis ipsis de operum magnitudine jure
contendere audeamus. E della cascata di Caserta: Praeterea quasi terrae ac
maria sibi satis non essent, per vetitum ruens, caelum ipsum tentare ausus est.
Quis unquam fando audivit per aérem volitantia sua natura reptantia filumina ?
altissimis jugis profundissimae aequatae valles, perfossi montes, ‘amnisque
longissime arcessitus, ac Regiae Villae sublimis invectus. Jactet quamvis
Romana magnitudo sua immania opera, templa, theatra, basilicas, villas denique
suas, magna quidem admirandaque, quorum rudera adhuc extantia animos omnium
stupore defigunt, rerum tamen naturam non est supergressa; at rerum ordinem
invertere, naturae vim facere, ni caelum ipsum moliri, nobis concedere cogatur.
E gli arazzi di Parma e le porcellane di Capodimonte 3 famose. Gennaro ha un
accenno anche per queste arti fiorite in quel felice periodo della storia
napoletana: Quid de artibus aut inventis, aut advectis, aut perfectis dicam ? Nonne,
ut Attalica peripetasmata et cetera cuncta consulto praeteream, scimus
figulinam ab eo institutam, summoque studio Myrrhina pocula perfecta adeo, ut
levitate, candore, perspicuitate cum Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio
antea comparabantur, facile contenderent ? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA
0. c. 287 sgg. ? Cfr. SCHIPA, 0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L. DE
LA VILLE, La r. fabbrica di porcellane in Capodimonte durante il regno di Carlo
Borbone, e La v. fabbrica di porcellane in Napoli durante 1l regno di
Ferdinando IV, in Nap. nobiliss., III (1894), 131-8, 182-7. Degli scavi di
Ercolano lo scrittore, eccitato dall’estro encomiastico, afferma che la gloria
di averla scoperta non fu per Carlo maggiore che non fosse per la città quella
di essere scoperta da Carlo; e che certo essa aveva desiderato di starsene
diciassette secoli sotterra per aspettare tanto scopritore ! Res natura
occultas et latentes indagare quoque et inquirere curiosissime aggreditur;
ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae viscera rimando, Herculanum Vesuvii
incendio haustum patefecerit, quod tamdiu fortasse obrutum jacere optavit, ut a
regum Clarissimo detegeretur, ne prolatum minus a Principis gloria lucis
acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere videretur. Poi, com'era da
aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia, e in fine anche del Museo
Ercolanese: cunctis gentibus, nedum earum rerum studiosis, tanquam antiquitatis
miraculum spectandum contemplandumque. E Pompei? Perché Carlo non s’è accinto
anche agli scavi di Pompei? Fortasse factum puto vi risponde Gennaro con
classica reminiscenza, che poteva anche essere sprone ed ammonimento, ut ejus
gloriae, quam maximam jam sibi comparaverat, materram Ferdinando filio, regi
nostro amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche l’ordine di S. Gennaro,
istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato: Postremo, quo munia bene
obita, pericula fortiter suscepta rependeret, amplissimum Divi Januarii Ordinem
instituit, maximorum praemium meritorum ?. Dopo quello di Carlo viene,
naturalmente, l'elogio di Ferdinando. ! Vedi SCHIPA, o. c., p. 325, e D’
ONOFRIJ, p. CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che ho citati, vedi In regiis,
XVI-XX. STUDI VICHIANI È vero che per costui almeno si sarebbe dovuto
attendere. E infatti, Gennaro dapprima preferisce insistere sull'esempio da
imitare che Carlo aveva lasciato al figlio. Ma poi s’interrompe: At quorsum
abeo ? fortes degenerem nunquam gignunt aquilae columbam! E si rivolge allo
stesso Ferdinando con parole affettuose: Cogita Te non advenam, sed indigenam
esse; non traducem peregre accersitum, sed heic satum; non aliis, at nobis
autem natum esse: easdem nobiscum auras spirare coepisse; eodem caelo tectum;
eadem moenia suo te complexu nobiscum continere; idem solum, patriam, patrios
Divos communes habere nobiscum; nostris moribus institutisque imbutum; atque
adeo civem nostrum esse!, etc. Si ricordi: Ferdinando aveva allora 17 anni; ma,
come si vede, s'avviava a diventare il Re Lazzarone! Di Maria Carolina è lodata
la bellezza, la serenità della fronte, la tranquillità dell’aspetto, la grazia,
il sorriso. Tacitus enim ei inest lepos, qui vultus, oris, oculorum alit
augetque quodammodo venustatem, in quibus charites, tribus velut arcibus
insidentes, excubare videntur, ad omnium animos te intuentium alliciendos 2.
Che avrà detto il buon Gennaro de’ suoi amabili principi nel ’99, quando
gl’impiccarono anche il suo Falconieri? In quell’occasione delle nozze di
Ferdinando, compose anche quest’iscrizione, che forse fu apposta alla porta
dell’ Università il giorno stesso, in cui fu letta l’ Orazione: Carolo III
Borbonio Hispaniarum Regi Potentissimo semper Augusto in communi omnium plausu
pro firmata auspicatissimis Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae nuptiis
Neapolitanarum felicitate vel ipse Musarum Numen Apollo e suis excitus adytis
Laeta omina futura canens tanquam praesentissimo Numini pro tanto beneficio
aucturo Caelitum numerum supplicationes ac pulvinaria decernendo respondit. Del
re Carlo, quando morì (14 dicembre 1788) non so se Gennaro V. abbia avuto
l’incarico di leggere l’elogio. Tra le sue carte non ci resta se non un
frammento di minuta di un’ Orazione in lode di questo re. Ma sono a stampa le
quattro iscrizioni latine da lui composte pel funerale celebrato in onore di
Carlo III dalla Real Compa gnia de’ Bianchi ', il 12 febbraio 1789. L'ultima di
esse dice: Si tuis precibus pronae Dei aures sì votîs invocari incipis pro ea
în quam nos vecepisti fide te prolixe obsecramus ut Ferdinando et Mariae
Carolinae DD. NN. Augustaeque proli 1 Solennità funebre all’eterna memoria di
Carlo III, celebrata nella Real Compagnia de’ Bianchi della Carità sotto
l’invocazione di Santa Sofia e Capuano di Napoli, s. a. In questo opuscolo,
dopo descritto il mausoleo, è detto: Vi si leggevano delle nobili Iscrizioni
composte dal regio prof. della Università don Gennaro V. » (p. 3). L’elogio fu
So dal sacerdote don Bartolomeo De Cesare, professore di S. Teoogia.] semper
propitius adsis cum in eorum incolumitate securitas et felicitas nostra
contineantur. Gennaro V. non fu regio istoriografo come il padre: ma, fosse
obbligo, in certo modo, della sua cattedra di rettorica, fosse gratitudine per
i benefici ricevuti dalla dinastia, fu panegirista ed epigrafista del re. Così
nel 1781, quando tutta Napoli si profuse in dimostrazioni di lutto per la morte
di Maria Teresa (27 novembre 1780) 1, Gennaro diede anche lui in luce un elogio
dell’imperatrice, che non risulta, per altro, scritto per incarico ufficiale 2.
Ma il suo genere era l’epigrafe, in cui gareggiava col collega, professore di
lingua latina e antichità romane, don Emanuele Campolongo, le cui iscrizioni
furono raccolte in due volumi, intitolati Sefulcretum amicabile (1781-2).
Infatti, quando il 28 giugno 1790 furono celebrati i funerali d’un professore dell’
Università, il valente naturalista Gaetano. De Bottis, le iscrizioni attorno al
mausoleo furono composte dal Campolongo, e una, la più importante, da collocare
sotto il ritratto dell’estinto, scritta dal V.: che in tale genere », dice il
narratore di quei funerali, han presso di noi raggiunto lo schietto ed aureo
genio dell’antichità » 3. I Vedi le due raccolte miscellanee di prose e versi
in morte di Maria Teresa nella Bibl. naz. di Napoli ai segni 156, L 3 e 155, K
16. Vi è anche un’ Orazione del sac. MARCELLO Eus. ScoTTI pei funerali
celebrati in Procida il 19 febbraio 1781: Napoli, Stamp. Simoniana, s. a. Anche
un martire del ’99! 2? Elogium Mariae Teresae Augustae a JANUARIO V.
inscriptum; Neapoli, ex tip. Bernardi Perger Vindobonensis [s. a.], di 7 più I
inn. in-4°. Stampa di lusso. 3 Solenne funerale di D. Gaet. De Bottis prof.
[...] celebrato nella Torre del Greco sua patria, Napoli, MDCCXC, Stamp.
Migliaccio, p. 6. L’epigrafe di G. V. che contiene tutta la biografia del morto
è a p. 7. V’è anche (pp. 34-9) una canzone dell’ab. don Antonio Jerocades. Tra
le carte di Gennaro sono quattro abbozzi d’una epigrafe per una principessina
reale, morta nel luglio 1783. L'ultimo, al quale pare l’autore si fermasse, è
questo: Regia Infantula Ferd. IV et Mariae Carolinae Austriae filia
infelicissima quasi esset parum ab omnibus naturae et summae Fortunae bonis
ejici luce orba utraque carens nomine a suorun columbario etiam prohibita ad
hoc tantum mata ui omnium expers esset | heic condita®. Nel 1787 morì, ancora
in tenerissima età, un altro figliuolo della feconda Maria Carolina; e Gennaro
scrisse quest'altra epigrafe: Have Animula innocentissima Caroli Titi
dulcissima Augustae Domus Regnique primula nec dum quadrimula spes e 3
Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae moerentissimorum Parentum sinu et
complexu acerbissimo funere erepta amarissimo cunctis relicto desiderio tui.
Vixit annis III. mens. XI dieb. XIII Coelo recepta Ter I à I A 2 i Questo verso
nel primo abbozzo segue: X/V. Kal. Sextil. e ® Ve n'ha tra le carte di Gennaro
anche un’altra bozza. Dai funerali alle nozze. In occasione del matrimonio di
Francesco Borbone il mancato discepolo di Gennaro V. con Maria Clementina d’
Austria, i fratelli Terres presentarono ai principi una tavola di marmo, in cui
erano insieme rappresentate le due effigie regali; e vi scrisse la dedica
Gennaro: Faustissimo Francisci Borboni et Mariae Clementinae Austriae conjugio
dulcissimae spei ac nostrae posteritatis praesidio comperientis ! nostram
felicitatem ex pene tisdem quibus ad nos fontibus ad seipsam promanare hac
marmorea tabula novo picturae genere dedita opera expresso ut quae corporum
conjunctio în speciem oculis subjicitur eadem animorum, dissecto marmore,
penitus inveniatur F. T. pronti et venerabundi D. D. D. 1 Pare si accenni
propriamente al 1790, quando si celebrò il matrimonio di Maria Teresa e Luigia
Amelia di Borbone con Francesco d'Austria e Ferdinando granduca di Toscana, e
si formò, come dice il COLLETTA (lib. II, c. II, $ 34), a Vienna il terzo
matrimonio tra le due case di Napoli e di Vienna: questo di Francesco con Maria
Clementina. ? L’anno innanzi, o quell’anno stesso, una tavola simile, con
l’effigie di S. Domenico, fu mandata dai fratelli Terres a Ferdinando duca di
Parma. E pel regalo onde il duca compensò i fratelli Terres, Gennaro scrisse la
seguente epigrafe, la cui minuta è sul retro d’una lettera in data 12 marzo
1789: Ferdinando Parmae Placentiaeque Duci Qui praeclarum Borbonidarum
munificentiae cum Farnesiorum in fovendis alendisque pacis artibus singulari
studio fida societate conjunxit marmoream tabellam cum Divi Dominici ei
praecipuo cultu habiti effigie indelebili quodam picturae genere marmovi
coalescente haud pridem invento atque anaglyptico opere exornatam - cujus
libenter accepta vel maximum proemium fuisset manus munere sive potius cultum
culto rependens suam imaginem maximo aureo numismate graphice expressam
colendam misiît cuius pars aversa drammaticae Poéèseos coronatio ut omnes
cognoscerent Parmensem ditionem uti pridem, ita modo etiam Musarum esse
domicillum atque optimarum artium culiricem pro quo summo beneficio Fratres
Terres Neapolitani Bibliopolae proni et venerabundi cum gratia agunt tum
maximas habent et immortales. Pare che i Terres stampassero anche un’incisione
della medaglia ricevuta, con un’altra iscrizione del V. che comincia: En cur
honor VI. IL FIGLIO DI G. B. V. 279 Ferdinando IV fa ricostruire un ponte sul
Garigliano; e Gennaro detta l’epigrafe che ne tramandi il ricordo ai posteri®.
Nasce a Ferdinando un altro figlio; e V. raccoglie in un’epigrafe a S. Gennaro
i ringraziamenti del popolo: St antea Dive Januari hanc sacerdotum sacra fronde
redimitorum solemnem pompam caste celebravimus nunc vero solido gaudio perfusi
ingentes tibi gratias agimus quod Maria Carolina felice foecunditate
Ferdinandum alio dulcissimo praesidio auxit quo Augusta Domus pluribus
munimentis insisteret nostraque felicitas stabilius firmaretur. Si celebra la
solita festa a S. Gennaro, e sono del V. le quattro iscrizioni che si leggono
quel giorno nel Duomo; in una delle quali si prega il santo di voler
rappresentare, in suo liquenti cruore », Ferdinando et Carolinae DD. NN.
Totique Domui Augustae perpetuam incolumitatem felicitatemque ac proinde
nostram securitatem. alit artes en cos ingeniorum en effigies Parmae et
Placentiae Ducis; e accenna anch'essa alla tavola di S. Domenico ignoto
pingendi genere et nova diaglyphice nulla ferri ope eleganter exornata. I Vedi
questa e altre epigrafi in Appendice I, scelte tra le molte che restano tra le
carte di Gennaro, per lo più sepolcrali. Con le lodi di Carlo III e di
Ferdinando IV si apre anche la Dissertazione sulla città di Pompei : del primo,
per gli scavi di Ercolano e per l’ Accademia Ercolanese, che veniva certo in
proposito di ricordare in uno scritto con cui s’inauguravano i lavori della
classe d’ Alta Antichità nella nuova Accademia; e del secondo, pel nuovo
impulso dato ai medesimi studi con la nuova istituzione. Per adempiere
[continua l’autore modestissimo] per quanto la scarsezza de’ miei talenti e la
cortissima estensione delle mie cognizioni mi permettono, l’incarico superiore
di gran lunga a me stesso impostomi dalla Sovrana Munificenza, prendo per
oggetto delle mie ricerche la città di Pompei, non già sull’ idea di adornar
alcuna delle discoperte parti di quel tutto, che ancor giace sepolto; ma di
considerarlo al solo lume degli antichi scrittori; e coll’autorità dei greci e
de’ latini, tra i di cui confini alla mia Classe è stato circoscritto il
commercio, di tutti il più ricco, e ’1 più nobile, perché di tutto da essi
abbiam ricevuto il sapere; rilevarne, per quanto mi sia possibile, le di lei
vicende. Né sulla lusinga di produrre cosa nuova in un argomento, il qual
solamente è venerabile per la sua antichità: quantunque il raccogliere, disporre
e combinar insieme que’ languidi e dispersi barlumi, lasciatici dagli antichi,
potrebbe conciliarsi una qualche sembianza di novità, se fossero da più dotta e
più maestra mano stati ordinati e composti. Ma sulla speranza che siccome que’
venerabili avanzi di antichità, che da Ercolano si estrassero, furon cagione,
che s’ instituisse l’Accademia Ercolanense, così a vicenda questa real
Accademia istituita potesse cominciar li suoi fasti dall'epoca gloriosissima
del risorgimento di Pompei, dopo essere stata per l’ immemorabil corso di ben
XVII secoli sepolta: poiché.... se que’ rottami ercolanensi svelti ed infranti,
rivestiti di sì dotta ed erudita luce da tanti chiarissimi ingegni, che vi
travagliarono, si son resi non meno ammirabili per il buon lume ricevuto, che
per la loro antichità; onde il Museo Ercolanense è divenuto nell’ Europa
cotanto celebre, che può dirsi essere una delle cagioni del frequente concorso
in questa città, per se stessa luminosissima, di tante culte nazioni: quanta, e
quanta maggior confluenza ne attirerebbe, se mai potesse vedersi una
nobilissima città, unico esempio nella storia di tutti i tempi, intieramente
esposta alla luce del sole, e quindi all’ammirazione dell'universo ? Gli scavi
di Pompei, com'è noto, furono intrapresi nell'aprile 1748 !; ma rimasero presto
interrotti; e s’è visto che Gennaro ne faceva un'eredità di gloria lasciata da
re Carlo a Ferdinando. Certo, il nome del figliuolo del V. va ricordato tra
coloro che incitarono efficacemente a quest'opera importantissima. E, come già
altri ha notato ?, a torto è dimenticata la sua monografia su Pompei, la cui
parte più notevole è, come si disse, riferita dal NapoliSignorelli nella sua
Storia dell’ Accademia delle scienze e belle lettere. In questa monografia è
innegabile profonda conoscenza e acuta critica delle fonti letterarie. Chi
vorrà studiare il bel tema degli studi d’erudizione antica in Napoli durante il
sec. XVIII, non potrà trascurare questo scritto del V., e il frammento che ci
resta dell’altro su Locri. Ma non è qui il luogo di farne particolare esame.
Dirò soltanto che ci si vede l’erudito, ma non l’antiquario di professione.
Rifiutate le leggende, non subentra lo sforzo di spremere dalle scarse
testimonianze superstiti quello che esse non possono darci; e il buon senso
mette in guardia contro le sottigliezze e gli artifizi congetturali, che
facilmente attraggono lo studioso dell’antichità. Ciò è particolarmente
notevole nella relazione sulla memoria del Finamore intorno alle origini di
Lanciano; dove, nonostante la cadente età » e la languidezza dello spirito »,
accusate sul principio dall'autore, spunta qua e là anche il bonario sorriso
del buon senso contro certi arzigogoli del Finamore, per ottenere che l’
Accademia riconoscesse nell’antica Lanciano un municipio anzi che una colonia
romana. Dopo un minuto esame delle epigrafi lancianesi mandate dallo stesso
Finamore all’ Accademia, I FIORELLI, Descriz. di Pompei, Napoli, 1875, p. 22; o
Pomp. antiq. historia, Neapoli, 1860, dov’ è la storia degli scavi. ® BELTRANI,
La R. Acc. di scienze e belle lett., p. 37. Il lavoro del V. non è citato, nota
lo stesso Beltrani, p. 88, nella Bibliografia di Pompei, Ercolano e Stabia di
FRIEDRICH FURCHEIM, Napoli, 1901. il buon V. viene a questa conclusione, che mi
piace riferire: Avrei bramato soddisfare il dotto ed erudito sig. Finamore, se
li monumenti me ne avessero somministrati i mezzi. Ed in questa occasione
sperimento pur troppo vera la natura dell’ambizione, che non respiciîit, che
non si volta mai indietro; la quale, quantunque vizio, quando però si propone
per oggetto la virtù ed il sapere, deve riputarsi ambizione lodevolissima:
siccome Quintiliano dice: quamquam ipsa sit vitium, frequenter tamen causa
viriutum est: e l'ambizioso più si duole di un solo, che abbia innanzi, che
l’attraversi il conseguimento del suo fine, che goda di tanti meno felici, che
gli vengono appresso; e le passioni più commendabili devono essere regolate
sempre da quel ne quid nimis; perché Virtus est medium vitiorum et utrimque
reductum. Avrebbe desiderato il dotto ed erudito cittadino assiem col suo
collega il sacerdote don Uomobuono de’ Buchachi!, con cui est studiorum
societate conjunctus, che Lanciano fosse stato dichiarato municipio, la quale
quasi già non lo è; e non si volge dietro a considerare tant’altre città di
condizione meno ragguardevole che Lanciano, che le vengono appresso. Mi
lusingava di dover fare da avvocato del sig. Finamore in questa sua onestissima
causa; e, mio malgrado, devo farvi la comparsa da fiscale, perché l'autorità e
li monumenti l’oppugnano, e quelli stessi, che egli ha prodotti, punto non lo
suffragano: ma non per questo può dirsi, che egli abbia intieramente perduta la
sua causa: perché quod petit intus habet. Non sente essersi talmente confusi li
diritti, e le prerogative de’ municipi con quelle delle colonie, e questi in
quelli trasfusi in guisa, che gli uni dagli altri non sì distinguevano ? Non
sente da Gellio il nome di municipio già dileguato obscura et obliterata suni
municipiorum jura, quibus uti per innotitiam non queunt ? Non ha inteso, che li
municipi pretesero di cangiar la loro condizione in quella delle colonie, e non
vede le istesse città I È lo stesso BOocHAcHE, autore del Saggio
storico-critico della città di Lanciano, che si conserva ms. nella Biblioteca
del Ginnasio di Lanciano ? Un brano ne pubblicò il prof. L. GAMBERALE, Notizie
sui fatti di Agnone nel 1799 tratte dall’appendice al Saggio ecc. Campobasso,
Colitti, 1900. essersi appellate colonie e municipi ? Non ha inteso li distinti
cittadini municipali in sì poco conto presso li romani ? Non conosce quindi,
che il tutto si riduce alla distinzione del nome ? Perché Struggersi per
investir la sua patria di un pregio, che, in tempo che valeva, era in sì poco
conto, ed ora si riduce a un nome vano, in guisa che, se allora municipium e
colonia eran riputati lo stesso, ora questo istesso è divenuto un nulla ? !. In
questa dotta relazione, dove l’ immortal Muratori » è vichianamente detto, con
ammirazione, ingordo voracissimo rivolgitor di biblioteche », è pur degna di
nota, in mezzo all’erudizione archeologica, una disgressione filosofica, o
disgressione in astratto », come dice l’autore; e che egli chiede di poter
fare, giudicandola non capricciosa, perché avvalorata dall’autorità; se poi
applicabile alla nostra ricerca, lo sottopongo al giudizio de’ dotti ». Da
quale autorità, Gennaro non dice; ma basta sentirne il principio per indovinare
l’allusione: È costante che le lingue sieno indici, che ci scoprono li costumi
delle nazioni; e perché fide interpreti dell'animo, dovettero nascere aspre,
dure, orride, esprimendo la rozzezza e la ferocia delle nazioni, che le
parlavano; a misura poi che li costumi a poco a poco s'ingentilirono colle arti
dell’ umanità, si raddolcirono anche le lingue: del che ce ne somministra una
testimonianza la lingua latina, la quale tale la scorgiamo in que’ frammenti
delle leggi delle XII Tavole; e pure cominciava il quarto secolo della
fondazione di Roma. Tal dovette essere, e fu la lingua di Lucilio, di Pacuvio,
di Livio Andronico, di Ennio; e Plauto, che ci è restato, e provenne assai più
tardi, essendo morto nel consolato di Fublio Claudio Pulcro e di L. Porzio
Licinio, cioè nel 570 di Roma, di quante ruvidezze e racidumi è pieno ! Come,
per esempio, nel Prologo dell’Anfitrione: I Di questa relazione rimane una
copia di mano del marchese di Villarosa. Anche all'Accademia credo sia stata
letta una breve Relazione intorno a certe dissertazioni su Virgilio di A. DE
SANCTIS, che resta tra le carte di Gennaro, curioso documento della sua
bonarietà, contraria a ogni ipercritica, e un po’ anche alla stessa critica. Ut
vos în vostris voltis mercimoniis Emundis vendundisque. Uno scrittore del
secolo d’oro avrebbe detto: Ut vos in vestris vultis mercimoniis Emendis
vendendisque. Or l’ istesso dovette accadere in tutte le lingue delle altre
nazioni: che, a proporzione che colle arti dell’ umanità depressa [fu] la
ferocia de’ costumi, così le lingue la loro asprezza, e quel rumoroso strepito
di voci [perderono]. L’ istesso vediamo esser avvenuto nella ricorsa barbarie
in tutti i dialetti della lingua italiana, che fu una corruzione della latina:
le lingue, le quali ora parliamo, quanto sono differenti da quelle di tre o
quattro secoli addietro ! Si ricordi la Dignità XVII della seconda Scienza
Nuova: I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi
costumi de’ popoli, che si celebrarono nel tempo, ch’essi si formaron le lingue
». Ma tutto il pensiero e le espressioni di questo brano sono di (G. B. V.. Le
cui opere Gennaro dové custodire sempre come cosa sacra, e leggere e rileggere,
benché non avesse intelletto pari alle speculazioni paterne; ma per compiacersi
in ammirar i monumenti della grandezza del padre, alla cui ombra svolgevasi la
sua vita tranquilla. Custodiva gelosamente quei libri. Dev’essere un suo
parente chi gli scriveva, nel 1780, la seguente lettera: Casa, 27 luglio 1789.
Veneratissimo mio Sig.r don Gennaro, Il Sig.r don Francesco Esperti 1, a che
(sîc) molto devo, desidera la prima edizione della Scienza Nuova solamente per
incon I L’avv. Franc. Sav. Esperti, nipote di mons. Esperti, corrispondente di
G. B. V.. Nel 1792 pubblicò in un opuscoletto la lettera del V. allo zio,
relativa appunto alla 18 Scienza Nuova. Vedi VILLAROSA, Opuscoli, 368-9, e
CROCE, Bibliogr.] trare (sic) certo passo, e restituirvela. Spero dunque che
l’abbiate, e me la favorite, che sarà mia cura di restituirla; e sicuro de’
vostri favori, resto pieno di stima dicendomi Vostro devot.mo servitore obbl.mo
Nicolò Santaniello 1. Non pare che egli abbia avuto nessuna parte nel preparar
la raccolta delle Latinae orationes del padre, pubblicata nel 1767 da Francesco
Daniele 2. Ma questi dové più tardi rivolgere nell’animo il proposito di
raccogliere tutti gli scritti sparsi del V.. E allora certo ricorse a Gennaro
3. Se non che il Daniele in fine non ne fece nulla; e Gennaro per un momento
poté sperare di far lui la desiderata edizione delle opere paterne. È. ormai I
Il ViLLarosa, Opuscoli, III, p. v, parla della casa de’ signori Santaniello, ultimi
eredi del V., sita nella strada dei Mannesi »; e dice che in essa conservavasi
il ritratto di G. B. V. dipinto dal Solimena, che fu distrutto con la casa
stessa da un incendio intorno al 1819 (v. anche Croce, Bibdl., p. 116).
[Filippo Santaniello (mi comunica il Nicolini), sposò Candida V., figlia di
Ignazio, e due figli, Mercurio e Carlo, nati da questo matrimonio, son nominati
nel testamento di Gennaro V., in data 2 settembre 1805). 2 Nella dedica del
libro al Targiani, il Daniele dice d’aver raccolto da sé e da molto tempo
quelle Orazioni. Cfr. CROCE, Bibl., p. 30. 3 Nel 1804 faceva ricerca di scritti
del V. e di sue lettere, scrivendone ad amici a Roma e altrove. Il Croce
(Bib/., p. 30) ha richiamato l’attenzione su due lettere del card. Borgia (del
1804) al Daniele, che sono nel carteggio inedito di costui, conservato dalla
Soc. storica napoletana. Importante è anche il seguente brano d’una lettera
allo stesso Daniele, scritta da Jacopo Morelli (l’erudito bibliotecario
veneziano, a cui il Villarosa dedicò il 1° volume degli Opuscoli), da Venezia:
Ho fatto ricerche per le Lettere del V. richieste, e nulla si è trovato. Per
quelle all’ab. Conti ho fatto esaminare le casse di lui, già possedute in
Padova dal professore Toaldo, ed ora dal Cheminello. Per quelle al Lodoli non
vi sono ricerche da fare, essendo perite le casse di lui in uno dei Pubblici
Archivi, dove erano trasportate dopo la morte di lui; perché vi si trovavano
scritture di affari di Stato mescolate, e si fece un’asporto (sic) totale senza
discrezione. Per quelle al Porcìa ho fatto cercare in Udine presso li
discendenti del corrispondente col V., e nulla si è trovato. Sicché null’altro
mi resta da fare » (Carteggio di F. Daniele, vol. III, c. 305; Soc. stor.
nap.). Le relazioni del V. coll’abate Conti e col Lodoli il Daniele non poté
conoscerle se non dalle aggiunte, allora inedite, alla Vita del 19 nota la
minuta della prefazione ! che egli già aveva preparata pel primo volume, che
avrebbe dovuto contenere la Scienza Nuova del 1744. Tandem tot flagitatoribus,
tot obtrectatoribus mihi tanquam parum officioso exprobantibus morem gero, a
quibus quasi obsessus quotidie oppugnabar; tandem rogari, atque invitus negare
desino, cum non mea me voluntas, sed rationes meae ab incepto prohiberent: fidem
meam absolvo, dato fidejussore satis superque locuplete, honestissimo
Neapolitano Michaele Stasio, qui onus in se suscepit: tandem Patris mei (cujus
etsìi eundem muneris ordinem adeptus, utinam eodem dignitatis gradu explessem
!) opera omnia.... in unum corpus collecta, in lucem prodeunt. Accennando alla
diuturna meditazione in cui s'era maturata la Scienza Nuova, Gennaro dice che è
questa la ragione principale della pretesa oscurità trovata in quell’opera da
taluni, qui, ne de grege imperitae multitudinis habeantur, quae ca magis
admiratur quae minus intelligit, prorsus damnant quod non intelligunt ». Aliud
est, dice Gennaro, e nelle sue parole bisogna vedere un pochino lo stato
d’animo di lui stesso quando leggeva la Scienza Nuova ; aliud est dicere, non
intellago, aliud, non intelligitur : illud modestiae, et suae cujusque
conscientiae potius tribuendum; hoc autem summae arrogantiae indicium, quod
firmissimum supinae ignorantiae argumentum; nam quid est aliud, quam se supra
omnes extollere ac postulare, quod ipse non intelligit, e nemine intelligi
posse ? Nam vere docti quantum sibi desit, sciunt. V., che erano presso
Gennaro, se già questi non le aveva date al march. di Villarosa. A quell’anno,
infatti, devono pur risalire le avvertenze del Daniele comunicate al Villarosa
per una ristampa della Vita del V. (cfr. Croce, Bibl., p. 110); dalle quali
apparisce e la conoscenza delle carte vichiane possedute da Gennaro V., e la
familiarità del Daniele con quest’ultimo, già decrepito. Potrebbe anche
pensarsi che queste ricerche pel Borgia e pel Morelli ei cominciasse a farle
per compiacere al marchesino Villarosa ». I Fu pubblicata dal Croce, Bibl.,
112-13. Non credo poi Gennaro tanto modesto da non credersi uno di questi vere
doctt! Egli ben sentiva per sua esperienza che la Scienza Nuova non est ex eo
librorum genere, saeculi commoditati obsecundantium, quos sagina graves, in
lecto strati, supini et oscitantes, aut fallendi temporis aut somni conciliandi
gratia in manus sumuntur, in quibus omnia extant omnium oculis exposita. Si
iterum legas, leges eundem, ut animum despondens tertio legendi; aurum autem
natura occultum et latens, indagatione ex terrae visceribus, in quibus jacet,
patefaciendum eruendumque. Oh l’animo intento e la commozione di Gennaro, quando
rileggeva per la ventesima o trentesima volta (non aveva letto 35 volte il suo
Tacito il padre, scoprendovi sempre qualche cosa di nuovo ?) la maggiore opera
paterna, con la testa fra le mani, e la memoria che correva indietro a rivedere
il vecchio Giambattista, languente in un angolo tristo della casa, dove Gennaro
rimase! E qual dolore non dové essere per lui che l'edizione non si facesse
più! Negli anni più tardi vi fu chi gli rifece nascere la speranza di veder
ristampati in un corpo gli scritti paterni. Sollecitava l'edizione un giovane
di grande ingegno, che studiava profondamente V. ed era capace d’intenderlc. A
Gennaro forse fu presentato dal suo sostituto Ignazio Falconieri, che con quel
giovane aveva dimestichezza, e doveva di lì a poco metterlo a grave
repentaglio, traendolo seco segretario nell’organizzazione repubblicana d’un
dipartimento della repubblica del ’99. Questo giovane era Vincenzo Cuoco. Il
quale però, pochi anni più tardi, nel 1804, scrivendo da Milano all’ideologo De
Gérando, ricordava: Una buona edizione di V. [...] forse si sarebbe fatta in
Napoli, ed eransi a tal fine preparati molti materiali. Si era invitato il
figlio, allora ancor vivo !, a ! Al Cuoco, da cinque anni lontano da Napoli,
pareva impossibile che il vecchio Gennaro vivesse tuttavia ! somministrare i
manoscritti del padre. Si eran raccolte molte cose ancor inedite. Una parte di
ciò che erasi preparato trovavasi in casa mia; un’altra in casa di quel mio
amico che voleva far l’edizione: ed ambedue le case furono nel saccheggio
anglo-russo-turco-napoletano saccheggiate. Ed addio edizione di V. »!. Intorno
al 1804, infine, per lo stesso motivo, Gennaro vecchissimo fu visitato dal
marchese Villarosa. Il quale, nella prefazione al primo volume degli Opuscoli
=, non pubblicato, per altro, prima del 1818, quando Gennaro era morto da
tredici anni, racconta che nell’accingersi alla sua raccolta, si diresse al
figlio di Gio. Battista, uomo di antichissimi costumi, per informarlo del suo
proposito e pregarlo che volesse fargli dono di quegli opuscoli del padre, che
aveva presso di sé. Il buon vecchio, gravato dagli anni, e più da’ malori,
quasi pianse della letizia per un tale avviso ». E gli diede infatti i pochi
manoscritti rimastigli, e un abbozzo delle aggiunte alla Vita pubblicata dal
Calogerà. Anche i libri del padre a uno a uno gli erano stati portati via dagli
amici; ma conservava un Tacito tutto dal padre nel margine postillato e qualche
altro latino libro ». Qualche ferro, insomma, del mestiere ! Giacché anche gli
storici il professore di rettorica doveva leggere e illustrare. Delle origini
di questa cattedra si sa poco, come in generale delle origini di tutti
gl’insegnamenti dello Studio di Napoli. Pare sia sorta per le esigenze
umanistiche del Rinascimento napoletano, sotto gli Aragonesi. Il maestro del
Sannazzaro, Giuniano Maio, l’autore del De Matestate, e di un dizionario latino
De priscorum proprietate verborum, il precettore d’ Isabella I RUGGERI, V.
Cuoco, 191-92; e cfr. ora Cuoco, Scritti vari, ed. Cortese-Nicolini, I, 314-15.
2? Opusc., I, XIV-XV. d’ Aragona, lesse nello Studio (riaperto nel 1451 da
Alfonso I) dal 1465 al 1488 rettorica, poesia o arte oratoria, col soldo di
trenta o quaranta ducati 1. E nello stesso anno 1465, re Ferdinando creava per
Costantino Lascaris, venuto da Milano al séguito di Ippolita Sforza, di cui era
stato maestro, una cattedra di eloquenza, ma ad lecturam Graecorum auctorum,
poétarum scilicet et oratorum *. Non risulta, del resto, che il Lascaris
v’insegnasse più d'un anno; e alla sua partenza la cattedra dové cadere. Non
così quella di rettorica latina, detta poi anche di umanità, che ebbe maestri
di fama, come Pomponio Gàurico, il quale v’insegnò sempre con la provvisione di
40 ducati dal 1512 al 15193, e l’amico del Pontano, Pietro Summonte, dal 1520
al ’26 4. Ma questa, come le altre cattedre dello Studio, ebbe un assetto
stabile dalla prammatica del 1616, che (parte II, tit. I) ordinò una cattedra
di rettorica con I00 ducati di salario 5 l’anno: ha da leggere i precetti di
essa, o per Aristotile, o per Quintiliano, o per il libro Ad Herennium, et
parte dell’anno alcun oratore, o istoriografo per poter esemplificare detti
precetti » 6. In questo programma, d'altronde, bisogna scorgere la conseguenza
I Pércopo, Nuovi docc. sugli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in
Arch. stor. nap., XIX, 740-1; e introd. alle Rime del Cariteo, Napoli, 1892, p.
CCXVIII; e CANNAVALE, Lo Studio di Napoli nel Rinascimento, Napoli, Tocco,
1895, docc. cit. nell’ Indice dei nomi, s. Mayo de Juliano ». % CANNAVALE, doc.
13, p. XXI. 3 Pércopo, L’umanista Pomponio Gàurico e Luca Gàurico ultimo degli
astrologi, Napoli, Pierro, 1895, 69 e 173-7. 4 PÉRCOPO, od. cit. 69 e 177-9.
Per altri nomi oscuri vedi oltre il Pércopo, l. c., il CANNAVALE, p. 87. 5 Dai
documenti pubblicati dal Cannavale risulta (p. 63) che il soldo era salito a 60
duc. nell’anno 1532-33. Ridisceso a 50 duc. nel 1568-69 (p. 70), risalì a 60
nel 1574-75 (p. 72); e vi si mantenne fino al 1580 (p. 74), ultimo anno per cui
si abbia notizia d’un lettore d’humanità: e forse fino al 1616. Per maggiori
particolari sulla cattedra si veda ora il cit. vol. miscellaneo sulla Storia
della Università di Napoli. 6 V. Nuova Coll. delle Pramm. del Regno, t. XIII,
p. 17. dello stesso sviluppo storico di quell’insegnamento, che in esso ebbe
quasi la sua codificazione. Quando, nel 1711, G. B. V. dettò di suo le
Institutiones oratoriae, in fondo non fece uno strappo al programma, perché la
sostanza era sempre quella tradizionale. E Gennaro non fece di certo lui la rivoluzione.
Fino al ‘77 insegnò la solita rettorica; dopo gli toccò anche di formare » le
Istituzioni poetiche. Era sempre l’insegnamento greco e romano, rinnovato dagli
umanisti e perpetuatosi dal Quattrocento in poi, col perdurare del generale
indirizzo strettamente classico della cultura e della letteratura. Vedremo tra
poco come timidamente, durante la vita stessa del nostro Gennaro, farà capolino
nello Studio un insegnamento letterario moderno; e quanta fatica durerà ad
affermarsi con carattere e spirito veramente nuovo e indipendente da questo
vecchio istituto umanistico. A Gennaro, che, per altro, non fu l’ultimo dei
maestri di rettorica latina, bisogna render merito dei sani criteri, che, per
ispirazioni paterne, seppe mantenere nella sua disciplina, insistendo sempre
sull'importanza del contenuto, combattendo il puro studio della forma vuota, le
virtuosità stilistiche e sofistiche, le minuzie grammaticali :, ed incitando i
giovani agli studi seri e profondi. Nell’ Orazione inaugurale del 1774: Optima
studendi ratio ab ipso studio petenda, tornando sul tema già trattato nel
1741?, fatta una dipintura satirica delle abituali occupazioni della gioventù
effeminata del tempo, affermava questo bisogno degli studi coltivati con ardore
d’animo e vigoria di volere: aeque naturalis et facilis est vobis sapientiae
adipiscendae ratio, quae est vestramet ipsa voluntas 3. I Sono degni d’esser
letti gli Avvertimenti per l’ insegnamento del latino, da lui dati, pare, per
l'istruzione di qualche figliuolo di signori, e che io sono costretto a
rimandare all’Appendice I. ? Vi sono ripetuti anche de’ periodi. 3 Pag. LXIv.
La volontà vince anche i difetti della natura. Non c’è difficoltà che non si
superi col buon volere. Ma il fine degli studi non è da riporre nel guadagno.
Sordida haec et vilia sunt litterarum pretia, quae vobis contemnentibus ultro
abunde suppetent. Qui studio flagrat cognitionis et scientiae, is nullo
emolumento ad eas res impellitur: quin etiam qui ingenuis studiis delectantur,
eos videmus nec valetudinis nec rei familiaris habere rationem; omnia perpeti
ipsa cognitione et scientia captos: cum maximis laboribus compensare eam, Rara
in discendo capiunt voluptatem. Di che adduceva ad esempi Anassagora, Carneade,
Archimede, Pitagora, Demostene: e meglio avrebbe potuto ricordare il padre, se
non l'avesse trattenuto certo pudore domestico, che mai non gli fece
pronunciare quel sacro nome, quando sulla sua bocca potesse suonare lattanza.LA
CATTEDRA DI LETTERATURA ITALIANA DALLA SUA ORIGINE ALLA RIFORMA DEL 31811 Da
uno sdoppiamento della vecchia cattedra di rettorica, nell’ Università di
Napoli, trasse origine l’insegnamento di letteratura italiana. Quello stesso
marchese della Sambuca, che nel 1778, per porre in attività il genio della
nazione e il talento dei sudditi»! di Sua Maestà, die’ vita, come s’è visto,
all’ Accademia delle scienze e belle lettere, in. quel torno stesso, tentò
anche un ammodernamento dell’ Università con la riforma, che qualche
modificazione importò anche alla cattedra di Gennaro V.. Nel dispaccio con cui
comunicava a Carlo Demarco, ministro del culto (da cui la pubblica istruzione
dipendeva), il nuovo piano dell’ Università, scriveva: La pubblica educazione,
che è stata sempre tra le cure principali di ogni ben regolato governo, per la
influenza, che ha sul costume de’ popoli e su la floridezza dello Stato, con la
cognizione e con l’esercizio delle scienze e delle arti liberali e meccaniche,
necessarie non meno alla cultura ed alla politezza delle nazioni, che alla sua
ricchezza e potenza, col promuoverne e sostenerne il com‘mercio, avea già
richiamata l’attenzione del Re ». Si sente il linguaggio del tempo dei lumi.
Sono quindi ricordate le precedenti cure di Ferdinando IV per l’istruzione.
Dopo queste sue prime sovrane disposizioni, ha il Re voluto rivolgere ancora il
suo pensiero all’ Università degli studi .... Ed avendo S. M. veduto, che
siccome nelle I Disp. cit. pubbliche scuole stabilite nella R. Casa del
Salvatore vi erano alcune lezioni, che anche nell’ Università degli studi faceansi;
e così in questa e in quelle ne mancavano poi molte, che le nuove scoverte
fatte nelle scienze e nelle arti rendevano interessanti: ha perciò disposto che
si combinassero insieme; e, togliendo per una parte quel che vi fosse di
superfluo, e aggiungendo quel che mancasse per l’altra, e alcuni soldi,
ch’'erano nelle scuole, sopprimendo, ed altri, che nell’ Università eran
troppo. tenui, aumentando, si formasse un corpo intero e compiuto di tutto ciò,
ch’ è necessario alla perfetta istituzione della gioventù, cominciando da’
primi elementi fin alla Facoltà delle scienze più sublimi » 1. Affinché tutto
questo corpo completo di studi fosse raccolto in un sol edificio, l’ Università
passò allora nella casa del Salvatore, dov'era già il convitto. Né qui si sono
arrestate le paterne cure del Re. Ha determinato di più, e disposto, che si
formino, oltre all’ Accademia della pittura, scultura ed architettura ....
altre due Accademie, una per le scienze e l’altra per le belle lettere, con
avere stabilite le pensioni corrispondenti ‘agli accademici ed ai segretari
dell'una e dell’altra, che saranno a suo tempo dalla M. S. dichiarati, col
presidente delle medesime. E siccome queste Accademie si terranno
nell’edifizio, ove sin ora è stata l’ Università degli studi 2, ha disposto
ancora S. M. che nel medesimo si situino le magnifiche due regali Biblioteche,
Farnesiana e Palatina, destinandole all’uso del pubblico. Ed oltre ciò, vi
saranno trasportati li due ricchissimi suoi regali Musei, Farnesiano ed
Ercolanese, per lo stesso uso ». E, perché I Arch. Sta. Nap., Scritture diverse
della cappellania maggiore, vol. 34, f.° 230 sgg. Ma il dispaccio è pubblicato
nel DE SARIIS, Cod. di leggi del Regno di Napoli, lib. X, tit. IV, Napoli,
Orsini, 1796, 47 S8g 2 Il Palazzo degli Studi. Sbaglia perciò il COLLETTA
(Storîa, lib. II, cap. II, $ 13) ponendo tutti quest’ istituti insieme con l’
Università al Salvatore. nulla mancasse alla perfezione di que sta grande
opera, ed alla compiuta istruzione della gioventù, si disponeva l'istituzione
di una cattedra di storia naturale, di un orto botanico, di un laboratorio
chimico, e che vi sieno tutte le macchine per fare le esperienze, e le altre
operazioni corrispondenti ». Tutto ciò nel Palazzo degli Studi. Si ordinava
altresì all’ Ospedale degli Incurabili una cattedra di ostetricia e la
formazione di un teatro anatomico. Infine, si era annunziato l’ordinamento di
un Osservatorio astronomico nella casa del Salvatore. In questa, che si può
dire la riforma universitaria dell’illuminismo, tra le cattedre nuove comprese
nel piano dell’ Università, troviamo appunto quella di Eloquenza italiana. Si
dee provvedere», è detto nel Piano, anch'esso del 26 settembre 1777, col soldo
di ducati 300 » ®. E a questa, come alle altre cattedre nuove, si doveva
provvedere per concorso: Solamente », diceva il marchese della Sambuca al
Demarco nel suo dispaccio, solamente, per questa prima volta li maestri delle
nuove cattedre si proporranno al Re da V. S. Ill. ma con la mia intelligenza,
per combinarsi colla Riforma fatta ». Non passarono infatti tre mesi, che il
ministro Carlo Demarco spediva al cappellano maggiore del tempo, don Matteo
Gennaro Testa Piccolomini, arcivescovo di Cartagine, il seguente dispaccio:
Essendosi fatta presente al Re la rappresentanza di V. S. I. de’ 19 dello
scorso novembre, contenente le terne de’ soggetti proposti per le nuove
cattedre aggiunte all’ Università dei Regi Studi, S. M. ha scelto per
l’Eloquenza italiana don Luigi Serio; per la meccanica, p. Nicola Cavallo; per
l’Arte Critica e Diplomatica, il p. don Emanuele Caputo Cassinese; per la
Storia sagra e profana il prete don Francesco Conforto; I Arch. Sta. Nap.,
Scritture cit., vol. 34, f.° 252 db; DE SARIIS, p. 52. IL FIGLIO DI G. B. V.
295 per l'Agricoltura don Nicola d’Andria; per l’Architettura Civile e
Geometria pratica il Canonico Taralli; per la Geografia e Nautica il p. don
LodoV. Marrano; coll’obbligo però, che debbano tutti tali lettori di persona
far le lezioni, senz'ammettersi sostituti in loro vece nelle cennate rispettive
cattedre nuovamente aggiunte. Rispetto poi alla cattedra di Logica e
Metafisica, S. M. si ha riservato di risolvere in appresso, ed allora a suo
tempo comunicherò a V. S. I. la Real risoluzione. Nel Real nome pertanto
comunico a V. S. I. tal’elezioni de’ cennati lettori, fatte dalla M. S. perché
ne disponga il possesso e l'adempimento; siccome ne ho dato l’avviso a’
medesimi per loro intelligenza. Palazzo, 10 dicembre 1777 !. Chi era don Luigi
Serio ? Nato nel 1744 a V. Equense, esercitava in Napoli la professione
d’avvocato; ma già intorno al ’65 era diventato una celebrità come
improvvisatore. A differenza dei soliti poeti estemporanei, il Serio aveva
solida cultura letteraria e scientifica. Né era privo di buon gusto, come
dimostrano alcune sue polemiche letterarie. La fraseologia dei novatori, della
gente alla moda, gallicizzante ed anglizzante, delle anime sensibili, dei
filosofanti, era un suo odio particolare. Contro costoro scrisse, tra l’altro,
un opuscoletto, pubblicato anonimo, col titolo: Cose e non parole, mettendo in
caricatura gli obblighi filosofici e utilitari, che si volevano addossare alla
poesia. Ma non pare che questo suo odio fosse effetto di un pensiero profondo
»?. Le sue Rime, del resto, raccolte in due volumi nel 1772 e 1775, hanno I
Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 426 (novembre 1777 a gennaio 1778), ff.
140-141; nonché tra le Scritture diverse della Cappellania Maggiore, vol. 34, i
ff. 228-229. Parzialmente lo stesso dispaccio fu pubblicato dal prof. N.
BARONE, Breve memoria intorno ai proff. di diplom. e paleografia nell’ Univ. e
nel G. Archivio, Valle di Pompei CROCE, L. Serio, nel vol.: Aversa a D.
Cimarosa, Napoli, Giannini; e poi nel volume dello stesso Croce, Aneddoti e
profili settecenteschi, Palermo, Sandron, 1914. Sul Serio scrisse più tardi uno
studio il prof. M. Bruno, L. S. letterato e patriota napoletano del Settecento,
negli Studi di letteratura italiana, pubblicati da E. Pércopo, vol. VI, fasc.
1-2. STUDI VICHIANI scarsissimo valore. Nel 1771 die’ in luce alcuni Pensieri
sulla poesta*, dedicati all'abate Galiani: al quale diceva (salvo, nove anni
dopo, nel Vernacchio, a colmarlo di vituperii): Voi siete un letterato di
vivacissimo spirito, di sublime ingegno, e di vasta erudizione .... Vedete
dunque, se io senta qualche cosa avanti nella ragion poetica, ed il vostro
giudizio mi servirà di perpetua norma ». Ma più che a questi Pensieri, in cui
pure non mancano buone osservazioni sul mutare degli ideali artistici col
mutare dei secoli, e sui difetti della vuota poesia del tempo, il Serio dové la
cattedra di Eloquenza italiana alla stima guadagnatasi in Corte con le sue
ammirate improvvisazioni, che già quell’anno, 1777, gli avevano procacciato la
nomina di poeta di Corte, nonché l’incarico di rivedere le opere teatrali e
provvedere ai bisogni poetici del S. Carlo*. . Delle ragioni che indussero
all’istituzione della nuova cattedra letteraria, il Napoli-Signorelli,
facendone risalire il merito fino a Ferdinando IV, scriveva nel 1798: Vide il
nostro Re che la gioventù dedita alla greca e latina eloquenza od a svolgere
Demostene, Pindaro ed Omero, o Tullio, Orazio e Virgilio, riusciva così
rozzamente a disviluppare i propri concetti nella materna lingua volgare, come
si ravvisa singolarmente negl’immensi mucchi I Di cui non conosciamo altro che
le prime 12 conservate in una Miscellanea (III st., XV, F., 25) della Società
storica napoletana. 2 Intorno alle lotte che dové sostenere, come revisore
teatrale, per la riforma del melodramma, vedi B. Croce, I teatri di Napoli, Napoli,
Pierro, 1891, 575 Sgg., 592 Sgg., 624 Sgg., 733 sgg. P. Calà ULLOA,
che non era privo di gusto, né di buon senso scrive: On peut reconnaître encore
dans quelques pages de Luigi Serio, plus éloquantes et plus spécieuses que
raisonnables, des pensées neuves, et des images heureuses à còté des traits les
plus hasardés. Il eut le torte de semer dans l’arène du palais les fleurs et
les ornements de la poésie. Ses discours portaient l’empreint d’une éloquence
factice et d’un goùt passager; il avait plus d’imagination que de force
d’exprit ». Altri, d’ ingegno anche
inferiore, se laissaient aller, comme Serio, à inonder leur auditoire de fleurs
d’une déclamation académique »: Pensées et souvenirs sur la littérature
contemporaine du Royaume de Naples, Genève, 1859-60, I, 33-4. d’allegazioni ed
altre scritte forensi; ed accorse ad ovviare a tale inconveniente col fondare
una cattedra di Elo quenza italiana, e fece sì che la lingua di Dante, del
Petrarca e del Boccaccio e de’ tersi scrittori del secolo decimosesto s’intendesse,
s’imparasse per principii e si pregiasse ». Il pensiero risale certo ad A.
Genovesi, che fu il primo, com'è noto, a insegnare nell’ Università in
italiano, quando iniziò le sue lezioni di Economia civile. E quando, dopo la
cacciata de’ gesuiti, nel 1767, ebbe incarico dal Tanucci di formare un piano
di scuole che poi non poté essere adottato, almeno interamente propose anche
una scuola di lingua, di eloquenza e di poesia toscana ; perciocché, mirando
già tutte le nazioni di Europa a rendere volgari e comuni le regole delle arti
e delle scienze, parve all'abate Genovesi necessario che i giovani si
avvezzassero di buon’ora a sapere parlare e scrivere con nettezza ed eleganza
la propria lingua ». Ma questo studio sì necessario », concludeva il biografo
del Genovesi, nel 1770 *, è intanto il più negletto nella nostra educazione ».
Importante è quello che lo stesso Napoli-Signorelli, dopo avere accennato alle
altre cattedre moderne stabilite con la riforma del 1777, ci dice della
impressione che di quelle novità ebbero i contemporanei: Chi crederebbe », egli
esclama, che queste gloriose novità dovessero sembrare innovazioni inutili a
certi vecchioni che non hanno mai inteso più oltre delle istituzioni mediche,
legali e teologiche, della fisica di Aristotele o di Cartesio, e della nuda
pedanteria (ma non altro) delle lingue dotte ? E pure odonsi alcune sparute
larve, ignoranti dell'importanza di tali stabilimenti, mormorarne e torcere il
muso: Quali cattedre ! (van dicendo) lingua italiana, agricoltura, chi I G. M.
GALANTI, Elogio stor. del sig. ab. A. Genovesi, 33 ed., Firenze, 1781, 7I,
9I1-3, 109. mica, commercio, diplomatica, storia naturale, geografia fisica !
Fa mestieri di un pubblico professore per istudiar la lingua volgare che
parliamo dalle fasce .... Così favellano certi noti annosi maestri, che non mai
seppero passare oltre dei confini della pedanteria e cacciar da sé prisci
vestigia ruris. Ma il gran Ferdinando che d’ingegno e di cognizioni, come di
grandezza d’animo, di possanza e di maestà tutti sorpassa, ad onta di codesti
idioti eruditi alla vecchia maniera, ha fondate queste nuove scuole
importantissime per rimuovere la gioventù da’ rancidumi, onde non più
comparisca inceppata e coperta di timidezza da collegio a fronte di chi bevve
in migliori fonti » 1. Tra cotesti vecchioni, eruditi alla vecchia maniera, vi
sarà stato anche Gennaro V. ? Non parrà improbabile, se si considera che
realmente, così come nacque, l’insegnamento della letteratura italiana fu una
duplicazione della vecchia rettorica, che s’insegnava nell’ Università di
Napoli dalla metà del Cinquecento; e se si ripensa alle sue lamentele del 1797
per la sorte toccatagli, di raggiungere dopo 40 anni d’insegnamento quello
stipendio di 300 ducati, che altri aveva ottenuto tanto più presto: p. es. don
Luigi Serio ! Che cosa abbia precisamente insegnato il Serio sì può argomentare
da un interessante documento rimastoci ?: cioè dal manifesto, con cui. dopo 14
anni d'insegnamento, annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni, che non
sembra vedessero poi la luce. Esso reca la data di Napoli, 16 maggio 179I: Agli
amatori della bella letteratura: I P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando
IV, Napoli, Migliac cio, 1798, 242, 244-5. 2 Misc. XV, F. 25, nella Bibl. della
Soc. stor. napoletana. Dalla stamperia di Vincenzo Flauto usciranno alla
pubblica luce le istituzioni dell’eloquenza e della poesia italiana dell’avv.
Luigi Serio, regio cattedratico. Quest'opera sarà divisa in quattro tomi: il
primo conterrà le più importanti questioni intorno all'origine, all’ indole ed
al carattere della lingua; e in esso si tratterà eziandio di tutto ciò, che
principalmente alla grammatica appartiene, ma con animo di veder come esser
possa una delle fonti dell’eloquenza. Nel secondo e nel terzo tomo va l’autore
ritrovando i mezzi, onde si pervenga alla perfezion del gusto, e crede di
esservi riuscito, facendo le seguenti ricerche: I. In che consiste l’artifizio
delle metafore, e quale utilità se ne ricava ? II. Perché le figure, che si
addimandan retoriche, facciano mirabili effetti in qualunque specie di
scrittura e di discorso ? E se ne additerà la cagione nelle passioni, di cui
esse sono, e devono esser il linguaggio. III. Che cosa sono i pensieri
ingegnosi e i concetti, e perché rapiscono ed incantano gli animi altrui, o
riescon freddi e puerili ? IV. Coloro che declaman tanto contro il periodo,
hanno pur ragione di farlo ? E qui si farà un’ analisi diciò che forma
l'armonia del discorso in generale, e della lingua italiana in particolare. V.
L’eleganza e l’elocuzione son voci, che esprimono idee distinte o confuse ? e
possono esser soggette a un maggiore schiarimento ? VI. Che cosa è stile ? E
qui, abbracciandosi l’antica divisione di stile semplice, temperato e sublime,
se ne dimostreranno i caratteri, e con questa occasione si faranno per lo stile
semplice molte osservazioni sulle lettere familiari, su’ dialoghi, sulle
materie didascaliche o sieno instruttive, e sulla istoria; e per lo stile
sublime si andrà esaminando in che consista il merito di que’ fortunati
pensieri, che in prosa o in verso riempiscono gli animi de’ lettori in un
medesimo tempo di gioia, di maraviglia e di nobile ardimento. VII. Si faranno
finalmente opportune riflessioni sull’eloquenza del pulpito e del foro. Il
quarto tomo è destinato alla poesia italiana, e conterrà questi sei trattati,
cioè l'origine della nostra poesia, il metro e le rime; l'armonia del verso, e
come possa servire all’ imitazione; la locuzione poetica e il dar persona alle
idee; la lirica poesia in generale, e le sue diverse specie; e i principii
della poesia drammatica, e dell’epica.... Addio. L'insegnamento del Serio era,
come si vede, il pendant della rettorica e della poetica insegnata da Gennaro
V.. Questi esemplificava i suoi precetti con la lettura dei classici latini; il
Serio con quella degli scrittori italiani. A’ suoi commenti danteschi accenna
il marchese di Villarosa, quando in uno di quei suoi sciagurati Ritratti
poetici fa dire al Serio: Dell’ itala eloquenza, in Dante oscura, Talora i
pregi di svelarne avviso. Gli stessi precetti e le teoriche dovevano spesso dar
luogo ad esemplificazioni, e quindi a letture di classici, secondo era
richiesto già dall’antico programma di Rettorica. Lo stesso Villarosa ci dice
che, esercitando il suo ufficio, il Serio ne riscosse non mentite lodi,
perciocché le sue lezioni, pronunziate con brio e piacevolezza, eran ripiene di
recondito sapere, le bellezze additando dell’idioma gentil sonante e puro». Ma
la pagina più bella, scritta dal Serio, fu quella della sua morte » 3. È noto
il racconto commovente del Colletta. Il 13 giugno 1790, il Serio si trasse
dietro i nipoti a combattere contro le schiere di Ruffo, che assaltavano
Napoli: Il vecchio, per grande animo e natural difetto agli occhi, non vedendo
il pericolo, procedeva combattendo con le armi e con la voce. Morì su le sponde
del Sebeto: nome onorato da lui, quando visse, con le muse gentili
dell'ingegno, ed in morte col sangue » 4. Il borbonico Villarosa nota
amaramente che le Muse non furono capaci a salvarlo, ed illagrimato non poté
evitar la taccia di arrogante ed ingrato ». E per lo sdegno, forse, contro
questa ingratitudine dei poeti, Ferdinando IV per un pezzo non volle più
saperne di professori di Eloquenza italiana. Nell’ Almanacco di Corte del 1805
la cattedra si dà ancora per vacante 5. Ed. cit., p. 21. O. c., p. 84. B.
CROcE, Aneddoti, p. 298. 4 COLLETTA, Storia, lib. IV, c. III, $ 32. 5
Calendario e notiziario della Corte per l’anno 1805, 122-3 (Napoli, 1805).
Venuto Giuseppe Bonaparte, il 31 ottobre 1806 emanò un decreto, come fu sopra
accennato, per riorganizzare gli studi universitari sopprimendo parecchie
cattedre, anche di quelle stabilite nel 1777, e alcune istituendone nuove *.
Tra le soppresse con quelle di Diritto di natura, Testo d' Ippocrate, Etica,
Teologia primaria, Testo di S. Tommaso, Storia de’ concili, ecc., v'è anche,
come dissi già, la Rettorica: la cattedra di V. 2. L’ Università fu divisa in
cinque Facoltà: Diritto, Teologia, Medicina, Filosofia 3 e Scienze naturali. Ma
alle Facoltà erano aggiunte sei cattedre diverse : Commercio; Critica e
diplomatica; Eloquenza antica e moderna; Lingua greca; Lingua ebraica; Lingue
orientali. Nell’ Eloquenza antica e moderna pare s’intendesse fondere i due
insegnamenti di Gennaro V. e di L. Serio; e vi fu nominato 1l già sostituto di
Gennaro, il can. Nicola Ciampitti (decreto 31 dicembre 1806); il quale conservò
la cattedra con quel titolo fino al 1811. Ma non passarono due anni, che un
decreto del 20 gennaio 1808 erigeva nell’ Università una cattedra di
Letteratura antica e moderna, nominandone titolare (col soldo di professore di
3* classe, come tutti gli altri delle cattedre diverse ») certo Angelo
Marinelli. Ci è arrivata la Prolusione che il Marinelli lesse quell'anno stesso
în occasione dell'apertura della nuova cattedra di letteratura antica e moderna
eretta nella R. Università degli studi di Napoli ; ed essa accenna alle
ragioni, per cui la coltissima » Accademia di storia e d’antichità, fondata I
Vedi questo Decreto nella Collez. degli editti, determinaz., decreti e leggi di
S. M. da’ 15 febbr. ai 31 dic. 1806 (Napoli, Stamp. Simoniana), 384 Sgg.,
nonché nell’altra Collezione (pressoché ignota e pure importantissima) delle
leggi, de’ decreti e di altri atti riguardanti la P. I. promulgati nel già
Reame di Napoli dall’anno 1806 in poi, Napoli, Fibreno, 1861-3 (3 voll.), I,
6-7. 2 Allora (per l’art. 58 di questo decreto) l’ Università, che nel 1805 era
passata a Monteoliveto, tornò al palazzo detto del Gesù vecchio ». 3 In questa
Facoltà furono comprese 6 cattedre: 1) logica e metafisica; 2) matematica
semplice; 3) matematica trascendentale; 4) meccanica; 5) fisica sperimentale;
6) astronomia. l’anno innanzi da Giuseppe !, aveva proposta e garantita » al
governo l'istituzione della nuova cattedra. E ci dà insieme un'idea di quello
che tale insegnamento doveva essere. Non era un uomo volgare questo Marinelli.
Fratello primogenito di Diomede, autore dei noti Giornali, ora in parte
pubblicati, così utili allo storico degli avvenimenti napoletani dal 1794 al
1820 ?, egli, sebbene sacerdote, fu, come il fratello, caldo fautore della
repubblica del 1799. Ma più del fratello dové compromettersi, se, appena caduta
la repubblica, il 14 giugno venne arrestato e condotto al Ponte della
Maddalena, quartier generale del Ruffo, poscia su un bastimento 3. Ne scese il
14 agosto; ed ha sofferto molto dalla vil plebe », notava quel giorno il
fratello 4, come gli altri; e tra l’altro, gli ponevano in bocca ogni lordura,
che trovavano in terra ». Il 27 settembre il fratello notava ancora 5:
Quest’oggi mio fratello Angelo Marinelli mi ha mandato a dire, ch'è stato
condannato ad esser deportato fuori il territorio napole I Con decreto del 17
marzo 1807: vedi la Col/ez. ora citata, I, 30-32. Questa Accademia fu poi,
com'è noto (COLLETTA, Storia, lib. VI, c. III, $ 29; MINIERI Riccio, Arch.
Stor. Nap., V, 1880, 595-7) incorporata nella Società reale di Napoli,
istituita da Giuseppe con decreto 20 maggio 1808 (Co/l. cit., I, 53-56),
diventata nel 1817 Società Borbonica. Nei Giornali del Marinelli, t. XII,
80-82, è riferito il decreto di costituzione dell’Accademia del 1807; e segue
questo ricordo: Per decreto di S. M. sono nominati Accademici dell’Accademia
Reale d’ Istoria e di Antichità i signori p. Andrés, cav. Arditi, arcivescovo
Capecelatro, abbate Gaetano Carcani, Domenico Cotugno, Francesco Carelli,
abbate Nicola Ciampitti, Francesco Daniele, consigliere di Stato Delfico,
professore Gargiulo, abbate Donato Gigli, abbate Gaetano Greco, vescovo Lupoli,
abbate Girolamo Marano, generale Parisi, abbate Bartolomeo Pezzetti, vescovo
Bosini, canonico Francesco Rossi, cav. Villa-Rosa ». 2 Vedi la nota su D.
Marinelli in B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 17993, Bari, Laterza,
1912, 187-88; e la cit. pubblicazione della I parte dei Giornali di D. M. a
cura di A. FIORDELISI. 3 Giornali di D. M., ed. Fiordelisi, 81-2. 4 Ivi, p. 88.
5 Ivi p. 96. tano, e portato in Marsiglia ». E il 19 novembre, infatti, Angelo,
in Sant’ Elmo, firmava l'obbligo di andare in esilio sua vita durante » *. Onde
il 14 dicembre Diomede poteva registrare con piacere che nella notte il
fratello era stato imbarcato per Marsiglia: Sto contento », scriveva, temendo
di peggio » =. Non ne seppe altro fino al giugno dell’anno dopo, quando Angelo,
dopo sei mesi, gli diede finalmente notizie di sé da Marsiglia 3. Ma non doveva
rivederlo che nel 1807 la sera del 12 ottobre, dopo otto anni d'esilio ! 4.
Questi meriti patriottici del Marinelli, che, per altro, aveva esercitato
sempre la professione dell’insegnamento, ne fecero un professore dell’
Università, con cattedra istituita per lui, sotto Giuseppe Bonaparte. La sua
reputazione », dice l’ Ulloa 5, e una vita esente da rimproveri furono forse le
vere cause della sua riuscita e del favore pubblico ». Oh! l’animo di Diomede,
quando il giovedì 28 aprile 1808 poté scrivere nel suo diario ©: Questa mattina
Angelo mio fratello ha principiato le lezioni della nuova cattedra, ne’ Regi
Studi, di letteratura antica e moderna !» Ma non convissero quindi che pochi
anni. Ecco la necrologia di Angelo inserita nei Giornali 7: Angelo Marinelli,
mio fratello germano, nato nel 17658, è passato a miglior vita nella notte a
sei ore venendo il sabato di marzo del 1813. Mi è avvenuta questa disgrazia
dopo una tediosa malattia di quasi tre mesi con idropisia, e poi è terminata
con cangrena nella verga. È stato seppellito il sabato a sera nella I Ivi, p.
112. 2 Ivi, p. 117. 3 Ivi, p. 130. 4 Sotto questa data nel ms. t. XI, p. 708:
Questa sera verso le ore 3 è giunto Angelo mio fratello dopo l’esilio di otto
anni ». 5 Pensées cit., I, 114. 6 Ms. t. XI, p. 723. 7 Dal ms. cit. XI, p. 733.
8 Nacque probabilmente a Longano nel Molise. Congregazione di S. Caterina a
Formello. Esso mio fratello era sacerdote, e professore dell’ Università di
Napoli. Gli primi studi gli fece nel seminario d’ Isernia, e vi fu lettore e
rettore per pochi anni. Nel 1795 venne in Napoli per studiare maggiormente, e
aprì scuola privata. Nel 1799 fu arrestato dalla populazione della nota
rivoluzione, e fu sbarcato a Marsiglia, e poco vi si trattenne essendo passato
in Italia poco dopo. Fu professore nel Liceo di Alessandria e di Casal
Monferrato. Finalmente nel dì 12 ottobre del 1807 si ritirò in mia casa, e poco
dopo fu fatto professore nell’ Università, e confirmato dell’organizzazione
seguìta a dì 18 gennaio 1811. Era uomo portato all’ ipocondria, sentenzioso e
grave. Studioso all'eccesso ed era il suo idolo la gloria ed onore nelle
scienze. Giusto nelle sue deliberazioni, e non capace di offendere niuno in
fatti, sebbene in parole spacciasse che la vendetta era il nettare di Giove.
Amava la gioventù e principalmente i suoi allievi. È stato pianto da tutti quei
che lo conobbero, non che da me. È passato a miglior vita monìto con tutt’i
sagramenti, ch’ ha eseguiti, con edificazione degli astanti 1. Ma torniamo alla
Prolustone. Il Marinelli dice che la nuova cattedra ha di mira particolarmente
l’analisi critica e ragionata de’ classici antichi e moderni » per formare di
una maniera facile e breve » il gusto dei giovani, e abituarli ad apprezzare e
leggere gli autori con discernimento, pronunziare sul loro merito il proprio
giudizio con sicurezza, e, proponendoseli per modelli, lavorare componimenti
solidi e degni dell'immortalità ». I classici da leggere sono i grandi
scrittori di queste quattro epoche: la Grecia di Pericle e di Alessandro, la
Roma di Cesare e di Augusto, l’ Italia di Leone X e dei Medici, la Francia di
Luigi XIV. Da essi trar bisogna l’abbondanza e la ricchezza de’ termini, la
varietà delle figure, la maniera di comporre, le immagini, i movimenti,
l’armonia e tutto ciò che evvi di bello, di grande e di squisito I Un nipote di
Angelo Marinelli affermava nel 1887 che un’opera dello zio su la Fisonomia
dell’uomo si conservava manoscritta presso l'arciprete di Longano (Croce, O.
c., p. 187): ma non se ne sa altro. IL FIGLIO DI G. B. V. 305 nel carattere del
loro ingegno e del loro stile ». Dunque, lettura ed analisi di Omero, Sofocle,
Euripide, Pindaro, Tucidide, Virgilio, Orazio, Sallustio, Petrarca !, Tasso,
Ariosto, Corneille, Racine, Fénelon. Studio importantissimo ai tempi nostri,
dice il Marinelli, perché oggi più che mai si trascurano i grandi originali,
che soli formar possono il nostro spirito ». Del resto, il novello insegnante
non intendeva presentare questi classici per modelli perfetti all’ammirazione
cieca degli scolari. Anzi annunziava una critica severa », che, rilevando le
imperfezioni, avrebbe fatto meglio risplendere il merito, come il fuoco dà un
nuovo lustro alla purezza dell’oro ». La censura non fece forse migliori i
cittadini di Roma? Bisogna distinguere le buone guide dalle pericolose. Chi non
sa che Seneca, Lucano e Marino hanno in diverse epoche contribuito a corrompere
il gusto della gioventù ? ». Ricordarsi poi che negli autori migliori non tutto
è egualmente buono, né tutto ciò che è buono, conviene egualmente in tutti i
tempi e luoghi. Chi oserebbe imitare oggidì le noiose enumerazioni d’ Omero e
le similitudini ch'egli prende da cose basse e triviali; i dettagli minutissimi
d’ Ovidio; lo stil concettoso del Marino; le leggi drammatiche tante volte
trascurate dal gran Corneille ? ». Questa dev'essere scuola di critica e di
buon gusto ». E quando questa novella cattedra », dice il Marinelli a’ suoi
uditori, non servisse ad altro ch’ a distruggere quel resto d’amore pe’
concetti e per le arguzie, che regna in quegli spiriti, il di cui gusto non è
ancora depurato, a far amare da coloro che si piccano di comporre, quella
saggia sobrietà che forma la solidità dello stile; a mostrare che nelle cose piuttosto
che ne’ termini bisogna I Dante non c'entra: forse perché non si poteva tirare
come il Petrarca (per via degl’ imitatori), al secolo di Leone X. Del resto il
Marinelli conchiude: Questi ed altri scrittori celeberrimi.] cercare la nobiltà
dell’espressione; ad evitare ne’ discorsi quella grandiosità affettata, la
quale egualmente che la semplicità triviale, è contraria alla dignità della
dizione; insomma a scrivere sensatamente, ciò bastar dovrebbe a convincervi
della sua utilità ». Siamo, come sì vede, a un livello molto più alto che col
Serio. Il fondo dell’insegnamento è ancora la rettorica: ma che rivoluzione !
Tutta la precettistica, tutto il convenzionalismo, e il formalismo classico e
pedantesco sono iti: Marinelli è uno schietto romantico; e in qualche accento
ti parrebbe di sentir già il De Sanctis, se non stonasse, tra tanto buon senso
e indipendenza di giudizio, qualche accenno a quel filosofismo, di cui il
Marinelli doveva essersi imbevuto già prima del ’99, e anche più nelle sue
peregrinazioni in Francia e nella Cisalpina. Terminando il suo discorso,
esponeva brevemente il metodo che avrebbe seguito. In primo luogo si sarebbe
studiato di sviluppare le cagioni fisiche (sc) e morali, che hanno contribuito
alla nascita, all'incremento ed allo splendore di ciascuna letteratura ».
Avrebbe cercato perché essa, come una pianta, in alcuni climi si è veduta
nascere e fiorire spontaneamente; perché, esotica altrove, non ha prodotto dei
frutti che a forza di cultura, o perché selvatica ha resistito alle cure che si
son prese di ccltivarla ». Avrebbe indagato il perché della mirabile fioritura
delle quattro epoche letterarie. Compiuto questo quadro filosofico delle
vicende e della storia letteraria de’ quattro secoli », sarebbe venuto quindi
all’esame dei classici. Ma bisogna sentire quanto nei criteri qui enunciati per
tale esame questo Marinelli, rimasto finora quasi interamente ignorato,
s’avvicini a principii e metodi molto recenti: Di quelli che col lor sapere e
coll’opera loro si renderon più illustri, parlerò più ampiamente; più
brevemente di quelli che non furon per equal modo famosi. Della vita de’ più
rinomati scrittori accennerò in iscorcio le cose le più importanti, e quelle
particolarmente che contribuir possono a dar lume e risalto maggiore alle lor
produzioni; più diffusamente ragionerò di ciò che appartiene al loro carattere,
al loro sapere, al loro stile. Rileverò i pregi e le bellezze che
sfolgoreggiano nelle opere loro, per promuoverne l’ imitazione. Non passerò
sotto silenzio i difetti che intrusi vi sono, affinché s’evitino. E se parlar
dovrassi di due o più scrittori, che si saranno nello stesso genere segnalati,
non tralascerò di farne il parallelo e di mostrare in che l’ uno sull’altro
primeggi. Infine il Marinelli credeva di conchiudere, che questo insegnamento
avrebbe istruita la gioventù senza obbligarla al meccanismo de’ precetti, e
senza ingolfarla nelle minuzie grammaticali, che sono per lo più disgradevoli
alle persone di già avanzate negli studi ». Ben presto però il carattere speculativo
di un tale insegnamento dovette prevalere sulla sua parte storica, e la materia
trasformarsi in una filosofia dell’eloquenza. Filosofia dell’eloquenza
s'intitola infatti il libro pubblicato dal Marinelli nel 1811, e dedicato (in
data di Napoli, I La filosofia dell’eloquenza di AnGELO MARINELLI, professore
di letteratura classica nella Regia Università di Napoli, e socio di varie
Accademie italiane e straniere. In Napoli, 1811, presso Angelo Trani; di
VI-103, in-8°. A_pp. 68 sgg., è un cenno di quello che l’Autore avrà svolto nel
suo corso: ossia intorno alle cause del fiorire delle lettere nei quattro
secoli accennati nella Prolusione del 1808. Una Filosofia dell’eloquenza o sia
l’eloquenza della ragione aveva pubblicata nel 1783 in due grossi volumi in-16°
(in Napoli, presso Vincenzo Orsini) l'avv. FRANC. ANT. ASTORE, uno de’ martiri
del ’99, nato a Casarano, in Puglia, nel 1742, autore nel 1799 d’un Catechismo
repubblicano e d’una trad. dei Diritti e doveri del cittadino del MaBLY. Vedi
su di lui una notizia di N. MORELLI, in Biografia degli uomini illustri del
Regno di Napoli del Gervasi, vol IX, Napoli, 1822; D’AvALA, Vite degli italiani
benemeriti ecc., Roma, 1883, 34-41, e B. Croce nell'Albo della vivoluz. napol.
del 1799, p. 28. Per la sua condanna v. SANSONE, Glîì avvenimenti del 1799
nelle Due Sicilie, p. cxcI, Palermo, 1901; e per la sua fine Croce, La Rivol.
napoletana. La Filosofia dell’eloquenza ebbe una ristampa a Venezia, e fu
tradotta in francese dall’ Yverdun; ed è certamente opera notevole per la
profonda conoscenza che dimostra della letteratura estetica straniera, specie
francese ed inglese, e per lo strano miscuglio che, come ne’ Saggi politici
pubblicati quel 2 di luglio 1811) al conte Giuseppe Zurlo, capo della pubblica
istruzione, versando sulla riforma dello studio dell’eloquenza ». Scopo del
libro era quello di mostrare che, più degli aridi precetti de’ retori, una
felice disposizione della natura, il genio, l'entusiasmo, la conoscenza del
mondo ed un ricco corredo di cognizioni filosofiche formano l’uomo eloquente ».
Questa, dice il Marinelli nella sua dedica, è una teoria da me già dimostrata
ad evidenza ». (Dove dimostrata, se non nelle sue lezioni ?) Pure a giudizio di
alcuni essa sembra ancora un problema ». Da qui parrebbe che il suo
insegnamento avesse suscitato qualche critica e forse anche un certo scandalo.
Che insegnava egli dunque ? Un cenno di questo libro non si riterrà fuor di
luogo, se si tien conto delle felici osservazioni che vi abbondano e la grande
rarità di esso. l’anno stesso dal Pagano, vi si fa, delle idee del V. con
quelle dei sensisti. La menziona il CROcE nelle sue Varietà di storia
dell’estetica, nella Rassegna crit. di lett. ital. del Pércopo, VII (1902) p. 5
(poi in Probl. di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana,
Bari, 1910, p. 385), ma merita uno studio particolare. In quest'opera però la
rettorica è elaborata filosoficamente, ma non è criticata. Il libro non ha
altro che il titolo in comune con la Filosofia del Marinelli. Un lavoro sull’A.
fu pubblicato nel 1905 dal prof. F. DE SIMONE BroUWER, Franc. Ant. Astore,
patriota napoletano, nei Rend. dei Lincei, Sc. mor., serie 58, vol. XIV,
299-315. L’Astore fu in amicizia con Gennaro V., com'è dimostrato da una sua
letterina pubblicata dal DE SiMONE, p. 303, dov’ è detto: Vi acchiudo due
esemplari di certe bagattelle poetiche.... di un vostro amico.... il quale....
ve ne presenta un esemplare per vostro uso.... L'altro esemplare al nostro
signor V. ». Insieme coi libri del Marinelli e dell’Astore può esser ricordato
il Saggio filosofico sull’eloguenza dell’ab. GrusEPPE GENTILE (Siracusa,
Pulejo, 1795, 2 voll.). Ne ho potuto vedere soltanto il 2° volume, dove l'A. si
dimostra un sensista, e si riferisce più d’una volta all’Astore. Questo saggio
», dice D. ScINÀ (Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo
XVIII, Palermo, 1824-27, III, 440-4I), è modellato sul Batteux, e su quelli
francesi, che scrivono di eloquenza più colla teorica, che col sentimento, e
più colla metafisica che col gusto; e come manca di quel senso delicato, vero e
naturale che ci fa il bello sentire; così avviene che di sugose osservazioni
scarseggi, e venga nella scelta degli esempii non di rado a fallare. Cioè non
di meno, se il Gentile non è atto a formare degli oratori o pur de’ poeti, ha
il pregio di tener lontani i giovani dalla pedanteria ». È diviso in due parti,
una negativa, Del vero carattere dell’eloquenza, in cui l’autore critica la
vecchia rettorica; e una positiva, Vedute filosofiche intorno alla scienza del
comporre, che espone le dottrine critiche del Marinelli. L'esposizione procede
per considerazioni aforistiche ed epigrammatiche; ed è più una serie di
appunti, che una trattazione vera e propria. Rilevata l’importanza del
linguaggio nello sviluppo dello spirito, accennati gli effetti per esso
conseguibili quando tocchi il grado dell’eloquenza, l’autore afferma che questi
effetti annunciano la forza ed il potere di un’anima che signoreggia sulle
anime mercé l'ascendente della parola » +. E nota subito: Quel che evvi però di
singolare si è, che alcuni hanno creduto supplire colle regole ad un talento sì
raro. Ciò sarebbe, a parer mio, lo stesso che il ridurre, se si potesse, il
genio a precetti. E colui che ha preteso il primo, che gli uomini eloquenti si
debbano all’arte, o 11 dono della parola certamente non possedeva, o era molto
sconoscente ed ingrato verso la natura ». La natura sola fa l’uomo eloquente.
Gli ornamenti studiati delle rettoriche hanno rispetto all’eloquenza il valore”
della scolastica di fronte alla vera filosofia. Qual cosa, infatti, più
triviale quanto il professare e mettere in pratica un’eloquenza sì ridicola ?
Figure ammonticchiate, grandi parole, che non dicono nulla di grande, movimenti
imprestati, che non partono dal cuore, e che per conseguenza non vi giungono
giammai, non suppongono al certo nell’autore e nel maestro alcuna elevazione di
spirito, alcuna sensibilità. Ma la vera eloquenza essendo l'emanazione di
un’anima ad un tempo semplice, forte, grande e sensibile, bisogna in sé
concentrare tutte I L’ULLOA (Pensées, 1, 114), il quale dice anche lui, che
questa Filosofia dell’eloquenza ne manquait pas d’apergus nouveaux et
intéressants » (1, 116), a proposito dei discorsi letti dal Marinelli nella
Pontaniana nota che in quel tempo la conduite des écrivains était inégale et
incorrecte. À
ce défaut près, l’auteur a de la méthode, de l’érudition et du jugement.]
queste qualità per dar precetti ed eseguirli. Poiché, diciamolo pur con
franchezza, chi è penetrato vivamente dal bello, dal sorprendente, dal sublime,
lungi non è dall’esprimerlo !. I precetti non hanno prodotto mai nessun
capolavoro. Infatti i grandi scrittori sono d’accordo nel dire che gli squarci
più sorprendenti delle loro opere hanno quasi sempre loro costato minor fatica,
perché sono stati ad essi come ispirati, producendoli. L’eloquenza è nata
avanti le regole della rettorica.Cmero sparso avea di tratti sublimi e
magnifici i suoi poemi divini, ed il teatro greco vantava un Eschilo, un
Sofocle ed un Euripide, prima che lo stile sublime fosse stato definito
da Demetrio Falereo, ed il filosofo di Stagira prescritto avesse regole
sulla tragedia ». La rettorica v’insegna l’uso della figura: ma il
popolo stesso usa il linguaggio figurato, e nulla più frequente dei
tropi sulla sua bocca. Come nelle leggi la lettera uccide e lo
spirito vivifica, così le teorie rettoriche sono diventate altrettante
gravi catene, di cui si è caricato il genio. Le istituzioni dei
retori moderni, modellate su quelle degli antichi, rigurgitano di definizioni, di regole e
di particolarità, necessarie forse per leggere con profitto gli oratori
latini, ma assolutamente inutili e contrarie anche al genere di
eloquenza, che si professa ai giorni nostri ». Questi retori, «
fanatici per l’antichità che si millantavano di conoscere, ci
dettero per modelli tutto ciò ch'essa ci ha lasciato, e posero,
senza discernimento, l’esempio, e l’autorità al luogo del sentimento e
della ragione ». Leggi ce ne saranno, ma bisogna ricavarle dagli
stessi principii delle cose », dallo
studio degli uomini, della natura e delle arti medesime. Non devono
essere regole, a cui il genio abbia da sottomettersi servilmente, senza
il diritto di scostarsene ogni volta che ZII gli siano di peso e
d’imbarazzo. Abbia egli la regola per far bene, ma anche la libertà, per
far meglio. Il Gravina avrebbe voluto che il Metastasio radesse il suolo, schiavo della regola,
quando era fornito di penne per tentare un volo di Dedalo, ed apprendesse
le leggi del teatro dalle usanze de’ greci, quando, per ispirazione di
Melpomene, st leggeva l’arte dentro il suo cuore ». Fortuna che la
natura la vinse sull’autorità del maestro! La scuola lo rese autor del
Giustino; il genio ne fece un classico ». Sicché le opere artistiche
bisogna giudicarle non dalle imperfezioni e dalle quisquilie che vi si
rinvengono, ma dalle bellezze che vi brillano ». Detto profondo e,
almeno per l’ Italia, novissimo. Il De Sanctis ne farà un principio
fondamentale della sua critica. Il poema
di Klopstock », dice il nostro Marinelli, è forse meglio condotto
della Eneide; ma venti bei versi di Virgilio sopraffanno tutta la
regolarità della Messiade. I drammi di Shakespeare e la Divina Commedia
di Dante hanno delle imperfezioni barbare e disgustevoli; ma a traverso
di quella densa caligine folgoreggiano quei tratti di genio che eglino
soli potevano avventurare ». Lasciate libera da ogni freno
l’immaginazione; lasciate saltellare e correre a suo bell’agio quel
destrier generoso; esso non è giammai sì bello quanto ne’ suoi
traviamenti .... Abbandonato a se stesso, alle volte cadrà certamente; ma
che ? anche nella sua caduta conserverà quella fierezza e quell’audacia
che perderebbe colla libertà. La turba dei retori definisce
l’eloquenza: l’arte di ben dire acconciamente per persuadere ». Meglio
il D’ Alembert: il talento di far passare con rapidità, ed
imprimere con forza nell’anima altrui il sentimento profondo di cui siamo
penetrati ». In tutte le lingue vi sono I Pagg. squarci
eloquentissimi, che non provano nulla, e quindi non si può dire che siano
atti a persuadere; eloquenti sono perché scuotono potentemente chi legge
od ascolta. Quando Andromaca fa a Cesira il quadro dell’esterminio
di Troia, o le rammemora il congedo che da lei prese Ettore sul punto di
andare a battersi con Achille, non ha certamente disegno di persuaderla.
Ella geme e, piena del dolore che la desola, cerca di aprire agli altri
il suo cuore esulcerato ». C'è l’'eloquenza poetica e l’eloquenza
prosaica, non tanto diverse, che, attingendo le loro ricchezze nella
medesima sorgente, non si ravvicinino qualche volta, non si tocchino, non
si confondano ». La distinzione tra poesia e prosa è propriamente
distinzione tra arte e scienza: delle cui attinenze il Marinelli ha un concetto
prettamente vichiano. I poeti classici precedono sempre i prosatori; ed è
agevol cosa a trovarne la ragione. La poesia non è che l’opera della fantasia e
del sentimento. Or i popoli che sortono dalla barbarie, avendo idee ristrette e
limitate, sono per conseguenza sommamente immaginosi. Ciò osservasi di leggieri
nei fanciulli che un simulacro sono de’ popoli selvaggi. Al contrario, la prosa
richiede intelletto e spirito di osservazione. Quindi negli uomini sviluppandosi
più presto quelle prime facoltà, che i talenti, i quali suppongono la maturezza
del giudizio, è avvenuto che l’eloquenza pcetica ha sempre fiorito prima della
prosastica in tutte l’epoche della letteratura ». Dopo di che fa veramente
meraviglia che il Marinelli si affanni a dimostrare che la filosofia, lungi dal
nuocere, giova anzi moltissimo alle produzioni del genio », e che il più bello
squarcio di eloquenza, se manca del fondo di verità che vien compartito dallo
spirito filosofico, rassomiglia a quel fiorellino, che, pompeggiando in mezzo
al prato, sorprende i primi sguardi, ma, appena colto, langue e si scolora ».
Miscuglio di falso e di vero, in cui senti l’influenza della filosofia di moda,
come là dove Dio non è altrimenti nominato che Ente supremo » da questo curioso
prete della rivoluzione, il quale si dice amasse vestire sempre da laico *.
Pure, un fondo di verità, per dirla con lo stesso Marinelli, nel suo pensiero
c’è; e si scopre subito, quando l’autore soggiunge che per sentire il pregio dell’espressione,
bisogna, come i Platoni, i Montaigne, i Baconi da Verulamio, i Montesquieu e i
Filangieri, unire l’arte di scrivere all’arte di ben pensare ». Non si respira
qui l’aria romantica ? Da anteporre a tutti gli studi dei libri, il più utile e
11 più necessario, lo studio degli uomini e della vita. Volete conoscere gli
uomini ? Vedeteli da vicino, ascoltateli, osservateli continuamente: Una
parola, un colpo d'occhio, un atteggiamento, un gesto ed il silenzio stesso è
alle fiate quel che dà la vita, l’espressione » ?. Non sta negli ornamenti
estrinseci il vero pregio di un’opera d’arte: il capolavoro, spogliato di essi,
conserva tutto il suo interesse. Vuole lo scrittore rendersi interessante ?
S’investa bene della parte sua, ed esamini a fondo le cagioni e gli effetti
degli avvenimenti. Quando una volta si è renduto padrone della sua materia;
quando si è investito del carattere che dee rappresentare; quando la sua anima
si è riscaldata, per così dire, ai riverberi della sua immaginazione; quando essa
è montata al livello del soggetto e delle circostanze, la sua eloquenza è tale
quale convien che sia. Ella si esprime con nettezza. Il valore del sentimento
interiore si spande su tutto il suo discorso ». Sobrietà, sopra tutto, e
naturalezza. Se un sol I CROCE, La Rivol. napol.] tratto ha espresso una
passione violenta, ogni aggiunta non fa che guastare. Romantica è anche l’idea
del Marinelli, che bisogna essere originali, ma che, se avete disegno di
depredare le idee altrui, siano almeno quelle, che non alla vostra, ma
all'estere nazioni si appartengono .... Trasporterete tra i vostri nazionali un
nuovo fondo di dottrine, e dilaterete così la sfera delle loro cognizioni ».
C'è ancora in questo libretto, certamente, molto vecchiume rettorico; ma c’è
pure una tendenza, che ha una importanza storica notevole; e qua e là lampeggia
un ingegno critico non comune. I A questo proposito il Marinelli fa una critica
del Laocoonte di Virgilio, la quale dimostra buon gusto, acume e libertà di
giudizio (PP. 73-4). Aggiungerò qui in nota che negli Atti della Società
Pontaniana (alla quale il Marinelli appartenne come socio residente), vol. I,
Stamp. Reale, 1810, 93-120, e 213-39, sono due memorie del Marinelli: Cagioni
dei progressi straordinari dei greci nella letter. e nelle belle arti, letta ai
20 dicembre 1808; e Origine e progressi della letter. e delle belle arti presso
1 Romani, letta nella sed. de’ 30 maggio 1809. La prima è una dimostrazione di
quell'amore della bellezza che i greci portarono in tutte le forme della loro
attività. Curioso questo brano in cui si vuol spiegare la semplicità greca: I
greci erano semplicissimi, per la ragione ch’essendo repubblicani, esser
dovevano più liberi e generalmente popolari. Sì, quella libertà ch’eleva
l’animo dei cittadini, fu la prima cagione che contribuì allo sviluppo di quel
popolo classico, poiché la forma del governo influisce essenzialmente sulle
arti e sulle scienze di tutte le nazioni. I sovrani che, rispettando il codice
eterno della natura, lasciano ai sudditi la porzione della libertà ch'è loro
necessaria per illuminarsi, bisogno non hanno di minacce e di catene per
tenerli a freno, né innalzar debbono baluardi sulle frontiere per garentire lo
stato dagli insulti stranieri. Il genio, il valore, i lumi e la virtù sono i
figli della libertà ». La seconda memoria è un abbozzo di storia letteraria
romana. A p. 215 n., l’A., a proposito dell’origine greca delle leggi delle XII
tavole, dice: Non s’ignora che Giambattista V. nella sua Scienza Nuova intorno
alla natura delle cose (sic) ha messo in forse questo fatto; ma il dotto
avvocato Antonio Terrasson in una delle sue memorie inserita negli atti
dell’Accademia delle Iscrizioni, tomo XII, l’ ha difeso in modo, che sembra non
potersene più dubitare ». Pur citando il Terrasson (Sulle leggi delle XII
tavole), il Cuoco, invece, nel suo Platone, $ LXIV, aveva sostenuto con acume e
con brio la tesi vichiana. DALLA RIFORMA DEL ALLA FINE DEL REGNO. Una Filosofia
dell’eloquenza aveva proposta nel 1809 un altro molisano d’ingegno, intelletto
veramente superiore, nel piano degli studi universitari, al luogo della
cattedra del Ciampitti (Eloquenza antica e moderna)e di quella del Marinelli,
il cui titolo era propriamente, come s’è veduto: Letteratura antica e moderna.
Il Rapporto e progetto di legge presentato nel 1809 a G. Murat dalla
Commissione straordinaria pel riordinamento della pubblica istruzione nel Regno
di Napoli, di cui fece parte quello spirito illuminato di Melchiorre Delfico,
ma fu relatore e vero autore Vincenzo Cuoco, è il documento pedagogico e
scientifico più notevole, in cui ci sia accaduto d’incontrarci in questa nostra
ricerca. Questa scrittura del potente scrittore di Civitacampomarano, insieme
col Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, è anzi, vorrei dire, ciò che
di più notevole produsse il pensiero napoletano in quegli anni agitati tra il
'gge il ’20. Tra i letterati e professori del suo tempo il Cuoco grandeggia in
questo Rapporto come un alto spirito solitario, giacché egli si rannoda
direttamente al pensiero d’un grande morto, rimasto nome sacro ma incompreso
per tutto il periodo che abbiamo qui addietro percorso, e per cui si distese la
vita presso che vuota di Gennaro V.. Il nome del padre di costui ricorre in
questo scritto più d’una volta. Sono esplicitamente richiamate alcune delle
idee più geniali dell’ Orazione De nostri femporis studiorum ratione*. Ma
quando gli accade di I V. Cuoco, Scritti pedagogici ined. o rari racc. e pubbl.
con note e appendice di docc. da G. GENTILE, Roma, Albrighi, Segati menzionare
la Scienza Nuova, l’autore esce a dire di essa: Una delle opere le più ardite
che lo spirito umano abbia tentate; e se quell’opera non ha prodotto ancora
tutto quello effetto che dovea produrre, ciò è solo perché era superiore di
mezzo secolo all’età in cui fu scritta. Ma è degno di osservazione, che le idee
di V. vanno sbocciando nelle menti altrui, a misura che la filosofia
dell’erudizione progredisce; e si spacciano da per tutto molte teorie come
novità, mentre non sono altro che semplicissimi corollari della dottrina di V..
Noi non ne facciamo l’enumerazione, perché forse potrebbe dispiacere a molti, i
quali saranno inventori di quelle cose, delle quali potrebbero esser creduti
plagiari:, se mai le opere di V. fossero tanto note, quanto meriterebbero di
esserlo. Quello però che possiam dire con sicurezza si è, che la dottrina di V.
è nota e adottata quasi tutta intera nelle sue applicazioni; ma n’è rimasta
oscura la teoria generale, da cui tali applicazioni dipendono, e da cui sl
possono rendere più ampie e più certe » ?. Il Cuoco non è certo un plagiario
del V., né anche in questo Rapporto 3: dal V. trae ispirazioni e germi fecondi
di pensiero nuovo. Un esame dell'intero scritto p. 98. Lo scritto del Cuoco
nella cit. Collez. delle leggi e decr. della P.I. (dove fu ristampato nel vol.
I) è riferito al 1811. Il RUGGIERI, o. c., p. 61, lo riferisce al 1812. Ma
documenti inediti dell'Archivio di Stato di Napoli (da me pubblicati nel volume
Scritti pedagogici inediti o rari, 251-6) ci attestano che il Rapporto e il
Progetto risalgono al 1809. Si vegga ora in Scritti varii del Cuoco, II, 1 sgg.
I Il Cuoco non prende questo termine nel senso ora corrente: ma vuol dire
ripetitori, non originali. Intorno a questa fortuna delle idee vichiane si può
vedere del Cuoco l’Abbozzo di lettera al De Gérando, pubblicato dal RUGGERI,
186-99 (cfr. sopra, 287-88), e una sua Pagina inedita data in luce da M. Romano
nel vol. Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis),
Napoli, Ricciardi, 1908, 181-92. 2 O. c., 132-3. Sui rapporti del Cuoco col V.
si può anche vedere quel che ne ho detto nella Critica del 20 gennaio 1904,
III, 39 sgg.; nel mio Saggio su V. C. pedagogista, che sarà prossimamente
ristampato con la mia Commemorazione di V. C., 1924 [ora in V. Cuoco?, vol.
XXII delle Opere di G. GENTILE, Firenze, Sansoni, 1964 (n. dell’ed.)]. sarebbe
qui fuor di luogo. Tuttavia non è possibile, prima di vedere il disegno che il
Cuoco propone e propugna per l'insegnamento letterario dell’ Università, non dare
anche uno sguardo alle sue profonde osservazioni sull’insegnamento letterario
nella scuola media. Il Cuoco inizia per questa una riforma capitale, mettendo a
capo di tutte le materie da insegnarvi la lingua italiana, della quale nelle
scuole mezzane non s’era pensato ancora a far oggetto di studio speciale 1. E
bisogna sentire come ragiona la sua proposta. Il linguaggio », egli dice, non è
solamente la veste delle nostre idee, siccome i grammatici dicono, ma n’è anche
l’istrumento. La prima lingua che noi dobbiamo sapere, è la propria.
L'educazione de’ nostri collegi dava troppo, ed inutilmente, allo studio
grammaticale delle lingue morte. Le lingue non sì possono 1 Dopo la cacciata
dei gesuiti, la riforma fatta nel 1770 dal Tanucci, che ordinò in Napoli il
collegio del Salvatore e altri reali collegi in Aquila, Bari, Capua, Catanzaro,
Chieti, Cosenza, Lecce, Matera e Salerno, restrinse ancora tutto l’
insegnamento letterario al latino e al greco. Vedi il Regolamento degli studi
del Collegio napoletano del SS. Salvatore e de’ Collegi Provinciali, in DE
SARIIS, lib. X, tit. VI, (pp. 53-54) e nelle Prammatiche De reg. studiorum (pp.
42-50). Vedi pure le Istruzioni per le scuole del Salvatore e delle Provincie,
anche del Tanucci (1771), nelle stesse collezioni. Solo per i convittori del
convitto in queste istruzioni si stabili un'ora al giorno di scuola particolare
perlostudio delle lingue italiana, francese e spagnuola, in due soli anni del
corso, che era di otto; fuori, dunque, del programma comune. Nell’ istituzione
dei collegi il Tanucci fu detto seguisse i consigli di Ferdinando Galiani. Vedi
la Vita dell’ab. F. Galiani di L. DiopaTI, Napoli, Orsino, 1788, 35-6. Nelle
Lettere di F. Galiani a B. Tanucci, Napoli, Pierro, 1914, pubblicate da
NICOLINI ce n’ è infatti una da Parigi, 4 gennaio 1768, riguardante gli
istituti d’ istruzione che si dovevano fondare dopo l’espulsione dei gesuiti.
Rispetto al metodo, l’ab. Galiani dice solo che si potrà dar la cura di
distenderne il piano ai più valenti professori dell’ Università; ma intanto che
si faccia, si potrà senza esitazione servirsi di que’ regolamenti distesi dal
sig. E. Ferdinando di Leon, Commissario di Campagna per il nuovo Collegio di
Sora, messo sotto la sua cura. Kegolamenti, che fan conoscere non meno l’adequatezza
e acume della mente, che le profonde cognizioni di questo Magistrato. Tutti gli
altri regolamenti dal medesimo pensati per il vitto, vestito, distribuzioni di
ore ecc. di quel Collegio, meritano d'esser a parer mio con applauso adottati.
apprendere bene per via di grammatiche e di vocabolari; lo avverte benissimo il
proverbio: alzud est grammatice, aliud est latine loqui; e l’esperienza
giornaliera lo conferma. I precetti della grammatica in ogni lingua sono pochi
e semplici; e tra le grammatiche la più breve è sempre la migliore. Lo studio
della lingua, e non già della grammatica, deve esser lungo; ma ogni studio
soverchio, che si dà alla grammatica, è tolto al vero studio della lingua, la
quale non si apprende se non colla lettura e retta imitazione de’ classici ».
Tanto buon senso non dico che precorre il tempo del Cuoco; perché troppi ancora
non ne sono capaci. Certo, meglio del Cuoco oggi non si potrebbe dire su questo
punto. Noi diremo anche di più », continua il Cuoco: rende più facile lo studio
delle lingue morte il saper bene la propria e vivente. Tutte le lingue hanno un
meccanismo comune, il quale dipende dalla natura comune delle menti umane ». Da
questo principio vichiano il Cuoco desume che quella che occorre studiare è, a
proposito della lingua nostra, una grammatica generale, una grammatica con
metodo filosofico, che faciliti l'apprendimento delle altre lingue. Allo studio
dell’italiana vuole unito quello delle lingue classiche, perché quando esse si
potessero senza danno e senza vergogna ignorare dagli altri popoli, non si
debbono ignorare da noi ». Ma con lo studio delle lingue (tra cui non crede
trascurabili le moderne, sopra tutto la francese) il Cuoco intende che vada di
pari passo la lettura dei classici, così latini e greci come italiani: E questa
continuerà per tutto il tempo delle scuole; e perché non per tutta la vita ?
Sarà cura della Direzione ? il fare una I Il Cuoco doveva avere in mente la
Grammatica generale del Du Marsais, che cita infatti poco dopo a proposito dei
tropi. 2? Avrebbe dovuto essere (Progetto di Decreto, art. 4) un ufficio
preposto a tutta la P. I., alla dipendenza del Ministero dell’ Interno.
ripartizione dei nostri classici; onde ve ne siano degli adattati alla diversa
età e capacità dei giovanetti: sarà cura de’ professori manodurli in questa
lettura, più utile di qualunque lezione; renderla più utile ancora colle
imitazioni, colle versioni, e con tutti quegli altri generi di esercizi
scolastici, de’ quali, siccome notissimi, non occorre parlare ». Il concetto,
come ognun vede, giu-tissimo, del Marinelli. Ma dove si nota anche più la
modernità del Cuoco, è nei colpi che dà alla vecchia carcassa della poetica e
della rettorica. Bisogna riferir questo luogo, che è un documento storico di
molto valore: Noi non parliamo particolarmente della poetica e della rettorica.
Nella prima il meccanismo della versificazione è tanto facile ad apprendersi,
che bastano quattro o cinque lezioni nel finir della grammatica, seguendo il
metodo degli antichi, che tali lezioni alla grammatica solevano unire. Ma
quanta distanza vi è fra il conoscere il meccanismo della versificazione, ed il
saper fare de’ bei versi ? E quanta ancora dal far dei bei versi al fare un bel
poema? Tutto ciò non si fa, se non a forza di genio e di bene intesa imitazione
de’ grandi esemplari. Lo stesso dicasi per la rettorica. Che s’ insegna colle
rettoriche ordinarie ? L’invenzione, quasi che l’inventare consistesse in
altro, che nel paragonar due idee, che già si hanno, per farne sorgere una
terza, che non si ha ancora; e quasi potesse inventare chi non ha idee, e non
ha acquistato, a forza di esercizi matematici e logici, quella versatilità, che
è necessaria per farne più rapidamente i paragoni! La disposizione, quasi che
il disporre abbia altra ragione, che quella di ordinar le idee ed i sentimenti
in modo, che producano il massimo effetto possibile; e quasi che questo non sia
l’ultimo risultato della più profonda cognizione del cuore e dell’ intelletto
umano! L’elocuzione, quasi che la forza intrinseca, principale dello stile, non
dipenda dalla varia associazione e coordinazione delle idee! Che rimane dunque
in quella, che chiamasi rettorica? L'esposizione delle figure delle parole, o
sia de’ t ro pi, la cognizione de’ quali appartiene alla grammatica, ed è di
sua natura tanto facile, che il più grande forse, e certamente il più filosofo
degli scrittori, che ne han trattato (Du Marsais), ha dimostrato, che que’
modi, che noi sogliam chiamar figurati, sono i modi più naturali di esprimerci
!. Che altro finalmente ? La nomenclatura delle varie parti di un nostro
discorso: nomenclatura, chesi può apprendere, e si apprende benissimo, anche
senza maestro; perché si richiede ben poco a sapere, che quando taluno
racconta, fauna narrazione, quando descrive fa unadescrizione. È tutto questo
materia sufficiente per un corso particolare di lezioni ? AI risorgere delle
lettere ci ha nociuto la mala intesa imitazione degli antichi: abbiam ritrovati
di essi alcuni trattati particolari sopra talune parti della rettorica,
sull'invenzione, sui tropi, sull’elocuzione..: gli abbiamo compendiati, gli
abbiamo riuniti, e ne abbiam formato un corpo di scienza, che abbiam destinata
pe’ giovinetti. Avean destinati ai giovinetti i loro libri anche gli antichi ?
Aristotele non parla di rettorica al suo grande allievo, se non dopo i più
profondi studi di morale e di politica; e l’opera rettorica, che di lui
abbiamo, ben dimostra che non poteva esser diversamente: essa non potrebbe
intendersi da un giovine di collegio. Tutta la scuola platonica credeva non
esservi, propriamente parlando, alcun’arte rettorica; e che il saper bene
parlare non altro fosse, che il saper ben pensare e vivamente sentire. Ed alla
scuola platonica non si può per certo rimproverare di disprezzare ciò che non
sapeva. Cicerone ha voluto difendere contro Platone la sua arte; ed ha voluto
dimostrare, che l’oratore ha bisogno di qualche altra cosa, oltre del sapere.
La disputa forse non è ancora decisa; ma lo stesso Cicerone non ha potuto
negare, che all’oratore il sapere era indispensabile. Perché invertiamo
l'ordine della natura, e vogliamo insegnare a parlare a coloro che non ancora
sanno pensare ? Onde poi ne avviene, che i giovani de’ nostri collegj sanno
tutto Cygne ? e tutto De Colonia, e non sanno scrivere un biglietto? Perché
turbiamo la classificazione delle scienze, e riuniamo alla rettorica ciò che
deve esser il risultato di altri studi, i quali sono egualmente necessari ?
Perché finalmente non imitiamo i grandi esempi ? Presso gli antichi, lo studio
dell’eloquenza era l’ultimo di tutti; e Cicerone aveva compiuti tutti suoi
studi, quando si esercitava sotto Molone. Cfr. CROCE, Estetica 3, 502-3. 2 Cioè
l’Ars rethorica (1659) tante volte ristampata, di CYGNE, gesuita. Il libro del
De Colonia è più noto. Vedremo subito quale sia questa eloquenza che il Cuoco
rimanda a studi superiori. Ora voglio notare soltanto, che questo assalto alla
rettorica non è mosso da quello spirito, per cui certamente l’avrà approvato M.
Delfico, da quel filosofismo astratto che era al fondo della cultura di costui,
ma era solo una verniciatura di quella del Cuoco, e che dichiarò anch’esso
guerra alle regole, alle tradizioni, alle pedanterie. Il Cuoco era altra tempra
intellettuale: il suo libro è la Scienza Nuova. Basterebbe leggere, per
accertarsene, ciò che dice con profondità da cui rimangono ancora assai lontani
i compilatori di certi non ancor dimenticati programmi e pedagogisti della
scuola media. Basta anche notare questa sua osservazione: La storia deve esser
collezione di fatti, e non di riflessioni: quindi non sono del tutto lodevoli
quelle tante istituzioni di storie che coi titoli pomposi di filosofiche, si
sono pubblicate in questi ultimi tempi, per uso de’ giovinetti. Se fate che le
riflessioni precedano i fatti, voi non date più storia, ma riflessioni: e
siccome la storia tiene nelle cose morali il luogo dell’esperienza, voi
rassomigliate ad un maestro di fisica, il quale in vece di esperienza dia
sistemi, in vece di dati dia conseguenze». Questo era genuino pensiero vichiano;
era la buona tradizione paesana. Prima che queste idee del Cuoco nella scuola
trionfino, passeranno ancora diecine d’anni. Bisognerà aspettare F. De Sanctis
che dia mano, nella scuola di V. Bisi, alle lezioni sulla rettorica, o
piuttosto sull’anti-rettorica »; per insegnare allora per la prima volta a una
gioventù che ascolterà plaudente come alla rivelazione della verità che la
rettorica ha per base l’arte del ben pensare, e perciò non può insegnarsi che
ai già provetti nelle discipline filosofiche »; che essa fu una invenzione e
quasi un gioco dei sofisti» e produsse l’indifferenza verso il contenuto e il
disprezzo della verità »; che le regole rettoriche non hanno la loro verità che
nelle forme del pensiero, materia della logica. Ma, come la rettorica non ti dà
il ben dire, così neppure la logica ti dà il ben pensare, essendo le sue forme
staccate da quel centro di vita che si chiama lo spirito »!: che la parola non
manca a chi ha innanzi viva e schietta la cosa », e che bisogna perciò studiare
le cose con serietà e libertà d’intelletto. E così rinnovare la critica delle
figure rettoriche e conchiudere proprio come Cuoco che la rettorica svia da’
forti studi, guasta l’intelletto e il cuore », e che bisogna buttare al fuoco
tutte le rettoriche, e che ci vuole il verbum factum caro, la parola fatta cosa
» =. Il De Sanctis rifarà da sé il cammino: ma l’indirizzo di pensiero, da cui
trarrà i motivi della sua critica, sarà pure una continuazione di quello del
Cuoco, a lui per questo rispetto rimasto ignoto. Ma tutto il pensiero del Cuoco
si compie in ciò che egli dice dell’insegnamento universitario. Egli propone
era la prima volta la costituzione d’una speciale Facoltà di Belle lettere e
filosofia;ela vuole anzia capo di tutte (lasciando le altre cinque del 1806, ma
in un ordine diverso 3). In essa, oltre l’ideologia e l’etica, o teoria de’
sentimenti morali (nell'ordinamento del 1806, l’etica religiosa e filosofica »
era stata aggregata alla Facoltà di teologia, e nella Facoltà di filosofia
s’era istituita una cattedra di logica e metafisica, rimasta immutata fino al
1860), chiede una disciplina filosofica del tutto nuova: quella dell’eloquenza,
I Per imparare a ragionare », aveva detto il Cuoco nel Rapporto (Scritti, p.
94), è necessità aver ragionato ». La logica non insegna a ragionare, ma a
riflettere sulle operazioni logiche dello spirito. ? Vedi per tutto ciò La
giovinezza di F. De Sanctis, cap. 25, 252-3, 254, 250-7. 3 Cioè: 2) scienze
matematiche e fisiche; 3) medicina; 4) giurisprudenza; 5) teologia. A quest’ultima,
oltre l’esegesi e la storia, non lasciava che la teologia dogmatica e morale
evangelica ». Vedi il Prog. di Decreto, artt. 46-59; negli Scritti, 197-200. o,
per meglio dire, della filosofia dell’eloquenza, la quale chiamar si potrebbe
il complemento della filosofia istrumentale ». Contro la sua proposta il Cuoco
prevede due sorta opposte di avversari: Alcuni troveranno questa cattedra
inutile, perché contraria agli antichi metodi d’insegnare la rettorica; altri,
perché per mezzo di essa non si faranno mai degli uomini eloquenti ». Ma ai
primi la risposta è facile. È da qualche tempo, che la filosofia si è
impadronita delle materie dell’eloquenza. Questa che i pedanti vorrebero far
credere un’usurpazione, non è che una legittima rivindica di ciò che la
filosofia possedeva nei tempi antichi ». E accenna quindi compendiosamente
quanta luce la filosofia avesse fatta sulla vecchia materia empirica della
rettorica. Ritorna col Du Marsais (ma un Du Marsais cuochiano, o vichiano che
si voglia dire) a rilevare gli errori degli antichi teorici. E dopo aver
disegnato a grandi tratti il quadro di tutto ciò che la filosofia ha operato
sull’eloquenza », entra in un ordine di considerazioni più fondamentale e più
opportuno : Diremo che tutto ciò non sia che visione ed errore ? Questo sarebbe
duro a dirsi, durissimo a credersi; ma, quando anche si dicesse e si credesse,
non basterebbe. Quando anche tutte le osservazioni finora fatte fossero false,
non ne verrebbe perciò, che non se ne dovessero fare delle vere; perché non ne
verrebbe mai che i precetti potessero rimaner senza ragioni. E se queste
ragioni si debbono ricercare, poiché esse non altronde si possono trarre che
dalla natura dell’uomo, ne verrà sempre che, abbandonate le officine de’
retori, siccome diceva Cicerone, si debba ritornare alle accademie de’
filosofi. È vero, i pedanti perderanno il diritto di censurare il Tasso, perché
avea messo il canto al principio del verso, mentre Virgilio l’avea messo nel
mezzo; i sonettisti, imitatori del gran Petrarca, non spingeranno la servile
imitazione fino al punto di comporre lo stesso numero di sonetti, di canzoni,
di sestine, di ballate, o d’ innamorarsi anche essi di venerdì santo; i
precetti cesseranno di esser esempi, il che è sempre o servile, se non vi discostate
dall’originale, o pericoloso, se volete al tempo istesso e discostarvene ed
imitarlo; il genio avrà un campo più libero a correre, ed avrà sempre la
ragione per guida. Ecco la differenza tra la rettorica ordinaria e quella che
da noi si propone. Non è un’affermazione netta: ma chi non vede che cosa
avrebbe dovuto essere questa teoria razionale dell’arte, questa filosofia ? La
critica filosofica della rettorica conduceva dove doveva condurre:
all’estetica. Il Cuoco conviene cogli altri oppositori, che questa sua
rettorica non formerà mai l’uomo eloquente. E quale altra mai lo potrebbe ? Non
vi è eloquenza, ove non vi è ricca vena di pensieri e di affetti ». Ma non è
questo il fine di tale insegnamento. La gioventù ne’ suoi primi anni non si
esercita che a sentire le bellezze dei grandi modelli e ad imitarle: quando
avrà già molto sentito, incomincerà a riflettere sulle proprie sensazioni; e
questa riflessione, lungi dall’infievolire o distruggere le prime sensazioni,
le conserva e le rinvigorisce. I giovani si arresteranno a riflettere sul bello
». Saranno eloquenti, se la natura gli avrà fatti tali; e se la natura tali non
gli avrà fatti, almeno non saranno né stentati, né affettati, per imitare le
parole, i perlodi, lo stile di un antico, che esponeva idee ed affetti diversi
dai loro; saranno semplici ed originali, il che è grandissima parte di bello ».
Insomma, non doveva essere una precettistica, ma una teoria: cioè, per
l'appunto, l’estetica. Lo studio degli scrittori, a cui, non i soli letterati,
ma tutte le persone colte devono essere iniziate, nei ginnasi; e nell’
Università questo studio profondo della teoria dell’eloquenza restituito alla
filosofia ». Il Marinelli, conterraneo del Cuoco, liberale moderato come il
Cuoco, suo compagno d’esilio a Marsiglia 1, quando I Anche il Cuoco, com’ è
noto, fu esiliato dalla Giunta di Stato nell'aprile 1800, e dové partire per
Marsiglia, dove nel marzo l’aveva nel luglio 1811 pubblicava la sua Filosofia
dell’eloquenza, si può credere che non ne avesse già a lungo discorso con
l’autore del Rapporto ? Il libro pare pubblicato col fine di ottenere la nuova
cattedra, qualora le idee del Cuoco fossero trionfate. A ogni modo, le
attinenze del pensiero del Cuoco col libro del Marinelli, dopo tutto ciò che si
è detto, sono innegabili. La sola parte che un programma di studi moderno
desidererebbe, e non sì trova nel piano del Cuoco, è la storia della
letteratura; forse perché egli intendeva che questo studio dovesse, con l’esame
degli scrittori, farsi nei ginnasi e nei licei. Quanto infatti sapesse pregiare
il sapere storico si scorge in questo stesso Rafporto da quel che dice con
acume e larghezza mirabili delle due cattedre, che propone, di filologia latina
e filologia greca +1: alle quali voleva congiunto l'insegnamento della
Paleografia e della Critica diplomatica (in una sola cattedra); e congiunta
anche ardimento veramente notabilissimo ! una cattedra di filologia universale,
ossia della scienza speciale del V.. Anche la filologia », dice il Cuoco, ha le
sue idee astratte, ha la sua parte filosofica; perché ha le sue regole
universali applicabili ai fatti di tutte le nazioni. Dalla filologia appunto
dei particolari popoli il nostro V. trasse i principii, che poscia espose nella
Scienza Nuova ». E, fatto l’elogio, che s’è visto, di questo libro, continua:
Noi abbiam creduto e glorioso ed utile per la nostra nazione stabilire una
cattedra, nella quale tal filologia universale s’insegnasse ». Filologia, per
cui l’erudizione diventa filosofia, e quello che sappiamo dei preceduto l’altro
molisano, cugino suo, Gabriele Pepe. Vedi RUGGIERI, O. C., 24-25 e M. Romano,
Ricerche su V. Cuoco, Isernia, 1904, p. 23. _* Questa filologia è intesa, alla
maniera del Boeckh, come arte di conoscere e intendere tutti i monumenti, che a
noi sono pervenuti dall’antichità greci e dei romani diventa utile a intendere
ciò che ignoriamo o conosciamo molto imperfettamente della filologia delle
altre nazioni. La stessa filologia greca e romana si illuminano di una luce
tutta nuova; come ha dimostrato V. nel De antiquissima Italorum sapientia e nel
De uno universi juris principio et fine uno. Le parole e i miti sono
considerati conseguenza certa della intrinseca natura della mente umana », e
soggetti a regole costanti. La cattedra proposta, conchiude il Cuoco, è forse
unica in Europa. Ma che importa ? Esiste o non esiste questa scienza ? Ciò non
si può negare, né anche da coloro che non conoscono V.. Essa esiste tanto, che
il solo spirito filosofico del secolo ne ha fatte sviluppare molte varietà di dettaglio
nella testa di molti: perché dunque non insegnarne l’insieme ? ». E chi
l’avrebbe insegnata ? Non credo che il Cuoco ci avesse pensato, e molto meno
che vi si sarebbe potuto o voluto provare. Certo, non altri che lui allora ne
sarebbe stato capace !. Ma, se su questo punto imbarazzo ebbe il consigliere
Cuoco, ci fu chi ne lo cavò subito. Gabriele Pepe, che era in grado d'esser
bene informato, nella Necrologia di V. Cuoco, ci fa sapere che il progetto di
questo non fu accettato da re Gioacchino per le opposizioni di un altro
molisano (di Baranello), Giuseppe Zurlo, ministro dell’ Interno (da cui
dipendeva l’ Istruzione); il quale ne aveva già presentato uno suo, che
naturalmente pre 1 Nel 1792 era stata istituita nell’ Università una cattedra
di storia della filologia, e data ad Antonio Jerocades, di cui ci rimane la
prolusione: Orazione intorno alla concordia della filosofia e della filologia,
s. l. e a., e l'opuscolo Bacone e V., ossia Disegno delle parti della filosofia
corrispondenti alle parti della filologia secondo il piano di Bacone e dì V.
(Napoli, 1792]; cfr. CRocE, Varietà cit., 6-7, e ora Probl. di estetica, 385-6.
La biblioteca della Società storica per le province napoletane possiede anche
un quaderno delle lezioni del Jerocades, scritte da un suo scolaro, l’ insigne
giureconsulto Nicola Nicolini. Ma presentano assai scarso interesse. Sul
Jerocades vedi G. CaPASSO. Un abate massone nel sec. XVIII, Parma, valse :. Ed
è quello promulgato col decreto 20 novembre 1811. Il quale, per ciò che concerne
l’insegnamento letterario, tornò allo statu quo: la lingua italiana nei licei
non ci entrò; la Facoltà di lettere e filosofia fu bensì costituita, ma con le
cattedre antecedenti alla riforma del 1806: Eloquenza italiana, Eloquenza e
poesia latina. Nessuna novità degna di nota. Alla Lingua greca si aggiunse la
Letteratura; si introdussero l’ Archeologia greco-latina, la Cronologia e l’
Arabo. Ma, rispetto alla Letteratura italiana, si tornò indietro. Si tornò
all’erudizione pura e alla vecchia rettorica: V. e la filosofia furono
sconfitti. Cuoco era andato troppo oltre; e si ripiombò nel sec. XVIII.
Marinelli, perduta la cattedra ili letteratura antica e moderna, non ebbe 1’
Eloquenza italiana, malgrado la sua Filosofia dell’eloquenza dedicata a don Giuseppe
Zurlo. Gli toccò di passare, credo nel 1812, alla Cronologia, e l’ Eloquenza
italiana fu data un’altra volta al poeta di Corte, più propriamente
bibliotecario 1 Vedi lo stesso Romano, o. c., p. 39. Oggi, grazie alle ricerche
del Nicolini, sappiamo più precisamente come andarono le cose. Il Progetto
primitivo del Cuoco fu approvato dalla Commissione dell’ Istruzione. Ma la
Commissione stessa, vista la resistenza del Consiglio di Stato (Sezione
Interno) compilò un secondo progetto modificato (ottobre 1809). Progetto
modificato che fu rinviato al Consiglio di Stato (1° novembre 1809) perché lo
approvasse in seduta plenaria. Ma lo Zurlo, ch’era divenuto frattanto (1 o 2
novembre) ministro dell’ Interno, lo fece bocciare (3 novembre). Nel settembre
1811 lo Zurlo compilò (o meglio fece compilare da Matteo Galdi) un terzo
progetto, che pare fosse bocciato dalla Sezione dell’ Interno del Consiglio di
Stato. Il Murat allora nominò una seconda Commissione di quattro ministri, che,
con l’ intervento palese di Melchiorre Delfico e quello clandestino del Cuoco,
compilò un quarto progetto, che finalmente fu approvato (29 novembre 1811) dal
Consiglio di Stato e divenne legge il 13 dicembre 1811. E quest’ultimo progetto
s’accosta più al progetto Cuoco che non al progetto Zurlo. Cfr. NICOLINI, in
Cuoco, Scritti vari, II, 4IO SQg. ? Collezione cit., I, 230-240. Non è esatto,
dunque, ciò che si dice nelle Notizie intorno alla origine, formazione e stato
presente della R. Università di Napoli per l’ Esposizione nazionale di Torino
nel 1884: rettore G. Capuano, Napoli, 1884, p. 48, intorno alla sorte del
progetto Cuoco. del re e più tardi lettore della regina, Angelo Maria Ricci,
che si apprestava a cantare i Fasti di Gioacchino Murat, ma aveva cominciato
già a tesserne le lodi fin dal 18009 con le ottave La Pace e nel 1810 ne aveva
cantato il felice ritorno nell’ode La Verità*. Con lo spirito leggiero e vuoto
del Ricci, si riebbe l'insegnamento del Seric. E lo studio della letteratura
italiana non si rialzò più fino al 1860. In una breve notizia biografica sul
poeta di Monopolino, sfuggita ai due recenti studiosi che si sono occupati di
lui, il marchese di Villarosa ? dice che il Ricci ottenne per lasua intemerata
condotta intempo della militare occupazione alcuni letterari impieghi, e fra
questi di esser professore di Eloquenza italiana nella regia Università degli
studi, impiego che conservò anche nel ritorno di re Ferdinando. Dovette tal
onorevole carica rinunziare per motivi di salute, e ritornare ne’ patrii lari».
Il che accadde sul finire del 18173. Il suo insegnamento non I Vedi G. B.
FicoRILLI, A. M. Ricci: la sua vita e le sue opere, Città di Castello, Lapi,
1899, p. 21, e A. SACCHETTI-SASSETTI, La vita e le opere di A. M. Ricci, Rieti,
1898, 22-23. Il 29 ott. 1901 dalla città di Rieti fu pubbl. un Numero unico A!
poeta A. M. Ricci, Città di Castello, Lapi, 20; contenente ritratti, autografi
ecc., con una notizia biografica del prof. Sacchetti-Sassetti. Non si trova
nella raccolta degli Almanacchi di corte posseduta dalla Soc. storica
napoletana (la più ricca che si abbia) quello del 1812. Nell’Almanacco del
1811, p. 369, Ciampitti insegna ancora Eloquenza antica e moderna e Marinelli
Letteratura antica e moderna. Nell’Alm. del 1813, p. 320, Ciampitti è
all’Eloquenza e poesia latina, Ricci all’Eloquenza e poesia italiana, e
Marinelli alla Cronologia. 2 In nota alle Lettere indiritte al marchese di
Villarosa da diversi uomini illustri racc. e pubbl. da M. TARSIA, con note
biografiche dello stesso Villarosa, Napoli, 1844, 337-39. Una biografia del
Ricci aveva il VILLAROSA inserita già nelle Notizie di alcuni cavalieri del
Sacro Ordine Gerosolimitano, Napoli, Fibreno, 1841; ed è citata dal
SACCHETTISASSETTI, p. X. 3 FICORILLI, 0. c., p. 26. Il lavoro del Ficorilli è
molto accurato e attendibile, per le molte carte e corrispondenze dell’Archivio
di casa Ricci, di cui l’A. poté servirsi. IL FIGLIO DIG. B. V. durò, dunque,
più di sei anni. E il Villarosa ricorda appunto di essersi procurata l'amicizia
di lui udendo spesso le lezioni di Eloquenza italiana, che allor dettava nella
regia Università degli studi, e che spesso terminava con la recita di qualche
suo poetico componimento ». Della qual parte d’insegnamento si possono cercare
i documenti nelle molte centinaia di poesie da lui pubblicate, raccolte in
parte nelle Poesie varie, date in luce in Rieti in sei volumi dal 1828 al 1830.
I documenti del resto li diede egli pubblicando nel 1813 Della vulgare
eloquenza libri due *, indirizzati, come già le lezioni del Serio, Agli amatori
delle lettere italiane. Nulla di nuovo, e pochissimo del mio offro al pubblico
», dice l’autore. Tentai per ardito esperimento di essere oratore e vate ancor
io .... Conobbi nell’arduo cammino quali fossero le regole di véto lusso
magistrale, e quali quelle che contengono teorie fondamentali, appoggiate al
buon senso. Quindi, come ape, mi proposi di sceglier da tutte il più bel fiore
». Ecco la materia che vi è trattata, poiché la semplice indicazione di essa
può bastare a provarci che siamo ricascati nelle vecchie teorie trite, false od
inutili. Nel lb. I: Origine delle lingue volgari: lingua italiana Eloquenza
italiana Del sublime Del bello Del gusto: modo di acquistarlo e di
perfezionarlo: modelli che corrispondono al gusto universale Del genio Degli ornamenti
del discorso, ossia delle figure Dello stile, e sue qualità generiche Stile
epistolare Stile di dialoghi Stile didascalico Stile istorico Stile oratorio
Stile di novelle, e romanzi. Nel lb. II: Della poesia Della poesia descrittiva
Della poesia pastorale Della poesia lirica Della poesia didascalica 1 Non m’ è
riuscito di vedere se non l’edizione, fatta a Napoli, Stamp. del Giornale delle
Due Sicilie (di vVII-199 in-16°), e non ne conobbe una anteriore il
Sacchetti-Sassetti. Ma quella del 1813 è nota al FICORILLI (pp. 21 e 168), il
quale cita una lunga recensione che dell’opera fu fatta nel Nuovo Giornale dei
Letterati. Della poesia epica Della poesia drammatica Della tragedia Della
commedia Del dramma musicale: della favola pastorale: del dramma sentimentale.
Quanto alla materia », dice un recente critico, in gran parte non sì tratta che
dei soliti precetti letterarii; ma tuttavia è notevole nell’autore la
erudizione vasta e la cognizione sicura che mostra d’avere di tutti i
capolavori dell’arte antica e moderna, nostrana e in parte straniera » 1.
Curioso quello che soggiunge lo stesso critico: Se, come vasta la erudizione,
avesse avuto egli profondo il giudizio, corretto il gusto e squisito il
sentimento artistico, avrebbe potuto far opera eccellente ». Se cioè non
l’avesse scritta il Ricci, ma un altro, l’opera poteva anche essere eccellente.
Disgraziatamente però, la scrisse il Ricci; il Ricci, disgraziatamente, diede
l’avviata a questo nuovo lungo inglorioso periodo dell’insegnamento della
letteratura nella Università. L’opera, pur troppo» (è sempre lo stesso critico)
contiene osservazioni, precetti e regole che sono, come ho detto, le solite »
=. Dopo il Marinelli, si torna un’altra volta a dire, p. es.: Che sia negletta
la trina unità drammatica, colla quale si pretende che in teatro una sia
l’azione, uno sia il luogo, uno il protagonista ecc., non sì può concedere
senza smentire l’arte e offendere la verisimiglianza ». Quando era professore
di eloquenza a Napoli », scrive un altro critico recente, il quale ha fatto una
lunga analisi I Questa cognizione è specialmente dimostrata nella 3* edizione
del libro, Rieti, 1828, in 2 volumi, dove i precetti sono accompagnati da
copiosi esempi di classici. E a questa 3® ediz. è aggiunto qualche nuovo
capitolo; ma non ha più che fare con la storia di cui ci occupiamo, dell’
insegnamento della letteratura nell’ Università. 2 FICORILLI, p. 168. di questa
Vulgare Eloquenza*, il Ricci comprese bene di non poter mai adempiere il suo
debito che seguendo le tracce degli antichi maestri, e in ispecie di Aristotele
». Peccato che non l’avessero compreso, né bene né male, né il Marinelli né il
Cuoco! Partito che fu il Ricci, alla cattedra si dové provvedere per concorso.
Fu il primo che si facesse per questa disciplina. Il 12 marzo 1816 furono
pubblicati i nuovi Statut: per la R. Università degli Studi del Regno di
Napoli?, rimasti immutati fino alla fine del Regno. Questi statuti mantennero
la Facoltà di filosofia e letteratura»yeinessa la cattedra di Eloquenza e
poesia latina, aggiungendovi, in una cattedra sola, la letteratura; all’
Eloquenza italiana del 1811 sostituirono la Lette ratura italiana3. Ma fu solo
un cambiamento di nomi; la sostanza rimase quella. Gli statuti prescrivevano il
concorso per l’elezione dei professori (art. 50). Si ricordi come seccò la cosa
al Galluppi, quando nel 1831 volle entrare nell’insegnamento universitario 4.
Il concorso sl faceva nella stessa Università, sotto la sorveglianza del
presidente della commissione della P.I. o del rettore dell’ Università. Da un
trattato delle materie sulle quali versava l’insegnamento, a cui si voleva
provvedere, si prendeva a caso, o si ricavava un quesito, che uno dei
professori della Facoltà, delegato dal decano, avrebbe proposto a’ concorrenti;
i quali dovevano tutti SACCHETTI-SASSETTI Questi addirittura conclude che
l’opera si poteva considerare come un eccellente Corso elementare di letter.
italiana ». ? Collez. cit., I, 424 Sg8& 3 Novità notabile fu l’ istituzione
di una cattedra di Principii generali della Storia », la quale però non fu
subito coperta. Il titolare G. Mazzarella non v’insegnò niente che avesse
valore. Vedi le sue Lezioni Sulla scienza della storia, Napoli, 1854; e quello
che di lui e del libro ho detto nelle mie ricerche Dal Genovesi al Galluppi,
Napoli, ed. della Critica, 1903, 307-8 in nota. 4 Dal Genovesi al Galluppi.]
commentare e risolvere lo stesso punto o quesito in latino: raccolti tutti in
una sala, col permesso di consultare i libri che avessero portato seco. Di che
dovevasi fare particolare e distinta menzione negli atti del concorso (art.
51-53). | Del concorso, che sulla fine del 1817 o al principio del ’18 si fece
per la letteratura italiana, chi lo vinse, il canonico Michele Bianchi, che dal
1832 al ’35 ebbe tra i suoi scolari L. Settembrini, raccontava, dopo tanti
anni, com'era andato; e il Settembrini nelle Ricordanze ne ha lasciato memoria:
Prima del 1820 quando s’ebbe a fare 11 professore di letteratura italiana nell’
Università, si presentarono al concorso parecchi, fra i quali il Puoti e il
poeta Gabriele Rossetti. Il tema fu: scrivere un comento itallano ad un sonetto
del Petrarca, ed una dissertazione latina sopra non so qual secolo della nostra
letteratura. La benedetta dissertazione latina decise il merito. Il Bianchi, professore
in un collegio, avendo abito e facilità di scrivere in latino, poté dire
agevolmente tutto quello che sapeva, dove che gli altri, più o meno impacciati
dalla lingua, dissero meno di quello che sapevano: onde, giudicati
imparzialmente su gli scritti, il Bianchi ebbe il primo luogo, e l’ultimo toccò
al povero Rossetti, che fece qualche errore di grammatica, tutto che avesse
quell’ingegno e quella beata vena di poesia »*. Al canonico Ciampitti, che tirò
innanzi nella Elo quenza, poesia e letteratura latina fino al 1832, anno della
sua morte ? si venne, dunque, ad 1 Ricordanze, Napoli, Morano, 1881, I, 79-80.
® La sua cattedra fu coperta da un altro canonico, don Nicola Lucignano, nel
1835. L'Almanacco del 1834 la dà ancora come vacante. Del concorso, a cui prese
parte anche Carlo De Sanctis, zio di Francesco, sono ricordati nella Giovinezza
di F. De Sanctis, 66-70, alcuni gustosi particolari. accompagnare il canonico
Bianchi ', Al quale toccò subito di comparire in una pubblicazione ufficiale
dei professori dell’ Università. Giacché sulla fine del 1818, Ferdinando I
ammalò mortalmente, e il Colletta, non sospetto, ci dice che palpitarono a quel
pericolo i napoletani più accorti, per sospetto che il figlio mutasse in peggio
gli ordini civili ; giacché, tenuto proclive al male, avverso alle blandizie di
governo, intimo amico del Canosa .... Ma quei guarì, ed ebbe feste sacre e
civiche, dove 1 migliori ingegni rappresentarono l’universale contento con rime
e prose, in grosso volume raccolte » 2. In questo volume Pro recuperata
valetudine Ferdinandi I utriusque Sic. Regis Archigymnasti Neapolitani
officium3, miscellanea di scritti gratulatori ed elogiativi in italiano, in
latino, in greco e in ebraico, come il Ciampitti mise un’orazione latina, e B.
Quaranta, professore di archeologia e letteratura greca, un Aébyog (seguito
bensì dalla relativa traduzione), il Bianchi inserì una Orazione italiana,
oltre un Carmen latino, un Epigramma greco e alcuni altri distici latini.
Orazione notevole, perché non è una filza di vuote adulazioni; ma un buon
riassunto di tutto il bene realmente fatto da Ferdinando. Degno ancora di esser
letto è quello che vi si dice dei provvedimenti e delle riforme relative alla
pubblica istruzione, durante il regno di Ferdinando. Tutte le Orazioni di
questo tempo, a giudizio dell’ Ulloa, che fu scolaro, credo, del Bianchi,
rappresentano un periodo di transizione dalla licenza precedente alla tirannia
del purismo; ed egli reca ad esempio questa del Bianchi où d’incontestables
mérites couvrent quelques défauts, et Il primo Almanacco di Corte, tra quelli
da me potuti vedere, che porti il nome del Bianchi, come titolare della
cattedra di letteratura italiana, è quello del 1820 Storia, lib. VIII, cap. II,
$ 40. FF 3 Pridie Id., Typis Josephi M. Porcelli, di carte 57 (num. nel solo
recto) in-fo. Pubblicazione
di lusso. font de l’oraison entière une ocuvre remarquable. Le style est clair,
rapide, parfois incisive, et entraîne le lecteur. Comment n’étre pas frappé des
observations et des faits qu'il présente rapidement, attestani l’étroite
relation de la criminabité et de l’ignorance ? IL a su toucher avec convenance,
avec retenue, à toutes les phases historiques de l’époque précédente, qui sous
la plume d’un autre écrivain auraieni du étre difficilement traitées » 3. Dei difetti di stile notati in
questo discorso, il Bianchi si sarebbe liberato nelle sue Istituzioni, dove
all’ Ulloa pare di scorgere uno stile più puro, più paziente e più elaborato, e
teorie di buon critico. E altrove ?, dopo aver ricordati gli Elementi di belle
lettere di Cristoforo Mazzogatti, e l’ Arte del dire di Vito Fornari: Mais,
soggiunge, c'est l’ouvrage du chanoine Michele Bianchi qui dépasse tous ceux
qui écrivent dans le but ordinaire de dicter des lecons de rhétorique ». Il
Bianchi era stato uno dei letterati la cui stima e benevolenza avevano
incoraggiati i lavori della sua prima giovinezza, e l’ Ulloa lo trovava tel
qu'il était dans son ouvrage » 3. Giacché, come insegnante dell’ Università,
aveva quasi un obbligo di pubblicare le sue istituzioni 4, nel 1832 egli die’
in luce le Lezioni di belle lettere ad uso de’ giovanetti 5, di cui così rende
ragione nella prefazione: Da che presi a dettare le mie lezioni nella cattedra
di Lingua e letteratura italiana fui sovente richiesto d’ indicare l’opera di 1
Pensées, I, 322 e 323. L’ Ulloa riferisce anche un tratto dell’ Orazione. 2
Pensées, I, 335. 3
Notava tuttavia che, anche nelle Lezioni, les mots ne sont souvent que des
clous rivés à téte d’or ». 4 L'art. 70 degli Statuti del 1816 diceva: Ogni professore, quando non
abbia ancora stampato le sue istituzioni o trattati, dovrà fare un elenco delle
materie che insegnerà, il quale al principio dell’anno scolastico dovrà
affiggere alla sua cattedra, acciò il sostituto, o l’aggiunto, e gli scolari
possano esser preparati pe’ rispettivi esercizi ». 3 Vol. I. Napoli, Criscuolo,
1832. Nel 1833 uscì il 2° volumetto. IL FIGLIO DI G. B. V. cui mi giovavo
all’uopo. E poiché fu da me risposto, avermi io compilato che che mi occorreva
per l’affidato insegnamento, si chiese e s’ insistette, anche da persone
autorevoli, che divulgassi per le stampe que’ divisamenti riputati adatti e
buoni a formare il gusto letterario de’ giovanetti studiosi. Lasciai nondimeno
trascorrere molti anni prima che m'’ inducessi a secondare simili desiderii e
premure. Ma infine il pensiero che avrei potuto recare alcun utile agli alunni
delle lettere vinse il mio ritegno. E così dalle lezioni scritte per la
cattedra mi feci a tòrre quel tanto, che nel corso di un anno o poco più
potesse nelle scuole insegnarsi. Più che lezioni, sono brevi dissertazioni, non
molto strettamente connesse tra loro. La prima Sull’origine e sulle vicende
della lingua italiana è una breve storia della lingua dalle origini fino alle
polemiche contemporanee tra 1 puristi e gli antipuristi, e combatte così le
affettazioni arcaiche degli uni, come le esagerazioni e la scioperataggine
degli altri. Il Bianchi, uomo di non grande levatura, ma di buon senso,
preferisce attenersi al giusto mezzo. Segue un Cenno sul bello e sulle varie
sue forme, che non contiene altro che vacue trivialità sul povero Bello,
distinto, per conto della natura » in sensibile, intelligibile e morale, e per
conto degli oggetti » in generale, particolare e convenzionale. L’Orator e il
De oratore di Cicerone fanno le spese dell’erudizione estetica del Bianchi.
Quindi, dopo un capitoletto sul Sublime, seguono queste altre
dissertazioncelle, di cui basterà il titolo: Influenza delle lettere nella
civiltà e nella morale dei popoli. Analisi delle qualità necessarie ad ogni
parlare colto. Rettorica ragionata per le varie sue parti e Poetica ragionata
per li suor rami diversi. Queste ultime tre parti sono la materia del secondo
volumetto. Su per giù, la stessa materia della Vulgare eloquenza del Ricci,
trattata con minor calore e minore sfoggio di dottrina, ma con modestia e buon
senso. Aurea mediocritas : molto mediocre e poco aurea! A che, del resto,
affannarsi a salire in regioni più elevate per quello scarso uditorio che aveva
il canonico Bianchi ? Eravamo ascoltatori soliti », ricorda il Settembrini, un
quattro o cinque giovani .... Il Bianchi ragionava con noi, come con amici, e
soltanto quando ci capitava qualche sconosciuto faceva un po’ di diceria
distesa. Non usava come gli altri professori, che come scoccava la mezz’ora
rompevano a mezzo il discorso, ma s’intratteneva con noi lungamente, e ci
diceva molte belle cose, e finita la lezione lo accompagnavamo per buon tratto
di via, e seguitavamo a ragionare. Quando era io solo con lui, egli usciva alla
politica, parlava de’ tempi trascorsi, di molti uomini, di molti avvenimenti, e
ne giudicava con senno severo: e se parlava di quella che egli chiamava casta
pretesca, non sapeva frenare lo sdegno, e diceva: È nemica di Dio e di Cesare: fu,
è, e sarà principale cagione della servitù d’ Italia. Credete a me che conosco
quali visi si nascondono sotto quelle maschere » !. Insomma era egli», come
soggiunge il Settembrini stesso, un uomo che bisognava guardare da vicino, e
allora lo stimavi e lo amavi. Poco eloquente, di maniere modeste, un po’
pedante, ma dotto assai, liberi sensi, gran bontà di animo ». Il Settembrini ci
dice che ogni volta 1 Ricordanze, I, 77. Sarà stato come dice il Settembrini un
prete liberale, ma alla Gioberti: perché teneva alle glorie e benemerenze della
Chiesa, e quando nel 1825 pronunziò la sua Oratio in solemnt studiorum
instauratione (a MicHAELE BIANCHI Palatinae Ecclesiae Canonico et Litteraturae
Italicae Professore in R. Archigymnasio Neapolitano habita, s. d., di 24 in-4°)
tolse a discorrere quam bene de humanitate vel ideo meruit catholica religio,
quod ad excolendos a barbarie per Europam bonis artibus animos plurimum
contulit » (p. 5). Un'altra Orazione inaugurale lesse nel dicembre 1843: De
litterarum efficientia în animis mentibusque egregie formandis, Neapoli, Cuomo,
MDCCCXLIII, di 20, in-4°. Il discorso è tutto nel titolo. Di lui è pure a
stampa l’opuscolo Alla Consulta de’ Reali dominii di qua dal Faro ragguaglio
della Memoria umiliata al Re mostro signore per la reintegrazione del Vescovo
di Cajazzo, Napoli, Criscuolo, 1831 (di 24 in-4°): ma non ha interesse
letterario. IL FIGLIO DI G. B. V. che si partiva dal Bianchi, egli aveva
imparato qualche cosa; e che però la sua memoria gli era cara e onorata. Egli fu,
che, letti con piacere e lodati due dei primi scritti del Settembrini, li fece
vedere a monsignor Colangelo, pregando costui di proporlo come professore in un
collegio. E poiché il Colangelo rispose che quelle cattedre si davano per
esame, fu il Bianchi a spronare il Settembrini all'esame, e fece, quindi, di
lui un professore. Non avesse fatto altro, per amore del Settembrini, destinato
a salire quella cattedra stessa di letteratura italiana, il buon canonico
meriterebbe il nostro ricordo e la nostra simpatia. Ma la vera e viva scuola di
letteratura a Napoli allora non era nell’ Università. Lo stesso Settembrini
rammenta che mentre nell’ Univer ità il Bianchi leggeva agli scanni e a quattro
studenti, il marchese Basilio Puoti aveva in casa sua una fiorita scuola di
lettere italiane, dove convenivano oltre dugento giovani » 1. E dagli
eccitamenti del Puoti a uno studio amorosc degli scrittori, ma sopra tutto dal
potente lievito degli studi filosofici promossi dal Galluppi e dal Colecchi con
l’esposizione e la critica delle moderne dottrine germaniche, e quindi da quel
fervore di pensiero, che dagli scritti dell’eclettismo francese, da Hegel, da
V. attingeva materia di speculazioni non più tentate e motivo a una
trasformazione filosofica degli stessi studi letterari, eromperà la prima
scuola di F. De Sanctis, quale ci è rappresentata nel libro della sua
Giovinezza. Il movimento, iniziato da Marinelli e da Cuoco, e subito
arrestatosi, sarà ripreso per virtù di una mente geniale, che creerà la critica
e la storia della letteratura italiana: il contenuto più razionale
dell’insegnamento, di cui ho narrato i timidi inizi e il primo incerto
svolgimento. Ricordanze Bianchi insegnò fino al 1853. Nell’ Almanacco di Corte
dell’anno seguente comparisce professore emerito; e per la cattedra rimasta
vacante di Letteratura italiana non c’è che un sostituto: Stefano Lombardi. Il
quale nel 1831 aveva pubblicate alcune Od: di Q. Orazio Flacco recate in versi
italiani * (20 odi scelte dai quattro libri e 2 epodi): lavoro rapido e
incompleto », dice l’ Ulloa, ma che rivela nel traduttore un bel talento di
traduttore » 2. Nel 1854 appunto die’ alle stampe una canzone Alla Maestà di
Ferdinando II. _ Nel 1850 il 6 marzo era stato pubblicato un nuovo Decreto col
quale st modificava l'organico della R. Università degli Studi di Napoli 3. L’
Università, divise le scienze fisiche dalle matematiche, veniva a scomporsi in
sei Facoltà, anzi che in cinque, come nel 1816, e nella Facoltà di Belle
lettere e filosofia, l’Archeologia e letteratura greca di prima si mutava in
Lingua e archeologia greca, l’Eloquenza, poesia e letteratura latina in
Eloquenza, poesia ed archeologia latina. Le due letterature classiche così eran
bandite: né rimasero più 1 Principii generali della storia. Ma la Letteratura
italiana rimase intatta. Stefano Lombardi è ancora sostituto nel 1855. Nel 1856
o 1857 il Bianchi dev'essere morto. Perché nell’ Almanacco del 1857 non c’è più
il suo nome come di professore emerito. E la sua cattedra ha per titolare don
Geremia Ro I Napoli, tip. del Sebeto, 1831, 79, in-16°. Nella prefazione l’A.
dice: Dette Odi non andarono esenti di applausi, cosicché mi son reso ardito a
farne dono al pubblico colle stampe. Che se, ora che al giudizio degli occhi
fedeli son elleno sottoposte, pari applausi, benché del pari infruttuosi, mi
arrecheranno, io mi reputerò fortunato ». Dové aspettare un quarto di secolo a
cogliere il frutto ? ® Pensées, II, 172. 3 Collez. cît., IV, 25-8. mano,
sostituto sempre il Lombardi. Doveva esser morto anche il Lucignano, a cui
successe don Gennaro Seguino. Il Romano credo -ia stato l’ultimo professore di
letteratura italiana dell’antico regime. Chi era costui? Un Carneade, come il
Lombardi: e la sua oscurità non è senza significato in questo tramonto della
vecchia cattedra con l'ordinamento che la sorreggeva. Fi lui non ho trovato se
non alcune osservazioni Sopra un pezzo d'avorio dorato esistinte nel R. Museo
borbonico in Napoli (dove si dà appunto per regio professore) pubblicate nel
1858 :: memorietta archeologica bene scritta, con erudizione e non senza
spirito. Ricorderò infine il primo ordinamento che, dopo la caduta dei Borboni,
fu dato all’ Università con decreto del prodittatore G. Pallavicino, dal
ministro R. Conforti. Alla Facoltà di filosofia e lettere, oltre la Letteratura
italiana, la latina, la greca, fu data una Storia della letteratura. A questa
venne sostituita, nella successiva legge di P. E. Imbriani del 16 febbreio
1861, la cattedra di Letteratura comparata. Chi abbia insegnato dalle due
cattedre di Letteratura italiana e Letteratura comparata, e che cosa sia stato
insegnato, è noto a tutti. Luigi Settembrini fu nominato alla prima il 24
ottobre 1861 *. Alla seconda il De Sanctis nel 1863; ma la coprì solo per
quattro anni, dopo che ve l’ebbe richiamato un decreto del 15 ottobre 1871 3. I
Stamperia del Fibreno, di 16 in-169. Misc. 180, I della Bibl. Naz. di Napoli. ®
Sul Settembrini v. TORRACA, L. S., Notizia, Napoli, Morano. CROCE, pref. al
vol. F. DE SANCTIS, La letter. ital. nel sec. XIX, Napoli, Morano; e TORRACA,
F. De S. e la sua seconda scuola, nel periodico La Settimana del 7 dicembre
1902; e poi nel vol. Per F. De S., Napoli, Perrella L’ ANGIOLA Capitolo
serio-burlesco di VESPOLI !. Donn’Angiola Cimina era una donna, ì Ch’eccetto
quando stava ignuda in letto, Come ogni altra portò sempre la gonna. Sol
piacevale andar col busto stretto, 4 Onde poi vogliono i contemplativi, Che le
venisse l'asma e ’1 mal di petto. Benché da certi cicisbei corrivi, 7 Che fur
della buon’anima divoti, Ma d'ogni di lei grazia e favor privi; Dico di certi
poetuzzi ignoti, 10 Pieni di boria e di presunzione, Senza creanza e di scienza
vuoti, I Da una copia esistente in un volume miscellaneo ms. posseduto dalla
Soc. nap. di st. patria (XXII, c. 12) da carta 10 a c. 21. Nello stesso volume
precede un Capitolo di D. Francesco Vespoli sopra il Genio alemanno, anch'esso
in terzine; diretto contro il partito degli austriacanti rimasto in Napoli dopo
la conquista borbonica. L’Angiola consta di 300 versi. Ne pubblico la parte che
ha più interesse per la conoscenza della società vichiana. I versi del Vespoli
furono già indicati dallo ScHIPA, Il regno di Napoli.] I quali entro l’Angelica
magione Andavan sol per essere stimati Uomini savi e d’erudizione: Benché da
certi cotali accennati Si dica, che patì Sua Signoria La Marchesana il mal de’
letterati, Cioè d’ostruzione e d’eticìa: Mal, che vien per lo studio e ’l
meditare: O maledetta, o brutta malattia ! Dico adunque così primieramente: È
certo, che le donne per natura Son tutte sceme e deboli di mente; Sembiano
nell’estrinseca figura Più perfette dell’uomo, e più capaci, Non che più vaghe,
e belle di fattura; Ma con ragioni chiare ed efficaci Il contrario si prova
dagli antichi E moderni filosofi veraci. E, senza che in recarle m'’affatichi,
L'esperienza, mastra delle cose, Te ’1 fa vedere, e par che te lo dichi: Paion
le donne a noi meravigliose In bellezza, in savere ed in valore, E tutte l’opre
lor miracolose; Quando c’entra per esse un po’ d'amore, Questo è quel che ci fa
poi travedere, Quest’ è cagione d’ogni nostro errore. Né mi stia a dir Platone
l’ ideate Specie dell’amor suo; ché da lui quelle Per ingannare il vulgo fur
trovate. Virtude e amore, uomini e donne belle, Che star possano insieme, e
senza alcuna Malizia praticar elli con elle, Aristotile il nega, ed a
quest’'una Opinion del suo maestro assegna Il concavo profondo della luna. 67
Sapea, che il senso la ragion disdegna, 70 E che, venendo insieme a competenza,
La ragione va fuori, e ’l senso regna. Io non intendo entrar nell’altrui messe,
Ma dico sol, che non mi meraviglio Di certe decantate poetesse. E senza che ad
alcuna io dia di piglio, 79 Si sa, ch’ogni lor parto o fu supposto, O vi pose
qualch’uom parte e consiglio; Che che intenda provare a tutto costo ss Il nobil
Doria in un volume intero Sebben la giunta strugga il fin proposto !. I Accenna
ai Ragionamenti tre, ne’ quali si dimostra la donna în quasi che tutte le virtù
più grandi non essere all’uomo inferiore, pubbl. da P. M. Dorta nel 1716. Dal
Doria e dal V. (come narra questi in Opere, ed. Ferrari, VI, 264) la Cimini fu
iniziata alla filosofia. E di P. M. Doria c’è pure un sonetto per la morte
della Cimini, nella raccolta qui appresso citata (p. 129); come molte poesie a
lui indirizzate sono tra le Rime scelte di GH. DE ANGELIS (con pref. del V.),
Firenze. Intanto V. stralunato e smunto Colla ferola in mano e ’1 Passerazio 1
N’appella, e vuol ch'io torni al primo assunto. Ei, che suol porre alle parole
il dazio, 131 Nella Raccolta fatta a onore e gloria Della signora ha posto un
gran prefazio? x Lo qual non so s’ è calendario o storia, isà Se avvisi 3, o
pur relazione nova, Se carta scritta per farne baldoria, Ivi il Soave-Austero4
si ritrova Laù Ch’ è l’acro-dolce, che sa fare un cuoco, O l’irco-cervo, ch’in
sua mente cova. V’ è dell’arte rettorica ogni loco; 130 E ’l tanto a lui
diletto paradosso: Chi più ne legge, più n’ intende poco ». Passerat, maestro
d’umanità, autore de’ Commentariù in Catullum, Tibullum et Propertium
(Parisiis, 1608), gran repertorio di erudizione filologica latina; nonché di
altre opere di minore importanza. L’ Orazione în morte di Angiola Cimini
marchesana della Petrella, che V. inserì nel vol. Ultimi onori di letterati
amici in morte di A. C. ecc., Napoli, Mosca. Cfr. CROCE, Bibliogr., p. 17.
Citerò la ristampa che è negli Opuscoli della ed. Ferrari? (vol. VI delle
Opere). Ma noto qui l'errore commesso dal VILLAROSA, nella sua edizione degli
Opuscoli, e ripetuto dagli editori successivi (v. ed. Ferrari, p. 261) per non
aver capito (il Villarosa se ne dovette accorgere troppo tardi) che la nota
fatta dal V. a un certo punto dell’ Orazione, doveva nella ristampa
incorporarsi nel testo, essendo essa una correzione e un’aggiunta. Vedila tra
le Correzioni » innanzi al volume Ultimi onori. 3 Vecchie gazzette. 4 Sul
principio della sua Orazione, V. ne accennava quasi il tema, dicendo che la
Cimini a tutti i saggi uomini che ebbero la sorte di conoscerla e riverirla,
fece intendere i tempi più colti della gentilissima Atene; siccome quella che fu
loro il grande esempio della rara difficil tempra onde si mesce e confonde il
soave austero della virtù » (p. 249). Con identiche parole l’Orazione si
chiude; e il soave austero vi ricorre spesso nel mezzo. Ivi vuol comparir da
gran colosso, Ma vi si scuopre un piedestallo basso E reo s’accusa, allor che
fa il Minosso. Orazion la chiama il babbuasso, ia Ma è lunga e sciocca sì, che
non la puoi Leggere, senza dir più volte: ahi lasso! Com’ è possibil ch’egli
non t’annoi sn Con quel proemio vecchio e riscaldato, E colle cose che seguon
dappoi ? Precise quando del di lei casato ses Fa la descrizione, ed a minuto
Narra la vita e ’1l transito beato ? Quando ci fa veder l’applauso muto, ia
Ch'essa facea sporgendo il petto in fuori O con un giro d’occhi il bel rifiutot?
Quando la di lei collera egli onora 148 Col titolo d’eroica, e dietro a lei
Cesare allega, ed Alessandro ancora?? I V. racconta che, nei trattenimenti
letterari soliti in casa della Cimini, ella, al dirsi le cose degne di
applauso, applaudivale o con un leggiadro movimento del dilicato corpo, il
casto petto sporgendo in atto come di chi incomincia a levarsi da sedere, o con
un soave giro de’ suoi bellissimi occhi inverso il cielo;... a’ quali atti i
riguardanti ammiravano in lei e l’acutezza dello ’ngegno e la gravità del
giudizio, e sopra tutto la somma modestia, con la quale si guardava di parere
intendente col non professando d’ intendere, o vero di sembrar saggia col non
diffinitivamente approvare » (p. 266). 2? Parlando del temperamento collerico
di Angiola, V. avverte che la sua era collera ragionevole e generosa e quale
appunto a donna di eroica virtù convenivasi.... Fin dalla sua più tenera età
questa nobil fanciulla diede pur troppo gravi segni di tal collera eroica ». E
diede saggio insieme di eroica virtù, di quella specie onde lasciarono di sé
tanto mondano romore i Cesari e gli Alessandri. Quando abortir la fa ne’ mesi
sei, ini E piagne gli campioni iti sotterra Ch’eran, Dio buono! tutti maschi, e
bei? Quando la fa veder distesa in terra ie Battere il capo al duro pavimento
?: O ‘1 gran fatto! o ’1 malanno che l’afferra ! E questo detto sia per
compimento iui Di tutta l’opra di sopr’accennata Di questo arcipedante pien di
vento. Ond' io non so capir, dove appoggiata sea Sia la gran lode, che ne fa il
Sostegni, Con che, se non è burla, è una frittata 3. Cesare Augusto, ch’ebbe
tanti regni, 163 Che piantarvi i confini gli convenne E porvi ancor del non
plus ultra i segni; 1 La Cimini morì a 27 anni, per male cagionatole da parto
prematuro; ché la collera virile », dice V., di che ella abbondava, depredando
l’umidore che facevale mestieri per nmudrire i feti già fatti grandi, fece per
mala sorte che tutti nel sesto mese, funesto da’ medici giudicato, ella
facessegli aborti» (p. 270). E l’ultimo le fu fatale. Ma V. non parla dei «
campioni » della satira. 2 V., facendo la storia della collera eroica della
Cimini, ricorda pure, che bambina «ove mai non era ella compiaciuta di un
qualche suo fanciullesco talento, si crucciava a tal segno, che, gittatasi
lunga a terra, tutta vi si affliggeva, fino a percuotersi sul duro pavimento il
tenero capo » (p. 254). 3 Nella Introduzione di Roberto Luigi Sostegni,
canonico regolare lateranense, agli Ultimi onori, si dice (p. 10) l’ Orazione
del V. « sublimissima », e che per essa «si scorge, poter l’Italiana Eloquenza
ascendere a quell’altezza a cui la Grecia e la Romana pervenne, qualora
l’istessa morale, e civil sapienza.... l’invigorisca e sostengala ». Un sonetto
del Sostegni al V. (Opere2, VI, 410) finisce: O chiaro V., o sol pari a te
stesso. Nello stesso vol., p. 80, un sonetto del De Angelis dice: E basta poi
per simulacro eterno Di sue virtudi, e d'altri pregi eletti, La prosa del divin
V. e Roberto! Nipote al zio, che vinse, vide, e venne, 1% Pur quando si partì
per l’altra vita, Tal onor da’ vassalli non ottenne, Qual Donn’Angiola nostra,
poiché gita 19 AI ciel se n’è, da’ Letterati Amici! Ha per tributo, come lor
favorita. E siccome gli Orfei per l’ Euridici ATA Si mostrar grati, ed i
Petrarchi e i Danti Per le loro Laurette e Beatrici, Così per lei si veggon
tanti e tanti in Nostri partenopei cigni canori, Che non v’ ha qui de’ frati
zoccolanti. Vi son poeti, medici e dottori, 178 Plebei, civili, dame, e
cavalieri, E laici, e cherci, anco predicatori; E congiunti, e paesani, e
forestieri, lei E buoni, e tristi, ed ottimi, e mezzani, La maggior parte
innamorati veri. Non altramenti che al carname i cani, Sono accorsi costoro a
tal impresa; E Dio il voglia, non vengano alle mani. Nacque da precedenza la contesa
Tra quei che furo ammessi alla Raccolta. Ma poi tra lor s’ è nova briga accesa:
Cosa, che ha posto la città in rivolta, Talché hinc inde vi son forti partiti,
E se non sai il perché, di grazia, ascolta. I V. nella perorazione della sua
Orazione: «Letterati amici, che con uguale ossequio la onoraste e la riveriste
» ecc. (p. 272). Ma la frase è già nel frontispizio della Raccolta. Un tal
Gerardo, ch'ora gli eruditi Della scuola d’ Ulloa 1 scrivon Gherardo. Giovine
d’anni ventidue compiti 2, Piccolo di statura, ma gagliardo, Di bocca grande e
di naso canino, D'occhi che ti spaventan collo sguardo: Di viso magro, giallo e
saturnino, Col mento fesso e un poi rivolto in suso, Bello come la statua di
Pasquino, Veste di negro di paglietta all’uso, Cammina alla carlona, e sempre
astratto, Parla da vecchio 3, e scrive assai confuso, Vogliono alcuni che sia
mezzo matto; Io credo che sia tutto; e testimonio N° è quanto ha scritto, ed
anche il suo ritratto. Or egli, che al comporre è un gran demonio, Vo’ dir che
spaccia versi anche dormendo, Per grazia special di Sant'Antonio, Improvvisante
più del reverendo Quondam Fanelli e del siciliano, Ch’or ha nel molo un
concorso stupendo, L'avv. Niccolò Ulloa-Severino, che scrisse una canzone per
la Cimini (Ultimi onori, p. 122) e al quale è indirizzato un sonetto nel Quarto
libro delle Rime del DE ANGELIS, p. 50. Chi legge la canzone di quest’ Ulloa
per la Cimini, tutta affettature arcaizzanti, intende la punta satirica del
Vespoli. N. ULLOA-SEVERINO pubblicò un volume di Lettere erudite, Napoli, 1699.
? Infatti Gherardo De Angelis era nato ad Eboli (prov. di Salerno). 3 Visi
potrebbe vedere un’allusione contro l’epigramma, che nel 1725 il p. Sostegni
aveva apposto al ritratto del De Angelis, nel 1° volume delle sue Rime toscane:
Adspicis hunc quarto vix dum pubescere lustro ? Perlege; dispeream ni tibi
Nestor erit. APPENDICE L’ ha fatta alli compagni suoi di mano, sà Col libro, c'
ha stampato in questo mese: Azion veramente da villano ! Azion, che non ha
scuse o difese, 217 Azion di lui degna e di suoi pari, Azion da scriverla al
paese, Dove i nobili sono i bufalari, Paese di mal’aria e mal costume, Buono
bensì per pascervi i somari. N’era Priapo il protettore e ’1 nume; das Or Eboli
si vanta aver costui, Che ’n istampa gli ha dato onore e lume. Ma ritorniamo
all’azion di lui, ciù Ch’ io non vorrei, col troppo andar vagando, Tirarmi
addosso la censura altrui. Il fatto è come siegue. Allora quando sii Nella
Raccolta dagli amici s'era Di Lei detto il più bello e ’1 più ammirando; Anzi
Gerardo in mezzo a quella schiera ass Contribuito avea la maggior parte 1, La
qual potea passar per lode intera; Volle egli solo poi farla da Marte. 235 Ed
ecco, presto presto, ha dato in luce Su lo stesso soggetto un libro a parte.
Per Quarto di sue Rime lo produce ass Senza il Terzo d’avanti; e, ad
ingrandirlo, Rime vecchie per entro vi riduce ?. ! Del DE ANGELIS infatti ci
sono una canzone e tredici sonetti (Pp. 75-91). l 2 Angiola Cimina Marchesana
della Petrella defunta, poesia (sic) d’ANGELIS, Firenze, 1728. A p. 9: Inco-
[Leggilo, e dimmi poi se puoi capirlo, E se a me ne dimandi, io ti rispondo,
Che ’n leggerlo mi venne il capogirlo. Gran cose vi vedrai dell’altro mondo, E
ridicoli conti puerili, E fatti inverisimili in abbondo; Un gran mescuglio di
contrari stili, Improprietà di voci, oscuri sensi, Componimenti rozzi e pensier
vili; E barbarismi, e solecismi immensi, Ed atti di superbia e di dispregio, E
dati ad altri ed a se stesso incensi. E queste cose, che sarian di sfregio In
altri, non che error sommi e notabili, Sono oggigiorno in lui di stima e pregio
! Ma presso chi ? presso cervelli instabili, O presso pochi, che l’adulan solo
Per farlo andare in tutto agl’ Incurabili *. Gli dicon, che sua fama ha fatto
un volo Sì strepitoso ed alto, che già s’ode Il nome suo dall’uno all’altro
polo. ]mincia il quarto libro de le giovanili rime di Gh. De A., J. C.» ecc.
Nella dedica a donna Emmanuela Pignatelli Silva Aragona, l’A. dice: Sendosi
partita da questa terra l’anima benedetta di A. C., santa, e saggia nobile
Donna, come a V. E. e per l’ Italia si è già noto, dopo aver pubblicata in
laude sua la sublimissima Orazione il gran Giambattista V. maestro mio, e molti
altri elevati ingegni che la conobbero, prose e rime, le quali un libro
compongono, io, fra tutti gli amici suoi e per l’età e per consiglio minore, ho
voluto in onor di sì alta memoria, agli uomini che verranno queste poesie
tramandare ». ! Famoso Spedale di Napoli. Né s’accorge il meschino, che tal
lode Ha dato al suo profitto un tal tracollo, Per non aver le basi vere e sode.
Io son pronto a giurare, e a porvi il collo, Ch’ancor costui non sa dov’ è
Parnaso, Né che son tra lor le Muse e Apollo; Che se sapesse onde pisciò il
Pegaso, Tante carte sporcato non avrebbe, Né de’ classici autor parlato a caso.
Infatti, colmé suole, ei non direbbe, Che ’1 Bembo, il Casa ed il Petrarca ha
vinto, E che il gran Tasso buono stil non ebbe. O dove sei, gran papa Sisto
quinto ! E pur quel tuo poeta una parola, Per forza della rima a dir fu spinto.
Ma il vizio, che s’'apprende in detta scuola, sn Quest’ è, di morder gli altri,
e assiem grattarsi, Quando cavano fuor qualche lor fola. Procura bensì ognun di
segnalarsi 280 In far meglio dell’altro l’antiquario, Con voci malagevoli a
spiegarsi; Anzi il lor mastro ! un nuovo dizionario i S°' ha fatto di vocaboli
a capriccio, Che non mai registrò il vocabolario. Quindi è che, s’egli scrive,
fa un pasticcio ade Pieno di fracidume; e, se discorre, Fa l’alto-basso che
suol fare il miccio. V.. PER LE NOZZE DI TOMMASO CARACCIOLO E DONNA IPPOLITA DE
DURA Sonetto di G. B. V.!. Bench’ io mi veggia da quel fato oppresso, Che l’
ingiust'odio altrui creò sovente, E affatto lungi dalla molta gente Viva, che
appena me trovi in me stesso; Poiché il raro valor dal Ciel concesso A voi,
bell’alme, unisce Amor possente, Al pubblico piacer mio spirto sente Disio di
riveder l’alto Permesso, E cantar lieto in dilettosa schiera Vostro nodo real,
gli onor degli avi, E svelar que’ futuri invitti germi. Poi ricaggio in me
stesso, e da mie gravi Cure sospinto a tornar là dov'era, Di me, non per mia
colpa, ho da dolermi. Dalla raccolta: Vari componimenti per le felicissime
nozze degli eccellentissimi signori D. Tommaso Caracciolo marchese di
Casalbore, principe di Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de’ Duchì d’ Erce,
raccolti da GENNARO PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura
duca d’ Erce, Firenze. Di questa rarissima raccolta si conserva copia nella
Biblioteca Villarosa. RELAZIONE DELLA SEGRETERIA DI STATO AL RE SULLA SUPPLICA
DJ G. B. V. PEL CONFERIMENTO DELLA SUA CATTEDRA AL FIGLIO. Sefior,
Exponiendo 4 V. M. Juan Bapt.ta de V., Historiografo Regio y Profesor de
eloquencia en la Universidad de Estudios, son ya mas de quarenta afios, que ha
servido y sirve en dicha Universidad la Cathedra de Rectorica, col en tenue
sueldo de cien Ducados annuales, que le ha servido para el mantenimiento de su
pobre familia, hallandose ya en edad muy adelantada agravado y oprimido de
muchos achaques, y con especialidad de las angustias domesticas, y de la
contraria fortuna, por lo que se ha visto obligado et substituir en su lugar
interinamente en el servicio de dicha Cathedra 4 su hijo Genaro, mozo de
habilidad, y que asta aora ha sabido cumplir con publica satisfaciòn, suplica 4
V. M. se digne conferir la propiedad de dicha Cathedra al mismo Genaro, para
que despues del fallecimiento del mismo, pueda su pobre familia quedar con
algun apoio. El Capellan Maior representa a V. M. que el sobredicho Juan Bap.ta
de V. es benemerito de la Regia Universidad de Estudios, 4 la qual con sus
doctos trabajos ha hecho mucho onor; por lo que requiere la publica gratitud,
que se le atienda; que siendo el expresado su hijo mozo de habilidad, y
portandose ciertamente en el exercicio de su Ca 358 STUDI VICHIANI thedra con
todo aplauso, solo puede ser de algun reparo que la aplicazion del mismo et los
tribunales, pueda serle de embarazo, requiriendo una y otra aplicacion, cadauna
por si, todo un hombre, y la Cathedra de Eloquencia un profundo estudio en los
Autores Griegos y Latinos; por lo que le parezze puede V. M. consolar al
suplicante; quando haya la certidumbre de que dicho su hijo, dejando la
aplicacion 4 los tribunales, vuelva todo su animo à los estudios de la
eloquencia, y 4 los demàs que son necessarios para ser excelente en tal
profesion no facil, y éstimadissima. DISPACCI PER LA GIUBILAZIONE DI V, I. Al Cappellano maggiore.
Informato il Re da quanto V. S. I. ha rappresentato con l’ultima sua consulta
del 12 del caduto agosto, che al Lettore emerito di Rettorica nella R.
Università degli Studi D. Gennaro V. siano mancati ducati 120 l’anno, cioè
ducati 60, che godea come direttore dell’Alta antichità nell’Accademia Regale,
ducati 30 pel sostituto che dee mantenere, e per altri emolumenti che gli sono
minorati; ha S. M. con suoi sacri caratteri risoluto che gli si dia la
giubilazione con l’intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduto.
Nel real nome lo partecipo a V. S. I. per intelligenza sua e del ricorrente, e
per l'adempimento. Palazzo, 9 settembre Alla Segreteria dell’ Azienda.
Informato il Re da quanto gli ha consultato il Cappellan maggiore, che al
Lettore benemerito di Rettorica nella Regia I Arch. Sta. Napoli: Dispacci dell’
Ecclesiastico. Università degli Studi D. Gennaro Vigo (sîc) siano mancati
docati centoventi l’anno, cioè docati sessanta che godeva come Direttore del
Ramo dell’Alta antichità nell’Accademia Reale, docati trenta per il Sostituto
che deve mantenere, e per altri emolumenti che gli sono minorati, ha S.M. con
suoi sacri caratteri risoluto, che gli si dia la giubilazione coll’ intero
soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti. Lo partecipo di suo real
ordine a V. S. Ill.ma, affinché da codesta Scrivania di razione se ne disponga
l'adempimento. Palazzo, ‘a 9 settembre 1797 = Ferd. Corradini = Sig. Principe
d’ Ischitella. Arch. Sta. Napoli: Ordinario 82: Scrivania di razione, Lettori
pubblici. EPIGRAFI DI V.: I, Lirim Saepe robora cautesque Et quicquid sibi
obstet Nedum fluitantem scafam Secum în praeceps abridientem Ac proinde moriem
trajicientibus Minitabundum Ferdinandus IV Bonc Reip. natus Optimo censilio
Firmissimi pontis Quadrato lapide extructi Patientem effecit ut qui antea
multos dies in ripis haerere Cogebantur In posterum Ejus furorem Despectantes
Tuto et continuo itinere Transtirent ?. Utinam Pie VI Pontifex O. M. Isthaec
tua marmorea effigies Tuorum in Catholicum Orbem menitorum Memoria non
vinceretur. Deus vere Averrunce Si Per te clades Per te calamitates Avertuntur
Uno ore tuam fidem imploramus 1 Traggo dagli autografi posseduti dai sigg.
Villarosa queste altre quattro epigrafi di Gennaro V. per l’ interesse storico
che esse possono avere, lasciando ad altri di ricercare le occasioni per cui
vennero scritte. » Di questa iscrizione si trovano tra le carte di Gennaro
altre varianti, ma di poca importanza. Adsis dexter adsis praesens semper
propitius adsis Et cuncta nobis merito ingruentia mala Prohibeas In Vesuvit Jam
propinqui hostis Cladem Subjectis longinquisque Semper minitantis Iram cohibes
Qui anno superiore Annum integrum et plus eo Quasi ratione et consilio Sensim
ignem in alvo concepit = Paulatim egessit Eoque levi lapsu In rivos deductum
Doctus iter melius Innocuus devolvit Forsitan uti metu antea tuo nutui semper
parut Posthac consuetudine tuae voluntati votisque nostris obsecundare
assuescet. Regium hoc Templum Maximum Cavense Sanctae Dei Genttricis
Elisabetham invisentis Nomine, et tu tela augustum A. D. N. Ferdinando IV Rege
Jure Patronatus sibr vindicatum Erigi a solo coeptum An. MDVII Tum mole
fatiscens sua refectum Consecratum vero VI Non. Majas Terrae dehinc motibus.
Labefactum et restitutum Quum adhuc ultimam manum expeciaret Ordo Populusq.
Cavensis Eadem pecunia publica, quae illud evexit, refecitque Collata ut alias
a suis Pontificibus In opus symbola Absolutum tandem sublaqueavit Omnique ex
parte prisco squalore deterso Picturis opereque albario exornatum In novam hanc
splendidioremque formam Redigendum curavit I Credo accenni al gran miracolo,
operato [da S. Gennaro il 22 di ottobre del 1767], quando nel comparir sul
Ponte [della Maddalena] la statua d’argento del Santo, cessò di botto
l'eruzione » del Vesuvio (D’OnoFRJ, Elogio, p. LXxIH). Onde fu collocata sul
Ponte stesso la statua del Santo, con la destra levata verso il vulcano.
AVVERTIMENTI ! PER L’INSEGNAMENTO DEL LATINO di V. Essendo il ragazzo, siccome
si scrive, di talento, e che promette di sé liete speranze, sia cura del dotto
ed avveduto maestro non immergerlo troppo ne’ rudimenti di grammatica, li quali
poi dovrà dediscere; ma sopratutto esercitarlo nelle coniugazioni e
declinazioni, e nei principali precetti della sintassi; e tutto il di più
farglielo apprendere dall’ interpretazione de’ scrittori latini, essendo
grandissima la distanza del parlare de’ grammatici dal parlare de’ latini.
Questo basti: che nello spiegare lo scrittore latino gli facci fare in ogni
membro una minuta analisi delle parti che lo compongono, e non lasci passare
neppur la menoma particella senza spiegargliene la proprietà e la
significazione; e nella ripetizione farsene render conto. Di poi quel tratto
che ha spiegato, obbligarlo a riportarlo in iscritto tradotto, acciocché il
fanciullo di buon’ora si avvezzi a ben concepire, a nobilmente spiegare le
idee, non essendoci esercizio più profittevole per la gioventù quanto quello
delle traduzioni; poiché, avendo il giovane [da] trasportare da lingua in
lingua, ed avendo ciascuna lingua un genio particolare di concepire, e quindi
spiegare le idee, egli è costretto di riflettere I Dall’autografo esistente tra
le carte Villarosa.] ed esaminare la maniera propria con cui lo scrittore
latino ha concepito, e quindi spiegato quel pensiero, per poi studiarsi di
concepirlo e di spiegarlo secondo il gusto particolare della sua lingua natìa.
E questo è quello che si chiama spirito di lingua, che rende l’acquisto di una
lingua tanto difficile, che vi bisogna la vita di un uomo, per poterla
conseguire; dovendosi la diversità de’ termini e dei vocaboli riputare più
tosto un giuochetto di memoria. Quindi si rileva quanto vantaggio rechi ad un
giovane il continuo esercizio delle versioni, che, oltre al conseguire lo
spirito della lingua da cui trasporta, senza accorgersene, acquista e la norma
di saper con naturalezza ordinare li pensieri, e quindi saperli con felicità
concepire, e quindi con nobiltà e chiarezza spiegarli, consistendo tutta la
difficoltà nel concepire. Un pensiero felicemente concepito, sarà sempre
facilmente spiegato: Verba provisam rem non invita sequuntur. Onde Cicerone
disse: Oplimus dicendi magister stylus. Sento che sia esercitato nel tradurre
Cornelio Nipote e Virgilio. Perché due scrittori così vicini per l’età in cui
fiorirono, e così lontani per il genere in cui scrissero ?_ Non istimo proprio
ad un ragazzo, che appena sta imparando il volgar latino, metter in mano
Virgilio, che, come poeta, studia di allontanarsene quanto più può, secondo
quel detto di Cicerone, poétae alia lingua loquuntur. È l’istesso che se, per
far apprendere ad un oltramontano la nostra volgare lingua italiana, si
mettesse in mano Petrarca, Tasso, Ariosto.Li poeti, perché alia lingua
loquuntur, devono riserbarsi all’ultimo. Il giusto metodo d'’ istituire la
gioventù nello studio della lingua latina sarebbe farle prima apprendere
la lingua volgare e familiare latina, e per questa dovrebbesi ricorrere
alli purissimi due fonti inesausti di essa, Plauto e Terenzio, essendo
gli argomenti delle comedie avvenimenti che sì raggirano nell’uso della vita
privata; ma non si deve, per far apprendere la purità della volgar
lingua, esporre la gioventù al pericolo di corrompere la purità de’
costumi, che è quel che più deve interessare. Si eviti questo scoglio e
si sostituiscano l’ Epistole familiari di Cicerone, li di cui argomenti
sì versano presso a poco sull’ istesso: ed ecco che il giovane acquista
il sermone volgar latino. Spedito che sia il giovane nell'acquisto
della lingua volgare privata, mettergl’ in mano gli elegantissimi
Commentari di Giulio Cesare, ne’ quali acquisterà la lingua pubblica,
tanto necessaria per le arti della pace e della guerra; ed in essi
la conseguirà nella sua somma purità e chiarezza, e tale e tanta, che ne
riportò il grande elogio di Cicerone, che, parlando de’ Commentari di Cesare,
dice che egli li lasciò, perché poi ci fosse stato chi potesse scriverne l’
istoria: ma poi soggiunge: stultis gratum facere potuit, perché gli
uomini dotti ed avveduti disperarono poterne scrivere una storia
con quella limpidezza e eleganza, con cui Cesare scrisse li suoi
Commentari. | E Virgilio fu il solo tra i latini che non solamente
sostenne, ma ancora rivendicò la gloria del nome romano contro la superbia de’
disprezzanti greci, che solevan distinguersi da tutte le altre nazioni; e
ciò con qualche ragione in rapporto alla felicità della lor lingua. Il qual
pregio li romani stessi, che chiamavano barbara la maestosa lingua latina
quante volte volevano metterla al confronto della greca, con somma
ingenuità confessarono; come, fra gli altri attestati, ve n'è quello di
Plauto nella comedia intitolata Asinara, ove fa dire al Prologo, che
l’autore di quella comedia era stato Demofilo, poeta greco, e che M.
Accio Plauto l’aveva tradotta in latino: Demophilus scripsit, Marcus
vortit barbare, cioè latine. Così, al contrario, di rimbalzo, li romani
poterono rivendicare la gloria del loro nome con opporre a tutta la
Grecia il solo Virgilio, ché tutta la Grecia non aveva prodotto un
ingegno così stupendo e quasi divino, il quale feliciter audax era
riuscito egualmente ammirabile in tutti tre li caratteri del dire, nel
tenue ed umile nelle sue Bucoliche, nel florido ed ornato nelle Georgiche, nel
grande e sublime nell’ Eneide: e Torquato Tasso ardì d’imitarlo e
riuscì felice in due solamente: essendo costante in tutti li scrittori di
qualunque genere sieno, che chi è riuscito in una delle tre note, non è
riuscito nelle altre due; e così a vicenda: ed in fatti nella
pittura, la quale è sorella della
poesia: Poéma est pictura loquens, mutum pictura poéma. li
principi delle tre famose scuole che fecero risorgere tanto felicemente
la pittura in Italia, Raffaello d’ Urbino nel carattere tenue e delicato,
Tiziano nel complesso e carnuto, Michelangelo Buonarota nel robusto e
lacertoso, ciascuno non uscì fuori dei confini che si aveva
prescritti. Non dico poi di Orazio, il quale nelle sue liriche non
solo tentò di gareggiare con Pindaro; ma si foggiò una forma di
dire tutta nuova e tutta di conio suo così inimitabile, che dopo di lui
fiorirono tra i latini molti nobili poeti, ma niuno osò scrivere in quel
genere di poesia, in cui Orazio summum tetigerat; così inimitabile che
può dirsi, che egli fu il primo e l’unico che vi fosse riuscito.
Finalmente, per ritornare all’ intento, e render la ragione perché
li poeti debbano riserbarsi all’ultimo, essendo la loro locuzione lontanissima
dalla volgare, intendendo di escludere in rapporto della locuzione li
poeti comici, li quali solamente sono poeti riguardo all’ invenzione
della favola; imperciocché, per quel che s’appartiene alla locuzione,
devono usare una locuzione affatto volgare, come sopra si è detto.
Poi farlo passare alla lezione di chi cerca di elevarsi un poco al
di sopra del sermon volgare; ed a questo primo grado subentia la
locuzione oratoria, la quale, quantunque deve conformarsi al senso
comune, nulla di meno deve usare una maniera di ragionare più culta e più
elaborata, in guisa però che facciasi intendere dall’uom volgare; quindi
passare alla lezione delle Orazioni di Cicerone. Spedito che
sarà il giovane degli oratori, passi alla storia; la quale usa una
locuzione posta in mezzo tra la locuzione oratoria e la locuzione
poetica, perché lo storico ha da far due parti in comedia, le parti di
oratore, nelle allocuzioni, che fanno generali all’eserciti, magistrati a
popoli, come sono ammirabili quelle di Livio; ed ha da sostener le
parti di poeta nelle descrizioni di battaglie, di assedi, di espugnazioni di
città; onde Cicerone dice, che in historia funduntur verba prope pottarum: non
assolutamente poetiche; ma prope pottarum. Finalmente far passare il
giovane alla lezione de’ poeti; la di cui locuzione è lontanissima dalla
volgare, perché, siccome devono dilettare colla novità delle favole, così
ancora colle novità della locuzione, dall’ammirazione delle quali novità nasce
il diletto: usano nuove forme di dire che inebbriano l’anima di piacere;
richiamano in uso voci antiche e disusate, le quali, perché disusate,
chiamate in uso, sembrano nuove; adoperare voci straniere, le
quali, come le mode straniere, sogliono dilettare; e ciascuno si foggia
un nuovo genere di dire: ed ecco quel di CICERONE, 04tae alia lingua loquuntur.
E questo sarebbe il metodo profittevole alla gioventù nella lezione de’
scrittori latini. LETTERA DI FINAMORE A V, Ill.mo Signore, Signore e
Padrone Col.mo, Contestando la vostra favoritissima de’ 12 andante
con quella semplicità di espressioni e veracità di sentimenti che
inspira la fama de’ vostri rari talenti e della vostra [mo]destia 1; mi fo un
dovere di ringraziarvi distintament[e delle] gentilissime espressioni,
onde, ad onta del mio de[bole ingegno ?], mi onorate. Quindi protesto le mie
indelebili.... zioni alla vostra generosità che si compiacque.... non
solo di compatire una mia memoria sullfe antichi]tà di questa mia patria,
rimessavi dalla R. A[ccademia, ma] anche di considerarmi non indegno di esservi
aggregato. Allora io non seppi qual ne fosse stato il degno censore,
mentre ne ottenni la patente di socio nazionale; ma, colla pubblicazione
che nel 1798 fece il dotto segretario Napoli-Signorelli del primo
tomo del Regno di Ferdinando IV, p. 381, dove rilevai che vi compiaceste
fare alla stessa memoria vari commenti e proporre alcuni dubi da
sciogliersi da me medesimo, mi cadde il pensiero di leggere le vostre
erudite riflessioni ed approfittarmene pria che si pubblicassero negli
atti della R. A. Questo medesimo desiderio, anziché mancare, mi si
avanza di più in più, dopocché ho acquistata la vostra pa 1 Supplisco,
quanto è possibile, quel che manca per uno strappo dell’autografo.] dronanza,
e vi prego quanto so e posso di rimettermene una copia, giacché non
sappiamo quando si potranno riaprire le adunanze accademiche. Son sicuro che vi
compiacerete di soddisfare queste mie premure, e compatirete il mio
ardimento con quella urbanità che è propria d’un animo grande.Veramente
da una medaglia urbica disotterrata qui anni a dietro, del peso di una
libra di bronzo, coll’epigrafe greca ANZANON e nel rovescio ®P, si
conosce che il nome poi latinizzato di Anxanum, sempre identico a questa
città, sia di origine greca; ma non saprei donde derivi la sua vera
etimologia. Fatemi grazia d’illuminarmi su tal particolare, scusando
sempre la mia impertinenza. Ai maestri di filosofia si dee sempre
ricorrere in simile rincontro. Volendomi onorare di vostri
graditissimi comandi non meno de’ vostri caratteri, vi prego di
diriggermi le vostre lettere per la posta, e di significarmi se per la
stessa possa diriggervi a dirittura le mie. Sono intanto con
la più perfetta stima e divozione di V. S. Illma
Lanciano. Div. obblig.mo Serv. Vostro FINAMORE
!. I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa. Se Giambattista
V. redivivo vedesse questa Italia senza né Spagnuoli né Austriaci,
padrona di sé, grande tra le grandi nazioni di Europa direttrici della
civiltà, conscia della sua dignità, fiera della gloria de’ suoi figli
maggiori, che anche nei secoli più bui e più duri della divisione
politica e della servitù la fecero con l’altezza dell’ ingegno celebrata
e ricercata da tutte le genti più culte, potente collaboratrice, maestra
privilegiata d’ogni arte più splendida e d’ogni più originale scienza: la
vedesse questa Italia tutta qui convenuta in ispirito a rendergli onore in
questa aula magnifica della sua rinnovata università; Giambattista V.
sarebbe, non sorpreso, ma sbigottito di così insigne riconoscimento, che
egli non avrebbe mai sperato. Ma poiché, per alta che fosse
la sua intelligenza, l’animo era ingenuo come di fanciullo e sensibile
alla lusinga della lode, lo sbigottimento facilmente cederebbe il luogo
alla schietta commozione, con la quale tornerebbe a ringraziare ancora
una volta la Provvidenza delle traversie d'ogni genere sofferte durante tutta
la sua grama esistenza; poiché queste traversie infine erano state la
causa per cui egli si ritirasse e concentrasse sempre più nella sua solitaria
meditazione e facesse le sue scoperte, e scrivesse il suo capolavoro, la
Scienza Nuova; e fosse, insomma, Giambattista V.. Aveva pubblicato da
poche settimane, anzi da pochi giorni, il suo gran libro; e con quanta
trepidazione ne aspettasse i primi giudizi dei concittadini nessuno dei
quali (egli pur lo sapeva !) era propriamente preparato a rendersi conto
dei profondi concetti animatori della sua opera, si può vedere
dalla lettera che scriveva a un amico. Lettera dolente e superba, ma tutta
piena di alta fede religiosa: In questa città sì io fo conto di
averla mandata al diserto, e sfuggo tutti i luoghi celebri per non
abbattermi in coloro a’ quali l’ ho io mandata; che, se per necessità
egli addivenga, di sfuggita li saluto: nel quale atto non dandomi essi né
pure un riscontro di averla ricevuta, mi confermano l’oppenione di averla
io mandata al diserto. Io poi devo tutte le altre mie deboli opere d’ ingegno a
me medesimo, perché le ho lavorate per mie utilità propostemi affine di meritare
alcun luogo decoroso nella mia città: ma poiché questa università me ne
ha riputato immeritevole, io certamente debbo questa sola opera tutta a
questa università, la quale, non avendomi voluto occupato a legger
paragrafi, mi ha dato l’agio di meditarla ». (Dove si accenna alla
gravissima delusione toccatagli nel concorso alla importante cattedra di
Diritto civile della mattina, alla quale aspirava e si veniva preparando da
molto tempo). Sia per sempre lodata la
Provedenza, che, quando agli infermi occhi mortali sembra ella tutta
rigor di giustizia, allora più che mai è impiegata in una somma benignità
! Perché da quest’opera io mi sento avere vestito un nuovo uomo, e pruovo
rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della mia avversa fortuna, e
di più inveire contro alla corrotta moda delle lettere, che mi ha fatto
tale avversa fortuna, perché questa moda, questa fortuna mi hanno
avvalorato ed assistito a lavorare quest'opera. Anzi (non sarà per
avventura egli vero, ma mi piace stimarlo vero) quest'opera mi ha
informato d'un certo spirito eroico, per lo quale non più mi perturba
alcuno timore della morte e sperimento l’animo non più curante di parlare degli
emoli. Finalmente mi ha fermato, come sopra un’alta adamantina ròcca, il
giudizio di Dio, il quale fa giustizia alle opere d’ ingegno con la stima
de’ saggi, i quali, sempre e da per tutto, furono pochissimi »
!. Lett. al p. Giacco, in V., L’Autob., il Carteggio e le poesie
varie, ed. Croce-Nicolini. V. nasce in uno stambugio sopra la botteguccia
del padre, in via San Biagio dei Librai, n 3I. Giacché il padre era
libraio, figlio d’un contadino di Maddaloni: modestissimo libraio, sposato a
una povera donna, figliuola, a sua volta, d’un carrozziere. Famiglia
numerosa: otto figli. Ambiente povero, buio, triste: dove, anche
senza la tremenda caduta da una scala per cui il fanciullo settenne si
ruppe il cranio e perdette molto sangue ed ebbe bisogno di tre anni di
cure per riaversi o muore, prediceva il
cerusico, o sopravvive idiota! era
impossibile che non crescesse gracile, malinconico, infermiccio, come
restò tutta la vita. Dal n. 31 il padre si trasferì al n. 23, di
rimpetto al Banco della Pietà !: anche qui bottega e mezzanino soprastante.
Poca aria e poca luce, e povertà. Quando perciò il fanciullo a dieci anni
poté tornare a scuola, l’anda1e e il venire erano boccate d’aria
vivificanti; quantunque non ci fossero giuochi né spassi per lui
studiosissimo, cresciuto tra i libri, impaziente della necessaria
lentezza e gradualità dello studiare in comune con coetanei men veloci
nell’apprendere. E per la sua malinconia e precocità, ombroso,
puntiglioso. Abbreviò il corso elementare de’ suoi studî, fin d'allora
autodidatta; e iscrittosi poi nel Collegio dei Gesuiti (al Gesù Vecchio) alla
seconda classe di grammatica, se ne ritrasse però prima della fine
dell’anno scolastico per un torto fattogli dai maestri in una gara in cui
aveva vinto i primi della classe. Si chiuse nella libreria paterna e nel
mezzanino di sopra. E giorno e notte sui libri. Da sé quindi, a furia,
compì gli studî di grammatica e di umanità: tutta la sua istituzione
letteraria. Scoraggiato, per la filosofia, da una astrusissima logica,
che gli era stata consigliata, si svogliò e distrasse. Tentò più
tardi tornare dai Gesuiti; ma quantunque il maestro quivi gli desse
! Per tutte le abitazioni del V. cfr. Note all’Autobiografia, dove
sono i risultati delle molteplici sagaci esaurienti ricerche del Nicolini.] il
gusto d’una metafisica che andò a genio al giovinetto allora forse quindicenne,
gli parve che troppo costui andasse per le lunghe con le sue scolastiche
distinzioni e sottodistinzioni; e si ritrasse pertanto da capo a studio
privato, e da sé condusse a termine, con grande applicazione, il corso di
filosofia; dal quale si accedeva alla Università. In questa, dopo avere
fatto da sé, solo frequentando per un paio di mesi lo studio d’un
canonico vicino di casa, insegnante di diritto di molta fama, s' immatricolò
nel 1688 alla facoltà di Leggi; e vi fu iscritto per quattro anni. Ma non
vi mise mai piede, dividendo il suo tempo tra gli studî giuridici, i
lette1arî e i filosofici, pei quali allora come sempre qui a Napoli
grande era l’ interesse delle persone colte. Una volta tentò i tribunali,
in una causa civile, in difesa del padre. E la fortuna gli arrise; ma
sentì egli che non era nato per la carriera forense. Accettò l'offerta di
recarsi a Vatolla, nel Cilento, precettore privato in casa di certi
signori. E lì rinvigorì la salute, che tia gli stenti di Napoli era
minacciata da tisi; e lontano dalle angustie familiari ebbe per nove anni
ozio e serenità d’animo e agio per compiere il maggior corso, com'’egli
più tardi ricordava, de’ suoi studî. Non aveva peraltro trovato la sua
via. Le letture dei libri recenti di cui nelle sue gite a Napoli si
provvedeva, non erano ordinate. Ma ogni autore metteva in movimento lo
spirito del giovane, lo faceva pensare. E quelle meditazioni
assidue erano più feconde d’ogni più metodica lettura. Ci rimane di
quel tempo una canzone Affetti di un disperato, documento del pessimismo
a cui di tratto in tratto lo spingevano l’ incertezza dell'avvenire, il
pensiero della famiglia lontana miserabile, e sopra tutto il bisogno
inappagato di trovare, in quella sua indole raccolta e meditabonda, una
soluzione a certi problemi angosciosi. Erano i problemi che letture e
forse ricordi di conversazioni avute a Napoli coi letterati inclini
all’ateismo venuto di moda tra gli spiriti forti, gli avevan fatto intravvedere
prima confusamente, poi scorgere in maniera sempre più chiara e paurosa
per la sua anima severamente educata nella fede religiosa e di tempra
profondamente mistica. Ma anche i dubbî, gli errori, che più tardi
ricorderà !, degli anni giovanili, erano pungolo a scrutare più addentro
nel proprio pensiero; finché non gli parve di trovare in Platone e nei
Platonici sopra tutto del Rinascimento italiano il fondamento speculativo
incrollabile alle sue sante credenze. Il periodo del ritiro cilentano
ebbe termine; e V. tornò a Napoli. Aveva ventisette anni; il padre
vecchio; sui fratelli non era da fare assegnamento. Bisognava provvedere
alla famiglia, oltre che alla propria persona. Ricerca affannosa di
un’occupazione stabile, anche umile. E intanto ripetizioni, anche
elementari, mal retribuite e difficili a trovare. Lavori letterari
d'occasione (orazioni, sonetti, canzoni) procuravano bensì qualche magra
soddisfazione alla ambizione del giovane ormai maturo, a cui invano
autorevoli personaggi cercavano onorato collocamento. Un d'essi non seppe
far di meglio che consigliargli di farsi frate. Chiese la carica di
segretario del Municipio, che era ufficio, allora, da letterato, poiché
si carteggiava in lingua latina. Ma la domanda non fu accolta. Due anni
dopo, finalmente, concorse alla cattedra universitaria di Eloquenza; e l'ottenne.
Lo stipendio però era di 100 ducati l’anno, poco più di 35 lire al mese,
oltre gli emolumenti non cospicui provenienti dai certificati che l'insegnante
di quella cattedra rilasciava per l’immatricolazione degli studenti alle
varie facoltà. E di cento ducati rimase lo stipendio di V., finché
nel 1735 una riforma di tutto l’ordinamento universitario I Lett.
al p. Giacco del 12 ottobre 1720. Per questi errori giovanili del V. v. CROCE,
La filos. di G. B. V.3, p. 286 e Intr. a FINETTI, Difesa dell’autorità
della S. Scrittura contro G. B. V., Bari; NICOLINI, La giovinezza di G. B. V.,
Bari; A. Corsano, Umanesimo e religione in G. B. V., Bari. non
glielo raddoppiò; nello stesso anno che il nuovo re Carlo di Borbone,
seguendo il suggerimento del suo cappellano maggiore, uomo di larga mente e
dottrina, molto benevolo estimatore di V., lo nominò istoriografo regio con
altri cento ducati di assegno. Ma V. era già presso che al termine della
sua carriera; e se fin allora, pur tra disagi, rinunzie e sacrifizi
inenarrabili aveva potuto trascinare avanti l’esistenza, s'era dovuto aiutare
con i proventi d’uno studio privato di rettorica, aperto in una sua
casetta in V.lo dei Giganti, mutata cinque anni dopo in altra alquanto
più ampia al largo dei Gerolamini. Cambiò casa ancora tre volte; e
finalmente nel ’43 andò ad abitare ai Gradini dei Santi Apostoli, dove muore. Appena
ottenuta la cattedra universitaria, V. non perdette tempo: sposò una povera
donna analfabeta e, quel che è più, inetta al governo della casa; e ne
ebbe via via otto figli, cinque dei quali sopravvissero; e due
procurarono al padre grandi gioie, ma uno altresì dolori acerbissimi.
Com’egli vivesse in mezzo ad essi fanciulli, lo dice egli stesso
nell’accenno che reiteratamente ! fa ne’ suoi scritti al costume suo di
meditare e scrivere in mezzo alle conversazioni dei familiari e allo
strepito de’ figliuoli. Altro che la quiete e il silenzio di cui sente il
bisogno ogni scrittore ! Ma la stessa cattedra modesta avuta in sorte gli
procurava almeno una volta l’anno una segnalata soddisfazione;
poiché al professore di Eloquenza spettava di leggere, nel giorno dell’
inaugurazione degli studî, un’orazione latina, sopra argomento d’ interesse
generale e filosofico, alla presenza di tutti 1 colleghi e degl’illustri
personaggi che erano invitati allora come oggi a tale solenne cerimonia. V.
ne aveva occasione I Autob.] ad esporre nel latino aureo, di cui
la familiarità quotidiana con gli scrittori classici lo aveva reso
maestro, i più alti concetti che nelle sue meditazioni veniva maturando
intorno alla natura dello spirito umano, alla società, a Dio. In nuce
oggi possiamo scorgere in quei concetti quasi tutta la filosofia
posteriore. E V. doveva in quelle occasioni cominciare ad assaporare il
gusto del pensiero, che, levandosi sovrano sopra tutte le cose e tutte le
idee, acquista la coscienza di non so che divino, che è la sua forza e la
sorgente della sua superiore certezza. Onde a lui veniva fatto di dire,
non potersi il fine degli studî altrove collocare che nel proposito di
coltivare una specie di divinità dell'animo nostro ». La sua
filosofia platonizzante lo confermò poi sempre in questa intuizione
della divina essenza delle idee, che l’uomo scopre con la riflessione
dentro il proprio animo, e quindi di questa natura eroica, come già diceva
Platone, ossia partecipe del divino, che è propria dello spirito umano
che venga in possesso della verità. Intuizione, che fu sempre l'’
ispirazione più profonda del carattere religioso del suo pensiero e di quella
lirica commozione che scuote ognora più vigorosamente la sua filosofia. Scrive
infatti vivendo il suo pensiero come una demoniaca rivelazione interiore,
che lo eleva al di sopra di sé e gli dà quella certezza che il
pensiero umano attribuisce alla mente divina. Comporre quelle
orazioni, leggerle a quegli uditori d’eccezione, in cui si raccoglieva
il fiore dell’ intelligenza e della cultura napoletana, e poi per
giorni e giorni serbare le impressioni provate in quell’ora solenne, e
illudersi magari sul valore degli applausi di cui, sì sa, raramente
l’uditorio è avaro all’oratore che finisce di parlare, era pure un motivo
di compiacimento. In parte era anche appagamento dell’amor proprio di
letterato, a cui V., come i suoi coetanei spasimanti per gli ozî, le
parate e i mutui incensi delle accademie era sensibile (e forse in
modo anche superiore all’ordinario, in ragione del candore
dell’uomo vissuto per lo più fuori del mondo); ma in parte era la
gioia che prova ogni nobile spirito al cospetto della verità o di
quella che innanzi gli splende come tale. Lampi di luce che rischiaravano
a un tratto la penombra faticosa e triste a cui il povero filosofo
abitualmente era condannato. Ma l’animo ne era spinto a innalzarsi dalle
miserie della vita quotidiana al puro cielo dei grandi pensieri luminosi
e rinfiancato a durare nella fatica e nella meditazione. Lezioni pazienti e
umili, prosaiche cure domestiche, e letture di grandi scrittori
antichi e moderni che lo traevano in su, alle cose serene e
immortali. Quelle orazioni, salvo qualche riecheggiamento di filosofia
cartesiana, allora diffusa a Napoli come l’ultimo figurino di Francia, si
aggirano tra le idee platoniche. Ondeggiano pertanto tra la
raffigurazione di un divino mondo trascendente, di là da questo della
vita nostra mista di luce e di tenebre, di dolori e di gioie, di essere e di
non essere, e un acuto senso dell’unità profonda del divino e dell'umano, e
però della grandezza e potenza creatrice dell’uomo considerato in quella
sua spirituale essenza, dove l’alta vena del divino preme a scorgere
l’uomo alla cognizione del vero e alla volontà del bene e ad ogni arte
che conferisce ai mortali il dominio delle loro passioni e delle forze
stesse della natura. Ma cogli anni l’orizzonte di V. si allargava e
arricchiva. Leggeva Bacone, che con la sua critica dell’antico
sapere, fondato su presupposti razionali e costruito per deduzione
raziocinativa, col suo vigoroso appello all’esperienza, al particolare, al
mondo che non è nel pensiero, ma di fronte ad esso, non conosciuto a
priori, ma da conoscere, da studiar sempre perché non mai abbastanza
conosciuto, con l’alto suo grido dell’ instauratio magna ab imis
fundamentis a cui la scienza moderna doveva accingersi, gli aprì quasi
gli occhi ad una seconda vista. Cogttata et visa (titolo di uno scritto
baconiano) divenne uno de’ motti prediletti di V.. Pensare,
analizzare i pensieri, criticare le opinioni ricevute nell’animo, sì; ma
prima vedere, percepire, aprire l’animo al nuovo, con cui la vigile
esperienza ad ora ad ora lo investe, lo scuote, lo trasforma. Cartesio a
lui platonico aveva già mostrato chiaramente il carattere tutto moderno
di quel pensiero a cui il filosofo francese richiamava; e che non era più
pensiero in sé, la verità divina a cui lo spirito umano aspira, ma il
pensare dell’uomo che ha coscienza di sé, del fatto in cui esso consiste.
Fatto umano, ma certo. Coscienza, non propriamente scienza. Fatto
che è lì nello spirito umano, nella coscienza che questo ha di sé; non
più. Ma, come tal fatto, investito d’un valore che è discutibile che
possa attribuirsi alla verità, quale il pensiero, analizzando e
deducendo, ce la pone innanzi. Si tratta di quel valore di certezza, che
è il primo postulato del pensiero moderno, stanco d'ogni dommatismo e di
ogni affermazione, per logica che sia, della quale naturalmente si possa
dubitare. Altro il vero, altro il certo. E la sete di certezza, ossia di
una verità che non sia passivamente ricevuta, ma acquistata come la
verità che consti, e sia nostra verità, della quale non si possa dubitare
senza rinunziare al pensare, e che perciò regga a ogni critica, e sia da
accogliere non perché si abbia la fortuna o sfortuna di appartenere a una
chiesa, a una scuola, a una gente, ma perché si è uomini dotati di
ragione; questa è l’ inquietudine salutare che muove il pensiero
moderno: nella filosofia, come nella religione, nella politica e in
ogni forma della cultura. Inquietudine non di spiriti scettici,
rassegnati alla propria ignoranza, anzi di spiriti positivi, costruttori, che
han bisogno di possedere saldamente la realtà. E questa
inquietudine riempie l’animo di V. quando nel 1708, riprendendo
l’abitudine da un biennio intermessa delle orazioni inaugurali, scrisse
il discorso De nostri temporis studiorum ratione, pubblicato con aggiunte
l’anno dopo. È una polemica contro l’ imperante cartesianismo, contro
quel filosofare superbo, sprezzante di ogni erudizione storica od
esperienza o poesia, o forma, in genere, della vita spirituale che non
sia puro pensiero o astratta ragione: filosofare sordo alla storia, alla
vita sociale, ai sensi, alle passioni, d’un astratto spirito tutto
ragione, senza né memoria, né fantasia, né percezione sensibile, chiuso in sé e
lavorante nel vuoto. Rivendicazione quindi del concreto, del particolare, dello
storicamente determinato; di quello che non si deduce, ma si
apprende, direttamente, materia di topica», come V. ama dire nel
linguaggio della retorica tradizionale, prima che di critica». Filologia, non filosofia. Ma
affermazione insieme della necessità della critica, della filosofia a
complemento e intelligenza d'ogni sapore filologico o comunque di fatto.
Certo e insieme vero. Su questo punto si concentrò l’attenzione del
filosofo, che l’anno appresso si trovava ad aver delineato nella mente
tutto un sistema di filosofia, di cui pubblicò nel 1710 la prima
parte contenente la metafisica; tre anni dopo abbozzò, in un opuscolo,
stampato postumo verso la fine del secolo in una rivista napoletana
finora irreperibile, la parte seconda relativa alla fisica; e tralasciò
la terza, la morale, poiché la materia di essa venne assorbita nelle
maggiori opere posteriori. Questo De antiquissima Italorum sapientia
diede fama all'autore, facendolo conoscere fuori di Napoli, specialmente per l’
importante polemica che ne seguì tra gli scrittori del Giornale de’
Letterati d' Italia, che si pubblicava a Venezia, e V.. Ma quel che
attrasse l’attenzione fu piuttosto la cornice che il quadro: non la
dottrina espostavi, in cui era l'originalità e l’importanza storica,
notevolissima, dell’operetta, ma l’ ipotesì artificiosa e falsa con cui questa
dottrina era presentata come dottrina antichissima degli Italiani,
attestata dalle etimologie di alcune voci della lingua latina interpretate
col metodo arbitrario usato da Platone nel Cratilo. Ipotesi di cui
il primo a fare più tardi la critica perentoria sarà esso V., quando
dimostrerà l’assurdo dei dotti, che da Platone in poli avevano attribuito
ai primitivi una sapienza riposta, ossia una vera e propria filosofia. Ma
la cornice, come accade, compromise il quadro, poiché gli uomini guardano
più alla forma che alla sostanza; e la sostanza, che era una
scoperta da fare epoca, passò inosservata. Era la soluzione del
problema della moderna filosofia, dell’unità, come dirà V. stesso,
del vero col certo, del pensiero con l’esperienza, delle idee con i
fatti, o, secondo una formula prediletta da V., della filosofia con la
filologia. Giacché in questa prima parte del De antiquissima V. premetteva
alla stringata esposizione della sua metafisica una sorta di dinamismo spiritualistico
analogo alla contemporanea monadologia leibniziana, che ben servirà di
sfondo alla filosofia che V. svolgerà poi nella Scienza Nuova un cenno di teoria del conoscere che ha
una strana somiglianza, pur essendone differentissima, con la celeberrima
teoria che sarebbe stata esposta settant'anni dopo da Kant nella Critica
della ragion pura. Dove tutti gli storici della filosofia asseriscono
aver ricevuto del pari soddisfazione, ed essere stati quindi conciliati,
gli opposti indirizzi filosofici precedenti dell’età moderna: quello
empiristico che comincia con Bacone e giunge allo scetticismo di D. Hume
e quello razionalistico che da Cartesio arriva alla metafisica di
Leibniz. Ma la conciliazione era stata fatta qui a Napoli settant'anni
prima in questo modestissimo libricciolo vichiano con la teoria fermata
in un motto di conio scolastico diventato poi quasi proverbiale: verum et
factum convertuntur; ossia, il vero consiste nel fatto, poiché chi sa è chi fa,
e della natura non fatta da noi, noi non possiamo osservare perciò e
conoscere se non le apparenze, o i fenomeni, come aveva pur detto
Galileo; e del perché, della essenza dell’operare che a noi si manifesta
in forme fenomeniche, non ci è dato fare altro che una scienza per
congettura, probabile e soddisfacente per la ragione, ma priva di quella
certezza, che è carattere specifico del sapere scientifico. Con certezza
noi possiamo sapere quel tanto di cui noi siamo autori. Poco, secondo le
prime riflessioni suggerite a V. dalla sua scoperta: ossia le grandezze
matematiche, che sono innanzi a noi ed esistono, in quanto noi le
costruiamo (numerando o tracciando triangoli e quadrati). Così
anche per V. in questa prima forma della sua gnoseologia, le matematiche,
come per Galileo e per la massima parte dei pensatori contemporanei,
rimangono il tipo della scienza perfetta. Non impoita per altro qui
vedere quali scienze V. conceda alla mente umana; importa invece il
carattere che egli attribuisce alla scienza: questo carattere costruttivo della
realtà che ne è l'oggetto. Concetto che evidentemente nega la
preesistenza dell’oggetto alla mente che lo conosce, e conferisce a
questa un’attività creatrice di quel mondo che essa è in grado di
conoscere; sicché la certezza del fatto viene a coincidere con questa intimità
della mente al mondo di cui è artefice. È la certezza del poeta che è il
creatore de’ suoi fantasmi, come Dio crea gli uomini vivi; ed è perciò
dentro di essi, e ne conosce tutti i segreti. La verità è, sì, pensiero
(evidenza delle idee alla mente), come voleva Cartesio; ma il
pensiero non è spettatore di quel che si rappresenta, bensì
produttore. Il fatto di cui perciò siamo certi, non è quello di cui siamo
testimoni; ma quello invece di cui noi siamo gli attori (costruendolo o
ricostruendolo). Si vedrà poi se noi siamo costruttori e creatori
di astratti numeri e di astratte entità geometriche, o di qualche
cosa di più saldo e reale; e cioè di quanto il nostro potere s’assomiglia
a quello che attribuiamo a Dio. Intanto la via è aperta. E V.
procederà. Procede speculando, chiuso nel suo cervello, anche nei
colloqui amichevoli e tra gli strepiti domestici. I coetanei non
sospetteranno questo nuovo mondo che egli viene tentando e scrutando con
trepidazione. Quelle sue pretese etimologie delle parole più filosofiche
della lingua latina lo avevan fatto apparire agli occhi dei letterati
piuttosto un pedante che un pensatore: lo avevan screditato cervello
balzano e incline ad abusare della dottrina, anziché dimostrare
l’elevatezza eccezionale del suo ingegno filosofico. Un lavoro
storico scritto tra per commissione, la Vita di Carafa, gli diede occasione di
leggere il De iure belli et pacis di Ugo Grozio; e questo poi gli fece
cercare gli altri autori famosi di diritto naturale, Giovanni Selden e
Samuele Pufendorf; e gli spiegò innanzi al pensiero più vasto e concreto
orizzonte che non fosse quello degli astratti concetti ricavabili o no da
poche etimologie latine: il mondo della storia al suo primo uscire dalla
barbarie alla civiltà mediante il formarsi del diritto. Tutta una storia
da ricostruire solo in piccola parte filologicamente, e nel suo
complesso invece per congetture e argomenti di ragione appoggiata a
considerazioni filosofiche intorno alla natura umana. Il problema dell’origine
storica e ideale del diritto gli si affacciò subito come il problema
dell’origine e della natura dell’umanità, o della civiltà (poesia e religione,
istituzioni sociali e giuridiche, scienze e filosofia): tutto l'insieme
delle cose umane, dipendenti comunque dalla volontà o dalla intelligenza
dell’uomo: quello che più tardi V. stesso dirà
mondo delle nazioni ». Problema di preistoria, che era poi un
problema di storia, ma sopra tutto un problema di filosofia. Poiché
le origini non si prestavano a essere ricostruite e interpretate se
non al lume della stessa natura operante nel processo storico del diritto
e in genere della civiltà; e quindi in base al concetto di questa natura
onde si rende intelligibile ogni punto del processo storico. Il grande
posto che occupava nella cultura e nell'ordinamento universitario il
Diritto romano veniva per tal via ad illuminarsi agli occhi del V. di nuova
luce. Quelle antiche fonti della giurisprudenza romana, che agli
occhi suoi erano state fin allora argomento di osservazioni
filologiche, a un tratto si innalzarono a sorgenti della più
veneranda sapienza; le parole diventarono cose, la filologia si
trasfigurò in filosofia. Donde una più intensa applicazione
del V. al diritto. Quindi l’idea di non più tentate ricostruzioni del
diritto romano e di tutta la storia che nel diritto converge; e la
pubblicazione del Diritto Universale, ossia di due volumi, uno De
universi juris uno principio et fine uno e l’altro De constantia
iurisprudentis, preceduti dalla Sinopsti del diritto universale (foglio
volante che anticipava l’ idea dell’opera) e seguito nel ’22 dalle Notae,
contenenti aggiunte e correzioni. Quindi la speranza per qualche anno
accarezzata e finita nella dolorosissima delusione che s'è veduta, di
poter aspirare alla grande cattedra mattutina di Jus civile (che gli avrebbe
sestuplicato il troppo magro stipendio). Ma, sopra tutto, il primo
scontro, per così dire, in campo aperto, di V., studioso, filosofo,
scopritore di nuove idee e grande riformatore della scienza del suo
tempo, coi rappresentanti di questa, che erano poi gli uomini con cui egli
doveva vivere e fare 1 conti. Il largo giro delle questioni abbracciate
nel Diritto Universale, non pure giuridiche e filosofiche, ma religiose,
storiche e letterarie, interessanti ogni genere di studiosi di
scienze morali, e l'originalità delle tesi che in ogni campo l’autore
vi propugnava, in un primo abbozzo di quella che pochi anni dopo
sarà la Scienza Nuova (pubblicata dall'autore la prima volta nel '25, la
seconda nel ’30 e l’ultima nel ’44) non poteva non mettere in qualche modo il
campo a rumore. Ma la sorte del Diritto Universale fu subito quella che
sarà più tardi la sorte dell’opera maggiore e più matura. La forma del
pensiero vichiano era così paradossale e, in apparenza, così intenzionalmente
rivoluzionaria rispetto alle opinioni tradizionali, così ostentata, col
solito candore del filosofo, la propria originalità, così frammentarie e
affrettate le prove filologiche dove ne occorressero, così pregnanti e
sommarie quelle filosofiche a cui più spesso si faceva ricorso, così rapida e
pure involuta e contorta l'andatura del pensatore, tutto rapito
nella gioia delle sue intuizioni e nulla curante del pubblico a cui pur
s' indirizzava, da procurare al V. la taccia di oscurità, che pesò a lungo, in
vita e dopo, sulla opinione che si ebbe di lui e impedì l’ intelligenza e
la fortuna del suo pensiero, e gli diede mala voce tra i contemporanei.
Gli venne la fama di spirito malinconico, bizzarro, senza criterio, privo
di buon senso, stravagante, cervello imbrogliato e fantastico; e
anche peggio. Amici, o malevoli, tutti celieranno sulla oscurità
del filosofo. Era ripreso comunemente per oscuretto, scrisse con la sua
mite bonomia il Metastasio. L’acre Giannone dava ragione a quel dotto
napoletano che si stomacava in
vedere che i compilatori degli Att# di Lipsia tanto si travagliano
per intendere le fantastiche ed impercettibili idee del V., quando, per
non torcersi il cervello, non dovrebbero nemmeno fiutare i suoi
librettini »; e quando vide l’autobiografia vichiana, non si peritò di
battezzarla la cosa più sciapita e trasonica insieme che si potesse mai
leggere. Di certe composizioni letterarie del filosofo, come di
quell’orazione che egli scrisse con magnificenza di stile per la morte
d’una culta gentildonna, che lo aveva degnato della sua benevola
amicizia, Angiola Cimini marchesana della Petrella, si rideva; e un
letterato di buon umore ne fece strazio in una satira bernesca, che
girò per Napoli manoscritta, rappresentando il filosofo maestro di scuola.
V. stranulato e smunto Colla ferola in mano e ’l Passerazio
(che era un commentario ai poeti elegiaci romani). Della orazione per
un’altra dama, che V. stesso mostrava a un letterato senese venuto a
fargli visita nel 1726, questi scriveva a un amico le stranezze notatevi,
aggiungendo: Il bello che vi ha in
questo discorso è che nella prima sola facciata vi sono due periodi, nel
primo dei quali tra ’1 nome agente ed il verbo ci corrono undici versi e
nel secondo quattordici ». Il lucchese Sebastiano Paoli, sopra un
esemplare della Scienza Nuova inviatogli dall'autore annotò un suo
distico: Culpa mea est, solus si non capio tua dicta; Culpa tua est,
nemo si tua dicta capit. E certamente era in buona parte colpa del
V. se nessuno, proprio nessuno, lo capiva. Vero quello che egli sentenzia
in una sua bellissima lettera del ’29, quasi a propria discolpa: So
bene che ’1 comune degli uomini è tutto memoria e fantasia: e perciò hanno
sparlato tanto della Nuova scienza, perché quella rovescia tutto ciò che
essi con errore si ricordavano e si avevano immaginato de’ principî di tutta la
divina ed umana erudizione. Pochissimi sono mente » 1. Vero altresì
quel che egli dice nella stessa lettera e altrove della cultura
contemporanea, tutta dietro ai metodi, per se stessi vuoti I
Autob.] e infecondi, e all’analisi laddove l’ ingegno è sintesi, e alla
critica, che genera lo scetticismo, sempre a caccia del facile, del
chiaro, ignorando che la facilità così fiacca ed avvelena gl’ ingegni
siccome la difficoltà gl’ invigorisce ed avviva; e quel correr dietro ai
compendî, ai manuali, ai dizionari, che sono il cimitero delle scienze.
Tutto verissimo; ma restava che egli, fisso nelle idee che sgorgavano con
vena abbondante e impetuosa dalla sua potente ispirazione, ne era trascinato
come da un estro, da un furore eroico, e non sentiva più il freno
dell’arte; non era più in grado di mettersi avanti il suo pensiero per
introdurvi quell’ordine, che si richiede a dare unità così a un periodo,
come ad un libro o a tutto un sistema di idee. Ma coloro che favoleggiano
di tragedia vichiana, di una lotta trilustre incessante del V. con la sua
materia, ribelle ad ogni regola, ad ogni lavoro che la riducesse a
lucidus ordo, a forma efficace e persuasiva, e la rendesse prima di
tutto ben chiara e distinta allo stesso V., non distinguono in
questa famosa questione della oscurità di V. due cose differentissime.
C'è l'oscurità oggettiva, per dir così, e c’ è l'oscurità soggettiva.
L'una propria del pensiero non logicamente configurato, quale dev’essere perché
possa valere in sé, essere comunicato altrui ed inteso da chi ascolta
come da chi parla, da chi legge come da chi scrive. L’altra è l’oscurità
sentita dallo stesso autore, che vede e non vede, ma sospetta le lacune
che non sa colmare nel suo pensiero, e non possiede insomma la verità che
gli brilla da lungi davanti, che egli si sforza di raggiungere ma non vi
riesce. La proclamazione frequente che s’ incontra in V. delle proprie
scoperte dimostra una coscienza fermissima d’essere in possesso del vero;
e lo stesso stile poetico, tutto fantasia corpulenta ed espressioni scultoree
che si scolpiscono infatti nella fantasia del lettore e non si
dimenticano più, sprezzante di ogni cura didascalica, tutto vibrante di
passione e infuso di trionfante eloquenza che si spande con l’empito d’una
forza di natura tutte qualità che sono caratteristiche della prosa
vichiana e ne costituiscono la grande attrattiva, e stavo per dire l’
incanto dimostrano che egli è convinto
bensì di trattare cose molto difficili, e che richiedono lunga e aspra
meditazione ad essere intese; ma è convinto altresì che gli altri, per
difetto loro, trovano oscuro quel che splende alla sua mente di
luce abbagliante. Non è un maestro esemplare perché, sotto la
spinta del dèmone che lo possiede, non pensa più agli scolari che stanno
ad ascoltarlo; e si chiude in un soliloquio, che non deve servire se non
per lui stesso. Così, perché il V. si affida sempre alla memoria, che
troppo spesso l’ inganna e lascia correre ne’ suoi libri tante citazioni
sbagliate ? Perché non s' è presa la cura di controllare i ricordi delle
sue letture e magari corredare le sue affermazioni con note esatte
che confortassero e alutassero il lettore al riscontro delle fonti
di cui egli si serviva ? È lo stesso motivo che fa sdegnare a ogni
schietto poeta il commento della sua poesia, quantunque un buon commento
storico e filologico riesca sempre utilissimo alla piena intelligenza del
lavoro poetico. Ma il poeta, in quanto tale, è assorto in un suo mondo,
dove non sono né lettori né ascoltatori: ed è solo, l’unico, infinito,
come Dio. V., quantunque sia tornato nove o dieci volte sul tema suo dal
primo abbozzo del Diritto Universale all'ultima forma della Scienza
Nuova e fino all’estremo della vita, si può dire, abbia sempre tenuto
presente l’opera sua, postillando, aggiungendo, correggendo, in essa,
sottraendosi alle angustie della vita terrena, domestica e sociale, fu
assorto, felice. E in quel continuo sforzo di revisione e ritocco è
l’artista che accarezza la sua creatura, e rinnova il calore e il dolce
gusto della creazione. Bisogna sentire questo calore, questo vigore
poetico dello scrittore per rendersi conto di siffatti caratteri dello
stesso pensiero vichiano. Mi permetterò quindi di leggere una pagina
presa a caso dalla seconda Scienza Nuova; una pagina dove si assiste al
primo apparire dei sensi di umanità tra gli uomini, ancora fieri
bestioni: Con tali nature [ossia, con nature di fanciulli pronti a
crear le cose con la fantasia] si dovettero ritruovar i primi autori
dell'umanità gentilesca quando dugento
anni dopo il diluvio per lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia....
(perché tanto di tempo v’abbisognò per ridursi la terra nello stato che,
disseccata dall’umidore dell’universale innondazione, mandasse
esalazioni secche, o sieno materie ignite, nell’aria ad ingenerarvisi i
fulmini) il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni
spaventosissimi, come dovett’avvenire per introdursi nell’aria la prima
volta un’ impressione sì violenta. Quivi pochi giganti, che
dovetter esser gli più robusti, ch’erano dispersi per gli boschi
sull’alture de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro
covili, eglino, spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non
sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché
in tal caso la natura della mente umana porta ch’ella attribuisca
all’effetto la sua natura.e la natura loro era in tale stato, d’uomini
tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiegavano le loro
violentissime passioni; si finsero il cielo esser un gran corpo animato,
che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio delle genti dette
maggiori, che col fischio de’ fulmini e col fragore de’ tuoni volesse
loro dir qualche cosa. In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima
favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè
Giove, re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante;
si popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi stessi che sel
finsero, sel credettero, e con ispaventose religioni il temettero, il
riverirono e l’osservarono ! AI centro del quadro, dunque, la religione.
Essa crea e mantiene, secondo V., la civiltà, stringe gli uomini a una legge,
è fondamento e forza dello Stato, perché primo principio e radice
di tutta la vita dello spirito. Il quale con l’idea, 10zza da principio e
tutta materiale, d'un Dio che vede l’uomo, gli parla e può correggerlo con
la sua forza strapotente, dà inizio alla sua vita e dispiega i germi
segreti che sono nella sua natura, passando dalla venere vaga al
matrimonio e ai primi nuclei sociali, dal nomadismo errabondo alle sedi
fisse, all'occupazione della terra, all'agricoltura, e a tutte le forme
della vita civile. E quando le società decadono, dalla religione debbono
rifarsi, e però da quello stato tutto fantasia in cui l’uomo crea la sua
fede e ne è investito, sorretto, animato, S. N. ed. Nicolini (Bari, Laterza, 1928) capoverso
377. e irrompe perciò nella più potente poesia, tutta passione ed
estro. Ma la religione di V. scopritore della scienza nuova
non è propriamente quella di V. cattolico sincero e fervente: non è
quella che interviene dall’alto nella vita umana naturale per salvarla con una
forza superiore di cui l’uomo non potrebbe venire mai in possesso da se
medesimo. Egli distingue infatti il popolo eletto, privilegiato della grazia
divina, dalle nazioni gentili, o
tutte perdute » 1, come dice una volta; la cui storia si propone
di spiegare con rigoroso senso scientifico per vie affatto naturali; in
quanto ogni uomo, come uomo, è creatore del suo mondo. E la nuova scienza
è appunto quella del mondo umano storico, che, a differenza del
mondo naturale, è conoscibile perché prodotto della mente umana, e
intelligibile secondo la logica di questa mente; e dà luogo perciò a
questa nuova scienza che non è, come una volta si diceva, la filosofia
della storia, ma, al dire dello stesso V., la metafisica della mente » 2.
E questa non può ammettere, per la sua natura filosofica, presupposto di sorta;
neanche religioso. Come Cartesio partiva dal dubbio universale (de
omnibus dubitandum) per assistere allo svolgimento di una scienza che
potesse dedursi da un principio certo, V. a capo della sua ricerca
insiste sulla necessità di vestire per alquanto, non senza una vtolentissima
forza, la natura degli uomini primitivi che andarono tratto tratto a
disimparare la lingua d’Adamo, e, senza lingua e non con altre idee che
di soddisfare alla fame, alla sete e al fomento della libidine, giunsero
a stordire ogni senso d’umanittà 3. Perciò, ridurci in uno stato di una
somma ignoranza di tutta l’umana e divina erudizione.... poiché in cotal
lunga e densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo
delle gentili nazioni egli è stato pur certamente fatto dagli uomini». In
mezzo a un oceano di dubbiezze su queste remote origini
dell'umanità, I S. N. ed. Nic. cv. 47. ? S. N.! ed. Nic. cv. 40 e
passim. Questa metafisica è filosofia dell’Umanità per la serie delle cagioni
»; filosofia dell’Autorità o storia universale delle nazioni per lo séguito degli effetti. S. N.! cv. .3
S. NI ed. Nic. cv. cit. non ricorrere alla rivelazione (domma sacrosanto
della nostra fede, ma pel quale non est hic locus) appare questa sola picciola terra dove
si possa fermare il piede: che i di lui principii sì debbono ritruovare dentro
la natura della nostra mente umana e nella forza del nostro intendere »
1. Infatti quella Provvidenza che per V. illumina la mente
dell’uomo, genera il conato ? della sua volontà, promuove il libero
volere a operare in quel modo per cui si viene a grado a grado tessendo
questa tela del mondo delle nazioni, tutto provvidenziale, logico, indirizzato
al dispiegarsi dell’umana natura ossia all’arricchimento progressivo
dell'umanità di questo mondo, non è la Provvidenza trascendente o
soprannaturale, che faccia agire gli uomini quasi inconsapevoli strumenti
di fini superiori. L'uomo ha libero arbitrio, osserva V., per
quanto debole; arbitrio di fare delle passioni virtù; arbitrio che da Dio
è aiutato naturalmente con la divina provvidenza, e soprannaturalmente dalla
divina giazia ». Questo aluto soprannaturale della grazia V. non
nega; è ben lontano dal dubitarne; ma non entra nel suo quadro,
dove campeggia l’azione naturale della Provvidenza. Essa è l’architetta
di questo mondo delle nazioni. E perché ? Perché, nota V., non possono gli uomini in umana società
convenire, se non convengono in un senso umano che vi sia una divinità la
quale vede nel fondo del cuor degli uomini » 3. È questo senso umano, che
fa il miracolo: quello che V.Da tener presente il classico luogo della seconda
Scienza Nuova: Ma, in tal densa notte di tenebre ond’ è coverta la prima
da noi lontanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non
tramonta, di questa verità, la quale non si può a patto alcuno chiamar in
dubbio: che questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli
uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono ritruovare i principî
dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a
chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi
seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo
naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la
scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia
mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano
conseguire la scienza gli uomini » (S. N. 1744 ed. Nic. cv. ). Sul
conato, che è libertà v. S. N. 1744 cv. 340; cfr. cv. 504, 689. 3
S. NU ed. Nic. cv. 45. dice senso comune, anch'esso definito da lui fabbro di questo mondo delle nazioni»:
quello che a tutti i più antichi sapienti delle nazioni gentili fa temere spaventosamente
gli déi ch'essi stessi si avevano finti. E coincide perciò come unità della religione d’una divinità
provvedente» con l’ unità dello spirito, che informa e dà vita a questo
mondo di nazioni » 1, Questa Provvidenza è anche platonicamente definita
una mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto, la
quale.... ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro
fini, per gli quali.... essi anderebbero a perdersi, fuori e bene spesso
contro ogni loro proposito, dispone a un fine universale » 2. Opera essa
con la regola della sapienza volgare, la quale è un senso comune di
ciascun popolo o nazione, che regola la nostra vita socievole in
tutte le nostre umane azioni così che facciano acconcezza in ciò
che ne sentono comunemente tutti di quel popolo o nazione ». Ogni nazione
ha il suo senso comune; ma tutti i sensi comuni convengono e concorrono nella
sapienza del genere umano » 3. Giacché questo senso comune
che fa tutto, non va confuso con lo spirito individuale del singolo uomo. Opera
tante volte attraverso il singolo, come s'è visto, contro il proposito e
l’ intendimento di lui. Perché pur gli uomini», conferma V. a conclusione
della sua opera nell’edizione definitiva, hanno essi fatto questo mondo
di nazioni: ma egli è questo mondo, senza dubbio uscito da una mente
spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi
fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti; quelli fini
ristretti, fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre
adoperati per conservare l’umana generazione in questa terra.
Imperciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e disperdere i loro
parti, e ne fanno la castità de’ matrimoni, onde surgono le famiglie;
vogliono i padri esercitare smoderatamente gl’ imperi paterni sopra i clienti,
e gli assoggettiscono I S. N. 1744 ed. Nic. cv. 9I6 e 915. 2
S. N.! ed. Nic.] agl’ imperi civili, onde surgono le città; vogliono gli
ordini regnanti ne’ nobili abusare la libertà signorile sopra i
plebei, e vanno in servitù delle leggi, che fanno la libertà
popolare; vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno delle lor leggi,
e vanno nella soggezion de monarchi; vogliono i monarchi in tutti i
vizi della dissolutezza, che gli assicuri, invilire i loro sudditi, e gli
dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni più forti; vogliono le
nazioni disperdere se medesime, e vanno a salvarne gli avanzi dentro le
solitudini, donde, qual fenice, nuovamente risurgono ». Ebbene: Questo che fece tutto ciò, fu pur
mente, perché ’1 fecero gli uomini con intelligenza; non fu fato, perché
’1 fecero con elezione; non caso, perché con perpetuità, sempre così
faccendo, escono nelle medesime cose » !. La storia è prodotto
della libertà dello spirito; il quale ha la sua logica universale,
divina, provvidenziale, consistente nella legge dello stesso sviluppo
spirituale. Questo attraversa tre gradi: senso, ancora inconsapevole;
avvertimento di questo senso; ragione o
mente tutta spiegata ». E tutta la storia con ritmo costante passa
eternamente per tre stati, divino, eroico ed umano, correndo e ricorrendo
questo libero processo dello spirito, e informando a volta a volta tutte
le forme della propria vita alla legge del grado di sviluppo in cui
lo spirito viene a trovarsi: ora vedendo da per tutto la divinità e tutto
attribuendo alla sua forza eccedente ogni umano potere; ora sentendo in sé la
divina natura e fidando nell’ invitta forza del proprio eroico volere;
ora riconoscendo l'universalità della natura umana e placando perciò l’
impeto e la fierezza del più forte per piegarlo al diritto della ragione
eguale per tutti. Dalla religione e quindi dalla poesia alla scienza,
alla filosofia, alla riflessione che doma il costume violento e la
forza immoderata della giovinezza, e la raggentilisce. Ma pur finisce per
fiaccare la fibra vigorosa che è necessaria alla sanità degl’ individui e
delle nazioni. Onde queste decadono, ma per risorgere, poiché la
dissoluzione della civiltà, che si è tutta piegata nella struttura
giuridica e morale dello Stato, è ri I S. N. 1744, ed. Nic.] torno alla
barbarie primitiva; ossia al provvidenziale principio da cui la civiltà trae la
sua origine. L'uomo infatti allo stato primitivo non è cosa inerte che
debba essere messa in moto da una forza estranea; ha in sé, nei semt
eterni di vero che, secondo V., giacciono sepolti in noi, in quella
sorta di mens anim di cui parlavano i Latini, il principio del
movimento. Lo spirito è autonomo, non aspetta né prende nulla da fuori:
né arte né scienza né leggi né 1eligione. Uno dei corollari più celebri
di questa dottrina, la negazione vichiana della origine greca delle Leggi delle
XII tavole. E la legge dei corsi e ricorsi, per cui le nazioni
risorgono tornando ai principii, se giova a spiegare il Medio Evo
come una barbarie ricorsa dopo la decadenza del mondo classico e a
scoprire la sorgente della civiltà moderna; se ci fa intendere la grandezza di
Dante che per il primo V. giudica,
con altezza di criterio estetico, come un nuovo Omero, il toscano Omero »
3 è pure e prima di tutto la legge
eterna della mente umana. La quale non aspetta secoli e millennii
per tornare ai suoi principii. Torna e ritorna con eterno moto circolare
in ogni ideale momento della sua vita. È il ritmo della sua costante,
immanente natura. Giacché se può dirsi che l’ individuo abbia, nel corso
irreversibile della sua vita naturale, come tre età distinte e
successive, una fanciullezza divina e tutta poetica, una giovinezza eroica
e una maturità fatta di riflessione, la vita tutta dello spirito si
mantiene per uno sviluppo che è acquisto di forme nuove e conservazione
delle precedenti. L’uomo sano, finché non infermi e discenda per la china
degli anni, non perde né la divina ingenua fanciullezza, né l’eroica animosa
giovinezza dello spirito. Soltanto così è possibile la poesia
dell’artista provetto, e l’operare risoluto e magnanimo dell’uomo esperto delle
leggi della vita. E ben fa ogni uomo anche avanti negli anni a invocare
la divina giovinezza che torni a rinsaldare il suo braccio e I S.
N. ed. Nic.
cv. 2 S. N. , ed. Nic., cv. . 3 S. N. 1744, ed. Nic. cv. 786. Cfr. S.N. cv. 312; Lett. 26 dic.
1725, in Autob., p. 195; e il Giudizio sopra Dante, in Opere ed.
Ferrari.] a fermare il suo cuore; anzi a tener vivo nel suo segreto il
fanciullino pascoliano, senza di cui la stessa natura s’ inaridisce e il mondo,
spopolato dei nostri fantasmi, diviene un deserto. V. non attribuì mai a’ suoi
corsi e ricorsi quella rigidità meccanica, che altri ha creduto. Quanta luce
egli con tal suo concetto dello spirito umano e della storia in cui questo si
specchia abbia gettato sul mondo dell’arte, sulla morale, sul diritto; quante
intuizioni felici e divinatrici abbia quindi avute nell’ interpretazione e
ricostruzione dei tempi oscuri e favolosi, segnatamente per i primi secoli
della storia romana, anticipando Niebuhr e Mommsen, ancorché costoro abbiano
preferito tacere e misconoscere il precursore geniale; come egli abbia creato
del pari la moderna critica omerica, non è possibile dire con la necessaria
chiarezza in quest'ora. Né v’ è modo qui di illustrare il carattere
preromantico del pensiero vichiano, cioè il suo antirazionalismo e la sua
accentuazione dei momenti prelogici dello spirito: nonché il suo profondo
concetto della storicità della realtà spirituale che si fa gradualmente quello
che è, senza salti né arbitrii. Onde è stato detto che tutto il secolo
decimonono è già nella Scienza Nuova. Certo, essa fu il libro oscuro, ma singolarmente
suggestivo, che i patrioti napoletani del ’99 studiarono, anche senza
intenderlo tutto, come il libro sacro delle nuove generazioni. Il libro che
Cuoco, quando, fallita la rivoluzione giacobina, il problema dell’ Italia una e
indipendente cominciò a porsi con una profonda coscienza storica, realistica e
veramente politica, esaltò come il vangelo dell’avvenire. E gli esuli
napoletani lo additavano a Milano al principio del secolo, quando l’ Italia si
svegliava: e Monti, Foscolo e Manzoni sentivano la potente originalità delle
dottrine vichiane e ne traevano suggestioni e idee ispiratrici; e V. diventava
il filosofo italiano. E se dal Cuoco Mazzini attinse o fu confortato ad
accogliere l’ ideale dell’unità e la convinzione che l’ Italia non potesse esser
fatta se non dagl’ Italiani; se Rosmini e Gioberti, lavorando a dare agli
Italiani una coscienza filosofica che li riscattasse da ogni servaggio
spirituale, che non è mai altro che un aspetto del servaggio politico, ebbero
un nome, un grande nome a cui appellarsi, di filosofo che altamente
rappresentasse l’ ingegno speculativo italiano; l’ Italia moderna, ricordando
V., deve sentire che da lui comincia la sua nuova storia. È Lo storico che
prenda a studiare le relazioni del V. con Caitesio, si trova innanzi a due
problemi distinti e diversi. Uno è quello dei giudizi del filosofo italiano sul
francese; l’altro delle reali attinenze storiche tra i problemi della filosofia
vichiana e quelli venuti su per opera di Cartesio. Il problema dei giudizi, sui
quali preferiscono insistere gli studiosi del V., e in Italia negli ultimi
quaranta anni ne abbiamo avuti di veramente insigni basta nominare B. Croce e
F. Nicolini, che hanno fatto ogni possibile luce sugli angoli più oscuri della
vita, degli scritti, dei tempi e della fortuna del V. è un problema che
appartiene più alla biografia che alla storia della filosofia, quantunque non
sia possibile staccare del tutto il pensiero dalla personalità del filosofo, né
si possa prescindere dai motivi che a volta a volta egli ebbe per assumere
questi o quegli atteggiamenti verso i rappresentanti tipici di certe dottrine,
senza rischiare di togliere al pensiero di un filosofo tutto il suo colorito e
il suo significato storico. D'altra parte, nella biografia d’un filosofo la sua
filosofia non è un elemento secondario o da collocarsi sullo stesso piano con
altri elementi che possono sembrare di pari importanza. Perché infine la
sostanza della personalità ideale o storica d’un filosofo è nel pensiero, anzi
nella logica del pensiero in cui vennero assorbiti tutti gl’interessi della sua
vita. Di guisa che se i particolari biografici d’un pensatore rischiarano la
sua mente e le sue dottrine, di quei particolari stessi non è possibile
intelligente valutazione e rappresentazione efficace e concludente, a chi non
li sappia scorgere nella luce del pensiero in cui essi storicamente ebbero il
principio vivente di quel tanto di realtà che spetta loro storicamente. Si
potrà dire che in una rappresentazione compiuta e coerente della realtà storica
d’un filosofo elementi biografici e speculativi debbono richiamarsi
reciprocamente e costituire tutti insieme un sistema unico e compatto. Ma
bisogna soggiungere che l’anima di questo sistema sarà evidentemente la logica
delle dottrine che lo dominarono. Sostanziale dunque e preliminare il secondo
problema, relativo alle attinenze storiche obbiettive tra filosofia vichiana e
filosofia cartesiana. Attinenze che non è facile fissare, a mio parere, se non
si distinguono nella prima tre fasi diverse, tutte connesse intrinsecamente tra
loro in guisa da costituire un unico processo di svolgimento, ma nettamente
distinte l’una dall'altra in maniera da spiegare per quali vie il pensiero di
V. sia pervenuto alla sua forma più matura, quale si trova nella Scienza Nuova,
anzi nella seconda edizione di questa. Queste tre fasi sono: La fase
neoplatonizzante, rappresentata dalle giovanili Orazioni inaugurali, da V.
riordinate e ritoccate, ma non giudicate mai degne di venire alla luce, e
pubblicate infatti solo nel secolo XIX. La fase critico-empirizzante
rappresentata principalmente dal De nostri temporis studiorum ratione, dal De
antiquissima Italorum sapientia e dalle polemiche che tennero dietro a
quest’operetta col Giornale dei letterati. La fase metafisica in cui si disegnò
la nuova filosofia della storia, come filosofia della mente, abbozzata da prima
nel Diritto Universale e svolta quindi nella prima e seconda Scienza Nuova. La
prima fase contiene i germi della seconda e della terza, ma non ancora distinti
e non fecondati dal vivo soffio dei problemi a cui la mente del V. si aprì per
effetto dell’ intensa meditazione dei motivi della filosofia moderna, di cui
son documento evidente i nuovi atteggiamenti speculativi da lui assunti nella
seconda fase. Sicché la chiave di volta di tutta la sua filosofia è in questa
seconda fase, quando da Cartesio, da Bacone, dalle correnti prevalse anche per
opera del Galilei nel pensiero moderno, V., per dirla kantianamente, si svegliò
dal sonno dommatico della vecchia metafisica, in cui la lettura e l'ammirazione
dei nostri grandi Platonici del Rinascimento l'avevano già immerso. Con
Cartesio egli comincia a sentire il problema della certezza; con Bacone scorge
la sterilità del procedere deduttivo astratto della pura ragione, caro alla
Scolastica medievale e contemporanea, e di quel metodo. geo- metrico che con i
Cartesiani eta venuto in grande onore tra i facili filosofanti alla moda della
seconda metà del Seicento; e la necessità del fatto, del nuovo, del concreto,
dell’esperienza e dell'esperimento: ma sente pure la fenomenalità del sapere
scientifico intorno ai fatti della natura, tra i quali ogni nesso causale
interno è impossibile allo spirito umano che la natura sì rappresenta
dualisticamente come esterna ed estranea allo spirito. Quel dubbio, che
Cartesio, dopo averlo energicamente svegliato, sopisce col dommatismo dell’
idea di Dio, e che attraverso l’empirismo dovrà necessariamente sboccare allo
scetticismo di Hume, è il potente lievito della speculazione vichiana, tutta rivolta
nel secondo e nel terzo periodo a risol- vere il problema d’un sapere che
unisca il certo dell’empirismo col vero della ragione, della logica, del
pensiero puro. Problema che egli potrà risolvere quando, in luogo della natura,
assumerà ad oggetto del pensiero lo stesso pensiero o quello che il pen- siero
nel suo sviluppo crea. Ma il dubbio, ossia la profonda coscienza dell'autonomia
del soggetto nella sua assoluta posizione di puro soggetto che si stacca
dall'oggetto, e deve uscire da questa sua astratta e vuota soggettività per
ricon- quistare l’oggetto, dov’ è la sua vita, questo dubbio affatto cartesiano
e punto platonico, che non s’ è impossessato an- cora del V. nelle giovanili
Orazioni inaugurali (nella prima delle quali l’autore cartesianeggia, ma
ripetendo Cartesio senza metterne in rilievo l’originalità, anzi mettendolo
sullo stesso piano di Agostino e Ficino); questo dubbio che nel De antiquissima
V. sente anche più profondamente del filosofo francese, con la sua distinzione
tra scientia e conscientia, la sua teoria tutta fenomenistica e scettica del
signum che non è causa; esso è il punto di partenza della più significativa
teoria di V. da lui formulata col celebre motto: verum et factum convertuntur.
Che sarà il tema della Scienza Nuova. Quando V. intende e fa suo il problema
cartesiano della certezza egli diventa il primo vero cartesiano nella folla dei
cartesiani di Napoli; ma un carte- siano che già combatte Cartesio; perché non
si contenta più del carattere intuitivo e immediato del cogito ergo sum che non
è, ai suoi occhi, se non semplice accorgimento, constata- zione, coscienza di
un fatto; non è spiegazione e quindi reale possesso o scienza della verità che
per tale coscienza si viene a intuire. La certezza sì è il più urgente bisogno
del nuovo sa- pele: ma la certezza non è coscienza o intuito dell’essere che il
pensiero non può non trovare nella sua propria esperienza di essere pensante; è
bensì scienza, deduzione, costruzione (tenere formam seu genus quo res fiat) di
questo essere. Il quale, cioè, allora veramente si conosce e si apprende e di-
venta saldo scoglio in mezzo a quell’oceano di dubbiezze in cui lo spirito è
gittato dalla critica cartesiana, quando s' in- tenda quale esso è: non essere
immediato, ma essere che è sviluppo, spiegamento, attuazione e conquista di se
medesimo. Quindi non idee chiare e distinte come essenza dello spirito; non
innatismo; non razionalismo (quel razionalismo che sarà poi un secolo più tardi
illuminismo); ma graduale passaggio dello spirito dall’ ignoranza al sapere,
dalla fantasia corpu- lenta, anzi dal senso oscuro, alla ragione tutta
spiegata; e restituito il suo valore alla memoria e alla cognizione del
passato, e alle lingue e alla filologia; e la religione anch'essa non lasciata
in disparte e come espulsa dal processo razionale dello spirito, salvo ad
essere invocata da ultimo a complemento e puntello della vita morale e sociale
dell’uomo, ma rimessa al suo posto, alle origini della vita spirituale, dove
essa anticipa, consacra e rinsalda la fede dello spirito nel prodotto della sua
creatrice potenza. Insomma, quando co- mincia ad essere cartesiano, V. è già
anticartesiano, e non risparmia più gli strali della sua ben munita faretra
contro Cartesio e cartesiani, contro metodi e dottrine del proprio tempo. E pai
che rimandi sempre dal nuovo all’antico, da Cartesio a Platone e seguaci,
laddove il motivo della sua insistente polemica è più moderno ancora di tutti i
motivi della filosofia contemporanea: è un cartesianismo approfon- dito e
affrancato dalle catene del dommatismo vecchio stile con cui Cartesio s'era da
se medesimo tornato a incatenare. V. ebbe un senso acuto della novità e
originalità assoluta del suo filosofare. Basti rammentare il titolo della sua
opera maggiore, preannunziata in modo solenne nel Diritto Universale (nova
scientia tentatur !) +. E chi si lascia prendere a’ suoi con- tinui appelli a
Platone, e si sforza di confondere la sua dottrina con quella di Agostino, non
ha occhi per vedere la luce del sole. V., senza dubbio, ha incertezze? e
ambiguità di espressione. Ce ne sono in tutti i filosofi. E nessuno che abbia
familiarità con la storia del pensiero umano, si può meravigliare delle
professioni di fede e delle personali proteste in cui egli De const. iurispr.
Caratteristica, a mio avviso, quella che V. ebbe nella serie di Correzioni,
miglioramenti e aggiunte alla Scienza Nuova seconda, scritte nel 1731, e che il
NicoLINI nella sua edizione inserì a suo luogo nel testo lib. II, cap. 4 ma
giustamente relegò in appendice nella nuova edizione, dal titolo Riprensione
delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinoza e di Locke.
Preparata per una futura ristampa della seconda S. N., l’autore invece non
l’accolse nella ristampa. Perché? Pel sapore panteistico di essa, come è stato
creduto ? Certo il rimesce di frequente nel trepidante ma schietto candore
delle convinzioni che gli sono confitte più addentro nell’animo, poiché l’uomo,
nella sua formazione mentale, fu naturalmente investito da poderose correnti di
cultura tradizionale e costretto quindi, in un faticoso travaglio tre e quattro
volte decennale, a lottare contro la sua vecchia anima per liberarsi da ogni
scoria che gl’ impedisse di veder chiaro co’ propri occhi e fare del froprio
sentimento regola del vero, giusta il monito cartesiano, che V. accetta e
apprezza nel suo giusto valore (Sec. risp., in Opere, ed. Laterza). Quello che
V. riesce a dire di nuovo, di suo, quella verità nella cui coscienza egli si
esalta e sente la propria vita immortale, non è platonico, né baconiano, né
cartesiano, né lockiano, né tanto meno conforme alla dottrina tradizionale dei
Padri o dei dottori della Chiesa. È la sua scoperta. La quale contrappone il
mondo delle nazioni, o della storia, o della mente (com’egli pur dice), al
mondo della natura, per attuare rispetto al primo quel che solo rispetto al
primo è possibile, un ideale di scienza non più tentata mai nel passato: dove
Dio opera nella sua razionalità o provvidenza attraverso il senso comune degli
uomini: ossia mediante lo stesso pensiero umano nel suo universale cammino dal
senso alla ragione, dalla schiavitù alla libertà: un cammino il cui ritmo è
intelligibile perché divino insieme ed umano, anzi divino veramente in quanto
umano. E il dualismo è superato, perché per intendere e sapere il pensiero può
rinunziare all’ inutile conato di uscir da sé, anzi deve profondarsi in se
medesimo. Rispetto a questo umanismo, o spiritualismo che si dica, o piuttosto,
se mi sì consente, rispetto a questo idealismo provero che vi si muove a
Cartesio, rinverga con quello analogo di Spinoza, che cioè il filosofo francese
abbia cominciato dal pensiero dell’uomo anziché da un’ idea semplicissima quale
è quella di Dio, eterno, infinito, libero. Ma il vero è che questo modo di
filosofare, spinoziano o no, per cui si comincia da un'idea e si procede more
geometrico, era di quel genere metafisico (tutto verità senza certezza) a cui
V. aveva voltato le spalle e che non poteva rientrare più nel quadro del suo
sistema. della Scienza Nuova, il mondo di Cartesio, con le sue tre sostanze,
una primaria (Dio) e due secondarie (pensiero ed estensione) è un’anticaglia da
relegare per sempre in soffitta. La filosofia cessa di essere quella vuota
metafisica, che sarà condannata da Kant, e di cui il pensiero moderno, malgrado
tutti gli sforzi che si fanno sempre per galvanizzare i morti, non vuol proprio
più sapere. Non è più metafisica, perché diventa tutt'uno, come inculca V., con
la filologia: con la scienza del certo, del fatto, che è fatto per noi che se
ne ha esperienza, ed è perciò nostro fatto, immediata posizione del soggetto
nel suo mondo. E quindi il vero della filosofia, l’ idea, oggetto una volta di
pura speculazione, o meglio costruzione di un astratto pensiero dommatico,
senza base nell’ intimo dell'esperienza, che è lo stesso sentire, o il
soggetto, è tiamontato. Il cogito cartesiano che nel tempo stesso che V.
cominciava a filosofare aveva incontrato l’ irriducibile opposizione del
sentire di Locke, veniva per tal modo da V., anche più risolutamente che non sarà
da Kant mezzo secolo dopo, risoluto e inverato nella sintesi dei due termini
opposti. Il 23 gennaio di quest'anno si compiva il secondo centenario della
morte di Giambattista V.. E se le contingenze presenti non consentono che la
data sia celebrata come la grandezza dell’uomo meriterebbe, e come infatti ci
si preparava a celebrarla quando non erano ancora prevedibili i luttuosi
avvenimenti degli ultimi mesi; non è possibile che l'Accademia la lasci passare
sotto silenzio. Che se il rimbombo dei cannoni potesse infatti coprire la voce
d’Italia, che suona tra le genti Dante, Michelangelo, V. e dice Roma, Firenze,
Napoli, allora veramente dovremmo credere che la barbarica forza della civiltà
meccanica possa prevalere sulle forze immortali dello spirito. E se le ansie
dell’ora ci costringono a limitare a breve ed austera cerimonia la
commemorazione di V., questa tuttavia deve significare il sentimento profondo
religioso con cui il popolo italiano intende custodire i ricordi sacri delle
sue origini e dei fondatori della sua realtà morale. Potranno gli stranieri non
conoscere l’altezza spirituale di V., come si può dire s’ inchinino tutti
universalmente innanzi a Dante o Michelangelo; come certamente non riescono ad
ostentare un fiero disprezzo per i valori che si compendiano nei nomi di Roma e
di Firenze, città privilegiate di più vasta orma dello spirito creatore
dell’uomo, senza una segreta trepidazione come per un atto di sacrilega
infamia. Per molto tempo gli stessi Italiani ignorarono le ragioni della grandezza
di V.; di lui avevano piuttosto un sentore che un chiaro concetto; a lui
s'accostavano con la sacra reverenza con cui gli uomini s’accostano a un Nume,
tanto più esaltato nell'animo, quanto più misterioso, e cioè men conosciuto ed
inteso. Grande il fascino esercitato dallo scrittore, e avidamente cercate per
un secolo dalla sua morte le sue opere, di cui le edizioni si moltiplicavano,
principalmente a Napoli e a Milano, ed eran citate in ogni sorta di libri; e
tracce della lettura di quelle opere sono frequenti presso che in tutti gli
scrittori italiani degli ultimi decenni del Settecento e dei primi del secolo
seguente: molte le monografie e le ricerche intorno ad alcune delle più
celebrate dottrine del filosofo. Il quale per altro, anche dopo la doppia
edizione delle sue opere complete dovuta a Giuseppe Ferrari, alla vigilia e
all'indomani del ’48, doveva aspettare chi lo scoprisse e ne svelasse
criticamente il pensiero: ciò che fecero due insigni storici napoletani,
Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis. Paragonabile anche per questo
rispetto a Dante, che, sia detto subito, V. fu il primo a scoprire nella sua
schietta sostanza poetica guardata per la prima volta e intesa dall'alto punto
di vista estetico a cui V. con la sua filosofia si sollevò. A Dante per più
secoli segno di sconfinata ammirazione, consacrato col titolo di divino », ma
stretto dentro una folta selva di letteratura dotta, più o meno filosofica o
mistica, ed erudita e ingegnosa ed anche astrusa, ma aliena dalla poesia
dantesca; e tutta esteriore: commenti e discussioni e lezioni accademiche sull’
interpretazione dell’allegoria, sulla struttura dei tre regni, sul sistema
morale e punitivo dell’Alighieri, e illustrazioni filologiche e polemiche.
Storia lunga copiosa accidentata della fortuna esterna del Poeta, da farne una
biblioteca; la quale può dimostrare come si possa infinitamente amare un genio
come un uomo qualsiasi, dell'uno o dell’altro sesso, senza intenderlo. La
stessa sorte toccata a V. nel primo secolo dalla sua morte. Ma non accade
altrettanto agli uomini grandi anche nella vita quotidiana ? Una folla di
mediocri li riverisce e si dà attorno per provar loro una sconfinata devozione:
ombre che li seguono per tutto dove possono, e fan corteo pompeggiandosi
dell'onore che è per loro la familiarità con quegli uomini illustri. E in
verità la costoro intelligenza, per modesta che sia, non è del tutto chiusa a
una certa vaga ma insistente e ferma intuizione di ciò che è grande; ed è causa
infatti che i grandi si rassegnino e non sentano fastidio di siffatti
corteggiamenti e persecuzioni da sottrarvisi a forza; giacché, sia pure in
forma banale e stucchevole, una testimonianza è loro tributata da siffatta
compagnia: la testimonianza ingenua e perciò immediata, schietta, sincera di un
consenso che è conforto ambito dal genio: la conferma del valore della sua
opera che nell’approvazione ed ammirazione degl’ incolti e dei semplici può
avere anche maggior peso del giudizio dei dotti fondato su ragioni sempre
discusse e sempre discutibili. Che se l’uomo grande sente dentro di sé la voce
che l’approva e l’assicura, quando questa voce interna riecheggia da altre
anime plaudenti, acquista solennità, come di voce di popolo che è voce di Dio.
Dentro perciò la fortuna esterna corre un filo d’oro, più o meno consapevole,
di critica interna e di serio e obbiettivo giudizio, quasi di progressiva
conquista che il genio fa gradatamente degli spiriti di un popolo, attraverso i
quali si viene rivelando e si attua in tutta l’energia della sua potenza ispiratrice
e formativa anche al di là dei limiti segnati alla coscienza dell’ individuo
dalla sua esistenza mortale. Tanto è difficile dire ciò che della realtà
storica è opera di un individuo determinato, e ciò che dei suoi fantasmi e de’
suoi pensieri è svolgimento e maturazione dovuta alla collaborazione delle
menti, in cui la vita di quello si perpetua e più compiutamente si realizza. La
fortuna esterna di V. culmina nelle ricordate edizioni delle sue opere a cura
di Giuseppe Ferrari, che sciolse il voto ardente dei patrioti napoletani del
’99, specialmente di Vincenzo Cuoco, raccoglitore sui primi del secolo degli
scritti vichiani dispersi, propagatore assiduo di alcuni de’ concetti più
originali di V. nella Milano di Monti, Foscolo e Manzoni e propugnatore appunto
di una edizione completa delle opere. I lavori illustrativi e critici di
Ferrari sono ancora parziali e talvolta unilaterali intuizioni di quella mente
di V., che lo scrittore milanese fece tema di molte esercitazioni storiche e
filosofiche tra l’erudito e il brillante. Ma hanno valore di gran lunga
inferiore delle sparse osservazioni in cui, poco meno di mezzo secolo innanzi,
aveva spaziato l’alto intelletto di Cuoco, storico e pensatore politico di
razza. La vera scoperta di V. fu resa possibile dopo Ferrari, quando la storia
del pensiero italiano si rinnovò e trasfigurò sotto l'influsso dei movimenti
spirituali d’oltralpe del periodo romantico. Comunque, nei decenni della lunga
vigilia V. fu presente e operò nel pensiero italiano. Quello che ne apprese
Cuoco e trasfuse nel suo Saggio sulla rivoluzione napoletana e nel suo romanzo
Platone in Italia, s' è dimostrato in tutta la sua importanza quando codeste
opere negli ultimi decenni le abbiamo potute a nostra volta rileggere e vedere
nello spirito che le animava e che più chiaro ed organico era manifesto negli
articoli anonimi che Cuoco nei primi anni del secolo pubblicò a Milano nel
Giornale Italiano. Articoli per più di un secolo dimenticati; ma avevano
fecondato le menti dei lettori contemporanei, e più tardi fermata l’attenzione
di Mazzini giovane; il quale ne trascrisse qualcuno ne’ suoi Zibaldoni,
traendone ispirazione alla politica unitaria e costruttiva di cui doveva essere
l’apostolo. Quella politica che insegnò agl’ Italiani, ed è da augurarsi che
possa tuttavia insegnare, che la libertà e quindi l’unità e l’ indipendenza
d’un popolo non può essere un grazioso dono degli altri, ma una conquista a
prezzo di sacrifici e di piena dedizione. Che era concetto vichiano: non
esserci valore spirituale che possa provenire d’altronde che dallo spontaneo
sviluppo della stessa attività dello spirito. E non basta il binomio
Cuoco-Mazzini a provare la grande importanza storica dell’azione esercitata dal
V. in questo periodo in cui si può dire che egli ancora si cerchi e non si
trovi? Ma giova pure avvertire che tutto vichiano, quasi nello stesso tempo, è
il concetto dell’uomo, e quindi dell’ Italiano, di Vittorio Alfieri: vichiana
l’anticipazione ch'egli pur fa della conquista ulteriore di uno degli elementi più
cospicui dell’ italianità quale prese forma e splendore nella coscienza della
nuova Italia: voglio dire del giudizio su Dante, che prima V. e poi l’Alfieri
cominciano a vedere nella sua reale grandezza poetica. E da V. e da Alfieri il
giudizio passa in Foscolo, Mazzini e Gioberti, massime in questo, e diventa uno
dei cardini della coscienza nazionale esaltata nel Primato. Non è possibile
asserire che Alfieri abbia letto V.. Ma, oltre il giudizio su Dante, un altro
punto ravvicina Alfieri a V.: il suo misogallismo, che in V. è critica di
Cartesio e del suo astratto razionalismo; critica che diverrà uno dei motivi
dominanti della filosofia giobertiana, ossia una delle forme principali della
mentalità italiana del secolo decimonono, come fu in V. un precorrimento del
Romanticismo. Con Rosmini poi e con Gioberti, segnatamente con Gioberti, dei
nostri pensatori del Risorgimento il più affine a V. pel carattere realistico,
storicistico e spiccatamente religioso della sua filosofia, V. comincia a
campeggiare nel quadro del pensiero italiano; e la sua figura giganteggia, erma
colossale nel cammino del nuovo popolo che s’avanza sulla scena della storia
europea. Tutti gli altri nostri filosofi, dopo il Rinascimento, parteciparono
al lavoro speculativo degli altri paesi, s’ interessarono a problemi sorti
fuori d’ Italia, echeggiarono idee maturate altrove; si tennero al corrente, ma
non ebbero una propria fisonomia. V. fu solo, in disparte, in alto, con una
potente originalità di pensiero, tanto connesso all’ intima storia della mente
italiana, quanto difforme e divergente da ogni filosofia esotica, e perciò poco
accessibile e poco apprezzato dagli stranieri. Filosofo italiano per
eccellenza, espressione profonda del genio della stirpe; il quale veniva
incontro a questa nel momento in cui questa sentiva più vivo il bisogno di
sentire indipendente e originale e possente la propria personalità nazionale.
Italianissimo V.; vichiana la nuova Italia, che, riconquistando energica
coscienza di sé, sentiva maturare in se stessa il suo nuovo destino. Una delle
guide spirituali dell’ Italia del Risorgimento, come tutti sanno, Alessandro
Manzoni. Di Manzoni, che in gioventù fu amico di Cuoco e sentì la sua influenza
anche per l'apprezzamento di V., sono celebri quelle pagine del Discorso sopra
alcuni punti della storia Longobardica in cui si paragona Muratori a V., e si
esalta il secondo come complemento essenziale della storia tutta fatti e
documenti. Giudizio schiettamente vichiano anch’esso, poiché fu V. a indicare,
com’egli diceva, l’unità della filologia e della filosofia come l’ ideale del
sapere storico. Ma chi volesse scrutare gli elementi vichiani della mentalità
manzoniana, non si dovrebbe arrestare a quelle pagine. E a me piace ravvisare
uno degli effetti di non minore significato dell’azione di V. su Manzoni in uno
dei caratteri fondamentali della personalità manzoniana. Il grande scrittore
lombardo è sì arguto, sorridente, ironico; ma s’ingannerebbe a partito chi,
guardando a questo suo aspetto, si lasciasse sfuggire la serietà profonda, la
religiosa austerità, quasi giansenistica, che è alla base della filosofia con
cui egli vede la vita in grande e in piccolo, nel tragico de’ suoi eventi
maggiori e anche nel comico dei piccoli fatti e individui che vi concorrono.
Serietà per cui tutto, anche le cose più umili e banali, hanno il loro peso, e
di tutto bisogna render conto a Dio, poiché nulla vi è nella giornata di
futile, né in alcun momento la vità può togliersi come un passatempo, un
giuoco, per cui sia dato scherzare e agire a capriccio. Ogni cosa al suo posto
è retta dalla Provvidenza e ha una sua legge divina, che l’uomo deve sapere
scorgere e rispettare. E non solo fuero magna debetur reverentia, ma anche
all'uomo e al vecchio, e ai morti come ai vivi; e tutto si deve prendere sul
serio. Quando l’ Italia cominciò a svegliarsi, Manzoni le insegnò quest’arte
che è necessaria alla vita; e che, ahimè, non si può dire che tutti gli
Italiani abbiano bene appresa. Quanto avessero bisogno di tale insegnamento
sanno quanti pongono mente al boccaccesco, al bernesco, o burchiellesco, e a
quanto di letterario, e accademico, e arcadico l’Italia barocca ereditò dal
Rinascimento, quando l’arte e la letteratura fecero divorzio dalla vita e dalla
religione a cui la vita necessariamente s’ informa. Di tal vedere tutta la vita
in questa serietà che pone l’uomo sempre in faccia a Dio a rendergli conto
d’ogni sua azione, d’ogni suo pensiero, d’ogni suo sentimento, grande maestro
agl’ Italiani prima di Manzoni era stato Alfieri. Che scrive sì anche lui
satire e commedie; ma è poeta tragico e nelle sue più belle rime d’amore
s’ispira a una musa malinconica. Egli non ride, non sa più ridere. E Mazzini e
Gioberti? Chi ne conosce 1 ritratti non sa sospettare su quelle vaste fronti un
contrarsi anche fugace e atteggiarsi a riso giocondo. Sul loro volto, come su
quello del padre Alfieri, quale fu visto dal Foscolo a Firenze, errare dov’Arno
è più deserto, :/ pallor della morte e la speranza. Ma il primo esemplare di
questa serietà agli Italiani, che avevano tanto riso di tante cose, era stato
V., che i contemporanei di Napoli poterono povero V. vissuto sempre in angustie
domestiche, in umiltà di stato, tra disagi dolorosi, in malferma salute,
costretto a mendicare come il pane quotidiano accattato a frustoa frusto con
lezioni private poiché lo stipendio universitario era oltremodo magro, così il
sorriso dei potenti e la stima dei coetanei poterono, dico, raffigurare
satiricamente come un malinconico disgraziato; e che ne’ suoi scritti non
abbandona mai il tono solenne e sacerdotale del maestro di verità, se non per
qualche raro sfogo di polemica amara, ché nessuna facezia, nessun tratto di
spirito riesce mai a liberare lo scrittore dalla stretta che lo avvince al suo
argomento. Anche nel suo volto severo il pallore della morte. Pregio ? difetto
? Il riso, che è pure uno dei segni superiori dell'umana intelligenza, è sempre
difetto se prima non sia passato, come passa in Manzoni, attraverso il tragico,
che è sempre nella vita per l’uomo che senta Dio o il suo destino. E finché
questo tirocinio non sia compiuto, finché non si sia gustato del calice amaro
della vita sperimentata come duro sforzo di abnegazione etica, il riso è
fatuità insana e corruttrice. Da V. a Manzoni è un tono affatto nuovo nella
letteratura e cioè nell’anima italiana. Il tono di quegl’italiani seri che
giuravano di credere ora e sempre, e sentivano la santità del giuramento; degli
Italiani pronti a morire per la loro fede, che fu la sostanza della loro
Patria. V. per altro non si lega strettamente alla storia del pensiero italiano
come un precursore di idee e di caratteristiche vitali del pensiero italiano
posteriore. Egli una volta apparve un’oasi nel deserto, un miracolo nel secolo
dei razionalisti e dei matematici: singolare nel tempo suo, staccato dal suo
prossimo passato come dal tempo che lo seguì; e tardi gli storici si accorsero
di dover ritornare a lui per continuarlo. Ma la verità è che come da V.
procede, dapprima in modo oscuro e poi con coscienza più chiara e critica, l’ Italia
moderna, egli non si stacca dal fondo del glorioso Rinascimento, quando l’
Italia toccò le più alte cime della sua genialità creatrice. Gli studi recenti
hanno dimostrato che egli, quando leva al cielo Platone, ha la mente piuttosto
ai Platonici italiani del Quattro e del Cinquecento, massime al Ficino e al
Pico; e che a molti segni è dato argomentare che del movimento platonizzante
italiano che doveva pure esercitare un forte influsso in Inghilterra da Bacone
in poi orientata verso la scienza italiana, come già verso la nostra
letteratura — V. dové conoscere anche i rappresentanti più maturi, se pur la
pietà religiosa gli vietò di nominarli, Bruno e Campanella; e opere di loro,
molto rare, poté leggere nella Biblioteca Valletta (passata poi ai Padri dell’Oratorio);
e tracce del loro pensiero si trovano infatti non infrequenti nei suoi scritti;
e partecipò al moto spirituale suscitato dal rinnovamento scientifico di
Galileo: anche lui legato al movimento filosofico dei platonici fiorentini. Lo
studio dei primi scritti e di alcune delle idee maestre di V. ha messo in
chiara luce questi suoi rapporti con la filosofia italiana del Rinascimento.
Della quale è traccia anche in certe forme antiquate del suo pensiero —
questioni che si propone, autori che amò citare, ormai, al suo tempo,
generalmente dimenticati, e modi di dire che talora paiono sue invenzioni e
hanno anch'essi una storia. E la dottrina di Giambattista V. può per molti
rispetti esser considerata la conclusione di quella filosofia. Talché in lui si
annodano e si saldano la filosofia italiana dei nuovi tempi — che torna a
partecipare con sue proprie esigenze e una sua nota originale al comune lavoro
speculativo dell’ Europa — e la filosofia italiana del Rinascimento, che aveva
fatto epoca, e attirato l’attenzione universale; e di fronte alla Riforma e
alla Controriforma aveva rappresentato un indirizzo di pensiero libero da’ più
angusti preconcetti delle parti opposte, e quindi capace di conciliare le
avverse ragioni degli uni e degli altri in una concezione realistica dell'unità
insopprimibile dell’ individuo e della obiettiva realtà storica; in quella che
il Gioberti dirà la dialettica della libertà e della autorità. In V. dunque il
centro di tutto il pensiero italiano. Riassume egli il passato e, approfondendo
i principii, anticipa l'avvenire. E quando nel secolo del Risorgimento si alza
nell'animo degli Italiani come il Maestro, in lui, ancorché oscuramente, essi
sentono rivivere tutti i grandi pensieri per cui l’Italia del Rinascimento è un
faro di luce a tutto il mondo: ed è l’Italia che eleva l’uomo nella coscienza
delle sue divine prerogative e della potenza creatrice del suo pensiero,
esploratore e dominatore della natura, scopritore e inventore, instauratore del
regno dello spirito nel mondo, Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci; l’uomo
conscio della miracolosa arte che possiede nel pensiero, e che fa di lui un
secondo Dio continuatore del primo; e gli fa toccare il fondo della verità
cristiana, per cui Dio s’ incarna nell'uomo; dell’uomo peccatore, ma che deve
redimersi anche sulla croce per salvarsi e tornare a Dio; e su questa via di
redenzione è naturaliter Christianus, perché attua la sua vera natura; portato
perciò a creare un suo mondo: mente che non è solo mente umana, ma umana
insieme e divina. Grande fiducia perciò dell’uomo in se medesimo; ma fondata
sulla fede che è la sua vita, che nel suo pensiero si adempia il pensiero di
Dio, e che perciò questi sia presente a noi, più che noi non si sia a noi
medesimi. E sarà la gran fede cristiana di Manzoni; ma sarà anche il grande
insegnamento religioso (ahi non sempre compreso !) del motto mazziniano: Dio e
Popolo; come sarà il significato della doppia formola (l'Ente crea l'esistente
e l'esistente torna all’ Ente) che il Gioberti metterà a base d’ogni scienza e
della sua stessa dottrina politica. Sono pensieri vichiani; ma V. li estrasse
dalla filosofia del nostro Rinascimento. E ne fece la sua forza di resistenza a
dottrine straniere in voga come il germe del suo pensiero vitale. In Europa allora
tenevano il campo il razionalismo francese di Cartesio e l’empirismo inglese di
Locke. Da Cartesio era venuto Spinoza col suo monismo panteistico; e si era
aperta la via all’illuminismo. Da Locke cominciava a dilagare il sensismo, il
materialismo e ogni dottrina negativa della libertà e della sostanzialità dello
spirito; nonché lo scetticismo scrollatore di ogni fede nell’attività
costruttiva dell’ intelligenza. A questi movimenti in vario modo metafisici e
dommatici o distruttivi del valore del sapere scientifico, e tutti in fine
avversi alle credenze morali e religiose che sono a fondamento della sana vita
spirituale dell’uomo, si opporrà nell’ultimo ventennio del secolo XVIII la
filosofia critica di Kant; la quale finirà col battere in breccia empirismo e
razionalismo e col restaurare il concetto della scienza e della libertà umana,
operando una radicale rivoluzione nel punto di vista fondamentale d’ogni
pensiero. Osservò Kant infatti che il mondo che noi dobbiamo conoscere e in cui
ci spetta di operare, non è concepibile se non in funzione dell’attività
costruttiva dello spirito; attività che è perciò condizione dell’esperienza e
non può essere un suo prodotto. Soggettivo quindi il sapere, ma di una
soggettività che non infirma il valore del pensiero, una volta che si cessi dal
cercare cotesto valore in un impossibile ragguaglio del pensiero con una realtà
in sé irraggiungibile e puramente fantastica. Purché si apra gli occhi per
riconoscere che la realtà da conoscere è la realtà che lo Stesso pensiero costruisce
col suo potere creatore universalmente valido, derivante, di là
dall’esperienza, da un principio trascendentale, da cui l’esperienza stessa è
resa possibile; e che insomma è l’uomo in quanto è al centro attivo del mondo.
Concetto che, una volta enunciato dal grande filosofo germanico, ha svegliato
nell'uomo la coscienza e la responsabilità di questa sua posizione centrale
nell'universo. E da questa coscienza trassero origine le più grandi filosofie
del secolo scorso e tutto un nuovo modo di concepire la vita in ogni ramo delle
scienze morali e storiche: donde, nei primi decenni del secolo, quel
romanticismo che fu sì principalmente un movimento letterario, ma fu pure una
vasta riforma di tutta la vita dello spirito e dell’atteggiamento dell’uomo nel
mondo. Poiché allora l’uomo si sentì il protagonista non pure di quel ristretto
settore della realtà che contrapponendosi alla natura è governato dalla
libertà; ma dell’universa realtà, la natura compresa, che l’uomo anima della
sua propria vita interiore, pervadendola del suo sentire e di tutta la forza
del suo spirito, traendola con l’ impeto della sua passione e con l’energia del
suo pensiero dentro alla sua stessa vita, partecipe della sconfinata e possente
attività che nella coscienza si svela a Se stessa e si compone e indirizza in
assoluta libertà verso 1 fini trascendenti dello spirito. Questo romanticismo è
la forma più cospicua della mentalità del secolo XIX nel periodo creatore, che
è della prima metà del secolo; creatore del Risorgimento italiano e di tutte le
rivoluzioni da cui sorse la nuova Europa. Nella filosofia kantiana esso ebbe la
sua forma classica, come posizione di problemi radicalmente nuovi e avviamento
a un concetto della realtà; il quale poté offendere le intelligenze pigre e adagiate
nella comune e immediata concezione del mondo, e suscitare quindi ribellioni e
reazioni tenaci e fierissime a guisa di una santa battaglia in difesa del senso
comune; ma non perdé più terreno, e s’insinuò anche negli avversari, e divenne
a poco per volta come la seconda vista del pensiero umano, sempre più convinto
della verità elementare, che questo mondo, in cui viviamo e moriamo, per cui
batte il nostro cuore nella scienza e nella vita, è certamente il mondo
dell’uomo: il nostro mondo. Di questo romanticismo il precursore è V., critico
di Cartesio e di Locke, nemico di ogni filosofare meccanizzante e
matematizzante, consapevole dell’originalità dello spirito e della sterilità di
un sapere tutto deduttivo e analitico; sensibilissimo alla profonda differenza
tra la realtà umana, che è sintesi, creazione, libertà e conoscenza di sé, e la
pretesa natura che l’uomo si trova davanti come creata da Dio senza il suo
intervento e concorso; tutto rivolto quindi a quello che egli chiamava mondo
delle nazioni », la storia, creazione dell’uomo, prodotto della umana mente ».
Dentro il quale la mente perciò sl ritrova, si orienta e opera sicura senza
uscire da sé: e opera non pure come ragione con la scienza e la filosofia, ma
opera già come senso e fantasia, già con l'animo ancora perturbato e commosso
». E questo non ha bisogno di aspettare il sorgere della ragione tutta spiegata
per credere nella divinità, scoprire la propria immortalità e farsi un sistema
di concetti universali, sebbene fantastici. Fantastici, ma già veri, pregni di
sapienza poetica, che ha la sua logica, e precede quella dei filosofi. E lo
spirito è sempre tutto, ogni sapere e ogni virtù, anche nella sua infanzia; un
eterno sviluppo, un continuo progresso, onde l’uomo è sempre lo stesso uomo e
un uomo sempre diverso, attraverso tutte le età della vita individuale e tutte
le epoche che si possono distinguere nella storia: un uscir d'infanzia e
procedere dalla fanciullezza all’età matura per tornare poi alle origini, in un
perpetuo ritmo di corsi e ricorsi, dalla barbarie alla civiltà della ragione
tutta spiegata ». Questo ritmo rende possibile un Medio Evo barbarico dopo le
età luminose di Grecia e di Roma, ma non va preso, s’ intende, alla lettera,
poiché a base del processo temporale in cui le epoche si succedono V. vede una
storia ideale eterna, in cui la successione è contratta nell’ immanente vita
dello spirito, dove l’ infanzia e la fanciullezza son dentro allo stesso
adulto; come l’adulto è nel bambino; e la poesia non è cacciata di nido dalla
filosofia, ma ne è come l’anima interna e la scaturigine segreta. Mai filosofo
aveva visto così addentro nei recessi dello spirito, e compreso come V. la
serietà della poesia, cioè della forma più ingenua e primitiva dello spirito;
che i filosofi, da Platone a Cartesio, tendevano piuttosto a disprezzare, quasi
che la ragione con le idee innate di Platone, e le idee chiare e distinte di
Cartesio fosse una subitanea e immediata rivelazione, una luce trascendente che
potesse a un tratto folgorare e distruggere, come inadeguati e vani tentativi,
le forme inferiori dello spirito. Per V. nel piccolo c’ è il grande; nella
poesia la serietà e il significato della più illuminata sapienza: ogni forma,
completa coscienza nell'uomo della sua interiore divinità. E questa fin da
principio presente nella religione, madre d’ogni umanità, e però d'ogni
civiltà: anch’essa destinata a purificarsi e ad elevarsi dalle concezioni
materiali a quelle più astratte e ideali: ma palese sempre in ogni forma anche
in apparenza più ripugnante al sentimento raffinato della cultura; poiché la
Provvidenza, come scopre V., fa degli umani vizi virtù. La Provvidenza è quel
comune senso » che fa uomo l’uomo, quel pensiero profondo dalla logica
infallibile che muove e dirige tutte le azioni degli uomini, vicini a Dio e
sotto la sua guida anche quando ne sembrano più lontani. E tanto più l’uomo si
profonda in se stesso, tanto più si coltiva ed impara, e tanto più sente e
scopre il divino nell’animo proprio. E si accerta della verità del principio
kantiano, da V., settanta anni prima della Critica della ragion pura, scolpito
nel motto famoso: verum et factum convertuntur, che diverrà la chiave di volta
della sua Scienza Nuova: che cioè la verità non è scoperta da noi, ma fatta;
ossia che il vero mondo non è un antecedente dello spirito ma il mondo che egli
crea come regno dello spirito: l’arte, la religione, la scienza, lo Stato,
tutta la storia, che diventa intelligibile se viene intesa come opera
dell’uomo. Diventa intelligibile, si giustifica e riempie il cuore dell’uomo
del nobile orgoglio della sua potenza e insieme del più umile sentimento di
religiosità: poiché egli non può non sentire in sé autore del mondo una potenza
superiore che trascende la sua limitata personalità e attua all’ infinito la
sua virtù creatrice. Idee oscure, che sono però convinzioni piantate nel più
profondo dell'animo. Come V. le volle trovare e additare nel mondo del diritto
prima e poi in tutta la storia, splendenti di subitanei bagliori che illuminano
di luce vivissima aspetti vari e diversi della vita degli individui e delle
nazioni più familiari alla cultura classica e moderna di V.. Semina flammae,
pensieri suggestivi, verità improvvise e lampeggianti, tanto più accolte con
meraviglia e con gioia, quanto più largamente profuse a piene mani in mezzo ad
astruse osservazioni quasi secentescamente ingegnose e ad un’erudizione
classica e moderna non di rado indigesta e mista di fantasie favolose. Molti
motti pregnanti di V., come tanti versi di Dante, son divenuti proverbiali; e
molti egli perciò ne sigillò col nome di degnità», come a dire assiomi; e sono
spesso il distillato della più meditata filosofia. In queste luci, che nella
maggiore opera vichiana, che fu poi l’opera di tutta la sua vita, abbozzata
prima e poi ripresa più volte, e ritoccata sempre fino alla morte con innumeri
postille e annotazioni, brillano come stelle splendenti in un firmamento
caliginoso, è la bellezza, l’attrattiva, il fascino di V.. In queste luci il
maggior motivo che, anche al lettore intricato nelle mille difficoltà che in
menti inesperte suscita la lettura dello scrittore napoletano, fa amare questo
libro difficile, aspro, duro; che tuttavia non si può deporre senza che rinasca
la brama di riprenderlo e ritornare a leggerlo con la speranza di capirci prima
o poi qualche cosa di particolarmente importante e di scoprire una paglia d’oro
in mezzo al terreno sabbioso. Qui l’ incanto della Scienza Nuova, in cui gl’
Italiani vedranno sempre l’estratto della più riposta sapienza dei loro padri e
la sorgente inesausta della verità a cui s’abbevera il pensiero moderno: il
segreto della. filosofia che concilia l’uomo con Dio, gl’infonde la fede nella
vita, e gli fa sentire dentro non so che divino che lo eleva al di là di tutti
i limiti dell’umano e di tutte le miserie terrene, senza farlo cedere perciò
alla tentazione del maligno, anzi raumiliandolo ad ora ad ora nel sentimento
del nulla che l’uomo è appena si allontani da Dio. Fu cattolico o immanentista
? Questione spesso dibattuta quasi per dividere gli animi concordi nel sentire
la grandezza di V.: questione di scarso interesse storico e che si risolve
negando che per V. ci potesse essere tra i due termini l’opposizione
inconciliabile che c’è per chi si domanda se egli fu cattolico o immanentista. Nessun
dubbio che egli si sarebbe ribellato a chi lo avesse voluto tirare da una parte
o dall’altra. E nessun dubbio, perciò, che l’ insegnamento di V. non è fatto
per dividere gl’ Italiani; i quali vogliono una filosofia dell’ immanenza, che
concentri nella libertà dello spirito l’ infinito universo, ma vogliono pure
vivere della fede della loro tradizione vittoriosa. Esso li inviterà sempre a
cercare in se medesimi il principio in cui le parti avverse potranno
conciliarsi superando gli esclusivismi che han sempre del paradosso e del
fazioso. Da V. impareranno sempre gl’ Italiani a disdegnare le fazioni. Dedica
Nota bibliografica Il pensiero italiano nel secolo del V. La prima fase della
filosofia vichiana La seconda e la terza fase della filosofia vichiana Dal
concetto della ‘grazia’ a quello della ‘provvidenza’ Le varie redazioni della
Scienza Nuova e la sua ultima edizione Il figlio di V. e gl’inizi dell’
insegnamento di letteratura italiana nella Università di Napoli La famiglia di
V. Primi anni di Gennaro V.. Il card. Corsini e la prima Scienza Nuova
Passaggio della cattedra del V. al figlio e morte del Filosofo 4. La carriera
accademica di Gennaro V. Gli scritti di V. e il suo insegnamento. La cattedra
di letteratura italiana dalla sua origine alla riforma. Dalla riforma alla fine
del Regno L'Angiola. Capitolo serio-burlesco di VESPOLI. II. Per le nozze di
Caracciolo e Donna Ippolita De Dura. Sonetto di V. Relazione della Segreteria
di Stato al Re sulla supplica di V. pel conferimento della sua cattedra al figlio.
Dispacci per la giubilazione di V. Epigrafi di V. Avvertimenti per l’
insegnamento del latino di V. Lettera di Finamore a V. V. nel ciclo delle
celebrazioni campane. Cartesio e V. V.nell’anniversario della morte. OPERE
COMPLETE DI GENTILE OPERE SISTEMATICHE Sommario di pedagogia. Vol. I: Pedagogia
generale; vol. II: Didattica. Teoria generale dello spirito come atto puro. I
fondamenti della filosofia del diritto. Sistema di logica come teoria del
conoscere. La riforma dell’educazione. La filosofia dell’arte. Genesi e
struttura della società. OPERE STORICHE Storia della filosofia (dalle origini a
Platone: inedita). Storia della filosofia italiana (fino a Valla). I problemi
della Scolastica e il pensiero italiano. Studi su ALIGHIERI. Il pensiero italiano
del Rinascimento. Studi sul Rinascimento. Studi vichiani (V.). L'eredità
d’Alfieni. Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi. Albori
della nuova Italia. Cuoco.Capponi e la cultura toscana. Manzoni e Leopardi.
Rosmini e Gioberti. I profeti del Risorgimento italiano. La riforma della
dialettica hegeliana. La filosofia di Marx. Spaventa. Il tramonto della cultura
siciliana. Le origini della filosofia contemporanea in Italia Il modernismo e 1
rapporti tra religione e filosofia. OPERE VARIE Introduzione alla filosofia.
Discorsi di religione. Difesa della filosofia. Educazione e scuola laica. La
nuova scuola media. La riforma della scuola în Italia. Preliminari allo studio
del fanciullo. Guerra e fede. Dopo la vittoria. Politica e cultura FRAMMENTI
Frammenti di estetica e di teoria della storia. Frammenti di critica e storia
letteraria. Frammenti di filosofia. Frammenti di storia della filosofia.
EPISTOLARIO Carteggio Gentile-Jaja Carteggio Gentile-Maturi. Carteggi
vari.Civelli Via Faenza, Firenze. Nome compiuto: Giovanni Battista Vico.
Giambattista Vico. Keywords: Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vico” “Vico
e Grice,” Villa Grice, for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vieri: la ragione conversazionale della filiale fiorentina
dell’accademia – la scuola d Firenze – filosofia fiorentina – la metafisica in
volgare! -- filosofia toscana -- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract. Keywords: love,
accademia, dialettica fiorentina – Grice on Athenian Dialectic, and Oxonian
Dialectic – Florentine Dialectic. Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Essential
Italian philosopher. Filosofo italiano. de’, detto Verino primo. Nacque da
Piero, detto Pierozzo, ed è padre di Giambattista, da cui nacque l’omonimo
Francesco, conosciuto come Verino secondo (v. la voce in questo Dizionario). La sua formazione avvenne presso lo studio di
Pisa, dove inizia a insegnare ancor prima di addottorarsi, nell’anno accademico
durante il quale tenne la lettura festiva di arti a Prato, città in cui lo
Studio prende sede l’anno precedente a seguito della ribellione di Pisa al
dominio fiorentino. Nello stesso anno ottenne i gradi dottorali ed è assunto
come professore dello Studio, trasferitosi a Firenze a seguito dell’epidemia di
peste che aveva colpito Prato. V. ricoprì dapprima la cattedra di logica
straordinaria, poi quella di logica ordinaria, e quella di filosofia
straordinaria. È un periodo molto tormentato per lo Studio, che riaprì
stabilmente a Pisa, tornata sotto il dominio fiorentino, ed è assai difficile
ricostruire l’attività di V.. Secondo la Historia Academiae Pisanae di Fabroni,
egli tenne lezioni sulla fisica aristotelica e, interrottasi l’attività
didattica a causa della peste, si sposta a Firenze. Se ne hanno nuovamente
notizie soltanto quando fu chiamato alla cattedra di filosofia dello Studio
fiorentino dal duca Alessandro in persona, che non esitò a conferirgli
l’incarico nonostante durante il governo repubblicano egli fosse stato
gonfaloniere del gonfalone della Sferza. V. da quel momento insegna filosofia
presso lo Studio sino alla morte, raccogliendo attorno a sé un nutrito seguito
di allievi. Né la sua attività di insegnante si limita all’ambiente
universitario, se vogliamo dar credito ai Ricordi di Borghini, dei quali ci è
giunto il manoscritto autografo -- Firenze, Biblioteca nazionale, Magl. --, in
cui vengono rammentate le letture che il filosofo teneva ai monaci della Badia
fiorentina, riscuotendo un notevole successo. Ve. dedicò tutta la sua vita alla
didattica universitaria e divenne un punto di riferimento per l’élite
intellettuale fiorentina, in un momento di transizione, caratterizzato da
continui – e spesso drammatici – rivolgimenti politici. Il suo magistero è
improntato al tentativo di individuare una mediazione tra l’eredità
aristotelica e le istanze platoniche, come si evince dalle uniche sue opere
pervenuteci, ossia le tre lezioni su ALIGHIERI (vedasi) tenute presso
l’Accademia Fiorentina. La prima verte
sull’amore universale a partire dal commento ai versi del Purgatorio; durante
la seconda, la domenica successiva, il filosofo, traendo spunto dall’incipit
del Paradiso, si concentra sull’amore che governa il mondo; la terza, che non ha
luogo la domenica seguente ma quella ancora successiva, è dedicata alla
disamina dei problemi filosofici scaturiti dai temi affrontati nelle due
lezioni precedenti. Il testo delle
pubbliche letture tenute da V., trasmesso dal manoscritto della Biblioteca
nazionale di Firenze, è stampato da Doni nelle Lettioni d’Academici Fiorentini
sopra ALIGHIERI (vedasi). Scritte in volgare, le tre lezioni di V. sono
testimonianza della forte esigenza, avvertita dall’autore, di renderne fruibili
i contenuti a un pubblico ampio, anche al di fuori della ristretta cerchia
accademica; la medesima esigenza che, stando al racconto di Gelli nel
Ragionamento quarto dei Capricci del Bottaio, indusse V., poco prima di morire,
a esporre in volgare nello Studio la metafisica. I versi d’ALIGHIERI (vedasi)
danno l’abbrivio, nelle pagine di V., per riflessioni squisitamente filosofiche,
secondo un modello di commento che poco ha a che vedere con quello erudito di
stampo umanistico e che culmina, nell’ultima lezione, nella definizione
dell’amore come desiderio di generare nel bello. Si tratta di un modo
innovativo e inedito di confrontarsi con i testi poetici che è destinato a fare
scuola, soprattutto presso l’Accademia degli Infiammati di Padova, dove – e non
è un caso – rivestirono ruoli di primo piano proprio due allievi di V., Varchi
e Martelli. Morì a Firenze e fu sepolto
in S. Spirito. Fonti e Bibl.: Archivio
di Stato di Firenze, Tratte, 444 bis, c. 29r; Arte dei medici e speziali, 250,
Libro dei morti, c. 64r. A. Fabroni,
Historia Academiae Pisanae, I, Pisa 1791, p. 309; M. Barbi, Della fortuna di
Dante nel secolo XVI, Pisa 1890, pp. 216-219; F. Bruni, Sistemi critici e
strutture narrative (ricerche sulla cultura fiorentina del Rinascimento),
Napoli 1969, p. 42; M. Plaisance, Les leçons publiques et privées de l’Académie
Florentine (1541-1552), in Id., L’Accademia e il suo principe. Cultura e
politica a Firenze al tempo di Cosimo I e di Francesco de’ Medici, Manziana; F.
Pignatti, Per F. de’ V., detto il Verino primo. Con uno sconosciuto epitafio
latino di Agnolo Firenzuola, in Schede umanistiche, 2010-11, pp. 143-177.Di
famiglia nobile. Insegna a Pisa. Dell’ACCADEMIA, molto attivo. E contestato dai
colleghi per il suo vagheggiare un nuovo circolo dei filosofi dell’Accademia,
improntato su PICO. Suo principale avversario e BORRI. Saggi: “Liber in
quo a calumniis detractorum PHILOSOPHIA defenditur et eius praestantia
demonstrator” (Roma). Grice: “The term
‘accademia’ is mostly misused, as in The British Accademy – strictly, it is
Hekademos, and so, anything connected with Plato, as in V.’s case! But V. is
what I call a co-philosopher. Without BORRI, or PICO, no V. – and his essay on
his ‘demonstration’ of the excellence of philosophy against her detractors is
hardly a best-seller!” Crusca. LEZZIOne DI M. FRANCESCO DE'
VIERI FIORENTINO, detto il Verino
Secondo Per recitarla netf ^4 ce ademi a fiorentina, nel Confo! afe di M.
Federigo StxoYz} DOVE SI RAGIONA DELL’IDEE E Delle Bellezze.
Dedicdtd all' illu fri (? ty Eccellenti^, signor Conte VL1sSE
Bcntitiogli . IN FIORENZA,
Appretto Giorgio Marcfcottt.
Con licenzi di*
ì»*trÌ4ri. ALL'ILLVSTRISSIMO ED ECCELLENTISS. Signore, llSì?. [onte OLISSE
Hmmglì Mto Sig.oJJeruandifìmo L
desiderio mio era in quella itate con leggere di nuouo all'Accademia di Firenze
fa tisfare in qualche parte a molti e molti obIighi, che io tengo col
Magnifico e prudentifTimo Signor Confblo, e col letteratiflimo e graziofiflìmo
fuo fratello M. Giouambatilfca Strozzi; ed in oltre fé il mio difeorfo era da
querti, & da molti altri così
intendenti, come gentili spiriti approuato e giudicato degno d’cflere vdito e Ietto
da grandi, e da A 2
nonobili, mandarlo in luce Cotto il pregiato nome di V. Ecc.
Ill. la quale (per quello, che mi ha riferito M. Alessandro Catani, uomo così
amatore del vero, come eccellenti^,
nell'arte della Medicina) non meno è fèmpre difpo-ila a difendere e
fauorire le lettere, & le virtù, et i loro profeflbri, che ella fi fia nata
nobiIe, Sc con nobiliffime perfbne di nuouo congiunta, quello dico era
tutto il difideno mio Uluftrifs. &c
Eccellentifs. mio Signore: ma l'infermiti mia, et alcuni negozi] di grandiflima
importanza, m'hanno in guifa impedito, che non (blamente io non ho potuta
leggere quella mia Lezzione, ma ne pure nuederla, & ripulirla, & nondimeno io non poffo, ne debbo mancare di
tetitiare m qualche modo a eentiliffimi Strozzi, et alli altri
gencihfii'mi fpintij & quella mia
fatica difiderà fiderà la protezzione di
V. Ecc. III. ElIa dunque
l'accetti con pronto, &c grato animo, come io prontamente, e con
ardentifsimo difìderio gnene offero, e raccomando, & come io fpero, cKe
ella fia per fare. Le bacio le mani, &c le difidero da Dio non meno ogni
felice contento, che io mi difideri, che ella tenga memoria di me, et di
chiunque rama, &: la nuerifce delli
amatori delle virtù, &c delle
lettere, fènza le quali il mondo altro non {àrebbe, che vn foi tifsimo bofco di
tenebre per Tignoranza, & vna fèlua (pauenteuole, &c brutta, mercè di vna
infinita di vizij, che ci (ì ritrouerrebbero. Dt V e. I.& molto
Mag, e gentile Senatore afFezzionatifsimo Francesco de Vieri detti il
ferino Secondo % 1]V
qual parte del del, in qualided
Lra l efempio, onde natura tot fé Quel bel Info leggiadra: in
ch'ella ^rolfe Afoffrar quaggiù, quanto
la sùpotea? Qual Ninfa in fonti, mfelue mai qual Dee chiome d'oro fi fino jc Laura fctolfe: Quand'^n cor tante in fé lurtute accolfe f Benché lafomma e di mia morte rea? Per diurna
bellezza m damo mira f chi gl’occhi
di cosieigiamai non ~>tde. Come soauemente ellagligira, iVon sa come ^morfana, cr come
ancide; chi non sa come dolce ella filtra 0 M orni dolce farla, e dolce ride
LEZZIONE DI M. FRANCESCO DE’V. detto il
Verino Secondo: Votte si ragiona delle Idee, e delle 'Bellezza . IL PROEMIÒ. É quefto sì honorato luogo, nel quale lòno
ftati per tanti e tanti anni infiniti spiriti
gentili, e vi hanno Magnifico Sig.Confolo, & nobilisfimi Accademici, et Vditori, con i loro leggiadriflìmi dilcorfi
con no minore contentezza, che con iftupore trattenuti. Se quefto luogo dico è
ordinato prima dalla feliciflìma memoria del prudentiflìmo, e magnanimo Gran Duca il
G. D. Cosimo de’ Medici, e poi mantenuto dal Sercniflìmo G.D. Francefco luo figliuolo a quefto fine
lòia mente, che molti colla
diligenza del dire bene, & co
ornamento di parole diuenghino ottimi ambafeiadori, e gentilifiìmi poeti, a
vtilita, grandezza, e diletto di quefìi ftati e di loro S. A. come alcuni fi
penfano; al Filologo dunque, il quale più della verità delle cole fpecolabili,
&deli'az7Ìonihumane tien conto che del graziolo ragionamento, non
apparterrà falire in quefto fteflb luogo: ma fi bene à quelli, i quali
fanno profeflìone di Oratori e di Poeti. Se
più oltre l'Accademia fia ancora inftituitai fine che in quefta lingua
fi eiprima da ogni perfona letterata ogni maniera di concetto^ onde fi
gioui A 4 à 8
Lezzione a quelli, i quali non hanno
potuto con altra lingua intcndere £liarnhzij
degl’oratori, e de Poeti, e gl’alti co
certi Filolòfici. quelli Ioli deono qui
l'altre de letterari, e de Filoiolantiji quali da ogni altro penfiero hf.no
l'animo libero, et non io, prudemiflìir:i,
& giudiziofìrTimi Ac cademici
Se Vditori, il quale negli ftudij
di Ariitotele e di Platone iò no tutto occupato à publica vtilità e nella cura
di tanta mia famiglia, ricercandoli alla
fpècolazione delle cole et al dire acconciamente ozio, e tranquillità d'animo,
con tutto ciò io fon tanto obliato al Magnifico Sig. Confolo, et à M. Giouambatiitaiuo fratello, che io non ho
potuto mancare di non nlalire dopo molti e molti anni in quello cosi degno
luogo per fatisfare per quanto io potrò a loro Signorie, et a voi altri
norbili: ìimi, et gentikiliiru accademici, et Vditori>& perche io non
pollo piacerai con la grazia del dire per non ne fare io proiezione, ne colla
fufHzienza della dottrina pelle molte Se molte occupa/ ioni, et perturbazioni,
ho pen-iamo di compiacerui colla nobiltà, e grandezza del loggetto, del quale
io ragionerò, che tiranno l'Idee delle cole, che (I contengono nella mente
di Dio, et le grazie, et le bellezze di
M. Laura: onde infìeme s'harà più
pròfonda, et più chiara intelligenza di quel dottiiìirno, et gra-2iofilfimo sonetto
del noiiro Petrarca, il cui principio e queito. in qualparte del Cielo, in qual
idea 0J Era l'esempio, onde natura tolfe 0, Quel bel yifo leggiadro: in cWella
x>lfe 3J Mostrar quaggiù, quanto lifiùpotea t Preconi
Magnanimo Sig. Cordolo, e voi nobili/Timi Accademici et Vditori, che vi degnate predarmi grata ydienza più perche
cosi conuiene alla dignità del ioggetto, che è nobilifiìmo, &:allo iplendore
dell’animo volito, che è di gradire le cole alte e diuine, che per alcuna mia
iurfizienza di dottrina, et che per alcuna mia grazia di parole. Per precedere
con più facilità, et con più ordinc,io
Huiderò tutto quello mio ragionamento in tre parti; nella nrima delle
quali fi disputerà, et determinerà delle
Idee, poiché in quello Sonetto il Poeta cene dà occafionemeila feconda pella
medefima ragione decorrerò delle bellerze di M. Laura; quanto pero fa
all'intelligenza di quello Sonetto; nella terza et vltima (urline che tutto
quello, che da me fi farà detto delle Idee, & della bellezza di queib donna
fi conofea elfere, non folo di parere de'più gran Filolòfi, quali fono flati Platone, et Aristotile: ma ancora
di eiYo Petrarcaa del qua le voi fiate cotanto ftudiofi, et il quale cotanto vi
e grato quanto ei merita per il ilio graziofiiìimo poema di eifere letto et vdito
) 10efporrò alcune parole deltcfìo, & moflrerrò l'arti^ io, che quefto
Poeta tiene in ragionare deH'Ic[ee, & della bellezza della (uà donna, et muouerò, et feiorrò alcune
dubita'/ ioni col faucre dunque di
colui; il quale è la vera iàpicn:?a,& la prima verità darò hora mai
principio à quanto io ho propoflo di dire. Intorno al primo punto deiridee, toccheròbre
ementc tre capi, il primo farà lo efporre con efempi quello, che fi unifichino
qtieiìe voci Idee, efempi, fpezie, et vnmerfali, che precedono la moltitudine
de particolari. il fiondo le lì danno l'Idee, ò nò; poiché Ariflotile in tanti luoghi cerca di leuarle via, et Platone
le concerìe quafi in ogni libro delle lue opere, et queito noiiro Poeca. lMtimo
capo farà di quante et quali cole fi ritrouinoi'jdee: da quali tre punti farà
facil cola raccorrc quelle ch'elle fi
Mano. Quanto al ^r imo la cognizione d'vna cofa in quanto ella Terne per
immagine e farne vn'altra, ò à giudicare fé è ben tarta; & ad intenderla à
punto, fi domanda elèmpio e modello ed Idea,
come quel ritratto, che ha nella mente vn'irtcfice d'vno artihzioio, e mirabile
palagio glifer ne à Hrne cosi bene vno, e molti e molti: et à giudicare i hUXi
ic iòno con tutte le regole
dell'arte fabbricati ò nò, io Lezzione
nò, et quanto e'vi fi accollino: quefti medcfimi efèmpl in quanto e1
rapprefentono le forme, che danno lo effcre fpeziale al foggetto, nel quale le fi riceuono, come le
forme nella materia fenfibile e corporale si chiamano spezie e forme. quefti
fteiTì modelli, e quefte fteffe notizie delle colè in quato le Tono vniuerfàli
di più cofe particolari, & di nature vniuerfàli, che ne particolari fi
ritro nano, et fono come cagioni di quefte precedédole di precedenza di natura,
come dell'eterne fecondo i Filofofi, ò ancora di tempo, come delle cofe temporali, et nuoue»
anzi l'Idee, et di precedenza di natura, e di tempo fon prima di qua! fi voglia
creatura, attefo che quelle fon sémpiterne, & ciò che è fuori della diuina
effenza di buono è flato creato di nuouo quado cominciò il tempo, & in que
ila maniera le fi domadono da Greci uniuerfàli innanzi a molti particolari,
come il modello nell'animo dello Scultore
d' vna ftatua, ad efempio del
qual ritratto molte e molte fimiglianti ftatue fi poflbn fare. E ben vero, che
il modello delh artefici, ò vero Idea, e quello, che da Platone, & d’Ariftotile
fi concede in Dio, et in vn certo modo
ancora nel Cielo, fono tra loro differenti; perche l'Idea dello artefice è
prima prela dalle cofe ben fatte da altri, come ancorar idea, & l'immagine, che riluce nello specchio, mercè della cofa, che glie dauanti.
ma l'ldea> che è in Dio et nel Ciclo precede alle cofe, & è caulà delle
cofe, che d fanno: dipoi l'ldea, che è nello arteficemon è fempiterna non
durando fempre l'artefice, ma fi bene quella, che é in Dio et nel Cielo
foftanze incorrottibili éc eterne. finalmente
l'Idea, ò notizia, che ha l'artefice Iella cofa ha due modi d'eflère, vno
vniuerfale nell'ime!letto poffibile, e
l'altroparticolare nel sènso di dentro: il Pittore efempigrazia ha
nell'intelletto l'Idea in vniuerlàle di donna graziofiflima, e nella fantafia
di rieletta, di Laura, ò di qualche
altra limile: il Filofofo naturale ha qucfto concetto dell'Intorno
nell'intelletto, che fa animale ragioneuole e mortale quanto al corpo, e lo
info Inferiori potenze, et immortale quanto alta mente, © vero ragione, e nel senso di dentro, quando
epji applica quefto concetto à Socrate, ò a Platone, ò à qualcun'uitro
particolare: come (ì caua d’Ariftotile nel terzo dell'anima, et nel principio del
primo libro dell'aite del dimoftrare. fecondo l'ordine di natura le notme
vniueriàli precedono le particolarità fecondo l'ordine dei noftro imparare fi
fono ritrouate l'arti, Se le fcicn7C dalla cognizione de'particolari di qui
peruenendo alla cognizione vniuerfale: come c'infegna il Filolòfo nel primo
libro della Metafifica, ò vero lì può
dire, che i concetti vniuerTali precedono i particolari in chi impara l'artì, e
le feien re da altri, che di elfe è perito, & f ciéziato: et poi gli efpe rimenta nelle
cofe particolari, le quali formano di loro fteife ne'sensi i particolari
concetti: Ma rifpcrto àgli inuentori
dell'arti, e delle feienze, prima nafeono i concerti particolari ne’sensi, che
gli’apprendono dalle cole come particolari, poi fene fanno gl’vniuerfali per
opera dell'intelletto agente, i quali rapprefentano le nature vniuerlali, che
ne’particolari fono nafeofte. Ma ritornando alla terza differenza, che è tra
l'Idee, che lono in Dio, e quelle che fono nell'animo dell’artefici, et de’Filofofi, e delli feienziati: quelle hanno
in Dio vn modo di effere, che non è ne vniuerfale ne (ingoiare, come in noi,
non vniuerfale, perche colla notizia vniuerlale delle colè ftà l'ignoranza
de'particolari. può efempigrazia {tare ch'io fappia vniuerlàlmente, che ognuno
degl’uomini è atto a ridere, et infierire non fappia di quelli, che fono
lontani come in Francia, ò in Ilpagna, ò al Perù, ò altroue fé fono atti à ridere, perche io
non so fé fono uomini non gl’auendo mai veduti,
ne vditi, come bene dice ancora Ariftotile nel primo capo dell'arte del
moftrare; ma in Dio non é lecito porre ignoranza, ò imperfezziotie alcuna, non
vi fono ancora i concetti particolari: perche quefti fono del Iònio, che e
virtù materiale, e corruttibile, et egli è immateriale et eterno j come
confck sono 1 nolln Theologi, e come fi
di morirà dal Filofofo nell'ottauo de’principi). reità dunque cheridec, &
con certi delle colè (lana in Dio in vn terzo modo più perretto, e tanto
eccellente che in noi, che dall'intelletto noterò non fi può comprendere, ne
con voce alcuna efplicare ad altri: (è noi potcffimo intendere come Dio intenda le cole, l'intelletto noftro
farebbe di tanta perfezione di quanta è
l'intelletto di Dio, come beniflìmo dif fé il gran Comentatore Auerroe nelle
lue difputazioni contro ad Algazcle: (blamente fi può dare ad intendere
ofciramente con alcuni efempi, vno de quali è queilojfe il fuoco, che è caldo
fecondo i Filolorì naturali in otto gradi i\
intenderle, intenderebbe inficine iè clfere participato fecondo tutti
quelli otto gradi da chi fecondo vn grado
folojcomc l'acqua tiepida, da chi fecondo due gradi, & cosi
decorrendo: Cosi Dio intendendo fé, intende ancora che la (ùa natura è
partecipata da tutte le creature^ più e meno, come confeflbno le cole ftelfe, et
Aristotile nel prime del Cielo al 1.1 00. & ALIGHIERI nel principio del
primo canto del Paradifo cosi dicédo La gloria di colu'h che tutto mttoue,
Ver l\nit*erfo penetra et njhlende
it In >na parte più, armeno
altrove. E quefto è Tefempio del gran Comentatore Auerroe. Tn'altro efempio e
de' Greci. quelli volendo farci comprendere, come Dio, il quale e vna natura
intellettuale indiuifibile intenda infieme le cofe fimilmente indiuifibili, come
lòn gli Angioli, Si le diuilìbili e corporali, come fono 1 corpi celeih, e tutte
l'altre di quaggiù, fuori che l'huomo >
Se cflò huomo ancora che delfvna, e dell'altra natura participa, per vn
mei/.o iòio, che e' la ileifo natura lua impartitale, ci danno lo elèni pio del
punto di mezzo del cerchio, il quale è vaio et indiuifibile, e da ef io denuano infinite linee, et infiniti punti,
che le terminano. Se quello punto ò vero centro fulfc vna natura in* tcUcuuaie, & fi ia:eiideiTe, mtcadereubc fimUmente le
ef ter caufà di tutte le lince, che da elio
deriuano, & de punti che le terminano: cosi Dio a guifa di quello punto
intendendo fc ftefio, donde deriuano
tutte le creature così diuifibili come indiuifibili, & noi iteflì, che
participiamo della condizione e di quefre e di quelle, tutte le intende e
conolce, e cosi noi fteiTì ; è
ben vero, che il punto è colla quantità, et hi fito, ma Dio è foftanza e
leparato dal (ito e da luogo, (e bene e per tutto come
fino a più eccellenti Filoiòh" confeflono come prima vnità, donde è nata
ogni moltitudine, e quefto fi caua da Platone nel Par. come prima forma, vltimo
fine, e primo principio produmuo del tutto, e tutto quello ancora ccnfefta il
medefimo Fiìofofo, parte nel Timeo, e parte nelle lue letcere, & Ariftotelc
ancora nel primo del Cielo, nell'otta 110
de'principij,S: nel 12 della Metafifìca j ancora Dio è per tutto come
ottimo Rè dell'Vnii.erfo, il quale regge
et gouerna col marauielioio ordine, che egli ha di tutte le cole dentro di fé.
E qui è daauuertire, che le bene Dio fi aììbmiglia al punto del circulo, donde
deriuano tutte le creature vgualmenre et immediatamente: non pero tutte lono di
vguaie bontà, et perfettione dotate, ma
quali più e quali meno ne participano, affine che fra loro fufle cosi
marauigliolo ordine, che fa allo ctfere, ed alla bellezza dell'universo, ed iteftimonianza della diuina sapienza, l'ufizio della quale è
dare ordine, e mifura a tutte le cole, et ferue per il cala ad alzare colla
cognizione il noftro intelletto di grado in grado fino a quelli, il quale e
l'alta cagion prima, et cosi coll'amore . dal qual amore, ne furge in noi ogni
atto piufto e retto concorrendoci però la Diuina grazia infieme colla fede colla
Speranza e colla carità, e coll'altre virtù, e doni: cosi ancora non efiendo
tutte le creature vgualmente buone, non fono ancora con vguaie amore in vn
certo modo amate, e dico in vn certo modo: perche quanto allo atto dell'amare.
cosi come Dio è in£nito, così co infinito amore tutte l'ama: ma quato a beni
che vuole e che dà à eia- fami Lezzione
fcuna non già; ma à qual più, et a qual
meno ò men degni: fecondo che le cóuiene loro, & parlando degl’uomini
giufti, & che (ì faluano, qucfti nell'altra vita tutti faranno felici e beati
in Dio, tra gl’angioli, et in sempiterno, ma non con vgtial mifura intenderanno,
e goderanno la Diuina Verità, e Bontà, ma quegli più, che più di qua haranno offeruato ifuoi
fanti comandamenti con fauore della grazia e quegli meno, che meno, come fi
couiene alla Diuina giuftitia, e quefte fono quei molti luoghi ò> molte
manfìoni, che fono nella cafa del celcfte pa-3re, come dirle il vero Maeftro
della verità Chrifto Giesù infìeme Dio ed uomo, e quello ci SIGNIFICA PAOLO Apostolo quando ei diflc, che
fi come le ftelle in cielo fon
differenti di chiarezza, e di fplendore, cosi faranno i giufti in cielo. Più
oltre ancora è da fàpere che tutte le creature quatto furon prodotte per
creatione di niente, furon fatte da Dio folo, et immediate: ma poi quelle di
quaggiù si conferuano per fuccefTione di nuoui particolari, concorrendoci
ancora i cieli, & le cagioni di quaggiù, perche la D. Bontà, come ha
farte partecipi le creature del bene, e dello edere, così ha volfuto,
che ancora elle habbmo virtù di dare lo eflere, & qualche perfezzione ad
altri, perche ci feopriffe il suo amore et i fuoi tanti benefizij,6^fuf fimo tanto più tenuti d’amarlo, e di
riuerirlo fòpra ogni altra poteftà: potrebbe Dio egli folo produrre ogni di
delle creature, e conlèruar le fpezie lènza l'aiuto delle caule feconde, come ci le creò; ma pelle cagioni dette non
volle: ne per quefto alcuna mutazione ònouitàfì pone in Dio: perche egli le
creò quando ab eterno ei propofè di crearle, c cosiauuerrebbe fè'ne creafle
di nuouo, & come accade dell'anime
umane. Platonc, & Aristotile pongano la creazione deH'Vniueriò, ma ab
eterno, come Simplicio ed AQUINO (si
veda) attribuirono loro; et come è forza di dire volendo parlare conforme ad alluce
loro autorità, come altrouc io ho dimoftro.il terz» et vltìmo efempio è de’Latini, i quali hano voluto efpor ci
l'vnità dell'Idea, e la fomma Tua
eccellenza inficme, et il loro efempio è d'vno feudo d'oro, e di vna gioia di
grà valutar quefto fcudo, poniamo per cafò,
vale cèto era zie, et la ^ioia vn
milione di feudi, fé quefto feudo s'intenderle intenderebbe infìeme fé valere
cento crazic: e così le intenderebbe per mezzo della fua natura, e non per
concetti d’argento, e di crazie: così fé la gioia fé conofcefle, conofcerebbe
quel milione di feudi: ma non pella natura dell'oro, ò dell'argéto, ne pella figura delli leu di, ò
delle crazie, ò d'altra moneta. Iddio è
vno feudo ò vna gioia che racchiude in
fé lo eflere, & la perfezzione di
tutte le creature e più in infinito, ma fotto natura di Deità, e così le
intende, e cosi in vn modo quanto allo effere di infinità, quanto allo
intelletto creato è incomprenfibile, e quanto al SIGNIFICARLO AD ALTRI è ineffabile: perche
come fi può dare ad intendere ad altri quello che per noi non polliamo capire, e quello che è infinito come infinito è incomprenfibile dall'intelletto creato, et finito, & Dio
poiché produce ogni cofa di niente (cosi come infinita è la proporzione tra il
niente e quello ch’è attualmente) cosi è d'infinita poteftà, non folo quanto al
durar fempre: ma ancora in vigore. Sino a qui penfcrò, che da voi gentiliflìmi
(piriti fi fia intelo benifs. quello, che SIGNIFICHINO qfte voci Idea,
vniucrfale innanzi a molti particolari, et eséplari, fegue hora che io vi proui breuemente che l'Idee, et efemplari
delle cofe fiano nella mente di Dio; la qual verità non iolamente è confefTata
da noftri Theologi, che non poflbno errare cauandola dalle diurne fcritture,
doue fi dice che Dio è sàpientiiTimo, ottimo, omnipotentiffimo, e che intende
fino i lègreti del cuore: ma ancora fi concede da Platone, e d’Ariftotile
Principi dell’umana fapienza
Platone nel Parmenide pone nell'vno, & nel primo
ente l'Idee, le quali participate ed imitate, fono cagioni
dello cflerc y et delia moltitudine delle cole: nel Timeo pone due mondi, il mondo efèmplare, che iòlo colla mente fi
comprende da noi: et poi il senfibile, che fi conofee ancora col
fenfò. Nel Conuito due Venere vna intellettuale, che é
?ordine, & la grazia, che
refulta dalla moltitudine delle Idee, l'altra celefte, che
confitte nell'ordine di tutte le creature del Cielo, e deirVniuerìo. Cosi
Ariftotile nel primo della Metafifica dice, che la fapienza é vna cognizione di
tutte le cofe pelle prime cagioni, la quale principalmente è in Dio, e di Dio:
adunque lècondo il maeftro ancora di coloro, chc fanno, e che lòno dotti nell’umana
Filofòfia le Idee, ò notizie cji tutte le cofe fono in efio Dio Principe deirVniuerib; nel decimo
delfEthica dimoftra come à Dio ci aflòmigliamo propriamente nell'atto
dell'intendere le cole diuine, et ipecolabilii come ancora quefto medefimo ci
proua Aleffandro Tuo eipofitore nel proemio Jbpra il primo libro della Priora, ò vero de Sillogi(mi; e nel duodecimo
della Metafifica ci infognano Ariftotile, & AleiTandro, che il bene defl'vniuerio è di due maniere, come ancora
il bene dell'elercito de' foldati, l'vno e
elio Capitano degli eferciti, nel
quale ftà principalmente il fine, che è la vittoria, l'altro è l'ordine
fenfibile delle file de'foldati, che pende dall'ordine, che quel Generale hi
nell'animo: coki Dio è bene dell'Vniuerfo in quato è quel ente, et quel bene,
che è amato e desiderato (òpra ogni coià, &
di più l'ordine intelligibile, che è nella mente di Dio di tutte le creami e, dal
quale pende l'ordine ienfibile di elle: Ecco che fecondo Ariftotiie ancora fa
di biiògno concedere l'Idee: come ancora con ragione fi può dimoflrarc,e prima fé a Dio fi niega l'atto dell'intendere
atto nobiliflimo, che operazione più nobile le gli può attribuire? certo ninna et
così fari in tutto oziolo: come bene argomentò quello gran Filoiòfo nel decimo
libro dell'Etnica^ vero de'coltami, e fé egli non intende tutte le codina folo
le ilcifojò le più nobili, adunque egli làprà me di noi, che se incendiamo di
molte et moke, come argomenta
Ariitotile contro ad Empedocle di GIRGENTI, che voleua che Dio non
intendere la difcordia, e le cole diicordanti: ma folo l'amicizia, e le colè
concordi, oltre che le fi concede, che
Dio intenda fc ftcflb, fa di bilògno ancora che egli intenda ih eflère caufa
dogri altra cola da elfo caufata, & dipendente, e la curia, e cioche pende
da eim fa, è oppofto per relazione; in guila che chi ne intende vno, intende
ancora l'altro. Adunque Dio intendendo le fteflò (come confeflbno Annotile, e il
fuo gran Cementatore Auerroe nel duodecimo della iua Metafifica altefto ?i
) s'intende come caufa vniuerlàle di tutte le cofe che da eflò
procedono: e cosi intende ancor quelle, &
quefte notizie ibno l'iftefle Idee, et ritratti delle cofe. Finalmente fé le
cofe delTvniuerfo Iòn ben goucrnate e per i debiti mezzi al loro debito fine
condotte, come si vede, e la natura non intende; adunque e retta eia chi le
intédc, & quelli ò è Dio, ò colà fuperiore à Dio, il che non fi può pure colll'animo fingere, e
penfàrc. La D. M. dunque intendendo le
cofe, & il bene di ciafeuna, & d quello indinzzandolc, come il làettatore la làetta alberzaglio non
conofeiuto da lei, le intende ancora, e le conosce benifiimo; di qui portiamo
intendere comc (b no molto più arroganti quei Filolòfi; i quali colle loro
fofifliche argomentazioni, e perche e' non
iànno rilòluere alcune obiezioni,
ardifcano di dire, che Dio non intende (è non fé ltefib, e che ei regge e
gouerna tutte le altre colè come la natura senza intenderle: di qui dico
polliamo conofeere che quefti tali fono molto più arrogacene non furono quelli
huomini così grandi et di corpò e d'animo, che ardirono mettendo monte (opra
monte di prendere il Cielo: però che
quefti così facendo fi penfàuano
arriuare à celefti corpi: ma quelli più su penlandò di peruenire fino à
Dio, lo priuono dell'intelligenza delle colè. Chi dunque bene e fottilmcnte
confiderà le autorità, & le ragioni non folo di Platone, ma ancora
quclle,che fi cauano da AriAoulc, è forzato di confcffare, u 8 Lezzione Tare, che le Idee e notizie
delle cofe fiano veramente in Dio: et ie bene cucilo filofofo in tanti e tanti luoghi, Se della Logica, e dell'Ethica, e della
Filosbfia naturale, e della Metafisica s'ingegna di leuarle via, inoltrando che
le non fanno ne alla produzione delle cole in alcun genere di caule, ne alla cognizione, e nel duodecimo della Metafifica fi dice che Dio non intende fé non
le itefTò: perche la liia faenza farebbe vile, (e ancora fi cftendeife
all'altre cole, le quali rilpetto a lui fon
molto vili, et imperfette: oltre che fé tante, e tante notizie follerò
nel ilio intelletto, come le fono nel noftro, e non farebbe firnpliciffuno atto
ne pura foftanza, ma vn comporto d'intelletto e di forme intelligibili, e cosi
non farebbe vgualmente perfettiflìmo,
perche la natura intellettuale in lui harebbe ragione di potenza, e le forme di
atti, & perfez.7Ìoni: accioche non legnino cotah incouenienti per non dire impietà, et à fine
(ì parli conforme ad Ariliotele, chc
-vuole 3 che in Dio fia laiapienza, e feienza del tutto, fi dee dire chc
quando egli niega l'Idee, le mega nel
fenso cattino et falso: nel quale l'erano intelc da molti: come bene di ciò
ciauuertilcono i Greci efpofitori: ma quelli dunque i quali penlano, che l'Idee
fiano agenti immediati urincipali, &
fuori delFeifenza diuina, s'ingannono non eifendo congiunte con
materia, nella quale lì fondano le qualità fenfibili, colle quali gl’agenti
naturali alterano 1 pazienti: ma bene l'Idee in Dio fono agenti che indirizzono
le cagioni naturali al bene, e rettamente adoperare; cosi chi penfa che l'Idee
eiìendo forme ieparate fiano Felfenza formale intrinseca delle colè> che
fono fuori di Dio prende grande errore:
ma non già quelli, il quale crede che quelle forme che hanno vno efiere formale
diftinto e multiplice, dipenda da quelle che hanno l'eHerc vnito nella diuina
Eifenza, e che fiano multiplicate folo virtualmente, come di fopra da me fi è
efpoito. E' ancora falfo il penfare che l'Idee fiano cagioni finali che
terminino le generazioni delle colè: attefo 1, 9 attefò che cotali fini s'acquiftono di nuouo, e no precedono la
generazione, ma fon fini per cóformità in quanto i fini, à quali terminano le
generazioni fi confermano con quelli del
mondo ideale, et intelligibil. in vltimo quando fi diccua che l’idee non
feruono a conolcerc, ed intendere le cofe, perche noi le intendiamo, apprendendo
le fimilitudini da effe per via de'ièntimcnti, e dello intelletto. fi dee dire, che quefto argomento folo conchiude che nel
noftro intelletto porTibile nò fiano le notizie delle cole, dì maniera che il
noftro fàpere fia vn ricordarfi come
penfauano i Platonici, percioche l'anime noftre fono come tauole non iicritte –
TAVOLA RASA – Locke – Grice – the bete noire of Empiricism -- e libri no
ilcritti, doue'ii può scriuere ogni cognizione, perche fiamo nello flato doue
fi va dall’imperfezzione alla perfezzione, come dal non potere generare al
potere, dal non làpere al fapere: ma il primo huomo Adamo cosi come ei fu
creato perfetto quanto al corpo, che poteua lubito generare delh altri, così fu
creato perfetto quanto all'anima, e gli furono
infufe da Dio le notizie e le fpetie di tutte le colè quanto baftaua,
acciò potetfe ammaestrare gli altri, & perciò potette porre il nome conveniente
ancora à tutte, come fi dice da Mosé nel Genefi, et tutto quefto conlèntono i
Theologi, come AQUINO nella prima parte delia Somma alla dift.^.art^ . Non lì niega dunque che le idee non fiano in
qualche modo in Dio: anzi è neceifario
che le vi fiano: come da me fi è
dimoftro, e fé in Dio è la làpienza, e cognizione delle colè per la notizia di
fé fteifo, che è la prima cagionc, come Ariftotile confeifa nel primo della
Metafifica, & altroue Platone nel Timeo, & in molti altri luoghi. E qua
do i peripatetici opponendoli à quefta fermiiììma et importatiilìma verità
dicono che Dio fi auuilirebbe fé egli ìntendelie altro che le ftcilo. fi dee rifponderc chc Ariftotile per quefto
argomento nò niega in tutto et per tutto la cognizione dell'altre cole da Dio,
come li è prouato, ma la niega in quel modo che ella è in noi e che la hz
pòtrebbe concernere in Dio qualche imperfezzionCjCO* me auuerrebbe feUio nello intendere
dipcndelfc dalle cof., che fono fuori di lui, e da effe apprenderle le notizie
ci oselle, à guifa che facciamo noi 3
anzi la Icienza di Dio, tra Faltrc differenze ha ancora quella per la quale
ella fi diftingue dalla noìtra: perche
la iiia è caufa delle cofe, e la noitra da elle è cagionata come beniifimo ci
in'ccnail gran Comentatorc nel duodecimo libro della Mctarifica j ci quella altiflìma verità non
meno è conforme alla condizione dell'intelletto diuino, che ella (I fìa ad
Àriftptile, et à Piatene, i quali tra
tutti i filosofanti tengono il preircìpatò: e dico conforme alla condizione di
Dio l'intendere per vn mezzo interno che è la fua diluna efTenza, perche al
primo, e diuino intelletto, come atto puriffimo, e mafTimamcnte non (è gli
conuicne rice i-er le fpcv-ìc da akri,ne
auerle in fé fteife multiplicate: ma all'intelletto noftro come pura potenza, et
come congiunto à materia corporale a
ragione conaicne l'intendei per le fpezie e fimiglianze, riceuute da diuerfe
cole, e riformate dall'intelletto agente cosi ancora l'intendono quégli due
gran Fìiofofì, come di (opra fi è dipioftrato di Dio, e come del modo del
noftro intendere £ d.J chiara e fi tocca da Platone nel Filebo, doue ei dice che
l'anima npfìra è come vn libro non ifcritto, & che GLI SCRITTORI SONO I
CINQUE SENSI, e nel fettimo della republica coll’elèmpio di collii che è legato
in vna fpelonca in guiia che non vede (è non le fimilitudini, e l'ombre delle
colè, et noi fiiiolto le feorge chiariiTimamente, ci monVa co ipe 1 miprrip
dalla notivia delle colè di quaggiù s'alzi alla cognizione delie cofe diuine, et
d’Ariitotile nel ter-io dell'anima: deueper viade'fenfi, et rer virtù dell’ intellètto agente li efpone
come noi intendiamo tutte le cofe e nel icttimo della Metallica fi rende
ragione per rodotte, come determinano beniflìmo i Theolo-- i,& tré'
B j ° gli Lezzione tefo che per
quello che è diritto et retto fi giudica del
torto, & nó al cótrario, come dice Arift. nel 1. dell'anima. Più
oltre molti e molti affermano che in Dio ncn
fo- no i ritratti degli effetti carnali e fortuiti: perche cfuefti non procedono le non da cagioni
indcterminate, & di ra lo, e la
feienza è di quelle cole che dipendono dalle lo ro proprie cagioni et tèmpre; e
fé ciò è vero della faenza noftra quanto più della feienza diuina. Ma quefti fi
ingannano prefupponendo in pnma che rifpetto a Dio G. dia la fortuna ed il caso,
e gl’effetti fortuiti: attefo che Pio intende ogni colà, e rilpetto a lui quefti effetti procedono da cagioni certe, ma
R bene a noi incerte ed occulte, $c fon
«épre nelle loro caufe, come Jccliffe
del Sole, Del Verino. 2$
le;& della Luna nelle loro.
Si penlàno ancora molti de’Platonici che nella
D. Sapiéza nò (ìano i modelli di quelle colè che naicono di
putrcfaz.ione, comc efèmpiprazia de’vermi, si perch'eglino no pelano che in Dio
{ìano i ritratti delle colè vili, si
ancora perche e'fi dano ad intédere che cosi fatte cole nò fi riduchino fotto
l'ordine elsé-tiale delle creature: e nódimeno più dalla produzzione di cosi
fatte cole per virtù de'lumi, e del calore celefte proporzionato ììamo indotti
à venire in quella credè? a, che in Dio fiano Y Idee, che pell'altre cole,
perche elio folo sa quitti gradi di calore bilògna alla loro generazione
formazione, nò altramente che
l'eccellente fabbro sàquato caldo dee elfere il ferro per introdurui qualche
forma, & per farne qualche colà, come confella il grà Co mét. Auerroe: &
pili oltre participàdo quelle colè di qual che forma, e la forma è vn certo
bene e certa perfezzione della materia, con1e
C\ dice nel i.lib. de' princ. all'Si.t.
e mercè di lei la materia diuenta qualche cola lpeziale; per qfte cagioni io mi pélo che le bene le lìano vili
qua-to alla materia che le siano però di
qualche perfezzionc quato alla forma, e pche
fon buone a qualche colà, no ci' sedo da Dio, e dalla natura fatta colà alcuna
i damo, ma à qualche fine, & a qualche vtilità: E fé pur alcun voglia te
nerc che ciò che fi genera p putrefazione non fia dell'ordine efséziale delle
colè deH'vniuerib, ne di elle fiano le
Idee in Dio, nò perciò legue, che nò l'intenda per l'Idee di'qlle fpezie più
rimili, e che fono dell'ordine elséziale del Modo, quale di quefte due rifpoile
fia nò lòio più co forme alla dottrina de'più eccell. Filoforanti, ma ancora
(& qfto impòrta all'onore della
D.M.& alla làlute nra) io mene rimetto in quello, ed in ogni altra
cola da me pé fata, detta, ò fcntta, à più
giudiziofi, e lbpra tutto à quello che netiene e determina la
S.M. Chiela Cat. Ap. & Rom. Più oltre della materia prima non e
dicono alcuni Idea non eiìèndo ella forma, ne di lùa natura colà formata, mi;
Dio intendédo le forine, infieme intende il loro foggetto. B 4 t'iwls Lezziome finalmente de’generi delle
cofe non fi pone diftinta idea confiderata come elèmpio dall'Idea delle fpczie:
non fi ritrouando mai i generi fuori
delle loro fpezie. Da tutto cjuello che da me C\ è ragionato dell'Idee fi può raccorre quello
che le fiano, dicendo che le non iòno altro che la ilella divina efienza non
alfolutamettte, ma in quanto le fono fimilitudini, ò ragioni delie Tue creature,
e come quella che è partecipata da efle lotto diuerfi gradi di più, ò meno perfezione, mercè ancora delle
quali di tutte le cole ne ha ottima
prouidenza. Puoflì ancora quella dirHnizione dell'Idee con quella ragione
procedente per diuifione cosi ritronare, & confermare, argomentando in
quella maniera. O Dio intende le cole, che fono fuori della lua diuina
eilen7a,ò nò. non fi può dire che non
l'intenda, perche egli intende le ilef lo, e cosi fc eifere caula d'ogni cola, adunquc
egli intende ancora ciò che è fuori
di lui . il dire che non intenda
aflblutamente farebbe non folo fomma impietà ma ancora vna delle maggiori bugie
che fi poteife dire, perche qual più eccellente operazione Te gli può
attribuire, che lo intendere? più oltre le Dio produce le cofe bene, Se bene le
regge, & gouerna; adunque ancora l'intende, altramente d’n'intelletto
liiperiore iàrebbe retto e guidato, come gli linimenti dallo artefice che sà, & incende quello ch'ei
fa con eifi, & eglino nò: e dunque colà chiara et fermiilìma verità, che
Dio intende, e non lolamuc le fteflb, ma ancora l'altre cofe ch'egh produce, e gouerna,
e di più quelle che nò ha prodotte, & polche Dio l'in fède, e conofce, ò e'
fa quello p vn mezzo che fia fuori di le fteflo, ò che fia in lui. fé fuori di
le follò, ò le fono forme colla materia,
parlando delle cole matenali, ò le lòno fpezie, & fimilitudini
attratte dalla materia, no è ragione noie dire che in alcuno di qfti modi Dio
le intéda si per che'I Tuo lapere
dipéderebbe dalle cole come il noflro, 6c no farebbe in tutto perfetto, si
ancora poi in particolare, perche le egli incédeife le forme, come difterici
nella ma «cri* 2f tenia ad ette voltandola, no farebbe
proportione tra il fuo irttelletto, che è atto puro, & le
forme materiali. noi ancora non conofciamo le cole fé non per mezzo delle
fpezie attratte dalla materia e fpiritali, come fono i Icnfi, & molto piti l'intelletto,
fi.vilmente non lì dee credercene Dio intenda le forme materiali per le fpczie
attratte dalla materia, e dalle fiic condizioni, perche ò le lòno tali per
opera dell'intelletto adente, e cosi
lopra Diobiì ò- gnerebbe porre vn piu nobile intelletto che lo reduceffe
dalla potenza dello intendere e del lapere allo atto, e la dia fcicn7a non farebbe
fempiterna, ma nuoua, ò veramente quefte forme
aitratte, 5: fuori di Dio, fòno di loro natura tari,: cosi Dio nello
intendere dependerebbe d’altri, e non farebbe perfetti/fimo: in niun modo
adunque Dio intende le cole per il mezzo che fia fuori di lui. Kefta che lì vegga come ei le conofea per vn
mezzo che fia dentro di lui; dico adunque che ò que^e ìono le forme, & le
fyezie delle cole, ò elfa diuina elfcnza, fé le fpczie delle colè, ò colla
materia, e cosi egli farebbe materiale, Se non in tu ito ottimo, e pur: filmo
atto, ò lènza materia come l’immagini
fono nello specchio, il quale fé fulfe natura intelligente per effe
intenderebbe le cole, che iono fuori di lui; m quello modo ancora
non è da dire che Dio intenda le creature: però che egli non farebbe atto
purilTimo, ma vn comporto della natura intellettuale, come potenza e d’effe
forme, come atti, fìmilmente non farebbe in tutto ottimo, e perfettiilìmo:
perciò fi dee conchiudere che Dio intenda tutte ie cofè che lbno fuori di lui
per la fùa diuina clfenza, & non pereffa come infmìta: perche cosi intende le iìefio, il
quale è inrmito, fic le creature fono finite; e quale più e quai1 meno
participa dell’efferc e della perfezzione: adunque l'Idee in Dio non fono altro
che eflà diuina ellènza, come rappresentatrici al D. intelletto delle creature, e secondo che
ne partecipano più ò meno. AgoiHno Santo nelli%ro dcÙ'otcStatre ouiitioni alla quiitione
46 le
dirHnifcf CQH LEZZIONE cosi
dicendo che le fono certe fornicò rigioni ftabili, & v fempiterne, e no fono formate, & fi
contengono nella di ulna intelligenza, e che le h di ino lo prona cosi, perche
il Creatore [cf. Grice, the creatures] con retta ragione fa le cofe, &
co altra
l'uo-mo, & coll’altra il cauallo: e che le non pollino effer fuori
del Creatore è manifefto, dice, perche fuori di lui ei non cótéplaua cofa alcuna. AQUINO (si veda), la cui dottrina è
cotanto reale, sicura, e santa, ancor egli nella prima parte della Soma alla q. 15. tiene che
glie ncceflario porre l'Idee nella méte diuina: che le fono più, e che le non
fono altro che ella Diuina cifenz.a non allolutamente confiderata ma in quanto
è efempio et ragione delle cole create da Dio > 6 che pòtrebbe creare. Speditomi nella prima parte dal ragionamento dell'Idee,
leguita hora che in quella feconda io difeorra alquanto delle bellezze di M.
Laura, quanto però appartiene all'intelligenza di quefto Sonetto, doue fa di
bifogno primieramente intendere quello che fi fia la bellezfca, dipoi di quante
fpezie, & terzo in quello che le conuenghino tra loro e in quello che le
fiano differenti. Quanto al primo punto la
bellezza non è altro che vna certa proporzione e grazia che reliilta da
più cofe, onde per il contrario le colè brutte fon tutte quelle che fono
fproporzionate nelle loro parti, &
condizioni, & fenza alcuna grazia.-quetta difHnizione è più prelto
pre(a da principij interni iolamente, de quali ella è compofta, che altramente,
come fono in cambio di forma proporzione e grazia, e in cabio di materia più parti, ò più condizioni: legno di
ciò che vna colà fola, come vn'elemento non fi domanda bello. Puollì
ancora difKnire la bellezza più
perfettamente dicendo ch’ella è vn fiore, ed vna grazia, ò fplendpre. di più bontà, & perfezzioni vnite che è arde
tifììmaméte disiderata. dicesi fiore, grazia,
e splédore per 4i^inguerl4 dal iuo eontiario,, chc. e la bruttezza composta di
più perfezzioni defettiuc vnitc, ma
{proporzionate e discordanti. Più oltre
fi aggiugnc in più bontà, perche come fi é detto vna colà in tutto femplice, &
come fcmplice confiderata non fi domanda
bella, ancora che come partecipe della forma Tua iemplice fia buona, come
fi è'dato l'efempio d'vno elemento.
Terzo ho detto ardentiflìmamente disidcrata, perche cosi ancora la bellezza
Ci diilingue dal bene come bene, che
none cotanto amato e disiderato, e quando pure alcuna forte di bene fia troppo
amato, co . roc dagl’avari fono le
ricchezze, dagl’ambiziofi gl’onori, dal vulgo i piaceri del senso, e che Ci dice e' ne fono innamorati, quefto
auuiene per certa fimilitudine di ecceiliuo amore di qui fi poflbn cauare le
ragioni di alcune òccultilìime verità. Tvnaè, che la materia prima perche e lòftanza femplice, e non
è buona, non eflendo forma, ma lbggetto
atto à riccuere le forme non è bella ne brutta, e fi dee dire propriamente non
bella, & nò buona, & quella medefima cófideratacome informata di tutte
le forme séz’ordine e proporzione è buona: ma bruìta, e come informata delle
forme con ordine e propor.7ione é beila e buona. l'altra nafeoià verità è che Dio perche è Comma bontà e perche
con iòmma ed infinita proporzione et grazia
le contiene tutte in vn modo perfettiflimo, perciò è la fomma ed infinita bellezza, & merita d’eflere amato con ardentifììmo ed infinito
amore, 6 Ce gl’amanti delle terrene e create
bellezze sentono marauigliofi diletti senza alcuno difpiacere quando le ri
mirano come e3 vogliono: quanto più senza coinparatione ne sentono delimcreata, &
diurna bellezza gli An gipli sii in Cielo, e l'anime beate in eflètto, e quaggiù ì giufti et gl’eletti per
ifperanza. In vltimo fi può aggiugnere
alla predetta difhnizione e dire della bellezza veduta: perciochc fino à tanto
che la cofà bella no è veduta, ò con l'occhio corporale, ò eoo quello
dell'anima, eh e la
mente, niuno iène innamora. Onde il noftro Petrarca quando le bellezze della
ina donna gli danno di!piacere, fi doleua
d'auerla guardata dicendo. Occhi
pianate accompagnate il
core, Jt
Che divoftiofalltr morte foftiene.
E Cavalcanti nella lua così dotta, come ofeura Canzone dell'amore dice
che viene da veduta forma che s'intende. Quanto al fecondo punto, che era delle
fpezie dell'ai more quante et quali le fìano. fé vogliamo feguire il
parere di FICINO, il quale più
copioiamente, e più fottilmente chealcun'altro de'Platonici, ragiona d'Amore fopra Famorofo Convito di Platone fi dee dire che le fono di tre
maniere, vna dell'animo, qhe fi conoicc
colla mente, l'altra del corpo, che fi feorge
colla vissa, ed vna delle voci, la quale fi comprende co l'vdito, ma
fé fi riguarda à quello che fi è detto dell'Idee e della
bellezza con Platone e con
Ariftotele di fopra, ed alle parti principali dell'uomo, pare che le
bellezze fiero folo di due maniere, vna del corpo, che si conofee col senfo
della vista & coll'occhio corporale; e l'altra dell’animOjche fi contempla coll'occhio dell'anima, che è la
méte. É volendo difendere il nota M.
Marfilio {pudore apprellb di noi Latini
della Platonica Filofofia fi può dire
che la diuifione di Platone nelle due Venere, cioè nell’intelligibile, &
nella sènfibile, e le quali in quanto (ì
confiderono ncll'Vniuerfò, iòno da Ariitot'ile
chiamate ordine delle cofe intelligibili in Dio, ed ordine ienfibile
nelle ipezie del mondo fuori di Dio, fi può dico dire che quclta diuifione è
prefa dalle oppoite bellézze, atte(o che vna è immateriale ed in Dio,
raltrafcnfib;1e, & tuo ri della diiiina eiìenza, cos'i è preia da due diuerie potente che fono in
noi, e queite (òno l'intelletto ed il senfo.
Ma Ficino via la diuifione, et ibeto diuifione infieme volendo dire cosi
che iàbellezza, et mafiìmamente con- Édérata
neU'iiuomo>ò nella donna, è
ò dell'animo folo, del corpo lòlo, ò dciranimo, & del corpo infìeme: quale è
la bellezza e la grazia delle voci et
de1 gentili ragionamenti; perciochc in
quanto concionano all'orecchio & all'vdito corporale, & con moto
corporale dell'aria, é bellezza corporale, ma in quanto a' gentili concetti, c
nobili affezzioni, Se disij, che le SIGNIFICANO, che fono nell'animo, e
bellezza interna e dell'animo. Puofli ancora dire che le bellezze eflenziah del
mondo grande e del piccolo che e lhuomo, fono di due maniere vna intelligibile^ l'altra senfibile 5 delle
quali quefta cosi è fcala e mezzo à quella, come il senso ierue nelle
cófiderazioni all'intelletto. ma per accidente poi, perche all'intelletto in
noi non iolo ièruc la vifta, ma ancora rvdito, perciò ancora ci fu di bilbgno
della bellezza e grazia delle voci 5 E le alcuno dicerie fefonoeuenzialmente di
due forti di bellezze, ò di Venere una intelligibile, e l'altra sensibile:
donde nasce che alcuni de’maggiori platonici pongono tre sorti d'amori, uno bestiale,
che è IL DESIDERIO grande, che moki hanno di goder la bellezza sensibile co
diletto carnale del tatto. L’altro umano col quale dama la medefima bellezza
con onestà, ò per dir meglio con minore errore fermandoli in efla; ed il terzo
amore è intellettuale e divino e perfetto, perche termina alle diurne bellezze,
le quali iole co le tre divine persòne sono il vero oggetto fruibile, parea
ragionevole che quanti io no gli amori tante fiano le Venere, ò vero le
bellezze eiiendo queite cagioni dell'amore più oltre fi può cercare da qualche
bello ipirito, perche la bellezza fi chiami madre dell'amore, e non padre? e perche
la fi chiami col nome di femmina, fendo cola perfetta, et l'amore col nome di maftio, che è
imperfetto, & cógiunto colla pouertà ò mancamento. Al primo dubbio fi dee
riipondcre chc fecondo i duoi oggetti dell'amore eflenziali, che fono la
bellezza sensibile e l'intelligibile, sono
ancora due amori soli il sensibile, e l'intelligibile; ma per accidente poi; perche
alcune ni hanno dell'animale e del bruto seguendo i piaceri del Ieri lo: diquìé
che l'amor loro è sensuale e brutale insieme. Al secondo dico rimettendomene a
più lottili, ed à più intelligenti che la bellezza si domanda madre e non
padre, e con nome di femmina, e non di maftio, perche la bellezza senza
l'amante atto a innamorarli, e senza il dilcorrerui intorno è cagione
imperfetta dell'amore, come la femmina senza il maftio non può ancor ella
generare ne le ftelle fenza il Iole,
Venendo ora al terzo capo dico che la bellezza intelligibile e la senfibile
conuengono primieramente in più condizioni, poiché tutte e due lbn grazie, fiori,
e fplendori, tutte e due fono di
più perfezzioni, & in pili
forme, ò beni fi fondano, & noninvnfolo.
Terzo tutte e due iòno oggetti di potenze cognoicitrici, e quarto fono
difiderate di amoro{b, et vehementilfimo difiderio. Sono lecondariamente uuette due Venere ò bellezze
tra loro differenti primieramente perche vna è di cofe Ipiritali, l'altra corporali: dipoi vna fi comprende con
l'intelletto, Faitra col fènfo. Terzo vna ne guida Tempre al bene operare, che
è l'intelIettuale bellezza, l'altra talhora ne fa cadere in rei diade
rij,& in più fozzi fatti per
difetto però di noi, et queita è la senfibile. quarto l'intelligibile non fi conofee da noi per
fé fterTa, & chiaramente,
che le fi vedelfe chiaramente, molto più ci accenderebbe d’amoroso desiderio,
che ella non fi, il vederli chiaraméte tocca folo alla bellezza del corpose
però ella lòia ardentimmaméte da noi è amata: come ne moitra l'eiperienza in
ogni fecolo, come ne fanno ampiflìma
tede i'Iftorie, & Petrarca nel Trionfo d'Amore, et come
bene dice il Diuino Platone nel Fedro & la cagione perche la
bellezza fia lommamente amata e difiderata e perche il bene è colà amabile e difidcrabilc, più beni molto più, et le vi
è la grazia ancora in fommo, &
ardentifiìmamentc. In quella vltinia parte di quclto mio difeorfo fi dee
da me lpiegare il raara-iglielò ordine, che uenc in questo Sonetto Petrarca in
celebrare le bellezze della dia Madonna
Laura, et 'fi dcono efporre alcune voci
deltefro: accioche e l'artifizio, e tutto quello che qui dal poeta è detto
della sua donna, s'intenda chiariflimamente, e fi deono muouere Se iiciorre alcune
dubitazioni per difefa di quello che fi farà detto. Quanto all'artifizio, ò vero ordine io ci auuertifco
tre -cole la prima che il poeta primieramente nel primo quadernario ragiona
delle cagioni delle bellezze della tua M. Laura e poi nell'altro quadernario.
ne due terzetti parla delle bellezze,
ieguendo in ciò l'ordine di natura, fecondo il quale le cagioni precedono i
loro effetti. La seconda cola che io ci noto è, che queflo Poeta lodando le
gmzie di lei compitamente dalle loro più prediate cagionile celebra
prima dalle cagioni
antecedenti, che fono l'ideale
bellezza, il cielo, e la natura, dipoi dalla ca^ione che
accompagna quella suà donna, che è il iiio viiòcon legge e maeftria
fatto dalla natura: e terzo da quella, che fegue che è il fine che fegue
all'opera beila,& e per moitrar
quaggiù in terra
quàto lafsù potea. Vedete,vedete vi prego giudiziofiflimi accademici, come
compitamente, e con ordine efàlti le bellezze della lui amata: conforme al
compimento di ciascuna cosa, il quale stà nello aver tre parti il principio, il
mezzo, ed il fine, come con tre prcue ci dimostra il Lizio nel Cielo, cioè
dell'autorità di grandinimi filosofanti, quali furono i pitagorici, dai numero
che fi via in ogni religione di honorare il divino, che é il numero ternario, e
dal perfetto modo di parlare de’greci al quale gli induce la natura delle cose.
La terza ed ultima cosa che si dee avertire intorno all'ordine, che tiene M. Francesco
in questo e leggiadria ed aitifìziofifs. Sonetto in celebrare le maravigliose bellezze
della sua donna è, che egli procede nel fecondo quadernario e ne’due ternari. In
questa maniera te- ff Lezzione facendosi in prima dalla bellezza
del corpo più alta, quale e quella delle chiome corrispondenti a quella del sole
di cielo, dipoi segue di dire della occulta, conforme in qualche parte à quella
del sole diurno e mutabile, e terzo discende alle bellezze delle parti più basse,
e prima alla bellezza, e leggiadria degl’occhi, che con la vissa si comprende, et
poi della bocca dividendola in tre. Una,
che ancide per pietade, et confitte nel dolce sospirare. L’altra nel dolce esprimere
de’concetti. L'altra nel ridere dolcemente. E tutte e tre appartengono alla
bocca polla; di lòtto a gl’occhi, e quelli Iorio nel mez mezzo tra quella, e il capo, donde efeono i
capelli. Da tutto quello che io ho detto, potete ingegnosissìmi accademici conoscere
che quello nostro poeta non con minore
ordine ed artifìzio che con grazia, Sgmaeflà celebra ed ammira le bellezze e le
grazie del bel viso di M. Laura, e insieme
di qui si può da voi sapere come cosi le bellezze, come ogn'altro bene, s'ha dal
divino fonte d'ogni bontà, e d'ogni bellezza per mezzo de celesti lumi, e della
divina ed ideale bellezza. Quanto all’esposizione delle voci più ofeurc la
prima è quella qllo, che il poeta nitida [per parte del cielo;] alcuni
dellielpofitori di Petrarca per parte del Cielo dicono che egli intende le stelle
parti più dense de’celesti corpi, come i nocchi in un legno, e che egli parla
come accademico, tenendo che l'anime nostre sono tutte create ad vn tratto, e ciascuna
furie alìegnata alla sua stella; come racconta L’ACCADEMIA nel TIMEO (vedasi)
ma a me piace di cfporre per parte del
Cielo, tutta quella parte ò flellata, ò non iftellata, la quale con debito modo
riguarda il luogo dove è ingenerata – H. P. Grice, GENITOR -- , e dove nasce
quella si bella donna j attelb che dalla debita situazionc delle stelle
in cotal parte, come da cause uniuersali nasceno le grazie di lei: come
vogliono gli’astrologi, e cosi piace ancora a quello nostro poeta, come si può vedere in quella £iuzone, il cui principio è queilo. MJ Tdctr
D£L VERTNO. j| 0> Tacer non pcffo, e temo non adopre o, contrario
effetto la mia Imgua al core l dove nella quinta stanza ei dice 1/ dì
che coftei nasce sono UJlelle, Che prodvcon fra voi feliii effetti j, 1/7
luoghi altt er eletti uvna ver l'altra con amor converse. In questa parte del
Cielo: come in cagione efficiente,
mediante il lume et il moto è il bel viio di M. Laura, e nell'idea come
in eiempio [onde natura tolge.] Puoi si
per natura intendere la forma degl’agenti naturali i quali prendono il modello dell'operare bene dal divino, in
quanto da esso sono bene indirizzati fé bene non intendono. O vero per natura si
dee esporre il divino itesso, donde dipende tutta la natura, nel qual SIGNIFICATO
– H. P. Grice, NATURAL MEANING -ancora Tintele il LIZIO quando nel primo del
Cielo ei dice che fa natura fece bene a lpogliare il corpo celedte d’ogni
contrarietà, da che douea elìere eterno, secondo che e^lì lì pensa, piìi pretto guidato da ragioni
uumane che dall’infallibili verità – 2 + 2 = 4 -- , che altramente ci mostrano.
Più oltre leguitando [ per vn cuore dove sono unte virtudi
accolte] Petrarca intende non il cuore, che è parte corporale prima
dell'altre: ma o L’ANIMO, che rifiecie
nel cuore, nel qual ientimento vfìamo di
dire io ho in bocca cioche io ho nel cuore, o vero per l'uno e l'altro: anelò
che formalmente il cuore èl'iiteifo appetito sensitivo, del quale la virtù é
moderatrice, e delle parti materiali gli spiriti sono il soggetto delle spezie
di esse virtà come conofeiute, come
d'ogni altra cosa che si conosce. Quanto alle dubitazioni qui dirà qualche
ingegnoso spirito come può cilere, che il leggiadro viso di M. Laura fulge in
qualche parte del Cielo, e in qualche idea ì atteso che il bel viso di lei è cosa
particolare, e il Cielo, e l'Idea sono
cagioni universali. Dipoi come celebrali Petrarca la bellezza della sua donna, e
dice che la somma e di sua morte rea;
attclà C cht LEZZION E che fé le grazie
dell'ANIMO, e quelle del corpo di lei sono congiurate contro di lui, ed aspirano
a darli morte, sono crudeli, ed unto più fi deono biafimare che lodare quanto
la morte è cosa rea e la vita cosa buona. E finalmente come può Ilare che il
dolce riso di lei, i dolci sospiri, e il
dolce parlare, sono cagioni che amori
iani,e anci da, che
iòno effetti contranj, e douerrebbero nascere da contrarie cagioni, di
maniera che SE i dolci sospiri, il dolce parlare, e il dolce riso danno
all'amante la sanità e la vita; L’amaro sospirare,
RAGIONARE e ridere lo fanno infermare e lo
conduceno à morte. Al primo dubbio e primieramente quanto al cielo di co, che
egli si può considerare in due modi. In uno da per le lenza le cagioni particolari di quaggiù e senza la particolare materia e in un'altro inficine
con quelli agenti e con quella materia
jnel primo modo è vero che il cielo no può eiTerc causa delle cose particolari, come di
particolari leoni, cani, ed uomini, altramente in damo farebbe data dal divinio
la virtù del GENERARE – H. P. Grice GENITOR -- à questi inferiori agenti, nel secondo
modo è ben vero: atteso che ogni movimento di quaggiù fino all'alterazione, per
la quale lì dsipone la materia, e si
generano le cose pende dal movimento e da
lumi dei celesti corpi, come ne mostra cosi l’esperienza, come IL LIZIO ancora nel sècondo della GENERAZIONE – H. P.
Grice, GENITOR -- e della corruzzione e nel
primo della Metheora, oltre che la ragione il medesimo ci
confermalero che SE i cieli con il loro
moto, e con il loro lume non cor correderò gl’agéti di quaggiù alla produzzione
delle coae generali, non conosceremo come il divino è la prima ed uniceraale
cagione di tutte le cose, ed al cielo che interne coll'intelligenze participa
molto più della bontà, che le creature di quello mondo inferiore, farebbe
negata la virtù di comunicarla ad altri, ed all'altre creature mcn buone
conceduta, & l'vno et l'altro farebbe non meno inconveniente
che falso. Secondariamente quanto all'idee,
le quali sono nel divino dico che fé bene le fono cagioni vniuerfali delli
effetti in if pezic da per loro confidente, nondimeno con gli agenti
particolari, et con la particolare materia, fono ancora cagioni particolari.
Puoflì ancora dire che l'Idee, fé fi considerano come forme in Dio che è caufa vniuerfale, in quefta
maniera, ioti caule delli effetti Ipeciali, ed uniuerfali ma fé le fi
contemplano in Dio come cofa che è maftimamente in atto come ancora i
particolarità quella maniera Dio intende più prefto in particolare, che in
vniuerfale, et cosi ancora ne è cagione più oltre che cofà non iòlo fallà, &
empia, ma ancora ridicola farebbe quella de’ Fiiofòfanti, fé credeflero che Dio ch'e l'ottima,
Scleccellentifs. cagione, e che le foftanze particolari, fono più pertette che
Tvniuer(ali, come fi dimoftra d’Ariftotile nel capitolo della foftanza e
nondimeno più prefto fi penlàifero che Dio producefTe rvniuerfali cheleparticolaii,
& che più prefto di quelle che di quefteteneffe cura, perciò vfizio è di
huomo fàuio, pio, et amatore del vero, tenere, che Dio et in vniuerfale, ed in particolare fìa
autore delle cole, et tanto più in particolare, che in vniuerfale: quanto così
fono più perfette che in quel modo e cosi deono credere dello intendere di Dio
e chi non sa rifoluere le argomentazioni più forti che in contrario fono itate
ritrovate da fottili ingegni, dee più prefto in ciò confeffare lz fiia
ignoranza che per non fare quefro che farebbe fegno di modeftia incorrere in quelli tre
grandiflìmi vizij di stoltizia, di menzogna, e d'impietà. Alla terza ed vkima
difficultà fi può rifpódere che gli effetti contrarij poifon nafeere da vn
medefìmo agente ò da due agenti contrarij'. da vn medefìmo in più modi, ò perche
egli fìa diversamente dispotto, ò i fuoi finimenti, o la materia, ò perche in
diuerfit é piafpirià diuerfì fini può vn medefìmo agente effere diuerfamente difpofto &
così cagionare diuerfì eftetti come il gouernatore e maeftro di naue con
la fuà prefenza e coll’arte fùa faiua la
iauc dalle fortune del mare e de'corlali e colla suà C a alfe*
;£ Le 2 z ione fllTcn?!, ò non fapendo ben farti, è caufa
del contrario umilmente fé vn medelìmo agente fi lèrua di linimenti diuerfi,
farà diuerfe operazioni e contrarie, colle
tana- glie esépi grazia vn legnaiuolo caua gli aguti d'vn legno e col
martello ve gii ficca, vn'eccell. pittore le ha buon pennellij & buon
colori fa vna bella figura, le altramente brutta. Che più oltre vn'iftelfo
agente, mercè della divertita della
materia faccia contrarij effetti, è chiaro di qui perche il Sole indurifee la
terra, che e tenera per efiere mefcolata coll'acqua, ed intenerire la
cera. aelFaz.zioni umane vn'iftelfo capitano
delli elèrciti Ce ha per fine la
vittoria per quella rcpubl. pella quale e5 combatte la può conlèguire. fé la
perdita e la rovina ancora di cotanto male può eifere caufa; e cosi la
diuerfità de’fini è caufa ancora, che d’vna medemna cagione effettrice nafehino
diuerfi effetti, in vltimo, che duoi contrarij, contrarij effetti preduchino è
chiaro, il bene accende in noi desiderio
di le il eifo, & di qui è che ci muouiamo per acquiftarlo, il male cagiona
l'odio, ed il fuggirlo dalla fanità procedono le operazioni naturali Se buone, dairinfermità
fono impediti, e fatte imperfette, da queita diftinzione è manifefto come il
dolce sòspirare, parlare, e ridere dell'amata dia la làmta all'amante, fendo li
ella con quefte gra7ie prefente, e l'infermi, e dia morte con la fua ai-lènza, poi come contrarie cagioni
il dolce sòspirare, parlare e ridere, el fare tutto que :o con afprezza et sgarbatamente,
ne lègue ò la sanità e la vita o la malattia, 8c la morte nello amante, effetti
contrarij da contrarie cagioni procedenti. Da tutto quefto mio ragionamento può
ciafeuno di voi gentiliduni, et accortitììrni Accademici, e Vditori haucre comprelò,
chcilnoltro M. Petrarca non con minore
altezza ni concetti, ne con manco beilo ordine hi celebrate le bellezze et le
gra? ie delia suà M. Laura che con maeità e grazia di parole,
ateeiò che egli «el primo quadernario di quello sonetto l'eiàlta da tut- Del Verino.%f te le principali più degne cagioni come tra
le irrumentali è il Cielo con 1 fuoi più benigni lumi, i quali in luoghi alci ed
eletti si ridonarono il di che cortei
nacque, tra l'elemplari l'idea d'vna
graviofilTima donna, tra le agenti la natura prima, ò vero eifa prima, ed
iuprema cagione d'ogni cosa buona, et d'ogni rara bellezza, tra le formali più
notabilità grazia e la Ieggiadna, & tra le ma renali il vifo di queita iva
donna. Confederando più oltre che quello e dotto e gentil poeta nel lecondo
quadernario lèguita, ma più particolarmente
ài renderci ma rauigliofele bellezze di M. Laura, celebrandole fuechio
me, con agguagliarle al finiiììmo ore nel colore, e nello splendore e
preponendole alle chiome fparie all'aura di qual lì voglia ninfa, che (ì
ritroui ne' fonti, & di qual fi voglia
dea habitatrice delle lelue, e credo io, che à più eleuati ingegni
intenia di lodarla di carità attribuì» ta alle ninfe, le quali l'ardore delle
carnali dilettazioni eitinguono con
queita angelica virtù, non altraméte che il fuoco iìa eitinto dall'acqua cosi
voglia Ibpra modo significarci che ella ha in se raccolte le virtù in
eccellenza, il che e colà rara e solitaria come quelli che per attendere alle
diuine specolazioni, fuggono le conversazioni, Se li riducono ad abitare ne’dolchi,
e nelle felue nelmedefimo quadernario magnifica le virtù di queita dia donna dal gran numero che
ella n'ha raccolte nel suo animo quasi
volendo dire che doue nell'altre belle ne è vna, e óuq, ò poche più in lei iòn
tutte cosi dalleilremo poterebbe l'hanno in lui, che è di condurlo à morte per
l'infinite, e grandiilune pailìoni, eoa le quali tutta la fuà vita è mole-Hata,
e quello perche egli non teneua modo, ne anfora in amarle, onde ella molte
volte le gli moitraua disdegnofa, ed adirata;
e questo li reca infiniti tormenti, come pel contrario le benigne accoglierne
vq contento, vn allegrézza lenza termine Tcn#
$8 Lezzione Terzo ed vltimo più
in particolare ci efprimc le grafie e la forza d’alcune parti di
queftabelliiTima, e le?- giadriflìmà donna:
le quali grazie dico iono di alcune parti del corpo, come degl’occhi, del
cuore, e della bocca, e ci annunziano vna maggiore grazia che è quella del suo
bell'animo, quella degl’occhi è divina, e confifbe più che in altro nel
girargli con suavità, e perche per gl’occhi
molto si lcuoprono altrui, le qualità dell'animo: come i più dotti de Fisìonomi
ci dimostrano, & refperienzaftefla: di quìè che dal mouimento fòaue e gentile
degl’occhi si può prendere fpedito argomento del fuo bell'animo dal sòfpirare similmente con soavità,
si conosce vn'animo appaflìonatOi ma con certa moderanza comeauuicne in chi
modera gl’affetti col freno e colla legge della retta ragione. Le grazie
finalmente della bocca Tono il dolce parlare che ci dinota vna moderanza
nell'appetito iralabile che ci ìùole pella bellezza ò per qualche bene che
è m noi più che in altri inluperbire ed il dolce riio dolcezza e piaceuolezza nel
conversare, O Dio immortale con quanta
arte ci fai tu quaggiù in terra ed inquefta materia vedere la tua bontà e le
tue bellezze e con quanto ftupore cosi
dottamente e con tanta leggiadria di parole quefto poeta ce le ha
cfprefTe e cantate in quefto sonetto: perche non ho io potuto con quell'altezza
di concetti, con quel marauigliofo ordine, e con quella maeftà di parole, che fi conuenne, e che
io più defidcrauo difeorrerne digniilfimi accademici, ed uditori? perche dico
non ho io potuto così celebrarle alla presenza vostra? mercè credo io
della debolezza del mio intelletto, e della
rozzezza del mio dire, colle quali imperfezzioni è piaciuto alla diuina prouidenza che io fia, acciò più
illuftre e chiare apparifehino le perfezzioni e le
grazie di molti altri, & atfine che io comprenda, che tanto più fi Del Verino. 0 ri fono obbligato della
grata vdienza, che come corte fiiTimi mi auete data, quanto meno mi II conucniua, e perciò con tutto l’affetto
del cuore ve ne ringrazio. IO HO DETTO. Il Fini. Nome compiuto: Francesco Vieri.
Keywords: Pico, Accademia. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft; Luigi
Speranza, “Grice e Vieri: la dialettica fiorentina”, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vigellio: la ragione conversazionale al portico romano –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma).
Absract. Keywords: Storia della filosofia romana. Filosofo italiano. Amico ed
allievo di Panezio. Stoic
philosopher. A friend and pupil of PANEZIO (vedasi), with whom he also lives. He
is noted by CICERONE in “De Oratore” to have also been a friend of Lucio
Licinio CRASSIO (vide), the greatest Roman orator prior to CICERONE. All other
information has been lost. See also List of Stoic philosophers. References:
Blits, “The Heart of Rome: Ancient Rome’s Political Culture”; CICERONE. The
first Stoic philosopher in Rome is the famous Panezio, who joins The Scipionic
Circle, lives for a while in SCIPIONE’s home and travels with him for more than
a year on a public embassy to the East. Besides SCIPIONE, consul, and censor, at
least six *other* consuls study under
Panaetius. They include LELIO and L. FURIO, both of whom, along with SCIPIONE
and Polibio, hear the three Greek philosophers at Rome; FANNIO; Q. Elio
TUBERONE, suffect consul, Q. Mucio SCEVOLA, and Rutilio RUFO. In addition, Spurio
Mummio, one of the legates sent to settle Greek affairs is trained in the doctrine
of il PORTICO (Cicero, “Bruto”). V., friend of CRASSIO, consul, is Panezio’s friend
and pupil, and lives with him (CICERONE, “De oratore”); and Sesto POMPEO, son
of the governor of Macedonia, brother of a consul, and uncle of POMPEO
maggiore, withdraws from politics in order to devote himself to the philosophy
of the Portico (CICERONE, Bruto, De oratore). Portico. Pupil of Panezio. Nome compiuto: Marco
Vigellio. Marcus Vigellius. Luigi Speranza for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vigna: FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola --
la ragione conversazionale e la regola d’oro conversazionale – la scuola di
Rosolini – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rosolini). Abstract. Keywords: inter-soggettivo
trascendentale. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Rosolini, Siracusa,
Sicilia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Studia filosofia a
Milano, legandosi in special modo all'insegnamento di BONTADINI (vide) e SEVERINO
(vide). Con SEVERINO si laurea con la tesi, ‘La logica dell'astratto – generale
-- e la logica del concreto – particolare’”. Insegna filosofia a Milano e Venezia.
Presidente della Società italiana di filosofia morale. Si occupa della
filosofia del lizio, o peripato, e di neo-idealismo italiano. Si concentra in
maniera speciale sull'ontologia, proponendo una ‘semantizzazione’ del concetto
di ‘essere’ capace di risolvere la aporia del “parmenidismo” (vide VELIA) di SEVERINO,
che in qualche modo grava anche sulla speculazione di BONTADINI. Questa
‘semantizzazione’ permette di leggere nel ‘divenire’ (“x divenne y”), non
l'annullamento dell'ESSERE (“x e y”), ma piuttosto l’annullamento di UN ENTE.
La differenza fondamentale è proprio quella che passa tra l’essere ‘assoluto’
che *non* diviene, e UN ente finito che comincia e cessa di essere – cfr.
Grice, relative identity in Geach and Myro, and his schema on becoming after
von Wrigt in “Actions and events.” Questa impostazione ha consentito di
raffinare ulteriormente il tema della mediazione metafisica che sfrutta e
compone la posizione necessaria della totalità di un essere con la posizione
della totalità molteplice e mutabile dell'esperienza. Insieme all’analisi
di ontologia, si sono svolte quelle di etica (bio-etica). L'etica è intesa
fondamentalmente come un’annalisi del desiderio o volere, il quale, a sua
volta, è fondamentalmente desiderio di un altro desiderio (“meta-desiderio”),
cioè poi di un altro essere umano – il co-conversazionalista B -- che ci
desideri e ci riconosca. L'etica e così ri-condotta alle dinamiche di una
relazione inter-soggettiva, che si puo descrivere secondo tre modelli basilari.
Il primo modello è il modello griceiano – ariskantiano -- quello regolativo per
l'etica. E quello in cui le soggettività si riconoscono reciprocamente come
delle soggettività, e cioè come delle persone o degl’esseri che pensano e
desiderano in modo trascendentale. Il secondo modello, piu primitive, è quello
trasgressivo della ragione istrumentale. Quello in cui le soggettività
confliggono e cercano di dominare il soggetto che hanno di fronte, trattandolo
come un oggetto o istrumento -- o una cosa manipolabile a loro piacimento. Il
terzo modello, che si colloca a mezza strada fra i due precedenti, è
quello che V. definisce come modello griceiano ‘oblativo,’ in cui, mentre una
delle due soggettività riconosce l'altra e si dispone a trattare l'altra
secondo la cura e il rispetto che le convengono, l'altra soggettività non offre
nessun riconoscimento e cerca di imporsi sulla soggettività riconoscente come
soggettività dominante. Questa impostazione onto-etica si caratterizza per
il tentativo di fondare la regolatività etica del modello ariskantiano di Grice
su argomentazioni che partono dal rilievo irrefutabile della trascendentalità
della persona, la quale si trova invece contraddetta in tutte le situazioni di
rapporto inter-soggettivo ri-conducibili agl’altri due modelli (razionalita
istrumentale – Modelo II --, e razionalita di oppression – Modelo III). L’indagini
di antropologia trascendentale completano e chiudono questo percorso, ponendosi
come il termine medio che stringe e salda l'ontologia all'etica. Il concetto di
‘persona’ viene inteso alla Grice e Strawson come sinergia del concetto di
‘sostanza’ e di quello di relazione (la categoria della relazione di
Aristotele, la relati, o il ‘pros ti’. Sostanza (ousia,
sub-stantia, essential) è classicamente quello che permane e sta in
sé. La relazione, invece, è qui il rapporto intenzionale ad altro da sé. La
persona è una sinergia di sostanza e relazione perché è sia rapporto a se
stesso sia rapporto all'altro da sé, in quanto è essenzialmente una
intenzionalità trascendentale, ovverosia un orizzonte consistente di relazione
all'altro da sé, secondo il corso illimitato del desiderio che lo abita. Saggi:
“La dialettica di GENTILE” in “Giornale critico della filosofia italiana”, “La
religione nella filosofia di GENTILE”, “Giornale critico della filosofia
italiana”, “GENTILE, interprete di Marx”, in Enciclopedia. La
filosofia di GENTILE, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, “Ragione e
religione”(CELUC, Milano); “Filosofia e marxismo” (CELUC, Milano); “Le origini
del marxismo teorico in Italia: il dibattito tra LABRIOLA, CROCE, GENTILE, e
Sorel sui rapporti tra marxismo e filosofia (Città Nuova, Roma); “GRAMSCI: il
pensiero teorico e politico e la questione leninista” (Città Nuova, Roma);
“Invito al pensiero di Aristotele” (Mursia, Milano), “Sostanza e relazione: una
aporetica della persona,” in L'idea di persona, Melchiorre (Vita e Pensiero,
Milano); “L'enigma del desiderio” (San Paolo, Cinisello Balsamo); “La politica
e la speranza” (Lavoro, Roma); “Il frammento e l'intero: -- il toto e la parte
-- indagini sul concetto di essere e sulla stabilità del sapere” (Orthotes, Napoli);
“Sul trascendentale come inter-soggettività originaria”, in “Le avventure del
trascendentale,” Rigobello (Rosenberg, Torino); “Sulla verità e sul bene”
(Petite Plaisance, Pistoia); “Etica del desiderio come etica del
riconoscimento” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: indagini di
struttura sull'umano che ci è comune” (Napoli); “Studi su GENTILE” (Orthotes,
Napoli); “Studi su Marx” (Orthotes, Napoli); “Studi su Aristotele” (Orthotes,
Napoli); “La ragione e la dialettica: studi su Marx e VOLPE” (Marsilio,
Venezia); “Teorie della felicità” (Francisci, Abano Terme); “La qualità
dell'uomo: filosofi e psicologi a confronto” (Angeli, Milano); “Dio e la
ragione” (Marietti, Genova); “L'etica e il suo altro” (Angeli, Milano);
“Strutture del sapere filosofico” (Cardo, Venezia); “La libertà del bene” (Vita
e Pensiero, Milano); “Essere giusti con l'altro” (Rosenberg, Torino); ‘Introduzione
all'etica” (Vita e Pensiero, Milano); “Etica trascendentale e intersoggettività”
(Vita e Pensiero, Milano); “Multi-culturalismo e identità” (Vita e Pensiero,
Milano); “La persona e i nomi dell'essere: sritti di filosofia in onore di MELCHIORRE”
(Vita e Pensiero, Milano); “Libertà, giustizia e bene in una società plurale” (Vita
e Pensiero, Milano); “Etiche e politiche della post-modernità” (Milano, Vita e
Pensiero); “Etica del plurale: giustizia, riconoscimento, responsabilità” (Vita
e Pensiero, Milano); “Affetti e legami” (Vita e Pensiero, Milano); “La REGOLA
D’ORO come etica universale (Vita e Pensiero, Milano); “BONTADINI e la
metafisica” (Vita e Pensiero, Milano); “Metafisica e violenza” (Vita e
Pensiero, Milano); “Etica di frontiera: nuove forme del bene e del male” (Vita
e Pensiero, Milano); “Di un altro genere: etica al femminile” (Vita e Pensiero,
Milano); Pira. Un san Francesco nel Novecento (AVE, Roma); “Multi-culturalismo
e inter-culturalità: l'etica in questione” (Vita e Pensiero, Milano); “La vita
spettacolare: questioni di etica” (Orthotes, Napoli); “Etica dell'economia: idee
per una critica del riduzionismo economico (Orthotes, Napoli); “Differenza di
genere e differenza sessuale: un problema di etica di frontiera” (Orthotes,
Napoli); “Il dovere dell'ospitalità (Orthotes, Napoli). Dell'interpretazione di
GENTILE offerta da V. discutono, fra gl’altri, Berlanda, “GENTILE e l'ipoteca
kantiana. Linee di formazione del primo attualismo” (Vita e Pensiero, Milano); Bettineschi,
“Critica della prassi assoluta: analisi dell'idealismo di GENTILE” (Orthotes,
Napoli). Si vedano anche “Studi GENTILIANI” (Orthotes, Napoli). Cfr. “Studi
marxiani” (Orthotes, Napoli). Cfr. gli scritti raccolti in V., Studi
aristotelici” (Orthotes, Napoli); Saccardi, Semantizzazione dell'essere e
inferenza metempirica, in Pagani, “Debili postille. Lettere a V.” (Orthotes,
Napoli). Cfr. anche Messinese, “L'apparire del mondo: dialogo con SEVERINO
sulla ‘struttura originaria’ del sapere” (Mimesis, Milano). “V., invece, che
pur si è formato alla scuola di BONTADINI e di SEVERINO, non segue più i suoi
maestri, perché ormai ritiene che, se si accetta la “semantizzazione
parmenidea” (vide VELIA) dell’essere, non si può evitare di estendere gl’attributi
dell'essere assoluto all’ente, come precisamente è avvenuto nello svolgimento
della filosofia di SEVERINO. L'errore, però, prosegue V., sta proprio in questo
“aver trattato la questione dell'essere come una questione di ESSENZA.” L'errore
viene eliminato convincendosi che la “semantizzazione” dell'essere coincide con
la relazione d’essenza ed esistenza': questo è il 'tratto comune' tra tutti gl’enti". Cfr.
V., “Il frammento e l'intero, Sulla semantizzazione dell'essere.
L'eredità speculativa di BONTADINI, in “BONTADINI e la metafisica.” Si veda
inoltre SOLLIANI, “Dell'essere come essenza: per una rivisitazione del problema
a partire d'AQUINO” in Debili postille, Il frammento e l'Intero, Cfr. anche Pagani,
“Una rivisitazione della via del divenire e Peratoner, Intorno alla
conoscibilità di Dio, la ragione, la fede, in Debili postille, Si veda
poi Barzaghi, Percorsi di rigorizzazione della teologia naturale nella
filosofia neo-classica milanese”, “Rivista di filosofia neo-scolastica”. Cfr.
Vigna, Etica del desiderio umano (in nuce), in Introduzione all'etica,
Aporetica dei rapporti intersoggettivi e sua risoluzione, in Etica
trascendentale e inter-soggettività, Si veda anche il saggio di
Fanciullacci, “Dell'inter-soggettività e del riconoscimento, in Debili
postille, Cfr. V., Sul trascendentale come inter-soggettività originaria. Venuti,
La cura dell’altro come REGOLA D’ORO. Lettera aperta a V., e Zanardo, Sul dono
della differenza, in Debili postille, Per una discussione complessiva del
pensiero di V. si vedano i saggi contenuti in Pagani Debili
postille. Lettere a V.” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: una
aporetica della persona.” Si può vedere anche Bettineschi, Finità e infinità
della soggettività. Lettera aperta a V., in Bettineschi, “Intenzionalità e
riconoscimento: scritti di etica e antropologia trascendentale” (Orthotes,
Napoli). Bergamo festival: l'intuizione, su you tube. Malato o persona?, su you
tube. L'etica, you tube.com. Treccani. Intervista a V.: la filosofia morale,
you tube. Tugnoli, V.: il desiderio come orizzonte trascendentale, su mondo-domani.
Venezia, su unive Bollettino della Società filosofica italiana, Centro di etica
generale ed applicata, su centro di etica. Centro inter-universitario per gli studi
sull’etica, su venus unive. Società italiana di filosofia morale, Intervento su
La Pira, su avvenire. Attualismo, problematicismo, metafisica, su filosofia. La
politica e il sacro, su in schibboleth. Bisognerebbe oggi parlare
piuttosto di metafisica del male comune… Siamo infatti dinanzi ad un
certo tramonto del politico, almeno nell’Occidente post-industriale: lo
siamo nel senso che la società civile, negli ultimi decenni, ha assorbito
in sé ciò che una volta era, almeno in parte, contenuto della sfera politica;
ma lo siamo soprattutto nel senso che il compito politico sembra troppo
difficile da eseguire ed è in effetti non di rado tradito da coloro che
ne sono in prima battuta responsabili. Ad una sorta di processo di
disseminazione di progettualità creativa in seno alla società civile sembra
corrispondere una sorta di discredito e di scetticismo quanto alla sfera
politica. La sfera politica sembra non riuscire più ad occuparsi della
cosa comune ed essere diventata, piuttosto, il luogo di una distribuzione
corporativa delle risorse. Quando non si giunge, come ad esempio in Italia (ma
certo non soltanto in Italia), a forme molto gravi di corruzione e di
spreco. Il cittadino medio tende perciò a ritrarsi dalla politica o
semplicemente cerca di profittarne. Di fronte all’ingestibilità della
progettualità politica, e pure di fronte al discredito della politica, si
capisce perché vi sia un generale movimento di conversione dai fini ai
fondamenti della comune convivenza. Ma questa conversione a me pare, in
realtà, non tanto una conversione dalla progettualità politica
all’amministrazione della società civile, quanto una qualche conversione
dalla politica all’etica. Ci si è convertiti all’etica, quasi per
esaurimento della sfera politica: questo ho appena suggerito. Ma l’etica
non pare offrire uno spettacolo diverso dalla politica, nonostante oggi
la si chiami fuori, l’etica, per dirimere, quasi giudice supremo, i conflitti
tra il politico, il sociale e il privato; anche l’etica, infatti, ha i suoi
problemi, né suscita consensi facili, quando si va a determinare caso per
caso che cosa può dirsi garantito dall’etica. Sono note ad es. le
polemiche sulla bioetica, tanto per citare uno dei temi oggi forse più
rilevanti, anche per le sue immediate ripercussioni in ambito politico.
Dobbiamo dunque mettere sul conto della nostra quotidianità una eclisse
anche dell’accordo sulle convinzioni etiche? Così pare. E il
multiculturalismo spinge nello stesso senso. Fino a qualche decennio fa la
trasgressione prendeva di mira la legge politica (si ricordi la temperie
sessantottina); oggi quel tipo di trasgressione sembra rientrata e sembra,
appunto, presa di mira anche l’etica. Cito solo un sintomo, ma vistoso:
ciò che si discute con sempre maggiore frequenza è la possibilità di
stabilire regole per tutti che siano regole puramente convenzionali o
formalistiche, anche sul piano etico. L’area anglosassone, più
sperimentata in fatto di multiculturalismo, ha avanzato non poche
proposte in tal senso. Ma bisogna pur dire che ogni formalismo
convenzionalistico contiene in sé il difetto radicale di valere tanto per le
cose buone quanto per quelle malvagie (anche una organizzazione mafiosa
rispetta una serie di convenzioni...), sicché serve solo a scansare il
problema fondamentale, anzi che a risolverlo. Ed è qui che il bisogno di
stare al sostanziale tende alla compensazione dell’etica, lmeno nel senso
di ricorrere ad elementi o frammenti di rimandi all’etica, per ottenere
coesione e consenso. Una certa fiducia nell’universale rispetto
dell’essere umano e un certo rimando ad una fede paiono non di rado un
collante più potente di qualsiasi considerazione ideologica, visto anche
il discredito su larga scala patito dalle ideologie novecentesche. Eppure,
dell’etica e della politica, in realtà, nessuno può fare a meno. L’etica e
la politica, come tutte le cose “necessarie” per la vita degli uomini, si
raccomandano da sole. Come tutte le cose necessarie, l’etica e la politica
ricompaiono e persino dominano anche là dove le si vuole a tutti i costi
esorcizzare. Solo che tutte queste cose prendono vesti diverse da quelle di una
volta: tendono a frantumarsi in molti rivoli o assumono andamenti
carsici. Per esempio, l’etica e la politica diventano oggi cura del mondo della
natura o riscatto del femminile, lotta per l’integrazione delle etnie o
sostegno per gli emigranti e gli emarginati. Comunque, quando e a misura
che appaiono onorate, queste dimensioni del senso della vita umana
sembrano rendere possibile la convivenza, perché esse si presentano come
custodi di ciò che accomuna gli esseri umani nel profondo. Più di quanto
accada alla semplice fattualità dell’ethos. L’etica e la politica
sembrano qualcosa di infinitamente più prezioso dell’ethos. Sono in
effetti il giudizio sull’ethos a partire dalla verità del desiderio umano, se
intendiamo per ethos ciò che appare come la realizzazione
storico-fattuale di tale desiderio. Abbiamo evocato la “verità” a
proposito del desiderio umano. In realtà, l’etica e la politica, sono
solitamente intese come il luogo del riferimento all’”oggettività”
normativa. Ma l’”oggettività” qui che cos’è, se non la “verità” di quel
che il desiderio del singolo o della collettività desidera? Una certa
eclisse dell’etica e della politica, in particolare, sembra l’eclisse della
consapevolezza di questo legame originario con la verità dell’esistenza. E
allora? Come far fronte a questa “sfida” paradossale del nostro tempo, che
vorrebbe fare a meno dell’universale verità, proprio mentre la invoca per
governare la frammentazione delle esperienze dei singoli e dei molti?
Semplificando non poco, io azzarderei questo tipo di risposta. Un codice
universale di natura semplicemente teorica, cioè veritativa, sembra
diventato di fatto improponibile. Questo non significa che sia impossibile.
Significa semplicemente che la cultura dominante, incline al relativismo e allo
scetticismo, non lo cerca e non lo vuole. In fondo, ne dispera. Eppure,
tenta di rimediare a questo fallimento epocale mediante la ricerca di un
codice pratico. È degna di rilievo la circostanza che gli “ultimi fuochi” della
“fondazione” di qualcosa siano, nel pensiero filosofico occidentale, di tipo
eticopratico (cfr. ad es. le proposte di Apel). Ma anche la fondazione
dell’eticità, purtroppo, è un che di teorico. Perciò non funziona più di tanto.
Ossia: anche l’etica e la filosofia della politica dividono. Sembra che
unisca, piuttosto, la pratica tout court, forse perché nella pratica ci
si deve necessariamente determinare così e così. La pratica è “reale”, si
pensa, o è almeno la riconduzione del pensiero alla realtà (laddove la
teoria è la riconduzione della realtà al pensiero e quindi sembra offrire
un margine maggiore alla variazione soggettiva). Per una metafisica del
bene comune Ma non ci si illude anche da questa parte? È possibile. E
tuttavia la pratica, come alternativo terreno di intesa, sembra più efficace
della teoria, perché si orienta al reale, e il reale tendenzialmente
unifica, se e quando ci è dinanzi (almeno in qualche modo), più di quanto
non accada alla teoria, che soffre degli equivoci insuperabili della
comunicazione. Ma una maggiore approssimazione al nostro obbiettivo
richiede una manovra aggiuntiva. Noi dobbiamo cercare ciò in cui gli esseri
umani possono praticamente convenire, ossia ciò che li può praticamente
accomunare. Orbene, ciò che tutti desideriamo è almeno questo: d’essere
riconosciuti e onorati nella nostra umana soggettività. Detto in altri termini,
ogni soggettività umana chiede d’essere riconosciuta come un orizzonte di
senso inoltrepassabile, cioè intenzionalmente infinito, perché tale essa
è per via del logos che la informa. Ma le soggettività sono molte. E come
è possibile che più orizzonti intenzionalmente infiniti coesistano? Non si
riesce facilmente a capire proprio questo. Sulle prime, più infinità, per
quanto semplicemente intenzionali, sembrano incompossibili. L’una sembra
togliere all’altra proprio tale carattere (Sartre). Di qui l’impulso al
conflitto e quindi alla potenziale esterminazione dell’altro. E in effetti
l’esito è inevitabile, se ogni soggettività viene innanzi esigendo,
anzitutto, dall’altra il riconoscimento della propria trascendentalità.
Cioè imponendolo. L’altra, per lo più, farà lo stesso con la prima. Così
entrambe le soggettività finiranno per lottare per la vita e per la
morte. Non così, se ogni soggetto, anziché esigere d’essere riconosciuto
nella sua trascendentalità, viene innanzi offrendo, anzitutto, il proprio
riconoscimento della trascendentalità dell’altro. Non così, se l’altro,
riconosciuto, viene innanzi riconoscendo a sua volta la trascendentalità del
primo. Poiché la trascendentalità in tal caso non è predata, ma
reciprocamente offerta, accade che ognuna delle due coscienze sia
riconosciuta dall’altra. E poiché ognuna liberamente riconosce, resta nella
propria trascendentalità anche quando lascia essere l’altra allo stesso modo.
Due trascendentalità, così chiasmaticamente incrociate, non sono più
incompossibili, anzi si sostengono e si alimentano a vicenda. L’inciampo
dell’ostilità reciproca è qui tolto in via di principio. Il primo codice
universale e il più efficace è dunque il principio del reciproco
riconoscimento. In effetti, il principio del reciproco riconoscimento è il
codice universale più praticabile: un gesto di riconoscimento può esser
fatto da chiunque lo voglia. La sequenza che ho sinora esposto si può
riassumere così: possiamo tornare alla politica solo se transitiamo per
un’etica del riconoscimento reciproco. Ma il riconoscimento reciproco implica
inevitabilmente trattare ogni essere umano come fine in sé. Cioè come
qualcosa di inoltrepassabile. Cioè come libero dall’ambiguità delle relazioni
di dominio. La vita umana non può che abitare questo luogo, se andiamo
alla sua regola secondo verità. Ma come in concreto si struttura la
salvaguardia della vita umana nella società civile? Credo che si possa
agevolmente rispondere a questa domanda riproponendo nel giusto ordine
tre grandi convinzioni che da tempo immemorabile gli esseri umani hanno tentato
in un modo o nell’altro di onorare: la libertà del gesto, che fa dell’azione
una azione umana nella sua dignità, la mira del bene, che riscatta la
libertà da possibili ambiguità, la giustizia del gesto che fa della mira
del bene una questione non solo della vita del singolo, ma anche della vita di
tutti. Vediamo partitamente queste tre convinzioni, che rendono possibile
l’umana convivenza come società civile e che devono essere protette dall’umana
convivenza come società politica. Il primo breve discorso che vorrei
fare è quello sul bene1, perché sono convinto del fatto che dal bene
cominci propriamente la possibilità di una determinazione equilibrata
delle altre due parole: la libertà e la giustizia e perché il bene custodisce
in sommo grado la natura sacro-santa della vita umana. La vulgata
precedenza della libertà sul bene e sulla giustizia è in realtà un
capovolgimento della vera sequenza teorica. Dobbiamo tale errata
precedenza alla modernità. Essa compare con solennità epocale per la prima
volta nelle parole d’ordine della rivoluzione francese: libertà,
eguaglianza, fraternità. Da allora in poi ha fatto, purtroppo, molta
strada. Dico “purtroppo”, perché sono dell’avviso che, cominciando dalla
libertà si onora un essere umano, ma solo cominciando dal bene lo si
orienta in modo conveniente nei suoi propositi di vita, singolare o
collettiva. E un essere umano è libero soprattutto per questo, per
confrontarsi col bene. Il bene è infatti il fine d’ogni azione e nella
vita pratica tutto prende senso dal fine. Ma lasciamo i discorsi formali
e veniamo a qualche considerazione un po’ più contenutistica. Chiediamoci,
anzitutto, perché nel corso della modernità il bene è stato gradualmente messo
da parte (il grande discrimine è il Kant della Critica della ragion
pratica). La risposta a questo interrogativo è nota ai metafisici solo la richiamo ed è duplice. Prima parte: il tema del
bene è stato accantonato, perché strettamente legato
all’ontologia metafisica, da Kant in poi (v. Critica della ragion pura),
per comune convinzione, considerata impossibile. L’ontologia metafisica,
veicolata, specialmente da Wolff in avanti, come un sapere sistematico,
con l’aura dell’assolutezza, era simbolicamente accostata, in termini
politici, a qualcosa come la monarchia assoluta e/o il papato. Ma questo, in
molti spiriti liberi, significava inevitabilmente dispotismo,
autoritarismo, inquisizione e simili. La modernità è rappresentabile, da questo
punto di vista, come la rivolta della soggettività contro un simile
apparato, in nome d’un nuovo fondamento di senso: la soggettività
medesima, cui appartiene essenzialmente l’attributo trascendentale della
libertà. Il cogito cartesiano inaugura questa stagione, anche se
l’emergenza della figura della libertà è da addebitare alla stagione
illuministica. Ma vediamo l’altra parte. Nella modernità il riferimento al
divino, cui il bene era da molti secoli, in ultima istanza, rapportato,
si attenua fortemente e gradualmente; dall’Umanesimo in avanti, viene innanzi,
e anche occupa per intero lo scenario, l’essere umano con il suo mondo.
Il contenuto del bene diventa proprio questo. Non è, il bene, sparito
dalla circolazione delle idee: ha solo mutato nome. E del resto non
poteva sparire, perché fa parte del modo in cui necessariamente viviamo.
Dunque, il bene della soggettività moderna in rivolta è la soggettività
medesima: in versione singolare o in versione comunitaria. Troviamo
l’espressione più netta della rotazione di senso nella prima e nella terza
parola della sequenza della 1 Mi permetto rimandare al vol. da me curato,
La libertà del bene, Vita e Pensiero, Milano e spec. al mio saggio su
Bene e male. Una riconsiderazione. Per una metafisica del bene comune
rivoluzione francese: la libertà e la fraternità. A seconda che si propenda per
il primato dell’una o dell’altra parola, si avrà nel seguito il
liberalismo o il collettivismo. Da allora, a mio avviso, non è cambiato
molto su questo terreno. Tutti i pensatori etico-politici moderni e molti
dei pensatori contemporanei si schierano tendenzialmente da una parte o
dall’altra. Direi che questa vulgata ha per ora pochi avversari. Ma a
breve le cose potrebbero cambiare. Timidamente si fa innanzi presso
alcuni post-moderni (ad es. Foucault) e presso alcuni esponenti radicali
del pensiero verde (v. Bateson, ad es.) l’oltrepassamento della centralità del
soggetto e dei soggetti, in direzione di un paganesimo cosmicizzante.
Nietzsche è il piccolo padre anche di questa nuova ondata. La cosa era
forse in certo modo prevedibile. Una volta eliminato il Dio della
metafisica e della religione, il piccone della critica si è andato esercitando,
anzi si è andato accanendo sulla portata trascendentale della soggettività,
e ne ha decretato la fine. E allora, cosa può diventare riferimento
ultimo del senso, messo da parte Dio e l’uomo, se non il cosmo, che è poi
la terza della grandi parole della metafisica, ancora presenti nella
critica kantiana come indicazioni sistematiche ideali? Questa recente direzione
di marcia lavora sulla fine della soggettività trascendentale forse anche
a partire da un certo fascino indotto dalla vita materiale: la durezza delle
dinamiche economiche, apparentemente incontrollabili; il trionfo della
tecnologia, dilatabile, si opina, senza limiti; il fascino della
biosfera, che fa sognare una sorta di unità mistica quanto alle forme di
vita, compresa la vita umana; la rete mediatica che influisce potentemente sui
costumi e produce condotte eteronome di massa, l’enorme flusso migratorio,
che relativizza tutto ciò che la soggettività singola ha costruito come propria
storia. La soggettività moderna, insomma, ne sembra schiacciata. Marx
pensava ancora di mettere innanzi la grandezza della specie umana per
governare la storia. I contemporanei si sono arresi, quando anche questa
variante consolatoria è fallita. Le voci che fanno dell’umanità un
giocattolo in balia di mani più forti, come sono quelle della tecnologia o
quelle delle forze naturali, sono sempre più ascoltate. Personalmente,
resto scettico di fronte ai tentativi di oltrepassamento dell’orizzonte della
soggettività in una neutra oggettività. Neutra, poi, non proprio, perché si
colora subito di irrazionalità, arbitrarietà, crudeltà e cinismo.
Nietzsche ancora una volta ha già predetto l’essenziale, cioè ha visto in
anticipo la deriva di ciò che segue alla morte di Dio. Egli voleva
reagire a questa deriva, con un rinnovato umanesimo. E noi siamo forse
ancora al punto in cui egli si era fermato; dobbiamo, cioè, capire che
fare quanto al nostro destino di umani, ora che cominciamo a nutrire seri
dubbi sulla capacità nostra di governare la terra. Chiedersi da che
parte andare è lo stesso che chiedersi qual è il nostro bene, il bene per
noi post-moderni. S’intende: trattandosi del nostro bene, si tratta del bene
non solo di un singolo, ma anche dei molti e in una società pluralistica.
Si tratta del bene comune dell’intera umanità. A guardare le cose un po’
dall’alto, vien da dire che oggi bisognerebbe decidere quale delle tre
grandi parole della metafisica prima citate può interessare una società
pluralistica come riferimento di senso. Dico “può interessare”. Faccio, in
altri termini, un discorso di “persuasività”, non un discorso di stretta
“verità”. Se dovessi fare un discorso di stretta verità, dovrei molto
semplicemente affermare che il primo e, in certo senso, l’unico oggetto
degno dell’attenzione originaria di un essere umano è l’assoluto. Cioè,
solo Dio è degno, in ultima istanza, dei nostri desideri e dei nostri pensieri.
Nessun altro e nient’altro. La stragrande parte degli uomini, in modo più
o meno rozzo o più o meno sofisticato, pensa spontaneamente così e in
qualche modo cerca di onorare questo modo di pensare. L’enorme impatto
sulla faccia della terra delle convinzioni religiose è lì a testimoniarlo. Solo
una sparuta minoranza, in realtà, per lo più abitante dell’Occidente
opulento e post-industriale, si permette, a questo riguardo, forme
insistite o incistate di scetticismo a trecentosessanta gradi. Se si vuol
fare, tuttavia, un discorso di persuasività etico-politica, cioè un
discorso che si fonda su una serie di evidenze abbastanza facili da percepire
per i più, allora il discorso sul bene in una società pluralistica non
può che essere centrato sugli esseri umani. Non certo sulla natura, la
quale deve essere, sì, oggetto di cura, perché è il nostro “grande corpo
organico”, ma, appunto, di una cura subordinata alla cura degli umani;
non, purtroppo, su un Dio trascendente, perché non tutti lo riconoscono, perché
di Lui, comunque, nulla possiamo sapere in linea puri intellectus, eccetto
l’esistenza sua, e quel che ne diciamo quanto alla sua essenza, ci divide
più di qualsiasi altra cosa. Insomma, resta l’uomo come fine. In termini
etico-politici, cioè di pragmatica possibilità di stringere accordi
potenzialmente universali, una impostazione come quella ad es. di Hans Jonas
potrebbe essere accettabile. Ma studiosi come Rawls o Habermas – cf.
Habermas on Grice – Thomson, Reading Habermas reading Grice – Speranza -- propongono
strategie simili. Del resto, se questo primato antropologico venisse
perseguito a fondo, sarebbe più facile per molti sentire in cuor proprio
il bisogno di volgersi all’origine ontologico-metafisica della buona qualità
dei rapporti tra noi, anche perché una parte, almeno, dell’umanità
sicuramente continuerà a testimoniare il nesso tra la pratica della
fraternità e il rimando inevitabile ad una suprema e universale
Paternità. Lì abita in ultima istanza il sacro-santo della vita. Ma qui
devo lasciare in sospeso il tema, perché andrebbe nel senso della teologia
politica, su cui è bene che sia altri a dire. Ora andiamo al tema
della giustizia. Come è noto, l’etica pubblica si divide tra i sostenitori del
primato della giustizia come elemento procedurale e formale
dell’architettura della convivenza umana e i sostenitori del primato del
bene o dei beni come acquisizione sostantiva. Lo abbiamo accennato prima.
Io credo, invece, che si tratti di due “cifre”, la giustizia e il bene,
per nulla alternative, anche perché entrambe “originarie”. Se ben si
riflette, appare sufficientemente chiaro che il giusto è un certo rapporto,
mentre il bene è il termine di un rapporto. Giusto, poi è il rapporto buono,
mentre il bene non si risolve semplicemente nel rapporto giusto. Il
rapporto giusto è solo uno dei beni possibili. I due significati, dunque,
non sono propriamente equivalenti (il bene, ad evidentiam, ha una
estensione maggiore), anche se l’uso linguistico tende a trattarli quasi in
modo sinonimico. È vero, piuttosto, che essi in qualche modo si
determinano a vicenda, perché il bene non È anche evidente che l’oggetto
cui ci si rapporta è più importante del rapporto. Il rapporto è una realtà
intenzionale, mentre il bene è una realtà ontologica. Naturalmente, anche la
realtà intenzionale è in qualche modo Per una metafisica del bene
comune può prescindere da un certo rapporto e il giusto non può fare a
meno del riferimento al bene. E tuttavia, se è vero che il bene non può
fare a meno d’essere un rapporto, ciò che nel determinare il bene importa
è, in primo luogo, la natura dell’oggetto cui ci si rapporta; parimenti,
se il giusto non può fare a meno di una relazione ai beni (questo è
specialmente evidente nella giustizia di tipo distributivo, ma poi appare
anche in quella di tipo commutativo), la natura del bene è per il giusto
relativamente indifferente. Si può stare nel giusto con beni piccoli o
con grandi beni. Conta, appunto la natura del rapporto, cioè che si
tratti di un rapporto in cui non manchi l’uguaglianza (commutativa o
distributiva che sia). Che ne è della giustizia in una società veramente
civile? La domanda importa che si trovi un rapporto giusto per tutti,
indipendentemente da una certa identità culturale. Ora, che cosa è
anzitutto giusto per qualsiasi essere umano? Ossia: quale rapporto un
essere umano giudica come tale che non viola le proprie attese originarie
di giustizia? La risposta obbligata mi par questa: per un essere umano è
anzitutto giusto o ingiusto ciò che concerne l’immediato rapporto suo con
gli altri esseri umani. E il rapporto giusto è il rapporto che rispetta,
anzi onora e quindi si prende cura della soggettività nella sua
trascendentalità; è il rapporto che lascia essere gli esseri umani come
tali, cioè non li riduce a oggetti manipolabili; è il rapporto, per dirla
kantianamente, che tratta un essere umano sempre anche come fine e mai
come semplice mezzo. Abbiamo già detto che questo, universalmente praticato,
è proprio solo del rapporto di riconoscimento reciproco, perché solo nel
riconoscimento reciproco le due o più soggettività si lasciano essere come
tali. Bene e giustizia, dunque, qui convengono. Soltanto qui. E questo
per il fatto che l’essenza di un essere umano è d’essere un rapporto.
Egli è, dunque il bene del rapporto e, nel contempo, il rapporto del bene,
se si rapporta riconoscendo. S’intende, secondo le forme della
finitudine. Non ho inteso, con ciò, dimenticare la complessità e la
difficoltà di trovare criteri appropriati per la giusta distribuzione dei beni
della terra. Non v’è dubbio che il concetto di giustizia passa, innanzi
tutto e per lo più, per questa pratica quotidiana. Ma la giusta distribuzione
dei beni non è che l’effetto, in parte, e in parte l’individuazione
simbolica del giusto rapporto tra noi, che è, appunto, il rapporto di
riconoscimento reciproco. Giustizia dunque come riconoscimento della
dignità di un essere umano, delle sue opportunità d’ingresso alla vita e
del suo onesto disegno di fioritura. È a questo punto che può cominciare
l’istruzione del tema della libertà. La libertà non può che essere
l’ultima delle tre parole, e non la prima. Questo non significa che essa
non sia altrettanto originaria delle altre due. Significa solo che è
ordinata alle altre due, mentre non è vera l’affermazione reciproca. Lo
smarrimento di quest’ordine, che direi onto-etico, è forse una delle più
grandi sciagura della modernità. E noi viviamo ancora sull’onda di quella
deriva. I moderni hanno fatto della libertà una magica parola, cui tutto
dovrebbe essere sottomesso; ma la libertà, come prima ho ricordato, fa la
dignità del gesto di un essere umano, non ne fa, da sola, la bontà, anche
per il fatto incontestabile che esistono, e come!, gesti di libertà
cattivi. qualcosa e quindi ha una valenza ontologica, ma l’ha di seconda
battuta. Un po’ come accade alla verità rispetto all’essere. Una
società veramente civile è possibile pensarla, solo se si oltrepassa la
convinzione moderna del primato assoluto e incondizionato della libertà e
si accede al primato assoluto e incondizionato del bene di e per ogni
essere umano (che comprende di certo anche la sua condizione di libero,
ma non si riduce a quella). Né basta dire che la mia libertà finisce,
quando comincia la libertà dell’altro, che è lo slogan più noto della
tradizione liberale. Non basta, anzitutto, perché questo slogan confligge
teoricamente con l’idea del primato incondizionato della libertà. La
libertà dell’altro invocata come limitante è, infatti, un bene
dell’altro; quindi la libertà è limitata, come dev’essere, dal bene e non è
affatto incondizionata. Solo il bene lo è. Non basta poi perché, riducendo il
bene dell’altro alla libertà dell’altro, si tace di tanti altri beni dell’altro
che devono costituire, anch’essi, un limite alla mia libertà. Non è
sufficiente, infatti, che l’altro sia libero. Se l’altro è libero di morire di
fame, e io sono libero di mangiare a crepapelle, la mia libertà è la
maschera penosa e vigliacca di un delitto. Io mi approprio in esclusiva
dei beni della terra che sono comuni e di fatto escludo l’altro che ne ha
gli stessi diritti. Così lo lascio morire. C’è un senso, tuttavia, secondo
cui la libertà può esser concepita come incondizionata, ma non è il senso
difeso dalla tradizione teorica liberale: io la chiamo: la libertà del
bene, cioè la libertà di fare il bene. Qui la libertà è incondizionata,
perché gode, per una sorta di simbiosi, dell’incondizionatezza del bene.
Poiché in una società veramente civile, la libertà come arbitrio non può
avere solo l’altrui libertà come limite, ma deve avere come limite tutti
i diritti dell’altro, compreso certo anche quello della sua libertà, per questo
l’umana libertà deve farsi carico di tutto ciò che la giustizia invoca
per l’altro. È questa la ragione per cui le società liberali sono
incapaci di essere veramente civili, nonostante l’abbondanza delle
dichiarazioni in contrario. Esse dimenticano facilmente, o meglio, occultano il
lato della cura e della giusta promozione dell’altro e così proteggono di
fatto le situazioni discriminanti, che sono poi la radice permanente della
conflittualità endemica. La situazione nordamericana è un esempio per
molti versi eclatante. Sotto il manto della libertà, messicani, asiatici e neri
praticano in massa gli umili mestieri che consentono ai bianchi una vita
agiata. Sono liberi d’esser poveri… Più o meno come accade in Italia per la
fascia degli immigrati extracomunitari. Se la libertà del bene guida
l’azione, allora la mira è il bene dell’altro, cioè l’altro come bene. È
anche il mio bene, ma di me come l’altro di un altro. Solo così io posso
conseguire, storicamente parlando, il massimo bene. Sulle prime, questa
affermazione può parere per- sino patetica: l’invocazione del “buon
cuore” come regola di condotta in un mondo che il pluralismo tende
piuttosto ad indurire. Una riflessione accorta però è in grado di far vedere
che il mio bene, cioè poi la mia fioritura di vita, può avere senso solo se il
movimento del desiderio verso l’oggetto a lui conveniente, il bene,
appunto, compie il giro della referenza immediata all’alterità e di
quella all’identità in modo mediato. Mediato, appunto
dall’alterità. Rimando di nuovo al vol. La libertà del bene, cit., e
stavolta spec. alla mia Introduzione Per una metafisica del bene comune.
Provo a tirare in breve le fila del mio discorso. Posso anche far presto,
perché tutte le fila conducono, come si è di certo inteso, allo stesso
punto: alla cifra del riconoscimento come forma regolativa dell’esistenza
degli esseri umani. Una società veramente civile infatti è possibile, se
i molti si onorano reciprocamente, cioè appunto, reciprocamente si riconoscono.
È questo il senso primo (primo per noi) del bene comune. Nel reciproco
riconoscimento, ognuno è signore dell’altro (in quanto riconosciuto nella
propria trascendentalità, quindi come oriz- zonte inoltrepassabile di
senso) e ognuno è servo dell’altro (in quanto riconosce nell’altro la
signoria del senso). Le forme democratiche di vita politica tendono ad
approssimarsi a queste dinamiche più d’ogni altra forma. Nella democrazia
infatti l’autorità del cittadi- no su un altro cittadino è o dovrebbe
essere semplicemente di tipo funzionale. Tutti sono eguali, cioè tutti
sono signori, ma fatti signori gli uni dagli altri, mai da se
stessi. All’interno della cifra del riconoscimento, come regola
universale, prendono un sen- so determinato, come si è detto, tanto il
bene, quanto la giustizia e la libertà come realiz- zazione e, insieme,
protezione del bene comune. Bene significa voler ciò che consente la mia
fioritura di vita; bene è dunque volermi bene, volendo bene altri come quegli
che tale fioritura in me rende possibile. Altri, naturalmente, solo che
lo si voglia o, meglio, solo che lo si creda, può essere scritto –
dovrebbe anche essere scritto – con la maiuscola (la dinamica relazionale
è la stessa). Il bene comune in una società veramente civile è questo,
essenzialmente. Giustizia significa rendere ad ognuno ciò che gli spetta
(unicuique suum). Ma ciò che spetta ad ognu- no è anzitutto d’essere
trattato come una soggettività (trascendentale). Cioè come un essere
umano in totalità. La reciprocità riconoscente è dunque il luogo della massima
giustizia per ognuno di noi. Libertà significa non arbitrio incondizionato,
bensì libertà di fare il bene. E poiché il primo bene, storicamente
parlando, è l’esserci d’altri per me, libertà del bene vuol dire di nuovo
libertà di riconoscere l’altro come il mio bene. Come il bene che tutti
accomuna. Nome compiuto: Carmelo Vigna. Keywords: being, essence, essenza,
essere, inter-soggetivo, tre tipi di inter-soggetivo: trascendentale,
oppressivo, istrumentale, being and becoming. Refs.: H. P. Grice Papers,
Bancroft MS. Luigi Speranza, “Grice e Vigna: la regola d’oro conversazionale” –
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vignoli:
la ragione conversazionale della etologia filosofica – dell’origine della
lingua articolata -- della legge fondamentale dell’intelligenza nel regno
animale – la scuola di Rosignano Marittimo – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Rosignano
Marittimo). Abstract.
Keywords: from the banal to the bizarre – method in philosophical psychology. Filosofo toscano. Rosignano Marittimo, Livorno,
Toscana. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “I spent quite some
time observing a species of pirot: the squarrel – mainly I was in search of
what Vignoli calls ‘la legge fondamentale dell’intelligenza nel regno animale”
– his ‘saggio,’ he says, is in ‘psicologia comparata,’ but since it is vintage,
I might just as well refer to is as being one in ‘philosophical ethology’!” Nasce dal giurista Niccolò e da Anna Botti, originari
di Pistoia. Poco dopo la nascita, si trasferì con la famiglia a Pisa, dove
studia al liceo S. Michele e poi all’università. Superati gli esami di
ammissione alla facoltà di legge, si laureò in utroque iure con il professore
di diritto canonico CANTINI (vedasi). In quegli anni, V. frequenta la cerchia
di CENTOFANI (vedasi), docente di storia della filosofia nell’Ateneo pisano, il
cui salotto è animato da professori e studenti, oltre che da esponenti della
nobiltà locale. È introdotto agli studi naturalistici dal fisico MATTEUCCI
(vedasi) e dallo zoologo SAVI (vedasi). V. si trasferì a Milano, dove lavora inizialmente
come precettore nelle case di nobili milanesi, come il duca Uberto Visconti di
Modrone e i marchesi Paolo Rescalli e Carlo D’Adda. Gli anni Cinquanta sono
decisivi per la sua formazione, che al seguito di queste famiglie visita gran
parte dell’Europa e del Nord Italia, incontrando studiosi come l’indianista GORRESIO
(vedasi) e il medico e linguista MARZOLO (vedasi). In questi anni, V. si dedica
allo studio della filosofia, della storia delle religioni, delle scienze
naturali e della linguistica comparata. Decisivo per la sua carriera è
l’incontro con il glottologo ASCOLI (vedasi), con il quale entrò in contatto
epistolare. Pubblica sul periodico Il
Politecnico di CATTANEO (vedasi) i suoi primi lavori, Dell’insegnamento
elementare della filosofia nei licei dello Stato e Di una dottrina razionale
del progresso, nei quali aderiva alla teoria dell’evoluzione di Darwin. In
seguito continua a occuparsi di evoluzionismo, sviluppando questi temi in
direzione dell’antropologia e della psicologia comparata. Nella parrocchia di
S. Tomaso a Milano, sposa Francesca Pedrali, detta Fanny, nata dal matrimonio
dell’ingegnere Pedrali con Enrichetta Camperio, una delle sei sorelle
dell’esploratore Manfredo. Da lei V. ha due figli: Enrica, e un maschio, morto
a soli due anni. Interruppe l’attività di precettore grazie all’eredità di un
parente della moglie, il patriota risorgimentale Ciani, consistente nelle
rendite provenienti dal fondo terriero di Monzoro, alle porte di Milano. Da
quel momento la sua carriera accelera. È nominato socio corrispondente del
Reale Istituto lombardo di scienze e lettere, di cui diventò anche membro
effettivo. Gli anni Settanta videro il suo ingresso sulla scena culturale
italiana ed europea, grazie ai suoi libri di maggiore successo, Della legge
fondamentale dell’intelligenza nel regno animale. Saggio di psicologia
comparata -- Milano -- e Mito e scienza -- Milano --, pubblicati nella
prestigiosa collana della Biblioteca scientifica internazionale dei Fratelli
Dumolard. Se il Saggio di psicologia comparata lo consacra come l’iniziatore di
questa disciplina in Italia, Mito e scienza lo fa conoscere a personalità come
Usener, Warburg e, alcuni anni dopo, Cassirer. Attento osservatore della
politica e della società italiana, V. pubblica due volumi di argomento
storico-politico: Delle condizioni morali e civili d’Italia -- Milano -- e
Delle condizioni intellettuali d’Italia -- Milano. Nominato cavaliere
dell’Ordine della Corona d’Italia, ricopre numerose cariche istituzionali nel
mondo dell’istruzione e della beneficenza milanese. Tra le tante, è delegato
scolastico per i mandamenti di Milano; consigliere, segretario e vicepresidente
dell’Associazione d’incoraggiamento all’intelligenza; vicepresidente, e poi
presidente, della Scuola tecnico letteraria femminile; presidente del
collegio-convitto Calchi Taeggi. Tenne un corso libero a titolo gratuito di
antropologia all’accademia scientifico-letteraria di Milano. Partecipa alla
redazione della rivista L’Esploratore. Giornale di viaggi e geografia
commerciale, fondata e diretta dallo zio della moglie, Camperio. Sulle sue
pagine pubblica alcuni articoli, tra cui il Cenno di un’ipotesi geologica, che
da origine a una disputa con l’abate geologo Stoppani sulla priorità della
teoria del calore terrestre. Lo stesso anno della sua nomina a socio
dell’Accademia fisio-medico-statistica, partecipa alla creazione della Società
promotrice di esplorazioni scientifiche, alla quale aderirono, tra gli altri,
il linguista Ascoli, l’astronomo Schiaparelli e lo psichiatra Verga. Diresse il
Circolo filologico di Milano, istituto di cultura dedito allo studio e
all’insegnamento delle lingue. Oratore brillante, al Filologico tenne le
conferenze L’educazione moderna, L’era nuova del pensiero e DELL’ORIGINE DELLA
LINGUA ARTICOLATA. È tra gli animatori della costituenda Società italiana degli
autori per la tutela della proprietà letteraria e artistica, nell’ambito della
quale fu membro del consiglio direttivo e segretario. Rilevante fu il suo contributo all’attività
della Commissione conservatrice dei monumenti e degli oggetti d’arte e di
antichità per la Provincia di Milano, dove si occupa del progetto di
sistemazione della basilica di S. Ambrogio. In qualità di membro del consiglio
direttivo della Scuola superiore d’arte applicata all’industria, partecipò
attivamente alla vita dell’istituzione, intrecciando rapporti con il nobile
Visconti e con l’architetto Beltrami. Fu
membro di numerose accademie e società, tra cui la Società romana di
antropologia di Sergi, la Società italiana di scienze naturali e la Società
internazionale per la pace, promossa dall’amico e premio Nobel Moneta. Scrive
su numerosi giornali e riviste scientifiche. In particolare, collaborò con vari
articoli all’organo ufficiale del positivismo italiano, la Rivista di filosofia
scientifica, e, con la Rivista di scienze biologiche. La maggior parte dei suoi
saggi di psicologia comparata e psicofisica apparve sui Rendiconti del Reale
Istituto lombardo di scienze e lettere. Molti di questi contributi furono poi
raccolti nei due volumi Peregrinazioni psicologiche -- Milano -- e
Peregrinazioni antropologiche e fisiche – Milano --, pubblicati da Hoepli. Nel
corso della sua lunga carriera è in contatto con importanti personalità della
cultura e della scienza europee, come Soury, Sacher-Masoch e Haeckel,
dialogando con i maggiori psicologi, antropologi, medici e zoologi che
animarono la stagione positivista in Italia, da Sergi a Canestrini, da Buccola
a Morselli. Nominato cavaliere
dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, Vignoli vide aumentare i propri
impegni. Dopo alcuni anni d’interruzione, torna a insegnare all’Accademia
scientifico-letteraria come libero docente di psicologia e come professore
incaricato di antropologia. Gli venne affidata la carica di direttore
amministrativo del Museo civico di storia naturale di Milano, mantenuta fino a quando
ne divenne direttore onorario. Durante la sua lunga direzione contribuì al
disegno del nuovo assetto istituzionale del Museo, sovrintese al trasloco delle
collezioni nel nuovo edificio ai Giardini pubblici, ulteriormente ampliato, e
all’attivazione della Stazione di biologia e idrobiologia applicata presso
l’Acquario civico. Dismessi i panni di
docente e direttore, malato e affranto per la morte dell’unica figlia, morì a
Milano, pochi mesi dopo lo scoppio della prima guerra mondiale. Opere. Oltre ai
contributi citati, per la lista completa delle sue pubblicazioni, cfr. E.
Canadelli, «Più positivo dei positivisti». Antropologia, psicologia, evoluzionismo
in Tito Vignoli, Pisa 2013, pp. 149-154.
Fonti e Bibl.: L’archivio di Vignoli, conservato in parte presso la
biblioteca del Museo di storia naturale di Milano e in parte a Milano e Castel
Campo (Trento) presso gli eredi, è oggi integralmente consultabile on-line sul
portale dell’ASPI - Archivio storico della psicologia italiana, dell’Università
degli studi di Milano-Bicocca, https://
www.aspi.unimib.it/collections/object/detail/8831/. La sua biblioteca privata,
di circa milleduecento libri, è conservata dagli eredi a Castel Campo, Elenco
di consistenza, a cura di E. Canadelli, 2011,
http://picus.unica.it/documenti/vignoli.pdf; Ead., La biblioteca privata di
Tito Vignoli. Letture di un antropologo evoluzionista, in Storia in Lombardia,
XXX (2010), 3, pp. 5-29. Le pagine web si intendono visitate per l’ultima volta
il 6 maggio 2020. Tra le commemorazioni,
si segnalano: G. Celoria, Cenno necrologico di T. V., in Rendiconti del R.
Istituto lombardo di scienze e lettere, 1914, vol. 47, pp. 1094 s.; F. Triaca,
T. V., Milano 1914; M. De Marchi, Commemorazione di T. V. tenuta il 14 dicembre
1914, in Atti della Società italiana di scienze naturali e del Museo civico di
storia naturale di Milano, 1915, vol. 54, pp. XXV s.; F. De Sarlo, T. V.,
psicologo, in Rivista di psicologia; G. Villa, T. V., in Rendiconti del Reale
Istituto lombardo di scienze e lettere, 1917, vol. 50, pp. 795-809. Si vedano
inoltre: N. Badaloni, T. V. tra evoluzionismo e neovichismo ottocentesco, in
Studi storici, 1990, vol. 31, pp. 525-546; A. Cipollini, Una controversia di
priorità tra Antonio Stoppani e T. V. sul calorico della Terra. Da una lettera
autografa dello Stoppani al V. del 1878, in Archivi di Lecco, 1990, vol. 13,
pp. 128-134; G. Landucci, V. T., in Dictionnaire du darwinisme et de l’évolution,
a cura di P. Tort, III, Paris 1996, pp. 4466 s.; G. De Liguori, T. V. e la
psicologia animale e comparata, in La psicologia in Italia, a cura di G. Cimino
- N. Dazzi, I, Milano 1998, pp. 177-204; Id., Antropologia, psicologia
comparata e scienze naturali in T. V., in Teorie & Modelli, 2000, vol. 5,
pp. 5-15; G. Magnano San Lio, Evoluzione, intelligenza e storia in T. V., in Il
positivismo italiano: una questione chiusa?, a cura di G. Bentivegna et. al.,
Acireale-Roma 2008, pp. 485-512; T. Vignoli, Mito e scienza e Saggio di una
dottrina razionale del progresso, Pisa 2010 (in partic. E. Canadelli, Mito e
scienza: due fiumi, un’unica sorgente, pp. 11-22; L. Steardo, Evoluzionismo e
filosofia della storia nel primo V. Il Saggio di una dottrina razionale del progresso
(1863), pp. 323-340); A. De Lauri, Scienza e scientismo negli scritti editi e
inediti di T. V. (1863-1899), in Storia in Lombardia, XXXII (2012), 3, pp.
7-24; E. Canadelli, «Più positivo dei positivisti», cit.Si trasfere a Milano. Insegna
antropologia presso la Reale Accademia di Scienze e Lettere. Direttore del
Museo di storia naturale. I suoi saggi apparisceno sul Politecnico e la Rivista
di filosofia scientifica. Due sue saggi hanno risonanza: Della legge
fondamentale dell'intelligenza nel regno animale: saggio di psicologia
comparata” -- e “Mito e scienza”. Il Lizio, as the Italians –
some Italians – call Aristotle, regarded types of soul psuche as Owen has it,
dismissing a translation, as Grice would suppose, of living thing, as forming a
‘developing series.’ Grice interprets this idea as being the supposition that
the psycho-logical theory for a given type is an extension of, and includes,
the psychological theory of its predecessor-type. The realization of this idea
is at least made possible by the assumption that psychological laws may be of a
ceteris paribus form, and so can be modified without emendation. If this aspect
of the programme can be made good, we may hope to safeguard the unity of
psychological concepts in their application to animals and to human beings.
Though (as Wittgenstein noted) certain animals can only expect such items as
food, while men can expect a drought next summer, we can (if we wish) regard
the concept of expectation as being determined not by the laws relating to it
which are found in a single psychological theory, but by the sequences of sets
of laws relating to it which are found in an ascending succession of
psychological theories. Life, soul, and homonymous predication Let us
examine the senses of synonymy and homonymy in Aristotle and then see what use
Plotinus is making of these terms in the treatise On Well-being, 1.4[46]. In
1.4[46].3 Plotinus distinguishes between synonymous and homonymous predication.
It will prove useful to examine Aristotle's understanding of homonymy.
Aristotle defines as "synonymous" predicates that share both a common
name and a common definition, as "animal" is predicable both of man
and of ox. Such terms are also said to be employed in one way only (Hovaxas
leyóueva)* and to be predicated with reference to one thing (a®' ё)? Homonymy per accidens amounts only to a sharing of the same name or
pure equivocation. This is not, however, the only sense of the homonym which is,
unlike the synonym, ambiguous. Homonymy may include terms which have nothing
truly in common (катà...кotvòv unèr) and those which
are related by something in common (кат í kovór)." A term that
is used homonymously in the latter sense is said to be employed in different
senses (1éyeTaL...ollaxws). Some homonymous predicates admit of unity of
reference appropriate to focal meaning (pòs Ev). Other homonymous terms enjoy
that unity and identity that derives from participation in a series: the kind
that will concern us here. Henry and Schwyzer properly refer us to
Aristotle, CATEGORIAE 13.14b33 for the sense of avidiapeiv in 1.4 [461.3.17,
where it describes a simple classification by dichotomy or co-ordinate species
as distinct from predication in a hierarchy that exhibits priority and
posteriority. The example offered in CATEGORIAE 13 of predication by dichotomy
are the terms "half" and "double." Predication according to
co-ordinate species is exemplified by species of animal as having feet, winged,
or aquatic. The various species do not exhibit priority and posteriority, but
are on the same plane (áua). Cat. 1.1a6-12. Top. 1.15.106a9. Met. A.1.981a10;
K.3.1060b31-1061a7; Top. 6.10.148a29-33. Cat. 1.1al; E.N. 1.6.1096b26-27. Met.
К..3.1060b31-36. Met. Г.1.1003a33. Met. Г.1.1003a33-1003b2. Met. Г.1.1003a33-1003b2. Cf. also
Armstrong (1966-88), vol. 1, p. 178, note 1 and Harder et al. (1956-60), vol.
5b, p. 318 who also refer us to De An. 2.2.413a22 and Met. B.999a6-10; for a
lucid exposition of the treatment of priority and posteriority in Aristotle, CATEGORIAE
12 and 13, see Cleary (1988), pp. 20-32. Harder-Beutler-Theiler properly refer
us to Aristotle, De Anima 2.2.413a22 where it is said that
"life" is predicated in different senses (TEOvaxOS... EyouÉvOr) of
various organisms accordingly as they possess various faculties (intellect,
sensation, locomotion, change as diminution or increase). Now Aristotle
formally defines the soul as the first entelechy of a natural body potentially
endowed with life. ' To understand what Aristotle means by saying that ‘life’
is predicable in different senses, it is helpful to examine what he says about
the status of ‘soul’ as predicate. Aristotle argues that soul will not admit of
a common account (kolvòs lóyos) any more than will the succession of
geometrical figures. Thus there is no generic geometrical figure with reference
to which we may explain the triangle and the quadrilateral. The one is a
development from the other. Similarly, the various grades of soul, from the
simplest to the most complex, form such a series or succession, each a higher
stage and a development of the lower. For example, without the nutritive
faculty, there is no perceptive faculty, but the nutritive faculty may (as in
plants) exist in the absence of the perceptive faculty. Obviously, both ‘life’
and ‘soul’ are, for Aristotle, predicates that occur in such a series. It
is common, following Lloyd, to refer to such a series as an ordered series of
terms and to a group containing such terms as a p-series. Joachim and Grice call
such a succession a "developing series,"' which Joachim defines as ‘one
the terms of which increase in complexity, and are so ordered that the
succeeding terms imply the preceding ones, involving or containing them in an
altered form. Each succeeding term i) differs specifically from its
predecessor, yet (ii) is a development of it - depends upon it for its being
and carries it further. We have seen that Plotinus entertains the
possibility that ‘life’ might be predicated as a synonym of the various grades
of organism." Now that Harder et al. (1956-60), vol.
5, p. 318, note on 1.4 [46].3.16. De An. 2.1.412a27-28: this is
the first definition; the second (2.1.412b5-6) defines soul as the first
entelechy of a natural organic body. De An. 2.3 414620-415a13 De An. 2.3.414620-415a13. Lloyd (1962), p. 67. Joachim (1951), p. 38. Joachim (1951), p. 38 offers
as further examples "the series of natural numbers [EN 1.4.1096a18-19],
the successive forms of figure [De An. 2.3.414b21-22; 29-32], the forms of
friendship [EN8.3.1156a6-24], and the forms of constitution [Pol. 3.1.1275a34-1275b2]."
1 4 1275b2]." he has excluded this alternative, he argues that the
predicate is rather employed homonymously (óuovúws) of the various
grades.22 IV. Aristotle's critique of the Platonic Good and the
ordered series The commentators have correctly shown us the origin
of the Plotinian interest in the connection between life and well-being in the
Nicomachean Ethics of Aristotle. For the distinction between synonymous and
homon-ymous predication of "life" and "living well" in
Plotinus, they have correctly referred us to the Aristotelian use of these
terms in works other than the Nicomachean Ethics. What they have not done is to
demonstrate the vital debt of this distinction to an argument advanced against
the Platonic Idea of the Good in the Nicomachean Ethics. In the
Nicomachean Ethics Aristotle advances arguments against the Platonic Idea of
the Good. Among these is the contention that an ordered series, that exhibits
priority and posteriority, cannot admit of univocal predication. Thus even the
Platonists did not advance a Platonic Idea of numbers which do exhibit such a
series. Now "good" is predi-predicable in the categories of
substance, quality, and relation.?3 Obviously substance is prior
to relation (1.4.1096a11-21). In the ensuing argument (1.4.1096a 23-29),
Aristotle goes on to show that "good" is predicable in all the
categories. Joachim remarks, "How far they [the categories] could be shown
to constitute a developing series is doubtful. It is enough for Aristotle's
purpose to show - what is sufficiently obvious - that that whose being consists
in its relatedness to something else is derivative or posterior to that whose
being is substantial or self-dependent, that which exists in its own
right."24 The Eudemian Ethics 1.8.1218a 1-9, on the other hand, in
argument against the Platonic Form of the Good, specifically contends that
"good" is predicable within a developing series and thus cannot be
separate from the series in which "good" is predicated. If it were
separable, then the first term in the series would not be first. ThusIV.
Aristotle's critique of the Platonic Good and the ordered series
The commentators have correctly shown us the origin of the Plotinian interest
in the connection between life and well-being in the Nicomachean Ethics of
Aristotle. For the distinction between synonymous and homon-ymous predication
of "life" and "living well" in Plotinus, they have
correctly referred us to the Aristotelian use of these terms in works other
than the Nicomachean Ethics. What they have not done is to demonstrate the
vital debt of this distinction to an argument advanced against the Platonic
Idea of the Good in the Nicomachean Ethics. In the Nicomachean Ethics
Aristotle advances arguments against the Platonic Idea of the Good. Among these
is the contention that an ordered series, that exhibits priority and
posteriority, cannot admit of univocal predication. Thus even the Platonists
did not advance a Platonic Idea of numbers which do exhibit such a series. Now
"good" is predicable in the categories of substance, quality, and
relation.?3 Obviously substance is prior to relation (1.4.1096a11-21). In the
ensuing argument (1.4.1096a 23-29), Aristotle goes on to show that
"good" is predicable in all the categories. Joachim remarks, "How
far they [the categories) could be shown to constitute a developing series is
doubtful. It is enough for Aristotle's purpose to show - what is sufficiently
obvious - that that whose being consists in its relatedness to something else
is derivative or posterior to that whose being is substantial or
self-dependent, that which exists in its own right."24 The Eudemian Ethics
1.8.1218a 1-9, on the other hand, in argument against the Platonic Form of the
Good, specifically contends that "good" is predicable within a
developing series and thus cannot be separate from the series in which
"good" is predicated. If it were separable, then the first term in
the series would not be first. Thus 22. 1.4 [46].3.20. There were, of course, Platonic Forms of numbers such as Twoness,
Threeness, etc., considered not as members of a series, but as universal
natures, cf. Joachim (1951), p. 40. Joachim (1951), p. 41. Lloyd (1962), p. 69 does not
see this second argument, which he sees Aristotle's own (as distinct from the
argument of the Platonists) can depend upon what he calls a p-series, for then
he would simply be repeating the first argument.Io termino il mio saggio
iniiorno ad una Dottrina razionale del Progresso, inserito con una serie di
articoli nel Politecnico a Milano, diretto da Cattaneo, e ristampato a parte,
con queste parole e in queste sentenze,
risultato di tutti gli studi e argomenti
anteriori. Quésta libertà del pensiero cresce terello, soqo antiche e>
costanti nella mia mente. Onde due anni
or sono termina la mia prolusione ad un
corso d’antropologia generale gratuito
nella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano, al quale venni invitato d’ASCOLI
(si veda), gloria della glottologia
italiana — allora Preside di quel chiaro istituto. Siamo nuovi ancora si può
dire nei moderni studi, se volgiamo lo sguardo alle altre nazioni che ci superarono, ma i ri«
sultati ottenuti e che si vanno conqui« stando, sono augurio che sapremo perve«
nire a quella gloria che un giorno sì chiaramente ci segnalò tra le genti. Ma
molti RBPAZioini e per rispetto del pubblico ; e che infine
fui sempre consentaneo con i miei
principi, come tutti possono toccare con
mano dalla lettura dei brani sopra
trascritti, e stesi a lunghi intervalli
e dal presente mio opùscolo stesso. Che
se V ingegno è tapino, e il sapere non
così vasto come vorrei, e come dovrebbe essere, la colpa non è mia, né
della mia volontà : poiché tra i tanti difetti, che in me possono annidare, l'ozio certo, e l'ignavia
non vi si trovano:, perchè li sfuggii
sempre, come la peste più oscena, brut a
e nefanda di tutte, e la più dannosa ai
privati ed alle nazioni. Milano. Sitixa;25Ìoiie« Posta la nostra società odierna tra due sette
temerarie e procaccianti) diverse d'origine, ma identiche di propositi nefandi
e distruttori, i retrivi clericali, e i demagoghi incendiarli, non mai
soverchia riuscirà la solerzia, la
virtù, la virilità di atti e di concetti
ad allontanare e vincere i mali, sociali, morali e materiali a cui esse mirano
con tenacità formidabile. Che se Tuna vorrebbe ridotto il mondo a un cenobio e a una triste tebaide, l'altra
procaccia che gli uomini ritornino alla
selvatichezza preistorica, e alla
squisitezza sociale delle caverne. Certamente
le magnanime speranze di questi tristi non si avvereranno, poiché la
mentalità umana, la libertà civile e le
suppellettili industriali tanto cresciute e potenti non lo concedono, e in Italia specialmente,
ove l'indole, gl'istinti, il senno proprio della razza, e le necessità
storielle assolutamente vi si oppongono ; ma
tuttavìa è d'uopo avvisare ai pericoli^ e alle sciagure parziali^ addottrinati dall'esempio miserando
di altre nazioni. I retrìvi e demagoghi
sono gli estremi faziosi e a cosi dire l'oscena e perversa caricatura dei due legittimi fattori della vita civile dei
popoli, e del loro intrinseco progresso,
i conservatori cioè e gl'innovatori, necessarii entrambi al perfetto e mobile
equilibrio delle forze, e al loro dinamico esplicamento : in quella guisa che nella compagine oi^anica,
e nell'esercizio delle sue funzioni, trovansi nervi moderatori, e stimolanti,
onde resulti quella armonia di effetti che vita si appella. Imperocché come in
questa si arresterebbe immoto il circolo
animatore se l'energia del freno prevalesse, e tanto si accelererebbe da distruggere sé medésimo quando quella
contraria eccedesse : parimente una nazione perirebbe, se V uno l'altro dei
fattori accennati rimanesse vincitore nella
lotta, che l'uno la renderebbe mummia o cristallo^ mentre il secondo la
dileguerebbe in vapore. La sapienza e la scienza civile consistono quindi nel
provvedere che un equo temperamento intervenga fra le due forze rivali, o a disporre le cose in
guisa che l'una a vicenda con l'altra
serva all'incremento del bene sociale, e
al sempre più largo, e sincero esercizio della libertà civile e politica Ma a raggiungere questo arduo e nobile scopo
l'intenzione e il desiderio non bastano: vuoisi non solò perizia grande d'uomini e di negozj, animo
pronto, profonda conoscenza dei fatti e
leggi "Bociali, risolutezza impavida nelle difficili prove, onestà
costante di mezzi, magnanimo sprezzo
d'insulti e guerre volgari; ma rìohiedesi altresì vasta e chiara dottrina
sto* rica, e quel senso sicuro dei
bisogni^ dell'indole^ delle ^piraadoni
legittime. del popolo^ e limpida intuizione
Clelia legge che regola i moti delle genti europee in generale; e di quella italiana in
particolare* Or qui in Italia ì, caduti
principati lasciarono copiosa eredità di
elementi conservatori e retrivi, fatti più rabbiosi •dal prevalere delle istituzioni ed istinti
democratici^ a^vviticchiàntisi con
disperato amplesso al papato, che i loro
rammarichi, ire, convinzioni, speranze rese domina religioso, ultimo strumento
alla assoluta sua signoria vacillante ; méntre d'altra parte le inveterate abitudini cospiratrici, l'intempestive brame
di utopie facilmente nascenti in popoli
non assuefati a libertà, gli antagonismi
regionali superstiti alla unificazione dei
varii Stati, le bieche e torbide imitazioni demagogiche d'altri paesi, e
l'arruffio anche di tristi, tengono la
nazione incerta, rinfocolano odii di parte, e la spingono soverchiamente nelle
avventure : e quindi tanto più difficile
riesce l'impemare stabilmente lo Stato, e
condurlo sapientemente. Tra
queste due forze rivali, ostacolo al retto andamento della cosa pubblica,
rimane poderósa zavorra, la maggioranza della nazione, la quale, aliena in parte dai mutamenti radicali, intenta alle
private faccende, e guidata dal senso
positivo delle cose, e dagli interessi
domestici, mantiene a cosi dire un meccanico equilibrio nelle loro lotte, e
fece si che sino ad ora né l'una, ne
l'altra prevalesse : e la nazione perciò
stette, e vinse prove che sbalordirono il mondo, e procacciò ai reggitori una gloria, che in
fondo e in parte derivava dalla sua
consapevole inerzia. Né si creda che io voglia, concludere non aver ben meritato della patria coloro^ che per vari v
anni stettero al timone della Bua nave.^ e che questa se noa pericolò e. si sommerse nelle tempeste ove fu
più di lina fiata travolta^ debba
soltanto la propria salute alla
indifferenza^ o agli istinti conservatori delle moltitudini : imperocché i
fatti mi sbugiarderebbero, e non
conoscerei affatto, o confusamente la nostra storia contemporanea. Certamente Visconti-
Venosta che a più riprese diresse e in condizioni sovente ardue e perigliose i
nostri rapporti con gli stranieri, seppe schivare con tatto fino, e con
squisitezza^ di modi, non disgiunti da
dignitosa fermezza, i rischi che ci
minacciarono, sia di lusinghe subdole, di altere brame, o di tenebrose
cospirazioni del Vaticano. E potrei pure
ricordare con encomio altri, che con
zelo ed onestà, si adoperarono a prò della nazione. Né si vuole poi dimenticare il grande partito
liberale, erede degli intendimenti di Camillo CavQur, il quale nei giornali, dalle cattedre, nelle
concioni, nel parlamento con costanza
segui in parte quelle caute e forti
norme, che ci condussero sino ai tempi presenti. Ma tutti questi saggi consigli
e propositi, edi fatti che vi
corrisposero, non avrebbero certamente
salvato dai perigli la nazione, se la maggioranza degli italiani col suo
contegno fermo, l'indole non eccitabile, e col veto, a cosi dire, della
passività, non avesse resi vani i
proponimenti, sventate le trame
sotterranee, e lasciati in secco gli apostoli del disordine e del
dispotismo : che anzi il più delle volte
scossa da evidente rischio, segnò col desiderio espresso virilmente in mille guise, la via da tenersi
dai reggitoli, e si può dire in un certo modo, che Ella fu che governò il paese, con senno suo proprio,
e con quegli spiriti liberali che
seppero infonderle molti valenti predecessori, e il grande intelletto del più
grande ministro del secolo. E CAVOUR (si
veda) potè essere concreatore di un
popolo,, perchè nella vasta mente raunò a cosi dire tutti i pensieri, le idee, i concetti, e
nell'animo i desiderii, i sentimenti, gl'istinti magnanimi di tutta la nazione che in lui si confidò : associandosi
senza tema, o gelosa inquietudine, in
momenti solenni, nell'impresa
unificatrice a GARIBALDI, che, quale soldato della libertà, fu a cosi dire la popolare
poesia del nostro riscatto : egli fu
grande perchè conscio dell'indole moderna dei popoli non si argomentò di rendere libera e indipendente la patria con mezzi
termini, con sussidii di una o altra
casta e fazione esclusiva, ma si armonizzando in un solo pensiero, e ad un solo e generoso scopo tutti i ceti, tutti
i partiti, tutte le forze vive della nazione, non pauroso di sette, o queste trasformando in leve
poderose ad inalzare dal servaggio l'
Italia : insomma ei fu grande e riusci,
perchè senti tutti gl'influssi, vasti e potenti
di un popolo intero: che sarà sempre, come per il passato r«/n hoc signo mnces!^ di coloro, che
fecero e faranno opere generose ed
immortali nel mondo. Morto Cavour
rimase al governo il partito che avevalo
ajutato in gran parte nell'opra santissima della redenzione della
patria, il quale si propose e si argomentò
di seguire quella via, che dischiuse la mente e l'operosità del grande
uomo, onde si compissero i fati della
nazione, e si raggiungesse il fine desiderato. Ma se il concetto politico e
Tindìrizzo del maestro fu compreso, e seguito all'ingrosso dai successori, e la
nazione si dispose ad effettuare i suoi disegni, nessuno però dei reggitori ebbe l'ingegno l'animo e
lo spirito del sommo cittadino, e
comecché mandassimo ad effetto difficili imprese, e si conseguisse il massimo
scopo della indipendenza e unità della
patria, pure alla lunga si manifestò a
poco a poco nel governo, e nel vasto
partito, d'onde visceralmente egli usciva, il difetto di comprensione potente ed intera, e di quel
senso generoso di libertà piena ed operosa, ove si mostrò l'eccellenza del
primo. Ne io* offendo l'amor proprio di
alcuno di quelli che mano mano vennero impugnando le redini dello Stato, con l'asserire che non
raggiunse l'ingegno, la perizia e
l'animo suo, poiché è cosa evidente di per sé stessa, e l'esemplare troppo noto
e cospicuo. Ed in vero uno degli uomini
che maggiormente fecero parlare di sé più frequentemente e sedette in scranna al governo dello Stato, e si
segnalò per varie vicende, è Minghetti,
conosciuto moltissimo eziandio dagli
stranieri. Or bene, chi non scorge a
prima vista quanto ei sia inferiore per molti versi a CAVOUR (si veda)?
Per quanto io possa avere dei contraddittori
non mi perito dire che il Minghetti è un mediocre uomo di Stato, in quanto gli manca ogni nota
che distingue coloro che nacquero a
tanto ufficio. Mente lucida e
simmetrica, ma non acuta e profonda; bel
parlatore, ma più facondo che eloquente, animo più ostinato, che tenace, scrittore sensato e
forbito, ma privo di nerbo e di vena
inventrice ; ambizioso, certo nobilmente,
d'aura popolare, ma incapace a raggiungerla : ondeggiante tra le diverse parti,
non abile 3f dominarle: non
q;ristocraticp per proposito o arte di
governo, ma inclinato a riceverne di riverbero \^ fosforescenza : e non facile a sentire i
fecondi in? flussi del popolo. Che se
per ora pronunziò raggiun^iQ il
pareggio, e gli fu attribuito come cosa sua, quando non una legge di finanza gli è propria, e la
longanimità e sofferenza invece del popolo italiano ne è il più grande fattore, la freddezza e
indifferenza con che accolse il paese questa
notizia, che pure doveva riempirlo di
fervida letizia, è la miglior prova di
quanto riserbo si senta per le cose sue nell'animo degli italiani, e come egli non abbia veramente
radici nella fede delle moltitudini. Si
badi però che io parlando si
schiettamente del Minghetti, come Ministro e scrittore, solo sindacabili in
paese libero e dalla stampa onesta,
faccio e rendo omaggio alla sua vita priv^)t^,
a.lla nobiltà dell'animo e delFingegno e in altra occasione ne feci
testimonianza e al disinteresse personale, che spiccò sempre anche posto al
governo della cratica, osservata e
giudicata con occhio scevro da
prevenzioni, e con animo non travolto da passioni o dA interessi parziali. Né facciano illusione
all^ intelletto alcune singole pretese, o desiderii in paesi ove da poco la
legge livellatrice civile tolse i privilegi
d'ordini vecchi: imperocché tali avanzi archeologici di tempi irremissibilmente passati^ sono a
cosi dire piante morte, alle quali s'
inaridiscono le radici, e che fra i nuovi
còlti, e rampolli rimangono in piedi
senza vita e finitti, sinché cadano per intrinseco e naturale sfacelo.
Nella sola Inghilterra, e meno altrove,
alcuni privilegi territoriaU o ereditarii mantengono un ordine nello Stato, ma già ne vennero
scrollate le basi, e tra non molto anche
colà, se ne sono veduti i sintomi, e i
desiderii legalmente espressi testé, si
dilegueranno del tutto. Quando nelle nazioni Tegualità civile dei ceti
si ottenne, e tutti vengono rappresentati in parlamenti elettivi, e la stampa è
libera, la necessità della democrazia è
già posta, e non può tardare a vincere
in un avvenire più o meno prossimo, a seconda dell'indole, dei costumi, e delle
ragioni storiche delle nazioni. GHi ordini nelle società una volta spenti, o trasformati non si
restaurano, e mal si oppongono coloro
che carezzano Tidea di un ritorno al
passato in ogni genere di istituzioni privilegiate ; solo provano che non sanno
la storia, né comprendono i itempi che corrono, né antivedono quelli avvenire. Che se nella caduta del romano
imperio e per le invasioni delleif.orde
settentrionali, il sorgere poi del
feudalismo si considera come un ritorno ad
un patriziato ereditario, oltreché il paragone non regge, poiché nella storia non si ripetono mai
esattamente le vicende e gli istituti
d'altra età, or sarebbe anche quel fatto
assolutamente impossibile, dacché mancano
inteme ed esteme condizioni ad awerarlo^E chi supponesse che a ciò
potesse bastare Tinflìisso in^retto^ o
la invasipne dei Russi; solo popolo che si accampi formidabile di fronte all'Europa mediana e
occidentale, non conoscerebbe affatto le condizioni civili in cui versa la Russia. Imperocché per
l'autocrazia di per sé stessa sempre
livellatrice, lo Czar attuale anche per
intendimenti di civiltà tolse in gran parte i resti di privilegi con Temancipazione, e la franchigia
dei servi, eguagliando) le persone
dinanzi alla legge, e quindi rese
impossibili una aristocrazia dominatrice. I Russi se invadesserc una
parte d'Europa limitrofa al vasto impero,
recherebbero per costumi e idee piuttosto principj comunistici, propri
in alcune parti del loro organamento
municipale, ampliati e resi più forti per le sette che formiolano nel suo seno, e che la rodono con
manifesto danno. Onde é vano sperare anche stando ai calcili meramente empirici, e
all'osservazione superficiae, che in Europa possa avvenire una restaurazioiB
del patriziato, come ordine distinto per dritti
dal resto della nazione. E ducimi che qua e là in Itala ed altrove in special modo tra giovani
rampoli dejle vecchie, o più moderne famiglie gentilizie, riesca in alcuni un certo spasimo e languore
perle anicaglie, e si tenti quasi con
amminìl^i araldici, dJricostituire un
ceto a parte, separandosi con ridicio anacronismo dal resto del popolo. La
quale ubbia aguisce una ignoranza
profonda della epoca nostra, ci una
nullità prodigiosa nei nuovi, cxdtori dei caselli in rovina : Ut nomine
Toagnifieo segne otium tlaret! per dirla
con Tacito. Lungi da me il peniero di menomare il lustro, il decoro, la fama
di tÉinte famiglie storiche nostre :
sono anzi il primo a riverire un lungo
ordine di discendenti che ai segnalarono con la mente, o con le armi: questo è
patrimonio privato inviolabile } quanto altra mai pròprietà, e fanno bene a
tenersi care e onorate le memorie d'avi
illustri, quando furono veramente illustri, e vorrei che un tal culto fosse
sprone ad emularli nella eccellenza delle opere. Né la querela può venire oramai da invidia, e da astio, quatdo
ordini distinti non esistono più, e
tanto vale di &ccia alla legge e
alla nazione rispetto ai diritti, un ciabattino che un principe. Onde la gara
tra patrizj e plebei non può più rinascere, in quanto tutti aono popolo: e se
si parla di volgo, il volgo adesso può trovarsi in tutti i ceti, unica norma
alla stima sociale, essendo, la Dio
mercè, il valore personale. Parlo soltanto di quelli, e certamente son pochi,
che invece di adoperare le loro forze, i
loro ozj, le loro ricclezze ad egregio
scopo sia nelle arti, nella scienza, ielle
armi, in ogni argomento di progresso civile, si trastullano con le
ferraglie del medio-evo, sciupano tenpo
e decoro, e si preparano una vita squallida, vana funerea di mezzo a
quella fervida che già erompe dslle
viscere della nazione, che farà cerna dei forti e nu)vi rampolli, disperdendo, non col ferro, col
sangue, o altre nequizie, come gridano a squarciagola i pusilanimi gli astuti,
ma con la ferrea necessità di latura e della sua legge di selezione, i
neghittosi, e caboU di mente e di volontà. E tanto più desta meur viglia questa vanagloria di festuche
blasoniche in 4cuni, in quanto la eletta parte del patriziato italian die largo tributo di sussidj, di sapere, di
sangue A, nostro risorgimento, e si
segnalò per generosa cariti di patria:
ed anche oggi molti tra essi onorano TIt^a e gli avi loro con operose virtù
cittadine, e qual*cheduno con gU scritti e l'ingegno. Si ricordi che i tre più grandi poeti della nostra epoca,
animati da fieri e virili spiriti di
libertà, ALFIERI (vedasi), NICCOLINI (vedasi) e LEOPARDI (vedasi) uscirono
dalle loro fila; e del loro ceto fu pure
il più grande, e liberale Ministro della età nostra (!). Altri
s'immagina che la democrazia sia irrazionale
mente livellatrice, e la confondono con le utopie comunistiche,
impossibili ad effettuarsi, e non mai effettuate : onde rimpiangono i tempi
passati, ove tutto era ordine e casta
distinta, e già mirano le genti* europee in un non lontano avvenire, o
mummificate ed immote in una sterile
eguaglianza assoluta; ovverà scatenate
in passioni furibonde spargere dappertutto
fiamme, mine, stragi, ed avverarsi il finimondo. Tali piagnoai, o gufi di cattivo augurio, provano
una cosa sola, ehe non intendono nulla;
prendono l'accidente per li legge, il
particolare pel generale, il deviare di una
jetta pel costume dell'universale, e i loro sogni per i&altà. Certamente se questi
conservatori dirigessero le sirti dei
popoli, le tristi scene e nefarie che non a 11 patrizio Piola, seguendo l’esempio
della egr^ia e chiara famiglia, dio alla
luce neirannò scorso un libro di
eeoDmia, che certamente merita di essere segnalato. Che se alcuil non
potrà condividere tutte le idee, o ascriversi assolutamente ai luoi principj, trovansi nel suo trattato
cose ottime, e ricerche fate con lungo
studio ed amore : e fanno onore a chi le scrisse. Or be^e nessuno intraprese a parlarne, eziandio
criticandolo. Questo sibilo non é buon segno: l’esempio è eccellente anche per
Torifiée e il ceto dello scrittore: nò doveva trascurarsene ropportunità^ .nche civile. guari inorriditi vedemmo in
altri paesi; inevitabilmente accadrebbero, e con sempre più frequente
ripetizione; ma governandoci con altri intendimenti e con più larghi e generosi propositi, quei
mali diverranno sempre più rari, e impossibili. Del resto a nessuno che abbia
fior di senno verrà in mente mai, o crederà, che nelle cose umane possa affatto
il male evitarsi, quando lo scopo a cui deve intendere ognuno, si è il procacciare di sminuirlo con costante
operosità. L'età d'oro e di ogni bene, i
miti e i poeti la posero al principio, o
alla fine del mondo; e ragionevolmente, perchè dell'una non ci ricordiamo,^
all'altra non siamo ancora pervenuti. La
democrazia, intesa come vedremo, tra poco,
mentre suscita tutte le forze vive della nazione, pone in moto tutti i valori, fa con rapidità
ricircolare nel corpo sociale i beni
avvivatori, e tiene desta la mente di
tutti nella universale concorrenza a vantag^o poi di tutti, non livella matematicamente le
rjmsse, come con eleganza di eloquio, e
con dignità cristiana chiamano il popolo : poiché nella libera attività di i
ciascuno, sorge una disuguaglianza proporzionale, 6 l'aristocrazia legittima,
cioè dell'ingegno e del valor personale ; ed appunto perchè personale non la
perpetua con violenza alla verità e alla
giustizia, nei successori. Onde i timidi del livello si rassicurino ; se
lunno mente, vigore, volontà possono
saUre nelle società democratiche, con più decoro, al sommo della glorii, o del legittimo potere, quanto ai tempi dei
paladin: di Carlo Magno. Se una cosa
hanno da temere, temtno di quelle
dottrine, che frapponendo violenti ostacoU
alla libera esplicazione delle potenze e attività uman^^ raccolgono
legna agli incendii futuri, e preparano le
bufere sanguinose delle rivoluzioni delle plebi maneggiate allora dagli
arruffoni e dai demagoghi. La vittoria della democrazia, e il suo regno
duraturo nelle nazioni civili, dipende dalla natura medesima del principio che
la informa, che è un portato necessario della evoluzione sociale, e la
distingue dalle democrazie antiche, e da quelle che susseguirono al
rinascimento dei comuni nella età media di
Europa. La democrazia moderna è l'effetto di leggi non solamente sociali, morali, economiche
ìiella significazione loro ordinaria, ma di leggi antropologiche, che s'innestano, e s'immedesimano a quelle
naturali, che governano l'evoluzione
intera delle cose che sono. £ questo
nesso, questa identità analogica della esplicazione delle razze e istituzioni
umane, con le leggi che signoreggiano la
dinamica universale degU esseri fii da
tempo avvertita, e nella Grran Bretagna, Germania, Francia, Russia stessa ed
America ha validi campioni che la
sostengono, e sarà certo la scienza
sociale avvenire. Coloro, che adesso sequestrano e dividono i fatti
sociali, morali, storici dalla generale
forma evolutiva dei varii fenomeni, nei quali, a dirla col grande poeta, si squaderna la vita dell'universo,
come se consistessero impomati in sé medesimi, e separati dal mondo, non se ne
intendono; e mal comprendono l'alto e nuovo valore della scienza attuale, e vìvono ancora della vita postuma dei nostri
arcavoli^ E si badi che io non ripongo tra i cultori dei nuovi metodi storici, e della nuova scuola
dinamica, i vaporosi filosofi egeliani,
od affini, che sbalordirono per poco il mondo con le loro teoriche sperticaie e
temerarie^ e lo stomacarono poi negli stessi
paesi ove nacque : teoriche si disformi dall'indole delle menti italiane^ e piuttosto delirii,. che
scienza; ma si bene io intendo parlare
di quelli, che mediante norme
osservatrici e sperimentali, e con la sovrana leva dell'induzione,
virilmente applicati (secondo gli esempii
ed i canoni del divino BONAITUI (si veda), che primo nei moderni tempi ruppe non solo nelle scienze fisiche,
ma per analogia in quelle organiche e
morali stesse, i claustri e i ceppi scolastici del pensiero, e le arbitrarie quisquilie a priori) seppero, io dissi,
ricondurre la mente alla realtà delle
cose in ogni ordine della scienza, e
dare base solida alla enciclopedia, che deve essere l'interprete, e lo specchio sincero, e
intellettivo della jiatura. E certo
alcuno non sarà si tracotante da negare gli
splendidi effetti e le portentose applicazioni che tali metodi in ogni
ramo d'arte, di industrie, di scienze produssero, e quanto se ne
avvantaggiarono eziandio quelle discipline che sembrano agli uomini superficiali
maggiormente aliene à^ quei procedimenti : poiché tutto il bene materiale e morale e la stessa vittoria della
libertà civile e politica nei presenti tempi, è dovuta per chi ha fior di senno, a questo sovrano e
indipendente indirizzo della ragione. Io so che molti, che si dicono con sorridente compiacenza di sé medesimi,
positivi e fanno professione di arguto realismo, e
canzonano coloro che non partecipano alla loro innata divinazione, trattano quasi da allucinati, e di spiriti
perduti nel vano delle sottili
astrazioni, quelli che dai fatti risalgono alle leggi, dalla norma sensata
degli atti sociali ai principii che ne governano l'esplicamento, daUa esperienza giomaUera dei negozii
privati e pub^ blici, alle profonde
ragioni che li rendono inevitabili. Ma
di tali Tersiti della scienza^ la scienza ha fatto giustizia^ e non ne possono certamente
arrestare il corso trionfale. Quando ci
mostreranno che la scienza^ qualunque
sia il proprio obbietto, è una raccolta inorganica di fatterelli, e di qualche
regoluccia metodica : che le varie
discipline non abbiano tra loro alcun
rapporto, e sieno disposte una dopo l’altra, senza intrinseco legame,
come le pietre migliari, avranno ragione : e allora confesserò contrito che il
manuale che accatasta, equilibrandoli,
sciolti materiali, ne sa più di
Archimede e di Newton. Ma ritornando al nostro argomento della natura della democrazia moderna, ripeto che ella si
disforma da quelle che con tal nome si
ebbero pel passato. Nell'antichità
stavano in generale di fronte due ordini di cittadini, ordini più o meno
distinti, gli ottimati e le plebi: e il valore di queste si argomentava nella
lotta contro i primi, che resistevano ad una
eguaglianza di diritti in parte civili, in parte pubblici, ereditarli
nella loro classe per lungo corso di
tempo: e, condizione sociale rilevantissima, viveva al di sotto di esse, un immane numero di
schiavi, i quali attendevano, mere
macchine animah, alla produzione delle cose necessarie, utili e superflue, ed anche
alle arti, e agli uffici indispensabili alla civile convivenza. Nella età media le lotte dei
borghesi e dei castellani sotto altra
forma è vero, ma lotte di potenza,
eguaglianza e sopreminenza politica si rin.novarono, e se schiavi nel
significato antico non c'erano, rimanevano però i vassalU e i servi della
gleba: ed U lavoro stesso nelle città libere veniva in ogni maniera vincolato dalle maestranze e dalle
corporazioni artificiali dei travagliatori. In tali società certamente non
esisteva esplicito un principio che involgesse la necessità di una vittoria
definitiva della democrazia^ e dì una
forma civile di evoluzione della
operosità di tutti^ e dello Stato medesimo. Non vi ha dubbio che fin da quelle epoche lontane il
principio generatore della democrazia
moderna non operasse; e le condizioni
intermedie non fossero per cosi dire
anelli e spire per le quali andasse svolgendosi con irresistibile moto. Or quasi dappertutto in
Europa quelle condizioni cambiarono: gli
ordini distinti si ruppero, e si fusero
in quello unico dello Stato: le arti, le
professioni divennero libere e comuni: il patriziato perdette i suoi privilegi,
come fu costretto a svestirsene il
clero, ed una uguaglianza perfetta e virtuale dinanzi alla legge si estese dai
sommi agli imi, dal ricco al povero, dal
dotto all'ignorante, dal manuale sino ai maggiori uffizii di Stato. Quindi
nessun ordine di cittadini potendo
consistere e perpetuarsi per via di
privilegi, e tutti dovendo personalmente
bastare a se stessi, privi di appoggio artificiale che in qualunque evento ne garantisse il possesso,
rimane che runico principio che informa
e mantiene la società moderna nella eguaglianza legale assoluta dei cittadini, è il lavoro nella indefinita
molteplicità delle sue forme: il lavoro,
etemo generatore di tutte le cose,
spirito vivificatore del mondo, arte divina che
tutte le cose produce, e produsse, e le spinge, le evolve a sempre nuovi e splendidi effetti: il
lavoro, il quale elevò alla loro altezza
morale e intellettuale Tuomo e la
società, e li redense: conforto e premio
nel tempo stesso; causa ed effetto della democrazia moderna, e garanzia perpetua della sua durata,
e dei suoi progressi. Le lotte contro gli ordini- privilegiati,
del popolo, e delle plebi serve con
Teguaglianza civile cessate, a poter
vivere e durare rimane a tutti e inevitabile il lavoro: e poiché questo è libero, chi non vede, che
per la inesorabile legge della selezione
naturale, il neghittoso dee alla lunga scomparire, anche per la radicale divisione dei beni tra i figli, e lasciare il
posto agli operosi : provvidenziale
magisterio del mondo, che una legge
fisica e organica, si trasmuti socialmente in una giustizia morale! La democrazia moderna è
invincibile per questo appunto che tutta quanta s' impema e vive nel lavoro, reso formidabile e
irresistibile nei suoi effetti dalla
eguaglianza di tutte le classi; onde
ogni specifica distinzione anteriore delle diverse forme di Stati nel loro interno componimento
sparisce, e rimane splendida per tutti, chiara e nobilissima quella di popolo, che tutti comprende, tutti inalza,
tutti redime in un alto e dignitoso nome : in quella guisa. che uno pure ne resta il principio vivificatore,
premio ai buoni, minaccia ai tristi e
agli ignavi che lo dispregiano, il lavoro. A questa conclusione di fatti e di ragioni storiche e sociali provenne la razza
nostra per una lenta evoluzione delle
sue potenze, governata da leggi fisse
organiche e morali, che poi tutte in una
si convertono, nella costante esplicazione delle forze in ogni ordine di fenomeni dalla genesi
siderale sino alla costituzione della
città moderna. Or vedasi quanto fanno
mostra di avvedimento, di senno, di sapere coloro che si argomentano e sperano
di ricondurre le società presenti alla
forma di quelle passate, sia vagheggiando le antiche repubbliche, o più tristi
le miserande anticaglie del medio evo. Arrestare il corso dei firmamenti, la
produttività della natura, mutar le sue
leggi, sembra a tutti impossibile, e concetto di mente stravolta: orbene, altrettanto impossibile ò
il far retrócedere la umana società, e rifare il cammino percorso, e ritornare
don^de partimQio. La legge del moto
sociale è invitta ed etema ; Tonda trasformatrice della vita passa e non rinverte Spingete, o retrogradi, pure rocchio d'intorno : nessuna orda
selva^a, o popolo rozzo, che possa, invadendo, ripristinare le squisitezze
feudali: all'interno con F eguaglianza assoluta
e col lavoro che la nutre e la difende, nessun modo di elevarsi a casta dominatrice : poichà se >
lo tentassero, sarebbero dispersi in
pochi giorni dal genio libero e
insofferente di privilegi moderno : genio non sorto da condizioni speciali o da particolari
necessità in un breve giro di mura, di
provincia, di popolo, ma effetto e compimento di una legge eterna, in tutta la
razza nostra. Quindi sono vaghe
lusinghe, sperpero di fantasia, sogno sterile, e che uccide miseramente il
sognatore ; poiché mentre ei si travaglia in un lavoro improduttivo e
chimerico, altri si inalza con quello maschio e
fecondo, e rovescia chi perdeva il tempo a insidiarlo. Alcuno potrà credere forse che in altri paesi
d'Europa la legge che noi abbiamo formulato non valga, o sia lontana ancora dal compimento come da
noi latine nazioni, avvenne più o meno
perfettamente. S'inganna! Della più lontana jRussia parlammo, e vedemmo che ivi pure oramai l'eguaglianza
si effettuava, e con la eman \U 4à'"fe. iSX I Ideet dello stato. Definita
liella sua natura^ nel suo valore storico y
e per la sua genesi la moderna demoera^a^ e fatti certi ohe ella consiste e si fonda sulla
eguaglianza assoluta dei diritti ciyili
« politici di tuttì^ e sul lavoro libero, indipendente e affatto personde,
vediamo quale sia la forma genkulna e necessaria dello stato che visceralmente ne germo^a, e quale
l'idea che del medesimo se ne svolga, e
si disegni. Trala pevsonate egualmente. Quindi il diritto di proprietà è
ìmplicitameiite contenuto, e identificato a cosi dire nel diritto al libero esercizio delle
personali potenze, poiché il lavoro, che
è la condizione assoluta della vita e
della libertà delle società moderne, non si consuma soltanto nel suo atto
presente, ma si continua negli effetti
suoi, giacché in essi restarono scolpiti
inerenti, consustanziati gli atti successivi via via delle potenze che li produssero. Imperocché se
prodotto un oggetto, od attuato un fatto
qualunque economico, materiale o
intellettivo, cessa il lavoro della facoltà, e dell'arte nostra a produrlo,
egli è perciò ancora una emanazione
della nostra persona, fa parte della medesima, nò potrebbe essermi tolto
gratuitamente, e di forza, senza che
venga io stesso violato in una appartenenza della mia propria persona : ed è
appunto per questo che TeguagUanza vera,
e la condizione sua, il lavoro, fattori
della libertà privata e pubblica, presuppongono
la proprietà, e la proprietà dei prodotti: onde nel lavoro libero,
abbiamo non solo un principio economico,
ma giuridico. Ed in vero se la proprietà, prodotto del lavoro, o la possibilità di possedere
stabilmente secondo i canoni della legge
di eguaglianza, non fosse un fatto, un
diritto d'ogni singolo, eguaglianza e lavoro sarebbero nomi vani, e la
proprietà come fu durante secoli molti un privilegio di pochi, e di caste. Quindi i comunisti e socialisti che
distruggono o violano per arbitrarie teoriche il diritto pieno di proprietà,
distruggono a un tempo eguaglianza, libertà
e lavoro, annichilando gU effetti della evoluzione generale della
società umana, *e spegnerebbero ogni
progresso. Ma l'uomo vive di libertà, e a libertà si muovono le genti, e con la libertà alla
dignità morale e intellettiva: senza eguaglianza di diritto^ che piresuppone lavoro, e virtualmente proprietà,
libertà e benessere non sussistono: il
principio loro quindi riinane sempre
economico, in cui implicitamente è
contenuto e connaturato il giuridico. Le attitudini umane sono
svariatissime e molte> plici:'le
indoli diverse, dissimiU i desiderii, le aspirazioni, gli scopi, come distinte
le condizioni economiclie di ciascheduno ; onde nasce e pullula una infi*nita
varietà di lavori, di atti, di esercizio, di prodòtti, di gara che avvivano, rimutano, conunovono e
corroborano la società, ove lìberamente possono effettuarsi. Ma per la ragione appunto per cui tutte
queste attitudini e facoltà debbono pel libero lavoro esplicarsi^ ed operare in una società d'uomini eguali
virtualmente in ogni diritto fra loro, sorge la necessità di rispettare reciprocamente il lavoro, e il suo
prodotto in ciascheduno: il che implica
nel diritto il dovere^ e la ragione
reciproca loro. Imperocché sarebbe affatto vana illusione l'eguaglianza^ e con
essa la libertà del lavoro, e la proprietà
dei prodotti, che indi risultano, se a
tutti vicendevolmente si concedesse di violare Tesercizio degli ^ altri ; ed-
illusione sarebbe pure l'effetto della
legge di evoluzione storica, che in quella eguaglianza di diritti si
conchiudeva, e sciaguratamente inutili tanti sacrificj, tanto sangue, tante violenze sofferte € superate
dai derelitti lungo i secoli, per conquistarla. Quindi come nel fette economico del lavoro, era implicito,
inchiuso, consustanziato quello
giuridico, cosi c'è pure involuto fu la forza, 3 o e l'UTILITA IMMEDIATA
RECIPROCA (Grice). E si badi che io sono
lontano dall'affermare e come npl sarei,
se il sipposto è ridicolo? che questa
forza, questa utiltà, causa e tutela
delle prime aggregazioni, foss3 voluta per deliberato proposito e
cosciente degli sciani rozzi a
selvatichi : che nulla nelle origini umaae avviene per esplicito divisamente,
ma tutto pet spontanea evoluzione delle
potenze nostre nella coitorrenza e
operosità loro, secondo ragioni di
luogo, di tempo, di razza. Verità che non dee mai dimenticarsi, e canone storico da non mai
trascurare da tutti,!che desiderano
raggiungere con certezza le reali
ori(ini d'ogni umana istituzione e credenza.
Quandoinvero le intelligenze dei singoli uomini primitivi fano si umili,
e sì nel senso implicate, e le
volontèrsì poco esplicite per razionale valutazione di motivi e mentre le necessità di natura,
d'altra parte, appar^nen ti tutte alla
conservazione individuale gli spingv^a
ad aggregarsi, nessun altro stimolo, oltre la
legg legame che quello della forza sia di uno o di più a norma dei varii
modi di ordinarsi valeva a tenerne stretta la convivenza. In quel primo
stadio, in quella prima forma se possa
cosi chiamarsi, di stato, nessun
principio teocratico, mitico, simbolico
era sorto, dappoiché le intelligeme erano ancora troppo chiuse, e involute e non pote-^ano
sollevarsi a quelle idee, proprie
d'altre età, e coniizioni psicologiche successive. In questo stadio gF Stinti
animali prevalevano, e la mente
sordamente in quando tra essi sorgono ingegni che o per senso di umanità^ o per ambizione personale, o sete
di gloria si fanno campioni di più giuste leggi^ e preparano i rirolgimenti sociali. Al di sotto di questi
ordini superiori^ altri minori stanno sinché si giunga alle plebi, le quaU benché non serve, pure non
usufruiscono di tutti i diritti dei
primi, e per ultimo vive una moltitudine di servi, cose e non uomini. Or tutto
questo immenso numero di meno
privilegiati, e di servi, mentre è materia infiammabile per chi nacque in alto,
e vuole per buono o malvagio fine
adoprarla, essa stessa é spontanea
artefice d' insurrezioni o rivoluzioni sociali, che conducono in ultimo alla
eguaglianza delle persone e dei cet^. E
ciascuno sa, come sempre in un modo
nell' altro, continuamente ciò avvenne, per
lungo corso di Secoli : fatti che predispongono ed avviano lo stato alla
terza sua forma, la simbolica. In questa novella forma in cui si risolve
l'idea dello Stato antecedente, i
diversi ordini e poteri, comecché permangano ancora nominalmente, cangiono però d'origine e d'indole propria per la
comune eguaglianza che quasi si raggiunse, sancita dai nuovi codici e dagli statuti.
L'investitura divina del supremo potere,
la quale a sua volta istituiva ordini, e delegava uffici in virtù di questa
sublime prerogativa cessò quasi,
rimanendo ancora, qualunque sia il nome
del governo, soltanto come fede pubblica, nella elezione continua ed
ereditaria delle famiglie regnanti non
solo per volontà nazionale, ma si per la divina
grazia. Il quale presupposto teologico però per l'incremento della
mentalità, ed il progresso intellettivo
della cittadinanza, ed un sentimento implicito nelle classi inferiori
della ' eguaglianza civilei anche quando
e dove non si rese universale, divenne piuttosto un simbolo sociale che una fede positiva ad un fatto religioso
come per il passato. In qualunque confessione
religiosa tra i popoli civili, l'adagio che ogni potere viene da Dio, come ogni evento è
signoreggiato dal medesimo, resta nella
fede e nella abitudine generale degli spiriti
eziandio allora che il pensiero tanto si
aflfòrzò, ed emancipò da dileguare ogni mitica rappresentazione, -e
valutare più razionalmente le leggi della
natura e quelle che reggono i moti del mondo sociale, dove veracemente il principio etemo si
matdfesta. Onde Tidea di un influsso
divino, e di un regime provvidenziale
immediato negli ordini politici perdura
nel nuovo concetto della vita dei popoli, e cinge per cosi dire di una aureola religiosa le persone
che esercitano le più alte funzioni dello Stato: benché a queste non presiedano
più, tranne la famiglia dominatrice, classi privilegiate, che ne ereditano gli
ufficii. La quale discrepanza tra le
idee e le cose, tra gU ufficii e le
persone, tra la costituzione razionale, a
dir così, dello Stato, e le abitùdini degli spiriti nel supporlo preordinazioni divine, dà vita
appunto alla forma simbolica, di cui
discorriamo. Le leggi razionalmente sono discusse e ordinate, i poteri dello
Stato si esercitano in forza di queste
leggi, le persone che gli rappresentano
non sono più identificate con I medesimi, il sentimento della libertà umana è
profondo, e quello della eguaglianza dei
cittadini dinanzi alla legge, diviene
una verità sempre più chiara, amata e
voluta; ma pure ogni grado pel quale sì ascende
dalle funzioni infime alle supreme, è vivificato da una rappresentazione
simbolica ^ ove continua sotto una certa
forma fantastica e incoscente, la mitica e teecratica natura dei poteri della
fase anteriore. Cosi la grazia divina
pei principi, Temanazione della giustizia persoi^ale, la permanenza legale, se
non privilegiato, dell'ordine patrizio, e la facoltà di aggiungere membri al medesimo con titoli vecchi, la
costituzione dei diversi poteri come
entità sostanziali, e via discorrendo, sono tutti simboli sociali a cui si
attribuisce un valore pubblico, mentre
in sostanza le condizioni civili e intellettuali
del popolo ripugnano a queste
credenze. Questa forma simbolica
della idea dello Stato perchè si effettui e si manifesti, è d'uopo che l'eguaglianza
dei cittadini nel giure civile, se non in quello politico, sia raggiunta: poiché il simbolo
sottentra appunto alla personificazióne effettiva di una emanazione o
delegazione divina neUe famiglie, o ceti preposti al potere, e con esso quindi
identificate : perchè il sentimento
della eguaglianza comune già esplicito
nelle moltitudini, e legittimamente stabilito nei rispetti civili, scassina, abbatte, ruina l'idolo
teocratico che dianzi regnava: onde la
forma simbolica dello Stato è propria di
quelle nazioni civili che avanzarono nella
democrazia, e preposero agli ordini e ai moti sociali del medesimo un principio affatto razionale:
come si vede, a modo di esempio, in
quasi tutti gli odierni Stati d'Europa.
E quindi mentre gl'intendimenti più
esplicitamente manifesti, verso l'eguaglianza, là libertà la
rappresentanza nazionale prevalgono nel governo
della cosa pubblica, e nella formazione delle leggi, contemporaneamente perdurano formolo, fatti,
istituti che con quelli intendimenti sono in contraddizione^ e che solo hanno ragione transitoria di vita,
in quanto sono meri simboli di più
antiche credenze, dommi, costumi. Cosi
molte formule di diritto e di procedura,
d'investitura agli ufficii, e via discorrendo, come creazione di nobiltà
nuova, distribuzione di titoli, ordini
cavallereschi, le quali cose tutte non avendo oramai alcun valore reale e positivo, restano come
meri simboli nella costituzione dello Stato. Se, come dimostreremo, cagione e fonte
di questa terza forma, fu il principio
di eguaglianza civile, ed un sentimento
più esplicito della libertà morale e giuridica, che distruggevano gli
antichi idoli, egli è un vero progresso
di fronte alle forme antecedenti, ed una ultima preparazione alla forma
pura e razionale deUa democrazia futura, o a quella che i^oi appellammo
funzione: e già ne delineammo per sommi
capi la natura, e l'organamento. In
questa ultima forma che è quella verso
cui corrono le società moderne, per adagiarvisi
completamente, effettuandone in ogni singola parte il principio generatore, i simboli cadono, come
cadde la forza, ed il mito, e la
saldezza dello Stato dipende e rampolla
da una legge naturale di esplicamento necessario delle società umane,
intrecciantesi con tutte le altre che
armonicamente compongono e reggono r
ordine universale. La quale legge riassumendo in sé stessa tutto il valore morale, giuridico,
economico della operosità singolare
dell'uomo consociato in politico e civile ordinaùiento, possiede di fronte alla
ragione particolare e sociale quella assoluta autorità, che per l'innanzi fondavasi in finzioni
legali, o nella forza. Imperocché nella
democrazia moderna ogni potere emana legittimamente dal popolo, chiamato
nei suoi liberi comizi, come ogni
delegazione di nfficii deriva da lui
direttamente o indirettamente: quindi
nella quarta forma dello Stato, ogni potere rampollando dal fette
concreto del suflfragio comune, ed ogni
delegazione agli ufficii per essere legittima ed autorevole per diretto
o indiretto fecendosi dal medesimo ; e i
varii ufficii costituendo le funzioni che via via s'ingradano a sempre più alto
valore, a comporre nell'insieme loro il vivo organamento della nazione, non
vi ha più luogo a qualsiasi finzione, e
cade pure la pericolosa nozione dello Stato, come astrazione legale : la quale fu più volte cagione d'errori, di
sventure, di tirannide mostruosa.
Imperocché rese possibile Tincamazione dello Stato in una persona, secondo la
vana e stolta sentenza del più fastoso e
pernicioso dei despoti francesi; e die e dà occasione alle teoriche e conati impossibili e micidiali della civiltà,
dei comunisti e socialisti di tutte le epoche storiche. Or se riflettasi e
s'indaghi quale sia stato il principio trasformatore della costituzione dello
Stato per il lungo corso della storia in
queste quattro forme che assunse,
vedremo di nuovo mostrarsi il sentimento, il concetto, la vittoria mano mano
della eguaglianza morale, civile e politica tra gli uomini, che a poco a poco ridussero e spensero la
prevalenza della forza, distrussero gli
ordini e i poteri privilegiati, dissipano i simboli che ancor rimangono ad
offuscare la pura razionalità civile, e
preparano la vittoria della libertà e
della legge in tutte le classi dei cittadini. Onde, abbattuta ogni finzione,
autorità arbitraria, mito, simbolo,
privilegio, resta a sussidio unico di esistenza. IDBA. DELLO STATO di progresso
economico, intellettivo, e di libertà, il lavoro libero, che come provammo fin
da principio, è il cardine e lo spirito
creatore delle società moderne: e quindi
seguendo il corso della evoluaione storica
dello Stato in Europa, e nelle razze che la popolano, e che via via si allargano a vivificare le
altre parti del mondo, si pervenne alla
medesima conclusione, cioè che il
sentimento del^a eguaglianza che ha per
strumento il lavoro fisico-intellettuale, e la sua estrinsecazione in un
fatto giuridico, è il resultato, come è
il fattore di tutta la storia antecedente: e la democrazia, forma attuale e
necessaria delle società moderne, è l'effetto per una parte, e il principio
per l'altra, del generale incivilimento.
Noi dicemmo che le nazioni moderne
riposano tutte sopra un fatto e un
principio economico, poiché riposano inevitabilmente e s'impemano nel lavoro,
ed in questo si risolve tutto quanto il valore e l'ordine della attuale iTOLo ni metterebbe l’atto della più violenta
tirannide, e la democrazia civile non
sarebbe phe una turpe copia di quei
sistemi d'intolleranza, cui ella combatte da secoli. Quindi ove l'eguaglianza giuridica
del cittadino è un fatto, e la democrazia prevalse, la libertà di coscienza, o
la inviolabilità del foro interiore, è una condizione della sua legge, è la sua
essenza medesima. Noi abbiamo adunque
in Italia nemico alla unità nostra, alla
indipendenza, alla libertà, il Papato, che
da pertutto d'altronde si pone come tale di fronte alle nazioni, e al
pensiero: e poiché il Papato è una
istituzione rehgiosa, la forma di un sistema spirituale di credenze, una fede, così per lo Stato
importa, come sentimento individuale,
una inviolabilità assoluta pel principio
della libertà di coscienza, condizione impreteribile della vera democrazia.
Quindi a combatterlo abbisognano armi adeguate alla smisurata potenza, e che non oflFendano i diritti dei cittadini.
L'unico strumento, l'unico modo di lottare, e di vincere, è la.divisione
assoluta, ma veramente assoluta dello Stato
dalla Chiesa: non ce n'è altro, né vi può essere, che tutti si romperebbero dinanzi alla sua forza.
Le persecuzioni, le minaccie, l'intromettersi ad ogni ora nelle cose attinenti strettamente alla
Chiesa, non lo debilita, lo invigorisce,
perchè la fede della maggioranza ingigantisce nella fantasia il castigo, e lo
trasforma in martirio, e tronca i nervi allo Stato. Ogni ingerenza di questo sia a favorire una parte
del clero, per abbatterne un' altra, è
seme di futuro danno, è un intricarsi in
un dedalo senza uscita, è un appoggio indiretto alla istituzione che vuoisi
conibattere. Lo Stato nella democrazia moderna, appunto perchè sorto e informato da questa, dovendo
tutelare con forza e scrupolo la libertà
di coscienza, dee essere indifferente alle varie forme di fede, di culto: tutte sono eguali dinanzi a lui: e la sua operosità e ingerenza in queste materie dee solo
versare nelr impedire che i varii culti con fatti si cozzino, e si osteggino, ed offendano cosi la generale
libertà di coscienza. GHi ordini e gli atti religiosi e civili possono nello
Stato moderno vivere insieme, ma assolutamente distinti, senza mai confondersi,
senza mai, come erroneamente si crede, a
vicenda rafforzarsi; essi sono indipendenti l'uno dall'altro. La vita
civile è una cosa, quella religiosa
un'altra: la loro confusione è dispotismo inevitabile,, e il più tristo e il
più feroce. H matrimonio civile, i riti
funebri estrinseci, r insegnamento,
l'educazione, la libera espressione del
pensiero, la costituzione delle leggi, il governo della cosa pubbKca, sono diritti propri dello Stato
e della società laicale: né si dee
permettere che tra queste facoltà, e le
correlative religiose vi sia mischianza, e
confusione mai: quantunque sia lecito alla diverse confessioni religiose risguardare quegl'atti
dal proprio e spirituale punto di vista,
ed ai cittadini il conformarvisi, quando non ledano l'ordine pubblico. La chiesa
nell'esercizio dei suoi riti, del suo culto, nelr insegnamento religioso, in
tutto ciò, in una parola, che spetta alla sua indole interna spirituale, è
libera, e deve essere,
dall'intromissione dello Stato, quando
non assalga apertamente le sue istituzioni, e non offenda i suoi
diritti: ma l'insegnamento pubbKco dei
cittadini, popolare, secondario, superiore, tutto, dee ni essere
esclusivamente per quanto concerne i gradi^ i
diplomi, i diritti che ne provengono di pertinenza assoluta dello Stato,
e sotto la di lai unica e sola direzione. Come tutti i cittadini sono eguali
dinanzi alla legge, tutte le istituzioni
civili dallo Stato dipendono: e quindi il clero in quanto alle persone fa parte del diritto comune: nessun privilegio
sostenendolo ove egli infranga le leggi: il codice e la procedura penale
colpiscono il sacerdote, come il laico sia
nelle transazioni civili, come in quelle d'ordine pubblico. La giustizia
perfetta richiederebbe che lo Stato non
s' ingerisse affatto nelle rendite dei diversi culti, ne spendesse una lira a mantenerli: poiché in
un popolo essendo diverse le confessioni, se lo stato ne sussidii una sola, ne sc'ende la mostruosa
consegueìiza che taluni, come
contribuenti, paghino pel culto non
proprio, e che anzi ripudiano. Ogni culto dovrebbe sostenersi "dalla libera concorrenza e
cooperazione dei propri credenti, e lo
Stato non avrebbe sulla proprietà di ciascuno altro sindacato che la tutela
delle medesime, sciolte da qualunque vincolo arbitrario, sottoposte alle medesime leggi, e agli stessi
tributi. Questa condizione civile dei
culti è V unica giusta, e lo Stato dee
intendere ad affrettarne il compimento. La divisione della Chiesa dallo Stato
nei termini accennati è necessaria al
vercJ progresso delle nazioni, ed è
l'unico modo della sconfitta del papato, come
ostacolo alla libertà civile dei popoli. H fondamento alla secolarizzazione dello Stato consiste
principalmente nella direzione esclusiva delle scuole, nelle quali non dovrebbero immischiarsi legalmente
i chierici, né compartirvi nelle medesime alcun insegnamento positivo delle
religioni, essendo tutte queste fuori
della cerchia delle attribuzioni dirette del governo. Poiché se fosse concessa
l'istruzione intomo ad una sola nelle
scuole, sia pure la più prevalente, i
cittadini che appartengono ad altre religioni verrebbero lesi nei loro
diritti, in quanto e difetterebbero di
uno speciale insegnamento, pel quale pure pagano il loro tributo, o sarebbero costretti ad
assistere a definizioni dommatiche che
non approvano ; onde verrebbe in parte lesa quella eguaglianza che è
l'anima d'ogni Stato che voglia essere
civile. L'insegnamento religioso poi
affidato a laici non può riuscire che vano,
e incompleto, destituito pel fatto stesso delle persone, di autorità, e
di competenza: quindi si rischia, tenuto
conto delle varie opinioni dei docenti, che riesca più di danno che di profitto. La dottrina
elementare dommatìca meglio si imparte nel seno delle famiglie, l'autorità patema e materna essendo più viva
e sentita che quella di estranei ; e più propriamente nella Chiesa, per bocca di coloro che a ciò sono
superiormente ordinati; ove Uberamente e con efficacia si professa. Nelle scuole dovrebbesi diffondere,
rinforzare ad ogni occasione quel
sentimento di civile onestà, ove
consiste ogni dignità morale, comune a tutti gli nomini, a qualunque fede appartengano. Che
se, come altri notò, il rimuovere dalle scuole
l'insegnamento religioso per mezzo dei
chierici, o il toglierlo affatto, temesi
occasione di allontanamento dalle medesime di
grande copia di alunni, è questo uno dei soliti timori, prodotti da fatti particolari innalzati dalle
fantasie e dagli interessi di vario
genere, a legge, e che producono inevitabilmente questo effetto solo, cioè di
non osare mai avanzare, avendo paura della propria ombra. Quando a nessuna
professione, a nessun tirocinio, a nessuno utile esercizio sociale non si
potesse pervenire, od essere legalmente
abilitato a goderne i vantaggi, se non
frequentando le scuole dello Stato,
sottomesso ai loro esami, e ai diritti che ne rampollano,
Tallontanamento non sarebbe di lunga durata, e dopo qualche oscillazione, o ricalcitranza, tutti volentieri e senza ombra di scrupolo vi
interveprrebbero. Ben poco conosce gli uomini e.i tempi nostri colui che dubiterebbe di una tal
verità: gli esempi che la testimoniano
in altri ordini di fajtti, non m^cano
tutti i giorni. Certamente, e questa è
la condizione assoluta della riuscita, il governo dee curare con assidua e scrupolosa attenzione, e
ferma volontà che le scuole dello Stato sieno le migliori di tutte quelle che sotto altro nome possano
sorgere, e quindi i maestri dai gradi
infimi ai supremi sieno degi^ dell'alto
magisterio a cui si consacrano senza
cerna partigiana, e che gli stipendi si accrescano, onde onestamente
possano vivere e con quejla dignità e
decoro atti ad infondere eziandio per sé stessi nelle giovani menti il sentimento di autorità:
poiché pur troppo lo squallore, la
miseria, gli stenti palesi, degni di altissimo rispetto, quando sieno
virtuosamente sopportati, non sempre
accrescono per la fralezza e vanità
umana, merito in chi ne è vittima immeritevole. Finché risolutamente non si
porrà mano ad un tale riordinamento
radicale dell'insegnamento, e non verrà
divisa la Chiesa dallo Stato nelle pertinenze
civili, vano é lo sperare di vincere grinflussi faziosi clericali, e la continua intromittenza loro
nelle facende laicali* Non oso sperare^ tanta e la nostra fiacchezza^ un si
gran bene^ e si necessario^ prontamente,
benché sia Tunieo modo di vincere. Ma quello di cbe sono certissimo; si è che dovrà farsi^ quando
che sia, perchè è Funico argomento per
combattere il pertinace iiiimico. Alcuni
sottilmente sillogizzando potrebbero opporre
a queste nostre dottrine l'obiezione, dimandando il perchè lo Stato solo e nella democrazia
prevalente, può foggiare la forma
interna di sé medesimo, secondo il
canone del giure civile esclusivamente, negando
questa facoltà a quello ecclesiastico, che si radica parimente nella
inviolabilità personale dei cittadini. Alla quale speciosa obiezione facile è
la risposta : poiché Fattuazione
organica delle funzioni e delle leggi onde
risulta poi la nazione legalmente costituita, dipende e si evolve da quelle facoltà e potenze
individuali che spettano all'esercizio
d'atti esteriori, di fatti econonùci, di procedure eflfettive, riguardano fini
essenzialmente terreni ed eudemonici, i di cui profitti e utiUtà sono per sé
medesimi così definiti e certi che
acquistano spontaneamente l'assenso dell'universale : mentre il sentimento religioso, e le formolo
onde obiettivamente si veste, variando da persona a persona, e riguardando interessi, e speranze che
effettivamente qui BuUa terra non hanno
compimento, se dovessero dar forma a
così dire civile, ed estrinsecarsi in un
ordine pubblico di popolo, recherebbero confusione e anarchia, o prevalendo il più forte,
ritornerebbe a galla lo stato
teocratico, che è la più bieca e turpe
tirannide. Quindi mentre il sentimento religioso che nella democrazia
vera dee risolversi nella assoluta liberta di coscienza viene tutelato come DIRITTO
INALIENABILE [cf. Grice on Locke on the inalienable right to make a word stand
for a idea] dallo Stato, non può^ come il fatto meramente giuridico, assumersi a principio organatore
della società medesima, come qualunque altro sentimento dell'animo umano. Ma
alcuno, e ce ne sono molti, più
appassionato amatore,, che fidente nei benefici effetti della libertà, insorgerà a ripetere ciò, che
si andò ripetendo dai dottori in
politica soventi volte, che^ concessa
questa separazione dello Stato in tutti i suoi ordini dalla chiesa, basterà poi
a contrapporsi vittoriosamente al gigante che ci sovrasta, e agli influssi perniciosi del medesimo verso la civiltà in
generale, e la libertà della nazione in
particolare? Una potenza cosi
formidabile verrà poi sconfitta, in quanto agli
effetti civili, con un tale metodo, e non userà invece della libertà sconfinata che le concediamo, a
schiacciarci più prontamente? Vane paure! Se il papato conta una vita di diciotto secoli, se la sua
efficacia penetra da per tutto, se sotto
gli ordini suoi milita una moltiforme
schiera di sudditi operosi e ubbidienti,
e formolo adesso nel sillabo la teorica^ del dispotismo teocratico, l'umanità e la razza nostra
europea numera d'altra parte, ben più secoli di vita: crebbe e si emancipò con lotte continue e pertinaci
d'onde uscivano più vive scintille di
luce intellettiva, prorompevano più fervidi desiderii di libertà ; si
rafforzarono propositi più civili di vittorie futurp, che andavano animando
mille e mille e poi milioni di adepti,
che poi si dilatavano baldi e procaci su tutta la terra^ recandovi non solo germi di verità e libertà,
ma istituzioni imperiture, Ed ora non solamente nel suo vasto e onnipotente
pensiero agita tutte le genti europeo; ma ravviva metà del nuovo mondo j fascia
le bollenti terre dell'Africa,
signoreggia l'Asia, ripopola l'Oceania,
e stende la mano minacciosa già sul Giappone e la China, che eccita a nuovi
fati, o li trasforma a sua immagine :£ già nell'animo e nell'intelligenza sua
stanno indelebili, consustanziati, e immoriali l'eguaglianza civile, politica e
la libertà del pensiero : tre libertà che non si spengono, tre soli che non vedranno tramonto, e che bastano di per
sé col tempo a sconfiggere qualunque
potenza. Al sillabo noi opponiamo il
codice del libero esame, e l'immenso
jcumulo delle conquiste della natura, che sono strumenti poderosi non di
servitù, ma di libertà, ed emanjcipazione: al servaggio delle menti, la
vittoria vivi£catrice della scienza moderna, al mito il vero, alle jsquallide e lugubri letane dei mistici, lo
splendido e stridente carro
dell'incivilimento. Chi dubita della
finale vittoria, chi crede di fronte alla civiltà moderna ultrapotente il Papato, non intese la storia,
o non comprese la legge indefettibile
della nostra intrinseca evoluzione, e
non sentì nell'anima quella voce divina
che grida alla nostra umanità. Sorgi e cammina! Che se vuoisi opporre
all'esito favorevole della lotta, anche la enorme virtù della unità del Papato,
come forza direttrice, tenacemente nelle
sue compagini costituita, e presente per tutto, si pensi che adèsso la nostra razza omogenea e identica nei tratti
suoi principali, e animata degli stessi sentimenti, è parimente diffusa e organizzata nel mondo, e che la sua
unità morale si va compiendo ogni
giorno. Perchè per i trovati meravigliosi della scienza e dell'arte, che
assoggettarono alla volontà umana le potenti energie della natura^ il pensiero
che da prima esemplò sé stesso e^ scolpì
nelle pietre; nei bronzi^ nelle pergamene dei
popoli separati^ o inimici^ or non solo con la stampa si moltiplicò con la velocità quasi del
concepimento in innumerevoli copie, ma
identificandosi con l'immane rapidità
deirelettrico in un istante, e in un punto
raccoglie tutto ciò che avviene su tutta la superficie del mondo: e le
merci, gli uomini, le dottrine, travalicano con l'impeto della ijieteora nejla
espansione del vapore, immensi spazi di
terre, perforano montagne, e sorvolano emulando i venti, gli oceani,
aeoumunando prodotti materiali e intellettivi in breve giro di giorni: onde, per la originaria
parentela e indole della stirpe or
dominatrice, tutte insieme le forze
domate della natura, van componendo l'unità di
pensiero^ di scopo, di istituzioni per ogni dove : contrapponendo ai
concili! jeratici, le splendide e provvide mostre dell'industria e del sapere
universale. La quale unità, perchè
effetto della spontanea e nativa
evoluzione della specie, non meccanico sistema di artificiale organismo,
è assai più potente di quella pontificale: ed ha nella legge che la governa, e
negli effetti che naturalmente ne
rampollano, la necessità d'infuturarsi,
e la inevitabilità della vittoria. Di fronte
alla cattolicità dommatica e ufficiale, la cattolicità deliastirpe, del
pensiero, delle istituzioni, della Civiltà va
costituendosi, e poderosa si accampa, libera signora di sé medesima. Pongasi mente a questo fatto
innegabile, e veggasi se le paure soverchie di chi nulla osa tentare, sieno giustificate dalle
condizioni generali del mondo. Ma si
rassicurino i timorati e i timorosi,, il
sentimento ingenuo e nobile religioso non verrk
Spento ma non verrà spenta neppure quella luce purìssima di verità, quel
calore di bene, quel fuoco di libertà
che crebbero, e trionfarono a costo di lacriimè, di sangue, di stragi, di roghi infami e
scellerati. Sia libera la chiesa, ma
libero lo stato e autonomo in ogni
ordine di sé medesimo, e sieno libere tutte le
religioni che in esso convivono : non temete, il resultato finale non è
dubbio, trionfo della libertà da una
parte, ed epurazione dall’altra. Altri forse può dubitare, pur
riconoscendo l'impossibilità della vittoria del sillabo nel mondo, che
parzialmente i popoli rischino secondo le proprie condizioni civili diverse, soccombere, ed in ispecie Y
Italia ove il papato ha la visibile sede, e regna il pontefice. Vero è che non
tutte le nazioni avanzarono siffattamente da superare e non temere gl'influssi
perniciosi del Papato, e sarebbe follia
il negarlo. Ma oltre gli aiuti che
vengono loro dal di fuori per la continua
efficacia del generale incivilimento, che da per tutto penetra e si diffonde, ciascuno di questi
popoli, appunto perchè affine alla comune razza europea, ha in sé medesimo la necessità della emancipazione,
la quale può parzialmente ritardare ad
effettuarsi, ma deve in ultimo avverarsi
per le ragioni discorse. In quanto poi
all' Italia in particolare, non conosce l' indole del popolo nostro chi crede alla sua etema e
congenita servilità religiosa
tramutantesi in quella civile; chi crede
che a questa posponga i suoi affetti e i suoi
interessi; che rinunzi alla terra ed ai suoi leciti godimenti; voglia,
parlo dell'universale, porre in non cale
la nazione, rinunziare all' indipendenza ed alla libertà per vivere una squallida vita di
chiostro, e salire per lugubre scala al paradiso. L'italiano è conservativo,
non retrivo, per indole, e non inerte nel
pensiero; e altrettanto rapido' ad afferrare il lato giusto, positivo
delle dottrine, valutare con abilità ingenita gli avvenimenti e considerare ed
estimare le sue condizioni; aperta una
via, sorto un barlume di vero alla sua
mente, vi s'innoltra con prudenza si^ ma virilmente, e con tenacità la segue.
Conosco, grazie al cielo, il mio paese, e a palmo a palmo io posso dire; conversai con tutti i ceti, in tutte le
parti della penisola, ed ho una chiara
idea delle loro condizioni morali; e
certamente in alcune provincie tali condizioni non sono liete e normali, e
richiedono tutta la sollecitudine
provvida e saggia dei governanti; ma non
si illuda l'osservatore superficiale, anche fra loro, come dappertutto,
l'agitazione operosa nazionale sotto
mille forme si propagò; l'idea del riscatto politico, il sentimento di libertà, una forma migliore e
più degna di vita, traversarono, mossero
quelle menti e quegli animi, ed
all'occorrenza saprebbe deludere le cieche
mene dei retrogradi e dei demagoghi. Cosi dunque non temasi in Italia
della libertà concessa alla chiesa e alle chiese, e si proceda con risolutezza;
si armi dei suoi diritti naturali lo Stato, e
si lasci il clero esercitare il suo ufficio, e di fare e disfare in casa propria in quelle cose che
strettamente si attengono al suo ministerio.
Contro la fazione clericale, non v'ha altra politica possibile; ogni
aggressione è vana, ogni minaccia non rintuzza ma fortifica l'avversario, ed ogni ingerenza dello Stato
nelle cose interne delle chiese, riesce
poi di danno a sé stesso. I clericali, e
parlo della fazione politica loro, ben
sanno del resto^ (gli abili e che hanno il mestolo in mano) che senza lo Stato e il suo appoggio,
le loro forze sono monche e sfatate ;
imperocché il giorno nel quale in
Italia^ per una ipotesi impossibile avessimo
un parlamento del loro colore e spirito, e quindi un governo uscito dalle loro viscere, sarebbe
l'ultima ora della loro fazione, poiché nessun popolo di Europa vorrebbe e
potrebbe mantenere rapporti col nero e funesto governo, mentre una riscossa di
tutte le gradazioni dei partiti liberali della penisola fora inevitabile o
spaventosa. Questa i clericali sanno, e quindi
non tentano, né tenteranno l'ultima prova, e solo procacceranno di
tenere Ymo zampino ed un addentellato
nel giure pubblico della nazione, perché lo Stato da sé medesimo, per gli errori servili o
erroneamente aggressivi, si procuri una
certa rovina. Quindi, qualunque sia il governo che resti al timone della nostra
patria, non devii dalle norme che ora tracciammo; ogni altra politica sarebbe funesta; con
l'apparenza della forza e della libertà troncherebbe i nervi a sé stesso. Adoperandoci di questa guisa, noi
renderemo a Cesare quel che è di Cesare,
a Dio quel che é di Pia, secondo il
detto profonda del Nazzareno ; e mentre daremo saldi fondamenti alla libertà ed
al suo incrementa, faremo un bene
eziandio alla chiesa, poiché, toltole ogni speranza d' ingerenza nelle cose
civili, e richiamata al suo morale
ministerio, abbraccerà nella carità
religiosa anche la patria ; come sanno molti
buoni fra loro, i quali sentono che per conquistare, secondo la loro fede, la'^patria celeste,
bisogna amare e difendere quella
terrena. L'altra fazione che tenta e vorrebbe sconvolgere l’attuale ordine di
cose civili, quali vennero prodotte dal
lento moto della evoluzione sociale, è la demagogia anarchica e selva^ia,
avente gradazioni diverse, come diversi
propositi, diffusa da per tutto,^e stretta
da vincoli, patti, associazioni, e guidate da uomini risoluti. E da prima è d'uopo, per giusta ed
equa estimazione d'uomini e di cose,
distinguere ed assolutamente separare da una tale fazione il partito
repubblicano che si agita anch'esso da per tutto, e che in varie parti del mondo ha vita effettiva e
legale riconoscimento. Vero è che una
tale distinzione sarebbe superflua e stolta, se pur troppo lo zelo improvvido o
l'ignoranza, non spingesse molti a confondere cose insociabili, e a far tutto
un mazzo, sieno buoni o rei, di quelli
che a puntino non partecipano al grado
presente del loro liberalismo. Il partito repubblicano, quando come in generale
si mostra, segue la legge sana della
democrazia moderna, riposa sui medesimi
fondamenti giuridici e éivili dei popoli retti
a monarchia rappresentativa; mantiene saldi i principj di proprietà, di
famiglia, d'ordine, senza cui convivenza umana non è possibile, ed è una
naturale e necessaria evoluzione sociale. Quindi è d'uopo non fraintendersi, né recare violentemente e con
palese ingiustizia le colpe, i danni, i pericoli alla forma repubblicana, che
sono propri esclusivamente della demagogia.
Dispregiare con puerile sussiego questa torbida fazione, è follia; la
fidanza di sterminarla con le sole armi,
è concetto che non può capire che in un cervello da Don Chisciotte ;
combatterFa con palliativi o discorsi, è
troppo ingenua bredulità. A mali morali,
profondi, tenaci, universali come quelli di cui trattìatnO; si può
ovviare soltanto con serii e virili propositi, e Còli rimedi adeguati alla
forza che li produce IEj prima condizione a sapersi schermire da un tale nemico, è quella al solito di non farsi
illusione alcuna intorno alla sua
potenza, indagarne l'origine, e non
attenuarne il pericolo. E questo si farà per noi il più brevemente possibile, onde premunirsi in
Italia anticipatamente dagli influssi e danni di questo malanno, perchè la libertà sana e la civiltà non ne
soffrano detrimento. La demagogia o
l'insurrezione anarchica delle classi
povere e proletarie non è nuova, e si può dire che i germi sbocciarono col costituirsi delle
società primitive; imperocché di fronte ai più potenti, ai più agiati e felici, stettero sempre i derelitti
dalla fortuna, i deboli, i miseri, qualunque ne fossero le cagioni. Ma se il
sentimento, il mobile, lo scopo si
mantenne identico di mezzo alle trasformazioni sociali, la forma della demagogia cambiò, e i suoi
seguaci e proseliti crebbero
spaventosamente di numero. Quindi
nell'età nostra, per quanto si estende la civiltà europea sopra la
terra, assunse una forma consuonante con
quella naturale del progresso sociale, delle condizioni economiche presenti, e
con l'immenso accrescimento della popolazione. Or noi si vide che il
fondamento, il fatto che costituiva l'indole propria della società moderna e dell'incivilimento stesso,
è un fatto economico, il lavoro, reso
libero, scevro di qualsiasi privilegio
od ostacolo, e sostegno unico dei singoli
associati, nella moltiforme sua natura, e nella immensa varietà dei suoi atti, dal rozzo manuale al
più alto intelletto, il sentimento di
questa feconda e santa mT-erità, pel naturale svolgimento che in tutti lo
produsse e lo suscitò; nacque nell'animo di tutte le classi vagamente le eccitò, spingendole di un salto
con Timmaginativa agli effetti ultimi e salutari di questo principio, valicandone i necessari intervalli
per ignoranza da una parte, e per impeto di bisogno dall'altra. Indi la foga
pertinace, perseverante, ma più calma, o
Torrido assalto subitaneo di selvaggie ire
contro quei medesimi sostegni, quelle istituzioni che Bono anzi i mezzi di giungete gradatamente ad
una condizione migliore di tutti. Cosi
nacquero per un verso le associazioni della
cosi detta intemazionale, o le
improvvise ruine della comune. Ma nel tempo
stesso che noi dobbiamo combattere le funeste teoriche di queste sette,
e soffocarne con pronta energia i
delirii nefandi, non bisogna, lo ripeto, fanciullescamente cullarsi nella idea,
che fatti cosi universali, e che in un
modo o nell'altro si mostrano per quanto
fii stende il campo civile delle nazioni, sia un mero capriccio
momentaneo d' ebbre moltitudini, vapore di
idioti, e fenomeno che non abbia fondamento di sorta nella storia; né in se, in mezzo al profondo
errore che l'offusca, e lo insozza, un
raggio e un filo di vero. E noi vedemmo
già che la demagogia ha la sua storia, antica quanto il mondo, e svolgentesi e
sgomitolandosi con i secoli parallela alla trasformazione fiociale della nostra stirpe. Ed il vero, che
questa fazione nelle sue teòriche micidiali racchiude è questo: che ad ogni uomo, ad ogni cittadino, sia
qualunque la nascita, l'economica
condizione, incombe egualmente l'obbligo
salutare del lavoro, ed è compartecipe di
tutti i doveri che stringono autorevolmente tutti i consociati a prò di
tatti con reoiprocft operosità; imperocché l'ozio infecondo, e soltanto consumatore
et cormttore, è oramai agli occhi di
tutti il più tristo, squallido e
vituperevole vizio sociale, la causa e il
fomite di ogni disordine e, d' (^ni ruina. Ma questo vero, che or comincia, rispetto al suo valore
sociale, a risplendere alle menti di
tutti, e che mano mano che la società
progredisce, sempre più palese si farà,
e che dee divenire la fede comune, nelle sette demagogiche si trasformò
in ribellione ad ogni sano principio, e
divenne piuttosto sorgente di miserie e
di lutti, che fonte di prosperità per gli stessi che si Intano in suo nome. Quindi la fallacia nella
credenza di poter sterminare ogni sentimento religioso come quello che secondo essi sostiene i perni
della società attuale; la puerile fidanza del condividere i beni fra tutti, e ritornare, per essere
felici e mirabili, alle delizie
animalesche delle prime orde umane. II
sentimento religioso in sé, astraendo dalle forme dommatiche che può
rivestire, è in quella vece sì
connaturato all'uomo, appena gli balenò un ra^io di intelligente attività nella mente, è un.
bisogno cosi profondo, che il supporlo
nell'universale temporario periturio,
riesce un errore sì madornale, quanto il
credere che possa miù cessare il sentimento del bello, del buono, dell'utile, e così via
discorrendo. Un tal sentimento muterà
forma, materia, simbolo, a sempre più
puro e razionale aere s'innalzerà, ma rimarrà e quando anche in tutti si
trasmutasse in effettiva intellezione
dell'ordine infinito del mondo, e dell'eterna energia che lo vivifica, e
continua, avrà sempre una efficacia potente negli animi umani, e una autorità
suprema nei loro atti. Quindi, sicc^ome è vano
l'assunto, è assurdo il crederlo effettuabile ; e di questo si persuadano coloro che eccitano a simili
fantaami le moltitudini. In quanto poi
alla proprietà e alla famiglia, sarebbe con esse distrutto l'ordine civile,
ogni speranza di miglioramento, ogni libertà. Poiché l'ultimo fatto sociale a cui" pervenne il moto
evolutivo umano è Tuniversale libero
lavoro, questo senza la proprietà non
può sussistere, in quanto mancherebbe di sussidi, e dei giusti stimoli ad
esercitarsi. Che se il lavoro è un
dovere, un godimento, una dignità, la sola nobiltà possibile oramai nel mondo, oltre avere un
effetto che giova alla generale
convivenza nella reciprocanza di ragioni
e d'influssi che l'anima, è pure un modo di
rendere più lieta, agiata e amabile la vita; poiché colui che vuole rendere l'uomo misticamente
perfetto, e che tutto versi e si travagli nella carità, e non senta e non provi gli onesti piaceri, e
rinunzi ai comodi, agli agi, agli utili personali, non solo disconosce la umana natura, ma annienta la storia.
Laonde la proprietà ed in conseguenza la
famiglia, sono condizioni indispensabili del lavoro, e con esso della
civiltà tutta quanta, e della libertà
che a tutti è si cara, e desiderata.
Questi sono i veri contro cui infuriano i propositi dell'intemazionale, i quali
se venissero ad effetto, ogni bene sarebbe distrutto; sono errori in cui cadono e caddero non una sola volta, quelli
che, vivificati da un sentimento giusto e da un vero che balena incerto e confuso nelle loro menti,
credono raggiungere la meta sterminando gli argomenti che vi conducono. Egli è certo però che tali
sette sono or formidabili e sparse da per tutto: hanno associazioni, pecunia,
giornali, conventicole e cattedre: e gl'iniziati si mescolano in tutti gli ordini della vita, e
gli arruffoni ne sfruttano la credulità, o ne inveleniscono, rinfuocano le ire:
pericolo tanto più tremendo, quanto più
è avvalorato da un sentimento giusto di una verità male intesa. Or che
contrapporrete a questa fiumana? La Forza? è tentato, ma l'idra rinasce: oltre,
che la forza contro il sentimento e il numero non prevale, e senza un principio
che la sostenga, è vano amminicolo. Combatterlo con principii contrarii? si
sperimentò, risorse, e sempre più sì
estende. Con gl'influssi religiosi? Ma ella imperversò maggiormente ove
le genti erano guidate e ispirate dal clero, e si agita nei paesi, ove la fede
è più viva, poniamo che non sia la
cattolica, tralasciando anche che alcune
tendenze, ire, dispetti clericali sono fomite a queste sette, e piuttosto che
attutarle, le attizzano. Forse pej: mezzo delle esortazioni, le per« suasioni, i libri, e i giornali? Certamente
questi modi, e argomenii quando sieno
bene appropriati e condotti, hanno un
grande valore, e maggior della forza, e
degli influssi religiosi, perchè vanno a poco a poco componendo una opinione
favorevole ai suoi principj, e
l'opinione oggi è regina, e può molto: ma
la sua efficacia è in parte frustrata dai giornali, dalle associazioni della setta, onde è lento e
stentato il benefico risultamento. Dunque non hawi rimedio? I rimedii
opportuni, i soli efficaci, e che, spero, saranno riconosciuti tali a poco a
poco da tutti, se vogliamo salvare la civiltà, sono di due sorta, privati
e pubblici: e ne discorreremo
partitamente le loro ragioni. Odesi tutto giorno dalle persone di ogni ordine
e d'ogni ceto, tra quelli più agiati^
lamenti e querimonie rispetto ai
pericoli che ci sovrastano da parte della
demagogia universale^ e si paventa^ si trema^ s'impreca^ o si pronostica
il finimondo. Ma sciaguratamente tutto
questo tumulto dì sgomenti^ predizioni^ spasimi
si risolve in parole, in chiacchere, in vaniloquio effervescente, e
nessuno, parlo in generale, fa nulla, o
aspetta da un arcangelo la spada salvatrice, o grida contro il governo e i governi che non
uccidono a soffocano nella culla il
mostro divoratore. E mi fanno la figura
di chi, appreso lentamente il fuoco in un
canto della propria casa, corra in piazza a gemere^ a piangere la imminente ruina delle sue mura,
imprecando perchè il sindaco non distrugga i zolfanelli, causa immediata del danno, invece di
provvedere tosto e virilmente al pericolo, tenue da principio, con la propria
persona, o con gli ajuti che ai forti e volonterosi non mancano mai. Cosi
presso a poco va la faccenda per tutti
coloro, e sono innumerevoli, che
presentendo l'avvento della cosi detta questione sociale, credono rimediare
al male col vociferare ai quattro venti
il prossimo diluvio, o volendo che altri
gli soccorra con modi, che neppure essi sanno in che veramente consistono. Ma in tale maniera
l'acqua arriva alla gola, e senza
rimedio, perchè il neghittoso è spiacevole a tutti, utile a nessuno. Egli è
oramai tempo di mutare registro, e se
veramente stanno a cuore gli averi, i
diritti, la giustizia, non fosse che rispetta
ai privati vantaggi, bisogna persuadersi, perdio! che il tempo è venuto, ove chi non opera, e
fortemente vuole e lavora, verrà
travolto non solo dalla fiumana impura ch^ paventano^ ma dalla indole della
civiltà presìHite, nella quale il
volontarìp infingardo nozi può trovare
modo durevole di vita. E innanzi tutto la società è solidale d'ogni bene^
d'ogni male, e chi non sente q^uesto
alto dovere, è indegno di chiamarsi uomo
civile: e quindi ognuno è strettamente tenuto a co-operare [cf. Grice,
PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS] al maggior benessere possibile della
nazione. E si badi che questa, di cui
parlo, non è mica una carità estrinseca
e contingente, che possa a volontà con
minore o maggiore zelo esercitarsi, come avviene in altri fatti di pubblica o
privata beneficenza, ma è una necessità
intrinseca, senza la quale la società
minerebbe. La quale cosa si fa a tutti palese anche materialmente, se riflettono ajla
solidarietà, sempre più stretta e
generale che nasce fra tutti gì' interessi,
sia per associazioni a scopi diversi di utilità personale, o di prodotti,
sia per la dipendenza d'ogni ordine di fatti economici fra loro, sia nel più
vasto e universale credito dello Stsito, da cui dipendono una immensa varietà di fortune particolari.
Quindi il lavoro libero, ma co-operativo [GRICE, PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL
HELPFULNESS] dei singoli, onde si conservino intatte e abbondanti le fonti .di
ricchezza e di sussistenza nazionale,
anche per questo lato, è lavoro necessario: che se egli allentasse,
svigorisse., o venisse meno, il popolo perirebbe senza rimedio. Adunque tra i rimedii privati che possono
contrastare all' ampliarsi delle sette demagogiche a danno di tutti, è l'operosità di tutti, e in specie
di quelli che più avrebbero a perdere, e
nei quali quanto è più grande la
ricchezza e l'agio, tanto più cresce e
ingigantisce il dovere dell'opera. Si persuadano che nelle moltitudini adesso il prestigio solo
delle ricchezze, o del nome; o del fasto è scemato, e va scemando, grazie al
cielo, rapidamente, e invano si atteggerk a pavone, chi sotto le splendide
penne, e r iridiscente folgore delle
piume, cela miseramente una cornacchia.
D popolo non dispregia- né nomi, né
fasto, quando coloro che li portano, o V esercitano senza jattanza, sono degni
della civiltà nostra, la quale consiste tutta nel lavoro, utile e generoso.
Bisogna adunque che coloro a là crescente onda delle mene demagogidie, è una
necessità delle stesse condizioni civili deUe nazioni moderne, un diritto e un
dovere. Dichiarati brevemente i rimedi privati, consideriamo quali sieno,o
possano essere quelU pubblici, o di pertinenza dello Stato, e del suo governo.
Questi a divisarli compiutamente si
disbrancano in lare ordini, e possono essere quindi di tre specie:
mo^?ali, amministrativi e poUtìci. . Un
grande rimedio aU'errore, al vizio e alle miserie, è certamente V
istruzione diffusa, e più tra quelle
classi che di per sé mal saprebbero provvedervi, e alle quali manc^ lo stimolo proprio ad avanzare, vale a dire alle plebi
della città e delle campagne. Che questo
sia precipuo ed assoluto dovere di ogni governo civile, è chiaro, e
sarebbe anche più chiaro, se non fossero
ancora alcuni, e non. son pochi, nei
quali si mantiene la dignitosa e generosa ctedenza, che l’ignoranza delle
moltitudini lavoratrici, è un ingrediente e un sussidio nòbilissimo di governo, e s’affidano nella loro maravigliosa
attitudine, di contrastare ad ogni male, puntellati all'arte provvida di pochi,
e all'uni vergfale e servile asinaggine. E tatLto più stupore arreca una tale
saggia sentenza, in qitanto di preferenza è sostenuta da quelli non parlo certamente di tutti che bazzicano
frequentemente per le chiese, e fanno pompa di cristiana pietà. Brutta e
ridicola contraddizione, la quale se
ingenuamente professata, indica in essi una ignoranza proporzionata al
grottesco proposito; se ad afte pensata,
è iniqua e degna deff universale dispregia.
Jn ciasctm uomo come sono eguali potenzialmente i diritti e i doveri, sono eguali i bisogni e
la necessità deiihi dignità della vita;
ora in tutti in quella guisa dello
stato, e migliorare le loro condizioni economiche; ma parlandosi di suffragio fermarsi alle
porte del salterio e dell'abbaco, è tale stravaganza che la maggiore non si può immaginare; si crede d'essere' del
nostro' secolo, e viviamo delle idee dei
bisarcavoli! CICERONE (si veda) assennatamente dicera essere gF ignoranti capaci di verità^ poiché T ignoranza ^ cioè
la mente primitiva^ non ingombra da
sfumature; e il più delle volte
arruffata da un sapere rachitico, entrato a spruzzi anarchici nel celabro, è tutt'altro che
chiusa alle verità pratiche della vita ; che anzi quando queste vertono intomo
a positive questioni d' interessi generali,
ma consuonanti o influenti con e su quelli particolari della famiglia, del comune, della provincia,
sono pronte a colpirne il nocciolo
principale, e a scegliere le persone più idonee a risolverle secondo le necessità
del momento. Se non fosse così, se noi
attendessimo ad allargare il diritto di
suff'ragio che virtualmente è di tutti,
quando tutti fossero dotti, ed uomini di stato
almeno in cacchioni, io credo che si aspetterebbe indarno quel giorno, e
si aprirebbero le universali urne dei
trapassati allo squillo finale dell'arcangelo, più presto che quelle generali del popolo pel
comune sufeagio. Ma ribadiscono gli oppositori : voi desiderate estendere il
diritto di suffragio mentre ^ nessuno, o da
pochi si chiede : attendete che il desiderio nasca, si diffonda, giunga legalmente al parlamento, e
allora si aprirà la mano, ma sempre con
prudente riserva. E cosi, soggiungerò io, noi liberi cittadini di libero stato,
e un governo che dalla libertà è sorto, e a questa deve intendere con tenaci
propositi, saremo meno generosi, meno
magnanimi dei governi dispotici ? In questi sovente, e la storia anche
contemporanea è piena di esempj, il
governo costringe spontaneamente le
moltitudini riluttanti a incivilirsi, e con violenta mano le sforza ad accettare .riforme civili,
amministratìve, economiofae: noi BEtremo il contrario: in nome delia libertà, teleremo lontani dalle riforme
utili e necessarie quelle moltitudini chC; secondo il ^iblime concetto,
persistono nella ignoranza, o nella indifferenza politica. Un governo onesto di
libero popola dee spingere al meglio di
proprio impulso le genti confidate al
suo senno: nò dee nelle leggi fondamentali attendere che altri domandi, ma
generosamente anticipare opportune
riforme. Ma se del resto tuUi non
chiedono o vogliono il diritto di suffragio, questi è sorto nella coscienza dei più, emana
spontanearmente dal nostro giure pubblico, è una necessità dei tempi, è un dovere civile. Che se un tale
dovere, per ipotesi impossibile, non si
sentisse, o si dissimulasse, p^r durare
in un certo grado matematicamente misurato, e fisso di libertà, a prò di
minoranze qua quando anche, per ipotesi,
ciò avvenisse, Teffetto sólo che produrrebbe, fora certamente una'^pìù grande e
viva operosità nei partiti liberali, e una agitazione legale più intensa, le quali riuscirebbero in fine a
risolvere più presto e ricisamente una
tale questione interna, e scongiurare
più virilmente i pericoli, onde è gravida
per la nazione. Altro benefizio che recherebbe seco la partecipazione, larga del popolo al
Suffragio, sarebbe quello di stimolare, (essendo più vasto il sindacato, e le
possibili peripezie del voto), e costringere i- deputati ad intervenire
scrupolosamente al parlamento^ e smettere il brutto sciopero in cui sono caduti
molti ripetutamente, e in modo da far credere
cronico il morbo pernicioso, che gl'infesta, e li rende colpevoli dinanzi alla nazione. Più e più
volte gli atti e le discussioni del
parlamento, d'importanza capitale per la prosperità e ordine del paese, non
poterono aver termine necessario, o sanzione legale, per Io scarso numero degli intervenuti, e ancKe
quando giungevano alla cifra
prestabilita, di fronte alla totalità dei rappresentanti, erano si può dire al disotto del decoro del parlamento. Se coloro che pur
brigano, e fauno chiasso per essei'c
assunti al grave incarico, e rappresentano ciò che v'ha di più vivo nella
na ssioney e la funzione più eccelsa di
un popolo, che è quella 4'essere il
legislatore di sa medesimo^ danno un si
tristo esempio di trascuranza agli alti doveri, e di abbandono alla alacrità civile della vita
pubblica, B0^ è da atupire, se gli aitai
alla base imitano nel laìiguote, nella
cascarne, nella dimenticanza dei diritti e doveri civili, i loro rappresentanti
; e «'ingeneri nella na2doDe quell'ozio politico, che è la lue più deleteria, e corruttrice delle viscere
della medesima; sintomo, se i rimedii non intervengono pronti ed energici, di inevitabile morte. O non
cercare, desiderare r^lezioùe e intromettersi in ogni maniera per ottenerla, o ottenuta, attendere con lealtà e
perseveranza al proprio mandato, ^d esercitarlo costantemente, risparmiando cosi un malo esempio al popolò \
intero, un acerbo e giusto rimprovero a
sé medesimi; lasciando aperto il corso ai più degni, e più operosi, e non ocisasionando cosi la morale decadenza
dell'autorità del parlamento, come pur troppo fra noi già per moltissimi accadeva : e che io dica il vero
faccio appello alla stampa quotidiana di tutti i colori piena sovente di acuti,
e meritati riinbrotti ai neghittosi legislatori. Bispetto al pericolo del
cesarismo, che secondo altri sarebbe il
mostro che uscirebbe dal voto generale,
come quei fantocci deformi e strani, che scattano all’improwiso dalla
scatola magica, a stupose e terrore dei
nostri fanciulli, temerlo da senno in Italia, è cosa che non Val la pena di confutare. Il
cesarismo è solo possibile in un paese, sconvolto ^à, sconquas' fiato, disordinato a più riprese, e dove la
furia delle fazioni anaik^hicbe^ o le gare di pretendenti più meno apocrifi, tanto scrollarono le
fondamenta d'ogni ordine, e tanto impaurirono le maggiorante, che, conservatrici sempre, si appigliano di
iiecessità all'unico modo di salvezza che si presenta, sia pute Tautonta
irra:dónaie della sciabola, o la potenza moi'ale di un nome: poiché ove è questione di
anarchia di forze brute tenzonanti, il
popolo si rivolge a quella che ha
maggiore probabilità di vittoria, e di ristabilire quindi la pace, e la
cancordia nel caos informe sociale. Ma
un tal voto, quando è generale, se manifestasi sostenitore di una forma
dittatoriale in un dato momento ove egli
è necessario, apparisce anche come
fondatore di repubblica, quando una tal forma
di reggimento ad un dato momento, sia Tunica arra di durevole ordine, come intervenne in
Francia : nella quale, nonostante la
lunga cospirazione della caduta
assemblea, e del suo governo, retrogrado e monarchico, e tutto rìmmienso
arrabbattarsi dei clericali, e dei
funzionari governativi, sorse testé la repubblica da quelle Urne rurali^ che secondo i giusti
estimatori del senno delle moltitudiiii, dovevano imporre alla Francia il -^èsaitfismo na^Kileonico^ o il lugubre
spettro della rameica tirannide
legittimista. Che se invece avvenne il
contrario della comune aspettativa, si deve solo a ciò, che tra i varii e funesti pretendenti al
trono francese, e delle loro ingenerose
e tristi fazioni, il popolo senti, che
runico governo d'ordine, era il rejpubblicano, che tagliava a tutti la
cresta, e li poneva fuori dell'astioso e cupido combattimento, e per la
repubblica votò. In Italia non vi sono
affatto elementi per un cesarismo possibile, e mancano condizioni antecedenti
per un tal rini Bultato; qui non sfacelo, qui non anarchia^ qui non odii; rancori^ ambizioni^ rafforzati dal
sangue sparso da vendette nefande, da rappresaglie inique ; qui nessun bisogno
di salvatore, o d'incoronare col servaggio del popolo, un fortunato vincitore
di eroiche battaglie. Da noi le istituzioni, grazie al cielo, possono per poco affievolirsi, o venire in meglio
modificate, ma legalmente operano, e sono fisse nella coscienza pubblica, né alcuno anche dei partiti
possibili più risoluti, e accentuati,
pensa a rovesciarle, perchè in Italia
c'è senso in tutti della realtà, né ci si scapriccia in utopie senza pratico
costrutto: in Italia la dinastia
regnante è politicamente insigne pel rispetto alle leggi, né vi attenta, né vi
corrìe rischio, (quando esercita il suo
mandato, come ora fa) di v^enire rejetta, e inimicata dalla nazione^ e F
esercito nostro, quanto valoroso, fedele^
onesto, e nel quale in bella armonia si
fusero tutti gli elementi fortf della
nazione, sia patrizi, sia popolani, se è tutela delle leggi, dell'ordine, della integrità della
patria, non è una accolta di pretoriani,
e conosce a prova quali sieno i suoi
doveri di soldato leale e devoto e quelli di
cittadino. Indi il timore e lo spauracchio di Cesari possibili in Italia è affatto chimerico, e
non conosce certo il popolo nostro, né
le nostre condizioni civili interno in
tutti i loro elementi, chi paventa di un
tale babau, E dico adunque che
si dee proporre legalmente e stabilire
una tal forma di suffragio, senza indugio^
poiché la libertà lo richiede, la dignità della nazione lo esige, la prudenza Io consiglia. Le
moltitudini eleggono, non governano; immenso ' divario ; ed esse in media secondo tempi, luoghi, e coadisiom
sociali soelgono' seeipmi pia opportuni ai bisogni presenti. Io 80 a rn^AA dito tatto quello che poseono
rispondere, e obiettAi^é coloro ohe sono
di contrario avviso : e m'invitératino ad inchieste del come si fanno e si
fecero le elezioni' in varie provincie
della penisola, sia per brogli, tàsir
per persone e mi sopraffaranno di una
quai^tità enorme di fatti, e' di aneddoti; ma queste cose^ e questi riposti archivi!,li
conosciamo: ed è appunto perchè U conosciamo, che invochiamo la riforma del
voto. Poiché il ragionamento dì alcuni fra
gli awersarii consiste a dire: il voto, nella guisa che ora si esercita, è vero, non dà buoni
restdtati, dunque Voi attendete una conclusione
necessaria: ohibò! la logica loro è più
stupènda: dunque conserviamolo! Altri
potrebbe opporre : concesso che la moltitudine, la gt»nde maggioranza delle
nazioni sieno di fatto e sempre
conservatrici, perchè allora prevalsero via via, e vinsero le rivoluzioni,
effettuando ad onta di quel freno
costante, mutamenti radicali nel costume e nelle idee dei popoli? La ragione e la spiegazione
di un tale fette è ovvia a trovarsi;
poiché per una parte le moltitudini,
perchè conservatrici, e lontane e aborrenti per le loro faccende, dal moto e
dall'agitazione delle minoranze, che
vivono in special modo di pensieiV)^ e di abitudini innovatrici, nulla iniziano
spontaneamente, e rimangono estranee agli influssi delle novelle idee; e dall'altra non chiamate a
manifestare legalmente i loro
sentimenti, non possono arrestare,
moderare o piegare il corso degli avvenimenti, o modificame i
resultamenti sociali. Le moltitudini vivono m sciolte y guardando ciascuno ai
propri negozii^ e non possono congregarsi facilmente in assemblee, in comitati,
in conventicole, come è facile alle minoranze appunto perchè minoranze. Ma una
tale inerzia, una tale paziente
annegazione, non rimane senza effetto col tempo; inquanto se le minoranze si
spinsero oltre certi confini morali e civili e vollero trionfanti principii che
offendono il sentimento ereditario della moltitudine, cadono poi in seguito le
loro esagerazioni stesse, non nutrite e
sostenute dall'universale, e solo resta
il progresso possibile, pratico, buono, il quale, comechè nuovo, pure non perturbando le
coscienze e abitudini della maggioranza
nazionale, viene a poco a poco a
consustanziarsi con le medesime: e cosi i popoli camminano e vanno
perfezionandosi. E che ciò sia vero,
oltre la testimonianza palese di tutte le storie, basta fermarsi a considerare
il corso delle rivoluzioni moderne di tutti gli Stati, perchè la realità della dottrina nostra salti agli occhi ai più
miopi. Affine dunque che le moltitudini non per lunga e sempre faticosa efficacia, come freni
conservativi, operanti spontaneamente e fuori del giure positivo, riescano
immediatamente salutari all'equabile e fruttuoso progresso dei popoli civili, è d'uopo
renderle partecipi della vita pubblica,
chiamandole alla elezione di coloro che sono poi i legislatori della nazione, è
debbono guidarla alla libertà e ai beni che essa racchiude^ con ordine e operosità. Così facendo, con
quei temperamenti richiesti dalla moralità e dignità stessa del voto, si otterrà una maggiore attività
politica ; la nazione non sonnecchierà mai, né ristagnerà; i partiti che pervengono al governo dello Stato, nella
vicenda continua di nuovi biefogni^ non crìstalUzzeranno^ e riposeranno in una
beata e grassa quiete^ ringipvaniti e
stimolati sempre dal voto popolare^ donde tutto nelle democrazie fluisce e sorge ^ e viene
legittimato; si avrà sempre una benefica
remora alle intemperanze delle fazioni,
e quello che più importa, un ostacolo, e, si radichi bene nella mente, l’unico
ostacolo all' imperversare della furibonda demagogia. Io non aspiro alla divina prerogativa della
infallibilità, e lascio ad altri senza
rammarico questa modesta ed umile virtù
; ma per quello che io valgo a discernere
dopo lungo studio e lungo amore pel pubblico bene, crèdo fermamente alla efficacia, necessità,
utilità delle mie proposte, come sono
certo che quadrano a capello con le
norme positive di una scienza sociale, veramente degna di questo nome. Tali
sono le proposte, che coscienziosamente e dopo
maturo e scrupoloso esame, e modestia, venni svolgendo in questo mio
scritto ; tali le riforme che credo
indispensabili per la durata, la esplicazione naturale e la salute delle
nostre istituzioni, e pel decoro e la
prosperità della patria. Certamente non si possono tutte e subito attuare, e Roma non fii fatta
in un giorno; ma necessario è che gli
uomini a qualunque partito nazionale
appartengano, proposti al governo della cosa
pubblica, vi si accingano con tenace proposito, e vi aspirino costantemente. Un
sentimento di malessere indefinito
occasionò la crisi presente, e la
nazione sta raccolta attendendo che i diversi ordini dello Stato meglio rispondano all'indole loro
e dei tempi, e si ritemperi a vita più
robusta e libera la fibra dei cittadini;
e tale è il compito di coloro che ora salirono; è giudicheremo dai fatti se
sono da tanto. Quelli che caddero ^ il
partito cioè che fino ad o^ resse i
destini d' Italia^ operò cèrto molte cose buotie e condusse a termine, stimolato però dalla
piÙL viva e impaziente parte della nazione
e laicamente eoa; diuvato da questa,
Tunità territoriale e politica della
patria^ protetto da fortuna propizia e da eventi insperati, trasmutanti
in vittoria eziandio la sconfitta; ma a
poco a poco, ritirandosi in sé medesimo e chiuso troppo forse agli influssi sempre salutari
della maggioranza del popolo, si aflSevoll ed obbliò le origini sue, e la natura essenzialmente democratica
degli Stati moderni. L'Italia oramai è
giunta a quel temperamento civile ehe esclude la violenza e T illegale intromissione di fazioni perturbatrici, ma
vuole ed esige che si avanzi e che si
cammini di pari alle nazioni più civili; che gli uomini che la
capitaneggiano si governino con le idee
nuove, e si lascino i metodi troppo
curialeschi e scolastici nell' indirizzo della cosa pubblica. Or non è più
tempo, e tra poco lo vedranno anche i
più restii e ostinati, di grette abilità e di piccoli e scuciti mezzi, giorno
per giorno, di reggere gli Stati ; tutte
le questioni sono larghe e grandi, e non
si risolvono che con intendimenti e principj larghi e generosi; in ogni vertenza è conflata, a cosi
dire, la vita di tutto un popolo, anche
per i rapporti che essa ha o può avere
con tutte le nazioni civili. Isolarsi, fetcendo i suoi affari alla guisa di un
agente di fattoria, è impossibile,
dannoso e indecoroso; la necessità presente spinge i popoli europa all'unità
morale della razza loro, ed all'equilibrio econoiiiicO civile e politico di tutte le membra ; ciò che non
importa ima yi^ota cosmopQlitia alla maniera dei politici mistici: m ogoji
inombro e nazione vive della sua vita
particolare; ma in conserto di vincoli si stretti, e una reciprocità di r^oni che costringono tutti ad
avanz^ure perire; poiché la selezione naturale governa anche 1a vita dei pppoli. Né valga il dire,
come da molti si ripete che il governo
è, od era assai più liberale della
na:pione, e quindi ogni spinta o riforma
riuscire inutile, o inopportuna; poiché, oltre essere questo in generale vero per tutti i governi,
in quanto sono al di sopra del sapere e
del civile temperamento delle
moltitudini, suscita spontaneamente questo dilemma: o il governo, in uno Stato
libero, possiede minori spiriti liberi
del popolo, e quindi dee, in virtù della
legge fondamentale di un libero stato, ritirarsi, perchè violatore moralmente della medesima; o
si confessa più liberale del paese, e
allora piuttosto che ristarsi e mantenere
il grado fisso del valore civile del
medesimo, dee spingerlo innanzi e trasformarlo
alla sua immagine; che se sta, non procacciando di eccitarlo alla riforma, è indegno dell'alto
loco che occupa. Queste teoriche di accomodamenti pratici non sono più d'uso, e solo argomentano una
profonda imperizia del come si dirigano le società moderne, e dei doveri effettivi dei governanti. Sciolto da
qualunque legame di disciplina, come dicesi, di partiti, perchè uomo affatto
privato ed oscuro, e al di sopra di
questi, come debbo essere lo scrittore imparziale, non consigliandomi con altre
norme che con quella che io credo il
giusto, scevro da qualunque ambizione personale, né stimolato da ire o passioni
di parte, liberamente dissi, comecché
sempre con rispetto in olle persone, ciò
che stimava opportuno ed utile, devoto
in tutta la mia vita ad una cosa sola, ma quella grandissima e santa, la
verità. Se altri mi provi che io mi
ingannai, sarò ancora felice quando il contrario di ciò che credetti, profitti alla mia patria. In
ogni modo, nel piccolo giro delle mie
facoltà, avrò soddisfatto all'obbligo di cittadino ; ciascuno dovendo servire
la patria in quel modo che gli è concesso. Solo una cosa detesto in questo ordine di fatti: la
petulante vanità dei neghittosi. Altri
saggi: S^Uo ai ierehi: DELLK CONDIZIONI
INTELLETTUALI D.' ITALIA ITm
preparmziùHe ì SELLA LEGGE FONDAMENTALE DELLA INTELLIGENZA ffCL RC6II0
ANIMALC S t'Udii di Psicologia
compartita. Se- rv;.ft- PEREGRINAZIONI ANTROPOLOGICHE E FISICHE Digitized by
L^ooQle Digitized by Google Doti. TITO VIGNOLI E FISICHE DEL CONCETTO DI LEGGE
NELLA. NATURA - I TRE FATTORI NATURALI DELL’ESTETICA INTORNO ALLA CAUSA DEL
CALORE INTERCROSTALE TERRESTRE IL PERIODO PRELITICO UMANO A PROPOSITO DEL
SAGGIO DI UN PROGRAMMA CRITICO DI SOCIOLOGIA LA SCUOLA (STUDIO SOCIOLOGICO) —
DEL VERO NELL’ARTE DEL MITO NELLA INTERPRETAZIONE SCIENTIFICA DELLA NATURA E
DELLA STORIA INTORNO A UN PROBLEMA MORFOLOGICO SUI VERTEBRATI SUPERIORI
ESPLICAZIONE PROGRESSIVA DELLA SCIENZA SPERIMENTALE INTORNO AI FATTORI DELLA
EVOLUZIONE BIOLOGICA I MUSEI MODERNI DI STORIA NATURALE NELLA ORGANIZZAZIONE
DELLA SCIENZA Prof. G. V. SCHIAPARELL1 Ho Comparativo tra le Forte Organiche
Naturali E LE FORME GEOMETRICHE PURE Tip. A. Lombardi di M. Hellinzaghi, Via Fiori
Oscuri, 7. Digitized by Google AL LETTORE Quando nel 1895 vennero dalVegregio
editore Commen¬ datore Ho e pii, raccolti e stampati in un volume varii miei
studii, sparsi in riviste e letture, col titolo Peregrinazioni psicologiche,
dissi, persuaso dal medesimo editore , che forse seguirebbe un altro volume di
diversi saggi antro¬ pologici e fisici. Ed ora adempio a quella promessa , lu¬
singato eziandio dalla benevolenza onde venne accolto il primo volume . Al solito
ristampo questi saggi tali e quali vennero editi la prima volta ,
cronologicamente ordinati, non aggiun¬ gendo , o togliendo sillaba, per le
ragioni stesse, che allora manifestai . Debbo qualche osservazione breve sul
saggio — intorno al Calore interpostale terrestre. Tra le cause della de¬
formazione , e vicende della superficie terrestre , io posi la rigenerazione
per compressione del calore inter crostale : cerio non unica, poiché quello si
produce anche per azione chimica, o per altre cause interne e profonde , che a
noi tutti però — se esistono — rimangono sino ad ora scien¬ tificamente ignote
. V'hanno pure cause meccaniche di par¬ ziali corrugamenti, e potentissime
quelle derivanti dal Movimento dei Poli di rotazione secondo una splendida Digitized
by Google Vili teorica , basata su fatti e calcoli, dell 1 illustre astronomo
G. V. Schiaparelli. So che ora è principalmente in voga la teorica geologica
del chiariss. Professore Suess , che vor¬ rebbe tutto spiegare col corrugamento
per spinte; onde alzate, e avvallamenti della crosta terrestre, prodotti dal
raffreddamento costante del grande nucleo centrale del globo. Il Suess ampliò,
perfezionò, arricchi di fatti e di vedute questa teorica, che già in germe era
stata da altri antecedentemente accennata. Ma con tutto Vossequio e il rispetto
che si deve a questo grande Geologo, molte ra¬ gioni m 1 impediscono di
riguardare come reale, ed uni¬ versale ed unica quella causa. Essa si fonda
sopra, in - somma, una ipotesi; in quanto ignoriamo assolutamente ciò, che si
trova, e come e quale, al disotto di poche spanne dirò cosi, di fronte al
volume, e al diametro della terra, dalla sua superficie : ed inoltre ad
accettare quella ipo¬ tesi m'impedisce anche l'ordine meccanico dei fenomeni,
che, dato si avverasse il concetto dell' illustre scienziato, si com¬
porterebbero forse diversamente. In ogni modo non escludo anche quella causa di
deformazione, ma parzialmente. Dacché io pubblicai quel mio saggio, non
sopravvenne fatto che lo contraddicesse in modo assoluto; anzi per molti, e in
ispecie pel Metaformismo regionale ed ineluso, non poco è suffragato. Ma questo
volume , che rispetto alle mie modeste cose, non ha e non avrebbe un grande
valore, lo acquista per raggiunta che viene fatta, di un profondo studio sulle
analogie fra le forme geometriche pure e le forme orga¬ niche naturali, del
Prof. G. Schiaparelli. Come avvenne ciò, è chiarito nella mia Conferenza, in
questo volume stampata, tenuta al Museo Civico di Storia Naturale, e dalla
lettera stessa di dedica dell 1 illustre uomo, a me di¬ retta. Certamente io
sono lontanissimo da meritare si se¬ gnalato onore, dovuto in gran parte alla
lunga e costante amicizia nostra. Ma in ogni modo io sono lietissimo di es¬
sere stato modesta occasione di un potente e originale lavoro scientifico di
tanto uomo, la di cui fama , ben giu¬ stamente, si diffonde gloriosa per tutto
il mondo civile. Digitized by Google IX Nelle lezioni mie alVAccademia
Scientifico-Letteraria di Milano , negli anni decorsi, a lungo mi trattenni su
questo mio modo scientifico di considerare e interpretare le cause e le forme
proprie della differenzazione ed evo¬ luzione degli organismi — ché nella
Conferenza di un'ora non poteva svolgere questo tema si poderoso e svariatis¬
simo. Ma il cenno che ne ho fatto spero basti a raffron¬ tare la mia dottrina
della Evoluzione, con quella delle forme geometriche sì ampiamente e sì
profondamente de¬ terminate, in sè e nel loro processo , da Schiaparelli. Io
attendo ora a compiere il mio lavoro in un libro, che presto, se il Cielo mi
concede vita e salute, manderò alle stampe. In esso si avranno le prove dei
fatti e delle leggi da me studiati, e raggiunte, oltre che nei primordii del
mondo organico, e lungo le trasmutazioni paleonto¬ logiche, anche in quelle
sempre costanti delle forme fon¬ damentali dei protisti. Milano, 29 Gennaio
1898. Tito Vjgnoli. Digitized by LjOOQle Digitized by LjOOQle INDICE Pag. Al
lettore.vii Del concetto di legge nella natura.1 I tre fattori naturali
dell’estetica.19 Intorno alla causa del calore intercrostale terrestre ... 45
II periodo prelitico umano.59 A proposito del saggio di un programma critico di
sociologia . 77 La scuola (Studio sociologico). Del vero nell’arte.131 Del Mito
nella interpretazione scientifica della natura e della storia.187 Intorno a un
problema morfologico sui vertebrati superiori . 207 Esplicazione progressiva
della scienza sperimentale . . . 231 Intorno ai fattori della evoluzione
biologica.249 I musei moderni di storia naturale nella organizzazione della
scienza.257 Forme organiche naturali e forme geometriche pure. Dedica. Forme
geometriche pure : loro parametri, e loro clas¬ sificazione . Rappresentazione
delle forme geometriche pure nelle loro trasformazioni, specie e varietà. 287
Capo III. — Forme degli organismi naturali, loro parametri e loro legge di
correlazione. Tipi normali, loro discontinuità, e loro relazione reciproca :
serie analogiche. Variazioni individuali ed accidentali nei tipi orga¬ nici.
Variazioni correlate. Selezione casuale. Mostruosità . 314 Capo V. — Variazioni
persistenti. Legge d’immanenza dei tipi normali. Pseudo-varietà. Apparizione di
varietà nuove e di nuove specie. :.323 Capo VI. — Riassunto e conclusioni.
Omologie. Unità del si¬ stema organico e sua formula fondamentale Comparazione
della presente ipotesi con quella di Darwin.346 Capo Vili. — Questioni diverse.
Evoluzione dai tipi primordiali. Organi perfetti, rudimentali, inutili. Centri
di creazione. Atavismo.. DEL CONCETTO DI LEGGE NELLA NATURA 4 * -JL _ (Dalla
Rivesta di Filosofia Scientifica, 1881). Ricorrono sovente nel linguaggio
scientifico le parole: « legge, fenomeno, fatto » ed altre molte : ma in
generale non hanno forse queste un significato chiaro e determi¬ nato, e si
assumono per dinotare quello che certo ognuno più o meno comprende, senza che
spicchi poi luminosa e definita l’idea della cosa che vogliono rappresentare. E
si noti che la determinazione esplicita di tali parole non im¬ porta una sterile
definizione di vocabolario scientifico, ma costituisce invece, ben dichiarata,
una sommaria intelli¬ genza non solo del modo di essere statico, a cosi dire,
della natura, ma sì del suo processo dinamico. Quindi in questo breve studio,
vorrei esattamente chiarire ciò clie debbesi intendere per « legge » nella
natura, e quale sia il concetto complessivo che vi si annida ; e come poi egli
s’intrecci e organicamente si colleghi a tutto l’ordine sta¬ bile e mobile di
ciò che noi ci rappresentiamo come Uni¬ verso. E sin da principio legge in
natura per noi significa : L'invariabile nella evoluzione e moltiplieità dei
fenomeni. V’ha chi definì le leggi in generale come « esprimenti i rapporti
necessari che derivano dalla natura delle cose ». Una tale definizione coglie,
è vero, la immanenza delle relazioni che corrono e sono tra e nelle cose e
fenomeni della natura, in quanto la loro stabilità dipende appunto da ciò, che
resta fermo costantemente, e si mostra immu¬ tabile nella varietà dei fenomeni.
Ma tale definizione ri- sguarda e si posa troppo alla e sulla essenza astratta
e matematica dei medesimi, non additandone, o notandone il movimento organico e
successivo, che pure ha periodi certi ; quindi non è completa, e non
istruttiva, rispetto al modo di operare della natura. Ora il mondo, a, le cose
che indefinitamente lo compongono, appariscono come un conserto intimo, un
complesso moltiforme di fenomeni che in mille guise si manifestano e si
esplicano in un flusso perenne, ricircolando senza posa, nè termine. Dire che
le leggi sono i rapporti necessari delle cose, è lo stesso che considerare la
natura o come semplice serie e combina¬ zioni di numeri astratti, o come un
immenso simbolo di assiomi geometrici. Ora se in un altissimo concetto, al
quale infatti corrono le scienze moderne, — ed è vero, — cosi puossi per ultimo
accettarne la formola necessaria, per sè stessa però la natura è moto perpetuo,
e si rivela sempre, a cosi dire, in un energico ed infinito ricircolamento ed
evoluzione di fenomeni ; e quindi la definizione enunciata, non tenendo conto
di questo processo dinamico, e rimanendosi entro i termini di un mero concetto
astratto e statico, non si¬ gnifica pienamente che cosa sia una legge, o la
legge ge nerale della natura. Altri avvicinandosi meglio all'essenza di una
legge co¬ smica, la definir Yuniformità , o le uniformità del corso della natura.
Una tale definizione riesce certamente ' più com¬ pleta deiraltra, ed è un
progresso del pensiero scientifico moderno, poiché allontanandosi maggiormente
dalla no¬ zione meramente astrattiva della legge, e riguardando di più al lato
del Yesplicamento con le parole « corso delle cose » coglie più vicino il segno
prefisso. Intanto con la parola uniformità si esprime più concretamente
l’essenza della legge, poiché è vocabolo che si attaglia con mag¬ giore
chiarezza al modo sensibile del fenomeno, in cui questa legge si manifesta : e
quindi la esprime in un atto concreto ; e con l’espressione « corso della
natura » indica il processo reale e continuo delle cose. Ma d’altra parte il
dire che le leggi del mondo sono « le uniformità del corso della natura » porge
al pensiero la monotonia, non l’operosità varia e molteplice delle esi¬ stenze;
e dipinge meglio l’equabile e costante corrente di fiume che fluisca al mare
con moto uniforme, piuttosto che il vortice immenso dei fenomeni ; i quali se
vengono governati da stabili norme, manifestano però una varietà e moltiplicità
di forme infinite. Inoltre essa è troppo vaga e sterile, nè bene esprime
l’essenza delle leggi cosmiche; in quanto le idee inchiuse nelle parole «
uniformità del corso della natura » sono quasi metafìsiche e poco con¬ crete.
Ed in vero, se è giusto dire che le leggi consistono nella uniformità o
stabilità nel vario manifestarsi dei fe¬ nomeni, riesce un poco equivoca
l’espressione corso della natura , poiché la natura non è un corso, un processo
longitudinale, inorganico, ma un moto per ogni verso e un conserto di forze.
Corso della natura, può adoperarsi come frase oratoria, ma non basta però alla
esatta preci¬ sione del linguaggio scientifico. Potrei riferire molte e molte
altre definizioni che si for¬ mularono intorno alla idea di legge; ma bastino
queste due, che riassumono in certo modo il valore di tutte, e i diversi modi
di considerare le leggi o come norme astratte o come più concrete nozioni.
Ritorniamo alla definizione che io da principio esposi, e che è cosi concepita
: « L’invariabile nella evoluzione e moltiplicità dei fenomeni ». Fermiamoci ad
analizzarne il contenuto, e vedremo, spero, che in essa si rileverà non
soltanto l’essenza di ciò che debbesi intendere per legge nella natura, ma si
il modo di operare e di manifestarsi della natura medesima. Dissi da prima l’
invariabile, piuttosto che il costante , il fisso, lo stabile ; perchè il
concetto fosse più affine anche verbalmente al suo opposto variabile dei
fenomeni, ove la legge si rivela. Poiché un tale opposto essendo la varia moltiplicità
, risulta più chiaramente che il lato immuta- Digitized by L^ooQle - 4 - bile
della cosa considerata a questo punto di vista, non se ne distingue che per la
negazione della idea stessa, enunciata con la medesima radicale da apposita
preposi¬ zione. In tal modo ci avviciniamo anche nella enuncia¬ zione fonetica
maggiormente al reale decorso di quei fe¬ nomeni, nei quali una legge si
manifesta. Poiché se questi sono vari e molteplici, in questa loro varietà e
moltiplicità si rivela alla mente qualche cosa che non varia: non perchè questo
che invariabile (io vedremo meglio in avanti) sia qualche cosa di
essenzialmente diverso dal fenomeno, o non abbia con lui attinenza alcuna di
essenza, ma si perchè manifesta la forma di questa medesima varietà. Dissi «
nella evoluzione e moltiplicità dei fenomeni ». Nella natura qualsiasi serie di
fenomeni, nella quale spicchi una legge, non è indefinita; poiché sarebbe
impossibile che una legge finita, e le leggi lo sono tutte nella loro unità di
espressione, si mostrasse in una successione in¬ definita e sciolta di fenomeni
; poiché la stessa parola in¬ definita ne palesa la ragione contradditoria. In
ogni fe¬ nomeno havvi sempre un principio, un decorso ed un fine: nè può essere
altrimenti, poiché la natura in ogni sua manifestazione è discorsiva, e
l’istantaneo non sono che i diversi momenti successivi e notati del suo
esplicamento. Infatti il moto più intimo e primitivo, l’atomico, è ritmico, ciò
che implica un periodo. Ora appunto la legge rivelandosi sempre nei fenomeni ed
in una successione di momenti dei fenomeni stessi, e tali momenti, costituendo
un ordine definito di manifesta¬ zione, necessariamente compongono una
determinata evo¬ luzione dei fenomeni medesimi; nella quale evoluzione emerge
ciò che è invariabile, e tale permane di mezzo alla moltiplicità dei modi onde
una tale evoluzione si attua. Quindi la estrinsecazione di una legge è sempre
dinamica, comecché nella essenza sua invariabile possa venire espressa da un
numero o da una forinola matematica. La natura è una perpetua esplicazione, e
la definizione di una legge cosmica deve enunciare non solo la sua essenza
invaria¬ bile, ma la variabile anche; poiché le cose ad ogni istante cambiano,
si compongono e si scompongono, cominciano e si dissolvono per ricominciare di
nuovo e ridissolversi; e perpetuamente si trasformano nei singoli fenomeni,
come nel loro assieme : ciò che costituisce appunto devoluzione che comprende
in un concetto tutti gli altri affini ed in¬ trinseci. L ’invariabile nella
evoluzione apparisce quindi non come l’espressione mera e generica della legge,
ma si come il modo di attuazione della legge stessa : l’essenza ed espli¬
camelo del mondo, considerato come l’insieme dei feno¬ meni cosmici. Ed ora
integrando la definizione «l’invariabile nella evoluzione e nella moltiplicità
dei fenomeni » si completa il concetto della legge, del suo esplicamento e
della ma¬ teria in cui un tale esplicamento si manifesta, e si ha un paradigma
della legge universale del mondo. Rechiamo qualche esempio che concretamente
dilucidi la definizione proposta, e prendiamolo dall’ordine biologico dei
fenomeni, e tra questi dal vegetale. È legge che go¬ verna tutto il ciclo della
produzione vegetale, dalle spore delle crittogame al seme perfetto delle
fanerogame dicoti¬ ledoni, che la pianta incomincia dallo svolgersi dal seme, e
termina (come funzione riproduttiva) al seme di nuovo. Or consideriamo come una
tal cosa avviene, e per quali stadi trapassi la pianta dal momento ove il seme,
donde deve svolgersi, germini, sino all’altro, ove lo stesso seme si forma. Sia
ad esempio la quercia : il seme di questa pianta è la ghianda. Or questo seme
posto in terra in condizioni opportune entra in attività, e a poco a poco
apparisce la plumula, e la radichetta, e questa si profonderà, divenuta radice,
sotterra ; l’altra s’innalzerà sul suolo divenuta stelo, poi tronco. E il
tronco si dibrancherà in varii rami; e in una rosta frondosa, e dai rami a suo
tempo sorgerà il fiore, e dopo la fecondazione il frutto ed il seme, che nel
caso nostro sarà la ghianda stessa ; che ripiantata pro¬ durrà di nuovo tutto
questo ordine di fenomeni, e cosi via. Tali fenomeni descritti ora all’ingrosso
e popolarmente, si avverano, modificati secondo le classi e le specie, in tutto
il regno vegetale. Or pensiamo all’immenso numero delle specie vegetali viventi
e fossili, alle loro varietà, alle modificazioni stesse individuali, le quali
deviano quasi sempre dal tipo assoluto, ed avremo quella varietà e mol-
tiplicità di fenomeni che c’ indicava la definizione della legge. Quale
sterminata quantità di fenomeni governati da una legge medesima I Considerata
in un esempio alla buona e comune la va¬ rietà e moltiplicità dei fenomeni in
cui si verifica questa legge litologica, vediamo in che propriamente e
scientifi¬ camente consista l’intera evoluzione che la determina. L’evoluzione
consiste nell’esplicamento dell’intero ciclo da seme a seme: egli comprende una
serie di fenomeni, dal cominciamento della germinazione sino alla feconda¬
zione ed al prodotto della medesima. Non è una serie in¬ definita, ma
circoscritta, ed è un complesso vario di fe¬ nomeni, che ha un principio, un
decorso ed un fine. Nel caso nostro particolare, posto il seme sotterra,
vedremo che ^inviluppi del seme si rammolliscono : che aumenta di volume : che
gl’inviluppi poco estensibili si rompono : che nel luogo della rottura
apparisce l’estremità libera della radichetta. E mentre questi fenomeni
avvengono, altri chimici si compiono, e si manifestano per una certa ele¬
vazione di temperatura ; fenomeni chimici necessari alla elaborazione degli
alimenti, che la pianticella deve assi¬ milare per crescere : cioè le materie
feculenti, azotate o idrogenate che stavano raccolte nei cotiledoni. Poiché la
radichetta dell’embrione è sì debole quando incomincia a scaturire al di fuori,
che non può assorbire sufficiente- mente dal suolo o dall’aria ciò che è
necessario alla sua vita. Cresciuta poi, mentre come asse discendente penetra
nel suolo e si ramifica, il tronco asse ascendente si alza dal suolo e alla
luce, e si orna di foglie. Le foglie in prin¬ cipio non sono che le scaglie
ingrandite della gemmula, e sono disposte con regolarità matematica; altre poi
via via si formano a mano a mano che il tronco si eleva, e conservano una
analoga disposizione. E cosi la pianta cresce e si allarga in tutti i sensi :
finalmente dei bottoni compaiono all’ascella delle foglie : e un bottone può
para¬ gonarsi ad una gemmula. Ma mentre questa si nutre del¬ l’albume o della
sostanza del cotiledone, quindi dal suolo per via della radichetta sviluppata,
il bottone si nutre da un deposito locale e transitorio posto alla sua base. E
questi bottoni poi si sviluppano in fiori, in rami e cosi di seguito: e nei
fiori in mille guise diverse si compie la fecondazione e si forma il seme.
Tutto questo processo, come dissi, costituisce l’evoluzione propria della
pianta : la quale evoluzione comprende l’intero ciclo di esplica- mento e
riproduzione della pianta stessa; e la molteplicità d'altra parte risguarda
l’immensa varietà dei modi, onde si effettua una tale legge nell'intero regno
vegetale. Ma si consideri adesso che ad ogni momento di una tale evoluzione
avvengono fatti nuovi, in cui si manifestano ' altre leggi , che operano
simultaneamente alla prima, che governa l’intero ciclo vegetale. Dicemmo che
avvengono per entro il seme fenomeni chimici onde si elaborano gli alimenti
necessari alTembrione. Ora una tale elaborazione importa calore, e quindi leggi
che governano lo sviluppo e la propagazione del calore; importa fermenti che
ren¬ dono solubili quelle materie, e quindi leggi fisico-chimiche che regolano
atti organici; queste materie vengono poi assimilate, e perciò leggi che
informano le organiche as¬ similazioni nei tessuti, sieno liquidi o aeriformi.
La pianta intanto cresce, e sorge dal suolo e alla luce, e in conse¬ guenza
tutte le leggi complessive meccaniche e fisiologiche che dan norma a questi
fenomeni, seguono le funzioni di assorbimento delle radici e quelle delle
foglie sia per l’os¬ sigeno, sia pel carbonio e via dicendo, e per questo tutte
le leggi fìsiche e fisiologiche di tali funzioni. Nè basta ancora ; imperocché
la pianta è grave e soggetta alle leggi dell’attrazione terrestre, e del
sistema solare ; è sottoposta in diversi modi all’azione della luce, e quindi
alle leggi delazione chimica di questa sulla clorofilla, tessuti e via discorrendo,
è sottoposta alle leggi elettriche, a quelle delle variazioni atmosferiche ;
alle leggi dell’endosmosi tra i liquidi e gas interni ed esterni. Da questo
rapido catalogo si comprende quante e varie leggi simultanee e suc¬ cessive si
manifestano nella particolare e propria evolu¬ zione di fenomeni, che viene
governata nella integrità sua da una legge unica : l’evoluzione da seme a seme.
Quindi in ogni legge del mondo non solo si manifesta moltiplicità di fenomeni,
ma sì moltiplicità di leggi : im¬ perocché ogni fenomeno concomitante e
successivo, nella durata di una evoluzione speciale, è segno ed espressione di
altre leggi. Onde come un’ evoluzione è un complesso di fatti multipli, è anche
un complesso di multiple leggi : e le leggi si consertono fra loro e si
coordinano e si com¬ pletano come i fenomeni. Prendiamo altro esempio in altro
campo. Si sa che la grande legge d’attrazione universale venne formulata in
questi termini : I corpi si attraggono in ragione diretta della massa , e in
ragione inversa del quadrato delle di¬ stanze. Or bene, anche in questa
ritroveremo «l’invaria¬ bile nella evoluzione e moltiplicità dei fenomeni ». I
corpi che cadono, le acque che scorrono, Forbite dei satelliti intorno ai
pianeti, quelle di questi intorno al sole, delle comete, degli asteroidi, la
mutua attrazione di tutti i corpi della terra, ecc. ecc., sono molteplici
manifestazioni di questa gran legge. Ed in questa legge si rivela sempre una
evoluzione di fenomeni, poiché il corpo che cade verso la massa maggiore,
comincia, continua e compie la sua caduta : e se come nelle orbite planetarie
caduta nel sole non avviene, ed è virtuale, ciò dipende da altre forze che
fanno all’attrazione equilibrio, e costringono il corpo nell’orbita per dove
cade continuamente girando, e consuma nel suo giro l’evoluzione che altri
consuma nella caduta diretta. Anche in questo caso speciale di evoluzione,
altri fatti avvengono che altre leggi rivelano, e provocano in concomitanza con
la prima (1). Infatti i corpi qui sulla (1) Anche nei moti dei corpi celesti,
di rivoluzione c translazionc — astraendo dalla questione del mezzo cosmico
oscura tuttora — con la legge di attrazione che ne regola i corsi generali,
operano simultanea¬ mente forze molteplici di luce, calore, magnetismo ecc.,
cause cd effetto insieme e reciprocamente di ciascuna. terra non cadono nel
vuoto, traversando gassi o liquidi, essendo essi stessi o aeriformi, o liquidi,
o solidi, e pos¬ sono darsi cadute in piani inclinati, o formando curve, come i
proiettili lanciati sia dalle forze endogene, sia dalle artificiali. Supponiamo
un corpo che cada dall’alto sulla terra, traversando nella discesa Paria che ne
circonda. La legge suprema dell’attrazione si rivelerà pienamente sia nella
forza reciproca della terra e di quel corpo, sia nella varietà di moti che ne
risultano in questo caso cadendo; e sarà quindi una delle forme in cui una tal
legge si ma¬ nifesta. Ma nei momenti diversi della intera evoluzione del
fenomeno sorgono e si attuano altre leggi concomi¬ tanti, che formano poi un
insieme di leggi; come i feno¬ meni provocati da un insieme di fatti nella
evoluzione della medesima. Ed in vero il corpo cadendo trova resi¬ stenza nei
fluidi, sposta nella caduta l’aria stessa che traversa, e quindi leggi del moto
comunicato ai fluidi, e quelle della pressione dei medesimi per l’aria,
cadendo, compressa. L’attrito produce calore, e quindi, comunican¬ dosi questo
in parte al solido discendente, in parte all’aria per entro cui striscia, le
leggi del calore rispetto ai fluidi e ai solidi. Inoltre per la caduta, venuto
a contatto della terra, altro e più grande sviluppo di calore, e perciò tra¬
sformazione di un lavoro meccanico in calore, e le leggi che ne governano gli
equivalenti. Le leggi che ne seguono poi della pressione dei solidi nella
percossa, e i moti mo¬ lecolari comunicati alle sostanze del suolo, e via
dicendo. Onde avremo per ultimo nella manifestazione concreta di questa legge
in quel caso particolare un complesso non solo di fenomeni molteplici, ma
l’attuazione di molteplici leggi- Che se noi consideriamo i fenomeni chimici
sia nel con¬ cetto dualistico del Lavoisier, perfezionato dal Berzelius, sia
nella nuova teorica moderna dei tipi, delle sostituzioni, della atomicità
svolto dal Laurent e Gerhard, Williamson, Odling, Kékulé, Wurtz ed altri, anche
in essi troveremo ciò che tutte le analisi si accordano a dimostrare, cioè che
i corpi si combinano in rapporti invariabili, e che i composti clic ne
risultano hanno una composizione co¬ stante. Prendiamo ad esempio l’acqua : 100
parti in peso di questo liquido contengono 88 circa di ossigene, e 11 circa di
idrogene, nella proporzione quindi di 1 a 8. Ciò clic si è detto dell’acqua si
può ripetere di tutti gli altri corpi, e composti. A formare l’acqua quindi,
saranno necessari non solo quei corpi, ma in quelle proporzioni precise; e
quindi una tale proporzione è la legge assoluta della com¬ posizione
dell'acqua. Ma noi sappiamo che l’acqua ò li¬ quida ad una data temperatura,
vapore ad una più alta, solida ad una più bassa d’ambedue: quindi il corpo che
chiamasi acqua è sottoposto alle leggi che regolano la manifestazione del
calore in tutti i tre stati in cui si può trovare. Di più, oltre la legge di
proporzione, e quella a cui sottosta come forma fenomenale rispetto al calore,
vi sono le molteplici leggi che regolano gli stati molecolari dei corpi, le
loro affinità, i moti intimi, onde un miscuglio di due gassi diventa un
composto chimico, l’acqua in questo caso. E si possono aggiungere tutte le
leggi che modificano sia i vapori, sia i liquidi, sia i solidi, secondo la
condizione di forma in cui l’acqua si trovi. Perciò anche nella evoluzione di
questo fenomeno, alla moltiplicità dei fatti che lo compongono, è d’uopo
aggiungere la moltipli¬ cità delle leggi che in questi fatti si mostrano. Parmi
quindi aver dichiarato abbastanza, perchè deli¬ basi definire la legge in
natura « l’invariabile nella evo¬ luzione c moltiplicità dei fenomeni ».
Analizzando una tale definizione, e il concetto di evoluzione e moltiplipjtà
nella estrinsecazione di una legge, riconoscemmo ch^empre si verifica nel ciclo
intero suo, una concomitanza molte¬ plice non solo di fatti, ma di leggi : onde
per ultimo ri¬ sulta che in natura convergono in un fatto, e intrinseca¬ mente
lo effettuano, una moltiplicità di fenomeni e leggi. Quindi che cosa sarà un
fenomeno, un fatto nella na¬ tura ? Un fenomeno, o un fatto saranno sempre un
segno estrinseco di una legge, nel quale convergono simultanea¬ mente una
moltiplicità di fenomeni e di leggi, e quindi Digitized by Google 11
intrinsecamente unito e coordinato con tutte le altre leggi del mondo. Fenomeni
e fatti isolati non esistono, e sono una astrazione della mente. In natura
tutto è vincolato da molteplici e indefiniti rapporti ; un fatto considerato in
sé non è, a cosi dire, che una parola cosmica, alla composi¬ zione della quale
cooperarono tutti gli elementi, e tutte le leggi del mondo. E si badi anche di
non dividere, astraendo, fatto o fe¬ nomeno da legge ; come se da una parte
esistessero leggi, dall’altra fenomeni indifferenti (la Ile degli antichi) che
le manifestano, come copie, l’originale. Il fatto e il fenomeno considerati per
un certo rispetto, sono la legge stessa, come la legge è il fatto o il
fenomeno; poiché intanto quelle leggi e fatti si manifestano e si attuano, in
quanto la legge è la proprietà intrinseca della forza che vi si esplica; ed i
fatti sono le forze che si vanno esplicando, avendo in sé stesse la necessità
del modo vario di cspli- camento. Giunti quindi ad una tale altezza d’indagini,
forza, fatto, fenomeno e leggi s’identificano ; e si può ri¬ petere quello che
il divino Poeta diceva per una potente intuizione : Nel suo profondo vidi che
s’interna, Legato con amore in un volume, Ciò che per l’universo si squaderna :
Sustanzia ed accidente, e lor costume, Quasi conflati per sì fatto modo Che ciò
che io dico è un semplice lume. Come corollario di ciò che si disse, e per
meglio com¬ pletare! il quadro dell’esercizio delle forze nella natura, resta a
considerare come natura pervenga sovente ad un medesimo resultato per vie
diverse: grande verità che dovrebbe essere sempre presente non solo al
naturalista, ma' al cultore di qualsiasi disciplina. Vediamone alcuni esempi.
Negli animali la digestione é un fatto complesso, poiché anche secondo Gl.
Bernard, si ripartisce in quattro atti : digestione, cioè, di materie grasse,
feculenti, zuccherine e Digitized by Google albuminosi. La digestione delle materie
feculenti, per fer¬ marsi ad uno dei modi, consiste nella trasformazione di
queste materie in materie solubili, e perciò assimilabili. Questa digestione
della fecula negli animali si effettua e si compie specialmente nel duodeno ; è
in questa parte deirintestino che la fecula per influenza del succo pan¬
creatico si liquefa e si trasmuta in glieosi : l’agente quindi di questa
trasformazione è un fermento detto glicosico. Or bene, questo stesso processo
viene effettuato per altri modi al di fuori degli animali e delle piante: il
fermento glicosico ha equivalenti nel regno minerale. Gli acidi clo¬ ridrico c
solforico diluiti provocano la trasformazione del¬ l’amido in destrina ed in
zucchero. L'azione prolungata dell’acqua bollente può, come gli acidi, trasformare
l’amido in destrina e glieosi : ed anche è provato che ogni sostanza in stato
di decomposizione opera più o meno lentamente, come la diastasi. Ecco come
natura per diverse vie giunge al resultato medesimo. Prendiamo altro esempio in
altro campo, nella visione. La visione consiste come atto fìsico e fisiologico
nella percezione dell’ambiente-mondo per mezzo della luce. Ora, la natura
perviene ad un tale resultato in modi diversis¬ simi nella serie animale. Fra
gli stessi vertebrati sono differenze notabili, sia che si studino nei
mammiferi, negli uccelli, nei pesci, negli anfibi, ecc., sia tra quelli diurni
e notturni. L’organo della vista, complicatissimo prendendo a tipo quello
dell’uomo, è semplicissimo negli invertebrati; si riduce ad un bulbo col suo
inviluppo (sclerotica e cornea) con cristallino, dietro al quale trovasi un
filetto nervoso che si unisce al cervello o ganglio maggiore. E fu provato che
anche negli animali inferiori sovente l’intero spettro ò sensibile. Gl’insetti
hanno occhi composti: ammasso unico di una quantità di piccoli occhi semplici,
che hanno l’apparenza di uno specchio a faccette, i quali però si riuniscono in
un nervo unico. Negli aracnidi, miriapodi e anellidi si hanno pure occhi
composti, ma i di cui ele¬ menti sono dissociati. Alcune macchie, semplice
cumulo di pigmento, vedute nella parte anteriore di certi infusori, Digitized
by AjOOQle - 13 - vennero considerati come rudimenti d’occhi. E si pensi poi
anche alle modificazioni tra specie e specie viventi e fossili ! Ciò che si
disse d’una funzione si può ripetere di tutte; come pure dei fatti del regno
inorganico. Ed in vero tutti sanno in quanti modi si possono ottenere, o
spontanea¬ mente si formano corpi o specie mineralogiche, o roccie identiche
nella composizione: sia per via umida o secca, o per mezzo di diversi reagenti,
e artifizi, E le belle espe¬ rienze recenti della mineralogia e geologia
sperimentale lo attestano: sono noti i nomi di Berthier, Ebelman, For-
schammer, Deville, Rose, Tresca, Daubróe, ed altri. Consideriamo in ordine al
nostro tema un altro grande aspetto della natura, la continuità. Più o meno
avvertita dal senso comune degli uomini, in parte razionalmente svolta nella
dottrina fìsica di Aristotile, ed altri antichi, implicita in quella degli scolastici
nell’adagio : Non est vaeuvm formarum, natura non facit saltum, fu poi con
profonda analisi e vasto sapere dichiarata dal grande Leibniz. È inutile dire
che ora signoreggia nelle scienze, ed è ammessa implicitamente da tutti i più
grandi loro cultori ; poiché ogni progresso delle medesime è una no¬ vella
prova della sua realtà. La continuità nella natura non significa soltanto la
suc¬ cessione immediata dei fenomeni per la distesa e per la durata in modo che
nel concetto delle esistenze in movi¬ mento non si verifichi un intervallo
irrazionale, che tolga o sopprima qualunque legame tra due serie di fatti,
indi¬ vidualità senza rapporto alcuno con altre. La continuità non distrugge il
discreto , come forma, ma non lo isola sostanzialmente né per lo spazio, nè per
il tempo. La con¬ tinuità e il concetto di forza furono il fondamento del cal¬
colo infinitesimale che tanta luce recò nei problemi della meccanica
universale: e sono il fondamento d’ogni scienza organica e fìsica, ed il
criterio delle classazioni naturali in ogni ordine di discipline. Che se la
scienza vuole essere e rimanere una razionale interpretazione del mondo, non
dee dipartirsi da quei principii. Di ciò che si disse intorno alla moltiplicità
di fenomeni e leggi che convergono in una legge particolare di evolu¬ zione, se
ne ha una bella e palese prova nella continuità dinamica della natura. E
nessuno ignora quanto gradata¬ mente e per anelli strettissimi e immediati, e
identici modi di manifestazione, s’ingenerino fra loro le varie c grandi forze
della natura, come l’attrazione, l’elettricità, la luce, il calore, il
magnetismo; tanto che si potè in molti casi seguirne la trasformazione d’una in
un’altra. E nessuno per altra parte ignora, se guardisi alle forme zoologiche
viventi e fossili, quanto tra l’una e l’altra sieno passaggi sfumati e sottili,
ed ogni di vadano colmandosi le lacune; come pure la continuità sempre più
apparisca nei pas¬ saggi dei tre regni, minerale, vegetale ed animale. Ma a vie
meglio cogliere in un fatto la verità di questo stato della natura rispetto
all’ordine fìsico e fisiologici, recherò un esempio dall’attuale spettroscopia
astronomica. Nello spettro, che la luce dei corpi celesti forma tra¬ verso un
prisma, si notano diverse righe, le quali desi¬ gnano la natura degli elementi
che si trovano in quelli : il sodio per esempio, l’idrogene, il manganese, il
rame, il magnesio e via discorrendo. Anche arrestandoci a questo resultato, chi
non vede palese la continuità dei fenomeni, non solo traverso lo spazio per si
sterminate distanze, ma la continuità, dirò cosi, della fusione di una legge
nel¬ l'altra ? Ecco, che la luce ci rivela la natura dei corpi : non è
l’analisi chimica dei nostri crogiuoli e lambicchi e pile, che per reazioni e
dissociazioni sensibili isola i corpi e ne determina la sostanza; ma è la luce
che a distanze immense, identificando quasi le leggi chimiche alle ottiche, in
un modo sorprendente ci designa l’elemento in questa meravigliosa analisi e
sintesi cosmica. Ed or si pensi alla copia prodigiosa di leggi che in questo
fatto concor¬ rono, e vi si personificano, e agli spazi ove si esplicano c
compiono, e si avrà una alta idea della continuità della natura. Ma non basta:
altro e più meraviglioso fatto si aggiunge. Quel raggio di luce, che partito da
soli o nebu¬ lose si lontane che vincono la fantasia, e che perdurò nel suo
raggiò forse per anni, sebbene corra per 300 mila chilometri al secondo, ci
disse in una semplice riga del suo spettro quali elementi si trovassero
nell’astro al mo¬ mento della sua fuga; quel medesimo raggio ci dirà an¬ cora
se quell’astro si muove, in quale direzione, con quale velocità ! Quando si fa
passare traverso un prisma un raggio lu¬ minoso di una stella, comparisce un
piccolo spettro, im¬ magine sbiadita di quello solare. Si può creare uno
spettro analogo facendo traversare un altro prisma da un raggio luminoso
proveniente da una luce elettrica, che passi per tubo ripieno di vapori o
gassi. Se per esempio l’analisi di un astro die per resultato i colori e le
linee dell’idrogcne, e si faccia quindi passare traverso a tubo contenente
idro¬ gene la luce elettrica, si troverà che i due spettri sono perfettamente
eguali, e, sovraposti, coincidono colore a colore, linea a linea. Se ora la
stella fosse immobile, gli spettri si sovrappongono semplicemente; se la stella
si avvicina e si allontana, il.movimento si rivela nello spettro: poiché, se le
due sorgenti di luce sono l’una fìssa — il tubo, e l’altra mobile — la stella,
i due spettri non coin¬ cidono più. La riga emessa per lo spettro della stella
de¬ vierà da quella emessa dal tubo ; e deviando dalla parte del violetto se la
stella si avvicina, dalla parte del rosso qualora si allontani dalla terra : e
questa deviazione ser¬ virà ancora a determinare la celerità del movimento del¬
l’astro. Huggins constatò che la sostanza che produce forti linee dello spettro
di Sirio è l’idrogeno, e che esse non coincidono con quelle dell’idrogene
nell’altro spettro, e che deviano verso il rosso; quindi Sirio si allontana da
noi. Ma con quale velocità? Dietro calcoli complicatissimi sulla lunghezza
dell’onda della luce traversata per la riga del- l’idrogene, e adottando per la
velocità della luce 298 mila chilometri al secondo, trovò che la deviazione
corrisponde a 52 chilometri. Ma sottraendo da questo numero quello che è dovuto
alla velocità propria del nostro sistema che si allontana in senso opposto
verso la costellazione di Ercole, resta per la velocità di Sirio la cifra di 34
chilometri al secondo. Quindi ciascun anno la distanza che ci separa da Sirio
aumenta di 268 milioni di leghe : più di 700 mila leghe al giorno. E sono
almeno almeno, stando al calcolo più moderato storico, cinque mila anni dacché
gli Egiziani scelsero quest’astro per regolatore del loro calendario! — Una
tale analisi fu fatta per altre stelle, quelle dell’Orsa Maggiore, di Arturo,
Procione e via di¬ scorrendo. Or si rifletta a questo fatto stupendo; in un
raggio di luce si compenetrano, s’identificano tutte le leggi che go¬ vernano
l’ottica, l’analisi chimica, la meccanica celeste, la dinamica : in un raggio
che traversò spazi immensi, e che durante il suo moto istante per istante
conteneva in sé conflata, a così dire, la dinamica universale del mondo! Ma non
basta : seguiamo ancora il fenomeno : da fìsico si trasforma in noi in
fisiologico, e da questo in psichico nella sensazione e percezione che ne
conseguita ; ricomin¬ ciando allora una serie di moti, di fenomeni, di leggi
che per gli umori dell’occhio, la retina, il nervo ottico, i ta lami, terminerà
per ultimo in un commovimento delle cellule corticali cerebrali, e nella
sensazione, che vi s’in¬ genera, per lo spirito. Tutto questo cumulo immenso di
fatti si disparati, di leggi, di cosmico csplicamento di forze fìsiche,
fisiologiche termina dunque in una percezione di un colore, di una riga : che
tutte le comprende ed iden¬ tifica. Se la legge di continuità non apparisse in
questo fatto in modo stupendo, ben povera e rachitica sarebbe l’umana
intelligenza. Dunque nell’universo leggi e fenomeni che nell’immenso e nel
piccolo si consertano, s’intrecciano, si unificano re¬ ciprocamente : e via via
manifestantisi in una moltiplicità indefinita di moti, che concorrono per
ultimo organica- mente in un fatto unico, e compendiano talvolta in una
semplice sensazione la dinamica universale. Questa é la natura, e a questo
concetto volevo inalzarmi in questo breve studio, perchè si possa comprendere
quale è il campo ove l’uomo esercita la sua vita fisica, organica, psichica. Or
si può intendere come l’uomo, forma organica, sia sottoposto a tutte le leggi
del mondo in cui egli è, e di cui fa parte, e debba perciò venire governato
dalle stesse leggi, e manifestare, quale corpo, organo e funzione, gli stessi
fenomeni, che vedemmo effettuarsi in tutto l’ordine delle cose : come anche in
lui avvenga questa concorrenza, questo conserto, questa unificazione di leggi,
di forze, di fenomeni, e come per ultimo egli sia una evoluzione della dinamica
universale della natura. I TRE FATTORI NATURALI DELL’ESTETICA (Letta al R.
Istituto Lombardo, 1881). In questa lettura che ho l'onore di tenere dinanzi a
Voi, tento di riassumere brevemente la dottrina intorno ai tre fattori naturali
dell’estetica, che andrò esponendo in un libro. Quindi procedo per sommi capi,
tacendo di molti particolari, fatti e sviluppi, che più chiaramente, se non
erro, la determinano e la testimoniano. Pel titolo stesso del mio assunto,
chiaro è il mio intendimento, il mio metodo e l'ambito di ricerche entro cui mi
ristringo. Il mio scopo non è quello di chiarire quale sia l’essenza del bello
in sé, secondo il modo trascendentale di considerarlo in al¬ cune scuole, che
io però apprezzo e rispetto : e neppure di definire le norme onde egli venga
metodicamente effettuato nelle opere d'arte. Ma si invece di avvisare alle
condizioni necessarie oggettive e soggettive, affatto naturali perchè questo
sentimento sorga nell'animo nostro : tento di ricer¬ care scientificamente,
cioè secondo i canoni del metodo induttivo e sperimentale, quali siano i
fattori essenziali di una tale emozione, non separando l'uomo dalle altre
specie di animali, anzi dalla comparazione di queste rispetto a un tal fatto
fisio-psichico traendo argomento per determi¬ nare più sicuramente la natura
speciale di un tal senti¬ mento che nell’uomo si manifesta. Perciò io mi sforzo
di stabilire quale efficacia nativa abbiano per una parte in questa
manifestazione le cose e i loro modi di operare al di fuori di noi, e rispetto
a noi ; e per l'altra quale sia quella che deriva dalla costituzione stessa
fìsio-intellettiva nostra, considerata però sempre quale elemento obbiettivo di
questa manifestazione medesima. In queste naturali condizioni tanto esterne che
interne debbesi investigare quanta e quale sia l'efficacia, indipen¬ dentemente
affatto dall'arbitrio umano, sulla nascita e co¬ stituzione delle arti ; e in
modo da istruirci se nell'estetica in generale noi siamo veramente creatori, e
sin dove giunga il nostro potere personale. Quindi dopo aver bene dichia¬ rate
queste condizioni, rimane a considerare come esse operino ed in qual misura,
eziandio nelle specie inferiori all’uomo, e se anche qui trovisi la
testimonianza di quella figliazione che oramai si pone come un fatto organico
nella scienza contemporanea. Nè basta : imperocché sic¬ come è pure un fatto
evidente e certissimo, speciale al¬ l’uomo l'attività estetica in tutto il
campo delle arti, che tanto lo dilunga e si nobilmente dagli altri animali, è
d'uopo ricercare quale sia la causa vera di una tale dif¬ ferenza, e sin dove
però e in qual modo possa egli dirsi nelle arti, libero creatore di forme. Da
quello che sono ve¬ nuto esponendo è chiaro che tre dovranno essere i fattori
naturali dell’estetica, e cioè: uno obbiettivo, le cose e le leggi del mondo
esteriore, insieme alla costituzione fiso- psichica umana, gli altri due
subiettivi, vale a dire, l’emo¬ zione inseparabile da ogni estetica
manifestazione, indi- pendente da ogni arbitrio nostro, e propria nel regno
ani¬ male; e l’attività per ultimo esclusiva all’uomo nella ar¬ tificiale
produzione del mondo delle arti. Ora investighiamo quali sieno le necessità del
mondo obbiettivo indipendenti dalla volontà dell’artista nella crea¬ zione
delle forme, che a noi compajono poi come estetiche, e ne provocano l’emozione
o il sentimento correlativo. E in questa ricerca è d’uopo aver occhio non solo
alle leggi meccaniche che governano l’equilibrio d’ogni sistema di cose, o di
forze, e a quelle fisiologiche ottiche ed acustiche, ma si a tutte le forme che
le specie di animali inferiori Digitized by LjOOQle - 21 - airuomo compongono e
costruiscono per spontaneo magi¬ stero. Una delle condizioni precipue perchè le
opere d’arte architettoniche, per esempio, possano eccitare il sentimento del
bello, è certamente la simmetria, la spiccata indivi¬ dualità deirinsieme, e
bordine delle parti. Or bene un tal tipo estetico è egli creazione spontanea,
propria dell’uomo, indipendente dalle necessità obiettive delle cose, od
effetto di una intuizione trascendente ? — Tutt’altro! Questo tipo, che vedremo
poi dall’attività propria dell’uomo perfezionato, invece di poter dirsi sua
creazione o intuizione ideale, da prima è assolutamente effetto delle leggi
meccaniche e d'equilibrio del mondo esteriore, e causa a sua volta della
manifestazione di questo tipo : l’uomo non fece che riprodurre a suo modo poi e
perfezionando ciò che da principio la natura lo costringeva a fare inevita¬
bilmente. Noi possiamo seguire il lento e graduale perfe¬ zionamento
architettonico dalla rozza capanna al palazzo, dai rozzi tabernacoli al tempio.
Or bene, dai primi ai se» condi la causa di ciò che poi si senti come bellezza,
cioè simmetria, ordine, unità non fu che la necessità mecca¬ nica
dell’equilibrio dei corpi : questa fu il maestro e l’uomo perfezionò; e si
credette d’essere creatore di tipi 1 Rechiamo qualche esempio ; assistiamo alla
costruzione della prima capanna tra gente che appena usciva dalla animalità
sel¬ vaggia o dalle caverne. Certamente qui non v’ha luogo di pensare a tipi, o
a idee architettoniche, elaborate metodi¬ camente, nè al sentimento del bello
in questo primo rico¬ vero : nello stato sociale e intellettivo di quelle orde
è im¬ possibile, come ognun vede, supporlo. Procediamo quindi secondo natura, e
il fatto inevitabile. La capanna dovea contenere, poniamo, la famiglia « quindi
essere di una grandezza relativa, e con determinati confini. E qui già incomincia
per necessità di cose, indipendentemente dalla volontà del costruttore, e da
ogni emozione estetica, a sorgere una delle sue condizioni avvenire, cioè
l’indivi¬ dualità ed unità dell’opera; tale quale e per le stesse ra¬ gioni
onde si costruisce il nido l'uccello. La capanna deve avere per necessità una
forma : questa verrà inevitabile mente costituita dallo scopo suo, dalle leggi
intrinseche di equilibrio, dalla facilità della esecuzione medesima. Co¬
struendosi come un ricovero, ed una difesa dalle intem¬ perie, è mestieri che
abbia una apertura, onde entrarvi, e posta in modo da non riuscire d’intoppo
all’uso giornaliero, e alle comodità dell’interno : e quindi l’ordine della
distri¬ buzione nasce indipendentemente da ogni estetica intui¬ zione. La
capanna nell’insieme suo è d’uopo abbia una forma, e questa, poniamo, può
essere rotonda, ellittica, triangolare o quadrata, come appunto vediamo
effettuarsi dai popoli selvaggi e dagli animali inferiori. E si rifletta sin
d’ora che tali forme nella loro varietà più spiccata sono quelle che indi, e
col progresso del tempo, della col¬ tura e del gusto furono assunte come norme
ai più splen¬ didi edifici del mondo. Ora qualunque sia la forma della prima
catapecchia selvaggia, che può essere consigliata dalla imitazione an¬ che
delle costruzioni animali, da preoccupazioni supersti¬ ziose, dalla qualità e
natura dei luoghi, essa dovea rispon¬ dere esattamente alle necessità
dell’equilibrio fìsico; la stabilità sua era subordinata all’antagonismo nativo
delle forze, appreso per esperienza, ed estraneo da prima a qual¬ sivoglia
concetto estetico. Se questa forma, poniamo, per circostanze molteplici che a
ciò consigliarono, assumeva rozzamente la forma quadrata, ecco che la
disposizione approssimativamente regolare dei quattro pali sostenitori del
tetto, e puntelli angolari delle quattro pareti, per ne¬ cessità riusciva
simmetrica, poiché altrimenti sarebbe stato un lavoro molto più arduo, e
avrebbe guasto l’in¬ terno spazio della capanna a detrimento dello scopo uti¬
litario proposto. Cosi dicasi dei travicelli che in alto si supponevano ai
pali, legandoli insieme, e sostegno alla copertura dello spazio da esso
rinchiuso. Tutto questo scheletro primitivo ed il lavoro successivo di
riempimento, e la costruzione del tetto piatto, o a cupola, o a piramide, o a
cono, che andavano effettuando le condizioni indispen¬ sabili di ciò che poi si
disse bello negli edifìzj, non si av¬ verarono per arbitrio estetico dell’uomo,
o secondo un libero tipo trascendente, ma per le necessità meccaniche dell’e¬
quilibrio dei corpi, e della cospirazione delle forze per un sistema stabile di
costruzione. Ripetasi ciò che si venne dicendo rispetto a questa forma speciale
primitiva per tutte le altre, e si toccherà con mano che le leggi mecca¬ niche
nelle costruzioni umane, ne determinano l’euritmia, e ne provocarono poi, come
vedrassi, il tipo estetico ri¬ flesso. Se la qualità dei luoghi od altre cause
stimolassero alla forma conica, per esempio, si diffusa tra tutte le genti
primitive e selvaggie, la stessa legge riapparisce; poiché Faste o le canne che
intorno intorno in terra circolarmente venivano infisse a formare sott’esse e
chiudere uno spazio comodo per la dimora, altra direzione e fulcro alla loro riunione
e stabilità non potevano assumere che quella di convergere e stringersi alla
sommità in un punto, come raggi che naturalmente tendono dalla circonferenza al
centro. Quindi una tal forma che in epoche successive ed in varj paesi a
squisita coltura diè luogo a costruzioni egregie, o come aspetto generale, o
come parte integrante, da prima non fu che una costruzione necessitata dalle
leggi meccaniche e fisiche e dai modi vicendevoli di azione e riazione delle
coso in natura. Una tal legge vale per ogni sorta di edifizj privati e pubblici
che si evolsero poi dalla utilità pratica e per necessità meccaniche, a forma
ove l'elemento estetico si manifestava per lavoro riflesso, qua¬ lunque fosse
lo scopo per cui venivano eretti. L’arco in pieno ed acuto con le molteplici
loro modificazioni, anti¬ chissimo quale volta, e indi fonte di grazia e
bellezza nei varj monumenti che componeva od ornava, nacque certa¬ mente per
necessità di equilibrio nei primi tentativi fatti a comodità della vita, e di
transito, e le di cui forme l’uomo potè anche osservare in molteplici
costruzioni animali o in natura; e la sua genesi materiale non è ardua a rin¬
venire, quando si pensi al primo getto di pietre tra due resistenze e basi
laterali : costrutto invece di una traversa di legno, e di un sol pezzo, da
varie pietre da ambo i lati parallele digradanti a poco a poco e riunendosi
alla cima, come ne abbiamo esempj vetustissimi sia di rozzo arco di sopporlo o
conica cupola di monumenti. Nella stessa guisa la forma delle freccie
preistoriche, dell’arco e delle varie armi, che pure adesso ci piacciono per la
simme¬ trica disposizione, provenivano dalle necessità dell’uso e del fine,
onde erano fatte: dovendo per necessità terminare in punta da una base più
larga, a penetrare nei corpi e farvi larga e facile ferita. Così per- le altre
armi a coltello e da mano ricorreva la stessa forma e per lo stesso fine ed
uso. Che se dai Dolmen, i Menhir, dalle costruzioni dette ciclopiche, sparse si
può dire per tutti i continenti, scendiamo sino alle più eleganti etnische,
greche, romane e via dicendo, astrazione fatta dai perfezionamenti riflessi di
cui vedremo poi la ragione, sarà evidente l’efficacia, anzi la necessità delle
leggi meccaniche, nella elezione delle forme e loro distribuzione. Ed alla
simmetria degli edifìcj, e delle varie opere d’arte contribuì da principio
quasi in modo incosciente anche quella che trovasi nei corpi umani, poiché
l’uomo, e lo provai altronde, umanizza sempre i fenomeni e il mondo sia
idealmente, sia mate¬ rialmente. Le quali leggi militano eziandio anche per i
mobili delle case da prima costrutti affatto o per utilità, o per difesa
d’insetti, o rettili o per riposo, come sedie, ta¬ volini, letti e via dicendo,
Prendendo l’esempio il più sem¬ plice, ci sembra rispondere ad un senso
estetico nel suo genere il banchetto da assidersi a tre piedi egualmente
distanti. Ma una tale forma e distribuzione di parti non fu effetto per i primi
e rozzi fabbricatori dell'equilibrio meccanico, che li costrinse a così
disporre i tre puntelli dell’asse o della pietra che sorreggevano ? — E cosi
dicasi di tutti i mobili od oggetti utili numerosissimi, nei quali la
successiva perfezione e squisitezza di ornati dipende dalla primitiva
distribuzione di parti dovute o all’equilibrio o stabilità dei prodotti, o
comodità dell’uso. Negli edifizj l’ingresso nella parte mediana di una delle
facciate, i luoghi delle finestre, e il regolare allineamento, l’ampiezza loro
di fronte alla vastità dell’insieme, tali si costruivano perchè cosi
necessitava e l’equilibrio del tutto, e la quan¬ tità proporzionale della luce
di effusione e riflessione, e le Digitized by leggi stesse atmosferiche, e la
comodità materiale interna della dimora. Modificazioni di un tutto che
provenivano da necessità obbiettive, e dalle realità dell’esercizio abi¬ tuale
della vita in comune, indipendentemente da prima da ogni estetica intuizione.
Se adesso si belle e graziose ci sembrano le forme dei vasi ed utensili d’ogni
sorta, che la coltura col tempo e l’ingegno attivo seppero rinvenire c
perfezionare, si rifletta che da prima essi pure vennero costruiti secondo
recavano le esigenze naturali dei conte¬ nenti e le qualità di cose che ci si chiudevano,
e gli usi. Che se vasi ed anfore a liquidi belli ci paiono per la loro forma
rotonda più vasta al fondo e via via stringèndosi alla cima terminando a
stretto collo, e con ai lati simme¬ tricamente poste le anse; si pensi che
questa era la forma voluta per i vasi contenenti liquidi, per la più facile
con¬ servazione, meno esposte superficialmente all’aria, e per la più pronta e
comoda uscita dei liquidi : si pensi che la simmetria delle anse, era necessità
a poter servirsene con facilità adoperando tutte e due le mani, se il vaso
fosse troppo pesante, distribuendo cosi egualmente dai due lati le nostre forze
muscolari. Tutto quello che per aggiunte graziose, u per ornamenti venne poi ad
arricchirlo e per¬ fezionarle, derivò fontalmente dal primitivo e rozzo ab-
bozo imperiosamente necessitato dalle leggi generali della natura, e dal più
pronto e comodo uso. A vie meglio far comprendere queste che io credo verità
ovvie, comecché importantissime, ed a mostrare la necessità della forma per
leggi obiettive, recherò altre considerazioni di non poco rilievo in proposito.
Tutte le forme architettoniche che noi vedemmo primitivamente effettuate dagli
uomini, rinven- gonsi in sterminata ricchezza nel regno animale. Si ab¬ biano
dinanzi agli occhi le costruzioni molteplici degli in¬ setti i più noti, come
quelle delle varie specie d’api, di vespe, di formiche, di termiti ; le tele, e
ogni sorta di ri¬ covero o lavoro degli aracnidi; i nidi svariatissimi degli
uccelli, i maravigliosi cunicoli e camere delle talpe e specie affini, le
capanne dei castori e via discorrendo, e si vedrà chiaramente che tutte le
combinazioni geometriche che danno aspetto leggiadro agli edifìzj e ai disegni,
le forine dei monumenti, le costruzioni di dimora, di difesa, é la di¬
stribuzione si può dire di villaggi, e città, tutte già sono e furono prima
deiruomo eseguite, ed elaborate dagli ani¬ mali. Di certo a nessuno entrerà
nella mente che tutto questo mondo artificiale che compone la generale morfo¬
logia architettonica comparata dal regno animale, venisse e venga costrutto
secondo tipi riflessi ed estetici; ma a tutti invece sarà palese essere una
testimonianza di più die le forme estetiche nel loro primitivo apparire sono
dovute alle necessità meccaniche della natura, ed alle fisiche condizioni
animali poiché si trovano in germe già effettuate milioni di anni prima che
l’uomo incominciasse la sua vita, o altri parlasse d’estetica. Chiarita
brevemente l’efficacia delle leggi meccaniche sulla genesi delle forme
architettoniche, consideriamo quale sia quella che obiettivamente pure si
esercita nel senso gradito del colore e del suono, nelle rispettive loro arti :
onde si giudichi quanto l’uomo possa dirsi autonomo in esse, e se egli in ciò
vada sottoposto alle condizioni fisio¬ logiche de’ suoi sensi, a quelle fisiche
della luce e del suono. Nella pittura infrattanto per la semplice disposi¬
zione degli oggetti che vuol figurare, gli fa d’uopo da prima ottemperare ad
una certa simmetria delle parti, dovute alla intrinseca natura del suo occhio,
ed all’in¬ cosciente esercizio del medesimo non solo per i moti e gli
aggiustamenti muscolari ed ottici, ma ben anche per la comprensione materiale
delle cose figurate. Tralasciando la composizione propriamente detta, o il
soggetto estetico, che può essere tutto esclusivo dell’artista, la riuscita del
quadro, la incarnazione a così dire delle sue immagini, non dipende forse e
dalle leggi ottiche e fisiche esteriori e dalla sensazione fisiologica
dell’occhio, e delle sue na¬ tive esigenze? Nella pittura la prospettiva, o il
chiaro¬ scuro per il rilievo delle figure, sottostanno assolutamente alle leggi
ottiche, composto, in questo caso, di quelle fi¬ siche della luce, e di quelle
fisiologiche dell’occhio umano. Che se in un quadro manchi la gradazione
prospettica, ed Digitized by Google - 27 - il rilievo, quand’anche possa
commoverci l’intenzione del¬ l’artista con l'idea o l’affetto che tenta
rappresentare, l’o¬ pera come arte è imperfetta, nè risponde più al modulo
estetico che ciascuno possiede. Ciò è vero non costituisce l’anima dell’arte,
come or la comprendiamo, ma ne neces¬ sita le condizioni, e ne procaccia la
riuscita; conciossiachè per quanto il soggetto ideato dall’artista valga ad
iscuo- terci, se non viene espresso in modo da simulare la realtà, e sia quasi
un abbozzo informe, piatto, privo di gradazioni di spazio e d'ombre, il fine
non sarà raggiunto, nè potrà dirsi esimio lavoro. Le condizioni poiché approdi
a glorioso porto, che è l’immediata emozione estetica, sono riposte nelle
leggi, come dissi, ottiche e fisiologiche, ed in questo l’artista non può
essere che un abilissimo servo della na¬ tura. Pel solo rilievo delle figure
quanta avvedutezza tec¬ nica nel secondare le leggi ottiche, correggendole
anche a prò di quelle dell’impressione fisiologica del nostro oc¬ chio ! Noi
riguardiamo gli oggetti con due occhi che occu¬ pano nello spazio luoghi un
poco differenti ; ed è nella' differenza delle immagini dei due occhi che si
trova uno dei mezzi più preziosi a giudicare con esattezza a quale y distanza
gli oggetti sieno dai nostri occhi e quale è nello spazio la loro estensione in
profondità. Qui sta lo svan¬ taggio dei pittore, come ben dice l’Helmholtz,
poiché veduto un quadro con due occhi si presenta necessariamente alla nostra
percezione quale una superficie piana. La ragione della illusione del rilievo
prodotta dallo stereoscopio è questa, che vedendoci mondo con due occhi, noi lo
con¬ templiamo nel medesimo tempo da due punti di vista dif¬ ferenti, ed
otteniamo così due immagini di una prospettiva un poco differente. Ma un quadro
piano mostra all’occhio diritto assolutamente la medesima immagine e i medesimi
oggetti rappresentati in quello sinistro. Al contrario nello stereoscopio si fa
ciò che è realmente in natura, ciascun occhio ha un’immagine speciale. Quindi a
quanti accor¬ gimenti tecnici, che si radicano nelle leggi ottiche e fisio¬
logiche non è sottoposto l’artista ? E quante leggi obiettive non lo stringono
e incalzano ? Il piacere poi dei colori, tanta parte dell’arte, non dipende
affatto dalle leggi che li producono, e dalla natura della impressione
fisiologica, che provocano necessariamente ? E bisogna eziandio av¬ vertire
alla irradiazione dei colori complementari, e reci¬ procamente : cosi il bleu
produce il giallo ; il violetto il giallo verdastro ; il rosso porpora il verde
; il rosso scar¬ latto il verde bluastro. Questi rapporti di colori che gli uni
esercitano fisiologicamente sugli altri, hanno una grande influenza sul grado
di piacere che ci fanno provare diversi gruppi di colori, che è condizione
involontaria e obiettiva per l’artista. Ciò che produrrà un piacere mag¬ giore
sarà la combinazione dei tre colori che ristabiliscono l’equilibrio della
impressione, e quindi evitano la stan¬ chezza dell’occhio per un aspetto
uniforme, senza però cadere nella noja degli aggruppamenti complementari. Il
piacere che produce un contrasto favorevole non proviene solo dai colori che
sembrano brillanti, ma è dovuto alla loro disposizione in modo che offrono più
del loro splen¬ dore naturale; e sono belli, comechè isolati sembrerebbero
deboli e foschi. Ed è per questo che i quadri del tutto com¬ posti di tinte in
apparenza modeste e non brillanti, pajono manifestare sovente i colori più vivi
e splendidi ; come i colori più vivi, disposti in certi modi, sembrano
mediocri. I pittori di tutti i tempi, dice un illustre fisico, hanno in¬
coscientemente ubbidito alla legge dei contrasti per pro¬ durre il bello, e
sono quindi condizioni obiettive perché noi lo gustiamo. I contrasti più forti
hanno luogo natu¬ ralmente per il rosso, il rancio ed il giallo, quando la zona
grigia nelle esperienze del Rood è un poco più scura che il colore sovrapposto,
mentre il contrario avviene per il verde, il bleu, il violetto ed il porpora;
in tutti i casi il contrasto è meno forte se la zona grigia è molto più chiara,
o molto più scura del fondo. Si potrebbe parlare del con¬ trasto fra il bianco,
il nero, il grigio da una parte, e tutta la serie dei colori dall’altra. Qui
accenno e mi riserbo a parlarne nel libro. La produzione dunque dei colori che
si offrono nel campo visuale è la causa di certe emozioni estetiche in ragione
del valore proprio di ciascuna sensa- Digitized by LjOOQle - 29 - zione
elementare. La loro combinazione produce effetti di armonia e dissonanze, come
la combinazione dei suoni ; e per ragioni naturali le zone centrali dello
spettro piaciono meno all’occhio, che quelle più vicine ai raggi caloriferi. Le
particolarità della tecnica artistica secondo le ricerche scientifiche ottiche
e fisiologiche si collegano veramente e strettamente ai problemi più alti
dell’arte. L’uomo primi¬ tivo, dice un dotto scrittore, come il selvaggio
moderno si è tosto ornato di fiori, di piume e di conchiglie ; poi ha raccolto
pietre preziose e terra rossa e infine si è tatuato: insomma il suo gusto pel
colore ebbe per scopo l’orna¬ mento personale. L’arte della pittura era in
germe in questi oscuri cominciamenti. Noi dunque possiamo considerare
l’imitazione esatta della natura in un bel quadro, come una riproduzione
perfezionata della natura medesima. Un quadro rende tutto ciò che v’ha
d’essenziale nella impres¬ sione fisiologica, e -ci permette di contemplare
l’oggetto senza offendere e stancare l’occhio per i colori troppo vivi reali.
Il piacere fisico, l’eccitazione gradevole e non faticosa dei nostri nervi, il
sentimento del ben essere cor¬ rispondono anche qui alle condizioni più
favorevoli alla percezione esterna, al discernimento più fino e all’osser¬
vazione più esatta. In quanto alle leggi che governano obiettivamente le
manifestazioni del bello acustico, od emozioni musicali, non mi dilungherò,
poiché ormai sono note, e mi riferisco alle profonde opere dell’Helmholtz ed
altri contemporanei. Il regime dell’onde sonore fisicamente, dei tuoni, dei
timbri che costituiscono l’orditura dell’estetica musicale ; le di¬ sposizioni
organiche fisiologiche dell’orecchio, e le delica¬ tissime fibre nervose che
rispondono alle complicatissime azioni dei suoni molteplici, timbri e note dei
varj corpi della natura, sono tutte condizioni che determinano l’o¬ biettiva
necessità di queste manifestazioni estetiche, dalle quali l’artista si muove, e
nelle quali si esercita nelle sue composizioni. Nel regno animale, all’uomo
inferiore, spon¬ taneamente, molte specie canore, appunto perchè dei suoni
musicali è posta dalla natura la trama primitiva, evolta certamente per lungo
ordine di vita, producono accordi grati e simpatici, per i quali il soggetto
non s’inspirò a concetti ideali, o a sistemi trascendenti. Noi abbiamo sin qui
tracciato il primo fattore dell'este¬ tica, vale a dire le leggi estrinseche ed
obbiettive in con¬ comitanza con l’organismo animale, di cui è, per questo
rispetto, parte integrante. V’ha però un altro aspetto, un altro fatto a
considerare, che concorre a compiere l’effi¬ cacia estetica di questo primo
fattore obbiettivo, ed è la individua personalità del soggetto per ciò che
riguarda la unità della composizione delle opere d’arte. Se il concetto o la
rappresentazione implicita di un tutto, come indivi¬ duale, esiste già nel
regno animale inferiore, come provai in altro mio lavoro, tanto più nell’uomo
egli è evidente, e ciascuno lo sa. Ora un tale concetto d’individualità, di un
tutto, dipende dalla virtù unificatrice della coscienza, la quale sempre
compone ad unità per similitudine, analogia e associazioni la mobile varietà
delle sue sensazioni e idee. Inoltre in natura esistono reali individui dai
corpi celesti a quelli indefiniti terrestri minerali, vegetali, ani¬ mali e
della propria persona. Quindi al naturale stimolo e necessità psichica a
individuare i concetti si aggiunga quello delle realità apprese per esperienza.
Così l’unità che spicca e splende nplle opere d’arte, la loro determi¬ nazione
in un tutto armonico, proviene dalla obiettiva natura della persona
fisio-psichica animale, dal senti¬ mento della sua individualità e dalla forma
unitaria de’ suoi concetti, e dalla esperienza delle realità cosmiche. Ed in
tal modo si compie l’integrità ed efficacia del primo fattore. Le sue
condizioni come obbiettive sono invariabili rispetto alla sostanziale virtù
delle leggi, che rimangono costanti appunto perchè fanno parte della immanenza
co¬ smica delle cose, indipendenti da noi; flaa poi effettual¬ mente variano
nei modi particolari secondo circostanze di luoghi, di tempi e specialmente di
razze. Le quali hanno per una molteplicità di cause intrinseche ed estrinseche
attitudini e gusti diversi, ed in modi dissimili si esercitano e sentono
artisticamente; ma anche in tali modificazioni le i ubbidiscono e si
subordinano alla necessità obbiettiva o all’attitudine subiettiva, che in gran
parte venne evolta, e stimolata dalla efficacia esteriore del mondo medesimo.
Accennato brevemente aliandole e all’efficacia del primo fattore obbiettivo
dell’estetica, consideriamo gli altri due, essenzialmente subiettivi ; che
concernono cioè, la perso¬ nalità fisio-psichica dell’animale e dell'uomo.
Oltre alla forma estrinseca in generale, ed alle preordi¬ nazioni fisiologiche,
perchè possa manifestarsi ciò che di¬ cesi bello nei varj aspetti della natura,
o nei prodotti del lavoro umano, è necessario una emozione particolare chia¬
ramente distinta da tutte le altre che eccitano o concitano gli affetti e le
passioni. Le emozioni sono ' un fatto psi¬ chico generale e costante
nell’intero regno animale; anzi s'immedesimano in ogni suo atto in tutte le
specie sino dalle infime, e non dipendono assolutamente dalla spon¬ taneità ed
arbitrio dell’animale, ma sono necessarie e co¬ stituiscono fondalmentalmente
la sua virtù sensitiva. Quindi se l’emozione è un fatto psichico perchè possa
aver luogo la manifestazione speciale del bello, anche questo fattore ci è dato
dalla natura, ed è indipendente dalla volontà dell’animale, o dell’artista. Si
possono eccitare con opere artificiali e proprie dell’arbitrio umano emozioni
del bello, come ci eccitano e predispongono tutte le altre molteplici della
vita individuale o sociale, ma l’attitudine a tali af¬ fetti o sentimenti è
intrinseca agli animali ed all’uomo, primitiva e consustanziale ai medesimi.
Che gli animali abbiano emozioni di affetti e passioni nell’àmbito e indole
proprj di ciascuna specie, è questo un fatto si palese ed oramai si provato,
che credo impossibile rinvenire un uomo di comune buon senso, o di mediocre
intelligenza che non si vergogni a negarlo. L’amore sensuale e affettivo,
l’ira, l’odio, l’invidia, la meraviglia, la gelosia, la gioja, il dolore, il
diletto del trastullo e via discorrendo sono passioni e quindi emozioni
correlative che in tutte le specie più o meno si manifestano. Ora è da
considerarsi se fra tutte quelle che notammo o possono notarsi, appaja nelle
specie animali all’uomo inferiori quella che specialmente si riferisce ài
bello, nella sua semplice o nativa radice: e sorga non per utilità o
protezione, ma sibbene nel modo disin¬ teressato e libero proprio di questa
emozione. A chi abbia osservato per lungo tempo e imparzialmente i costumi, le
abitudini e i fatti della vita animale in molte specie e di ogni ordine, ed
anche solo nelle più note domestiche e libere, non può disconoscere che sovente
e nativamente Temozione propria del bello in singolarissime circostanze non si
manifesti. E da prima ciascuno negli ordini supe¬ riori degli animali, fu
testimone dei veri sollazzi, ai quali fra loro, od anche da soli, si danno. Chi
non vide, per esempio, lietamente scherzare fra loro con fìnte lotte, corse e
rincorse sbrigliate non solo i piccoli, ma gli adulti dei cani e dei gatti ? —
Chi non sa a quale pazza ginnastica si danno le scimmie, e gli uccelli stessi ?
— Ora il sol¬ lazzo se proviene fisiologicamente da esuberanza di vita, e per
necessario efflusso di forza nervosa, egli è però in sé privo immediatamente
negli animali di fini utili, e protet¬ tori, ed è compreso in quel giro di
fatti disinteressati e graditi per sé, come sono quelli in un senso più alto
delle emozioni estetiche ; ed emozione viva, cioè vivo piacere si immedesima
necessariamente in questi sollazzi, anzi il bi¬ sogno di tali emozioni ne
stimola Tadempimento e Teser¬ emo. Quindi in molte specie del regno animale,
Temo¬ zione del sollazzo è già segno che tra tutte quelle che vengono provocate
ed eccitate dalle passioni ed hanno un oggetto immediato di utilità effettiva,
ne possono sorgere alcune che si distinguono normalmente da esse, e stabili¬
scono la possibilità e il primo gradino alle emozioni più delicate ed intime
prodotte da forme estrinseche e sentite esteticamente. Or vediamo se realmente
tali emozioni ab¬ biano luogo, e se gli animali inferiori dalle emozioni pu¬
ramente di sollazzo pervengano a quelle del bello. In quanto a forme
costruttive, sebbene, come notammo, siano capaci di produrne maravigliose, mal
si saprebbe indurre se ve¬ ramente da queste ritraggano qualche emozione
estetica, oltre a quelle inevitabili della utilità loro, le quali non possono
certamente scompagnarsi dalla costruzione via via che si compie nelle opere
varie di cui sono capaci. La soddisfazione nel lavoro, che va effettuandosi da
essi a scopo di ricovero, di magazzino, di riproduzione, di difesa è
impossibile a negarsi, e l’intensità del lavoro, l’alacrità e trepidazione onde
sono mossi, chiaramente ci manifestano questa loro emozione. Un qualche barlume
che almeno in alcune specie le forme architettoniche, provochino in essi delle
emozioni l’abbiam nei pergolati dei tre generi delle Glamidere, eretti a
sollazzo nei loro amori (e non come nido) che odornano di varj oggetti
brillanti, e vivamente colorati, come anche nei nidi di certi uccelli mosca,
gra¬ ziosamente sparsi di varj colori. V’ha pure un uccello di palude di cui il
nido gigantesco contiene una stanza per covare, una per convegni, una pel
pasto, altra per vegliare In questi fatti non si può negare una certa emozione
este¬ tica rispetto alla forma puramente architettonica, e quindi la
possibilità che in altre specie, in cui l’emozione sfugge alla nostra
osservazione, essa si effettui medesimamente. In ogni modo in alcune questa
emozione c’è e basta alla nostra ricerca. Ma dove l’emozione estetica si palesa
in modo evidente, specialmente nelle classi superiori degli animali, è nella
disposizione e vivezza dei colori, e nel suono. Già il Bert nelle sue belle
esperienze sulla efficacia che esercitano i raggi colorati sugli animali
inferiori, con¬ statò che tutto l’intero spettro viene percepito eziandio dalle
Daffnie. Che se queste nello spazzo poi dell’intero spettro ricercavano e si
raunavano in determinate zone del medesimo, non è tenue segno della loro
elezione ri¬ spetto a quelle, e quindi della possibilità di una certa emozione
correlativa. Negli insetti, negli Omotteri, per esempio, le facoltà musicali
possedute dai soli maschi in¬ dicano l’emozione che ne dee risentire la
femmina; e si¬ milmente negli Ortotteri: nella stessa guisa la differenza dei
colori dei Nevrotteri e negli Imenotteri : e forse come ornamento sono le
grosse corna, oltre i colori, nei Coleot¬ teri. Nè si dimentichi il
corteggiamento delle farfalle nei Lepidotteri, i colori sovente più brillanti
nei maschi e vi¬ ceversa. Nei bruchi pure splendono colori vivi. Nei pesci
VlGNOLI. Digitized by Google - 34 - similmente i vivaci colori, e le appendici ornamentali
dei maschi, che sovente acquistano soltanto nella stagione delle nozze: e molti
indizj abbiamo della possibilità di emozioni estetiche pei varj colori negli
anfìbj e nei rettili. Dove poi spicca maggiormente l’evidenza della emozione
estetica pei varj colori ed il suono è negli uccelli, nei loro atteggiamenti e
danze amorose. La vivida bellezza delle piume, quasi sempre nel maschio, i
canti che nel tempo degli amori alacremente emettono in prossimità della fem¬
mina, il pavoneggiarsi intorno ad essa, e spiegare tutta la pompa delle loro
penne, sono fatti noti a tutti, e che chia¬ ramente attestano, come in essi
appaja una emozione este¬ tica ; quel gradito e indefinibile piacere cioè che
si gusta nel senso del bello. Tralascio fatti che sono innumerevoli e da
empirne volumi. Chi non sa, per esempio, che persino alcune specie di aracnidi
sono squisitamente sensibili alle melodie musicali ? — Reclame, Rabigot,
Hartmann, e Buchner raccolsero molti fatti in proposito. Il prof. Re¬ clame
vide in una sala di concerti a Lipsia discendere lento lento dal soffitto un
ragno lungo 'il lampedario nel momento in cui suonava un a solo il violino, e
soffermarsi attento ; ma rimontare precipitosamente quando l’orchestra prese
parte in pieno alla sinfonia. In tal modo l’emozione, che è la condizione
dell’appren¬ sione del bello, ha luogo in mollissime specie animali, ed è
un’attitudine intrinseca deiranimale medesimo, quando circostanze propizie
fìsio-psichiche la resero possibile; quindi nell’uomo sorge da prima per le
leggi stesse intrin¬ seche organiche come animale; ed è il secondo fattore
dell’estetica, necessario alla comparsa ed effettuazione del mondo dell’arte.
Anche per questo fattore, ciò che è im¬ portante a notare, l’uomo nella sua
attitudine ad eserci¬ tare le arti tutte non è creatore, nè vi sale,
distinguendosi radicalmente dal mondo animale, per sua propria virtù ; ma
sibbene si commove per insita e nativa indole e costi¬ tuzione, che ha comuni
con gli animali inferiori. Quindi le forme costruttive precipue, che
costituiscono l'artifìzio estetico poi, vengono fontalmente necessitate, quali
sono, dalle leggi cosmico-meccaniche, e dalle reciproche in¬ fluenze ed
efficacia delle forze: come le emozioni alla loro volta sono eccitate dalle
leggi naturali, dei colori e dei suoni in tutto il campo dell’ottica e
dell’acustica, ed hanno corrispondente coordinazione nella costituzione
fìsio-psi- chica del nostro organismo. Onde considerati nelle loro condizioni
generali e primitive, i due fattori necessarj alla manifestazione del bello, la
forma e l’emozione, l’uno obiet¬ tivo l’altro subiettivo, sin qui studiati,
sono fenomeni o fatti cosmici e organici indipendenti dall’arbitrio animale ed
umano. Che se queste emozioni nacquero, si svolsero e si perfezionarono
lentamente e provennero in parte primiti¬ vamente da altre che andarono
risvegliandosi per altri scopi, ciò non prova che evolgendosi non si
coordinassero alle anteriori leggi cosmiche, e alle fisiologiche necessità
degli organismi. Ciò è vero, e la scienza seria senza ti¬ mori e ‘risoluta
l’afferma. Ma valicando appena, però, i confini di questi due fat¬ tori, pei
quali l’uomo non si distingue radicalmente dagli altri animali superiori, ci si
affacia tosto un mondo nuovo estetico splendido e maraviglioso, che incomincia
rozza¬ mente dalle età preistoriche e si dilaga e diffonde lungo la storia per
tutto le genti civili, e in specie nelle razze eminentemente estetiche,
nell'immenso campo variforme delle arti. L’architettura, la scultura, la
pittura, la musica, i poemi nelle molteplici loro forme allietano in infinite
guise l’occhio e l’udito, e sollevano la mente e l’animo umani. Essi rendono
armoniosamente graziosi e sublimi i templi, i palagi e le città, e irradiando
per ogni parte, proporzionandosi ad ogni ordine di ceti, ad ogni strumento di
utilità privata e sociale, ad ogni uso e suppellettile gior¬ naliera vivificano
di sé l’umano consorzio, e trasformano le primitive necessità e comodità
materiali della vita, quasi in ingenita bellezza di forme. Si rifletta per poco
al prodigioso numero di monumenti d’ogni maniera, che sotto vario cielo e per tutta
la "terra s’innalzarono, e vanno edi¬ ficandosi; alla moltitudine di
rilievi, di statue, d’ornati che abbellirono, ed abbellano i secoli passati ed
il presente; Digitized by Google - 36 - alle pitture che commossero e commovono
ancora gli animi nostri; ai concenti musici che dai primi modi sino a quelli
stupendi dei tempi nostri rapirono le generazioni tutte ; ai poemi, ai drammi,
alle liriche che in mille guise esaltarono e concitarono i cuori e gl’
intelletti, si pensi a tutto questo mondo di creazioni estetiche, e di emozioni
correlative, e sentiremo tosto l’intervallo che distingue anche per questo
rispetto l'animale dall’uomo. E si noti che nell’uomo la produzione e
l’artifìcio delle forme ven¬ nero poi effettuati al solo fine della emozione
estetica : non la sente, cioè, come negli animali inferiori per necessità solo,
quando tali forme accidentalmente compajono, ma sì le provoca con deliberato
intendimento. Or bene di tutto questo splendido effetto, di questa spontanea
creazione del bello, e di ciò che ne eccita il senso, debbe pure esservi
adeguata e profonda cagione, ed è d’uopo cercarla; e sarà questo il terzo
fattore dell’estetica, quello che propriamente costituisce il mondo umano delle
arti. Procediamo ad un esempio : in questo avremo in modo evidente la ragione e
la causa non solo della differenza tra l’estetica animale e quella umana, ma ci
dimostrerà d’altra parte ciò che l'uomo realmente crei nelle arti, e ciò che
debba necessariamente alle leggi universali e co¬ stanti del mondo meccanico e
fisiologico. Sia l’edificazione di un tempio; e non consideriamo per ora le
cause che produssero il perfezionamento progressivo dell’arte edifì- catrice;
di questa pure avremo la spiegazione nella ra¬ gione della differenza tra
quella animale ed umana. In questa opera l’artista oltre alla convenienza
dell’edi¬ fìcio in quanto risponda al suo scopo pratico, ha princi¬ palmente
per fine, e con conscia riflessione e volontà, la bellezza della forma, tale
quale la sente per una grande molteplicità di ragioni storiche, e si argomenta
con ardore perchè ecciti nell’insieme e nelle sue parti una emozione, e qui
meglio un sentimento estetico non solo in genere, ma, ciò che più importa,
relativo a quell'ordine d’idee per cui l’edifìcio viene innalzato; religiose in
questo caso par¬ ticolare : e l’ottiene. Ora in tale lavoro qual’é il fatto
nuovo Digitized by Google che si manifesta da una parte tra le leggi meccaniche
a cui debba ubbidire, e che inevitabilmente predispongono la forma qualunque
dell’edificio, quelle fisiologiche, come si vide, e l’emozione dall’altra che
ne può susseguire, fattori necessarj nell’arte, e proprj anche del regno
animale in¬ feriore ? — E si aggiunga anche oltre all’efficacia di questi
fattori nativi, ciò che nello stile e le memba dell’edifìcio si possa ascrivere
al clima, alla imitazione della natura locale, alle fisiologiche attitudini
della razza, che limitano, com’è chiaro, la libera creazione dell’opera. Or
bene il fatto nuovo che sorge di mezzo a tutte queste necessità e predisposizioni
e restrizioni in cui si trova l'artista, si é la libera scelta della
dimensione, della disposizione, della situazione, di tutti gli ornamenti
accessori, onde le abbella; si è la riflessa lunga e conscia disamina anteriore
entro sè per l’elezione dell’unica forma del tempio tra le molte possibili che
gli si affacciano; si è appunto e principal¬ mente lo scopo perchè ecciti e
provochi il sentimento del bello nei contemplanti. Tutto questo è proprio
esclusiva- mente dell’arte umana, e sarebbe ridicolo volerlo rinve¬ nire nella
sua piena effettuazione e concetto in quella ani¬ male. Quindi
nell’edificazione di un tal tempio se l’uomo ubbidisce, come notammo, alle
leggi meccaniche e fisiolo¬ giche, e trova già in sè, come fatto animale,
l’emozione estetica, egli però se ne svincola e sovr’esse s’inalza per la
libera scelta tra le possibili forme affini, e per lo scopo estetico
anticipatamente voluto. Che se in alcune specie, come si dichiarò, appare un
barlume di edificazioni a scopo estetico, esse sono si scarse e si informi da
non potersi paragonare a quelle varie, innumerevoli e stupende del¬ l’uomo. Ma
non basta : nella umanità e nelle sue razze storiche più valènti, altre ed
esclusivamente affatto proprie dell’uomo sono le arti che provocano estetici
sentimenti: come la scoltura, la pittura, la musica strumentale, la poesia.
Vero è, e resta fermo che anche in queste stupende creazioni umane le leggi
meccaniche, fìsiche e fisio-psi- chiche rimangono, come l’emozione
corrispondente, quali fattori necessari in mille guise ; ma egli è certo
altresi che Digitized by L^ooQle - 38 - l’uomo in queste tanto s’inalza per
elezione di forme, di concetti, d’invenzione, che profondamente lo distinguono
da tutto ciò clic è proprio dell’attività artistica animale. Nessuno animale
scolpi, nessuno dipinse, nessuno usò strumenti musicali, nessuno compose poemi,
anzi articolò spontaneo una parola. Quindi al fatto nuovo che ci apparve nelle
arti edifìcatrici si aggiungano questi più meravigliosi che rifusi col primo,
ci rivelano il terzo fattore estetico, generatore esclusivo dell’arte umana,
che è, astraendo da tutto il processo tecnico necessario a ciascuno, la
elezione, e in gran parte invenzione delle forme. Con che noi ab¬ biamo
dichiarati quali siano e quanti i fattori naturali dell’estetica, considerata
scientificamente, e cioè la neces¬ sità obiettiva e fisiologica, l’emozione, e
la spontanea e ri¬ flessa invenzione. Dei quali fattori i due primi operano e
sono indipendenti affatto dalla elezione umana, e in gran parte si esercitano
nel regno animale, onde l’uomo è membro integrante ; il terzo è proprio di
questo, e costituisce veramente Y arte del bello, o l'estetica. Ma qual fu la
cagione che innalzò l’uomo dalle necessità dei due primi fattori al terzo, e
per qual virtù tanto si segnalò nel mondo delle arti ? — Po¬ tente dovea essere
una tale cagione e proporzionata al valore massimo dell’effetto ; e noi
veramente, benché di¬ chiarata l’indole e l’efficacia del terzo fattore, non si
com¬ prenderebbe razionalmente la genesi dell’estetica umana, se a quella
ragione non risalissimo. Ora per quanto noi possiamo per dir cosi ampliare,
distendere per infinitesi¬ male successione le abitudini e l’efficacia dei due
primi fattori proprj anche degli animali, con le più spiccate ec¬ cezioni
eziandio che vi si rinvengono, secondo la teorica evolutiva semplice in onore,
non ci verrà dato di tenerli e reputarli da tanto da compiere le opere stupende
delle arti umane, come mero prolungamento lineare di quelle animali. Poiché se
le arti animali edifìcatrici, e le emo¬ zioni ottiche ed acustiche hanno
realmente luogo e vanno e andarono perfezionandosi, rimasero però sempre
nell’am¬ bito proprio dell’attività e attitudine particolare della specie,
Digitized by LjOOQ le - 39 - nè s’innalzarono mai a deliberato proposito di
produrle e sempre ed in tutte a solo scopo della estetica emozione ; oltre di
che, e ciò è ancor più importante, non avvenne mai che animali anche superiori
e dotati d’organi interni ed esterni opportuni, imprendessero a scolpire,
dipingere, creare strumenti, poetare. Onde nel processo a perfezione di forme
nelle cose, che è la legge della universale evo¬ luzione, la quale può anche
parzialmente essere regressiva, non basta la omogenea distensione e
allungamento delle primitive facoltà, ma è necessario che si compiano (giunte
le cose a determinate condizioni esterno-interne), atti in¬ trinseci, che
importino poi l’ulteriore perfezionamento. E certamente secondo la nostra
dottrina, fu un atto intrinseco, e non una semplice combinazione, quello che
determinò la prima cellula organica vivente, evòlta dalle anteriori possibili
condizioni anorganiche (1); un atto quello che de¬ terminò la sensibilità
cosciente del primo animale ; un atto infine quello che determinò duplicando
l’animale, la co¬ scienza riflessa umana. Per quale legge universale si com¬
piano questi atti intrinseci, e che cosa siano cosmicamente in sé, non ci è
dato sapere per ora, come non ci è concesso conoscere le ragioni intime delle
cose; ma che egli sia e si compia parmi fatto innegabile. Dell’atto riflesso
noi abbiamo piena coscienza, in quanto che è fenomeno abituale del pen¬ siero
che si osserva, e ripensa le cose osservate, ripiegandosi sovra sè stesso.
Questo è almeno il modo come io intendo la dottrina della evoluzione, e come
sempre la consideri nelle mie opere. Cosi l’animale che ha senso implicito di
sè e delle cose, raggiunge l’umanità in noi, quando un tal senso riagisce in sè
stesso, si ripiega, s'inflette, e nasce quindi l’attenzione voluta, generatrice
di tutta la scienza (2). (1) Tanto è vero che la chimica sintetica rifa
artificialmente per combinazione alcuni prodotti organici, non però la cellula
vivente e ge¬ neratrice. (2) Gli atti intrinseci cosmici non discontinuano,
separandole, le cose : ma le distinguono per una attività intrinseca della
natura; fuoino ben¬ ché ragionevole non è separato dagli animali, ma si
distingue solo da essi per la virtù dell’ atto intrinseco della riflessione.
Tale è la mia dot¬ trina della evoluzione, come la determinai nelle mie opere.
Digitized by Google - 40 - In questo atto riflesso medesimo che profondamente
di¬ stingue l’uomo dai bruti, si radica l’efficacia maravigliosa del terzo
fattore, ossia la virtù inventrice. Ed infatti se per obbiettiva e fisiologica
necessità di forme nasce nel regno animale l’emozione piacevole che vi
corrisponde, l’uomo che può, appunto per questo atto riflesso, dirigere la sua
attenzione sopra ogni fatto o fenomeno interno ed esterno, e disporre a sua
voglia delle immagini che vive s’agitano nella sua mente e memoria, può anche
di queste imma¬ gini e forme che l'eccitano piacevolmente comporre fan¬ tasmi
diversi, scomporli, modificarli a suo talento e con l’esperienza lunga,
l’educazione correlativa del gusto, che tacitamente si fa anche per selezione,
eleggerli, perfezio¬ narli, ed estrinsecarli nel modo che eccitino meglio i
sen¬ timenti estetici corrispondenti. L’uomo anzi essendo signore delle sue
immagini, e creatore nella forma dei concetti, ciò che costituisce la fantasia,
moltiplica le cause di emo¬ zione all’infinito ; e sul mondo reale, donde anche
il suo estetico scaturisce, ne va costruendo uno ideale che lo emula, e vince
talvolta in splendore, in copia, in armonie, in diletti profondi. Nè per via
d’imitazione, resa possibile però dall’atto cogitativo, è soltanto artefice di
sculture, o pitture, o di suoni musicali, ma sì delle creazioni estetiche nelle
arti potenti della parola, effetto pure del suo interno reduplicamento. Per
l’indole quindi di questo terzo fattore estetico in relazione con la genesi
dell’animale semplice in uomo, per l'atto integrale che sè in sé rigirando ne
duplica la psichica attività, l’arte umana diviene, come mi espressi altrove,
l’arte dell’arte vale a dire che l’uomo può sui prodotti dell’arte animale in
genere, spontaneamente ed elettivamente operare, e sì fattamente da modificarne
profondamente la forma, l’ordine e lo scopo. E qui dovrò discorrere delle
attinenze dell’arte umana con tutte le altre nuove attitudini e sentimenti che
nell’uomo per la ragione stessa della sua genesi sorgono; e quale efficacia
etica e civile un tal sentimento del bello abbia per noi ; quale sia in una
parola la funzione sociale, dell’arte ed a quali no¬ bili aspirazioni eziandio
ella sia stimolo. Digitized by ogle 41 - Se ora vuoisi induttivamente
investigare quale sia l'ori¬ gine della emozione estetica umana in quanto essa
é sti¬ molo al progressivo perfezionamento delle arti, altro non può dirsi dopo
accurata analisi dei fatti, restando nel sem¬ plice ambito naturale, ch’essa
derivò anche da associazioni d’idee ed emozioni che si riferivano per riverbero
alle primitive costruzioni, e alle fisiologiche soddisfazioni ot¬ tiche ed
acustiche. Notammo già i fatti e le leggi perchè esse in generale producessero
un senso di soddisfacimento e fossero provocatrici alla loro volta di tipi
estetici. Ma questo non poteva bastare a determinare l’indole speciale di
quella emozione e ad avviarla e stimolarla a perfezio¬ nare quei tipi. Altre
cagioni vi si aggiunsero. Se col tempo si sentirono, o si vollero belli i rozzi
e primitivi abituri, templi, foro e sepolcri, e i varj prodotti delle arti
utilitarie a rinvenirne le cagioni, ci è d’uopo risalire ad età, ove esse erano
esteticamente indifferenti; e che vi sia stata realmente una tal epoca la
logica e l’etnografia generale lo testimoniano. Ora è natura propria dell’uomo,
e di molte specie animali, di sentire affètto non solo verso i figli, la
compagna, i soci, le bestie, ma si verso gli oggetti natu¬ rali qualunque sieno
; e noi tutti sentiamo quanto ci sieno cari talvolta i luoghi ove nascemmo, le
stanze ove abi¬ tammo, i mobili che adoprammo : e quanto vorremmo ab¬ bellirli
se ci fosse concesso. Un tale affetto s’ingenerò, e nelle genti storiche e
perfettibili in modo più intenso, egual¬ mente, tra gli uomini primitivi verso
la loro capanna e le loro scarse masserizie, armi, istrumenti, nei quali, oltre
alla emozione naturale di un bisogno soddisfatto, incomin¬ ciarono a sentirvi
un affetto grato ed indefinito che vi ri- berveravano le persone care
coabitanti, ed il lungo uso. E anche questo fu un primo passo a quella emozione
este¬ tica, che s'immedesimò poi con speciale senso in quelle forme
architettoniche, od oggetti, e ri usci stimolo a per¬ fezionarli. Ed altro
passo a integrare una tale emozione, e ad avanzare nel perfezionamento delle
arti fu questo: l’uomo tende per indole sua a carezzare, a compiacersi
nell’ornare ciò che ama, ed in prima certamente sé stesso, Digitized by AjOOQle
- 42 - come tutti sanno, e vedono copiosamente ogni giorno: e ciascuno fu poi
testimone d’altra parte di quali carezze, moine e ornamenti i fanciulli
circondano e rivestono i loro fantocci, e gli oggetti dei loro trastulli. Nò
alcuno ignora come ancor si persista, per vetustis¬ sima sopravivenza di usi,
ad adornare con cura di cose elettele di fiori i templi, le immagini i
sepolcri, le case, le vie nelle feste popolari ; e si regalino di pietre
preziose, di fiori e via dicendo persone care, o a cui si porti devo¬ zione.
Costumi tutti che la storia ci attesta primitivi, e in onore anche oggigiorno
tra le razze selvaggie. I popoli barbari dell’Europa durante il periodo della
renna intro¬ ducevano nelle loro caverne ogni sorta di cose brillanti o
singolari; e rinvengonsi di qelle età preistoriche altrove resti di veri
ornamenti. La genesi di questo istinto è da ricercare anche, secondo me, oltre
alla imitazione della natura e animale, nelle carezze e cure primitive che la
madre e il padre prodigano ai loro nati, come ha luogo eziandio tra gli
animali, tentando ogni via e modo di co¬ prirli, preservarli dal freddo, dal
caldo, dagli insetti e dai pericoli. Fra gli stessi Fuegiani, dai più barbari e
bestiali selvaggi esistenti, l'affetto e la tenerezza verso i figli ò mirabile.
Tali trepide premure, nelle razze in specie su¬ periori, furono poi la
sorgente, oltre alla utilità, degli or¬ namenti ai bambini ed ai figli; poiché
i genitori, mossi fisiologicamente, come si vide, dalla vivacità dei colori in
natura e negli animali, ond’ebbe origine il tatuaggio, li profusero intorno
anche ai figli, come fanno le Clamidene pei loro pergolati, e gli.uccelli mosca
ai loro nidi. Da tutto ciò quindi il naturale desio e bisogno di estendere alla
in¬ tera abitazione il costume dell’ornato che fu via al per¬ fezionamento
estetico delle arti edifìcatrici. Se queste di¬ verse sensazioni ed affetti, e
l’efficacia delle varie associa¬ zioni si fondano in una emozione rispetto alla
casa, si avrà assai luce per discoprire la genesi della operosa emo¬ zione del
bello per questo rispetto. Fra gli antichi arii, come in altre lingue, alcuni
nomi di casa, e di dimora indicano idee di desiderio e di riposo lieto, come
quelli Digitized by Google - 43 - del bambino di desiderio pure e di affetto di
gioja, di le¬ game. Oltre agli inni vedici, e la Bibbia e i ricordi egizj e
chinesi vetustissimi ove il sentimento verso la dimora e la famiglia è cosi
vivamente dipinto, si ricordino della Iliade (per scorgere quanto il sentimento
intimo della fa¬ miglia e della casa fosse profondo ed efficace), i lamenti di
Ecuba alla partenza di Ettore, e il magnifico addio di Ettore stesso ad
Andromaca e al figlio : e dell’Odissea le querimonie della nutrice di Telemaco
quando si disponeva al viaggio ; ed il riconoscimento infine di Ulisse da Pe¬
nelope per la rivelata e segreta costruzione del loro talamo; finissimo
accorgimento del poeta, che è anche prezioso documento dell’intima religione
dirò cosi della famiglia ; e la purificazione della casa ordinata da Ulisse
dopo la strage dei Proci. Parmi che da quello che ho di volo ac¬ cennato possa
scorgersi quanto tali emozioni correlative domestiche, e gl’istinti proprj e
d’imitazione primitiva gio¬ vassero a stimolare il perfezionamento estetico
delle forme architettoniche e degli oggetti d’uso, specialmente nelle dimore
dei capi, o palagi. Ciò che si disse di questi ripe¬ tasi pel tempio, ove
l’emozione superstiziosa e un simbo¬ lismo rozzo, e primitivo irradiavano le
sue forme; pei se¬ polcri ove la trepida e passionata memoria degli estinti
cari, o venerati si rifletteva : per i luoghi pubblici e delle adunanze, in cui
s’immedesimavano le associazioni vive di lotte, di trionfi e via discorrendo. E
non v’ha dubbio in principio mentre un tal sentimento estetico andava gene¬
randosi ed educandosi tutte le emozioni diverse erano tra loro rinfuse e
confuse : ma in seguito per la legge di spe¬ cificazione che vale per tutti i
fenomeni della natura, e del perfezionamento delle opere d’arte stimolato da
questo complesso di emozioni e associazioni, andò meglio distin¬ guendosi: e non
più notando i vari rivoli onde emanò e si compose, se ne senti soltanto
l’effetto ultimo e si ebbe lo speciale sentimento del bello relativamente alle
opere dell’umano lavoro. E nel bello stesso della natura oltre alle cause
fisiche e fisiologiche che dichiarammo, s’immi¬ schiano molte associazioni
collaterali morali che lo rafforzano e determinano efficacemente, poiché senza
che noi lo avvertiamo fra le naturali scene che otticamente ed acusticamente ci
commovono, danzano, a cosi dire, e si annidano antiche emozioni mitiche e
religiose, e rimem¬ branze liete o tristi di ciascuno. Umili esordj invero a
so¬ lenni e maravigliosi resultamenti ! Tenui e incerti albori al più splendido
meriggio a cui giunse poi l’umanità nel divino mondo delle arti! Albori incerti
ed umili però eziandio per la scienza, che è la nostra gloria più eccelsa. Se
la natura provvida predispose, l’uomo in tutto dovette a stento, a fatica, con
infiniti accorgimenti, e stimolato da molte¬ plici cause, umili anch’esse
sovente e lontane salire a quell’altezza intellettuale, che sarà più luminosa e
più bella, quando avrà raggiunto eziandio universalmente una adeguata e
costante moralità della vita, a cui rincalzano i suoi nobilissimi fati. INTORNO
ALLA CAUSA DEL CALORE INTERCROSTALE TERRESTRE {Vedi PREFAZIONE) (Dalla Rivista
di Filosofia Scientifica, 1882). Mi sorsero sovente dubbi intorno alle cause
delle oscil¬ lazioni della superfìcie terrestre, esposte dai maestri in
geologia. Studiai quindi da me, e di nuovo la questione, e mi applicai con
ardore a rintracciare le cagioni della ge¬ nesi e regenesi del calore
terrestre. Sono già molti anni, che m’indussi a credere ciò che andrò qui
accennando, e ne parlai per la prima volta con dotti amici nella estate del
1875, e ne tracciai un disegno ne\Y Esploratore di Mi¬ lano del 1878. Per
quanto mi appagassero le teoriche degli insigni Keferstein, Scrope,
Sterry-Hant, Lyell, Hcrschell, Darwin, Dana, Le Conte, Thomson, Hopkins,
Stoppani, Liais, Geike, Savi, ecc., dedotte o da quella generale del La Place,
o modificate in Savi e Stoppani, che spiegano con altri l’insistenza del calore
interpostale tellurico per fenomeni fisico-chimici, pure mi rimanevano, di
fronte a moltissimi fatti, incertezze che non poteva dissolvere. Or di nuovo e
modestamente piacerai riaccennare alla mia ipotesi (1). (1) Dopo che io aveva
già fatto cenno della mia ipotesi nel giornale L’Esploratore , l’illustre Prof.
Stoppani mi scrive che egli aveva in quel- Digitized by Google Lasciamo per ora
impregiudicata l'ipotesi anteriore, e scientificamente poi ordinata dal La
Place, del calore ini¬ ziale e del raffreddamento continuo dei corpi celesti
dalla superfìcie loro al centro: prendiamo la terra nello stato, come ci appare
nelle sue formazioni e rimescolamenti più antichi, dai terreni azoici ai
protozoici: riguardiamo alle condizioni di quelli che si dissero « huroniani »
e « Iau- renziani », che fin qui si ritengono quali prime assise dopo il
raffreddamento della pellicola terrestre. Or bene, qual è il confine esatto tra
i terreni azoici e protozoici, o me¬ glio tra la crosta prima raffreddata, e il
rimescolamento dei medesimi prodotto da oscillazioni e movimenti di roccie e di
acque? Tutti sanno che è impossibile determinarlo, come è impossibile
determinare lo strato ove da prima apparve la vita. Infatti in quei
vetustissimi e primi terreni troviamo non solo stratificazioni regolari,
conglomerati e schisti, che indicano certamente vaste accumulazioni di
sedimenti, deposfti di fanghi ed erosioni di roccie non del tutto marine, e
quindi già lotta tra continenti e mari; ma come bene avverte il Dana, anche
segni già della vita. Cosi egli nota resistenza in quei terreni di masse
calcaree, che si credono di genesi organica, lasciando anche da banda l’incerto
Eozoon. Quei terreni in complesso, secondo il Carpenter, raggiungono lo
spessore di 15,000 metri. Quanti sono i milioni di secoli che rappresentano? E
non siamo ancora ai principii dell’epoca paleozoica! Eppure la terra dopo la
loro formazione ebbe tanto calore inter- crostale da produrre i rivolgimenti di
tutte le epoche geo¬ logiche sino ai nostri giorni. Tutti questi fatti ed altri
molti riguardanti i terreni detti l’armo stesso, in una conferenza tenuta a
Firenze, accennato per suo conto a questa medesima ipotesi. Siccome le nostre
ricerche furono indipendenti, nè io seppi di lui, nè egli di me, c del resto io
aveva già più anni in¬ nanzi manifestato questa nuova teorica a molti miei
amici, cosi non posso che rallegrarmi di questo incontro fortuito, traendo
ragione a credere più fondata la mia idea, ora clic balenò anche ad uomo sì
valente, come il Prof. Stoppani. - «
azoici » e « primitivi » indicano già che fino da quel¬ l’epoca lontanissima
avvenivano fenomeni alla superfìcie analoghi a quelli posteriori; cioè
oscillazioni nella crosta terrestre, erosioni di continenti divisi da mari,
stratifica¬ zioni e metamorfosi delle medesime. Poiché l’indole delle roccie
non è motivo, come avvertirono molti, e come è pro¬ vato modernamente dalla
geologia sperimentale, in ispecie per i classici lavori del Bunsen e
dell’illustre Daubrée, da escludere la loro genesi sedimentaria. Nelle Alpi
sono schisti cristallini contenenti fossili dell’epoca del lias , e si vide e
si vede un calcare trasformarsi in saccaroide, un grès in quarzite, uno schisto
argilloso in micacisto, in talcocisto e via discorrendo. Quindi sedimenti,
conglome¬ rati, schisti, traccie di vita organica indicano sin da prin¬ cipio
condizioni analoghe alle attuali, che costringono anche ad ammettere analoghe
condizioni atmosferiche, me¬ teorologiche, di luce e di calore. Non si può
determinare per ciò, ponderata anche la bella teoria dell’Hutton, am¬ pliata e
corretta dallo Stoppani, del ricircolarnento delle roccie, l’epoca vera del
principio delle sedimentazioni, poiché il metamorfismo pel calore può
distruggere ogni orma anteriore litologica e organica; e quindi del primo
apparire dei continenti; perchè, come ognun vede, siamo in un circolo donde è
difficile districarsi. Ma fermiamoci a quel primo stadio; supponiamo pure che
altre metamorfosi o rigenerazioni di roccie non sieno accadute, e riteniamo per
ipotesi i terreni azoici i primi che si movessero ed oscillassero, come nei
tempi poste¬ riori. La cagione di queste oscillazioni, movimenti, e con
formazioni superficiali, quasi tutti l’attribuiscono al calore iniziale e
centrale, il quale però sino da quell’epoca favo¬ losa andò e va scemando. Ma è
poi vero che questo calore superficiale e centrale sia diminuito, e vada
diminuendo sin da quelle età spavento¬ samente lontane? Una delle più grandi
sue manifestazioni alla superficie sono i vulcani nelle varie e complessive
loro forme, e gli spostamenti ascendenti e discendenti dei continenti. Queste
manifestazioni nella immensa serie dei tempi, dall'epoca azoica alla nostra,
andarono veramente scemando? Ma vulcani, oscillazioni di superfìcie, com¬ parsa
e scomparsa di continenti si alternarono sempre, e noi dai terreni azoici agli
ultimi terziarii ed attuali ab¬ biamo una manifestazione non interrotta dei
medesimi. Non occorre recare fatti e prove: tutti i geologi ed anche i di¬
lettanti conoscono il perpetuo succedersi di mari e di terre, di vulcani aerei
e subacquei: lave nelle epoche azoica, paleozoica, mesozoica, cenozoica, e
neozoica: chè anzi nei tempi terziarii crebbe, si può dire, l'attività
vulcanica di fronte ai cretacei, ed i continenti s’innalzarono in epoca
relativamente recente a prodigiosa altezza. E tutti questi fenomeni endogeni e
di vulcanismo sono forse cessati nel¬ l’epoca nostra attuale, o almeno sono in
proporzione mi¬ nima di fronte a quella delle epoche più antiche, da cor¬
roborare la teorica del raffreddamento continuo? Chi conosce la statistica dei
fenomeni endogeni mo¬ derni, e le condizioni del vulcanismo, dirò così,
vivente; chi abbia letto soltanto il libro del Fuchs, riderà a questa
supposizione. Si può dire, senza tema di errare, che in tali fenomeni, sia pel
numero dei vulcani in attività sotto tutte le forme, sia per le oscillazioni di
aree immense di terre, l’operosità non è affatto diminuita, nè tende a
diminuire. Perciò, mi sembra, se non erro, che il concetto del con¬ tinuo
raffreddamento, secondo la vigente ipotesi conside¬ rata in modo assoluto, sia
veramente contraria ai fatti e a tutta l’evoluzione geologica del nostro
pianeta. Che se quella teorica fosse vera, a quest’ora, dopo milioni e mi¬
lioni di secoli l’attività intercrostale terrestre dovrebbe es¬ sere se non
cessata, almeno diminuita al punto da non dare quasi sentore di sé. Ciò per
tanto è contrario alla realtà; ed i fatti lo negano per le centinaia e
centinaia di bocche vulcaniche attuali, di sorgenti termali, di soffioni ; pei
movimenti lenti continentali, per tutti i vasti terremoti che scuotono e fanno
sobbalzare la terra. Un fatto d’altronde che pare siasi ripetuto in varie
epoche, cioè i periodi glaciali, mal si confà con la gra¬ duale estinzione del
calore degli strati superficiali terrestri non interrotta : poiché se le flore
e le faune additano rinnovazione termica superiore nel suolo, non basta, parmi
a spiegarla la più intensa forza del sole. Del resto è noto che la temperie e
l’azione, dirò cosi, fisiologica dei climi è determinata da una grande
molteplicità di cause, e non dalla sola latitudine. Direzione di venti, di
correnti ma¬ rine, quantità di umidità, e configurazione di superfìcie, e
riporto e rapporto tra terre ed acque; queste cause certa¬ mente in gran parte
contribuirono nelle epoche geolo¬ giche, di cui la genesi ci è nota,‘ai
cambiamenti di climi, e spostamenti delle forme e produzione della vita. Mi
sembra, se non m’inganno, che il calore del sole, in quanto ad effetti fisici,
sia una resultante tra il suo potere diretto, e le superfìcie planetarie e dei
corpi; poiché ascendendo diminuisce , e in modo non proporzionale alla
intensità di contatto con i corpi, e alla minima negli spazi sempre più alti e
poco densi di materia. Fenomeno questo che è d’uopo studiare a nuovo, e fecondo
d’inaspettate leggi. Una tale teorica, cioè del calore disceso pel raffredda¬
mento concentricamente e causa delle oscillazioni del globo, riposa sulla
progressione del calore, partendo dalla superficie e da quello che si chiama
strato a temperatura costante , che sarebbe di 1° G. ogni 30 o 32 metri di pro¬
fondità. Il quale fatto é vero; ma vediamo se risponde propriamente alla
teorica, e provi ciò che gli si vuole fare testimoniare. C’è una media dello
strato a temperatura costante, con¬ siderando sull’intero pianeta le cause
esterne di perturba¬ zione che possono modificarlo; il principio si é che la
media è tanto più profonda, quanto più bassa è la tempe¬ ratura del luogo.
All’equatore e ai tropici detto strato è di circa 9 pollici e cresce mano mano:
a 45° lat. è già a 60 piedi, e cosi via via sino ai poli. In Siberia in alcune
lo¬ calità bisognerebbe scendere sino a 600 piedi circa. Sta¬ bilite queste
minime e massime cifre della media co¬ stante, vediamo i fatti in relazione
alla progressione del calore del fuoco centrale, quale causa delle oscillazioni
e del vulcanismo terrestre. Egli è incontestabilmente vero che incominciando a
sca¬ vare, cosi sulle vette delle più alte montagne, come alla sponda del mare,
tenuto conto delle medie già stabilite, la progressione è la stessa; or
certamente alla sponda dei mari la superfìcie è più prossima al nucleo
incandescente ancora, che non alle sommità di 4, 5, 6 e 7 chilometri ove si
trovano cime di montagne, o altipiani. Quindi il calore dovrebbe essere più
pronto, e prima raggiungersi alle rive dei mari che a quelle altezze; poiché 4,
o 5 mila metri soltanto formano già una discreta disuguaglianza di pro¬ fondità
per rispetto a quel nucleo medesimo ed agli effetti termici che ne derivano. Il
che non succede; la progres¬ sione è la stessa, e con la stessa legge di
aumento; e la proporzione delle medie dello strato a temperatura co¬ stante non
risponde a quella enorme dello spessore frap¬ posto al nucleo dalle rive al
livello del mare, o degli al¬ tipiani. Quindi debbe esservi qualche causa che
spieghi l’analogia, tenuto conto delle medie di temperatura co¬ stante, della
progressione del calore tra questi due punti distanti disegualmente dal fuoco
centrale. Inoltre, se noi potessimo intraprendere sperimenti ai fondi più bassi
del mare e degli oceani, e quindi incominciare la discesa nel suolo da quasi 15
chilometri e più di differenza per ri¬ spetto alle più alte catene dei
continenti, che da quel fondo s’innalzano, certamente la progressione
riuscirebbe la me¬ desima; ce lo dice la temperatura delle acque a quelle
profondità, e la vita che sotto alcune forme vi si man¬ tiene; quindi uno
spessore di 15 chilometri circa non im¬ porterebbe, secondo quella teorica,
nessuna modificazione alla legge di progressione calorica prodotta dal fuoco
cen¬ trale. Tale supposizione è impossibile a farsi, come tutti intendono
chiaramente: strati che sono più prossimi di 15 mila metri al nucleo di altri
sovrapposti, non potreb¬ bero assolutamente mantenere una eguale proporzione di
aumento di calore, se questo provenisse soltanto dal fuoco centrale. Ed anche
in questa enorme differenza di livello siTdscontra quanto il valore delle medie
sia cosa imper¬ cettibile e da non calcolarsi. : P Mi sembra che tali fatti
annientino, o invalidino almeno la cagione data sin qui della progressione del
calore, par¬ tendo su tutta la terra dallo strato di temperatura co¬ stante. Ma
siccome il calore va realmente progredendo dalla superficie verso il centro, e
poiché una tale progres¬ sione, parmi, non si possa attribuire solo al fuoco
cen¬ trale, resta che siavi altra eagione dello sviluppo di un tale calore e
della sua costanza lungo le epoche geolo¬ giche. E molti infatti stranieri ed
italiani la esibirono, e fra i nostri modernamente il Savi e lo Stoppani, che
ora come si disse modificò, come io seppi, in genere le sue idee. Tutti e due
presso a poco l’attribuirono alle azioni chimiche, alle ossidazioni, coadiuvate
dal circolamento delle acque sotterranee, ed ai movimenti meccanici. Ma mentre
io penso con essi che tali cause non solo esistano realmente, e siano continue
generatrici di calore, dubito che possano sole spiegare la costante
rinnovazione di ca¬ lore; e come, al solito, in tanto sterminata sequela di se¬
coli non siensi esaurite per mancanza di nuovo fomite, e direi combustibile; o
almeno non accennino mai a dimi¬ nuzione nella guisa che dovrebbe accadere
anche in questa più probabile ipotesi. Per quanto tal causa sia vera in parte e
giusta, non la credo sola; e per me la reputo piut¬ tosto un effetto costante
della vera causa generatrice del calore intercrostale terrestre. Ecco adunque
quale a me parrebbe, modestamente esposta, la vera causa del per¬ petuo
rinnovarsi del calore tellurico, e quindi dei fenomeni endogeni nelle epoche
passate e nella presente, incomin¬ ciando ove già appariscono visibilmente
segni di continenti e mari; oltre il qual segno non vanno che le ipotesi, sin
qui. È legge assoluta nella natura, osservata, sperimentata, provata in mille
guise, che la contrazione o condensazione dei corpi sviluppa calore; legge e
fatto, che la moderna teorica meccanica del calore e la trasformazione delle
forze spiegano mirabilmente e corroborano. Quindi nessun dubbio che i corpi
condensandosi non sviluppino calore: su ques^jr^^y^ fatto è fondato anzi
l’intero sistema della genesi ^i/ planetaria moderna. Ora chi dice condensazion
«J* - yGoogk - 52 - anche compressione ; ed in fatti i corpi compressi svol¬
gono calore ; su questo fatto tutti i popoli primitivi inven¬ tarono strumenti
atti a produrre luce e calore. Si pensi ora che cosa debba succedere quando
strati e strati sulla superficie della terra si sovrappongono: l’effetto sarà
una pressione enorme. S’immaginino non solo colline, ma ca¬ tene di montagne e
sommi e vasti altipiani, e lo spessore tra il fondo degli oceani e le sublimi
cime d’Asia, d’Africa e d’America; e subito correrà al pensiero l’immenso svi¬
luppo di calore dovuto a questa enorme compressione ; calore da liquefare la roccia
più refrattaria II Daubrée espose magnifiche esperienze di sfregamenti e
pressioni artificiali in argille ed altri corpi: onde ottenne fenomeni di meta¬
morfismo e anche schisti dovuti al calore svolto dalla pressione. Nelle grandi
masse, osserva il Daubrée, e ove il metamorfismo si è in proporzioni enormi
sviluppato, e lontano da ogni roccia eruttiva, come ne abbiamo grandi esempi
nelle Alpi, il calore che ha provocate tali trasfor¬ mazioni, e le evoluzioni
di nuove specie mineralogiche, può essere stato svolto dalle azioni meccaniche
che subi¬ scono le roccie. Una delle più valide azioni è certamente la
compressione possibile in tutti i sensi, e tali conclu¬ sioni dell’illustre
uomo corroborano la mia opinione. Del resto lo sfregamento e l’attrito sono
modi di compressione, come tutti sanno. Il sollevamento dei terreni è
indipendente dalle eruzioni, e necessariamente le precede. Le lave escono poi
dalle fessure e si espandono alla superfìcie aerea o subacquea; e cosi avvenne
in tutti i tempi, e in ciò con¬ sentono i vulcani attuali, come le più antiche
masse gra¬ nitiche. Oramai è provato per i lavori dello stesso Studer, e
implicitamente di Scrope, di Stoppani, di Scorby, di Scheerer ed altri, che i
graniti, sieniti, gneis, porfidi, ser¬ pentini, basalti, trachiti, ecc., sono
lave e prodotti vulcanici. Quindi, se alcune di tali roccie fossero le assise
prime del consolidamento terrestre, come potrebbero essere lave, che
presuppongono acque e altre roccie anteriori? Quindi non potendo dubitare degli
effetti calorifici della compressione, testimoniati da mille e mille esperienze
e Digitized by AjOOQle - 53 - nozioni anche volgari, forza è convenire che essa
è la causa, nelle vaste accumulazioni di strati terrestri, d’uno sviluppo
enorme di calore, aumentante con l’aumentare dello spessore. Si aggiunga poi
che tale calore, trovandosi imprigionato entro e sotto gli strati, nè potendo
espandersi direttamente negli spazi liberi interplanetari, deve assu¬ mere una
tal forza di espansione da creare, per le vie di minima resistenza, sbocchi
vulcanici, o scotimenti di grandi aree, o innalzamenti e avvallamenti di
continenti, secondo che è spinto e compresso in aree chiuse e deter¬ minate,
oppure sfogantesi in altre aperte e conduttibili. Il Becquerel fece esperienze appunto
sulla varia conduttibilità degli strati per trovare la media annua di
temperatura. Quindi la progressione di calore, partendo da una media
relativamente costante di 1° G. ad ogni 32 metri circa di profondità, misura, a
parer nostro, se non erriamo, non la vicinanza graduale del nucleo, ma la forza
di compres¬ sione, commutata in calore . Ed infatti questo aumento di calore
per la compressione parmi avvenga anche nei ghiacciai, secondo la profondità e
spessore del ghiaccio stesso, come indirettamente altri avvertirono; ed il
disgelo quindi che forma il torrente tor¬ bido lungo l’asse mediano e in fondo
del ghiacciaio sa¬ rebbe dovuto non tutto al calore superiore, ma alia pres¬
sione di strati talvolta di 400 e più metri di altezza. Ad Joukutsk in Siberia,
per esempio, si scavò un pozzo di 382 piedi inglesi; e si dovette rompere nel
terreno assiderato uno strato di ghiaccio sotterraneo dell’altezza di 358
piedi. Or bene, questo strato di terreno ghiacciato offri un pro¬ gresso di
temperatura dall’alto al basso, ■ eguale ad ogni altro terreno. Eccone la
scala, in gradi centigradi sotto zero : PROFONDITÀ. TEMPERATURA 50 piedi
inglesi.— 6°, 61' 100 „ - 50 , 22 ' 150 „ — 40 , 64' 200 „ — 3°, 88' 250 jy -
3°, 34' 382 „ - 2°, 40' Digitized by Google - 54 - Donde chiaro si manifesta
che la progressione era do¬ vuta alla crescente compressione, non al calore
centrale. Accennerò anche ad altro fatto importante e generale, cioè alla
temperatura del fondo degli oceani, or resa più esatta dalle informazioni del giro
di esplorazione del Challenger (Wiville Thomson: The Atlantic, or thè generai
Results of thè Vogage of H. M. S. Challenger; Londra, 1877). Sap¬ piamo che a
non molti metri di profondità relativa, luce e calore non penetrano nelle
acque; e quindi, come spie¬ gasi la temperatura relativamente si mite del fondo
di 5, 7 e più mila metri di acque? ed in modo che vi è anche possibile la vita?
Altri l’attribui alle correnti calde che ri¬ circolano per ogni dove dall’alto
al basso, e orizzontal¬ mente nel seno dei mari; ma io credo altresì, che una
tale temperatura mite del fondo degli oceani provenga in gran parte dalla
azione dell’immensa compressione, la quale per necessità fìsica e meccanica
deve sviluppare un enorme calore, che sarebbe più sensibile, se non fosse la
grandis¬ sima potenza di assorbimento e l’immenso e facile rime- scolamento
delle acque stesse; compressione, che col ca¬ lore produce forse luce , come
altri notò, poiché a profondità ove le tenebre devono essere densissime,
rinvengonsi ani¬ mali ad occhi sviluppatissimi. E chi sa che per avventura, se
questa opinione non è troppo audace le grandi correnti oceaniche non siano
disgiunte, oltre le altre cause supe¬ riori, da questo sviluppo di calore
dovuto alle grandi com¬ pressioni ? A questa pressione con sviluppo di calore
delle acque oceaniche, fa riscontro il maggiore calore svolto dalla
compressione atmosferica, se notinsi varie altezze. È un fatto volgare che
l’aria è tanto più calda quanto più bassa, e che ascendendo si raffredda. Il
Tyndall esperimental- mente provò che l’aria dilatandosi si raffredda. Ed un
tale aumento di temperatura nell'aria più bassa tanto più è evi¬ dente doversi
alla compressione, in quanto il calorico cen¬ trale non ha nulla a che fare;
come pure è indipendente dal calore diretto superiore del sole; poiché
ascendendo dovrebbe in questo caso divenire più calda, ed invece raf¬ fredda. Se
vero è quello che io esposi molti anni sono, ed ora di nuovo ripeto, convinto,
ma senza alcuna pretensione o baldanza, allora non sarebbe difficile spiegarci
il costante rinnovamento del calore lungo le epoche geologiche, ed il continuo
alternare della superfìcie in mari e terre, ed il perenne concitamento
vulcanico; che anzi questo rinnova¬ mento non cessando mai, poiché
l’innalzamento stesso dei continenti provocherebbe a sua volta maggiore
sviluppo di calore, e quindi perenne oscillazione della crosta dall’alto al
basso e viceversa, avremmo raggiunto una cagione di perpetua cita della terra,
almeno in circostanze normali ; scuotendo così un pochino alcune teoriche
moderne che profetizzano all’universo una morte glaciale, od una equa¬ zione
mortale di azioni molecolari ed atomiche. Ciò che corrobora, se il giudizio non
mi fa difetto, il mio concetto, si è la disposizione delle linee dei vulcani
attivi e spenti, che dietro gli studi di molti dotti più re¬ centi si può cosi
definire: In generale i vulcani aerei e subacquei, antichi e moderni, sono
ordinati in un sistema lineare che disegna il perimetro dei continenti. Ed a
questa regolare disposizione dei vulcani in genere si ag¬ giunga che
nell’interno dei continenti una grande depres¬ sione è concomitante con una
linea secondaria vulcanica, e che le zone vulcaniche sono parallele alle
massime ele¬ vazioni. Ora è chiaro che le grandi masse dei continenti per la
loro pressione devono generare un immenso ca¬ lore che liquefò le roccie,
promove col ricircolamento delle acque azioni chimiche, tende ad espandersi e
rompere i freni che lo costringono; e le lave ed altri effetti prodotti da
questo enorme calore, eromperanno presso a poco quindi ai piedi delle grandi
masse, alle valli, alle depres¬ sioni; poiché sono esse le vie di minima
resistenza . Così accade e accadrebbe esperimentalmente, se sovra un li¬ quido
viscoso poniamo un corpo di grande spessore, che faccia continuazione con altro
di minimo, e poi fortemente comprimiamo con questo ineguale apparato la superfìcie
liquida; questa, se costretta anche dai fianchi, romperà la diseguale corteccia
sovrapposta ove è più sottile, e veramente presso al perimetro del corpo piu
resistente; che se in alcuni casi vedonsi vulcani nell’interno dei continenti,
o lungo le catene delle alte montagne, un tale fenomeno si deve ascrivere o ad
una linea di antiche fessure in cor¬ rispondenza di vecchi e scomparsi
continenti, come notò anche il Fuchs; o al solito ad una uscita lungo una via
di minima resistenza, sia per fessure casuali, o per roccie piu facilmente
erosibili. E neanche sia obbiezione che i corpi devono cangiare stato per
sprigionare calore, poiché gli esempi abbondano in contrario. Piacemi di
riportare un brano di discorso che l’illustre Wyville Thomson, della spedizione
del Challenger , tenne a Dublino, ove è riportato un fatto da lui osservato in¬
torno alle banquises antartiche di ghiaccio, che sembra bene spiegarsi con la
mia teorica. « Si domanderà forse (egli dice) donde proviene l’al¬ tezza
uniforme delle banquises antartiche, o in altri ter¬ mini, perchè lo spessore
del bordo della calotta libera di ghiaccio non è mai più di quattrocento metri.
Dissi già che lo spessore degli strati di ghiaccio di cui si compone una
banquise , va diminuendo giù giù dalla sommità. La regolarità di questa
diminuzione prova in un modo quasi indubitabile che tutti gli strati osservati
si trovano nelle medesime condizioni, e che per conseguenza la diminu¬ zione di
spessore è dovuta ad una pressione susseguente o a tutta altra azione
esercitata sopra una serie di strati, che al momento in cui si depongono
avevano quasi lo stesso spessore. Circa 20 o 25 metri dall’alto di una ban¬
quise, gli strati di ghiaccio, che hanno una trentina di cen¬ timetri di
spessore, benché la loro bianchezza indichi che essi contengono una quantità
d’aria considerevole...., sono durissimi, e la loro densità non è inferiore a quella
degli strati di 7 centimetri solamente, che si trovano più pros¬ simi alla
superficie del mare. Evidentemente gli strati su¬ periori sono stati formati
dalla neve che è caduta dopo che la banquise si è distaccata dal banco di
ghiaccio primi¬ tivo. Ora mi sembra che la diminuzione di spessore non possa
essere dovuta alla compressione sola, ma che una porzione della sostanza degli
strati inferiori è stata tolta via. « Non è facile vedere come la temperatura
della crosta terrestre, sotto una calotta di ghiaccio di grande spessore od
estensione e per così dire permanente, si abbasserebbe al di sotto di zero; è
ben constatato che in tutte le sta¬ gioni dell’anno, veri fiumi di acqua
fangosa escono di sotto ai grandi ghiacciai che terminano la calotta di
ghiaccio della Groenlandia, e si gettano nell’Oceano glaciale. Il ghiaccio è
cattivissimo conduttore del calore, in modo che il freddo dell’inverno non può
penetrarvi a una grande profondità. La temperatura normale della superfìcie
della crosta terrestre, in tutti i punti ove non subisce l’influenza dei
cangiamenti ciclici, è certamente al di sopra di zero, di modo che la
temperatura della base della calotta di ghiaccio non deve certamente tendere ad
abbassarsi al di sotto di quella del corso di acqua che vi passa. La pres¬
sione sugli strati inferiori di ghiaccio deve essere enorme, poiché Vinsieme al
di sopra raggiunge i 400 metri di spessore; quasi 40 chilogrammi per centimetro
quadrato. Sembra dunque probabile che la compressione alla quale la massa di
ghiaccio è sottoposta determini una azione costante di disgelo, durante la
quale una certai quantità d’acqua cola da uno strato all’altro, finché giunga
alla base di ghiaccio, e finisca per aprirsi un passaggio fra quella e il
suolo. Io credo che questa azione, o qualche altra analoga , è ciò che
impedisce l' accumulazione inde¬ finita del ghiaccio sul continente antartico,
di modo che 10 strato di ghiaccio conserva una certa uniformità: o, in altri
termini, io penso che alla temperatura nella quale esso si trova in contatto
con la superficie della crosta ter¬ restre nelle regioni antartiche non può
sopportare senza fondersi i pesi di una colonna di ghiaccio di più di 400
metri. 11 prof. Tait mi ha fatto osservare che lo spessore dello strato di
ghiaccio dipende probabilmente dalla sua super¬ ficie; come la quantità che è
fusa per la compressione , e per l’azione del calore interiore del globo, deve
dipendere dalla facilità con la quale l’acqua jpuò uscire. In ogni modo è
questo un problema molto complesso, e noi non abbiamo forse i dati necessari a
risolverlo. » Dopo letta questa relazione e i commenti che sul fatto conseguono
dell'illustre W. Thomson, la soluzione, mi sembra, si affaccia ovvia e
spontanea. L’accumulazione del ghiaccio non oltrepassa i 400 metri, perché la
compres¬ sione enorme esercitata da questa massa produce, pel ca¬ lorico
conseguente, il disgelo degli strati inferiori. La ve¬ rità era balenata anche
allo stesso chiaro fìsico, accennando ira le cause del disgelo alla base la
compressione mede¬ sima. Quindi io credo che anche da questo lato prorompa una
novella prova della probabilità della mia teorica. Del resto si paragonino i
fenomeni di disgelo inferiore delle banqnises , con quelli che si manifestano
al fondo dei grandi ghiacciai alpini, e la prova riuscirà anche più evidente.
Un tale nuovo e modesto concetto, si brevemente accen nato, intorno alla
formazione e reformazione del calorico intercrostale terrestre non mi sembra
sia affatto da di¬ sprezzarsi. Certamente abbisognano altri studi, ed avrei
altri fatti da aggiungere. Già molti dal poco che ho detto possono prevedere le
conseguenze forse grandi, che ne de¬ riverebbero per la costituzione, genesi e
avvenire del si¬ stema stellare e solare: la compressione essendo effetto delia
gravitazione, e quindi fenomeno di attrazione , si aprono più vasti orizzonti
intorno alla manifestazione di luce e calorico, dovuti nell’ampio moto
dell’Universo, a questa sua massima forza. Cosi presso a poco accennava
pubblicamente, e per ri¬ cerche personali e originali sin dal 1878, sebbene sin
dal 1875 ne avessi tenuto parola con dotti amici miei: ed ora dopo vari anni la
mia convinzione, sebbene modesta e pe¬ ritosa, non si muta. Alcuni valenti
fisici dichiararono non potersi forse aver prove dirette e teoriche nello stato
pre¬ sente della meccanica di questa ipotesi, ma neppure prove contrarie.
Quindi io attendo modestamente dal tempo, se non mi sono ingannato, la conferma
della mia ipotesi. IL PERIODO PRELITICO UMANO (Dalla Rivista di Filosofia
Scientifica, 1886). Non è difficile comprendere l'oggetto di questo studio nel
suo titolo, in quanto oramai divenne popolare il si¬ gnificato delle paróle
archeolitico, e neolitico nella prei¬ storia, o paleo-etnologia. La ricerca
quindi verte intorno alle condizioni psico-fisiologiche dell'uomo innanzi
all’e¬ poca archeolitica; quando cioè l’uomo era pervenuto alla primitiva
industria degli strumenti in pietra rozzamente tagliata, all’uso del fuoco, ed
a quello stato di aggregazione sociale corrispondente a quelle industrie, ed
alle nozioni intellettuali che ne potevano risultare. Questa ricerca potrà
sembrare per avventura, comecché sempre implicitamente presupposta, folle, o
senza speranza di trarne costrutto alcuno, e quasi una fantastica utopia. Ma
quando voglia riflettersi che tale riusci da prima, o potè sembrare, il
tentativo, o l’annunzio di una Preistoria, fatto, sebbene misto ad errori, dal
Boucher de Perthes; mentre per gli studi posteriori con metodi più sicuri e per
le scoperte successive in tutto il mondo, divenne una nuova e mara- vigliosa
scienza positiva, che rivelò una storia fossile ignota; allora non parrà strano
anche questo ulteriore mio proposito, e mi lusingo che non invano avrò ricercato
con lunga costanza quale dovesse essere l’uomo in quel periodo che corse quasi
dalla sua comparsa sino all’alba dell’età archeolitica. Né con altra parola
potrei indicarlo che con questa di prelitico, ad esprimerne il reale e piu
generale carattere, in quanto significando il non uso ancora della pietra fog¬
giata a rozzi strumenti, limpidamente addita le condizioni quasi affatto
animalesche dei nostri progenitori, e perchè seconda alla nomenclatura delle
epoche paleoetnologiche già in corso. Che l’epoca più antica archeolitica, ove
sin qui giunse la ricerca antropologica con certezza, sia stata universale, è
si chiaro e noto, che vano riuscirebbe trattenersi a di¬ mostrarlo : imperocché
essa, non solo per tutta l’Europa barbara o anticamente civile si rivela, ma si
in Asia, Africa, America, dappertutto, o prima dei vetusti imperi, o nelle
condizioni presenti di que’ sciami selvaggi, che, alquanto perfezionata, la
continuarono. Nè varrebbe il pretesto ad impugnare la ricerca intorno ad
un’epoca prelitica umana, che della preistoria, dap¬ prima ignota, si
rinvennero poi prove e testimonianze lampanti ed irrepugnabili negli avanzi di
armi di pietra, d’utensili ed oggetti molteplici, mentre dell’epoca ove noi
vogliamo inoltrarci non è a sperare, anzi non è possibile che si trovino
traccie di sorta ehe ne attestino material¬ mente ['esistenza. Poiché se noi ci
argomentiamo di muo¬ vere da quel punto, ove l’uomo ancora non possedeva in¬
dustrie, nè linguaggi, nè cosa o arte alcuna che implichi resti reali o
tradizioni, è ovvio che non si può pretendere traccia qualsiasi, escludendole
tutte di sua natura. Ma non per questo è meno certa e necessaria la sua
esistenza ; perchè sarebbe follia davvero il credere che l’uomo sia comparso
fornito, per creazione congenita, di quelle in¬ dustrie, di quegli
accorgimenti, in quella società, in cui lo trova la preistoria nella più rozza
età eziandio della pietra tagliata. Tanto varrebbe allora logicamente — se i
fatti noti, ora appunto nella preistoria, non contraddices¬ sero — affermare
risolutamente fosse stato creato capace subito del periodo più splendido di uno
dei più antichi imperi del mondo. S’impugnò, è vero, dapprima la possibilità
della prei¬ storia, quando i fatti- ancora non costringevano a riconoscerla : e
si combattè nel nascere per puerile paura che distruggesse la cronologia mitica
sino allora in onore: ma i contraddittori dovettero poi confessarsi vinti ; e
adesso alcuno non oserebbe negarla, e tutto al più ci si arrabatta con criteri
storici ed antropologici elastici a porla d’ac¬ cordo — tirando di qua e di là
— con i dommatici racconti delle creazioni. E per ciò — ora posso con diritto
soggiun¬ gere — se non poterono più negare l’immenso periodo preistorico, e
1’affermano i più schivi e devoti,, la logica più volgare gli trae, o gli
trarrà ad ammettere un periodo certamente enorme per lunghezza di tempo,
anteriore all’età archeolitica, ove per ora si compiacquero fermarsi, e nel
quale l’uomo necessariamente doveva esistere, sebbene non fornito d’arte,
industria e linguaggio. Ed in vero, anche i più informi strumenti di pietra, ed
altri oggetti rozzissimi, l’uso del fuoco, che presuppongono di forza una
qualunque aggregazione sociale, sono prodotti di lunga esperienza, e di
ripetuti tentativi, e prove e ri¬ prove, e non sorgono o si fanno
improvvisamente senza lungo tirocinio; ed i linguaggi, che in quella età certa¬
mente si parlavano — poiché quelle condizioni di fatto gli presuppongono
inevitabilmente — pel cumulo delle parole da ritenersi, per l’organamento
sintattico delle forme, ar¬ gomentano secoli e secoli, foneticamente e
fisiologicamente, ad evolgersi e determinarsi. Nessuno, io credo, oserebbe
adesso dire che l’uomo comparisse parlante, poiché, oltre le mille altre
ragioni, essendo in questa supposizione il linguaggio forma interna psichica
necessaria, e funzione psico-organica consustanziale alla specie, come tutti
gli altri caratteri essenziali della classe, sarebbe stato impos¬ sibile che si
disbrancasse non solo in diverse favelle, ma in vari dialetti, o potesse uno
stesso linguaggio si trasfor¬ marsi col tempo, che soltanto un’analisi costante
e sottile valesse a riconoscerne la genuina e propria derivazione. Ciò é
chiarissimo, ond’è che 1’esistenza dell’uomo in una epoca prelitica anteriore
alla archeolitica non solo é inne¬ gabile, ma necessaria, come è necessaria
resistenza prima del neonato e del bambino, perché l’uomo adulto e maturo sia
possibile. Ma se resistenza prelitica deiruomo è una verità per sè evidente,
come ci argomenteremo noi per dichiarare e rin¬ venire l’indole, la forma e
l’esercizio nativo della sua vita, quando si difetta necessariamente d’ogni
traccia, di qual¬ siasi avanzo materiale dell'esistenza sua ? Il nostro metodo
invero non può essere che negativo, che di eliminazione ; ma egli assume però
carattere positivo, perchè non è prodotto di arbitrarie ipotesi, ma della
necessità delle cose, onde i suoi risultati sono tanto certi, quanto quelli che
derivano da testimonianze materiali, come nella preistoria. Se in questa noi lo
troviamo già in possesso, ed anzi ar¬ tefice di strumenti intenzionalmente
lavorati, benché roz¬ zissimi, non impugnati a caso, e solo meglio adeguati
all’esercizio della sua mano, come trovansi in natura, — e si accertano —
rinvenuti — della sua vetustissima esi¬ stenza ; è altrettanto però positivo e
certo che ei dovette anteriormente traversare tempi, in cui quegli strumenti ed
oggetti non erano ancora da lui, non che fatti, pensati. Come impugnarlo? Cosi
pure se gli avanzi dei suoi fuochi ci attestano con assoluta certezza che in
quell’età egli era pervenuto alla scoperta di questo massimo fattore della
civiltà; è altrettanto evidente che dovettero correre tempi anteriormente, ove
a quell’uso non era pervenuto; e, se non è possibile non convincersi che a
quella epoca egli parlasse, è d’uopo convincersi con eguale ragione, che
passarono anteriormente secoli e secoli, ove egli non si esprimeva in
linguaggio articolato. Per tutto ciò, come è chiaro, l’autorità scientifica del
metodo d’eliminazione a formarci un’immagine delle con¬ dizioni umane
prelitiche, è cosi salda, come quella che scaturisce dall’ esame materiale dei
resti preistorici. E quindi noi possiamo in tal guisa indagare e tentare di
scoprire quelle condizioni, sicuri che non erreremo affer¬ mando i fatti, che
rimangono per l’eliminazione di quelli già noti per testimonianza reale; poiché
qui l’eliminazione, più che un metodo, è essa stessa un fatto della naturale
evoluzione dell’uomo nel mondo. Cominceremo quindi a considerare l’uomo
prelitico lontallissimo (siccome necessita la legge graduale di progresso, od
evoluzione psichica e fisiologica) da quella epoca nella quale i primi
strumenti si vennero artificialmente fabbri¬ cando; ove l’arte di produrre il
fuoco era trovata; il lin¬ guaggio articolato assai svolto e composto per
renderne possibili le forme per quanto semplici delle primitive ag¬ gregazioni.
Allora necessariamente qualunque lavoro, od esercizio di offesa, o difesa per
la conservazione e propa¬ gazione dell’individuo e della specie, si effettuava
con le sole membra, più adatte a ciò, del corpo, e con quelle cure che
immediatamente suggerisce l’istinto generale negli animali ; allora nè ombra
pure di possibili trasformazioni o modificazioni di cose pel fuoco — che sono
straordina¬ riamente molteplici anche in selvaggie società, — allora nessuna
comunicazione per via di parola articolata, nella quale, accumulata per lungo
esercizio in organi fisiologi¬ camente svolti nel cervello, fosse pronta
materia, e alla mano per ulteriore evoluzione razionale, e procedimento
intellettuale. Solo l’uomo con le sue membra, quale stru¬ mento di attività,
senza tradizioni orali, nè di fatto, col mero linguaggio fisiologico, comune a
tutti gli animali superiori, di interiezioni, di moti, di gesti, vivente a pic¬
coli sciami, alla guisa di quelli sociali; altra differenza non intercedeva tra
lui e altre specie zoologiche affini, ad un certo momento della sua evoluzione,
che una più coor¬ dinata disposizione delle membra, l’incesso reso per lunga
abitudine più diritto, ed un lavoro intimo nei tessuti e ganglii del suo
sistema cerebro-spinale e periferico, che andava maturando per impulsi esterni,
selezioni ed emo¬ zioni interne, un ulteriore esercizio di funzioni che rispon¬
dessero poi a quella forma psico-fisiologica che noi tro¬ vammo nella età
archeolitica. Nè si dica — giova ripeterlo — che queste nostre sono
fantastichfe conclusioni ; poiché se nessuno può negare, risalendo dall’epoca
attuale a quelle anteriori, storiche o preistoriche, sin dove giunse l’indagine
certa per testimonianze di fatto, che l’uomo via via non si manifesti men
colto, barbaro, e nella selvaggia vita archeolitica per ultimo: nessuno
egualmente può negare che movendo da questuiti ma non si debba pervenire ad una
età più vetusta, ove l’uomo non ancora possedeva strumenti, nè fuoco, ne
loquela. Se ciò non fosse, allora le leggi di natura verrebbero a negarsi non
solo, ma di per sè si sfascerebbero ; e* la scienza non sarebbe possi¬ bile:
anzi non si concepirebbe più la stessa natura come sistema di forze armoniche e
contemperantisi a vicenda. Ma qui, si badi a ma’passi! alcuni potrebbero
credere, come infatti tacitamente credono — affermando e ricono¬ scendo pure
questa verità necessaria — che l’uomo sin da principiò, benché l’esercizio
effettivo riflessivo donde in¬ dustria, arti, linguaggio, scienza e civiltà
procedono non fosse avverato, avesse però in sè tutte compiute le dispo¬
sizioni psichiche e fisiologiche per attuarlo, quando gli stimoli
sopravvenissero; perfettamente sin da principio creato womo, come divenne poi,
ed è ora : potrebbero cre¬ dere che egli tutto e integralmente possedesse, e
soltanto Yatto motore mancasse, alla guisa di una macchina com¬ plicatissima
già pezzo per pezzo composta nel suo insieme, ma in quiete : la quale soltanto
attenda il movimento di una sua parte preordinata, perchè ella armonicamente e
in tutte le sue membra incominci la sua funzione mec¬ canica. Un tale errore è
ovvio e forse comune tra la gente vol¬ gare; e per alcuni dotti,
scientificamente inorpellato, è àncora tuttora di salvamento. Ma ella è ben
misera spe¬ ranza ! La logica comune, e le leggi note e certe di natura
incalzano con la prepotente loro efficacia e luce; e dissi¬ pano spietatamente
eziandio questa ultima illusione. Ed è manifèsto. Perchè in noi un risultato
qualsiasi possa com¬ piersi ed avverarsi, necessario è che sieno e si
esercitino, organo e funzione : organo senza funzione, se sporadica¬ mente,
benché imperfetto, si mostra, rimane però senza efficacia, ed è segno di
funzione atrofizzata soltanto, come i resti delle mammelle nei maschi di molti
animali ; e funzione senza organo d’altronde non si può neppure con¬ cepire.
Quindi organo e funzione si presuppongono, in quanto la seconda non è che
l’esercizio del primo. Ma è una illusione volgare quella di supporre che
orgaìio e funzione fossero preordinati — rimanendo per sé inat¬ tivi — al
risultato, prima che questo avvenga : come se quel risultato non avesse nulla
d’intrinsecamente identico con la natura dell’organo; il quale non fosse quindi
che un occasionale eccitatore di un fatto indipendente da lui e dalla sua
graduale evoluzione anteriore. Ora invece ed al contrario quello che a noi
sembra un risultato teologi¬ camente preordinato, è lo stimolo, il conato che
per im¬ pulsi visceralmente sorgenti dal suo composto in relazione con le altre
forze incidenti, pone in esercizio Porgano — ciò che dicesi allora funzione —
per necessità fisiologiche di equilibrio, o di adattamento, onde la vita si
manifesta si variamente nel mondo organico universale. Ora applicando questi
principii, che sono anche per un dilettante in biologia elementari, aH'uomo
nella sua vita di relazione, e psico-fisiologica interna, consideriamo uno dei
fatti precipui che lo distinguono dai bruti, il linguaggio, cioè, articolato.
Coloro che consentono con noi rispetto alle sue condizioni intellettuali
dell’epoca prelitica, e non negano anche il momento, ove egli non parlava,
affermano però che in lui tutto era già organicamente e psichica¬ mente disposto
e pronto perchè parlasse : cioè tutti e quanti gli organi della favella, e la
complicatissima innervazione che vi corrisponde sino all’area cerebrale ove si
conchiu¬ dono, o prendono principio, e quella ove idee e suoni hanno ora
prestabilito apparato di eccitamento e conser¬ vazione. Perciò, essi dicono,
cosi stando le cose, altro, sorto l’uomo, non mancava che uno stimolo interno,
od esterno, perchè la macchina fisiologica e la psiche si com¬ movessero, ed il
linguaggio articolato prorompesse. L’uomo, soggiungono in conseguenza, parlò da
prima perchè poteva parlare ; ciò che significa che sin dal suo primo apparire
come forma animale tra le altre, era perfettamente orga¬ nato e psichicamente
disposto ed abile a parlare. Massima illusione questa, ripeto : illusione che
l’antica e mitica interpretazione della natura mantiene viva anche ai nostri
giorni, nonostante tanta luce di scienza, e di fatti innegabili! L’uomo — ben
ciascuno se ne capaciti — non parlò in vece perchè poteva allora parlare ; ma
potè in appresso parlare perché si sforzò in principio, quando l’evoluzione
organica e psichica lo resero possibile, di parlare ; quando per continuato
esercizio e conato a rappresentare con la voce — della quale come animale
superiore aveva organi assai evolti — emozioni ed immagini interne, venne a
poco a poco a modificare e perfezionare, inconscientemente da prima, a seconda
di quello stimolo interno e bisogno, gli organi e l’apparato vocale, e quindi
la funzione. E poiché la voce, indi parola, è il segno esterno, il gesto
fonetico di una interna emozione, di una immagine, di un coordinamento speciale
successivo o simultaneo di feno¬ meni interni od esterni; contemporaneamente
all’organo della voce che si adattava via via a questi nuovi fatti psichici, vi
si collegarono anche a poco a poco, e vi s’in¬ formarono fisiologicamente anche
quelle parti dell'encefalo e dei nervi afferenti ed efferenti, necessari a
meglio defi¬ nire le immagini, a graduare foneticamente i sentimenti che vi si
riferiscono; ed a ritenerli poi o nelle forme di¬ sgregate, od in quelle di
nesso , secondo che le associazioni interne ed esterne d’idee e di emozioni
fisiologicamente s’incorporavano stabilmente nelle cellule encefaliche. Questa
è l’origine psico-organica della parola, la quale nacque a poco a poco pel
conato dell’uomo ad estrinse¬ care nuovi e più vivi sentimenti, oltre che col
gesto o linguaggio fisiologico, con la voce ; risultato — si badi — non
concepito e artificialmente voluto a priori ; ma rag¬ giunto pei stimoli
biologici naturali, ed a soddisfazione di un bisogno. Considerare la parola
come funzione psi¬ chica preordinata, ed organicamente nella sua integrità
potenziale già disposta d’apparato nell’uomo, prima che la parola
effettivamente vada evolgendosi, è tale errore, che, generalizzato, come
dovrebbesi, a tutte le altre fun¬ zioni, distruggerebbe tutta quanta la scienza
della fisio¬ logia non solo umana, ma del mondo organico universale; ed è un
assurdo sì grande, che veramente non si può neanche pensare, da tutti quelli
che appena conoscono gli elementi della biologia. Si può pensare certamente una
macchina, da noi composta ad uno scopo preeoneepito , che sia un organo
ordinato ad una funzione, il di cui esercizio dipende da noi — e le di cui
parti staccate e indi unite meccanicamente, non hanno la necessaria con¬
nessione di un tutto evolto per intima virtù biologica — ed i cui prodotti
artificiali sono del tutto e per materia e per forma estrinseci affatto alla
macchina stessa : e si può appunto pensare perchè siamo noi che industrialmente
coordiniamo allo scopo, il quale esiste da per sè e da prima indipendente
affatto dalla natura e dal sistema della macchina stessa ; ma non si può
pensare assolutamente tutto e quanto l’ordinamento ed apparato
psico-fisiologico vocale umano, nel quale sia già potenzialmente delineato sin
da principio, a cosi dire, il sistema fonetico e psichico del linguaggio, prima
che la parola sia già risuonata e composta (l). Se per avventura alcuno volesse
supporre il contrario, sarebbe vittima di una allucinazione mentale ; potrà
esprimere, non v’ha dubbio, verbalmente un tale giudizio, ma le parole non
avranno alcun significato per la natura : perchè si verrebbe a dire che una
cosa sia prima di esistere. Gli organi vocali interni ed esterni nella loro
integrale e psico-fisiologica composizione, vennero di pari passo ed a poco a
poco evolgendosi con lo svolgersi della parola, nel continuo conato ad
impersonare, in un suono determinato, quanto via via veniva meglio determi¬
nandosi psichicamente, una immagine, una emozione, un rapporto tra cose
osservate, e paragonate in quiete, e nel movimento. La glottologia, divenuta, e
che vie più sag¬ giamente diverrà scienza naturale, già mostrò, e sta di¬
mostrando come gradatamente sorse la radice, e le radici (1) Se alcuno
ingenuamente ci opponesse che i sordo-muti non par¬ lano, possedendo pure tutti
gli organi e l’innervazione loro per la pa¬ rola, si può subito togliere questa
volgare obiezione, osservando che il sordo-muto possiede tutti gli organi
vocali per eredità specifica : ed è un mero accidente se non vengono
esercitati. L uomo non incominciò con quel sordomuto. si connessero, o si
agglutinarono, o si fusero, scomponendo le forme posteriori con acutissima
analisi ; onde si scopre il genuino svolgersi e costituirsi del pensiero e
della pa¬ rola: procedimento che in più materiale modo ora si scopre eziandio
nella creazione e trasformazione delle scritture. Ma l’uomo prelitico non
avrebbe però potuto determi¬ narsi da principio al conato di significare pei
suoni inten¬ zionalmente immagini, emozioni, scopi da raggiungere, comunicando
reciprocamente con gli altri, se già per una sequela lenta di modificazioni
complicate del sistema intero — encefalico, perifericonerveo e muscolare — nel
modo che io dichiarerò in un mio libro « Fisiologia della rifles¬ sione » — non
si fossero effettuate nuove ed opportune condizioni fisiologiche, onde le
immagini e le emozioni potessero volontariamente essere osservate nell’intuito
interno, anche allora che l'esemplare esterno, o il senso interno fossero
rimossi o cessati. Il quale procedimento intellettivo è pur quello in verità,
che costituisce poi, meglio perfezionato, la differenza razionale tra l’uomo ed
il bruto. Senza questa anteriore elaborazione dello stru¬ mento
psico-fisiologico dell'encefalo — a cui certamente prende parte, e n’è o
stimolatore tutto quanto l’organismo — conato a parlare non sarebbe stato
possibile : chè i bruti rimangono al disotto dell’uomo intellettualmente
appunto perchè in essi perdura soltanto il linguaggio specifico e fisiologico
di voci inarticolate, di strida, di lamenti, di canti o di segni mimici, come
il moto della bocca, degli occhi, di tutta la faccia, degli orecchi, dei peli,
penne, coda e via discorrendo, che sempre esprimono emozioni, e passioni, e
raramente segni non di idee particolari in¬ dividuate con voce, ma di
eccitamento ad un gruppo di moti, o fatti sociali, per esempio di fuga, di
partenza, di comune lavoro. Ora, quando l’uomo sente il bisogno reci¬
procamente di rappresentare ad altrui una immagine de¬ terminata e passata, o
rapporti di successione e coesistenza d’immagini, che il linguaggio animale
fisiologico comune non é atto assolutamente a manifestare, e sforza i suoi
organi vocali a suoni definiti che simboleggino quelle immagini, egli valicò il
limite del linguaggio puramente fisiologico, ed entrò nell’àmbito di quello
articolato, che corrisponde all’atto primo riflessivo, ed alla evoluzione a ciò
necessaria degli organi fisiologici della parola. Quindi il conato alla parola
coincide col conato a pen¬ sare riflessivamente , che indi procedono insieme,
l'uno riagendo sull’altro, e perfezionandosi a vicenda. E che ciò sia, ci è
prova appunto l’evidente perfettibilità intellettuale e sociale dell’uomo; la
quale perfettibilità, rampolla dal più largo, spedito ed abile esercizio
dell’arte riflessiva del pensiero ; e dal più spedito e facile modo di
comunicazione pei segni vocali e grafici tra gli uomini. In conseguenza noi
potremo risolutamente affermare che anteriormente alla età areheolitica corse
un lunghissimo spazio di secoli, nel quale l’uomo da principio nè parlava, nè
rifletteva esplicitamente — secondo il significato ordinario di queste parole —
e addivenne in seguito ad un periodo, ove, per evoluzione intrinseca del suo
intero sistema nervoso, e d’organi appropriati, s’iniziò il conato alla
riflessione ed alla parola, che ne fermasse foneticamente i prodotti in comune.
Ed al solito noi non diremo, come si usa dire, o si crede opportuno di dire,
che l’uomo rifletté o ripensò i dati della coscienza animale anteriore, perché
sin da prin¬ cipio poteva riflettere e ripensarli — radice della scienza — ma
bensì che egli potè poi riflettere e ripensarli, perchè ad un dato momento, per
la evoluzione graduata fisiolo¬ gica, si sforzò di ritenere volontariamente e
rimuginare immagini ed emozioni, estraendole dal complesso delle altre, dalle
non più presenti e passate, ed a soddisfazione di bisogni nuovi psichici . E
poiché quando tali conati incominciarono, soltanto allora può dirsi che Yuomo
veramente incominci, cosi noi ci fermeremo a considerarlo a questo fenomeno,
che è il più importante nella sua storia. Lo Spencer nel suo trattato di
sociologia descrisse, con quel sapere ed ingegno grandissimi che risplendono in
tutte le opere sue, le idee e i sentimenti primitivi dell’uomo della natura: nè
tale studio altri poteva farlo con maggiore verità e competenza ; ma egli
descrisse questo stato proto¬ psichico umano nell'epoca, in cui l’uomo già
possedeva industrie, fuoco, linguaggi, ed una sufficiente aggregazione sociale.
Noi invece dobbiamo risalire ben più innanzi per tratteggiare la forma
veramente primitiva, patointellettuale umana, quando cioè nè industrie, nè
linguaggi, per quanto rozzissimi, esistevano, ma tendevano a prodursi: quando
l’animale appena appena cominciava a divenire uomo. Nè si corre rischio di
errore asserendo che la diversità intel¬ lettiva e sociale tra l’uomo prelitico
e quello archeoìitico a questo momento, si palesava immensamente più recisa e
profonda che tra quest’ultimo e l’uomo presente. Onde scorgesi quanto sia
importante determinare lo stato vera¬ mente primitivo della ragione incipienle.
Un tale stato psico-fisiologico dobbiamo figurarcelo posto tra quello
dell’animale che va evolgendosi ulteriormente, e quello riflessivo che
insensibilmente si effettui : qualche cosa ancora di neutro, di vago,
d’indefinito tra l'animale e l'uomo. Non possiamo infatti considerare l’uomo in
questo primo grado di trasformazione psico-fisiologica intellet¬ tualmente
eguale, sia, da una parte, all’animale anteriore, sia all’uomo già evolto, e
dalla esperienza propria ed ere¬ ditaria educato posteriormente nei limiti
eziandio dell’epoca archeolitica ; poiché qui egli non è più realmente nelle
condizioni della prima epoca, nè ancora d’altronde potè usufruire e
vantaggiarsi di tutte le nuove conquiste, dovute alla seconda. In complesso, egli
viveva ancora per entro il mondo delle percezioni, immagini, emozioni,
esercizio psichico spontaneo dell’animale, modificandone però qua e là, pel
conato di riflettere e parlare, la nozione o l’in¬ terpretazione; ma tuttora
però, quale un barlume nuovo, di cui non si rendeva conto con proposito
deliberato. Una innovazione avveniva a poco a poco intellettualmente ri¬ spetto
a sé, alle idee, ai sentimenti, ed al mondo ambiente. Così, a modo di esempio,
la rappresentazione del mondo fìsico, non raggiunto il concetto di un tutto
ordinato, si limitava ad un fantasma di un luogo e tempo determinati e
presenti, a tutto ciò infine che fosse compreso nell’àm- Digitized by Google -
71 - bito visivo della sua immutabile dimora; non distinguendo la terra dal
cielo, o quel frammento di cielo e terra che attualmente osservava : il quale
frammento per lui era ben limitato, poiché i rapporti reali delle cose gli
erano ignoti, come le misure, i calcoli, i paragoni cercati: e reale il fatto
solo presente e quale appariva alla vista. Quindi nessuna idea del mondo, delle
sue parti, delle sue leggi; nè della terra, alla guisa stessa degli animali su¬
periori. Certamente si rappresentava nella sua capacità sensitiva la
molteplicità e varietà dei fenomeni, e impli¬ citamente ne intuiva gli effetti
ed i modi diversi, in ispecie rispetto a sé ; o ne aveva riproduzione
mneumonica nella loro assenza, in virtù però di stimoli accidentali e per
associazione, non come oggetti spontaneamente preposti al pensiero osservatore.
Indi difetto di riflessiva nozione di tempo con ordinata misura, e soltanto
successione inde¬ finita e sciolta di fenomeni, o della loro coesistenza; e per
conseguenza nessuna idea di evoluzione di cose e di tra¬ dizioni specifiche,
poiché in quell’epoca, non elaborato il mitico sentimento d’oltre tomba, anche
remozione reli¬ giosa, anche la memoria dei morti o dei luoghi ove l’uomo
accidentalmente spirava, ogni nozione di storia era im¬ possibile. Immagini
limitatissime di luoghi e di forme e di fenomeni di successione o di
coesistenza, come mobili scene e raramente rievocate; emozioni piacevoli o
dolo¬ rose quasi esclusivamente fisiologiche, rappresentazioni di cose che
valessero a conservare la vita individuale e specifica : intervalli di lotte e
di riposi, senza una nozione direttrice per lo avvenire, nò ricordo utile delle
generazioni passate, tale era il mondo intellettuale e di emozioni degli uomini
prelitici. Togliete all’uomo la parola e l’arte rifles¬ siva che la evolge,
toglietegli quindi ogni barlume di storia, d’industria, e necessariamente
rimarrà solo ciò che io venni rapidamente dichiarando. E questa invero è
l’indole della intelligenza e della vita animale, che io minutamente analizzai
in altra mia opero (1). Ma, ripeto, questa identità (1) V., Della Legge
fondamentale della intelligenza nel Regno ani¬ male. Milano, Ediz. Dumolard, tra
l’uomo ed il bruto non si verifica più, quando, come noi facciamo, consideriamo
l'uomo nel momento che, per evoluzione anteriore psico-organica, si sforza a
poter par¬ lare, poiché si sforzò a poter riflettere o a ripensare deli-
beratamente il contenuto del mondo delle sue percezioni. Quindi, se per una
parte questa forma della sua vita sen¬ sitiva e morale simile all’animale
perdura, pure fatti nuovi intervengono che la modificano. Lo sforzo a
significare in un suono vocale determinato una immagine, o una emo¬ zione, o un
ordine di movimenti, manifesta che già egli potè ripensare la immagine o
l’emozione per sé stessa; e, comunicandola, egli l’estraeva dall'ordine
materiale com¬ plessivo o dal tempo in cui a lui si palesò o si compiva; onde
s’inizia Yavvertita duplicità del mondo delle cose e quella delle immagini ed
emozioni ricordate . Mentre però di quando in quando immagini ripensate si
idealizzano e restano nella memoria segnate dal simbolo fonetico nel quale egli
si argomentò di estrinsecarle, comunicandole, e può rievocarle ora a suo
talento, seguita contempora¬ neamente e in gran parte l’anteriore esercizio
implicito del pensiero animale. Onde, sebbene l’obbiettiva realità e la
distinzione della propria personalità dalle altre cose, si avvìi a più chiara
ed esplicita nozione, la confusione an¬ teriore generale persevera: e se il
fantasma di causa in¬ comincia a balenare tramezzo a quelli di successione nei
fenomeni, esso viene però miticamente interpretato, obbiet- tivando egli la
propria attività nelle cose, come mostrai nel mio libro « Mito e Scienza ».
Onde, per tutto questo periodo, che dovette essere estremamente lungo, nessuna
idea religiosa propriamente detta, nessuna d’ordine cosmico, nessuna di morale
e giuridico indirizzo, nessuna di pro¬ prietà, tranne dell’oggetto di che
attualmente fosse in possesso. Ma poiché l’interno sforzo del ripensare a
volontà il contenuto delle percezioni ed emozioni passate, e quello
dell’associazione del suono alle idee già individuate inco¬ minciava, cosi la possibilità
del paragone tra le cose — paragone ora esplicito — nasceva e cresceva;
processo reso meno arduo dall’alterna comunicazione con altri, che intendevano
al medesimo scopo. Nè, per allora, il giudizio comparativo poteva innalzarsi al
di sopra degli oggetti e dei fatti ordinari e materiali, e riguardava
necessaria¬ mente i fenomeni o le cose che immediatamente eccitavano o
soddisfacevano i bisogni. Dal paragone, quindi, dalla imitazione dell’opera
della mano, dei piedi, dello intero corpo, come strumenti meccanici e di leva
sulle cose, dalle molteplici forme d’organi e d’industrie d’altri animali,
l’uomo tentò l’uso dei primi strumenti meccanici, i quali da prima non potevano
essere che quei corpi di varia sorta o natura, che, senza lavoro preliminare,
accrescevano l’ef¬ ficacia delle sue mani e divenivano — germe di tutte le
industrie meravigliose future — ripensati strumenti mec¬ canici per raggiungere
un fine voluto e nuovo sovente. Onde, com’era in questa prima epoca della
evoluzione riflessiva, ancor vaga l’immagine o l’idea ripensata e in¬
determinato ancora il segno fonetico che vi corrispondeva così informe, e
soltanto raccolto, e non artificialmente la¬ vorato, fu lo strumento meccanico
in aiuto delle sue mani. Quanto poi resulti necessario Vesplicito paragone
ripen¬ sato delle cose per il perfezionamento ulteriore dello stru¬ mento in
genere, rilevasi luminosamente dall’impotenza della scimmia antropomorfica, ad
effettuarlo: la quale benché abbia mani, e viva da sterminate età geologiche,
pure non oltrepassò l’uso, e non frequente, di pietre, od altro oggetto per
qualsiasi suo bisogno; pietre ed oggetti quali si trovano in natura. L’uomo
stesso, prima che l’arte cogitativa lo educasse veramente a foggiare forme
varie atte a varii scopi, o bisogni, le pietre, od altri oggetti che greggi
trovava in natura, per lunghissima età, una tale sua preeminenza sugli altri
animali congeneri la esercitò a scegliere con maggiore discernimento tra gli
oggetti che la natura gli offriva, quegli più adatti ; e scegliendoli non solo
per uno scopo immediato, ma come mezzo — conservati — di future operazioni; il
primo fatto forse di proprietà, che non riguardasse un oggetto di consumo
presente. Tale fu dunque — e tale per necessità di natura, non per ipotesi
arbitraria — lo stato dell’uomo pre-archeolitico psichicamente e praticamente,
che noi con soverchia ra¬ pidità forse, come articolo di Rivista, cercammo di
chia¬ rire. Vedasi quanto un tale stato sia lontano da quello poi dell’uomo
neir epoca archeolitica nella quale varii strumenti a molteplici usi erano già
artificialmente abboz¬ zati, varie industrie tentate, aggregazioni poi assai
ampliate, il fuoco scoperto e largamente adoperato, i linguaggi oramai assai
organati, esperienze accumulate e trasmesse, il senso estetico eccitato, e
certamente un principio di fantasma religioso comparso. Quale cumulo di
prodotti intellettivi e meccanici ! e quale distanza dai primi al¬ bori dell’
uomo prelitico ! — Il Boscimano fu meno lon¬ tano dalla maravigliosa civiltà
del primo impero dei Faraoni. Or si pensi all’enorme numero di secoli trascorsi
ne¬ cessariamente dall'uomo prelitico, a quello archeolitico, che si giudica da
tutti oramai si vetustissimo che tocca i tempi geologici ! E si vorrebbe torre
dalla storia dell’uomo il suo periodo certamente più largo ! poiché tra le
epoche geologiche e quelle umane corre una analoga proporzione, l’epoca prima
paleozoica (non parlando di quella, cosi enorme per lo spessore di cui si
compone, azoica), di fronte alla secondaria e terziaria, sta — analogamente
s’intende — come la prelitica a tutte le altre consecutive. La potenza
organica, cosi, della natura lentamente si svolse lungo le età della terra, e
per lunghi conati e forme strane prima di giungere a quelle più perfette
relativamente, e ad una evoluzione più rapida e spedita : nella guisa stessa
l'uomo trascorse un tempo enorme nella primitiva e la¬ boriosa sua evoluzione
razionale, prima di pervenire a quel momento felice di artifizio intellettuale
e meccanico, che con maggiore rapidità doveva condurlo alle civiltà posteriori.
Come e perchè tra le forme molteplici degli animali superiori si evolse l’uomo,
e quando ? Nessuno per ora con certezza può dirlo. Ciò che è certo ed
innegabile — che che dicano e per quanto si arrabbattino altre scuole — egli è
questo, che egli si evolse da anteriori specie; che il tempo della sua vita
sulla terra è estremamente lungo; e che innanzi l’epoca archeolitica, ne corse
una molto più antica. Molte e varie senza dubbio furono le cagioni della
trasformazione della nostra specie, e della nuova potenza intellettuale, e
della forma stessa anatomo- fìsiologica interna ed esterna. I grandi
rivolgimenti geo¬ logici, lenti, ed in aree determinate talvolta improvvisi,
prodotti dal movimento dei Poli di rotazione, come splen¬ didamente dichiarò
l’illustre Schiapparelli, e dal rinascente calore intercrostale tellurico (come
io dimostrai in questa stessa « Rivista » ed altrove) teorica che va
rafforzandosi ogni giorno, e testé accresciuta indirettamente di prove dal
lavoro sul metamorfismo regionale del chiaro geologo Prestwich (1) e per virtù
di selezioni, di accantonamenti di varie specie, possono avere indotto
mutamenti e modi- cazioni grandissime per mutabilità di ambiente e condi¬ zioni
climatiche graduate, e rapide, nelle forme interne ed esterne di quelle specie,
donde l’uomo si evolse. L’avvenire prepara certo straordinarie sorprese; per
quanto sembri che la geologia, paleontologia, zoologia, e biologia in ge¬ nere
sieno prodigiosamente avanzate, io credo fermamente che verranno col tempo
rinnovate da scoperte meravigliose ; e che molte teoriche biologiche e
antropologiche che si stimano definitive, saranno profondamente modificate, ed
altri ed altri orizzonti appariranno, che or non si sup¬ pongono neppure. (1)
Il Mollet ed il Prestwich dicono in sostanza posteriormente a me, clic il
calore “ si produce nella profondità del suolo per la trasformazione; in calore
del lavoro meccanico della compressione, e dello schiacciamento degli strati
profondi da queUi superficiali *. Io nella mia teorica non volli infatti
provare che questo — e mi basta. A PROPOSITO DEL SAGGIO DI UN PROGRAMMA CRITICO
DI SOCIOLOGIA (Dai Rendiconti del R. Istituto Lombardo, 1888). Comechè nelle
antiche età e nelle susseguenti possano rinvenirsi cenni parziali, e ricerche,
o inconscia divina¬ zione di questa nuova scienza « La Sociologia »; pure per
deliberato proposito, e piena consapevolezza di sé e della sua indole propria,
appari negli studi di Augusto Gomte. In appresso venne, con più o meno ardore e
profitto, col¬ tivata e arricchita d’àmbito e di elementi si può dire in ogni
nazione civile, ed in Italia pure — patria di Vico e Romagnosi — ebbe ed ha
studiosi di molto valore. Basti accennare allo Schiattarella, al Siciliani, al
Boccardo, al Gognetti De Martiis, al Gabba, al Colajanni, al Ferri, al Sergi,
al nostro Vanni, ed altri, perchè ognuno si persuada che non rimanemmo
inoperosi, nè senza gloria, in questo nobilissimo arringo. Ma se i cultori in
genere di questa ardua disciplina furono e sono non pochi, ed illustri, essa
rimane ancora, per quanto ci si argomenti di dichiararne la genesi, i limiti,
il contenuto, il metodo e lo scopo, in¬ certa in tutte queste sue parti
accennate. Nè deve stupir¬ sene : tale fu sempre e sarà il destino d’ogni nuova
scienza : perchè sè l’intuizione primitiva della sua indole, spicca vigorosa
nel pensiero, e l’ingegno profondamente la sente, pure a determinarsi
logicamente fra tutte le altre anteriori e contemporanee, ad uscire dal vago
della divinazione, a segnarne le molteplici cause e attinenze storiche, a di¬
stinguerne gli elementi essenziali, a dirigerla a meta pre¬ cisa, é lavoro
poderoso, arduo, lunghissimo: alle difficoltà intrinseche del nuovo studio si
aggiungono i pregiudizi scientifici contemporanei — chè la scienza, come il
sapere volgare, ne ha molti — le tradizioni delle diverse scuole, e, forse il
maggiore ostacolo, la fretta soverchia di or¬ ganamento definitivo, che spinge,
agita, e turba i suoi cultori. E per questa scienza le difficoltà sono ancora
più grandi e molteplici; sia per la immane comprensione sua, sia per i rapporti
intimi e organici svariatissimi che la collegano e stringono con tutte le
discipline fìsiche, biologiche e morali ; direi, con l’intera enciclopedia del
sapere. Infatti se essa non è, e non può essere, ciascuna di queste, da
ciascuna però trae i suoi elementi, e vi si associa, riassu¬ mendoli tutti, non
in sommario inorganico, ma in consu¬ stanziale unità vivente, come fiore
prodotto da tutte le energie biologiche della pianta, che poi orna e rigenera.
L’uomo è persona fìsio-psichica, onde la parentela in¬ trinseca col mondo
inorganico, organico ed animale; e ciò non solo per la possibilità della sua
vita individuale, ma sibbene sociale ; in quanto, come è noto, alla spontaneità
innegabile de’suoi atti si aggiungono — nelle forme sociali che può assumere
quale animale — la virtù efficacissima dell’ambiente e d’ogni forza incidente
del mondo. Inoltre nell’uomo che riassume tutte quante le qualità e necessità
del regno animale, si svolge e si esercita la razionalità d’atti individuali e
sociali — carattere suo proprio — onde s’ingrada più alto, che non è il
sottoposto, da dove visce¬ ralmente procede. Il qual fatto psichico,
ingenerando la scienza , crea l’indissolubilità della sua sintesi universale
nelle condizioni, nelle forme e nella evoluzione sociale della sua vita. Questa
superiore operosità intellettiva, e gli ordini dei fatti sociali che ne
provengono, venne dallo Spencer in fondo e propriamente nell’umanità detta ap¬
punto superorganica . Ma se questa parola può notare con Digitized by Google -
79 - chiarezza che la vita psico-sociale dell’uomo è superiore a quella
corrispondente di tutte le altre specie, non mi sembra però scientificamente
esatta: poiché nel senso stesso dello Spencer possono dirsi superorganici gli
atti medesimi psichici degli animali inferiori, in quanto non meramente
biologici ; e perchè — ed è anche più impor¬ tante — ciò varrebbe a far supporre
che il fatto psico¬ sociale, umano o animale, sia quasi fondamentalmente
separato da quello fisiologico — donde erompe, e vi è indissolubilmente
associato — e componga un mondo a cosi dire di atti, fatti, e ordini sociali
assolutamente estranei alle necessità, predisposizioni, ed efficacia
fisiologici. Il che sarebbe, a dir vero, un errore grossolano e funesto, e ci
ricondurrebbe all'antico dualismo scolastico, ed al mondo fantastico degli a
priori . Onde mi sembra a dile¬ guare gli equivoci — nei quali non s’implica
certamente la vasta mente e serena dello Spencer —• e a distinguere, non
separandole, le cose, opportuno di tralasciare quel termine di superorganico in
sociologia, e di usare quello più ovvio, ma verissimo, di razionale, od umana
sempli¬ cemente, come ben dichiarò il Vanni ; poiché realmente gli atti
psichici e sociali nostri si distinguono (non si se¬ parano) da quelli animali
per la loro razionalità. Dire sociologia umana basta a contrassegnarla subito
da quella animale ; quale però ne è a sua volta il fondamento e la preparazione
nella generale evoluzione delle specie. Anche è da considerare a questo
proposito, per chiarire meglio il mio concetto, come nella guisa stessa che fu
possibile, e realmente si costituì una scienza di psicologia comparativa,
l’uomo compreso, ma in questo con caratteri speciali e distinti, non separati
da tutte le forme, e l’eser¬ cizio particolare della psiche nel regno animale
inferiore ; cosi è possibile, e realmente si costituirà la scienza della
sociologia comparativa, l’umana compresa, ma questa con caratteri speciali e
distinti, non separati, medesimamente, da tutte le forme, e gli esercizi
particolari di tutte le so¬ cietà animali inferiori. In altro lavoro, io notai
e com¬ provai come la psiche — intesa nel suo complesso anche biologico — in
ogni specie abbia indole e qualità sue proprie : onde ciascuna segna una
psicologia a parte. La psicologia comparativa trae appunto la sua vastità, la
sua dovizia, e lume intenso da questa molteplicità indefinita di forme, a causa
della molteplicità indefinita delle specie ove si attuò, e si manifesta. La
psicologia umana quindi, che ha rapporti essenziali, ed anche identità parziali
con tutte le altre speciali, assume indole e potenza propria, non veramente per
nuove facoltà rispetto a quella degli animali superiori, ma per un atto
riflessivo particolaris¬ simo —• checché ne dicano o vogliano dire — onde da
animale uomo divenne, quando condizioni biologiche lo consentirono. Il Gioberti
stesso, che prima procedeva con metodo, intendimenti e dottrina sì diversamente
da noi, disse : la conoscenza riflessiva (propria dell’uomo) essere il
sentimento della intuitiva (propria degli animali) (1). Così avviene che la
psicologia umana, mentre nelle radici, nel tronco e nelle ramora s’identifica
per intima essenza, e parzialmente talvolta, con quelle particolari d’ogni
specie, se ne distingue poi per gli effetti prodotti mediante un atto
intrinseco fìsio-psichico, in modo tanto meraviglioso: onde non é lecito
confonderla con quella di ciascuna specie, ed è di tanto superiore a tutte. Le
specie animali dalle infime alle supreme in modo semplicissimo, o più o meno
complesso, e in guise svariatissime, sono in gran parte sociali, o effettuano
una forma qualunque di convivenza. Ora se tali società, massimamente nelle
infime, s’informano e secondano più profondamente alle necessità biologiche,
pure anche in queste il senso già sorto nel semplicissimo individuo, induce il
conato e la coordinazione' di moti ad un fine, che hanno innegabile efficacia,
comecché minima, sull’indole generale di tali associazioni. E via via che gli
individui acquistano più separata persona, e libertà di movimenti, e più alacre
intelligenza per esperienze più late e fatte per diverse fonti, anche la
spontaneità e la (1) E d’altra parte allora il celebre fisiologo G. Muller di
Berlino chia¬ mava questo replicamento, od atto — Logos. reazione sulle cose, e
sulle stesse leggi biologiche aumenta, e le società che indi ne provengono,
assumono forme di¬ stinte e più libere. In tale maniera noi possiamo studiare
tutti questi modi sociali si diversi nelle diverse specie, e costituire la scienza
della Sociologia comparativa, nella quale sarà compreso l’uomo : ma allora con
quella distin¬ zione fondamentale, come avvenne nella Psicologia gene¬ rale ; e
basterà dire, a contrassegnarla. Sociologia umana. La Sociologia adunque mentre
comprende in sé tutti gli elementi fìsio-intellettuali e affettivi, onde si
compone Lucano individuo e sociale, e per conseguenza tutte e quante le scienze
che in lui si appuntano, dalle fìsiche, biologiche, alle morali e civili, si
distingue da tutte, e s’impersona in una speciale, sebbene per indole sua
propria, universa¬ lissima. Il fatto solo ch’ella è venuta per ultimo,
testimonia che da tutte procede; per cospirazione nativa di tutte se n’ebbe da
prima la intuizione, e si tentò e si tenta ora di costituirla in organismo
razionale. La qual cosa basta a comprendere la somma difficoltà di una simile
disciplina, tanto comprensiva, e non d’idee e di principii astratti, come fu
costume dello metafisiche, ma si d’idee e di fatti, es¬ sendo essa per
eccellenza una scienza mista. Ma qui non sta tutta la malagevolezza della
impresa : chè per i nuovi incrementi del sapere obiettivo, e le molteplici sue
forme subiettive, trovandosi le scienze in un momento di massima confusione
rispetto ai limiti, agli scopi, all’essenza, alle interpretazioni, che dei
fenomeni tutti quanti offrono, o stimano offrire con reciproca vivacità le
diverse scuole, che si abbarbicano all’antico, o s’infatuano del moderno,
riesce sommamente difficile posarsi sovra fondamenti si¬ curi, e principii che
altri consideri assiomatici ; e secondo questi poi determinare l’indole e il
contenuto, in modo indiscutibile della Sociologia. La crisi generale d’ogni
ordine intellettuale religioso, morale e civile ed economico, che agita ed
affanna l’uma¬ nità presente, tormenta pure, ed anzi vi si riflette natural¬
mente e con vigorosa efficacia, questa scienza; onde chi studia i libri e i
lavori che intorno alla sua costituzione vennero e vengono, con abbondanza non
sempre eletta, alla luce, si perde in un labirinto di opinioni, giudizi e
sistemi, che quasi farebbero — dico farebbero ai deboli di mente — credere tale
disciplina un vaneggiamento, una utopia fantastica di visionari. A porre
rimedio ad una tale confusione, ben provvide e tentò dal canto suo il chia¬
rissimo prof. Vanni con un Saggio, per ora, di Programma critico di Sociologia.
A distrigare questa immane matassa, e argomentarsi di porre ordine nella
confusione delle sue mosse, metodo e contenuto, e temperare anche qualche
baldanza di scuola e d’intendimenti, ben pensò il Vanni di cimentare principii,
metodo e contenuto della Sociologia, che sin qui in modo si vario, e, si dica
pure, con confu¬ sione venne trattata, al crogiolo della critica, e sottoporre
a revisione analitica i suoi elementi costitutivi. E per quanto un tale lavoro
non sia, come l'autore annuncia, che un breve saggio, pure a parer mio, conduce
a feconde conseguenze. Imperocché egli con sagacia e sapere ade¬ guato,
imprende a distinguere questa scienza da tutte le altre, a determinare la
genesi e il contenuto proprio, osteg¬ giando e sovente vittoriosamente sfatando
non solo l’affer¬ mazione dommatica di alcuni, ma si l’empirica e sover¬
chiamente naturalistica di altri. Egli cerca ed espone con chiarezza quale ne
debba essere il metodo, e con evidenza poi la individua, e la trae dalla
confusione metafìsica, o biologica, ove si riusci a renderla vana, o un
paragrafo fisiologico. E se non avesse ottenuto altro che questo, che cioè,
questa scienza, nonostante la brillante sua fase sin qui, è ben lungi d’essere
costituita, e si trova di necessità ai suoi primordi incerti, e allo stato
embriogenico, avrebbe già ben meritato del sapere: rintuzzando certi entusiasmi
che guastano meglio che giovare in qualsiasi disciplina ; poiché mentre
ispirano temerità nei giovani, e fede nei facili allori, inducono ripugnanza, o
scetticismo in altri — e sono il maggior numero — che non hanno sufficienti
studi per discernere nella realtà di questa scienza l'errore soggettivo che la
deturpa, la scredita. A me la lettura di questo saggio, e di altri dello stesso
autore, che hanno attinenze con la Sociologia, diè viva soddisfazione, perchè
da lunghi anni vo predicando che la natura non è identità assoluta nelle sue
forme, nè separazione assoluta ; ma al contrario tutto, forme ed esercizi, sono
distinti, e realtà Tindividuo; senza però discontinuità fondamentale. Uno degli
errori perciò più comuni, che procede in parte dal prodigioso avanzamento e
vastità delle scienze natu¬ rali, e quindi dell’indirizzo che visceralmente ne
proviene alle intelligenze, si è quello di confondere la Sociologia con la
biologia, o meglio affermare che veramente quella sia un capitolo della
seconda, considerata nella evoluzione generale della vita psico-organica. Il
Vanni con valore combatte un tal presupposto assoluto, che vuole divenire
dottrina : ed io consiglio quelli che non si compiacciono di parole e metafore,
a meditare il suo scritto. Io pure da lungo tempo ho tentato di dileguare
questo errore, comecché sia corroborato da ingegni sommi e forniti di largo sa¬
pere : imperocché mentre non ho mai nei miei lavori se¬ parato l'uomo dal regno
animale, e questo da quello or¬ ganico generale, e dallo stesso inorganico cosi
detto, insistetti sempre d’altronde, e come meglio seppi e poteva, sulla
fondamentale distinzione dell’uomo deliWbratamente riflessivo, dall’animale
meramente intelligente. Onde un ordine razionale d’atti mentali e di fatti
sociali, che si graduano luminosamente da quelli propri degli animali
inferiori. Che gli animali sieno intelligenti, e da fatto a fatto empiricamente
ed implicitamente giudichino e trag¬ gano pratiche*conseguenze, chi può osare
oramai negarlo ? Da quasi trent’anni, e quando in genere, — vedete umane
contraddizioni ! — si toglieva l’intelligenza propriamente detta agli animali,
creduti quasi automi, attenuando la ricisa e ridicola affermazione col
principio elastico e poli¬ senso, d’istinto; da quasi trent’anni, mentre mi
argomentai di porre in evidenza l’effettiva intelligenza degli animali oltre
l’istinto, che è atto in genere d’intelligenza divenuto fisiologicamente ereditario
e meccanico, provai e riprovai che la ulteriore razionalità nell’uomo non
dipendeva dal¬ l’intensità maggiore di facoltà anteriormente esercitate, ma da
un atto intrinseco, onde ei diviene a cosi dire intellet¬ tualmente doppio,
avendo coscienza chiara della propria intelligenza, ed usandola volontariamente
come strumento di sapere e di utilità individuale e sociale ; donde la pos¬
sibilità della riflessione voluta , della parola, dell’arte e delle scienze.
Questa dottrina che fu luce a guidarmi in tutti i miei studi psicologici,
antropologici e sociali, benché da alcuni o fraintesa o discussa —• ma da altri
qui e fuori favore¬ volmente accolta —• rimane incolume, e la confortarono di
ajuti indiretti, confessioni tardive eziandio di risoluti trasformisti. E nella
guisa che appare quindi evidente la distinzione intellettuale —• non
discontinuante il psichico ingradamento generale del regno animale — tra l’uomo
ed i bruti ; cosi evidente appare che ogni atto e fatto umano — quando avvenga
razionalmente — debba distinguersi da quelli meramente animali, Fra questi —
nei bruti — pri¬ meggia nella maggior parte delle specie quella della vita
sociale, o di aggregazione, che assume varie molteplici e complicatissime
forme, come si notò ; le quali hanno un valore, rispetto a quella poi umana, di
predisposizioni fisio-psieliache. Che se gli atti singolari della mente nel¬
l’uomo divenuto riflessivo nel senso già determinato, pren¬ dono valore e
potenza diversi nel loro esercizio logico , da quelli delle inferiori specie,
cosi anche gli atti e fatti so¬ ciali ingenerano necessariamente valore e forma
diversi, secondanti alla nuova attitudine personale e intellettiva nostra. Per
la qual cosa identificare la vita sociale umana con quella animale, come mero
svolgimento del magistero primitivo biologico, o considerarla come semplice
esten¬ sione di questo, è dire che l’uomo razionale è identico agli animali
inferiori intellettualmente. La Sociologia umana quindi si distingue da quella
ge¬ nerale degli animali inferiori, in virtù della specialità fon¬ damentale e
logica della intelligenza nostra, comecché tra l’una e le altre non sia
discontinuità e fisiologica e psi¬ chica : come non v’ ha discontinuità, ma
distinzione tra tutte le forze, i fenomeni, i prodotti, le forme e le leggi che
compongono e governano rinfittito Universo. La forma perciò propria della umana
Sociologia è per natura sua intrinseca, per genesi, per costituzione, elementi
e scopi distinta da quelle degli animali inferiori ; da tutti i modi di
aggregazione, vuoisi inorganica, o biologica in generale. Per questa sola
considerazione spicca manifesto l’errore di quelli che pretendono rimanersi
questa scienza nell’am- bito o nelle pure leggi della biologia. Che anche la
So¬ ciologia umana abbia fondamento, genesi estrinseca, nu¬ trimento e
condizioni assolute nelle norme, impulsi e ne¬ cessità biologiche, nessuno lo
nega; perchè l’uomo non è che una e la più alta estrinsecazione della vita, ed
eser¬ cizio del mondo. Ma se, come tutte le altre specie, egli è prodotto e fat¬
tura dell’intrinseca operosità delle cose, dell’attrito, e co¬ nato obiettivi
della natura, e subiettivo spontaneo via via della integrazione individua;
quando egli però pervenne aH'ultima e presente sua condizione
fìsio-intellettiva, as¬ sunse ed assume di fronte alle cose un’energia propria,
e una forma di attività speciale, che lo delineano spiccata- mante da tutte le
altre specie, e più lo emancipano dalle leggi puramente biologiche degli
organismi : condizione appunto sentita e compresa comunemente, e che lo Spencer
ed altri, avendo riguardo ai prodotti che ne erompono, contrassegnarono col
termine di superorganica. Questa nota caratteristica, che in modo esplicito
segna la diver¬ sità dalla biologia della sociologia umana, vale via via
gradualmente anche rispetto alla forma ed al valore della convivenza d’ogni
altra specie inferiore, considerata nella varia attitudine e misura che
manifesta. Le leggi biolo¬ giche, che comprendono certamente e per un verso
anche le produzioni psichiche, sono necessarie e fatali, come quelle che
dipendono intrinsecamente dai processi nativi della natura; e quindi la
biologia per questo rispetto non è altro che la fisiologia generale organica.
Ma su questo fondamento biologico, ed anzi in virtù della sua intrinseca efficacia,
sorge e si manifesta via via, indissolubile col fatto fisiologico, l’esercizio
psichico, che per quanto in principio oscuro e involuto, pure per la
spontaneità nativa seconda alle riazioni organiche rispetto alle forze
incidenti in genere; o anche vi si oppone per l’insito senso della propria
conservazione; onde sin dai primordi e col mani¬ festarsi della spontaneità
psichica in tutte le specie, non si può dire che questa interamente nell’ordine
complessivo del mondo, sia e rimanga affatto biologica: poiché in essa si e
volge, e si esercita una forza che può alla stessa sua efficacia opporsi —
entro limiti proporzionati alla sua virtù via via ampliantesi — e compiere
fatti che in quella ne¬ cessaria operosità fisiologica non erano contenuti. Se,
a modo di esempio, anche nelle specie infime, l’esercizio di conservazione e di
riproduzione sono funzioni in se stesse affatto biologiche — nè può neppure
pensarsi altrimenti — la guisa infinitamente variabile per indefinite
circostanze possibili e particolari, onde avvengono, e di adattamenti quindi
d’organi, di moti, d’accorgimenti, non sono effetto immediato delle necessità
intrinseche della funzione fisio¬ logica corrispettiva ; ma sono effetti della
spontaneità per¬ sonale e psichica della specie, ed allora in quei mondi
inferiori interviene un fatto che per se stesso si distingue dall’azione
organica necessaria. Arroge poi che l’incre¬ mento individuale della potenza
meccanica e intellettiva delle specie, non si avvera soltanto per virtù
intrinseca dell’organismo e per le sue forme, ma si anche pel conato continuo
della psichica spontaneità, che mutila o accresce e trasforma — secondando
certamente altri stimoli di se¬ lezioni e d’ambiente — l’organismo suo proprio.
Da ciò limpidamente apparisce, se non m’inganno, che in ogni specie si
distingue il fattore biologico da quello psichico: il quale se risulta
fondamentalmente, e vi si in¬ volge indissolubilmente, dalla vita complessiva
dell’orga¬ nismo, reagisce poi per converso su questo, e sulle forze incidenti:
e cosi ove le specie sono sociali, la forma so¬ ciologica, che esse vanno
effettuando, é predisposta e ordi¬ nata anche dalla diversa attitudine
psico-organica, onde sono dotate. Sarebbe in questo breve studio inopportuno
recare esempi : che d’altronde a tutti sono noti, ‘ e alla mano. Ma se in ciascun gruppo animale codesta
virtù di¬ versa psichica ingenera e informa l’ordine e il modo vario sociale, e
si eleva cosi in parte sulle funzioni prettamente biologiche, in tutta la serie
animale però, ove anche la intelligenza di molto si evalse, i fatti sociologici
sono si¬ gnoreggiati tuttora dagli influssi biologici per intrinseca efficacia
o per quella estrinseca deirambiente. La sponta¬ neità psichica — comecché
manifestatasi con i suoi ca¬ ratteri essenziali — non raggiunse tuttavia quella
efficacia, che poi per intuito introspettivo, o ponderazione critica
dell’oggetto esterno, ingenera l’attitudine d’interna osser¬ vazione, o di
ascendere al concetto di causa, e quindi alla iadustria meccanica e costruzione
dello strumento; onde meglio può conoscere se stessa in modo esplicito ,
contrap¬ porsi, o contradire a varie necessità biologiche, e signo¬ reggiare in
parte i fenomeni della natura. Questa com¬ plessiva virtù si manifestò
esplicitamente soltanto nell’uomo, quando si evolse lentamente dall’ animale
anteriore sino all’attuale termine psico-organico, che lo distinse e distingue
da tutte le serie passate e contemporanee. Si badi però —• e lo ripeto a
sazietà ancora una volta — se l’uomo pervenne a questa suprema attitudine, onde
co¬ stituì il mondo morale estetico, razionale e sociale, e ar¬ ticolò la voce
in parola quale potentissimo strumento a tutti i progressi scientifici e
socialmente industriali, avvenne per fìsio-psichica evoluzione nell’ attrito
delle forze del mondo; e in modo che ad un organo più efficace e meglio
fisiologicamente disposto, rispondesse sempre, con esso poi indissolubile, una
più alta virtù intellettiva. Per lo che gli intimi moti funzionali del
cervello, coordinati a tutto il sistema spinale e periferico nerveo, tanto sono
necessari ad un ragionamento empirico di un Fuegiano, od anche d’uomo prelitico
, quanto alla composizione della Divina commedia, o alle scoperte scientifiche
di un Galileo e di un Newton. Il che non toglie che il lavoro intellettivo di
questi e dell’ uomo civile in generale, non sieno straordi¬ nariamente
superiori a quelli d’ogni altra specie. Che se anche nell’ uomo, ove
l’intelligenza è veramente potenza esplicita ragionatrice, questa è prodotto
della evoluzione universale biologica, considerata come forza speciale del
mondo fra le altre, ed i suoi atti quindi non possono dirsi superorganici nel
significato dello Spencer; pure quando una tale potenza si manifestò
acquistando via via per l’esercizio e il conato, più spiccata persona, ella è
tale che reagisce, in modo estremamente superiore a quello degli animali
inferiori, alle leggi stesse biologiche e alle forze molteplici incidenti che
lo stimolano, minacciano, o favo¬ riscono: che anzi le piega a soddisfare i
suoi bisogni, si¬ gnoreggiandole con la mente. Onde il fatto generale socio¬
logico ne proverrà, assumerà una forma che non solo lo distinguerà da tutte le
altre, ma terrà un procedimento, ed avrà una molteplice complessiva attuazione
illimitati, com’é illimitato il campo, l’esercizio, l’acquisto della sua
speciale intelligenza. E qui ci si affaccia veramente l’area tutta propria
della Sociologia umana, di fronte a quella delle singole specie. Consideriamola.
Gli effetti lentamente prodotti di questa più esplicita at¬ titudine psichica
umana, sono, oltre la tradizione e la storia, strumenti mano mano di più ampi e
ulteriori pro¬ gressi intelletttuali e sociali —* fatto notato splendidamente
dal Vanni, come caratteristica della vita sociale umana rispetto a quella
animale — sono, io diceva, la costitu¬ zione rappresentativa di un mondo ideale
erompente in principio da una obiettivazione di tutto se stesso , come provai
già in altro mio lavoro: Mito e Scienza, nelle forze e nei fenomeni della
natura; mitica poi, e per elaborazione razionale trasformantesi in critica
scientifica in ultimo : mondo che non solo vive esclusivamente nel pensiero,
quale prodotto della sua attività, ma varia eziandio di forma — e questo è
importantissimo —* da persona a per¬ sona, da gruppo a gruppo, da popolo a
popolo. Ora noi osservammo come in ogni specie l’ordine sociale, che le è
proprio, se in parte è l’effetto della sua peculiare atti¬ tudine psichica, e
spontaneamente si costituisce, e par¬ zialmente si modifica in virtù di
circostanze obiettive e subiettive, egli è però assolutamente ereditario nella
sua forma, finché la specie non si trasmuti; ed ogni individuo tanto vi
coopera, quanto ne risulti quelfinsieme di convi¬ venza che lo distingue dagli
altri; e che viene poi ripro¬ dotto quasi esattamente dalle generazioni
susseguenti. E ciò si avvisi eziandio ove la forma sociale — benché gli
individui vi sieno già liberi e sciolti — riesce più com¬ plicata per uffici,
per ordini, per natura dei membri, sic¬ come nelle api, nelle termiti, nelle
formiche, e via dicendo: mentre in ciascun componente si manifesta da vero un
grado eminente d'intelligenza, e nell' organamento sociale una mirabile
saggezza, pure nè alcun membro nelle suc¬ cessive generazioni muta indole e
attitudine, nè il tutto sociale che ne risulta, muta forma e costituzione. Come
un tale aggruppamento e partizione d'uffici e indole de’ suoi membri, a poco a
poco per selezioni, e cospirazioni di fatti cosmici sorse, e si evolse, cosi
via via si ripetè nelle graduali sue fasi, ed or si ripete nelle condizioni at¬
tuali per funzione ereditaria; onde se mutamenti sono pos¬ sibili, e lo
saranno, questi avvengono si lenti, che il prin¬ cipio ed interno cambiamento
negli individui, e di rappre¬ sentazioni di finalità preconcetta, rimangono
quasi di nessun valore; e vi si manifesta invece più poderosa — sebbene la
intelligenza di membri sia cospicua — la fun¬ zione biologica, ampiamente però
intesa. D'uopo è inoltre riflettere che la forma sociale, ov'è anche
complicatissima, la medesima si riproduce nella medesima specie per quanto ella
sia diffusa, e si moltiplichi in gruppi per vasta distesa del mondo; per lo che
ella rimane identica nello spazio, come nel tempo: e si può dir quasi che ella
si riproduce nel suo insieme, come si riproduce l'individuo che la compone. Ora
nell’uomo — considerato universal¬ mente — ciò non avviene — poiché per quanto
le vicende sociali intrinseche, e l’organamento costitutivo loro sieno in
alcuni gruppi, poco variabili specialmente nelle primi¬ tive associazioni, e in
qualche razza inferiore o degene¬ rata; e più e più si facciano complicate e
variabili mano mano che la vita civile avanza, e secondo razza ; pure se ben si
studiano e considerano per entro i loro sistemi so¬ ciali, scorgeremo quanto
sieno incostanti e mutabili i rap¬ porti di sopreminenza, e d’ordini tra i
membri, tra le età, tra i sessi: onde non ci sarà dato mai per un dato periodo
rassomigliare un’orda per quanto selvaggia ad un alveare di api, ove la qualità
differenziale dei membri, gli uffici loro, il totale organamento, ed i loro
reciproci rapporti, sono e furono per secoli e secoli identici. E non solo
anche l’aggregalo umano è variabile in ordine al tempo — in proporzione del suo
valore e condizione morale e di razza — ma tra aggregato e aggregato rispetto
al tempo e allo spazio: in quanto nella nostra specie umana i modi di
ordinamento sociale sono, e furono svariatissimi, nè l’uno all'altro rassembra,
e in guisa sovente sì disforme, che quasi farebbero dubitare della identità
della specie, e nella medesima area. Nè mutabili soltanto debbono dirsi le
condizioni sociali, ma progressive nella umanità, chè rivolgimenti in qualche
anno, in qualche mese, e di un giorno eziandio cambiarono l’aspetto, e la
costituzione di una intera nazione. Fatti questi che splendidamente testi¬
moniano quanto la sociologia umana sia diversa, e d’in¬ dole superiore a quella
di tutte le sottoposte specie : argo¬ mento bastevole a correggere la dottrina
di quelli che identificano in un concetto e in una legge la società umana e
quella animale: tanto che non pongono divario tra rag¬ gruppamento e il modo di
comportarsi delle cellule tra loro, nei tessuti e negli organi con
l’associazione d’uomini della più civile nazione: fatti d’altronde che
testimoniano come nella costituzione sociale nostra, la virtù psichica si
emancipi dalla funzione meramente fisiologica, ed assuma forma speciale. Ma
debbesi aggiungere che i mutamenti lentissimi indi¬ viduali, o dell’aggregato
sociale animale, se per avventura si effettuano, vengono sempre predisposti e
stimolati sempre da un bisogno attuale e limitato ad un fatto particolare in
ciascuno, e generato sovente dalle necessità cosmiche del¬ l’ambiente: onde
l’individuo ne ha medesimamente una .singolare rappresentazione, e conforme al
fatto presente : mentre e al contrario sovente nelle società umane il mu¬
tamento è premedito, e anticipatamente voluto, non per bisogno particolare
attuale, ma per un ordine di cose, e sistema ideale, ove quel bisogno, o
disagio cessi, e tutta la convivenza assuma forma diversa, e si compiano
effetti più generali e duraturi. Ed anche ciascun individuo può occasionare,
preparare e mandare ad effetto un mutamento, come un gruppo in un popolo, e per
impulso istintivo un popolo intero eccitato. Quindi nella psiche umana non havvi
soltanto rappresentazione di fatti singoli, o partico¬ lari attuali, o se da
compiersi, determinati allora da virtù ereditarie, ma rappresentazione di fatti
e idee generali, e possibili , di scopi quindi nuovi da raggiungere secondo un
mondo ideale — certamente proporzionato alla potenza e al saper di ciascuno e
dei tempi — che per spontanea associazione ed elaborazione di fatti e di idee,
tutti si for¬ mano nel pensiero; i quali presero via via e possono prendere
forma concreta nei costumi e negli istituti reli¬ giosi e civili. E questo
stesso mondo poi ideale è a sua volta sempre mutabile, e si evolse
modificandosi inces¬ santemente, negandosi, raffermandosi parzialmente, od in
in tutto; ma — in modo generalissimo — progressivo e più razionale. Nè si lasci
poi in disparte lo strumento, che, quando istituito, è il più poderoso stimolo
e fattore di mutamenti, di perfezione e civiltà, voglio dire il linguaggio
articolato e la scrittura — articolato appunto perchè nel- F uomo primitivo
andò articolandosi innanzi con lavoro di molti secoli, il pensiero: come
dimostrai in un mio re¬ cente lavoro. Ora nelle società animali tutte quante,
dalle minime e semplici alle più vaste e complesse, nessuno di questi fatti
apparisce; e se vi si riscontrano degli analoghi, non mai prendono forma
esplicita e consciamente riflessiva. Se la psiche loro informa tali società a
seconda delle sue par¬ ticolari attitudini in ciascuna specie, essa però rimane
implicitamente inclusa nel fatto sociale che ingenera, nè mai lo signoreggia; e
sebbene si eserciti con la sua spon¬ taneità, resta nonostante e per gran parte
involuta nella biologia, e sottoposta agli influssi cosmici correspettivi. Ed è
appunto per questo che la forma sociale negli ani¬ mali è senza mutamento in
ciascheduna specie: e se ra¬ dicali mutamenti avvenissero, la specie sarebbe
già tra¬ sformata. Stando pure alle specie ancora viventi, noi pos¬ siamo nella
stessa area ove dai tempi primitivi perdura¬ rono società umane ed animali,
scorgere che, mentre queste non cambiarono assolutamente forma, e con co¬
stanza si riprodussero esattamente identiche sino a noi, quelle, le umane cioè,
ebbero continue ed essenziali vi¬ cende e numerose serie di rivolgimenti e di
ordini sociali. Per lo che si può dire che nelle altre specie, mentre re¬ stano
identiche e non si trasformano, l’organamento sociale a cui pervennero, è fatto,
e per sempre; in quella umana al contrario, come il linguaggio articolato, come
la scienza, non è mai fatto, ma si fa e diviene senza meta assegna¬ bile,
rimanendo identica la specie : onde la sociologia umana, se ha elementi propri
e fondamentali che la de¬ terminano di fronte alle altre inferiori, è di più,
nella sua forma, illimitata; e nella sua evoluzione, continua. Quando io
affermo, e non affermo che fatti innegabili, che, cioè, l’ordinamento e le
vicende sociali nell' umanità in genere si effettuano per virtù spontanea, e
proprio la¬ voro della psiche, emancipatasi in gran parte dalle neces¬ sità
biologiche e fìsiche, non vorrei che alcuno argomen¬ tasse da ciò che io credo
a\Y assoluto arbitrio nostro, considerato nella pienezza della sua indipendenza
in tutto, come crede e continua a credere una scuola già antica e non
scientifica; onde si avrebbero effetti senza cagioni, e conseguenti senza
antecedenti. Un tal presupposto è tanto erroneo, che veramente se i sostenitori
fossero sinceri, dovrebbero confessare che non lo possono neppure pen¬ sare:
poiché non è pensabile in quanto ripugna al proce¬ dimento universale delle
cose, come a quello logico subiet¬ tivo, e si risolve non in una chimera — che
pure può prendere fantastica rappresentazione — ma in un vocabolo senza
contenuto e significato. Ma tant’è: quando un errore anche per sé
inescogitabile, si abbarbicò come suono nella intelligenza, in parte vi si
mantiene per abitudine ereditaria e meccanica, in parte per coordinazione
necessaria e formale di altre dottrine ed interessi, benché l'assurdo apparisca
chiaro e mani¬ festo. Ond’io conferendo alla Sociologia umana altri fattori
morali ed intellettuali efficacissimi, oltre quelli meramente biologici e
cosmici, non voglio dire per questo che le forme qualunque sieno sociologiche,
abbiano da reputarsi pro¬ dotto esclusivo ed intero della libertà assoluta del
pensiero e delle azioni umane. Io non sono di quelli che sentono quasi una
voluttà strana — oltre il nobile compiacimento della scoperta del vero —
nell’esagerare e sostenere Fan¬ tomatico esercizio fisio psichico nostro, ed
osannano quando si persuadano d’avere in noi distrutto ogni spontaneità
d’azione, e critica di pensiero, ridotti macchine miserande mosse da una
fatalità cieca organica, universale. Ma né anche sono di quelli che si
compiacciono dell’assurdo, per innalzarci a fantastica altezza e potenza. Che
l'uomo abbia nella sua virtù riflessiva, che si esercita a sua volta poi in un
un campo meramente intellettuale, ignoto affatto agli animali inferiori, un
potere discernitivo non solo tra le idee ed i concetti, ma si tra le azioni da
compiersi, é cosa che il senso comune e l’implicita coscienza enunciò e senti
sin dall’epoca preistorica, e la scienza non può negare. Se egli giudica ed
opera secondo motivi — senza i quali é impossibile giudizio ed azione — questa
stessa possibilità di giudizio e di scelta, paragonando e pesando i motivi,
prova eh’ egli non é sottoposto fatalmente ad operare se¬ condo impulsi
immediati, e non in conflitto, e in modo identico sempre a questi impulsi; come
sarebbero le azioni e reazioni in tutte le funzioni fisiologiche da quelle sem¬
plicissime della cellula individua, sino a quelle dei tessuti e degli organi
nell’ animale più complesso e vario. La spontaneità di movimenti semplici, o
complessi : di acce¬ leramento, di ritardo e d’inibizione di fatti coordinati a
scopo qualsiasi, cresce e s’invigorisce mano mano che, per più perfetto
magistero fisiologico, anche l’efficacia psi¬ chica si avvalora e si ampia;
finché nell’uomo giunge — e sino ad ora — al suo apogèo per l’atto
reduplicatore della intelligenza animale. Dal che conseguita che nonostante le
cause determinanti e forme di pensiero, e modi di azioni, obiettive e
biologiche che costantemente operano, l’uomo può occasionare un corso di eventi
in una direzione piuttosto che in altra, trasformare l’ordine sociale a seconda
di un tipo precon¬ cetto, eletto tra vari ed esercitare azioni anche in contra¬
dizione assoluta delle leggi biologiche; onde sovente rimase e rimane vittima inconscia
della violenta infrazione. E basta che egli lo possa — anche se a ciò lo
spingono mo¬ tivi ideali, che sono poi prodotto non biologico, ma del¬
l’attività intrinseca della psiche : lavoro questo, perciò ri¬ spetto al motivo
affatto superiore, e inconvertibile con esso lui,- a quello biologico; ed
azione rispetto alla fatalità di un antecedente e conseguente fisiologico,
affatto da lei indipendente. Inoltre quando l’uomo si determini ad una azione,
o alla effettuazione di un ordine complesso di cose apparisce nel suo pensiero
— prodotto del pensiero stesso — una vasta e varia possibilità di modi e di
forme di esecuzione e di ordinamento, non un modo unico e solo di compierla,
come è il caso inferiore: la quale varia possibilità di modi e di forme accresce
straordinariamente la sua attitudine discernitiva e di azioni; librandosi, a
cosi dire, e sui di¬ versi impulsi biologici, e sulle diverse soluzioni
escogitate. Ed è appunto questa ricca possibilità di forme di azioni e di
motivi, sebbene abbiano già avute cause determinative, che sia nella vita
morale, sia in quella sociale l’uomo ha reale spontaneità nella scelta, e campo
larghissimo all’e¬ sercizio e alla attuazione delle forme possibili. Nè si
dimentichi — e questo è ciò che si dovrebbe tem¬ perare alquanto le assolute
affermazioni dei fatalisti ad ogni costo — che se certo è manifesto divenire
l’ambiente complesso morale e sociale un massimo fattore, oltre quelli
individuali fisiologici, di pensieri, di sentimenti, di azioni, noi possiamo
però per via di leggi, di educazione privata e pubblica, d’istituzioni
religiose e civile, e d’istruzione creare a nostra posta un ambiente opportuno
per volute idee, costumi, credenze e istituzioni sociali. Ed in¬ fatti l'opera
di legislatore religioso o civile fu sempre questa, o di mantenere l’ambiente
attuale, o modificarlo in parte, o radicalmente a seconda d'intendimenti
speciali. Or questo meraviglioso potere di creare ambienti deter¬ minanti —
onde l'uomo si sostituisce alla natura, e volon¬ tariamente crea a sua volta
per l'avvenire mondi nuovi d'idee e di fatti sociali, modificando, secondando, o
con¬ tradicendo anche alle leggi stesse biologiche ed ai loro effetti naturali
— è fatto che dovrebbe con più sano ed equo giudizio indurci a comprendere il
reale valore del determinismo nelle azioni umane e sociali. Negare l'effi¬
cacia determinante sia fisiologica, sia morale delle nostre azioni — entro
limiti reali — è follia; tanto evidente e palese essa è : ma ridurre tutto a
fatalità meccanica è an¬ cora un assurdo più miserando. Poiché l’uomo, infatti,
ha la virtù — nonostante sia sot¬ toposto alle azioni determinanti in
universale — di creare a sua volta — come ha sempre creato sebbene sin qui in
modo inconscio — un ordine determinante di cause per raggiungere scopi
individuali e sociali futuri, signoreg¬ giando così il magistero reale
obiettivo e subiettivo; chi può negare la grandezza e la efficacia del suo
potere sulle cose e sopra di sé pervenendo in tal modo al- 1' acquisto di una
libertà , che nativamente non possiede, e non si trova nell’ordine effettivo
delle cose? Questa meravigliosa vittoria, più meravigliosa anche di quella
libertà d’arbitrio che non ha e non può avere nel senso di alcune scuole
teologiche, perchè è personale conquista, pervenne da quest'altro fatto non
meno stupendo; cioè — come già da molti anni accennai — ch’ei solo comprese
lavoro proprio cogitativo, che non è libero: schiavo però che sa d'essere
schiavo, e tenta i modi e le arti della sua liberazione. Questa verità a cui
l’uomo giunse basterebbe di per sé sola .a porlo infinitamente al di sopra
degli ani¬ mali inferiori: poiché qui non trattasi di servitù estrinseca — che
la prigionia od i ferri visibilmente indicano — ma eli profondamente intrinseca
di pensiero, informante azioni e il pensiero stesso. Quale abisso, quale
sterminata di-- stanza, non solo dalla servitù inconscia dell’ animale a questa
umana intima scoperta e concetto; ma dai primi vagiti stessi della ragione
dell’uomo prelitico! Che se l’uomo non giunge, e non può giungere a creare una
fa¬ coltà, od una potenza, che per sé stessa non può esistere sia
obiettivamente, sia subiettivamente, quale sarebbe il libero arbitrio assoluto,
giunge però a far sì che gli effetti delle sue azioni e dei suoi ordinamenti
sociali e civili sieno tali, quali sarebbero se venissero prodotti da una forza
libera assolutamente. Il qual magistero e funzione intellettuale e morale, sono
l’opera più eccelsa e mirabile a cui sia pervenuta l’umanità pensante e civile.
Da ciò — ed io non posso in questo scritto estendermi maggior¬ mente —
conseguita e si manifesta l’indole speciale della Sociologia umana, in quanto
si differenzia dalla biologia, e da tutto quel complesso di fatti che costituiscono
le sue forme inferiori nel regno animale. Laonde chiaro apparisce come la
Sociologia non possa confondersi con la biologia (benché questa ne sia condi¬
zione necessaria) come alcuni insegnano; i quali scam¬ biano le analogie con
l’identità. Se per intrinseca indole della essenza delle cose e dei loro
procedimenti e forme di svolgimento, pochissime sono le norme ed i modi del
loro esercizio, onde — come da molti anni già dichiarai altrove — la natura
perviene ai medesimi resultati per svariatissime e molteplici vie, e quindi
Yanalogia dapper¬ tutto necessariamente apparisce, ciò non deve indurci a
credere e affermare che nelle cose stesse, e nella loro ef¬ fettiva
manifestazione non sia distinzione di modi, di gradi, di costituzione e di
potenza; che poi tutti rimangono nella loro particolare azione e forma costanti
ed efficaci relati¬ vamente, sebbene vi si scopra un metodo comune di ese¬
cuzione e di esercizio: onde abbiamo Y analogo modo di divenire nei molteplici
fenomeni nturali. E su questo in¬ gradarsi reale delle cose, ed assorgere a più
alte efficacie, benché gli elementi loro essenziali rimangano identici, e gli
assimilino dalla infinita matrice della natura, anche il Vanni ha giuste e
sagaci osservazioni; e con più ampia dichiarazione poi, chè il proprio tema lo
esigeva, ne di¬ scorse argutamente l’illustre Angiulli nella sua insigne opera
« Filosofia e Scuola ». Ed invero rispetto alla forma sociale umana, soggiun¬
geremo noi, se da prima fu semplicissima comechè con¬ fusa, siccome altri
dichiarò, ed ultimamente in un suo studio assai dotto il chiaro d’Aguanno, ed
io stesso, se non m’inganno nei lavori antecedenti risalii con le indu¬ zioni
più in alto nel tempo, di tutti; se da prima, io diceva, fu semplicissima e
quasi società di mammiferi superiori, e quindi più aperta agli influssi e alle
leggi cosmico bio¬ logiche, essa andò in seguito sempre, più o meno nelle
diverse razze inferiori, e. massimamente poi in quelle superiori e storiche
complicandosi, specializzandosi, va¬ riando e ascendendo a maggiore potenza ed
efficacia in sé stessa, e verso le stesse leggi cosmico-biologiche. E tanto pel
continuo progresso e perfezione degli strumenti meccanici in genere (veri
organi validissimi aggiunti ai suoi personali), industriali e scientifici — si
avanzò nella emancipazione dalle strettezze biologiche e cosmiche, che infine
in gran parte le signoreggiò, e pervenne a far servo al suo volere, ciò che
innanzi era tiranno della sua vita. Le forze disciplinate cosi della natura si
mutarono in elementi sociali della costituzione civile. Vedesi quindi quale
diverso orizzonte, e valore si apra e si incominci, per la umana Sociologia, di
fronte a quella puramente animale. Il che non divide o separa sostanzialmente
il mondo sociale umano da quello animale, donde sorse; ma lo distingue
siffattamente che confonderlo è errore mas¬ simo, come massimo pure quello di
credere che la potenza superiore della psiche umana sia un semplice rafforza¬
mento di quella anteriore animale, e non un atto invece, che non accresce
facoltà, ma reduplica le antecedenti. Atto certo non metafisicamente sorto e
campato in aria, come alcuni ebbero l’ingenuità di volermi far pensare, ma
biologicamente indissolubile col processo fisiologico individuale, in questo
radicando anzi le condizioni della sua manifestazione. Anche il parificare
quasi, come si fa, l’organismo so¬ ciale con quello effettivo biologico, ed
assimilare l’asso¬ ciazione umana nei suoi modi indi variamente ordinati di
esercizio gerarchico, alla disposizione anatomica e fun¬ zione fisiologica
organica, identificandone la genesi, le specializzazioni, l’esercizio e
l’evoluzione, è trasformare la metafora in cosa reale. Un tale presupposto, che
vor- rebbesi dimostrazione scientifica, può essere, come fu, causa di molti
errori e perniciose conseguenze dottrinali e pratiche nella vita effettiva
degli stati e delle nazioni. Certamente, come notammo, leggi d’esercizio e di
evolu¬ zione fenomenica delle cose sono poche, e quasi dissi uno, e il metodo
generale della natura un solo nella immensa esplicazione e molteplicità delle
cose e delle loro forme ; onde sì universale signoreggia l’analogia, ed è
intellet¬ tualmente possibile la metafora; la quale è una spontanea intuizione
analogica eziandio dell’uomo primitivo; perchè intuizione non d’identità, ma di
simile procedimento e di operosità tra tutte le cose. Or tale analogia si
considera sovente, anche dai sommi, come fosse identità eftèttiva, e cosi si
ricade in quella insidia congenita alla nostra mente, che io discopersi in
altra mia opera, cioè nel mito. L’as¬ sociazione umana è veramente un
organismo, se per questo intendesi un ordinamento di persone, e di uffici
reciproci, e disposto a forma gerarchica, onde le attività di ciascun membro,
od organo di questo ordinamento possono chia¬ marsi funzioni. Ma badiamo di non
trascorrere oltre l’ana¬ logia e la metafora. Nella consociazione cellulare ed
or¬ ganica effettiva, e nelle funzioni che ne risultano, si agita un principio
biologico fatale, che fatalmente muove, e coordina tutte le parti, assimila e
dissassimila cosmici elementi, per necessaria consonanza della natura per sè
stessi preordinati all’effetto immediato; e si configura a norme d'eterni
impulsi meccanici, e per leggi tanto costanti in ciascun momento e fase, quanto
quelle che governano i moti e le aggregazioni degli astri e dei loro sistemi. Noi
vedemmo già che alla attività biologica puramente fisico-chimica si associa, e
ne è effetto primordialmente, quella psichica: la quale se resta sempre
involuta e asso¬ ciata in vari modi alla prima, pure ella è prodotto — quando
apparisce — che più o meno modifica l’efficacia ingenita della prima, e anzi si
risolve in fattore, pei suoi conati stimolati dal senso, di forme organiche più
perfette, ed assume sempre mano mano più vigorosa spontaneità. In questo fatto,
ed a questo punto — tenuissimo da prin¬ cipio, maggiore via via in progresso, e
massimo poi nel¬ l’uomo — si manifesta nella forma sociale delle specie un
ordinamento che non può più dirsi esclusivamente orga¬ nismo, ma associazione
fisio psichica disposta non più a seconda solo di fatale aggruppamento
cellulare, e genesi e specificazione semplicemente biologica, ma un modo più
conforme al senso, alle soddisfazioni, ai bisogni delle par¬ ticolari specie:
onde talvolta l’aggregazione si fa in guisa che non corrisponderebbe appieno ed
in sé alla forma fa¬ tale biologica, se questa operasse senza l’influsso di
quel nuovo fattore. Questa nuova forma di associazione, che si evolge da
rapporti non più fatalmente costanti degli elementi orga¬ nici tra loro, ma da
quelli d’indole distinta di senso, cioè, d’intelligenza e di emozioni, va ognor
più assumendo e af¬ forzando caratteri propri speciali, quanto più vivido
cresce nelle varie specie il senso, più profonde e molteplici le emozioni, più
attiva e sagace l’intelligenza e la perfezione degli organi interni ed esterni:
salendo poi a mirabile po¬ tenza per ultimo — e per ora — nell’ uomo e nelle
sue razze superiori. Questa associazione quindi se vuol dirsi organica, per
analogia, per il suo interno ordinamento, e pei modi estrinseci di
distribuzione di uffici, e gerarchia di attività, nulla di male; noi sappiamo
da che provenga una tale estrinseca similitudine, e come ne sia giustificata la
metafora. Ma non si dimentichi però che un tale orga¬ nismo, per i suoi
elementi ordinatori, per l’indole de’ suoi membri, per la forma del suo
esercizio, per gli scopi, e nell’uomo poi per l’indefinita sua mutabilità, è
affatto distinto e diverso fondamentalmente dall’effettivo organismo biologico.
Che se tutte le forme e le attività delle cose procedono da.un fondo infinito
comune, e s’identificano negli essen¬ ziali elementi, onde primordialmente
procedono, pure quando per combinazioni e composizioni ulteriori un elemento
ag¬ gregandosi ad altri si evolse a gradi, a operosità supe¬ riori, questi
assumono valore ed efficacia ben distinte e diverse da quelli, donde partirono.
E sappiamo che per le ultime induzioni e qualche esperimento della chimica
moderna, gli stessi corpi semplici sono ulteriore evolu¬ zione, secondo il
Crocks, d’altra sostanza più essenziale, acquistando però, come tutti sanno,
qualità diversissime. L’organismo sociale adunque, e in specie nell'ùomo, è un
organismo sui generis , che ha nascimento, esercizio, forma e scopi
assolutamente propri, e soltanto può rimanere nel linguaggio scientifico, come
semplice metafora analogica. Basterebbe considerare che sovente la forma
sociale, o l’organismo generale di un dato popolo si attua, non per inconscia e
spontanea evoluzione, ma si e al contrario per un disegno anticipatamente
pensato, meditato e voluto: ed in modo che spesso una tal forma sociale imposta
è in opposizione all’ indole del popolo, e della razza, e del loro procedimento
storico stesso ! Tanto in sé e per sò si diversifica ciò che chiamasi organismo
sociale da quello fatale, e fisiologicamente cieco del mondo biologico puro. Ma
non si creda d’altra parte che noi affermando la genesi sociale, e le sue forme
diverse secondo le diverse specie animali derivare primitivamente dalle varie
attitu¬ dini psicologiche loro, affermiamo che la sociologia si confonda, o
s’identifichi con la psicologia. Sarebbe questo un errore grossolano : noi
soltanto affermiamo che le di¬ verse forme sociali, oltre le necessità
organiche e cosmico - biologiche d'ogni specie, resultano anche dalla loro
indole particolare psichica ; del quale fattore debbesi tenere sem¬ pre conto
maggiore, quanto più la personale virtù psichica animale si rafforza e si
amplia: poiché l’effetto generale dell’evoluzione psico-organica nel mondo è
quello di pro¬ movere, di corroborare , di accrescere la psichicu perso¬
nalità, e nell’uomo poi quella massima, oltre l'intelligenza, morale e
giuridica . La psicologia comparativa é lume in¬ tenso a scoprire in gran parte
le leggi sociologiche : onde poi nell’ uomo si può studiare quella collettiva
dei popoli e delle razze, che getta luce si grande sulla particolare e
individuale; ma la psicologia non costituisce la sociologia, poiché essa
resulta da tutti gli elementi fondamentali, e di esercizio che integrano
l’uomo, e l’umanità in consonanza e rapporto con le leggi del mondo. L’indole
congenita, e la particolare attitudine psichica nelle varie specie e nelle
razze nell’ uomo, ingenerano soltanto la peculiare fisono- mia a tutti gli
elementi sociali, donde poi resulta la forma collettiva della loro vita. La
psicologia non é il solo ele¬ mento della Sociologia; tutt’altro! — ma è
quello, a dir cosi, che dà il tono e il colore a tutti gli altri; è la chiave
armonica che ne contrassegna il modo e la varia conso¬ nanza. Da tutto ciò che
brevemente, e in modo troppo conciso per la vastità del tema, dicemmo, la
Sociologia non può essere che la Scienza della genesi, esplicamelo,, specifi¬
cazione, e trasformazione degli elementi essenziali fisio- etico-razionali
umani in quanto, consociati, vanno ordi¬ nandosi concretamente in un sistema
attuoso e variabile di vita comune . Da questa nostra definizione generica
resulta evidente che la vita e le forme sociali, mentre hanno elementi es¬
senziali biologici e razionali, derivanti da tutti gl’istinti, i bisogni, le
condizioni, le arti, le scienze, le religioni e via discorrendo, ciascuno di
questi non é la Sociologia, nè la costituisce; ma sono necessari tutti a
integrarla. E nò anche sono in lei riassunti, dirò cosi meccanicamente, o come
estrinseca associazione, ma vi si assommano, ripeto, e s’identificano in una
unità vivente. Essa non può — per chi guardasse all’ ingrosso — confondersi con
la vecchia metafìsica — quintessenza di vuote astrazioni; nè con l’at¬ tuale
Filosofìa scientifica, che è sulla via — se si attiene al programma — del vero
e del reale: in quanto la So¬ ciologia non è in sè stessa un sistema puro
d’idee, o di simboli, ma una intrinseca unificazione di elementi reali, tratti
dall’esercizio effettivo di persone consociate. Tanto ò vero che essa non studia
soltanto gli avanzamenti so¬ ciali nei popoli e nelle razze, indagandone le
cagioni scien¬ tificamente; ma si i loro regressi, dovendo trarre la spie¬
gazione degli uni e degli altri unicamente dal fatto sociale. Né d’altronde può
immedesimarsi, come pensarono alcuni, con la vita giuridica ed economica dei
popoli, e prendere a guida solo la etnografìa generale, poiché tutte queste
forme di attività sociale sono elementi di quella scienza, non la scienza.
Insomma essa è il prodotto primo e che va via via ampliandosi e specificandosi
e ordinandosi, di tutti gli elementi fìsio-razionali umani in quanto concer¬
nono i modi e le forme dell’associazione nei suoi rapporti privati e comuni.
Ogni scienza quindi, ogni elemento umano, ha il proprio suo campo e il suo
esercizio speciale in sè, in armonia con tutti gli altri, che è poi l’àmbito
della Filosofìa scientifica ; ed ha nello stesso tempo efficacia particolare in
quanto può ingenerare, modificare e costi¬ tuire un ordinamento — associato
agli altri — una forma di convivenza; solo per questo rispetto egli é assunto
come elemento e fattore della Sociologia. Ho tracciato appena uno schizzo di
ciò che io intendo per Sociologia, e come si distingua dalle altre scienze, a
proposito del bellissimo saggio del Vanni, ove sono posti criteri sanissimi di
metodo di questa disciplina; e con senno mirabile la sottopone alla critica
scientifica; unico modo per salvarla dalla confusione in cui resta e dalla
ruina. A voler scriverne un trattato, sarebbero necessari volumi: per or mi
attenni a queste poche considerazioni. Così, riepilogando, nella guisa che v’
ha una psicologia generale — di cui trattai in un primo saggio già da più di 26
anni — nella quale si comprendono tutte le forme psicologiche d’ogni specie
particolari, e tra queste anche quella relativa al sesso diverso, ove
apparisce, compresa quella dell’uomo considerato come animale nella serie intera:
e va pure una psicologia speciale umana che fonda¬ mentalmente si distingue da
tutte per una sua funzione propria intellettuale: nello stesso modo v’ha una
sociologia generale, nella quale si comprendono tutte le forme sociali d’ogni
specie, ove questo fatto si avvera, compresa quella dell’uomo considerato come
animale nella serie intera; e v’ha pure una Sociologia specialissima dell’uomo
che fon¬ damentalmente si distingue da tutte per caratteri propri, erompenti
dall’atto stesso psichico che lo differenzia dagli animali inferiori. La
psicologia speciale umana non può disgiungersi da quella generale, e perchè tra
loro c’é con¬ tinuità di essenza e di evoluzione graduale, e perché la psiche
umana non potrebbe pienamente comprendersi senza quello studio preliminare e
comparativo. Ma poiché nel¬ l’uomo compiesi psico-organicamente un atto che si
lo distingue da tutti gli altri inferiori, l’esercizio e gli effetti suoi sono
infinitamente diversi per complicazione e po¬ tenza, e costituiscono una scienza
tutta particolare. La So¬ ciologia umana medesimamente non può disgiungersi da
quella generale di tutte le specie sociali per le stesse stes¬ sissime ragioni;
mentre costituisce poi una scienza affatto particolare per la potenza e indole
dell’ uomo, ingenerate da quell' atto psichico differenziale accennato. E come
questo trasforma, e informa di sé, tutti gli elementi fisio¬ psichici umani ed
il loro esercizio, ond’hanno personalità distinta nel mondo psichico generale,
cosi egli trasforma ed informa di sé tutti gli elementi fìsio-psichico umani,
in quanto si ordinano in un sistema comune di convivenza. La nuova forma di
attività che nell’uomo assume la psiche produce, rispetto alle cose, ove si
esercita, l’arte esplicita e con finalità illimitata, e la scienza; le quali
assoluta- mente lo innalzano al di sopra per potenza intrinseca agli animali
inferiori, comecché abbia in essi essenziali radici. E questa forma stessa e
nuova dell’ attività della psiche, in quanto si esercita sul fatto sociale e
nei suoi elementi costitutivi, produce la Sociologia umana, che tanto si di¬
stingue e s’innalza per esercizio, e ordinamento e scopo sopra a quella
generale delle specie inferiori, quanto la psicologia umana su quella generale
inferiore medesima¬ mente. Ciò, ripeto, non vuol dire che la psicologia sia, o
quasi s’identifichi con la Sociologia, che ha contenuto, metodo, e genesi suoi
propri ; ma solo fa che tutta la gran¬ dissima differenza dalle inferiori, la
Sociologia umana la trae ab initio dal fatto fisio-psichico, che distingue a
sua volta l'uomo dall’animale. Questo metodo che non discontinua nello immenso
campo delle cose e delle scienze, le serie dei fenomeni, e delle molteplici
loro forme, e rispettivo esercizio, ma le distingue, come effettivamente sono,
e la indagine sperimentale e critica comprova, è necessario acciocché non si
confonda nè si identifichi ciò che diversamente è diverso. La Socio¬ logia,
come la psicologia — considerando ora queste scienze —- sarebbe errore massimo
confondere, o identificare con la biologia, o più specialmente con la
fisiologia, animale donde erompono; come sarebbe errore massimo separarle
affatto. A rendere possibile da prima le forme svariatis¬ sime e indefinite di
associazioni animali, era d’uopo che l’attività biologica generale, e quella
poi particolare in ciascuna specie sociale effettuasse organicamente e sen¬
satamente il mondo vivente animale stesso, perchè, come è evidente di per sé,
sorgesse la spontaneità psichica; la quale a sua volta col proprio esercizio
coadiuvasse a dare aspetto singolare a ciascuna associazione. 'Nessuno da senno
può negare un tale influsso psichico — quando si è manifestato — sull’ effetto
e forma dell’ associazione per quanto semplicissima: ma nel tempo medesimo però
che l’associazione animale così necessaria si distingue da quella anteriore
puramente organica e fisiologica, non si può separarla; poiché ingrandendosi a
forma superiore ebbe dall’ altra possibilità di esistenza, e vi è tuttora per
la stessa ragione involuta, e in parte immedesimata. Nella vasta serie delle
associazioni animali, e delle loro forme, ci sono aggregati sociali vieppiù
complicati, o dove per lo meno, la maggiore libertà di movimenti, e più sagace
esercizio d’intelligenza, o più varie e vive emozioni, danno al loro
ordinamento sociale un aspetto meno disforme da Digitized by Google - 105 -
quello, che poi si verifica nella specie umana, considerata massimamente nelle
razze infime e più selvatiche. Cosi per esempio negli antropomorfi superiori
non solo evvi associazione numerosa d’individui, ma si manifesta una quasi
coordinazione di esercizio sociale, ed anche di emo¬ zioni che vi si
riferiscono. Seguono i condottieri e si uni¬ formano ai loro cenni; si uniscono
ad intraprese comuni ; e qualche barlume di proprietà individuale; soccorrono i
membri in pericolo, e si vide anche l’adozione di qualche derelitto nei loro
sciami. Che se noi inoltre osserveremo comparativamente queste diverse
associazioui nei loro ri¬ spettivi ordinamenti — stando sempre nell’ àmbito
degli animali inferiori, — rinverremo quasi tutte le forme in abbozzo, ed anche
talvolta con mirabile esattezza, di quelli svariatissimi che effettuarono ed
effettuano gli sciami, e tribù dei selvaggi ed i popoli e gli Stati più civili,
sino al fatto miserando della schiavitù. Se non che una tale ef¬ fettiva e
varia similitudine di forme, ove anche sono più complesse e relativamente
perfette, non ci deve indurre nell’errore, già più volte notato, che tra queste
forme so¬ ciali inferiori, e la superiore umana corra identità di es¬ senza, di
genesi, di esercizio e d’intendimenti: ma soltanto e al contrario si verifichi
quel procedimento analogico universale, erompente dalle poche leggi che governano
una infinita molteplicità di fenomeni, nella loro serie, ed esercizio,
distinti. Nè basta ancora ; oltre questa analogia cosmica, tra le società
animali e quella umana c’è conti¬ nuità non solo fisiologica, ma psichica, in
quanto l’uomo biologicamente e per rispetto alla sua attività emotivo-in¬
tellettuale si identifica nel fondo con tutto il regno ani¬ male. Ma nella
guisa che l’animale non si discontinuo fisiologicamente dalle leggi e dalle
funzioni organiche, quando in queste e per queste si manifestò senso, e intel¬
ligenza, ma acquistò tuttavia un’attitudine e una funzione intrinseca che era
solo in potenza, onde se se distingue luminosamente; così l’uomo quando venne
ordinando la forma sociale a lui propria, non si discontinuo dal fatto
fìsio-psichico sociale del mondo animale sottoposto, ma lo ordinò, lo ampliò,
Porgano in un magistero, che s’ingene¬ rava dalla nuova ed intrinseca forma
della sua attività intellettiva. E si notò d’altronde, che anche in questo suo
fatto sociale relativamente tanto superiore e distinto da quello donde
procedeva come animale, gli influssi biolo¬ gici, e psichici stessi dello stato
anteriore non cessavano, se in virtù di una più vigorosa personalità morale e
in¬ tellettiva, maggiormente in moltissime circostanze veniva e va
emancipandosene. Onde la Sociologia umana se è fatto complesso, che ha propri
elementi, genesi ordina¬ mento e scopo disformi da quelli della Sociologia
animale, essa però — sempre distinguendosene via via per i gradi naturali —
procede dalla fondamentale e nativa attitudine delle aggregazioni e puramente
organiche, ed organico¬ psichiche poi ; e sempre, per molti versi, seconda
necessa¬ riamente alle une ed alle altre — condizioni primordiali della sua
genesi. Se noi — facendo questa sola considerazione — para¬ goniamo anche la
più semplice forma sociale dello sciame più selvatico ed infimo nelle razze
della natura, come di¬ cono i Tedeschi, ci avverrà forse di rinvenire nel loro
or¬ dinamento — se guardisi il magistero intero, e alle distri¬ buzioni degli
uffici, ed a suoi organi per così dire, e alle sue varie funzioni, — una
inferiorità rispetto all’ assetto sociale di molti animali, anche al disotto
dei vertebrati. Ma questa apparente discrepanza non c’illuda! Un fatto solo
basta a toglierle ogni presupposto d’identità, ed è questo: nell’ esercizio
vivente e sociale di questo sciame, anche il più infimo umano, s’agita nuovo
fattore — tra tutti gli altri che tacciamo per brevità — assolutamente ignoto a
tutto il mondo animale; voglio dire — non la animazione delle forze e fenomeni
della natura, che io chiaramente provai esser fatto congenito e necessario a
tutti gli animali — ma la preoccupazione mitica di potenze soprannaturali, che
in modo rozzo, confuso, fantastico pre¬ siedono — sia pure capricciosamente —
agli atti possibili dei suoi membri, con premi o castighi; cemento primo— oltre
la maggior forza, furberia ed utilità reciproca, che mantiene unito socialmente
lo sciame. Questo fattore si fluttuante, barbaro, bestialmente immaginoso da
prima, si evolgerà poi in mille e mille modi più o meno splen¬ didi o razionali
tra i popoli civili, ed avrà, come ebbe, efficacia sociale straordinaria. Or
bene, ripeto, quel fattore sociale manca assolutamente in tutte le forme
inferiori sociali — inteso nel suo vero e intrinseco valore umano, e che è dei
primi ad evolgersi — onde tosto appare distin¬ tissimo da tutti gli altri il
fatto sociale nostro sin dai pri¬ mordi della sua comparsa. Se ora il lettore
avrà la mente alla definizione che ho formulato della Sociologia, e alle
osservazioni che sono venuto facendo intorno a questa scienza, mi lusingo che
ritrarrà un concetto chiaro, come io la comprenda e la studii. In essa mettono
capo tutti i fattori antecedenti bio¬ logici, psichici e sociali del sottoposto
mondo animale, in relazione con tutte le forme cosmiche; e sono condizione
della sua genesi e ordinamento primordiale, ed insepara¬ bile elemento, e
continuo. Ma a questi per un intrinseco atto fisio-psichico ulteriore, onde
l'animale divenne uomo, che pur mediante quell’ atto si trasformarono, altri se
ne aggiunsero che eruppero dall’esercizio logico nuovo, e dal magistero intero
dell’ attività etico-intellettiva che ne de¬ rivò; vale a dire tutta la
operosità teorica e pratica mo¬ rale, giuridica, economica, estetica e
religiosa, in quanto concorrono, associate, a produrre la comunione vivente
degli uomini. Il saggio del Vanni, come si scorge, corro¬ bora, se non
m’inganno, le mie conclusioni : acutamente egli notò la confusione miseranda,
in cui versa la Socio¬ logia, e con critica profonda, e soda dottrina tentò di
porvi riparo, e metterla sulla via giusta e maestra del vero. Questo suo studio
— che sarà seguito com’egli ci fa spe¬ rare — da altri, non solo fu un avviso
salutare di peri¬ coli, ma un metodo sicuro per evitarli: e se le mie lodi
valessero — pur troppo io sento quanto poca autorità abbia in proposito —
vorrei che fossero sprone a lui di segui¬ tare in queste ricerche sì utili e
nobili; ed ai giovani di non discostarsi da quelle norme che egli ha segnate. Ma
posto ciò, e determinata la specifica personalità di questa scienza, la sua
compressione, lo scopo immediato ed il metodo, la ricerca non è compiuta.
Questo è il ter¬ mine attuale ed ultimo ove i sociologi si arrestarono, con
vinti ch’ella fosse in tal modo definitivamente costituita, e non vi fossero in
lei aliri problemi. In realtà non è cosi : la critica perscrutatile non ha
finito il suo compito: ed io, credo pel primo, ne accennerò qualche istanza,
riser¬ bandomi a trattarne largamente in un lavoro speciale, tentando di
risolvere il nuovo problema. Il Vanni, è vero, nella conclusione al suo saggio,
pose, da par suo, il pro¬ blema finale sociologico umano : ma nel senso del
perfe¬ zionamento sociale stesso, e storico: e ciò che ne disse é degno del resto.
Ma io non considero il problema da questo lato; il mio scopo è diverso. Se in
parte quello e questo s’immedesimano col problema posto dal Vanni, e da altri,
essi ne diversificano sostanzialmente. Secondo il concetto del Vanni e di altri
la Sociologia dee rinvenire a cosi dire la legge universale del fatto sociale,
e del suo intrin¬ seco e organico divenire , ed avanzarsi : e sta bene. Ma
questo stesso fatto sociale poi, io dimando, questi ordini interni sociali, via
via slabili, eppur variabili nel tempo, questo organismo, ad ora ad ora
permanente per consue¬ tudini, o per leggi, di tutta la convivenza dalle
origini sino a noi — quale valore hanno in sé rispetto alla vita umana
personale e sociale nel mondo? Noi scoprimmo, o cer¬ cammo scoprire le leggi
del fatto sociale complesso: ma questo stesso fatto sociale, di quale effetto è
cagione? Ecco, secondo me, ciò che resta a indagare perché la scienza
sociologica sia da reputarsi compiuta. E si badi: io dico il fatto e
istituzioni sociali per sé stesse, non uscendo dal campo proprio della
Sociologia, ben lontano dalle avven¬ turose e nebulose ipotesi della cosi detta
filosofìa della storia: almeno come s’intese sin qui. Se le forze non mi
facciano difetto, mi argomenterò di rispondere a quelle domande nel modo, che
la mente e la dottrina — ben mo¬ deste — me lo consentiranno. LA SCUOLA Studio Sociologico (Dalla Rivista di
Filosofia Scientifica, 1889). Lo scopo di questo scritto non è, come forse
parrebbe dal titolo, di considerare la scuola — secondo è costume — dal punto
di vista pedagogico, o d’intrattenere il lettore intorno alle arti, ond’essa
sia proficua didatticamente; ma si di mostrare la sua genesi naturale, quale la
sua fun¬ zione necessaria nell’organismo sociale, ed a quali forme e fini
intenda per intrinseca evoluzione. In questa ricerca noi procederemo col metodo
osserva ti vo e induttivo, evi¬ tando con ogni cura — come sempre ci
argomentammo di procedere in tutti i nostri studi — preconcetti o schemi a
priori . Seguiremo quindi la storia dell’umanità in tutte le sue razze, in
tutte le sue forme, sinché luce di docu¬ menti o tradizioni ci conducano; e
quando questi difet¬ tino, ci guiderà una induzione legittima, perchè tratta da
fatti noti e universali, e dall’esame di quelli che ci offre l’etnologia
generale delle razze inferiori viventi. E poiché „ in natura, se tutto è
distinto, nulla é separato, nello studio delle attitudini e funzioni sociali
umane avremo l’occhio aperto anche su quello — ove si manifestano — del sot¬
toposto regno zoologico. Cosi noi domanderemo che cosa sia la scuola in sé,
quale debba essere la sua forma, e a che proceda, piuttosto che al moderno e
dotto speculatore in pedagogia, al nativo esercizio della vita individuale e
sociale nelle serie animali, ove meglio e particolarmente si attua, ed in
quella poi umana e razionale sin dalle ori¬ gini sue. In tal guisa avremo
maggior probabilità di non errare, ed il fatto sincero che ne risulterà, ci
sarà criterio saldo a giudicare quale sia ora effettivamente l’indole della
scuola, e quale essa debba essere — non per primitiva e deliberata azione di
popolo o di governo — in avvenire, ma in virtù della sua intrinseca e nativa
funzione. I. L’esercizio della vita quasi in tutta la serie zoologica, . se ha
per stimolo costante la propria conservazione, nei suo normale procedimenlo
però è dovuto alla esperienza; imperocché, se in molte specie, ove appare più
manifesto, per organico consolidamento di anteriori esperimenti, una gran parte
di quell'esercizio si effettua per arte ereditaria (ciò che volgarmente dicesi
istinto), anche in questo via via si attuano durante la vita fatti in copia e
continui, che hanno a maestra la propria individuale esperienza; onde, ove
eziandio quest’arte ereditaria organica é più ampia e complessiva, e più
durevole anche ed efficace l’esempio dei progenitori, la forma però principale
della loro istru¬ zione rispettiva è autodidattica . Ma nel regno animale
inferiore — poiché l’esercizio della vita è affatto pratico ed empirico, e
l’arte, che vi si radica ed cvolge, non supera ed oltrepassa le immediate
neces¬ sità dell’esistenza, che si disbranca in molteplici e indefi¬ nite
forme, e si amplia sempre più per metodi e intendi¬ menti — l’educazione si
muove in un campo ben più li¬ mitato, perché qui si ripetono sino alla morte i
modi di operosità e di accorgimenti che si acquistarono nei pri¬ mordi
dell’esistenza. Con tutto ciò anche negli animali sia per arte ereditaria,
esempi altrui, e propria esperienza, l’educazione individuale è inevitabile,
benché in un àmbito angusto; ed è legge quindi che governa tutto il regno
animale, e condizione della perpetuità della specie. Or questo fatto innegabile
psico-organico normale nella serie zoologica, ci apre naturalmente la via
all’esame della educazione nella nostra specie, e vi ci introduce per genesi
necessaria; fondamento quindi scientifico a inten¬ derne l’origine, l’ulteriore
trasformazione, lo scopo, e la diversa arte eziandio, quando riguardassimo con
speciale intendimento alla umana società. Nella nostra specie, anche allora che
un barlume di ri¬ flessione razionale spunti nell’esercizio anteriormente im¬
plicito della psiche, gli atti volontari si moltiplicano ra¬ pidamente, e si
diversificano in svariatissime guise in un campo, a cosi dire, nuovo rispetto a
quello anteriore di ri¬ flessione implicita ed esclusivamente animale; e quindi
l’esperienza autonoma si amplia in onde sempre più larghe e lontane. Ora, è
d’uopo considerare nell’arte complessiva per l’acquisto di cognizioni pratiche
da una parte i pa¬ renti, dall’altra la prole, nel modo stesso che accennammo
avvenire nei gruppi zoologici. Ma nell’uomo, per Te ra¬ gioni indicate, i due
termini acquistano nuovo valore, in quanto il parente, oltre l’arte istintiva e
propria, come nei resto degli animali, incomincia quella riflessiva esplicita
di atti e di fini raggiunti, o da raggiungersi per coordi¬ nazione di mezzi,
disformi nel modo da quella anteriore. Onde per una parte la prole abbisogna di
più lungo tiro¬ cinio rispondente al più vasto àmbito del suo esercizio; e
dall’altra, per le prove e sperimenti già tentati e fatti, e la più complessa
arte di compierli, propria dei genitori, la prole acquista in tempo assai più
breve notizie ed arti, senza preoccuparsene personalmente. Ed in ciò risiede e
si radica fontalmente, e ne prorompe la nativa origine, la forma essenziale e
il futuro incremento della scuola. La quale adunque, se nella specie umana
assume indole e na¬ tura poi particolarissima, profonda però le sue radici nel
mondo inferiore animale; ed è fatto che s’intreccia con tutti gli altri che
costituiscono le generali funzioni bio¬ logiche. Poiché se neirumanità prende
ragionevolmente carat¬ tere nuovo, e si trasmuta in una funzione cogitativa ca¬
pace di varie e moltiformi azioni, modi e indefinito pro¬ gresso nelle arti
meccaniche, estetiche, e nella scienza universale, non si disgiunge però nella
sua primitiva e semplicissima forma dalla anteriore. Quando il bambino, nelle
età preistoriche e alle origini, imparava a poco a poco dai genitori, ed allora
particolar¬ mente dalla madre, gli accorgimenti più semplici, e le in¬ dustrie
più elementari per la propria conservazione — la ricerca del cibo, la difesa
personale, il modo di scansare i pericoli di quella età e via via — e ad
esprimere con segni fonici e mimici le sue emozioni e desiderii, egli e la
madre compievano questi atti complessi, certamente supe¬ riori di gran lunga
per la guisa e lo strumento psichico, a quelli che si effettuavano nella vita
animale; ma però sempre sin qui per impulso spontaneo e nativo — non de¬
liberatamente riflesso — e come solo magistero innato della specie. Adunque la
scuola^ lo apprendere , cioè, per Uesempio e incitamento altrui le notizie
utili e necessarie alla vita, non solo è fatto biologico considerato
universalmente nel¬ l’esercizio pratico del mondo animale, ma tale si man¬
tiene nella sua forma essenziale anche quando l’uomo ri¬ flessivo
spontaneamente da prima (e in modo conscio e voluto poi) appari e progredì
intellettualmente; quindi essa è una funzione associata psico organica che si
evolge, come in tutte le altre, per nativa genesi, dalle necessità di fatto
della vita individuale e sociale. Onde coloro che osteggiarono sovente ed
osteggiano la scuola in generale» e vorrebbero per falsa e turpe garanzia di
riposo e di or¬ dine civile, abolirla, o almeno renderla vana apparenza, o
stupefacente, come fosse un ritrovato arbitrario dell’arte umana, non sanno che
tenterebbero di eliminare — pro¬ posito stupendamente ridicolo perchè
impossibile — una funzione necessaria psico-organica, quanto è quella del
linguaggio, della convivenza sociale, della stessa genera¬ zione specifica! Noi
verificammo cosi, brevemente, che il tirocinio na¬ tivo dell'arte educatrice
nella specie nostra si tripartiva in esercizio istintivo , o di eredità
biologica; in quello auto - nomo , o di propria esperienza, e nel massimo poi
dell’m- segnamento materno , ed occasionalmente d'altri, non escluso ciò che si
potesse ritrarne per l'utilità nostra dalla osser- yazione delle varie
industrie animali. La parte che ora a noi maggiormente interessa, è l'ultima:
cioè quella che riguarda il diretto insegnamento materno e poi di fami¬ glia;
perchè in questo veramente apparisce la primitiva forma della scuola umana.
Egli è chiaro poi che questa, sin dal suo più semplice modo di manifestarsi,
consiste nel fare apprendere alla prole, via via che l’occasione im¬ periosa si
offre, e in brevissimo tempo , ciò che la madre, od altri appresero per lungo e
difficile tirocinio proprio, o trasmesso dalle antecedenti generazioni. Se la
prole — per un presupposto impossibile — dovesse tutte le volte e da capo
ricominciare le personali esperienze, & ritentare i primi passi nelle arti
necessarie alla vita via via na¬ scendo, ogni progresso sociale sarebbe
perduto; e per quanto la riflessione razionale si rinnovasse, l’uomo ri¬
marrebbe quasi belva perpetua. In quella vece i genitori, nel successivo e
continuo propagarsi dei figli, infondono in essi sollecitamente l’esperienza e
le arti proprie, effetto riassunto di tutte le generazioni passatè. Se ciò è
vero, e non se ne può dubitare, come la scuola da questa sua forma privata,
divenne sociale ? e per quali gradi trascorse prima che si costituisse in una
pubblica istituzione dello Stato ? qual’è l’indole sua ai tempi nostri, e a
qual fine ultimo s’incammina ? A soddisfare a queste istanze è d’uopo ricercare
in qual guisa siansi formate le famiglie, e come esse poi si organassero
socialmente; e quanto la diversa costituzione della famiglia stessa e della
convivenza abbiano avuto efficacia sulla origine della scuola. Rispetto alla
forma della famiglia in quanto possa derivare dalla diversità etico-organica
delle razze, o dei gradi relativi di sociale convivenza, vano sarebbe sperare
un criterio certo per determinarlo a seconda di un tipo riconosciuto indi più
nobile, a cui pervennero i popoli ci¬ vili; poiché troviamo le stesse,
stessissime forme di ma¬ trimonio in genti svariatissime di costumi, d’indole,
d’etnico temperamento e di coltura. I Weddah infimi, e quasi af¬ fatto
selvatici, sono monogami come noi; cosi i Bosci¬ mani, gl’indigeni della Nuova
Guinea e i Dayak. La po¬ liandria si rinviene tra i Fuegiani, gli Aleuzi, i
Toda f nell’isola di Geylan, al Tibet, al Malabar, mista alla poli¬ gamia. Gli
Esquimesi sono monogami, poligami e po- liandri, e misti erano pure i Caraibi.
In alcuni tanto è te¬ nace la monogamia, che vi è proibito il divorzio, ed
egual sentimento signoreggia tra i Dayak del continente, poiché la poligamia è
considerata quale delitto; ed in egual modo si governano i Bodos e i Dhimali
delle Indie alpestri ed altri. Nella Polinesia i Fidgj — intelligente ma feroce
razza — sono poligami; tali pure sono di Ascianti, e le genti del Dahomey in
Africa; così i Peruviani più civili, ed i Messicani, e quelli del Nicaragua. Questa
forma tro¬ vasi negli antichi popoli d’Oriente — in alcune circo¬ stanze anche
tra gli Israeliti — e nei moderni. Fra gli stessi Germani antichi abbiamo
esempi di poligamia (1). Che se questa forma fondamentale di convivenza non
dipende, come vedesi chiaramente, dalla razza e dai gradi sociali più o meno
barbari e civili, poiché si trova, nella sua varietà, identica tra popoli e
sciami assolutamente disformi d’origine, di costumi, di condizioni sociali, ed
in tutte le latitudini, anche la ubbidienza figliale non si ma¬ nifesta eguale
a seconda di razza, di clima, di condizioni: onde non è fatto etico universale.
Tale non é tra i Mantra, i Caraibi, gl’indiani del Brasile, gli Araucani, i
Narajos in California. Presso alcuni popoli i figli hanno assoluto diritto di
ribellarsi; in altri il figlio deve ubbidienza al padre sin che vive sotto lo
stesso riparo, ma fuori, cessa questo dovere. E quindi è chiaro che un tal
sentimento (1) Vedi: Reclus, Spencer, Helfty, Gatschet, Waitz, Gerland,
Bancroft, M. Lennan, Patouillet, Bastian, Butler, Lubbock, Mueller, Naves)
ecc., c tutti i celebri viaggiatori ed etnologi e storici. non è innato, nè
proprio di razze sociali, o dipende da latitudini. Ma nella varietà stessa
delle unioni sessuali signo¬ reggiò da principio grande confusione di
discendenza: poiché anche l’eredità e la figliazione del nome non suc¬ cedette
sempre per successione mascolina. Questa forma rinviensi, comechè non sempre,
in qualche popolo barbaro è vero, come i Kuk delle Indie, i Belutci, i
Neo-Zelandesi. La femmina, invece come ben provarono dotti ricercatori, in
specie Mac Lennan, prevalse in tutte le parti del mondo. Sovente trapassa non
al figlio della madre, ma a quello della sorella, come tra i Malesi ed altri.
Nello stesso modo abbiamo convivenze sociali senza un capo riconosciuto, e ne
offrono esempi i Fuegiani, gli Australi, gli Esquimesi: talvolta il capo è a
tempo, come tra gli Andamani, gli Abi- poni, nella Gujana, e via discorrendo.
L’incoerenza e in¬ stabilità di tali sciami si ripercuote per necessità
nell’or¬ ganamento della famiglia. Nè la condizione dei figli assume, nei
primordi umani nelle varie razze e nei diversi gradi sociali, identica forma.
In generale feroci tribù manifestano grande tenerezza pei figli, come le belve
sanguinarie: ma non sempre però. Negli Andamani, Fuegiani ed Australi,
l’affezione dei ge¬ nitori per i figli è squisita : ma pure, e spesso, li
uccidono e vendono. Gl’infanticidi per difetto di nutrimento sono co¬ muni
anche in genti relativamente civili, come i Cinesi, e spesso in altri popoli,
viceversa, i figli uccidono i geni¬ tori perchè vecchi o sofferenti. In generale
nei primi al¬ bori sociali non si sente, come notò un grande scrittore, nè si
conosce obbligazione morale; ma v’è inconscia e assoluta libertà di allevare od
uccidere. Si rispettano i maschi, ed anche laddove i costumi si resero più
miti, non solo tra i selvaggi di razze inferiori, ma tra gli Arii stessi,
Indiani, Greci e Romani, la figlia, se salva, rima¬ neva però inabile alla
funzione di sacrificatore, e a molte altre. Che la donna — alla quale la
civiltà e il senso del buono e del bello devono assai più di quello che si
pensi, o non si pensi — ebbe a soffrire dolori e vituperi senza fine, prima che
movesse il primo passo verso l’alto loco che le è da natura preordinato nel
mondo (1). Si può affermare con lo Spencer, che il progresso morale del genere
umano si prova chiaramente, paragonando la condizione della donna nei popoli
selvaggi con quella nei più civili: dalla bestia da soma ad una quasi regina.
L’idea e la credenza che la donna sia a noi inferiore, e quasi affatto animale,
si rinviene quasi in tutte le tribù d’America: tra i Cafri, Mandani, ed altri
molti di varie parti del mondo. Sovente è parte del patrimonio del marito, e si
vende e si tra¬ smette con questo. Lavora sempre per l’uomo alla Terra del
Fuoco, presso gli Andamani, Australi, Esquimesi, Tupi, e al Sud del Brasile. Se
in molte regioni l’uomo è liber¬ tino senza freno, le donne al contrario
vengono uccise pel minimo sospetto d’infedeltà. Un miglioramento di condi¬
zione incominciò per lei quando prevalse l’uso di otte¬ nerla in cambio di
servigi resi al padre, al fratello, alla tribù, e se ne hanno esempi da per
tutto antichi e moderni. II. Da questa rapida corsa per i vari tempi, razze,
climi, fasi sociali, osservando le native condizioni rispettiva¬ mente
dell’uomo, della donna, dei figli, possiamo conchiu¬ dere che più o meno
s’identificano nella barbarie primi¬ tiva tutte le razze: nulla ad esse
conferendo l’origine, il clima, l’indole, dalle torride alle gelide zone; e che
quindi esse sono il prodotto, genuino e congenito della specie umana nel suo
primo moversi e differenziarsi dallo ante¬ riore stato animale. E poiché in
tutte, nonostante si ricise differenze d’ogni maniera fisica, morale, e di
genesi e co¬ stituzione di famiglia, la scuola nella sua forma e neces¬ sità
fondamentale sempre sussiste, si può affermare che questa originalmente in
tutte è la medesima, come fun- (1) Vedi il mio saggio: Note di Psicologia
sessuale, nella tf Rivista di Fi¬ losofìa Scientifica anno 1887 (estr. presso
la libreria Dumolard). zione di processo didattico ultra-uterino, poiché la
madre è il primo maestro. Le differenze di razza, d’indole, di clima e via
discorrendo, valgono certamente a modificare le arti, gli intendimenti dei
primi erudimenti della madre ma la natura del fatto rimane invariabile. Or
resta a ri¬ cercare come la scuola da materna — per necessità a cosi dire
fisiologica — sia divenuta di famiglia, di tribù, e nei popoli indi più civili,
organo e funzione deliberata dello Stato. È non v’ha dubbio; la famiglia sia
monogama, sia po¬ ligama, venne costituendosi e integrandosi mano mano che la
donna da vile strumento di lavoro, o passeggera sod¬ disfazione d’istinti, si
tramutava in compagna di lavoro, custode d’abituro fìsso, e sovra tutto quando
potè conso¬ ciare al suo nativo affetto pei figli, quello dell’uomo che diè
loro la vita. E certamente nell’uomo, oltre un egoistico stimolo ad associarsi
più stabilmente la donna, perché strumento di più costante utilità, operò il
senso nuovo che andava evolgendosi, cioè della venustà delle forme, qua¬ lunque
fosse il tipo di razza. La quale venustà tanto più si manifestava, quanto la
donna acquistava vita più ripo¬ sata e men travagliosa. Il malo trattamento
rende, com’è naturale, più brutta la donna, nella guisa che accade, a modo di
esempio, tra i Coreani; e più attraente relativa¬ mente, quando essa è più
rispettata, come tra i Kalmucchi. Egli è evidente che abbozzata in qualche modo
la fami¬ glia, i figli, oltre progredire nelle industrie pratiche negli
accorgimenti o sentimenti d’ogni genere per l’esempio e la scuola della madre,
hanno quelli del padre, che seguono nelle caccie e in tutte le altre imprese,
per quanto sel¬ vagge. Quando poi più gruppi, cosi composti, si associa¬ rono
in modo più complesso, sebbene ancora non in stato propriamente detto, la
scuola della famiglia diventa fun¬ zione spontanea di quest’associazione di
famiglie, per quanto lo sciame fosse tuttora incoerente, e andasse len¬ tamente
ordinandosi. Onde le tre parti nelle quali si di¬ stingue di sua natura la
scuola, come si è detto, appari¬ scono dai primordi sociali. Ma v'ha di più;
non si creda anzitutto, come è erronea sentenza comune, che da principio,
sebbene le madri sole compiessero l’ufficio di maestro, nè avessero permanenti
vincoli con l’uomo, la specie nostra fosse costituita da in¬ dividui isolati e
solita rii, dispersi in vastissimo campo. A ciò si oppone, oltre una
molteplicità di ragioni pel sosten¬ tamento e la difesa, l’indole naturale
della nostra specie considerata zoologicamente; poiché essa appartiene alle
sociali, quali sono appunto anche quelle a lei più attigue ed affini. Qualunque
sia stato il modo, il tempo e le in¬ trinseche ed estrinseche ragioni e cause,
onde dalle ante¬ cedenti specie si evolse la nostra, egli è certo che non po¬
teva disformarsi dalle leggi che governano le famiglie zoologiche. Quindi non
si rischia di errare affermando che da principio, mentre la nostra specie
andava psico¬ fisiologicamente evolgendosi, gl’individui non continuas¬ sero
nelle condizioni naturali del loro gruppo: le quali erano quelle di una forma
sociale collettiva, non sciolta e libera individualmente. La primitiva
convivenza ancora doveva, per necessità dei suo gruppo naturale, mantenere la
sua forma sociale: vale a dire, che mentre individual¬ mente si evolgeva
l’intelligenza razionale, la convivenza perseverava nella confusione primitiva,
nei connubi vaghi sessuali, e in rapporti d’ogni genere tra loro, propri degli
animali sociali. Indi, prima della vita autonoma dell’indi-. viduo e della
famiglia definite, si agitava quella collet¬ tiva. Chiarito ciò, meglio
s'intende la facile diffusione poi della specie sulla terra, la possibilità
della genesi del lin¬ guaggio, e delle sue forme diverse secondo le varie asso¬
ciazioni, e Yidentità rispetitva d’indole, di credenze, di co¬ stumi che
appariscono nelle varie razze. Dalla prima e collettiva convivenza uscirono,
differenziandosi poi, la fa¬ miglia meglio definita, indi l’individuo autonomo
(1). Ma comechè la -convivenza fosse da prima collettivo, non importò che la
condizione della donna e delle proli (1) Vedi il mio studio: Origine del
linguaggio articolato, Milano, fra¬ telli Rechiedei, si disformasse da quella
già accennata. Anche nelle at¬ tuali convivenze degli animali sociali, la
condizione in ge¬ nere della femmina rispetto all’educazione ultra-uterina
della prole, rimane la stessa (1). Indi anche allora la donna, sebbene confusa
e rifusa nel gruppo collettivo, con¬ duceva la vita affannosa e dura, quale
testé tratteggiammo: anzi la sua condizione si aggravò quando l’animale len¬
tamente andava tramutandosi in uomo; imperocché la in¬ cipiente ragione creava
nel maschio, già più forte, uno strumento nuovo di vigore brutale, non sorto
ancora con esso — ed era ben lungi — il senso morale, il concetto di equità, di
diritto, e l’affetto razionale. Cosi fatta coabita¬ zione, quasi ad alveare
umano, sebbene evolta a più de¬ terminate forme per entro lo stato comune, si
rinviene tuttora in alcuni sciami selvaggi, tra gl’Inoiti orientali e
occidentali — ultimi abitanti verso il polo boreale — e vi si mantiene per
ragioni anche di clima. Gol tempo e avan¬ zando nel sentimento personale, la collettività
via via si scindeva, quasi polloni da tronco, ed una vaga figura di famiglia
andava disegnandosi; perseverando però ancora — sebbene più sciolto — il
primitivo collettivismo, che fu traverso molteplici forme, l’ereditario impulso
alla costi¬ tuzione veramente delio Stato in razze più capaci di ci¬ viltà. Or
quando per diverse cause, che non è qui oppor¬ tuno di dichiarare, i gruppi
speciali, che indi costituirono i primi nuclei delle famiglie, si sciolsero
dalla comunità primitiva, erano relativamente si progrediti — rispetto, si
intende, a quella età — che non solo comunicavano già tra loro per linguaggi,
ed avevano rozzamente creati gli strumenti più semplici; ma già nelle loro
fantasie si agi¬ tavano forme indeterminate di misteriose potenze, e di spe¬
ciali superstizioni, che commovevano la loro vita indivi¬ duale e collettiva. I
linguaggi quindi, le superstizioni, i germi dei miti, le industrie abbozzate si
continuarono nei nuovi gruppi disgregati. I quali però — sebbene ora più (1) Vi
sono molte specie, e in varie classi, ove questa funzione è eser¬ citata dal
maschio; ma io parlo secondo la regola generale. Digitized by Google - 120 -
individuali — in molte cose e fatti restavano associati a vita comune. Nella
vita associata e collettiva, se in massima parte la scuola si esercitava dalla
madre — poiché anche in quella prima fase il padre era incerto — indirettamente
però, e per l’esempio, comprendeva i fatti che si compie¬ vano dai membri dello
sciame. E questo fu il modo pri¬ migenio nativo e incosciente, onde la scuola
da singolare della madre, assumeva sembianza pubblica: poiché lo preordinava la
miscela di azioni della convivenza col¬ lettiva. Si disse che fin da questo
stadio semi-animale con i linguaggi sorgevano fantasmi e superstizioni, e
mitiche emozioni, che necessariamente dettero origine poi a ceri¬ monie di
propiziazione e di esorcismi delle potenze bene¬ fiche o malefiche della
natura. Oltre a ciò, e per lo stesso ordine ed efficacia di sentimenti,
s’incominciarono riti fu¬ nebri, di guerra e di altri fatti e gesta sociali,
che in¬ sieme alle cerimonie accennate ingenerarono consuetudini permanenti di
pratiche e credenze religiose, alle quali si uniformarono, comechè non con
ordine preciso e bene or¬ ganato, quei gruppi segregati, ma viventi in comune.
Ora i nuovi nati via via, se per esso e per la madre s’istrui¬ rono, nel modo
già detto, negli accorgimenti necessari alla vita e alla sua conservazione,
testimoni nel tempo stesso dell’agitata esistenza degli uomini adulti, tra cui
in¬ vano avrebbero cercato di riconoscere il padre, da questi ebbero l’esempio
di tutte le loro azioni: ed imparavano anche le bizzarre cerimonie risguardanti
le superstizioni, ed il significato loro. Era quindi una scuola mista singo¬
lare e pubblica, non deliberatamente pensata e istituita, ma funzione sociale
necessaria e inevitabile. Queste co¬ stumanze, fantasmi ed emozioni mitiche
vennero meglio poi ed a poco a poco determinandosi, e organandosi, finché
s’istituirono, in modo semplicissimo, i primi sacerdozi, i noviziati, le
iniziazioni; onde si formò una specie di ca¬ lendario religioso, di riti
pubblici, e necessari in date cir¬ costanze, e feste a cui presero parte non
solo quelli di un particolare sciame sociale, ma altri delle vicinanze, od af¬
fini di razza. Come poi s’iniziassero al ministero religioso quelli a ciò
destinati, bellissimi esempi, quasi eco lontano dei primitivi e più semplici
usi, ci rimangono tra gli ul¬ timi abitatori attuali circumpolari per il lungo
e strano noviziato del giovane, futuro Angokok; come del resto ac¬ cade per gli
Jossakidi occidentali, gli Sciamani della Si¬ beria (1), gli »Ioghi e Fakiri
dell’India, gli Engaka Batu, i Piodgi d’Australia, e in generale gli Asceti e
Stregoni da per tutto. Ed esempi di drammi religiosi e al tempo stesso profani,
eseguiti dinanzi a tutte le famiglie viventi in co¬ mune, li abbiamo ancora in
quelle terre boreali ed al¬ trove, che ci rivelano le origini comunistiche
primitive di tali cerimonie e riti. Quindi la scuola, nel tempo stesso che
perdura come funzione naturale privata devoluta alla madre, per necessità della
convivenza si allarga a funzione sociale, non per deliberata volontà privata o
pubblica su basi giuridiche riconosciute, ma per necessità di circo¬ stanze
biologiche e sociali, spontaneamente. Questo stato però di comuniSmo sociale,
che chiameremo zoologico, noi vedemmo sciogliersi gradatamente in gruppi, che
per analogia solo possono dirsi famiglie, quasi cel¬ lule che scindendosi da un
ganglio vivente, assumono vita indipendente e da sé. In questo nuovo
ordinamento, o me¬ glio scissione confusa, debbono considerarsi due cose: da
prima che le cellule se dividevansi dalla integrità primi¬ tiva, non se ne
separarono affatto, ma continuarono, più incoerenti, a comporre ancora
l’anteriore associazione; e in secondo luogo che le cognizioni, industrie, riti
e miti iniziati nell’arnia primitiva, persisterono nei gruppi sepa¬ rati o che
venivano separandosi; onde anche qui la scuola per necessità — se venne
modificata e in parte coadiu¬ vata dal maschio — rimase per lungo tempo
materna, e sociale insieme. (1) Sullo sciamanismo tra le popolazioni
Siberiaclie, veggasi il bellis¬ simo libro di Stephen Sommier, Un viaggio in Siberia
, Firenze, ed. E. Loesclxer Anche a questa posteriore forma sociale in cui si
sgre¬ tolò la primiera convivenza, ove tutto avveniva per con¬ suetudine,
successe una nuova per lenta evoluzione, in specie nelle razze più atte a
civiltà, che la consuetudine trasformò in ordine giuridico, e ne compose le
membra più saldamente. Ed invero la convivenza di distinti gruppi, seguendo
l’impulso associativo anteriore, e signoreggiando già più profondamente i
fantasmi ultra naturali, e poiché la forza bruta rimaneva tuttora massima, si
organò in modo, che forza e religione s’identificarono in una o più persone,
che ebbero doppiamente sugli altri autorità in¬ contrastata, e si creò
l’imperio ereditario singolare, o di casta, o, se per elezione, di una casta
determinata. E che tale sia divenuta la forma secondaria sociale a poco a poco,
lo testimoniano anche le ricordanze delle più civili: il patriarcato — assai
comune — essendo in fondo un’isti¬ tuzione mitigata di quella più antica.
Normalmente come il capo fu il più forte od astuto guerriero, fu eziandio il
primo sacerdote; e l’unione del potere militare e sacro fu comune in principio
a tutti i popoli più giuridicamente or¬ ganati; evidente cosa tra gli Arii, i
Semiti e le razze cosi dette turaniche. Le pitture murali, le iscrizioni
d’Egitto e di Assi ria, come avverte lo Spencer, a tutti lo manife¬ stano:
egualmente avvenne nel Messico e nel Perù, e in modo meno apparente in Roma
stessa, a Sparta ed Atene. Così d’altra parte a Tahiti, tra i Dacota, i Kondi
ed altri, come tra i Germani primitivi, nelle isole Samoa, e nella Nuova
Caledonia. In altre genti il sacordote partecipa al¬ l’amministrazione dello
Stato; ed oltre la potenza militàre in varie parti del mondo, identificò in sé
quella anche ci¬ vile, come in Polinesia, in Assiria, in Egitto, nel Messico, e
via dicendo: non esclusa quella giudiciaria. Infine, chi non sa che il Codice
religioso di molti popoli fra i più ce¬ lebri era pur quello civile, politico e
giudiciario? Onde da principio Chiesa, a dir cosi, e Stato s’identificano; tale
anche in Cina, nel Giappone, in Egitto, negli Stati barbari di varie parti del
mondo: onde dappertutto i sacerdoti, nelle convivenze civili o selvaggio,
formano la casta che ha maggiore coltura, e superiore intellettualmente a tutte
le altre. In tal modo in possesso del potere naturale, ci¬ vile e militare, e
di quello più temuto ultra-naturale in tutte le loro forme, l’organamento
sacerdotale stette saldo, e per quanto seppe, invariabile. Ogni società quindi,
ap¬ pena organata di barbare o storiche razze, fu teocratica — largamente
intesa questa forma di signoria. Tale trasformazione sociale avvenuta più o
meno com¬ piuta nelle selvagge e nelle genti civili, recò profonda mo¬
dificazione alla natura e costituzione della scuola. Se da principio e senza
alcuna riflessa determinazione, l’istru¬ zione materna e pubblica nella
convivenza a comune nella prima e posteriore forma, seguiva incosciente le
semplici movenze sociali, e si trovava, senza avvertirlo, per una funzione
naturale, sottoposta a quei poteri, che in modo ancora incoerente, andavano più
e più signoreggiando ; ora, dopo che l’organamento sociale acquistò nelle razze
supe¬ riori, maggiore coscienza di sé, ed i dominatori incomin¬ ciarono a sapere
ciò che volevano, e sentirono i vantaggi della propria signoria, ed i fini a
cui erano preordinati per nativa necessità, la somma delle cose tutte in mano
di uno o di più universalmente riconosciuta, trasse seco eziandio la direzione
della scuola; e quindi da singolare e in questa quasi libera, e pubblica, ma
come spontaneo tirocinio per esempi e imitazione, si trasmutò compieta- mente
in istituzione elaborata dello Stato. Il quale per mezzo di chi vi
s’identificava anche religiosamente, pro¬ mulgò per norme mnemoniche o scritte,
il Codice univer¬ sale dell’operosità e delle credenze umane, sancite dal po¬
tere ultra-naturale in modo che ogni infrazione al mede¬ simo venne considerato
delitto e peccato. Allora non solo gli atti particolari e pubblici s’informarono
al divino — immedesimate con il capo, o con i capi — ma i senti¬ menti, le idee
stesse della vita ordinaria presente, e di Digitized by LjOOQle - 124 - quella
futura in rapporto con la costituzione dello Stato, vennero prescritte, e rese
immutabili. Indi l’insegnamento, sia privato o pubblico, che da prima
ondeggiàva e in gran parte governavasi ad arbitrio, fu determinato e formulato
nel Codice universale. Cosi fu statuita la forma del sa¬ pere, il modo, il
tirocinio, i limiti suoi. Nè qui si arrestò il mutamento: chè generale
l’ammaestramento per Tin¬ nanzi e di tutti, ora divenne ufficio esclusivo di
una classe, ed esclusiva la sua dottrina; onde avvenne che la scuola fu
monopolio di pochi, e divenne affatto pertinenza del pubblico potere, e suo
ufficio assoluto. La quale disciplina superiore, via via che la convivenza
avanzava, abbracciò ogni lavoro intellettuale e meccanico; poiché scienza, arte
e mestiere, tutto fu governato da canoni jeratico- politici. E tale condizione
durò per secoli sotto diverse forme; e più dissimulata dura in parte tuttora.
Certamente la scuola privata non cessò in quanto è funzione non arbitraria, ma
necessaria; però, poiché il potere autocratico profano e sacro codicificò ogni
atto, ogni esercizio privato e pub¬ blico, e lo stesso pensiero, cosi diè norme
e prescrisse luoghi e tempi e modi d’insegnamento, e formulò con au¬ torità
divina l’enciclopedia; onde l'istruzione della madre e della famiglia sin
dall’infanzia, oralmente, o per libri ufficiali, non si raggirò che intorno
alle cose superior¬ mente ordinate: e primo precetto fu la devozione assoluta
alla dommatica stabilità, e ubbidienza cieca alle persone, in cui s’incarnava.
Cosi il pubblico insegnamento e il pri¬ vato rinvigorendosi a vicenda, si formò
un ambiente in¬ tellettivo e morale tale, che a poco a poco la servitù del
pensiero, il rispetto all’autorità assoluta della fede, la schia¬ vitù ai
superiori divenne natura; e tale si mantenne nei popoli eziandio più famosi
dell’antichità sino alla loro estinzione: e tale si mantiene in alcuni che non
perirono; e sotto sembianze meno ricise, e in modo più implicito, in tutti
quelli selvaggi e barbari dei due mondi. Però eziandio in queste condizioni noi
riconosciamo di nuovo nella scuola, comecché si mutata nel suo esercizio
intrinseco, i caratteri essenziali primitivi, quelli ond’ella sorge per neces¬
sità native fisiologiche e sociali. È una evoluzione con¬ tinua di forme
secondo che lo stato sociale si muta, o la potenza intellettiva si accresce e
si amplia, ma la so¬ stanza primordiale e la legge dell’esercizio rimangono le
medesime. Nel mondo antico e in molti popoli del moderno adunque questa
costituzione jeratico-autoritaria della scuola fu, in determinate fasi storiche
loro, universale, e si può dire la forma della società stessa; e si continuò in
parte e in varie guise, e più dissimulata sino all’evo nostro. Allora l’umanità
in tutte le sue razze e varietà — con differenze di modo — era, per necessità
della sua propria evolu¬ zione, conformata quale corpo omogeneo, ove
l’individuo appariva come figura distinta, ma intrinsecamente priva di propria
virtù, moventesi per impulso superiore, incar¬ nato divinamente in un uomo, o
in una casta. E poiché tutte queste movenze inferiori erano prescritte,
l’autonomia individuale scompariva, e si perdeva in queirimmane pan¬ teismo
sociale. Il sapere era mnemonica arte di ritenere il catechismo civile e sacro;
l’autocrazia religiosa, in cui si rifondeva quella politica, tutto
signoreggiando dalla ori¬ gine della vita alla morte, e oltre la morte, nessun
atto privato e pubblico le sfuggiva, compresi quelli del pro¬ prio pensiero.
Società laica, secolare quindi non solo non esisteva — secondo il suo valore
odierno — in fatto, ma neanche in idea. E ciò produsse, come la storia mostra,
o la morte di molti popoli in ultimo, o lo stagnamento in¬ fecondo per altri
che sopravvissero. IV. Ma questo stadio periglioso e monco sociale fu oltre¬
passato da una razza che non teme tramonti, e per primo da un popolo di questa
razza, il di cui nome e la di cui gloriosa vittoria rimarranno immortali. Io
l’ho già detto: il popolo Ellenico! Si, i Greci pei primi ebbero limpida e
Digitized by AjOOQle profonda coscienza dell’uomo, e lo trassero, qilale perso¬
nale potenza, dalla matrice, a cosi dire, della natura, entro cui già fisiologicamente
si rifondeva, e da quella teocra¬ tica ove si era individualmente perduto,
vivendo in tal modo vita affatto embriogenica. Il giorno in cui Talete e gli
altri jonici si accinsero alla ricerca della genesi delle cose per autonoma
deliberazione, fuori d’ogni concetto dommatico o disciplina sacerdotale, un
fatto umano nuovo e indefinitamente fecondo si compi: quel giorno fu l’alba
della futura emancipazione dell’uomo, in quel giorno sorse la persona umana di
fronte al mondo, ed all’autocrazia jeratica universale: la potenza laica
germogliò; al cate¬ chismo s’aggiunse il libero esame, presso al tempio e alla
reggia autocratica fu possibile l’accademia e il comizio di liberi cittadini.
Seguiamo pure il successivo evolgersi ed ampliarsi del pensiero greco da
quell’epoca solenne sino all’estremo suo tramonto, e vedremo come in Grecia per
la prima volta, non per solitaria vigoria d’individuo, ma per fervida
cooperazione di tutto un popolo di genio, l'uomo si comprendesse, si
emancipasse intellettualmente e civil¬ mente, divenisse persona; e il nosce te
ipsum socratico, già agitasse e stimolasse in ogni ramo del sapere, delle arti,
della politica il popolo greco durante la portentosa sua storia. Osservate come
l’uomo vi appaia via via scol¬ pito, vivo, fiero nelle sue epopee, nelle
speculazioni filo¬ sofiche, nella lirica, nei drammi, nelle storie, nelle
scienze di applicazione e nelle continue e profonde agitazioni, tra¬
sformazioni e statuti civili. Ei lotta contro gli stessi Dèi, e libero vinse con
le armi l'Asia teocratica, in cui s’in¬ carnava l’antica forma sociale. E
questa meravigliosa vittoria, anche se avverranno, come avvennero, non sarà
perduta per sempre; chè, la¬ tente nei suoi effetti, proromperà di nuovo quando
l’occa¬ sione propizia impenni le ali; poiché fu, per la razza, vit¬ toria
definitiva e imperitura. E quando il popolo greco si avviava all’occaso, una
parte di sé, che ab antiquo aveva posto stanza in altre regioni, già nel nome
augusto di Roma intraprenderà praticamente un’epopea che doveva pel Digitized
by L^ooQle 127 - giure, per la sapienza civile, per la emancipazione delle
plebi, e in gran parte dei servi, compiere l’opera umana che s’iniziò nelle
feconde spiaggie dell’Egeo, nelle sue splendide isole, e alle falde gloriose dell’Imetto.
Forte del¬ l’istinto indomito della razza, spinta da vigoria straordi¬ naria a
diffondersi, e tutto preformare alla sua immagine, con profondo sentimento
della realtà della vita, Roma a poco a poco con la conquista e l’esempio,
ereditando la scienza in parte e le arti greche, universalizzò nel mondo
contemporaneo il giure civile, il sentimento del diritto, il concetto
dell’uomo, l’eguaglianza dei cittadini, il laicato nel governo e negli uffici
dello Stato. Che se nel processo storico che indi si evolse nelle razze arie in
Europa, dal cespite greco-latino allargandosi agli altri rampolli, il connubio
della dottrina profetica monoteistico-giudaica — tratta a compimento da Gesù
nel fuoco trasformatore dell’amore universale — con le ante¬ cedenti dottrine e
istituzioni greco-romane produsse, per nativa disposizione e molteplici cause
storiche e di pen¬ siero, la nuova teocrazia medio-evale, onde la scuola di¬
venne a sua volta di nuovo un catechismo generale ; pure noi di nuovo ce ne
emancipammo per virtù indomita in¬ dividuale, per vicende politiche e per la
scienza indipen¬ dente; e la laicità, non ostante apparenti regressi, procede
vittoriosa; e la scuola, rotto ed esautorato in gran parte il rinnovato sistema
autocratico, incominciò ad emanci¬ parsi dall’ordine precettivo anteriore. Le
sue forme fonda- mentali, privata, pubblica e autodidattica, che mai non
cessarono, assunsero novello aspetto conforme al nuovo spirito che si agita
negli Stati e nelle nazioni. Egli è chiaro frattanto che l’insegnamento privato
e di famiglia, non più costretto al catechismo politico e religioso di Stato,
si esercitò più liberamente a seconda dei senti¬ menti e delle convinzioni
particolari; predisponendo cosi a vita più libera e razionale le giovani menti.
E quello pubblico quindi venne da questa libertà stessa privata riordinato alla
sua immagine; e la discussione, l’esame personale, il metodo critico prevalsero
al dommatismo già signoreggiante; onde il rigoglio di operosità intellettiva
che a sua volta die’ nuovo impulso alla istruzione di fami¬ glia; e tutte e due
insieme poi vivificheranno potentemente l’autodidattica. La quale emancipazione
ebbe ed avrà per risultato uri immenso incremento di beni sociali e di
progresso in ogni ramo del sapere, e nelle condizioni della esistenza; poiché
la libera concorrenza, effetto di libera scienza, perchè fecondata da nuove
scoperte, aumenta la produ¬ zione delle ricchezze in genere nella sua prima
fase; e la libertà d’esame crea il cittadino, onde il libero reggimento degli
Stati moderni, con la scuola libera e laica si apre un nuovo mondo ed appaiono
nel loro pieno vigore le due divine prerogative dell’uomo, la ragione e la
libertà. E che io dica il vero, basta per prova paragonare la società eu¬ ropea
in genere, dopo la fiera protesta in religione di Lu¬ tero, in filosofia di
Cartesio, nella scienza di Galileo, con la vecchia anteriore. Per questi tre
grandi l’uomo, quasi di nuovo smarrito dopo il più glorioso periodo greco-ro¬
mano, fu di nuovo ritrovato. E siamo al principio: poiché, non c’illudiamo, né
spaventiamoci, nel mondo sociale e ci¬ vile si agita latente una nuova forma,
che si presenta, ma non può definirsi; e quando a questa sua trasformazione sia
strumento la libertà assennata, non può riuscire che degna dei fatti umani, e
delle magnanime aspirazioni dei buoni. Quindi se l’emancipazione sociale e
politica fu un bene, un bene pure necessariamente debbe essere la scuola libera
e laica, che ne é l’effetto immediato. Giunti a questo punto, non per
costruzioni a priori, o per tendenze di partito, ma studiando l’evoluzione
reale dei popoli, in tutte le razze, e le loro forme di convivenza privata e
pubblica, se alcuno domandasse quale carattere debba avere negli Stati moderni
e liberi la scuola; non io, nè altri qualsiasi, ma la chiara evidenza storica,
la legge che governò le intrinseche ed estrinseche vicende di tutti i popoli
noti barbari e civili, risponderebbero che essa debbe essere libera e laica;
cioè non arbitrariamente Digitized by Google - 129 - vincolata a dommi sieno
religiosi, politici, sociali; laica, cioè ordinata, esercitata affatto dal ceto
laicale — con li¬ bertà, s’intende, d’insegnamento d’altre classi — che è quasi
tutta la totalità dei cittadini; alla condizione però assoluta , che chi la
esercita sia degno di tanto ufficio, e la società, ove si attua, risplenda per
vigoria di carattere, per virtù cittadine, per tolleranza. Or riepilogando,
diremo: — la scuola in sé, nella in¬ trinseca essenza sua, e nella estrinseca
evoluzione per le varie sue forme, è un fatto non generato da deliberata vo¬
lontà d’individui, popoli o governi, ma necessario e con¬ tinuo: prorompe dalla
vita stessa individuale e sociale, e profonda le sue radici più umili e lontane
biologicamente nel mondo inferiore animale. Quindi egli è da prima fi¬
siologico, empirico, spontaneo, poscia razionale, riflessivo e voluto. In tutte
le razze selvaggie e civili, antiche e mo¬ derne, dagli sciami più bestiali
alle genti più elette, di mezzo a tutte le forme di famiglia e di convivenza,
sempre apparisce e nasce nei tre modi, privato, personale e pub¬ blico. E
poiché egli è integrale nell'organismo sociale, si conforma e trasforma secondo
quello procede o si muta. Da incoerente e misto ad emozioni e fantasmi
supersti¬ ziosi e mitici, quando il gruppo sociale prese assetto più
sistematico e ordinato, e fu autoritario e religioso, anche la scuola nelle sue
tre guise divenne meccanica ripeti¬ zióne del pubblico cattechismo, e nel
codice jeratico-poli- tico ebbe dottrina, metodo, limiti assoluti. Ma se alcuni
popoli in questa forma perirono, altri vissero non oltre¬ passandola, e
stagnarono; altri per vigorìa e irrequie¬ tezza di razza vi si ribellarono, e
procedettero vittoriosi al regime più libero civile e politico, e la scuola
necessa¬ riamente vi si conformò divenendo libera e laica. Onde le menti
emancipate, e la scienza della realità accre¬ sciuta, reagiscono alla loro
volta sulle istruzioni novella- mente create, e le perfezionano: ciò che
avviene eziandio per la scuola, ora deliberatamente indirizzata a quella mèta
nobilissima, dove gravitavano nativamente i fatti anteriori, a cui scopre
meglio la luce attuale degli intelletti. A ciò fummo spinti dalle leggi di
natura, e siamo quali essa ci fece, quali era preordinato che fossimo nel¬
l’esercizio spontaneo e riflesso della ragione : libertà e lai¬ cità
dell'insegnamento. Nè ci sgomentino gli ostacoli frrpposti dagli ignavi ep¬
pure buoni, dai tristi astuti, dai pusillanimi; ad onta di tutto e di tutti
l’umanità nelle sue famiglie più elette rag¬ giungerà il nobile segno a cui i
fati la incalzano. Proce¬ diamo cauti e con amore e tolleranza; ma procediamo,
senza timori e intemperanze. Lo scetticismo reale, o ridi¬ colo, lo scoramento
dei buoni, l’avidità insaziabile,, la con¬ cupiscenza di turpi cose, l’ozio
putrido, l’ignoranza voluta per flaccida fibra, oscurano, è vero, lo splendido
volto della civiltà moderna, onde molti non lo scorgono, o lo travedono
contaminato. Ma non si tema; se la terra per cosmica convulsione non si
sfascia, noi perverremo a quel¬ l’ideale di relativa felicità e di grandezza
intellettiva e mo¬ rale, che stimola, sprona, affascina le anime e gli ingegni
eletti — che sono i veri e soli fattori dell’incivilimento, e il sale della
terra — a quell’ideale, che anche oggi di mezzo a molte sozzure, guerre, è il
sole che riscalda e vi¬ vifica gli uomini di buona volontà con la sua luce e
ca¬ lore immortali. DEL VERO NELL’ARTE"’ (Dal Pensiero Italiano). Questo
tema, tocca una delle più vivaci, e, direi, tumul¬ tuose dispute della estetica
moderna; agitato e si varia¬ mente creduto risolto, che non luce se ne trae, ma
confu¬ sione. E da prima, con affermazioni sempre assolute, si vuole da alcuni
sceverare distintamente in arte il vecchio dal nuovo, e dichiarare veracemente
ciò che debba inten¬ dersi per vecchio, e per nuovo. Altri invece si appuntano
ancora alla tradizionale imitazione, e fatte secondarie con¬ cessioni, si
radicano tenacemente in ciò che chiamano immutabile essenza del bello: od al
contrario ripudiando tutto il passato, stimano tutto innovare di guisa che
Parte vera non si sia mai esercitata, e incominci con ciò che or dicesi
naturalismo: obliando che più di cento anni fa questa parola venne usata nello
stesso significato; e sin dalla più splendida epoca artistica in Atene e in
Grecia tutta si distingueva non solo teoricamente, ma in pratica, l’ideale dal
reale nelle opere d’arte. C’è chi si affida rinvenire le ragioni d'arte, della
sua origine, dei suoi vari momenti storici nelle necessitò e (1) Questo
articolo è la riunione c la fusione di alcune letture, che io tenni in
proposito al R. Istituto lombardo di Scienze e Lettere. leggi della generale
evoluzione umana e sociale; mentre altri ci introna gridando inutile ogni
ricerca in proposito sia d’origine, sia di evoluzione, giudicando l’arte
sempli¬ cemente quale spontaneo e personale capriccio. Il bello per molti è
assoluto, e s’identifica col vero e col buono, con¬ siderati come idee eterne e
sostanziali: per alcuni invece queste tre idee si distinguono tra loro; e il
bello si af¬ ferma splendore del vero, calore del buono. Contradicono però a
questi coloro, che riguardano il bello come emo¬ zione relativa, e quindi tanti
i suoi tipi, quante le razze, le famiglie, le persone. Rispetto all’artista poi
c’è chi dice apparire, ed operare quale e mero prodotto dell’ambiente, mentre
c’è chi si af¬ fanna a dimostrare che viceversa è la virtù ed efficacia
personale dell'artista che va formando l’ambiente. Da una parte non dee servire
che al buono, ed infiammare per un ideale altissimo di virtù morale e civile
gli uomini: dal¬ l’altra essa non dee subordinarsi à nulla e bastare a sè stessa.
Il Guyau definisce il bello « una perceziope o un’azione che stimola in noi la
vita sotto tre forme insieme: sensi¬ bilità, cioè, intelligenza e volontà: e
produce il piacere per la coscienza rapida di questo eccitamento generale;
mentre il maggior numero degli scrittori reputano organi della emozione
estetica l’occhio e l’udito, egli si argomenta di provare che tutti i singoli
sensi possono occasionare una tale emozione: onde si ascende gradatamente,
rimanendo essenzialmente nelle ragioni del bello, da un saporito ma¬ nicaretto
alla contemplazione del Partenone: da un grato profumo alle Madonne, o agli
affreschi vaticani di Raf¬ faello: dal tatto dolce di un corpo vellutato, o dal
mite tepore di una mano, al Mosè, o al Giudizio di Miche¬ langelo. E badiamo:
la controversia non rimane adesso soltanto accademica ed innocua disputa di
filosofi, ma per intrin¬ seche e nuove condizioni etico-sociali, essa assume
più vasta e profonda efficacia nella vita civile delle nazioni, e può aver
quindi effetti utili e dannosi, secondo che viene, o si creda, risoluta. E
perciò non mi pare inopportuno fermarsi alquanto a considerarla, tentando di
rimuovere molti-errori, e chiarire molti equivoci, perchè si man¬ tenga salda
la dignità dell’arte, e con essa anche la di¬ gnità intellettuale e civile deiruomo.
Frattanto poniamo in sodo questo: e cioè, sia la scuola platonica e
aristotelica nella antichità, per quanto se ne possa indurre dalle opere che ne
rimangono, e dalla in¬ terpretazione più conforme alle loro opinioni, sino ai
rin¬ novatori via via delle loro opinioni; sia la scuola critica Kantiana; sia
la più moderna evoluzionista e fisiologica, tutte affermano più o meno
esplicitamente, che il bello considerato nel sentimento che suscita, o
nell’obietto che lo promuove, si distingue dall’utile e dal buono; per la qual
cosa la conseguenza ulteriore si riassume in ciò, che l'arte ha esercizio e
forma propria, e si attua in virtù di un principio che le è speciale. Ciascun
di noi conosce quale ripugnanza sentiva Kant tra l’utile, il buono e il bello,
e si ricorda di quali e quanti argomenti sussidiò la sua tesi. Per lui i
prodotti dell’arte in tanto possono dirsi belli, in quanto non vengono infor¬
mati da nessun interesse diretto o indiretto di qual¬ siasi natura. E un tale
principio venne dai più moderni filosofi riconosciuto per vero, compreso lo
Schopenhaeur; da artisti sommi quali Schiller e Goethe. Nella quale sen¬ tenza
convengono pure tutti i moderni scienziati della scuola evoluzionista dal
Darwin, Spencer, Grant-Allen agli altri seguaci e minori: anzi alcuni giungono
a dichiarare che l’arte dee a poco a poco scadere, e dileguarsi affatto nelle
più generali soddisfazioni utilitarie delle società mo¬ derne. Ma di ciò più
avanti. Per prova della verità del sin qui detto intorno alla di¬ stinzione
fondamentale del bello, del vero, del buono, del¬ l'utile, riferirò le parole
testuali del più corretto dei filo¬ sofi platonico-cattolici, Vincenzo Gioberti
(1); e quelle pure del principe degli evoluzionisti, Erberto Spencer. (1) In
Francia può consultarsi l’opera di Eugenio Lévèque, che con¬ suona in quanto
alla dottrina con quella del filosofo italiano. Digitized by Google - 134 - «
Il bello — scrive il Gioberti — non è il bene morale o il buono, perchè il bene
non si può chiamar bello che impropriamente. Un’azione buona non appare sempre
come bella, e quando veste tale qualità, ciò succede per un nuovo elemento che
vi si aggiunge, e dalla moralità si distingue. Spesso anche le opere virtuose
entrano nel giro dell’este- tica piuttosto come sublimi, che come belle,
secondochè accade alla virtù eroica. « Il buono importa l'idea di obbligazione,
non cosi il bello considerato in sè stesso , senza estrinseca attinenza. «
L’uomo non ha l’obbligo di fare lavori belli, come ha quello di fare opere
buone.... Il bello non è il vero, d’al¬ tronde, semplicemente preso: e quando
il vero è anche hello, non è già tale per sè stesso, ma per una nuova qualità
che si arroge alla sua natura: e quindi il bello non è il vero metafisico o
matematico: appartenendo questi al solo intelletto non vogliono esser confusi
col bello.» Il Gioberti distingue inoltre sottilmente il bello dal piacevole e
dall’utile; e lo definisce — conforme all’indole della sua scuola. — L'unione
individua di un tipo intelligibile con elemento fantastico fatta per opera
della immaginazione estetica . Vedremo poi in che pecca questa sua di
finizione. Spencer d’altra parte, analizzando il sentimento del bello, giunge
alla conclusione che un tal sentimento è anche più disinteressato di quello
dello stesso buono, e giusto. Egli, come Darwin e tutta la loro scuola, crede
che l’ori¬ gine dei sentimenti morali sia il bisogno e l’interesse: i
sentimenti estetici perciò e al contrario, che s’identificano primordialmente
col giuoco e col sollazzo attivi, sono più puri di qualunque idea utilitaria. E
Schiller stesso aveva detto, secondo la sua dottrina: «Non è il grido dei desi¬
derio che noi sentiamo nel canto dell’usignuolo. » Grant- Allen è più esplicito
ancora: Nelle azioni ed opere umane, egli afferma, tutto ciò che non viene
effettuato come eser¬ cizio, giuoco, trastullo dei nostri organi e della nostra
immaginazione, tutto ciò che non è assolutamente arte per arte, è destituito di
bellezza. Onde il bello per esso con¬ siste principalmente in ciò che, per sè
stesso, e assolutamente inutile: e non è altro che necessità di consumare, per
nessun scopo estrinseco al suo esercizio, una troppo abbondante energia
fisiologica. Da ciò parmi chiaro apparisca che il bello nelle scuole antiche e
moderne più disparate, di filosofi, naturalisti ed artisti stessi, si consideri
come fondamentalmente distinto dal vero, dal buono, dall’utiie, ed abbia quindi
nell’arte che lo manifesta, nell’animo di chi lo sente, una assoluta libertà di
forma e di esercizio ; e logicamente se ne debba inferire la tendenza ad
affermare che l'arte basti a sé stessa. Se poi vogliamo rintracciare in che il
bello consista ri¬ spetto alla sua entità obiettiva, ritorna pure in generale,
e si ripete, la definizione pitagorico-platonica, corretta da Sant'Agostino,
dal Leibniz e giù giù sino a noi, che il bello obiettivamente apparisca ove sia
varietà ridotta ad unita . La quale definizione, come vedesi palesamente, nulla
ci apprende, in quanto se è vero che in ogni opera d'arte in genere trovasi in
fondo armonia ed euritmia di parti, v'hanno però infinite cose a cui si adatta
questa de¬ finizione, e che non sono belle; quali, a modo di esempio, le
macchine ed ogni sistema ordinario di forze operanti. A questa stregua, nota un
sagace scrittore, YItalia liberata del Trissino, sovrasterebbe q\Y Iliade, ed
al Furioso per venustà e valore artistico. Il Tommaseo dicendo il bello «
un’armonia di più veri sentita dall’uomo » si avvicinò maggiormente, con quella
parola senita , a ciò che a noi si manifesta come bello. È più astratta quella
del Rosmini in quanto egli dice che la verità è l’idea esemplare delle cose, ed
il bello l’ordine della verità in esse. Alcuni poi ripongono l’essenza del
bello nella conve¬ nienza delle parti, o delle azioni, allo scopo. Non occorre
osservare quanto anche questa definizione sia vana: poiché a questo modo tutte
e le più comuni azioni coordinate ad un fine sarebbero belle, o qualunque moto
di parti coor¬ dinate ad un’unica azione. Quando poi, alzandosi a volo più
alto, si volesse ricer- Digitized by AjOOQle - 136 - care quale sia nelle
diverse scuole, ove tale induzione si tentò, l’essenza eterna in sé stessa del
bello, si entrerebbe nel campo metafìsico puro: osserveremo solo in proposito
che quanto tali ardimenti fanno onore alla energia e fede deH’intelletto umano,
tanto riescirono e riescono vani: poiché l’essenza delle cose ci é ignota,
anche non ammet¬ tendo il dualismo riciso della scuola critica tra fenomeno e
cosa in sé. In tutti i secoli, sotto una forma, od un’altra, questa impotenza
fu avvertita, dall’Amone Egizio, dal Pa- rabrama degli Indi sino
all’incomprensibile di Damascio, al noumeno di Kant, all’inconoscibile di
Spencer, al- Yifjnorabimus del Du Bois-Reymond, e cosi via. Laonde, sia per
l’origine sia per l’essenza, obiettivamente, a nulla approdano le definizioni
che del bello vennero man mano escogitate; e, dirò di più, a nulla giovarono
per sé stesse alle opere d’arte antiche e moderne. Soltanto, e per ora, una
afférmazione ci apparisce in sembianza di verità, perché generale, perché compresa
subito dai dotti come dagli ignoranti, che, cioè, il bello pare si distingua
dal vero, come realtà effettiva, dal buono e dall’utile. E da qui procediamo
alla nostra ricerca come in terreno più saldo. E diremo subito senza timore di
errare che soggettiva¬ mente il bello è una emozione, un sentimento grato sui
generis , distinto, distintissimo da tutti gli altri che ci af¬ fettano e
commovono: ed obiettivamente consiste in una molteplice varietà di condizioni
appropriate, che non è possibile determinare. Questi due fatti sono certi e
irre¬ pugnabili. Or quale fu ed é nell’uomo l’origine e la causa del sen¬
timento e della emozione estetica ? Sia che il bello ri¬ splenda all’animo
umano ed a sé lo rapisca, diffuso divi¬ namente nelle cose, o negli artifìci
ispirati dell’artista, secondo la sentenza dei realisti antichi e moderni: sia
che egli si evolga a poco a poco in noi, come fasi successive della
soddisfazione primitivamente sensuale, divenuta poi il grato, il piacevole, il
bello; o per l’esercizio spontaneo a causa di esuberanza di forze, secondo il
parere delle scuole della evoluzione, e fisiologica — nè qui è il luogo di
discutere le due opinioni — il fatto certo attuale si é che questo sentimento
come si distingue dalla pura sen¬ sazione, cosi si distingue da tutti gli altri
che agitano l’anima umana. Or ciò che noi sperimentiamo dinanzi alle opere
d’arte in genere, ed a scene particolari della natura, non può mai confondersi
con le emozioni che ci eccitano sia nel discorso abituale, e nei concetti
scientifici e di fronte ai fatti civili e privati e alle passioni ordinarie e
molteplici della vita comune. Il sentimento estetico è sempre fecondo di uno
specialissimo piacere, e ci agita profon¬ damente in un modo grato
indefinibile, anche quando la causa che lo suscita abbia radici obiettivamente
nel do¬ lore, nel tragico e nell’orribile. Quindi egli ha effetti lu¬
minosamente distinti da tutti gli altri effetti, e diversi pure radicalmente da
quelli prodotti dalla medesima causa, ma reale. Ciascuno prova tali emozioni*
poiché sono all’uomo in¬ genite, e connaturali, benché vi sieno gradi molti e
di go¬ dimento e d’intelligente intuito del bello; a seconda delle razze. Ma se
tutti più o meno si commovono esteticamente, non tutti però sono artisti, nel
senso operativo di questa parola. L’artista sente e crea; lo spettatore, o il
lettore, sente soltanto, e comprende: e se, come avviene necessa¬ riamente, lo
spettatore è concreatore insieme all’artista, egli è tale di seconda mano,
perchè l’altro lo guida, a cosi dire, lo stimola, lo conforma alla genesi della
sua crea¬ zione, con l’opera che gli pone dinanzi. Chi più gusta le bellezze
peregrine ed intime di un’opera estetica egregia, è l’artista medesimo: certo
nessuno gustò e gusterà la di¬ vina bellezza dei lavori di Raffaello, o di
Michelangelo, o di Dante, come gli autori di si stupende creazioni. Ed è
appunto per tale mirabile virtù dell’artista di rendere, cioè, concreatore
ciascuno dell’opera sua, sentendola e compren¬ dendola, che egli ha si poderosa
efficacia morale e civile nel popolo in mezzo a cui si travaglia, e in tutti
quelli che ne ammirano i portati meravigliosi. L’artista termina
estrinsecamente l’opera sua, laddove lo spettatore, o il lettore, la
incomincia: poiché il primo concreta in un fan¬ tasma sensibile il concetto
della sua mente; e il secondo per via di questa forma sensata risale al
concetto, rifa¬ cendo a rovescio lo splendido cammino. Il grande Leo¬ nardo nel
suo trattato della pittura, scriveva: « Ciò che è nell'universo per essenza,
presenza, o immaginazione, l’ar¬ tista lo ha prima nella mente, e poi nelle
mani. » Infatti la forma mera esteriore per sé non avrebbe efficacia di
suscitare emozioni, tranne la percezione immediata del¬ l’oggetto, o del suono,
se non fosse, come a dire, mate¬ riale espressione di idee, di sentimenti,
d’itfimagini, che sorsero, composero, si ordinarono con vivo calore e luce,
nella mente e nell'animo dell’artista: onde lo stesso Leo¬ nardo aggiungeva: «
La deità che ha la scienza del pit¬ tore fa che la mente sua si trasmuta in una
similitudine di mente divina, poiché egli opera con libera potestà d’ogni cosa.
» Ed appunto perchè l’opera d’arte commove sensa¬ tamente da prima l’animo
nostro, essa è un risultato di un lavoro vivente nell’animo, a sua volta,
dell’artista; poiché la manifestazione di vita gagliarda è la precipua condi¬
zione dell’effetto estetico in generale. E badiamo bene: questa vita potente ed
intrinseca delle opere d’arte non si rivela e prorompe soltanto dalle fiere e
tempestose passioni, nelle eroiche azioni, e nelle espres¬ sioni estreme: ma si
anche ed egualmente dalle più dolci e soavi e pietose commozioni dell’ariimo,
in quanto a far ch’esse sieno efficaci e profonde, è d'uopo che manifestino una
potente vita di sentimento, che sgorga rigogliosa in quello intimo
dell’artista. I prodotti delle arti in ogni ramo in cui esse si disbrancano, di
tutte le età, veramente belli, abbondano d’esempi di questa duplice energia di
senti¬ menti fieri e gentili, che egualmente ci commovono e ra¬ piscono. In
Omero, Sofocle nei cimeli artistici e plastici della Grecia, e dei moderni, in
Virgilio, Dante, Sakes* peare, e via via dicendo, non potresti dire se più ti
ab¬ biano agitato ed esteticamente eccitato le scene e le crea¬ zioni loro
terribili, o pietose e soavi. E qui cade in acconcio la sagace sentenza
dell’illustre estetico inglese Ruskin: Vi sono, egli dice, due specie
d’artisti: gli uni sentono forte¬ mente, e pensano debolmente, ed hanno una
percezione inesatta della verità: gli altri' sentono fortemente, e pen¬ sano
fortemente e percepiscono esattamente la verità, e questi sono i veri e propriamente
grandi. Infatti, senza dubbio alcuno, nel bello sono inchiusi elementi
intellet¬ tuali, e sensibili: il vero si apprende dall’intelletto, mentre il
bello, come già dissi, importa qualche cosa che non si trova di per sè nella
cognizione razionale. Questo elemento è la vita, l'individualità del concetto,
e per la quale questi assume una personalità sua propria, evocata e resa sen¬
sibile dalla fantasia, che è lo strumento trasformatore e precipuo d’ogni opera
d’arte. In quanto alle condizioni poi estrinseche, obiettive, che provocano il
sentimento del bello, sieno queste immediate della natura, o mediate per
l’artifìcio umano, noi, per ora, prescindendo dalle disquisizioni metafisiche e
fisiolo¬ giche delle diverse scuole, diremo solo che in ambedue i modi, è
d'uopo che si avverino disposizioni speciali mol¬ teplici, e non determinabili
esattamente, nelle cose, o nelle opere umane, perché un tal sentimento venga in
noi su¬ scitato: ma condizione precipua nel bello della natura — tranne il
sublime matematico, o dinamico, secondo la ve¬ race dottrina del Kant, assoluto
per tutti — è un intima e misteriosa analogia tra le forme, le configurazioni,
il colorito, il tuono di alcune e particolari scene e i nostri attuali
sentimenti, i quali variano a seconda della vita etico-sociale di un’epoca, e
dello stato dell’animo via via del contemplante, e delle memori associazioni
che esse ri¬ svegliano. E per le opere umane la condizione costante si è la
vita che il concetto acquista trasformato sensibilmente dalla fantasia in
personalità effettiva. * Ed ora, dopo queste necessarie premesse, investighiamo
sinceramente che cosa debba intendersi, quando diciamo il vero nell’arte, e
quale valore reale egli abbia. Che la riproduzione della verità e della realtà
delle cose e della vita nelle opere d’arte sia un canone certo e fon¬
damentale, benché inconscio da prima e sovente di poi, tutta la storia delle
arti, e i lavori che ci restarono lo at¬ testano; e sin qui noi moderni con
questo precetto, con tanta enfasi a volta a volta gridato, nulla abbiamo detto
di nuovo. Glie se nelle creazioni estetiche d’ogni maniera si fece uso del meraviglioso,
o dell’ultra naturale o si venne innalzando l’uomo e le forme naturali a
squisitezza ideale dai piu antichi poemi, indiani, greci, europei, medioevali e
del risorgimento, come nelle altre arti figurative, sino a noi, l’artista però
non violò, ove occorreva spontanea, de¬ scrivendola, la natura, nè l’indole
umana delle passioni; anzi l’umano riverberò nel divino. Onde non si può dire
veracemente che l’arte del ritrarre il vero incominci as¬ solutamente da noi;
il vero sostanzialmente fu sempre espresso, e solo vari erano gli intendimenti
dell’artista sia morali, sia civili, sia religiosi a seconda via via delle cre¬
denze, dei sentimenti, di tutto ciò insomma che costituisce l’ambiente sociale
contemporaneo. E qui giova avvertire una volta per sempre, che tali
intendimenti consapevol¬ mente, o inconsapevolmente anche manifestati
dall’artista, in sé medesimi sono estrinseci all’indole genuina dell’arte, la
quale, espressione di un sentimento e di un concetto insieme distintissimo da
tutti gli altri, ha un proprio campo di operosità ed è fine a sè stessa. Che se
questo suo eser¬ cizio, e le proprie creazioni fa strumento per raggiungere
altri fini, nè questi debbono confondersi con quello intrin¬ seco suo, nè
credere che quando sono nobili e fecondi di bene individuale o sociale,
adulterino e deturpino l’arte: oh è, come vedremo, coloro stessi che in
apparenza ora più rifuggono da questi connubi, in fatto poi vi si abbandonano
con ebbrezza ed ardore. Quindi anche tradizionalmente il vero fu il fondamento
dell’arte, e rispose cosi alla mas¬ sima condizione dell’opera estetica. Nè può
essere altri¬ menti: poiché onde il sentimento estetico venga eccitato, è
d’uopo che noi siamo mossi da cause note e da passioni reali. Una natura
affatto non vera, cioè intrinsecamente adulterata nelle sue forme costanti: o
passioni, sentimenti, idee, ignoti e non nostri, come potrebbero accaparrare
in¬ teresse, commoverci, od anche comprendersi ? Onde la verità sostanziale
nell’arte, anche frammista ad invenzioni fantastiche, ed al meraviglioso, e
all’ideale, è condizione assoluta perchè quella possa sussistere. Poiché se in
al¬ cuni poemi antichi e moderni a dir solo della poesia, e di una delle sue
parti maggiori, da quelli attribuiti a Val- michi sino a quelli del Goethe e
del Milton; o nella dram¬ matica da Eschilo, Kalidasa al Shakspeare ed altri,
il me¬ raviglioso abbonda, o v’è a quando frammisto, la scena però e il compito
umano delle azioni, vi spiccano nella loro realità effettiva, e sono conformi
alla verità degli og¬ getti, e alla agitazione e svolgimento degli affetti. E
ciò è si chiaro, che nelle opere d’arte delle età successive, dalle remotissime
a quelle a noi prossime, se il meraviglioso, il convenzionale, grintendimenti
propri a ciascuna, cadono, e non più ci commovono, resta però incolume e vivo,
ed efficacissimo e prelibato tutto ciò, ed è pur moltissimo, che in esse
esprime verità di natura e di passioni, come se fossero immaginate ed eseguite
nel secolo nostro. Ma si dirà: non mai tanto ricisamente come adesso, si volle
e si vuole che l’arte esprima il solo positivo vero, e la effettiva realtà
delle cose e delle umane azioni ed af¬ fetti, bandito ogni ideale, ogni
convenzione, ogni intendi¬ mento estrinseco, ogni superfetazione retorica, o
classica- mente o romanticamente tradizionale. L’arte per l’arte nell’assoluto
significato: l’opera è il resultato spontaneo di una impressione, qualunque
ella si sia, e dee riprodurla: ed è descrizione o espressione di qualunque
stato, condi¬ zione, forma di vita individuale e sociale, splendida o squal¬
lida, virtuosa o turpe, santa od oscena, sana o patologica, con accenno a tutte
le cause determinanti, storiche, mo¬ rali, sociali, fisiologiche, l’azione, e
le forme: il vero e sempre il vero, e niente altro che il vero, radicalmente
ripudiato tutto ciò che per convenzione, tradizioni, scuole ha sin qui
oscurato, falsato, deviato, deturpato l’indole ge¬ nuina dell’arte. E sia! —-
Per me, che risolutamente non pongo confini all'arte, poiché l’artista, come
diceva il gran Leonardo — che d’arte, mi pare, se ne intendeva — opera con
libera potestà d’ogni cosa: per me che appunto reputo condizione assoluta
dell’arte, la libertà, queste non sono eresie, nè errori, nè mi turbano, o mi
sgomentano. È l’arte, e tale è bene che sia. Ma tutto sta nell’intenderci:
tutto sta nel non cadere, senza accorgersene, dalla padella nelle brace, e
panneggiandosi a banditori della buona novella, impi¬ gliarci in altre e più
funeste convenzioni delle passate: onde l’arte sparisca, e si abbiano invece
delle cronache, delle patologie analitiche, delle fotografie meccaniche, ag¬
giungendo nuove noje a quelle che flagellano il genere umano. E primieramente
gli artisti d'ogni epoca non hanno mai creduto, o voluto, nelle loro opere
creare di pianta un mondo, una società, l’uomo, che non avessero attinenza, o
identità essenziale con quelli reali e contemporanei: questa opinione sarebbe
si ridicola di fronte al fatto che grida il contrario, e alla idea stessa
estetica, che è vano confu¬ tarla. Essi invece si argomentarono sempre nelle
passioni — anche quando venivano in parte idealizzate — di ripro¬ durre ciò che
è conforme al vero; ed eziandio allora che la fantasia si sbizzarriva nel
meraviglioso e neli’ultrana- turale, componevano e sentivano a seconda delle
credenze e delle opinioni dell’epoca loro, e che è parte del vero di un’epoca,
o di quelle delle età in cui l’azione, o l’opera in genere si fìngeva avvenuta.
Quindi l’accusa di falso nelle arti trascorse, in quanto si dilungano dal vero
comples¬ sivo, quale oggi ci appare, è logicamente assurda: verrà tempo che la
forma generale stessa delle nostre opere d’arte, stimate più conformi al
verismo, come oggi si pre¬ dica, sarà in molte parti giudicata alla stessa
stregua, alla quale noi giudichiamo le anteriori. Il ve ; ro di un’epoca non
risulta solo da ciò che con evidenza sperimentale e per dimostrazione
scientifica è certo, ma si dal complesso — per le arti — di tutte le credenze,
superstizioni, fantasmi d’ogni sorta, che vivamente aflèttano le moltitudini ed
anche quei ceti, che si dicono, e vorrebbero essere sti¬ mati, colti. E ciò è
si vero che Goethe, spirito eminentemente libero, me lo concederanno, affermava
che tolta la supersti¬ zione, sarebbe impossibile poesia: e il De Hartmann che
finito il regno delle religioni e delle leggende, verrà quello dell’insipienza
volgare: e Schelling, e Strauss, e Wagner ripetono che senza mistero non v’ha
poesia, nè arte: sen¬ tenze però erronee, quando si abbia un adeguato concetto
dell’arte, e del vero nell’arte. Quindi noi dobbiamo dire con maggiore equità e
rettitudine di giudizio, che oggi l’arte intende più esplicitamente ad
esprimere ciò che a noi sembra il vero, nel senso della sua più vasta nozione,
c relativamente sempre all’indole intellettuale ed estetica contemporanea.
Tutto questo però non riguarda che l’indole estrinseca, dirò cosi, del vero
nelle arti: noi dobbiamo ora più profon¬ damente investigarne l’indole
intrinseca, e domandarci in che cosa, insomma, consista il vero nell’arte, e
come vi si manifesti. Se bene non si comprende in che s’identifichi, per qual
modo si diversifica; il vero reale, e quello del¬ l’arte, la disputa rimarrà
interminabile, l’equivoco con¬ tinuo, e la confusione perpetua a danno non solo
dell’arte per sé stessa, ma della vita sociale, della quale ora — sembrerà
paradosso a chi considera superficialmente i fatti complessi umani — essa è un
elemento essenziale, che la compenetra, e l’agita costantemente: poiché molti
rami e i più comuni del suo grande albero sono alla por¬ tata della mano di
tutti, e se ne gustano i frutti, e se ne assimila la sostanza. Quando noi
diciamo, e si diffonde e con forza per via di precetti, o con la più efficace
persuasione dell’esempio, che l’arte dee riprodurre il vero, di quali arti, da
prima, vo¬ gliamo noi parlare? Poiché se trattasi delle due grandis-* sime
arti, l'architettura e la musica, quella affermazione sarebbe ridicola.
Immaginate che dinanzi al Duomo di Milano, o ascol¬ tando una sinfonia di
Beethoven, io dicessi ad altri, con l’entusiasmo proprio di tali giudizi, che
queste due opere rispettivamente, sono aara, intendendo di significarne con
quella parola il massimo pregio estetico, certamente il mio compagno darebbe in
uno scroscio di risa, o mi terrebbe per pazzo. Ed infatti come potrei io dire
sensatamente che l’architetto riprodusse in quella cospicua fabbrica il vero, o
Beethoven nella sua sinfonia; quando in natura non hanno modello alcuno nei loro
insieme, e nella struttura del loro intrinseco organismo, e sono al contrario
crea¬ zioni veramente originali dell’artista che le immaginò ed effettuò? Il
vero in queste opere rispettive avrebbe soltanto un significato, ma indiretto,
e assolutamente diverso da ciò, che stimasi enunciare sia nella realtà, sia
nelle arti: e cioè che tutte e quante le parti, onde si compongono, ri¬
spondono al concetto e alla forma di una data struttura e stile, nè si
confondono con altre, nè offendono, quindi, per dissonanze. Ma anche questi
tipi di forme architettoniche, o armoniche, sono tipi che l’uomo andò a poco a
poco e per lunghi e pensosi accorgimenti ideando e non ebbe per produrli a
modellarsi in alcun oggetto reale o fenomeno acustico naturale. Certamente sia
nell’architettura, sia nella musica in natura per leggi meccaniche intrinseche,
ed ot¬ tiche, ed acustiche fisiologiche, trovansi condizioni neces¬ sarie, base
a quelle creazioni spontanee dell’artista, onde le rendono maierialmente
possibili: ma nulla più. Ve¬ dremo altrove come e sino a qual punto la musica,
o l’arte dei suoni possa dirsi imitativa, e per quale analogia possa anche
indirettamente adombrare, od eccitare i sen¬ timenti: ma per sè stessa non
avendo obietto determinato e configurabile sensibilmente, ed essendo portato e
lavoro affatto spontaneo nostro, viene esclusa necessariamente dalle arti, che
possono riprodurre, anzi riproducono sen¬ satamente, non solo il vero, ma tutte
le sue particolari modificazioni speciali. Con ciò io sono ben lontano e dalle
esagerazioni moderne dei potere descrittivo, come dicono, della musica, e dagli
errori incredibili di M. E. Hanslick che sostiene essere essa Incapace di
espressione, e di M. Fechner, che asseriva non essere atta a suscitare al¬ cuna
estrinseca associazione! Uomini d’altra parte illustri per ingegno e dottrina.
Restano quindi, come proprie e certe riproduttrici di Digitized by Google 145 -
forme determinate e figurative delle cose, od espressione di sentimenti
speciali ed affettivi, la pittura, la scultura, la mimica, e le arti della
parola. Ed ora è d’uopo bene acuire la mente, e seguire il retto giudizio, onde
possiamo scor¬ gere sinceramente, e senza velo di passioni, di tendenze, di
scuole, la verità. II. Consideriamo dopo le cose discorse sin qui, l’arte quale
riproduttrice esatta della realtà delle forme, dei sentimenti particolari,
delle azioni personali o sociali, conforme al ca¬ none di ciò che si chiama
verismo; ed osserviamo quale sia lo strumento subiettivo di questa
riproduzione, e in qual modo possa riprodursi, e venga effettiva mente ripro¬
dotto il reale; poiché noi vogliamo porci qui affatto negli intendimenti
estremi dell’arte naturalistica. E da prima lo strumento è l’artista : ma
questi non è una placca chimi¬ camente sensibile alla luce, e inconscia
assolutamente del¬ l’opera, e della immagine poi che manifesta: l’artista è
persona vivente, conscia di quello che fa, e per l’indole poi della sua nativa
vocazione, concitabile, vivo e pronto a risentire fervidamente le impressioni
dal di fuori e dal di dentro, in quanto i sentimenti e le immagini e i con¬
cetti sorgono, sgorgano e si attuano nell’animo suo per proprio ed intimo
lavoro, eziandio di reminiscenze, di af¬ fetti, di associazioni, di eccitamenti
organici viscerali, in¬ somma per una certa esaltazione morale e fisiologica
nor¬ male, e talvolta quasi morbosa. Oltre questa indole nativa, e acquisita in
parte, è da ri¬ levarsi nell’artista anche quest’altro fatto, che segue sempre,
ed anzi n’é stimolo, il disegno, l’impresa iniziale del suo lavoro, cioè la
speciale eccitazione, l'estro dirò, che inevi¬ tabilmente nasce in lui e
prorompe da tutta la sua per¬ sona fisio-psichica quando si accinge ad operare,
o gli si affaccia per subitaneo intuito un tema, un’idea, un'imma¬ gine da incarnare
sensatamente col pennello, lo scalpello, o la parola. Riflettiamo bene a queste
condizioni sogget¬ tive dell’artista, non supposte, non chimeriche, o fantasti¬
camente retoriche, ma reali, certe, necessarie, almeno per quelli che veramente
nacquero artisti e capaci d’opere egregie ed immortali. Le cose ed i fatti che
ei deve ripro¬ durre secondo la realtà loro, e con intendimento tenace e
voluto, prima che si esemplino nella tela, nel marmo, o nel discorso, devono
necessariamente venire raffigurate entro di lui, e propriamente nel suo campo
interno fan¬ tastico, e perciò, a cosi dire, impregnarsi, imbeversi del¬
l’indole intima dell’animo suo, assumer forma nella im¬ maginazione, adeguata
al tuono, al valore di tutte le sue qualità personali native, e acquisite
durante la sua vita sociale; e coordinarsi secondo il modo proprio di sentire,
e di disporre abitualmente e sinteticamente gli oggetti Tutto ciò, non v’ha
dubbio, si attinge dal mondò reale, e per organica necessità vi si riferisce, e
conserva le con¬ dizioni sempre di luogo, di tempo, d’atti, di modi, di
affetti, quali sono poste dalla natura: nè l’artista vuole, nè sup¬ pone
neppure di volere, che escano dalla sua mano diverse dalla realtà donde sono
ritratte: e parlo sempre secondo i dettati dell’arte naturalista. Ma l’effetto
poi sarà quale egli vuole o crede che sia ? Se la realtà nell’animo
dell’artista diventa inevitabilmente immagine prima che la riproduca
sensatamente, e è se vero ciò che si disse rispetto alla in¬ trinseca vita
morale di senso e di fantasia — speciale in ciascuno — dell’artista, ed alla
concitazione nei momenti ove s’inizia il concetto, ed ei si dispone al lavoro;
se è vero ciò, come è verissimo ed evidente per tutti la ripro¬ duzione della
realtà, mentre da un lato conserverà affatto le sue essenziali qualità e nelle
parti e nell’insieme (onde non si potrà mai giudicarla imitazione difettosa)
pure nella esecuzione effettiva, avrà acquistato, si sarà assimilato un non so
che di particolare, e un aspetto corrispondente al carattere soggettivo di
colui, che ne fu l’artefice, e vi si sentirà non la copia meccanica e
fotografica, ma una copia vera in sè, trasfigurata però dalla concitazione
operativa, e dall’indole particolare del suo inventore vivente. Le stesse scene a modo di esempio, avvisando
ad arte maggiore, ritratte da Leonardo, dal Buonarotti, da Raffaello, Tiziano,
Rubens, Rembrandt e via dicendo, sono si dissi¬ mili nel loro aspetto e
fìsonomia dell’insieme, che l’uomo il più rozzo e sbadato non vi s’illude. Se
Shakspeare, Ra- cine, Goethe, Corneille, Beethoven, Bellini, Rossini ed altri
grandi — indipendentemente dalle loro scuole rispettive — trattassero i
medesimi argomenti, quale differenza, esclama Eugenio Veroni Soltanto i
mediocri non artisti ma copia¬ tori, si rassomigliano e s’identificano. L’arte
per questo ri¬ spetto in gran parte é soggettiva: l’artista non pensa alla
essenza reale delle cose, ma manifesta invece riguardo ad esse l’impressione e
la sua indole personale. Ed è si profonda ed efficace questa interna e vivente
tra¬ sformazione della realtà — pur rimanendo eguale nelle sue condizioni
essenziali — nell’animo particolare dell’ar¬ tista, che sovente basta a rendere
esteticamente di gran valore opere di tale, che per molti rispetti non
raggiunge la preeminenza di altri. Ruysdael, per esempio, è inferiore per
alcuni rispetti a molti suoi connazionali, come bene rileva il Fromentin, che
studiò sui luoghi i Fiamminghi c gli Olandesi. « Manca talvolta di disegno, e
non ha il ca¬ rattere incisivo e l’accento bizzarro come alcuni quadri
dell’Hobbema: non la bionda atmosfera di Cuyp: nel mo¬ dellare è inferiore a
Terburg, a Metzu. I suoi quadri si rassomigliano, e talvolta il colorito non é
nè vario, nò ricco: con tutto ciò, e malgrado ciò, Ruysdael è unico: come tutti
possono convincersene osservando la sua Mac¬ chia battuta dal vento , il Colpo
di sole, la Tempesta e il Piccolo paesaggio; a Parigi, a Bruxelles, ad Anversa,
a la Haye, ad Amsterdam, da per tutto figurò e figura come grande maestro. E
questo perchè? Perchè egli esprime mirabilmente la sua personalità; perche la
realtà delle cose traversando il suo animo, ed agitandovisi, n’esce con
l’impronta di un uomo che sente e pensa, e fa sempre sentire e pensare come
lui. Nei suoi quadri v’ha sempre un’aria di sicurezza, di pace profonda, che
formano la sua indole propria: egli dipinge come sente, c sente sanamente,
Digitized by Google - 148 - fortemente, largamente. E potremmo recare altri e
molti esempi in proposito. » E si badi che qui noi avvisiamo a questa specie di
ri- produzione che piu è conforme alla imitazione della realtà, > in quanto
ritrae scene della natura in genere, ove l’opero¬ sità creatrice dell’artista è
minima. Ma appunto noi sce¬ gliamo questo modo di ritrarre, che facilmente per
la sua indole può illudere la scuola estrema naturalista. Se noi, per ipotesi,
prendessimo a prova del nostro assunto tre o quattro dei più celebri pittori di
paesaggio, e dessimo loro l’incarico di ritrarre una rpedesima scena nello stesso
giorno, alla stessa ora, e quindi nella assoluta identità di condizioni
esteriori, egli è certo che per quanto quella scena venisse espressa sulla tela
conforme alla realtà, in modo che nessuno potesse non affermarne il vero, donde
fu tratta, però in tutte insieme paragonate, rileveremmo, e chiaramente,
qualche cosa che le distinguerebbe. Or la differenza proviene evidentemente da
questo, che cioè, la scena reale della natura, acquistò, attinse nell’animo di
ciascun artista, ove si esemplava prima che la mano la eseguisse sensatamente
sulla tela, nel suo temperamento, nelle memori associazioni, nel patos a così
dire, morale della sua'Vita, quell’indefìnibile e intimo tuono, e senso che li
distingue uno dall’altro. Nè alcuno poi vorrà negare, che oltre a tali stati
per¬ manenti deH’animo dell’artista, modificatori, non adulte¬ ratori della
realtà, c’è anche l’animazione inevitabile, come si disse, propria nei lavori
di arte, quando vi ci accin¬ giamo in qualunque modo: viva emozione, la quale
unita agli influssi dell’indole morale complessiva dell’artista fa si che la
realtà degli oggetti consuona, si conforma alle qualità soggettive del
medesimo. Nè deve ciò recar mera¬ viglia: poiché in tale specie d’imitazione
sono si vari, molteplici ed indefiniti gli elementi che facilmente possono
secondare a tutte le gradazioni della emozione dell’artista e della sua indole,
come i colori isolati o in armonia con altri, le varie tinte dei verdi, del
grigio, dell’azzurro, le acque e via via discorrendo, che, dico, senza che
l’artista Digitized by LjOOQ le - 149 - voglia, o creda, o sappia, vengono
modificandosi nelle parti singole e nell’insieme in modo, che, pur rimanendo
identiche nelle loro forme reali, si trasfigurano al senti¬ mento suo
subiettivo. Ora appunto questa eterea e dissi¬ mulata trasfigurazione delia
realtà, per tutti i motivi già accennati, è ciò che costituisce il Vero
dell’arte di fronte al reale della natura. Fra la realtà pretta, effettiva,
con¬ creta delle cose, e l’immagine che viene ritratta col mas¬ simo scrupolo e
studio e volontà a rimanervi fedele del¬ l’artista, c’è il suo animo, il suo
temperamento, la sua personalità morale, c’è l’emozione che vivifica quella im¬
magine, c’è la fisiologica trama del senso esterno ed in¬ terno, che ne gradua
per eccesso, o per difetto, il tuono in generale. Quindi è giusto, giustissimo
dire che la realtà viene ritratta, e deve con ogni cura, tale com’è ritrarsi;
ma è anche innegabile che quella realtà assumerà per le ragioni discorse, un
aspetto — pur restando fondamental¬ mente fedele a sè stessa — suo proprio, che
e quello del Vero nell’arte. Che se fosse, per ipotesi, quella realtà ri¬
prodotta assolutamente identica — senza l’alito potente dell’animo dell’artista
— cesserebbe d’essere opera d’arte, il suo pregio consisterebbe tutto in
un’abilità meccanica di mestierante. Sarebbe, chi lo nega? vera, ma non vera
esteticamente. Così il realismo, come scopo mero nell’arte —dato che fosse
possibile — non è arte, ma la sua provvida illusione conduce all’arte; poiché
stimola l’artista nel voler ripro¬ durre esattamente la realtà, alla
riproduzione poi vera delle cose, che deve essere il canone massimo d’ogni
este¬ tico lavoro; ma vera nel senso già accennato, mentre l’imitazione dei
modelli idealizzati, le convenzioni molte¬ plici, e l’accademie deviano
l’artista e lo perdono. Si paragonino pure i più celebrati pittori di paesaggio
naturalista delle varie nazioni; quale differenza di colo¬ rito, di stile, di
tuono, sia nel processo tecnico, sia d’im¬ pressione! E perchè in grazia ciò
avviene? Non prova questo all’evidenza, che ciascuno senti la realtà, senza
però tradirla, diversamente? Nelle pinacoteche, nelle case private, negli studi
degli artisti, nelle mostre di tutti i paesi, questo fatto salta agli occhi di
tutti che appena conside¬ rino i quadri con attenzione. La parte soggettiva
dell’arte si rivela con mille voci, a dir cosi, con espressione evi¬ dente. In
tal modo in ogni artista vi è un aspetto nuovo di quella stessa realtà, che
ritrassero tutti con tanto amore. I loro quadri sono veri, verissimi, e gridano
col fatto il verismo: ma tutti, senza eccezione, riproducono il vero proprio
dell’arte, cioè la realtà che si animò nell’artista. E si badi poi inoltre che
un tal sentimento personale che informa si diversamente la realtà riprodotta,
si manifesta eziandio nella scelta autonoma dei luoghi, e della scena, che gli
artisti si accingono a ritrarre; poiché altri amano meglio gli aspetti
grandiosi delle Alpi, delle montagne, e dei loro accidenti, o dei mari; altri
prediligono le ridenti colline, i poggi, le amene valli, e via dicendo: alcuni
vor¬ ranno priva la scena d’uomini, o d’animali; altri invece Lamineranno con
qualche macchietta vivente. E una tale scelta spontanea non ci insegna già che
l’animo dell'ar¬ tista sente diversamente, ed esteticamente la natura stessa, e
si accinge a ritrarre quei suoi aspetti che maggiormente consuonano con la sua
indole ? Poiciiè questa scelta è po¬ tente strumento di soggettività nell’arte,
e perciò della forma di realtà che riproduce. Nè soltanto l’artista esprimerà
nelle sue opere tutto questo, cioè il suo inconscio e pro¬ prio sentimento
della natura, e lo riprodurrà come gli appare nella realtà, ma con industria
quasi inconsape¬ vole farà si che questo suo sentimento traspiri e si mani¬
festi nel quadro: volendo che tale quale ei sente parti¬ colarmente l’aspetto
delle cose, cosi venga risentito dal contemplante. Un tale influsso dell’animo
e della emozione personale dell’artista nella considerazione della realtà, e
nel ripro¬ durla, si esercita pure negli spettatori della natura e delle sue
varie scene: per questo verso ciascuno più o meno é artista. Questa emozione di
ciascuno di fronte alla realtà non è semplice, non rampolla, cioè, e si suscita
per virtù della mera e sola scena reale, che si osserva; poiché anche in questo
caso apparentemente passilo della percezione della realtà esteriore, si
rifondono nell’animo molteplici sentimenti, e vi suscitano e associazioni ed
immagini di cose passate, o presenti, e sempre a seconda dell’indole e
temperamento di ciascuno. Onde non potrà dirsi mai che la emozione eccitata da
una scena della natura sia in tutti quella delia realtà assoluta attuale, ma di
questa rifusa con lo stato dell’animo del contemplante: onde anche qui essa si
risolve in un vero fondamentalmente conforme alle cose, ma col carattere
indelebile suo, del vero, cioè, este¬ tico, se ne siamo commossi. E tali
emozioni sorte e nate in ciascuno al cospetto della realtà esteriore — senza
poi riprodurle — assumeranno anche potenza disforme secondo le persone, dalla
più alta e colta, alla più umile e vol¬ gare; onde se volessimo esercitare
un’analisi accurata sul¬ l’effetto estetico, che la realtà produce sugli animi
di tutti in generale ci convinceremmo che il fattore più potente è il complesso
dei sentimenti, associazioni, reminiscenze, e indole personale
dell’osservatore: dimodoché, se toglies¬ simo questa efficacia, e questi
elementi personali, poca sa¬ rebbe di per sé l’impressione di quella realtà. Io
mi ri¬ cordo che molti anni or sono, recandomi al mare con la famiglia per la
cura dei bagni, con una bambina e la sua balia — contadina della Brianza, che
non aveva veduto che le sue colline e le valli — giunti di notte, e accompa¬
gnandola alla mattina per tempo alla riva del mare, per lei improvviso e
nuovissimo, rimase da prima maravi¬ gliata; e dall’intenso sguardo, dalla bocca
aperta, dalla immobilità sua, si scorgeva quanto la immensità di quella distesa
d’acqua e di cielo la commovessero. Ma questa naturale ed inevitabile emozione
durò pochi secondi; ed esclamò con enfasi : quanto formentone vi si potrebbe
se¬ minare e raccogliere se fosse terra! In queste parole si sorprende
veramente la natura: quella ingenua ed incolta donna manifestava la sua emozione
nativa, rifusa con l’abituale pensiero, e con le associazioni dei suoi lavori,
e speranze. Or da questa contadina ascendiamo grado grado a più civile e colta
persona, ed avremo mutamento di l'orine nelle emozioni susseguenti a quella
della realtà ef¬ fettiva, ma nel fondo derivanti sempre dalla medesima legge.
Onde nell’artista e nello spettatore comune la realtà assume la fisonomia adeguata
al loro animo, e che nel complesso costituisce ciò che dicesi Vero nell’arte.
Poiché se il fantasma che negli animi dell’operatore, o del con¬ templante
nasce dall’aspetto della realtà delle cose, non si informasse con evidente
esattezza alla realtà, e non appa¬ risse nel suo complesso Vero, più non
piacerebbe: o si porrebbe allora il piede in altro campo di rappreseutazioni
estetiche, quale il meraviglioso, lo strano, l’ultranaturale, o la caricatura,
forme d’arte che qui or non si studiano; o se al contrario si ripetesse
meccanicamente la realtà non rifusa nelle emozioni personali concitatrici
dell’ar¬ tista, potrebbe avere merito di fotografica copia; ma vero estetico
non sarebbe possibile, e quindi non opera d’arte. Io mi sono trattenuto
alquanto sulla riproduzione della realtà esteriore della natura, perché
prossima maggior¬ mente a quello che può intendersi nella scuola imitazione del
Vero. In questa forma d’arte, la composizione sogget¬ tiva delle cose da
rappresentarsi è nulla, o minima, e perciò men libero l’artista, meno attivo: e
la sua fantasia crea¬ trice e combinatrice quasi in riposo. Eppure io credo di
aver dimostrato che anche in questo caso, il Vero nel¬ l’arte, non è identico
assolutamente alla realtà: la quale se è l’elemento necessario e principale
perchè arte vi sia, non è il fattore unico della emozione estetica che ei
eccita generalmente. Che se poi noi vorremo più a fondo inve¬ stigare questa
specie di rappresentazione, cioè del paese solo, esclusa quindi la figura
umana, avremo altra prova che essa a sorgere abbisognava di elementi molteplici
che la rendessero possibile, e di lenta evoluzione subiettiva, ed obiettiva. Il
paesaggio signoreggia, è divenuto propria¬ mente ramo indipendente, ed a sé
nelle arti, non da più di settantanni: parlo nel senso della mera riproduzione
delle scene varie della natura e del sentimento estetico che ora si
risvegliano. Nell’antichità ed in Grecia stessa alcune forme naturali di
piante, di foglie, od acque o terreno, piuttosto delineati, che pinti, si
mostrano solo talvolta come ornamento, o come sfondo pel risalto massimo, e
scopo unico dell’artista, l’uomo: l’uomo che in virtù appunto del genio
ellenico si può dire che apparisse per la prima volta, come forza e persona di
fronte alla natura; nella quale per le dottrine e religioni anteriori èra
panteisticamente rifuso, o un nonnulla al cospetto della immane onnipo¬ tenza
fatale del mondo, e dei principi supremi che lo agi¬ tavano. Tale in Egitto,
nella Caldeoassiria, tale nelle prime intuizioni arie, e nei dogmi bramanici.
In Grecia invece l’uomo fu liberato da questa mostruosa matrice, ove mo- vevasi
appena, come spuma sul mare, o come una sbia¬ dita figura trapunta nei vecchi
arazzi, che mal si distingue dal campo, ove è accennata: egli in Grecia assunse
ri¬ lievo personale, e volontà e fierezza in faccia pure agli Dei, prossimani
in gran parte agli uomini, perchè creati ad immagine loro. E tanto è vero
questo, che cioè la per¬ sona umana primeggiò in tutto nell’Ellade, che il
tempio greco, comecché si meraviglioso, per euritmia semplice, e bellezza nelle
età più splendide, veniva eretto per la statua del nume che dentro campeggiava
in forma assolutamente umana, e non la statua per il tempio. Ed in vero la
direzione dell’opera del Partenone fu data a Fidia scultore, non a Ictino
architetto. Cosi nell’arti della parola, dai poemi alla lirica, ai drammi, è sempre
l’uomo’ che primeggia, il suo valore, il suo ardire, le sue vicende: la natura
è appena lo sfondo accennato, e non mai as¬ sunta a contemplazione particolare
dei poeti. Nè poteva essere altrimenti, poiché oltre a questo rilievo massimo
della figura umana, e del valore nuovo e ga¬ gliarde dell’uomo nell’ordine
delle cose e della operosità civile e intellettuale in Grecia, non poteva
nascere e sen¬ tirsi l’emozione speciale che noi proviamo al cospetto della
natura stessa, e quindi alle sue riproduzioni nell’arte, poiché tutte le sue
forme e fenomeni, erano animati e tra¬ smutati in personificazioni continue —
parlo nelle opinioni spontanee universali — tanto più potenti, e quindi esclu¬
denti il valore genuino obiettivo, quanto divinamente belli, venusti, graziosi
e splendidi erano gli aspetti umani nei quali tutte le deità si
rappresentavano. Ed invero quando nei boschi, nei fiumi, nelle sorgenti, negli
antri, nelle piante, nei fiori, nelle aure, nei venti, negli azzurri celesti,
nel fulgido sole, negli astri, nell’aurora, in tutte le forme insomma delle
cose, non si hanno che motivi a popolare la fantasia di fulgidi idoli, e in tutta
la natura un dramma continuo, che rapisce ed eccita emozioni correlative, che
cosa rimane della realtà effettiva delle cose, e dei senti¬ menti che vi
corrispondono? — Quindi era d'uopo che il mondo politeistico si bello e
splendido scomparisse, si spersonasse, a cosi dire, e si manifestasse come
entità obiettiva impersonale, e nella reale sua semplicità, perchè si
eseguissero lavori speciali di paesaggio, come opere estetiche a sé. Lasciamo
da parte la questione storica, se veramente Ludio al tempio di Augusto fu
quello che iniziò un tal ge¬ nere di pittura: e se all’epoca brillante
d’altronde e quasi mitica di Re Vikramaditya, stando a una bella descrizione di
una scena della natura nel dramma Sakontala di Ka- lidasa, fosse in onore.
Ammesso anche che dopo Cesare la pittura di paesaggio divenisse in Roma ed
altrove un’arte distinta, per quello che ce ne resta però in Ercolano e Pompei,
pare non assumesse mai le proporzioni non solo dell’epoca nostra, ma neppur
quelle del rinascimento. Perché ciò avvenisse, era mestieri di condizioni
affatto nuove sog¬ gettive ed obiettive. Certamente in alcuni poeti greci e la¬
tini, ed in prosatori pure, e particolarmente tra i poeti Virgilio, tratto
tratto v’hanno tocchi squisiti del sentimento estetico della natura, che
sembrano contemporanei; nè mancano in Omero, specialmente nell’Odissea. Ma sono
pennellate fuggevoli. Ove però il sentimento della natura si estrinseca
largamente, e con la nota quasi attuale av¬ viene per la prima volta nei Padri
Greci, ed in ispecie nelle omelie e lettere di S. Basilio e di altri. Piacemi
ri¬ ferire qui parte di una sua lettera scritta a Gregorio di Nazianzo, ove
manifesta le sue impressioni nella dimora da lui scelta sulle rive al fiume Iri
in Armenia. «Io credo, egli dice, di aver raggiunto il mio scopo... Dio mi ha
con¬ cesso di rinvenire qui un luogo in armonia con i miei gusti. Ciò che nei
nostri sollazzi, e nei momenti di riposo noi ci raffiguriamo nella
immaginazione, io qui posso scor¬ gerlo nella realtà. Un'alta montagna,
circondata da folta foresta, è irrigata a tramontana da acque fresche e lim¬
pide. A suoi piedi si distende una pianura a declivio, resa feconda dagli umidi
vapori che sorgono dalle alture. La foresta che ampliandosi liberamente
circonda la montagna, e dove in copia spesseggiano alberi per forme e specie
differenti, sembra innalzarle intorno un muro di difesa.... La mia dimora
solinga è cinta da due profondi burrati: da una parte il fiume che precipita
dal sommo giogo oppone un ostacolo difficile a superare: dall’altra un immane
dorso di monte ne chiude l'ingresso.... L’abitazione è posta sulla cresta di un
alto giogo, donde si abbraccia con roc¬ chio tutta la distesa del piano, e si
contempla dall’eimato la caduta, e il corso dell’Iri per me più grato e caro
dello Strimene per gli abitanti di Amfìpoli. Questo fiume, il più rapido che io
conosca, si frange contro una roccia, e si getta vorticoso entro un abisso. Ei
mi offre un aspetto pieno di incanto, ed è per gli abitanti del paese grande ed
utile fiumana pel numero infinito di pesci che nutre nelle sue onde spumose.
Devo io descriverti i vapori che esa¬ lano dalle terre, e le aure che salgono
dalla superfìcie delle acque? Altri ammiri lo splendore dei fiori, e il canto
degli uccelli; io non ne ho tempo: ciò che m'inebria mag¬ giormente è la calma
di queste terre, sole, non visitate da alcun cacciatore, poiché le mie lande
nutrono cervi e mandre di capre selvaggie, non i vostri orsi e leoni. Come
potrei mutare dimora? » Alessandro Humboldt afferma che nelle descrizioni di
Basilio e di altri padri greci i sentimenti della natura sono più in armonia
con quelli moderni che tutto ciò che ci resta dell’antica letteratura. Anzi e
per una ragione che spicca chiara a ciascuno, il sentimento estetico della
natura prevale nei primi padri greci a quello delle opere dell’uomo e delle
parti pagane. In Gregorio di Nyssa si trova il medesimo entusiasmo per la
natura, ed una mesta ed indefinita melanconia che vi si immedesima. « Se io
scorgo, egli scrive, ogni ronchio, e cresta di roccia, ogni valle, ogni piano
coperti di erba nascente: se io scorgo la ricca veste degli alberi, e ai miei
piedi i gigli ai quali la natura ha dato insieme e profumo e splendore di
colori: se da lontano rimiro il mare verso il quale la nuvoletta che passa
guida i miei sguardi, la mia anima è presa da una tristezza non scevra di soa¬
vità. Con l’autunno i frutti spariscono, le foglie cadono, i rami degli alberi
s'irrigidiscono, e noi stessi, mossi da ma¬ linconia profonda, osservando
queste eterne e regolari tra¬ sformazioni, ci sentiamo alVunissono eolie forze
misteriose della natura . Chiunque contempla queste scene con gli occhi
dell’anima, comprende la piccolezza dell’uomo para¬ gonato alla grandezza
dell’Universo. » E Crisostomo ripete sovente: « Vedi tu un magnifico mo¬
numento, ti senti inebriare dalla vista di un lungo ordine di colonne, innalza
allora subito lo sguardo alla volta del cielo, o ai liberi campi dove gli
armenti pascolano sulle rive del mare. Chi non dispregerebbe tutte le opere
delle arti, quando, nella calma del suo cuore, posando su mor¬ bide erbe, o
all’ombra d’alberi folti, pasce i suoi sguardi in un interminato spazio che si
perde nell’oscurità?» Chi non comprende in queste parole, ed in molte altre
cita¬ zioni che noi potremmo riportare dagli scritti dei padri di quell’epoca,
quasi identico sentimento della natura che ci agitò, e ci agita modernamente?
Ma la profondità, l’ampiezza, l’indole propria di questo sentimento sì disforme
da quello greco-romano anteriore, rampolla oltre che da una evoluzione
spontanea dell’animo umano, da più lontana fonte: essa scaturisce dalla fonte
giudeo-cristiana, e dalla trasformazione dei sentimenti ge¬ nerali che
primitivamente nelle epoche apostoliche penetrò nell’umanità. Pel semita, e in
ispecie nella famiglia israe¬ litica, mercè un profondo e costante lavoro del
giudaismo, la natura venne considerata come obietto talmente distinto dal
creatore, che se ne distingueva per il carattere spiri¬ tuale monoteistico. Da
un lato l’intelligenza, la volontà, la coscienza eterna in Dio, dall’altra la
bruta, passiva e im¬ personale materia del mondo, e soltanto più in rilievo la
vita vegetale e animale, ma sempre come fatture del¬ l’Eterno, ed a lui
sottoposte. Quindi in questo concetto la natura si rivelava nella coscienza
generale, come mero ordine materiale, ed i fenomeni valevano quello, e solo
quello, che manifestavano. In questo ordine di idee il po¬ liteismo, come forme
indefinitamente molteplici di perso¬ nificazioni, era impossibile. Leggiamo i
Salmisti, gli an¬ tichi profeti, e via via, da per tutto, i vetusti frammenti
biblici, leggiamo Giobbe, e sempre e sempre c’incontre¬ remo in poetiche
immagini, in accenti di ammirazione della natura, in descrizioni esatte dei
fenomeni tutti nella loro realtà obiettiva, benché adoperati, e volti a
glorificare l’Altissimo E questo sentimento realistico della natura si
manifesta in modo sempre simpatico verso di lei, poiché generale era la fede
che Dio stesso le aveva dichiarate buone . Certamente nelle dottrine personali
dei primi e po¬ steriori filosofi ellenici si considerò razionalmente, e im¬
personalmente la natura, e liberamente si argomentò di spiegarne da essenza e
la genesi; ma erano dottrine di pochi, non avevano la necessità dommatica per
l’univer¬ sale, che rimase nell’àmbito suo nativo del politeismo, tanto più
tenace, qnanto si manifestava raggiante di grazia e di bellezza. Nel cristianesimo
quel sentimento giudaico della natura si continuò da prima, ed anzi ebbe
maggior rilievo nella dottrina evangelica, poiché Gesù secondo gli scritti e la
tradizione, nel suo insegnamento, e nel suo discorso ordi¬ nario, manifestò Io
stesso ordine di idee e di sentimenti intorno alle cose, dei salmisti, dei
profeti, e scrittori ante¬ riori. Ei vi aggiunse una nota, la grazia, cioè, e
la in¬ genua leggiadria: poiché sia che si guardi alla scelta delle sue
parabole, o ad alcuni tratti del suo discorso, come quando parla della
magnificenza della veste del giglio più grande e splendida dello stesso regale
abbigliamento di Salomone, sia agli atti personali e sociali della sua vita,
noi al sentimento realistico antico della natura, vi scor¬ geremo quello di una
ineffabile poesia, e di una univer¬ sale benevolenza per tutto ciò, che è, e
che vive. Quindi per l’una e l'altra ragione riesce evidente che gl’imme¬ diati
discepoli, e i men lontani padri della prima età del cristianesimo, se
aborrivano dàlie opere umane in ge¬ nere, per quanto elette, dovessero amare e
sentire schiet¬ tamente e praticamente quelle della natura; non più dis¬
simulata dalla universale personificazione panteistica, o politeistica delle
sue forme, fenomeni e vicende. E le arti certamente tutte, e il paesaggio in
specie sarebbero ri¬ sorte, come accennavano, con iconismo e forme ispirate
alle nuove idee e sentimenti, se nel medio evo l’esagera¬ zione della tendenza
ascetica in alcune parti dell'insegna¬ mento evangelico male inteso,
l’ignoranza e la supersti¬ zione, che indi questo stesso ascetismo insieme alle
rovine c confusioni barbariche, recò nel mondo, non avesse per più secoli
sviato affatto, adulterato e oscurato questo sen¬ timento della natura più
reale in sé di quello anteriore; e prodotto non soltanto il furore
iconoclastico di tutto ciò che era eccellenza di forme antiche, ma della natura
stessa, creduta indi miseramente opera quasi diabolica, e valle maledetta di
colpe, di lacrime, un inferno temporario. La fede, e la fede proprio di lui —
del medio evo — fatte alcune eccezioni — era assoluta, e senza dubbi possibili.
11 mondo, come ben nota Gaston Paris, era diviso allora in tre spartimenti
sovrapposti: al centro la terra, lotta con¬ tinua e guerre e mali, ove l’uomo è
insidiato ad ogni ora, e tentato dal diavolo, ma sostenuto dalla grazia di Dio,
e la protezione della Vergine e dei Santi : in alto la Trinità, la Vergine, gli
Angeli, i Santi, che intercedono sempre e intervengono a loro arbitrio a prò
dell’uomo; a basso l'in¬ ferno con i demoni, e tutte le altre figure orribili,
prese anche ed assimilate da varie religioni dell’antichità, o con¬ temporanee.
Il gran fatto individuale e sociale era il pec¬ cato; il nemico, il mondo e la
carne. Si otteneva il perfe¬ zionamento morale solo con opere esteriori, con
l’elemo- Digitized by Google sina, il digiuno, i riti, il pellegrinaggio. Raoul
de Cambrai — l’eroe — per esempio, può bruciare, applaudito da tutte le anime
timorate, il venerdì santo, piamente una intera città e un convento di monache,
ma si spaventa, e spa¬ venta, all’idea di mangiar carne in quel giorno. Ogni
pro¬ gresso scientifico d’altronde era impedito da una obbe¬ dienza cieca e
assoluta alle dottrine dommatiche, o tradi¬ zionali. Soltanto in quell’epoca ci
fu libertà sconfinata nella satira; e l’esempio veniva dai chierici stessi. In
queste false idee del mondo e dei suoi fenomeni, con le strane leggende che a
fiumi irrompevano dalle fantasie puerili e morbose nella società del medio evo,
il senti¬ mento reale, ed estetico genuino della natura, cessò, e mi¬ seramente
scadde, e subentrano emozioni bieche, squallide ridicole e spesso orribili.
Qual differenza non dico dalla immagine del mondo dei primi cristiani, ma da
quella stessa greca-romana classica! — In queste almeno lana- tura veniva
trasformata in idoli, e aspetti sì belli, si leg¬ giadri e tra loro in si
poetica armonia, che ancor oggi risvegliano sentimenti di puro e gradito
godimento. Come possibile innalzarsi allora a sentimenti estetici c reali ri¬
spetto alla natura, ed all’uomo quando, oltre l’accennata adulterazione, e
violazione della natura, correvano per gli scritti ed a voce leggende a copia e
continue di questo te¬ nore: Un monaco malato guarisce col latte della Madonna,
che ella stessa porge a succhiare dalla dolce mammella; un ladro, solito però a
domandarle ajuto quando accinge- vasi al furto, viene salvato dalle stesse sue
bianche mani, dalla forca, ove pendeva’ sostenuto per tre giorni, perchè il
nodo scorsojo non facesse l’usato uffizio, finché trova¬ tolo ancora in vita
dai giudici, gli venne concessa la grazia e il perdono; una monaca, che soleva
tributare culto a Maria stessa, presa ad un tratto da avidità invincibile per
le gioie mondane e della carne fugge dal convento, e sfoga la sua lussuria; e
quando dopo tre anni sazia di lascivie, ritorna al convento, trova la Vergine,
che per lei, assu¬ mendone la figura e le forme, esercitò per tutto quel tempo
l’ufficio di sacristana, onde nessuno si accorse della assenza, e della vita
ignobilmente vagabonda della suora ! E di queste leggende era satura quella
età. Ed in tal modo in genere e popolarmente si seguitò finché per vigoria di
eletti ingegni non si rinnovò la schietta per¬ cezione, e scienza della natura,
e si dissiparono a poco a poco le informi ed universali superstizioni e
l’ignoranza. Gol rinascimento per le stupende opere, e le menti sovrane di
Dante, Petrarca, Boccaccio ed altri grandi, il sentimento della realtà, e della
natura risorse: reso più vivo, più li¬ bero e lieto dalla risurrezione dei
capolavori d’arte e di scienza dell’antichità, e per la nuova riabilitazione
quasi del sentimento e idea della vita pagana. E la riabilitazione della natura
e della vita terrestre riusciva tanto più effi¬ cace in quanto vi si aggiungeva
la schietta e impersonale realtà della natura, come venne sentita dai padri;
poiché nel vivo ardore pel bello della natura e dell’arte risorto, le forme
politeistiche non erano che morti simboli; nè im¬ pedirono che le cose venissero
sentite più profondamente anche all’antico splendore del senso pagano. Ma ciò
non sarebbe bastato a perfezionare la coscienza e il senti¬ mento del reale
nella natura, se la scienza osservatrice, calcolatrice e sperimentale non
avesse svelato l’ordine di fatto dell’universo col Copernico, Galileo e Newton
non solo, ma con tutti i fatti particolari infiniti, onde quell'or¬ dine si
compone, e consta per mezzo della numerosa e ro¬ busta figliolanza di quei
grandi in tutte le scienze fìsiche, chimiche, organiche, storiche, morali, onde
s’iniziò il con¬ cetto di legge e della meccanica struttura costante del mondo.
Al che coadiuvò eziandio la scoperta del nuovo mondo, e d’altre parti della
terra ignote, o mal note. Quindi il punto di vista rispetto alla natura antico
sia nelle filo¬ sofìe laicali elleniche, sia nelle dottrine e credenze israe-
litico-cristiane, ritornò ed appari con nuovo e più intenso splendore,
corretto, compiuto, scientifico. Onde e per ul¬ timo la possibilità ai tempi
nostri della riproduzione arti¬ stica e genuina del paesaggio, come fonte a sé
e parte della estetica generale. Con tutto ciò quest’ordine di cose svolto
nella storia dei sentimenti e % del concetto della natura per tanti secoli, non
sarebbe bastato veramente a creare il carattere e la forma estetica
deiremozione attuale del paesaggio, se un nuovo elemento non vi si aggiungeva,
voglio dire il sentimento quasi panteistico, quasi panpsichico della natura,
come in gran parte si rivela nei poeti moderni ed artisti, sotto di¬ versi
aspetti. Egli esercita i suoi influssi quasi all’insa¬ puta degli autori, e dei
contemplanti stessi, poiché si evolse e si evolge per un’intima necessità
psicologica in virtù della vita complessiva passata, e delle condizioni morali
e intellettuali della presente. Quell’intimo senso di fratel¬ lanza tra tutte
le cose, e le creature, figlio della misticità religiosa, che si manifestò
potente in qualche ordine mo¬ nastico, e in specie nel Frate d’Assisi, non andò
perduto affatto, anche quando sorse vincitrice la scienza; poiché la legge di
eredità psico-organica è tenacissima, e perchè anche in quel senso c’è gran
parte di vero; e in modo, in genere inconsapevole si associò al concetto nuovo
e più reale, ed evidente, nell’ordine cioè delle cose, governato da leggi
immutabili. Da queste due, fonti proviene quella ar¬ cana comunione che
sentiamo oggi tra noi e il mondo, poiché la scienza stessa ne distrusse le
differenze mitiche ed arbitrarie, e tutto unificò in un universale concetto di
essenza e di vita: cosi dinanzi alle scene della natura, o alle opere d’arte
che vi si riferiscono ci sentiamo ad esse uniti profondamente: simboli
reciproci di un’unica mani¬ festazione di attività e di vita. Vedesi adunque da
quale antica ed alta vena proceda da quel bellissimo aspetto e ramo dell’arte
che dicesi pae¬ saggio, e quali e quanti siano gli elementi onde nascono le sue
particolari emozioni. Quanto corso di eventi o di trasformazioni prima che il
reale e l’impersonale della na¬ tura potesse rivelarsi nel Vero dell’Arte,
secondo i canoni della scuola naturalistica! I quali sarebbero monchi, nè
giusti, nè razionali, se non venissero rischiarati da un tale processo storico-critico,
e compiuti dal concetto adeguato che dobbiamo formarci di ciò che sia il Vero
nell’Arte. Tanto lunga e varia fu la via per dove corse la intelligenza e il
sentimento umano, prima che raggiungessero la schietta realtà impersonale della
natura, fondamento al¬ l’arte riproduttrice che vi si riferisce, onde potesse
dirsi che sono conformi al Vero; e lunga pure è la via per dove giunse alla
emozione estetica della medesima, conforme al sentimento moderno. Non feci che
accennare un cosi largo e poderoso tema : ma vi ho insistito perchè questa
ricerca, è necessaria premessa a intraprendere quella che con¬ cerne le arti
maggiori; ove non più soltanto l’artista rifà la natura, ma l’uomo vi spicca
come la massima e imme¬ diata figura. III. Per l’indole di questo articolo non
potendo intrattenermi su tutte le forme dell’arte, mi limiterò in questa terza
parte a discorrere brevemente delle due più ora comuni: la pit¬ tura, cioè,
detta di genere, e' il romanzo: poiché quella sta alla grande e storica, come
questo alla epopea. Dal loro studio risulterà meglio il carattere genuino
dell’arte mo¬ derna, e quale indirizzo debba seguire evitando esagera¬ zioni
dannose d’ogni maniera. Il completo trattato poi, e lo sviluppo dottrinale, nel
libro. Nella pittura di genere si associa sovente con larghezza alla
riproduzione di qualche scena della natura, o di edi- fizi dai più umili ai più
sontuosi, quella della figura umana. Una tal forma d’arte, e tutti lo sanno,
non è nuova tra noi e fuori, è frequente anzi, e molte volte si potrebbe dire
an¬ tica, come non antico il paesaggio. Perchè questo fosse possibile, eom'è
attualmente , vedemmo quale lunga evolu¬ zione, sia nel concetto della natura,
sia nel sentimento sog¬ gettivo che vi si riferisce, si rese necessaria.
Consideriamo ora adunque se per la riproduzione della figura umana nella
pittura odierna di genere, si riveli pure una legge intrinseca di evoluzione
morale psicologica e storica, che la rendesse possibile, e la giustifichi; e
nello stesso tempo ci sia luce opportuna a meglio comprendere l’indole del¬
l’arte moderna. Digitized by Google - 163 - Anche neiranteriore e meno
universale modo di questo genere di arte apparisce la persona umana,
ristringendosi però quasi ad una specie di atti sociali, e ad un solo ceto
sociale: ma ciononostante a prevenirvi, anche allora, fu d’uopo di un lento,
continuo ed efficace lavoro scientifìco- morale, che più chiaramente rivelasse
la natura sincera dell'uomo rispetto a sé, ed alle cose, sia del suo nativo va¬
lore nella coscienza, sia nei suoi reali rapporti con la na¬ tura. Noi notammo
già che a poter ritrarre con schietta verità le scene della natura, era
mestieri che questa si spersonasse, apparisse nella sua realtà obbiettiva, e
l’or¬ dine cosmico tutto quanto fosse conosciuto nelle sue forze e nelle sue
leggi; al quale corrispondesse il nuovo senti¬ mento estetico. Ora e nello
stesso modo perchè l’uomo nelle rappresentazioni che lo riguardano potesse
venire assunto come forma generale, e riprodotto in tutte quante le sue
condizioni senza limite alcuno di ceto, di grado, di indole morale, e dar luogo
alia pittura di genere, che è prodotto quotidiano oramai, alla mano, comune, nella
guisa del romanzo nelle lettere, e di pronta e facile intelligenza per tutti,
era mestieri, io diceva, che il concetto uomo per¬ venisse al suo valore
attuale; ond’ei spiccasse libero e sciolto da tutti i legami ed i fantasmi
mitici e politici entro cui viveva e si esercitava nel passato: in una parola
bi¬ sognava che l ’umano si manifestasse chiaro e ben definito di mezzo a tutte
le adulterazioni, che ne infecero l’essenza e il significato. Dal Rinascimento,
in genere, europeo sino ai nostri giorni, i fatti storici complessivamente
conside¬ rati, intellettuali, sociali, religiosi intesero tutti a questa meta:
a porre, cioè, l’uomo nella sua pura e nativa con¬ dizione dinanzi a sè, ed
alle cose. Questo verso di Te- nenzio, neH’Hcautontimorumenos Homo suiiì;
lumicini nihil a me alienem puto, esprime, è vero, in breve, e anticipando di
molti secoli, il concetto dal lato morale, indipendentemente perciò da ogni
influsso religioso e civile, a cui la coscienza privata e pub- Digitized by
AjOOQle - 164 - blica doveva pervenire; ma però questo concetto morale doveva
per elaborazione psicologica, scientifica e civile aver compimento con la
assoluta emancipazione, del- ruorno per l’acquisto effettivo della libertà
religiosa, civile, politica ed economica. Ed a questo risultato si giunse nei
tempi moderni, se non per tutto e dappertutto, però con convinzione profonda
teorica, e come a scopo limpida¬ mente determinato agli individui e alle
nazioni. È d’uopo ben comprendere il valore di questa vittoria dell’umano di fronte
alla natura, e a tutte le condizioni so¬ ciali anteriori, per cogliere e
rilevare con sicurezza le cause determinanti l’indole dell’arte moderna
rispetto alla riproduzione della nostra persona nelle composizioni este¬ tiche
tutte. Ed in vero, giunti alla nozione dell’uomo nella sua schietta natura, c
valore, onde l’eguaglianza in po¬ tenza di tutti e singoli, e nella scienza
quindi e nelle arti l’assoluta libertà di studiarlo, e ritrarlo in ciascun suo
stato, fase, condizione economica, tolto ogni limite mitico, o artificiale,
s'apre per l’arte riproduttrice un campo senza confini di temi, di concetti, di
imitazioni, d’intendimenti, sia nella vita privata che nella pubblica. E poiché
qui non si parla che della pittura di genere e del romanzo, si scorge subito
non solo il perché della fre¬ quenza, della intensità e varietà di tali lavori,
e dei loro soggetti, ma sappiamo anche come sieno divenuti possi¬ bili, e quali
ne furono le profonde e storiche cagioni, onde vengono splendidamente
legittimati e giustificati. Ed appa¬ risce anche chiaro quanto sieno perciò
vane, ridicole e fossili le querimonie di alcuni, e la critica falsamente pu¬
dibonda, che incrudelisce talvolta contro questi lavori sulla tela, o sulle
carte, quando stanno nei limiti proprii del¬ l’arte. Se la evoluzione quindi
psichico-scientifica e sociale non avesse cosi per ultimo emancipato l’uomo da
ogni er¬ rore spontaneo, o condizione artificiale, onde l’artista di¬ venisse
libero signore d’ogni opera sua, queste forme d’arte sarebbero state impossibili.
Era necessaria questa asso¬ luta libertà nell’artista, perchè gli fosse
concesso ripro¬ durre a sua posta il bene ed il male, ove apparisce : e
Digitized by Google 165 - nella guisa stessa che il principio fondamentale
estetico l'Arte per l'arte , venne per la stessa cagione da tutti ri¬
conosciuto; cosi l’artista potè a sua volontà, e secondo la sua indole,
temperamento, sentimenti, concetti intorno alle cose ed agli uomini, scegliere
soggetti, e con potente virtù personale rappresentarli. Ed infatti noi
scorgiamo nei quadri e nel romanzo ri¬ prodotti e ritratti scene d’ogni maniera
umane, or liete or faticose dei campi, delle officine, delle città, dei tuguri
o dei palazzi, il comico, e il tragico, il vizio più laido, e l’eroica virtù;
il riso per ridere, e i dolori più disperati e terribili; e chi muore nella
miseria, nell’abbandono, ed obliato; e chi sguazza in orgie impudiche; il prete
che be¬ nedice, od ebbro di lussuria; il principe filantropo, o quello che
calpesta ogni diritto; il martire di un’idea, o l’assas¬ sino volgare; e storie
di grandi dame che s’impaludano nel sudiciume del trivio; di peccatrici
impenitenti, o che vogliono redimersi ; le grida entusiastiche di chi sorge a
morire o vincere per la libertà della patria, o gli urli fe¬ roci di orde
affamate, e folli che spargono ruine od in¬ cendile via via dicendo. E si badi
che se la scienza e lo studio e la secolare esperienza emanciparono l’uomo da
mitici e artificiali legami, si conobbero viceversa, quelli che realmente
signoreggiano l’uomo per leggi fisiche, bio¬ logiche e sociali: onde alle non
vere ed ipotetiche si so¬ stituirono le cause determinanti le nostre azioni, i
tempe¬ ramenti, le tendenze, la vita, moralmente, e fisiologicamente sana, o
morbosa. Che se al pittore non è concesso di espri¬ mere che il risultato
ultimo di queste cause nel fatto che ritrae, e può solo con fini accorgimenti
farle pensare e in¬ dovinare, nel romanzo queste possono con ampiezza di¬
chiararsi, e descriversi. E basta solo paragonare in questo genere di lavori
rispettivamente quelli di Walter-Scott, e della sua scuola con quelli poi di
Balzac, della Sand, e per ultimo con i romanzi che s’intitolano M. Bovary, Ger-
minie Lacerteux, Assomoir, Nabab , e via dicendo — tra¬ lasciando ora di notare
il merito intrinseco relativo di ciascuno — perchè si veda a qual forma sia
giunta, e per quali fasi la riproduzione artistica umana, in virtù della legge
da noi superiormente dichiarata. Quindi è manifesto che ad effettuare ed
estrinsecare la forma dell’arte objet- tiva, e subjettiva moderna, come era
mestieri della im¬ personalità della natura, cosi pure era mestieri del
concetto compiuto àeXYumano, e della piena libertà del¬ l’artista. Se noi
consideriamo nel passato quali fossero i temi della grande arte della pittura,
scultura, e letteraria, dap¬ pertutto scorgeremo che essi riguardano i fatti
storici, o religiosi tratti dal vero, o da ciò che era creduto vero, da
tradizioni, e leggende: ma tutti però attinenti a principi, guerrieri,
condottieri, martiri, santi, od a papi, e batta¬ glie; insomma fatti relativi
alle condizioni civili più alte, od a gloria della fede cristiana: non mai
quindi imita¬ zione, o riproduzione di fatti sociali ordinari, o straordi¬ nari
delle plebi, e del popolo minuto. Perciò, comecché il senso estetico e
l’ingegno e maestria degli artisti e poeti si manifestassero meravigliosi
sovente, e grandissimi, ed in quanto al valore ed alla forma dell’Arte propri
del¬ l’epoca, non superati dalle successive generazioni, pure gli elementi che
or compongono quasi tutta la vita del¬ l’arte, difettarono in essi: ed
occorrevano a integrarli al¬ cuni secoli, e profonde rivoluzioni morali, civili
e poli¬ tiche come accennammo. L’arte e le sue forme intrinseche ed estrinseche
seguono sempre quelle sociali, e vi si adattano; nè — se non come fatto
singolare quale appare anche nella storia delle scienze — possono mai
estrinsecare quello che non è vita visce¬ ralmente sentita via via nelle
diverse epoche: in una pa¬ rola l’Arte e le sue forme non si sottraggono agli
influssi determinanti l’ambiente — sempre variabile — umano. Ed è d’altronde
evidente che in genere, quando si af¬ fermi ciò che non può negarsi — che
l’umanità nelle sue razze più civili e intelligenti andò, di mezzo a molte
lotte e alterna fortuna, avanzando; l’arte pure, che ne esprime esteticamente i
sentimenti, rimanendo salda nella sua in¬ dole propria fondamentale, progredì
rispetto al valore sociale medesimamente. Che se per il pregio, la bellezza, ed
anche talora per la maschia robustezza della forma e del concetto, alcune delle
successive epoche, ove però l'arte rifioriva, sottostanno alle precedenti;
quando però si abbia l'occhio alla più intensa espressione dei sentimenti per¬
sonali, ed in ispecie al contenuto in genere delle opere, le moderne vincono e
le più splendide greco-romane, e del risorgimento. Non c'è dubbio, per esempio,
che la scul¬ tura moderna per la forma non raggiunge la eccellenza della greca
nel secolo di Pericle, ma la supera per l'in¬ tensità e l'indole personale
nella espressione dei senti¬ menti. E ciò dicasi d’ogni altra estetica
rappresentazione. Nè mi si fraintenda: non affermo che nei tempi trascorsi non
siasi mai riprodotto il reale, eziandio quello che si ritrae in condizioni
popolari, nè siasi talvolta studiata l’in¬ tima passione dell’animo: poiché
sempre ciò avvenne, e non solo nella Grecia ed in Roma, ma nell'Egitto stesso,
e nella Caldea. In Grecia abbiamo lo Zoppo di Pitagora di Reggio, il Discobulo
di Mirone, il gruppo della Niobe di Scopa, il Ferito morente, l’Amazzone
ferita, il Laocoonte e cosi via: e nelle epoche più vicine nelle lettere molti
racconti di novellieri: nella stessa guisa che anche nel¬ l’età più ideale in
Grecia, lo scultore o pittore ritraeva pur dal vero quella specie sublime di
bello: e Prassitele e Apelle ritrassero le loro statue, e le loro pitture più
in¬ signi per idealità da Frine esclusivamente. E neppure si creda che le arti
per il passato non ab¬ biano avuto crisi analoghe alle attuali, e non vi sia
stata lotta — certamente in proporzione del valore relativo delle diverse
epoche — tra ciò che pareva ideale, o convenzione e quello che era più conforme
alla realtà. Cosi s’ebbero gare in musica tra Piccinisti e Glukisti: indi tra i
seguaci di Spontini e di Weber, ed ora tra i nostri più grandi e l’indirizzo di
Wagner. Chi non ricorda la guerra rabbiosa tra classici e romantici? Vicende
che più volte si ebbero eziandio nell’antico Egitto; e in specie nel modo più
lumi¬ noso al tempo del rivoluzionario Kuniatone successore di Amenohotu III:
come si rivela dagli eletti lavori di Tell- Digitized by Google - 168 - Amarna.
Gli artisti protetti da lui si emanciparono dai canoni antichi, ed ebbero piena
libertà di concepimento ed esecuzione, attenendosi al vero ed al reale in tutte
le opere loro. Che se poi dopo questo regno, la politica reazione arrestò
questo nobile e libero spirito delle arti, pure il solo influsso si prolungò
sino al tempo di Harmabi, di Seti I, e di Ramsete II. Ma si badi che se
analoghe vicende del procedimento storico delle arti ritornano, e si rinnovano,
ciò non signi¬ fica che ripetano un ciclo medesimo, senza mai, ricirco¬ lando,
avanzare, come per quelle complessive sociali crede e sostiene il Gumplowicz.
Il moto non è punto sullo stesso piano, ed identico: ma si svolge, e cresce a
spira: onde se per la forma schematica dello spazio che percorre, ripete
virtualmente il medesimo giro, la linea però che lo va di¬ segnando si innalza
e si amplia; onde ad ogni giro com¬ piuto l’umanità effettivamente migliora: e
dissi anche si amplia , in quanto gli elementi, onde via via s’integra la vita
sociale, differenziandosi e prorompendo più numerosi dal fondo primitivo
complesso, fan si che i cicli mano mano svolgendosi, allargano il loro àmbito
ed invece di delineare una forma eguale dalla base ad un vertice vir¬ tuale, o
ristringersi, ampliano al contrario le spire via via che s’incelano, onde la
più angusta rimane quella, donde primordialmente si svolgono. Cosi la nuova
forma del¬ l’arte moderna, se idealmente ripete vicende che altra volta
analogamente si effettuarono, si distingue però sempre dalle antecedenti, per
indole, contenuto ed ampiezza. L’objetto dell’arte attuale sia rispetto alle
cose, che al¬ l’uomo, poiché si radica, e fontalmente prorompe dal reale si
chiama appunto Verismo: in quanto spersonata la na¬ tura, e trionfando lo
schietto umanismo , l’arte si attiene alla riproduzione semplice e genuina di
queste due realtà del mondo, sterpando ogni convenzione e fantasma che le
adulterasse, o inquinasse. Nè havvi obbiezione plausibile a tale dottrina,
fatte alcune riserve che scaturiscono dal¬ l’arte, come accenneremo di volo per
ultimo. Questo però è l’aspetto obiettivo soltanto del verismo; ve n’ha un
altro, di cui toccammo superiormente: ed è quello subiettivo, come, cioè, le
cose possano venire effettivamente ripro¬ dotte dal reale. Onde noi dobbiamo
ora, dopo avere mo¬ strato Tindole del vero nel paesaggio, investigare, se il
verismo, come alcuni lo intendono, sia possibile nelle pit¬ ture di genere, e
nel romanzo, quale cioè riproduzione esatta della realtà. Se già nella
riproduzione delle scene della natura, noi luminosamente provammo, che il Vero
dell’arte non può assolutamente identificarsi col reale, donde è tratto; a ca¬
gione, dirò cosi, dell’alito che lo anima e lo modifica nella interna vita
dell’artista, per dove passa e freme, innanzi di essere esemplato sulla tela;
quanto più una tale evi¬ denza si farà palese a tutti, considerando le opere
dell’ar¬ tista, ove la figura umana, od una azione sociale qua¬ lunque, vengano
effigiate? Astraendo ora dalle infinite guise, onde una tale composizione possa
venir concepita, e arrestandoci a quella più prossima alla reale riprodu¬ zione
di una o più figure di genere, ritratte anche dal vero, come si dice, tosto
apparisce più intenso ed operoso il lavoro personale dell’artista, che
nell’altra forma di mero paesaggio. E da prima se il reale della natura
inanimata a cosi dire, pure traversando l’animo dell’artista, assume quel non
so che di soggettivo, che lo distingue necessariamente, senza alterarlo,
dall’originale, tanto più questa nota soggettiva manifesterà la persona, o le
persone riprodotte su campo naturale, o artificiale. E perchè, in grazia, i
fini intelli¬ genti d’arte, distinguono subito da tutto l’insieme della
persona, e in specie dall’aria della fisonomia, se un ri¬ tratto è di uno, o
d’altro artista, antico sia pure, o mo¬ derno? Eppure in ciascuno dei celebri
la valentia può es¬ sere la stessa, e la forma riprodotta sempre e da ciascuno
con esattezza, e verità : ciò nonostante nella innegabile iden¬ tità stessa
della copia con l’originale, ogni artista v’infuse parte di sé, e la più viva;
che è la nota visibile, perchè un ritrattista si distingua dagli altri. Or
questo intimo senso ed alito personale che lasciano la loro impronta in un
Digitized by AjOOQle - 170 - semplice ritratto, quanto più quella impronta
riuscirà vi¬ sibile ed efficace, ritraendo una persona, o più persone di¬
sposte a qualche azione, od a qualche posa intenzionale per entro un campo
libero di paese, o stanza di usuale dimora? Per quanto il pittore possa e
voglia ritrarre tutto ciò, a seconda della pura realtà, è impossibile che
questa, sia per l’armonia del colorito adeguato al senso partico¬ lare
dell’artista, sia per la disposizione, meglio rispondente alle necessità
dell’arte, di alcuni oggetti, sia per l’intona¬ zione e distribuzione della
luce, non venga modificata se¬ condo l’interno sentimento complessivo
dell’artista stesso, in modo anche sovente inconsapevole. Ed in vero egli vede
l’intera scena con le persone da ritrarre non solo nella loro realtà obiettiva
che gli sta dinanzi, ma la vede anche nel campo interno della sua fantasia, e
la vede sentendola nel modo conforme alla sua indole fìsio-morale: onde l’opera
poi compiuta, se non è dissimile all’originale, anzi, per quanto egli può, e
gli è concesso, identica; pure oltre alla realtà delle cose, vi trarrà eziandio
il suo carattere sog¬ gettivo: nei quadri, nelle sculture, nelle riproduzioni
lette¬ rarie, ove sieno eccellenti, non solo noi ammiriamo l'opera in sè
esteticamente, ma vi sentiamo l’impronta dell’in¬ gegno, dell’animo, del genio
dell’autore. E poi, per quale cagione l’artista si determina a sce¬ gliere una
piuttosto che un’altra scena ed azione per un suo quadro di genere, sia pure la
più semplice? Se non v’ha effetto senza causa, la cagione di questa sua
elezione debbe cercarsi nel complesso vivente etico-fisiologico della persona
dell’artista. Ciascuno per l’indole sua, sente o ri¬ sente meglio con emozione
gradita una scena, una forma di gruppo, una azione tra tante che nella realtà,
o lam¬ peggiante nella sua fantasia, potrebbe ritrarre. In questa scelta si
radica appunto il temperamento che noi senti¬ remo nel quadro, rispetto alla
realtà, donde fu tratto: il qual temperamento, ripeto, è ciò che distingue
sempre il Vero dell’arte, dal reale delle cose. Da questo l’arte non può
assolutamente sottrarsi, poiché in fondo è ciò che la costituisce e la genera. Del
resto poi è ben difficile in pratica possa realmente ritrarsi compiutamente una
scena, ove sieno una e più per¬ sone: ci si contenta di studiarla, di
schizzarla, di prepa¬ rarne le forme e gli accidenti principali, e indicarne a
volo i colori propri : il lavoro di compimento per lo più si eseguisce a parte,
e riposatamente nelle sale a ciò desti¬ nate. Ed allora? Tutto la memoria e nei
minimi partico¬ lari non può riprodurre, e lascia la mano libera alla fan¬
tasia, la quale seguendo pur le orme del reale non smentisce la sua nativa
virtù, quella cioè di combinatrice e trasfor¬ matrice in parte delle cose.
Anche si noti che il pittore, o scrittore in genere, pure allora che ritrae dal
reale, quasi sempre avviene che egli ponga la persona, o le persone, in luogo
opportuno nel campo del quadro, ove meglio gli sembra risaltino nel tutto che
gli sta dinanzi: onde scor- gesi, come eziandio in queste opere, che per essere
più semplici, sono le prossime alla realtà, il reale assume l’aspetto del Vero
nell’arte. Ma se da questa semplice composizione si ascenda a quelle più
complesse — sempre nell’àmbito della pittura di genere, ove molte figure
appariscano, che ciascuna per sé e tutte poi cospirino e si coordinino per
movenze, gesti, fisonomia ed altro, a rappresentare un disegno, un con¬ cetto
dell’artista, anche allora che nel loro complesso le prenda dal reale, la
trasformazione di questo nel Vero del¬ l’arte sfolgora a tutti gli occhi. In
questa specie di opere per lo più l’artista si argomenta di ritrarre e per il
luogo e per le figure una scena, una azione, un fatto determi¬ nato, sia della
campagna, delle città, dei borghi, dei ca¬ solari, ecc., il di cui significato
venga tosto compreso dal¬ l’osservatore, e gli susciti emozioni correlative.
Qui, al solito, la realità dei luoghi e delle persone è ritirata con la
modificazione già notata, e inevitabile, sebbene accura¬ tamente studiata nel
vero. Ma sarebbe puerile — oltre che per sè impossibile — credere o volere che
una tale scena si complicata venisse nelle parti e nell’insieme riprodotta tale
quale dalla realtà. In questo caso la pretensione più scrupolosa e pedantesca
del critico può spingersi sino al precetto che ogni cosa, per sé, risponda al
reale: ma non mai che tutta quanta la composizione venga dall’artista
riprodotta con lungo e assiduo lavoro dalla realtà; come può avvenire se si
tratta di una macchina fotografica di istantanea riproduzione. Ma v’ha di più;
quasi nella totalità dei casi, nell’animo dell’artista, oltre la riproduzione
reale di quelle scene, si agita un concetto da rappresentarsi con essa,
concetto per la natura dell’artista, non astratto, non scientificamente
razionale, ma rifuso in un’immagine vivente: onde per esso intende ad esprimere
un sentimento speciale o mo¬ rale, o politico, o sociale. E qui il lavoro
trasformatore quindi della realtà nel Vero dell’arte si complica, come è
manifesto; ed uno dei suoi fattori più potenti è appunto quel concetto della
mente, trasmutato dalla fantasia in un fatto sensibile, prima che nella tela,
nell’animo suo. E Leo¬ nardo diceva a proposito di ciò: « Sieno le attitudini
degli uomini in tal modo disposte che per quelle si dimostrila intenzione
dell'animo loro . » E soggiungeva ad ammoni¬ zione degli artisti : « Il buon
pittore ha da dipingere due cose principali , l'uomo e la sua mente : il primo
è facile, il secondo difficile.» La definizione perciò, più che del bello,
della funzione dell’arte, del Gioberti, si può accet¬ tare, se a quel suo tipo
intelligibile secondo la dottrina platonica, si sostituisca un concetto
qualunque della mente non obiettivo, ma subiettivo trasformato dalla fantasia
in individualità sensibile e viva. Or dunque se il pittore di genere, o il
romanziere, prendono dalla realtà oggetti e persone, tutto questo non è, a cosi
dire, che materia grezza, con la quale la fantasia e l’indole personale loro,
compon¬ gono il quadro, o il racconto, che non solo esprime un fatto reale, ma
una intenzione ulteriore, un significato preordinato a tutta l’opera loro. Si
ponga quindi mente a questa complessità di elementi, e d’istrumenti, che
insieme stimolano e compongono l’opera dell’artista, stando sempre alla forma
d’arte in discorso, e limpidamente si comprenderà come il Vero nell’arte, co¬
mecché debba avere radici nel reale, e aspetti consoni a lui, pure assume in sé
stesso una qualità che nell’altro non si rinviene. Ora per ciò che si disse
rispetto alla appari¬ zione del Xumano, purificato da ogni mistura mitica, o
so¬ ciale che lo falsano, il campo ed i temi della pittura di genere, e del romanzo
divennero indefiniti, come sono in¬ definite le guise delle condizioni e delle
possibili forme dei fatti umani individuali e sociali; e quindi indefiniti
gl’in¬ tendimenti che può avere l’artista nelle sue composizioni. Perciò
l’indirizzo attuale della riproduzione del reale e del¬ l’umano nelle opere
d’arte, ed in conseguenza di ciò che dicesi verismo nel senso obiettivo e
subiettivo, invece, come credono alcuni che non ne ebbero mai un concetto
adeguato e storico ed estetico, — di spegnere e affievolire la fantasia — come
se l’arte consistesse soltanto nel me¬ raviglioso, e nella invenzione a
capriccio — la rinforza, al contrario, la dilata, e ne moltiplica variamente il
lavoro. Ed infatti ora si estende e si amplia, per quanto sono le possibili condizioni,
e gli accidenti dei fatti ed azioni umani, d’ogni ceto, modo, indole, e valore
sia per eccel¬ lenza morale, o per enormità di vizi, e scelleraggini nel campo
individualo, sociale, civile e religioso. E che io dica il vero basta osservare
— non parliamo ora dei meriti relativi — l'immenso cumulo di quadri di genere,
di racconti e di romanzi, che inondano il mondo contemporaneo, ove si manifesta
l’inesauribile forza com- binatrice della fantasia. Per la qual cosa è d’uopo
con¬ vincersi di questa verità lampante: cioè, che moderna¬ mente — nonostante
l’apparenza in contrario — per la continua e crescente quantità delle pitture
di genere, e dei romanzi, crebbe pure l’interno mondo della fantasia; come
essa, a seconda dell’ indole dell’ artista, realmente ritrae e crea le sue
scene e le sue composizioni, prima che con i colori, o con la parola vengano
estrinsecate al di fuori. Quindi e fantasia e soggettività nell’arte
aumentarono, e si rafforzarono a vicenda, per quanto aumentò di valore e di
estensione il mondo del reale, e quello umano. Glie se in ogni epoca questi due
elementi apparvero nell’arte, oggi signoreggiano ingigantiti e per la libertà
universale acquistata, per il potente strumento dell’analisi scientifica, e per
la libertà dell’artista. Questo fecondo fattore dell’opera estetica, la
fantasia, prorompe con tutti i suoi attributi caratteristici, ed ecci¬ tatore
delle sue proprie emozioni nelle arti, dalla economia vivente dell’ esercizio
nativo psico-fisiologico della nostra persona, ed ha quindi in noi un
fondamento necessario, e costante. Già esso si rivela, entro limiti propri, in
molti animali nei loro giuochi e sollazzi, nei quali si manifesta alcuno scopo
utilitario, se non forse il bisogno di eserci¬ tare l’energia accumulata nel
loro organismo. In questi sollazzi — come tutti, anche gl’indotti, possono
osservarli negli animali domestici — apparisce una vera finzione,
deliberatamente costrutta, come nelle diverse guise di lotte reciproche, nel
rincorrere oggetti inerti per sè, ma da essi lanciati lontano per indi
ghermirli, quasi fossero soggetti viventi, e con movimenti spontanei. A chi
bene e attenta¬ mente studiò in questi animali, ed in altri meno comuni, una
tale ginnastica, palesemente appare una interna loro rappresentazione di un
fatto, che realmente non si effettua nelle condizioni sue proprie, ma che viene
immaginato quale scopo di piacevole sollazzo. Sono embrioni di piccoli drammi,
di minime composizioni: onde vi cogliamo vera¬ mente la radice lontana, ma
reale, di quella potente atti¬ tudine in noi di creare rappresentazioni d’ogni
maniera, che non sono vere che nel mondo della fantasia. E nella stessa guisa
che tali prime mosse ed albori negli animali di questa attitudine, traggono pur
seco una visibile soddi¬ sfazione e grata emozione; cosi quella soddisfazione
ed emozione — diventa più esplicita, libera e feconda la fan¬ tasia rafforzata
da intelligenza superiore — ne segue più nobilmente i prodotti, e le forme.
Nell’ uomo nel quale, come io in altre opere provai, la volontà signoreggia non
solo, alla maniera degli animali, tutte le possibili movenze del corpo e dei
suoi membri, ma si tutte le facoltà psi¬ chiche e intellettuali, la fantasia
s’impadronisce di tutte le estetiche rappresentazioni delle arti. Quindi sul
fondamento che natura pone, la potenza estetica crescerà in ragione della più
ampia area della fantasia, del maggior numero delle immagini e delle idee, e
della più alacre e libera volontà del soggetto, che sono i perni necessari ad
ogni opera d’arte. Infatti noi troviamo nelle più antiche epoche preistoriche,
segni e testimonianze che la fantasia estetica erasi manifestata in varie
guise, sia nella ripro¬ duzione stessa di forme naturali, animali ed umane, sia
negli ornati dei loro ancor rozzi istrumenti, e forse nella colorazione dei
capelli e della pelle. Nè poteva essere al¬ trimenti, in quanto l’uomo
continuava — sebbene evolto ad operosità interna più intensa e riflessiva —
complessi¬ vamente l’animale inferiore, d’onde procedeva, nel quale si scorge
già cenno di emozioni estetiche, e di rappresen¬ tazioni fantastiche. E si noti
pure che nella fattura e ri- produzione estetica — a qualunque grado nell’uomo
— non apparisce e si esercita soltanto la emozione correlativa in chi le
osserva, ma si incili le effettua: essendo anzi que¬ sta lo stimolo soggettivo
più potente alle creazioni arti¬ stiche. Inoltre questo fervido bisogno di
sentire esteticamente, e di riprodurre e combinare immagini reali, e
d’invenzione anche strana, si rivela pure nelle più antiche tradizioni orali di
tutte le genti: molte delle quali, giunte adulterate sino a noi, sono forse
nelle loro radici opere delle popa- lazioni primitive e preistoriche. Il
Folk-Lore si ricco e te¬ nace nel suo contenuto e nella sua durata in tutti i
popoli del mondo, è splendida prova della operosità della fantasia estetica
umana, e la rivelazione, costante di un bisogno delle sue emozioni. Ed anche
adesso si nota nei bambini un ardente desiderio di racconti e di novelle: come
si nota un ardente bisogno di raccontare negli adulti, tanto più vivo, quanto
essi appartengono alle classi meno istruite, e in ispecie nelle donne. Onde
l’arte non solo dai primi chiarori della riflessione umana comparve per
necessità di esercizio nativo della psiche umana, ma non può asso¬ lutamente
aver fine, perchè forma di attività ingenita no¬ stra: essa mutò, e andrà
mutando modo, aspetto, intendimento – H. P. Grice, “significato” – intendere --
, ma vivrà finché uomini vi sieno: tanto varrebbe il dire che dovesse aver
termine l'esercizio logico della intelligenza, od una anche delle funzioni
fisiologiche. Ed è appunto per questo, cioè, perchè l’arte è una funzione
necessaria psico-organica umana — onde in modo relativo in tutti e quanti si
manifesta, e si esercita — ch’ella non cessò mai, se ebbe cadute e
imbarbarimento: e potè quindi, per la persistenza di una funzione necessaria,
affievolita e morbosa, riprendere lena e salute, e procedere al suo
perfezionamento; onde giunse alla condizione presente, ove per una molteplicità
di cause storiche, civili, politiche, morali e scientifiche, ampliò
indefinitamente il suo campo, e la fantasia combinatrice ne adeguò l’ampiezza,
e la li¬ bertà soggettiva dell’arte potè esercitarvisi tolto ogni clau- stro e
convenzione. Ma si badi però a non cadere in equivoci funesti, giunti a questa
nuova forma dell’arte, come alcuni — anche po¬ derosi — pur fanno talvolta.
Perchè opera d'arte sia pos¬ sibile, perchè emozione estetica sorga, non basta
che il campo e l’operosità della fantasia siansi ampliati, nè scon¬ finato il
libero esercizio dell’artista. Queste sono le nuove in parte condizioni
dell’arte, ma non sono l’arte, se l’una e l’altra si usassero ed esercitassero
a capriccio, e ci s’im¬ baldanzisse in un ribollimento caotico di cose e
d’inven¬ zioni. Nè sarebbe arte egualmente se traendo i suoi motivi, i suoi
oggetti, i suoi componimenti dal reale, come in genere si deve, questo
puramente qual è volesse riprodursi senza altro accorgimento. L’opera d’arte,
come non è un pasticcio di fantasia, o capriccio soggettivo, cosi non è mera ed
arida descrizione, e riproduzione di fatti, quasi cronaca privata o pubblica; o
rappresentazione senza co¬ strutto di qualsiasi oggetto, sciolto e monca, come
erano per lo più le cronache appunto, in quanto al loro rianno¬ damento
nell’ordine del tempo passato e presente. Opera d’arte non è la semplice storia
d’una persona, una bio¬ grafìa, nè una relazione scientifica di una malattia,
la diagnosi dell’ uomo delinquente, od un trattato biologico d’eredità morale o
patologica: nè opera d’arte credere che scopo solo di questa sia gettar giù, in
modo che or dicesi d’impressione, pennellate di vizi laidi, o di sguazzare nel
brutto o nell’osceno. Tutto questo può essere materia di arte, ne sono anzi le
fonti ora più abbondanti ; ma perchè raggiungano la forma dell’arte, e
producano i suoi effetti naturali, l’emozione consecutiva estetica cioè, è
d’uopo che quella materia grezza assuma aspetto ed organismo del- l’arte.
Altrimenti avremo una caricatura squallida, lo scheletro, l’ombra dell’arte, e
non più. Nella guisa che la genesi e la possibilità stessa dell’esercizio
estetico e della sua emozione nell’artista e nel contemplante, trovasi radi¬
calmente nella fìsio-psichica costituzione nostra, onde ella è funzione
necessaria ; cosi nella medesima fonte rinviensi il modo e la norma perché
quella funzione sia quale ella debba essere, atta a produrre l’effetto, e il
lavoro suo proprio. Non sono queste arbitrarie regole di rètori, o ri¬ cette di
pedanti, che stupidamente credano quasi il creare l’arte con regolamenti
burocratici , e precetti; chè per lo contrario le loro norme, quando sane,
vennero suscitate e suggerite dalle necessità naturali e spontanee di quella
funzione. Perciò parlando, come ora io faccio di norme, non intendo parlare da
rétore, ma da psicologo, fisiologo e sociologo, traendole dal fatto reale
complesso, donde e funzione ed emozione procedono. Perché adunque qua¬ lunque
opera d’arte sia ciò che natura preordinò, e nella funzione e nella emozione, è
d’uopo avvisare alla sua forma estrinseca, al suo contenuto, e all’ ordine in
cui l’una e l’altro si manifestano. Ora, ripeto, che per sua ragione naturale
l’arte non ha confini, e l’artista debbe in sè stesso inspirarsi, ed eser¬
citare con libertà illimitata la sua attitudine, e significare ciò che senso,
affetto e idee gli dettano dentro : imperocché, come dice Leonardo, « nessuno
mai deve imitare la ma¬ niera di un altro, perchè allora sarà detto nipote e
non figlio della natura» fa mestieri che scelto in qualunque parte un soggetto
— né si dee più domandare all’artista quale — questo venga trattato, condotto
ad esempio in guisa che ve¬ racemente si distingue da ogni altra fattura umana;
ed abbia, come Tha da natura, personalità sua propria, onde ri¬ sponda al suo
fine. E già si disse che il fine dell’arte per sé, è quello di una grata
emozione, di un sentimento in¬ definibile, ma che tutti chiaramente
comprendono: facendo astrazione dagli intendimenti estrinseci dell 1 artista
nelle sue creazioni, siano questi morali, civili, politici, sociali e via
dicendo. Ciò che viene rappresentato nell’opera d’arte — sia qualsivoglia —
debbe manifestarsi in una forma chiara, limpida ed elegante, essendo questo elemento
in¬ trinseco dell’arte; che che ne dicano altri sbugiardati da tutta la storia
delle arti: poiché anche un concetto, un pensiero, un sentimento peregrino,
grato, eletto, espresso in una forma rozza, squallida, incerta, ostrogotica,
non rag¬ giungerà mai l’emozione particolare dell’arte; nella pittura il
colorito, a modo di esempio, il disegno, il rilievo, il chiaro scuro, la
prospettiva e tutti gli accorgimenti di accurata tecnica : nelle arti della
parola la proprietà, la chiarezza, l’eleganza del dettato che valgono anche per
la evidenza intuitiva delle cose espresse e degli effetti. Nes¬ suna opera, per
quanto l’ingegno sia grande, avrà estetico pregio e durerà, se n’è trascurata
la forma. Essa è oppor¬ tuna anche nelle opere scientifiche per la più limpida
de¬ finizione delle idee: ma nell’arte è necessaria: e molte opere antiche, che
per sé stesse non avrebbero più atti¬ nenza con la vita, e il sentimento nostro
attuale, si eter¬ nano sovente per lo splendore e venustà della forma. Quindi
perchè la funzione estetica, in noi congenita, e parte dell’esercizio della
nostra vita, si attui conforme alla sua indole, e in modo da produrre i suoi
effetti, è neces¬ sario che si manifesti eziandio con l’aspetto suo nativo, la
beltà, cioè, e l’eleganza — non retorica — della forma : ciò, badiamo, non vuol
dire che non possa rappresentarsi anche il brutto, come contenuto ; ma il
brutto estetico, cioè con forma appropriata alla funzione. Per esempio che di
più brutto che la strega — giacché ora scrivendo mi cade nella memoria —
descritta da Dante, simbolo dei tre vizi della concupiscenza, nel 19° Canto del
Purga¬ torio ? Digitized by Google - 179 - Mi venne in sogno una femmina balba,
Con gli occhi guerci, e sopra i piè distorta, Con le man monche, e di colore
scialba. Qui il brutto è veramente schifoso, ma è brutto esteti¬ camente
rappresentato, cioè estrinsecato con forma limpida, scultoria, eletta : onde se
nella realtà questa figura ci di¬ sgusterebbe propriamente, trasformata cosi
per la fantasia del poeta in un aspetto mirabile di forma e luce, se ne ritrae
una emozione gradita. Tanto può la forma nell’arte. E di questi esempi sono
ricche tutte le letterature, e tutte le arti. Dico questo perchè talvolta ai
tempi nostri alcune opere d’arte che pel contenuto e la vena ricca
dell’artista, potrebbero riescire immortali, sono tosto dimenticate, nè
apprezzate, nè sentite , appunto perchè difettosa e barbara la forma. Io vorrei
che i giovani se ne persuadessero: queste norme non sono escogitate da
elocubrazioni acca¬ demiche, ma sono da natura. L’arte non consiste, ripeto,
arcadicamente nella forma sola — tale vanità lasciamola ai cantori del
cioccolatte, ma perchè essa è condizione della manifestazione ed efficacia
della sua funzione. Vi sono pure di quelli che si dicono impressionisti , i
quali pel carattere dei loro lavori, credonsi talvolta sciolti da studio più
accurato e compito della forma. Io non nego questo genere di ritrarre, e di
comporre: ma intendia¬ moci. La riproduzione per impressione è legittima: come
sono legittime e furono tutte le scuole, Raffaello e Coubert, Meissonier e
Cremona. L’arte attuale poi non ha confine nei modi vari di ritrarre il reale,
nè dommi, nè chiesa, ricordiamolo: però anche in questo temperamento d’arte, la
forma non deve essere negletta. È d’uopo che i segni, le traccie e le orme
fuggevoli — che appunto esprimono la impressione subitanea nell’animo
dell’artista — i rapidi tocchi, i quali talvolta sono pregevolissimi, perchè
la¬ sciano all’ osservatore maggior lavoro da compiere nella sua fantasia,
sieno però chiari, veri, evidenti, come sono quelli delle cose, donde si
traggono; e non confusi, in- Digitized by Google - 180 - certi,
indecomponibili, onde formano un guazzabuglio cao¬ tico di tinte e segni, di
cui la più ostinata analisi non potrebbe rilevarne il significato. Anche in
certe figure e gruppi di figure più in grande, i colori sono si falsi, i
contorni si rachitici od oscillanti, che è un pianto a con¬ templarli: onde
abbiamo qui veramente il brutto, ma non estetico. Oltre alla forma, vuoisi aver
occhio e mente al conte¬ nuto. Sappiamo già che rispetto a questo, l’arte non
ha per sé stessa limiti; nè bisogna porli, o pretendere che vi siano, se l’arte
amiamo da vero. Ma se il soggetto è as¬ solutamente in balia dell’artista, deve
però essere tale — fatta eccezione dai capricci, dalle bizzarrie ingegnose e
quasi senza scopo, che, condotte con brio entrano pure nell’ambito dell’arte —
che susciti interesse. L’effetto della funzione estetica è quello di produrre
la sua propria emo¬ zione, sempre gratissima: quindi, se, poniamo, la forma
fosse perfetta, ma il contenuto un fatto ordinario, comune, insipido, noioso,
lo scopo sarebbe raggiunto. Quindi non occorrono molte parole per dimostrare
come nelle opere d’arte il contenuto debba suscitare interesse, affetti, pas
sioni. Chi non rifuggirebbe, e non si addormenterebbe dalla veduta, o al
racconto di un fatto comunissimo, di quelli che ognuno ripete tutti i giorni, e
per i quali non moriamo di noja, perchè materialmente necessari per vi¬ vere ? Eppure
alcuni non se ne addanno, e vi sciorinano quadri, o romanzi, nei quali forma e
contenuto fanno a gara a chi più disgustano: vere iniezioni d’aceto, o di clo¬
roformio. Pare che essi intendano la libertà moderna dell’arte, la libertà di
annoiare il prossimo, che — pove¬ retto ! — motivi di fastidio e di sbadiglio
n’ha anche troppi nella vita reale ! Devesi pure attendere all’ordine, alla
disposizione e or¬ ganismo del contenuto stesso. 11 difetto di questa norma, il
popolo l’esprime con due parole energiche, ed efficaci — è un lavoro, egli
dice, che non ha capo nè coda. 11 soggetto dell’ opera quindi dee soltanto
esser tale che ec¬ citi interesse, e ci commova, ma ordinato in modo che riesca
un tutto organico ; che abbia, cioè, ragione di prin¬ cipio e di svolgimento,
onde l’affetto e la intelligenza che nativamente amano le cose chiare e
distinte e i contorni ben definiti, possano facilmente esercitarsi, e
comprendere. Se in opera d’arte si trattano fatti senza che se ne intenda la
origine, tra loro anche sconnessi, e avvenuti senza scopo apprezzabile, onde il
loro limite si rinvenga al perimetro della tela, o nell’ ultima pagina, è
impossibile eh’ ella ci commova o soddisfaccia la mente; è quindi incapace di
svegliare un sentimento, o un concetto, e quindi non è arte. Nè pochi sono
coloro che incorrono in questo difetto; anzi vi sono, che stimano ora il colmo
dell’arte, oltre la forma scorretta, il contenuto insipido, la mancanza d’ogni
organismo nei suoi prodotti. Concludiamo adunque che onde possa dirsi un’ opera
effètto genuino e proprio della nostra funzione estetica, è d’uopo eh’ ella
abbia forma eletta, contenuto che interessi e commova, e ordine, che ne faccia
un tutto organico, e ben distinto da ogni altro prodotto della attività umana.
Sin qui noi discorremmo dell’arte rispetto alla sua forma intrinseca moderna,
alla quale la preordinarono tutte le cagioni notate; dell’arte che si attiene a
riprodurre il reale, e l’umano nella sua schietta verità. Ma con ciò non si
creda, che per emancipar l’arte dall’antica servitù e dalle convenzioni, e da
tutto ciò che era effètto dell’ ambiente via via, ove si esercitava, si voglia
d’altra parte tarparne le ali, e stringerla entro i claustri di un verismo
superla¬ tivo. L’arte non avendo confini, sarebbe disdicevole e con¬ tro
natura, imporre all’artista ostacoli, e alla sua fantasia creatrice, quando in
ispecie le sue audacie vengono in gran parte legittimate dalla scienza moderna.
A questo proposito dirò soltanto due parole intorno al meraviglioso, che tanto
ebbe efficacia nelle estetiche creazioni del pas¬ sato, e che, anche esso, muta
indole a seconda del sentire e del credere delle diverse età. Certo il
meraviglioso an¬ tico pagano, e se vuoisi anche cristiano medio-evale, più non
risponde alle condizioni intellettuali nostre: ma oggi pure v’ha un
meraviglioso che agita e le plebi, e i ceti colti e semi-colti sovente:
imperocché persiste ed anzi con certe forme nuove, la preoccupazione oscura e
trepida di un mondo spiritale in commercio col nostro, nella quale s'irretirono
eziandio ingegni e scienziati insigni : oltre le molteplici superstizioni
sopravviventi d’altre età, e il mistero della morte. Nè alcuno certo vorrà, o
avrà diritto d’impedire all' artista d’usufruire tali sentimenti, o credenze, e
per esse suscitare profonde e vive emozioni, che, come vedesi, hanno radici nel
vero, o ritenuto tale, dell’epoca. Del resto quando l’animo suo ne sia
commosso, la soggettività dell' arte oramai felicemente trionfante, ne
legittima l'opera, che da quelle fonti deriva. Ma v’ ha anche un altro genere
di meraviglioso, nel quale tra tutti già si distinse lo Shakspeare, e che la
scienza ora spiega e conferma, e che può anzi suscitare, date alcune condizioni
costituzionali, o morbose delle persone, vivissime emozioni. Qual copia
abbondante e splendida del meraviglioso nel fenomeno naturale delle allucinazioni
? Chi vorrebbe, per esempio togliere dall'este¬ tica legittima moderna, nella
scena del Macbet, quella terribile esclamazione : The table is full ! La
illusione del colpevole non è forse, meravigliosissima per i suoi effetti e su
di lui e sugli spettatori, eppure naturale? — Se vo¬ lessimo quindi, con
barbaro taglio, recidere questo fecondo ramo d’ emozioni dall’ arte,
stupidamente ne violeremmo la legittima signoria. Non faccio che accennare; il
tema è troppo vasto e importante. Prima di por termine a queste considerazioni
generali di estetica, farò una parola della musica, di cui toccammo in
principto. L’evoluzione intrinseca ed estrinseca di questa potente arte, è nota
a tutti: all’ordine ulteriore diatonico della gamma si aggiunse quella del
tempo, o la misura, e meglio disciplinato il ritmo, la melodia e l’armonia.
Quest’ ultima è recente, l’antichità quasi non la conobbe, e da soli duecento
anni ebbe un compito a sé. La musica poi strumentale sola, o la sinfonia, è
d’invenzione mo¬ derna. Quest’arte non può assolutamente esprimere Xana¬ lisi
dei sentimenti, nè raffigurare idee, o simboleggiare Digitized by Google - 183
- ragionamenti, nè riprodurre e descrivere con particolare realtà, scene della
natura, od umane, come le altre figu¬ rative : può solo, rispetto a ciò,
imitare alcuni e diversi suoni, rumori, ma sempre sotto forma generica, della
na¬ tura, o artificiali, che non sieno però articolati, o espri¬ menti verità
astratte e scientifiche. Essa al contrario più profondamente e più efficacemente
di tutte le altre, esprime i sentimenti generali e le pas¬ sioni. Ella è come
l’algebra rispetto all’aritmetica : questa nota le cifre effettive, sempre
definite e particolari delle operazioni, come le altre arti figurative fatti e
sentimenti particolari e definiti; mentre le formola algebrica simbo- boleggia
tutte le possibili combinazioni numeriche, di cui è norma universale, come la
musica tutti i possibili sen¬ timenti in suoni ch’anno un valore generale di
espres¬ sione. Ed appunto per questo, che parrebbe un difetto, é anzi
potentissima la musica. La parola e la figura estrin¬ secano sempre un fatto o
un sentimento singolare, quello e non altro tra tutti i possibili della
medesima specie : per esempio nel sentimento del dolore, esse descriveranno quello
particolarissimo di un amante che perde l’oggetto del suo intensissimo affetto.
Ma, poiché la musica non può distinguere nella nota del dolore tutti i
particolari che agitano le diverse persone in un dato momento, noi sen¬ tiamo
in quella nota, che visceralmente estrinseca l’espres¬ sione unica e nativa del
dolore, a cosi dire tutte le forme del dolore, che vibrano contemporanee nell’
anima, ed a pieno la eccitano, e commovono. Ed in vero con la mu¬ sica non può
distinguersi la qualità particolare della pas¬ sione, sia lieta, sia triste:
onde le note che significano a modo di esempio un affetto dolcissimo, si
adattano ad ogni specie di affetto di sposo, di amante, di figlio, di amico, di
padre e via discorrendo. Ma appunto, ripeto, per questo è tanto potente. Ne
volete una prova t Ascoltate una sin¬ fonia meramente strumentale, senza
parole, senza titolo, e composizione di grande maestro. Se avete animo pronto,
vivace, sensibile, verrete agitato in pieno, vastamente commosso, ed eccitato,
da una molteplicità indefinita di Digitized by Google - 184 - sentimenti d’ogni
maniera ; e quel divino movimento di note, interpreterete profondamente a
seconda pure dello stato d’animo vostro. È una vivente formula algebrica, che
vi scioglie, dirò così, e vi evolge tutti i problemi di sentimenti che via via
i suoi suoni vi suscitano. Pregio massimo deH’armonia, e si grande che ora
l’opera stessa drammatica e poetica procede a trasformarsi in una vasta
armonia, che complessivamente risponda e si associ, per dir cosi, assimilandoseli,
ai sentimenti che s’agitano sulla scena. E per ora basti di ciò. Riepilogando
dunque questo breve cenno sul carattere fondamentale del vero nell’ arte, parmi
aver dimostrato, che questo non è riproduzione mera e semplice della realtà
delle cose, sebbene, e in special modo nelle condi¬ zioni estetiche moderne,
debba in questa radicarsi, ed in¬ tendervi con ogni cura. Non è la realtà pura,
per gli in¬ flussi soggettivi, e inevitabili dell’ animo dell' artista, e
dell’indole e temperamento suoi personali, anche in quella forma d’arte, che
riproduce con maggior esattezza scene particolari della natura. Ciò diviene
sempre più evidente via via che ascendiamo ad opera d’arte, ove l’operosità
originale dell’ artista e della sua fantasia si accresce. Nè potrebbe essere
altrimenti, in quanto la composizione non è identica al reale per ostacoli
anche di fatto, e inevita¬ bili. 11 vero nell’arte,*è reale, ma esteticamente
reale. L’arte è una funzione nativa fisio psichica, che ha leggi fondamentali
di genesi, di esplicamento, di esercizio e di ef¬ fetti, come ciascun’ altra
funzione intellettiva ed organica. Ora poi l'arte raggiunse la libertà assoluta
nel suo obietto, come la raggiunse l’artista. Essa non ha dommi, nè può avere
dispotiche norme estrinseche: ogni suo modo di manifestarsi a seconda
dell’ambiente sociale, ove si eser¬ cita, quando non violenti la intrinseca sua
funzione, è giustificato; ed ha proceduto sempre con alternativa di varia
fortuna, a perfezionarsi, come si perfezionarono via via tutti gli elementi
sociali. La scienza, e l'emancipazione umana, le diedero adesso nuova forma,
sia in ciò che ri¬ guarda la riproduzione della natura impersonale, sia in quella
deirumano: perciò è più vera in sé in generale, di quello che fosse per il
passato. Il che non esclude il meraviglioso, quando questo pro¬ rompa dai
sentimenti ancor viventi nel popolo, o si attinga dalle allucinazioni d’ogni
genere, che la scienza spiega e giustifica, e quindi vere nelle illusioni
dell’attore e spetta¬ tore, o lettore, e di potente effetto estetico. Il reale
è il fondamento, è l’obietto della scienza e dell’arte, ma in cia¬ scuna si
distingue per carattere proprio. DEL MITO NELLA INTERPRETAZIONE SCIENTIFICA
DELLA NATURA E DELLA STORIA (Dal Pensiero Italiano, 189*2). Signori , Al corso
di psicologia fisiologica e a quello intorno alla origine dell’uomo dell’anno
passato, premisi, a guisa di ve¬ stibolo purificatore dalle infezioni
intellettuali che tuttora affliggono e guastano la sincerità e purezza delle
ricerche scientifiche, un preludio sulla Paleontologia dello spirito, a
mostrare quante forme ancora di pensieri e di credenze erronee, e già morte,
rimangono inavvertite a intorbidare la nuova luce, che pur sfolgora nelle
discipline moderne. In questo anno argomentandomi nelle mie lezioni di chia¬
rire quali furono, e sieno le perturbazioni nei fenomeni fìsici e biologici
della terra per la comparsa della specie umana, e quale l’origine e varietà
delle razze, amo intrat¬ tenervi intorno ad altro ancor più fondamentale, vasto
e potente periglio che sovrasta alla scienza, se non tentiamo di conoscerne
appieno l'indole, le inconscie insidie, le con¬ tinue e funeste inferenze per
la scienza stessa non solo, ma per la vita nostra individuale e sociale : cioè
quelli e quelle del Mito nella interpretazione della Natura e della storia (1).
(1) Quegli che il primo con meravigliosa intuizione e dottrina positiva,
rispetto ai suoi tempi dichiarò la origine e l’indole del Mito fu il Vico
Digitized by LjOOQle - 188 - Svolsi, or é qualche anno con larghezza, l’origine
del Mito e dimostrai come s’identifìchi in principio col sapere spontaneo ed
empirico, e ne costituisca anzi il fondo e la forma; sin quando a poco a poco
l’operosità razionale evolta, ne dilegui il fantasma, e se ne emancipi
l’intelli¬ genza via via più radicalmente nella interpretazione scien¬ tifica
delle cose. Ma oggi io debbo parlarvi del Mito in modo più largo e comprensivo,
additandone le attinenze continue e pertinaci con fenomeni naturali e
intellettivi, non ancora presi in esame ; onde chiaritane la universale forma,
meglio e più agguerriti se ne vincano, e rimovano le insidie perniciose ed
assidue. Cosi, notati già quali sieno i fossili del pensiero perturbatori,
indicheremo le illusioni del Mito, per inoltrarci più spediti e forti pel vasto
e dif¬ ficile calle antropologico. nella parte della scienza nuova, in cui
parla di tutte le discipline sotto nome di poetiche, dalla storia alla
metafisica. Sin dal 1862 in un mio la¬ voro pubblicato — e già nel concetto
antico nella mia mente — io così mi esprimeva : “ Il Vico fu uno degli
intelletti più stupendi che mai sor- “ gesserò ad onorare l’Italia e il genere
umano : che se da un lato costrinse “ alla guisa delle vecchie e poetiche
cosmogenie, l’umanità a raggirarsi “ in un circolo infecondo, pose però il
primo i fondamenti della scienza * storica sociologica nell’esame psicologico
dell’uomo, rispetto ai primi e “ susseguenti moti della civiltà, psicologia
poetica, com’ei dice, che non “ si seppe ancora valutare abbastanza, e maestro
a tutti coloro, che adesso “ (io scrivevo così, ripeto, nel 1862) tengono lo
scettro della scienza fìlo- “ logica storica, di feconde e meravigliose
scoperte. La Scienza Nuova dee “ studiarsi sotto altri rispetti e specialmente
in quella parte ove si traccia “ la generazione mitica, simbolica e poetica
della intelligenza primitiva, “ e delle primitive convivenze. Io non temo
affermare — soggiungevo “ allora — che in quella profonda analisi del Vico, c’
è tanto di nuovo, “ quanto ancora non venne esibito dai filosofi più moderni
del pensiero “ e della storia. Chi vuole con frutto intendere l’uomo, il
pensiero e la “ storia deve cominciare di là „ E nei miei scritti e volumi
posteriori, tornai sovente su questo tema. Notisi inoltre che quando io
scriveva tutto ciò, trentadue anni or sono, aveva già delineata la mia dottrina
sociologica, e schizzata la genesi pri¬ mitiva dell’indole delle convivenze
selvaggie e barbare. Quindi noi si può dire con giustizia, panni, che io abbia
di recente, e ispirato dagli attuali sociologi — ignorando anche la parte
positiva del Vico — sciorinate le mie idee in proposito. Digitized by Google -
189 - il Mito generalmente parlando si può dire che sia la obiettivazione
fìsio-psichica di se nelle cose universalmente. L'uomo, diceva già — e
profondamente — il Vico, per la ìndiffinita natura della sua mente , ove questa
si rovesci nella ignoranza, egli fa se regola dell'universo ; poiché ciò che
non sa, estima della sua propria natura. Ed è vero. Ma noi risalimmo, a nostra
volta, alla causa intrin¬ seca di questo spontaneo esercizio del senso e della
intel¬ ligenza — ricerca, in modo sì radicale, non intrapresa da alcuno per
l’innanzi — e la chiarimmo come la prima condizione, e indole del sapere in
generale : in quanto da principio l'uomo difettando della ragione obbiettiva, e
mec¬ canica delle cose, non potevano i fenomeni d’ogni specie interpretarsi,
che identificandoli con quelli, che soggetti¬ vamente, e consci in lui si
manifestavano : o con quelli onde egli si sentiva essere cagione volontaria. Di
maniera che la personificazione per quanto vaga da prima di tutta la natura
percepita; e analogamente la entifìcazione cau¬ sante eziandio dei suoi rozzi
concetti ed immagini, non che reputarsi un accidente ed una estrinseca
contingenza,, n'erano una fonte, e un metodo necessari. E poiché la realtà
obiettiva indipendente in modo assoluto da lui, alla quale la mente non giunge
che per faticosa ed esplicita scienza — di cui l'uomo solo ha Porgano adatto,
quando si evolse da forme inferiori — non può comprendersi dal¬ l’animale ;
così il Mito — nella sua intima essenza e in¬ dole propria come atto universale
animatore delle cose — é il modo costante della vita di senso, e d'intelligenza
ani¬ male : mentre non è, e non può essere che una fase — rispetto al progresso
scientifico dei secoli — dell'uomo. Indi le radici vere e profonde del Mito,
nella sua più sem¬ plice e spontanea apparizione ed esercizio rinvengonsi nel
mondo animale ; onde l'uomo, che ne prorompe natural¬ mente, conserva nella sua
inconscia ignoranza primitiva e successiva, un tale psichico magistero, e se ne
va di¬ strigandosi ed emancipandosi a poco a poco mediante la scienza : la
quale laboriosamente va spersonificando, ciò che l'animale, e lui come animale,
avevano personificato da prima. 11 Mito però a considerarlo nella sua pienezza
e com¬ prensione, assume modi ed aspetti molteplici di forme e di estrincazioni
; e si scinde e s’ingrada via via in diverse sembianze, secondo che si esercita
su fenomeni psichici, cosmici, sociali. Onde é conducevole e necessario notare
questi gradi diversi in tutto la loro proteica evoluzione, per non esserne
vittime miseramente; discoprendone e additandone i più riposti meandri, e le
speciose crea¬ zioni. Il più noto oramai, poiché da per tutto lasciò luminose
orme nel tempo passato e nel presente, si è Tanimazione personale di tutta
quanta la natura, obicttivando l’uomo in essa non soltanto i modi del suo senso
e della attività della sua mente, ma la sua forma e sembianza stessa ma¬
teriale, e l’ordine psichico e meccanico delle sue opera¬ zioni. Della più
rozza e barbara credenza agli spiriti, pel sdoppiamento di sé, ai più splendidi
olimpi delle razze superiori ; dalle cosmogonie infantili che in parte ancor
signoreggiano tra le tribù selvaggie e le plebi ignoranti, qualunque siano i
ceti in cui si disbrancano i volghi, sino ai sistemi, meno alieni da
composizioni più razionali, si agita ed opera sempre lo stesso primitivo
impulso, e la necessità ^ingenita ed inconsapevole di trasportare, cioè se
nelle cose, e dare forma soggettiva al mondo, identifi¬ candolo nei suoi moti,
e nei fenomeni fisici e fisiologici con quelli propri dell’essere suo :
trasmutando quindi il mondo in animale ed uomo, sia nella di lui mole mate¬
riale, sia nelle forze che [lo avvivano e mantengono. Sempre e quindi e da per
tutto l’uomo compose il mondo e gli Dei a sua immagine; nella guisa che più
sempli¬ cemente e indeterminatamente — perchè non vi può in¬ trodurre elementi
razionali — fa l’animale della natura in quelle sue parti ove via via trovasi
in relazione, ed in¬ contrasi. E questa è [la fonte copiosa e perenne non ]solo
delle religioni primitive e selvaggie, ma di tutte le mitologie più splendide,
e in sembianza più razionali; delle razze supe¬ riori e civili, e della originaria
e mitica interpretazione intellettuale delle cose. Notisi pure che le mitiche
genesi del mondo, e i rapporti intrinseci della terra col cielo — fondo comune
a tutte le cosmogonie primitive delle razze inferiori e superiori — non
manifestano nella loro com¬ posizione soltanto un assetto e ordinamento che
irrompe dalla integrale forma soggettiva fisiopsichica dell’uomo, riflessa nel
magistero esteriore delle cose ; ma i membri stessi terrestri e celesti di
tutto questo immaginato, con¬ servano sembianze e costumi animali ; come ne fanno
te¬ stimonianza i nomi ed i fasti degli astri e pianeti, e loro gruppi in tutte
le orde selvaggie o barbare, antiche o con¬ temporanee, ed eziandio nei popoli
più civili ove imper¬ versò l’astrologia. Di modo che sebbene la scienza astro¬
nomica e gli spazi celesti siano ora razionalmente costituiti, ed
obbiettivamente intesi, pure l’appellazione degli astri e dei loro ordini
apparenti, vennero mantenute: onde il cielo è verbalmente tempestato d’ogni
sorta animali, dei, semidei, e forme terrestri. Certamente in genere tra noi,
in ispecie nelle persone di media coltura, non ci s’infiamma più o si trepida,
nel contemplarle, dell’antica e viva emozione; o come i selvaggi che tuttora vi
leggono ed immaginano i drammi della luna e del sole e dì altre stelle e
costella¬ zioni ; ma i nomi rimasero, e nel volgo di tutte le grada¬ zioni,
povero e ricco, alita ancora e sommesso sussurra un eco di quelle credenze, e
del potere e dei costumi ed origine di tali feticci celesti. Basterebbe a
provarlo la straricca e varia leggenda intorno agli influssi della luna, che
corre, affermata ancora, tra le plebi rustiche e ur¬ bane presenti, ed i ceti
eziandio per estrinseche condizioni, superiori. Da prima quindi non solamente
si umanizzò, o animalizzò — concedetemi questa espressione — il Cielo, ma gli
si conferirono tutte le passioni terrestri, i costumi e le abitudini più
ordinarie della vita. Noi possediamo, ad esempio, un’antichissima memoria
egiziana, relativa ad una pioggia di stelle filanti ad epoca fissa (forse la prima
notata, o che ci venne trasmessa) che irradiava da Ca¬ pricorno (Orix, nella
tradizione) al tempo del levare di Sirio. Egli é certo un fenomeno grandioso e
magnifico; ma come il popolo interpretava questo fatto cosmico ? L'ani¬ male
celeste, ei diceva, Orix, saluta il levare di Sirio, starnutando: parola che in
altre lingue, e popoli antichi e moderni — sempre riferendosi allo stesso
fenomeno — significa pure smoccolare, soffiarsi il naso, l'irradiare di
scintille vive da un centro, da una lampada. E tale inter¬ pretazione,
ragguagliata a fenomeno volgare, era diffusa ab antico , ed è nei moderni tempi
tra molte e disparate genti selvaggie, barbare e civili. Anche in Vallone
dicono che le stelle il 10 agosto e le notti successive si soffiano il naso =
lu stenle su moke . = Nelle regioni del Reno medio pure ripetono per lo stesso
fenomeno Der stern schneutz sich . Alessandro Humboldt notò che secondo la
fìsica popolare le stelle si soffiano (1). Noi potremmo re¬ care gran copia di
esempi rispetto anche a queste vol¬ gari obiettivazioni umane e animali nei
fenomeni celesti, tratti da moltissime genti antiche e moderne d'ogni stadio
sociale. Un secondo grado del Mito, sgorgante da polla più in¬ tima e profonda,
è quello della personificazione dei senti¬ menti, emozioni e idee,
trasformantesi poi lentamente a più razionale sembianza, cioè a norme obiettive
etiche e forme intellettuali : attuando cosi un mondo morale e spi¬ ritale, che
elevò l’umanità civile a più alto simbolo e no¬ biltà di vita. Ed in verità il
nativo impulso, e l'ingenito conato ad estrinsecarsi nel mondo, ed a plasmarlo
alla nostra immagine, non cessa anche allora che material¬ mente l’uomo se ne
distrigò: chè a poco a poco si con¬ cede, pel medesimo magistero psichico,
realtà obiettiva agli affetti, alle passioni, agli intendimenti morali, ed a
tutti i concetti intellettuali, o idee tipiche speciali, gene¬ riche e
universali ; a cui si giunge, con arte pure da prima inconsapevole, per
astrazione, analisi e sintesi. Non vi ha popolo nell'antichità, civile o
barbaro, e nessuna orda selvatica presente — ed i fatti sono facili a
rintracciare e (1) Dott. Faust. Digitized by Google - 193 - alla mano — in
tutte le parti del mondo, che non abbia personificato e non personifichi in
qualche spirito feticcio, «simbolo terrestre o celeste, domestico o pubblico,
le pas¬ sioni, emozioni ed affetti umani o bestiali dai più rei ai più nobili ;
onde il terrore, le speranze, le gioie delle genti. Le offerte, le
propiziazioni, i sacrifìci vegetali, animali, e, pur troppo! umani, non ebbero
altra origine e cagione: poiché nella guisa che si placa la nostra ira
furibonda con la vendetta, o ci pieghiamo alle lusinghe adulatrici, o ai doni,
così l’una e l’altra passione ed istinti si personi¬ ficarono in enti
fantastici, e vi si coordinarono i timori, le speranze ed il culto. E come la
molteplicità politeistica si plasmò a poco a poco in gerarchia, in modo poi che
uno sovrastasse agli altri, quale il sole, ed il cielo luminoso o stellato in
molte antiche religioni ariane, americane ed antiche italiche, con il gemino
> Janus ed in altre genti; egualmente avvenne nella molteplicità — in
qualche popolo di razza superiore — e nello sparpagliamento primitivo e caotico
delle po¬ tenze feticcie misteriose, rispetto alla personificazione delle
passioni ed affetti buoni o rei. A poco a poco ambedue si costituirono in
gerarchia, e per ultimo, spinte anche dal¬ l’indole del giorno e della notte,
si riassunsero in due pri¬ marie ed opposte deità, una per eccellenza ottima e
santa, l’altra pessima e nefaria. I Miti iranici Ahura-Mazda e di Anra-Mainyu ,
sono l’esempio più cospicuo e in ri¬ lievo. L’evoluzione progressiva via via a
più individuale, e scolpita persona sovranaturale, e a più eletta forma mi¬
tica, fu il tramite per cui col tempo vennero al simbolo umano, sostituiti il
simbolo e idee spirituali; d’onde s’in¬ generò un principio intellettuale, e
una norma eterna mo¬ rale per le azioni degli uomini, e in seguito per i fati
loro ultramondani. D’altra parte come ogni fenomeno ebbe da prima un fe¬ ticcio
vago, un doppio, un’ombra, questi per lo stesso ma¬ gistero sopra indicato, si
tramutarono in idee, che via via si disposero a gerarchie di specie, e generi
secondo la loro comprensione, e da ultimo si fusero in quella universalissìma,
che è il predicato di tutte, l'essere; e si conchiuse nella dottrina platonica,
della obbiettivazione, cioè, entificata e reale delle idee. Accenno alla
platonica, perchè è quella ove quel magistero trasformatore ebbe maggiore e
solenne compimento, dopo il concetto dei Ferveri dell’Avesta ; co¬ mecché
larvata e meno schietta si manifesti da per tutto e tra tutte le genti. Nè
dobbiamo obliare che in generale presso le torme e sciami primitivi, e nelle
attuali selvaticamente viventi, l’e¬ tica non s'immedesimò con la religione, o
venne da questa di subito sancita; poiché sebbene il fantasma sovranatura, o
meglio magico, che costituisce lo stadio primiero ed em- briogenico delle
religioni, scuota e commova di terrore, o speranza i credenti, pure non lo si
considerò come espres¬ sione di una legge, che dovesse governare le azioni loro
particolari o collettive per una vita ulteriore e oltre na¬ tura ; o come
premio e promessa di fati avvenire sulla terra. Non è raro anche che alcune
orde risalgano per lo¬ gica spontanea e naturale, o per stimoli ed emozioni
ade¬ guati, ad un principio o concetto vago, mistico ed eccelso : il quale però
si rimane inoperoso per gli uomini alla guisa degli Dei di Epicuro e di
Lucrezio. I Garaibi, per alcuni costumi dei più feroci, hanno fede in un Nume
dimorante nei cieli, assorto in una eterna fe¬ licità, ma che nulla e mai si
cura della specie umana, e cui gli uomini dal canto loro nè onorano, nè
adorano. Di tali esempi è ricco il mondo selvaggio e barbaro. Che la morale in
principio della evoluzione religiosa si svolga indipendentemente dal concetto
degli Dei, è oramai verità evidente ; numerosi e gravi sono i fatti raccolti, e
validi gli argomenti. Chi voglia acquistare un’idea chiara di tale quistione e
non possa consultare i copiosi e sparsi docu¬ menti etnografici di tutti gli
scrittori in proposito, basta che scorra l’opera in questo anno stesso
pubblicata in fran¬ cese ed in inglese favella, da Goblet d’Alviella, celebre
autore d’opere pregiate in questi studi, ove con grande cura e diligenza sono
raccolte le prove e le testimonianze in proposito, tratte da ogni parte del
mondo barbaro, antico e moderno. E comecché un illustre suo critico, però
ammiratore, Jean Remile , abbia cercato di rendere meno assoluta
l’affermazione, pure da un lato non la contrad¬ dice, e implicitamente la
ammette. Del resto ciascuno sa quanto nella antichità classica eziandio del
mondo Italo- Greco, e fra i popoli più civili, l’etica in genere fosse ad un
certo momento delia loro vita, palesemente superiore al contenuto delle loro
credenze religiose ; quanto la puris¬ sima e nobile etica di Sakya Mouni
sovrastasse all’indole antropomorfica anteriore e contemporanea delle indiche
religioni. Vallace e Kops, e molti altri in altre regioni, rinvennero esempi,
tra i Papna e varie tribù affini, di sin¬ cerità, bontà ed onestà mirabili :
come se ne trovano tra gli Esquimesi. Ottime abitudini di cortesia e di
franchezza e onestà — benché, per altre azioni, barbarissimi, rinven- gonsi
pure fra gli stessi Garaibi, ed in modo — sembra quasi un epigramma — che
quando tra essi sparisce per avventura un oggetto, creduto involato, essi
dicono con ingenuità e naturalezza: qui c’è stato un cristiano ! Ma il Mito non
si conclude in queste due forme indicate, e in questi due gradi : chè assume
altri aspetti, e la sua .virtù trasformatrice si estende via via, e si amplia
per tutte le discipline e le cognizioni. Sin qui egli andò componendo il mondo
fisico intellettuale e morale alla sua immagine, riflettendo e projettando a
dir cosi, la sua intera figura nelle cose e nelle idee. Ma trascorsa
istoricamente una tal fase mitica — ove questo si rese possibile per ragioni di
razza, di luoghi, di tempi, di vicende — e per la scienza razionatrice ed
osser¬ vatrice, emancipatosi l’uomo in parte da questi errori, egli perdura
pure tuttavia ad imprimere nell’Universo il con¬ cetto, se non personale di sé,
quello almeno dove dimora. Il Mito astronomico, o la prima concezione dei
fenomeni celesti, noi lo notammo, furono quello e quella di animare gli astri,
e di riprodurre in essi, e per essi, considerati come animali, i drammi umani e
zoologici terrestri nel cielo. Quando però questa celeste mitologia si fu
dileguata per il progresso della osservazione scientifica, ed i cieli apparirono
quali sono, e quali li giudica l’astronomia moderna, l’insidia ingenita del
Mito non è vinta, ma si esercita sotto altra forma più sottile e inavvertita.
Naturam expellas furca, tamen iisque recurret ! L’uomo miticamente aveva a sua
immagine plasmato il Cielo astrale: indi vinto questo errore lo ordinò,
seguendo sempre un concetto mitico antropocentrico e geocentrico in sfere l’una
nell’altra incluse, secondo il sistema Tole¬ maico, considerato per secoli non
solo come verità evidente, ma verità e domma religiosi. Anche questa seconda
forma mitica venne sterpata dalla nuova astronomia nel rinno¬ vamento metodico
delle scienze da Copernico, Galileo, Newton ed altri sino ai nostri giorni ;
onde pareva che oramai non sovrastasse alcun pericolo di Mito, anche in più
aerea ed eterea forma. Non fu cosi. Da prima im¬ presse l’uomo sé stesso in
tutto il mondo fìsico e morale ; ora non più questo avvenne rispetto alla sua
immagine, ma rifletté nel cielo la forma e le condizioni fìsiche, geo¬ logiche
ed anche biologiche della sua dimora, cioè della terra. Il nostro sistema
solare meccanico aggregato di corpi di varia forma, gaandezza, composizione,
moventisi intorno ad un centro attrattivo, fonte di luce e calore, è in gran
parte noto oramai nei singoli suoi membri, e se ne calco¬ lano con molta
approssimazione i moti e i costumi. Tra i pianeti la Terra è quella che noi
naturalmente meglio co¬ nosciamo con certa e immediata scienza nei suoi
fenomeni e condizioni fìsiche, meteorologiche, geologiche e biolo¬ giche. Noi
sappiamo ancora e per dirette prove, e per in¬ duzioni legittime, che gli altri
pianeti negli elementi loro, nelle leggi che li governano, nelle loro
rivoluzioni e tra¬ slazioni non si diversificano radicalmente dal nostro : e si
tenta anzi con cura e studio più diligenti e pertinaci di discoprirne
intimamente i fenomeni superficiali e geologici. Ma se tali ricerche sono
legittime, se provengono diretta- mente dalle scoperte anteriori, e dobbiamo
proseguirle con amore e tenacia a gloria della scienza ; se condussero già a
conclusioni stupende; per entro Tanimo nostro però, nel fondo della nostra
mente indagatrice, si agita ancora non avvertito, ed alita l’ingenito impulso,
in modo nuovo, del Mito: poiché non più oramai possibile l’obiettivazione
dell’uomo nel cielo, obbiettiviamo e projettiamo però, con aspetto scientifico,
la terra nel cielo. E qui è d’uopo con¬ siderare un’altra fonte, un’altra causa
coefficiente, e pure essa nativa del Mito, più recondita, più profonda, più
dif¬ ficile a cogliersi, ma non meno certa e potente. Per necessità stessa
della cognizione, e onde essa anzi sia possibile, è mestieri ridurre ad unità
le sparse e mol¬ teplici notizie che il senso con larga e varia vena riversa
alla mente. Ma se questo è vero, se non possiamo ripu¬ diare un tal metodo, che
é condizione essenziale del sa¬ pere, è però irrepugnabile e certo il pericolo
ond’è fecondo, ed il facile errore. Noi la notammo nelle formazioni mitiche
delle religioni, delle cosmologie e dell’etica, questa innata necessità di ac¬
centramento unificatore dei fenomeni esterni ed interni, cagione a poco a poco
di una più razionale interpretazione della natura e dei sentimenti umani. Ciò
si avvera anche nella coordinazione scientifica cosmica, giunto l’uomo alla
virtù indagatrice attuale ; poiché viene dalla stessa cagione spinto a ridurre
ad unità semplicissima, e ad unico con¬ cetto le immani notizie naturali
acquistate e cumulate. E tale é questo istinto unificatore e coordinatore, che
anche dopo le altre leggi disvelate, e fatto certo l’uomo della ge¬ nerale
economia dell’Universo da tre secoli ; che più e più volte si tentò dare con
frettolosa baldanza una completa e integrale spiegazione della genesi e sistema
del mondo de¬ ducendola dai fatti già noti. Ciò che avvenne per la cosmo¬
gonia, si verifica pure nelle scienze particolari, che con eguale splendore si
progredirono. Ora questo impulso ad una unità fondamentale, ad una radicale
identità di aspetti, di funzioni, di leggi fisiche, chimiche, biologiche, che
in sé racchiude la ingenita crea¬ zione del Mito, ci spinge a considerare i
pianeti tutti identici Digitized by Google - 198 - alla nostra terra, o che
abbiano trascorso le fasi di questa, o die le dobbono trascorrere con eguali risultati,
forme c vicissitudini anche biologiche (1). Glie unità e coordinazione
effettive sieno e si avverino fondamentalmente nei particolari e nel tutto del
nostro sistema solare — che or si parla di questo — è fatto certo (1) È d’uopo
che il lettore faccia qui una distinzione che per necessità di tempo io non
poteva additare nel testo della Prolusione. Rispetto alla natura dei pianeti in
quanto abbiano condizioni di vita, il volgo e le menti mezzane in genere,
addirittura — e sempre quindi per la cagione chiarita — se li immaginano
abitati, e da forme presso a poco simili alla nostra — talvolta d’ibridi o
sovrumani aspetti per la sopravivenza di antichissime superstizioni demoniche e
poi pagane, e di leggende cri¬ stiane — con tutto il corredo intero di azioni,
idee, arti e vicende, con la stessa configurazione di superficie della terra.
Le quali presunzioni e induzioni sono affatto puro e schietto Mito, in quanto
obbiettano sè stessi, e la dimora loro tali e quali negli altri globi celesti.
Ma v’hanno d’altronde pure alcuni scienziati che più o meno esplicitamente
tentano di scoprire — e questa è indagine legittima — se, e in quali pianeti la
vita sia possibile. Certamente non imaginano, come il volgo, la identità delle
forme organiche e telluriche, ed ammettono anzi la diversità pos¬ sibile e di
fatto nelle une e nelle altre ; ma però, senza avvertirlo, pre¬ suppongono che
le condizioni di viventi e intelligenti, debbano essere sostanzialmente
analoghe, se non simili alle nostre; e quindi scrutano — anche per questo
intendimento, oltre agli altri prettamente astrono¬ mici — se vi sieno mari,
montagne, corsi d’acqua, atmosfera c via di¬ scorrendo: onde escludono la vita
in quelli che assolutamente se ne differenziano, come nei lontani, Nettuno,
Urano, ecc. Ora l’intimo impulso a credere così, e il pensiero che li guida per
questa via, non è in fondo che una obiettivazione larvata c di aspetto
scientifico della nostra terra e suoi inquilini, negli altri membri. L’identità
profonda del procedi¬ mento non salta agli occhi facile : è sottile, risposta,
inavvertita, ma c’è. Non si giunse d’altra parte sino a àire — non dagli
astronomi veri — ma però da gente colta e nota, che le celebri righe o canali
della super¬ fìcie di Marte, fossero segni dei suoi abitanti per comunicare con
noi, e anzi non si almanaccò scientificamente il modo di rispondere loro? Del
resto la identità di condizioni non è scientificamente necessaria alla ma¬
nifestazione della vita. Chi di noi sa quali esse veramente sieno, e quali i
limiti certi entro cui apparire? Se gli uomini, poniamo, non avessero mai (per
ipotesi strana) veduto pesci o animali e piante acquatiche, cer¬ tamente per
esperienza propria, e per osservazioni su tutti quelli terre¬ stri avrebbero
detto, e con apparenza scientifica, che la vita entro l’acqua era impossibile.
Il volgo crederebbe ora che vi sieno animali che pos¬ sono vivere in acqua, o
ambienti a ottanta gradi. come è certa in gran parte l’identità della materia
che lo compone ; che nei diversi pianeti appaiano fenomeni, e condizioni
generali, quali si manifestano nella terra, è pur fatto irrepugnabile. Ma
possiamo noi con coscienza sicura affermare che tutto vi proceda a rigore o
analogamente, come nel nostro pianeta, tutto vi si agiti, e si evolga alla
nostra guisa; che altre manifestazioni di forze non vi si rivelino, altre
condizioni di vita dissimili, altre disposizioni e fasi meteorologiche, altri
mutamenti geologici, altra storia di formazioni, di transiti, ed esito ? Nei
fenomeni della terra stessa, quanta diversità di aspetti, di proprietà, di
genesi, di trasmutamenti ! E non basta : in alcuni composti ed in elementi pur
semplici, la sola modificazione della strut¬ tura negli atomi o nelle molecole
induce apparità di corpi, fenomeni e proprietà diversissime. Immaginiamoci poi
— la possibilità non ha limiti — quali e quante dissomiglianze di forme, di
composti, di genesi e di trasmutamenti pos¬ sano avvenire tra gli elementi dei
diversi corpi celesti, soltanto per la diversa loro velocità, grandezza, forza
at¬ trattiva, vicinanza o lontananza dal sole! L’identità presunta nel tutto e
nelle sue parti del nostro sistema, se, ripeto, sono fatti e induzioni legittime
rispetto alle leggi generali, è anche effetto, come dottrina, dell’in¬ genito
bisogno unificatore, e di semplicità di un supremo concetto; e può essere
cagione di errore; può condurre, come conduce al Mito scientifico; poiché in
sostanza, ella è l’obbiettivazione della terra nel cielo. Se un’unità intrin¬
seca ed elementare sembra doversi porre pei resultati parziali della scienza
cosmica, e traspare a primo aspetto anche dell’Universo, e la dottrina della
trasformazione delle forze, che or signoreggia, la corrobora ; non è men vero
che noi ora appena scientificamente conosciamo una parte infinitesimale della
natura, ove pure si manifesta una sterminata varietà di fatti e di fenomeni per
noi affatto irreduttibili ; e quindi è magnifica presunzione affermare, sotto
questo aspetto, un monismo assoluto, un modulo unico alla immensa e varia scena
delle esistenze. Il vero si è che rimanendo pure nel nostro pianeta, noi non ne
Digitized by Google - 200 - conosciamo tutte le forze in azione, e delle forze
note siamo ben lungi dall’averne determinato tutti i modi di efficacia e
d’influssi. Non provochiamo d’altra parte manifestazioni ed azioni di forze,
che nella natura non si rivelano ? Non possiamo comporre un grandissimo numero
di corpi or¬ ganici ternari che nella natura non si rinvengono ? Quindi con che
fronte ci arrogheremo il diritto di affermare che tutto nei diversi pianeti
debba o nello stato attuale o nelle loro genesi e proprietà e forme, procedere
come nella terra ? Perchè chiudere l’infinita possibilità dei fenomeni, sia
fisici che biologici, entro un claustro mitico d’identi¬ ficazione ? La scienza
dei cieli avvenire, come quella della terra mostreranno quanto sieno erronee
tali induzioni, e anderanno cosi dileguandosi i Miti scientifici. Frattanto le
stupende ricerche dell’illustre Schiaparelli intorno a Mercurio ed a Venere,
mostrarono la diversità della loro rivoluzione intorno al Sole, rispetto a
quella della Terra e degli altri pianeti esteriori, movendosi e rigirandosi
essi alla guisa invece del nostro satellite. Frattanto gli studi egualmente
splendidi del medesimo astronomo in Marte, rilevarono tra gli identici a quelli
della terra, molti aspetti diversi nella sua superfìcie, in modo che non si
possono spiegare con ciò che rinveniamo in questa del nostro globo. Ciò poi che
si dice della terra di fronte agli altri pianeti, e del Sole stesso, devesi
affermare rispetto all’intero si¬ stema di fronte ai milioni che a vari
drappelli popolano ed avvivano la distesa dei firmamenti . Anche là, certo, per
entro quei paurosi abissi di spazio infinito, identiche leggi di moti, di luce,
e alcuni identici elementi fìsici vennero scoperti da nuovi e più potenti
strumenti ottici e di analisi : ma da questi fatti — i quali poi non consumano
la infinita distesa — concludere la medesimezza di forma e di fenomeni
universale è, al so¬ lito, l’obbiettivazione mitica del nostro sistema solare
in tutta la immensa famiglia degli astri, e nella materia degli spazi senza
confini. E anche la recente vicenda di molte¬ plici sistemi cosmogonici, che
sorsero e caddero, testimonia la vanità dell’impresa. Accennai già che il
medesimo errore si avverò nelle particolari scienze. Nella chimica moderna pel
frettoloso generalizzare da qualche fatto os¬ servato, e per l’insidia
dell’istinto unificatore, s’ebbe la genesi e la legge di ogni combinazione e
scomposizione nel flogistico; indi la riforma dualistica, che parve tutto
spiegare e spiegò, ed in ultimo l’atomica e delle sostitu¬ zioni, che per ora
annoda ed unifica anorganici e orga¬ nici fenomeni. In geologia dopo, per le
vicissitudini della terra la universale catastrofe del diluvio; e le mitiche
spiegazioni dei fossili quali miracoli dei santi, quando essa si avviò a metodo
di osservazione, sorsero le esclu¬ sive dottrine dei Plutoniani e Nettuniani :
indi con più se¬ vere indagini, e la costituzione della paleontologia, le ri-
cise rivoluzioni della terra, ciascuna opera di un atto creativo, che
signoreggiò sovrana, finché Lyel con la dot¬ trina della permanenza in passato
delle cause attuali, la sterpasse, dando luogo ad altro concetto unitivo delle
vi¬ cissitudini del pianeta. Ma or ecco che più non è atta a chiarire tutti i
feno¬ meni geologici, e si ritorna in parte, con concetti diversi, ad alcune
cause d’improvvise catastrofi, benché si ripu¬ dino le esagerate dottrine dei
repentini e successivi solle¬ vamenti. Nel mondo zoologico rispetto alle sue
origini, e al disbrancarsi e apparire e sparire delle sue specie, come da prima
si affermava e tuttora da alcuni si afferma la loro singolare creazione ed
irriduttibilità, si sostiene oggi al contrario la loro genesi naturale e la
discendenza uni¬ versale da un unico e semplice composto organico per via di
successive e continue trasformazioni, che è dottrina più conforme al reale
procedimento nativo dei prodotti della natura. Nel mio corso dell’anno passato
distesamente mi argomentai di mostrare come il Mito dell’obiettivazionc di sé
nelle cose, e del frettoloso istinto e bisogno di uni¬ ficare, inquinasse
tuttora la psicologia comparata del regno animale; in quanto a comprendere i
diversi modi di senso e d’intelligenza dei bruti, e comporli a semplice unità
sistematica, si affermassero a modulo e paragone fìsso la forma, la
costituzione e l’esercizio del senso e della intelligenza umana. Cosi, o
signori, le scienze tutte cosmiche e biologiche ad onta dei nuovi e sicuri
metodi, de' suoi strumenti, dello sperimento vengono tuttora in parte
signoreggiate dalle tre fonti mitiche ingenite, da noi determinate. Quindi
ezian¬ dio nelle discipline naturali — comechè con minore va¬ nità di
resultati, perchè i fatti e le singole leggi, quando sieno determinati
veracemente, non si dileguono e restano cumulo fecondo a ampie scoperte — anche
nelle discipline naturali, io diceva, avviene ciò che con maggiore copia di
prodotti e più ampia loro vanità, avvenne nei sistemi di filosofìa teorica,
fìsica e sociale in tutti i popoli civili e per lungo ordine di secoli. Ciascun
sistema assunse un novello principio baldanzosamente proclamato idoneo a
sciogliere il problema dell’essere e del mondo, sistema che spingeva nel
sepolcro l’antecedente, mentre non si accorgeva che egli stesso si preparava a
cadervi. Nella guisa che il Mito turbò la purezza delle scienze antiche e in
parte quelle moderne, cosi infece la interpre¬ tazione sincera della Storia,
quando si volle assorgere ad una legge che governasse la vita sociale dell’
umanità nello Spazio c nel tempo. È nota la numerosa famiglia delle filosofìe
della storia e quella non meno ora feconda delle sociologie cha la
sostituirono. Ci si argomentò — e certo con ragione — di interpretare
scientificamente l’ordine c il procedimento del vasto mondo dei fatti umani,
con lo stesso intendimento che in quello della natura: e il resul¬ tato in
generale, in quanto al valore reale delle dottrine, fu in parte identico. Il
Mito anche qui unitario in modo assoluto e l’obiettivamento di sé e dei propri
procedimenti logici, si riflettono egualmente in quel mondo, e si ebbero
sovente sistemi, o meglio poemi scientifici, che si segui¬ rono combattendosi
con celerità vertiginosa. 11 pensiero per la sua forma congenita e il suo
logico esercizio, spiegò, o meglio architettò quel mondo si vario di origini,
di aspetti, di operosità, di potenza e vicende, si facile d’al¬ tronde alle
trasformazioni per influssi d’ogni maniera ef¬ ficacissimi, come se fosse un
tutto omogeneo, un sistema di forze semplici, che una legge suprema, compresa
in Digitized by LjOOQle - 203 - una formula, bastasse a governare, alla guisa
di quella che informa i moti meccanici tra loro degji astri. Quindi i medesimi
errori, e di questi le stesse cagioni. Non v’ha dubbio che come alla immensa
varietà di fenomeni e di vicende dell’universo materiale, traspare nel fondo
una sembianza di unità e di evoluzioni in parte progressive, cosi anche nel
mondo non meno vario dell’umanità, ri¬ dotta a semplicità di nozione per
potente astrazione, non sembri far capo, guardando specialmente alle vicende
delle razze superiori, un ordine in parte progressivo, ed una unità di
magistero d’azioni e d’intendimenti. Ma questa evoluzione verso una perfezione
relativa non è propria di tutto il vasto corpo dell’umanità, ma solo di qualche
suo membro, e di mezzo anche in questo a cadute, a sviamenti, ad errori vecchi,
ma costanti d’ogni maniera. Noi abbiamo ancora oggi e fra noi , rispetto solo
alla reli¬ gione, comecché popoli civili e da quasi due mila anni cristiani,
che non sorpassarono lo stadio del feticismo, come nell’antichità si ebbero
uomini, che tra il fervido e generale politeismo, s’inalzarono ad un monoteismo
quasi moderno. Le diverse fasi della evoluzione religiosa, nota un illustre
scrittore, corrispondono ai diversi gradi di cultura individuale, e non solo
alle diverse epoche d'inci¬ vilimento. E questo è vero di tutti i fenomeni e
condizioni sociali; onde si da contemporaneità di forme per esempio tra le
popolazioni lacustri preistoriche della Svizzera e d’altre regioni, e gli
Aztechi medioevali, gli Ojibiva ed altri molti del Nordamerica e gli Zulù
delt’Africa Australe; contemporaneità di forme passate e presenti che nella
stessa epoca rinvengonsi in un popolo civile. Rimanendo qui in Europa, basta
leggere la descrizione dell’ Irlanda del 16(30, fatta da Fynes Moryson; basta
sapere ciò che avveniva, e quali erano le condizioni delle Isole Ebridi nel
1868, a persuaderci delle profonde diversità sociali possibili nello stesso
paese, nello stesso tempo, nella stessa razza ! E chi supporrebbe che in questi
giorni nella civi¬ lissima Germania fosse stato possibile un processo in forma
di stregoneria, che non solo ci conduce, pel contenuto e gli atti al medioevo
più barbaro, ma alle tribù più ignoranti e selvatiche viventi ? Eppure è cosi.
A Wemdig, piccola città dell’Impero Germanico, si svolse ua dramma, che terminò
naturalmente in un processo di stregoneria ove entrano preti, frati, medici per
indiretto, e molte colte ed agiate famiglie. I più autorevoli giornali di
quella na¬ zione ne parlarono attoniti albenorme e sociale anacro¬ nismo.
Quella città fu per molto tempo teatro delle imprese del Diavolo, che per
malefìcio di una strega — e si noti di condizione civile — si era ficcato nel
corpo di un ra¬ gazzo, agitandolo e riducendolo a stato quasi bestiale, donde
non usci che per bevanda di acqua benedetta, e per esorcismi canonici in
regola, per stimolo e causa di un frate fanatico, indi punito dal Tribunale di
Eichstàtte. Del resto a mitigare i ditirambi, e le entusiastiche pro- pinazioni
alla umanità progressiva tutta quanta è suffi¬ ciente il considerare i mali
morali e fìsici che affliggono si vastamente le genti moderne e più civili; è
sufficiente gettare gli occhi sulle statistiche della emigrazione, su quelle
criminali, dei manicomi, dei suicidi, della onestà privata e pubblica; è
sufficiente osservare intorno a noi l’ignoranza prodigiosa del maggior numero,
le perseveranti e rinascenti superstizioni d’ogni maniera, e le rigalvaniz¬
zate ipocrisie del bigottismo per interesse individuale, tal¬ volta, o di
casta; è sufficiente ascoltare le ubie, le selva¬ tiche fantasie, la credulità
scempiata in misteriosi influssi, e la fede ancor nei feticci d’ogni specie non
solo nella gente del volgo, ma nei ceti agiati sovente e che parrebbe dovessero
essere colti. Onde noi in gran parte viviamo per entro i miti di grado più
elevato non solo, ma tra quelli delle orde più barbare e selvaggie del mondo
an¬ tico e contemporaneo. Ma dunque, direte o signori, non è possibile scienza,
non è possibile civiltà, e questo universo e questa uma¬ nità resulterebbero
una vana fantasmagoria ? No, o signori, a questa triste conclusione non
conducono il mio discorso presente, nè le mie personali dottrine. Io mi proposi
per la satute e la verità della scienza, di mostrarvi quale sia la realtà delle
cose, e quali insidie ingenite ci circondino nella interpretazione della natura
e della storia. Io mi proposi di dichiararvi che tra le fonti dell’errore, la
mas¬ sima è l’esercizio mitico della nostra mente; fonte che in varie guise,
dalle più volgari alle più intellettuali, con l’obiettivazione psicofisica
della nostra persona e della dimora stessa ove viviamo, turbò e turba il
sincero pro¬ cedimento scientifico. Se v’ha cosa degna di fede è la scienza ;
poiché quando essa opera guidata immediata¬ mente dalle sue positive scoperte,
né fantastica sistemi, i suoi effetti sono reali e palpabili da tutti, senza
eccezione. La scienza è possibile quindi, anzi è un fatto avverato: poiché se
noi fossimo dannati ad un errore senza rimedio, non avremmo il concetto
dell’errore stesso, nè saremmo mai pervenuti alla critica della conoscenza.
Certamente il mondo umano non è quello che i filosofi e alcuni so¬ ciologi,
vittime dell’istinto mitico, ci raffigurarono. Oh, n’è ben lungi ! Ma un ordine
reale di successione nella cultura è innegabile di mezzo al caos di contrarie
vicende: ci resulta se noi facciamo il riscontro tra gli Australi, i Tahitiani,
gli Aztechi, i Chinesi e gli Europei ; il quale procedimento di successione
progressiva si manifesta pure se consideriamo l’evoluzione storica della sola
razza Ariano¬ semitica. Ed ora l’idea scientifica non è più divisa dai fatti
cosmici, storia indi e scienza si compenetrano, e il fatto e il diritto si
avviano a identificarsi. Quasi anello intermedio, dirò con un venerato mio
maestro, tra il mondo fisico, esposto all’uso e conoscenza nostra, e la verità
pu¬ ramente umana, o il mondo del pensiero, è la questione economica; siffatta
quistione dovrà essere tradotta nella idea scientificamente umanitaria, e verrà
praticamente risoluta dalle necessità della vita e dei sociali interessi. Un
grande e nuovo impeto ora incalza le moltitudini, e si travedono, come in
nebbia ancora, nuove forme sociali e -giuridiche più conformi a giustizia , non
al suo fantasma mitico, ma alla verità e realtà che irrompono dalle con¬
dizioni della vita individuale e comune degli uomini, agi- tantesi tra le
ultrapotenti forze della natura. Ma a rendere Digitized by AjOOQle - 206 - più
sincera più efficace la scienza nella interpretazione della natura, e
l’applicazione della scienza alla vita so¬ ciale — è d’uopo emanciparsi via via
sempre più dall’an¬ tica insidia animale, dalla ingenita e inconsapevole virtù
trasformatrice e infesta del Mito. È duopo convincersi che la scienza non è libro
chiuso, ne è possibile leggerne le pagine infinite: è bene guardarsi
dall’istintivo e frettoloso desio e ambizione di unificazione e della facile
genera¬ lizzazione: é d’uopo tenere fìsso nella mente che se nelle cose può
esservi unità, per noi però nella essenza sua inintelligibile, v’ha sterminata
copia di fenomeni, e varietà indefinita di aspetti, di forme e di funzioni, che
sono quelle che più ci premono, ci stringono e in mezzo a cui sempre viviamo, o
consideriamo sulla terra e nei cieli ; è d'uopo pure diffidare sovente delle
ispirazioni intellettuali, comec¬ ché splendide: rimanere assolutamente liberi
e indipen¬ denti quindi, e sciolti da ogni mitica illusione, e tentare sempre
di sorprenderne in ogni ricerca e scienza la re¬ condita insidia. Allora, e
dopo, pur troppo lungo esperi¬ mento ancora di mali, la razza piu energica e
poderosa vincitrice nella lotta scientifica con la natura e con l’ar¬ tificiale
e mitica costituzione sociale, potrà raggiungere quell’ideale intellettuale e
civile, che brillò come Mito, quasi a tutte le genti, non mai raggiunto,
commecchè sempre promesso. Sostituiamo quindi, come diceva già il Campanella,
il Libro Magno della natura a quelli troppo angusti o superbamente fantastici
sovente degli uomini ; le cose sieno i nostri maestri; e gli estrinseci
argomenti allora della logica artificiale, e le architetture mitiche
sgombreranno dalle scuole, qualche volta, come un insigne filosofo diceva,
venerati asili di dotta decrepitezza. INTORNO A UN PROBLEMA MORFOLOGICO SUI
VERTEBRATI SUPERIORI (1) (Dal Pensiero Italiano, 1896). I. L'oggetto di queste
ricerche è di non lieve importanza per sè, e per le molteplici conseguenze
nell’intero campo della Morfologia comparata del regno animale, dischiu¬ dendo
una via nuova d’indagini e studi scientifici, astrazion fatta dal modesto
valore di chi lo intraprese. D’altronde io non ho l’ardimento di aver
pienamente risoluto il pro¬ blema : che le sole mie forze non sarebbero da
tanto : contento se avrò pel primo intrapreso a risolverlo, e sol¬ lecitato
chi, per agio, tempo ed ingegno, volesse percorrere questa nuova via di studi.
Cercherò — per l’indole delle pubblicazioni in una Rivista — d’essere breve;
indicando solo i fatti precipui che giustificano scientificamente la (1) Un
cenno di questo studio, che ora, pubblico in esteso nel Pensiero Italiano ,
comunicai il giorno 12 Aprile alla “ Società italiana delle scienze naturali „
e fu assai favorevolmente accolto. Proseguirò le mie indagini, che saranno poi
riunite in un volume. Ringrazio anche pubblicamente tutti quelli che per il
passato, e recentemente mi furono cortesi d’infor¬ mazioni ed eccitamenti a
continuare in questo studio ; tra gli altri qui a Milano gli egregi e chiari
fratelli Professori Lanzillotti-Bonfanti, De-Cri- stoforis, e il giovane dott.
Antonio Cioja, alacre d’ingegno e dotto nelle scienze fisiologiche e
patologiche. Questo studio fa parte di un mio lavoro complessivo intorno alla
fisiopsicologia comparata, e alla genesi dell’uomo. posizione del problema. Se
tutto ciò che andrò dichiarando non sarà mera illusione — e mi lusingo che tale
non sia — forse avrò aggiunto una pagina di qualche valore alla dottrina della
generale evoluzione del mondo organico. Frattanto sono lieto di affermare ohe
il concetto scien¬ tifico della presente tesi non fu costrutto a priori, cer¬
cando quindi di rinvenire a stento faticoso fatti che lo giustificassero :
perocché invece furono i fatti osservati con altri intendimenti che suscitarono
nella mia mente una nuova interpretazione del loro significato morfologico ;
ciò che mi fa bene sperare di non essermi interamente in¬ gannato. Ed invero
mentre io proseguivo ricerche intorno alla morfologia comparata, in ispecie del
sistema nervoso nei vertebrati superiori, l’uomo compreso, per i miei studi di
antropologia — ricerche quindi minute e accurate — un giorno, e sono molti
anni, mi parve notare, come lampo alla mente, che la disposizione generale e
speciale morfo¬ logica umana, fosse partitamente quella, e tale dovesse
apparire, modificandosi, di un vertebrato prossimo all’uomo, che dalla
posizione orizzontale ascendesse a poco a poco lentamente a quella verticale. E
pensandovi poi su, e os¬ servando più attentamente, nacque in me il
convincimento che quel presupposto intuitivo non fosse del tutto disforme in
fondo dalla realtà. Allora mi posi più alacremente, sebbene, come sono uso, con
grande cautela dubitativa — senza di che non è possibile scienza vera — allo
studio morfologico seguendo questa direzione, ed i fatti che ne raccolsi sono
quelli, in parte, che ora espongo con ben modesto animo. Che secondo la teorica
della evoluzione generale orga¬ nica, in tutte le forme che essa ha assunto ai
di nostri, necessariamente per compimento della induzione scientifica si
affermasse e si affermi che l’uomo proceda da un mam¬ mifero superiore, e non
affatto capace di stazione eretta, è cosa nota a tutti, e da tutte le scuole
trasformiste am¬ messa. Ma veramente il supposto si avvalorava da fatti a cosi
dire estrinseci all’intimo organismo degli animali Digitized by LjOoq le - 209
- superiori, e come effetto probabile di adattamento e di esercizio corporeo
consecutivi. Testimonianze però dirette tratte dalla morfologia generale e
comparata tra i due termini, non si esibivano ; e d’altro lato non si
rinvenivano prove di fatto, e cagioni evidenti del più ampio, compli¬ cato, e
psichicamente più potente sistema cerebro-spinale. Onde i desiderata non erano
pochi, nè di lieve momento. Ora io, secondo il nuovo punto di vista assunto
nelle mie ricerche, mi lusingo di avere, almeno in parte, rag¬ giunta la
dimostrazione scientifica di questo spostamento consecutivo dalla stazione
orizzontale a quella verticale: e delle cause insieme che produssero per gli
effetti stessi del mutarsi della stazione, il perfezionamento cerebrale
relativo, attuale dell’uomo. Tutto questo per la ispezione delle modificazioni
morfologiche che si rinvengono negli identici organi considerati nella
ascenzione alla posizione eretta. Per le mie ricerche vedremo scritta, e altri
in se¬ guito potranno meglio vedere, negli aspetti modificaci mor¬ fologici
dell’uomo, la storia certa della sua trasformazione da mammifero a stazione
orizzontale via via per vari stadi, a quello di stazione eretta col relativo
perfeziona¬ mento cefalico. Quasi tutti gli embriologi, ginecologi e
naturalisti in genere descrissero fatti, rinvennero forme, e loro stadi di
modificazioni, che corroborano per intero e chiaramente la mia tesi ; ma non la
supposero mai. Da qui però la necessità della estensione massima delle ri¬
cerche, poiché riguardano non solo l’anatomia e fisiologia, ma la embriogenià e
teratogenesi comparate. Se noi paragoneremo, ad esempio, organi di vertebrati
superiori, prossimi all’uomo, con quelli di questo, diffe¬ renze fondamentali
nel numero, forma e topografia non esistono ; l’uomo, morfologicamente, è —
senza possibilità di dubbio — un vertebrato superiore, il primo, se si vuole,
pel suo intellettuale valore. Ora ammettendo, per ipotesi, che egli abbia avuto
morfologicamente altra origine, co* meccliè identico fondamentalmente a tutti
gli altri sotto¬ stanti, e che hanno posizione orizzontale o semi-eretta :
avremo due modi di formazione separata : l’una per quelli, V. - l’altra per lui
: comecché, ripeto, il disegno organico, le funzioni e le forme sieno quasi
identici. Supposto, come subito si vede, per sé stesso non scientifico: ed a
effet¬ tuarsi concretamente poi a norma delle leggi fisico-mec¬ caniche, oltre
a quelle organiche, impossibile. Noi si comprende infatti — perchè siamo nella
realtà delle cose — come i diversi organi, i loro rispettivi aspetti, e
condizioni, e topografìa, possano essersi formati in ani¬ mali — dal più
semplice della classe incominciando — a stazione orizzontale; perchè nel senso
longitudinale la gra¬ vità — che costantemente si esercita in tutti i fenomeni
e composti della natura — coadiuva allo sviluppo di organi consecutivi. I quali
a poco a poco rinvenivano nel lato su¬ periore deiranimale terrestre un punto
di attacco, e nella gravità una causa estrinseca di accrescimento dalFalto in
basso, e pel contatto del suolo nel lato inferiore, di quello laterale. La
serie zoologica vivente e quella fossile lo te¬ stimoniano concretamente. Tutti
i tipi, infatti, animali, ec¬ cetto alcuni generi, tra i radiati, hanno ed
ebbero posizione orizzontale, eccetto l’uomo ed i suoi prossimi progenitori.
Che se tra i rettili, anche nelle forme fossili, di uccelli vi¬ venti e
mammiferi, alcuni ascendono qualche grado — tem- porariamente per lo più —
verso la stazione eretta, tutto ciò prova, come vedremo, per i fatti
morfologici consecu¬ tivi l’origine orizzontale primitiva del vertebrato umano.
Nello stesso modo quindi che noi comprendiamo la ge¬ nesi possibile morfologica
di tutti gli animali, primitiva¬ mente orizzontale — perchè non contradice ad
alcuna legge fisico-meccanica o biologica — non si può concepire la genesi
morfologica stessa nel senso verticale sin da principio . A questo si oppongono
risolutamente la legge di gravità e le necessità biologiche. Lo sviluppo poi
embrio- genico umano, ove si mostra la formazione, nei primi tempi, quasi
esclusiva della parte anteriore del feto, cioè testa, collo e torace,
perfezionandosi in seguito la poste¬ riore, rafforza la nostra affermazione.
Nella guisa che tutto il processo morfologico antecedente, in ispecie nei
vertebrati superiori, preparò la forma umana e vi si conchiuse; cosi la genesi
della morfologia antecedente oriz¬ zontale, rese possibile, modificandosi,
quella verticale. L’una nacque dall’altra, o, meglio, l’una è l’altra differen¬
ziandosi in parte per la posizione eretta. Ed in vero la varietà parziale di
forme, quando apparisce nell’uomo, è quella precisamente che deve effettuarsi
in prima dalla direzione della gravità, ora verticalmente ; ed inoltre dalla
efficacia per continuità degli organi in alto, laterali ed in basso. Le prove,
sia pure indirette, di questi fatti per spo¬ stamento d’organi, possiamo
attingerle anche dalla Tera- togenesi ; ed i lavori degli specialisti in questa
disciplina, e tra gli altri dei nostri Taruffi, Lombardini, e via via
discorrendo, e dal Dareste, S. Geoffroy Saint-Hilaire, Panum e molti altri
stranieri, e dal bel trattato di Morfo¬ logia del corpo umano del dott. Achille
De-Giovanni, ne offrono copia splendidissima. Ed invero l’individuo, come ben
notano, tra gli altri, il Preyer, Hackel e Gegenbaur, si trasforma secondo il prin¬
cipio delle correlazioni morfologiche e funzionali. Ogni essere organico è un
insieme di parti e di apparecchi speciali, che stanno tra loro in rapporto
appunto morfo¬ logico e fisiologico, e crescono e si modificano in gran parte
successivamente e armonicamente. Il cervello, a modo di esempio, come bene si
esprime il Soury, presenta nella serie dei vertebrati non solamente traccie e
vestigia di trasformazioni morfologiche più o meno profonde della sua antica
struttura, ma vere formazioni recenti relativa¬ mente come quelle delle
funzioni del linguaggio articolato nell’uomo, e altre più antiche come il
grande lobo limbico nei mammiferi osmotici. E in realtà non si afferma che
funzioni assolutamente nuove siano apparse, e modi di sentire e pensare scomparsi
: si tratta sempre di diffe¬ renziazioni organiche, di compensazioni, di
divisione del lavoro fisiologico di un medesimo organo, il cervello, per la
efficacia della selezione naturale, concorrenza vitale e conati psichici. A
proposito dei tubercoli quadrigemini anteriori, si osserva l’antagonismo che
esiste tra lo svi¬ luppo dei gangli della base del cervello, e quello del mantello
degli emisferi cerebrali. Nei pesci ossosi, questi vecchi centri nervosi
formano la massa principale del cervello; dinanzi al procedere del cervello
anteriore, i cervelli in¬ termediano e medio sonosi sempre ritirati, e, nei
mammi¬ feri, il loro dominio è cosa da poco, paragonato a quello degli emisferi
cerebrali. Negli studi profondi di embrio¬ genià comparata di Edinger e Steiner
si dimostra come le funzioni psichiche primordiali della scorza del cervello,
sieno state in qualche modo quelle dell'olfato, e così di seguito. Bene a
ragione quindi il Serres diceva che l’ana- tomia comparata è l’embriologia in
stato permanente, e l’embriologia in stato transitorio (1). (1) A questo
proposito nella mia Prolusione al Corso di quest’anno di Antropologia nella R.
Accademia Scientifica e Letteraria di Milano, io dimostrava come fattività
intellettuale umana fosse venuta via via dopo la Riforma scientifica
specialmente Galileiana, crescendo d’intensità e di ampiezza nel contesto
complessivo cerebrale; e tanto da costituire in esso quasi un nuovo organo, o
nuova forma di attività fisiopsichica. Onde a poco a poco l’uomo in genere tese
a pensare scientificamente , atrofizzatesi per cosi dire l’antica funzione
mitica della sua mente sulla interpretazione generale delle cose. E di ciò non
v’ ha dubbio alcuno se consideriamo i cultori ex professo della scienza moderna
: e rispetto agli altri iniziati al medio sapere, ed anche alle plebi
lavoratrici, tutti, senza avvertirlo, per virtù dell’ambiente positivo delle scienze
applicate alle industrie, o quasi tutte le operosità sociali, il più delle
volte durante il giorno pensano scientificamente : vale a dire secondo un
concetto intuitivo meccanico della natura, anche quando per influssi ereditari,
ed abito d’educazione privata o pubblica ripetono massime e seguono credenze
diverse; che non hanno però più nel loro animo il senso vivo, reale e presente
dell’altro processo psicologico. E non è affatto giusto dire che le scienze
naturali abbiano invaso, prepotenti despoti, tutto il campo dello scibile,
anche morale. Lo scibile invece tutto quanto — comprese le di¬ scipline morali
e giuridiche'un dì indipendenti dai metodi sperimentali — viene, anche
inconsapevolmente, costituito e svolto secondo quei me¬ todi, che sonosi oramai
organati fisiologicamente nella dinamica cere¬ brale: dileguati a poco a poco,
perchè fossili del pensiero, i vecchi a priori. E che male non sia, ben lo
mostrano le scienze morali e giuri¬ diche moderne, che vanno trasformandosi
all’alito fecondo dei nuovi metodi. Onde credere, come si fa, la scienza
moderna quasi un fenomeno estrinseco all’intima attività fisio-psichica nostra,
e già boccheggiante e prossima all’ultimo fiato, è tanto assurdo, quanto
credere possibile, ad esempio, il mutamento di sesso. L’uomo, oramai, certo può
anche perire come forma di vita sopra la terra, ma se vive, non può altrimenti
vivere che pensando scientificamente. I giganti ed i nani — che non hanno
proporzioni esatte di tutte le membra con battezza — sono casi teratologici; e
quindi traggono con sé modificazioni assai rilevanti or¬ ganiche. Nei giganti
in vero, in media, appajono queste correlazioni anomale : la testa corta
rispetto alla statura ; il cranio basso, e cavità più piccola di quanto
richiede¬ rebbe rattezza del corpo; la faccia più lunga per opera della
mascella inferiore, e non di rado per quella supe¬ riore. In altri
l’intelligenza è minima, ed insieme ad altre alterazioni, sono poco idonei
anche alla generazione. In generale rispetto ai casi di anomalie parziali o
tra¬ sposizioni di organi, secondo le più recenti dottrine tera¬ tologiche, si
conclude che se vi sono anormalità di un organo, che rimangono isolate, la
trasposizione totale è assai più frequente, onde pare che una stessa cagione
col¬ pisca la totalità dei visceri. Ed è da notare pure, secondo il Taruffi,
che fra le forme di trasposizione incompleta la deocordia, sia la meno
infrequente, mentre è raro il caso che lo spostamento degli altri organi non
sia accompa¬ gnato da quello del cuore: dal che si potrebbe inferire che il
cuore di tutti i visceri splaneici sia quello che più risente l'effetto della
cagione degli spostamenti. Fenomeni questi, ed in complesso tutti quelli
teratologici, che com¬ provano come una deviazione qualunque dalla disposizione
normale tragga seco modificazioni di forma e di funzioni correlative: come
appunto sono quelle che si avverano nel mutamento di posizione da orizzontale
in quella verti¬ cale. Anche il semplice indurimento di parti accessorie
dell'organismo ci rivela mutamenti di costituzione spe¬ cifica, sia nella
forma, sia nei movimenti. Cosi per indu¬ rimento dei dischi cartaginei
intervertebrali si ha una lieve modificazione nella stazione e incesso
dell’uomo. Appunto per questa cagione noi vediamo in genere l'uomo giunto a
tarda età incurvarsi, assumere il suo dorso, non più elastico, l’aspetto di
quello degli antropomorfi, pendere in avanti, per spostamento del centro di
gravità, ed appog¬ giarsi sovente al bastone per non cadere. La gravità eser¬
cita in modo sì efficace e costante la sua azione, che si Digitized by AjOOQle
- 214 - manifesta anche ordinariamente nella lunghezza del nostro corpo, se
trovisi in posizione orizzontale o verticale : poiché nella prima siamo più
lunghi, e meno se ritti. Robert ed altri con sottili ed esatte misure
verificarono che in media gli uomini coricati si allungano da uno a tre
centimetri. Se rimanessero invece in piedi per 24 ore, la lunghezza del corpo
può scemare sino a sei centimetri. E ciò dipende dairassottigliamento per
pressione dei dischi intervertebrali e dallo spianamento del piede. In natura
dalla posizione orizzontale sino a quella ver¬ ticale umana, percorrendo cosi
un quarto di cerchio, ab¬ biamo stazioni intermedie costanti o temporarie più o
meno inclinate : tali quella della Giraffa, degli Orsi, dei Canguri (Macropus
Major) e generi affini, e degli antropoidi in ul¬ timo. Or bene le
modificazioni morfologiche in queste sta¬ zioni oblique intermedie
corrispondono relativamente, e secondo forme omologhe organiche, al grado di
inclina¬ zione delia stazione stessa : ciò che luminosamente cor¬ robora la
realtà della nostra dottrina. Si sa che il cuore degli antropomorfi somiglia
molto a quello dell’uomo. Nel Gorilla, Chimpanzè ed Orango, si trovano gli
stessi punti di origine delie grandi arterie come nell’uomo. Sovente però in
questi trovasi nello stesso punto l’origine comune dell’arteria subclavia
destra e della carotide destra e si¬ nistra. Questa anomalia esiste e con
simile disposizione nell'uomo. 11 Bischoff ed altri anatomici e fisiologi
dichia¬ rarono con ragione che la disposizione del cuore e dei grossi vasi
degli antropomorfi simile a quella dell’uomo, deriva dalla frequente loro
stazione eretta . Cosi abbiamo una successiva modificazione in questi organi
dalla posi¬ zione orizzontale su su sino a quella più spiccata del¬ l’uomo.
D’altra parte se noi costringiamo il Gorilla ed affini ad una stazione eretta i
visceri addominali non riposano sul bacino , e vi resta un intervallo : poiché
la stazione semi¬ eretta, non spinge in basso permanentemente per gravità, come
nell’uomo, e comprime gl’intestini e gli altri organi addominali. Nel Canguro
gigante — uno degli animali a stazione costante più eretta, ma anche dei più
inferiori tra i ver¬ tebrati — si nota questo fatto, che è di massima impor¬
tanza, tra le altre sue organiche modificazioni. 11 sacculato stomaco, a così
dire — ed estrema modificazione di questo organo neWordine dei Marsupiali —
somiglia al Colon umano sia nella estensione longitudinale, sia nella strut¬
tura e disposizione nell’addome ; esso discende sino all’ul¬ tima regione
lombare ed iliaca. Ciò dipende senza alcun dubbio dalla sua stazione eretta,
dalla gravità quindi, e dalla correlativa efficacia degli altri organi
contigui, spinti dalla medesima legge. Altra forma differenziale che si
riscontra tra i vertebrati superiori e l’uomo è la capacità toracica e l’ampia
cur¬ vatura delle coste nei primi, e quella minore e diversa- mente disposta
nel secondo. Tale differenza devesi ascrivere egualmente alla posi' * zione
orizzontale rispetto alla verticale. In quella la gra¬ vità tende ad ampliare
gli organi dall’alto al basso, e per conseguenza anche nel senso laterale,
onde, e per la stessa cagione, si allarga il torace. Mentre nella verticale,
per effetto della erezione del corpo, la capacità toracica tende a
restringersi, le coste per necessità s’inclinano nel verso dell’asse eretto : e
viene quindi diminuito lo spazio, anche quando la loro curvatura si mantenga
identica. Ed in vero ad eguale curvatura le coste faranno il torace tanto più
largo, quanto meno saranno inclinate ; cosi, ad esempio, le coste del Lepre e
del Coniglio, senza accrescere l’in¬ curvatura, rendono molto ampia la parte
posteriore del torace perchè si approssimano alla direzione orizzontale.
Nell’uomo per gravità e per la posizione eretta, le coste tendono ad
abbassarsi, e perciò il torace diviene relativa¬ mente meno ampio : ed i
singoli organi assumono in ge¬ nerale — ove altre cagioni non intervengano — la
forma maggiormente elissoide. E qui cade in acconcio qualche osservazione
intorno alle variazioni di luogo dell’asse dorsale e spinale nelle varie classi
dei vertebrati. Si notò già che la genesi degli organi, come ora appajono nei vertebrati
e nell’uomo in specie, non avrebbe potuto effet¬ tuarsi in posizione eretta , e
si accennò al modo di for¬ mazione nei vertebrati terrestri; tutti avendo la
colonna vertebrale, quale sostegno nel lato superiore a poco a poco degli
organi che con essa andavano costituendosi di fronte alle leggi di gravità, che
in basso traevali (1). Ora la dif¬ ferenza di posizione dell’asse spinale che
si rinviene — con le molteplici modificazioni accessorie — nella classe dei
pesci, conferma l’assunto nostro; e dimostra che se il fulcro d’appoggio è
spostato, la necessità orizzontale per la produzione e medio sostegno degli
organi rimase invariata. Come acutamente osservarono l’Owen ed altri, la testa
dei pesci è proporzionalmente al corpo più am¬ pia che in tutte le altre classi
di animali. Essa forma in genere un cono di cui la base verticale, diretta all’
indie¬ tro si unisce al tronco, senza l’ajuto del collo: il seg¬ mento
posteriore è intero. La sommità del cono cefalico è tagliato trasversalmente
per l’apertura della bocca : le orbite sono laterali, grandi e comunicano
insieme. La bocca riceve non solo l’alimento, ma le correnti respi¬ ratorie,
che escono per le branchie. Il cranio — si noti bene — contiene, oltre il
cervello e gli organi dei sensi, il cuore e il sistema respiratorio. Le
mascelle e la lingua, il cuore e le branchie, i bracci e le gambe, dunque, nei
pesci, appartengono tutti alla testa. La dimensione spro¬ porzionata del cranio
e la sua intima unione col tronco, e le funzioni che ne resultano sono
precisamente le di¬ sposizioni più favorevoli ai movimenti del pesce nel suo
elemento naturale. Ora tutto il singolare apparato di que¬ sta classe di
vertebrati, ed in specie con l’asse in genere spostato dal lato superiore, al
centro, dipende solo dal mezzo liquido in cui vivono, e si evolsero. Nella
condi¬ zione terrestre subaerea la pressione per gravità effet¬ tuandosi dall’
alto al basso, necessariamente l’asse di at¬ tacco e sostegno doveva a poco a
poco ridursi alla posi- (1) La parte superiore come esposta maggiormente alle
forze incidenU esterne. zione attuale, dalla mediana della condizione anteriore
acquatica. Ma allorché il vertebrato si evolgeva, e lenta¬ mente si organava in
un mezzo liquido, l’asse di appog¬ gio, sia cartilagineo, sia osseo, sia misto,
a seconda delle epoche e delle trasformazioni, di forza si andò formando in una
posizione mediana in quanto — ci si rifletta bene — la pressione nei liquidi si
esercita egualmente in tutti i sensi, e quindi l’appoggio e le sue appendici
dovevano trovarsi e iniziarsi in una linea centrale. E siccome que¬ sta, per
molte ragioni e circostanze speciali nella mag¬ gior parte dei pesci, si
allungò, nè sempre e in genere, non sarebbe stata atta interamente all’ufficio,
la più gran¬ de parte dei visceri toracici si conchiuse nella testa enor¬ me e
sproporzionata, e in tal modo esercitò le veci di to¬ race e di addome : poiché
essa pel movimento rapido in avanti, e la funzione principale, dovea lottare
con l’am¬ biente, e con i suoi ostacoli. Ecco quindi spiegato perchè l’asse
spinale trovisi in genere nei pesci al centro, e con¬ flati nella testa la
maggior parte dei visceri. La quale cosa ribadisce la nostra induzione : in
quanto, anche in un mezzo, ove la pressione è da ogni parte uniforme, la genesi
organica e morfologica si effettua in senso pure orizzontale: e perchè
l’incesso è tale, e perchè la posi¬ zione, comecché per la natura dell’ambiente
potesse a volta a volta farsi verticale, la necessità del modo nativo di
formazione rimaneva lo stesso. Ed in vero se nel pesce non avviene la stazione
costante orizzontale, come in quelli terrestri, pure nel modo di formazione
essa equi¬ vale sempre a questa, in quanto la pressione è uniforme, e non può
considerarsi quindi come assolutamente verti¬ cale. Ed ognuno sa che i pesci
annullano la gravità dal¬ l’alto in basso senza sforzo alcuno. Ciò meglio
apparisce se getteremo uno sguardo sui ce¬ tacei. La loro struttura, le loro
funzioni tutte, manifestano agli orbi che la origine loro è terrestre: quindi
noi dob¬ biamo confrontarli a parte a parte con questi, non con i pesci. E
allora, stando al nostro assunto, per la prima volta incontreremo nelle acque
la posizione della colonna vertebrale eguale a quella dei loro congeneri
terrestri, diversificandosi nella essenza dallo schema ordinario del pesce —
tranne quelle forme necessitate dal nuovo elemen¬ to in cui trasmigrarono. II.
Paragonando ora, come a noi più prossimi, gli antro¬ pomorfi nelle singole loro
parti, notavamo come le diffe¬ renze sieno dovute quasi tutte alla stazione
rispettiva. L’insieme della testa allungata, ed a creste ossee, poiché il muso
è enorme in confronto del cranio, dinota, come vedremo più sotto, che la loro
posizione inclinata, e non eretta, non plasmò il bacino a forma relativamente
con¬ cava, che assunse piuttosto quella di piramide tronca. Il Fabbri osservò
doversi il lungo muso dell'agnello ai flosci attacchi mascellari, e alla non
piena commissione della mandibola inferiore durante la piena vita uterina :
onde passando nel parto per stretta via, assunse per pressione laterale una tal
forma, e in genere gli antropomorfi hanno come noi e gli altri vertebrati 7
vertebre cervicali, 17 circa dorsali, 4 lombari : ma le coste molto arcuate ed
ampio quindi il torace per le ragioni dette di sopra: e nel Gibbone, inferiore
per altri rispetti, le coste hanno la maggior curvatura, e il torace si allarga
pure verso il basso. Hanno nella colonna vertebrale piccola curvatura tra la
penultima vertebra del collo e la seconda dorsale; onde la linea dei dorso
corre eguale dalla nuca alle na¬ tiche. Se costringiamo un antropomorfo a
drizzarsi in modo che porti le mani al di dietro del capo, allora la linea
dorsale si spiana, e prende anzi una curvatura in senso inverso-ventrale, come
accade ad ogni quadrupede. In posizione eretta la testa degli antropomorfi
pende sem¬ pre in avanti; il tronco, basso e tozzo, sembra in sé contrarre
testa e collo. 11 ventre a botte sporge anterior¬ mente verso il basso, e ciò
per la natura intrinseca della sua abituale stazione. Del resto i muscoli del
cranio e della faccia sono simili a quelli dell’uomo ; compreso il gran
pettorale e il trapezio dorsale. Poco diversi lo sto¬ maco e l’intestino : il
cieco è lungo, largo, mobile nella cavità viscerale, e con processo vermiforme.
Gli organi genitali maschili identici, e nelle femmine, secondo il Bo- lau ed
Ehlens, regolare la mestruazione. Simile il sistema nervoso periferico e dei
sensi, onde l’Hermann von Jhering conclude che per la spina dorsale e forma
periferica c' è stretta corrispondenza tra l’uomo e le scimmie antropo¬ morfe.
Riguardo al cinto pelvico le loro ossa principali dell'anca e del bacino sono
alte, e strette in basso, e di¬ vengono piatte e larghe in alto terminando in
una cresta iliaca circolare. E ciò che è, pel nostro studio, di massi¬ mo rilievo,
il bacino nella femmina, ad esempio nel Go¬ rilla, non è più largo nò concavo,
in proporzione, di quello dei maschio. Le pareti del ventre si collegano in
modo cosi rotondeggiante — effetto della stazione meno eretta — ed a botte alla
cassa toracica, e alle ossa del bacino, ehe si dilunga assaissimo da quelle
dell’uomo. Da questo breve cenno comparativo tra gli antropo- morfii e l’uomo,
possiamo con certezza affermare che le differenze massime si riscontrano nella
forma e costitu¬ zione della testa e del bacino, e, si aggiunga, del piede.
Riguardo a questo, per le osservazioni altrui e proprie, mi associo alle
conclusioni dell’illustre Ecker. Poiché come caratteri della mano si designò
specialmente l’op- ponibilità del pollice e la lunghezza delle dita, divenute
cosi organo di prensione, e mobilissime; e all’incontro come ^caratteri del
piede la forma arcuata, le dita più brevi, e generalmente inette alla
prensione, si riconoscerà subito che il carattere del piede umano manca alla
parte terminale delle estremità inferiori delle scimmie, somi¬ glianti
piuttosto ad una mano. Secondo il concetto gene¬ rale la parte terminale delle
estremità inferiori delle scim¬ mie, è certamente un piede posteriore, come la
mano del¬ l’uomo, o l’ala del pipistrello resta un piede anteriore. I diversi
rapporti però di forme originali eguali nell’ un caso, producono
fisiologicamente una mano, nell’altro una zampa, od un’ala. Soltanto però
nell’uomo il piede è esclu¬ sivamente di sostegno, solo in lui la mano è organo
di prensione, solo l'uomo ha mano e piede. In oltre nelle estremità pelviche,
come in quelle scapolari, il medesimo dito che si oblitra il primo nella serie
dei mammiferi, di¬ viene, per così dire la principale pietra angolare, come
bene si esprime l’Owen, il grande pollice: e quest’ultimo è più caratteristico
nell’ uomo, della stessa sua mano : poiché le scimmie hanno un pollice mobile
alla mano, ma nessun mammifero offre lo sviluppo del grande pollice del piede:
donde dipende principalmente la posizione eretta e l’incesso dell’ uomo. Perciò
nello schetetro umano la successione delle curve piccole, ma graziose, e la
funzione che esse esercitano di distribuire equamente le scosse e di mantenere
il corpo nella sua posizione verticale, sono state diffusamente spiegate. In
nessuna altra specie le ver¬ tebre craniche non formano un angolo sì forte
sulla corda della curva opposta del collo; nè la curva del sacro e del coccige
é cosi risentita in proporzione del piccolo numero di vertebre. Ma il carattere
più rilevante del nostro sche¬ letro è il grandissimo volume e la modificazione
estrema delle due paia di appendici divergenti, che servono alla locomozione ed
alla prensione. E tenteremo di rintracciarne l’origine e le trasformazioni
progressive dall’antropomorfo a noi ; dall’animale a stazione orizzontale alla
verticale. L' uomo però è siffattamente costruito nel suo corpo, che ove i
nervi motori non lottassero contro la gravità per sostenersi sul suolo eretto,
cadrebbe in avanti. Nella stazione bipede dell’uomo quando posa sopra i due
membri addominali stesi, il femore e la tibia si tro¬ vano sulla stessa linea,
i ginocchi nell’estensione e i due piedi riposano sul suolo, dal tallone alle
estremità dei diti. La linea di gravitazione della testa passa pel foro
occipitale; e quella del tronco, distesa dalla prima ver¬ tebra all' estremità
del sacro, segue l’asse del bacino, o un piano che passando per le articolazioni
coxofemorali, giunge a quelle tibio-astragale. Pure bisogna che i mu¬ scoli
cervicali posteriori sostengano la testa, che tende a cadere in avanti , e che
gli estensori della colonna verte¬ brale ne assicurino la rigidità, ed in fine
gli estensori della gamba il gastrociremico tengano il ginocchio più o meno
teso. Perciò i membri dell’uomo sono meno ben di¬ sposti, al punto di vista
meccanico, che quelli del cavallo e dei quadrupedi in genere: onde la sua
stazione eretta lo affatica quanto un cammino in egual£tempo. E non sembri
fenomeno d’altronde strano o affatto ipo¬ tetico, che 1’ uomo abbia a poco a
poco assunto la posi¬ zione più perfetta verticale relativamente. Imperocché
ab¬ biamo copiosi esempi in quasi tutte le classi dei vertebrati non solo
temporariamente, ma stabilmente in una posi¬ zione più o meno inclinata,
tendente a raggiungere la nostra che è la massima. Già sin dall’epoca mesozoica
marsupiali apparirono, e resti fossili più relativamente recenti di Macropus
major, enorme rispetto all’attuale, si rinvengono non raramente. Tra i Sauri
stessi, in epoche ben più lontane, come testimoniano i loro resti, quale
l’Iguanodonte, avevano stazione frequentemente assai eret¬ ta, come il Canguro.
Tra i grandi Sdentati del Quaternario alcuni, come il colossale Megatario della
Pampa, sovente dovettero erigersi molto verticalmente, sulle estremità pel¬
viche, perchè i grossi e tozzi femori, i corti attacchi al bacino, l’enorme
sviluppo dei piedi, di fronte a tutto l’ap parato delle estremità scapolari, e
la lunga e poderosa coda, certo sostegno nel sostenersi, chiaramente lo testi¬
moniano. E molti uccelli pure fossili e viventi ebbero ed hanno stazione bipede
ed assai eretta. E del resto l’orga¬ nismo intero e le abitudini a quello
rispondente, nei gran¬ di antropomorfi che più si avvicinano al nostro, sono
una prova che i mammiferi possono in parte percorrere l’arco di cerchio dall’
orizzontale al verticale. Quindi nessuna obiezione possibile contro il nostro
supposto, perchè in gran parte egli è già fatto organico avvenuto largamente in
tutti quasi gli ordini dei vertebrati. Ora noi dobbiamo, a compiere questo
saggio, rivolgerci alla scienza embriogenià comparata con riguardo spe¬ ciale
all’ umana, poiché essa ci schiuderà la via a mag¬ gior prove della tesi
nostra, e recherà molta e nuova luce sul progresso fisiopsichico umano. È noto
che in tutta la serie dei vertebrati vivipori a stazione orizzontale, per
necessità 1’ embrione si svolge e matura egualmente in direzione longitudinale;
non premendo quindi sul bacino, e con la testa normalmente rivolta all’ uscita
pel parto. Nel Museo di Storia naturale di Parigi si vede un Ichttioj- sauro
fossile con un piccolo nel suo ventre, la testa ri¬ volta verso l’ano, pronto
ad uscire. Quindi il bacino con le sue modificazioni accessorie nella
progressiva serie vertebrata vivipora, eccetto l’uomo, non forma realmente che
un canale, piuttosto che una tazza o coppa, come ap¬ parisce spiccatamente
nella specie nostra. Ma se noi ora immaginiamo — come avviene di fatto, quando
la gesta¬ zione è affatto tutta intera intrauterina — che un mam¬ mifero
orizzontale a poco a poco s’inalzi a posizione di più in più inclinata verso la
verticale, di necessità nella gestazione, l’embrione in concordanza con lo
spostamento della linea, avanzerà pure in direzione obliqua e con la testa
sempre in basso, sino al completo rovesciamento, premendo cosi via via sempre
più, insieme ai visceri ad¬ dominali, sul pavimento della pelvi. Ed in vero
nella spe¬ cie nostra nasce in presentazione normale di vertice il feto 95,9
volte per cento : 0,6 per cento di faccia, 2,7 pel podige e 0,7 per le spalle.
Onde in tutti i vertebrati — la statistica veterinaria lo prova — compreso
l'uomo, il parto normale avviene pel vertice: appunto perchè in tutti le
condizioni sono quali le denominammo: nell’uomo poi massimamente pel peso
maggiore della testa e del torace di fronte a quello delle altre membra. La
quale cosa pro¬ duce inevitabilmente modificazioni di forma sia nel bacino muliebre,
sia in quella della testa deirembrione. Tale ro¬ vesciamento embrionale del
feto fu cagione nella nostra specie di grandi effetti organici e fisiologici
non solo, ma intellettuali. Siccome lo spostamento di stazione nel feto non
avvenne certo di un salto — Natura nonfaeit saltum — ma a poco a poco, come
esempi ne scorgiamo in parte negli animali che si eressero a stazione vie più
oblique, cosi anche le modificazioni della pelvi, della testa e di molti organi
correlativi, pel massimo motivo della gravità, si attuarono lentamente;
corrispondendo ad ogni grado di obliquità, analoghe trasformazioni del
contenuto e del contenente. Onde il mammifero superiore che nell’ uomo poi si
conchiuse — e non si deve pensare neppure per burla agli antropomorfi viventi —
a poco a poco erigen¬ dosi alla stazione verticale, venne modificandosi generai
mente. L’attuale bacino della donna con le sue parti molli si mostra come
cavità, ripeto, di tazza, largamente aperta in alto dove comunica col grande
bacino e con la cavità addominale. E ciò si verifica non solo per la ispezione
diretta, ma come adoperò l’illustre G. B. Fabbri, prendendo nella cavità della
piccola pelvi modelli in gesso. Onde la sezione saggittale dei bacino normale
in stato di riposo, non che l’esame degli stampi in gesso dimostrano a luce di
sole la perfetta corrispondenza tra la forma della testa fetale, che viene
osservata appena subito il travaglio del parto, e quella della tazza pelvica.
L’asse longitudinale della fessura vulvare è parallelo all'asse della prima
ver¬ tebra sacrale (Carbonelli). Onde l’orientazione della vulva è in rapporto
con la rotazione del sacro. E poiché il sa¬ cro è la base della colonna
vertebrale che sostiene tutto il peso dell’edificio corporeo e dei visceri
addominali, cosi questo fatto spiega l’influsso potente della stazione verti¬
cale sulla orientazione della vulva e delle sue funzioni. Nel bacino quindi in
stato di riposo la rima vulvare tro¬ vasi nella donna in corrispondenza della
parte inferiore della parete anteriore della tazza pelvica. E che il sacro
possa ruotare attorno alle articolazioni sacro iliache pel peso del torace è
provato da numerosi vizii pelvici, che i derivano da questa rotazione, come
venni assicurato an¬ che dall’egregio amico dottor Cioja Antonio, recentemente.
Ora tutte queste modificazioni che avvengono nella sta¬ zione eretta umana sono
per massima parte effetto della gravità esercitata sul feto nella sua posizione
rovesciata, e su tutto il tronco anteriore. Che il feto poi non solo per la sua
posizione orizzontale anteriore, ma pel peso, debba evolgersi con la testa in
basso, ce le dimostra la sua genesi intrauterina. Sin da principio la massa del
corpo del feto é costituita dal capo insieme al collo, a cui si unisce il resto
del tronco, senza quasi le estremità; la sua parte superiore si sviluppa prima
della inferiore in alto nell’utero; cosi le mani prima dei piedi verso i cin¬
que mssi ; le anche meno che le spalle, le gambe meno che le braccia, la testa
relativamente più grossa, il bacino e il piede più piccoli di quelli del
neonato. Nell’ ottava settimana le braccia e le mani sono assai lunghe. E qui a
guisa di parentesi cade in acconcio l’osservazione se¬ guente. Una delle
principali differenze di costituzione mor¬ fologica tra i Primati attuali e
l’uomo, si riscontra nella eccessiva lunghezza delie braccia rispetto alla
brevità degli arti inferiori. Or bene le fasi embriogeniche, come si notò più
sopra, rischiarano con evidenza assoluta la vetusta provenienza nostra da forme
non dissimili dai Primati viventi. Poiché nello svolgersi dell’embrione la
testa, le braccia e le mani sono quelle, non che il to¬ race, che vanno
facendosi le prime: e mentre raggiun¬ gono la relativa perfezione, le parti
inferiori del corpo lentamente si disegnano, e le gambe appariscono in con¬
fronto cortissime : mentre poi ad un dato momento, an¬ che le parti tutte, e le
gambe stesse sollecitamente si ge¬ nerano, assumendo proporzioni che si
approsimano alle ulteriori e normali umane. Tutto ciò significa palesamento che
lo stadio primitivo rappresenta l’epoca ove l’uomo trova vasi nella forma di
Primate ; in seguito, mentre egli si evolse alla presente sua costituzione, gli
altri rimasero alla condizione primitiva, e così continuarono sino a quella dei
viventi. Le cause di quella stasi per gli altrii e del progredire invece dei
nostri progenitori, per ora sono ignote : ma non è ipotesi priva di grande
probabilità il pensare che una principale sia l'elevarsi a stazione sempre più
eretta di una della specie degli antichi antro¬ pomorfi. Ne rintraccierò meglio
la genesi in altro lavoro. Boyd, frattanto e ritornando all'assunto, per 1913
osser¬ vazioni sul peso del cervello di persone di tutte le età, giunse pel
neonato alla media di circa 340 grammi : e per altri il peso risultò anche
maggiore. Kòlliker afferma che il cervello del neonato rispetto alle
circonvoluzioni, ed altre parti, é eguale a quello dell’adulto, raccogliendo
così cospicua massa di sostanza cerebrale. La ossificazione inoltre del cranio
è assai precoce : la parte occipitale è già formata al cominciamento del terzo
mese. Cosi per lo sfenoide anteriore e posteriore, l’etmoide e il rivestimento
in genere di molte altre parti, l’epoca non oltrepassa il terzo e il quarto
mese. Rispetto alla circolazione uterina il sangue misto, passa per tempo tutto
nell’orecchietta si¬ nistra, e si dirige per i grossi tronchi dell’aorta verso
la testa e le estremità superiori : onde in quelle parti meglio si fa la
nutrizione, e più rapida che nelle inferiori : onde in complesso il loro peso
maggiore. A tre mesi e mezzo i nervi motori sono completamente formati. Onde il
Preyer — certamente lungi dalla mia propria interpretazione dei fatti — afferma
che a seconda della posizione del feto nel senso del grande asse longitudinale
dell’utero, è sem¬ pre il peso il massimo fattore della situazione della testa
in basso : perchè è la sua parte più pesante. Sino ad una certa epoca egli può
avere posizioni differenti, anche per l’amnio; ma quindi vié più sviluppato si
porrà sempre e definitivamente con la testa in basso. Anche Duncan con¬ statò
che essa aveva il maggiore peso specifico: confer¬ mato eziandio dalle
esperienze del Veit e di altri : poiché facendo nuotare nell’acqua salata molti
feti freschi, si verificò sempre che la testa scendeva a porsi al di sotto del livello
dell’ ano : e Poppel dimostrò che il centro di gravità dell’embrione è più
prossimo alla testa che all’ano. Sembra poi per misure prese con esattezza, che
Tacere-; V.. scimento in generale assoluto di lunghezza sia più grande nel
quinto e sesto mese, quello relativo nel primo e se¬ condo. Del resto in quanto
il peso della testa costringe il feto a rivolgerla in basso per tempo, tutti
gli embriologi sono d'accordo, e Guzzi, Pasterello, Luzzati, Bertrandi, Hònig,
Schròder ed altri, oltre i già citati. Lazzati asseri¬ sce che fino dai quinto
mese di gravidanza la testa del feto è più pesante un terzo del corpo, e quindi
deve tro¬ varsi in basso. Ed a conforto di ciò, possiamo aggiungere, come prova
della precoce formazione del feto riguardo anche al sistema nervoso, che gli
sperimenti del Preyer, Kussmaul, Hògges, Kurstner ed altri, insieme alle mie
proprie, che i cinque sensi o dànno chiaramente segno d'essere costituiti prima
delia nascita per reazione; o, quando questa manchi, perchè nel neonato umano
li tro¬ viamo realmente formati. Soltanto la sensibilità nell'em¬ brione appare
più tardi, che la motalità . Splendido segno anche questo, che nella
embriogenià si manifestano quasi tutte le fasi della evoluzione organica : in
quanto la mo¬ talità si manifesta la prima non solo nel regno vegetale, ma nel
sarcode più semplice di quello animale. Il rovesciamento dell' embrione nell'
utero — che è, si ricordi, la stazione naturale nell' utero di un mammifero
superiore che assuma la posizione verticale — ci spiega quanto grande ed
efficace sia la gravità nella formazione anatomica del corpo: poiché quasi
tutti gli organi hanno struttura determinata nell'origine della azione meccanica
esercitata sull'individuo daii’alto in basso, quando i suoi tessuti ancor
plastici, come in questo caso ben nota un dotto fisiologo francese, si
modificano a seconda dell’azio¬ ne di forze esteriori. Prova ne sia il
diafragma stesso, che per il peso che preme su di lui assume la forma concava
nel feto, convessa poi neiruomo raddrizzato: ed egualmente la vescicola
biliare, che si vede in forma cadente, per la gravità, dall’alto al basso nel
feto, e viceversa pendere dal basso in alto nell'uomo eretto. E più indietro si
vide già che il corpo umano in fondo è costrutto in modo che per le leggi di
gravità stessa, inclinerebbe sempre la testa in basso, e cadrebbe, se i nervi
motori non lottassero contro quella per sostenersi eretto sul suolo. E rispetto
a questi miei studi da molti anni intrapresi, comecché per necessità abbia di
quando in quando dovuto interromperli, sono importantissimi da considerarsi le
modificazioni che appajono nel bacino infantile mano mano che cresce nel¬
l’adulto: cioè ascendendo dalla posizione orizzontale del neonato, alla seduta
del bambino, all’eretta dell’adulto. I fatti che caratterizzano la forma adulta
del bacino, e che non si scorgono, o quasi, nel bacino del neonato e che non si
possono spiegare per una disposizione origi* naria e per una congenita
direzione di crescita, sono i seguenti : 1° la posizione del Sacro — 2° la
formazione del Promontorio — 3° la forma dello stretto superiore e dello scavo
pelvico. — Questi fatti non sono dovuti allo sviluppo degli organi interpelvici
: ma invece (Miiller) 1° alla posizione eretta — 2° alla locomozione — 3° alla
po¬ sizione seduta. In queste posizioni il peso del corpo gra¬ vita sul sacro
in equilibrio, adoperando il minimo di ten¬ sione muscolare. E si spiegano i
fatti precitati pensando al peso del tronco, che gravita in basso, e allo
sforzo di metterlo in equilibrio sulle articolazioni ileofemorali che lo
sopportano. E cosi si spiega la curva del sacro, e la rotazione lenta del sacro
stesso, e con la rotazione del sacro la forma della tazza pelvica. Il sacro è
spinto in basso come un cuneo tra le due ossa iliache, ed è spinto pure in
avanti , e la forza unica suddetta si divide neces¬ sariamente nelle due
citate, poiché il sacro non può de¬ viare dalla direzione impressagli dalla
forza. Il sacro se¬ guita cosi a poco a poco a fissarsi in basso, ed il peso è
risentito in seguito solo dalla sua parte superiore; e allora di necessità il
promontorio si abbassa, come lo troviamo poi nell’ adulto. Da questa rotazione
del sacro ne trae vantaggio la forma dello scavo, perché in basso invece
l’azione dei ligamenti sacroischiatici, ecc., tira la punta del sacro in avanti
; e quindi il pavimento della tazza non si allarga. Come antagonista dei
ligamenti sa- croischiatìci v’è l’azione del muscolo estensore del dorso, che
dà al rachide la dovuta fissità necessaria per l’equi- librio in stazione
eretta, e quindi tende a tirare in addie¬ tro l’estremo inferiore del sacro.
Quindi si può affermare che il peso del tronco è quello che nella stazione
eretta produce l’abbassamento del promontorio; che diminuisce la forma ad
imbuto originale del bacino, e fa permutare i diametri trasversi del bacino
stesso mano mano che passa dalla condizione infantile a quella adulta. Ora da
tutto ciò che siamo venuti in questo breve sag¬ gio accennando, panni resulti
assai chiaramente — e gli studi posteriori intrapresi in questa direzione
potranno con più copiosi fatti testimoniarlo — che nella organiz¬ zazione e sue
funzioni attuali della specie umana a sta¬ zione eretta, nei due sessi, si scorge
la prova lampante morfologica della provenienza sua da un mammifero a stazione
orizzontale. La forma attuale di tutto l'endosche- letro e dei visceri, e le
modificazioni loro per contiguità reciproca, sono dovuti al lento inalzamento
del corpo ; massima causa quindi la gravità. Se gli organi sono in entrambi
nella essenza loro identici, salvo la disposizione longitudinale, e nella
stazione eretta assumeva quella for¬ ma esatta, che in virtù della gravità
dovevano indi assu¬ mere, nessun dubbio può nascere sulla realtà di questo
processo morfologico; onde la dottrina dello svolgimento specifico zoologico
ebbe una prova che per l’innanzi al¬ cuno indicò, nò da alcuno si sospettava. E
se gli studiosi di anatomia e fisiologia comparata vorranno darsi a que¬ sta
ricerca, avranno certo dinnanzi uno splendido campo da percorrere, e
conseguiranno resultati scientifici nuovi e fecondi. Cosi mentre anche nel
maschio il bacino per la nuova stazione eretta doveva modificarsi pel peso di
tutti i visceri addominali e toracici, nella donna il' cambia¬ mento diveniva
ancor più grande, poiché al peso di quelli, si aggiungeva poi quello dell’utero
con le sue appendici in tempo di gravidanza, insieme all’ altro non lieve del
feto stesso. Ma qui, come si accennò, non termina l’effi¬ cacia della nuova
stazione : altra e più importante se ne riscontra. Ed in vero se il peso di
tutti gli organi superiori e del feto stesso ampliava, rotondeggiandolo, il ba¬
cino ; questo a sua volta e a poco a poco nell’ascendere i gradi, durante la
gestazione, da stazione orizzontale a verti¬ cale, assumeva in basso la forma
della testa dell’embrione che si svolgeva, divenendo cioè più pesante. Fu un
reci¬ proco influsso di efficacie. Ma la posizione inoltre rove¬ sciata
dell’utero per meccanica necessità e per convenienza di funzioni, recava in
basso un più grande afflusso di materia cerebrale e di sangue, onde maggiore la
nutri¬ zione, e cosi si allargava la piccola pelvi, e la capacità cranica
insieme. La conseguenza di questo importantis¬ simo fatto morfologico è chiara
e immediata : la testa umana prese forma più rotonda ed ovale e si ampliò: e
quindi con la più grande quantità di sostanza cerebrale, crebbero le condizioni
per una più potente e alacre in¬ telligenza. Per ciò con la prova morfologica
di fatto del lento inalzamento della stazione umana, or si ebbe, se non mi
inganno, la desiderata testimonianza della prove¬ nienza reale umana da un
mammifero superiore, ma in¬ sieme, per le modificazioni morfologiche
inevitabili, delle nuove e più potenti condizioni della nostra intelligenza. E
ben dice l’illustre amico mio Enrico Morselli che oramai esce dalla sfera delle
semplici ipotesi l’idea del monofde- teismo dei mammiferi, poiché tutta questa
classe, dal monotremo al Primate, costituisce un gruppo strettamente omogeneo
di animali, i cui vincoli unitari di sovente si appalesano attraverso a tutte
le particolari specificazioni adattative della loro forma più generica e
primordiale. A queste prove panni ora doversi aggiungere ciò che rac¬ colsi
dalle mie ricerche personali ; in ogni modo non mi sembravano indegne deli’
attenzione degli scienziati. La forma attuale della colonna vertebrale ad S
doppio nel¬ l'uomo, è necessario effetto della stazione verticale stessa,
perchè fosse meccanicamente possibile, ed a poco a poco si attuò. Se noi,
infatti, costringiamo qualche animale alla posizione eretta, noteremo che l’asse
spinale prende, per forza, e in parte, e tende a prendere la forma di quella
umana. E non solo queste incurvature alternanti sono l’effetto della stazione
verticale, dato da prima Y animale orizzontale, ma tali bisogna che si
plasmino, per l’equi¬ librio del corpo, il centro e la linea di gravità.
Certamente sarebbe follia tentare di rinvenire il nostro, od i nostri
progenitori immediati negli antropomorfi attuali : ogni mediocre cultore nelle
scienze organiche lo comprende; per ora riesce impossibile indicarlo, comecché
ultima¬ mente qualche cenno fossile di rami antropomorfici più affini all’uomo
si siano avuti. D’altra parte l’illustre Carlo Ameghino, tra tanti tesori
paleontologici, scopri anche nella Patagonia e nella fauna media dell’Eocene,
quattro generi di scimmie fossili : uno dei quali chiamò Homun¬ culus
Patagonius , paragonabile anche per giudizio del chiaro suo fratello F.
Ameghino al genere Cebus : sin d’allora quindi di caratteri molto elevati. E
poiché se ne potè distinguere quattro generi, è segno che sin da quella epoca
remotissima essi erano relativamente molto abbon¬ danti. È molto probabile che
uno dei quattro che più tendeva a progredire nel senso antropomorfo,
distinguendosi per caratteri morfologici, e per necessità di altre cause, dagli
altri, siasi evolto lungo le età, sino a conchiudersi nella forma umana. Se
tutti gli anelli non si rinvengono non è motivo scientifico per negarli. Il
principiante in Paleon¬ tologia sa che molte e molte volte le affermazioni,
anche dei più grandi, come dello stesso Guvier, vennero smentite dai fatti
posteriori. La Paleontologia — parrà paradosso enorme — è ancora ai suoi primordi.
Del resto, e lo pro¬ verò in altro mio lavoro, è impossibile rinvenire l’ultima
o la penultima forma dei nostri progenitori. A sostegno eli cjuesta mia
elottrina veggasi un pregevole riassunto intorno agli influssi della gravità
sulla forma, sui movimenti, sulle tras¬ formazioni, sulla trasmissione stessa
della irritabilità dei vegetali, nel libro di J. Costantin, Les végètaux et les
milieux cosmiques, Paris, 1898. {Nota aggiunta a questo mio saggio. ESPLICAZIONE
PROGRESSIVA DELLA SCIENZA SPERIMENTALE. Nei corsi che io mi propongo tenere in
questo anno, Puno versante sulle ricerche delle condizioni fisiologiche di
quelPatto che popolarmente, ed anche scolasticamente suol dirsi riflessione ;
l’altro intorno alle leggi intime che governano i fati dell’ uomo associato
nelle diverse forme di convivenza, mi è d'uopo addentrarmi nelle intrinseche
cause che rendono possibili quei fatti cospicui, ne rivelano la prodigiosa
virtù, e ne additano 1' ulteriore processo e indirizzo. Onde attenendomi sempre
al metodo osservato e sperimentale — che è il solo scientifico — per nativa
necessità è mestieri che io conformi il modo delle mie ri¬ cerche all' indole
attuale, ed all’ ultima forma a cosi dire logicale, ed ai risultati odierni,
delle scienze della natura. A chiarire quindi quali sieno e quelle e questi,
scelsi ap¬ punto per tema del presente discorso l ’Esplicazione della scienza
sperimentale. Un rapido, ma profondo, sguardo sulle origini e storica
evoluzione della cognizione, e della scienza umana, porrà in luce il loco ove
intellettualmente or si pervenne; e quali le cause che governarono questo
magnifico e stupendo fatto del sapere e della civiltà delle genti. La
cognizione e la scienza nei loro aspetti di evolgi- Digitized by AjOOQle - 232
- mento mitico, speculativo e sperimentale — che non devono confondersi con i
tre stati del Comte — hanno necessarii modi di sorgere, procedere, trasformarsi
e perfezionarsi : e noi dobbiamo argomentarci di rinvenire le ragioni evi¬
denti di queste forme intellettuali successive: e notare di ciascuna la ciclica
operosità; l’esaurimento in taluna che — si badi non* fu annientamento, ma
trasformazione naturale, a seconda del generale esercizio delle forze psi¬
cofìsiche umane nell’universale coordinamento delle cose tutte quante. Dinanzi
all’ uomo — poiché di questi più specialmente or si discorre — ed alla sua
congenita apprensiva, sta la immane e svariatissima sintesi dell’universo : la
quale a sua volta si compone della vastissima tela di sintesi spe¬ ciali, che
quasi gerarchicamente si aggruppano in varii drappelli nella distesa dello
spazio e nella successione del tempo. E l’uomo, o signori, è, se mi permettete
questa espressione, un centro individuato di forza recettiva ed at¬ tiva, ove
da ogni parte irrompono e si radunano gl’inde¬ finiti influssi delle cose e
delle forze del mondo: fòco quindi alle medesime, e reazione a sua volta su
quelle: poiché la cognizione, primitivamente sensata, si trasforma in isti—
molo di lavoro. Ora l’apprensione immediata della grande sintesi e delle minori
che la integrano é necessariamente confusa, indi- gesta, indistinta : ed è come
la materia preposta alla no¬ tizia: che deve quindi, perchè notizia sia,
dirompersi nei suoi propri elementi. Onde la primordiale e congenita necessità
dell’ analisi — ed i vari sensi già nell’ animale, son già, nel loro esercizio
di fronte alla cosa, un’ analisi. La notizia, mera sensata infatti, come quella
intellettiva o concetto, come la scienza poi ordinata, sia speculativa, sia
sperimentale, procedono sempre da un intuito com¬ plessivo del fenomeno o del
fatto, agli elementi che lo co¬ stituiscono, e alle condizioni intrinseche ed
estrinseche che lo rendono possibile. Io già in altri lavori tracciai la via
dalle origini allo svolgimento ulteriore della notizia umana: da principio identica
in sè in modo assoluto a quella animale. Neiratto stesso primitivo e il più
semplice (perla cognizione) della sensazione, individuata subito in una
percezione di feno¬ meni interni, od esterni, rinvenni la fonte principale —
più oltre non è dato trascorrere — e la condizione assoluta del Mito e del
Sapere — dichiarando cosi poi le leggi del lento evolgersi del Mito stesso, che
scienza diviene via via che la mente spersonifìca ciò che da prima per
necessità psicofisica, e quindi affatto animale, aveva personificato nel mondo
dei fenomeni fisici, intellettuali e morali. La legge di questo splendido
procedimento, che io formulai, è, parmi, ormai acquisita alla scienza. Or bene,
come v’hanno forme necessarie nella esplica¬ zione intrinseca ed intellettuale
dei mito, cosi in quella della speculazione, della scienza osservativa e
sperimen¬ tale, che logicamente le succede. Ed invero l’intelletto nel suo
nativo discorso progressivo comincia dal Mito, indi procede alla speculazione,
e per ultimo allo sperimento : se ultimo dir si possa per la scienza avvenire.
Nella co¬ gnizione primitiva e posteriore anche delle tre forme, ove essa si
effettuò col proprio carattere, le sintesi, insieme confuse d’intuizioni
sensate, o di concetti, si dirompono e si sparpagliano in una molteplicità di
elementi, che indi appurati a parte, per legge ingenita della mente, devono di
nuovo ridursi ad unità, ad una sintesi intesa ora nei suoi componenti, e nella
sua genesi quindi reale o sup¬ posta. Così nel Mito si ebbe un indefinito
cumulo di po¬ tenze individuali che a poco a poco però, l’una nell’altra
immedesimandosi e disponentisi a gerarchia, si giunse ove completamente,
secondo razze e mentalità, ad una specie di sovranità superiore, ad una effìgie
od abbozzo di mo¬ noteismo: onde in questo procedimento l’unità del sistema e
la sua genesi sono posteriori, ed in essa si conchiudono sfumandosi: e se
l’ingegno della stirpe od un precoce sa¬ pere lo concedono, quasi
incoscientemente si trasformano in interpretazione speculativa del mondo, e
delle sue ori¬ gini. Cosi avvenne in Grecia ed altrove: ove anche nelle più
audaci ipotesi naturalistiche o idealistiche, traspare il Digitized by Google -
234 - non lontano influsso del Mito primitivo. Ma nei sistemi, nei quali tra
molte osservazioni positive prevale l’archi- tettonica speculativa, si
trascende subito all'unità sostan¬ ziale e alla genesi delle cose,
comprovandola con la mol¬ teplicità dei fenomeni, in cui si spezza e trasforma.
Tali furono le filosofìe primitive Joniche e Eleatiche: fatto questo, che — a
norma dell' esercizio nativo della intelli¬ genza e secondo i canoni della
morfologia storica gene¬ rale — arguisce che innanzi ai sistemi di quelle età
che ci furono tramandati, (porsero secoli di meditazioni, di tentativi, di
concetti i quali a noi non pervennero: prepa¬ razioni però necessarie alle
speculazioni Joniche, Eleatiche e Pitagoriche. Ed infatti, se noi consideriamo
le filosofìe più antiche Joniche o Eleatiche, ove prevale o l’interpretazione
fìsica del mondo o quella ideale, appare con evidenza come i concetti di
Talete, Anassimene, Anassimandro, Eraclito, Anassagora e quelli di Senofane e
Parmenide derivassero da una semplificazione e depurazione di personificazioni
mitiche anteriori del mondo esterno ed interno: e, come il tipo antropomorfico,
ne fosse il piu razionale organiz¬ zatore. Il principio umido di Talete non è
spoglio di mi¬ tica virtù, e s'intrecciò con altre speculazioni Vediche,
Iraniche, Egizie e Caldaiche. In Egitto il Nu era l'infinito e primitivo oceano,
germe di tutte le cose: e tali i pri¬ mordiali elementi turanici e semitici
della Caldea. Anas¬ simandro si figurava il mondo come cilindro galleggiante
nell’etere, circondato da sfere stellate: ed il Noo di Anas¬ sagora non era che
l’intelletto umano obiettivato e artefice dell’universo, che in seguito generò
la dottrina noocentrica. D’altra parte Parmenide e gli Eleati identificando
Essere e Pensiero , riducevano il mondo spiritualmente all’identilà del
pensiero nostro e divino; che è una esagerazione del Noo antropomorfico di
Anassagora. E così via via degli altri tutti non escluso, come dottrina
speculativa, il Pita¬ gorismo. In conclusione si rinviene in tutti, unita ad
una profonda comprensione intellettuale o matematica del mondo, una fìsica e cosmogonia
infantile, fantastica e senza valore scientifico. Digitized by L^ooQle Così di
speculazione in speculazione si procedette lungo i secoli posteriori, sino al
rinnovamento della scienza con i metodi induttivi e sperimentali. Certamente
apparirono in questo lungo decorso di età, la dottrina atomistica di Leucippo,
Democrito ed Epicuro, che dié vita ad un con¬ cetto meccanico e materialistico
del mondo: ma aneli'essi si conformarono meglio — nè altro allora potevano — ad
un processo speculativo che ad un metodo conscio speri- rimentale: e nei loro
sistemi infatti, per quello che ne fu tramandato, si agitavano fantasmi e
potenze ancor mitiche. Si ebbe pure la riforma di Socrate, che in certa guisa
psicologicamente fu il Cartesio dell’ antichità in filosofìa, anche per la
figliolanza analoga di sistemi che generò : ri¬ forma che più spiccatamente
scolpì ad alto rilievo la per¬ sonalità umana sulla natura. Ma in Platone di
nuovo si speculò l’universo secondo l’orcljetipo della mente umana. E se
Aristotile, il più grande di tutti come osservatore, aumentò l’Enciclopedia dei
suoi tempi e sovente, non sempre, adoperò il metodo induttivo: so dichiarò
consi¬ stere la realtà nel concreto e nei fatti: se classificò gli animali più
conforme alla verità, e ne subodorò lo studio e genesi comparativa: se affermò
l’origine della cognizione dal senso, creò la logica teorica, e preparò
l’emancipa¬ zione del pensiero; egli poi cadde speculativamente, onde rendere
saldo il suo concetto del mondo, nell’antropomor¬ fismo assoluto e non solo
mantenne, ma perfezionò l’idea geocentrica e noocentrica dell'universo. Una più
fulgida luce sfavillò nella Scuola di Alessandria, e tale, che se le condizioni
delle menti in genere, e quelle religioso civili del mondo fossero state proporzionate
a quel grande moto intellettuale, la riforma della scienza, e il suo metodo
definitivo di ricerche calcolatrici e speri¬ mentali, sarebbero incominciati
molti e molti secoli in¬ nanzi l’epoca nostra. In Alessandria, per la
munificenza dei Tolomei, per l’ardore dei maestri e dei discepoli, il pensiero
greco ebbe splendido compimento in ispecie nelle dottrine matematiche e
fisiche. E tale avanzamento scien¬ tifico non avvenne solo in Alessandria, ma
in tutto il campo ellenico contemporaneo. Nella grammatica Aristarco di
Samotracia, nella storia Polibio, Euclide nella geometria, Archimede — il
Galileo dell’Antichità — nella statica, nella meccanica, nei calcoli; Ipparco
nell’astronomia; Erofilo ed Eristrato nella anatomia; Eratostene e Tolomeo
nell’astro¬ nomia, storia, geografìa, cosmologia. In questa scuola la Sfericità
della terra, i Poli, l’Asse, l’Equatore, i Circoli artici ed antartici, i punti
Equinoziali, i Solstizi, l’Inegua¬ lità dei climi, il Meccanismo delle fasi
lunari erano noti. Ma, nonostante queste stupende nozioni, l’anima del pen¬
siero, e l’intuizione generale del mondo rimasero le me¬ desime. La
disposizione geocentrica dell' universo — pre¬ cipua , massima causa di tutti
gli errori in tutte le disci¬ pline — fu anzi rafforzata da tali copiose
ricerche, e l’uomo e la sua mente rimasero ancora il modello e il centro del
mondo fìsico e intellettuale. E per questo appunto e per gl’influssi facili
indi, orientali morbosi, degenerò da per tutto la scienza e cadde in mitiche
orgie, che ottenebra¬ rono di nuovo affatto le menti. Contemporaneamente
frattanto nella speculazione, da prima in splendida forma, poi in quisquilie
scolastiche e barbare, signoreggiava il realismo ideale e fervido di Pla¬ tone:
che associato, come avvenne, al Cristianesimo pel tramite del quarto Evangelio,
e per la tendenza ideale della scuola paoliniana, e per la robusta ed alta
intelli¬ genza dei Padri, signoreggiava ancor oggi le menti come sistema
filosofico, come genesi delle cose, come ordine cosmico, imitativo del Noo
infinito e divino. Onde un si¬ stema antico unito alle idee cristiane o dei
Padri, alle dottrine ibride poi aristoteliche, ed agli influssi alessan¬ drini,
e ad elementi varii nostrani e stranieri del medio evo, si conchiuse in una
filosofìa e cosmologia, che nel fondo non si disformava dagli antichi concetti;
e ne abbiamo — trasformato poeticamente dal genio — una sfolgorante immagine
nel più antico e più grande di tutti i poemi moderni. L’universo quindi
s’immaginava finito, la terra nel centro: pianeti, stelle, cieli le giravano
intorno, creati per l’uomo, scopo unico e precipuo di tutte le cose. Entro
questo si¬ stema di circoli, meta agli influssi di tutte le sfere supe¬ riori e
di tutti i fini secondarii graduati, pensati ed eser¬ citati con arte identica
alla nostra l’uomo viveva centro del centro stesso deirunivcrso: onde la
scienza si riassu¬ meva nel concetto distinto di questo sfero limitato, mosso e
animato dalla virtù divina, che in sè lo comprendeva, dimorante idealmente al
di sopra dell’ultimo cielo in una gloria di luce e di armonie. Come erano gradi,
sfere e cieli, via via più alti e più puri mano mano che. ruotava- vano più
vicini all’ Empireo, cosi in ordine gerarchico le idee s’ingradavano
armoniosamente, ed erano forme spi¬ rituali delle cose materiali : ed
astronomicamente potenze intellettuali che governavano, immortali, i moti ed i
fini dei cieli medesimi e di ogni creatura da essi dipendenti. Architettura
perfetta, solida e ben definita di un edifìzio fìsico e ideale, ove l’uomo
rimaneva, prediletto inquilino, chiuso e sospeso; e per magistero intellettivo
guasto da primitiva colpa, ignorante: onde solo una guida sacra e infallibile
poteva indicargli i modi e le vie del sapere e della virtù, e sollevarlo cosi
alla nozione del vero e del bene, di cui questo universo era ombra ed emblema :
in modo che religione e scienza integralmente s’identifi¬ cavano. Cosi T uomo,
o signori, per ingenuo orgoglio e nativa necessità della mente, obicttivando sè
stesso spiritualmente e corporalmente nel mondo, e modellando questo alla sua
immagine psicofìsica, a poco a poco argomentandosi di conoscere, spiegare e
intellettualmente costruire E universo, senza addarsene, fabbricò una splendida
e magnifica pri¬ gione a sè stesso, ove l’intelligenza si serrava tra claustri
propri adamantini, chiusa miseramente la nozione e la visione della realtà
delle cose! 11 concetto geocentrico im¬ prigionava per sempre la terra entro
sfere eterne : e quello antropocentrico doppiamente incatenava l’intelletto per
entro la terra e lo sfero che lo circondava. Formidabile, profonda, funesta
schiavitù, o signori, che avrebbe in per¬ petuo reso impossibile V avvento
della vera scienza, e la cosmologia generale e la reale comprensione d’ogni
feno¬ meno, se gagliardia di ingegni e audacia di ricerche e liberi pensamenti
non avessero infrante le catene e abbat¬ tute le mitiche mura del carcere
miserando, a spaziare per aere più intellettualmente spirabile. Occorrevano per
la emancipazione scientifica delle menti nuoce terre e nuoci cieli; e il
miracolo si effettuò a prò del vero e della dignità del pensiero. Ed io vorrei
che meco tutti foste ben persuasi che la cagione principalissima, anzi la sola
potente, che si lun¬ gamente ritardò la rivelazione della realtà e la costitu¬
zione quindi della scienza in tutti i suoi rami ed aspetti, fu il concetto
geocentrico e perciò antropocentrico. Le parti s’informano dell* indole e della
natura del tutto, che compongono: ed è impossibile giungere la schietta realtà
di quelle, se il concetto del tutto è falso ed erroneo. E quindi come riuscire
alla nozione reale meccanica, fìsica, chimica e via discorrendo, dei molteplici
e svariatissimi fenomeni, moti, elementi della composizione e scomposi¬ zione
dei prodotti nel mondo, se questo è architettato in modo si falso nel suo
insieme , e disposto in modo si con¬ trario al vero e con una cosmologia
fantastica e specula¬ tiva arbitraria? Per entro questo immaginoso e
artifizioso universo a quando a quando, è vero, scorsero, per fortunata libertà
di pensiero, uomini insigni e scuole poderose che attin¬ sero e raggiunsero
nella meccanica e nelle fìsiche e astronomiche ricerche, splendide verità: ma
presto anche scomparvero dalla memoria delle generazioni successive: nè le
scoperte, in genere, ebbero continua e sempre più vasta figliazione; a
perfezionare il metodo scientifico, a scorgere piena la realtà delle cose ed
acquistare neces¬ sità di perpetua germinazione, si opponeva tenace il concetto
cosmologico. Finché quello geocentrico e an¬ tropocentrico non fosse vinto e
per sempre distrutto, vano era sperare che V umanità s’incamminasse sicura per
una via di vittorie senza limite e sempre più mera¬ vigliose. Digitized by
LjOOQ le - 239 - La gloriosa e feconda emancipazione della natura, del¬ l’uomo
e della scienza, avvenne, e noi possiamo indicare la data augusta ove si compì
e la mossa donde l’ingegno intraprese il suo corso trionfale. Nel 1543 vide la
luce il libro De Orbium coelestium revolutionìbus di Copernico. Fu questo, che
rivelando la reale natura, salvò la terra e il pensiero. Ecco subito, infatti,
che il Mito geocentrico, che creava quasi gioco artifìzioso l’universo, in cui
l’uomo era apice e fine di tutti i moti e delle sfere: il sistema mi¬ ticamente
ideale noocentrico — obiettivazione ingenua dell’intelligenza umana — che lo
anima e glorificava, cad¬ dero sfasciati e rotti in perpetuo dalla nuova virtù
della scienza: onde l’era sua attuale e la certezza della vita pe¬ renne.
L’alba novella già si presentiva, e si appressava per molti segni l’occaso del
mitico concetto del mondo. Tentativi di riforma scientifica qua e là erano
sorti. Ni¬ cola d’Autrecourt insegna a Parigi, nel 1348, che in natura non
havvi che materia e movimento, composizione e scom¬ posizione di atomi, e
doversi bandire Aristotile e Averrois. Più spiccato brilla il conato
emancipatore in Luigi Vivés; e più tardi appare il miracoloso ingegno di
Leonardo da Vinci che espone, con determinazione affatto scientifica, regole
del metodo sperimentale ed apre la via a quasi tutte le discipline positive.
Con essi poi una plejade lumi¬ nosa di liberi spiriti che preparano l’epoca
nuova quasi in tutte le nazioni civili, nella meccanica, nei calcoli, nella fisica,
nelle scienze organiche. La pienezza dei tempi era giunta, la preparazione
matura gli strumenti di calcoli e di osservazione in parte trovati, e quindi
alla voce del nuovo apostolo della scienza non poteva oramai non ri¬ spondere
il mondo degli intelletti. Con Klepero, Galileo, Newton, Torricelli ed altri la
scienza emigrò dalle scuole tradizionali, ascendendo anche in tutto il regno
organico alle nozioni di Legge: e col Colombo, il Cook, il Gomez, il Ricci, il
Magellano ed altri si ebbe una splendida con¬ ferma della realtà delle nuove
dottrine comprovate dal fatto ; e rese quindi, per induzioni e osservazioni,
identiche in tutta la distesa dei firmamenti. La nuova affermazione di
Copernico fu il risultato di 34 anni di studi, di osservazioni, di calcoli, e
se pose per un resto di speculazione aprioristica, perfettamente circolari le
orbite dei pianeti, vinse però tutti i pregiudizi scientifici de’ suoi predecessori:
e con chiarezza ed evi¬ denza espose la sua interpretazione del mondo. E che il
suo intelletto trascendesse anche i limiti della sua stessa dottrina, n’è
testimonio questo fatto: egli osservò che se il senso della vista potesse mai
esser reso bastantemente acato, si vedrebbero fasi in Mercurio ed in Venere.
Ciò fu detto assai prima del 1543! L’uomo si trovò quindi per lui di fronte ad
un cosmo nuovo, e, se non ben definito ancora e corretto nei parti¬ colari e
nelle leggi, traeva di necessità però le menti a considerare gli elementi
integrali di questa nuova sintesi celeste sotto altro punto di vista: e nella
guisa che il centro ed i centri venivano spostati e moltiplicati senza fine,
non più intelligibili apparivano i componenti e gli elementi dei corpi celesti.
Onde la necessità di una universale re¬ visione, di un novello e universale
studio dei fenomeni tutti quanti e delle loro leggi. E si badi che mentre nelle
antiche filosofie e antiche interpretazioni speculative del mondo, s’iniziava e
s’inizia l’edifizio da un principio ge¬ neratore, o dai primi elementi —
creduti tali — delle cose, nella nuova interpretazione scientifica si
procedette in genere, o si procede al contrario: poiché dallo studio e dalla
nozione ben chiara dell’ossatura, a dir cosi, dal si¬ stema si scende via via
agli elementi che lo compongono ed anche lo generano! Tale fu il metodo per
l’astronomia, tale quello di tutte le scienze naturali dopo il rinnova¬ mento
del sapere. A chiarire un tale procedimento basti considerare il progresso
scientifico soltanto dell’anatomia generale. Galieno distingueva due grandi
classi nei corpi nostri, le dissimilari e le similari; e ciò durò per tutto
l’evo medio. Nel 1400 si procede più oltre. Mundini, Vesale, Eustachio,
Folloppio ed altri, distinguono già negli organi le ossa, le cartilagini, i
grassi, le corna, i nervi, i ligamenti, i peli, la pelle, ecc.: cioè materie
semplici e complesse . Nel 1700 Malpighi e Leuwenhoeck ed altri imprendono
l’anatomia microscopica, che rese più pro¬ fonda la decomposizione delle parti
dell’ organismo e più finamente le distinse. Nel 1800 sorgono Morgagni e Lie-
berkuhn che perfezionarono l’anatomia microscopica : e alla fine di quel secolo
Haller pubblicava gli Elementa corporis hvmani , ove brilla l’idea feconda che
cioè le energie e manifestazioni vitali devono riporsi nelle più piccole parti
del corpo umano, luogo delle cause produt¬ trici. Infine, al principio di
questo secolo appare Bichat, il vero fondatore deH'anatomia generale. Egli
scoperse o meglio determinò i tessuti organici, e ne distinse 21. Il progresso
della scienza modificò questo numero : ma il nuovo principio fondamentale rimase;
che, cioè, le pro¬ prietà di ciascun tessuto sono costanti : ed in ciascuno è
posto un fenomeno vitale : onde ogni funzione, ogni virtù vitale è dovuta alla
specialità di ogni singolo tessuto. Ri¬ velazione analoga a quella (tanto il
procedimento della nuova scienza fu identico in tutto) che Lavoisier fece,
qualche anno innanzi, nello studio analitico dei corpi inor¬ ganici. Infatti
quei tessuti non erano più organi, ma parti loro elementari, spieganti le
funzioni e la costituzione in¬ tima dei corpi viventi ; come i corpi semplici
della nuova chimica, spiegavano i fenomeni e la combinazione di quelli
inaminati. Questa dottrina venne in seguito perfe¬ zionata per altri
scienziati, tra cui il Walter, Meckel, Me- yer, ecc., e da Meyer stesso ebbe
nome, nel 1849, d 'istologia, che ha mantenuto. Nè qui si arrestò il progresso
dal tutto alle sue unità, a norma delle necessità della nuova scienza. Nel 1833
incominciò il periodo dell’ Istogenesi, altro passo verso l’intima costituzione
dei corpi organici e Yinterio¬ rità, a così dire, dei loro elementi. Imperocché
la logica della realtà fece comprendere che i tessuti non potevano valere come
elemento primo e quindi il bisogno di rinve¬ nirlo. Krause già dal 1833
sosteneva che tutti i tessuti erano trasformazioni di quello, già noto,
cellulare. Dutro- chet e Mirbel dilucidano poi questo concetto maggior¬ mente;
ed il primo per osservazioni e sperimento formula V. 16 questa legge : la
cellula conserva la propria attività vitale finché le sue pareti rimangono
solide e fluido il contenuto. Brown scopre il nucleo della cellula ; Schultz
assimila i globuli sanguigni alla cellula; e nel 1838 Wagner para¬ gona Tovo ad
una cellula. Nel 1839 appariscono Schleiden c Sclnvan che vanno più innanzi ed
affermano con espe¬ rienze essere la cellula in universale 1’ elemento d’ogni
organismo sia vegetale che animale: ogni tessuto evol- gendosi per
differenziazione della cellula. Quindi un’èra nuova per la Istologia. E la
cellula poi si semplificò nel cistode e nel plastide : e questo nella
fondamentale sua materia vivente, che. a sua volta si constatò composta di
elementi complicatissimi. Cosi si procedette, ma scientifi¬ camente, dalla
forma complessiva all’organo, da questo all’apparato, al tessuto ed al loro
elemento comune primi¬ tivo, ed alle funzioni proprie a ciascuno. Né altro modo
tennero tutte le altre discipline. In chimica dal flogistico — ancora mitica
sostanza alchimica — di Sthal, si venne al dualismo di Lavoisier ed alle leggi
delle combinazioni degli elementi semplici : alla costituzione della materia di
Dalton, conseguenza della gran legge di attrazione gene¬ rale, ed al peso degli
atomi : onde poi la scoperta delle pressioni sui gas di Gay-Lussac, ed alla
teorica moleco¬ lare di Avogadro alle profonde innovazioni di Devy, al-
l’isomorfismo di Mitscherlich, alle ricerche magistrali di chimica organica del
Liebig e Schaebein, ed e quelle cri¬ tiche del Kekule. 11 dualismo poi di
Lavoisier — per la logica concreta della scienza — diè luogo alle costituzioni
ed ai tipi per Dumas, Lorient, Gerhardt, e alla dottrina generale per ultimo
HeW atomicità. Questo processo a così dire di riduzione proprio a tutte le
scienze, avvenne quando apparve la reale dottrina delle forme e dei moti
celesti di Copernico, perfezionata poi dagli astronomi, verificata e corretta
dalle tre immortali leggi del Klepero nei suoi fa¬ ticosi studi sull’orbita di
Marte : leggi che, comprovate dagli sperimenti, dalle [ricerche meccaniche, dai
nuovi strumenti, dalle stupende scoperte di Galileo, furono la condizione di
quella meravigliosa meccanica che governa T universo, esposta dal Newton, al
quale dié ala anche ad altezze intentate il calcolo delle flussioni da lui,
simulta¬ neamente al Leibnitz, trovato; e già preparato dal Keplero, Cavalieri
e Fermat. Per tutto questo immane cumulo di trovati e di leggi scoperte in ogni
ramo di scienza, or più accuratamente ancora indagando i moti, le forme,
l’avvicendarsi, il dis¬ correre nello spazio e nel tempo d’ogni fenomeno, si
apri¬ rono nuovi orizzonti di ricerche : poi si avverti che ogni fenomeno ed
ogni legge si modificano nell’aspetto e nei resultati per l’attrito reciproco
di tutti, su tutti : onde non è possibile una morfologia statica e rigidamente
costante di moti e di composti. Procedendo ora nelle ricerche, in qualunque
campo del sapere, con osservazioni, per quanto è possibile, esatte e minute,
con esperimenti e strumenti delicatissimi insieme e potenti, con la riprova
dell’analisi calcolatrice perfezionata, non può e non potè sfuggire al¬
l’indagatore ogni benché minimo aspetto, variabilità e modificazione dei fatti
e delle leggi — in sè assolute, ma nella loro attuazione sovente deformandosi —
che ci go¬ vernano: non potè più sfuggire la trasformazione inde¬ finita della
materia nelle sue naturali o artificiali combi¬ nazioni, e delle forze che vi
si rivelano, l’agitano e quasi la fecondano: come avviene, a modo di esempio,
dei com¬ posti inorganici o organici, della luce, dell’elettricità e via
dicendo: le quali ogni giorno rivelano nuovi aspetti e nuove virtù in tutti gli
ordini dei fenomeni. La quale cosa se allarga sempre più l’orizzonte delle
attività ed energie somatiche e dinamiche, ci costringe d’altra parte a ben
definire tutti e singoli i fenomeni, i minimi più che i massimi, a spiare ogni
loro parvenza, onde non venire ingannati per la varietà di forme che assumono
nei loro reciproci e universali influssi. Nè devesi dimenticare que¬ sto — che
è portato massimo della scienza moderna — e della nuova morfologia generale,
cioè, che nei recenti composti, nelle continue trasformazioni della materia inor¬
ganica e organica non solo, ma nelle attività dinamiche stesse, non tutto
subito e integralmente si rinnova e muta nella forma del nuovo stato: ma invece
parti ed elementi delle anteriori condizioni frammiste al successivo riman¬
gono : e l’attuale potenza di una forza, esercitantesi ora con efficacia non
prima avvertita, ritiene sempre alcun che della forma di attività, bene a noi
nota, anteriore. Onde qui la morfologia generale assume ed assumerà via via
ognor più vastamente in tutte le classi dei fatti, ca¬ rattere divinatorio —
efficacia non ancora compresa — divenendo strumento di analisi, di scoperte e
via, onde risalire alla genesi delle cose. La struttura, per esempio, del corpo
umano, come ben dice l’illustre Grassi, professore all’università di Roma, non
si spiega soltanto con la fisiologia : i vari organi non soddisfano soltanto i
postulati della funzione, ma si spie¬ gano anche con la circostanza che il
corpo dell’uomo è una macchina la quale, prima di funzionare come oggi,
funzionava altrimenti ed è andata sempre complicandosi e trasformandosi. Si
provi il fisiologo, continua Grassi, a dimostrarci perchè allo stomaco, che si
trova nella ca¬ vità addominale, discende un nervo frenico che deriva dal
quarto nervo cervicale, ricevendo per lo più anche un ramo dal terzo e qualche
volta anche dal quinto! Trovi il fisiologo la ragione di quel decorso singolare
dei la¬ ringei inferiori, che ha loro procurato il nome di nervi ricorrenti. La
morfologia invece dimostra, e sola, che il collo è una formazione
caratteristica della vita terrestre e che quando il vertebrato da acquatico diventò
terrestre, i visceri, per permettere la formazione del collo, dovettero subire
uno spostamento all’indietro; da ciò l’innervazione strana dello stomaco e del
diaframma. E il decorso del ricorrente è subordinato a uno spostamento dei
grandi vasi, intorno a cui essi si attorcigliano. Ed io stesso, in un mio
ultimo lavoro morfologico intorno ai vertebrati superiori (1), dimostrai come
nè l’anatomico, nè il fisiologo possono spiegare l’attuale topografìa,
disposizione e forma (1) Pubblicato nel Pensiero Italiano. di molti organi
dell’uomo, e la potenza eziandio delle funzioni psichiche, se non si studia
comparativamente la posizione eretta attuale con quella anteriore orizzontale
dei vertebrati inferiori. Ricerca questa importante, come n’ebbi copiose
testimonianze. Potrei con dovizia di fatti dimostrarvi che tali indizi
morfologici si rinvengono in tutte le scienze, neirastronomia, mineralogia,
geologia, e in ispecie, nelle discipline organiche. Ma di ciò in altro lavoro.
A tal punto adunque pervenne la scienza dopo che Co¬ pernico spostò la base del
mondo, e pose le condizioni assolute del nuovo sapere, del suo decorso, nei
massimi e minimi problemi. Ed a questo attuale stato di cose deve uniformarsi
il moderno investigatore della natura, se vuol esser degno continuatore della
vera scienza. Ed ora, o signori, un’ultima considerazione. Per la costituzione
stessa reale del mondo, ed effetto inevitabile del nuovo metodo scientifico,
vedemmo che la ricerca moderna degrada via via analiticamente dalla sintesi dei
moti generali, dei fenomeni e delle leggi che li governano ed agitano a quelle
mano mano più parziali, sinché per necessità raggiunge o vuol raggiungere gli
elementi primi donde tutta quella sintesi procede e si compone. Ora, nel mondo
inorganico, l’ultimo elemento a cui si perviene è Vatomo, inteso secondo
l’analisi mo¬ derna ; in quello organico la materia primitiva vivente : o, in
altri termini, alla materia e alla forza. Or qui il pro¬ cesso veramente
sperimentale se fatalmente a ciò ci con¬ dusse, cessa e sorge la critica
speculativa. Lo spazio, il continuo, il discreto, l’azione a distanza, la
materia e la forza s’identificano od operano separati? debba derivarne il
materialismo meccanico o il dinamismo assoluto ? Chi conosce le condizioni
presenti del sapere, per risolvere questi problemi, sa che la loro definitiva
soluzione non è avvenuta, nè si vede ora come possa avvenire : sa che le
opinioni sono molte e varii i tentativi intrapresi da menti superiori armate di
straordinaria dottrina. Lasciamo le affermazioni in alcuni assolute: la scienza
non può accettarle, se non evidenti, provate e riprovate, secondo i canoni
dell’immortale Galileo. I più si arrestano: il prin¬ cipio elementare delle
cose e della vita dicono non cono¬ scibili, onde rimarranno sempre ignoti
all’umanità e tra¬ scendenti. Chi è sicuro, al contrario, del pieno conosci¬
mento delle cose in avvenire ? Ora tali problemi non pos¬ sono dirsi
scientificamente impossibili a risolversi; onde erroneo postulato asserire
l’impossibilità di risolverli; come porre nella continuità delle cose un limite,
al di là del quale incominci l’extranatura ? Per la scienza sono problemi
soltanto ora trascendenti : cioè che trascendono non la qualità delle cose in
sè stesse, ma Vacuine, i mezzi attuali del sapere e del nostro intendimento.
Per l’addietro molti problemi si credevano a tal guisa trascendenti e poi
vennero chiariti e risolti e compresi. Onde la scienza vera, imparziale, deve
confessare a viso aperto l’ignoranza del¬ l’oggi, non limitare con violento
piglio la potenza della mente umana e del suo indefinito progresso. Sovente un
nuovo aspetto, col quale si rivela una forza già nota, o una nuova sua
funzione, scioglie problemi e diviene mezzo d’investigazione che innanzi si
credevano insolubili o non noti. I raggi X, ad esempio, del Roetgner, mentre mani¬
festano ignota proprietà della luce, forse ci spiegheranno fatti organici, che
sin qui rimangono misteriosi, e trascen¬ denti le leggi della fisica e
fisiologia comune. Il metodo sperimentale può acquistare, come sempre acquistò,
nuovi strumenti di analisi che aprono meravigliose vie di sco¬ perte. Chi
avrebbe pensato che noi potessimo giungere con sicurezza a costituire la
chimica celeste ? Già accen¬ nammo come la novella morfologia chiarisca e
spieghi fatti che sembravano assurdi, e rinvenga la genesi dei fe¬ nomeni e
delle loro anormalità in tutto il campo del sa¬ pere. Già il semplice calcolo
divenne, per sè solo, stru¬ mento di scoperte, applicato alle modificazioni di
moti astrali, od alla serie dei corpi elementari. Nettuno fu sco¬ perto dall’analisi
calcolatrice, ed il Gallio dal calcolo nel compimento degli intervalli nelle
serie dei corpi semplici. E siamo ancora alle mosse! Digitized by Google - 247
- Dunque, o signori, nè arroganti nella scienza, nè im¬ provvidamente
rassegnati; ma fidenti, con virile riserva, in noi, nella virtù della mente,
nella divina attrazione della verità. Dall’anno 1543 ad oggi, rispetto ai
millennii anteriori dell’ umanità, trascorse quasi un attimo del tempo : eppure
quale immensa rivelazione di cose, di leggi, di ap¬ plicazioni, per opera della
nuova scienza e del suo me¬ todo ! Chi può dire ciò che disvelerà la mente
umana con strumenti sempre più poderosi e svariatissimi, con la forza e l’ala
che le dànno le verità già conquistate, tra mille anni soltanto? Chi può
arbitrariamente porre limiti all’in¬ telletto o alla scienza ? Esclamiamo
piuttosto, o signori, col divino poeta: Nasce per quello a guisa di rampollo A
piè del vero, il dubbio : ed è natura Che ai Sommo pinge noi di collo in collo!
Auguriamoci soltanto che l’onestà e l'amore dell’animo pel bene, e la felicità
comune, e la redenzione morale ed economica dei derelitti, salgano su su a
raggiungere la prodigiosa altezza, a cui per la scienza l’uomo pervenne. INTORNO
AI FATTORI DELLA EVOLUZIONE BIOLOGICA (Dai Rendiconti del R. Istituto Lombardo,
1897). Mi accinsi a scrivere queste brevi note non per vana boria nazionale e
personale, ma per mostrare — mentre con maggiore estensione e vivacità si
discutono ora e si agitano le ardue questioni della origine delle specie orga¬
niche, delle loro trasformazioni, e dei modi naturali onde si generano,
particolarmente tra gli stranieri in tutto il mondo civile — che in Italia già
da più anni alacremente ci si argomentò in tali ricerche e problemi, e talora
prima che altri ci ponessero mente. Unicuique suuml Quindi non parmi opera
biasimevole se ciascuno, sia nazione, sia persona, modestamente ricorda ciò che
fece in modo suo proprio, a prò' della scienza. È anzi questa una nobile
emulazione e feconda ; quando non sia arrogante brama di sopraeminenza verso di
altri, che sovente inconsapevoli dei lavori contemporanei, esprimono anche
posteriormente i medesimi giudizi, e vengono ad identiche conclusioni. È
inutile poi che io aggiunga, che parlando ora in parti¬ colare dell’operato
mio, non tengo conto di quello impor¬ tantissimo, che molti nostri scienziati,
notissimi a tutti, ed a me superiori contemporaneamente effettuarono. Or dunque
nel 1862, quando da poco (1859) era comparsa l’opera insigne e rinnovatrice si
può dire di tutte le scienze, di Darwin, che posè quale causa immediata,
costante e suprema della trasformazione delle specie organiche, la selezione
naturale, io in una serie di articoli (1) intorno ad una Dottrina razionale del
progresso, inseriti nel Po¬ litecnico diretto da Carlo Cattaneo, giudicai
tosto, e af¬ fermai il massimo valore di questa geniale riforma scien¬ tifica,
e Timmensa afficacia che avrebbe avuto in tutti gli ordini degli studi; e mi
espressi con queste precise parole: Ci piace di essere in Italia dei primi a
proclamare la dottrina del Darwin come la più stupenda scoperta del secolo :
tanto più che per i nostri studi anteriori noi in parte eravamo giunti per
altre vie affini alla medesima conclusione . Ma nello stesso tempo dichiarava
che la se¬ lezione naturale non era sufficiente a spiegare in ogni parte, modo
e passaggi la trasformazione organica e psi¬ chica delle specie. E nel libro
esponevo appunto quale fosse la mia propria dottrina anteriore, corroborata
certa¬ mente dalle scoperte del Darwin. E si pensi che questo studio era già
pronto per la stampa sin dal 1861, prepa¬ rato dal 1860 ; resultato di ricerche
che risalivano al 1855. E da quell’epoca continuai a svolgere in libri, e in
varie letture tenute qui via via all’Istituto Lombardo dal 1869, questa dottrina.
Nel 1885 in una nota speciale nell’adunanza del 17 dicembre ribadii gli stessi
giudizi, che cioè la sele¬ zione naturale non è sufficiente a spiegare da sola
— e lo stesso Darwin in seguito ne dubitò — la generale trasmu¬ tazione degli
organismi nel tempo. E queste stesse idee, progredendo negli studi, nelle
ricerche, e sussidiate da fatti nuovi, svolsi pure in modo più ampio nelle
pubbliche lezioni di antropologia, in vari corsi, e trattando diversi temi,
all’Accademia scientifico-letteraria di Milano dal¬ l’anno 1873 ad oggi. Onde
la vertenza attuale più accen¬ tuata in specie tra i due grandi scienziati
Spencer e Weis- mann, per tacere di altri, sulla insufficienza secondo l’uno
della selezione in genere, io la posi nelle linee fondamen- (1) Vennero poi
raccolte in un volume nel 1863. tali sin dal 1862 pubblicamente, seguitando su
su a riba¬ dirla in vari modi, e con nuovi argomenti nei miei lavori e lezioni
successive. Nè si deve arguire da ciò, che io osteggi la dottrina della
evoluzione: non ci mancherebbe altro! Io sono oramai un veterano costante di
questa scuola, e tutti i miei studi concorsero, per quel che val¬ gono, a
stabilirla. Ma se la dottrina é oramai certa — e Faccettarono poi tardi, ma
ancor robusti di meni e, il Lyell, il De Candolle, e il Meneghini, argomento
potente della sua realtà — non sono ancora rinvenute tutte le cause, o la causa
che integralmente la spiegano. Oltre la selezione, che è poderoso ma secondario
strumento di trasmutazione, va l’adattamento, l’isolamento, e via discorrendo.
Fatti che spiegano molti fenomeni di cambiamenti organici, ma non tutti. C’è
che ire ! — E non è meraviglia: Questa dottrina, scientificamente è nuova, e
sussidiata pure da scienze ancor nuove, quali la Embriogenià, la Geologia, la
Paleon¬ tologia, la Morfologia generale, ecc. Che se alcuno, mosso dal molto
che già certamente si è ottenuto in ciascuna, volesse affermare, che esse hanno
quasi compiuto il loro cammino, e non trovarsi invece alle mosse, darebbe prova
di ben scarso sapere, e d’occhio tutt’altro che cerviero. Testò pure in un suo
splendido lavoro, il grande paleon¬ tologo Gaudry, dichiarava che la sua
scienza è ancora bambina; come piu volte ho ripetuto nei miei scritti, certo
con assai minore autorità dell’illustre paleontologo fran¬ cese. Conseguenza
della affermazione assoluta che la selezione naturale basti da sola a generare
la trasformazione delle specie del mondo organico, fu la negazione pure
assoluta dei Neodarvinisti della trasmissione dei caratteri acqui¬ siti ; ed al
solito, oltre gli altri, si segnalarono in questa controversia attualmente i
due strenui campioni, lo Spencer ed il Weismann. Ma io debbo anche qui notare
di nuovo che queste diverse opinioni si manifestarono già eziandio in Italia ;
ed io in lavori miei molto anteriori, sostenni, come meglio poteva, ma
alacremente, sin dal 1862, la dot¬ trina della eredità dei caratteri acquisiti:
ed in una lettura Digitized by LjOOQle - 252 - poi tenuta all’Istituto Lombardo
nel 28 giugno 1894, ritornai sull’argomento, recando a sostegno della tesi
nuovi fatti ; e tra gli altri uno di singolarissima trasmissione di forme
superstiziose complicatissime, e quindi psichiche, da me verificate per tre
generazioni conosciute, con influssi anche collaterali : l’altro di una
deformità congenita nel mignolo delie due mani, riprodottasi nella mia famiglia
per cinque generazioni. Fatti questi, che escludendo anche la trasmis¬ sione
per effetto utile, bastano a provare con evidenza la eredità delle qualità
acquisite sia morali, che fìsiche. E per la eredità morale poi, recai copia di
fatti, anche in uno studio inserito nella Rivista di filosofia scientifica. Anzi
in questo articolo ri- sguardai la eredità morale nell’uomo, sotto un punto di
vista assai nuovo, allargandomi nella ricerca del tramite della eredità da
quasi tutto il regno animale superiore, nell’uomo stesso. Che del resto la
dottrina pura dell’eredità morale venne trattata molti anni innanzi dal sommo
Spencer. Ed a queste particolari vertenze v’ha aggiunta l’altra della
distinzione negli organismi delle cellule somatiche , e quelle riproduttrici :
ardente disputa attuale tra le due scuole darviniane. Ed anche in questo in
Italia non si ri¬ mase inerti; ed io pure, benché inferiore agii illustri
scien¬ ziati miei concittadini e contemporanei, in tali materie, ribadii gli
argomenti contro questa strana dottrina, oltre che in studi anteriori, e nelle
mie pubbliche lezioni, in una lettura all’Istituto Lombardo del 12 luglio 1894,
recando fatti che evidentemente la distruggono. A queste prove, posso anche
aggiungerne altre. Per esempio YAnacharis alsinastrum, pianta oriunda
dell’America settentrionale, introdotta da prima in Inghilterra, si è sparsa
poi nel resto di Europa, come osservò anche il prof. Sordolli: e da pochi anni
in Italia con estrema rapidità pei fiumi e canali, recando non lievi danni. E
questa pianta non si riproduce che per gemme, che si staccano quindi, e ven¬
gono disseminate, propagandosi così per ogni dove. Il rin¬ venire qualche fiore
é caso si straordinario, che malgrado Digitized by AjOoq le - 253 - accurate
indagini, non si riusci che a scoprirlo una sola volta a Chioggia : e medesimamente
nei paesi stranieri. Oltre poi l’esempio solenne delle Begonie che nelle loro
totalità si riproducono anche per foglie, abbiamo qui nei nostri prati
comunissima la Cardamina pratensìs, dalle cui foglie striscianti a terra
nascono spesso numerose gemme, onde la pianta cresce d’ordinario circondata da
copiosa figliuolanza, anche quando pel taglio delle praterie non riesce a
maturare i semi. Così molti esempi in pro¬ posito danno le Felci a foglia
bulbifera (e ad una appunto alcuni danno il nome di Adiantum amhulator, perchè
si propagano via via, sempre avanzando, per foglie, che emettono gemme). Del
resto, oltre una molteplicità di prove contro una tale fantastica distinzione,
come si può affermarla con tanta sicurezza, quando la cellula stessa fondamentale,
c per gli elementi che integralmente la compongono, per la sua struttura
effettiva, per le sue funzioni reali, per i suoi veri prodotti, per la sua
origine, è ancor ravvolta in tante incertezze, in tanta oscurità? Chi conosce
solo la immane bibliografia della dottrina cellulare in questi ultimi anni, le
varie opinioni, i diversi sistemi, le infinite elucubrazioni, e le ipotesi,
comprenderà subito che riesce impossibile trarne una dottrina genetica
definitiva, come fa il Weis- mann, scienziato insigne d’altronde, come è
risaputo. Bi¬ sogna pur confessare che in gran parte tutto questo vasto,
sottile, profondo e complicatissimo studio sulle cellule, e loro distinzioni
d’uffici organici nella generazione, non è altro in fondo che una forma — assai
peggiorata rispetto alla qualità della materia in cui versa — di metafisica. A
determinare l’ufficio vero della cellula nella genera¬ zione ulteriore degli
organismi complessi, è d’uopo sco¬ prire come quelle riproduttrici — per
funzione ed organo determinati — si formino nell’intera compagine fisiologica
degli individui, in quali elementi, e in quale, o quali pe¬ riodi. Molti anni
or sono nelle mie Lezioni, in un corso speciale, accennai ai resultati delle
mie ricerche in pro¬ posito; e se avrò agio e salute, spero di mandarli alle
stampe ampliati, e più maturati. In questi ultimi tempi, in specie per ricerche
eziandio d’illustri scienziati americani, come ad esempio il Gope, nei suoi due
libri: Origìn of thè fttest, 1889; e Primary faetores of organic evolutione,
1886: si rivolge l’attenzione all’efficacia àe\Y adattamento, rispetto alle
variazioni del¬ l’ambiente ed alle sue diverse condizioni, come fattore ef¬
ficace della trasformazione delle specie : poiché ad ogni difficoltà offerta
dall’ambiente stesso, l’animale reagisce con sforzo per superarla: e questi sforzi
prima coscienti, come si esprime parlando appunto del Gope, il chiaro prof.
Giacomo Cattaneo dell'Università di Genova, si fis¬ sano nell’organismo poi
come azioni incoscienti : su cui via via si sovrappongono altre azioni con
nuovi sforzi, e cosi di seguito: in questa Catagenesi c’è la dimostrazione
scientifica di ciò, che il Lamarck chiama effetto dei bi¬ sogni : e l’Orr
azione morfogena dell’abitudine. In sostanza questo è il Fattore psichico nelle
trasfor¬ mazioni zoologiche, che io di nuovo affermai in una let¬ tura qui
all’Istituto nel 12 luglio 1894, ma che già aveva pubblicamente emessa sia dal
1877, nel mio libro di Psi¬ cologia comparata nel regno animale . Onde il
concetto fondamentale del Gope e di altri, mentre è già antico nella mia dottrina,
meglio e più adeguatamente viene formulato da me, come Fattore psichico nelle
trasformazioni zoo¬ logiche. Certo anche ultimamente, e anteriormente da al¬
cuni, l’uso e il disuso degli organi, e le condizioni varia¬ bili dell’ambiente
vennero affermati come cause potenti di trasmutazioni, e strumenti quindi, con
la selezione na¬ turale della evoluzione stessa. Ma non si considerò però, come
io feci da molti anni, che la efficacia di queste cause non avrebbe prodotto le
nuove e permanenti modificazioni organiche, quando non vi fosse aggiunta
Yazione sponta¬ nea di adattamento della psiche animale, come attual¬ mente
accenna l'illustre Gope. — Ma d’altro lato io non mi stetti contento alla
osservazione di molteplici fatti e alle induzioni che potevano comprovare
questa interpretazione genetica, ma ricorsi alVesperimento e pel primo. Già sin
dal 1877 nel libro citato a proposito dell’adattamento cosciente, io scriveva:
Non solo attentamente e quo¬ tidianamente io mi rendevo conto di tutto ciò che
facevano animali di diverse specie e ordini, ritenuti in appositi luoghi presso
di me, ma m’ingegnai nel tempo stesso in ogni maniera a porli in condizioni
anormali, per scorgere come avrebbero operato in circostanze indipendenti dal¬
l’istinto ereditario. Ne acciecai, e mutilai molti: e frapposi nei sani
ostacoli d’ogni sorta all’esercizio della loro abi¬ tuale attività. In oltre mi
argomentai di cambiare ambiente, alimento, temperatura, ecc., ecc., in modo
subitaneo, o len¬ tamente: e constatai sovente col mutare condizioni obbiet¬
tive, e subbiettive, qualità degli alimenti, gradi di siccità, o umidità, e via
discorrendo, mutarsi colori, diminuire o aumentare i volumi negli animali, e
modificarsi l’indole propria; mentre tentavano ogni modo con più o meno
maestria secondo la specie, di adattarsi alle nuove condi¬ zioni di vita. Molti
perivano, altri a stento sopravivevano, e ingagliardivano poi, assumendo però
nuovi costumi, e talvolta modificando la forma. In una parola tentai in pic¬
colo di riprodurre i cambiamenti che nell’immenso campo della natura, ebbero
luogo lungo le età geologiche. E quando nel 1877, cosi presso a poco scriveva,
gli sperimenti risa¬ livano indietro di molti anni, come accennai nell’ultima
lettura all’Istituto. Così parmi chiarito abbastanza che in Italia non si ri¬
mase inoperosi dinanzi a tutte queste vertenze della scienza organica presente;
chè anzi talvolta si precorse agli altri; come io pure, per quanto valgono le
mie umili forze, feci : poiché, rispetto all’ultima considerazione, non solo da
anni ed anni posi come fattore delle trasmutazioni delle specie, l’azione
cosciente dell’animale per adattarsi alle nuove condizioni obbiettive e
subbiettive; ma lo comprovai per anni ed anni con lo sperimento; nella stessa
guisa che a notare la deficienza della selezione naturale, come unico fattore
universale d’ogni corporeo o psichico cambiamento, precorsi alle obbiezioni (in
parte) dell’Heer, del Mivart, del Wagner, del Naageli, ecc., e sotto altro
aspetto e in¬ tendimento, anche dello stesso Vallace. Da tutto ciò poi per
ultimo si può concludere con assai sicurezza, che sino ad ora si andò via via
rintracciando cause multiple e di¬ verse della trasformazione delle specie, e
prove della realtà della evoluzione in genere; ma non siamo ancor giunti alla
legge fondamentale che le governa tutte. La dottrina é certa , e non può
nascere oramai dubbio sulla sua ve¬ rità; ma dobbiamo ancora lottare e studiare
per porla a tutti in evidenza. La causa, e il fattore intrinseco fonda- mentale
delle variazioni, certamente risiede nella primitiva c propria virtù della
materia vivente , nel plasma organico, di assumere indefinite forme di
struttura e di funzioni, a seconda degli influssi esterni d'ogni guisa; e nelle
modifi¬ cazioni interne fisiologiche, le di cui originali cagioni per ora ci
sfuggono. le I MUSEI MODERNI DI STORIA
NATURALE NELLA ORGANIZZAZIONE DELLA SCIENZA (Letta .iioU'Aula Magna del Museo
Civico di Milano, 1897). Prendendo la parola per la prima volta, come direttore
generale del Museo, dinanzi a questo eletto e numeroso uditorio, ed Autorità
civili della Città, sento non solo come dovere, ma bisogno dell’animo mio
riconoscente, di rivol¬ gere il pensiero ai grandi e generosi miei
predecessori, che con operosità piuttosto unica che rara, con la -vastità del
sapere, con sacrifizi personali d’ogni maniera fonda¬ rono ed ampliarono questo
nostro Museo; che mercé loro, e la liberalità municipale, e la cooperazione di
molti no¬ bili ingegni e cuori, divenne uno dei più cospicui d’Italia, e può in
alcune parti gareggiare con i più celebri del mondo, relativamente alla
scienza. I nomi illustri del no¬ bile De-Cristoforis, dei professori Jan,
Cornalia e Stoppani, non hanno bisogno di elogio. Voi ne potete contemplare la
nobile effìgie in marmo a capo dello scalone, e che la riconoscenza pubblica
bene a ragione volle eternare in questo Istituto Scientifico, nato, cresciuto
ed ampliato per l’opera loro, ciascuno efficacemente lavorando nell’ àmbito
scientifico proprio. Sia dunque lode ai magnanimi, e si mandi loro per primo un
riverente saluto, grati massime, perchè dobbiamo alla loro energia generosa, se
oggi qui ci troviamo riuniti in questa nuova e splendida Sede, che V.. il
Municipio con cospicua spesa eresse ; se noi direttore e professori possiamo
con mezzi adeguati dare opera all 1 in¬ cremento della scienza che
singolarmente professiamo. E viva e profonda riconoscenza dobbiamo pure all’
il¬ lustre Conte Ercole Turati, e figli e famiglia, pel dono magnifico e
rarissimo per copia di esemplari al pubblico esposti, della Collezione
Ornitologica che tutti i Musei vorrebbero possedere. Zoologo egregio Egli
stesso, seppe, profittando del suo largo censo, scegliere e raccogliere tutto
quello che c’è di più bello, raro ed alla scienza ne¬ cessario nel mondo
ornitologico; onde comporre una Rac¬ colta, che basterebbe a rendere celebre
per sè la nostra Citta; scopo, com’è, a molti studi e peregrinazioni di scien¬
ziati nostri e stranieri. Anche la sua effigie presto si am¬ mirerà prossima ai
quattro grandi già nominati. Le istituzioni belle ed utili, o signori, non
sempre e su¬ bito vengono apprezzate al loro giusto valore dalle mol¬ titudini,
ed anche in parte dalle genti più colte. Nè c’è bisogno di testimonianze : le
cose, rispetto quasi a tutti gl’ incrementi sociali, industriali, morali e
scientifici, pro¬ cedettero di questa guisa: e il progresso umano fu co¬
stretto a lottare non solo contro le molte e gravi difficoltà intrinseche, ma
sì contro l’ignoranza, i pregiudizi, le folli tradizioni del passato: .Una
storia Di delitti, di colpe... e di vittorie ! Nè i Musei scamparono da questa
trista legge di evolu¬ zione umana. Le prime raccolte non potevano assumere il
valore scientifico odierno, perché difettavano le scienze, che le
illustrassero, giustificassero e classificassero. Onde tra molti cimelii
preziosi, una faraggine d’oggetti di nes¬ sun valore, e di altri a cui la
fantasia senza senno e col¬ tura comune, attribuiva origini e potenza ridicole
e mi¬ stiche. E così si procedette per lungo tempo, prima che vera¬ mente con
autorità scientifica, i Musei raccogliessero quello Digitized by LjOOQle - 259
- che realmente in ogni disciplina dilucida la scienza pas¬ sata e presente, e
ne resta documento immutato. Basta appena appena una coltura superficiale per
aver presenti certi cataloghi di Musei vecchi, a rimanere direi sbi¬ gottiti di
tanta ignoranza, se anche al presente alcuni giu¬ dizi in proposito non ci
costringessero alla modestia. Chi di voi, o signori, non udi in qualche
crocchio, o non lesse in qualche giornale, che non vale la pena di spendere un
soldo, per raccolte di sassi e di animali impagliati, come dicono
elegantemente? quasi — accettando per un momento la comica definizione — i
Musei rimanessero solo alla custodia di oggetti trovati senz’altro. Or bene
quei sassi, e secondo i più spiritosi, anche questi animali pietrificati, sono
pagine che raccontano con la loro composizione, struttura, giacenza,
trasformazioni, la storia della terra, ed anche in parte dei cieli, passata; e
preludono a quella del¬ l’avvenire: sono documenti e testimonianze si potenti e
chiari che sfatarono molte e molte fiabe mistiche, antiche e moderne, e
preformarono l’intelligenza umana alla scienza del vero e del reale non
solamente nelle discipline fisiche e organiche, ma per rimbalzo e
indirettamente in quelle morali e sociali. Sarebbe tempo, che per pietà del
nostro decoro, e reverenza della scienza, e di tanti savi eroi, si ponesse fine
a tali stoltezze e vergogne. Nè dispero di ciò, poiché scorgo, che in fondo,
l’amor del sapere si allarga, e s’incomincerà a giudicare anche fra noi i Musei
al loro valore, come accadde, ed ormai é abituato sentimento co¬ mune, in tutte
le nazioni civili del mondo. A valutare però qual sia l’efficacia e il luogo
gerarchico dei Musei di Storia Naturale nell’organizzazione della scienza
moderna, duopo è brevemente considerare Verri - briogenia , a dir cosi, attuale
delle scienze pure . La Natura è una somma di forze o di modi di manife¬
stazione dell’energia generale ^congenita, e degli elementi varii, ove si
scinde, che per reciproci influssi insieme co¬ stituiscono ciò, che chiamasi
con adeguata parola. Uni¬ verso. La scienza quindi consiste nella interpretazione
dei modi Di,gitized by LjOOQ le - 260 - di operare di queste forze, o
attitùdini, che sono poi le leggi dei diversi ordini dei fenomeni, e nello
sceverare gli elementi dei varii composti, e le norme dei loro aggrup¬ pamenti,
dei cicli di evoluzione, tentando di determinarne anticipatamente poi i
composti e le intrinseche vicissitu¬ dini di forme. Ma se le forze molteplici
possono essere le trasformazioni di un unico substratum, donde si esplicano e
dove via via si rifondono con vece perpetua spiralmente procedendo; e gli
elementi stessi diversi possano dirsi momenti di un elemento unico; pure nella
reale costitu¬ zione del mondo, forze ed elementi formano una indefinita
varietà di azioni e sostanze, che generano appunto la im¬ mensa distinzione
degli aspetti delle cose e dei loro feno¬ meni. Onde la scienza che deve
determinarli, chiarirli e rilevarne le leggi, è costretta a procedere per via
di ana¬ lisi e di distinzioni di àmbiti singolari, infiniti. Mano mano che il
sapere si allarga, che ciascun gruppo, ciascun fe¬ nomeno stesso si gemina, si
scinde in varii elementi, la potenza singolare dell’ingegno non basta più alla
com¬ prensione distinta della enciclopedia universale ; e la di¬ visione del
lavoro per necessità si effettua tra gl’indaga¬ tori delle cose. Cosi per la
continua specializzazione di tutte le scienze, ciascuna ramificandosi via via
in modo indefinito, la sin¬ tesi compiuta generale delle medesime non può
essere opera, ripeto, personale come negli antichi tempi ; ma sib- bene
collettiva , in quanto copiosissimi gruppi di ricercatori vanno formandosi per
ogni singola parte del sapere, tra¬ vagliandosi ciascuno di essi nel suo àmbito
proprio, e in apparenza quindi indipendenti l’uno dall’altro. Ora dinanzi alla
Intelligenza umana indagatrice sta la 'gran sintesi, e l’indefinito ordine
delle cose tutte quante: e poiché tale ordine é, rispetto alla costituzione
genuina della intelli¬ genza stessa, intelligibile , cosi la scienza non può
essere che l’ interpretazione della Natura per mezzo della iVa- tura :
riuscendo in tal modo lo specchio sincero di quel¬ l’ordine stesso; delle cause
dei fenomeni, cioè, delle varie forze, e dei rapporti multipli, e dei reciproci
influssi che intercedono e si attuano fra quelli e queste. Infatti gli Organi
attuali della scienza vanno dalle Università, dagli Istituti scientifici d’ogni
indole, dai Laboratori privati e pubblici d’indagini inorganiche e organiche,
dalle Asso¬ ciazioni scientifiche, dagli Osservatori astronomici, mete-
reologici, sismici e via discorrendo, dai Gabinetti speri¬ mentali di
antropologia e psicologica, ai Musei, alle Sta¬ zioni marittime, lacustri,
mediterranee ecc., ecc. Questo lavoro assiduo, continuo, vastissimo, ma disparato,
sciolto e diviso, sembra ad alcuni — per la scienza generale — dannoso,
effettuandosi cosi quasi un Casellario isolato d’ogni frammento di disciplina,
senza intrinseco nesso, senza sistema vitale, quale è quello che si avvera e si
agita nella Natura. Ma è una illusione: anzi questa tanto ampia e intricaia
rete d’indefiniti gruppi di scienziati, é un portato inevitabile della scienza
moderna, e la sua forza complessiva è garanzia di vittoria. Ciascuna
associazione di fenomeni affini in una data ri¬ cerca, viene cosi nello studio
resa più accurata, profonda, e completa: ed i suoi resultati non rimangono
isolati, e inchistaii, ma si articolano, a dir cosi, di per sé natural¬ mente
con tutti gli altri, che altri in diverso campo con eguale diligenza produsse:
onde si va compiendo via via,, quasi in modo inconscio, intellettualmente
quella sintesi, che già effettivamente trovasi nella Natura. Cosi a modo di
esempio ricerche chimico fìsiche accuratissime, perchè in àmbito definito,
intorno allo spettro di ciascun me¬ tallo, scoprirono la chimica celeste per
l’analisi spettrale degli elementi degli astri e delle nebule: onde
l’astronomia tanto se ne avvantaggiò: acquisto meraviglioso che essa fece pure
per le pazienti prove e indagini dei fotografi. Nello stesso modo testé la
medicina, la batteriologia, la chirurgia, anatomia, ecc. dai raggi X,
l’antropologia dalle semplici relazioni dei viaggiatori, e via via discorrendo.
Quindi ciascuna scienza profitta dei resultati culminanti di tutte, e con esse
va articolandosi e coordinandosi, e cosi ricompone scientificamente — per
quanto ci è con¬ cesso — la gran mole dell’ Universo, Digitized by Google - 262
- Mentre poi in tal modo si ampii e si organizza la Scienza pura, essa per
necessità intrinseca e nativa per¬ vade tutte le forme di attività individuale
e sociale: onde l’igiene, la educazione, il giure civile e penale, l’esercizio
immenso economico, le industrie, i commerci e via dicendo, vengono rinnovati e
fecondati alla luce della scienza mo¬ derna, e governati e trasformati dai suoi
metodi razionali. Tali influssi, e la potenza modificatrice della scienza su
d’ogni fatto ed atto umani singolari e collettivi, divengono sempre più
poderosi e irresistibili: onde col tempo cresce la signoria della scienza, che
diverrà, non temo dalla sto¬ ria smentita, veracemente il quinto e difinitivo
stato so¬ ciale : duraturo in perpetuo, perchè produttore indiretto di beni a
tutti evidenti, non guasto, corroso e imputridito dalla lue dei partiti, dagli
interessi morbosi privati, dal pernicioso spirito di ambizione e di prestigio.
In questa splendida e viva cooperazione di tutti gli or¬ gani della scienza per
rintracciare il vero delle cose, e con esso raggiungere il bene sociale, quale
inferenza ne¬ cessaria, i Musei moderni di Storia Naturale, sono i più
efficaci, e fecondi. Infatti, è cosa ovvia addarsene, i Musei soli conservano ,
per le loro collezioni ordinate secondo norme precise e reali tassonomiche, e
ragioni di epoche, e svolgimento di forme, il passato, di cui esse sole sono
documenti effettivi, e inorganicamente e organicamente possono ricostruire le
condizioni generali e particolari, e le vicissitudini delle età trascorse: e
per i loro laboratori, d’altra parte, e ricerche speciali in ogni ramo delle
scienze naturali, gareggiano in trovati stupendi con tutti gli altri Istituti
sperimentali: e spingono a progresso continuo il sapere. Ed è appunto per
questo che le Nazioni più civili spendono per i Musei somme ingenti: certe,
come sono, che quivi si agita il fomite più potente dell’avanzamento
scientifico, e con esso del reale bene sociale. Ed ora, o signori, dovrei
intrattenervi intorno alle con¬ dizioni attuali ed al valore scientifico del
nostro Museo: ma il tempo concesso ad una Conferenza non me lo per¬ mette. Dirò
solo — ed è fatto palese — che le sue condi- Digitized by LjOOQle - 263 - zioni
sono relativamente buone, mercè anche il valido ajuto dell’onorevole Giunta
Municipale, ed il lavoro dei singoli professori ed aggiunti, e se non è
soverchia bal¬ danza, del modesto Direttore stesso di questo Museo nei tre anni
trascorsi dal suo rinnovamento: ed abbiamo ferma speranza che divengano sempre
migliori, anche per l’aiuto dei privati, com’è costume tra quei popoli ci¬ vili
e forti, che sanno il massimo dei poteri, il più legit¬ timo e sano, la fonte
perenne di gloria e di prosperità delle nazioni, consistere nel sapere. In
quanto al valore anche cosi com’è, il nostro Museo non è secondo ad al¬ cuno in
Italia, per giudizio eziandio esplicito di scienziati nostri e stranieri: e,
concedendolo la fortuna, potrà presto gareggiare con i cospicui d’altre
nazioni. L’indirizzo del nostro Museo è quello d’ogni Istituto che vuole essere
moderno, vale a dire rigorosamente scienti¬ fico: alieno quindi da ogni altro
spurio intendimento, pro¬ cedendo cauto nelle ricerche, e schivo da
affermazioni o negazioni assolute e immature. Perciò il campo delle ri¬ cerche
di ciascuno che qui insegna e lavora, è, nell’àm¬ bito nativo della scienza
libero affatto: l’unità del sapere rinvenendosi di per sé in quella reale e
vivente della Natura. E se, terminando, è lecito parlare di me, e dell’indole
delle mie dottrine, senza taccia di vanità, poiché per lo statuto organico devo
rispondere anche, oltre l’azienda economica del Museo, al suo esercizio
scientifico; e pub¬ blicamente professo nell’Accademia Scientifico-letteraria
di Milano da molti anni, Antropologia generale, con ne¬ cessaria modestia dirò,
che nella dottrina della evoluzione degli esseri organici, io — ed i fatti ne
fanno oramai am¬ pia testimonianza — considero come vera e dimostrata la
indefinita modificazione delle specie tutte; ma, si badi ! però solo nel campo
e nell'àmbito proprio di ciascuno dei quattro tipi fondamentali di struttura
degli organismi; sco¬ perti e determinati per vie diverse, ed all’insaputa reciproca,
dei due grandi mituralisti Guvier e Baer. Che se da quattro vennero ultimamente
recati a sette, o più, quelli Digitized by Google - 264 - aggiunti non sono che
modificazioni evidenti degli altri. Or tre dei quattro Tipi trovansi già
contemporanei, ed in forme elevate nel Cambriano, e ci sono indizi che forse
tali si rinvengono nel precambriano. Che se peranche non si notò in quelle
epoche remotissime, il quarto, cioè il vertebrato , non é, per chi conosce la
storia della Paleon¬ tologia, prova di assoluto difetto. Abbiamo esempi copiosi
di negazioni di forme in varie epoche geologiche, che indi vi si scopersero
numerose. Basti citare le scimmie, e i loro prossimi precursori. Si negò
recisamente che queste potessero trovarsi fossili : ora tutti sanno che non
solo e abbondantissime si scopersero nel Miocene , ma si nell’ Eo¬ cene: e,
cosa più sorprendente ancora, nel Cretaceo su¬ periore, secondo le ultime
notizie ricevute dai valenti pa¬ leontologi americani, fratelli Ameghino.
Quindi da un mo¬ mento all’altro — ed io ne sono convinto — il tipo verte¬
brato può comparire in quei mari, che noi anche, con imprudente affermazione,
diciamo ora primitivi. Dopo lunghi studi e ricerche personali in proposito, io
conclusi che quei quattro Tipi di struttura, tali sono, in quanto la materia
vivente donde emersero e che per necessità logicamente preesiste alla forma,
non può manifestarsi nella universale attività biologica sua e periferica del
pia¬ neta, che specificata sempre: cioè come un micro, o macro organismo definito,
e non mai come generica ed amorfa sostanza. Onde la ragione poi della struttura
determina¬ tissima, anche secondo l’Haeckel stesso, dei quattro Tipi, che hanno
persistito sempre durante tutte le epoche geo¬ logiche sino all’attuale, la
rinvenni in questo, che, cioè, la materia vivente per condizioni sue
intrinseche molecolari, e fìsico chimiche biologiche, non può ordinarsi che in
queste quattro forme fondamentali, nella guisa che le va¬ rie sostanze minerali
hanno un modo ciascuna di assetto cristallino tipico, entro brevi confini. La
causa quindi delle forme fondamentali diverse e determinate, sta secondo le mie
ricerche, e la personale dottrina nei rapporti in¬ timi della materia vivente
con definite forme geometriche di struttura. Perciò sin da principio questa
materia vi - Digitized by AjOoq le - 265 - venie, a seconda di circostanze,
leggi e azioni efficaci d'ambiente per ora a noi non tutte note, si andava
architet¬ tando contemporaneamente nei quattro tipi fondamentali, che non mai
scomparvero, mentre si estinsero specie, ge¬ neri, ordini ecc. appartenenti a
ciascuno dei Tipi. Tale mia dottrina accennata di volo in anteriori mie pubbli¬
cazioni, svolta con larghezza da molti anni nelle mie lezioni all'Accademia
Scientifico-letteraria di Milano, spero presto svolgerla compiendola in
apposito trattato corredata da prove d'ogni sorta scientifiche. Per me,
concludendo, o signori, chiara ed evidente é la dottrina della generale
evoluzione, e ne sono uno dei più antichi sostenitori con proprie anche
testimonianze, in Italia: ma con molte ri¬ serve in quanto alle cause, al suo
procedimento reale in natura, ed ai fini che le si attribuiscono. La evoluzione
or¬ ganica io l’affermo, e l'affermai, come verità oramai di¬ mostrata, entro
l’àmbito però di ciascuno dei Tipi fonda- mentali, ma non da un Tipo
fondamentale nell'altro: per le ragioni che io svolsi nelle mie lezioni, e che
esibirò nel mio trattato. Ed invero i tentativi sin qui di passaggi cro¬
nologici, e di struttura di un Tipo nell'altro, fallirono, o restano molto
dubbiosi agli occhi stessi dei fautori: mentre l'evoluzione delle forme proprie
di ciascun tipo di strut¬ tura fondamentale sia in senso progressivo o
regressivo, è evidente e innegabile. Ed a questo proposito parlando talvolta
con l'illustre Prof. Schiaparelli, Direttore dell'Osservatorio Astronomico di
Milano, che mi onora della sua amicizia e benevolenza da lupgo tempo, anche di
queste mie dottrine, egli dice- vami che esse non erano disformi molto dalle
sue proprie, considerata la cosa però da un suo punto di vista. Aven-
domene'poi fatto parte con squisita cortesia, e trovatele io degne in tutto e
per tutto della grande sua mente, lo pregai di tracciarmene un sunto per
iscritto. Ma, letto questo, nacque in me più vivo il desiderio di vedere svolti
più largamente i suoi alti concetti : ed anche questo egli fece — tanto è
grande la bontà dell’animo suo! — Io sentii al¬ lora il dovere di rendere
pubblico tale suo lavoro, non Digitized by LjOOQ le - 266 - perchè solo veniva
a comprovare per altre vie la mia dottrina — onore certo massimo — ma perchè
altrimenti sarebbe andata perduta tanta larghezza e profondità di vedute, a
danno della scienza. Mi feci coraggio, e gli chiesi licenza di pubblicarlo.
Egli era da prima — per modestia sua abituale — riluttante; ma insistendo io,
con¬ discese, desiderando però che il suo lavoro venisse ag¬ giunto alla mia
Conferenza. E con questa compiacenza, che certo è comune a tutti, trattandosi
di uno scienziato quale è Schiaparelli, pongo fine al mio discorso, salutando
tutti e ringraziando di cuore. Digitized by L^ooQle FORME ORGANICHE NATURALI E
FORME GEOMETRICHE PURE studio comparativo di SCHIAPAEELLI . fungar vice cotis,
acutum Reddere quae valet ferrum, exsors ipsa secandi. Hor. Digitized by LjOOQle
Digitized by LjOOQ le Al ch.° Professore
TITO VIGNOLI DIRETTORE DEL MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE IN MILANO Dedico a
Voi questo opuscolo, che a Voi ‘deve d'essere stato scritto e di esser ora
pubblicato. Videa di scriverlo, ben Vi ricorda, me la deste il 22 Aprile
passato in un colloquio, del quale conservo tuttora la più viva e la più
gradita ricordanza. Si discorreva dell' ordinamento sistematico negli esseri
della natura organica. Voi diceste allora che non potevate adottare Vopinione
espressa già {colle usate cautele però) da Carlo Darwin , secondo cui tutte le
specie della natura animale deriverebbero per evoluzione da un unico tipo. Che
consideravate come vera e dimostrata là derivazione di tutte le •specie, ma
però di ciascuna soltanto nel campo proprio dei quattro tipi fondamentali
fissatila Cuvier e da Baer. Essere vostra intima persuasione che la materia
vivente non potesse in origine ordinarsi che in quelle quattro forme ; come Tè
sostanze minerali non cristalliz¬ zano in più che sette sistemi di figure
poliedriche. E con¬ cludevate che la causa drtaXe divisióne sià da cercare in
rapporti necessari della materia vivente con definite forme geometriche di
strutt ura . Colpito da queste riflessioni, Vi confidai allora che da molto
tempo anch'io era giunto a congetturare relazioni fra le strutture organiche e
quella Geometria , che tutto informa it Còsmo, cosi neVgr ando com e nel piccolo.
Considerando Vordinamento sistematico che dovunque regna nel campo degli esseri
viventi, e le correlazioni e connessioni manifeste che si rivelano in ogni
parte, io era stato con¬ dotto ad assimilare V insieme delle forme organiche ad
un sistema di forme pure geometriche, nella classificazione delle 'quali si
manifesta in modo anche altrettanto evidente la disposizione topica e fa.
connessione delle singole parti. 10 ne uvea concluso, che come in un
sislefhir^U- forme geometriche Vinfinita varietà di queste deriva dalla varia¬
zione dei parametri (od elementi , diMCrlminatori) di una medesima forma
fondamentale, così possano i tipi orga¬ nici della nqtjira~ (q almeno di u n
regn o di essa) derivare futti dalle variazioni di un certo numero di elementi
di- scrimina tori sec pndJL.una formula o legge unica; per modo che alla
formula sian dovuti tutti i caratteri co¬ muni, alla diversità dei detti
elementi tutti i caratteri speciali ed individuali. Questa idea Vi parve degna
di qualche attenzione , tanto che voleste farne pubblico cenno in una
conferenza poco dopo da Voi tenuta nel Museo; e mi esortaste vivamente a
svilupparla per iscritto. E aggiungeste un benefizio, del quale Vi sarò grato
in eterno; mi deste cioè a leggere le opere immortali di Carlo Darwin. Nuovi
orizzonti si ader¬ sero alla mia mente ; ciò che prima appariva sotto forma
nebulosa e mal definita, acquistò precisione, consistenza e rigore. Vidi con
grata sorpresa che quelle mie idee non solo non erano (come da principio
sospettavo) contrarie alla teoria delVevoluzione organica ; ma che anzi
potevano servire forse a sciogliere od almeno a rischiarare diverse difficoltà
di questa teoria, davanti alle quali lo stesso Darwin s'era arrestato. Da tutto
questo presi animo a seguire il Vostro consi¬ glio. Continuai le mie
meditazioni; ed ora eccone il risul¬ tato, che presento colla modestia troppo
necessaria in uno, 11 quale ha avuto Vardire di penetrare in un campo non suo.
E certo io non avrei mai osato pubblicarlo, se Voi non Vaveste preso sotto le vostre
ali, al punto da volerlo associato in un medesimo volume coi Vostri proprii
scritti. Quanto si propone qui alla considerazione degli amici della verità è
nulla piu che una ipotesi scientifica, o piut¬ tosto un insieme di ipotesi
scientifiche coordinate razio¬ nalmente fra di loro, in modo da farle
corrispondere il meglio che possibile coi fatti osservati. Del loro valore
giudicheranno le persone competenti. Se troveranno presso di queste qualche
approvazione, il merito sarà principal¬ mente Vostro. Voi sarete stato il
martello, che battendo sull incudine lenta ed inerte, ne avrà fatto scaturire
qual¬ che scintilla di luce . Se aWopposto risulterà non essere luce ma fumo, o
meno ancora che fumo, faremo conto che non ne sia stato nulla, e considereremo
il tutto come sogno di una notte d’estate. Allora il troppo audace calzolaio,
ammonito da Apelle , tornerà senza rammarico alla sua scarpa consueta, dalla
quale non avrebbe mai dovuto di¬ partirsi. Giovanni Schiaparelli. R. Specola di
Brera Forme geometriche pure: loro parametri, e loro classificazione. 1. Forme
geometriche pure. — Una forma geometrica dicesi pura , quando tutti i suoi
punti derivano da una medesima legge, cioè da un medesimo metodo di costru¬
zione. Così la linea retta (in tutta la sua indefinita lun¬ ghezza), il
circolo, la parabola, la superfìcie sferica costi¬ tuiscono altrettante forme
pure; perchè tutti i loro punti si costruiscono colla medesima regola, e godono
delle stesse proprietà. Invece un poligono rettilineo è una forma mista, perchè
i tratti rettilinei ond’é composto, avendo diverse giaciture e direzioni, i
punti dell’uno son descritti con norma diversa da quelli dell’altro. Similmente
è una forma mista la superfìcie di un poliedro qualsiasi, di un segmento di sfera,
di un tronco di cono, ecc. Carattere essenziale e distintivo di tutte le forme
pure è questo: che data una parte quanto si voglia piccola, pur¬ ché finita, di
una forma pura, il resto di essa è intiera¬ mente determinato. Cosi, dato un
tratto anche brevissimo di linea retta, si potrà facilmente descriverla tutta
intiera, e prolungarla indefinitamente da una parte e dall’altra. Similmente da
un piccolissimo arco di circolo si può de¬ durre la costruzione del circolo
intero; e da una picco¬ lissima porzione di superficie sferica, la costruzione
di tutta la sfera. Lo stesso dicasi dell’ellisse, della parabola, di un
ellissoide qualunque. Tanto grande è il vincolo, che unisce in modo stretto ed
assoluto tutte le parti delle forme pure, e ne costituisce un tutto omogeneo ed
armonico! Lo stesso invece non si potrebbe dire, per esempio di un poligono ;
del quale la parte data ABC non basta a de¬ terminare il resto, che può essere
ARC, o AMSC o ANVPC ecc. ; e neppure d’un poliedro, né in generale d’una forma
mista qualsiasi. In tutto quello che seguirà noi ci occuperemo delle sole forme
pure, essendo queste le sole, per cui Funiforme modo di generazione e la
stretta correlazione fra le parti permetta una comparazione, sotto qualche
riguardo plau¬ sibile, cogli organismi della natura. Si potrebbe anzi dire in
un certo senso, che anclF esse sono creazioni organiche ; nel senso cioè che in
ciascuna di esse tutte le parti, anche minime, sono coordinate secondo un
medesimo principio. 2. Le forme pure della geometria possono svilupparsi
secondo una, o due, o tre, o quante si vogliano dimensioni, formando quante si
vogliano classi. Nel campo della nostra diretta intuizione entrano però
soltanto^quelle, che si svi¬ luppano secondo una o due dimensioni ; le prime
chia¬ miamo linee, quali la'retta ed il circolo; le seconde su - perfide, quali
il piano o la superficie sferica. Dei corpi a tre dimensioni nói possiamo
ancora intuire l’estensione, ma non più la forma; ciò che chiamiamo con questo
Digitized by Google l - 275 - nome è la forma della superficie che li divide
dallo spazio rimanente. Il regno delle linee si divide in due grandi comparti-
menti ; quello delle linee piane , che possono essere tutte intiere descritte
in un piano, come per esempio il circolo ; e quello delle linee sghembe , le
quali in un piano non possono essere contenute, nè tutte intiere, nè parte di
esse; esempio l’elica che è formata dalle spire d’una vite. Queste ultime
superano d’assai le prime quanto a ricchezza e varietà di tipi, e complicazione
di forme. Ricchissimo pure è il regno delle superfìcie; il quale offre nelle
sue forme combinazioni e particolarità sconosciute in quello delle linee curve.
Di queste tre classi (linee piane, linee sghembe, super¬ ficie) considereremo
soltanto quella delle linee piane; la più semplice, la meglio studiata, la più
facile ad esser ben rappresentata con figure su di un foglio. Inoltre le sue
proprietà offrono campo sufficiente a tutte le considera¬ zioni e le
applicazioni che qui intendiamo fare delle forme geometriche. Dalla loro
classificazione e dalla loro com¬ parazione coi sistemi organici si può
apprendere pel nostro scopo tutto quello che risulterebbe dallo studio più com¬
plesso e più difficile delle linee sghembe e delle superficie ; niente di più,
ma anche niente di meno. E molte delle proposizioni e conclusioni da esse
dedotte potranno imme¬ diatamente applicarsi a qualsiasi classe di forme geome¬
triche estendentisi a qualsivaglia numero di dimensioni (1). 3. Parametri delle
forme geometriche. a) Se ad alcuno si domandi qual’ è la curva definita dalla
proprietà che tutti i suoi punti M'M",... siano distanti dal punto dato O
di una medesima quantità a; (1) Avvertenza . — Spesso accadrà, in quanto segue,
di sostituire alla denominazione di linee piane quella di curve piane od anche
solo quella di curve , non curando la piccola improprietà dipendente da ciò che
fra le linee piane vi è anche la linea retta, che non può chiamarsi una curva;
e l’altra improprietà dipendente da che non tutte le curve sono curve piane.
Ciò non produrrà alcuna confusione nel presente caso. egli senz'altro
risponderà, tal curva esser un circolo de¬ scritto dal centro O con raggio
uguale alla lunghezza a. La proprietà suddetta basta dunque a determinare la
special natura del circolo, qualunque sia la lunghezza a; e perciò il suo
enunciato servirà a definire tutti i circoli possibili. Ad ogni valore di a
corrisponderà un certo cir¬ colo, e soltanto quello; inversamente ad ogni
circolo cor¬ risponderà un certo valore di a e nessun altro. A questa quantità
a di cui il valore serve, come indice caratteri¬ stico, a distinguere un
circolo nell'infinita moltitudine di tutti gli altri, si usa dare il nome di
parametro . b) Sian dati in secondo luogo due punti O ed O' di¬ stanti fra di
loro della quantità a: e si domandi qual'è la curva definita dalla proprietà
che per ogni suo punto M ia somma delle sue distanze dai due centri OO’ sia
sempre la medesima, ed eguale ad un' altra quantità b ; in modo che qualunque
sia il punto M della curva, si abbia sempre OM+ O' M= b. Il problema è
nòtissimo e da lungo tempo risoluto ; la curva dimandata è una ellisse, avente
per fochi i punti O ed O r , e del cui grand’asse A B la lunghezza è uguale a b
. Proprietà questa fondamentale deH’ellisse, che serve anche a definirla e a
descriverla graficamente. Or dati Pvalori di a e di b l’ellisse è com¬
pletamente determinata ; inversamente ad ogni ellisse cor¬ risponde un proprio
valore di a e un proprio valore di 6. Perciò, mentre la proprietà qui sopra
enunciata comprende in sé tutte le ellissi possibili e vale per tutte, i valori
ab corrispondenti ad una data ellisse serviranno d’indici ca¬ ratteristici per
distinguerle da tutte le altre. Le due quan¬ tità ab si dicono perciò parametri
deH'ellisse. E si vede, che mentre a determinare un circolo bastava un para¬
metro, a definir l’ellisse due parametri son necessari. Perchè quand’anche due
ellissi abbiano uguale il para¬ metro a (cioè i medesimi fochi O ed O'), esse
tuttavia po¬ tranno esser differentissime di forma e di grandezza, se hanno
diversi valori per il parametro ò. E di qui si con¬ clude ancora un’ altra cosa
; essere le possibili ellissi infi¬ nitamente più numerose dei possibili
circoli. Infatti tanti sono i circoli, quanti sono i valori diversi che può
pren¬ dere l’unico loro parametro a; cioè infiniti. Ma tante sono le ellissi,
quante son le combinazioni, che si posson fare, di ciascuno degli infiniti
valori di a, con ciascuno degli infiniti valori di b; cioè infinite volte
infinite. Il qual nu¬ mero si chiama infinito di secondo ordine. c) Sian dati
in terzo luogo tre punti O O' O", cioè le lunghezze dei lati del triangolo
da essi formato, ab e. E si domandi qual’è la curva definita dalla proprietà
che per ogni suo punto M la somma delle sue tre distanze dai tre centri O O'
O" sia costante èd eguale ad un’ altra quantità d: si abbia cioè sempre O
M + O'M-\-Q" M = d> qualunque sia il punto M scelto lungo la curva.
Questa sarà una specie di ovale, generalmente parlando^non sim¬ metrica, a un
dipresso quale la figura dimostra.' Tal difetto di simmetria la renderà meno
elegante e meno utile nelle applicazioni, che non siano il circolo e Tellisse;
ma ella non sarà per ciò meno precisamente determinata dalle quattro quantità
ab ed di quello che fossero il circolo da una e Tellisse da due. Ogni curva di
questo sistema sarà contrassegnata e distinta da tutte le altre analoghe per
mezzo dei valori speciali che per essa assumono le dette quattro quantità; le
quali pertanto costituiscono i suoi indici caratteristici, o i suoi parametri.
Il numero di tutte le forme possibili di questo sistema è un infinito del
quart’ ordine ; potendo infiniti valori di a combinarsi tion infiniti valori di
b : queste combinazioni binarie, infinite di 2° ordine, associarsi ciascuna con
ihfìniti valori di e: queste combinazioni triple, in numero infinite di 3°
ordine, associarsi con infiniti valori di d, dando cosi origine ad un numero di
combinazioni quadruple, che è un infinito di 4° ordine. A ciascuna di tali
combinazioni quadruple corrisponde un tipo o forma speciale di queste curve.
Senz'andar più oltre, è facile prevedere quello che acca¬ drebbe esaminando i
sistemi di curve analoghe, in cui per ogni punto M fosse costante la somma
delle distanze di esso da quattro, cinque, o più centri O O' O" O'"...
Il nu¬ mero dei parametri cresce di due unità per ogni centro che si aggiunge,
e cresce in rapida proporzione anche la moltiplicità delle forme. Come si vede,
da questo partico¬ larissimo problema che è uno solo fra gli infiniti problemi
analoghi immaginabili, scaturisce una moltitudine di forme, al cui numero ed
alla cui varietà non vi è confine. Ep¬ pure questa non è che una piccola
divisione della gran famiglia delle curve dette algebriche. 4. Da
quest'esempio, al quale sarebbe facile associare molti altri consimili,
possiamo comprendere, che in un sistema di curve, descritte secondo un medesimo
principio o dipendenti da una medesima legge, due cose principal¬ mente sono a
notare. In primo luogo il principio stesso, o legge di costruzione, che vale
per tutte le forme del si¬ stema, e determina per esse un insieme di proprietà
co¬ muni; principio o legge, di cui l'enunciato (o la scrittura Digitized by
Google - 279 - simbolica equivalente) costituisce ciò che chiameremo la formula
fondamentale del sistema . In secondo luogo sono a considerarsi i parametri
delle curve, cioè quelle quan¬ tità, costanti per tutti i punti di una medesima
curva, i cui valori speciali servono a distinguere ciascuna di esse da^tutte le
altre del medesimo sistema. Questi parametri, colle combinazioni molteplici di
tutti i valori che possono prendere, danno luogo a tutte le infinite forme
individuali del sistema. Da essi dipende tutto ciò che una data forma ha di
proprio e di particolare; mentre nella formula fon¬ damentale risiede tutto ciò
che tal forma ha di comune con tutte le altre. 5. Rispetto ai parametri poi
vale in generale ciò che si ebbe occasione di notare nell’esempio qui sopra ad¬
dotto ; cioè che dall’esser pochi o molti dipende la maggior o minor varietà
dei tipi, e il loro numero. Per i sistemi a un solo parametro il numero delle
curve individuali pos¬ sibili è infinito, come sopra abbiam notato dei circoli.
Per i sistemi a due parametri il numero è infinite volte infi¬ nito, cioè
infinito di 2° ordine, come vedemmo per il caso deirellisse. Per i sistemi a
tre parametri il numero delle curve diverse possibili è infinite volte
infinitamente infi¬ nito, cioè infinito di 3° ordine. E cosi innanzi. Gol
moltipli¬ carsi dei parametri cresce anche la varietà delle forme, perchè ogni parametro
che si aggiunge dà origine ad un nuovo elemento di diversità nel sistema. Tutto
quello che si è detto intorno ai parametri delle curve piane può essere
applicato a qualsiasi classe di forme geometriche pure, quindi alle curve
sghembe e alle superficie, ed anche a quelle forme superiori, che svol¬ gendosi
in spazi a tre o più dimensioni escono pure dal campo del nostro potere
d’intuizione geometrica. La considerazione dei parametri, o degli elementi che
determinano le singole forme in un sistema, è il perno fondamentale di tutte
queste nostre disquisizioni ; perchè la natura organica ha anch’ essa i suoi
parametri, da cui dipende la quasi infinita varietà delle sue forme. Perciò è
stato necessario definirne bene la loro natura e le loro funzioni. Digitized by
LjOOQ le 280 - Abbiamo qui sopra nominato la famiglia delle curve piane, cui si
è dato il nome speciale di algebriche . Fra tutte le curve piane occupano
queste il posto più distinto per la semplicità della loro origine, per la copia
ed ele¬ ganza delle loro proprietà, e sopratutto per l’intrinseca armonia e
coesione del sistema da loro formato, che rende capaci le loro molteplici e
svariate forme di una classifi¬ cazione regolare e simmetrica; onde per questo
capo, forse più d'ogni altra famiglia di curve, sono in grado di fornire
opportuni punti di comparazione coi prodotti della natura organica. Queste
curve sono anche le sole, per le quali i geometri abbiano fatto qualche
tentativo di divi¬ sione per generi e specie, analogamente a ciò che si usa nella
storia naturale. Credo di qualche importanza il dare alcune notizie intorno a
questi lavori di classificazione, anche a costo di fare una digressione su
alcune nozioni di geometria Cartesiana a ciò necessarie. Le quali spero non
saranno per creare difficoltà al più dei lettori. Chi non s’interessa a questo
può saltare le pagine seguenti, la cui materia non è essenziale alla presente
trattazione, e passar senz’altro al § 10. 6. Come una curva si possa
rappresentare per mezzo di una equazione. — Se nel piano della vicina figura si
conducano ad arbitrio due rette fra di loro perpendicolari OX 07, e da un punto
qualsiasi M si abbas¬ sino le perpendicolari MP,MQ; le lunghezze di queste si
diranno le coordinate del punto Af, e si designeranno per brevità coi nomi di x
ed g come sulla figura si vedon segnate. E diremo, che la posizione di un punto
M qual¬ sivoglia del piano sarà determinata, quando si assegnino i valori delle
sue coordinate a?, y. Finché questi valori rimangono intieramente arbitrarti e
non legati da alcuna condizione, il punto M potrà occupare qualsiasi luogo nel
piano. Ma se poniamo che fra il valore d’a? e quello d'y debba esistere una
certa relazione costante espressa da una legge, il punto M non sarà più
arbitrario e si troverà obbligato a far parte di una certa curva. Per
comprendere come ciò avvenga, facciomo un esempio; e poniamo che fra le
coordinate x y del punto M sia im¬ posta questa legge o condizione; che la
somma dei loro quadrati debba esser sempre la medesima, ed uguale al quadrato
di una linea data di lunghezza a . Tal legge si esprimerà algebricamente
dicendo che deve aversi sempre x 2 -]-y 2 = a 2 . Ora è evidente che i punti M
capaci di sod¬ disfare a questa condizione sono tutti quelli (e quelli sol¬
tanto) del circolo MN descritto da O come centro con raggio OM=a . Infatti pel
notissimo teorema di Pitagora dalla considerazione dei triangoli rettangoli
OMP, OMQ , di cui xy sono i cateti e OM= a Tipotenusa avremo, per ogni punto M
del circolo, x 2 -\-y 2 — a 2 , che è appunto la legge imposta. La
rappresentazione geometrica della legge esprèssa dairequazione x 2 + y 2 = a 2
si avrà dunque nel circolo MN; inversamente; il circolo stesso sarà
algebricamente rap¬ presentato dall’equazione x 2 -\-y 2 = a 2 fra le
coordinate e il raggio o parametro a. Per brevità si usa dire sempli¬ cemente,
che x 2 -|- y 2 = a 2 è Xequazióne del cjfcolo de¬ scritto dal centro O col
raggio a, \ > Digitized by L^ooQle - 282 - 7. Facile è ora comprendere, che
invece dell’equa¬ zione sopra addotta si può assumere qualunque altra equazione
esprimente una relazione fra le coordinate xy, e uno o più parametri a b e....
Ad essa corrisponderà sempre una curva. Cosi per esempio: a 2 x 2 -i-b 2 y 2 =
a 2 b 2 v trovasi essere l’equazione di una ellisse avente il suo centro in O,
e de’ cui semiassi principali OA, OJ3, gia¬ centi nelle direzioni 0 7, O X, le
lunghezze siano OA = a OB = b : lunghezze da cui l’ellisse è completamente de¬
terminata, e che quindi possono considerarsi come suoi parametri. E come ad
ogni equazione si può trovare la curva corrispondente, per converso ogni curva
geometrica (cioè tale che si possa descrivere secondo qualche prin¬ cipio
geometrico), avrà la sua equazione. Questo modo di rappresentare una curva per
mezzo di una equazione fra le sue coordinate ed i suoi parametri, è stato
intro¬ dotto da Cartesio, e costituisce il fondamento principale della
geometria analitica o Cartesiana . È palese che le curve geometriche di
costruzione e di ‘significato’ – H. P. Grice -- saranno appunto tante, quante
equazioni l’a¬ nalisi matematica è capace di stabilire fra le due coordi¬ nate
xy, prendendo per base un numero qualsivoglia di parametri ; quindi infinite
non solo di numero, ma anche di natura e di forme. La loro varietà inesauribile
offre un campo illimitato alle indagini della geometria. Soprafatti dalla
vastità della materia, i matematici hanno limitato i loro studi a quei
pochissimi tipi che per qualche speciale proprietà od utile applicazione
destavano il loro interesse. Quanto si sa delle curve è dunque, rispetto a quel
che si potrebbe investigare, molto meno ancora che una goccia rispetto a tutto
l’Oceano. 8. Curve algebriche e loro classificazione. — Il nome di queste curve
proviene da ciò, che nella loro equazione le relazioni fra le due coordinate ed
i parametri si pos¬ sono esprimere completamente col solo aiuto dei tre sim¬
boli più semplici dell’algebra, quelli cioè di addizione, sottrazione,
moltiplicazione. Onde consegue, che l’equa-* zione di una curva algebrica
ridotta alla forma più propria e più regolare risulta sempre dall’uguagliare
all’unità un polinomio intero in xy, del quale ogni termine è il pro¬ dotto di
un coefficiente costante per una certa potenza d’a? e per una certa potenza
d’^. Limitandoci ai quattro primi gradi abbiamo le forme seguenti : 1° grado :
1 = Ax + By ; 2° grado: 1 = Ax -f By + Cx 2 -|- Dxy -f- Ey 2 ; 3° grado : 1 ==
Ax-\-By~{- Cx 2 + Dxy -f- Ey 2 -f- F# 3 + Gx 2 y + Hxy*-{-Ky 3 ; 4° grado: , _
i ArX + B, J + + Dxy+Ey 2 + Fx*+ Gx 2 y + Hxy 2 + Ktf \ -|- Lx 4 + Mx 3 y -j-
Nx 2 y 2 + Pxy 3 + Qy Digitized by Google - 284 - A, B, C, 2).... essendo
numeri costanti, che possono anche considerarsi come parametri delle curve
corrispondenti a ciascuna equazione. Alcuni di essi possono esser nulli, e
quindi mancare i termini corrispondenti neirequazione. Però quando si
considerano queste equazioni nella forma qui sopra addotta che è la più
generale possibile, non tutti i parametri concorrono a determinare la grandezza
e la forma delle curve rappresentate. Di essi tre servono per definire la
posizione della curva nel suo piano; e da questi naturalmente si può far
astrazione. Onde si può dire che le curve rappresentate dalla prima equazione
non hanno parametro; quelle rappresentate dalla 2 a , 3 a , 4 a equa¬ zione
hanno rispettivamente 2,6,11 parametri. Ed in gene¬ rale le curve
corrispondenti adequazione generale del grado n? -{- 3 fi — 6 , , , n°
hanno---parametri, a determinare di ciascuna la grandezza e la forma. 9. Il
criterio fondamentale usato nella classificazione delle curve algebriche per
ordini è dato dal grado dell’e quazione che la rappresenta. Le equazioni di 1°
2° 3° 4°.... grado danno luogo alle curve di 1°, 2°, 3°, 4° ordine ; delle
quali una proprietà importante è questa, di non poter es¬ sere tagliata da una
linea retta in più che 1* 2, 3, 4..., punti rispettivamente. L’insieme delle
curve del medesimo ordine si considera come formante una famiglia a parte,
sebbene ogni ordine comprenda in sé, come casi specialissimi, tutte le curve degli
ordini inferiori. In ciascun ordine l’equazione com¬ prende un certo numero di
parametri , cioè di elementi determinatori di tutte le diversità che esistono
nelle curve a quell’ordine appartenenti; i quali parametri, colle varia¬ zioni
delle loro grandezze e dei loro rapporti danno ori¬ gine in ciascun ordine
(salvo che nel primo) ad infinite combinazioni e ad infinite forme, riducibili
tutte a deter¬ minate classi, generi e specie. Ecco un compendio dei ri¬
sultati a cui finora i matematici sono pervenuti per la classificazione delle
curve dei primi quattro ordini. Digitized by Google - 285 - 1° Ordine. —
L’equazione algebrica di 1° grado rappresenta sempre una stessa forma, che è la
linea retta. Unica nel suo genere e nella sua specie, non offre alcuna
diversità, tutte le linee rette essendo uguali fra loro e sovrapponibili su
tutta l’indefinita loro lunghezza. Quindi non vi sono variazioni, e non vi sono
parametri. 2° Ordine. — Comprende le curve chiamate sezioni coniche; le quali
considerate dal punto di vista morfologico darebbero tre specie, note sotto il
nome di ellisse, parabola, iperbole. Il circolo è una semplice va¬ rietà
deH’ellisse. Il numero dei parametri determinatori è due per l’ellisse e per
l’iperbole, uno per la parabola. Quindi la varietà delle ellissi e delle
iperboli è molto maggiore che per la parabola. Le prime possono variare in
dimensione ed in forma ; la parabola non può variare che in dimensione, perchè
tutte le parabole hanno la medesima forma. La pa¬ rabola non è dunque una vera
specie comparabile alle altre due. Essa rappresenta un caso particolare, che
forma un limite fra le ellissi e le iperboli. 3° Ordine. — La sola
considerazione morfologica ha fatto riconoscere a Newton nelle curve di 3°
ordine settantadue specie diverse, le quali da Eulero furono poi (sempre
secondo criterii puramente morfologici) rac¬ colte e classificate in sedici
generi. Ma fra le 72 specie di Newton soltanto sette hanno tutto il grado di
generalità che compete ai sei parametri delle curve di quest’ordine. Le altre
forme sono casi limiti fra una specie e l’altra, oppure casi particolarissimi,
la cui considerazione non si può ammettere in una classificazione uniforme. 4°
Ordine. — Nella classificazione (puramente morfologica) proposta da Eulero e
rettificata da Pluckcr si annoverano 152 generi (analoghi ai 16 generi
euleriani per le curve di 3° ordine) comprendenti un numero enorme di specie,
delle quali finora nessun matematico ha osato affron¬ tare la classificazione e
la descrizione. — Il numero dei parametri deter¬ minatori sale in quest’ordine
ad undici. Questa fecondità di enti geometrici cresce in propor¬ zioni
spaventose negli ordini quinto (dove il numero dei parametri può salire fino a
diciassette), sesto (dove il nu¬ mero dei parametri può arrivare fino a
ventiquattro) ecc. Lo studio completo di tali ordini sembra trascendere le
forze dell’intelletto umano, e soltanto alcuni casi specia- Digitized by Google
- 286 lissimi furono studiati, che comprendono soltanto una tni- nima parte del
numero totale. I saggi di classificazione finora tentati hanno per unico
intento di servir di guida allo studio, e sono ben lontani da quella simmetria
di disposizione e da quella uniformità di metodo, a cui idealmente si do¬
vrebbe aspirare. Le specie di Newton ed i generi di Eulero e di Plùcker non
hanno tutti, nel medesimo ordine di curve, lo stesso significato e lo stesso
grado di generalità : il numero dei parametri varia da una specie all’altra, da
un genere all’altro. È questo un difetto capitale, il quale mostra, tali
classificazioni esser fondate su principi d’analogia imper¬ fetta e
convenzionale, non già nella vera essenza delle cose. In una clas¬ sificazione
ideale dovrebbero tutte le divisioni di una data categoria (specie, genere,
classe), rappresentare un medesimo grado di diversità e di multiplicità ;
sopratutto le specie, che costituiscono il gradino ultimo, ma il più numeroso e
senza paragone il più importante. Tutte le specie di un medesimo ordine
dovrebbero esser caratterizzate da un medesimo numero di parametri, e
precisamente dal massimo numero di parametri che quell’ordine comporta :
assegnando il posto che loro compete a quei tipi di curve più speciali che ne
hanno un minor numero e che quindi nel sistema si presentano come casi
singolari e relativamente eccezio¬ nali. Un tal metodo di ordinamento finora
non si conosce che per le curve del secondo ordine; ed è sperabile che col
tempo alcuno tenterà di applicarlo al terzo ordine (cosa non difficile a farsi)
ed anche al quarto. Rappresentazione delleforme geometriche pure nelle loro
trasformazioni 9 specie e varietà . 10. Rappresentazione convenzionale di un
ordine intiero di curve. Caso di 2 parametri. — Consideriamo una famiglia di
curve determinata da 2 parametri, quale sopra abbiam veduto esser quella delle
curve di 2° ordine. Una qualunque di esse curve sarà determinata fra tutte le
altre, quando siano assegnati i valori speciali dei due parametri a eb che ad
essa appartengono. Siano ora con¬ dotte in un piano le due rette fra loro
perpendicolari OA, OB . Prendasi sopra l'una di esse la distanza OA uguale al
valore speciale di a e la distanza O B uguale al valore speciale di b : indi
elevate le perpendicolari A M, B Affino alla comune intersezione, si compia il
rettangolo OAMB . Il punto M sarà cosi intieramente determinato e corri¬
sponderà, colla sua posizione, a quella speciale forma di curva, che ha per
parametri le quantità e lunghezze OA O B. Ad ogni curva della famiglia data
corrisponderà un punto del piano: e ad ogni punto del piano una curva. Si potrà
pertanto considerare ogni punto M come il rappre¬ sentante di una curva
particolare di quella famiglia. E tutta la famiglia delle curve sarà
rappresentata dall’in¬ sieme. dei punti del piano dove si fa l'operazione. In
tal modo, al concetto di forma della curva abbiam sostituito l'altro più
semplice del luogo che occupa il punto M suo corrispondente. Poniamo ora, che
il punto M si muova in una direzione qualunque, passando da M in M\ Al punto M'
corrispon T derà la curva, di cui i parametri sono OA r O B r : e gene¬
ralmente parlando, se la distanza MM r è piccola, piccola sarà anche la
diversità di forma e di grandezza fra le due curve corrispondenti a M ed M\
Pure una diversità avrà luogo; e mentre il punto M sarà passato in M\ la curva
di M per gradi consecutivi si sarà venuta deformando in un certo modo, e sarà
arrivata a pigliar la forma che ha la curva di M\ Un movimento di M in un'altra
direzione qualsiasi M M " avrebbe prodotto una deformazione diversa dalla
pre¬ cedente. In generale ogni spostamento di M corrisponde ad una
deformazione, e per ogni direzione diversa dello spostamento si ha nella curva
una deformazione di ca¬ rattere diverso. La natura della deformazione subita
dalla curva è determinata dalla direzione in cui procede il punto M che alla
curva appartiene. Il progresso di M in due direzioni opposte darà anche luogo a
deformazione di carattere opposto. 11. Fra tutti gli spostamenti possibili che
può pren¬ dere M avanzando in diverse direzioni, meritano special
considerazione quelli che si fanno lungo le rette MA MB parallele alle OB OA .
Quando M si muove (in un senso o nell'altro) lungo la retta MA, il parametro a
rimane invariato, cioè si ha OA — a ; e quindi la deformazione della curva
prodotta da questo movimento deriverà dal solo parametro b. Similmente
progredendo M lungo la retta MB, avremo nella curva deformazioni provenienti
dalla variazione del solo parametro a . Queste due specie di deformazione lungo
MA e lungo MB sono distinte per questo, che ad esse si posson ridurre tutte le
altre ; e perciò le chiameremo deformazioni tipiche . Consideriamo per esempio
la deformazione che ha luogo quando M passa nel punto vicino M'. Il punto Mpuò
arrivare in M' progredendo direttamente lungo la linea M M' ; ma può anche
giungervi passando prima da M in Q e poi da Q in M\ In questo passaggio avrà
luogo una prima deformazione tipica arrivando da M a Q; ed a questa si
aggiungerà un’altra deformazione tipica, arri¬ vando da Q in M\ Il risultato
finale di queste due defor¬ mazioni tipiche combinate e sovrapposte sarà
identico a quello deH’unica deformazione che corrisponde al passaggio diretto
da M in M'. Dunque tutte le infinite deformazioni, che può subire la curva col
procedere di M nelle infinite direzioni del piano, possono ridursi alla somma
di due deformazioni tipiche; le quali corrispondono ai casi in cui varia solo o
l'uno o l’altro dei due parametri. La deformazione per MM r qui è dunque la
risultante delle due deformazioni per MQ , QM r : le quali si compongono
insieme, come i movimenti nella meccanica. 12. All’idea complessa di
deformazione di una figura abbiamo dunque surrogato l’idea molto più semplice
del moto di un punto. È possibile di attribuire a questo punto movimenti di
qualsiasi grandezza e di qualsiasi natura. Sia M la posizione iniziale
corrispondente ad una data forma ; M' un’altra posizione comunque distante, che
cor¬ risponda ad una forma comunque differente dalla prima. Da M si può
arrivare ad M' per infinite vie. Sia MP M' la via prescelta; gli infiniti punii
di essa rappresenteranno le infinite forme diverse che prenderà successivamente
la curva, nel passare dalla forma di M alla forma di M'. Un’altra via MQM'
produrrà il medesimo effetto, facendo passare la curva per una serie di forme
aifatto differente. Può dunque una forma passare ad un’altra in infiniti modi,
cioè per infinite serie di deformazioni diverse, pur rimanendo sempre nelle
forme appartenenti alla famiglia di curve determinate da due parametri nel modo
stabilito da principio. Ma non tutte le serie di deformazioni per cui si passa
da una forma all’altra saranno ugualmente semplici e ugualmente dirette. Siano
AfAF due punti non molto lon¬ tani e corrispondenti a due forme non molto diverse.
Se per arrivare da M ad AF si prende una via di grande circuito ed inutilmente
complicata come MRM f , la curva nel passare dall’una all’altra forma, potrà
prendere nel¬ l’intervallo forme diversissime dall’iniziale che corrisponde ad
Af e dalla finale che corrisponde ad AF. Ma siccome gli stati iniziale e finale
di essa sono poco diversi, molto lavoro di trasformazione fatto in una parte
del cammino sarà disfatto in un’altra parte. Questo ci fa vedere, che fra tutte
le serie di deformazioni per cui dalla forma di Af si può passare alla forma
Af' ve ne sarà una, in cui il lavoro di trasformazione fatto una volta non si
disfà più, ed è il minimo possibile. La linea di passaggio cor¬ rispondente a
questo modo più semplice, più diretto e più economico di trosformazione non può
esser molto diversa dalla retta Af Af'. La chiameremo la linea diretta di tra¬
sformazione. 13. Rappresentazione convenzionale di un ordine intiero di curve.
Caso di tre o più parametri. Questo sistema di rappresentare con punti le
diverse forme di curve appartenenti alla stessa famiglia, e le loro trasfor¬
mazioni reciproche, può essere facilmente esteso alle fa¬ miglie dotate di un
numero qualsivoglia di parametri. Poniamo che il sistema dipenda da tre
parametri : si potranno facilmente rappresentar questi per mezzo delle 3
distanze di un medesimo punto M da 3 piani fra di loro perpendicolari comunque
condotti nello spazio a 3 dimen¬ sioni. Ogni forma di curva sarà data, quando
siano asse¬ gnati i valori dei 3 parametri ad essa convenienti, e a tali
valori, comunque scelti, corrisponderà sempre un punto M dello spazio,
rappresentante della data curva. Inversa¬ mente ogni punto M dello spazio, per
mezzo delle sue tre distanze ai 3 piani sopradetti determina i valori dei 3 pa¬
rametri, e quindi la forma di curva, che ad esso punto corrisponde. Anche in
questo caso si potranno ripetere tutti i ragionamenti esposti qui sopra pel
caso di 2 para¬ metri. Il moto del punto M in una qualunque direzione dello
spazio circostante a tre dimensioni determinerà una particolare deformazione
della curva che gli corrisponde. Avremo poi tre deformazioni tipiche,
corrispondenti al moto di Min tre.direzioni perpendicolari ai piani sud¬ detti;
e tutte le infinite deformazioni corrispondenti ad altre direzioni qualsiasi
potranno sempre ridursi alla somma o alla combinazione di 3 deformazioni
tipiche. Il moto di M dal suo luogo al luogo del punto M' rappre¬ senterà la
serie delle deformazioni, per cui la curva cor¬ rispondente ad M si trasforma
nella curva corrispondente ad M'; e questo potrà avvenire in infinite maniere,
perchè per infinite vie M può passare in M'. E fra queste vie una sarà la più
semplice e la più diretta, e quella che doman¬ derà il minimo lavoro di deformazione.
Lo stesso modo di rappresentazione si potrà applicare a sistemi di curve
dipendenti da un numero qualsivoglia n di parametri, assegnando ad ogni forma
di curva quel punto M, la cui posizione nello spazio a n dimensioni è definita
dai valori speciali degli n parametri, che a quella curva corrispondono.
Veramente qui la rappresentazione cessa di essere intuitiva, ma niente
impedisce di appli¬ carla anche a questo caso, e di estendere ad esso le ri¬
flessioni e le conclusioni enunciate qui sopra pei casi di due e di tre
parametri. Epperò è manifesto che anche in questo caso, partendo da un punto M
che si suppone rap¬ presentare una data forma, ad ogni direzione dello spazio
/i-dimensionale in cui M può muoversi, corrisponderà una particolare qualità di
deformazione della curva rappre¬ sentata da M. Ma tutte queste deformazioni non
sono intieramente sciolte da ogni legge ; anzi tutte potranno ri¬ dursi alla
somma o alla combinazione di n deformazioni tipiche. 14. Correlazione di
deformazione. — La conclusione or ora enunziata è della più grande importanza.
Per essa comprendiamo che per passare da una data forma di curva ad un’altra
della medesima famiglia, anche pochissimo diversa, non si può procedere ad
arbitrio. La deforma¬ zione operata non può risultare che dalla sovrapposizione
di un certo numero di deformazioni tipiche di carattere ben definito ;
altrimenti avverrà chela nuova curva risul¬ tante non apparterrà più alla
famiglia delle altre. Ciò limita in un modo straordinario le deformazioni
possibili, ed introduce delle strette dipendenze fra le deformazioni che hanno
luogo in diverse parti di una medesima curva. Consideriamo, per fissar le idee,
una famiglia di curve a due parametri, per esempio la famiglia delle ellissi :
é chiaro che se si parte da una data ellisse, le deformazioni che sovr’essa
sarà concesso di fare dovranno esser uguali e simmetriche rispetto ad entrambi
gii assi della mede¬ sima. Se pertanto si domandasse che uno dei vertici del¬
l'ellisse debba esser modificato in guisa da riuscir un po' più acuto, ciò non
si potrà fare che coH'ammettere una eguale modificazione nell’altro vertice: i
due vertici di un ellisse non potendo non esser uguali e simmetrici. E quando
si volesse mantenere tal modificazione in un solo dei ver¬ tici, la nuova curva
per ciò solo cesserebbe di essere una ellisse; e si uscirebbe così dalle condizioni
inerenti a tutte le curve della famiglia considerata. Arriviamo dunque a questo
risultato ; che una data mo¬ dificazione apportata in una parte della curva
determina necessariamente altre modificazioni correlative in altre parti. È
questa il fenomeno detto correlazione di defor¬ mazione, il quale, come si vedrà
in seguito, si applica anche agli organismi naturali. 15. Campo e limiti delle
specie geometriche. — Per mezzo della rappresentazione esposta nei precedenti
arti¬ coli siamo ora in grado di ridurre a concetti semplici ed intuitivi
tuttociò che si riferisce alle relazioni che una forma del dato sistema ha
colle altre forme. Noi inco- minceremo a considerare il campo occupato da una
specie ed i limiti che lo separano dai campi analoghi delle specie confinanti ;
e per fissar le idee discuteremo il campo delle curve algebriche di 2° ordine
(sezioni del cono) le quali sono definite, come sopra si è esposto, da 2
parametri, e di cui ogni forma possibile è rappresentata dalla posi¬ zione di
un punto corrispondente in un piano. Egli è manifesto che punti vicini del
piano devono cor¬ rispondere a forme poco fra loro differenti; e che per¬
correndo il piano in una direzione qualsiasi, le forme corrispondenti alle
posizioni successivamente incontrate devono variare in modo continuo, e non per
salti. Da ciò possiamo inferire, che quella regione del piano, a cui
corrispondono tutte le forme di una data specie, deve for¬ mare un’area
continua. In altri termini, ogni specie ha un campo determinato , in cui si
trovano i punti delle forme ad essa appartenenti e da cui sono escluse le forme
ap¬ partenenti ad altre specie. Or le specie delle curve del 2° ordine sono
due; la specie delle ellissi e quella delle iperboli; oltre a quella delle
parabole, che è un caso limite. Adunque se noi esamine¬ remo tutti i punti del
piano che corrispondono ad ellissi, li troveremo tutti raccolti in una certa
parte di esso piano; e nel rimanente troveremo raccolti tutti i punti che cor¬
rispondono ad iperboli. Saranno queste le regioni o i campi delle ellissi e
delle iperboli. Il confine di queste regioni apparterrà alla forma che
costituisce il passaggio Digitized by LjOoq le - 294 delle ellissi alle
iperboli, cioè alle parabole. Mentre adunque il cempo delle ellissi e il campo
delle iperboli occupano aree del piano, il campo delle parabole occuperà
soltanto i punti di una linea limile fra gli altri due campi sopra¬ detti. Ed è
manifesto, che da una forma ellittica non si potrà passare per successive
deformazioni ad una forma iperbolica, se non attraversando quella linea limite,
pas¬ sando cioè per la forma della parabola; la quale dunque può considerarsi
come un tipo di transizione. Similmente per le curve a 3 parametri il campo di
tutte le forme possibili sarà lo spazio a 3 dimensioni; ogni specie occuperà
una porzione di questo spazio, che sarà il campo di essa. Il confine fra due
campi di specie con¬ tigue sarà una superficie, della quale i punti corrispon¬
deranno a forme limiti o a tipi di transizione fra le due specie considerate.
16. Per le curve a n parametri il campo di tutte le forme possibili è lo spazio
a n dimensioni ; del quale ogni specie occuperà una determinata porzione, che
sarà il campo di quella specie. Ciascuno di questi campi sarà limitato dal
campo analogo di una specie contigua per mezzo di uno spazio a n — 1
dimensioni, il quale a sua volta sarà il campo della specie meno generale, che
forma il tipo di transizione fra due specie più generali contigue. Quando le
dimensioni sono in numero maggiore di tre, gli spazi non possono più esser
afferrati per. intuizione diretta del nostro intelletto. Tuttavia essi restano
sempre concepibili come rappresentazione delle molteplicità di varii ordini, e
le conseguenze precedenti non perdono nulla del loro significato reale.
Qualunque sia il numero delle dimensioni, noi potremo sempre in modo schematico
e convenzionale rappresentarci lo spazio intiero coll'inde- fìnita estensione
del foglio, e le porzioni di questo spazio, o i campi in cui è diviso, per
mezzo di aree limitate del foglio stesso ; i confini fra questi spazi per mezzo
di linee dividenti queste aree. Ogni punto di uno spazio qualunque continuerà
sempre ad esser rappresentabile con un punto. Cosi potremo avere immagini atte
a guidare il ragionamento e a dar forma concreta alle nostre idee, quando si
tenga bene a mente che non si tratta di una vera rap¬ presentazione della
realtà delle cose, ma di pure designa¬ zioni convenzionali. Non si dovrà mai
dimenticare che le relazioni fra una specie e le sue contigue, espresse dalla
figura per mezzo di connessioni a due dimensioni, in realtà dipendono da una
molteplicità d’ordine più elevato, e pos¬ sono appartenere ad una rete ad un
numero qualsivoglia di dimensioni." Sia dunque S il campo di una data specie
di curve, S l S 2 aS 3 .... i campi delle specie confinanti. Tutti i punti
dello spazio S corrisponderanno ciascuno ad una delle infinite forme comprese
nella specie corrispondente. I punti del contorno apparterranno a tipi di
transizione con alcune delle specie confinanti, e le proprietà distintive della
specie S arrivando a tali limiti cesseranno di aver luogo, per esser surrogate
da proprietà analoghe di un’altra specie. Si vede adunque, che le
caratteristiche, per le quali la specie S si distingue dalla altre, saranno
meno evidenti e meno pronunziate nelle regioni del campo prossime ad essi
limiti : mentre le forme veramente rappresentanti la specie S nella sua
maggiore purezza, le forme veramente tipiche di S corrisponderanno alle parti
centrali del campo. Se noi consideriamo la forma di S che è rappresentata dal
punto M e la forma di S' che è rappresentata dal punto M' ; la diversità di
queste quando i punti MM' siano siano ambidue vicinissimi al limite ab che
separa i due campi SS' sarà minore, che quando i due punti siano lontani da
quel limite. Una forma rappresentata da un punto M vicino al limite a b potrà
in generale convertirsi in altra forma della specie S' che è al di là del limite
ab con trasformazioni meno operose e menò radicali di quelle che si
richiederebbero per ridurre la forma M ad altra specie confinante, per esempio
alla specie S 3 od S 4 . Varietà appartenenti alla medesima specie geometrica.
— Ogni punto del campo appartenente ad una specie geometrica rappresenta una
forma di curva; cosi che il campo viene ad esser intieramente occupato dalle
forme della specie. Ogni specie comprende pertanto un’in¬ finità di forme; e
questa infinità è dell’ordine n , quando n sia il numero dei parametri. Se
dunque diamo il nome di varietà ad ogni forma differente di curva, ne conclu¬
deremo che il numero delle varietà appartenenti a ciascuna specie è
infinitamente grande. Queste varietà formeranno un sistema continuo, cioè si
passerà dall’una all'altra per gradi insensibili; e non esisterà alcun criterio
naturale per separarle in categorie veramente distinte. Noi possiamo tuttavia
concepire il caso, che il numero o la qualità delle forme sian limitati da
qualche condi¬ zione. Invece di attribuire ai parametri tutti i valori pos¬
sibili, potremo ammettere che questi debbano limitarsi ad una certa classe di
valori ; potremo per esempio supporre che per qualche -necessità del problema i
parametri deb¬ bano esser tutti numeri intieri, o appartenere ad altra serie
qualsiasi di valori, ed anche nella data serie non progredire al di là di certi
limiti. In tal caso le combina¬ zioni possibili dei parametri si restringeranno
in propor¬ zioni anche maggiori; cosi che nel campo di una data specie le forme
ammesse come possibili saranno rappresentate da un insieme di punti separati
fra loro ed isolati a maggiori o minori distanze, siccome nella figura vicina è
indicato dai grossi punti di cui è cosparsa. —- Inoltre raramente o soltanto
per caso avverrà che alcuno dei punti si trovi sopra uno dei limiti che
separano i campi delle varie specie; da ciò la conseguenza, che general¬ mente
parlando le forme di transizione non esisteranno, od esisteranno soltanto in
casi affatto singolari. Il pas¬ saggio di ogni forma alle forme circonvicine si
farà sempre con un salto notabile ; e queste forme circonvicine essendo
ristrette a un piccol numero, in ugual’modo sarà ristretta la possibilità di
passare da una torma ad altra contigua. La famiglia intiera delle curve cosi
ridotte di numero consterà ancora come prima di specie, sebbene sia possibile
che alcuna delle specie scompaia intieramente, per non trovarsi alcun punto nel
suo campo. Ma ogni specie sarà separata in modo abrupto dalle circonvicine senza
transizione; cosi che dairultima varietà x della specie S si arriverà alla
prima varietà y della specie vi¬ cina S' con un salto, naturalmente maggiore di
quello che ha luogo pel passaggio dall’una all’altra delle varietà appartenenti
alla medesima specie. 18. Serie analogiche. — Consideriamo per semplicità un
sistema discontinuo a due parametri soli, come quello rappresentato nella
figura precedente; e poniamo che ad uno dei due parametri a si assegni un
valore fisso, che sia uno fra quelli che esso è in grado di assumere. Fa¬ cendo
variare l’altro parametro b e dandogli successiva¬ mente tutti i valori per
esso ammessibili, i punti rappre- sentanti le forme cosi ottenute si troveranno
disposti z z' z'“ 2T" Z" • 9 • 9 • • 9 JL y‘ y" y'" y* ¥
s" 9 • 9 X x' X" X'"
JC" JC V '9 9 • • V V" V'" V 9 • 9 9 •9 U 9 u' • u" •
u'" 9 9 u y 9 u" 9 fìla, e formeranno lungo di essa una serie
regolare u u f che attraverserà tutto il sistema da un capo al¬ l’altro. I tipi
di curva rappresentati da questi punti, avendo un parametro comune, si
troveranno stretti l’uno all’altro da certa analogia di caratteri, che non
avranno due tipi qualsiasi presi quà e là, ed a caso nel sistema, i quali
differiscano per entrambi i parametri. Inoltre è manifesto che nella stessa
serie u u' u” w'".... le curve andranno mu¬ tandosi regolarmente di passo
in passo da un tipo all’altro : cosi che quelle variazioni, per cui dalla forma
u si passa alla forma u\ continuando nel medesimo senso, finiranno per produrre
i tipi u” u w"".... sempre più lontani da u : in modo da arrivare per
gradi anche piccoli a forme di- Digitized by LjOOQle - 299 - versissime dalla
prima forma a. Tutti questi tipi, ancorché comprendenti forme molto diverse,
avranno però comune quel carattere che dipende dal parametro a che si suppone
uguale per tutti. Ora è manifesto che di tali serie noi possiamo farne tante,
quanti sono i valori ammissibili per il parametro a. Avremo dunque, oltre alla
serie u u f u ,r u"'.... altre serie v v'v" o'".... x x' x"
a?'".... disposte regolarmente lungo linee anch’esse procedenti in
direzione analoga alla prima serie per modo da potersi chiamare tutte in un
certo senso pa¬ rallele. L'insieme delle serie ottenute col dare ad a tutti i
suoi valori ammissibili costituirà la totalità del sistema ; ogni punto di esso
apparterrà ad una serie particolare. I tipi d’ogni serie avranno fra loro un
grado di parentela più stretta, dipendente dal parametro che essi hanno in
comune. Noi possiamo ora fare il medesimo ragionamento scam¬ biando l’un
parametro coll’altro. Poniamo dunque che si assegni al parametro b un valore
fìsso fra quelli che esso è capace di assumere. Facendo variare l’altro
parametro a e dandogli successivamente tutti i valori per esso am¬ missibili, i
punti cosi ottenuti si troveranno anch’essi sopra una certa linea in fila, e
formeranno lungo essa una serie regolare uv x y z.... che attraverserà il
sistema da un capo all’altro, ma in direzione diversa dalle serie prima con¬
siderate. I tipi di questa nuova serie daranno pure una scala di forme
modifìcantisi per gradi successivi, benché aventi fra loro un carattere
speciale di affinità, dipendente dal comun valore del parametro b. E di tali
serie ne avremo tante, quanti sono i valori ammissibili per questo parametro.
Dunque oltre alla serie uvxyz .... avremo le serie u' o f x f tf z\... u"
c" x" tj" *"... u" f v r " x ,n y"' disposte
tutte in un certo parallelismo colla prima; e l’insieme di tutte abbraccierà
anche qui la totalità del sistema, ogni punto appartenendo ad una serie
particolare; ed in cia¬ scuna regnerà pure un grado speciale di parentela, a
ca¬ gione del comune valore del parametro 6. 19 . Queste riflessioni, oltre al
render ragione del perchè nelle nostre figure disponiamo i tipi delle varietà
in serie ed in colonne, ci conducono ad una importante osservazione. Essendo
due le classi di serie, una trasver¬ sale corrispondente ad un parametro,
l'altra longitudinale corrispondente all'altro, ogni tipo del sistema
apparterrà simultaneamente a due serie, l'una dell'una, l'altra del¬ l’altra
classe : e poiché in ogni serie regna una speciale parentela od analogia di
forme, cosi ogni tipo del sistema sarà connesso in quattro direzioni diverse cogli
altri tipi intorno ad esso, e presenterà in queste direzioni due ma¬ niere
diverse d’analogia. È questo il motivo, per cui alle serie in questione ho dato
il nome di serie analogiche . Quello che si è detto di un sistema a due
parametri, facilmente possiamo estenderlo a sistemi più complessi. Se i
parametri siano tre, é facile convincersi che avremo tre classi di serie
analogiche, in ciascuna delle quali tutti i membri avranno comuni due
parametri, e non differi¬ ranno che pel valore del terzo. Di queste tre classi
di serie potremo figurare la reciproca relazione, dicendo che uno corre in
larghezza, l'altro in lunghezza, il terzo in pro¬ fondità. Ogni tipo del
sistema apparterrà a tre serie ana¬ logiche e sarà connesso coi tipi vicini in
sei direzioni diverse, corrispondenti a tre maniere diverse d'analogia. Se i
parametri saranno n, avremo n classi di serie analogiche, in ciascuna delle
quali tutti i membri avranno comuni i valori di n — 1 parametri : cioè non
differiranno fra loro che pel valore di un parametro solo. Ogni tipo del
sistema apparterrà ad n serie simultaneamente e sarà connesso coi tipi vicini
in 2 n direzioni, corrispondenti ad n maniere diverse d’analogia. 20.
Parallelismo dei tipi in due serie parallele. — Consideriamo due serie appartenenti
alla medesima classe, vicine e parallele, per es. a? a?'a?".... y y'
//".... Gli sposta¬ menti per cui da a? si passa ad y omologo, e da a?'
all’o¬ mologo // e da a?" all'omologo ?/".... essendo press'a poco
uguali in grandezza e direzione, corrisponderanno a dif¬ ferenze di forma non
molto diverse: ciò che si potrà esprimere dicendo che a? sta ad y , come a?' ad
y\ come D - x ,r ad y "... Nelle gradazioni di forma dei tipi si mostrerà
per le due serie da un capo all’altro un parallelismo tanto più stretto, quanto
meno differisce il carattere dei due termini iniziali x ed y . Lo stesso si
potrà dire compa¬ rando la serie xx' x".... coll’altra contigua vv'v
"... Questo parallelismo di forme in due o più serie parallele del si¬
stema è di speciale importanza quando si considerano, invece dei tipi
geometrici delle curve, i tipi organici della natura. Forme degli organismi
naturali 9 loro para¬ metri e loro legge di correlazione. Tipi normali, loro
discontinuità, e loro rela¬ zione reciproca: serie analogiche. 21. Sistemi di
curve e sistemi organici. L'idea principale del presente scritto è di esaminare
sotto quali rapporti si possa insistuire una comparazione fra un si¬ stema di
curve aventi origine da una medesima formula (o da un medesimo principio di
costruzione) e un sistema qualunque di enti della natura organica, rispondenti
a certi caratteri comuni e classificati quindi sotto una me¬ desima divisione,
sia poi questa designata col nome di genere, di famiglia, di ordine, di classe,
di regno. Qui si presenta subito alla considerazione la grande diversità che
esiste fra una curva e un tipo qualsiasi di organismo naturale. Per la curva
ogni studio è contenuto in quello della pura forma geometrica: negli organismi,
oltre all'e- lemento geometrico della forma, è da considerare la co¬ stituzione
fisica, chimica e fisiologica delle parti, e il ca¬ rattere delle funzioni che
costituiscono la loro vita, non escluse le funzioni d'ordine psicologico. La
curva deriva da un concetto matematico rigoroso e puramente ideale ; per gli
organismi non esiste, rappresentato da uno, nò da più esemplari, un tipo puro
ed assoluto; gl'individui in cui è tradotto in realtà il concetto che li
informa, sono soggetti a mille influenze modificatrici e perturbatrici di
effetto temporaneo o permanente. La curva, definita una volta nella legge della
sua descrizione e nei suoi parametri, è intieramente immutabile; gli organismi
durante il tempo della loro esistenza percorrono diversi stadi e seguono una
progressiva evoluzione dallo stato embrionale a quello del massimo sviluppo,
che si suole più spesso considerare come il loro stato normale. Nessuna di
queste differenze deve essere negletta nelle considerazioni com¬ parative che
si tratta di fare. 22. Parametri degli organismi naturali. — Abbiamo veduto più
sopra, che in ogni famiglia di curve ogni forma individuale è distinta dalle altre
pel valore speciale che assumono in essa certi elementi fondamentali, detti
para¬ metri. Ora questo concetto ed altri parecchi da esso di¬ pendenti io
credo che si possano trasportare ai sistemi degli esseri organizzati, malgrado
la grande diversità che corre fra questi e le curve. Penso adunque, che i tipi
or¬ ganici naturali, benché variabili sotto 1*impero di nume¬ rose influenze,
sono anch’essi determinati nei loro caratteri essenziali da un certo numero di
elementi fondamentali secondo una legge o formula definita per ciascuna cate¬
goria o divisione. L’identità della formula stabilisce, come per le curve, i
caratteri comuni della categoria; come nelle curve, i caratteri propri a
ciascuna suddivisione dipendono dalla varietà degli elementi fondamentali. A
quel modo che le diverse specie curve d’una stessa famiglia sono deter¬ minate
dalle varie combinazioni che possono prendere i valori dei loro parametri; cosi
credo, che dalle varie com¬ binazioni degli elementi fondamentali e dalla
maggiore o minor parte che ciascuno di essi può avere nella costi¬ tuzione e
nelle funzioni di ciascun organismo speciale, siano determinate le differenze
specifiche entro i limiti della stessa categoria. Questi elementi fondamentali
determinatori potremo chia¬ mare convenientemente i parametri dell’organismo,
desu¬ mendone dalla teoria delle curve il nome, ed anche in parte il concetto.
Dico in parte, perchè l’idea rispondente a quel nome è, nel caso di un
organismo, assai più com¬ plessa: di tanto più, di quanto un organismo naturale
an¬ che il più rudimentale sorpassa in complicazione di struttura e di
composizione una linea curva. Ma oltre all’es¬ sere più complessa, è anche meno
determinata; anzi nello stato presente della scienza è indeterminata ancora
quasi per ogni parte. Nelle curve i parametri sono linee o nu¬ meri dove una
sola cosa è da considerare, la grandezza. L’influsso di ciascun parametro sulla
forma della curva è perfettamente definito, data che sia la legge di
costruzione o la formula da cui dipendono tutte le curve del sistema; altri
lati il problema non ha. Ma niuno è adesso capace di dire quali e quanti siano
gli elementi determinatori di un organismo nella sua forma, nella sua
costituzione fisica e fisiologica, nelle sue funzioni. Più diffìcile ancora sa¬
rebbe distinguere la parte che ciascun elemento ha come fattore costituente
dell’organismo stesso. Certo questi pa¬ rametri non son tutti omogenei e
riferibili ad una stessa categoria di cose; in essi si tratta non solo del
quanto (come avviene per le curve) ma ancora, e probabilmente in complicata e
molteplice maniera, del quale . Fortunata¬ mente, come si vedrà dagli esempi,
la comparazione dei due ordini di fatti e la dimostrazione dei loro
parallelismi entro i limiti che ci siam posti, si può instituire stando in
termini generali e senza scendere a particolarità oggi an¬ cora inaccessibili
all’investigazione. 23. Legami fra le variazioni di un organismo; cor¬
relazione di sviluppo. — E primieramente quanto alle variazioni dei tipi
organici appartenenti ad un dato si¬ stema: se noi ammettiamo che nella loro
costituzione tutti debbano obbedire ad una formola fondamentale, le varia¬
zioni da un tipo all’altro ed anche quelle da un individuo all’altro del
medesimo tipo non saranno arbitrarie; ma saranno legate a leggi derivanti dalla
formula fondamen¬ tale istessa. Che sé cosi non fosse e si volesse da un tipo
passare ad un altro (anche pochissimo differente) intro¬ ducendo variazioni
arbitrarie; il nuovo tipo cosi prodotto generalmente parlando non obbedirà più
alle condizioni imposte dalla formula fondamentale, e si troverà cosi al di
fuori del sistema. Adunque fra le diverse variazioni che può subire un organismo
dipendentemente da qualsiasi causa esiste una legge di correlazione in virtù
della quale date certe va¬ riazioni, sono in parte determinate od escluse altre
varia¬ zioni. Una tal legge, che abbiamo veduto esistere nel mondo delle curve
(§§ 13-14), si verifica anche nello svi¬ luppo e nelle modificazioni degli enti
organici; ed è una delle principali leggi deirevoluzione dei tipi naturali,
scoperta od almeno con V usata maestria illustrata dal Darwin nella sua opera
SulVorigine delle specie e più estesamente ancora nell’altra Sulle variazioni
degli ani¬ mali e delle piante , Capitolo XXV. Per noi questa legge appare non
solamente come un fatto di osservazione, ma come conseguenza necessaria di un
principio. Un bell’esempio dell’ampiezza con cui in natura si eser¬ cita questa
legge di correlazione si ha nella facoltà, che hanno certi animali, di
riprodurre esattamente membri anche essenziali del loro corpo, dei quali sian
stati privati " per mezzo di mutilazione (1). Se la generazione di nuove
cellule che in questo caso ha luogo alla superficie del moncone non fosse
regolata da alcun principio, essa da¬ rebbe luogo ad una appendice amorfa, o al
più potrebbe limitarsi a produrre una continuazione più o meno rego¬ lare dei
tessuti troncati. Ciò che determina la restituzione dell’antica struttura è
appunto la legge di correlazione delle parti, ogni violazione della quale
condurrebbe ad una mostruosità. Qui una parte dell’organismo basta a deter¬
minare la restituzione dell’organismo tutto intiero, preci¬ samente allo stesso
modo, che dato un arco di circolo, il geometra ne può trarre gli elementi
necessari per descri¬ vere il circolo completo senza alcuna possibile
incertezza. La legge di correlazione pertanto non si esercita solamente nelle
variazioni minori dell’organismo, ma presiede all’ar- monia dell’organismo in
tutto il suo svolgimento. Notisi che questa correlazione non vale solamente per
Alcuni esempi notabili son riferiti da Darwin nélla sua opera Sulla variazione
degli animali e delle piante , SCHIAPARELLI. variazioni della stessa natura,
per esempio fra l’incremento di un membro e quello di un altro; ma dobbiamo
esser disposti ad accettarla fra variazioni di natura differente che in
apparenza non sembra possano avere alcun nesso fra di loro: per esempio fra
certe forme di variazione morfologica e il maggior o minor grado di perfezione
con cui si compiono date funzioni dell’organismo, e siano pure anche funzioni
d’ordine psichico. Qui sta la fonte delle relazioni di cui si occuparono
Lavater e Gali, almeno in quella parte dei loro lavori, a cui l’esperienza non
ha ne¬ gato la sua sanzione. Del resto, soddisfatte che siano le condizioni
imposte dalla legge di correlazione, noi dovremo supporre pos¬ sibili in realtà
(e fin che l’osservazione dei fatti non ci convinca del contrario) tutte le
variazioni che non escono dai limiti consentiti da quella legge. Come causa di
tali variazióni ammettiamo senz’altro tutte quelle proposte dal Darwin nella
sua Origine delle specie, e in generale tutti i fattori immaginabili di
evoluzione nel regno organico. Soltanto a me pare che gli effetti di questa
evoluzione non siano abbandonati intieramente a ciò che qui in un certo senso
si potrebbe chiamare opera del caso. E mi trovo indotto a pensare che tali
effetti siano regolati in parte da cause generali, e costretti entro certi
limiti da leggi pra¬ ticamente inviolabili. Una di queste, come abbiam veduto,
è la legge di correlazione. Un’altra è quella della discon¬ tinuità dei tipi,
della quale esempi manifesti si hanno nel mondo inorganico, e che tutto fa
credere abbia pure a ve¬ rificarsi nella natura organizzata. 24. Discontinuità
dei tipi nel mondo inorganico. — Nei parametri delle curve le variazioni si
riferiscono alla sola grandezza, la quale si può sempre immaginare va¬ riabile
in modo continuo per gradi infinitesimi: tale è pure il modo di passaggio da un
tipo ad un altro qualsiasi (§ 17). Ma in natura il continuo geometrico non
esiste. Le stesse proprietà fondamentali della materia richiedono assoluta-
mente la supposizione, che ogni porzione finita di essa sia composta di un
numero finito di atomi discreti; la materia forma dunque un sistema
discontinuo. Quale sia l’impor¬ tanza di questo fatto cosi semplice per
determinare nel mondo fisico divisioni e classificazioni d’ogni genere, è
facile vedere. In primo luogo si trova, che applicando gradi crescenti di
calore ad una porzione di materia, si deter¬ minano in essa tre stati e non
piu; il solido, il liquido e l’aeriforme, dall’uno dei quali si passa all'altro
non per gradi continui, ma per salti; gli stati intermedi essendo di carattere
instabile ed accidentale. Ed in secondo luogo avviene che quando in un corpo
solido le molecole si di¬ spongono secondo il loro naturale equilibrio, esso
non può cristallizzare che sotto forme geometriche, classificabili in sette
sistemi di poliedri assai semplici e capaci di defini¬ zione precisa. E queste
sono le forme naturali, che si po¬ trebbero chiamare anche organiche, della
materia; l’equi¬ librio nei corpi amorfi essendo sempre il risultato di azioni
perturbatrici e non del libero sviluppo delle loro forze in¬ teriori. —- Ed in
terzo luogo osserviamo, che le varie forme, in cui può cristallizzare una data
sostanza, oltre all’appar- tenere (generalmente parlando) ad un identico
sistema, sono collegate fra loro dalla legge di Haiiy, secondo la quale i
parametri omologhi di queste forme (quantità che deter¬ minano l’inclinazione
delle facce del cristallo rispetto ai suoi assi principali) stanno fra loro in
rapporti esprimibili per una serie di numeri interi . — Ma quando invece di uno
si considerano due corpi (o due classi di atomi) e fa¬ cendoli entrare in
combinazione chimica, se ne forma un terzo corpo diverso dai due primi; la
proporzione in peso delle parti componenti non sarà arbitraria, come in una
miscela qualsiasi: ma dovrà farsi secondo uno od un altro di certi determinati
rapporti ; e questi rapporti (che soli danno luogo ad un organismo chimico
propriamente detto) qualunque sia il loro numero, anch’essi sono rappresen¬
tabili per mezzo di una serie di numeri intieri (legge delle proporzioni
definite e delle proporzioni multiple di Dalton). Che se un corpo qualunque con
sufficiente applicazione di calore riduciamo allo stato di gaz incandescente
nascerà uno spettro formato da un certo numero di linee luminose Digitized by
L^ooQle - 308 - di posizione fissa: le quali mostrano che per ogni corpo cosi
ardente la radiazione é possibile soltanto in determi¬ nate lunghezze d'onda. —
Tutti questi fatti ed altri ana¬ loghi che si potrebbero citare, sono
conseguenza immediate della costituzione atomica dei corpi, e sarebbero
intiera¬ mente inconcepibili nell'ipotesi della materia continua. Essi ci fanno
vedere in quanti modi dal solo principio della divisione della materia in parti
discrete possano na¬ scere differenze specifiche procedenti per salti in serie
discontinua. 25. Il sistema chimico. — Ma di tutti i fatti di questo genere il
più importante, come quello che offre rispetto alla natura organica un
parallelismo sommamente istrut¬ tivo, è dato dal sistema degli elementi
chimici, sul quale è fondata la struttura di tutto l’Universo accessibile alle
nostre osservazioni. I corpi così detti semplici, in numero di circa 70,
formano un insieme di tipi di materia perfet¬ tamente definiti ed assolutamente
uguali a sé stessi in ogni tempo ed in ogni luogo. Essi sono capaci di
produrre, combinandosi in fìsse proporzioni, non già semplici e va¬ riabili
mescolanze, ma nuove sostanze dotate di caratteri egualmente definiti ed
egualmente costanti, capaci esse stesse di combinazioni ulteriori. Questo fatto
è per sé me¬ desimo ben degno di meditazione ; perché se ciò non fosse e le
diverse specie di materia non avessero tipi determi¬ nati e proprietà costanti,
ma potessero per transizione continua l’una passare all'altra; diffìcilmente
potrebbe aver luogo quella continua e mirabile alternazione di azioni
reciproche che è la vita stessa dell’Universo. Ma vi ha di più. Gli elementi
chimici non esistono già, come una volta si poteva credere, indipendentemente
l'uno dall'altro; essi costituiscono un sistema in sé connesso, capace di
classificazione. Disponendoli infatti in serie se¬ condo la grandezza dei loro
pesi atomici, e percorrendo tal serie successivamente come i gradi di una
scala, Men- deleieff e Lotario Meyer hanno trovato, che anche le proprietà
fisiche e chimiche degli elementi non sono di¬ sposte a caso, ma si ripetono
lungo essa periodicamente; Digitized by UjOOQle - 309 - cosi che elementi di
analoghe proprietà risaltano distri¬ buiti lungo la scala ad intervalli
separati da un intiero periodo. Inoltre risulta che gli stessi pesi atomici non
sono regolati dal caso nella loro progressione, ma che i loro intervalli lungo
la scala sono soggetti a certe proporzioni aritmetiche; al punto che dalla
considerazione di tali in¬ tervalli fu possibile prevedere resistenza di
elementi prima sconosciuti, e che poi l’esperienza verificò. Tutto questo
sarebbe incomprensibile scientificamente, se i settanta ele¬ menti della
chimica costituissero altrettanti dati primor¬ diali, da assumersi ciascuno per
sè come fatto d'osserva¬ zione isolato, semplice, ed inacessibile a qualunque
ulteriore indagine analitica. Anzi pare inevitabile la conclusione, che essi
siano il risultato di antecedenti operazioni na¬ turali avvenute in una sfera
ancora impenetrabile ai nostri mezzi d’esperimento; operazioni probabilmente
riducibili ad un principio generale, e delle quali i diversi prodotti é da
credere non differiscano fra di loro che come specie diverse di un medesimo
genere. 26. Cosi dunque nel regno inorganico vediamo emergere dal fondo
generale dei fenomeni una spiccata tendenza alla creazione di tipi specifici
bene determinati e distinti l’uno dall’altro, le cui. serie o classi procedono
per diffe¬ renze notabili e non per gradazioni insensibili. Or questa medesima
tendenza in misura anche assai più evidente e con numero molto maggiore di
esempi si manifesta nel regno organico dove ogni animale, ogni pianta
appartiene ad una specie, ed in essa si può classificare nel maggior numero dei
casi senza incertezza, dietro esame dei suoi caratteri ; onde la Botanica e la
Zoologia sono fra tutte le scienze quelle che fanno una più larga parte allo
studio della classificazione. In presenza di un simile fatto non credo che sia
un error di logica il domandare a noi me¬ desimi se per avventura nell’uno e
nell’altro regno uguali effetti non risultino in uguale maniera; se pertanto la
di¬ scontinuità dei tipi non dipenda anche nel regno organico (come è certo che
nel regno organico dipende) dall’intrin¬ seco carettere delle operazioni
naturali che servono a Digitized by Google - 310 - produrli? Studieremo adunque
quest’ipotesi; cioè suppor¬ remo che la natura anche nelle sue creazioni
organiche proceda per tipi distinti, determinati a priori da leggi esprimenti
la necessità fìsica delle cose, analogamente a quanto avviene nel mondo
inorganico. Le conclusioni che si dedurranno da tale ipotesi, messe a cimento
coi fatti osservati, ci daranno la misura della sua proba¬ bilità. 27.
Consideriamo dunque un tal sistema discontinuo di tipi, e supponiamo che esso
dipenda tutto da un’unica legge o formula fondamentale, secondo le cose esposte
nel § 22. Le variazioni da un tipo all’altro essendo discontinue, se ne
argomenterà una consimile discontinuità nei para¬ metri determinatori, ed
apprenderemo, che soltanto le com¬ binazioni di certi speciali valori o di
certe speciali qua¬ lità di quei parametri son possibili in natura. Un tale si¬
stema adunque potrà esser comparato col sistema discon¬ tinuo di curve
geometriche descritto qui sopra nel § 17, e si potrà rappresentarlo con una
costruzione affatto ana¬ loga. Ed applicando qui le considerazioni svolte nel
me¬ desimo luogo pei tipi delle curve, giungeremo ad alcuni risultati degni di
considerazione. a) I punti esprimenti nello schema geometrico tutti i tipi
(cioè le varietà) possibili del sistema saranno disposti in serie analogiche (§
18). Ciò significa che i tipi degli or¬ ganismi naturali aneli'essi dovranno
costituire un insieme di serie analogiche. Naturalmente non sarà da aspettarsi
che tutti questi tipi esistano oggi effettivamente; molti di essi possono
essere già andati estinti nelle epoche ante¬ riori della Terra senza lasciar
traccia; altri possono esser rimasti allo stato di fossili, altri non esistere,
ancora, ed esser riservati a popolare la Terra nei secoli avvenire. Onde può
darsi benissimo che il mondo organico presente non contenga che sparsi
frammenti di queste serie e di tutto il grandioso schema. — Queste deduzioni
dai nostri principi sono confermate in modo luminoso dall’espe¬ rienza.
Esistono anche oggi serie d'organismi formanti scala regolare di gradazione da
un tipo all’altro conse- Digitized by Google - 311 - cutivo (1); in altri casi
una parte degli anelli della catena non esiste più, ma si è potuto ristabilirne
la continuità coll’aiuto dei fossili. In tutti questi casi la relazione di
sequenza è anzitutto, e certamente sistematica; la suppo¬ sizione di una
relazione genetica non è necessaria. b) Esisteranno anche nei sistemi organici
serie pa rallele di tipi; le quali partendo da forme diverse come origine, si
continuano per gradi di modificazione simili; ad ogni tipo d’una serie
corrispondendo nell’altra o nelle altre un tipo analogo avente qualche
carattere comune. Di questo fatto un bell’esempio è riportato da Darwin. Tre
specie del genere Cucurbita hanno dato origine ad un nu¬ mero di varietà, che
reciprocamente si corrispondono in modo cosi esatto da potersi, secondo Naudin,
ordinare in tre serie esattamente parallele (2). c ) A questo genere sono da
riferire anche i fatti classificati da Darwin sotto il nome di variazione analo¬
gica o parallela (3); e consistono in caratteri similari che appaiono in
diverse varietà d’una medesima specie, più raramente in varietà appartenenti a
specie molto distinte. Ciò significa semplicemente che quelle varietà, lontane
o vicine che siano fra loro nel campo, si trovano per caso (che non dev’essere
infrequente) corrispondere a punti di¬ versi di una medesima serie analogica,
onde loro deriva qualche carattere o proprietà comune. Gito l’esempio ri¬
ferito da Darwin, di molte razze di bestiame portanti una larga zona bianca
tutt’intorno al corpo (4). d) Le varietà di una medesima specie imitano fre¬
quentemente i caratteri di altre specie distinte dalla prima (5). Questo fatto
scoperto da Darwin, è una semplice ed ovvia (1) Esempi presso Darwin,
Variazione degli animali e delle piante, Ca¬ pitolo XXVI; e presso Canestrini,
La Teoria di Darwin criticamente esposta, Darwin, Variazione ecc. Darwin,
Variazione ecc. Darwin, Variazione ecc. Darwin, Variazione ecc. Origine della
specie, conseguenza della collocazione sistematica di ima specie, per cui essa
viene ad occupare nel campo una posizione centrale rispetto alle specie
confinanti. Sia S il campo di di una specie qualunque, S'S" S"' S™ S
v i campi delle spe¬ cie confinanti. È manifesto che le varietà o' trovandosi
in parti del campo limitrofe alla specie S r , imiteranno facil¬ mente i
caratteri delle varietà contigue s' della specie S'; e che le varietà a"',
trovandosi in parti del campo limi¬ trofe alla specie S f// , imiteranno facilmente
i caratteri delle varietà contigue s"' appartenenti alla specie S' '. Ciò
tanto più facilmente, quanto che spesso si troveranno apparte¬ nere ad
identiche serie analogiche, ed occupare in esse posizioni vicine; cosi a ed s r
e cosi pure o"' ed s'". e) Essendo n il numero dei parametri, ogni
tipo or¬ ganico del sistema apparterrà simultaneamente ad n serie analogiche, e
sarà connesso coi tipi vicini in 2 n direzioni, corrispondenti ad n maniere
diverse di analogia (§ 19). Questo fatto d’importanza capitale ci spiega le
connessioni multiple che talvolta si osservano collegare un tipo orga¬ nico con
altri poco dissimili. Nello stesso tempo diino- Digitized by Google - 313 -
strano quanto sia erroneo il principio di riguardare sen¬ z’altro come effetto
di derivazione genetica la relazione esistente fra i vari tipi di una medesima
serie analogica. Infatti tutte le n serie analogiche a cui un dato tipo ap¬
partiene, hanno un significato sistematico, cioè sono con¬ seguenze necessarie
della disposizione di tutto il sistema. Ma di queste una sola in ogni caso ha
potuto servire di veicolo alle generazioni successive per cui quel tipo si è
venuto evolvendo da altro distante; questa sola avrà dun¬ que, insieme al
significato sistematico necessario , un si¬ gnificato genetico puramente
storico e contingente . Digitized by LjOOQle CAPO IV. Variazioni individuali ed
accidentali nei tipi organici . Variazioni correlate . Selezione casuale .
Mostruosità • 28. Abbiamo fin adesso consideralo le varietà come in¬ tieramente
rappresentate da quei punti del campo, che corrispondono alle combinazioni dei
valori discontinui ammissibili nei parametri del sistema. Questo concetto, ove
fosse seguito con tutto rigore, porterebbe a supporre, che ogni specie non
possa avere che un piccol numero di tipi isolati, corrispondenti ciascuno ad
una forma deter¬ minata e rigorosamente invariabile; e che tutti gli indi¬
vidui di un medesimo tipo (od appartenenti alla medesima varietà) siano
rigorosamente uguali in tutto fra di loro. Una simile perfetta eguaglianza di
forme di un medesimo tipo, una tale assoluta uniformità entro i limiti d'ogni
va¬ rietà, che farebbe rassomigliare, sotto un certo rapporto, il mondo degli
animali e delle piante a quello dei cristalli, non ha luogo in natura. Come già
sopra abbiamo osser¬ vato, un tipo normale e puro, quale sarebbe determinato
dai soli parametri, non esiste. Gli individui che rappre¬ sentano quel tipo
nella natura vivente, sono soggetti ad un processo evolutivo, e continuamente
sono modificati da mille influenze perturbatrici, e da esse nascono fra i varii
individui della medesima specie diversità di genere vario; le quali diversità
poi si fanno per infiniti gradi, in modo che si può quasi dire continuo, da una
forma ad un'altra pochissimo diversa, da questa ad una terza, e cosi di se¬
guito. Risultati di queste influenze sono deviazioni più o Digitized by QjOOQle
- 315 - men grandi di ciascun individuo dal tipo normale. Di tali deviazioni
quella parte che soddisfa alla legge di correla¬ zione e non esce dalle
condizioni imposte agli enti del sistema dalla sua forinola fondamentale,
chiameremo aa- riazioni correlate. Ogni forma che risulta da queste va¬
riazioni correlate continuerà ad occupare il suo posto determinato nel campo
della propria specie, e le sue va¬ riazioni correlate saranno da considerarsi
come nell’ordine naturale delle cose; esse si potranno trasmettere per ere¬
dità ed anche accrescere o propagare da pochi a molti individui. Le altre
variazioni che possono prodursi e per cui l’individuo considerato esce fuori
dal tipo prescritto, devono considerarsi come deformità o come mostruosità;
esse saranno per lo più impossibili a realizzare, o quando sian realizzate per
un concorso specialissimo di circostanze, non avranno in sè stesse la possibilità
della loro durata e della loro ulteriore propagazione. Pertanto non avranno
alcuna sensibile influenza nella successiva evoluzione dei tipi, e si potrà
trascurarle intieramente come se non esi¬ stessero. Quando nelle cose seguenti
si parlerà di varia¬ zioni o deviazioni dal tipo normale, s’intenderà sempre di
variazioni o deviazioni correlate (1). 29. Rappresentazione dei tipi d’un
sistema d’orga¬ nismi; campo delle specie e delle varietà. — Poste queste cose
tentiamo di presentare alla nostra mente una immagine grafica di un sistema e
de’ suoi tipi, secondo le convenzioni fissate per le curve, §§ 10-16. Il campo
del¬ l’intiero sistema sarà l’intiero spazio di tante dimensioni, (1) Questa
definizione delle variazioni correlate e la loro separazione dalle mostruosità
non apparirà completa agli occhi di un matematico. Infatti le variazioni
indipendenti fra loro essendo tante quanti sono i parametri, la legge di
correlazione non stabilisce fra di esse più che una sola equazione. Non è
possibile a noi sapere qual processo segua la natura in questa determinazione ;
ma certamente essa ha luogo in qualche modo. Forse dietro qualche principio di
minimum ; facendo cioè, che i residui classificati come mostruosità,
complessivamente considerati, si riducano in qualche modo entro i più stretti
limiti possibili. La questione è indifferente per il seguito delle nostre
considerazioni. Digitized by Google - 316 - quanto è il numero dei parametri.
Tale spazio sarà diviso in regioni o compartimenti, che formeranno i campi
delle singole specie. Ogni forma individuale sarà rappresentata da un punto di
quello spazio. L’inversa però non ha luogo e sarebbe falso il dire che ad ogni
punto di quello spazio corrisponda una forma reale della natura. Nella figura
vicina descriviamo, secondo la maniera schematica indicata nel § 8, il campo S
di una specie, e i campi delle specie contigue S l S 2 S 3 S 4 ....; i grossi
punti di cui è sparsa la figura, rappresentino i tipi normali, quelli cioè che
direttamente derivano dalle possìbili combinazioni dei parametri del sistema. I
punti compresi entro il campo di S saranno i tipi normali delle varietà
possibili entro i limiti di S, e formeranno per cosi dire, i nuclei o lo sche¬
letro di tutta la specie, o a a".. Ogni forma individuale che appartenga
ad una varietà sarà rappresentata da un punto m prossimo al nucleo o di quella
varietà, e tanto più pros¬ simo quanto più essa forma si avvicina al tipo
normale della varietà. Essendo ora le forme individuali altrettante, quanti
sono gl’individui, intorno al nucleo o avremo una nube di molti (per lo più di
moltissimi) punti, e questa nube sarà la rappresentazione geometrica di tutta
la varietà in questione. Lo. spazio occupato dalla nube intorno a a sarà il
campo della varietà. La stessa costruzione potremo ora immaginare ripetuta per
le altre varietà, di cui i tipi normali sono a a" o'" . Ognuno di
questi punti sarà il nucleo di una nube di punti rappresentativi. Faranno
eccezione quei tipi normali, che non sono mai stati realizzati in natura,
oppure corrispondono a varietà già estinte; ed è da ritenere che sian il
maggior numero. Intorno ai punti rappresentanti questi tipi lo spazio sarà vuoto.
Quando due varietà contigue siano tra di loro intiera¬ mente distinte e non
offrano tipi intermediari, la nube del- Luna sarà distaccata dalla nube
dell'altra ; al contrario le nubi si toccheranno e si confonderanno quando fra
i due tipi corrispondenti non esista limite deciso, ed abbiano esistenza
permanente tipi intermedi. Generalmente parlando però intorno ai nuclei la
densità dei punti sarà molto maggiore che negli spazi intermedi ad essi nuclei.
La ra¬ gione di ciò sta nel fatto che in natura le deviazioni mi¬ nori da uno
stato normale qualunque sogliono esser più frequenti e più numerose che le
maggiori (1). Nel caso presente si comprende di questo anche la necessità.
Perché se i punti fossero ripetuti con uguale o con indifferente frequenza nelle
regioni vicine a o o f «". e nelle lontane ; dove rimarrebbe il concetto
di varietà e a che servirebbe, e come sarebbe possibile distinguere una varietà
da un’altra dove tutto varia gradatamente da un luogo all’altro nel (1) Citerò
uno fra molti esempi. Se si confronta la statura di 100 mila soldati colla
statura media di tutti, e si calcolano le deviazioni di ciascun soldato da
questa media normale in più od in meno ; il numero delle devia¬ zioni fra zero
ed 1 centimetro sarà maggiore che quello delle deviazioni fra 1 e 2 centimetri
; questo sarà maggiore che il numero delle deviazioni fra 2 e 3 centimetri ; e
così successivamente. Le deviazioni maggiori diventano sempre più rare, fino
alle deviazioni massime che son sempre pochissime. L’importante proposizione
enunciata nel testo è ben nota ai cultori della statistica, e risulta da molte
esperienze fatte in campi diversissimi d’investigazione dei fatti naturali.
Digitized by Google - 318 - campo delle forme? L’idea di varietà è nata appunto
dal¬ l’agglomerazione delle forme individuali intorno a tipi de¬ terminati. Se
consideriamo due varietà contigue si, ma apparte¬ nenti a specie diverse, come
quelle rappresentate nella figura dai punti a ed s: fra l’una e l’altra la
differenza non sarà solo di varietà, ma di specie: onde il passaggio dall’una
all’altra sarà incomparabilmente piu difficile che fra due varietà della stessa
specie; e nelle circostanze normali non potrà avvenire, almeno finché le due
specie siano fra loro distinte ed irreducibili e non ammettano tipo permanente
intermedio, nè per ibridismo, nè per altra cagione. Da ciò deriva la
conseguenza, che gli spazi con¬ tigui ai limiti fra le specie sono d’ordinario
spopolati. L’esperienza dimostra che solo incidentalmente e per ec¬ cezione può
di quando in quando prodursi qualche tipo che corrisponda a punti giacenti in
questi limiti. - 30. Variazioni accidentali dei tipi e loro effetto col-
l’andar del tempo: selezione casuale. Nel campo delle specie rappresenti il
punto M un tipo qualsiasi in¬ dividuale, e il punto vicino <? rappresenti il
tipo normale della varietà a cui appartiene. Secondo le convenzioni fatte (§
10-11), una variazione qualsiasi di un tipo si può figurare per mezzo di uno
spostamento di M verso una direzione qualsiasi del campo. Se il punto M si
trovasse in a, egli coinciderebbe col tipo normale; il fatto che si trova in M
dimostra una certa deviazione da questo tipo. Digitized by LjOOQle - 319 La
direzione della retta aM indica la qualità della devia¬ zione, e la lunghezza
di aM ne indica la grandezza . Consideriamo ora le forme che possono derivare
dal¬ l’individuo M nelle successive generazioni cui egli può dar luogo. Qui
bisogna distinguere due casi; o la specie è di quelle in cui basta un solo
individuo alla generazione ; oppure ad essa devono concorrere due individui.
Primo caso. — L’ente generato non dipende che da un solo ente generatore. Se la
legge d’eredità fosse assoluta, l’uno sarebbe esattamente uguale all’altro, e
tutti i tipi di una tale discendenza sarebbero rappresentati dal medesimo punto
M Ma in conseguenza delle azioni pèrturbatrici l’ente generato differirà in
qualche misura dal genitore, e sarà rappresentato da un punto M alquanto
diverso da M. Nella seconda generazione si otterrà un tipo M" un po’
diverso da M', nella terza generazione un tipo M."' uri po’ diverso da
M", nella quarta un tipo M IV un po’ diverso da M'", e così via.
Quale sarà, dopo un certo numero di ge¬ nerazioni, il risultato accumulato di
queste piccole diffe¬ renze di ogni tipo del suo precedente? Se Fazione delle
cause perturbatrici che producono queste differenze è in¬ tieramente
accidentale, cioè può indifferentemente operare ora in un senso ora in un
altro, le differenze tenderanno a compensarsi (sebbene per lo più
incompletamente) nelle successive generazioni; e quindi una digressione
alquanto sensibile dal tipo normale a non potrà aver luogo che per forza di
improbabili combinazioni. Ma tali combinazioni improbabili per un solo punto M,
diventano possibili ed anche molto probabili, quando si moltiplichi
sufficiente¬ mente il numero dei casi; cioè la moltitudine dei tipi ge¬
neratori M e la lunghezza del tempo o il numero delle successive generazioni.
Epperò in una specie d'individui numerosissimi possono coll’andare di molti
secoli accu¬ mularsi (anche in un numero considerevole d’individui) molte
deviazioni nel medesimo senso, producendo anomalie capaci di far passare il
punto M a distanze notevoli dalla sua collocazione primitiva, e di produrre
quindi gravi modificazioni nel tipo corrispondente, Digitized by Google - 320 -
Questo problema è analogo a quello della perdita o del guadagno che si può fare
al giuoco di croce e pila inde¬ finitamente ripetuto. La probabilità che uno
guadagni una volta sarà Vs ; che guadagni due volte di seguito, sarà l / A :
che guadagni 3, 4, 5. 20 volte di seguito, sarà rispetti¬ vamente l / s , ‘/.a-
V.t . • */ 4048576 * Dunque un giuocatore ha per sé soltanto Vìo48576 di
probabilità di guadagnare 20 volte di seguito, e di ritirar quindi dal banco il
ventuplo della posta. Ma se noi invece di un solo giuocatore ne mettiamo in
azione un milione, la questione prenderà un altro aspetto; e se i giuocatori
arrivano a mille milioni, potremo e&ev sicuri o quasi, che non uno di essi,
ma pa¬ recchi e forse parecchie centinaia di essi, avranno vinto 20 volte di
seguito. Come si vede, è tutto questione di grandi numeri. Cosi sopra una
popolazione di mille mi¬ lioni non sarà improbabile che di padre in figlio un
in¬ flusso esteriore perduri qualche volta in un dato senso per 20 generazioni
di seguito, producendo cosi ciò che imitando il linguaggio di Darwin si
potrebbe chiamare selezione casuale . Secondo caso . Quando alla generazione si
richieda il concorso di due individui, il procedimento sarà ordinato
diversamente. Sia a il tipo normale; M, m figurino i due tipi cui appartiene la
prima coppia generatrice. L’uno e l’altro concorreranno in una certa proporzione
al tipo del¬ l’ente generato; la quale proporzione però sarà.diversa per i
diversi caratteri di esso. Geometricamente ciò si esprime dicendo, che in forza
dell’eredità pura, il tipo ge¬ nerato corrisponderebbe ad un punto y. collocato
a poca distanza da M/ne probabilmente nella regione intermedia Digitized by
LjOOQ le - 321 a questi due punti (1). Ma anche qui avranno luogo cause
perturbatrici, delle quali poniamo che l’effetto sia capace di spostare il
punto M fino in N. Il risultato finale com¬ plessivo dell 1 influsso di m e
delle cause perturbatrici sarà dato dalla retta MM r diagonale del
parallelogramma co¬ strutto sulle rette MN Mu .. In ultima analisi il nuovo
tipo, che se non fosse stato l’influsso generatore di m avrebbe avuto il suo
rappresentante in iV, in virtù di questo in¬ flusso sarà rappresentato da M' e
(generalmente parlando) più o meno ravvicinato al tipo m. Tutto adunque sarà
avvenuto come se alle cause perturbatrici ordinarie si fosse aggiunta una
nuova, cioè l’influsso dell’elemento generatore m. E quando quest’ultimo
influsso nelle gene¬ razioni successive si comportasse in modo indifferente,
operando, al pari delle altre forze perturbatrici, ora in un senso ed ora in un
altro, anche la perturbazione risultante avrà la stessa proprietà; cosi la
considerazione di questo caso rientrerebbe in quella del caso precedente e le
con¬ seguenze sarebbero perfettamente identiche. Ma in pratica tali conclusioni
non saranno vere che sin a quando i punti MM' M" . rimangano
nell’immediata vicinanza del punto o, cioè fin quando i tipi MM' M" .
ottenuti nelle successive generazioni non si scosteranno gran fatto dal tipo
normale. Quando infatti uno di quei punti per effetto di singolari combinazioni
si fosse scostato notabilmente da a, soltanto per eccezione potrà avvenire, che
l’altro elemento generatore m di cui il concorso è ne¬ cessario, abbia
anch’esso posizione ugualmente anomala, e si avvicini al medesimo tipo.
Dobbiamo anzi supporre che di regola m non si scosti molto dal tipo normale.
L’effetto di ciò sarà manifestamente quello di ritirare verso (1) Quando i due
genitori concorressero sotto un rapporto costante a determinare tutti i
caratteri dell’ente generato, il punto p. che lo rap* presenta si troverebbe
sulla linea Afm, o poco lontano da essa. Ma tale uniformità di proporzione non
si può supporre in alcun modo; l’ente generato patrizzerà sotto alcuni
rispetti, matrizzerà sotto altri, come spesso si osserva. SchiaparelLT. il tipo normale il prodotto nuovamente
generato; e lo stesso fatto cosi ripetendosi, in capo ad alcune generazioni i
ca¬ ratteri anomali si saran venuti sempre più cancellando. Dunque la presenza
di un secondo elemento m nella generazione ha per effetto una tendenza maggiore
del tipo a ritornare verso la normalità, tutte le volte che se n'è allontanato
alquanto. È in certa guisa una forza centripeta, che finisce per impedire le
grandi deviazioni che le cause accidentali potessero (come nel caso precedente)
produrre nel decorso dei tempi. E la conclusione definitiva é questa : che a
parità di circostanze, nella generazione bisessuale le digressioni dal tipo
normale derivanti da cause acci¬ dentali sono relativamente più difficili a
prodursi , e sono contenute in limiti più angusti che nei casi in cui un solo
individuo basta allatto generativo . Variazioni persistenti. Legge tVimmanenza
dei tipi normali . Pseudo-varietà . Apparizione di varietà nuove e di nuove
specie . 32. Variazioni persistenti in una data direzione. — Sono note le
memorabili speculazioni e le ancor più memorabili ricerche dovute a Carlo
Darwin in questa parte del nostro argomento. Quando per una causa qual¬ siasi
naturale od artificiale l’influsso anche lievissimo di un’azione perturbatrice
persiste in un determinato senso per una lunga serie di generazioni, gli
effetti da questa prodotti si sommano in conseguenza del principio di ere¬
dità, in modo da produrre in fine radicali modificazioni rispetto al tipo
primitivo. Le altre perturbazioni di carat¬ tere accidentale possono bensì
ritardare temporaneamente un tale processo, ma non possono impedirlo. Sia M un
tipo qualsiasi, e poniamo che sulle successive generazioni da esso procedenti
operi, insieme ad altre cause pertur¬ batrici di carattere accidentale, una
causa speciale, di cui la tendenza sia di spostare ad ogni generazione il tipo
sempre di una medesima quantità in una medesima dire¬ zione. E per fissare le
idee poniamo che tale spostamento si possa rappresentare in quantità e
direzione colla linea verticale M iV, la cui lunghezza chiameremo e. Alla prima
generazione il nuovo tipo, che dovrebbe essere M\ si tro¬ verà invece
rappresentato da N' più basso che M' della quantità M' N r = «. Alla seconda
generazione invece di M ,f avremo iV", più basso che N della quantità 2 *.
Alla terza generazione invece di M r " avremo N'" più basso che
M'" della quantità 3 e. Cosi successivamente nei due poligoni MM f M"
M'".... NN'N"N la distanza verticale dei due punti corrispondenti
crescerà proporzionalmente al numero delle generazioni, la serie dei tipi
effettivamente generati sarà rappresentata dal movimento di M lungo il poligono
M N r N" Il poligono MM'M" Àfche sarebbe stato prodotto dall’azione
delle cause accidentali non può allontanarsi molto dal tipo normale e general¬
mente parlando si aggira intorno a quello (§ 30); ma ciò non impedirà che i punti
del poligono effettivamente per¬ corso possano allontanarsi dal tipo normale di
qualsi¬ voglia quantità, purché si ammetta un numero sufficientemente grande di
generazioni. E si comprende: le cause ac¬ cidentali verranno col tempo
compensando i loro effetti com¬ pletamente o quasi; la causa permanente non si
compensa, e va accumulando i suoi effetti in modo lento ma costante. Noi
potremo dunque far astrazione dalle cause ac¬ cidentali in questa ricerca
dell’effetto di una causa per¬ manente o di più cause permanenti. L’essere
queste cause una o più, nulla può cambiare alle nostre considerazioni; perchè
quando siano più, gli spostamenti dei tipi sempre si possono comporre in uno
spostamento unico che sarà permanente anch’ esso. Ciò posto è chiaro, che lo
sposta¬ mento progressivo del tipo geometricamente sarà rappre¬ sentato da un
moto costante di velocità, o almeno di di¬ rezione, che eseguirà il tipo M
attraverso il campo della sua specie. Esso si allontanerà dal tipo normale a
della sua varietà, e accostandosi ad un altro tipo normale o' assumerà per
consecutive trasformazioni i caratteri della varietà appartenenti a quest’altro
tipo. Cosi di forma in forma, di varietà in varietà, continuando il moto, potrà
arrivare ai limiti del campo della sua specie; ed ove nulla lo arresti, potrà
traversare anche questi limiti e passare ad una specie vicina, e da questa ad
altre, mutando anche possibilmente di genere e di classe. Una tale corsa
ipotetica rettitinea (che mutazioni di circostanze possono anche render
curvilinea) attraverso ai campi delle varie specie non potrà tuttavia durare
indefinitamente. Infatti, mutan¬ dosi la forma e costruzione del tipo M, muterà
anche la natura e l’intensità dell’influsso che su di esso esercitava la causa
perturbatrice costante. Quando in conseguenza delle variazioni subite il tipo M
si trovi aver obbedito intieramente agli influssi in questione e siasi
intieramente adattato all’ambiente, la variazione cesserà. Anche prima di tale
arresto può darsi che cambi il modo di agire della causa perturbatrice e che le
variazioni del tipo vadano prendendo poco a poco un’altra tendenza. Allora il
moto di M attraverso al campo della specie cambierà poco a poco di direzione,
cioè il punto M potrà anche descrivere una linea curva. Ora è da notare, che
queste cause permanenti d'influsso hanno il più delle volte il carattere di non
li¬ mitarsi ad uno o pochi individui, ma si estendono facil¬ mente a
popolazioni intiere; tali la selezione naturale, gl’influssi del clima o del
nutrimento. Ne consegue che i grandi movimenti descritti qui sopra non saranno
soltanto casi eccezionali, ma potranno estendersi a masse intiere d’individui.
Dobbiamo dunque immaginare di veder popo¬ lazioni intiere di punti M
abbandonare il tipo normale intorno a cui erano aggruppate, ed aggirarsi pel
campo con moti uguali e paralleli, come stormi di uccelli. Ed il caso di tali
sistemi di punti vaganti non sarà l'eccezione, ma la regola; il lento giuoco
delle cause permanenti ope¬ rando ad ogni istante su tutti gli esseri della
natura in continua vicenda. E vero che possono presentarsi tempi di quiete per
queste masse mobili, quando succeda un adattamento temporaneo all’ambiente; ma
il nostro pia¬ neta vive aneli’esso, compiendo il suo ciclo evolutivo. Questa
sola causa, ove altre non fossero, basterebbe a render presso che impossibile
una lunga stabilità di cose, e la conservazione inalterata per lunghi secoli di
un am¬ biente qualsiasi. Adunque l’immagine di un complesso di specie ci pre¬
senterà una moltitudine di sciami di punti procedenti in tutte le direzioni ; i
quali sciami compenetrandosi e traver¬ sandosi reciprocamente offriranno
press’a poco l’immagine d’un polverio disordinato in continuo e confuso
movimento. In tale stato di cose non vi ha alcuna ragione perchè in¬ torno ai
punti a rappresentanti i tipi normali esista maggior frequenza d’individui, che
altrove ; nè vi ha ragione, perchè si formino dei vuoti piuttosto in una, che
in altra parte del campo delle specie; nè perchè si mantenga una netta delimitazione
non dico soltanto delle varietà, ma neppure delle specie stesse. In altri
termini : non vi saranno più nè varietà, nè specie nettamente definite, e dove
non si frappongano spazi vuoti, i tipi si fonderanno l’uno nell’altro in modo
continuo, offrendo tutte le possibili forme inter¬ medie, siccome avviene
press’a poco nei ciottoli di un torrente. Tale sarebbe l’ultimo risultato di
una evoluzione dei tipi, illimitata riguardo al tempo e riguardo all’esten¬
sione delle variazioni, qualunque sia del resto la causa che le produce. 35.
Immanenza dei tipi normali. — Ma in natura le specie sempre, e le varietà per
lo più offrono delimita¬ zioni franche e precise ; franche e precise al punto
da obbligar molti alla supposizione di una creazione speciale per ognuno di
questi tipi supposti irreducibili. Contro questo fatto generale e palese poco vale
esagerare il va¬ lore di alcuni casi che sembrano formare eccezione e forse non
la fanno ; sempre bisognerà ammettere, che l'imma¬ gine del mondo organico
nelle sue linee generali rasso¬ miglia non già a quella or ora descritta, ma
bensì a quella descritta nel § 29. Questa contraddizione si scioglie osser¬
vando, che nelle precedenti considerazioni sulle variazioni dei tipi organici è
stato omesso un fattore essenziale. Noi ragioneremo cosi. Poiché ai limiti
delle specie e spesso anche delle varietà esistono in permanenza spazi vuoti ;
ciò significa, che qualche causa impedisce ai tipi di procedere in quelle
regioni, o almeno di restarvi, mal¬ grado Tinflusso potente dei fattori di
evoluzione. E poiché i tipi individuali si addensano con maggior frequenza in¬
torno ai tipi normali ; dobbiamo dire che qualche cosa li attrae di preferenza
verso di essi. Vi é dunque una forza,' la quale allontana le forme dalle
regioni intermedie ai tipi normali contigui, richiamandoli al tipo normale più
vicino. Questa forza noi la potremo rappresentare nel nostro schema grafico
sotto forma di una attrazione che i tipi normali, cioè i punti a a' a"....
esercitano sui punti M rappresentanti le forme individuali vicine; attrazione
che dobbiamo supporre tanto più forte, quanto più il tipo M si è scostato in
precedenza dal suo normale a (1). Questa Gli è il caso d’una molla piegata, che
con tanto maggior forza re¬ siste ad ulteriore piegamento, quanto più già è
deformata e lontana dal suo equilibrio naturale. Di resistenze obbedienti a
questa legge la natura offre infiniti casi : tutti i movimenti ondulatori ne
danno cospicui e quo¬ tidiani esempi. forza chiameremo Vimmanenza dei tipi
normali; e ne enunceremo la legge dicendo, che quando un tipo indivi¬ duale M
si è allontanato dal suo normale a per effetto di una causa qualunque
perturbatrice , ad ogni ulteriore al¬ lontanamento da a si opporrà una forza
tanto più grande , quanto più grande è Vallontanamento precedente M a. E di
quanto Vallontanamento di M da a è impedito , d'altret¬ tanto sarà favorito
Vavvicinamento. 36 . Gli effetti d’una tal forza son facili a compren¬ dere.
Fintantoché M rimarrà nelle immediate vicinanze del suo tipo normale <j, le
sue evoluzioni saranno press’a poco libere, piccolo essendo l’influsso di a; e
dipenderanno principalmente dalle varie cause perturbatrici. Ma appena M si
allontanerà dal tipo normale, entrerà come fattore in misura sempre crescente
una attrazione verso o; la quale potrà in ultimo diventare si potente e tanto
col tempo accumulare i suoi effetti, da impedire ogni ulteriore allon¬
tanamento dal suo tipo normale ; e potrà anche richia¬ marlo ad esso quando
cessi l’azione che produceva l’al¬ lontanamento. Una dimostrazione di fatto
della tendenza, che hanno i tipi normali, di richiamare a sé i tipi individuali
che da essi si allontanano, si manifesta nei fatti d 'ibridismo. Nei casi in
cui gl’ibridi sono fecondi si manifesta una irresi¬ stibile tendenza a
regredire verso l’uno o verso l’altro dei progenitori; le varietà (o
pseudo-varietà) ibride non pos¬ sono esser mantenute che con grandi sforzi per
mezzo di accurato isolamento. Queste, che non sono supposizioni, ma ovvie
deduzioni da’ fatti osservati, si possono illustrare con riflessioni di
carattere meno rigoroso. Non bisogna dimenticare infatti, che le vere matrici
delle forme considerate stanno sempre nei parametri della formula fondamentale,
i cui valori son quelli che danno origine ai tipi normali rappresen¬ tati da a
a' a".... Questi adunque costituiscono le sole forme pure e consentanee
alla legge di formazione ; le sole che abbiano in sé la ragione della propria
esistenza. Tutte le altre forme fuori di a a'a".... sono il risultato di anomalie
o di perturbazioni dovute ad influssi esterni; dei quali l’azione continuata,
se fosse senza contrasto, potrebbe for- s’anche condurre alla dissoluzione di
tutto il sistema. Non é dunque fuori del probabile, che esista in natura una
ten¬ denza a richiamare verso quelle forme pure e normali le altre viziate più
o meno da quegli influssi. 37. Pseudo-varietà. — Consideriamo ora i casi che
possono presentarsi quando il punto A/, per effetto d’in¬ flussi persistenti,
si allontana dal tipo normale a per av¬ vicinarsi ad un altro a'. A misura che
M avanzerà verso il punto a?, che forma confine tra le due varietà rispon¬
denti ai tipi normali esso subirà una resistenza sempre maggiore a continuare
il suo movimento, come se a lo richiamasse indietro con forza sempre crescente.
Potranno allora nascere due casi. Potrà in primo luogo la causa persistente,
che spinge il punto M, diventare insufficiente a vincere quella resistenza; ed
allora dopo un certo tempo il moto di M sarà arre¬ stato prima eh’ esso giunga
al punto a?, per esempio in M'. 11 punto M' si troverà in una specie
d’equilibrio fra la causa che lo spinge verso o' e la forza di a che lo
richiama indietro ; un tale stato di cose durerà finché dura la causa in
questione. Il punto M ' rimarrà fisso, e non subirà che le consuete piccole
oscillazioni dovute alle perturbazioni accidentali. Avremo dunque creato un
tipo relativa¬ mente fìsso in una parte del campo lontana da ogni tipo normale.
Che se invece d’un solo individuo si abbia una massa d’individui M soggetti
alle stesse vicende o a vi¬ cende poco diverse, in quei dintorni sarà creata
una pseudo-varietà non appartenente ad alcuno dei tipi nor¬ mali, la quale,
come priva di base naturale, sarà condan¬ nata a dissolversi non appena
manchino o si modifichino le circostanze che han servito a produrla. Un segno
im¬ portante di tali pseudo-varietà sarà, oltre il carattere transitorio della
loro esistenza, quello di trovarsi sempre vicine ai limiti fra le due varietà
vere. Naturalmente la pseudo-varietà cosi creata apparterrà ancora alia mede¬
sima specie che la varietà genuina determinata dal tipo normale a ; ma offrirà
caratteri che sotto uno od un altro aspetto ravvicinano alla varietà <r',
anche quando questa appartenga ad un' altra specie. Alla classe delle pseudo¬
varietà possono riferirsi tutte quelle create per addome- sticazione e selezione
artificiale. Ma un intervento intelli¬ gente non è necessario per questo ; ed è
probabile che in¬ numerevoli pseudo-varietà continuamente si producano e si
dissolvano per effetto di cause naturali costanti di per¬ turbazione,
specialmente per effetto di selezione naturale. — Però le pseudo-varietà,
dovendo obbedire anch’esse alla legge di correlazione e star comprese nella
formula fon¬ damentale, non è in arbitrio deiruomo di determinare ad libitum i
loro caratteri. L’uomo non può che preparare le condizioni più favorevoli alla
loro produzione. 38. Apparizione di varietà nuove e di nuove specie. — In
secondo luogo la causa persistente, che spinge il punto M da a verso potrà
essere sufficiente per vincere la resistenza opposta al suo progresso dalla
forza d’im¬ manenza di a. Il punto M potrà allora arrivare al confine x delle
sue varietà, e d’un tratto la condizione delle cose sarà mutata. Gesserà
l’attrazione di a, e comincerà ad operare in senso opposto quella di a'; la
quale invece d’impedire il progresso di Af, gioverà ad accelerarlo. Il punto M
entrerà nel campo delle varietà a', alla quale d’or innanzi il suo tipo dovrà
appartenere. Quello che vale d’un individuo può valere manifestamente per un
intera tribù. Se il campo delle varietà o' era già occupato da altri punti,
cioè se la varietà a già esisteva in natura, l’avvenimento sarà di poca
importanza ; un certo numero Digitized by LjOOQ le - 331 -, d'individui, che
avrebbero dovuto appartenere alla varietà a apparterrà invece alla varietà o\
Ma se il campo della varietà a era prima vuoto, cioè se la varietà a non era
finora rappresentata da alcun individuo, tal varietà ora farà per la prima
volta la sua apparizione sulla terra ; e se il numero degli individui da cui è
rappresentata é sufficiente, e l'ambiente buono, potrà fissarsi e diventar
numerosa, e continuare per molti secoli, con ugual diritto che la varietà a di
cui é una colonia modificata. Come si vede, l’effetto delle cause persistenti
di pertur¬ bazione può condurre a due risultati diversi: 1° alla crea¬ zione di
pseudo-varietà di carattere transitorio ; 2° al pas¬ saggio di un certo numero
d’individui da una varietà ad un’altra, ed eventualmente all’apparizione di
nuove varietà vere. La decisione fra questi due eventi dipende dal risul¬ tato
della lotta impegnata fra la causa persistente, che spinge la forma M ad
allontanarsi dal suo tipo normale e la forza d’immanenza, con cui questo tipo
tende a ri¬ chiamar quella forma a sé. Allorquando le due varietà appartengono
alla medesima specie, è da presumere che la resistenza al passaggio sia minore,
e che questo pas¬ saggio possa succedere con qualche frequenza. Ma se le due
varietà appartengono a specie diverse (cioè si trovano ambedue al confine dei
campi delle specie rispettive) la differenza dei loro tipi normali sarà
differenza specifica ; ed è a supporre che l’ostacolo prodotto dall’immanenza
sia molto grande e tale da impedire per lo più la trasfor¬ mazione, che allora
non sarebbe più da una varietà al¬ l’altra, ma da una specie ad un’altra. Ciò
malgrado, se vogliamo tener fermo ai principi del¬ l’evoluzione, e non
abbandonare con ipotesi gratuite il terreno del metodo scientifico ; dobbiamo
ammettere che un tale passaggio sia avvenuto qualche volta; e può darsi che
avvenga anche oggi, senza che noi siamo in grado di avvertirlo. Certo non sarà
cosa frequente ; la separazione delle specie è là per togliere ogni dubbio su
questo punto. Dato pertanto in questo modo il passaggio di uno, o più, o anche
molti individui dalla specie S alla specie 5', si - possono presentare due casi. Se la specie S'
già esisteva, non molto sarà cambiato nell’economia della natura; una specie
avrà perduto un certo numero di tipi, un’altra ne avrà guadagnato un certo
numero. Se invece la specie S' non era ancora rappresentata da individui
realmente esi¬ stenti, d’or innanzi essa lo sarà; una nuova specie avrà fatto
la sua apparizione sulla terra . Dico che farà la sua apparizione, non che sarà
creata ; perchè nella sua forma ed in tutti i suoi caratteri il tipo esisteva
già a priori nella formula fondamentale del sistema organico cui essa specie
appartiene. Era dato il modello, ora esisteranno i tipi viventi che ad esso
s’informano. 39 . Resta a dire del caso non probabile, in cui M si arresti
proprio sul confine dei campi delle varietà «to', cioè proprio in x . In questo
caso esso sarebbe soggetto a due azioni uguali e contrarie, e potrebbe
rappresentare un tipo neutro non appartenente nè all’una, nè all’altra varietà,
od anzi a tutte e due insieme. Ma un tale stato di cose non è facile che duri ;
ogni minima azione pertur¬ batrice può spingere M verso un lato o verso
l’altro, con¬ ducendolo cosi sul campo d’azione di <x o di o' ; cosi che
finirà per esser presto richiamato nelle vicinanze dell’uno o dell’altro punto.
Dopo tutto questo non è difficile comprendere il motivo per cui nelle regioni
che servono di confine ai campi delle varietà e delle specie, esistono spazi
vuoti e perchè specie e varietà (particolarmente le prime) siano cosi net¬
tamente definite. Il caso rassomiglia a quello di un campo perfettamente
liscio, di cui la superficie sia piena di grandi e piccole ondulazioni, come
sarebbe la superficie delle onde del mare quando repentinamente si congelasse.
Una grandine di palle perfettamente lisce che cada su di essa, si riunirà nelle
cavità a 6. .. lasciando libere la sommità e i dossi delle onde ab ed,,.; e se
per caso qualche palla rimanesse in bilico sopra uno dei vertici, basterebbe la
più piccola scossa o il più piccolo soffio per farla cadere da una parte o
dairaltra.. Qui i punti più bassi rappre¬ sentano i punti corrispondenti ai
tipi normali; le sommità e i dorsi ab ed.,, rappresentano i confini fra i campi
delle varietà corrispondenti ad essi tipi : la gravità che tira le palle al
basso rappresenta la forza d’imma¬ nenza dei medesimi. Riassunto e conclusioni
. Omologie. Unità del sistema organico e Sua formula fonda- mentale. 40 . Siamo
ormai giunti al punto di poter riassumere in ordine logico i risultati delle
discussioni e delle ricer¬ che precedenti, e di desumerne qualche nozione
generale sull’ordinamento del sistema organico vigente sulla Terra. A questo
fine prenderemo le mosse dalla legge di correlazione, la quale qui
considereremo con Darwin come semplice fatto di esperienza. Abbiam veduto che
in virtù di questa legge esiste una connessione nello sviluppo e nella
variazione delle diverse parti e dei diversi carat¬ teri di un organismo;
appunto come succede nelle forme geometriche pure, in cui tutte, anche le
minime parti sono strettamente coordinate fra di loro (§ 1). La dimostrazione
più evidente di questa legge sta nella facoltà che hanno certi organismi di
riprodurre le parti mutilate, appunto come un breve arco di curva contiene gli
elementi ne¬ cessari per Ricostruire l’intiera curva. Ne concludiamo, che allo
sviluppo delle parti di un organismo, come a quello di una forma geometrica
pura, presiede una legge o formula fondamentale, la quale ne determina
compieta- mente tutti i caratteri. È quello che Darwin chiama il po¬ tere coor
dittatore cieli' organizzazione, ed al quale assegna la funzione di mantenere
l’armonia fra le parti (l). Ogni (1) Darwin, Variazioni degli animali e delle
piante, forma pura d'organismo (cioè non modificata da circostanze
accidentali), dipende pertanto da una formula fondamen¬ tale. e gli organismi
dello stesso tipo dipendono dalla stessa formula; mentre per organismi più o
meno diffe¬ renti le formule dovranno differire più o meno per varia¬ zione di
qualche loro elemento. Nelle forme geometriche appartenenti al medesimo sistema
la formula fondamentale è unica per tutto il si¬ stema, e rappresenta di quelle
forme tutte le proprietà ed i caratteri comuni. Le differenze derivano da
diversi va¬ lori che prendono i parametri od elementi discriminatori contenuti
nella detta formula; e sono tanto più grandi e tanto più radicali quanto
maggiore è il numero dei pa¬ rametri non aventi lo stesso valore, e quanto più
grandi son le differenze per ciascuno di questi parametri. Quindi diversi
ordini di differenze: differenze di varietà, di specie, di genere ecc., le
quali rendono possibile una classifica¬ zione gerarchica di tutte le forme del
sistema. — Noi proponiamo l'ipotesi, che la classificazione gerarchica, intie¬
ramente analoga, delle forme organiche naturali abbia pure un'origine analoga.
Cioè supponiamo che un sistema d’organismi naturali dipenda da una formula
fondamen¬ tale unica, rappresentante i loro caratteri comuni; nella quale i
parametri ossia elementi discriminatori, colla di¬ versità dei loro valori
determinino le differenze di vario ordine e la classificazione gerarchica in
varietà, specie, generi ecc. Questo modo identico di spiegare l’analogia
d’ordinamento gerarchico nei sistemi di forme geometriche e nei sistemi di
forme organiche, costituisce la base prin¬ cipale di tutti i nostri
ragionamenti. 42. I sistemi delle forme naturali cosi inorganiche 'come
organiche procedono per tipi discontinui. Come ben disse il professor Vignoli «
la materia vivente non può manife¬ starsi che specificata sempre; cioè come un
micro o ma¬ cro-organismo definito, non mai come generica forma. V., Sui Musei
di Storia Naturale Questo ci mostra che ciascuno dei parametri di un tal
sistema, per ragioni dipendenti dall’intima natura delle cose, non può prendere
nella formula che un certo nu¬ mero di valori o di qualità, procedenti per
serie discon¬ tinua. A ciascuna delle possibili combinazioni che si posson fare
con tutti questi valori corrisponde una forma speciale del sistema, diversa da
tutte le altre; ognuna delle quali serve di tipo normale ad una varietà . Un
certo numero di queste suole trovarsi aggruppata in un fascio d’ordine
superiore, che chiamiamo specie . 43. Per mezzo di una semplice convenzione è
possibile rappresentare un tal sistema sotto aspetto di uno schema¬ tismo
grafico, in modo da facilitarne lo studio delle sue parti e delle relazioni
reciproche dei suoi membri. Essendo n il numero dei parametri del sistema,
questo potrà in¬ tendersi intieramente sviluppato secondo n dimensioni, una per
ciascun parametro. In un tale spazio a n dimensioni la posizione di un punto è
determinata, quando siano as¬ segnati i valori delle sue n coordinate. Ogni
forma orga¬ nica del sistema, che risulti assegnando valori qualunque ai suoi n
parametri, potrà esservi rappresentata da quel punto, di cui le coordinate
siano precisamente quei valori degli n parametri. In tal modo, ad ogni punto
dello spazio rappresentante il sistema potrà corrispondere una forma organica,
e ad ogni forma organica del sistema corrispon¬ derà sempre un punto di quello
spazio. Quindi al concetto della forma di un organismo é surrogato quello più
sem¬ plice della posizione di un punto, e al concetto del pas¬ saggio di un
organismo da una forma ad un’altra è sur- *ògato quello più semplice del
movimento del punto cor¬ rispondente da un luogo ad un altro. Allora il campo
di una varietà è lo spazio comprendente tutti i punti che corrispondono a forme
ad essa varietà attribuibili; fra i quali punti pure vi sarà uno che
corrisponda al tipo nor¬ male di quella varietà. Le varietà vicine o contigue
cor¬ risponderanno a tipi organici poco fra loro diversi. Le va¬ rietà comprese
nella medesima specie formeranno, coi loro campi insieme aggruppati e contigui,
uno spazio o campo maggiore, che sarà il campo di quella specie. Per simil modo
i campi delle varie specie di un medesimo genere insieme aggruppati formeranno
il campo di un genere, e cosi di grado in grado fino ad occupare tutto lo
spazio a n dimensioni che per ipotesi è il campo dell’intiero sistema. 44. Nel
sistema cosi rappresentato nel tutto e nelle sue parti, i punti corrispondenti
ai tipi normali delle varietà sono isolati l’uno dall’altro, e collocati nelle
posizioni de¬ terminate da quei valori degli n parametri, che corrispon¬ dono
rispettivamente ai v'arii tipi. Tali posizioni, per la natura stessa della
costruzione, formano fasci di file pa¬ rallele fra loro; e di tali file
parallele ne esistono n fasci od n sistemi, di ognuno dei quali le file
prendono nello spazio una direzione diversa. Colali file o serie son chia¬ mate
serie analogiche ; perchè fra i tipi di una medesima serie esiste una stretta
analogia, determinata da ciò, che per tutti questi tipi valgono i medesimi
parametri, ad ec¬ cezione di uno, che varia da un tipo all’altro della serie.
L’esperienza conferma queste deduzioni, quando si appli¬ cano agli esseri
organizzati. Negli organismi, "che han vissuto e vivono alla superficie
della Terra, spesso si trovano vestigia di tali serie, formanti scale di
gradazione regolare nelle loro forme; e più se ne troverebbe, se gli antichi
organismi fossero meglio e più completamente conosciuti. — Esistono inoltre
serie parallele di organismi formanti scale di simile progressione morfologica,
quan¬ tunque derivanti da specie diverse come punti di partenza (<variazioni
analogiche di Darwin). Ciò risponde bene al- l’aggruppamento delle serie in
fasci paralleli, che fu di sopra notato. Ogni punto del sistema che rappresenti
un tipo normale,* -v fa parte di n serie analogiche diverse; cioè estende i
suoi vincoli di parentela in 2n direzioni, corrispondenti ad n rhaniere diverse
di analogia di caratteri. Ciò spiega le connessioni multiple, che talvolta
vediamo collegare un tipo organico con tipi poco dissimili, ogni collegamento
facendosi per mezzo dell’analogia di caratteri diversi. 45. La posizione di un
punto del sistema essendo indice SCHIAPARELLI. - della forma del tipo corrispondente, a punti
vicini nello spazio corrisponderanno sempre forme relativamente poco diverse: a
punti lontani forme molto differenti. Ciò nulla- meno, quando due punti lontani
appartengano alla mede¬ sima serie analogica, malgrado ogni gran distanza,
avranno comuni n-1 parametri, e malgrado ogni gran differenza di forme, certo
alcuna cosa di comune. Ne risulterà quindi una specie di incongruenza bizzarra
o combinazione inso¬ lita di caratteri, come negli uccelli dentati deirepoca
cre¬ tacea ( Iehthyornis , Hesperornis) o negli uccelli con coda lunga a molte
vertebre come quella dei serpenti, che si trovan nei terreni giuresi (
Archaeopteryx ), o nei serpenti che tuttora vivono, portanti presso la testa
due piccolissime zampe (Cheirotes Canaliculatus). 46. Ogni specie contenendo
nel suo campo un certo nu¬ mero di punti corrispondenti ai tipi normali delle
sue va¬ rietà; i punti posti presso al confine col campo di una specie vicina
corrisponderanno a tipi aventi qualche ana¬ logia con detta specie. Quindi il
fatto enunciato da Darwin, che le varietà di una specie imitano frequentemente
i ca¬ ratteri di altre specie diverse da quella. 47. Le omologie delle parti,
che secondo il Darwin sa¬ rebbero prova di discendenza genealogica, nel
presente modo di vedere sono anzitutto e sopratutto segni evidenti di
connessione sistematica; lo studio loro è della più alta importanza per
conoscere la struttura intrinseca del si¬ stema in quella parte dove si
manifestano. Più che di ca¬ ratteri ereditari modificati, esse hanno l’aspetto
di varia¬ zioni mille volte, e sempre diversamente, ripetute sul me¬ desimo
tema. Naturalmente queste omologie hanno luogo con molta frequenza fra specie
vicine, ma spesso occupano anche grandi estensioni nel campo del sistema,
collegando fra loro non solo specie diverse, ma generi ed ordini in¬ teri. Tale
è per esempio l’omologia delle ossa nelle braccia della scimmia, nelle gambe
anteriori del cavallo, nelle ali del pipistrello, e nella penna natatoria del
vitello marino. Darwin, Origine delle specie , Fin qui si è parlato dei tipi
normali, cioè di quei tipi essenzialmente fissi ed invariabili anche nei più
mi¬ nuti particolari, che sono esclusivamente determinati dalla formula
fondamentale per mezzo dei valori discontinui assegnabili ai suoi parametri. Ma
nessun organismo indi¬ viduale corrisponde esattamente al suo tipo normale
nella realtà delle cose. I numerosi e svariati fattori dell’evolu¬ zione (sulla
cui natura e relativa importanza intendiamo evitare qui ogni discussione),
operano come cause per¬ turbatrici che li fanno deviare ora in un senso ora in
un altro. Quindi quel punto dello spazio ad n dimensioni, che corrisponde ad un
dato organismo individuale, sarà bensì sempre vicino (e per lo più molto
vicino) al punto che rappresenta il tipo normale; ma è infinitamente poco pro¬
babile, che alcuna volta con esso coincida. Tutti i tipi individuali si
aggrupperanno intorno al rispettivo tipo nor¬ male, ed una varietà intiera sarà
rappresentata da una numerosa agglomerazione di punti individuali, addensata
intorno al punto normale. I gruppi di punti corrispondenti a due varietà
contigue saranno per lo più separati da uno spazio vuoto indicante la
deficienza di tipi intermedi. 49. Quando la legge di eredità fosse assoluta ed
ogni tipo generato fosse assolutamente identico al tipo genera¬ tore, il punto
rappresentante il secondo sarebbe identico di posizione a quello che
rappresenta il primo. Ciò tuttavia non avverrà mai; mille cause potendo
produrre una diffe¬ renza più o men grande, ne risulterà una differenza di
posizione dei due punti nel campo della loro varietà. Una nuova generazione darà
luogo ad un tipo rappresentato da un terzo punto ancora diverso dai due primi,
e cosi successivamente. Tutti i tipi individuali cosi prodotti in più
generazioni formeranno una serie di punti, che po¬ tranno considerarsi come
altrettanti vertici di un poligono; e questo poligono sarà l’immagine visibile
delle successive trasformazioni avvenute in quella linea genealogica. Ove non
intervengano azioni di effetto costante, quel poligono si aggirerà ed oscillerà
intorno al punto o tipo normale, mantenendosi a poca distanza da esso. Ove però
in quella linea si presenti qualche carattere ereditario speciale, ciò si
manifesterà per una sensibile deviazione di quel poli¬ gono verso una od altra
parte del campo. 50. Ma quando entri in azione qualche causa perma¬ nente di
evoluzione verso un dato carattere o insieme di caratteri; in mezzo alle
casuali oscillazioni dovute alle cause di effetto passaggero o variabile, si
manifesterà una tendenza in ogni punto del poligono a progredire rispetto al
suo antecedente in una data direzione; il poligono, in¬ vece di ritornar su sé
medesimo, si allontanerà dal tipo normale, e si allungherà in quella direzione.
Cosi sarà segnata la via di una mutazione progressiva, la quale quando non sia
sufficientemente contrastata dalla tendenza naturale al ritorno verso il tipo
normale, potrà far uscire il punto e il tipo corrispondente dal campo della
varietà a cui apparteneva; e dopo un certo numero di generazioni potrà passare
ad un'altra varietà e anche ad un'altra specie. E se quest’ulti ma varietà o
specie prima non era rappresentata in natura, d’or innanzi lo sarà; e cosi farà
la sua apparizione nel mondo organico. 51. Quale sia la natura del processo per
cui questo pas¬ saggio si fa, non è qui il caso di disputare. L’osservazione
dimostra che un tal passaggio ha dovuto avvenire abba¬ stanza frequentemente
per dar origine ad un numero stra¬ grande di specie, che formano la popolazione
antica e moderna della Terra. Per secoli innumerabili lo stame della vita è
stato condotto dal Parca attraverso il campo del sistema organico di varietà in
varietà, di specie in specie, probabilmente seguendo perdio più le vie segnate
dalle serie analogiche, e scegliendo fra le molte possibili, quelle dettate
dalla minima resistenza dell’ambiente e da altre circostanze del momento;
diramandosi poi ad ogni tratto in varie direzioni, in modo da occupare
vastissime regioni di quel campo. Ma non le ha occupate tutte ad un tratto;
molte stazioni, rimaste vuote in principio, fu¬ rono occupate più tardi, quando
si aperse la possibilità di farlo. Molte certamente sono vuote ancora adesso;
altre; già prima occupate, si son fatte vacanti per l’estinzione dei tipi che
le popolavano, come foglie disseccate di uri albero sempre verde. Nel progresso
dei tempi la vita scomparve da vaste regioni e regioni nuove furono occu¬ pate:
cioè generi ed ordini intieri si estinsero, altri ap¬ parvero in loro vece. In
qualche parte del campo fra mezzo a regioni fatte deserte è restato qualche
avanzo isolato a modo di rovina: oggi li chiaman forme aber¬ ranti, come
l’ornitorinco; e s’intende benissimo perchè sian rappresentate ciascuna da
poche specie. Adunque la regione popolata del sistema può e deve variare col
tempo, estendendosi in certe direzioni e restrin¬ gendosi in certe altre,
secondo le condizioni di esistenza fatte al mondo organico da essa
rappresentato. Cosi pare che sulla Terra il lavoro della vita abbia cominciato
da tipi affatto rudimentali, e si sia sempre venuto estendendo a forme più
complesse e dotate di maggior specializza¬ zione negli organi delle varie
funzioni; e diffìcilmente si può immaginare che avesse la cosa a succeder diversa-
mente. Ciò non esclude però la possibilità che avvengano regressi in senso
contrario. Possono altresi generarsi, nella region popolata del sistema, dei
grandi e piccoli vuoti, e anche divisioni in più parti fra loro isolate, alle
quali corrisponderanno soluzioni (temporanee o permanenti) di continuità nel
sistema, apparenti lacune, e grandi inter¬ valli fra le varie classi dei
viventi, senza visibile transi¬ zione; siccome appunto si osserva fra gli
uccelli e gli altri vertebrati, fra i pesci ed i batraci (2). — Distrutto un
tipo per estinzione, questo può esser rinnovellato e riprodotto coll’aiuto dei
tipi vicini; la vita può ritornare là, donde era scomparsa. Un medesimo tipo
può apparire e scom¬ parire più d’una volta, oppure indipendentemente prodursi
in due luoghi diversi della Terra, fra i quali non esista possibile
comunicazione. — Da ultimo, essendo provato, che nei corpi conosciuti
dell’Universo prevalgono le stesse Darwin, Origine , Darwin, Origine , - leggi fìsiche e lo stesso sistema chimico;
ne concludiamo esser dappertutto identiche le proprietà fondamentali delle
strutture organiche. Quindi la probabilità che anche la formula fondamentale
degli esseri organizzati sia dapper¬ tutto la medesima. Ma le diverse
circostanze d’ambiente possono far si che la regione del sistema organico popo¬
lata dai tipi terrestri sia affatto diversa ed anche lonta¬ nissima dalla
regione dei tipi viventi in un astro differente. Quindi in quest’ultimo il
mondo organico potrà esser di¬ versissimo, quantunque i suoi tipi sian
rappresentati dalla medesima formula fondamentale. 53 . Noi abbiamo finora
considerato come unità suprema nel mondo organico il sistema , in cui tutti i
tipi sono de¬ terminati da una medesima formula fondamentale propria e
caratteristica di esso sistema. Si può ora domandare se tutto il mondo organico
possa esser riunito in un solo grande sistema con una formula fondamentale
generale unica; oppure se si debba ammettere che sia diviso in un certo numero
di sistemi irreduttibili l’uno all’altro, quali sembrano essere per esempio gli
animali e le piante; e fra gli animali i quattro tipi principali, fra cui il
Darwin soltanto con molta esitazione ammette come possibile una relazione
genetica, mentre V. l’esclude affatto. Non io certamente sarò chiamato a
decidere si ardue e complicate questioni, e meno che mai quella che riguarda il
nesso fra il regno animale e il regno vegetale. Tuttavia per quanto concerne i
quattro gran tipi degli or¬ ganismi animali, la questione ridotta, come noi
facciamo, a connessioni puramente sistematiche, è non genetiche, sembra
ammettere senza troppa difficoltà una risposta nel senso affermativo di una
unità completa di tutto il regno animale. Lo stesso Professor Vignoli ammette,
che « la materia vivente, per condizioni intrinseche sue molecolari,
fisico-chimiche, e biologiche non possa ordinarsi che in Darwin, Origine delle
specie, V., I Musei di Storia Naturale , ecc, nel presente volume. quelle
quattro forme fondamentali, come le varie sostanze numerali hanno un modo
ciascuna di assetto cristallino tipico»; di che egli assegna la causa «nel
rapporto della materia vivente con definite forme geometriche di strut¬ tura »,
Con ciò è data la connessione sistematica dei quat¬ tro tipi del regno animale,
e la possibilità della loro clas¬ sificazione sotto un sistema unico almeno in
senso analogo a quella dei cristalli. Allora la relazione fra quei quattro tipi
si può descrivere in modo plausibile dicendo, che da un punto di questo sistema
parti in origine la scintilla della vita in quattro direzioni diverse e
divergenti, probabilmente determinate, fra molte altre, dalle condizioni
d’ambiente che allora offriva il nostro pianeta; questi quattro cespiti mol¬
tiplicarono le loro ramificazioni in regioni diverse del si¬ stema, ciascuno
indipendente dagli altri e senza relazione reciproca apparente. Estinti i primi
organismi, nei quali una certa analogia, dovuta alla comune origine, si sarebbe
potuta forse osservare, rimasero troncati alla radice e disgiunti da grande
intervallo i quattro sistemi parziali in apparenza isolati, e poco aventi fra
loro di comune. Non è esclusa poi la possibilità che in altri ambienti (quali
possono offrire p. e. i corpi celesti) abbia potuto il seme vitale nascere in
altri punti e propagarsi in regioni del sistema totalmente diverse, dando luogo
a tipi di forme a noi ignote e forse anche per sempre inconcepibili. 54 .
Qualunque sia l’ipotesi che ci piaccia di ammettere, di un sistema unico, o di
più sistemi parziali fra loro ir- reduttibili; sempre alla formula fondamentale
di tal si¬ stema corrisponderà il più alto grado di generalità che si possa
dare in natura. Entro un tal sistema la classifi¬ cazione gerarchica porterà
seco più ordini di divisioni e di suddivisioni. Ad ogni divisione di un dato
ordine cor¬ risponderà la sua propria formula meno generale; e come più
suddivisioni di un dato ordine si raccolgono a formare una divisione d’ordine
immediatamente superiore, cosi le formule particolari di quelle suddivisioni
entreranno tutte a far parte, come casi particolari, di una formula più ge¬
nerale, da cui quelle altre particolari deriveranno per mezzo di certe
condizioni imposte ai parametri. Accadrà insomma, nella classificazione degli
organismi, quello che si verifica nella classificazione delle forme pure della
geo¬ metria. Così grado grado specializzando si verrà scen¬ dendo all’ultima
specializzazione, che corrisponde alle formule determinatrici dei tipi normali
delle varietà, cioè dell’ultimo grado della gerarchia. In queste formule del¬
l’ultimo grado tutti i parametri sono perfettamente deter¬ minati in quantità e
qualità. 55. Se da ultimo alcuno ci domandasse qual’è la fonte della formula
suprema fondamentale (o delle formule su¬ preme, se si vuole sian più di una),
alla quale qui si at¬ tribuisce tanta importanza e quasi un potere sovrano: ri¬
sponderemmo non trattarsi qui d’un concetto metafìsico, nè di un Deus ex
machina. Come in un sistema di forme geometriche la formula fondamentale
esprime quella ne¬ cessità logica che connette fra di loro tutti i tipi del si¬
stema, e le diverse parti di ciascun tipo, e costituisce la legge determinatrice
della loro esistenza e delle loro pro¬ prietà; cosi nel mondo organizzato la
formula fondamen¬ tale è l’espressione della necessità fisica delle cose; ne¬
cessità, che date le condizioni primordiali d’esistenza di un regno organico,
ne fa dipendere con logica rigorosa tutti i fatti minori. La formula
fondamentale degli orga¬ nismi deriva quindi dalla stessa fonte, da cui
derivano per esempio i tipi del sistema chimico, e le leggi delle loro
combinazioni; dalla stessa fonte, che dà origina alla legge dell’attrazione
universale ed a quelle che regolano i moti vibratori da noi percepiti sotto
apparenza di luce, calore, ed altre forme di radiazione. Questo concetto, che
collega per mezzo di una sintesi unica tutte le leggi speciali del mondo
organico, ci rende immediato conto delle strette correlazioni e corrispondenze
che si osservano non solo fra le varie parti di un medesimo organismo, ma anche
rispetto’alle funzioni corrispondenti di enti organici diversi. Correlazioni e
corrispondenze, che considerate dal nostro punto di vista subiettivo, ci si
presentano spesso sotto apparenza di causa e di conseguente effetto, e destano
in Digitized by LjOOQle - 345 - noi l’idea di finalità ; mentre non sono che
conseguenze corrispondenti e fra loro armoniche, procedenti simulta¬ neamente
da un fondamento unico, e già in quello stesso fondamento determinate a priori
; come a priori in una breve formula matematica sono necessariamente determi¬
nate le infinite proprietà delle forme geometriche da quella derivanti, e determinate
pure le armonie e le corrispon¬ denze che da quelle proprietà hanno origine. Comparazione
della presente ipotesi con, quella di Darwin . Da quanto precede sembra
dimostrato, che l’ordi¬ namento sistematico della natura organica in tipi fissi
e distinti l’uno dall’altro per caratteri invariabili, del quale abbiam
tracciate le prime linee nei Capitoli III, IV e V, mentre già per ragioni intrinseche
si presenta come ab¬ bastanza probabile, può ancora, meglio che altri non
avrebbe sperato, render conto di tutti i fatti più importanti concernenti le
mutazioni degli organismi; e questo senza ricorrere ad ipotesi che escano dal
campo delle osservazioni e della quotidiana esperienza. Siamo qui in presenza
di una teoria di evoluzione organica, della quale i risultati hanno molti punti
di contatto con quelli della teoria Darwiniana, differendo tuttavia in
parecchie cose importanti. Prima differenza è, che mentre Darwin considera come
causa preponderante e poco men che esclusiva di evoluzione la selezione
naturale, fondata sulla lotta per re¬ sistenza, combinata coll’eredità di
caratteri acquisiti; nel presente scritto non si fa alcuna ipotesi speciale
sull’im¬ portanza relativa che possono avere i molti e varii fattori di detta
evoluzione. Noi ci teniamo alla formula generale e comprensiva che segue: «Ogni
specie, alla sua origine, Alludo alla forma, che Darwin diede a questa teoria
nella sua opera principale Origine delle specie. Più tardi egli modificò non
poco le sue idee, siccome si può vedere nell’ opera Descent of Man. ? - coincide nel tempo e nel luogo con
un’altra preesistente, ad essa vincolata da stretta analogia di caratteri; la
nuova forma nasce dall’antica per mezzo di generazione modificata; sia che tal
modificazione derivi per eredità di mutazioni acquistate durante la vita
dell’organismo gene¬ ratore, sia che derivi da graduali ed impercettibili muta¬
zioni subite dal primo embrione nell’atto stesso della ge¬ nerazione
(eterogenesi graduale). Sotto questo riguardo noi non possiamo dire che le idee
qui svolte si trovino in op¬ posizione colle ipotesi darwiniane; l’un modo di
vedere è più generale, e meno specificato dell’altro; ecco tutto. Grande invece
e veramente inconciliabile è un’altra differenza. Secondo la presente ipotesi
un tipo trasforman¬ dosi non può convergere verso altre forme che di alcuno dei
2n tipi confinanti (2), spostandosi in una delle 2n di¬ rezioni segnate dalle n
serie analogiche cui quel tipo ap¬ partiene; inoltre ciascuno dei tipi verso
cui la trasfor¬ mazione può esser diretta è assolutamente determinato a priori
in tutti i suoi caratteri ; cosi che l’ufficio dei fattori evolutivi non è
quello di produrre un tipo nuovo ad ar¬ bitrio delle circostanze, ma di
scegliere, fra 2 n tipi pos¬ sibili, quello che è più confacente al caso, e che
nelle date circostanze può esser il più utile e il più conveniente al dato
organismo. Qui non abbiamo trasmutazione di specie ; le specie sono
assolutamente invariabili nei loro caratteri ; ma abbiamo trasmigrazione d ’ un
individuo o d'una massa d'individui da una specie di tipo dato ad altfa specie
di tipo dato. Si può dunque alla presente ipotesi dare il nome di evoluzione
regolata od evoluzione per tipi fissi . Secondo i più avanzati Darwiniani
invece l’evoluzione è affatto libera e senza freno alcuno. Veramente affermano
che re¬ iezione naturale tende al perfezionamento di ogni creatura vivente per
rapporto alle sue condizioni organiche ed inor- Darwin, Origine delle specie Ricordo
che n è il numero dei parametri dell’organismo. le ganiche di vita, e per conseguenza, nella
maggior parte dei easi, a quello che si deve considerare come un progresso
nell'organizzazione. Ma questa tendenza che si traduce poi nella formula
celebre del survioal of thè fittesi , dipende sempre ad ogni momento dalle
circostanze in mezzo a cui l’organismo vive e si sviluppa; circostanze legate a
cause altrettanto complesse ed altrettanto varia¬ bili, quanto sono quelle che
determinano la forma e di¬ sposizione delle onde nel mare in burrasca a ciascun
mo¬ mento: cause non soggette ad alcuna norma regolare e che pel nostro intento
possiamo considerare come affatto accidentali. La nuova forma adunque, verso
cui i fattori dell’evoluzione libera spingono un dato tipo, è il risultato di
combinazioni accidentali anch’essa; ed accidentale sarà pure il nuovo
carattere, od i nuovi caratteri assunti per il completo adattamento del tipo al
nuovo mezzo in cui si trova (2). Questi nuovi caratteri, essendo determinati da
circostanze esteriori, non saranno legati da alcuna legge : e per quanta possa
essere la loro utilità, non si vede perchè debba esistere alcuna connessione
fra essi, ed i caratteri che si conservano. In una parola, la nuova forma non
sarà soggetta alla legge di correlazione, anzi sarà sempre più o meno in
contraddizione con questa legge; cioè sarà sempre una maggiore o minore
mostruosità ; la quale in virtù della legge d’eredità dovrebbe andarsi
propagando nelle consecutive generazioni. Sotto l’impero assoluto del¬
l’evoluzione libera il regno organico diventerebbe presto una popolazione di
mostri. Per ‘evitare un tal risultato siamo necessariamente obbligati ad
ammettere con Darwin che le variazioni subite dall’organismo abbiano ad ogni
modo da obbedire alla legge di correlazione. L’evoluzione dunque in tal modo
non è più assolutamente libera, ma è legata ad una formula fondamentale; i suoi
risultati sono (1) Darwin, Origine delle specie, Così li chiama Darwin medesimo
nel riassunto che forma la conclusione del Capo IV dell’ Origine delle specie. liberi
soltanto entro i limiti concessi da una tal formula; il tipo trasformato si
adatterà all’ambiente tanto, quanto da quella gli è concesso. Quindi, accanto
alle variazioni utili si produrrano altre variazioni correlate colle prime ;
variazioni talvolta inutili, talvolta dannose, sempre però tali che sommata
ogni cosa, l’utilità abbia il sopravvento e sia la massima possibile.
GoU’ammettere la legge di correlazione si sarà ad ogni modo guadagnato questo;
che l’organismo continuerà a far parte del suo sistema, e che la sua nuova
forma pren¬ derà il suo posto nel campo di esso sistema, rappresen¬ tata da un
punto. Mancando però affatto nell’ipotesi dar¬ winiana i tipi normali fìssi e
una legge d’immanenza; le successive trasformazioni deH’organismo (benché
sempre correlate), e il moto per gradi successivi del punto suo rappresentante
non saranno soggetti ad altra restrizione, che quella di rimanere nel campo
sopradetto. Il moto en¬ tro un tal campo, e la trasformazione corrispondente si
faranno alla cieca e saranno determinati ad ogni momento dalle circostanze del
momento. In qual modo, seguendo un tale processo, si abbiano a formare specie
sempre bene deliminate senza tipi inter¬ medi; e come una tal divisione netta e
precisa abbia po¬ tuto stabilirsi dovunque ed in ogni tempo senza alcun
principio intrinseco che la determini (quale sarebbe per noi l’immanenza dei
tipi normali); e come per solo effetto di combinazione di circostanze
accidentali infinitamente variabili, dappertutto e sempre si sia raggiunto il
mede¬ simo risultato con un rigore poco meno che matematico; riesce diffìcile a
comprendere. Da questa difficoltà confessa Darwin medesimo d'essere stato
arrestato per molto tempo, e la via per la quale ha tentato di uscirne è uno
dei tanti monumenti della sua meravigliosa sagacità. Le sue di¬ mostrazioni si
fondano sostanzialmente nella soppressione che avviene, sempre per fatto di
selezione naturale, non (1) Darwin, Origine delle specie solo delle varietà
intermedie che rappresentano i gradi antecedenti del successivo
perfezionamento; ma in gene¬ rale ed in qualunque circostanza, di tutte le
varietà meno numerose e meno potenti, che sarebbero capaci di stabilire
un’apparente gradazione di forme fra specie più nu¬ merose e più forti. Egli
afferma che una simile eliminazione continuata di tipi intermediari ha luogo
non solo in am¬ bienti chiusi (per esempio in isole o laghi di limitata
estensione), dove la lotta per l’esistenza può diventare molto accanita, ma
anche nei grandi spazi aperti dei con¬ tinenti e dei mari, dove variano
gradatamente le condi¬ zioni della vita da un punto all’altro, dove quindi
parrebbe doversi far luogo ad una specie graduata per minime va¬ riazioni. Ma
se leggendo queste belle pagine si è costretti ad ammirare il genio dell’Autore
ed anche ad ammettere molte delle conclusioni particolari da lui esposte; ad
una convinzione chiara e completa non sono potuto arrivare, neppure dopo veduta
l’abile difesa che su questo punto ha presentato il Wallace (1). Sembra, che
molto preoccupato (ed a ragione !) degli effetti grandi e continui della
selezion naturale, Darwin non abbia dato importanza sufficiente ad altri
fattori, pur potenti e continuati anch’essi; quale sa¬ rebbe per esempio
l’obliterazione continua, che delle pic¬ cole diversità di carattere ha luogo
in conseguenza del- l’incessante connubio di tipi pochissimo fra loro
differenti lo posso ammettere benissimo ciò che dimostra il sommo inglese, che
quando la separazione dei caratteri di due tipi vicini e coabitanti nel
medesimo campo sia giunta al punto da render notevolmente più rari e più
sterili i con- connubii fra individui dell’uno o dell’altro tipo, questa se¬
parazione non possa far altro che progredire continua- mente: la difficoltà sta
per me nel comprendere come ad un tal grado di separazione si possa arrivare in
seno ad Wallace, The Method of organic Euolation nella Fortnightly Rewieiv:
riprodotto nell’An- luial lieport of thè Smilhsonian Institution una massa
omogenea, posta in condizioni uniformi. Data per esempio una steppa di grande
estensione in cui le condizioni di vita vadano variando per gradi continui e
data in essa una popolazione di vegetali adattata in ciascun luogo
all'ambiente, e quindi aneli'essa variabile per gradi da un punto all'altro;
non vedo come si possan produrre differenziazioni maggiori di quelle che già
esistono. In ogni punto, i connubi fra individui pochissimo differenti saranno
continuati e fecondi; la gradazione delle forme non solo durerà ma si farà
sempre più perfetta. La selezione na¬ turale avrà luogo come dappertutto; ma
fra gYindividui, non fra le varietà ; e prevarranno in ogni punto e ad ogni
momento in ciascun tipo gl'individui più forti e più adat¬ tati al rispettivo
ambiente, ma i tipi dureranno nelle gra¬ dazioni di prima (1). (1) Non è questo
il luogo, nè può esser mio assunto di far qui una critica delle teorie
darwiniane; cosa riservata a pochi maestri della più alta competenza. Mi sia
però concessa una piccola osservazione rispetto al così detto principio della
divergenza dei caratteri , del quale non mi par sempre legittimo l’uso che si
fa. La divergenza o differenziamento dei caratteri è il risultato di vari
fattori e può aver luogo in date cir¬ costanze e condizioni di cose: per
esempio quando una specie si dilata in più regioni di clima o carattere
diverso, oppure subisce col tempo l’influsso di mutate circostanze. Essa è un
fatto che può avvenire o non avvenire; non un principio tale (quale p. e.
quello dell’eredità), da po¬ tersi usare sempre e dovunque senza altro esame:
quindi ogni volta che se ne fa uso si dovrebbe dimostrare che tale uso è
concesso in quel caso speciale. L’adottarla come un principio equivale al
supporre una tendenza naturale, insita negli organismi, a differenziarsi cioè a
mutare gli antichi caratteri assumendone dei nuovi. Sarebbe dunque un prin¬
cipio precisamente opposto a quello dell’eredità ; il quale ultimo insomma non
è che il principio delia conservazione dei caratteri. L’uso simultaneo di
questi due principi opposti costituisce una macchina a doppio effetto, la
quale, abilmente adoperata ora in un senso, ora in un altro, può ser¬ vire a
dimostrare tutto quello che si vuole. Gli esempi del prato che può nutrire erbe
di molte specie diverse, dell’albero su cui possan vivere insetti di abitudini
molto differenti ecc. non fanno al caso. Certo qui la differenza di tipi ha
luogo, e la ragione della possibilità di lor convivenza è chiara. Ma tali fatti
hanno molte anteriori preparazioni e risultano dal concorso di cause esteriori.
Quelle differenze di tipi conviventi nello stesso luogo non si son prodotte da A
questa si connette l'altra difficoltà analoga della mancanza di tipi
intermediari nella fauna e nella flora delle epoche geologiche, quali ci son
rivelate dai fossili. Darwin spiega il fatto coll’imperfetta ed incompleta
cono¬ scenza che abbiamo di questa fauna e di questa flora. Ma perchè una tal
spiegazione sia plausibile, bisogna supporre che in ogni linea d'esseri il
lavoro dell’evoluzione organica non progredisca uniformemente col tempo, nè si
continui più o meno energicamente ad ogni momento; ma anzi che i periodi di
trasformazione o d’instabilità sian stati, sem¬ pre e per tutti i tipi, molto
brevi, e che fra l’un e l’altro di tali periodi vi siano stati grandi
intervalli di stabilità; durante i quali, i tipi essendosi completamente
adattati al loro ambiente (supposto costante!) il lavoro dell’evoluzione abbia
posato per lunghi secoli, dando alla specie cosi resa stabile il mezzo di
allargare i suoi confini e di diventar potente per numero, e rappresentata
quasi esclusivamente nei fossili; sopprimendosi intanto poco a poco dopo breve
esistenza i tipi intermedi a traverso dei quali la specie s’era venuta
perfezionando; dei quali pertanto la rappre¬ sentazione fossile sarà poca e
manchevole. Dovrebbero insomma i periodi di lavoro evolutivo (presa la cosa in
massa e senza considerare i casi speciali) essere una pic¬ cola, molto piccola
parte dei periodi di stabilità nelle forme; presso a poco come nelle evoluzioni
degli Stati basta per lo più uno o pochi anni di guerra a determinare un
equilibrio permanente di cose per molti anni od anche per più secoli. Se
infatti così non fosse, ed i periodi di lavoro evolutivo uguagliassero in
durata anche solo un quarto dei periodi di stabilità, noi dovremmo, secondo le
sè, nè in eterno potrebbero prodursi in conseguenza della sola selezion
naturale da una popolazione originariamente omogenea o quasi omo¬ genea! Qui
sta il punto. Da masse omogenee poste in circostanze poco differenti non posson
nascere che altre masse omogenee. Le piccole dif¬ ferenze (deUe quali bisogna
pur cominciare) s.on subito cancellate dai molteplici, continuati e fecondi
connubi d’individui poco diversi fra loro. probabilità, aspettarci di trovare
nei Musei paleontologici i tipi transitori e di variazione graduale^ uguagliare
per numero un quarto dei tipi stabili appartenenti a.specie'di limite molto
definito. In realtà i primi mancano affatto, o se non mancano, son cosi pochi
ed isolati da non potersi riconoscere nel numero prevalente dei secondi. 60.
Questi argomenti, non meno che diversi altri rias¬ sunti sulla fine del Capo X
dell’ Origine delle specie , pos¬ sono in sé contenere una parte di vero, od
esser almeno applicabili in molti casi; ma molto hanno anche di ipo¬ tetico, e
il loro valore ad ogni modo non si può conside¬ rare come assoluto. Io
troncherò una discussione che po¬ trebbe occupar qui troppe pagine, ed è stata
intrapresa del resto già da scienziati assai più competenti; mi con¬ tenterò di
far notare quanto ne risulta, cioè che l’ipotesi dei tipi non fìssi e
determinati volta per volta secondo il capriccio delle circostanze, se ha in sé
qualche cosa di seducente per la sua (apparente) semplicità, non manca però di
suscitare gravi difficoltà, risolubili soltanto con altre ipotesi sussidiarie
più o meno gratuite. A questa ne¬ cessità si sfugge intieramente coll’ipotesi
qui propugnata dai tipi fissi essenzialmente discontinui, legati ad una formula
fondamentale. Quest'ultima, malgrado il suo colore un po’ metàffàieo, è ammessa
anche nel sistema di Darwin sotto il nome di legge di correlazione; non si vede
perchè data questa, si abbia da rifiutare la fissità e la disconti¬ nuità dei
tipi che ne derivano, le quali sono conseguenze suggerite dalle leggi stesse
che la Natura osserva nel mondo inorganico. 61. Qualunque opinione però si
voglia ritenere circa il modo di determinazione dei tipi delle specie; notabile
è questo, che in pratica i risultati finiscono per non essere molto diversi
nell’una e nell’altra ipotesi. Dato un tipo che sta per trasformarsi in
conseguenza dei fattori di evo¬ luzione, nell’ipotesi darwiniana esso si
svolgerà nella di¬ rezione che richiedono in quel momento le condizioni in cui
si trova; e seguirà, fra le infinite vie compatibili colla legge di
correlazione, quella che gli assicura la maggior Sem apa nrci.i.T. utilità, o
il migliore adattamento all’ambiente. Nella nostra ipotesi invece non potrà
seguire propriamente la via della maggiore utilità; ma come il tipo farà parte
di n serie analogiche, ad esso saran aperte 2 n vie di trasmutazione; fra le
quali potrà sempre scegliere quella della minore resistenza o della massima
utilità. Or veramente quante unità possa comprendere in natura il numero n, è
difficile giudicare, e potranno un giorno forse i naturalisti, stu¬ diando le
serie analogiche, definirlo per approssimazione. Certo però, riflettendo alle
multiple connessioni, che l'os- servazione rivela, di un dato tipo con altri
vicini e lontani; alla multipiicità delie funzioni, che da n parametri rice¬
vono la loro differenziazione nei vari organismi ed alle complicatissima
struttura di molti fra essi, si può inferire che tali _unii à sian jjarecchie.
Pertanto la trasformazione del tipo potrà aver luogo, se non proprio nella
direzione di massima utilità, almeno in una direzione non molto differente;
appunto come il viaggiatore che da Milano partendo per Roma, si contenta pel
momento di volgersi per la via di Lodi o per quella di Pavia; che fra molte vie
incrociantisi àTTiMano" sòri quelle la cui direzionj3jlj£r ferisce
men^illagni altra dallj^rilfa’à. VOtn 1 (Tucceilo. 62: Da questa considerazione
si deduce una bella e gra¬ dita conseguenza ; cioè che malgrado la radicale
diversità delle ipotesi fondamentali, il fatto dell’evoluzione si compie
secondo le due teorie in modi realmente non molto di¬ versi; così che una
quantità di effètti osservati possono esser spiegati in modo identico nell’una
e nell’altra. Tal è per esempio il fatto fondamentale della derivazione delle
specie l’uiLa-dall^tra ; la quale secondo Darwin si farebbe seguendo le
ramificazioni di un albero genealogico molto simile ad un albero ordinario (1),
secondo la presente ipotesi si farebbe secondo te Jjnee di serie analogiche.
Lungo queste la propagìTZfóne de 11 avvita può manifesta- mente farsi come
sopra i rami di un albero, ma con una Dauwin, Origine delle specie [libertà di
direzione e di multipla connessione fra i rami, che un albero di forma
ordinaria non permette. Su questi punti di concordia, dove ambe le ipotesi
servono a dare una spiegazione sufficiente dei fatti, non occorre arrestarsi
più oltre. Consideriamo ora le quistioni, dove T ipotesi darwiniana è soggetta
a qualche difficoltà, e vediamo quale luce può derivar per esse dal nuovo modo
di considerare la materia. Il compito è relativamente facile, avendo Dar¬ win
egli stesso esposte tali quistioni, e messo a nudo le parti deboli del suo
sistema con una imparzialità e pro¬ bità scientifica degna veramente del suo
gran nome, e della quale tutti gli dobbiamo essere grati. CAPO Vili. Questioni diverse. Evoluzione dai
tipi pri¬ mordiali. Organi perfetti 9 rudimentali 9 inutili. Centri di
creazione. Atavismo. Quando ci trasportiamo in ispirito all’alba della vita
terrestre, all’epoca in cui noi dobbiamo rappresentarci tutti gli esseri
organizzati come dotati ciascuno della più semplice struttura possibile; nasce
la questione, in qual modo abbian potuto compiersi i primi passi verso la dif¬
ferenziazione e la localizzazione degli organi per funzioni sempre più
speciali. Io non saprei risolvere completamente questo problema. Non avendo noi
del resto alcun fatto per guidarci nella ricerca d’una soluzione, possiam conside¬
rare ogni speculazione su questo argomento come vana e senza base ». Così
Darwin nell’ Origine della specie , Capo IV § 14. Questa difficoltà è comune a
tutte le teorie di evolu¬ zione in cui si suppone che un tipo si vada evolvendo
gradatamente da un altro; quindi anche la nostra non vi sfugge. Soltanto è a
dire, che non avendo noi nulla defi¬ nito circa la natura e la relativa
importanza dei fattori d’evoluzione, possiamo trincerarci dietro la
riflessione, che il passaggio dal 1° al 2° organismo non è per noi più
difficile e più misterioso che daMOOO 0 al 1001°; la qual risposta non si può
dareTflaTchi vuol far dipender tutto dalla selezion naturale. In generale, per
quanto posso ve¬ dere, sembra che la selezion naturale sia un potente mezzo per
accelerar molto le differenziazioni già avviate a buon punto; ma che sia per lo
più impotente a spiegar il primo stadio di tali differenziazioni. A chi
propugna la teoria dell’evoluzione regolata si po¬ trebbe domandare invece,
perchè il soffio della vita abbia cominciato appunto nelle regioni del sistema
che corri¬ spondono ai tipi più rudimentali e meno sviluppati, mentre nella
formula fondamentale già esistendo preordinati tutti i tipi possibili, si
sarebbe potuto cominciare anche dai / più perfetti. Io ignoro veramente, se i
tipi del Laurenziano J e del Cambriano inferiore siano i più semplici possibili
\ ciascuno nella sua categoria; ad ogni modo credo di poter rispondere, che
anche n el nos tro, schema la produzione dei tipi nonjs.Lfa ad arbitrio* ma è
subordinata~àITa~‘pos- sibilità della loro esistenza e della loro propagazione
ul¬ teriore nefUalo ambiente. Ora tutti son concordi nell’am- mettere che
all’apparir della vita sulla Terra tale possi¬ bilità non avesse luogo che per
organismi della natura più semplice e più rudimentale; e ciò basta a risolvere
il quesito proposto. A prima giunta, lo confesso, sembra singolar¬ mente
assurdo di supporre che l’occhio, cosi ammirabil¬ mente costrutto per ammettere
piùjo meno luce, per adat¬ tare il foco dei raggi visuali alle diverse
distanze, e per correggere l’aberrazione sferica e cromatica, possa essersi
formato per selezione naturale. » A questa obbiezione ri¬ sponde Darwin col
dimostrare esservi diversi gradi di perfezione nelle varie specie d’occhi, e
che non è impos¬ sibile supporre che l’uno abbia potuto derivare dall’altro con
successivi miglioramenti, dal semplice capo di nervo ottico ricoperto d’un po’
di pigmento senza lenti od altro, fino alla struttura cosi artificiosa
deH’occhio umano. Questa assai plausibile difesa si può in genere applicare a
tutti gli organi più perfetti della natura animale e vegetale. Nell’ipotesi
dell’evoluzione regolata tale difficoltà non esiste; le varie specie d’occhio
sono preordinate nella for- (1) Darwin, Origine delle specie, Gap. VI, § G.
Digitized by Google - 358 - mula fondamentale del sistema, e adattate al resto
dell’or- ganismo secondo la leggeji^orrelazione. «‘UH orgànf elettrici dei pesci offrono
un’altra difficoltà ancor più seria: perchè essi esistono solamente in una
dozzina circa di specie, fra le quali ve n’hanno d’assai lontane fra loro
quanto a grado d’affinità. Generalmente quando uno stesso organo appare presso
più rap¬ presentanti della medesima classe noi possiamo attribuirne la presenza
a tendenze ereditate da un progenitore comune ; e la sua assenza eventuale
presso altri, all’atrofìa risul¬ tante dal difetto d’esercizio e dall’elezione
naturale. Ma se tutti gli organi elettrici dei pesci sono derivati ereditaria¬
mente da qualche progenitore che ne era munito, tutte le specie di pesci
elettrici dovrebbero essere abbastanza vi¬ cine le une alle altre; e tale non è
il caso (1)». L'obbie- zione vale in genere tutte le volte che una specie ha un
carattere raro (come quello dell’organo elettrico) comune con parecchie altre
specie molto distanti fra loro, talvolta appartenenti a generi, ordini e classi
diverse. Secondo il nostro modo di vedere questa difficoltà si risolve facil¬
mente ammettendo, che i pesci dotati d’organi, elettrici, benché separati
(forse) da notevoli intervalli nel campo del sistema ittiologico, formino parte
di una identica serie analogica, o di serie analogiche parallele e vicine, in
cui la presenza di un organo elettrico sia carattere distintivo. La rarità
distali tipi non deve formar difficoltà per la ra¬ gione, che tutta la fauna
attuale non è che una minima frazione della fauna di tutte le epoche passate
(probabil¬ mente anche delle future), e quindi anche di tutto il si¬ stema
animale. La stessa ragione o ragioni analoghe valgono per gli orgahi in
apparenza inutili, o imperfettamente adattati al loro scopo presumibile, e per
gli organi rudimentali; sui quali tutti sarà pericoloso entrare in troppo
speciali di¬ scussioni, sintantoché le diverse serie analoghe del sistema (1)
Darwin, Origine delle specie, Capo animale e del sistema vegetale non saranno
state studiate nelle loro reciproche relazioni, e non sia stata studiata nelle
sue linee fondamentali anche la legge di correlazione. Passando ai grandi fatti
concernenti la facies locale delle produzioni di una medesima vasta regione; la
meravigliosa parentela che esiste fra i morti e i vivi d’un medesimo continente
(2); i parallelismi di distribu¬ zione geografica nella successione degli
esseri sopra va¬ stissime regioni, e sopratulto nell’Antico e nel Nuovo Continenti
messi fra di loro a paragone; si vedrà subito che la loro spiegazione nelle due
ipotesi è presso a poco la medesima. Ripetiamo ancora qui, che la preesistenza
di tipi normali fìssi non impedirà mai che l'evoluzione si diriga con
sufficiente libertà verso quelle direzioni, a cui l’attirano le circostanze
dell’ambiente: come un viandante, benché legato nel suo andare alle stazioni
prenotate sulla carta geografica, potrà arrivare a Roma altrettanto bene,
quanto un uccello libero di seguir nell’aria la via più diretta. Nella celebre
questione della unità o molteplicità dei cosi detti centri di creazione delle
specie, Darwin, e con lui naturalmente tutti i propugnatori dell’evoluzione
libera, sono schiettamente unitari. Nella bella trattazione ch’ei fa di questo
argomento (3), Darwin pone come prin¬ cipio evidente, che nella sua ipotesi «
tutti gli individui della medesima specie, benché abitanti regioni isolate e
distanti, debbono esser venuti da qualche luogo dove vis¬ sero i loro
progenitori; essendo incredibile, che individui assolutamente identici
provengano per elezion naturale da progenitori specificamente distinti ». Egli
ammette-dunque per ogni specie un punto unico d’origine ; e conclude « che ogni
specie abbia avuto principio in una sola regione, e Darwin, Origine die di là
abbia emigrato tanto lontano; quanto i suoi mezzi d’emigrazione e d’esistenza
lo hanno permesso, cosi nelle condizioni di vita presente, come in quelle di
vita passata»: e suppone con questo, che tali mezzi di emi¬ grazione e di
esistenza non abbiano mai fatto difetto nelle specie disperse sulla faccia
della Terra. A spiegare questa dispersione e questo accantonamento di specie
identiche su punti lontanissimi ed isolati, egli considera l’influenza che
dovettero esercitare sulla distribuzione geografica dei viventi la temperatura
relativamente calda, che nella co¬ rona di terre circostanti al polo artico
ebbe luogo in una certa fase dell’epoca terziaria, il conseguente raffredda¬
mento che condusse all'era glaciale, e dopo questa, il ri¬ torno di termperatura
più mite. Da questa discussione, che è una delle gemme più brillanti
dell’opera, si arriva ad intendere prima, come vivano tante piante identiche
isolate sulle cime nevose delle Alpi e dei Pirenei, e se¬ gregate dalle loro
congeneri dell’Europa boreale. E s’in¬ tende ancora, come nelle latitudini
temperate dell’Europa e dell’America Settentrionale vivano alcune specie
assolu¬ tamente identiche, ed altre congeneri e rappresentative, benché
specificamente distinte. — Meno facile invece è a comprendere il fatto
singolare di alcuni crostacei e pesci ed altri animali marini proprii del
Mediterraneo, che non si trovano altrove, fuor che nel Mare del Giappone (1);
almeno sintanto che non si ricorra a speciali ipotesi circa la distribuzione
dei mari e dei continenti nel tempo che precedette e segui immediatamente l’èra
glaciale. 68. Più grave è la difficoltà di spiegare cogli effetti gla¬ ciali il
fatto curioso notato da Hooker, « che 40 a 50 specie fanerogame della Terra del
Fuoco, formanti una parte considerabile di quella poverissima flora, si trovano
anche in Europa a dispetto dell’immane distanza che separa questi due punti del
globo: alle quali si aggiungono Darwin, Origine molte altre specie non
identiche, ma di tipo affine»; e l’altro, « che sulle montagne dell’Abissinia
crescono più forme di carattere affatto Europeo »; e l’altro, « che sulle
montagne del Capo di Buona Speranza si trovano più forme rappresentative delle nostre,
le quali non sono mai state trovate nelle parti intertropicali dell’Africa »; e
l’altro, « che specie rappresentative delle Europee si trovano sugli Himalaya,
nelle montagne del Dekhan e di Ceylan, le quali non esistono nelle regioni
basse intermedie ». Per render ragione di tali fatti Darwin è condotto a
supporre, che il periodo glaciale abbia esteso simultaneamente i suoi effetti
su tutta la Terra, o almeno lungo certe zone estese da un polo all’altro nel
senso del meridiano secondo una certa larghezza; ipotesi già molte volte
enunziata, di cui però sembra difficile dare prova completa. Altre difficoltà
anche maggiori ravvisa il Darwin nell’esistenza in diversi punti isolati
dell’emisfero australe (Kerguelen, Nuova Zelanda, Terra del Fuoco) di più specie
affatto distinte, apparte¬ nenti a generi esclusivamente proprii delle regioni
antar¬ tiche. Ma una circostanza anche più imbarazzante sta in questo, che
simili dispersioni di faune e di flore consimili in punti della Terra isolati e
privi adesso d’ogni immaginabile comunicazione, ebbero luogo anche durante le
epoche an¬ teriori della Terra. Volendo mantenere l’unità dei centri di
creazione, i naturalisti e i geologi si trovano obbligati a supporre colossali
rivoluzioni nella distribuzione delle masse continentali e degli Oceani. Cosi
per spiegare la parentela di una certa parte della fauna Africana australe
nelle epoche giurese e cretacea e ancor più giù neU’eocene, si è supposto che
una lunga penisola si estendesse dalla punta meridionale dell’Africa fino a
comprendere una parte del Dekhan, a traverso del Mare Indiano; penisola a cui
fu dato il nome di Lemuria. Simili analogie di fauna fra la punta meridionale
dell’Africa e la costa del (1) Neumayr, Erdgeschichte Chili dettero origine ad
un altro ancora assai più vasto continente, la Sudatlantide; la quale avrebbe
congiunto l’Africa coirAmerica meridionale durante i periodi giurese e
cretaceo, sommergendosi poco a poco al principio del- l’eocene. A questa dicono
corrispondesse poi, forse fin dall’era paleozoica, la Nordatlantide ; la quale
vuoisi che dall’America del Nord, occupando l'area dell’Atlantico più
settentrionale, arrivasse fin presso la Scozia e l’Irlanda, occasionalmente
annettendole; e avrebbe durato, con qual¬ che intermittenza, fino al pliocene. Tutte
queste cosi straordinarie mutazioni nelle linee generali del nostro globo, non
molti anni sono erano dai geologi considerate come casi possibili e di non
isolata evenienza. Ma dopo che si cominciò a studiare con qualche precisione il
fondo dell*Oceano, e le sue relazioni colle zone perimetrali dei continenti, le
suddette ipotesi appar¬ vero come esagerazioni; ed ora sempre più si fa strada
il concetto, che sin dalle epoche più antiche della Geologia la configurazione
e positura delle tavole continentali, e la parte abissale delle aree oceaniche
non abbiano più cam¬ biato in modo sostanziale. Se questo modo di vedere ri¬
sulterà il più conforme al vero, l'ipotesi deH’unità dei centri di creazione
potrà esserne fortemente scossa, e con essa quella dell’evoluzione libera degli
organismi; l’una e l’altra non potranno esser salvate che escogitando nuove
ipotesi più accettabili. 70. Per noi la questione sarebbe affatto indifferente.
L'ipotesi della evoluzione regolata si adatta tanto bene al¬ l'unità, quanto alla
pluralità dei centri di creazione. Ab- (1) Id. ibid., p. 547 e 711. (2) Id.
ibid., p. 333, 335, 548, 549, 711. Sulla parte della Nordatlantide at¬ tigua
alle Isole Britanniche vedi Hull, Palaeo-Geological Maps of thè lìritish
Islands nelle Transact. Roy. Duhlin Society. Sull’esistenza di ambe le
Atlantidi in relazione colla Geografia botanica, Nathorst, Beiti àge der
Potarforschung zur Pflanzengeographie der Vorzeit nella raccolta di
Nordenskjòi.d intitolata: Studicn und Forschungen va ranlasst durch meine
lieise ini holxen Norden , Leipzig biamo già accennato per incidenza, nulla
esservi d’impos¬ sibile nell’ammettere, che lo'stesso tipo specifico abbia
fatto la sua apparizione sulla Terra più volte in tempi e luoghi differenti,
anche seguendo nella sua generazione linee analogiche diverse (§ 52). Date
dunque in due luoghi diversi le condizioni necessarie di esistenza e di
riprodu¬ zione, non è impossibile che le stesse stessissime specie, oppure
specie affini, abbian potuto manifestarsi al Capo di Buona Speranza ed al
Chili; od in Europa ed alla Terra del Fuoco; o nel Mediterraneo e nel Mar del
Giap¬ pone. Nelle diverse regioni della Terra, dove prevaleva Tinfluenza di
circostanze analoghe, la Parca ha condotto gli stami della vita attraverso al
campo delle specie per vie più o meno parallele, quantunque non coincidenti.
Qual meraviglia, che di quando in quando alcuni di tali stami siansi per caso
intrecciati in qualche punto? 71. Atavismo. — Le questioni concernenti ciò che
è convenuto di chiamare atavismo si presentano nella nostra ipotesi sotto un
aspetto molto diverso dall’ordinario. Es¬ sendo diffìcile di esporre la cosa
nei suoi termini proprii e generali, io mi servirò di un esempio immaginario
molto semplice, che varrà a dare un'immagine sufficiente, quan¬ tunque rozza ed
imperfetta, del nuovo modo di considerare questo difficile argomento. Noi
supporremo che si abbia un sistema d’organismi in tutto uguali fra di loro,
salvo che per due soli parametri, alle cui variazioni corrispondano
direttamente le variazioni di due caratteri molto semplici; il colore, e la
grandezza, per esempio. Un tal sistema di esseri potrà esser rappre¬ sentato
con uno schema a due dimensioni, quale si vede nella vicina figura, con due
classi di serie analogiche, formanti file orizzontali l’una, l’altra file verticali
di punti o tipi normali. E supporremo che lo spostamento nel senso orizzontale
corrisponda a diversità di colore, lo sposta¬ mento in senso verticale a
diversità di grandezza; per modo che tutti i tipi normali formanti una delle
serie analogiche verticali abbian tutti lo stesso colore, ma di¬ verse
grandezze; tutti i tipi normali formanti una delle serie analogiche orizzontali
abbian tutti la stessa gran¬ dezza, ma colore diverso. Le medesime relazioni
varranno anche per tipi individuali diversi dei normali: cioè due tipi
individuali rappresentati da due punti MM' posti sulla stessa verticale avranno
lo stesso colore, ed avranno uguale grandezza due tipi rappresentati da due
punti MM" posti sulla medesima orizzontale. 72. Ciò posto, mettiamo che un
tipo qualunque indivi¬ duale rappresentato da M, in conseguenza dei fattori
del¬ l'evoluzione si vada in successive generazioni spostando ora in un senso
ora in un altro, rimanendo però sempre a poca distanza dal suo tipo normale c.
11 poligono Mmm'm ".... generato da questo spostamento (§ 30), nelle sue
circonvoluzioni percorrerà la regione^circostante ai punti M e a intersecandola
per ogni verso. In tale movi¬ mento potrà molto facilmente avvenire^ che alcuno
dei vertici m m! m".... del poligono (cioè dei tipi successiva¬ mente
generati) si accosti alla verticale MM\ riproducendo cosi nel tipo
corrispondente il colore del tipo M ; e con egual facilità potrà avvenire, che
alcun altro dei vertici del poligono si accosti alla orizzontale MM f ',
riproducendo cosi nel tipo corrispondente la statura del medesimo tipo M.
Avremo cosi dei casi di atavismo in alquanti individui della stessa linea
genealogica, riproducendosi talvolta uno, talvolta l’altro dei due caratteri
distintivi di M, in grado più o meno perfetto. Ma se il moto per caso da
qualche causa costante sia spinto verso una special direzione prò
gressivamente, l’atavismo dopo alcune generazioni potrà scomparire per l’uno o
per l’altro dei due caratteri, o per tutti e due, e potrà invece accadere che
succeda il rin¬ novarsi atavistico di un colore diverso da quello di M e di una
statura diversa da quella di M. — Come si vede, tale atavismo non si può
considerare come un fenomeno irregolare, ma è cosa completamente conforme alla
legge di successione genealogica degli enti naturali. Nè è ne¬ cessario
ammettere, che i caratteri ereditari si conservino qui per molte generazioni,
diventando latenti in una parte di esse. L’eredità ha solo luogo di padre in
figlio, il resto è opera di cause perturbatrici che determinano le deviazioni
dei singoli individui dal tipo normale. Nè più diffìcile è rendersi conto di
ciò che potrebbe chiamarsi paleo-atavismo, cioè della riproduzione di ca¬
ratteri da lungo tempo scomparsi, già appartenenti ab antiquo a specie estinte
più o meno affini ed anche sup¬ poste progenitrici. Simile ricomparsa ha luogo
di quando in quando, e talvolta in occasione d’incrociamenti fra varietà
distinte. Poniamo per spiegar quest’ultimo caso, che nello schema vicino A
rappresenti una varietà estinta, da cui siano, o si credano, derivate le due
varietà viventi B , B\ L’incrociamento di queste due produrrà un tipo in¬
termedio, il quale però generalmente non si troverà sulla linea BB f , ma
devierà da una parte o dall’altra, per Daiiwtn, Variazione degli animali e delle
piante. ; Origine delle specie. non esser, in generale, proporzionata per tutti
i caratteri la parte, per cui ciascuno dei tipi BB' contribuisce alle qua¬ lità
del prodotto. Sia dunque m il punto che rappresenta il risultato
deirincrociamento di BB\ Se m giace dalla parte di A, potrà andargli abbastanza
vicino per assumere qual¬ cuno dei caratteri più*salienti di A. Si crederà
dunque che ciò provenga da una trasmissione dei caratteri di A, resasi latente
per molti secoli. Ma a torto; perchè eviden¬ temente le proprietà deirindividuo
m sarebbero state le medesime, anche quando A non avesse mai fatto la sua * •p
apparizione sulla Terra, e fosse rimasto allo stato di tipo possibile. Ma il
punto m rappresentante il prodotto deirincrocia¬ mento potrebbe anche essersi
trovato in m\ derivando verso il punto C rappresentante un altro tipo, di cui
resistenza o non esistenza in qualunque tempo è pure affatto indif¬ ferente.
Quindi l’accenno che m' potesse dare di caratteri nuovi non conosciuti prima
potrebbe servir di base a con¬ getturare le proprietà di una varietà
sconosciuta che oc¬ cupasse il posto di C. E potrebbe anche il punto m' at¬
tratto dall’immanenza del tipo normale C accostarsi nelle Digitized by LjOOQle
367 - successive generazioni a C, dando così luogo ad una varietà nuova. In
generale e salvo casi particolari, nessun movi¬ mento del tipo M a traverso del
campo delle specie nelle successive generazioni potrà farsi senza che gli
accada di assumere di quando in quando caratteri già esistiti presso alcuno dei
suoi antenati immediati: questo sarà un caso assai comune e niente affatto
eccezionale. Inoltre tutte le volte che nella generazione il tipo generato può
scostarsi molto dai tipi generatori (ciò che avviene spesso nell’ incrociamento
fra varietà o specie distinte e ad ogni modo fra tipi notevolmente diversi),
può il tipo generato entrare in parti del campo contigue ad altre specie od
altre varietà in modo da poter assumere più o meno evi¬ denti tracce di
analogia con un terzo tipo molto distante dei due primi: il quale può essere od
anche non essere stato un progenitore antichissimo dei due tipi che si sono
incrociati. In nessuno di questi casi è necessario ricorrere all’ipotesi di una
trasmissione latente di caratteri ; la quale, nel caso del paleo-atavismo è
tanto straordinaria, da non potersi ammettere che dopo le prove più manifeste e
più convincenti. FINE. Digitized
by L^ooQle Digitized by GoogleNome compiuto: Tito Vignoli. Vignoli. Keywords: squirrel, squarrel, psicologia
comparata, etologica filosofica, una legge della intelligenza degl’animali –
mito e scienza – mitos e logos – animale, legge, legge della psicologia,
psicologia comparata, etologia comparata, evoluzione. Refs.: The H. P. Grice
Papers, Bancroft MS, Luigi Speranza, “Grice e Vignoli” – “La etologia filosofica
di Grice e Vignoli” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vinadio:
la ragione conversazionale della prassi e del valore – la scuola di Torino –
filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Abstract. Keywords: being, value, and
colloquenza. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino,
Piemonte. Grice: “Of
course, Vinadio is bound to be a good dialectician, since Italian neo-idealists
take Hegel’s Dialektik – or colloquenza, as the count prefers – much more
seriously than the most Hegelian of Oxonians! (And I don’t mean Bradley!”)
-- Grice: “I like Vinadio; but then I’m
English and we like an earl!” – “My favourite of his tracts is the one about
dialettica which he understood just as Plato did, only better!” -- Nacque a Torino
da Enrico, conte di Vinadio e discendente di Cesare Balbo, e da Ada Tapparo. Allievo di MONTI (vedasi) presso il liceo classico
"M. d'Azeglio", abbandonato il cattolicesimo, assimila la cultura
laico-liberale avvicinandosi - in seguito a successive letture - più alla linea
di CROCE (vedasi) che a quella di GOBETTI (vedasi) di MONTI (vedasi).
All'università si iscrisse alla facoltà di filosofia, ma frequenta poi per due
anni medicina, passando infine a giurisprudenza in cui si laureò con una tesi
su "Diritto e linguaggio" sotto la guida di SOLARI (vedasi). L'anno
successivo ha un impiego presso gli uffici direzionali della FIAT, iniziando
qui la sua riflessione sul problema della società tecnologica, che diverrà
d'ora in poi il tema centrale del suo pensiero. Richiamato alle armi, è inviato
sul fronte albanese, dove contrasse un'infezione malarica. Rimpatriato, è
ricoverato in ospedale prima a Bari, poi a Torino, ove, cominciò a lavorare per
la casa editrice Einaudi. In questo periodo avvenne la sua ri-conversione al
cattolicesimo. Nell'ospedale militare di Torino conosce Tatò da cui seppe
dell'esistenza a Roma di un "movimento di sinistra cristiana",
costituito in Partito cooperativista sinarchico. Trasferito nel dicembre nella
capitale, al seguito della Einaudi, entrò in contatto con F. Rodano,
collaborando con lui e con altri membri del movimento che frattanto si era
trasformato in Partito comunista cristiano. Richiamato alle armi nel marzo 1943
e destinato al 3º reggimento alpini Pinerolo, lasciò Roma. Dopo il 25 luglio
tornò a Torino, ove rinsaldò l'amicizia con gli intellettuali vicini alla
Einaudi, come Leone e Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Giaime Pintor ed Elio
Vittorini, ed entrò in contatto con esponenti partigiani, tra cui l'operaio
comunista Luigi Caprioglio. Ricoverato nuovamente in ospedale in settembre per
febbri malariche, alla fine di novembre lasciò il capoluogo piemontese
rifugiandosi a Campertogno, in Valsesia, dove lo raggiunse ai primi di dicembre
una lettera del Rodano che lo invitava a Roma per partecipare alle lotte del
Movimento dei cattolici comunisti. Dopo essersi sposato il 10 dic. 1943 a
Torino con Gigliola Berardelli il B. si trasferì nella capitale, ove rimase
fino al maggio 1944. Frutto delle
discussioni avvenute in quei mesi all'interno del gruppo, composto da F.
Rodano, A. Ossicini, F. D'Amico e il B., è l'opuscolo Il comunismo e i
cattolici, materialmente redatto dal D'Amico: il nucleo, concepito dal B., sta
nell'idea del materialismo storico nato per situazioni contingenti insieme con
il materialismo dialettico, ma da questo facilmente separabile e, in sostanza,
riducibile a tecnica della politica.
Dopo una permanenza a Torino durata fino alla fine del conflitto (qui fu
arrestato tra il marzo e l'aprile 1945), rientrò a Roma, dove trovò il
movimento, che si era frattanto trasformato in Partito della sinistra
cristiana, in preda a una crisi profonda, dovuta alla sconfessione manifestata
il 6 maggio dal Vaticano in una nota apparsa sull'Osservatore romano (che
riprendeva precedenti richiami). Nei mesi seguenti, egli assecondò le posizioni
di Rodano, che portarono (nel congresso del 7-9 dic. 1945) allo scioglimento
del partito e all'ingresso di molti dei suoi militanti nelle file del Partito
comunista italiano. Anche il B. fece questa scelta, che fu coerente con la sua
affermazione circa l'inammissibilità della costituzione di un partito cristiano
e dell'esistenza stessa di una ideologia cristiana ("La religione
cristiana non può annettersi il diritto di dividersi pacificamente il mondo e
di condividere le cose insieme a Satana, come fa oggi un certo partito
cristiano"; si veda l'intervento del B. al congresso in Per una storia
della Sinistra cristiana, a cura di M. Cocchi e P. Montesi, Roma 1975, pp. 238
ss.). Ritornato a Torino, partecipò alla
vita culturale, collaborando al Politecnico di E. Vittorini e dirigendo con N.
Bobbio e G. Colli alcune collane presso la Einaudi. Nei numerosi articoli
scritti in questi anni, avendo come interlocutori principali N. Bobbio e A. Del
Noce, intrecciò un serrato dibattito sul marxismo, sulla religione, sulla
ideologia religiosa, sulla filosofia postmarxiana. Nel frattempo aveva pubblicato L'uomo senza
miti (Torino 1945, ora in Opere) e Illaboratorio dell'uomo (ibid. 1946, ibid.,
pp. 105-200). Qui V. propone la sua definizione di filosofia come tecnica e
combatte contro ogni forma di metafisicismo e di parzialità ideologica. Pur
permanendo nel suo pensiero solidi depositi di crocianesimo, oramai punto di
riferimento primario per la filosofia del B. è diventato il realismo
aristotelico-tomistico. Egli afferma tuttavia di considerare s. Tommaso una
guida e un maestro, ma non un punto di partenza e tanto meno un punto di arrivo.
Il tomismo balbiano è filtrato attraverso le letture di Gilson, Horváth,
Marin-Sola e si caratterizza subito in alternativa al neotomismo francese di
Jacques Maritain. Di questo, infatti, non ha la sistematicità né quella specie
di deduttivismo ideologico che caratterizza alcune opere del pensatore
francese. Il progressivo distacco dal
PCI, già di fatto avvenuto intorno al 1948, fu sancito nel 1950 con il mancato
rinnovo della tessera. Il 5 febbr. 1952 apparve su L'Osservatore romano una
autocritica firmata dal B., da S. Fé d'Ostiani, da M. Motta, da U. Scassellati
e da G. Ceriani Sebregondi, in cui si dichiarava l'impossibilità per un
cattolico, secondo le indicazioni del magistero ecclesiale, di appartenere ad
un partito marxista. In quegli anni, il
B. si accostò maggiormente alle problematiche filosofiche e sociologiche
implicate dalla realtà industriale. Organizzò gruppi di lavoro; fu tra i
promotori di alcune riviste (Cultura e realtà nel 1950 con C. Pavese, Terza
generazione nel 1953 con B. Ciccardini, G. Baget Bozzo, C. Leonardi). Nel 1956
ottenne l'insegnamento di filosofia morale presso la facoltà di magistero di
Roma e venne assunto dall'IRI. Qui si occupò dapprima del settore problemi del
lavoro, quindi della formazione dei quadri manageriali presso l'IFAP (Istituto
per la formazione e l'aggiornamento professionale). Gli interessi filosofici del B. negli anni
Cinquanta e sino alla conclusione della sua vita si orientano sempre di più,
pur se in maniera lucidamente critica, verso l'analisi di pensatori dalla forte
problematica etica e antropologica, come Simone Weil e Teilhard de Chardin. Le
sue fonti principali rimangono, però, i testi tomistici e neotomistici e i
residui delle vecchie letture crociane. Notevole, inoltre, è la presenza nel
suo pensiero di suggestioni derivate dalla fenomenologia di Max Scheler. Nel
1962 il B. pubblicò il volume Idee per una filosofia dello sviluppo umano
(Torino, ora in Opere, pp. 359-530). Il suo fisico, già debilitato dalla
malattia contratta in guerra, non resse a un infarto polmonare: morì a Roma il
3 febbr. 1964. Egli stava lavorando ad
un volume sistematico, i cui frammenti sono stati pubblicati postumi, con il
titolo (già definito dall'autore) di Essere e progresso (Opere, pp. 629-920).
Il B. dimostra, in queste ultime opere, la sua convinzione che non si debba più
partire da zero, ma che occorra "ricominciare continuando", a
testimonianza di un pensiero che si presenta antiutopico, aderente alla storia
e ai suoi fenomeni strutturali.
L'attenzione degli studiosi per il pensiero filosofico del B., dapprima
molto scarsa, è andata aumentando nella seconda metà degli anni Settanta. Della
sua filosofia è stata in particolare apprezzata la pregnanza delle prospettive,
la novità di certi impianti ontologici, l'attenzione al dato esistenziale.
Senz'altro originale, per il panorama italiano, è la relazione che il B. pone
nelle prime due opere tra filosofia, tecnica e società. In un quadro teoretico che pare risentire
anche di alcuni motivi della cultura e della filosofia americane, emerge la
nozione di filosofia come tecnica specifica. Ne consegue il rifiuto di ogni
radicalismo metafisicistico e la sottolineatura dei problemi concreti
dell'uomo. Il fondo antiutopico della sua filosofia porta il B. a prendere atto
della natura tecnologica della società, della massiccia presenza della
"macchina" e dei pericoli che possono derivare da un uso degenere di
questa. La filosofia, divenuta tecnica tra le tecniche, può servire a liberare
l'uomo dai miti (primo tra tutti il metafisicismo) e si costituisce come
laboratorio per l'"uomo nuovo". La constatazione che il B. fa, dopo
essere approdato a rive tomistiche, della impossibilità di scindere il
materialismo dialettico da quello storico (ipotesi su cui reggeva l'intera
impalcatura teorica del movimento cattolico-comunista) spinge il filosofo a
cercare i correttivi interni alla società industriale, senza con questo dover
ricorrere agli strumenti del ribaltamento rivoluzionario. L'approfondimento che
il B. ha fatto dei temi, in parte derivati dalla sociologia americana, delle
"relazioni umane" e delle "comunità di fabbrica" insistendo
soprattutto sui "piccoli gruppi" di lavoro, legittima l'osservazione
di Del Noce per il quale è rilevante l'influenza degli uomini della Sinistra
cristiana sulla elaborazione sociologica italiana. L'ultimo B. appare, a prima vista, meno
originale rispetto a quello delle due prime opere e, senz'altro, ha influito in
misura molto ridotta nel dibattito culturale italiano. In tale periodo egli si
dedica, in maniera quasi esclusiva, alla elaborazione dei concetti di sviluppo,
essere e progresso sempre più letti in una ottica ontologica, dove la nozione
di "essere partecipato" (di fonte tomistica, ma con le mediazioni
teoretiche dianzi ricordate) prevale sulle altre pur notevoli istanze
esistenziali presenti nel suo pensiero. La riflessione finale del B. è
orientata, per quanto concerne la sfera socio-politica, verso il progetto di
una pianificazione democratica che risponda ai bisogni vitali dell'uomo,
rimanendo, però, pregiudiziale una riconversione ontica dell'umanità. L'opera incompiuta Essere e progresso avrebbe
dovuto costituire la mappa di un esse di cui filosofia e linguaggio comune
danno prospettive integrate. L'incompiutezza dell'opera non maschera, però, il
quadro generale che delinea le strutture essenziali dell'essere partecipato. Il
tema del rapporto tra tecnica e filosofia - tema primario e assorbente nei
volumi del 1945 e 1946 - apparenotevolmente ridimensionato: la filosofia, la
metafisica, l'ontologia hanno guadagnato posizioni di progressiva autonomia
dalla tecnica. Anche la filosofia conserva una sua "tecnica", ma la
stessa sarà vana senza una correzione del "retto atteggiamento" del
filosofare: cioè la riconversione all'essere. Il B. è senz'altro il filosofo
italiano della civiltà industriale e della conciliazione tra tradizione
metafisica e ontologica ed inderogabili istanze pratiche. Spesso la saldatura
non è esente da incrinature, ma il senso complessivo dell'opera pare di una
originalità e di una profondità indiscutibile, in questo tentativo di
restituire, a universi teoretici chiaramente datati, gli orizzonti di un
riscatto collettivo non utopico. Fonti e
Bibl.: Documenti sull'attività del B. si trovano presso la famiglia Balbo, la
casa editrice Einaudi e l'IRI-IFAP. I suoi scritti editi sono raccolti in Opere
(Torino 1966). Su di lui sirimanda a R. Albani, Bibliografia su B. (1945-1984),
in F. B. tra filosofia e società, a cura di G. Campanini e G. Invitto, Milano
1985. Vedi inoltre A. Bausola, Neoscolastica e spiritualismo, in AA. VV., La
filosofia italiana dal dopoguerra a oggi, Bari 1985, pp. 308-315.Felice Balbo
di Venadio, conte di Venadio, vide, “Il conte di Vinadio” --. Considerato una
delle voci più significative della filosofia italiana e un intellettuale
impegnato in un vasto progetto di ri-fondazione della filosofia politica
nell'immediato secondo dopoguerra. Figlio di Enrico Balbo di V., naque in via
Bogino, nel palazzo che e del conte Cesare Balbo di V., ministro di casa
Savoia. Dopo la laurea, partecipa alla seconda guerra mondiale, prima come
sottufficiale degll’apini, poi come membro della resistenza. Come consulente d’Einaudi
cura una collana di filosofia. Insegna filosofia a Roma. Si raccolge attorno a
lui un gruppo di filosofi per discutere sulla crisi dei valori nella società e
sui modi di superarla mediante l'impegno sociale. Il suo impegno trova
espressione inoltre con i contributi alle riviste “Cultura e realtà” e “Terza
generazione”. Vicino all’organizzazioni della sinistra e al partito comunista,
comprende come il mutamento centrale della società e avvenuto nel rapporto tra
lavoro umano e tecnica. Assunto all'IRI presso il Servizio problemi del lavoro.
Si interessa di formazione del personale. Direttore del Centro IRI per lo
studio delle funzioni direttive aziendali. Saggi: “L'uomo senza miti”; “Il
laboratorio dell'uomo”; “Studi in memoria di SOLARI [vide] dei discepoli” (Torino,
Ramella); “La sfida storica del comunismo al cristianesimo e le sue conseguenze
filosofiche” (Mulino); “Idee per una filosofia dello sviluppo umano” (Torino, Boringhieri);
“Opere” (Torino, Boringhieri)’ “Essere e progresso”; “Lezioni di etica” (Roma, Lavoro);
“Lettere a Ludovica”; Archinto. Boringhieri, “Per un umanesimo scientifico.
Storia di libri, di mio padre e di noi” (Torino, Einaudi); Cavalieri, “Scienza
economica e umanesimo positivo. la critica della ragione economica” (Milano,
Angeli); Tassani, “La Terza Generazione: tra stato e rivoluzione” (Roma, Lavoro);
Tassani, “Lezioni di etica” (Roma, Lavoro); Invitto, “Una filosofia pragmatica
dello sviluppo” (Mulino, Bologna); Invitto, “Di fronte a fenomenologia ed
esistenzialismo” (Salentina, Lecce); Invitto, “Una questione aperta,
"Italia contemporanea", Dizionario storico del movimento cattolico in
Italia: i protagonisti” (Marietti, Torino); Grotti (Boringhieri, Torino); Grotti,
“Un altro futuro è possible” (Egeria); Possenti, “La filosofia dell'essere” (Vita
e Pensiero, Milano); “Tra filosofia e società” (Angeli, Milano); Invitto, “Il
superamento delle ideologie” (Roma, Studium); Ricci, “Cattolici e marxismo: filosofia
e politica” (Milano, Angeli); Dal marxismo ad economia umana” (Brescia,
Morcelliana); “La prassi e il valore: la filosofia dell'essere” (Roma, Aracne);
“Il cristianesimo nella sfida della “modernità” su storia e futuro” -Dizionario
biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofi
italiani Insegnanti italiani Professore. INVITTO Le idee di V. Una filosofia
pragmatica dello sviluppo, IL MULINO, L'istanza manageriale. L'uscita dal PCI
non determina l'ingresso di V. in schieramenti alternativi, ma lo porta ad
assumere una azione di fiancheggiamento, di compagno di strada per alcune forze
interne allo schieramento cattolico, in chiara antitesi alla linea
degasperiana. È Dossetti ad avvicinarsi a V. e a subire la sua in fluenza e nel
senso della visione della catastrofe del
sistema e nel rifiuto delle tesi maritainiane, fino ad allora costante
ideologica degli intellettuali cattolici di sinistra. L'accostamento Dossetti-V.
è stato importante in quanto, nel momento della dissoluzione del gruppo
dossettiano, il suo leader, ma solo per una breve stagione, ha pensato di poter
avere nel pensiero balbiano una integrazione teorica. Ben presto t Non ritengo
di condividere nella sostanza quanto afferma Giura Longo. V., invece di Rodano,
segui altre strade, giungendo a farsi ispiratore di un gruppo di intellettuali
democristiani, attraverso la rivista Terza generazione 'che ha dato qualche
contributo (si pensi ad un Morlino) sul piano dell'impegno politico
dell'attuale gruppo dirigente democristiano (La sinistra cattolica in Italia.
Dal dopoguerra al Referendum Storia documentaria, cur. Giura Longo, Bari). teli
sembra che sia, piuttosto, un gruppo di intellettuali cattolici, anche
impegnati nella D.C., ad interessarsi al pensiero di Balbo (che allora era ad
una chiara svolta) ed a tentare di annetterlo e di mutuarlo. G. Baget-Bozzo. Nel
convegno di Merano dei giovani democristiani, la mediazione del pensiero di V.,
portata da Baget-Bozzo, consenti di ristabilire alla dirigenza DC quell'unità
di lingua che lo scioglimento del dossettismo aveva posto in crisi. La presenza
in politica dei cattolici -- in quanto tali -- era giustificata dal fatto che
la chiesa aveva conservato la filosofia perenne e, quindi, il principio della
ripresa culturale e civile . Si ebbe, cosí, il superamento del maritainismo
portato da Lazzati. 3 Se Cronache
Sociali si era interessata a Balbo (cfr.
A. Romanò, op. cit.; S. Lombardini scrive che Dossetti personalmente ancora ebbe occasione di
esprimere a Bianchi] simpatie per la sinistra cristiana anche i
cattolici-comunisti si erano Dalla rivoluzione alla collaborazione inventiva
Dossetti si accorge che il tentativo di filtrare i suoi motivi attraverso
quelli balbiani non può avvenire per una nainteressati alla rivista di Dossetti
(Pombeni, Le Cronache Sociali di
Dossetti). Anzi possiamo dire che, soprattutto con La Pira, c'erano stati
accostamenti (A. Ossicini, a nome del gruppo Roma-Sud di Azione Cattolica,
aveva evidenziato a La Pira l'urgenza di
un impegno diretto nell'azione politica, e La Pira ammise che questo era
necessario, anche se le forme di esso era difficile prevederle e prospettarle.
Rispose esplicitamente: ` Fate; comunque, qualcosa uscirà ' ; A. Cuccchiari).
Il futuro sindaco di Firenze prenderà le distanze ideologiche
necessarie, criticando i cattolici-comunisti, perché, secondo lui, il
materialismo dialettico è causa del materialismo storico: Ora l'effetto non è mai separabile dalla
causa (G. La Pira, Premesse della
politica, Firenze; riportato da L. Fiorillo, Il fondamenti teorici dell'impegno
politico di Giorgio La Pira, in Novecento minore). Anche su Cultura e realtà era stato un dibattito sul dossettismo,
attraverso un intervento di Rodano (l'articolo, Laicismo e Azione cattolica in
Italia, è però firmato da Novacco) e una risposta di Baget-Bonzo. Secondo
Possenti la diversità fra V. e Dossetti è costituita dal fatto che, mentre il
torinese manteneva aperta la possibilità
di una azione civile sulla base di una cultura rinnovata , Dossetti si stava
volgendo verso la tesi della estraneità del cristiano al civile e verso una
visione panmonastica. Mi sembra, invece,
che anche la concezione di Dossetti monaco recuperi il civile in una sfera più
alta. Infine, ricordo a titolo di testimonianza che Giuseppe Dossetti, in uno
scambio di battute avute con me a Bologna, mi diceva che a V. era stato legato
da profondo affetto e che V. era stato
molto importante in un certo periodo de lla sua vita . Ciò non toglie la
differenza di temperamento, di cultura, di problematica tra i due; differenze
che sembrano determinanti a chi ha avuto lunga consuetudine con entrambi (mi
riferisco a quanto mi dicevano Marcella e Giuseppe Glisenti). 4 Due storici
della sinistra cattolica italiana, pur partendo da presupposti storiografici
diversissimi, hanno notato che l'accostamento fra Dossetti e V. (che avrebbero
avuto come comune preoccupazione
apologetica quella di inserire la Chiesa
fra le masse operaie, anche se proponendo vie alternative; cfr. L. Bedeschi, La
sinistra cristiana ecc.) non è casuale nelle motivazioni, né nel tempo in cui é
avvenuto. Scrive Campanini: Infatti,
sembra consumarsi l'illusione, comune e insieme diversa, di V. e di Dossetti.
La prima, quella di condizionare dall'interno il partito comunista italiano e
di potere operare in esso come cattolici; la seconda, quella di condizionare
dall'interno la Democrazia Cristiana e di spostarla nel suo complesso a
sinistra. L'uscita di V. dal PC e di Dossetti dalla DC appaiono cosí in un
certo senso il segno emblematico de lla conclusione di questa vicenda (Campanini, Fede e politica). Lo stesso
Campanini ricorda che nel '51 (al congresso dell'UCIIM tenuto a Camaldoli
nel- tura diversa dei due pensieri: da una parte Balbo ribadisce il
primato della tecnica filosofica, dall'altra Dossetti è fermo al primato della
prassi, mistica o politica. In questa forma di gramscismo balbiano (gli
intellettuali forza trainante nella prassi politica) è da ritrovare una chiara
eredità della corrente Politecnico ,
relativa al concetto di eccedenza della cultura sulla politica 6. All'interno della
cultura cattolica la posizione di Balbo era di assoluta novità non tanto perché
si contrapponeva ai due integralismi in auge: quello di destra geddiano, quello
di sinistra, dossettiano, come è stato molto
schematicamente definito '. La
novità è costituita da lla pregnanza filo-l'agosto), Dossetti svolse una
relazione che si può considerare il suo
testamento politico . In essa, parlò del fascismo come autobiografia della nazione e
sbocco inevitabile del liberalismo , evidenziando l'accostamento ad
alcune tesi portate avanti in quegli stessi anni da V. Da testimonianze
indirette, si sa che l'ultimo Dossetti, per intenderci il.monaco che vive a
Gerico, insiste nelle sue prediche sulla situazione di catastrofe
della civiltà occidentale. Anche questo concetto, tipicamente balbiano,
può essere stato acquisito da Dossetti nel periodo del loro avvicinamento. È
utile aggiungere, però, che già nel gruppo dossettiano era presente il tema
dell' apocalittica dell'ora decisiva
(che Pombeni riconduce a un clima generale nell'Europa post-bellica;
cfr. Il dossettismo). Il tentativo di
Dossetti avvenne. Sul fallimento di questa mossa, scrive Baget-Bozzo: Probabilmente le tesi di V. gli [a Dossetti]
apparvero troppo esclusivamente filosofiche ed intellettuali: una causalità
assoluta e primaria della filosofia sullo sviluppo storico non era facile da
accettarsi per una persona cosí legata alla concretezza dell'agire. Aveva
scritto vittorini a Togliatti che la cultura che si adegua alle masse è
politica, ed è cultura quella che si impegna nella ricerca: Ma se tutta la cultura diventa politica, e si
ferma su tutta la linea, e non vi è pii ricerca da nessuna parte, addio (Politica e cultura, cit.).7 L'accusa di integralismo
di sinistra a Dossetti è di A. Del Noce Genesi e significato ecc. ed è
confutata da Baget-Bozzo con argomenti definitivi. Anche Pombeni prende chiara
posizione contro l'ipotetico integralismo di Dossetti, aggiungendo che quasi
sempre il termine si usa in maniera imprecisa e generica Il dossettismo. A proposito del termine
integralismo, spesso usato phi per evitare un giudizio che non per esprimerlo
in concreto, mi viene in mente ciò che V. ha scritto sul termine borghese e sul
suo uso. Oggi si chiama da alcuni borghese tutto quello che si vuol respingere.
Borghese ha soltanto piú un significato negativo, è un segno non posto di
fronte a un qualunque sostantivo, e quindi privo totalmente di contenuto (V.,
Politica e cultura, Torino. L'istanza manageriale Dalla rivoluzione alla
collaborazione inventivasofica della proposta di V., che non si limita ad
operare all'interno delle masse cattoliche organizzate, ma, delineando un
profilo della crisi umana del Novecento, ripropone un ribaltamento anzitutto
del progetto filosofico, come ritorno al senso comune e, quindi, l'opzione per
una via pragmatica ed anti-utopica allo sviluppo.In questa rifondazione
filosofica ci si è chiesto quale sia stata la prospettiva dominante: se quella
di Maritain o quella di Mounier. Del Noce dice che la sinistra cristiana
dimostra la sua simpatia prima per Maritain, poi per Teilhard de Chardin, ma
aggiunge che il vero iniziatore della sinistra cristiana è stato Mounier (che
sta a Maritain, come Gobetti sta a Croce) s. Ora bisogna dire che per Noce,
Mounier è di molto inferiore a Maritain, e V. avrebbe di fatto incoraggiato la
diffusione del suo pensiero in Italia. Questo è vero solo in parte in quanto il
pensiero di Mounier, assolutamente assente dagli scritti di V., è invece
reperibile in esperienze culturali diverse da
Il Politecnico a Cronache sociali. Comunque l'accostamento
alla cattolicità ufficiale vede da parte di questa un tentativo di catturare
V. e di aiutarlo finanziariamente per un programma di elaborazione di
una scienza dello sviluppo. Il
programma, che impegnerà V. è basato su
un gruppo di ricercatori di filosofia e di scienze sociali 1`. La suddiCfr.
Noce, Pensiero cristiano e comunismo ecc. L'interesse [fu] portato sul tanto
inferiore Mounier, in cui tutto c`, veramente esplicito, senza germe alcuno che
abbia bisogno di maturare; col che non intendo dire che V. abbia incoraggiato
volontariamente la fortuna italiana di Mounier, ma che contribuí, per
l'abbandono dell'aspetto filosofico-politico del pensiero di Maritain, allo
spostamento di interesse verso la sua opera
(Noce, Genesi e significato ecc.). Su
Il Politecnico appare un articolo
di E. Mounier, Agonia del Cristianesimo (il termine agonia è preso d’Unamuno), con presentazione di
Fortini (Fr. F.). Su Cronache Sociali
c'è una intervista a Mounier; appaiono due articoli di Scoppola, uno sul
filosofo francese ed uno su Esprit Questa linea si affianca a quella
maritainiana di Lazzati.11 Leonarcli dice che tramite per il finanziamento fu
L. Gedda La suddivisione fatta da V. era in cinque settori che corrisponvisione
rappresenta i settori nei quali la crisi è avvenuta in maniera globale, e
attraverso i quali una ripresa
rivoluzionaria può avvenire. Non
è, però, assolutamente il caso di gonfiare l'espediente dei gruppi (che era piú
una metodologia) a sistema. Il pensiero, l'impegno di V. non si risolvono
nei quintetti . La crisi è per lui
caduta di un rapporto di funzioni nell'ambito del sistema sociale globale: il
sistema teoretico deve svolgere funzione di rinnovamento, il sistema etico ha
funzione di sviluppo, quello economico la funzione di innovazione, quello
politico la funzione di movimento, í1 sistema giuridico-statuale la funzione di
conservazione Sulla base di questi
schemi ideali (che qualcuno definirà utopici) si svilupperà una nuova iniziativa-esperienza-tentativo
cui partecipa V.: Terza generazione . Il
gruppo balbiano cerca di conservare una
propria rilevanza pubblica
inserendosi nell'ideazione di questa rivista mensile. Si è parlato
molto, ma si è scritto un po' di meno su
Terza generazione . Anzitutto c'è da definire il rapporto con il
degasperismo nell'indirizzo della rivista. Sappiamo già come il distacco tra V.
e il PCI non colmi la diffidenza e il rifiuto di Balbo nei confronti de lle
tesi degasperiane. D'altra parte è appurato l'aiuto finanziario dato da De
Gasperi a lla rivista, ma meno noto è il disinteresse pratico dello statista
per Terza generazione. La nascita della
rivista non fu ritenuta underebbero a cinque scienze autonome: diritto,
economia, sociologia, morale e politica. Responsabili dei gruppi erano: C.
Napoleoni, M. Motta, G. Sebregondi, U. Scassellati, N. Novacco (cfr. Leonardi,
e le Note biografiche in V., Opere). Baget-Bozzo. Confrontando lo schema
proposto da Leonardi e quello proposto da Baget-Bozzo, troviamo l'assimilazione
tra momento sociologico e momento teoretico (cfr. Leonardi). anche Baget-Bozzo Leonardi,
che fu redattore nella rivista nella seconda fase, in una conversazione con chi
scrive, nel novembre 1975, diceva che De Gasperi finanziò la rivista, ma che
probabilmente non l'ha mai letta. L'interesse di Gasperi per l'iniziativa era
stato sollecitato da padre Delbono ( Leonardi; l'autore riprende L. Garruccio
(pseud. di L. Incisa di Camcrana), La politica era tuttoL'istanza
manageriale Dalla rivoluzione collaborazione inventivafatte r,
strutturale ma una iniziativa congiunturale , derivata dalle elezioni, per
lo meno a quanto dice uno dei suoi responsabili ', ma ebbe ambizioni strutturali
e di rifondazione ideologica. Ciccardini, nel ricostruirsi le fonti,
integra le nutrici balbiane de Il
Politecnico con alcuni autori cattolici
i-`, ma riafferma la congiuntura catastrofica della realtà 's. V., nell'unico
suo scritto sulla rivista, puntualizza il senso della crisi come crisi del
modello di autosufficienza dell'individuo che andava dalla Grecia a Mara ', e
il riconoscimento del fallimento di tutta la storia 0. La via che Balbo e Terza generazione cercano di perseguire e però una via
assolutamente nuova rispetto a quelle tentate da lle altre forzepolitiche,
culturali, economiche: la proposta di una diversa classe manageriale.La nuova
dirigenza, scrive V. a Ciccardini, deve reggersi sul piano dell'invenzione e
non su quello dello sfruttamento delle doti naturali; dirigenze sociali di nuovo tipo faranno salvi gli indici
intellettuali, morali e tecnici dell'intera soviet ì 2t. La dirigenza sociale
proposta(Cronache d’una generazione), in
L'Europa). to Cfr. Lelnardi. Eleggemmo a nostri maestri Maritain e
Ferrero, Mounier, Dorso, Sturzo, Giobetti e Gramsci : Ciccardini, L.: politica:
era tutto, in Terza generazione , num.
di presentazione, V. Scrive. Dobbiamo rifarci essenzialmente ai nomi di Gobetti
e di Dorso e di Gramsci (Cultura anti-fascista). is Se non appare unsi soluzione. 1a nostri so
ìer ì si :ivvi:i :alla disgregazione ed alla catastrofe (Ciecirdini).t^ Cfr. F. Balbo, Le soluzioni
stanno ogi davanti a noi, in Terza
generazione , num. di presentazione; ora in Opere. V. scrivcral in seguito:
Comprendendo la verit:t di Mari si viene a riconoscere la fine dell'epoca
moderna e il fallimento di tutta la storia fino ad oggi se non si origini uno
nuovi storta a livello superiore ; in Per la rilevazione e l,: critica delle: scoperta
essenziale d MMfart, in Studi in memoria di Solari, Torino; orsin Opere. Cfr.
Le soluzioni stanno oggi davanti a noi. Questi originale identificazione trai
imprenditore cd intellettualeun° degli spunti pití interessanti della proposta
bailbiana. intatti, anche questo il periodo in cui V. tentava a Torino il Centro dì relazionc c sperimentava in Irpinia. assieme ad altri
ricercatori, tipi cui Achille Ardigò, un nuovo modo di impostare l'iniziativa
agri olai. Quel da V. è qualcosa di diverso dall'operatore privato e dall'operatore
pubblico, in tal senso è qualcosa di pii dell'imprenditore di tipo gobettiano,
che è sempre l'operatore privato anche . se aperto all'uso sociale dei suoi
beni 2. Ciò che sollecita questa proposta ultimativa è, ancora una volta, la
coscienza di una crisi finale del sistema storico-sociale dominante, cioè
quello illuministicodemocratico o individualistico che ha incluso e raggiunto
ogni altro sistema. E come sistema individualistico, V. pone anche quello
comunista per la sua originaria e íneliminabile
ispirazione anarchica. In questo senso,
Ter-za generazione nasce dal
crollo della generazione precedente, quella resistenziale e antifascista. C'è
l'illusione nei giovani redattori de lla rivista di superare la generazione
che aveva dato vita al Politecnico a
Cronache Sociali ad Iniziativa Socialista. Invece, per certi versi, esiste una
palese continuità tra questi fatti culturali e, addirittura, alcune
impostazioni redazionali di Terza
generazione ricordano esplicitamente la
rivista vittoriniana. L'ambiguità unanimistica del nuovo tentativo è
chia-periodo é ricordato come quello dei
pomodori .Tutto ciò ci dice la fondatezza delle motivazioni di chi ha
respintoun appiattimento teoreticistico del pensiero balbiano (P. Pratesi, La filosofia
di V., in L'Avvenire d'Italia, contro
l'in-terpretazione di Noce).È anche questo il caso di Penati che, però, critica
il ridimensiona-mento balbiano della teoresi (cfr. Penati, rec. Idee, in Rivista di Fil. neoscolastica Gobetti parla
di imprenditori nuovi ( i soli che abbiano diritto a chiamarsi borghesi nel
senso economico della parola ) all'interno di un sistema capitalistico del
quale però sia possibile un esito socialista ( Il socialismo è conquista da
parte del proletariato di una relativa indispensabile autonomia economica e
l'aspirazione delle masse ad affermarsi nella storia. Anche il nostro
liberalismo è socialista se si accetta il bilancio del marxismo e del
socialismo da noi offerto pii volte. Basta che si accetti il principio che
tutte le libertà sono solidali ). I brani sono presi, rispettivamente, da
Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale, in La Rivoluzione Liberale; ora in Gobetti,
Scritti politici; e da Liberalismo socialista, in La Rivoluzione Liberale, nota non firmata a
un articolo di C. Rosselli; ora in Scritti politici. Sull'ultimo brano, v. pure
L. Valiani, Gobetti, uno dei nostri, in
L'Espresso. Le soluzioni stanno oggi davanti a noi. u B. Ciccardini. L'istanza
manageriale145 Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivaramente enunciato
da Leonardi quando parla di richiami per la sinistra e per la destra (per la
prima era determinante il carattere
utopico della proposta di V., per
la seconda il superamento di fascismo e antifascismoribadito da Scassellati).
Naturalmente la critica successiva ha privilegiato una categoria o l'altra.
Comunque non dovrebbe esser messa più in discussione la leadersbip
di V. sul gruppo 27, anche se si tratta di un primato p1625 Leonardi.
Alla discussione intorno alla ipotesi di una sostanziale utopia del pensiero
balbiano è dedicato il quinto capitolo di questa seconda parte. Leonardi ci
presenta la storia delle interpretazioni di Terza generazione come fatto di
destra. Ricorda gli articoli di Panorama (Cinque per cinque; J profeti armati)
dove si parla del gruppo di Terza generazione come di un gruppo che stava
preparando una svolta totalitaria di destra in Italia . Ricorda pure un
articolo su Astrolabio , a cui risponde A. Paci, con la lettera Un discepolo di
V., ioi. Anche Parri risponde su Astrolabio. Se Lotta Continua definisce V. un
cretino (cfr. Leonardi), Giura Longa ba visto nella rivista inquinamenti di
carattere reazionario Giura Longo. Pregiudizi partitici? Autosuggestioni? di
si, se un intellettuale come N. Bobbio ha parlato di Terza generazione come di
un gruppo avanzato che ha gli occhi sulle cose del nostro paese (Cultura ueccbia e politica nuova, in II
Mulino; ora in V., Politica e cultura). un giornalista-scrittore, che ha la
destra politica ineccess,ivJ 'lU!]'alla, ha scritto di V.: in Francia o in o
anche income un rivoluzionario culturale in sensoNonscrittodoveconosce (G. F. in
alcune sociali e dice che le Einaudi) .i fosse vissuto, poniamo, sarebbe oggi
riconosciuto un paese cattolico. odierno che V. non abbia affrontato: chiunque
abbiaultimi trent'anni, pertra la società politica, se non rio improvvisa fa
cadere l'autore i cattolici comunisti con i cristianodi V. sono state
pubblicate dastoriche. È sempre Leonardi a riportare la critica. Lo stesso
Ciugni, che dala prospettiva umanistica che costituiscebalbiano (Giugnì dice
che deveduttivo ma l'iniziativaun ordine capace di garantiresioni ; in J m i t
i in cui abbiamone , num. di present.). Inè presentata in maniera piti
scopertaper l'organizzazione della cultura, in
Terza generazione , I, n. 2, no-146 del punto (op. cit., socialista,
assume nodale del discorso non solo il lavoro proI'invcnzione creativa umana in
tutte le sue dimenii Terza generazio-l'Ipotesi balbiana immediata (cfr Paci,
Appunti di fatto, che non per decisione esplicita,L'ipotesi chiave è la
situazione di zero alla partenza , a cui esser fedeli senza guardare il
passato, sicuri che non tutto è politica, come afferma V., e come dice
Cìccardini nell'editoriale di presentazione, Ma la situazione di zero alla partenza e il rifiuto del totus
politicus erano già de Il Politecnico,
sulla linea, anche in ciò, di un involontario crocianesimo, La rivista entra,
però, in serie contraddizioni. La esperienza di Scassellati alla direzione
mette in crisi lo stesso V. perché, secondo Leonardi, aveva dimostrato il
carattere utopico di fondo del suo pensiero che era in grado di mobilitare
delle forze, ma non di soddisfarle, Con l'avvento della linea di Claudio
Leonardi, abbiamo una ulteriore contraddizione formale ed esplicita con lo
schema balbiano, in quanto il neo responsabile privilegia il momento morale,
rispetto alle altre tecniche 32, Se V. non accetta la posizione politica
divernbre. Chi, tra gli altri, ha sostenuto la tesi della egemonia culturale di
V. su Terza generazione è stata la Buongiorno Veroi che afferma essere stato V.
il vero animatore della rivista (cfr. T. Buongiorno Veroi, Terza generazione ,
in Il Veltro , La stessa fa dipendere la fine della rivista da una autonoma
decisione di V., dopo una riunione ristretta in cui il filosofo avrebbe fatto
l'autocritica per l'errore pelagiano in cui si era caduti. Cfr. Le soluzioni
stanno oggi davanti a noi, Ciccardini, op. cit., tra l'altro dice: Ma la
politica era tutto: morale e rivoluzione, speranze e novità d'esperienze,
conservazione e poesia. Era un fatto molto vitale in cui ciascuno cercava la
sua parte e vi si trovava a suo agio, La polemica di Vittorini con Togliatti
era basata, come si è già ricordato, sul rifiuto di una concezione della
cultura come realtà totale. Poco prima della polemica in questione, CROCE scrive
a Togliatti: lo ripugno a diventare toius politicus come (e non la invidio
perché talvolta penso che debba soffrirne) è Lei in ogni Suo gesto e parola (la
lettera è pubblicata in Rinascita Garin, nel commentare il brano, aggiunge che,
però, Croce è semper politicus (cfr.
Intellettuali italiani). Leonardi. È dunque il fatto stesso di porci il problema
dello sviluppo che ci obbliga immediatamente a porre il problema della moralità
; Leonardi, La questione prcgiudiziale, in Terza generazione Dalla rivoluzione alla collaborazione
inventivaScassellati, non accetta neanche quella di Baget o di nardi, che vede
legati a prospettive integralistiche 33. Cosi muore questo tentativo culturale,
lasciando però, anche qui, qualche eredità balbiana. L'uomo cerca una sua
collocazione precisa, degli strumenti adeguati alla realizzazione delle sue
intuizioni speculative, un modo nuovo di essere intellettuale, o meglio, di
essere un filosofo non intellettuale. Si presentano, su questa linea, due
avvenimenti-svolta nell'esistenza di V.: gli ultimi significativi fatti che,
rappresentando dei momenti di professionalità, sono anche due nuovi modi di
dimostrare una nuova figura di filosofo. Mi riferisco alla assunzione di Balbo
presso l'IRI, per il settore Problemi
del lavoro e all'incarico di Filosofia Morale avuto al Magistero di Roma.
Comincia cosi a lavorare come l'altra
gente 35. Se l'insegnamento universitario gli permet-33 Per il filosofo torinese, infatti, la
dimensione ecclesiale era una condizione personale del ricercatore, che non
poteva mai intervenire direttamente nel discorso storico ; Baget-Bozzo. Se
l'inizio di Terza generazione era stato possibile anche grazie al sostegno
economico di De Gasperi, la fine della rivista si ebbe un mese dopo la morte
dello statista. Ma neanche qui esiste un rapporto di causalità fra i due fatti.
La rivista fu chiusa dopo varie riunioni indette da Balbo e dal suo gruppo
rivoluzionario (cfr. Leonardi, Terza generazione ecc.); il filosofo torinese
accusò il gruppo redazionale di eresia
semi-pelagiana (con un termine
dossettiano); Lconardi, invece, vede nel fallimento della rivista il limite
dell'esperienza pluri-idcologica di V.; la velleità di partire da zero
ingenerava componenti moralistiche e attivistiche [Leonardi intuisce, senza il
nucleo pragmatico del pensiero di Balbo?], e dunque nuove. Una eredità di
questa esperienza rimane anche in Baget-Bozzo, che in essa rappresentava di
fatto l'alternativa teorica all'impostazione di V.. Dice il teologo genovese
che nel periodo della rivista L'Ordine
civile egli risente delle posizioni culturali che lo hanno influenzato: il
dossettisrno, Terza generazione V.( la nozione della crisi della civiltà e
della necessità di nuove forme di pensiero e di azione autonome dallo Stato
come condizione per la stessa ripresa dell'azione dello Stato; Baget-Bozzo, I l
partito cristiano e l'apertura a sinistra La DC di Fanfani e di Moro, Firenze Scrive
Ginzburg: V. andò a vivere a Roma, e lasciò la casa editrice. Poi annaspò per
anni fra progetti assurdi ed errori. Infine ebbe un vero lavoro. Imparò a
lavorare come l'altra gente te di approfondire alcune tematiche interne ai suoi
interessi etico-politici, l'impegno all'IRI, accettato per necessità, lo porta
a non considerarsi un intellettuale in senso classico in quanto rifiuta, come
nota Baget, un compito legato solo alla parola, che è strumento di
mistificazione 38, Nel frattempo il suo discorso tende a mettere in luce,
ancora una volta, sotto prospettive diverse, la novità di Marx, ma anche i suoi
sotismi. La premessa metodologica che Balbo ritiene indispensabile è
riconoscere come imprescindibile necessità teorica e pratica quella di un integrale ricominciamento storico dalla
filosofia alle istituzioni 39, Sempre sulla linea di un marxismo italiano che
privilegia i Manoscritti (vedi Volpe), il pen[Argomenti dei corsi universitari
di V. sono quelli della urnanizzazione dell'uomo nella moderna civiltà
industriale, della proprietà privata e del bene comune, del problema
dell'utopia di Mannheim e Weil, il problema del diritto naturale in L. Strauss,
la crisi dei valori in M. Scheler (cfr. Note biografiche). Il metodo
d'insegnamento seguito da V. consisteva nel prendere spunto da fatti realmente
accaduti e da questi risalire a considerazioni teoriche.37 Il dover lavorare
alle dipendenze dello Stato non fu una scelta di comodo per V., ma, come
testimoniano le persone a lui più vicine, gli fu imposto dalla necessità di
dover vivere (problema che prima non si era mai posto in termini concreti).
Pertanto ci sembrano OlLllJLLUX:, su tale argomento, le critiche teoreticistiche di Lconardi a intoppo esistenziale del
filosofo ( Il sistema obiettivamente moralmente più forte. Ci pare che la
presenza di V. nell'Llc.L, che iniziò poco dopo, come la sua ultima produzione
siano lemeno significative della sua attività, e rappresentinovistoso del suo
limite laicistico ; Terza generazione
ecc"). Più aderente alla realtà, nei suoi toni l'intuizionechi
afferma che V. spari nel gorgo, e diversi anni pni tardi morf, ingoiato da una
professione di prestigio certote accettato con la rassegnazione implicita in
casi (G. F.). Mi piace ripetere ora una affermazione di Pombeni: l~ malsano
tentare interpretazioni del dossetìisrno traendo spunto dalle tuali vicende dei
suoi personaggi (Il dossettismo ecc.), È un invito a non mescolare le carte e i
piani del discorso ed è premessa indispensabile per ogni metodologia corretta, Baget-Bozzo,
Il partito cristiano al potere, Per la rilevazione e la critica ecc. su'questo
tema Duso, Il nodo Hegel-Marx nel dibattitodel '48, in Gli intellettuali in
trincea. Pavese ci parla di orrore di V. e del gruppo romano, quandoin una
riunione della Einaudi, egli aveva proposto la pubblicazione delL'istanza
manaueriaie Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivasatore torinese
coglie la verità filosofica fondamentale del marxismo-leninismo nel vedere come
le idee, i comportamenti e le manifestazioni dell'uomo, in quanto
prodotti,41.Mediando certi temi del marxismo con le istanze della43,Il limite
del marxismo, limite teorico-pratico, è individuabile nel concetto di sintesi,
come fine o soppressione semplice della proprietà privata. In questo modo non
si arriva, secondo V., al superamento ma alla disgregazione; un reale processo
dialettico non dovrebbe comportare una oppressione positiva della proprietà
privata, ma una forma superiore del sistema di appropriazione, deve essere la nascita di istituzioni
superanti (ossia superiori sistematicamente) il nostro attuale sistema
istituzionale Capitale, estravagante ,
in una collana assieme alla Bibbia e a Mille Volevano linciarmi (lettera ad Einaudi eunanote:, in Lettere). Cfr.
Per la rilevazione e la critica ecc.. V. affermache la contraddizione del
marxismo è stata centrata da VOLPE (vedasi), NOCE (vedasi) e Löwith. Aggiunge
che si rimane nell'apologia del marxismo anche in casi di altissimo livello culturale , come in GRAMSCI
(vedasi) e Lukàcs. É evidente che V. sta rivedendo il suo giudizio su
Gramsci.La forza-lavoro o pratica attività sensibile è indubbiamente il
presupposto reale attivo (causa efficiente) della produzione come tale cosí
come la natura ne è il presupposto reale passivo (causa materiale). Ma altrettanto
indubbiamente non sono e non possono essere i presupposti reali di ogni ` modo
particolare ' della produzione , escludendo cosí la peculiarità dell'uomo, cioè
la produzione razionale come specifica. Si ricorda su ciò una polemica con
Rodano. V. sarebbe, invece, piú vicino alla visione dell'antropologia
culturale, secondo la quale ogni forma storico-culturale è un prodotto umano.
Moravia, La ragione nascosta ecc. Per la rilevazione e la critica ecc.,
sottostanno alle leggi della produzioneper V. costituisce il sofisma marxiano è
il far coincidere ogni forma di produzione anche quella razionale con la
attività pratica-sensibile, cadendo nel materialismo dialettico . antropologia
culturale suo complesso ciò che include tutta la storia umana, e ciò che misura
la realizzazione della natura umana: Dove c'è produzione c'è storia e
realizzazione umana, dove non c'è produzione non c'è storia né realizzazione
umana V. vede nella produzione nelCiò che, invece, Infatti, l'eliminazione
di uno dei termini dialettici non risolve la contraddizione e rappresenta,
invece, elemento di corruzione della storia esistente, in quanto conserva
all'infinito la contraddizione invece di superarla Non si tratta piú di
sopprimere istituzioni, ma di crearne altre nel quadro di una espansione organica
totale. Quindi non si parla di fine dello Stato, ma della nascita di nuove dirigenze dello
sviluppo continuo della società
(l'istanza manageriale), non di fine della filosofia nella rivoluzione,
ma di definitiva acquisizione della indispensabilità della47.filosofia come
funzione socialequesta fase del suo pensiero, V. ha ormai raggiunto alcune
linee abbastanza precise e nei confronti del marxismo (che non si tratta piú di
integrare, ma di correggere), e anche nei confronti di un quadro globale delle
istituzioni sociali: riaffermazione della proprietà privata, trasferita su un
piano di solidarietà umana non adeguatamente definita, ripresa della proposta
manageriale, corroborata da una nuova figura di filosofo. L'errore essenziale
di Marx sarebbe di aver voluto impostare una problematica, aristotelica o
realistica in termini hegeliani rore che si accompagna alla verità delle
domande poste da Marx, domande per le quali non esiste ancora, a livello
storico, una filosofia adeguata. V. comunque dice che la via per rispondere
esiste ed è l'assumere la posizione filosofica di Aristotele e di san Tommaso
(non la loro filosofia, ma il loro punto di vista sul reale).In sostanza da Marx in avanti, resta tutto da fare in
teoria e in pratica. Marx, affossatore e vittima della dialettica hegeliana,
annulla la dimensione creativa di V. afferma che Marx demistifica la dialettica
hegeliana, manon la rifiuta; perciò il rovesciamento della prassi riduce il
marxismo a empirismo praticistico
collettivistico. Sotto questo aspetto, gli ultimi scritti di Stalin
(probabilmente il filosofo si riferisce alle trad. it. apparsc in quegli anni
di Questioni di leninismo, Roma, e di Problemi economici del socialismo
nell'URSS, Roma) rappresenterebbero il
tentativo di una specie di ' revisionismo pratico ' interno alL'istanza
manageriale Come si può notare, inun er Dalla rivoluzione alla collaborazione
inventival'uomo; anche a certe interpretazioni pii disponibili per l'uomo non
si può dar credito perché non sono conformi alla norma base
della verità del sistema S 1. Una ripresa delle tesi umanistiche non può
avvenire che come ripresa filosofica: una storia priva di filosofia a livello storico è quella storia disumana e catastrofica, dice
V., che il marxismo ci ha svelato. Se prima la filosofia ha solo conosciuto o
solo mutato la storia, ora si deve contemporaneamente conoscerla e mutarla
S2.Il filosofo che deve conoscere e mutare il mondo non è in questo
autosufficiente, ma deve strumentare i suoi interventi attraverso organismi intermedi.
Quello su cui la riflessione e la funzione organizzativa di Balbo si appuntano
maggiormente è il gruppo di lavoro .
Ogni elaborazione specifica è sempre inquadrata in una visione pití ampia e piú
fondata teoricamente. V. afferma che il problema primario dell'ontogenesi
sociale non è quello dello Stato o dell'assetto giuridico-economico della
proprietà come dice Marx, ma è quello della giusta forma so-ciale dei lavoro,
cioè il trascendimento effettivo del sistema
sociale da parte della persona, senza evasione , cosa che Marx addirittura
nega, sostanzializzando la realtà collettiva S3. Alla istanza etica di recupero
dell'uomo va, pertanto, affiancata una tecnica adeguata, al pari di
quan-marxismo e tendente ad impedire, o almeno a ritardare, le conseguenze
ultime, tecnocratico-burocratiche, dell'essere teoretico tipico del marxismo ;
(Per la rilevazione e la critica ecc.. V. si riferisce a Lenin e a Gramsci come
elaboratori delle tesi sull'umanità
dell'uomo all'interno del marxismo. Cfr.
Il piccolo gruppo di lavoro e la sua funzione nella grande organizzazione, in
Termine e concetto di Costume, Atti del Convegnolaboratorio del Centro Intern.
delle Arti e dei Costume, Venezia (Brescia); ripubblicato in Rivista di
Organizzazione aziendale; ora in V., Opere. Petrilli ricorda alcuni passi di V.
relativi a lla pianificazione e al lavoro come ritrovamento dell'ordine (Petrilli, Dal progresso alla crescita,
in Civiltà delle macchine).St L'etica senza tecnica adeguata non vive,
infatti, nella societ ì umana. Vive in alcuni momenti della vita degli
individui, può risorgere continuamente e come intenzione pura. Ma, poichi. gli
uomini non sono to è avvenuto in America (come fenomeno secondario e non
primario). Infatti 11 vi è stata la scoperta
dell'umanità dell'uomo da parte della società industriale: è stata una
scoperta empirica e sperimentale della non riducibilità dell'uomo a fattore economico , attraverso nuovi modi di
gestione del lavoro nell'industria S5. In questo orizzonte, ci deve essere una
chiara collaborazione fra metodo sperimentale e metodo filosofico: ciò che si
ottiene con l'uno, non si ottiene con l'altro, e viceversa. Il piccolo gruppo
di lavoro diventa quindi il risultato di unaconvergenza tra istanze
filosofiche, morali, manageriali: Il
piccolo gruppo umano e in particolare il piccolo gruppo di lavoro viene
considerato oggi dagli scienziati, tecnologi ed educatori come una unità
sociale primaria, avente realtà, proprietà e caratteri distinti da quelli dei
singoli individui, che lo compongono S'.
Se il tecnicismo può essere liberato dai suoi vizi e dai suoi mali, questo,
affermaangeli, non può esistere socialmente senza tecnica corrispondente e a
livello tecnico dell'ambiente. Peggio, l'intenzione etica retta pub
congiungersi con una porzione di ambiente tecnico opposto e determinare delle
vere e proprie mostruosità sociali di cui la nostra epoca è ricca. V. si
riferisce all'esperimento di Mayo alla Western Electric. L'esperimento in
questione va con il nome di Hawthorne, perché ebbe luogo negli stabilimenti
Hawthorne della Western Electric C., che si trovano a Cicero, alla periferia di
Chicago. La sostanza dell'esperimento consiste nel tentativo di scoprire il
rapporto tra il rendimento dell'operaio e le condizioni umane
del lavoro. Il resoconto phi ampio di questo esperimento è nel vol. dei
diretti esecutori Roethlisberger e Dickson, Management and the Worker, Boston;
Cambridge, Mass. Si leggano pure
Mayo, The human problems of an industrial civilization, New York; una sec. ed.
è The social problems of an industrial civilization, Boston. Una buona esposizione è in Madge, Lo sviluppo dei
metodi di ricerca empirica in sociologia, Bologna è una bibliografia de lla
critica alla scuola di Mayo. Sugli stessi temi, ritornano gli scritti di
Zaleznik, Christensen, Roethisberger, Motivazioni, produttività e soddisfazione
nel lavoro, Bologna. Per un rifiuto globale delle human relations, e delle comunità
di fabbrica come trappola ormai logora , Illuminati, Lavoro e
rivoluzione, Milano. In particolare, dove l'autore vede Mayo inglobato nel
taylorismo. Cfr. Il piccolo gruppo di lavoro ecc.. S7 l bick, L'istanza
manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventiva V., può
avvenire attraverso il piccolo gruppo di lavoro, diventato generatore delle
norme etiche e tecniche della grande organizzazione, che può soltanto
applicarle ".È un po' la critica allo Stato etico, ribaltata a livello di
impresa industriale: a V. interessa tanto la umanità del lavoro, quanto la
produttività dello stesso, privilegiando il primo momento rispetto al secondo
che, invece, poteva essere pii presente nell'esperimento di Hawthorne. Quella
balbiana è una ricerca di soluzione all'interno delle strutture malate: si
tratta non di modificare il sistema, ma di giungere a forme pii umane di lavoro
e quindi a una maggiore produttività. V. sembra essersi rassegnato al sistema
capitalistico, non prospetta alternative strutturali, ma solo terapie per
l'individuo e vede nel piccolo gruppo la nuova cellula in cui ogni realtà, ogni
fatto della vita del gruppo, ogni elemento del suo lavoro può essere a portata
diretta dei sensi, dell'intelligenza e del fare di ogni singolo componente E 0.
In questo quadro si colloca il riemergere, nella filosofia di V., delle istanze
antropologiche, il riesame delle possibilità storiche dell'uomo e una
definizione ottimistica della vita terrena. Se si è parlato di pessimismo
cristiano è stato per l'esperienza dello scarto tra la condizione umana di
peccato .e il presentimento del possibile essere, mentre il pessimismo pagano è
irreversibile in quanto parte dallo stato di decadenza e dalle perdite
definitive dell'età dell'oro. II discorso di V. sembra riecheggiare il clima de
Il Politecnico, quando nota una reciproca universale necessità di ogni uomo per
ogni uomo, in quanto in ogni uomo si sostanzia l'essere urnaV. afferma che la
vita terrena è incoativa, quella ultraterrenaé perfettiva; ma aggiunge che
questo non comporta una concezione
attesista e una svalutazione
della vita terrena (cfr. Il futuro e l'al di là, Note di ricerca metafisica
sull'uomo, Archivio di Filosofia, Metafisica ed esperienza religiosa; poi in
Idee per una filosofia dello sviluppo umano, I1 motivo dell'io umano
onni-esistenziale è unodei pii complessi
all'interno del pensiero di V., inquanto ha matrici non bene definite o, al
limite, può es-sere il minimo comune denominatore di fonti diverse,talvolta
opposte. Analizzando la mia esistenza
intendodunque analizzare l'essere umano che è in me come inogni altro che ha la
mia stessa natura: dalle lettere paoline, a Croce e Gentile, si trova tutto in
questa defi-nizione, ma l'ancoraggio è costituito da una solida
filosofia65.ritrovata mediante la ricerca e la dimostrazione razionale, mentre
la nozione religiosa è dogmatica 6. Alla fine non possono, però, divergere e V.
definisce l'uomo come o il poter essere sussistente dal punto di vista dinamico, dell'azione
pratica, della produttività. Una ripresa, ancora una volta puramente lessicale,
di termini marceliani troviamo quando il pensatore torinese enuclea le
categorie antropologiche e dice che l'uomo ha bisogno di essere, di avere e di
dare; ma la categoria dell'avere è quella maggiormente rilevante, per una
continuità ed integrazione anche a livello ontico. Direttamente legato I1
riferimento a lla rivista è, in questo caso, molto mediato. Infatti su Il Politecnico appare il brano di J. Donne, premesso ai
romanzo di Hemingway, Per chi suona la campana, Milano. Sulla rivista di
Vittorini è pubblicata la trad. a puntate, a cura di Foà e B. Zevi, con il
titolo Per chi suonano le campane. Il brano di Donne è questo. Nessun uomo è
un'Isola in sé compiuta; ogni uomo è un frammento del Continente, una parte del
tutto; se il Mare inghiotte una zolla di terra, l'Europa ne è diminuita, come
se quella zolla fosse un Promontorio, o la Casa dei tuoi amici o la tua
propria; la morte di ogni uomo diminuisce me, perché io sono parte
dell'Umanità. E cosí non mandar mai a chiedere per chi suonano le campane:
suonano per te (trad. de Il Politecnico ). Idee per una filosofia
dello sviluppo umano. Ferrarotti scrive. V. passa dall'io trascendentale de lla
filosofia moderna all'io umano onni-esistenziale de lla filosofia dell'essere
che in assoluta libertà di spirito, al di là degli schemi consueti del tomismo
e della scolastica, si apprestava ad elaborare: una filosofia come attività. Cfr.
Il futuro e l' al di la. L'uomo ha
bisogno di avere per affermare ed espandere l'esseredell'essere L'antropologia
di V., a questo punto, è critica eL'istanza manageriale Dalla rivoluzione
alla collaborazione inventivaa questa categoria antropologica è il lavoro,
fatto metafisicamente costitutivo dell'uomo, tanto nella fase terrena incoativa
quanto nella fase ultraterrena
perfettiva ; ma del lavoro necessario pure nella vita ultraterrena non
possiamo dire niente se non per rivelazione divina. Attraverso il lavoro si
attua quella integrazione con gli altri che è sintesi nuova e non somma di
elementi; perciò V. dice che questa sintesi nuova è un dato reale cherende
essenziale l'integrazione nella ricerca dell'umanità. È facile riscontrare in
queste affermazioni, accanto alla teorizzazione dei molteplici gruppi
costituiti nelle varie esperienze culturali di V., la sua nuova ipotesi di una
filosofia costruibile in gruppo; cosí come, dal punto di vista manageriale, si
può vedere una riproposta del piccologruppo come cellula nuova dell'organismo
industriale da ristrutturare.Alla base di questa speculazione è oramai
chiaramente individuabile l'impronta di una ontologia leggibile
in termini aristotelico-tornisti, ma V. ricorda che i termini non glieli
suggerisce la tradizione filosofica bensí
la fortissima vergine evidenza della verità cui cerca di corrispondere Aveva detto la
stessa cosa AQUINO a proposito de lle sue fonti Nell'ammettere un imporsi della
verità attraverso la evidenza dei principi è ilche è secondo le potenze ad esso
proprie. Ha bisogno di avere per continuare ad essere ciò che è e non morire.
Ha anche bisogno di avere per essere ciò che non è ancora, ma che può essere La
ripresa filosofica di V. è citata in questo senso anche da C. Napoleoni (cfr.
L'enigma del valore, in Rinascita , AQUINO
(si veda) ha pii volte ripetuto che l'argomento dell'autorità è il pii debole
(Summa Theol.; In Phys.); che la sapienza non procede propter auctoritatem
dicentium, bensí propter rationem dictorum (Sup. I3oët. de Trinit.). Infine scrive.
Studium philosophiæ non est ad hoc quod sciatur quid homines senserint, sect
qualiter se habeat veritas rerum (De Coelo). Erroneamente SERTILLANGES (si veda) (La filosofia d’AQUINO (si veda), Roma)
traduce il qualiter con di sapere quello che han detto di vero, inquinando le
intenzioni e il testo tomistici che eliminano la mediazione dei filosofi e
dicono che occorre conoscere in che modo si abbia la veritil. tomismo di V., o,
come preferisce dire il filosofo, il punto dove anche AQUINO (si veda) tocca la
verità. Quindi tale AQUINISMO consiste, ora, nel tema della evidenza dei
principi primi pratici, incorruttibile garanzia morale del potere dell'uomo sul
futuro. Anzi V. rilegge la sua prima produzione proprio sotto il tema della
sinderesi. Lo sguardo appuntato sulla funzione dell'uomo di cultura ci mostra
ancora un Balbo in parte legato all'immagine dell'intellettuale che esce da lla
Resistenza. Parla, infatti, di un intellettuale che non deve appartenere a coloro che decidono, o
che muovono le masse, ma a coloro che propongono, che sollecitano, che ideano e
aprono nuove vie, che portano a verità l'opinione confusa e contraddittoria,
che scoprono ed enunciano nuovi bisogni, nuovi doveri, che determinano, in una
parola, il primo atto in ogni processo di umanizzazione degli uomini. L'autonomia,
o distinzione dell'intellettuale nei confronti del
politico, comporta un eroismo di preveggenza 7S, una priorità di mansioni (che
nello sviluppo della speculazione balbiana si riaccostano sempre piú a
tematiche crociane a livello di’auto-coscienza), e rischia di isolarlo in una
casta, quando Balbo parla della necessità della vocazione, aggiungendo, però,
che con questo Cfr. Il futuro e l'al di là. Nella nota V. afferma che L'uomo
senza miti, malgrado le insufficienze e le oscillazioni, verte, in fondo, tutto
sulla tematica della sinderesi . Come ho già chiarito prima, non è corretto
parlare, a proposito del primo libro di V., di tomismo, inteso come ripresa
diretta di teorie torniste, quanto piuttosto di una confluenza teorica tra la
visione balbiana di un ripristino della evidenza e quella tomistica della
sinderesi, cui solo dopo V. si avvicina chiaramente. La funzione
dell'intellettuale L'intellettuale, per V., non deve avere il coraggio fisico
delle armi, ma l'eroismo dei momenti non eroici: La vedetta ha il suo momento eroico nel
resistere al sonno delI'alba, quando gli altri dormono, e non nel darsi da fare
con gli altri quando la nave è finita tra gli scogli. a Intellettuale [non è
uno status sociologico], mi pare, è chi esprime con la parola, o manifesta con
l'esempio dei valori universali nel tnomento storico, e cioè chi produce
l'autocoscienza storica del suo tempo. L'istanza managcriale Dalla rivoluzione
alla collaborazione inventivatermine non vuole indicare altro che una
particolare capacità alla funzione, al compito intellettuale n. E che
l'intellettuale abbia un primato nei confronti del politico è, per Balbo,
evidenziato dal fatto che non è mai una struttura organizzativa a dare la
giustizia sociale, ma l'ethos trasformato e sviluppato n.Il nodo che gli
intellettuali italiani, ed europei in generale, si trovano a dover affrontare e
risolvere, dopo la destalinizzazione in Russia, è quello di un possibile
dilemma tra le istanze dell'individualismo liberale e que lle di un
collettivismo che ha annullato tutta la sua potenzialità positiva nelle forme
radicali del regime sovietico. V. afferma che il dilemma tra individualismo e
collettivismo non si risolve scegliendo uno dei termini, ma superando la
contraddizione in una nuova realtà che
include ciò che tutti i contrari includono e ciò che la loro contrarietà
esclude ". Questo tema del superamento e del rifiuto di una logica
dicotomica, inteso come somma dei valori positivi inclusi nelle tesi,
ridimensiona il tema marxiano della lotta di classe che, se è vista come
principio, può dare origine a una evasione permanente, o a una centralizzazione
di tutto il potere in una classe, o in un gruppo, o in un individuo B0. Il
rifiuto della lotta rivela nelle tesi di V. una sfiducia progressiva verso la dialettica
politico-economica, ridefinisce la lotta come mezzo e non come principio perché
in tal caso non dà origine ad altra
realtà che la lotta stessa. Questa Cfr. Note filosofiche sul problema della
giustizia sociale, conf. tenuta a lla Fac. di Magistero di Roma, in u Atti
della SOCIETÀ FILOSOFICA ROMANA; poi in Tesi filosofiche per lo sviluppo
sociale, dispense redatte da V. o sul corso tenuto da lui alla Fac. di
Magistero di Roma; ora in Opere. Il futuro e l'al di là. sa Cfr. Note
filosofiche sul problema della giustizia sociale Ibidem. La teoria statuale di V.
è ripresa in un convegno organizzato a Lucca dalla Democrazia Cristiana. In
quella sede, G. De Rosa ricordò V., come un
profondo filosofo della nostra età
(cfr. Orfci, L'occupazione del potere, Milano, e G. Galli, Storia della
Democrazia Cristiana, Bari polemica
strisciante con le teorizzazioni
marxiste della società borghese, come società essenzialmente conflittuale, è
interna a tutta la revisione che Balbo ha operato della sua lettura del marxismo;
revisione il cui punto centrale è costituito dallo spostamento di giudizio
sulla ateologicit à che diventa ateismo e anti-religione marxista. Il pensatore
torinese non rinunzia, però, ancora a rintracciare, oltre l'ateismo
dichiarato, un'orma di Dio nel desiderio di giustizia presente nel
marxismo s3Da una angolazione piú chiaramente po litica, l'ideologo della
Sinistra Cristiana, che aveva fondato la scelta di classe anche per i
cattolici, ora propone la collaborazione di classe come risultato di una certa
lotta che miri appunto all'equilibrio
per integrazione di soggetti autentici di interessi e di poteri: si può
considerare cioè che esista una lotta di classe che non cerca di sopprimere uno
dei termini della lotta, che cerca anzi l'equilibrio effettivo dei termini e
che quindi coincide con la collaborazione di classe. L'interclassismo era stato
uno dei motivi teorici per cui non si era realizzata la fusione tra la Sinistra giovanile cattolica e il partito degasperiano nel '43Galli
critica come ovvietà
tardoilluministiche il concetto balbiano
di Stato rappresentativo, gestito dai piú forti o dall'equilibrio dei gruppi
phi forti: è questa, chiaramente, una banalizzazione del pensiero di V. sul
superamento della lotta di classe). La stampa vedrà proprio nella riscoperta di
Balbo l'aspetto phi interessante di quel convegno (cfr. M. Scarano, Affrontare
la sfida, Il giorno). Cfr. Il futuro e l'al di la. Chiamo il desiderio di
giustizia presupposto reale e non principale del COMMUNISMO, perché, mentre il COMMUNISMO
non lo riconosce come elemento del proprio sistema teorico e pratico, esso è
d'altra parte la forza senza la quale il COMMUNISMO stesso non avrebbe corso
storico. Il COMMUNISMO a mio avviso rica la sua forza storica piú profonda dal
fatto di apparire come il realizzatore della desiderata giustizia, vera ed
effettiva, e come il giustiziere della morale e del diritto astratti. Note
filosofiche sul problema della giustizia sociale Cfr. Casula, Il Movimento dei
comunisti e la Resistenza a Roma, I1 movimento di liberazione in Italia; poi in
Casula, Comunisti ecc.. Per il programma interclassista della DC i documenti
fondamentali sono Il programma di Milano e le Idee ricostruttive della
Democrazia Cristiana, che possono essere letti nella stesura originaria in
Rossi, Dal Partito Popolare alla Democrazia Cristiana, L'istanza manageriale Dalla
rivoluzione alla collaborazione inventiva emerge ora una proposta inter-classista
avanzata da un V. che abbandona i programmi massimalistici per un riformismo
non ipocrita, ma comunque ambiguo ed eterogeneo al quadro della sua
speculazione anteriore. Infatti ora il filosofo teorizza la tesi per cui è
necessario che gl’interessi e le classi sussistano e non si sopprimano con
violenza diretta o indiretta. Né riteniamo di poter accostare questo inter-classismo
ai temi di GOBETTI (si veda) nei quali il termine di “classe” è pura astrazione.
Quindi ci puo essere annullamento delle classi, ma non loro collaborazione.
Invece, per V. si deve instaurare un equilibrio dinamico fra le classi, ossia
un equilibrio che si fondi su di un'autonoma, effettiva e adeguata, sostanzialmente
e non solo quantitativamente, partecipazione al potere in tutte le sue forme da
parte di ogni classe, di ogni interesse, singolo e collettivo. Il che sarebbe
appunto la giustizia sociale. Questo inter-classismo ha motivazioni
antropologiche ed etiche che per certi versi richiamano temi dell'anarchismo di
Sartre, ma solo perché convergono nell'identificare la libertà nella
liberazione, e la integrazione creativa nel movimento. Bologna, Scoppola parla,
pure, delle difficoltà interne alla DC, che non riusciva ad esprimere
compiutamente la proposta inter-classista di cui la società italiana ha bisogno
(cfr. Scoppola, La proposta politica di Gasperi, Bologna; esamina acutamente e
attraverso documenti spesso inediti l'atteggiamento di Gasperi nei confronti
della Sinistra e il suo incunearsi tra essa e il Vaticano. Una collaborazione
di classe che non riconosca i termini dei contrasti fondamentali e particolari
di classe, che non riconosca la esistenza, la natura e le ragioni dei
contrastanti interessi sociali e delle lotte aperte o nascoste che conseguono a
tali contrasti, non è una collaborazione di classe, ma la maschera ipocrita del
dispotico dominio, o tentativo di dominio, di una classe sull'altra, di un
interesse sull'altro (Note filosofiche sul problema della giustizia sociale). Scrive
GOBETTI (si veda). Nella concreta realtà dell'atto spirituale gli schemi
perdono la validità loro. Le classi diventano meri fantasmi (Definizioni: la
Borghesia, La Rivoluzione Liberale, ora in Scritti politici, Note filosofiche
sul problema della giustizia sociale. Gl’uomini non sono liberi ed eguali in
senso rigoroso se non nella loro integrazione creativa per lo sviluppo umano,
per la giustizia prospettiva riformistica, in chiave inter-classista, non può
che realizzarsi tornando agli incroci tra privato e pubblico, tra momento di
analisi e momento di sintesi deliberativa. Cosi V., che cerca di correggere la
struttura industriale intervenendo sui piccoli gruppi di lavoro, ritiene che il
problema centrale della democrazia sia nelle erme ï collettive, dove di tatto è
il potere e il controllo delle masse. Quelle entità sono diventate, dopo la
Resistenza, delle macchine, senza spazi reali per le decisioni di base. Il
filosofo scrive che solo con un'azione individuale e collettiva, teorica e
pratica, centrale, non centralistica, e periferica d’invenzione si può
realizzare un equilibrio dinamico di interessi e si può realizzare l giustizia
sociale, cioè un crescente influsso di collettività di persone sulla proprietà,
sull'uso, sulla destinazione dei mezzi di produzione. L'ipotesi balbiana è
quella di intervenire sugl’organismi intermedi come strutture portanti di un
regime democratico. Il discorso dei rapporti economici diventa, quindi, un tema
consequenziale e derivato. t un ridare il primato alla politica, ma, come tiene
a specificare il filosofo, non il primato al pensiero politico. Il pensiero è
solo la premessa statica dei partiti, una premessa generica e spesso
mistificatrice presa in prestito e non creata dalla loro attività, strumento di
persuasione o momento subordinato dell'organizzazione. Ciò che sociale. Sartre
dice che il superamento della dialettica tra soggetto e oggetto è il gruppo,
per la sua impresa e per quel suo movimento costante d'integrazione che tende a
farne una praxis pura e a sopprimere in esso tutte le forme d'inerzia (Critica;
della ragione dialettica, Teoria degli insiemi pratici, Milano, Cfr. Note
filosofiche sui problema della giustizia sociale, Vita cita e illustra la
teoria balbiana del piccolo gruppo, nel suo saggio Piccoli gruppi e società in
trasformazione, Milano. Note filosofiche sul problema della giustizia sociale,
La sfida storica del comunismo al Cristianesimo e le sue consegueuze
filosofico-sociali, in Il Mulino; unito a Ancora su Cristianesimo, comunismo e
azione politica, L'istanza manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione
inventiva costituisce realmente i partiti (clic Balbo ritiene le arterie della
democrazia) è l'essere strumenti di organizzazione della volontà e degli
interessi politici. È rilevante sottolineare che questo tema del partito
politico come struttura portante è una ulteriore caratterizzazione ciel
pensiero filosofico di V. che lo pone a metà strada tra la concezione del
materialismo storico e quelle, estranee ma parallele, dello storicismo crociano
(CROCE (si veda)) e della storia cone storia filosofica di NOCE (si veda). C'è
quindi, nell'autore di L'uomo senza miti, questa esigenza esasperata di
sceverare nelle sue esperienze teoriche una linea di unificazione, anche se la
sua filosofia della storia propende
verso una accentuazione dei motivi di
materialità (o nel senso delle
istituzioni, o nel senso del bisogno economico), rispetto alle urgenze
puramente ideali.L'operare dall'interno del sistema, pid che rassegnazione alla
sconfitta, è caparbietà pragmatica e machiavellica nel voler trasformare le
cose e frenare la catastrofe. Non sempre la proposta speculativa di V. è, però,
adeguata alle sue istanze, è ora in Opere, con il titolo Comunismo e
Cristianesimo. Cfr. ibidem.as Riguardo a questo dissenso, Del Noce afferma che
fu tra le cause clic gli vietarono di aderire alle trii di Balbo, nel periodo
della Sinistra Cristiana. Da ciò il sorgere tra lui e Balbo a di una
discussione, che per l'uno e per l'altro era piuttosto un monologo che un
dialoga; non certosensodl una sordia, ma anzi in quello di una fusione
masatma,nel,per cui ognuno combatteva nell'altro una posizione che ritenevadl
aver Avissuto '(e non soltanto obiettivam ente pensato) e oltrepas atrt^ r (Ge
netle significato ecc). Nome compiuto: Felice Balbo Vinadio, conte di Vinadio. Felice
Balbo Vinadio. Keywords. Being, value, and colloquenza. Refs.: H. P. Grice
Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vinadio: being, value – and
colloquenza!” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Visentin: la ragione conversazionale Severino e il cristianesimo Le controversie tra gli interpreti del suo
pensiero V.Severino e il cristianesimo Tempo rimanente -9:06 Nel video V., intervistato, parla del
rapporto tra la filosofia di Severino – Brescia -- e il cristianesimo. Si tratta di una questione che ha dato luogo
a molte controversie tra gli interpreti, alcuni dei quali hanno cercato di
recuperare le origini della filosofia di Severino in quella che è la sua matrice
culturale di partenza, rappresentata dal cristianesimo e dalla filosofia
neoscolastica di Bontadini – Milano --, con una teologia basata sulla distinzione
tra un essere immutabile e un essere mutevole, dove però il primo e fondamento
del secondo. La negazione da parte di Severino di questa distinzione non
consente nessun compromesso tra il pensiero maturo di Severino e le sue origini
culturali cattoliche. Severino venne
espulso dalla Università Cattolica proprio per le tesi espresse in Ritornare a
Parmenide, ritenute incompatibili con i dogmi del cristianesimo, in quanto escludevano ogni
forma di creazionismo e anche la possibilità di interpretare l’essere, inteso
come totalità degli enti, in termini di entità suprema. V. ritiene ragionevole,
anche se Severino non l’ha mai accettata, l’analogia che alcuni studiosi, tra i
quali Brianese – Mestre -- , hanno proposto tra il suo pensiero e la filosofia
di Spinoza, perché in Spinoza tutti gli enti sono già da sempre presenti e
contenuti nell’intelletto divino, che non è un intelletto che pensa secondo le
modalità proprie del pensiero umano, ma che pensa esclusivamente sé stesso
eternamente ed in modo statico. Da una
parte, Severino è giunto a considerare il cristianesimo come una delle forme
supreme di alienazione dell’occidente, ma dall’altra è anche vero che la sua
formazione culturale ne ha influenzato il modo di esprimersi, perché nelle
opere della maturità, si pensi in particolare a La Gloria, tornano molti
termini del lessico cristiano, un lessico con cui Severino, secondo V., ha in
qualche modo un po’ “civettato”, dando l’impressione di essere lusingato
dall’interesse che molti studiosi di estrazione cattolica gli hanno sempre
riservato. V. si laure in Filosofia
alla Sapienza con Colletti. È professore ordinario di Filosofia teoretica
all’Università degli Studi di Sassari. Nel corso della sua carriera ha
trascorso periodi di studio in Germania, è intervenuto, come relatore ufficiale
a convegni su temi legati ai suoi interessi scientifici, ha tenuto e tiene
occasionalmente lezioni e seminari presso istituzioni accademiche e culturali
di rilievo nazionale (tra queste la Normale di Pisa e l'Istituto Italiano per
gli Studi Storici). Fa parte dei comitati direttivi di due riviste: «La
Cultura» e il «Giornale critico della filosofia italiana», come pure del
comitato scientifico dell'Edizione Nazionale delle Opere di Croce. La sua
attività di ricerca è documentata da numerose pubblicazioni, a cominciare dalla
monografia Il significato della negazione in Kant -- Napoli-Bologna --, seguita
dai due volumi dedicati al Neoparmenidismo italiano -- Napoli -- e dalla
raccolta di saggi Onto-Logica -- Napoli. In mezzo, molti contributi pubblicati
su periodici di area filosofica, che spaziano da Aristotele a Heidegger, da
Croce e Gentile a Scaravelli, da Labriola a Calogero. Nome compiuto: Mauro
Visentin. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Visentin,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vio: Unificazione analoga e gl’AQUINISTI SPECULATIVI -- la
ragione conversazionale e le categorie del lizio – un senso, un’analogia – la
scuola di Gaeta – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Gaeta). Abstract: Grice:
“When I was with Austin, it was difficult to be systematic on a Saturday
morning – but what Vio does with analogy is fascinating!” -- unificazione
analoga. Keywords: unificazione
analoga. Filosofo Lazio. Filosofo italiano. Gaeta, Latina, Lazio. Essential
Italian philosopher. Grice: “While the typical Englishman is more interested in
the fact that Vio never thought that Henry VIII did divorce Aragon, I prefer
his commentary on the ‘prae-dicamentum’ of Aristotle, via ‘Porfirio’!” -- Grice
was irritated that when ‘Vio’ became a saint, the Italians list him under ‘c’. O. P. cardinale di Santa Romana Chiesa. V. riceve
Lutero, Template-Cardinal. Incarichi ricoperti. Maestro generale dell'ordine
dei predicatori, cardinale presbitero di San Sisto, arcivescovo metropolita di
Palermo, arcivescovo-vescovo di Gaeta, cardinale presbitero di Santa Prassede. Ordinato
presbitero, nominato arcivescovo da Leone X, consacrato arci-vescovo da Fieschi,
creato cardinale da Leone X. Religioso domenicano, generale dell'ordine: filosofo,
teologo e diplomatico pontificio. Incontro tra V. e Lutero in una stampa
d'epoca. Entra tra i frati domenicani del monastero di Gaeta, e prosegue i suoi
studi in filosofia a Napoli, Bologna e Padova. Insegna filosofia a Pavia e
Roma. Acquisce una considerevole fama in seguito ad un pubblico dibattito con PICO
a Ferrara. Generale dell'ordine e consigliere dei papi, dimostra grande zelo
nel difendere il diritto del papa contro il concilio di Pisa, polemizzando
contro Almain in una serie di articoli messe al bando dalla Sorbona e bruciati per
ordine di Luigi XII. Leone X crea V. cardinale, e fatto arci-vescovo di Palermo.
Arci-vescovo di Gaeta, inviato in Germania come legato apostolico per
partecipare alla dieta di Augusta, si adopera con profitto per l'elezione di
Carlo V d'Asburgo ad imperatore del sacro romano impero -- prevalendo
sull'altro concorrente Francesco I -- e lì cerca di arginare la nascente riforma
protestante di Lutero. Fa rientro in Roma senza essere riuscito a convincere Lutero
ad abbandonare i suoi propositi di riforma. Aiuta il papa nell'estensione della
bolla “Exsurge domine” rivolta a contrastare il dilagare della riforma di Lutero.
Oganizza la resistenza contro i turchi. Venne fatto prigioniero durante il
sacco di Roma dai Lanzichenecchi, inviati da Carlo V per punire Clemente VII
per il tradimento della parola datagli. Pronuncia la sentenza definitiva di
validità del matrimonio di Enrico VIII e Caterina d'Aragona, rifiutando il
divorzio al sovrano inglese. Accanto alla produzione filosofica e di teologia
filosofica, secondo la linee della scuola d’AQUINO, V. si distinque come
esegeta. Ignora attamente l’ebraico, ma consulta esperti rabbinici e grazie
alla sua familiarità con il testo greco, ubblica un commentario dei libri sacri
di giuidei e galilei. L’enfasi alla Grice di V. sulla ricerca del SIGNIFICATO
letterario o LITERALE dell’Eneide o altri testi pone V. alle origini della tradizione
esegetica del cattolicismo contro le sette delle differenti nazioni. Saggi:
“Summula Caietani”; “Opuscula omnia” (Giunta); “Commentaria super tractatum de
ente et essentia [di Aquino]”; “De nominum analogia”; “Commentaria in III
libros Aristotelis de anima”; “Auctoritas pape et concilii sive ecclesie
comparata” (Silber); “Oratio in secunda sessione concilii lateranensis” (Berlin);
“Apologia de comparata auctoritate pape et ecclesie”; “De divina institutione pontificatus
romani pontificis”; “Jentacula Nuovo Testamento, expositio LITERALIS sexaginta
quatuor notabilium sententiarum Novi Testamenti” (Roma). Francesco senese De
Franceschi; “In Porphyrii Isagogen ad Prædicamenta Aristotelis”; “Opera omnia”;
“Scripta philosophica”; “De conceptu entis”; “De comparatione auctoritatis papæ”;
“Apologia”. Allaria, V.: cardinale -- Roma; Treccani, Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degl’italiani, Conferenza
Episcopale Italiana. ALCUIN,
Università di Ratisbona. V. philosophised
extensively on free will, and had a colourful dispute with, of all people, Luther,
well represented in a painting that Grice adored. Shropshire borrowed
his proof for the immortality of the soul from V. Prelate and theologian. Born
in Gæta from which he take his name, he enters the Dominican order and studies
philosophy at Napoli, Bologna, and Padova. V. becomes a cardinal, and travels
to Germany, where he engages in a theological controversy with Luther. His
major work is a Commentary Aquino’s summa theologiæ, which promotes a renewal
of interest in scholastic and ‘Thomistic’ philosophy. In agreement with Aquino,
V. places the source of knowledge in sense perception. In contrast with Aquino,
V. *denies* that the immortality of the soul and the existence of the divine as
our creator may be proved. V.’s work in logic is based on the traditional
syllogistic logic that he called ‘dal Lizio,’ but is original in its discussion
of the notion of “analogy” – vide H. P. Grice, Aristotle on the multiplicity of
being – ANALOGICAL UNIFICATION. V. distinguishes *three* types of analogy:
analogy of inequality, analogy of attribution, and analogy of proportion.
Whereas he rejects “analogy of inequality” and “analogy of attribution” as improper,
fallacious, and invalid, V. regards the analogy of proportion as valid and basic
and appeals to it in explaining how humans may come to know propositions about
the divine and how analogical reasoning,
applied to both the divine, and the divine’s creatures, may avoid being æqui-vocal.
H. P. Grice – Equivocality thesis. DE NOMINUM ANALOGIA. QUOTUPLEX SIT ANALOGIA,
CUM DECLARATIONE PRIMI MODI Invitatus et ab ipsius rei obscuritate, et a nostri
æui flebili profundarum litterarum penuria, de nominuin analogia in his vacationibus
tractatum edere intendo. Est
siquidem eius notitia necessaria adeo, ut sine illa non possit metaphysicam [ONTOLOGIA
PRIMA FILOSOFIA ESCATOLOGIA] quispiam discere, et multi in aliis scientiis ex
eius ignorantia errores procedant. Quod si ullo usquam tempore accidit, hac ætate
id evenire clara luce videmus, dum analogiam, vel indisiunctionis, vel ordinis,
vel conceptus præcisi unitate, cum inæqualis participatione constituunt. Ex
dicendis namque patebit, opiniones huiusmodi a veritate, quae ultro se
offerebat, per abrupta deviasse. Analogiae igitur vocabulum proportionem sive
proportionalitatem, ut a graecis accepimus, in proposito sonat. Adeo tamen
extensum distinctumque est, ut multa nomina analoga abusive dicamus; et
multarum distinctionum adunatio si fieret, confusionem pareret. Ne tamen rectum
obliqui iudicio privetur, et singularitas in loquendo accusetur, unica
distinctione trimembri omnia comprehendemus, et a minus proprie analogis ad vere
analoga procedemus. Ad tres ergo
modos analogiae omnia analoga reducuntur: scilicet ad analogiam inaequalitatis,
et analogiam attributionis, et analogiam proportionalitatis. In his
explorations on unity of signification, Grice turns to a mode of unification,
which he would describe as Cajetan in nature, and as what is possibly the most
baffling of the various ways explicitly suggested by Aristotle LYCAEUM LICEO
LIZIO as being those in which what Grice calls the unification -- or
aequi-vocality thesis – of the apparent multiplicity of significations may
arise, even if made less baffling by Vio – vide Ashford. The cases are those
cases in which the application of an epithet or expression E to a range of
items is accounted for by the analogy detectable within that range. More
explicitly, it is the analogy, either between a specific ‘universal’ which
determines the application of the epithet or expression, or between an
exemplification of that ‘universal’ by this or that type of item. Even more
explicitly, it is the analogy either between universals U1, U2, … Un, which
determines the application of the epithet or the expression, or between an
exemplification of U1, U2, … Un, by an items of the sorts ly. lo etc. The
puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number
of different factors, and it has been even applied to ‘essere’ by some. First,
there are a few things which Aristotle himself might have done to aid our
comprehension. He might have given us a firmer list of examples of epithets or
expressions, the application of which to a given range of items is to be
accounted for by way of analogy. Alternatively, Aristotle might have given us a
reasonably clearer characterisation of the kind of accounting which analogy is
supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of
this kind of accounting. Unfortunately, Aristotle does neither of these things,
so Vio finds himself to be in big trouble – or deep semantic waters. Aristotle
offers us only the most meagre hints about the way in which analogy might
‘unify,’ via the aequi-vocality thesi, that is, the various applications of an
epithet. We are told, for example, that as ‘seeing’ is in the body – the eye --,
‘understanding’ is in the soul -- with the attending implicature that it is this
fact which accounts for the application of the originally physical ‘see’ videre
both to a case of physical – or bodily -- optical vision, and a case of
intellectual ‘vision.’ “I see what you mean.” – in which case you have greater
eyes than most. Il Lizio also suggests that it isanalogy which is responsible
for the application of the adjective – not shaggy – but ‘calm’ calmus to
either an undisturbed body of sea water, or to an undisturbed expanse of thin air!
Such offerings do not get us very far. Furthermore, not surprisingly, where
Aristotle seems to fear to tread his commentators, except of course, Vio, are
most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion
comes from a latter-day commentator, not Avicenna, but, after Vio, the
influential Oxford, indeed Scottish, philosopher W. D. Ross, who suggests, as
Aristotle's view, that the application of ‘good’ bonum is attributable
to the fact that, within one category C1, an item or specimen, which is good –
say, a cabbage -- is related to an item in general belonging to that category –
cabbages are by definition good cabbages --, in a way which is analogous – analogum
– or proportionale – a:b::c:d -- to the way in which a good item (say, a
good king) in some second category or sub-category C2 is related to the general
run of items which belong to that second category. Apart from the obscurity in
the presentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something
which Aristotle himself does not tell us, viz. that the application of the
epithet bonum good is one exemplification of unification or
aequi-vocality of a value-oriented concept which is the outcome of an analogy,
or as Vio and Cicerone prefer, a proportio -- proporzione. Ross's suggestion
about bonum good – such a substantive-angry,in Austin’s word, Casanova,
in Nowell-Smith’s, bit of a word -- would, moreover, be at best only a
description of one special case of analogical – or analogous, or
PROPORTIONAL -- unification with a view to the aequi-vocality thesis, and would
not give us any general account of such analogous – or proportional – unification,
per via della proporzione. Grice adds that little supplementary assistance is
derivable from those who study this or that general concept. Such a philosopher
may be adhering to the principle that silence is golden when it comes to
discussion of such questions as the relation between analogy, or as Cicerone
prefers, PROPORZIONE -- and her sisters: metaphor – or as Cicerone prefers,
TRANSFERENTIA --, simile – similia -- , allegory, and parable, or PARABOLA. So
far as The Lizio Aristotle himself is concerned, it seems fairly clear to Grice
that the primary notion behind the concept of analogy is, as preventing some
criticism by Cicerone, that of ‘proportion’, or PRO-PORZIONE. In logical form: a:b::c:d.
The notion of such a four-term PRO-PORZIONE is embodied, for example, in
Aristotle's treatment not of moral bonum, as was Ross’s obsession, but of iustum
-- just. where one kind of iustum just is alleged to consist in a due two-termed,
rather than four-termed, proportion PROPORZIONE between return, reward, or
penalty, and antecedent desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of
a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a
quantitative relationship – DIRECT OR INVERSE PROPORZIONE -- gets converted
into a non-quantitative or qualitative relation of correspondence or affinity.
It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be some
inspired conjecture by the Peripatetic. Grice, as Vio had done before him, takes
as task the provision of an example, congenial to Aristotle, of how the
unification by analogy or PROPORZIONE of the application to a range of items of
some epithet might proceed. Grice expects this UNIFICAZIONE PER PROPORZIONE to
involve the detection of some analogical link between the exemplifications of
the variety of this or that universal which the epithet may be used to
‘signify.’ Grice’s chosen specimen is the inchoative crescere -- grow.
In the case of grow, a number of different kinds of shifts might be
thought of as possessing an analogical unification that delivers the
aequi-vocality thesis. One of these would be examples of shifts in respect of
what might be termed a syntactical, metaphysical, or ontological category. By
syntactical category Grice means a part of speech. A substantia, indeed
an inert or inorganic physical substance, like a lump of wax or a mass
of metal, may be said to grow, or if we must use the copula, is growing –
crescit. It would be tempting here to suggest that the relevantly involved
‘universal,’ that of increase in size, or getting larger, provides the
foundational, original—etymologically and DIACHRONICALLY valid --instance of
the literal ‘signification’ or Fregean sense of a universal by the application
of the expression grow or crescere. We have here, so to speak, the
'ground-floor' signification – dictiveness -- of grow: the
truth-conditions. But now, not only the physical inert and inorganic substance
itself but some accident of that substance – THAT BIT OF WAX NOT JUST
IZZES BUT HAZZES ‘GROWTH’ -- may also be said to grow. Not only the piece of
wax, but its magnitude, some event or process in its history – vide
Grice, “ACTIONS AND EVENTS” --, its powers, or causal efficacy, and its
aesthetic quality, or sheer beauty, might each be said to grow. And it seems
not unplausible to suggest that though the grow on the part of each of these
non-substantial accidents is different, and more or, again, less boringly
connected with growth on the part of the substance, there will always be some
kind of correspondence, indeed analogical connection, between grow in the case
of a non-substantial item and grow in the initial LITERAL case of this physical
inert or inorganic substantial item. Another and different kind of categorial
variation may separate some of the universals which the grow may be used to
‘signify’ from other such universals. These will be connected with differences
in, now, some sub-category within the same category of substantia
– the syntactical class of nouns -- within which fall different sorts of items
which may be said or deemed to grow. Different universals seem to be
‘signified’ by an utterer who says – still DICTIVELY -- of an ANIMATE
substance, such as a plant, as growing and by another uterer who says –
still within the dictive realm -- of a human being – such as a child, Grice’s
Timothy -- as growing. The connection between these diverse ‘realisations’ or
instantiations of grow may rest on now, say, vegetal, analogy. In what
is said to be the grow of a plant, such as a rose, internally originated
increase in size seems to occupy a prominent place. In the case of a human
being, such as Grice’s son Timothy, the kind of development which may be
involved in the grow may be much more varied and complex – “I know in the case
of Timothy IS.” The link between the two distinct universals which may be
‘signified’ might be provided, now by an analogy, or proporzione, between the
role which such a change fulfill in the development of the very different kinds
of substances which are being characterised. No doubt many further kinds of
analogical connection would emerge within the general practice of attributing
this or that grow – Grice’s favourite was Martha Kneale’s THE GROWTH OF LOGIC
--- “I can’t think whey she changed it to the dull ‘Development’ of Logic when
the thng was published!” Grice’s next endeavour will be an attempt to supply
some general account of the way in which the presence of analogy serves to unify
the alleged multiplicity of a ‘signification,’ which has originally deemed to
belong in the PHYSICAL realm of inert and inorganic matter. If such an account
should be found to offer prospects of distinguishing analogy or PROPORZIONE from
some other concept, particularly TRANSFERENTIA or metaphor (as conversational
implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my coffee’ to use
Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ – She is the cream in my
coffee, to use the copula -- which belongs to the same general family – along
with Simile, similia, ALLEGORIA – as in Lewis’s The allegory of love – or
PARABOLA, as those by Christ --, that would be a welcome aspect of the account.
It is Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than dull and plain literal
-- description, a universal is ‘signified’ (she is the cream in my
coffee +> she is Grice’s pride and joy), which though distinct from
that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in Grice’s
coffee, or the lemon in Strawson’s tea) is nevertheless recognisably similar to
the literal signification. Grice comes then to the concept of Cajetan and
Ciceronian PROPORZIONE or analogy itself. Grice starts by considering this or
that item, I1, I2, … In -- any one of which may be called an S. Grice initially
supposes that being an S consists in belonging to a substantial
type or kind, or category S – a noun -- , though that supposition may be
relaxed. Grice’s move is to assume that being an S, consists in being
subject to a system of laws – hence ana-logia, the logos is involved -- which
jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si.
Further, these ‘ontological’ laws, which furnish the core theory of S,
-- as ichthyology furnishes the core theory of fish --, are to be formulated in
terms of a finite set of Si-core predicative properties -- let us say P1 to Pn
– as in S is P. Each law involves an ordered extract from the core set. Their
totality governs any fully authentic Sy. This totality may well not include
every law which applies to S,: but it does include every law which is deemed to
be relevant to the identity or identification of Sy, every law which determines
whether or not a particular item I1, I2, … In, is to count or be deemed as an 5
– “as in that Oxford college – Hartford – who deemed the president’s dog to be
a the subject of the predicate ‘feline.’. Grice next considers not merely
things each of which is an S, but also things each specimen of which is
an Sz. It remains an open question whether or not the type S is to be deemed identical
with the analogous or proportionate type S1. – In any case, identity reduces to
general being (Pegasus = Pegasus if Pegasus is a flying horse). Grice assumes
that, as in the case of S, membership of S, is determined by conformity to a
system of such ordinary – indeed Stone-Age Physical --laws relating to those
properties P1, P2, … Pn which are central to S2. Grice symbolises these
properties by the set of devices Or ... Q.. We now have various possibilities
to consider. The first is that every law which is central to the determination
of Sz is a mirror image or strict counterpart of a law which is central to S,;
and that the converse of this supposition also obtains. To this end, we must assume
that the properties which are central to being an S, are the properties of the
devices O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract
from the set P through P, belongs to the central theory of S to a law involving
an exactly corresponding ordered extract from the set O, through O, belongs to
the central theory of S; and that the same holds in reverse. In that case, we
are in the position to say that there is a perfect proportion or analogy
between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also be
tempting to say that the types S, and S, are essentially identical, at a
particular time – vide Grice-Myro Geach-type of time-relative identity. We
should recognize that, if we yield to this temptation, we are not thereby
forced to say that Sy and S, are indistinguishable. They might, for example, be
differently related to perception, only one of them, perhaps, being accessible
to physical sight – a horse, but not horseness. We shall only be forced to
allow that essentially, or theoretically, the types are not really THAT distinct.
The possibility just considered is that of a total perfect (alla Mary
Poppins) PROPORTION or analogy between the central theories of S, and Sa. There
is also, however, the possibility of a merely partial pertect analogy between
S, and Sz. That is to say, part of the central theory of one type, say S, may
mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of
a central theory of Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one
case, that the type S, is a special case of the type S,; or, in another
case, that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined
by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and
Sz. Another possibility will be that no perfect analogy, either total or
partial, will hold between the two central theories. The best that can be found
is an imperfect PROPORTION or analogy which will consist in laws central to one
type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of
laws central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the
characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz, etc., which
till now I have been regarding as ‘signifying’ or denoting substantial (nominal)
types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse
of a theoretical or ‘alethic’ sort – Eddington’s wavicles and Grice’s quarks. But
Grice allows for such symbols as being allowed to relate to what he hopes might
be legitimately regarded as an informal precursor of the afore-mentioned
substantial types, as expressing this or that concept of one or other
classificatory or taxonomic sort, concepts which will be deployed in an
unregimented description or explanations as pre-theoretical, if not
pre-categorial. Examples of such unregimented classificatory or taxonomic concepts
might be concepts such as that of an investor, a doctor, a vehicle,
a confidante, and so on. Grice would hope that, in many ways, their
general character or metier might run parallel to that of their more regimented
counterpart. In particular, Grice hopes and expects that the nature of such a concept
as investor, doctor, vehicle, and confidante, would
be bound up with conformity to a certain set of central generalities, like
platitudes, truisms, etc. For an x to be an investor or a doctor
or a vehicle or a confidante will be to perform a metier, that
is, to do a sufficient number of the kinds of things which are typically, even
stereotypically, done by an investor, a doctor, a vehicle,
large utility, or a confidante. Grice expects, however, that the variety
of possible forms of generalisation might considerably exceed the meagre
armament which a theoretical enquirer normally permit themselves to employ.
Grice also hopes and expects that the generalities which would be expressive of
the nature of a particular classificatory or taxonomic concept would be
formulable in terms of a limited body of features – Leech’s semantical
features: bachelor = unmarried male – In defence of a dogma -- which would be
central to the concept in question. This material might be sufficient to
provide for the presence, from time to time, of some sense of PROPORTION or analogy
in the universe, at least of imperfect analogy, between such generalities which
aro expressive of distinct classificatory or taxonomic concepts. When it does occur,
such a proportion or analogy might be sufficient to provide for some unity or
uni-vocality of ‘signification’ – thus verifying Grice’s aequivocality thesis
-- in the employment of a single epithet to ‘signify’ even different
classificatory concepts. This unity or aequi-vocality of ‘signification’, in
turn, seems toGrice sufficient to justify the idea that, in such a case, the
expression in question is used with a single ‘significatoin,’ lexical meaning,
or Fregean sense – to which you may attach as many implicatures as you wish. Grice
concludes his ‘Aristotle on the multiplicity of being’ with some suggestions
about the interpretation of the concept of proportion or analogy as a possible
foundation for the unity of ‘signification’ with two supplementary comments.
His first comment is that there seems to be a good case for supposing that
anyone who, like VIO, and the Lizio before him, did, accepts an account of an
analogy- or proportion-based unity or of signification (MONOSEMY at the dictive
level, with a multiplicity of potential implicatures) should NOT feel free to
combine it with a rejection of the so-called analytic-synthetic distinction,
or, in other words, hope for some defence of it, howeer dogmatic! After all,
the alleged analogy- or proportion-based unity account relies crucially on a
connection between the application of a particular concept and the application
of a system of laws, or some such generalities, which is expressive of that
concept. This, in tum, relies on the idea of a stock of further comential concepts,
in terms of which these laws and generalities are to be formulated, being
central to the concept in case (‘bachelor’ = unmarried male’). But it seems
plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality involves a non-contingent
connection between the concept in focus and the concepts which are said to be
central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the
analytic/synthetic distinction, as Quine and his fellow nominalists did – or
Occam, whom Vio hated – for years! So either one does accept the analytic/synthetic
distinction, or one rejects at least this account of analogy-based or
proportion-based unity of ‘signification.’ Grice makes no attempt here to
decide between these alternatives – “but Ocham shall know!” Grice’s second
comment is that material introduced in Grice’s suggested elaboration of the
notion of proportion or analogy, particularly the connection between concepts
and conformity to laws or some such generalities, may serve to provide a needed
explanation and justification of the idea that the applicability of a single
defining formula, couched in terms of the FOCAL ideas of genus, but also
species, and, last but not least, differentia is a paradeigmatic
condition, if not an indispensable condition, for identity or individuation of
‘signification,’ never mind unity. We might, for a start, agree to treat a
situation in which the applicability of an epithet to an item I1 rests on a
conformity to exactly the same laws or generalities as does its application to
item I2, as being a limiting case of partially perfect analogy. But a situation
in which no such interpretation at all is required may be treated as a limiting
case of a situations in which, though re-interpretation is required, one such
re-interpretation is available which achieves such partial perfect analogy. As
one might say, a law is perfectly analogous with itself. Another situation,
then, in which an epithet or expression E applies to a range of items I1, I2, …
In, solely by virtue of the presence of a single ‘universal,’ and so of a single
set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary instance of
a kind of unity which is required for identity or individuation of
‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's contribution to
metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’ and studies in
the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localised
attention to questions about the relation between a ‘universal’ and
‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in mind to
raise not the general question whether, despite what he calls the school of
latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires some abstract
entity that Ockham denied, such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an
affirmative answer, but rather the question in what way the concept of a
‘universal’ is to be supposed to be relevant to the analysis of
‘signification.’ Consideration of the practices of latter-day lexicographers –
notably Kilgariff, I do not believe in word senses – cf. Wiggins’s reliance on
Grice for a theory of dictionaries --, so far from supporting a charge that, at
least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an illegitimate
divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of ‘signification’
suggests that it would be proper to go, alla Henry VIII, a deal further than
did Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many
different forms of connection between the varieties of the concept of a
‘universal’ which may be ‘signified’ by an ultimately non-equivocable
expression beyond that countenanced by the tradition of the theory of
definition alla Robinson, and even perhaps beyond the extensions to that theory
envisaged by Aristotle himself. These forms will include some form of
connection like that involved, nor just in Analogy and her sisters – Metaphor,
Simile, Alleory, and Parable – but in metonymy, metophnymy, and synecdoche,
recognised by later grammatical theorists and philosophers of language, within
and without Oxford, and no doubt others as well. It would, Grice suggests, be a
profitable undertaking to study carefully the contents of a good modern
dictionary – “as I always told Austin that would be ‘Byzantine’!”--, with a
view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an
investigation would, Grice suspects, reveal both that, in a given case, the
invocation of one mode of connection may be sub-ordinate and posterior to the
invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation
of order which such invocations must observe. Grice suspects, also, that it
might emerge that the question whether variations in ‘signification’ are
thought of as not synchronic but diachronic – as in his example of ‘crescere’--
has no bearing on the nature of a uniting connection (His example: when
‘animal’ ceased to ‘signify’ what the Lizio Aristtole meant by it, but ‘a
middle-sized mammal: Urmson: There is an animal in the backyard +> not an
ant, not my aunt. The same form of connection may be available in both cases,
and either case may in turn well be found to correspond with the range of such
different, many and varied, figures of speech which conversational practice may
typically employ, or even intentionally MIS-employ, for the effect of
implicature. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying
explanation of its truth might, Grice would guess, run along the following
lines. Allegd rational communication, of the co-operative kind, in pursuit,
that is, of some purpose of helpfulness or benevolence, encounters a boundless,
indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity or plurichrastic, as Owen
has it in his “Aristotle and the snare of ontology”-- of distinct situations.
Perhaps unlike a computer, or like Owen himself, we shall not have, ready made,
any vast array of forms of description and explanation from which to select
what is suitable for a particular conversational occasion. We shall have to
rely on our time-honoured Oxonian rational capacities, particularly those for
imaginative construction and combination, to provide for our needs as they
arise. It would not then be surprising that the operations will reflect, in
this or that way, the character of the capacities on which we rely. Grice
confesses to only the haziest of conception bow such an idea might be worked
out in detail. Which is a long way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter
Aequi-vocality. In his fourth Kant lecture Grice confesses to have been so far
in the early stages of an attempt to estimate the prospects of what he names as
an AEQUI-vocality thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims
that an expression is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’
the univocity is veiled under the guise of unification, but the spirit lives
on! Quamuis secundum ueram uocabuli proprietatem et usum Aristotelis, ultimus
modus tantum analogiam constituat, primus autem alienus ab analogia omnino
sit. 4. Analoga secundum inaequalitatem
uocantur, quorum nomen est commune, et ratio secundum illud nomen est omnino
eadem, inaequaliter tamen participata. Et loquimur de inaequalitate
perfectionis: ut corpus nomen commune est corporibus inferioribus et
superioribus, et ratio omnium corporum (in quantum corpora sunt) eadem est. Quaerenti enim quid est ignis in quantum corpus,
dicetur: substantia trinae dimensioni subiecta. Et similiter quaerenti: quid est
caelum in quantum corpus, etc. Non tamen secundum aequalem perfectionem ratio
corporeitatis est in inferioribus et superioribus corporibus. 5. Huiusmodi autem analoga Logicus uniuoca
appellat, Philosophus uero aequiuoca, eo quod ille intentiones considerat
nominum, iste autem naturas. Unde et in X Metaph., text. ultim. Aristoteles
dicit quod corruptibili et incorruptibili nihil est commune uniuocum,
despiciens unitatem rationis seu conceptus tantum. Et in VII Physic., text. 13
dicitur iuxta genus latere aequiuocationes; quia huiusmodi analogia cum unitate
conceptus non dicit unam naturam simpliciter, sed multas compatitur sub se
naturas, ordinem inter se habentes, ut patet inter species cuiuslibet generis,
specialissimas et subalternas magis. Omne enim genus analogum hoc modo
appellari potest, (licet non multum consueuerint nisi generalissima et his
propinqua sic uocari), ut patet de quantitate et qualitate in praedicamentis,
et corpore, etc. 6. Hanc analogiam AQUINO (vedasi), in I Sent., dist.
19 uocat analogiam secundum esse tantum, eo quod analogata parificantur in
ratione significata per illud nomen commune, sed non parificantur in esse
illius rationis. Perfectius enim esse habet in uno, quam in alio, cuiuscumque
generis ratio, ut in Metaphysica pluries patet. Non solum enim planta est
nobilior minera; sed corporeitas in planta est nobilior corporeitate in minera:
et sic de aliis. 7. Perhibet quoque huic
analogiae testimonium Auerroes in XII Metaph., text. 2 dicens, cum unitate
generis stare prioritatem et posterioritatem eorum, quae sub genere sunt. Haec
pro tanto analoga uocantur, quia considerata inaequali perfectione inferiorum,
per prius et posterius ordine perfectionis de illis dicitur illud nomen
commune. Et iam in usum uenit, ut quasi synonime dicamus aliquid dici analogice
et dici per prius et posterius. Abusio tamen uocabulorum haec est; quoniam dici
per prius et posterius, superius est ad dici analogice. In huius modi autem
analogis, quomodo inueniantur unitas, abstractio, praedicatio, comparatio,
demonstratio et alia huiusmodi, non oportet determinare; quoniam uniuoca sunt
secundum ueritatem, et uniuocorum canones in eis seruandi sunt. ANALOGIA ATTRIBUTIONIS QUID SIT, ET QUOT MODIS FIAT, ET
QUAE EIUS CONDITIONES. Analoga autem secundum attributionem sunt, quorum nomen
commune est, ratio autem secundum illud nomen est eadem secundum terminum, et
diuersa secundum habitudines ad illum: ut sanum commune nomen est medicinae,
urinae et animali; et ratio omnium in quantum sana sunt, ad unum terminum
(sanitatem scilicet), diuersas dicit habitudines. Si quis enim assignet quid est animal in quantum
sanum, subiectum dicet sanitatis; urinam uero in quantum sanam, signum
sanitatis; medicinam autem in quantum sanam, causam sanitatis proferet. Ubi
clare patet, rationem sani esse nec omnino eamdem, nec omnino diuersam; sed
eamdem secundum quid, et diuersam secundum quid. Est enim diuersitas
habitudinum, et identitas termini illarum habitudinum. 9. Quadrupliciter autem fieri potest
huiusmodi analogia, secundum quatuor genera causarum (uocando pro nunc causam
exemplarem causam formalem). Contingit siquidem multa ad unum finem, et ad unum
efficiens, et ad unum exemplar, et ad unum subiectum, secundum aliquam unam
denominationem et attributionem diuersimode habere: ut patet ex exemplis
Aristotelis, IV Metaph., text. 2. Ad causam enim finalem pertinet exemplum de
sano in III Metaph., text. 2, ad efficientem uero exemplum de medicinali ibidem
positum; ad materialem autem analogia entis ibidem subiuncta; ad exemplarem
demum analogia boni, posita in I Ethic., cap. 7. 10. Attribuuntur autem huic analogiae multae
conditiones, ordinate se consequentes: scilicet quod analogia ista sit secundum
denominationem extrinsecam tantum; ita quod primum analogatorum tantum est tale
formaliter, caetera autem denominantur talia extrinsece. Sanum enim ipsum
animal formaliter est; urina uero, medicina et alia huiusmodi, sana
denominantur, non a sanitate eis inhaerente, sed extrinsece, ab illa animalis
sanitate, significatiue uel causaliter, uel alio modo. Et similiter idem est de
medicatiuo et de substantia, quae sunt formaliter in primo; in caeteris uero
denominatiua significatione denominantur et extrinsece. Boni quoque ratio in
bono per essentiam saluata, quo exemplariter caetera denominantur bona, in solo
primo bono formaliter inuenitur; reliqua uero extrinseca denominatione,
secundum illud bonum, bona dicuntur. 11.
Sed diligenter aduertendum est, quod hæc huiusmodi analogiæ conditio, scilicet
quod non sit secundum genus causæ formalis inhærentis, sed semper secundum
aliquid extrinsecum, est formaliter intelligenda et non materialiter: idest non
est intelligendum per hoc, quod omne nomen quod est analogum per attributionem,
sit commune analogatis sic, quod primo tantum conueniat formaliter, cæteris
autem extrinseca denominatione, ut de sano et medicinali accidit; ista enim
uniuersalis est falsa, ut patet de ente et bono; nec potest haberi ex dictis,
nisi materialiter intellectis. Sed est ex hoc intelligendum, quod omne nomen
analogum per attributionem ut sic, uel in quantum sic analogum, commune est
analogatis sic, quod primo conuenit formaliter, reliquis autem extrinseca
denominatione. Hoc siquidem uerum
est, ex formali intellectu præcedentium; ex eisque manifeste sequitur. Ens enim
quamuis formaliter conueniat omnibus substantiis et accidentibus etc., in
quantum tamen entia, omnia dicuntur ab ente subiectiue ut sic, sola substantia
est ens formaliter; cætera autem entia dicuntur, quia entis passiones uel
generationes etc. sunt; licet entia formaliter alia ratione dici possint. Et
simile est de bono. Licet enim omnia entia bona sint, bonitatibus sibi
formaliter inhærentibus, in quantum tamen bona dicuntur, bonitate prima
effectiue aut finaliter aut exemplariter, omnia alia nonnisi extrinseca
denominatione bona dicuntur: illamet bonitate, qua Deus ipse bonus formaliter
in se est. Et ex hac conditione statim
infertur alia: scilicet quod illud unum, ad quod diuersæ habitudines
terminantur in huiusmodi analogis, est unum non solum ratione, sed numero. Quod
dupliciter intelligi potest, secundum quod analogata dupliciter sumi possunt:
scilicet uniuersaliter et particulariter.
Si enim sumantur analogata particulariter, illud unum necessario est
unum numero uere et positiue. Si
autem sumantur uniuersaliter, illud unum necessario est unum numero negatiue,
idest non numeratur in illis analogatis ut sic, quamuis in se sit uniuersale
quoddam, et non unum numero. Verbi gratia, si sumantur hæc urina sana, hæc
medicina sana, et hoc animal sanum: hæc omnia dicuntur sana a sanitate quæ est
in hoc animali, quam constat unam numero uere esse. Sortes enim dicitur sanus,
quia habet hanc sanitatem; medicina, quia illam facit; urina, quia eamdem
significat, etc. Si uero sumantur animal sanum in communi, et urina sana in
communi et medicina sana in communi: sic, formaliter loquendo, sanitas a qua
huiusmodi sana dicuntur, non est una numero in se: eo quod causæ uniuersales
effectibus uniuersalibus comparandæ sunt, ut II Phys., text. 39 dicitur. Et simile est de
signis, et instrumentis, et conseruatiuis, et aliis huiusmodi; sed est una
numero in istis analogatis negatiue. Non
enim numeratur sanitas in animali, urina et diæta; quoniam non est alia sanitas
in urina, et alia in animali, et alia in diæta.
13. Et sequitur conditio ista ex præcedenti: quoniam commune secundum
denominationem extrinsecam non numerat id a quo denominatio sumitur in
denominatis, sicut uniuocum multiplicatur in suis uniuocatis; et propter hoc
dicitur unum ratione tantum, et non unum numero in suis uniuocatis. Alia est enim animalitas
hominis, et alia equi, et alia bouis, animalis nomine adunatæ in una
ratione. 14. Ex hac autem conditione
infertur alia, quod scilicet primum analogatum ponitur in definitione cæterorum,
secundum illud nomen analogum; quoniam cætera non suscipiunt illud nomen, nisi
per attributionem ad primum, in quo formaliter saluatur eius ratio. Cadit
siquidem in ratione medicinæ, et diætæ, et urinæ etc., in quantum sanæ sunt,
animalis sanitas: sine qua intelligi cætera sana non possunt. Et simile est de
aliis iudicium. 15. Ex hoc autem
sequitur ulterius, quod nomen sic analogum, unum certum significatum commune
omnibus partialibus eius modis, seu omnibus analogatis, non habet. Et
consequenter, quod nec conceptum obiectiuum, nec conceptum formalem
abstrahentem a conceptibus analogatorum habet; sed sola uox cum identitate
termini diuersimode respecti communis est: ita quod cum in hac analogia sint
tria: uox scilicet, terminus et respectus diuersi ad illum; nomen analogum
terminum quidem distincte significat, ut sanum sanitatem; respectus autem
diuersos ita indeterminate et confuse importat, ut primum distincte uel quasi
distincte ostendat, cæteros autem confuse, et per reductionem ad primum. Sanum
enim respectus multos ad sanitatem, puta habentis, significantis, causantis,
etc., sic in una uoce sanitatem distincte importante confundit, ut respectum
primum scilicet habentis seu subiecti, distincte significet (Sanum enim absolute
dicimus sanitatem habentem, ut subiectum); cæteros autem respectus
indeterminate importat et per attributionem ad primum, sicut patet ex
dictis. 16. Et propter hoc tria de
huiusmodi analogo dicuntur: scilicet quod commune est omnibus analogatis non
secundum uocem tantum; - et quod simpliciter prolatum stat pro primo; - et quod
non est prius primo analogato, in quo tota sua ratio formaliter saluatur.
Primum quidem peculiarius significat, et super omnia analogata superius
significatum non habet. 17. Diuiditur
autem a sancto Thoma analogia hæc in analogiam duorum ad tertium, ut urinæ et
medicinæ ad animal sanum; et in analogiam unius ad alterum, ut urinæ uel
medicinæ ad animal sanum 18. Nec habet
ista diuisio alia membra a supradictis: quoniam hæc circuit analogiam secundum
omnia genera causarum. Sed ad hoc facta est, ut ostendatur differenter suscipi
nomen analogum, quando ponitur primum analogatum ex una parte, et cætera ex
altera parte; et quando secundorum analogatorum unum hinc et alterum inde
ponitur, secundum quodcumque genus causæ analogia fiat. Primo enim et cæteris
sic commune est analogum, ut nihil eis prius ponat aut significet: et propterea
uocatur analogia unius ad alterum, ponendo omnia alia a primo, loco unius.
Secundis autem analogatis sic commune est nomen analogum, ut aliquid omnibus
eis prius ponat: primum scilicet ad quod omnia secunda attribuuntur. Et uocatur analogia duorum ad tertium, uel multorum
ad unum: quia non inter se est attributio, sed ad primum. Appellantur autem hæc analoga a Logico æquiuoca,
ut in principio Prædicamentorum patet, ubi animal æquiuocum dicitur ad animal
uerum et animal pictum. Animal enim pictum non pure æquiuoce, sed per
attributionem ad animal uerum, animal dicitur; et in ratione eius in quantum
animal manifeste patet animal uerum accipi. Quærenti enim: quid est animal
pictum in eo quod animal? respondebitur: imago animalis ueri. 20. A philosophis uero Græcis, nomina ex uno,
uel ad unum, aut in uno, et media inter æquiuoca et uniuoca dicuntur, ut
pluries in Metaphysica patet; et expresse in I Ethic. huiusmodi nomina contra
analoga distinguuntur, ut infra amplius dicetur. A Latinis autem uocantur
analoga uel æquiuoca a consilio. 21.
Hanc analogiam S. Thomas in I Sent., dist. 19, q. 5 a. 2 ad 1 uocat analogiam
secundum intentionem, et non secundum esse: eo quod, nomen analogum non sit hic
commune secundum esse, idest formaliter; sed secundum intentionem, idest
secundum denominationem. Ut enim ex dictis patet, in hac analogia nomen commune
non saluatur formaliter nisi in primo; de cæteris autem extrinseca
denominatione dicitur. Hæc ideo apud Latinos analoga dicuntur: quia
proportiones diuersas ad unum dicunt, extenso proportionis nomine ad omnem
habitudinem. Abusiua tamen locutio hæc est, quamuis longe minor quam prima. Quomodo autem de huiusmodi
analogis sit scientia, et contradictiones et demonstrationes, et consequentiæ
et alia huiusmodi de eis fiant, ex dictis, et consuetudine Aristotelis patet.
Oportet enim significationes diuersas prius distinguere (propter quod ambigua
apud Arabes hæc dicuntur), et deinde a primo ad alia procedere, sicut a centro
ad circumferentiam diuersis proceditur uiis. DE ANALOGIA PROPORTIONALITATIS:
QUID SIT ET QUOTUPLEX SIT, ET QUOD SOLA PROPRIE ANALOGIA VOCETUR 23. Ex abusiue igitur analogis ad proprie
analogiam ascendendo, dicimus: analoga secundum proportionalitatem dici, quorum
nomen est commune, et ratio secundum illud nomen est proportionaliter eadem.
Vel sic: Analoga secundum proportionalitatem dicuntur, quorum nomen commune
est, et ratio secundum illud nomen est similis secundum proportionem: ut uidere
corporali uisione, et uidere intellectualiter, communi nomine uocantur uidere;
quia sicut intelligere, rem animæ offert, ita uidere corpori animato. Quamuis
autem proportio uocetur certa habitudo unius quantitatis ad aliam, secundum
quod dicimus quatuor duplam proportionem habere ad duo; et proportionalitas
dicatur similitudo duarum proportionum, secundum quod dicimus ita se habere
octo ad quatuor quemadmodum sex ad tria: utrobique enim dupla proportio est,
etc.; transtulerunt tamen Philosophi proportionis nomen ad omnem habitudinem
conformitatis, commensurationis, capacitatis, etc. Et consequenter
proportionalitatem extenderunt ad omnem similitudinem habitudinum. Et sic in
proposito uocabulis istis utimur. 25.
Fit autem duobus modis analogia hæc: scilicet metaphorice et proprie.
Metaphorice quidem, quando nomen illud commune absolute unam habet rationem
formalem, quæ in uno analogatorum saluatur, et per metaphoram de alio dicitur:
ut ridere unam secundum se rationem habet, analogum tamen metaphorice est uero
risui, et prato uirenti, aut fortunæ successui; sic enim significamus hæc se
habere, quemadmodum homo ridens. Et huiusmodi analogia sacra Scriptura plena
est, de Deo metaphorice notitiam tradens. Proprie uero fit, quando nomen illud
commune in utroque analogatorum absque metaphoris dicitur: ut principium in
corde respectu animalis, et in fundamento respectu domus saluatur. Quod, ut
Auerroes in comm. septimo I Ethic. ait, proportionaliter de eis dicitur. 27. Præponitur autem analogia hæc cæteris
antedictis dignitate et nomine. Dignitate quidem, quia hæc fit secundum genus
causæ formalis inhærentis: quoniam prædicat ea, quæ singulis inhærent. Altera
uero secundum extrinsecam denominationem fit.
28. Nomine autem, quia analoga nomina apud Græcos (a quibus uocabulum
habuimus) hæc tantum dicuntur; ut ex Aristotele etiam colligitur, qui in
Metaphysica nomina quæ dicimus analoga per attributionem, ex uno, uel ad unum,
uel in uno uocat: ut patet in principio IV et in VII, text. 15. In V autem
Metaphysicæ, cap. de uno, text. 12, definiens unum secundum analogiam, ut
synonimis utitur unum analogia et unum proportione; et definit ea esse, « quæcumque
se habent ut aliud ad aliud »: aperte insinuans illam esse proprie analogatorum
definitionem, quam diximus. Quod tamen clarius habetur in Arabica translatione,
ubi dicitur: « Illa quæ sunt unum secundum æqualitatem, scilicet
proportionalem, sunt quorum proportio est una, sicut proportio alicuius rei ad
aliam rem ». Ubi Auerroes exponens ait: « Et illa dicuntur unum, quæ sunt unum
secundum proportionalitatem; sicut dicitur, quod proportio rectoris ad
ciuitatem et gubernatoris ad nauem, est una ». In secundo quoque Posteriorum, cap. XIII huiusmodi
nomina proportionalia, analoga uocat. Et quod plus est, in I Ethic., cap. 7
distinguit supradicta nomina ad unum aut ex uno, contra analoga; dum, loquens
de communitate boni ad ea quæ bona dicuntur, ait: « Non assimilantur a casu æquiuocis;
sed certe ei, quod est ab uno esse, uel ad unum omnia contendere, uel magis
secundum analogiam ». Et subdens exemplum analogiæ dicit: « Sicut enim in
corpore uisus, in anima intellectus ». In quibus uerbis diligenti lectori, non
solum nomen analogiæ hoc, quod diximus, sonare docuit; sed præferendam esse in
prædicationibus metaphysicis hanc insinuauit analogiam (in ly magis), ut S.
Thomas ibidem propter supradictam rationem optime exponit. 29. Scimus quidem secundum hanc analogiam
rerum intrinsecas entitates, bonitates, ueritates etc., quod ex priori analogia
non scitur. Unde sine huius analogiæ notitia, processus metaphysicales absque
arte dicuntur. Acciditque huiusmodi ignorantibus, quod antiquis nescientibus
logicam, ut in II Elenchorum dicitur. Nec fuit forte ab Aristotelis tempore tam
periculosus casus iste, sicut modo apud nos est; quoniam blasphemare fere
uidetur, qui metaphysicales terminos analogos dicens, secundum
proportionalitatem communes exponit. Cum tamen Auerroes dicat super prædicto textu: « Et
dignius his tribus modis est, ut sit nomen boni dictum de eis secundum uiam, quæ
dicitur de proportionalibus ». Vocatur
quoque a Sancto Thoma in I Sent., dist. 19, ubi supra, analogia secundum esse
et secundum intentionem; eo quod analogata ista, nec in ratione communis
nominis, nec in esse illius rationis parificantur, et tamen tam in ratione
illius nominis, quam in esse eiusdem, proportionaliter, conueniunt. Sed quoniam,
ut dictum est, obscura et necessaria ualde res hæc est, accurate distincteque
dilucidanda est per plura capitula.
QUOMODO ANALOGUM AB ANALOGATIS DISTINGUATUR. Quoniam autem analogia
media est inter æquiuocationem puram et uniuocationem, ex extremis natura medii
declaranda est. Et quia in nominibus tria inueniuntur, scilicet uox, conceptus
in anima, et res extra, seu conceptus obiectiuus: ideo singula perlustrando,
dicendum est, quomodo analogum ab analogatis distinguatur 32. Et a rebus incipiendo, quia priores
conceptibus et nominibus sunt, dicimus quod, nomine æquiuoco ita diuersæ res
significantur, quod ut sic non nisi uoce adunantur. Uniuoco uero diuersæ res
ita significantur, quod, ut sic, ad rem in se simpliciter unam abstractam et præcisam
in esse cognito ab eis, adunantur. Analogo autem nomine res diuersæ ita
significantur, quod ut sic ad res diuersas secundum proportionem unam uniuntur.
Vocatur autem in proposito res, non solum natura aliqua, sed quicumque gradus,
quæcumque realitas, et quodcumque reale in rebus inuentum. Unde inter
uniuocationem et analogiam hæc est differentia: quod res fundantes
uniuocationem sunt sic ad inuicem similes, quod fundamentum similitudinis in
una est eiusdem rationis omnino cum fundamento similitudinis in alia: ita quod
nihil claudit in se unius ratio, quod non claudat alterius ratio. Ac per hoc
fundamentum uniuocæ similitudinis, in utroque extremorum æque abstrahit ab
ipsis extremis. Res autem fundantes analogiam, sic sunt similes, quod
fundamentum similitudinis in una, diuersæ est rationis simpliciter a fundamento
illius in alia: ita quod unius ratio non claudit id quod claudit ratio
alterius. Ac per hoc fundamentum analogæ similitudinis, in neutro extremorum
oportet esse abstractum ab ipsis extremis; sed remanent fundamenta distincta,
similia tamen secundum proportionem; propter quod eadem proportionaliter uel
analogice dicuntur. 34. Et ut possint
omnibus prædicta patere, declarantur exemplariter in uniuocatione huius nominis
animal, et analogia huius nominis ens. Homo, bos, leo et cætera animalia, quia
habent in se singulas naturas sensitiuas, seu proprias animalitates, quas
constat diuersas secundum rem esse, et mutuo similes: sic quod in quocumque
extremo, puta homine aut leone, consideretur secundum se animalitas, quæ est
similitudinis fundamentum, inuenitur æqualiter abstrahens ab eo in quo est, et
nihil includens in uno quod non in alio. Ideo et in rerum natura fundant
secundum suas animalitates similitudinem uniuocam, quæ identitas generica
uocatur; et in esse cognito adunantur non ad duas uel tres animalitates, sed
unam tantum, quæ animalis nomine in concreto per se primo significatur, et
uniuoce uocatur communi nomine animal. Omnium siquidem eorum, secundum quod
naturas sensitiuas habent, indistincta omnino est ratio ab omnibus abstracta,
quæ illius rei, quam animalitatem uocauimus, adæquata est definitio. Substantia
autem quantitas, qualitas etc., quia non habent in suis quidditatibus aliquid
prædicto modo abstrahibile, puta entitatem, (quoniam supra substantialitatem
nihil amplius restat), ideo nullam substantialem uniuocationem inter se
compatiuntur. 35. Et quia cum hoc, quod
non solum eorum quidditates sunt diuersæ, sed etiam primo diuersæ; retinent
similitudinem in hoc, quod unumquodque eorum secundum suam proportionem habet
esse; ideo et in rerum natura non secundum aliquam eiusdem rationis in extremis
sed secundum proprias quidditates, ut commensuratas his propriis esse fundant
analogam idest proportionalem similitudinem. Et in intellectu adunantur ad tot
res, quot sunt fundamenta, proportionis similitudine unitas, significatas
(propter illam similitudinem) entis nomine, et analogice communi nomine
uocantur ens. Differenter ergo res adunantur sub nomine Analogo et
Uniuoco. 36. Conceptus quoque mentalis
non eodem modo inuenitur in uniuocis et analogis: quoniam nomen uniuocum et
omnia uniuocata ut sic, unum tantum conceptum in mente habent perfecte et adæquate
eis correspondentem; quia fundamentum uniuocæ similitudinis (quod significatum
formale est nominis uniuoci), unius omnino rationis est in omnibus uniuocatis;
ac per hoc in uno repræsentato, omnia repræsentari necesse est. In analogis
uero, quoniam fundamenta analogæ similitudinis diuersarum rationum sunt
simpliciter, et eiusdem secundum quid, idest secundum proportionem: oportet
duplicem analogi mentalem conceptum distinguere, perfectum et imperfectum; et
dicere quod analogo et suis analogatis respondet unus conceptus mentalis
imperfectus, et tot perfecti, quot sunt analogata. Quia enim unum analogatorum
ut sic, simile est alteri: consequens est, quod conceptus repræsentans unum,
repræsentet alterum, iuxta illam maximam: Quidquid assimilatur simili ut sic, assimilatur
etiam illi, cui illud tale est simile.
Quia uero talis similitudo secundum proportionem tantum est, quæ
diuersam rationem in altero fundamento habet: conceptus perfecte repræsentans
unum analogatorum, a perfecta repræsentatione alterius deficit; et per
consequens oportet alterius analogati alterum adæquatum conceptum esse. Unde et
analogum unum habere mentalem conceptum, et plures habere conceptus mentales:
uerum est diuersimode; quamuis simpliciter loquendo, magis debeat dici, analogi
esse plures conceptus; nisi loquendi occasio aliud exigat. Dico autem hoc: quoniam cum secundum dicentes,
analoga omnino carere uno conceptu mentali, sermo est; unum eorum conceptum
absolute dicere non est reprehendendum. Propter quod oportet solerti
discretione lectorem uti quando inuenitur scriptum, quod analogata conueniunt
in una ratione, et quando inuenitur dictum alibi, quod analogata non conueniunt
in una ratione. Est ergo differentia
inter analogiam et uniuocationem quoad conceptum mentalem, ita quod uniuoci et
uniuocatorum ut sic, unus est conceptus perfecte et adæquate eis respondens, ut
de conceptu animalis patet. Analogi uero et analogatorum ut sic, plures
necessario sunt conceptus perfecte ea repræsentantes, et unus est conceptus
imperfecte repræsentans. Non tamen ita quod sit unus conceptus adæquate
respondens nomini analogo, et inadæquate analogatis: quoniam secundum ueritatem
nomen illud uniuocum esset; sed ita quod conceptus unus repræsentans perfecte
alterurn analogatum ut sic, imperfecte repræsentat reliquum. Quoad uocem autem,
non est inter analoga et uniuoca differentia.
39. His autem prælibatis, intentum facile patere potest: quomodo
scilicet disfinguitur analogum, puta ens, ab analogatis, puta substantia,
quantitate et qualitate. Uniuocum enim, puta animal, distinguitur ab
uniuocatis, puta homine et leone, quoad rem significatam seu conceptum
obiectiuum, et quoad conceptum mentalem, sicut unum simpliciter abstractum
etc., a multis simpliciter etc. Analogum uero, quoad rem, seu conceptum obiectiuum,
distinguitur sicut unum proportione a multis simpliciter; uel (et idem est)
sicut multa ut similia secundum proportiones a multis absolute. Verbi gratia,
ens distinguitur a substantia et quantitate, non quia significat rem quamdam
eis communem; sed quia substantia quidditatem tantum substantiæ importat, et
similiter quantitas quidditatem quantitatis absolute significat; ens autem
significat ambas quidditates, ut similes secundum proportiones ad sua esse; et
hoc est dicere ut easdem proportionaliter.
40. Quoad conceptum autem mentalem adæquatum, hoc quoque eodem omnino
modo distinguitur. Secundum uero conceptum mentalem imperfectum, quamuis
distinguatur sicut unum simpliciter a multis simpliciter; non tamen sicut unum
abstrahens in repræsentando ab illis multis, quemadmodum in uniuocis contingit.
Quoniam, ut ex dictis patet, conceptus ille, puta qualitatis, in quantum ens,
alterius analogati, idest ipsius qualitatis, secundum quod se habet ad suum
esse, est adæquate repræsentatiuus, et a qualitatis quidditate non abstrahens;
cæterorum uero, puta quantitatis et substantiæ, imperfecte tantum est repræsentatiuus,
in quantum eis similis est proportionaliter. QUALIS SIT ABSTRACTIO ANALOGI AB
ANALOGATIS. Oportet autem ex præmissis ostendere, qualiter analogum abstrahat
ab his, quibus commune secundum analogiam dicitur, puta qualiter ens abstrahat
a substantia et quantitate. Insurgit siquidem difficultas quædam in re hac, et
ex parte rerum, et ex parte conceptus. Ex parte siquidem rerum, quia uidetur
analogi nominis res significata, eodem abstrahibilis et abstracta modo, quo res
uniuoco nomine significata. Quoniam cum, ut in V Metaph. dicitur, unum in
qualitate faciat simile, nulla apparet ratio, cur a quibusdam similibus sit una
res abstrahibilis, et a quibusdam non; licet euidens ratio sit, cur ab his
similibus, puta Sorte et Platone, abstrahibilis sit res magis una, et ab illis,
puta homine et lapide, minus una. Unde si substantia et quantitas assimilantur
in hoc, quod utraque est ens, et consequenter in eis est aliquid unum, quod est
fundamentum illius similitudinis: quid uetat ab eis abstrahi rem unam utrique
communem? Ex parte uero conceptus, quia
uidetur eodem modo conceptus analogi abstrahere ab analogatis, sicut uniuocum
ab uniuocatis: eo quod analogum nomen importat in confuso singulas proportiones
analogatorum, et distincte non significat nisi proportionem in communi. Verbi
gratia, ens non significat habens se ad esse sic uel sic, puta ut substantia,
aut ut quantitas; sed si proportionale nomen est, significare uidetur, habens
se ad esse secundum aliquam proportionem, quæcumque illa sit. Hoc autem constat
esse æque abstractum a substantia et a quantitate; et consequenter per modum
uniuoci in analogis abstractio conceptus apparet. 43. Ut autem euidens fiat huius ambiguitatis
determinatio, sciendum est, quod licet abstrahere diuersa significet, cum
dicimus intellectum abstrahere animal ab homine et equo, et cum dicimus animal
abstrahere ab homine et equo: eo quod tunc significat ipsam intellectus operationem
attingentem in eis unum et non alia; nunc uero significat extrinsecam
denominationem ab illa intellectus operatione, qua res cognita abstracta
denominatur: in unum tamen et idem semper tendit, quoniam semper sonat
intelligi unum, non intellecto altero.
44. Ideoque nihil aliud est agere de abstractione analogi ab analogatis
quam inquirere et determinare, quomodo res significata analogo nomine intelligi
possit, non cointellectis analogatis; et quomodo conceptus illius habeatur,
absque conceptibus istorum. 45. Cum
igitur ex supradictis, et ex ipso analogiæ uocabulo pateat, quod analogo nomine
non simpliciter una res, sed res proportione una significatur, talis autem idem
est quod res diuersæ, ut similes proportionaliter: facile deduci potest, quod
res analoga potest quidem intelligi, non cointellectis analogatis, et
consequenter abstrahere ab eis. 46. Sed
non sicut in uniuocis res una, (puta natura sensitiua, seu animal intelligitur,
non cointellectis omnino natura humana et equina ut sic), sed sicut duæ res ut
proportionaliter similes intelliguntur, non cointellectis ipsismet duabus rebus
secundum suas proprias naturas absolute. Ita quod analogi abstractio non
consistit in cognitione unius et non cognitione alterius; sed in unius et
eiusdem intellectione ut sic, et non intellectione absolute. Verbi gratia,
entis abstractio non consistit in hoc, quod entitas apprehenditur, et
substantia aut quantitas non; sed in hoc: quod substantia aut quantitas
apprehenditur ut sic se habens ad proprium esse; (in hoc enim similitudo
proportionalis attenditur) et non apprehenditur substantia, aut quantitas
absolute. Et simile est de aliis rebus analogis, quales sunt fere omnes
metaphysicales. 47. Unde concedi potest,
rem analogam abstrahere, et non abstrahere ab analogatis diuersimode. Abstrahit
quidem, pro quanto abstrahit ab eis, quemadmodum res ut sic, idest ut res
similis alteri proportionaliter abstrahit a se absolute sumpta. Non abstrahit uero, pro quanto res ut sic accepta
seipsam necessario includit, et absque seipsa intelligi non potest. Quod de uniuocis dici non
potest: quia res uniuoca, absque aliis quibus est uniuoce communis,
intelligitur sic, quod res in suo intellectu nullo modo actualiter includit ea
quibus est comm unis, ut patet de animali
48. Obiectioni autem in oppositum adductæ, ex analogæ similitudinis
natura facile satisfit, dicendo, quod cum unum multipliciter dicatur, non
oportet omnem similitudinem attendi secundum unum simpliciter; sed quandoque
sufficit, quod unum secundum proportionem faciat simile. Unum autem
proportionaliter non est simpliciter unum; sed multa similia secundum
proportiones, a quibus ideo non potest abstrahi res una simpliciter: quia
similitudo ipsa proportionalis tantum est, et fundamentum non est unum nisi
proportionaliter 49. De ratione siquidem
unius proportionaliter est habere quatuor terminos (ut in V Ethicorum dicitur).
Quoniam proportionalitas qua similitudo proportionum fit, inter quatuor ad
minus, (quæ duarum proportionum extrema sunt), necessario est; et consequenter unum
proportione non unificatur simpliciter, sed distinctionem retinens, unum pro
tanto est et dicitur, pro quanto proportionibus dissimilibus diuisum non est.
Unde sicut non est alia ratio quare unum proportionaliter non est unum
absolute, nisi quia ista est eius ratio formalis; ita non est quærenda alia
ratio, cur a similibus proportionaliter non potest abstrahi res una; hoc enim
ideo est, quia similitudo proportionalis talem in sua ratione diuersitatem
includit. Et accidit ulterius procedentibus, ut quærant id, quod sub quæstione
non cadit: ut quare homo est animal rationale, etc. De abstractione quoque conceptus, eodem modo
est dicendum: abstrahit enim conceptus analogi nominis non sicut unum
simpliciter, sed sicut unum proportione, seu simile secundum proportiones a
multis absolute. Sed quia in obiciendo
tangitur de abstractione conceptus analogi a specialibus conceptibus illius
analogiæ, et abusiue analogata ibidem uocantur partiales analogi rationes; ideo
diligenter cauendum est, ne apparentia in obiectione tacta in illum errorem
ducat, qui ibi tangitur. Sciendum siquidem est, quod licet in analogis secundum
attributionem in hoc omnia analogata conueniant, quod eamdem formam omnino
respiciunt, ita quod non solum conueniunt in uno termino, sed in hoc, quod est
respicere illum: erroneum tamen est, analogo per attributionem conceptum unum
respectus in communi ad illum terminum, per abstractionem a tali et tali
respectu, attribuere. Verbi gratia: animal in quantum sanum, urina in quantum
sana, et medicina in quantum sana, licet conueniant et in sanitate tamquam
termino: cuius animal est subiectum, urina signum, et medicina causa; et
conueniant in hoc, quod est respicere sanitatem (quodlibet enim eorum sanitatem
respicit, licet diuersimode); ab his tamen specialibus respectibus non
abstrahitur respectus in communi ad sanitatem, importatus nomine sani, in cuius
conceptu omnes speciales respectus ad sanitatem, confuse et in potentia
clauduntur. 52. Falsum enim est, quod
sanum significet hoc quod dico, respiciens uel aliqualiter se habens ad
sanitatem. Tum quia sic sani nomen uniuocum uere esset ad urinam et animal
etc., ut patet ex uniuocorum definitione. Tum quia hoc est contra intentionem
dicentium, urinam aut diætam sanam. Percunctantibus siquidem, quid est urina in
quantum sana, non respondetur: respiciens sanitatem; sed omnes respectum illum
specificant respondentes: signum sanitatis; et similiter de diæta respondetur,
quod est conseruatiua sanitatis, etc. Tum quia contra omnes Philosophos et
Logicos (hucusque a me uisos) hoc est.
Sicut autem in prædictis analogis prædictus cauendus est error, ita in
analogis secundum proportionem (quæ sola simpliciter analoga sunt) similis
cauendus est error, ex simili causa apparentiæ firmitatem trahens. Quia enim
analogata conueniunt in hoc, quod unumquodque eorum commensuratum seu
proportionatum est (licet diuersimode), credi potest quod ab his specialibus
proportionibus abstrahatur proportionatum in communi, et nomine analogo significetur.
Ac per hoc analogum habeat conceptum unum, in quo confuse et in potentia
claudantur omnes speciales proportiones analogatorum; uerbi gratia, ut quia
substantia proportionata est suo esse, et similiter quantitas et qualitas
(licet diuersimode) ideo a substantia et quantitate et qualitate etc.,
diuersimode proportionatis suis esse, abstrahatur res seu quidditas
proportionem habens ad esse, qualiscumque sit illa proportio, et hoc sit entis
primarium significatum, in quo omnes speciales proportiones substantiæ
quantitatis et qualitatis etc., ad sua esse confuse claudantur et in
potentia. 54. Sed hoc falsissimum est.
Tum quia hoc quod dicitur, scilicet res proportionata ad hoc quod sit, non est
res una simpliciter etiam in esse obiectiuo, nisi chimerice. Tum quia
proportionalia nomina uniuoca essent (ut patet ex uniuocorum definitione), et
consequenter periret proportionalitatis ratio, quæ extrema unum simpliciter
esse non compatitur; et sic essent proportionalia et non proportionalia: quod
intellectus capere nullo modo potest. Tum quia contra Aristotelis auctoritatem,
in II Poster. inferius adducendam, et adductam ex I Ethic., et S. Doctorem et
Auerroem et Albertum expresse est. Unde confusio, qua analogum tam secundum
attributionem quam secundum proportionem, importat speciales habitudines aut
proportiones: non est confusio plurium conceptuum in uno communi conceptu; sed
est confusio significationum in una uoce, licet difformiter. Quoniam in
analogia attributionis uox analoga primum distincte significat, cætera autem
confuse. In analogia uero proportionis, nomen analogum ad omnes suas
significationes indistincte se habere permittitur. Cautum tamen et attentum
oportet hic esse; quia cum analogi rationes dupliciter sumi possint: scilicet
secundum se, et ut eædem et ipsæ ut eædem propter identitatis proportionalis
naturam non abstrahant a seipsis, et tamen aliquid conuenit eis ratione
identitatis, seu in quantum eædem sunt, quod non conuenit eis ratione
diuersitatis, ut patet de communibus eis: uidetur quod duo incompossibilia
secundum apparentiam, analogi rationibus conueniant; scilicet quod ipsæ ut eædem
non abstrahant a seipsis, et quod ipsæ ut eædem aliquid causent et habeant,
quod non ut diuersæ; reduplicarique possint ut eædem, non reduplicatis ut
diuersæ sunt. Hæc enim non solum compossibiliter, sed necessario sibi simul
uindicat identitas proportionalis; quoniam et extrema uniri omnino non patiens,
ab eis abstrahi omnino non permittit; et extrema aliqualiter indiuisa et eadem
ponens, ut eadem ea considerabilia et reduplicabilia exigit. 56. Sicque fit, ut in analogo secundum
identitatem in se clausam, ad diuersitatem rationum in se quoque clausam
comparato, abstractio quædam, quæ non tam abstractio quam quidam abstractionis
modus est inueniatur; propter quam non solum ab analogatis (puta substantia et
quantitate), analogum (puta ens), abstrahere dicitur, ut supra diximus; sed ab
ipsis eius rationibus, seu a diuersitate ipsarum rationum eius: puta rationis
entis in substantia, et rationis entis in quantitate. Non quia quamdam rationem
eis communem dicat: quia hoc est fatuum; nec quia illæ rationes sint omnino eædem,
aut eas omnino uniat: quia sic non esset analogum, sed uniuocum; sed quia eas
proportionaliter adunans, et ut easdem proportionaliter significans, ut easdem
considerandas offert: annexa inseparabiliter, diuersitate quasi seclusa; et
identitate proportionali unit, et confundit quodammodo diuersitatem rationum.
Sicque non sola significationum in uoce confusio, analogo conuenit, sed
confusio quædam conceptuum, seu rationum fit in identitate eorum proportionali,
sic tamen ut non tam conceptus, quam eorum diuersitas confundatur. Et quoniam
analogum talem identitatem præcipue importat, et tali confusione frequenter
utimur; analoga nomina ab omni rationum eius diuersitate abstrahere dicentes,
dum confuse pro omnibus supponere ipsum pluries exponimus, ideo non mediocri
opus est uigilantia, ne in uniuocationem labi contingat. Abstrahit ergo analogum a suis analogatis,
puta ens a substantia et quantitate, sicut unum proportione a multis; seu sicut
similia proportionaliter a seipsis absolute, tam quoad conceptum obiectiuum,
quam mentalem, siue sit sermo de abstractione totali siue de formali. Hæ enim
abstractiones non differunt in eodem, nisi secundum præcisionem et non præcisionem,
ut alibi declarauimus. Unde nihil aliud est dicere ens abstractum a naturis prædicamentorum
abstractione formali, quam dicere naturas prædicamentales proportionales ad sua
esse ut sic præcise; a specialibus autem seu singulis analogiæ rationibus
extremis, non tertio conceptu simplici, sed uoce communi et identitate
proportionali earumdem, quodammodo abstrahit.
QUALIS SIT PRÆDICATIO ANALOGI DE SUIS ANALOGATIS Videbitur autem forte
alicui ex his, quod prædicatio analogi de suis analogatis, puta entis de
substantia et quantitate, aut formæ de anima et albedine etc., sit sicut prædicatio
æquiuoci de suis æquiuocatis; ita quod non sit prædicatio superioris de suis
inferioribus, nec communioris de minus communi, nisi sola uoce; sed eiusdem de
seipso. Non est enim analogo una res significata, quæ in utroque analogatorum
saluetur; absque hoc autem prædicatio communioris aut superioris non inuenitur
secundum intrinsecam denominationem, seu inexsistentiam. Sic enim analogum
secundum proportionalitatem commune esse dictum est. 60. Fouere quoque potest non parum opinionem
hanc processus iuxta I Topicorum. Aut scilicet analogum est prædicatum
conuertibile, aut inconuertibile, seclusa uocis communitate. Et cum constet non
esse inconuertibile, - quoniam substantia ut sic se habens ad suum esse, quod
ens de substantia dictum prædicat, conuertitur cum substantia: et similiter
quantitas sic commensurata suo esse, cum quantitate conuertitur, et sic de
aliis, - consequens est, quod analogum tamquam superius, de analogatis prædicari
non possit. Superioris enim intentionem suscipere non
potest, quod conuertibile esse comprobatur.
61. Et quoniam secundum ueritatem analogum ut superius prædicatur de
analogatis, et non sola uoce commune est eis, sed conceptu unico
proportionaliter: cuius unitas ad hoc, quod prædicatum aliquod superioris
rationem habeat, sufficit: quia superius nihil aliud sonat, quam unum prædicatum
ad plura se extendens; unum autem non per accidens, neque aggregatione, sicut
aceruum lapidum; sed per se, constat esse etiam unum proportione: ideo ad huius
ueritatis claritatem ex extremis procedendo, sciendum est, quod quia analogum
medium est inter uniuocum et pure æquiuocum: consequens est, quod analogum
aliquo modo idem, et non idem aliquo modo de suis prædicet analogatis. Et quia
prædicat aliquid abstrahens aliquo modo a suis analogatis, ut ex præmisso patet
capite; consequens est, quod comparetur ad sua analogata ut maius ad minora,
seu ut superius ad inferiora; licet non omnino unum secundum rationem sit, quod
imponit. Quod ut clarius pateat,
figuraliter declaratur sic: Tam in uniuocis, quam in æquiuocis, quam in
analogis quatuor inueniuntur, scilicet duæ res ad minus, æquiuocatæ, uniuocatæ,
aut analogatæ; et duæ res, seu rerum rationes, æquiuocationem, uniuocationem
aut analogiam fundantes. Verbi gratia: In æquiuocatione canis inueniuntur hæc
quatuor: scilicet canis marinus, et canis terrestris, et ratio illius, et ratio
istius secundum canis nomen. In uniuocatione quoque animalis inueniuntur
quatuor: scilicet homo, et bos, et natura sensitiua hominis et natura sensitiua
bouis, quæ animalis uniuocationem fundant. In analogia similiter entis quatuor
sunt: scilicet substantia et quantitas, et substantia in quantum commensurata
suo esse, et quantitas secundum quod suo esse proportionatur. Et licet prima
duo, scilicet æquiuocata et analogata, eodem modo quantum ad propositum spectat
in omnibus his distinguantur, quia ubilibet ex opposito condistincta sunt;
altera tamen duo uniuocationem, æquiuocationem et analogiam fundantia,
diuersimode unita aut distincta sunt. In æquiuocis namque rationes illæ, puta
canis marini et terrestris, sunt omnino diuersæ secundum rationem; et propter hoc
id quod prædicat canis de marino cane, nullo modo prædicat de terrestri, et e
conuerso; et ideo sola uoce communius aut maius æquiuocatis dicitur et
est. 64. In uniuocis uero res illæ, puta
animalitatis in boue et animalitatis in leone, licet et numero et specie diuersæ
sint, ratione tamen omnino eædem sunt; ratio enim unius est omnino eadem quod
ratio alterius, et, e conuerso; et propter hoc id quidem quod prædicat animal
de homine, idem prædicat omnino de boue, et uniuocum dicitur et superius
homine, leone boueque. In analogis autem res analogiam fundantes (puta
quantitas ut sic se habens ad esse, et substantia ut sic se habens ad esse),
licet diuersæ sint et numero et specie et genere; ratione tamen eædem sunt non
omnino, sed proportionaliter; quoniam unius ratio proportionaliter eadem est
alteri. 66. Et propterea, id quod prædicat
analogum, puta ens de quantitate, illud idem proportionaliter prædicat de
substantia, et e conuerso; est enim illudmet proportionaliter id quod in
substantia ponit, et e conuerso. Et propter hoc analogum, puta ens, non sola
uoce communius, maius aut superius analogatis est; sed conceptu, ut dictum est,
proportionaliter uno. Ita quod analogum et uniuocum conueniunt in hoc, quod
utrumque communioris et superioris rationem habet. Differunt autem in hoc, quod
illud est superius analogice seu proportionaliter, hoc uero uniuoce. 67. Et merito, quia fundamentum
superioritatis utrobique saluatur, uniuocationis autem non. Fundatur enim superioritas
super identitate rationis rei significatæ, idest super hoc quod res significata
inuenitur non in hoc tantum, sed illamet non numero sed ratione inuenitur in
alio. Uniuocatio autem supra modo identitatis omnimodæ scilicet identitate
rationis rei significatæ, idest super hoc quod ratio rei significatæ in illo et
in isto est eadem omnino. 68. Quamuis
enim in analogis hic identitatis modus non inueniatur, quem in uniuocis
inueniri pluries dictum est, identitas tamen ipsa rationum inuenitur. Est
namque identitas proportionalis, identitas quædam. Et ideo non minus analogum
(puta ens) est prædicatum superius, quam uniuocum (puta animal), sed alio modo:
analogum enim est superius proportionaliter, quia fundatur supra identitate
proportionali rationis rei significatæ; uniuocum autem præcise et simpliciter,
quia supra omnimoda identitate rationis rei significatæ eius superioritas
fundatur. Propter quod S. Thomas, superioritatis fundamentum aspiciens, in V
Metaph. dicit, quod ens est superius ad omnia, sicut animal ad hominem et
bouem. 69. Unde obiectiones ad oppositum
adductæ in hoc peccant, quod inter identitatem et modum identitatis non
distinguunt. Fatendum enim est, quod ad hoc, quod aliquis terminus denominetur
superior aut communior, oportet ut rem unam et eamdem in utroque ponat; sed
sophisma consequentis committitur inferendo ex hoc: ergo oportet quod dicat rem
unam et eamdem omnino. Et est semper sermo de identitate secundum rationem, seu
definitionem. Identitas enim et unitas continent sub se non solum unitatem et
identitatem omnimodam, sed proportionalem, quæ in analogi nominis ratione
saluatur. Negandum est igitur quod in analogis non prædicetur idem de uno et de
alio analogato: quoniam unum et idem proportionaliter de omnibus analogatis
dicitur; et propterea inter prædicata non conuertibilia numerandum est.
Quantitas enim licet adæquet ens de quantitate uerificatum secundum rationem
omnino eamdem, non tamen secundum rationem illam proportionaliter: quoniam
entis ratio non alia proportionaliter ad substantiam et quantitatem se
extendit. Verum quia analogum sonat identitatem proportionalem, ideo huiusmodi
rationibus formaliter respondendo, nullo pacto concedendum est conuerti
analogum cum analogato aliquo. Ad materiam tamen descendendo, potest intrepide
dici, quod quia analogum rationem unam tantum proportionaliter prædicat, et
unum proportionaliter plura esse proportionibus similia manifestum est;
dupliciter potest secundum singulas rationes ad analogata comparari. Uno modo
absolute: et sic secundum singulas rationes cum singulis analogatis
conuertitur; quia nulla omnino una analogi ratio in duobus analogatis
inuenitur. Alio modo secundum identitatem proportionalem, quam habet una cum
altera: et sic cum nullo analogato conuertitur, quoniam omnes analogi rationes
indiuisæ sunt proportionaliter, et una est altera proportionaliter. Et quia, ut
dictum est, analogum hanc sonat identitatem, ideo formaliter et simpliciter
loquendo, analogum inconuertibile et communius prædicatum, concedendum est
esse. Non tamen genus, aut species, aut proprium, aut definitio, aut
differentia, aut accidens uniuersaliter est. Nec propterea Aristoteles
diminutus fuit aut Porphyrius, quoniam prædicabile, quod unum est simpliciter,
edocebant; ac per hoc inter æquiuoca, analoga numerarunt. Ex prædictis autem
manifeste patet, quod analogum non conceptum disiunctum, nec unum præcisum inæqualiter
participatum, nec unum ordine; sed conceptum unum proportione dicit et prædicat.
De ordine tamen in analogis incluso inferius tractabitur. Unde cum dicitur de
homine, aut albedine, aut quocumque alio, quod est ens: non est sensus, quod
sit substantia, uel accidens; sed sic se habens ad esse. 72. Utor autem ly sic, quoniam de propriis
nominibus proportionum ad esse in actu exercito eas importantibus, disputare
nolo ad præsens; quoniam Metaphysici negotii opus hoc est, et exemplariter hic
de ente loquimur. Simile siquidem est de actu, potentia, forma, materia,
principio, causa, et aliis huiusmodi, indicium.
QUALIS SIT ANALOGATORUM SECUNDUM ANALOGI NOMEN DEFINITIO. Apparere quoque alicui poterit, quod in ratione unius
analogati, (puta qualitatis) secundum analogi (puta entis) nomen, alterius
analogati, puta substantiæ, uel quantitatis ratio secundum idem nomen analogi
cadere debeat, sicut in analogia attributionis contingere dictum est.
Fundamentum autem inde apparentia hæc sumit: quia ratio unius analogati ut
eadem proportionaliter est alteri, absque illa altera exprimi nequit complete.
Dictum est autem, quod analogo nomine rationes hæ importantur, ut eadem
proportionaliter sunt. 74. Et confirmat
hoc expositio ipsa analogiæ ab Aristotele, Auerroe et S. Thoma in I Ethic.
posita. Exponunt enim quod bonum, seu perfectio, analogice dicitur de uisu et
intellectu, quia sicut uisus in corpore, ita intellectus in anima perfectio
est. Constat autem, quod non est intelligibile hoc se habere sicut illud, nisi
utrumque extremorum percipiatur. Necessario igitur uidetur, unum analogatorum
secundum analogi nomen per aliud definiendum esse. 75. Ut autem liqueat huius ambiguitatis solutio,
recolendum est analoga hæc dupliciter inueniri, scilicet proprie et
metaphorice. Diuersimode enim hæc se habent ad propositam quæstionem. In
analogia siquidem secundum metaphoram, oportet unum in alterius ratione poni,
non indifferenter; sed proprie sumptum, in ratione sui metaphorice sumpti
claudi necesse est; quoniam impossibile est intelligere quid sit aliquid
secundum metaphoricum nomen, nisi cognito illo, ad cuius metaphoram dicitur.
Neque enim fieri potest, ut intelligam quid sit pratum in eo quod ridens, nisi
sciam quid significet risus nomen proprie sumptum, ad cuius similitudinem
dicitur pratum ridere. Est autem huius
ratio radicalis, quia analogum metaphorice sumptum, nihil aliud prædicat, quam
hoc se habere ad similitudinem illius, quod absque altero extremo intelligi
nequit. Et propter hoc huiusmodi analoga prius dicuntur de his, in quibus
proprie saluantur, et posterius de his, in quibus metaphorice inueniuntur et
habent in hoc affinitatem cum analogis secundum attributionem, ut patet. 77. In analogia uero, in qua nominis saluatur
proprietas, nullum analogi membrum per alterum definiri oportet, nisi forte
gratia materiæ, ut S. Thomas in qq. de Verit., q. 2, a. 11 docuit. Sunt enim
analogatorum rationes secundum analogi nomen quodammodo mediæ inter analoga
secundum attributionem, et uniuoca. In analogis enim secundum attributionem,
primum definit reliqua. In uniuocis uero neutrum alterum definit, sed unius
definitio est completa alterius definitio, et e conuerso. In analogis autem
neutrum alterum definit; sed unius definitio est proportionaliter alterius
definitio. Et loquimur semper de ratione secundum nomen commune. Verbi gratia,
in definitione cordis, secundum quod principium animalis, non ponitur
fundamentum secundum quod principium domus, nec e conuerso; sed eadem
proportionaliter est principii ratio utrobique, ut Commentator ubi supra dicit.
Duabus autem opus est distinctionibus uti in hac re: ea scilicet, quæ in
logica, traditur de actu signato et exercito; et ea quæ a metaphysico ut plurimum
tractatur, de ordine rerum sub uno nomine ex parte rei, et ex parte
impositionis nominis. Ex prima siquidem distinctione scimus duo. Primo, quod
sicut animal dictum de homine et de equo importans uniuocationem in actu
exercito, non prædicat de homine totum hoc, scilicet naturam sensitiuam eamdem
omnino secundum rationem naturæ sensitiuæ equi et bouis, sed naturam sensitiuam
simpliciter; quam tamen ad hoc, quod uniuoca sit prædicatio, oportet omnino
esse eamdem secundum rationem naturæ sensitiuæ equi et bouis, - ita ens
importans proportionalitatem in actu exercito, non prædicat de quantitate totum
hoc, scilicet habens se ad esse sic proportionaliter sicut substantia, aut
qualitas ad suum esse; sed habens se ad esse sic absque alia additione; quod
tamen oportet, ad hoc quod analoga sit prædicatio, idem proportionaliter esse
cum altero, sic se habere ad esse quod de substantia aut qualitate ens
prædicat. 80. Secundo, quod sicut ex declaratione, qua manifestatur animal esse
uniuocum, quia dicit unam et eamdem omnino rationem in omnibus, non fallimur,
nec confundimur, nec uagamur circa hominis et bouis secundum animalis nomen
rationem; sed quiescimus, intuentes quod animal exercet, quod uniuocorum
definitio et expositio significat: - ita ex hoc, quod declaratur ens aut bonum,
aut quodcumque aliud esse analogum, quia dicit rationes plures easdem proportionaliter,
et importat hoc se habere quemadmodum proportionaliter illud se habet ad esse
uel appetitum etc., non debemus turbari et inquirere in analogi nominis (puta
boni) ratione significationem istam; sed sat sit, distinguendo inter actum
signatum et exercitum, inspicere quod analogi nominis ratio id exercet, quod
analogi ratio et declaratio significat. 81. Ex his autem duobus patere iam
potest intentum, quod scilicet non oportet unum analogiæ membrum per alterum
definire, ex eo quod analogum significat ea esse eadem proportionaliter,
quoniam hæc in actu exercito significat. 82. Ex secunda uero distinctione
scimus, non solum - quod præposterus est ordo rerum et significationum
quandoque sub nomine analogo, ita quod prior secundum rem ratio, posterior interdum
significatione est (ut de ente et bono et aliis huiusmodi communibus Deo et
creaturis accidit: ratio enim quam in Deo quodlibet horum ponit, significatione
quidem posterior, re autem prior est); et quod propter alterum horum dicitur
analogum prædicari de suis analogatis secundum prius et posterius ipsam analogi
rationem. - Sed etiam scimus, quod quando ratio, quam ponit analogum in uno, ex
ratione quam in altero ponit, exponitur: non ideo fit, quia unum in alterius
ratione cadat; sed quia unius ratio posterior altera est significatione; et per
priorem, utpote notiorem declaratur: ut S. Thomas in I p., q. XIII, art. 2
fecit: declarans quod, dicendo: Deus est bonus: sensus est, id quod bonitatem
in creaturis dicimus, præexsistit in Deo proportionaliter etc. Et eadem
intelligendum est ratione fieri, si posterior secundum rem per priorem
declaretur. Non definit ergo analogum secundum unam rationem, seipsum secundum
alteram, licet exponat et declaret. 83. Obiectionibus autem in oppositum,
quamuis ex dictis satisfactum sit, formaliter responderi potest, quod cognosci
aliqua ut eadem proportionaliter, seu hoc se habere sicut illud, dupliciter
contingit. Uno modo formaliter,
idest quoad relationem identitatis et similitudinis, et sic absque extremis
cognitio hæc haberi non potest. Alio modo fundamentaliter, et sic in ratione
unius non cadit reliquum; sed ratio unius est ratio alterius omnino, uel
proportionaliter. Constat autem quod analogum nomen, puta ens aut bonum, non
relationem identitatis aut similitudinis significat, sed fundamentum; et ideo
obiectiones quæ iuxta primum sensum procedunt, nihil concludunt contra
intentum. Patet autem facillime, hæc esse uera exempla de uniuocis, ponendo et
applicando ad identitatem uniuocationis. Significat namque nomen uniuocum
plura, in quantum eadem sunt uniuoce, seu secundum rationem omnino. Et
identitatis relatio in nullo extremorum absque altero intelligibilis est.
QUALIS SIT IN ANALOGO COMPARATIO. Difficultas etiam non parua, quæ multos
inuasit ac superauit, de comparatione in analogo, dilucidanda est. Creditum
enim est a quibusdam, quod non posset, analogia posita, sermo ille nisi extorte
exponi, quo unum analogatum magis aut perfectius tale secundum analogi nomen
diceretur. Verbi gratia: substantia est magis, aut perfectius ens quam
quantitas. Moti sunt autem ex eo, quod comparatio in
uno communi, utrinque facienda est, etiam secundum grammaticos; quod in analogo
non inueniri uidetur. Et potest formari ratio pro eis talis: Aut comparantur
analogata in una communi eis ratione, aut in suis rationibus. Non in ratione
communi: quia illa analogum caret; nec in rationibus propriis: quia tunc falsum
est, substantiam magis esse ens quam quantitatem. Non enim minus aut imperfectius
quantitas est sua ratio, quam ens in ea ponit, quam substantia sua etc. Nullo igitur modo uidetur comparationem cum analogia
saluari posse. 86. Succumbitur autem difficultati huic, quia proprium
comparationis fundamentum non consideratur. Fundatur enim super identitate seu
unitate rei, in qua fit comparatio, et non super modo identitatis aut unitatis;
sicut de intentione superioritatis prædictum est. Unde cum analogum ex dictis
constet rem unam, licet proportionaliter, dicere; nihil prohibet in ipso
comparari analogata, licet non eo modo, quo uniuoca fit comparatio. Ad comparationem siquidem cum
requirantur et sufficiant hæc tria: scilicet distinctio extremorum, et
identitas eius, in quo fit comparatio, et modus essendi illius in extremis,
scilicet eaque, uel magis aut minus perfecte; sub identitate autem seu unitate,
proportionalis unitas seu identitas contineatur, consequens est, quod si in
diuersis idem proportionaliter eaque uel magis aut minus perfecte esse habet,
comparatio secundum illud proportionale fieri possit, comparatione non uniuoca,
sed analoga. 88. Sicut enim, quia natura sensitiua est in boue, et illamet
omnino secundum rationem est in homine, et perfectius esse habet in homine quam
in boue: homo perfectius animal boue dicitur, uniuoca comparatione; sic quia
sic se habere ad esse est in substantia, et hoc idem proportionaliter est in
quantitate, et imperfectius esse habet in quantitate quam in substantia:
dicitur substantia magis seu perfectius ens, quam quantitas, analoga
comparatione. Unde S. Thomas in art. 7, quæst. VII de
Potentia Dei, tripliciter comparationem fieri docens, duos modos analogicæ
comparationis ponit: aperte ex hoc insinuans, comparationem non solum super
identitate numerali, specifica aut generica fundari, sed etiam proportionali.
89. Modi autem comparationis ibidem traditi sunt, hi scilicet secundum solam
quantitatem rei participatæ: et sic unum album dicitur altero albius. Vel
extendendo, propter præsens propositum, hunc modum ad omnem comparationem
uniuocam, dicatur quod primus attenditur secundum quantitatem rei participatæ,
eiusdem omnino secundum rationem, siue illa ratio sit specifica, siue generica:
ut calidum magis calidum altero dicitur, et homo perfectius animal leone est.
90. Secundus uero modus attenditur secundum quod res aliqua in uno inuenitur
participatiue, in altero uero est per essentiam: quemadmodum homo Platonicus
longe perfectior homo esset nobis. Et abstractione intellectus utendo, quemadmodum bonitas
longe melior est quocumque bono, quod participatiue bonum dicitur. 91. Tertius
autem modus attenditur secundum quod res aliqua in uno inuenitur formaliter et
secundum se, in altero autem uirtualiter et eleuatum ad rem superioris ordinis.
Quemadmodum dicitur quod sol est magis calidus quam ignis; uel quod calor
perfectius esse habet in sole, quam in igne. Nec est dubium hos duos modos
uniuocam comparationem impedire, ut S. Thomas ibidem dicit, et Aristoteles in I
Ethic. de primo modo testatur: ubi bonum commune non uniuoce, sed secundum
proportionalitatem dicendum docet, bonitati separatæ et bonis cæteris per
participationem. Patet igitur ex his, eadem
proportionaliter ut sic esse comparabilia; quamuis, physice loquendo, in sola
specie aut genere comparatio fiat. 93. Ad obiectionem autem in oppositum,
dicitur quod utroque modo in analogis comparatio fit. Comparantur siquidem
analogata, puta substantia et quantitas, in ratione una et communi
proportionaliter, quam analogi nomen, puta ens, dicit, et addit supra
analogata, ut ex dictis patet. Et comparantur secundum suas rationes, secundum
tamen analogi nomen, quæ earum sit perfectior, secundum quod dicimus
substantiam esse perfectius ens quantitate; quia ratio entis in substantia
perfectior est ratione entis in quantitate. Ita quod iuxta istam comparationem
est sensus: Substantia habet, secundum entis nomen, perfectiorem rationem quam
quantitas; et non quod substantia est magis aut perfectius substantia quam
quantitas sit quantitas, ut quidam somniare uidentur. 94. Unde comparatio ista
extenditur usque ad analoga secundum attributionem, licet in tali analogia non
nisi abusiue comparatio fieri possit. Dicimus enim quod ens reale est magis et perfectius ens
ente rationis, quod per attributionem ad illud ens dicitur in IV Metaph. text.
com. II; quia ens reale habet, secundum entis nomen, perfectiorem rationem.
Iuxta quem modum, si usus admitteret, diceremus: animal est magis sanum urina;
quia perfectiorem secundum sani nomen rationem habet. QUALIS SIT ANALOGI
DIVISIO ET RESOLUTIO 95. Qualiter autem analogum diuidendum sit, ex dicendis
manifestum est. Potest siquidem trifariam analogi diuisio
intelligi. Primo, ut diuidatur uox in suas significationes. Dictum est enim, quod analogum
plures rationes significat immediate, et hæc diuisio conuenit sibi, in quantum
æquiuocum quoddam est. Secundo, ut
diuidatur significatum eius in quasi membra eius: eo modo quo eius, quod
proportionaliter unum est, sic et sic proportionatum, membra dici possunt. Dictum est enim, quod analogum
non ita diuersas rationes significat, quin significet unam rationem
proportionaliter. Omnes namque rationes analogo nomine immediate significatæ
eædem proportionaliter sunt. Ratio autem una proportionaliter, cum constituatur
ex pluribus rationibus proportionalibus, in eas secari potest. Hæc autem non
est diuisio analogi in sua analogata: quoniam rationes hæ in ipsius analogi
ratione intrinsece clauduntur, et analogata ea sunt, in quibus rationes illæ
saluantur, et non ipsæ rationes. Entis enim analogata sunt substantia et
quantitas, et non rationes entis in substantia et quantitate. Rationes enim ut
dictum est, analogæ sunt. 97. Unde tertio modo potest diuidi analogum,
diuidendo significatum eius in sua analogata per diuersos modos, quibus analogi
rationem proportionalem analogata ipsa diuersimode suscipiunt: ita quod diuisum
est significatum unum proportionaliter, diuidentia sunt modi fundantes et
facientes in analogatis proprias proportiones, secundum quas fit analogia;
constituta autem per diuisionem, ut partes subiectiuæ, sunt analogata ipsa.
Verbi gratia: quando ens diuiditur in substantiam et quantitatem, diuisum est
ratio entis nomine significata, quæ omnes in se entis nomine significatas
rationes claudit, utpote una proportionaliter; diuidentia sunt substantiuum et
mensuratiuum, seu per se et in alio, sicut ex quibus substantia et quantitas
habent quod diuersas entis rationes subintrent; partes autem subiectiuæ sunt
substantia et quantitas, quæ in entis ratione analogantur. Et quia hæc est
propria analogi diuisio, idcirco distincte explicandum est, quomodo differat
diuisio hæc ad uniuoca. Tripliciter siquidem differunt. Primo ex parte diuisi: quia diuisione uniuoca unum
omnino secundum rationem secatur; hic autem unum proportionaliter. 99. Secundo
ex parte diuidentium: quia differentiæ secantes genus, extra genus sunt; modi
autem secantes analogum, in ipsius analogi ratione clauduntur, quemadmodum ipsa
analogata (ut in capitulo de abstractione declaratum est); propter quod in III
Metaph. text. comm. X ens genus esse negatur. 100. Tertio ex parte ipsarum
partium subiectiuarum, quæ per diuisionem fiunt: quia partes diuisionis
uniuocæ, licet ordinem habeant secundum se, et originis: ut dualitas est prior
trinitate; et perfectionis: ut albedo est perfectior nigredine; tamen secundum
diuisi rationem, puta numeri, aut coloris, neutra altera prior, aut posterior
est; sed omnes æqualiter in diuisi ratione communicant. Analogata uero, quæ
analoga diuisione constituuntur, non solum secundum se, sed etiam in ipsius
analogi quod diuiditur ratione ordinem habent; et aliud prius aliud posterius
est; adeo ut in uno eorum, tota ratio diuisi saluari dicatur; in alio autem
imperfecte et secundum quid. Quod non est sic intelligendum quasi analogum
habeat unam rationem, quæ tota saluetur in uno, et pars eius saluetur in alio.
Sed cum totum idem sit quod perfectum, et analogo nomine multæ importentur
rationes, quarum una simpliciter et perfecte constituit tale secundum illud
nomen, et aliæ imperfecte et secundum quid: ideo dicitur, quod analogum sic
diuiditur, quod non tota ratio eius in omnibus analogatis saluatur, nec
æqualiter participant analogi rationem, sed secundum prius et posterius. 101.
Cum grano tamen salis accipiendum est, analogum simpliciter saluari in uno et
secundum quid in alio. Sufficit enim hoc uerificari: uel absolute, ut patet in
diuisione entis in substantiam et accidens; (illa enim absolute loquendo
dicitur ens simpliciter, hoc autem secundum quid); uel in respectu, ut patet in
diuisione entis in Deum et creaturam. Utrumque enim licet ens simpliciter sit et dicatur,
absolute loquendo; creatura tamen in respectu ad Deum, ens secundum quid, et
quasi non ens est et dicitur. 102. Circa resolutionem autem analogatorum,
sciendum est: quod cum uniuersaliter, primum in compositione sit ultimum in
resolutione, et per diuisionem in ea, quæ actu in aliquo sunt resolutio fiat:
eodem modo resoluenda sunt analogata in suum analogum, quo cætera resoluuntur,
scilicet utendo diuisione prædicta (quæ uocatur diuisio in partes essentiæ uel
rationis), et a posterioribus secundum consequentiam ad priora procedendo, si
longa esset resolutio facienda. Ad rationem autem analogi cum deuentum fuerit,
singulis analogatis in suas rationes secundum analogi nomen resolutis: cum illa
analogi ratio ex multis constituatur rationibus, ordinem inter se et
proportionalem similitudinem habentibus: uel ordinate ad primam resolutio fiat,
ueniendo semper ad similius et propinquius primæ, et id, in quo dissimilitudo
est, relinquendo. Vel si non sic ordinatas inter se
contingit esse rationes illas, ad primam omnes modo prædicto reducendæ sunt.
Ordinem enim ad primam nulla subterfugere potest. Nec refert in proposito, an
fiat resolutio ad rationem primam, significatione, uel secundum rem.
Intelligenda enim sunt hæc in suo ordine, scilicet, significationum aut rerum. QUALITER DE ANALOGO SIT SCIENTIA
. Visum est autem quibusdam de analogo scientiam esse non posse, nisi
quemadmodum de æquiuocis scientia habetur: eo quod plures rationes dicit licet
similes. Imo fallaciam æquiuocationis committi in syllogismis, in quibus,
analogo pro medio sumpto, certum analogatum subsumitur, (nisi forte gratia
materiæ bonus esset processus) astruunt ex eadem ratione. Nec posse ex unius analogati ratione, secundum
analogi nomen, concludi alterum analogatum tale formaliter esse; sed semper
prædictum incidere uitium, ratione prædicta, confirmant. Verbi gratia: si
ponamus sapientiam esse analogice communem Deo et homini, ex hoc quod
sapientia, in homine inuenta, secundum formalem rationem præcise sumpta, dicit
perfectionem simpliciter: non potest concludi: ergo Deus est formaliter sapiens,
sic arguendo: Omnis perfectio simpliciter est in Deo; sapientia est perfectio
simpliciter; ergo etc. Minor enim distinguenda est: et si ly sapientia pro
ratione sapientiæ, quæ est in homine stat, argumentum est ex quatuor terminis:
quia in conclusione, sapientia stat pro ratione sapientiæ quam ponit in Deo,
cum concluditur: ergo sapientia est in Deo. Si autem pro ratione sapientiæ in
Deo, stat in minore; non concluditur, ex perfectione sapientiæ creatæ, Deum
esse sapientem; cuius oppositum et philosophi et theologi omnes clamant. 106.
Decipiuntur autem isti, Scotum (cuius est ratio hæc I Sent., dist. 3, q. I)
sequentes: quia in analogo diuersitatem rationum inspicientes, id quod in eo
unitatis et identitatis latet, non considerant. Rationes enim analogi (ut
superius etiam diximus) possunt dupliciter accipi: Uno modo secundum se, in
quantum ab inuicem distinguuntur, et ea quæ conueniunt eis ut sic, seu ex hoc.
Alio modo in quantum eadem sunt proportional iter. Primo modo acceptæ, uitium
æquiuocationis inducerent, si quis eis uteretur, ut patet. Secundo autem modo
eis utendo, peccatum nullum incurritur: eo quod quidquid conuenit uni, conuenit
et alteri proportionaliter; et quidquid negatur de una, et de altera negatur
proportionaliter: quia quidquid conuenit simili, in eo quod simile, conuenit
etiam illi, cui est simile, proportionalitate semper seruata. Unde si ex
immaterialitate animæ, concluditur eam esse intellectualem; ex immaterialitate
proportionaliter posita in Deo optime concluderetur, Deum esse intellectualem
proportionaliter: ut quantum immaterialitas illa excedit istam, tantum
intellectualitas illa excedit istam etc. Propter quod S. Thomas in quæstione II
De Potentia Dei, art. 5, analogata omnia sub una analogi distributione cadere
dixit. Et merito, quia
unitas analogiæ non esset in coordinatione unitatum numeranda, nisi unum
proportionaliter, unum esset affirmabile et negabile, et consequenter
distribuibile et scibile, ut subiectum, et medium, et passio. Unde ad obiecta in oppositum dicitur, quod quia, ut
in II Elenchorum cap. X dicitur, æquiuocatio latens in huiusmodi
proportionalibus peritissimos etiam latet: ideo oportet, huiusmodi analogis
nominibus utendo ex parte unitatis, semper modum proportionalitatis
subintelligi; aliter in uniuocationem lapsus fieret. Nisi enim præ oculis
haberetur proportionalitas, cum dicitur immateriale omne esse intellectuale,
tamquam uniuoce dictum acciperetur, et latens æquiuocatio non uisa obreperet. 109. Proportionalitate autem
seruata, de analogis scientiam esse: et diui Thomæ processus de bono et uero et
aliis huiusmodi, et quotidianum conuincit exercitium. Testatur quoque
demonstratiuæ artis pater Aristoteles, in II Poster., cap. XIII incipiente: Ut
habeamus autem proposita (uel problemata) analogum causam adæquatam esse
alicuius passionis, et in medium oportere quandoque a demonstratore assumi, dum
uenationem propter quid docens, inquit: « Amplius alius modus est secundum
analogiam eligere. Unum enim idem non est accipere quod oportet uocare sepion,
et spinam, et os. Sunt autem quæ sequuntur et hoc, tamquam natura una huiusmodi
exsistente ». Et sequenti cap. ait: « Secundum autem analogiam eiusdem, et
medium se habet secundum analogiam ». In quibus uerbis non solum docuit,
analogum ut medium assumi quandoque in demonstrationibus; sed etiam ipsum non
esse unum in se expressit, et cum hoc habere passionem adæquatam, ac si unius
esset naturæ. 110. Nec impedit analogia hæc processum formalem ad concludendum
de Deo et creaturis prædicatum aliquod eis commune: quoniam accepta sapientiæ
ratione, et segregatis ab ea per intellectum eis, quæ sunt imperfectionis, ex
hoc quod id, quod est sibi proprium formaliter sumptum, perfectionem absque
imperfectione claudit, concluditur ergo sapientiæ ratio non omnino alia, nec
omnino hæc, sed hæc proportionaliter est in Deo: quia similitudo inter Deum et
creaturam non est uniuoca, sed analoga. Nec pari ratione potest concludi, Deum
esse lapidem proportionaliter: quia ratio lapidis formaliter sumpta,
quantumcumque expoliata, imperfectionem aliquam claudit, quæ prohibet tam ipsam
secundum se, quam ipsam proportionaliter in Deo reperiri, nisi metaphorice:
quemadmodum dictum est: Petra autem erat Christus. Unde, cum fit huiusmodi
processus: Omnis perfectio simpliciter est in Deo; sapientia est perfectio
simpliciter; ergo etc.; in minore ly sapientia non stat pro hac uel illa
ratione sapientiæ, sed pro sapientia una proportionaliter, idest, pro utraque
ratione sapientiæ non coniunctim uel disiunctim; sed in quantum sunt indiuisæ
proportionaliter, et una est altera proportionaliter, et ambæ unam
proportionaliter constituunt rationem Significantur enim analogo nomine in
quantum eædem sunt; unde non oportet analogum distinguere, ad hoc quod
contradictionem fundet, et enuntiationis subiectum, aut prædicatum fiat; sed
ratione identitatis preportionalis in se clausæ, et quam principaliter dicit,
ex se ad hoc sufficit. Contradictio enim dicitur consistere in affirmatione et
negatione eiusdem de eodem etc., et non in affirmatione et negatione uniuoci de
eodem uniuoco. Identitas siquidem tam rerum quam rationum, ut pluries
replicatum est, ad identitatem proportionalem se extendit. Ex hoc autem
apparet, Scotum in I Sent., dist. 3, q. I, uel male exposuisse conceptum
uniuocum uel sibi ipsi contradicere: dum, uolens uniuocationem entis fingere,
alt: « Conceptum uniuocum uoco, qui ita est unus, quod eius unitas sufficit ad
contradictionem, affirmando et negando ipsum de eodem ». Et sic uniuocum uult
esse ens. Si enim identitas sufficiens ad contradictionem, uniuocatio dicitur;
constat quod, ponendo ens esse analogum, et secundum proportionalitatem tantum
unum, satisfiet uniuocationi: quod scoticæ doctrinæ aduersatur, tenenti ens
habere conceptum unum simpliciter, et omnino indiuisum, (ut de uniuocis
diximus). Si autem non omnis talis identitas sufficit ad uniuocationem, non
recte igitur uniuocatio conceptus declarata est esse eam, quæ ad
contradictionem sufficit, quasi proportionalis identitas ad hoc non sufficiat.
DE CAUTELIS NECESSARIIS CIRCA ANALOGORUM NOMINUM INTELLECTUM ET USUM. Quia uero
Aristoteles in prædicta ex Elenchis auctoritate, doctissimos uiros circa horum
nominum conceptus errare dicit, ob latentem eorum unitatis modum: idcirco
necessarium fore duximus, in fine huius tractatus cautelas quasdam tradere,
quibus possit se quis ab errore multiplici in re hac præseruare. Cauendum est
igitur in primis, ne ex uniuocatione ipsius nominis analogi respectu quorumdam,
credamus simpliciter ipsum esse uniuocum: omnia enim fere analoga proprie,
prius fuerunt uniuoca, et deinde extensione, analoga communia proportionaliter
illis quibus sunt uniuoca et aliis uel alii, facta sunt. Sapientiæ enim nomen
primo impositum est humanæ sapientiæ, et uniuocum omnium hominum sapientiis
erat. Deinde, ad diuinæ naturæ cognitionem ascendentes, proportionalemque
similitudinem inter nos ut sapientes et Deum contemplantes, sapientiæ nomen
extenderunt ad id in Deo significandum, cui nostra sapientia proportionalis
est; sicque uniuocum nobis, analogum factum est nobis et Deo. Et similiter de
aliis accidit. Falli autem contingit faciliter ex hoc, quia illa ratio prior,
utpote notior et familiarior et prior quoad nos, semper profertur ab
illustribus uiris, et ab eorum sequacibus, cum analogi significatio quæritur;
et dicitur esse tota analogi ratio, pro qua simpliciter prolatum stat, et omnia
analogata illam participare: ut patet cum sapientiæ ratio redditur. Assignatur
enim differentialis eius conceptus pro ratione, secundum quam communis ponitur
Deo et creaturis. Et similiter est in aliis. Creditur enim ex hoc, quod illa
sit ipsa analogi ratio, et incaute uniuocatio acceptatur: non enim illa ratio
est ratio analogi, sed eius origo quoad nos; quoniam non illa, sed illa
proportionaliter in altero analogato inuenitur, ut ex dictis patet. Cauendum
secundo est, ne nominis unitas, aut diuersitas rationum, analogam unitatem
obnubilet; hoc enim tamquam quoddam accidens, in re hac suscipiendum est. Nihil
enim minus analogice idem sunt sepion, os, et spina, unum non habentia nomen,
quam si unum nomen haberent. Nec magis idem essent, si unum nomen haberent, et
tamen si communi nomine ossa uocarentur, ita quod defectu uocabulorum, uel
rerum proportionali similitudine ossis nomen ad cætera extensum esset,
crederemus eiusdem esse naturæ et rationis, ossa, sepion, et spinas. Præsertim
quia, ut dictum fuit, ad ea quæ sunt proportionaliter eadem, consequuntur
passiones tamquam si eorum esset natura una. Cauendum tertio est, ne uocalis
unitas rationis analogi nominis mentem inuoluat. Ex eo namque uerbi gratia,
quod principium dicitur esse id ex quo res fit, aut est, aut cognoscitur; et
hæc ratio in omnibus quæ principia dicuntur, saluatur: principii nomen uniuocum
creditur. Erratur autem, quia ratio ipsa non est una simpliciter, sed
proportione et uoce. Vocabula enim, ex quibus integratur, analoga sunt, ut
patet; neque enim fieri, neque esse, neque cognosci, neque ly ex unius omnino
est rationis, sed proportionalis saluatur. Et propterea ratio illa in omnibus
utpote proportionalis saluatur: sicut et principii nomen proportionaliter
commune dicitur. 119. Cauendum demum est, ne diuersa doctorum dicta de analogis
nos perturbent. Considerandum quippe est quod, quia analogum medium inter
uniuocum et æquiuocum est, et medium extremorum naturam sapiens: ad alterum comparatum,
alterum induit; adeo ut quando medio, secundum id quod de uno extremo habet,
utimur, illius extremi conditiones ei attribuamus, ut in V Physic., text. comm.
6 et 52 patet. Ideo plerumque doctores utentes analogo ex parte unitatis, quam
ex uniuocis participat, uniuocorum non solum conditiones, puta abstractionem,
indistinctionem, etc. sed etiam nomen ei attribuunt. Utentes uero analogo ex
parte diuersitatis, quam ex æquiuocis trahit, conditiones quoque supradictis
oppositas, et nomen illi imponunt æquiuoci. 120. Et ut de multis pauca
dicantur, Aristoteles in II Metaph., text. comm. 4, ens et uerum uniuoca uocat;
quia ex parte identitatis illis utitur, ut processus suus aperte ostendit. S.
Thomas quoque pluries dicit, in ratione alicuius analogi, puta paternitatis
communis diuinæ et humanæ paternitati, omnia contenta esse indiuisa et
indistincta; et quod paternitas, uerbi gratia, abstrahit a paternitate humana
et diuina: quia utitur analogo ex parte identitatis. 121. Nec tamen falsæ sunt
aut abusiuæ prædictæ utriusque locutiones et similes; sed amplæ potius et
largæ, quemadmodum pallidum nigro contrarium est et dicitur. Saluatur siquidem
in analogis identitas nominis et rationis, in qua (ut ex dictis patet) non
solum analogata, sed etiam singulæ analogi rationes uniuntur, et quodammodo
confunduntur, utpote abstrahentes aliqualiter ab earum diuersitate. Rursus
pater Aristoteles in I Physic., ex parte diuersitatis ente utens contra
Parmenidem et Melissum, multiplex seu æquiuocum, (ut ipsemet illum textum sic
exponendum specialiter in II Elenchorum tradit) uocauit. Unde et Porphyrius,
Aristotelem dicere ens esse æquiuocum accepisse uidetur, utens ente ex parte
diuersitatis. Quod tamen Scotus, in I Sent., dist. 3, q. 3, in Logica
Aristotelis non inueniri ideo dixit: quia prædictos textus non coniugauit.
Propter quod, ibidem quoque contra textum, glossauit principium Aristotelis
contra Parmenidem in I Physic., text. comm. 13, ut in Elenchis (ut dictum est)
clare patet. Thomas etiam, ens prius non esse primo analogato, nihilque Deo
prius secundum intellectum esse, dicit pluries: utens analogo ex parte
diuersitatis rationum eius. Quælibet siquidem eius ratio secundum se, quia
proprium analogatum in se claudit, et in sui abstractione illud secum trahens,
cum illo conuertitur, ut supra diximus: ideo prior secundum consequentiam, aut
abstractior suo analogato negatur. Ac per hoc, primo analogato et Deo nihil est
prius: quia eius ratio secundum analogi nomen, quæ ipso prior secundum se non
est, sed conuertitur, cæteris prior est rationibus. Cum his tamen stat, quod
ratio illa in Deo ut eadem est proportionaliter alteri rationi, secundum idem
nomen superior, et secundum consequentiam prior logice loquendo sit, ut ex
dictis patet. Dico autem logice: quia physice loquendo, analogum nec est prius
secundum consequentiam omnibus analogatis (quia ab eorum propriis abstrahere
non potest, quamuis ut saluatur in uno sit prius altero), nec potest esse sine
primo analogato, ubi analogata consequenter se habent. 125. Unde si quis falli
non uult, solerter sermonis causam coniectet, et extremorum conditiones medio
applicaturum se recolat; sic enim facile erit omnia sane exponere, et ueritatem
assequi, quæ a prima est Veritate. Cuius cognitio ex hoc exaltetur et firmetur
Opusculo. Completo in conuentu S. Apollinaris, Papiæ suburbio, EXPLICIT
TRACTATUS DE NOMINUM ANALOGIA. Gætano. V.. Caietanus Vio. Cajetano Vio. Cætano
Vio. Gætano Vio. Al secolo: Giacomo De Vio. Jacopo De Vio. Tommaso De Vio. Cardinal Cætano. Cardinal Gætano. Tommaso De Vio da
Gæta, detto il Gætano. COMMENTARIO di V. Sulla INTERPRETAZIONE del LIZIO. THOMÆ
DE VIO CAIETANI ORDINIS PRÆDICATORUM S. R. IN E. CARDINALIS COMMENTARIA
RELIQUUM LIBRI SECUNDI PERI HERMENDE INTERPRETATIONE EIAS AD LECTOREM Humano:
capiti cervicem. nitor. equinam Addere: da veniam, si nova monstra iuvant. —H—
LECTIO (Cano. CarrTANt lect. 1). DE NUMERO ET HABITUDINE ENUNCIATIONUM IN
QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM EST ET SUBIICITUR NOMEN FINITUM UNIVERSALITER SUMPTUM,
VEL NOMEN INFINITUM, ET IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM: ADIECTIVUM Ὁμοίως δὲ ἔχει κἂν καθόλου τοῦ ὀνόματος ἦ ἡ κατάφάσις"
olov, πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: ἀπόφασις τούτου, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: πᾶς ἔστιν ἄνθρωπος οὐ δίκαιος, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος οὐ δίχαιὸς. Πλὴν οὐχ ὁμοίως τὰς κατοὸ διάμετρον ἐνδέχεται συναληθεύειν: ἐνδέχεται δὲ ποτέ. Αὗται μὲν οὖν δύο ἀντίκεινται, ἴλλλαι δὲ δύο πρὸς τὸ οὐχ ἄνθρωπος, ὡς ὑποκείμενόν τι προστεθέν- ἔστι δίκαιος οὐκ ἄνθρωπος, οὐχ ἔστι δίχαιος οὐχ ἄνθρωπος"
ἔστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ἐστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος. ' Πλείους δὲ τούτων οὐχ ἔσονται ἀντιθέσεις. Αὗται δὲ χωρὶς ἐκείνων αὐταὶ καθ᾽ ἑαυτὰς ἔσονται, ὡς ὀνόματι τῷ οὐχ ἄνθρωπος χρώμεναι. "Eg ὅσων δὲ τὸ ἔστι pod ἁρμόττει,
olov ἐπὶ τοῦ ὑγιαίνει καὶ βαδίζει, ἐπὶ τούτων τὸ αὐτὸ ποιεῖ οὕτω. τιθέμενον, ὡς ἂν εἰ τὸ ἔστι προσήπτετο;
olov, ὑγιαίνει à πᾶς ἄνθρωπος; οὐχ ὑγιαίνει πᾶς ἄνθρωπος, ὑγιαίγει πᾶς οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει πᾶς οὐκ ἄνθρωπος. Οὐ γάρ ἐστι τὸ οὐ πᾶς ἄνθρωπος λεχτέον' ἀλλὰ τὸ οὔ, τὴν ἀπόφασιν, τῷ ἄνθρωπος προσθετέον"
τὸ γὰρ πᾶς οὐ τὸ καθόλου σημαίνει, ἀλλ᾽ ὅτι καθόλου. ᾿ Δῆλον δὲ ἐκ τοῦδε, ὑγιαίνει ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει ἄνθρωπος"
ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος. Ταῦτα γὰρ ἐχείνων διαφέρει τῷ μὴ καθόλου εἶναι. Ὥστε τὸ πᾶς, ἢ οὐδείς, οὐδὲν ἄλλο προσσημαίνει; ἢ ὅτι χαθόλου τοῦ ὀνόματος ἢ κατάφασιν 7) ἀπόφασιν. : Τὰ δὲ ἄλλα τὰ αὐτὰ δεῖ προστιθέναι"
* Similiter autem se habent, et si universalis nominis sit affirmatio; ut est,
omnis homo iustus est; negatio huius, non omnis est homo iustus, omnis est homo
non iustus, non omnis est homo non iustus. Sed non similiter angulares
contingit veras esse; contingit autem aliquando. Hæ igitur duæ oppositæ sunt.
Aliæ autem duæ ad id quod est, non homo, quasi ad subiectum aliquod additum;
ut, est iustus non homo, non est iustus non homo; est non iustus non homo, non
est non iustus non homo. Plures autem his non erunt oppositæ. Hæ autem extra
illas, ipsæ secundum se erunt, ut nomine utentes eo, quod est non homo. In his
vero, in quibus, est, non convenit ut in eo. quod est valere vel ambulare, idem
faciunt sic positum, ac si, est, adderetur, ut, sanus est omnis homo, non sanus
est nus omnis homo; sanus est omnis non homo, non sæst omnis non homo. Non enim
dicendum est, non omnis homo; sed, non, negationem ad id quod est homo addendum
est; omnis enim non universalem significat, sed quoniam universaliter. Manifestum
est autem ex eo quod est, valet homo, non valet homo; valet non homo, non valet
non homo. Hæc enim ab illis differunt, eo quod universaliter non sunt. Quare
omnis vel nullus nihil significant aliud, nisi quoniam universaliter de nomine,
vel affirmant vel negant. Ergo et cætera eadem oportet apponi. * Seq. cap. x.
II ostquam Philosophus α distinxit enunciationes in quibus subiicitur nomen
infinitum non universaliter sumptum, hic S * Ed. c: indefinitas. * * Num. 4.
Num. 8. intendit distinguere enunciationes, in )quibus subiicitur nomen finitum
univerCsaliter sumptum. Et circa hoc tria facit: primo, ponit similitudinem
istarum enunciationum ad infinitas * supra positas; secundo, ostendit
dissimilitudinem earumdem; ibi: Sed non similiter * etc. ; tertio, concludit
numerum oppositionum inter dictas enunciationes; ibi: Hæ duæ igitur 2. * Lib.
II, lect. ui, n. 5. Ammonius. Porphyrius. * Lect. xi, n. 5, seq. * Ed. c: quam
sura posuimus. orphyrius. et * etc. Dicit ergo primo quod: similes sunt
enunciationes, in quibus est nominis universaliter sumpti affirmatio. Quoad
primum notandum est quod in enunciationibus indefinitis supra positis * erant
duæ oppositiones et quatuor enunciationes, et affirmativæ inferebant negativas,
et non inferebantur ab eis, ut patet tam in expositione Ammonii, quam
Porphyrii. Ita in enunciationibus in quibus subiicitur nomen finitum
universaliter sumptum inveniuntur duæ oppositiones et quatuor enunciationes:
affirmativæ inferunt negativas et non e contra. Unde similiter se habent
enunciationes supradictæ, sj nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio
universaliter. Fierit enim tunc quatuor enunciationes: duæ de prædicato finito,
scilicet omnis bomo est iustus, et eius negatio quæ est, non ommis bomo est
iustus; et duæ de prædicato infinito, scilicet omnis bomo. est non iustus, et
eius negatio quæ est, non omnis bomo est non iustus. Et quia quælibet
affirmatio cum sua negatione unam integrat oppositionem, duæ efficiuntur
oppositiones, sicut et de indefinitis dictum est. Nec obstat quod de enunciationibus
universalibus loquens particulares inseruit; quoniam sicut supra de indefinitis
et suis negationibus sermonem fecit, ita nunc de afhrmationibus universalibus
sermonem faciens de earum negationibus est coactus loqui. Negatio siquidem
universalis affirmativæ non est universalis negativa, sed particularis
negativa, ut in I libro habitum est * 3. Quod autem similis sit consequentia in
istis et supradictis indefinitis patet exemplariter. Et ne multa loquendo res clara prolixitate
obtenebretur, formetur primo figura de indefinitis, quæ supta posita est * in
expositione Porphyrii, scilicet ex una parte ponatur affirmativa finita, et sub
ea negativa infinita, et sub ista negativa privativa. Ex altera parte primo
negativa finita, et sub ea affirmativa infinita, et sub ea affirmativa
privativa. Deinde sub illa figura formetur alia figura similis illi
universaliter: ponatur scilicet ex una parte universalis affirmativa de
prædicato finito, et sub ea particularis negativa de prædicato infinito, et ad
complementum similitudinis sub ista particularis negativa de prædicato
privativo; ex altera vero parte ponatur primo particularis negativa de
prædicato infinito, Quibus ita dispositis, exerceatur consequentia semper in
ista proxima figura, sicut supra in indefinitis exercita est: sive sequendo
expositionem: Ammonii, ut infinitæ se habeant ad finitas, sicut privativæ se
habent ad ipsas finitas ; finitæ autem non se habeant ad infinitas medias,
sicut privativæ se habent ad ipsas infinitas: sive sectando expositionem Porphyrii,
ut affirmativæ inferant negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni
suprascriptæ deserviunt figuræ, ut patet diligenter indaganti. Similiter ergo se habent enunciationes istæ
universales ad indefinitas in tribus, scilicet in numero propositionum, et
numero oppositionum, et modo consequentiæ. 4. Deinde cum dicit: Sed non
similiter angulares etc., ponit. ctas dissimilitudinem inter istas universales
et supradiindefinitas, in hoc quod angulares non similiter contingit veras
esse. Quæ verba primo exponenda sunt secundum eam, quam credimus esse ad mentem
Aristotelis, expositionem; deinde secundum alios. Angulares ex enunciationes in
utraque figura suprascripta vocat eas quæ sunt diametraliter oppositæ, scilicet
affirmativam finitam uno angulo, et affirmativam infinitam sive privativam ex
alio angulo: et similiter negativam finitam ex uno angulo, et negativam
infinitam vel privativam ex alio angulo. 5. Enunciationes ergo in qualitate
similes angulares vocatæ, eo quod angulares, idest diametraliter distant,
dissimilis veritatis sunt apud indefinitas et universales. Angulares enim
indefinitae tam in diametro affirmationum, quam in diametro negationum possunt
esse simul verae, ut patet in suprascripta figura indefinitarum. Et hoc
intellige in materia contingenti. Angulares vero in figura universalium non sic
se habent, quoniam angulares secundum diametrum affirmationum impossibile est
esse simul veras in quacumque materia. Angulares autem secundum diametrum
negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando scilicet fiunt im materia
contingenti : in materia enim necessaria et remota * impossibile est esse ambas
veras. Hæc est Boethii, quam veram credimus, expositio. 6. Herminus * autem,
Boethio referente, aliter exponit. Licet enim ponat similitudinem inter
universales et indefinitas quoad numerum enunciationum: et. oppositionum,
oppositiones. tàmen aliter accipit in universalibus et aliter in indefinitis. Oppositiones siquidem.
indefinitarum infinitas numerat sicut et nos numeravimus, alteram scilicet inter
finitas affrmativanr et negativam, et alteram inter affirmativam et negativam,
quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic numerat oppositiones, sed
alteram sumit inter universalem affirmativam finitam et particularem negativam
finitam, scilicet. Ammonius. Porphyrius. * Cf. lib. 1, lect. xut, n. 3. Boethius. *Edd.
Hermenius, Cf. lib. IL, lect. n, not. 0. . omnis bomo est iustus, hon omnis
bomo est iustus, et sub ea universalis affirmativa de prædicato finito, et,Sub
ista universalis affirmativa de prædicáto privativo, LI hoc modo: Figura
indefinitarum Homo est iustus Homo non est non iustus Homo non ést iniustus
Homo non est iustus Homo est non iustüs Homo est iniustus Figura universalium
Omnis homo est iustus Non omnis homo est non iustus Non omnis homo est non
iustus — Omnis homo est iüstus Nón omfis homo est iniustus. — — 'Ornnis homo
est iniustus a) Postquam Philosophus. Hoc supplementum ad commentaria s.Thomæ
in secundum librum Peri hermeneias, quod Caietanus complevit anno 1496, impressum
est eodem anno in ed. Veneta c Peri hermeneias et Posteriorum analyticorum.
Quocirca dd istam exegimus præet alteram inter eamdem universalem affirmativam
fini«tam et universalem affirmativam infinitam, scilicet omnis bomo est iustus,
omnis bomo est non iustus. Inter
has enim est contrarietàs, inter illas vero contradictio. - Dissimilitudinem
etiam universalium ad indefinitas aliter ponit. Non enim nobiscum fundat
dissimilitudinem inter angulares universalium et indefinitarum supra
differentia quæ est inter angulares universalium affirmativas et negativas, sed
supra differentia quæ est inter ipsas universalium angulares inter se ex
utraque parte. Format namque talem figuram, in qua ex una parte sub universali
affirmativa finita, universalis affirmativa infinita est; et ex alia parte
cipue hanc nostram eiusdem supplementi editionem. — Editio præfata c incipit: «
Deinde cum dicit: Similiter autem se habent etc., intendit » distinguere
enunciationes in quibus subiicitur nomen finitum univer» saliter sumptum, οἵ circa hoc tria facit » etc. CAP. X, LECT. III sub
particulari negativa finita, particularis negativa infinita ponitur; sicque
angulares sunt disparis qualitatis, et similiter indefinitarum figuram format
hoc modo: ut 89 ly bæ demonstret enunciationes finitas et infinitas quoad
prædicatum sive universales sive indefinitas, et tunc est sensus, quod hæ
enunciationes supradictæ habent duas oppositiones, alteram inter affirmationem
fiOmnis homo est iustus 1 o E S Ξ 8 o 1 Omnis homo
est non iustus Homo est justus ESSEEE ENS: Homo est non iustus Non omnis homo
Contradictoriæ e fe * s 4? 9, * $ «Ὁ 9 ἢ *, 9 οι ἊΨ Contradictoriæ $9 ὸ .* EM ?, Ὁ IX x : ? e ^e, *
] est iustus [ o A H E δ s F1 ys r Non omnis homo ἴ est non iustus Homo non est justus Homo non est non
iustus Quibus ita dispositis, ait in hoc stare dissimilitudinem, quod angulares
indefinitarum mutuo se invicem compellunt ad veritatis sequelam, ita quod unius
angularis veritas suæ angularis veritatem infert undecumque incipias.
Universalium vero angulares non se mutuo compellunt ad *Par. fo et Ven.1557: *
1557 Edd. Ven. c et 1526 omitt. nom, sed erronee. —. Herminus. IT ante EXPERS,
Mrd ope UR Me RN EE NRI EET Rer METCUNERE veritatem, sed ex altera parte
necessitas deficit illationis. * Si enim incipias ab aliquo universalium et ad
suam angularem procedas, veritas universalis non * ita potest esse simul cum
veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si universalis est
vera, sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt esse simul veræ. Et
si ista universalis contraria est falsa, sua contradictoria particularis, quæ
est angularis primæ universalis assumptæ, erit necessario vera: impossibile est
enim contradictorias esse simul falsas. Si autem incipias e converso ab aliqua.
particularium et ad suam angularem procedas, veritas particularis ita potest
stare cum veritate suæ angularis, quod tamen non necessario infert eius
veritatem: quia licet sequatur: Particularis est vera; ergo sua universalis.
contradictoria est falsa; non tamen sequitur ultra : Ista. universalis
contradictoria est falsa; ergo sua universalis contraria, quæ est angularis
particularis assumpti, est vera. Possunt enim contrariæ esse simul falsæ. 7.
Sed. videtur expositio ista deficere ab Aristotelis mente quoad modum sumendi
oppositiones. Non enim intendit
hic loqui de oppositione quæ est inter finitas et infinitas, sed de ea quæ est
inter finitas inter se, et infinitas inter se. Si enim de utroque modo
oppositionis exponere yolumus, iam. non duas, sed tres oppositiones invenie-,
mus; primam inter finitas, secundam inter infinitas, tertiam .quam ipse
Herminus dixit inter finitam et infinitam. Figura etiam quam formavit,
conformis non est ei, quam Aristoteles in fine I Priorum formavit, ad quam nos
remisit, cum dixit: Hæc igitur quemadmodum in. Resoluloris dictum. est, sic
sunt. disposita. In. Aristotelis namque figura, angulares sunt affirmativæ
aflirmativis, et negativæ negativis. 8. Deinde cum dicit: Hæ igitur duæ etc.,
concludit numerum propositionum. Et potest dupliciter exponi; primo, ut ly bæ
demonstret universales, et sic est sensus, quod. hæ universales finitæ et
infinitæ habent duas oppositiones, quas supra declaravimus; secundo, potest
exponi Opp. D. Tnuowar T. I. nitam et eius negationem, alteram inter
affirmationem infinitam et eius negationem. Placet autem mihi magis secunda
expositio, quoniam brevitas cui Aristoteles studebat, replicationem non
exigebat, sed potius quia enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum
secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas oppositiones omnes
reducere, terminando earum tractatum, voluit. 9. Deinde cum dicit: Aliæ autem
ad id quod est etc., intendit declarare diversitatem enunciationum de tertio
adiacente, in quibus subiicitur nomen infinitum. Et circa hoc tria facit: primo,
proponit et distinguit eas; secundo, ostendit quod non dantur plures
supradictis; ibi: Magis autem * etc.; tertio, ostendit habitudinem istarum ad
alias ; ibi: Hæ autem extra* etc. Ad. evidentiam primi advertendum est tres
esse species enunciationum de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum
est.- Quædam sunt, quæ subiecto sive finito sive infinito nihil habent additum
ultra verbum, ut, homo est, non bomo est.- Quædam vero sunt quæ subiecto finito
habent, præter verbum, aliquid additum sive finitum sive infinitum, ut, bomo
est iustus, bomo est non iustus.- Quædam autem sunt quæ subiecto infinito,
præter verbum, habent aliquid additum sive finitum sive infinitum, ut, non bomo
est iustus, non bomo est non iustus. Et quia de primis iam determinatum est,
ideo de ultimis tractare volens, ait: Aliæ autem sunt, quæ habent aliquid,
scilicet prædicatum, additum supra verbum est, ad id quod est, mon bomo, quasi
ad subiectum, idest ad subiectum infinitum. Dixit autem quasi, quia sicut nomen infinitum deficit
a ratione nominis *, ita deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem
nominis infiniti non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam
importat, esf, tertium adiacens. Enumerat quoque quatuor enunciationes et duas
oppositiones in hoc ordine, sicut et in superioribus fecit. Distinguit etiam
istas ex finitate vel infinitate prædicata. Unde primo, ponit oppositiones
inter affirmativam et negativam habentes subiectum infinitum et prædicatum
finitum, dicens: Ut, non bomo est iustus, non bomo non est iustus. Secundo,
ponit oppositionem alteram inter affirmativam et negativam, habentes subiectum
infinitum: et prædicatum infinitum, dicens : Ut, non bomo est non iustus, non
bomo non est non iustus. το. Deinde cum dicit: Magis autem.
plures etc., ostendit quod non dantur plures oppositiones enunciationum
supradictis. Ubi notandum est quod enunciationes de inesse, in quibus explicite
ponitur hoc verbum «est, sive secundum, sive tertium adiacens, de quibus
loquimur, non possunt esse plures quam duodecim supra positæ; et consequenter
oppositiones earum secundum affirmationem et negationem non. sunt nisi sex. Cum
enim in tres ordines divisæ sint enunciationes, scilicet in illas de secundo
adiacente, in illas de tertio. subiecti finiti, et in illas de tertio subiecti
infiniti, et in quolibet ordine sint quatuor enunciationes; fiunt omnes
enunciationes duode| cim, et oppositiones sex. Et quoniam subiectum earum in
quolibet ordine potest quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate,
particularitate, et singularitate, et indefinitione; ideo istæ duodecim
multiplicantur in quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo
faciunt. Nec possibile est plures his imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi
viginti harum expresserit, octo in primo ordine, octo in secundo, et quatuor in
tertio, attamen per eas reliquas voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et ordinandæ secundum
singulos ordines, ut affirmationi negatio prima ex opposito situetur, ut
oppositionis ini2 * * * * Num. seq. Infra num. Π. Cf. lib.I. lect.iv, n. 13. SPEO 9o tentum clarius
videatur. Et sic contra universalem afhrmativam non est ordinanda universalis
negativa, sed particularis negativa, quæ est illius negatio; et e converso,
contra particularem affirmativam non est ordinanda particularis negativa, sed
universalis negativa quæ est eius II negatio. Ad clarius autem intuendum
numerum, coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis quantitatis, simul in recta
linea, distinctis tamen ordinibus tribus supradictis. Quod ut clarius elucescat, in
hac subscripta videatur figura: Primus Socrates est Quidam homo .est Homo est
Omnis homo est Socrates non est Quidam homo non est Homo non est Omnis homo non
est e Ordo Non Socrates est Quidam non homo est Non homo est Omnis non homo est
Secundus Ordo Socrates est iustus Quidam homo est iustus Homo. est iustus Omnis
homo est iustus Socrates non est iustus Quidam homo non est iustus Homo non est
iustus Socrates est non iustus Non Socrates non est Quidam non homo non est Non
homo non est Omnis non homo non est Socrates non est non iustus Quidam homo est
non iustus Quidam homo non est non iustus Homo est non iustus — Omnis homo non
est iustus Non Socrates est iustus Quidam non homo est iustus Non homo est
iustus Omnis non homo est iustus - Non Socrates non est iustus Quidam non homo
non est iustus Non homo non est iustus - Tertius Omnis homo est non iustus Ordo
Non Socrates est non iustus Homo non est non iustus Omnis homo non est non
iustus Non Socrates non est non iustus Quidam non homo est non iustus — Quidam non
homo non est non iustus Non homo est non iustus Omnis non homo non est iustus
Quod autem plures his non sint, ex eo patet quod non contingit pluribus modis
variari subiectum et prædicatum penes finitum et infinitum, nec pluribus modis
variantur finitum et infinitum subiectum. Nulla enim enunciatio de secundo
adiacente potest variari penes prædicatum finitum vel infinitum, sed tantum
penes subiectum quod sufficienter factum apparet. Enunciationes autem de tertio
adiacente quadrupliciter variari possunt, quia aut sunt subiecti et prædicati
finiti, aut utriusque infiniti, aut subiecti finiti et prædicati infiniti, aut
subiecti infiniti et prædicati finiti. Quarum nullam prætermissam esse superior
docet figura. 11. Deinde cum dicit: Hæ autem extra illas etc., ostendit
habitudinem harum quas in tertio ordine numeravimus ad illas, quæ in secundo
sitæ sunt ordine, et dicit quod istæ sunt extra illas, quia non sequuntur ad
illas, nec e converso. Et rationem assignans subdit: Ut momine ulenles 60 quod
est non bomo, idest ideo istæ sunt extra illas, quia istæ utuntur nomine
infinito loco nominis, dum omnes habent subiectum infinitum. Notanter autem
dixit enunciationes subiecti infiniti uti ut nomine, infinito nomine, quia cum
subiici in enunciatione proprium sit nominis, prædicari autem commune nomini et
verbo, omne subiectum enunciationis ut nomen subiicitur. Deinde cum dicit: In
bis vero in quibus est etc., determinat de enunciationibus in quibus ponuntur
verba adiectiva. Et circa hoc tria facit: primo, distinguit eas; se Num. 13.
Num. 16. cundo, respondet cuidam tacitæ quæstioni ; ibi: Non enim dicendum est
* etc.; tertio, concludit earum conditiones; ibi: Ergo et cætera eadem * etc.
Ad evidentiam primi resumendum est, quod inter enunciationes in quibus ponitur
es? secundum adiacens, et eas in quibus ponitur es! tertium adiacens talis est
differentia quod in illis, quæ sunt de secundo adiacente, simpliciter fiunt
oppositiones; scilicet ex parte subiecti tantum variati per finitum et
infinitum; in his vero, quæ habent est tertium. adiacens dupliciter fiunt
oppositiones, scilicet et ex parte prædicati et ex parte subiecti, quia
utrumque variari potest per finitum et infinitum. Unde unum ordinem tantum
enunciationum de secundo adiacente fecimus, habentem quatuor enunciationes
diversimode quantificatas et duas oppositiones. Enunciationes autem de tertio
adiacente oportuit partiri in duos ordines, quia sunt in eis quatuor
oppositiones et octo enunciationes, ut supra dictum est.- Considerandum quoque
est quod enunciationes, in quibus ponuntur verba adiectiva, quoad significatum
æquivalent enunciationibus Non homo non est non iustus Omnis non homo est non
iustus — Omnis non homo non est non iustus de tertio adiacente, resoluto verbo
adiectivo in proprium participium et es/, quod semper fieri licet, quia in omni
verbo adiectivo clauditur verbum substantivum. Unde idem significant ista,
omnis bomo currit, quod ista, omnis bomo est currens. Propter quod Boethius
vocat enunciationes cum verbo adiectivo de secundo adiacente secundum vocem, de
tertio autem secundum potestatem, quia potest resolvi in tertium adiacens, cui
æquivalet. Quoad numerum autem enunciationum et oppositionum, enunciationes :
verbi adiectivi formaliter sumptæ non æquivalent illis de tertio adiacente, sed
æquivalent enunciationibus, in quibus ponitur esf secundum adiacens. Non
possunt enim fieri oppositiones dupliciter in enunciationibus adiectivis,
scilicet ex parte subiecti et prædicati, sicut fiebant in substantivis de
tertio adiacente, quia verbum, quod prædicatur in adiectivis, infinitari non
potest. Sed oppositiones adiectivarum fiunt simpliciter, scilicet ex parte
subiecti tantum variati per infinitum et finitum diversimode quantificati,
sicut fieri didicimus supra in enunciationibus substantivis de secundo adiacente,
eadem ducti ratione, quia præter verbum nulla est affirmatio vel negatio *,
sicut præter nomen esse potest. Quia autem in præsenti tractatu non de
significalionibus, sed de mumero enunciationum et oppositionum sermo
intenditur, ideo Aristoteles determinat diversificandas esse enunciationes
adiectivas secundum modum, quo distinctæ sunt enunciationes in quibus ponitur
es? secundum adiacens. Et ait quod in his enunciationibus, in quibus non
contingit poni hoc verbum est formaliter, sed aliquod aliud, ut, currit, vel,
ambulat, idest in enunciationibus adiectivis, idem faciunt quoad numerum
oppositionum et enunciationum sic posita, scilicet nomen et verbum, ac si est
secundum adiacens subiecto nomini adderetur. Habent enim et istæ adiectivæ,
sicut illæ, in quibus ponitur es/, duas oppositiones tantum, alteram inter
finitas, ut, omnis bomo currit, omnis bomo mon currit, alteram inter infinitas
quoad subiectum, ut, omnis non bomo currit, omnis non bomo mon currit. ip 13.
Deinde cum dicit: Non enim dicendum est etc., respondet tacitæ quæstioni. Et
circa hoc facit duo: primo, ponit solutionem quæstionis; deinde, probat eam;
ibi: Manifestum est autem* etc. Est ergo quæstio talis: Cur negatio infinitans
numquam addita est supra signo universali aut particulari, ut puta, cum
vellemus infinitare istam, omnis bomo currit, cur non sic infinitata est, om
omnis bomo currit, sed sic, omnis non bomo currit? Huic namque quæstioni
respondet, dicens quod quia nomen infi* Cf. lib. I, lect. vit, n. 9. * Num. 44.
CAP. X, LECT. IIl nitabile debet significare aliquid universale, vel singulare;
omnis autem et similia signa non significant aliquid universale aut singulare,
sed quoniam. universaliter aut particulariter; ideo non est dicendum, mom ommis
bomo, si infinitare volumus (licet debeat dici, si negare quantitatem
enunciationis quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod significat
aliquid universale, addenda est, et dicendum, omnis non bomo. 14. Deinde cum
dicit: Manifestum est autem. ex eo quod est εἴς.» probat hoc quod dictum est,
scilicet quod omnis et similia non significant aliquod universale, sed quoniam
universaliter tali ratione. Illud, in quo differunt enunciationes præcise
differentes per habere *et non habere ly omnis, est non universale aliquod, sed
quoniam umi91 particularitatis absolute, sed applicatum termino distributo. Cum
enim dico, omnis bomo, ly omnis denotat universitatem applicari illi termino
/omo, ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat quoniam universaliter,
per ly quoniam insinuavit applicationem universalitatis importatam in ly ommis
in actu exercito, sicut et in T per Posteriorum, in. definitione scire
applicationem causæ notavit illud verbum quoniam, dicens: Scire est rem per
causam cognoscere, et quoniam. illius est causa.- Ratio autem versaliter; sed
illud in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non
habere ly ommis, est significatum per ly omnis; ergo significatum per ly ommis
est non aliquid universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis, tacita
in textu, ex se clara est. Id enim in quo, cæteris paribus, habentia a non
habentibus aliquem terminum differunt, significatum est illius termini. Maior vero in littera exemplariter declaratur sic.
Illæ οὐ τὸ. νιν. OG REIR RN enunciationes, bomo currit, et omnis bomo
currit, præcise differunt ex hoc, quod in una est ly omnis, et in altera non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod una sit
universalis, alia non universalis. Utraque enim habet subiectum universale,
scilicet ly bomo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur
de subiecto universaliter, in altero autem. non universaliter. Cum enim dico,
bomo currit, cursum attribuo homini universali, sive communi, sed non pro tota
humana universitate; cum autem dico, ommis bomo currit, cursum inesse homini
pro omnibus inferioribus significo.- Simili modo declarari potest de tribus aliis, quæ in
textu adducuntur, Scilicet, bomo non currit, respectu suæ universalis
universaliter, omnis bomo mon currit: et sic de aliis. Relinquitur ergo, quod,
omnis et nullus et similia signa nullum universale significant, sed tantummodo
significant, quoniam universaliter de homine affirmant vel negant. I$. Notato
hic duo: primum est quod non dixit omnis et nullus significat universaliter,
sed quoniam universaliter; secundum est, quod addit, de homine affrmant vel
negant.- Primi ratio est, quia signum
distributivum non significat modum ipsum universalitatis aut secundi insinuat
differentiam inter terminos categorematicos et syncategorematicos. Illi
siquidem ponunt significata supra terminos absolute; isti autem ponunt '
significata sua supra terminos in ordine ad prædicata. Cum enim dicitur, bomo
albus, ly albus denominat hominem in seipso absque respectu ad aliquod sibi
addendum. Cum vero dicitur, ommis bomo, ly omnis etsi hominem distribuat, non
tamen distributio intellectum firmat, nisi in ordine ad aliquod prædicatum
intelligatur. Cuius signum est, quia, cum dicimus, omnis bomo currit, non
intendimus distribuere hominem pro tota sua universitate absolute, sed in ordine
ad cursum. Cum autem dicimus, albus bomo currit, determinamus hominem in seipso
esse album et non in ordine ad cursum. Quia ergo ommis et nullus, sicut et alia
syncategoremata, nil aliud in enunciatione faciunt, nisi quia determinant
subiectum in ordine ad prædicatum, et hoc sine affirmatione et negatione fieri
nequit; ideo dixit quod nil aliud significant, nisi quoniam universaliter de
nomine, idest de subiecto, affirmant vel negant, idest affirmationem vel
negationem fieri determinant, ac per hoc a categorematicis ea separavit. Potest
etiam referri hoc quod dixit, affirmant vel negant, ad ipsa signa, scilicet
omnis et nullus, quorum alterum positive distribuit, alterum removendo. 16. Deinde cum dicit: Ergo et
cætera eadem etc., concludit adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat
enim quod adiectivæ enunciationes idem faciunt quoad oppositionum numerum, quod
substantivæ de secundo adiacente; et hoc declaraverat, oppositionum numero
exemplariter subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam sequitur convenientia
quoad finitationem prædicatorum, et quoad diversam subiectorum quantitatem, et
earum multiplicationem ex ductu quaternarii in seipsum, et si qua sunt
huiusmodi enumerata; ideo concludit: Ergo et cætera, quæ in illis servanda
erant, eadem, idest similia istis apponenda sunt. LECTIO (Can. CarkTANI lect.
11). NONNULLÆ CIRCA EA QUÆ DICTA SUNT DUBITATIONES MOVENTUR AC SOLVUNTUR ᾿Επεὶ
δὲ ἐναντία ἀπόφασίς ἐστι τῇ, ἅπαν. ἐστὶ ζῷον δίκαιον, ἡ σημαίνουσα ὅτι οὐδέν ἐστι
ζῷον δίκαιον, αὗται μὲν φανερὸν ὅτι οὐδέποτε ἔσονται οὔτε ἀληθεῖς ἅμα οὔτε ἐπὶ
τοῦ αὐτοῦ, αἱ δὲ ἀντικείμεναι ταύταις ἔσονταί ποτε, οἷον, οὐ πᾶν ζῷον δίκαιον,
xai ἔστι τι ζῷον δίχαιον. ᾽᾿Ακολουθοῦσι δὲ αὑται, τῇ μὲν πᾶς ἄνθρωπος οὐ
δίχαιός ἐστιν, ἡ, οὐδείς ἐστιν ἄνθρωπος δίκαιος: τῇ δὲ ἔστι τις ἄνηρωπος
δίκαιος, ἡ ἀντιχειμένη, ὅτι οὐ πᾶς ἄνθρωπος ἐστὶν οὐ δίκαιος" ἀνάγκη γὰρ εἶναί
τινα. Φανερὸν δὲ καὶ ὅτι ἐπὶ μὲν τῶν καθ᾽ ἕχοστον εἰ ἀληθές ἐρωτηθέντα ἀποφῆσαι,
ὅτι καὶ χαταφῆσαι ἀληθές" οἷον, ἄρά γε Σωχράτης σοφός; οὔ. Σωχράτης ἄρα οὐ
σοφός. ᾿Επὶ δὲ τῶν καθόλου οὐχ ἀληθὴς ἡ ὁμοίως λεγομένη: ἀληθὴς δὲ ἡ ἀπόφασις,
οἷον, ἀρά γε πᾶς ἄνθρωπος σοφός; οὔ: πᾶς ἄρα ἄνθρωπος οὐ σοφός" τοῦτο γὰρ
ψεῦδος: ἀλλὰ τὸ, οὐ πᾶς ἄρα, ἄνθρωπος σοφός, ἀληθές" αὕτη δέ ἐστιν ἡ ἀντικειμένη,
ἐχείνη δὲ ἡ ἐναντία. Αἱ δὲ χατὰ τὰ ἀόριστα ἀντιχείμεναι ὀνόματα καὶ ῥήματα, ὥσπερ
οἷον ἐπὶ τοῦ μὴ ἄνθρῳπος καὶ μὴ δίκαιος, ἀποφάσεις ἄνευ ὀνόματος χαὶ ῥήματος
δόξειαν ἂν εἶναι" οὐχ εἰσὶ δέ. " Acl 12e ἀληθεύειν ἀν ἄγχη ἢ
ψεύδεσθαι τὴν ἀπόφασιν’ ὁ δ᾽ εἰπὼν, οὐκ ἄνθρωπος, οὐδὲν μᾶλλον τοῦ εἰπόντος, ἄνθρωπος,
ἀλλὰ καὶ ἧττον ἠλήθευχέ τι ἢ ἔψευσται, ἐὰν μή τι προστεθῇ. Σημαίνει δὲ τὸ, ἔστι
πᾶς οὐχ ἄνθρωπος δίκαιος, οὐδεμιᾷ ἐκείνων ταὐτόν’ οὐδὲ ἡ ἀντιχειμένη ταύτῃ, ἡ)
οὐχ ἔστι πᾶς οὐκ ἄνθρωπος δίκαιος" τὸ δὲ, πᾶς οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, τῷ,
οὐδεὶς δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, ταὐτὸν σημαίνει. Μετατιθέμενα δὲ τὰ ὀνόματα καὶ τὸ
ῥήματα ταὐτὸν Εἰ σημαίνει, olov, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος, ἔστιν ἄνθρωπος λευχός. γὰρ
Xj τοῦτό ἐστι, τοῦ αὐτοῦ πλείους ἔσονται ἀποφάσεις" ἀλλ᾽ ἐδέδεικτο, ὅτι
μία μιᾶς" τοῦ μὲν γάρ; ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἀπόφασις τὸ οὐχ ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος"
τοῦ δὲ ἔστιν ἄνθρωπος Acuxóc, εἰ μηὴ ἡ αὐτή ἐστι τῇ, ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἔσται
ἀπόφασις ἤτοι τὸ οὐχ ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός, ἢ τό, οὐχ ἔστιν φασις ἄνγηρωπος
λευκός. ᾿Αλλ’ ἡ ἑτέρα μέν ἐστιν ἀπότοῦ, ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός" ἡ ἑτέρα
δὲ τοῦ, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" ὥστε ἔσονται δύο μιᾶς. Ὅτιμεὲν οὖν
μετατιθεμένου τοῦ ὀνόματος καὶ τοῦ ῥήματος ἡ αὐτὴ γίνεται κατάφασις καὶ ἀπόφασις,
δῆλον. enunciationum, hic intendit removere quædam dubia circa prædicta. Et
circa hoc 2facit sex secundum numerum. dubiorum, quæ suis patebunt locis. Quia
ergo supra dixerat quod. in universalibus non similiter contingit angulares
esse simul veras, quia affirmativæ angulares non possunt esse simul veræ,
negativæ autem sic; poterat quispiam dubitare, quæ est causa huius
diversitatis. Ideo nunc illius dicti causam intendit assignare talem, quia,
scilicet, * Cf. lib. I, lect.ix, n. s et lect. xt, n. 6. *Cflib.Llec.x,
angulares affirmativæ sunt contrariæ inter se; contrarias autem in nulla
materia contingit esse simul veras *. Angulares autem negativæ sunt
subcontrariæ illis oppositæ; subcontrarias autem contingit esse simul veras *.
Et circa hæc duo facit: primo, declarat condin. P: CU*C-3- tones contrariarum
et subcontrariarum ; secundo, quod angulares affirmativæ sint contrariæ et quod
angulares * Quoniam vero contraria est negatio ei quæ est, omne animal est
iustum, illa quæ significat quoniam, nullum animal est iustum; hæ quidem
manifestum est quoniam nunquam erunt, neque veræ simul, neque in eodem ipso;
his vero oppositæ erunt aliquando: ut, non omne animal iustum est, et, aliquod
animal iustum est. Sequuntur vero eam quæ est, omnis homo est non iustus, illa
quæ est, nullus homo est iustus; illam vero quæ est, aliquis homo iustus est,
opposita, quoniam, non omnis est homo non iustus. Necesse est enim aliquem
esse. Manifestum est autem etiam, quod in singularibus si est verum
interrogatum negare, quoniam et affirmare verum est. Ut, putasne Socrates
sapiens est? non. Socrates igitur non sapiens est. In universalibus vero non est vera, quæ similiter
dicitur: vera autem negativa est. Ut, putasne omnis homo sapiens est? non; omnis igitur
homo non sapiens est: hoc enim falsum est: sed, non igitur omnis homo sapiens
est, vera est. Hæc enim opposita est; illa vero contraria.
Illæ vero secundum infinita contraiacentes sunt nomina vel verba, ut in eo quod
est, non homo, vel, non iustus, quasi negationes sine nomine et verbo esse
videbuntur. Sed non sunt. Semper enim vel veram esse vel falsam necesse est
negationem; qui vero dixit, non homo, nihil magis quam qui dicit, homo, sed
etiam minus verus vel falsus fuit, si non aliquid addatur. Significat autem,
est omnis non homo iustus, nulli illarum idem; nec huic opposita ea quæ est,
non est omnis non homo iustus: illa vero, quæ est, omnis non iustus non homo
est, illi quæ est, nullus est iustus non homo, idem significat. Transposita vero nomina et verba
idem significant, ut, est albus homo, et, est homo albus. Nam si hoc non est,
eiusdem multæ erunt negationes; sed ostensum est, quod una unius est: eius enim
quæ est, est albus homo, negatio est, non est albus homo: eius vero quæ est,
est homo albus, si non eadem est ei quæ est, est albus homo, erit negatio, vel
ea quæ est, non est non homo albus, vel ea quæ est, non est homo albus. Sed
altera quidem est negatio eius, quæ est, est non homo albus; altera vero eius
quæ est, est homo albus. Quare erunt duæ unius. Quod igitur transposito nomine
vel verbo, eadem sit affirmatio vel negatio, manifestum est. negativæ sint
subcontrariæ; ibi: Sequuntur vero * etc.Dicit ergo resumendo: quoniam in Primo
dictum est quod enunciatio negativa contraria illi affirmativæ universali,
scilicet, omne animal estiustum, est ista, nullum animal est iustum ;
manifestum est quod istæ non possunt simul, idest in eodem tempore, meque im
eodem ipso, idest de eodem subiecto esse veræ. His vero oppositæ, idest
subcontrariæ inter se, possunt esse simul veræ aliquando, scilicet in materia
contingenti, ut, quoddam animal est iustum, non omne animal est iustum. Deinde
cum dicit: Sequuntur vero etc., declarat quod angulares affirmativæ supra
positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ. - Et primum quidem ex eo
quod universalis affirmativa infinita et universalis negativa simplex
æquipollent; et consequenter utraque earum est contraria universali affirmativæ
simplici, quæ est altera angularis. Unde
dicit quod hanc universalem nega* * Seq. c. x. Num. seq. Cf. lib. I, lect *
citt. CAP., LECT. tivam finitam, wullus bomo est iustus, sequitur æquipollenter
illa universalis affirmativa infinita, omnis bomo est non iustus. Secundum vero
declarat ex eo quod particularis affirmativa finita et particularis negativa
infinita æquipollent. Et consequenter utraque earum est subcontraria
particulari negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut in figura supra
posita inspicere potes. Unde subdit quod illam párticularem affirmativam
finitam, aliquis bomo est iustus, opposita sequitur æquipollenter (opposita
intellige non istius particularis, sed illius universalis affirmativæ
infinitæ), mom ommis bomo est mom iustus. Hæc enim est contradictoria eius. Ut
autem clare videatur quomodo supra dictæ enunciationes sint æquipollentes,
formetur figura quadrata, in cuius uno angulo ponatur universalis negativa
finita, et sub ea contradictoria particularis affirmativa finita; ex alia vero
parte locetur universalis affirmativa infinita, et sub ea contradictoria
particularis negativa infinita, noteturque contradictio inter angulares et
collaterales inter se, hoc modo: Nullus homo T» "poil . est iustus e Ξ 2 E E d 25 o Quidam homo i est lustus Omnis homo
Æquivalentes e o C o ΝᾺ . SU o “πᾶ ὁ S ow [73
Æquivalentes t est non justus e n ( T [i E" ξ -— $ E o Non omnis homo " est non iustus His
siquidem sic dispositis, patet primo ipsarum universalium mutua consequentia in
veritate et falsitate, quia si altera earum est vera, sua angularis
contradictoria est falsa; et si ista est falsa, sua collateralis
contradictoria, quæ est altera universalis, erit vera, et similiter procedit
quoad falsitatem particularium. Deinde eodem modo manifestatur mutua sequela.
Si enim altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa, ista
autem existente falsa, sua contradictoria collateralis, quæ est altera
particularis erit vera; simili quoque modo procedendum est quoad falsitatem. 3.
Sed est hic unum dubium. In I enim Priorum, in fine, Aristoteles ex proposito
determinat non esse idem iudicium de universali negativa et universali
affirmativa infinita. Et superius in hoc Secundo *, super illo verbo: Quarum duæ
se babent secundum consequentiam, duæ vero minime, Ammonius, Porphyrius,
Boethius et sanctus Thomas dixerunt quod negativa simplex sequitur affirmativam
infinitam, sed non e converso. Ad hoc dicendum est, secundum Albertum, quod
negativam finitam sequitur affirmativa infinita subiecto constante; negativa
vero simplex sequitur affirmativam absolute. Unde utrumque dictum
verificatur, et quod inter eas est mutua consequentia cum subiecti constantia,
et SS. Thomas. * Nempe in primo modo primæ gue
eros» syllogisquod inter eas non est mutua consequentia absolute. Potest dici
secundo, quod supra locuti sumus de infinita enunciatione quoad suum totalem
significatum ad formam prædicati reductum; et secundum hoc, quia negativa
finita est superior affirmativa infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic
autem loquimur de ipsa infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc
adducendo Ammonii expositionem dixit, secundum hunc modum loquendi: negativa
simplex, in plus est quam affirmativa infinita. 'Textus vero I Priorum ultra
prædicta loquitur de finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum
est autem quod universalis affirmativa sive finita sive infinita non
concluditur nisi in primo primæ *. Univer93 salis autem negativa quæcumque
concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo secundæ. 4. Deinde cum
dicit: Manifestum est autem. etc., movet secundum dubium de vario situ
negationis, an scilicet quoad veritatem et falsitatem differat præponere et
postponere negationem. Oritur autem hæc dubitatio, quia dictum est nunc quod
non refert quoad veritatem si dicatur, ommis bomo est non iustus, aut si
dicatur, omis bomo non est iustus; et tamen in altera postponitur negatio, in
altera præponitur, licet multum referat quoad affirmationem et negationem.
Hanc, inquam, dubitationem solvere intendens cum distinctione, respondet quod
in singularibus enunciationibus eiusdem veritatis sunt singularis negatio et
infinita affirmatio eiusdem, in universalibus autem non est sic. Si enim est
vera negatio ipsius universalis non oportet quod sit vera infinita affirmatio
universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria, qua
existente vera, non est necesse suam subalternam, quæ est contraria suæ
contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul falsæ. Unde
dicit quod in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si est verum
negare interrogatum, idest, si est vera negatio enunciationis singularis, de
qua facta est interrogatio, verum etiam est affirmare, idest, vera erit
affirmatio infinita eiusdem singularis. Verbi gratia: putasne Socrates
estsapiens ? Si vera est ista responsio, z/.9 ; - Socrates igitur non sapiens
est, idest, vera erit ista affirmatio infinita, Socrates est non sapiens. In
universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur, idest, ex veritate
negationis universalis affirmativæ in| terrogatæ non sequitur vera universalis
affirmativa infinita, quæ similis est quoad quantitatem et qualitatem
enunciationi quæsitæ; vera aulem est eius negatio, idest, sed ex veritate responsionis
negativæ sequitur veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ negationem,
idest, particularem negativam. Verbi gratia: putasne omnis bomo est sapiens? Si
vera est ista responsio, non; - affirmativa similis interrogatæ quam quis ex
hac responsione inferre intentaret est illa: igitur omnis bomo est non sapiens.
Hæc autem non sequitur ex illa negatione. Falsum est enim hoc, scilicet quod
sequitur ex illa responsione; sed. inferendum est, igitur non ommis bomo
sapiens est.- Et ratio utriusque
est, quia hæc particularis ultimo illata est opposita, idest contradictoria
illi universali interrogatæ quam respondens falsificavit; et ideo oportet quod
sit vera. Contradictoriarum enim si una est falsa,
reliqua est vera. Illa vero, scilicet universalis affirmativa infinita primo
illata, est contraria illi eidem universali interrogatæ. Non est autem opus quod si
universalium altera sit falsa, quod reliqua sit vera. In promptu est autem
causa huius diversitatis inter singulares et universales. In singularibus enim
varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in universalibus
autem variat, ut patet. Ideo fit ut de se patet. non sit eadem veritas
negantium universalem in quarum altera præponitur, in altera autem postponitur
negatio, ut 5. Deinde cum dicit: ΠΙᾺ vero secundum. infinita. etc., solvit tertiam
dubitationem, an infinita nomina vel verba sint negationes. Insurgit autem hoc dubium, quia
dietum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum est nunc
quod non refert in singularibus præponere et postponere negationem: si enim
infinitum nomen est negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum vel
prædicatum, erit negativa et non afhrmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem,
probando quod nec nomina nec verba infinita sint negationes, licet videantur.
Unde duo circa hoc facit: primo, pro: ponit solutionem dicens: Illæ vero,
scilicet dictiones, conPCT 94 II iraiacenies: verbi gratia: mom bomo, et, bomo
non iustus et iustus. Vel sic: Illæ vero, scilicet dictiones, secundum
infinita, idest secundum infinitorum naturam, iacentes contra nomina et verba.
(utpote quæ removentes quidem nomina et verba significant, ut som bomo et mon
iustus et mon currit, quæ opponuntur contra ly bomo, ly iustus et ly currit),
illæ, inquam, dictiones infinitæ videbuntur prima facie esse quasi negationes
sine nomine et verbo ex eo quod comparatæ nominibus et verbis contra quæ
iacent, ea removent, sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo quia
nomen infinitum, nominis natura caret, et verbum infinitum verbi natura non
possidet. Dixit quasi, quia nec nomen infinitum a
nominis ratione, nec verbum infinitum a verbi proprietate omnino semota sunt.
Unde, si negationés apparent, videbuntur sine nomine et verbo non omnino sed
quasi. Deinde probat distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione.
Semper est necesse negationem esse veram vel falsam, quia negatio est
enunciatio alicuius ab aliquo; nomen autem infinitum non dicit verum vel fal
sum; igitur dictio infinita non est negatio. - Minorem declarat, quia. qui
dixit, mom bomo, nihil magis de homine dixit quam qui dixit, bomo. Et quoad significatum quidem
clarissimum est: non bomo, namque, nihil addit supra hominem, imo removet
hominem. Quoad veritatis vero vel falsitatis conceptum, nihil magis profuit qui
dixit, non bomo, quam qui dixit, bomo, si aliquid aliud non addatur, imo minus
verus vel falsus fuit, idest magis remotus a veritate et falsitate, qui dixit,
wom bomo, quam qui dixit, homo: quia tam veritas quam falsitas in compositione
consistit; compositioni autem vicinior est dictio finita, quæ aliquid ponit,
quam dictio infinita, quæ nec ponit, nec componit, idest nec positionem nec
compositionem importat. 6. Deinde cum dicit: Significat autem. etc., respondet
quartæ dubitationi, quomodo scilicet intelligatur illud verbum supradictum de
enunciationibus habentibus subiectum infinitum: Hæ autem. extra. illas, ipsæ
secundum se erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati
consequentiam, et non solum quantum ad ipsas enunciationes formaliter. Unde
duas habentes subiectum infinitum, universalem scilicet affirmativam et
universalem negativam adducens, ait quod neutra earum significat idem alicui
illarum, scilicet habentium subiectum finitum. Hæc enim universalis
affirmativa, omnis nom bomo est iustus, nulli habenti subiectum finitum
significat idem: non enim significat idem quod ista, omnis bomo est iustus ;
neque quod ista, omnis bomo est non iustus. Similiter opposita negatio et
universalis negativa habens subiectum infinitum, quæ est contrarie opposita
supradictæ, scilicet omnis non bomo non est iustus, nulli illarum de subiecto
finito significat idem. Et hoc clarum est ex diversitate subiecti in istis et
in illis. Deinde cum dicit: Illa vero quæ est etc., respondet quintæ quæstioni,
an scilicet inter enunciationes de subiecto infinito sit aliqua consequentia.
Oritur autem dubitatio hæc ex eo, quod superius est inter eas ad invicem
assignata consequentia. Ait ergo quod etiam inter istas est consequentia. Nam
universalis affirmativa de subiecto et prædicato infinitis et, universalis
negativa de subiecto infinito, prædicato vero finito, æquipollent. Ista namque,
omnis non bomo est mon iustus, idem significat illi; cium nullus non. bomo est
iustus. Idem autem est iudide particularibus indefinitis et singularibus
similibus supradictis. Cuiuscunque enim quantitatis sint, semper affirmativa de
utroque extremo infinita et negativa subiecti quidem infiniti, prædicati autem
finiti, æquipollent, ut facile potes exemplis videre. Unde Aristoteles
universales exprimens, cæteras ex illis intelligi voluit. 8. Deinde cum dicit:
Transposita vero nomina. etc., solvit sextam dubitationem, an propter nominum
vel verborum transpositionem varietur enunciationis significatio. Oritur autem
hæc quæstio ex eo, quod docuit transpositionem negationis variare enunciationis
significationem. Aliud enim dixit significare, ommis bomo mon est iustus, et
aliud, non omnis bomo est iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an. similiter
contingat circa nominum transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem
varient, sicut negatio transposita. Et circa hoc duo facit: primo, ponit
solutionem dicens, quod transposita nomina et verba idem significant: verbi
gratia, idem significat, est albus homo, et, est bomo albus, ubi est
transpositio nominum. Similiter transposita verba idem significant, ut, est
albus bomo, et, bomo albus est. 9. Deinde cum dicit: Nam si boc mon est etc.,
probat prædictam solutionem ex numero negationum contradictoriarum ducendo ad
impossibile, tali ratione. Si hoc non est, idest si nomina transposita
diversificant enunciationem, eiusdem affirmationis erunt duæ negationes; sed
ostensum est in I libro *, quod una tantum est negatio unius affirmationis;
ergo a destructione consequentis ad destructionem antecedentis transposita
nomina non variant enunciationem. Ad probationis autem consequentiæ claritatem
formetur figura, ubi ex uno latere locentur ex ambæ suprapositæ affirmationes,
transpositis nominibus ; et altero contraponantur duæ negativæ, similes illis
quoad terminos et eorum positiones. Deinde, aliquantulo interiecto spatio, sub
affirmativis ponatur affirmatio infiniti subiecti, et sub negativis illius
negatio. Et notetur contradictio inter primam affirmationem et duas negationes
primas, et inter secundam aflirmationem et omnes tres negationes, ita tamen
quod inter ipsam et infimam negationem notetur contradictio non vera, sed
imaginaria. Notetur quoque contradictio inter tertiam affirmationem et tertiam
negationem inter se. Hoc modo: Est albus homo Est homo albus Est non homo albus
His ita dispositis, probat consequentiam Aristoteles sic. Illius affirmationis,
est albus bomo, negatio est, mom est albus bomo ; ilius autem secundæ
affirmationis, quæ est, est bomo albus, si ista affirmatio non est eadem illi .
supradictæ affirmationi, scilicet, est albus bomo, propter Non est albus -
Coníradictoriæ — e o C o cn —" s * nalf e bi 7. dde Kn Gontradictoriæ EN “Ὁ
36 b" Contradictoriæ homo Non est homo albus Non est non homo albus Lect.
xir. CAP. X, nominum transpositionem, negatio erit altera istarum, scilicet
aut, non est non bomo albus, aut, non est bomo albus. Sed utraque habet
affirmationem oppositam alia ab illa assignatam, scilicet, est bomo albus. Nam
altera quidem dictarum negationum, scilicet, nom est mon bomo albus, negatio
est illius quæ dicit, est mom bomo albus; alia vero, scilicet, »on est bomo
albus, negatio est eius affirmationis, quæ dicit, est albus bomo, quæ fuit
prima affirmatio. Ergo quæcunque dictarum negationum afferatur contradictoria
illi mediæ, sequitur quod sint duæ unius, idest quod unius negationis sint duæ
affirmationes, et quod unius affirmationis sint duæ negationes: quod est
impossibile. Et hoc, ut dictum est, sequitur stante hypothesi erronea, quod
illæ affBrmationes sint propter nominum transpositionem diversæ. 10. Adverte
hic primo quod Aristoteles per illas duas negationes, non est non bomo albus,
et, non est bomo albus, sub disiunctione sumptas ad inveniendam negationem | *
Lect. xi, n. 5 "seq. e ΤΡ) DOR illius affirmationis, est bomo albus,
cæteras intellexit, quasi diceret: Aut negatio talis affirmationis acceptabitur
illa uæ est vere eius negatio, aut quæcunque extranea negatio ponetur; et
quodlibet dicatur, semper, stante hypothesi, sequitur unius affirmationis esse
plures negationes, unam veræ quæ est contradictoria suæ comparis habentis nomina
transposita, et alteram quam tu ut distinctam acceptas, vel falso imaginaris;
et e contra multarum affirmationum esse unicam negationem, ut patet in apposita
figura, Ex quacunque enim illarum quatuor incipias, duas sibi oppositas
aspicis. Unde notanter concludit indeterminate: Quare erunt duæ unius. 11. Nota
secundo quod Aristoteles contempsit probare quod contradictoria primæ
affirmationis sit contradictoria secundæ, et similiter quod contradictoria
secundæ affirmationis sit contradictoria primæ. Hoc enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non
possunt simul esse veræ neque simul falsæ, ut manifeste patet præposito sibi
termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo istæ duæ, Socrates est albus bomo,
Socrates non est bomo albus. Nec turberis quod eas non singulares proposuit.
Noverat enim supra dictum esse in Primo * quæ LECT. IV 95 affirmatio et negatio
sint contradictoriæ et quæ non, et ideo non fuit sollicitus de exemplorum
claritate. Liquet ergo ex eo quod negationes affirmationum de nominibus transpositis
non sunt diversæ quod nec ipsæ affirmationes sunt diversæ et sic nomina et
verba transposita idem significant. I2. Occurrit autem dubium circa hoc, quia
non videtur verum quod nominibus transpositis eadem sit affirmatio. Non enim
valet: omnis bomo est animal; ergo omne animal est bomo. Similiter, transposito
verbo, non valet: bomo est amimal rationale; ergo bomo animal rationale est, de
secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur, tamen non sequitur primam.
Ad hoc est dicendum quod sicut in rebus naturalibus est duplex transmutatio,
scilicet localis, scilicet de loco ad locum, et formalis de forma ad foit? ita
in enunciationibus est duplex transmutatio, situalis scilicet, quando terminus
præpositus postponitur, et e converso, et formalis, quando terminus, qui erat
prædicatum efficitur subiectum, et e converso vel quomodolibet, simpliciter
etc.- Et sicut quandoque fit in naturalibus transmutatio pure localis, puta
quando res transfertur de loco ad locum, nulla alia variatione facta; quandoque
autem fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum variatione formali,
sicut quando transit de'loco frigido ad locum calidum: ita in enunciátionibus
quandoque fit transmutatio pure situalis, quando scilicet nomen vel verbum solo
situ vocali variatur; quandoque autem fit transmutatio situalis et formalis
simul, sicut contingit cum prædicatum fit subiectum, vel cum verbum tertium
adiacens fit secundum. - Et quoniam hic intendit Aristoteles de transmutatione
nominum et verborum pure situali, ut transpositionis vocabulum præsefert, ideo
dixit quod transposita nomina et verba idem significant, insinuare volens quod,
si nihil aliud præter transpositionem nominis vel verbi accidat in
enunciatione, eadem manet oratio.- Unde patet responsio ad instantias. Manifestum
est namque quod in utraque non sola transpositio fit, sed transmutatio de
subiecto in prædicatum, vel de tertio adiacente in secundum. Et per hoc patet
responsio ad similia. LECTIO Cann. CargraNr lect, ui). DE MULTIPLICITATE
ENUNCIATIONUM IUXTA QUOSDAM MODOS, QUIBUS NON UNAM, SED PLURES ESSE CONTINGIT
UNAM ENUNCIATIONEM. ^" B Té δὲ ἕν κατὰ πολλῶν ἢ πολλὰ καθ᾽ ἑνὸς χαταφάναι ἢ
ἀποφάναι, ἐὰν uw ἕν τι ἡ τὸ ἐκ τῶν πολλῶν δηλούμενον, οὐχ ἔστι κατάφασις μία οὐδὲ
ἀπόφασις. Λέγω δὲ ἕν οὐχ ἐὰν ὄνομα ἕν ἢ κείμενον, pm ἦ δὲ ἕν τι ἐξ ἐχείνων,
olov, ὁ ἄνθρωπος ἴσως ἐστὶ καὶ ζῷον καὶ δίπουν καὶ ἥμερον, ἀλλὰ x«l ἕν τι
γίνεται ἐκ τούτων’ Ex δὲ τοῦ λευχοῦ, xai τοῦ ἀνθρώπου, καὶ τοῦ βαδίζειν, οὐχ ἕν:
ὥστε οὔτε ἐὰν ἕν τι x&v. τούτων καταφήσῃ τις; μία κατάφασις, ἀλλὰ φωνὴ μὲν
μία, καταφάσεις δὲ πολλαί: οὔτε ἐὰν καθ’ ἑνὸς ταῦτα, ἀλλ᾽ ὁμοίως πολλαί. Εἰ οὖν
ἡ ἐρώτησις ἡ διαλεχτιχὴ ἀποχρίσεώς ἐστιν αἴτησις) ἢ τῆς προτάσεως, ἢ θατέρου
μορίου τῆς ἀντι' φάσεως; ἡ δὲ πρότασις ἀντιφάσεως μιᾶς μόριον, οὐκ ἂν εἴη ἀπόχρισις
μία πρὸς ταῦτα" οὐδὲ γὰρ ἡ ἐρώτῆσις μία, οὐδὲ ἐὰν ἡ ἀληθής" εἴρηται δὲ
ἐν τοῖς Τοπικοῖς περὶ αὐτῶν. "Apa δὲ δῆλον ὅτι οὐδὲ τὸ τί ἐστιν ἐρώτησίς ἐστι
διαλεκτική, Δεῖ dp δεδόσθαι ix τῆς ἐρωτήσεως ἑλέσθαι, ὁπότερον βούλεται τῆς ἀντιφάσεως
μόριον ἀποφήνασθαι. ᾿Αλλὰ εἴ τὸν ἐρωτῶντα προσδιορίσασθαι, πότερον τόδε ἐστὶν ὁ
ἄνθρωπος, ἢ οὐ τοῦτο. jtem enunciationis unius provenientem ex additione
negationis infinitatis, hic intendit D determinare quid accidat enunciationi ex
hoc quod additur aliquid subiecto vel prædicato tollens eius unitatem. Et circa
hoc duo facit: quia * * * Lect. seq. Num. 4. Lect. vri, n. 12 seq. Porphyrius.
primo, determinat diversitatem earum ; secundo, consequentias earum; ibi:
Quoniam vero bæc quidem * etc. Circa primum duo facit: primo, ponit earum diversitatem;
secundo, probat omnes enunciationes esse plures; ibi: Si ergo dialectica *
etc.- Dicit ergo quoad primum, resumendo quod in Primo dictum fuerat *, quod
affirmare vel negare unum de pluribus, vel plura de uno, si ex illis pluribus:
non fit unum, non est enunciatio una affirmativa vel negativa. Et declarando quomodo intelligatur unum debere esse
subiectum aut prædicatum, subdit quod unum dico non si nomen unum impositum
sit, idest ex unitate nominis, sed ex unitate significati. Cum enim plura conveniunt
in uno nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis significatum, tunc
solum vocis unitas est. Cum autem unum nomen pluribus impositum est, sive partibus subiectivis,
sive integralibus, ut eadem significatione concludat, tunc et vocis et
significati unitas est, et enunciationis unitas non impeditur. 2. Secundum quod
subiungit: Ut bomo est fortasse animal et mansuelum et bipes obscuritate non
caret. Potest enim intelligi ut sit exemplem ab opposito, quasi diceret: unum
dico non ex unitate nominis impositi pluribus ex quibus non fit tale unum,
quemadmodum homo est unum quoddam ex animali et mansueto et bipede, partibus
suæ definitionis. Et ne quis crederet quod hæ essent veræ definitionis nominis
partes, interposuit, fortasse. Porphyrius autem, Boethio referente et
approbante, separat has textus particulas, dicens quod Aristoteles hucusque
declaravit enunciationem illam esse plures, in qua plura subiicerentur uni, vel
de uno prædicarentur plura, ex quibus non fit unum. In istis autem verbis: Ut
bomo est fortasse etc., * At vero unum de pluribus, vel plura de uno affirmare,
vel negare, si non sit unum aliquid quod ex pluribus significatur, non est
affirmatio neque negatio una. Dico autem unum, non si unum nomen positum sit,
non sit autem unum aliquid ex illis, ut homo est fortasse et animal et bipes et
mansuetum, sed ex his unum fit, ex albo autem et homine et ambulare, non est
unum; quare nec si unum aliquid de his affirmet aliquis, erit affirmatio una:
sed vox quidem una, affirmationes vero multæ, nec si de uno ista, sed similiter
plures, Si ergo dialectica interrogatio responsionis est petitio vel
propositionis vel alterius partis contradictionis, propositio vero unius
contradictionis est pars, non erit una responsio ad hæc. Neque enim interrogatio
una, nec si sit vera. Dictum est autem de his in Topicis. Simul autem
manifestum est, quod nec hoc ipsum, quid est, dialectica interrogatio est.
Oportet enim datum esse ex interrogatione eligere, utram velit contradictionis
partem enunciare: sed oportet interrogantem determinare utrum hoc sit homo, an
non hoc. intendit declarare enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex
quibus fit unum subiiciuntur vel prædicantur; sicut cum dicitur, bomo est
animal et mansuetum.| et bipes, copula interiecta, vel morula, ut oratores
faciunt. Ideo autem addidisse aiunt, fortasse, ut
insinuaret hoc contingere posse, necessarium autem non esse. 3. Possumus in
eamdem Porphyrii, Boethii et AIberti sententiam incidentes subtilius textum
introducere, ut quatuor hic faciat. Bs Et primo quidem, resumit quæ sit
enunciatio in communi dicens: Enunciatio plures est, in. qua unum de pluribus,
vel plura de uno. enunciantur. Si tamen ex illis pluribus non fit unum, ut in Primo *
dictum et expositum fuit. Deinde dilucidat illum terminum de uno, sive unum,
dicens: Dico autem unum, idest, unum nomen voco, non propter unitatem vocis,
sed significationis, ut supradictum est. Deinde tertio, dividendo declarat, et
declarando dividit, quot modis contingit unum nomen imponi pluribus ex quibus
non fit unum, ut ex hoc diversitatem enunciationis multiplicis insinuet. Et
ponit duos modos, quorum prior est, quando unum nomen imponitur pluribus ex
quibus fit unum, non tamen in quantum ex eis fit unum. Tunc enim, licet
materialiter et per accidens loquendo nomen imponatur pluribus ex quibus fit
unum, formaliter tamen et per se loquendo nomen unum imponitur pluribus, ex
quibus non fit unum: quia imponitur eis non in quantum ex eis est unum, ut
fortasse est hoc nomen, bomo, impositum ad significandum animal et mansuetum et
bipes, idest, partes suæ definitionis, non in quantum adunantur in unam hominis
naturam per modum actus et potentiæ, sed ut distinctæ sint inter se
actualitates. Et insinuavit quod accipit partes definitionis ut distinctas per
illam coniunctionem, et per illud quoque * adversative additum: Sed si ex bis
unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat quod ex eis unum fit. Addidit
autem, fortasse, quia hoc nomen, bomo, non est impositum ad signifi Cap. xr.
Porphyrius. Boethius. Albertus. . Lect. cit. Ed. quoque. c omittit candum
partes sui definitivas, ut distinctæ sunt. Sed si impositum esset aut
imponeretur, esset unum nomen pluribus impositum ex quibus non fit unum. Et
quia idem iudicium est de tali nomine, et illis pluribus; ideo similiter illæ
plures partes definitivæ possunt dupliciter accipi. Uno modo, per modum
actualis et possibilis, et sic unum faciunt; et sic formaliter loquendo
vocantur plura, ex quibus fit unum, et pronunciandæ sunt continuata oratione,
et faciunt enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale currit. Est
enim ista una sicut et ista, bomo currit. Alio modo, accipiuntur prædictæ
definitionis partes ut distinctæ sunt inter se actualitates, et sic non faciunt
unum: ex duobus enim actibus ut sic, non fit unum, ut dicitur VII Metaphysicæ ;
et sic faciunt enunciationes plures et pronunciandæ sunt vel cum pausa, vel
coniunctione interposita, dicendo, bomo est animal et mansuetum. οἱ bipes ;
sive, bomo est animal, mansuetum, bipes, rethorico more. Quælibet enim istarum
est enunciatio multiplex. Et similiter ista, Socrates est bomo, si homo est
impositum ad illa, ut distinctæ — * * Pm E WC acm οὐ ORI οτὔὖὦο UPS δ... δου,
Lect. xit, n. 9. Num. 8. RESP actualitates sunt, significandum. Secundus autem
modus, quo unum nomen impositum est pluribus ex quibus non fit unum,
subiungitur, cum dicit: Ex albo autem et bomine. et ambulante etc., idest, alio
modo hoc fit, quando unum nomen imponitur pluribus, ex quibus non potest fieri
unum, qualia sunt: bomo, album, et ambulans. Cum enim ex his nullo modo possit
fieri aliqua una natura, sicut poterat fieri ex partibus definitivis, clare
liquet quod nomen aliquod si eis imponeretur, esset nomen non unum significans,
ut in Primo dictum fuit * de hoc nomine, íumica, imposita homini et equo. 4.
Habemus ergo enunciationis pluris seu multiplicis duos modos, quorum, quia
uterque fit dupliciter, efficiuntur quatuor modi. Primus est, quando subiicitur
vel prædicatur unum nomen impositum pluribus, ex quibus fit unum, non in
quantum sunt unum; secundus est, quando ipsa plura ex quibus fit unum, in
quantum sunt distinctæ actualitates, subiiciuntur vel prædicantur; tertius est,
quando ibi est unum nomen impositum pluribus ex quibus non fit unum; quartus
est, quando ista plura ex quibus non fit unum, subiiciuntur vel prædicantur. Et
notato quod cum enunciatio secundum membra divisionis ilius, qua divisa est, in
unam et plures, quadrupliciter variari poss't, scilicet cum unum de uno
prædicatur, vel unum de pluribus, vel plura de uno, vel plura de pluribus;
postremum sub silentio præterivit, quia vel eius pluralitas de se clara est,
vel quia, ut inquit Albertus, non intendebat nisi de enunciatione, quæ aliquo
modo una est, tractare. Demum concludit totam sententiam, dicens: Quare nec si
aliquis affirmet unum. de bis pluribus, erit affirmatio una secundum. rem: sed
vocaliter quidem erit una, significative autem non una, sed multæ fient
affirmaliones. Nec si e converso de uno ista plura.
affrmabuntur, fiet affirmatio una. Ista namque, bomo est albus, ambulans et musicus,
importat tres affirmationes, scilicet, bomo est albus et est ambulans et est
musicus, ut patet ex illius contradictione. Triplex enim negatio ili opponitur
correspondens triplici affirmationi positæ. 5. Deinde cum dicit: Si ergo
dialectica etc., probat a posteriori supradictas enunciationes esse plures.
Circa quod duo facit: primo, ponit rationem ipsam ad hoc probandum per modum
consequentiæ; deinde probat antecedens dictæ consequentiæ; ibi: Dictum est
autem de his* etc. Quoad primum talem rationem inducit. Si interrogatio
dialectica est petitio responsionis, quæ sit propositio vel altera pars
contradictionis, nulli enunciationum supradictarum interrogative formatæ erit
responsio una; ergo nec ipsa interrogatio est una, sed plures. Cuius raOpp. D. Tnowas T. I. 9y
tionis primo ponit antecedens: Si ergo etc. Ad huius intelligendos terminos
nota quod idem sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim dicitur,
cælum est animatum, in quantum enunciat prædicatum de subiecto, enunciatio vocatur;
in quantum autem quærendo proponitur, interrogatio; ut vero quæsito redditur,
responsio appellatur. Idem ergo erit probare non esse responsionem unam, et
interrogationem non esse unam, et enunciationem non esse unam. Adverte secundo
interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem contradictionis eligendam
proponens; et hæc vocatur dialectica, quia dialecticus habet viam ex
probabilibus ad utramque contradictionis partem probandam. Altera vero determinatam ad unum responsionem
exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod demonstrator in unum
determinate tendit. Considera ulterius quod interrogationi dialecticæ
dupliciter responderi potest. Uno modo, consentiendo interrogationi, sive
affirmative sive negative; ut si quis petat, cælum est animatum? et
respondeatur, est; vel, Deus non movelur? et respondeatur, mon: talis responsio
vocatur propositio. Alio modo, potest responderi interimendo; ut si quis petat,
cælum est animatum, et respondeatur, non; vel Deus non movetur? et respondeatur,
movetur: talis responsio vocatur contradictionis altera pars, eo quod
affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio ergo
dialectica est petitio annuentis responsionis, quæ est propositio, vel
contradicentis, quæ est altera pars contradictionis secundum supradictam
Boethii expositionem. 6. Deinde subdit probationem consequentiæ, cum ait: Propositio vero unius
contradictionis est etc. Ubi notandum est quod si responsio dialectica posset
esse plures, non sequeretur quod responsio enunciationis multiplicis non posset
esse dialectica; sed si responsio dialectica non potest esse nisi una
enunciatio, tunc recte sequitur quod responsio enunciationis pluris, non est
responsio dialectica, quæ una est. Notandum etiam quod si enunciatio aliqua
plurium contradictionum pars est, una non esse comprobatur: una enim uni tantum
contradicit. Si autem unius solum contradictionis pars est, una est eadem
ratione, quia scilicet unius affirmationis unica est negatio, et e converso.
Probat ergo Aristoteles consequentiam ex eo quod propositio, idest responsio
dialectica unius contradictionis est, idest una enunciatio est affirmativa vel
negativa. Ex hoc enim, ut iam dictum est, sequitur quod nullius enunciationis
multiplicis sit responsio dialectica, et consequenter nec una responsio sit.
Nec prætereas quod cum propositionem, vel alteram partem contradictionis,
responsionemque præposuerit dialecticæ interrogationis, de sola propositione
subiunxit, quod est una; quod ideo fecit, quia illius alterius vocabulum ipsum
unitatem præferebat. Cum enim alteram contradictionis partem audis, unam
affirmationem vel negationem statim intelligis. Adiunxit autem antecedenti ly
ergo, vel insinuans hoc esse aliunde sumptum, ut postmodum in speciali
explicabit, vel, permutato situ, notam consequentiæ huius inter antecedens et
consequens locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur, si ergo
Socrates currit, movetur ; pro eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo.
movetur. Sequitur deinde consequens: Nom erit una responsio ad boc ; et infert
principalem conclusionem subdens, Quod neque una erit interrogatio etc. Si enim responsio non potest esse una, nec
interrogatio ipsa una erit. Quod autem addidit: Nec si sit vera, eiusmodi est.
Posset aliquis credere, quod licet interrogationi pluri non possit dari
responsio una, quando id de quo quæstio fit non potest de omnibus illis
pluribus affirmari vel neBoethius. 13* TAS 98 gari (ut cum quæritur, canis est
animal? quia non potest vere de omnibus responderi, est, propter cæleste sidus,
nec vere de omnibus responderi, som est, propter canem latrabilem, nulla possit
dari responsio una); attamen quando id quod sub interrogatione cadit potest
vere de omnibus affirmari aut negari, tunc potest dari responsio una; ut si II
nec ipsa quæstio quid est, est interrogatio dialectica: verbi gratia; si quis
quærat, quid est amimal? talis non quærit dialectice. Deinde subiungit
probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid est, non est quæstio dialectica;
et intendit quod quia interrogatio dialectica optionem respondenti offerre
debet, utram velit contradictionis quæratur, camis est substantia? quia potest
vere de omnibus responderi, esí, quia esse substantiam omnibus canibus
convenit, unica responsio dari possit. Hanc erroneam existimationem removet
dicens: Nec si sit vera, idest, et dato quod responsio data enunciationi
multiplici de omnibus verificetur, nihilominus non est una, quia unum non
significat, nec unius contradictionis est pars, sed plures responsio illa habet
contradictorias, ut de se patet. 8. Deinde cum dicit: Dictum est autem de bis
in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate eorum quæ
dicta sunt in Topicis; secundo, a signo. Et circa hoc duo facit. Primo, ponit
ipsum signum, dicens: Quod similiter etc., cum auctoritate Topicorum,
manifestum est, scilicet, antecedens assumptum, scilicet quod dialectica
interrogatio est petitio responsionis affirmativæ vel neQuoniam nec ipsum quid
est, idest ex eo quod gativæ. partem, et ipsa quæstio quid est talem libertatem
non proponit (quia cum dicimus, quid est animal? respondentem ad definitionis
assignationem coarctamus, quæ non solum ad unum determinata est, sed etiam omni
parte contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse dicat); ideo ipsa
quæstio quid est, non est dialectica interrogatio. Unde dicit: Oportet enim ex
data, idest ex proposita interrogatione dialectica, hunc respondentem eligere
posse utram velit contradictionis partem, quam contradictionis utramque partem
interrogantem oportet determinare, idest determinate proponere, hoc modo:
Utrum. boc animal sit bomo an mon: ubi evidenter apparet optionem respondenti
offerri. Habes ergo pro signo cum quæstio dialectica petat responsionem
propositionis, vel alterius contradictionis partem, elongationem quæstionis quid
est a quæstionibus dialecticis. CAP. , LECT. LECTIO (Canp. CargTANr lect. 1v) EX.
ALIQUIBUS DIVISIM. PRÆDICATIS DE SUBIECTO SEQUITUR ENUNCIATIO. DE EISDEM
CONIUNCTIM IN EODEM SUBIECTO, EX ALIQUIBUS AUTEM NON SEQUITUR "Excel δὲ τὰ
μὲν κατηγορεῖται συντιθέμενα, ὡς ἕν τὸ πᾶν κατηγόρημα τῶν χορὶς κατηγορουμένων;
τὰ δ᾽ οὔ: τίς ἡ διαφορά; κατὰ γὰρ τοῦ ἀνθρώπου ἀληθὲς εἰπεῖν καὶ χωρὶς ζῷον, καὶ
χωρὶς δίπουν, καὶ ταῦτα ὡς fv καὶ ἄνθρωπον, καὶ λευκόν, καὶ ταῦθ᾽ ὡς ἕν. * 99
Quoniam vero hæc quidem prædicantur composita, ut ' Seq. c. x. unum omne
prædicatum fiat eorum quæ extra prædicantur, alia vero non; quæ differentia
est? De homine enim verum est dicere, εἴ extra animal, et extra bipes; et hæc
ut unum: et, hominem, et, album; et 'AXX οὐχί; εἰ ὀκυτεὺς καὶ ἀγαθός, xal σκυτεὺς
ἀγαθός. Εἰ γάρ, ὅτι ἑκάτερον ἀληθές, εἶναι δεῖ καὶ τὸ συνάμφω, πολλὰ καὶ ἄτοπα ἔσται.
Κατὰ γὰρ τοῦ ᾿ἀνθρώπου καὶ τὸ ἄνθρωπος ἀληθὲς καὶ τὸ λευχόν- ὥστε xal τὸ «muy.
Πάλιν, εἰ τὸ λευκὸν αὐτό, καὶ τὸ ἅπαν, στε ἔσται ἄνθρωπος λευχὸς λευχός, καὶ τοῦτο
εἰς ἄπειgov. Καὶ πάλιν μουσικός, λευχός, βαδίζων" καὶ ταῦτα πολλάκις
πεπλεγμένα εἰς ἄπειρον. "Ect, εἰ ὁ Zoxpdτῆς τῆς Σωχράτης καὶ ἄνθρωπος, καὶ
Σωχράτης Σωχράἄνθρωπος. Καὶ εἰ ἄνθρωπος, καὶ δίπους" καὶ ἄνθρωπος ἄνθρωπος
δίπους" Ὅτι μὲν οὖν, εἴ τις ἁπλῶς φήσει τὰς συμπλοχοὶς γίνεσθαι, πολλὰ
συμβαίνει λέεἰν Τῶν ἄτοπα, δῆλον. Ὅπως δὲ θετέον, λέγωμεν νῦν. αὐτοῦ δὴ
κατηγορουμένων καὶ ἐφ᾽ οἷς χατηγορεῖσθται συμβαίνει, ὅσα μὲν λέγεται κατὰ
συμβεβηκὸς ἢ κατὰ τοῦ ἢ θάτερον xavd θατέρου, ταῦτα οὐχ ἔσται ἕν, οἷον ἄνθρωπος
λευχός ἐστι xxl μουσιχός., ἀλλ᾽ οὐχ ἕν τὸ λευκὸν καὶ τὸ μουσικόν"
συμβεβηκότα γὰρ ἄμφω τῷ αὐτῷ. Οὐδ᾽ εἰ τὸ λευκὸν μουσικὸν ἀληθὲς εἰπεῖν, ὅμως οὐχ
ἔσται τὸ μουσικὸν λευκὸν ἕν cv χατὸὰ συμβεβηκὸς γὰρ τὸ μουσικὸν λευχόν" ὥστε
οὐκ ἔσται τὸ λευχὸν μουσικὸν ἕν τι. Διὸ οὐδ᾽ ὁ σχυτεὺς ἁπλῶς ἀγαθὸς, ἀλλὰ ζῷον
δίπουν. οὐ γὰρ κατὰ συμβεβηκός. Ἔτι οὐδ᾽ ὅσα ἐνυπάρχει ἐν τῷ ἑτέρῳ. Διὸ οὔτε τὸ
λευκὸν πολλάχις, οὔτε ὁ ἄνθρωπος ἄνθρωπος ξῷόν ἐστιν ἢ δίπουν" ἐνυπάρχει γὰρ
ἐν τῷ ἀνθρώπῳ τὸ ζῷον καὶ τὸ δίπουν. vá aJ yostquam declaravit diversitatem
multiplicis enunciationis, intendit determinare de earum consequentiis. Et
circa hoc duo facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda incipit;
ibi: Verum autem est dicere * etc. Circa primum tria facit: primo, proponit
quæstionem; secundo ostendit rationabilitatem quæstionis; ibi: Si enim quoniam
* etc.; tertio, solvit eam ; ibi: Eorum igitur ** etc. Est ergo dubitatio
prima: Quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur enunciatio, in qua
illamet unitæ prædicantur de eodem, et ex aliquibus non. Unde hæc diversitas
oritur? Verbi gratia; ex istis, Socrates est amimal et est bipes ; sequitur,
ergo Socrates est. animal. bipes ; et similiter ex istis, Socrates est bomo et
est albus; sequitur, ergo Socrates est bomo albus. Ex illis vero, Socrates est
bonus, et. est. citbaroedus ; non sequitur, ergo est bonus citbaroedus. Unde
proponens quæstionem inquit: Quoniam vero bæc, scilicet prædicta, ita
prædicantur composita, idest coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra
prædicantur, idest, ut ex eis extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero
prædicata non sunt talia, quæ est inter differentia; unde talis innascitur
diversitas? Et subdit exempla iam adducta, et ad propositum applicata: quorum
primum continet prædicata ex quibus fit unum per se, hæc est ut et unum. Sed
non si citharoedus (coriarius) bonus, etiam citharoedus ('coriarius) bonus. Si
enim quoniam utrunque, verum, esse oportet et simul utrunque multa
inconvenientia erunt. De homine enim verum est et hominem, et album dicere;
quare et omne. Rursus si album, et omne. Quare erit homo albus albus; et hoc in
infinitum. Et rursus musicus albus ambulans; et hæc eadem frequenter implicita
in infinitum. Amplius si Socrates, Socrates est, et homo; et Socrates Socrates
homo; et si homo et bipes, erit homo homo bipes. Quod igitur si quis
simpliciter dicat complexiones fieri, plurima inconvenientia contingere
manifestum est. Quemadmodum ponendum est nunc dicimus. Eorum igitur quæ
prædicantur, et de quibus prædicari accidit quæcumque secundum accidens
dicuntur, vel de eodem, vel alterum de altero, hæc non erunt unum; ut, homo
albus est et musicus; sed non est unum album et musicum; accidentia enim sunt
utraque eidem. Nec, si album, musicum verum est dicere, tamen non erit musicum
album unum aliquid: secundum accidens enim album musicum dicetur; quare non
erit album musicum unum aliquid. Quocirca nec citharoedus (coriarius) bonus
simpliciter; sed animal bipes: non enim sunt secundum accidens. Amplius nec
quæcunque insunt in alio. Quare neque album frequenter dictum, neque homo homo
animal est, vel bipes; insunt enim in homine animal et bipes. scilicet, animal
et bipes, genus et differentia; secundum autem prædicata ex quibus fit unum per
accidens, scilicet, bomo albus; tertium vero prædicata ex quibus neque unum per
se neque unum per accidens inter se fieri sequitur; ut, cilbaroedus et bonus,
ut declarabitur. 2. Deinde cum dicit: Si enim quoniam etc., declarat veritatem
diversitatis positæ, ex qua rationabilis redditur quæstio: si namque inter
prædicata non esset talis diversitas, irrationabilis esset dubitatio. Ostendit
autem hoc ratione ducente ad inconveniens, nugationem scilicet. Et quia nugatio
duobus modis committitur, scilicet explicite et implicite; ideo primo deducit
ad nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: Amplius, si Socrates etc.
Ait ergo quod si nulla est inter quæcumque prædicata differentia, sed de
quolibet indifferenter censetur quod quia alterutrum separatum dicitur, quod
utrumque coniunctim dicatur, multa inconvenientia sequentur. De aliquo enim
homine, puta Socrate, verum est separatim dicere quod, homo est, et albus est;
quare et omne, idest et coniunctim dicetur, Socrates est homo albus. Rursus et
de eodem Socrate potest dici separatim quod, est homo albus, et quod, est
albus; quare et omne, idest, igitur coniunctim dicetur, Socrates est homo albus
albus: ubi manifesta est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum dicas
sepa100 ratim quod, est homo albus albus, verum dices et congrue quod est
albus, et secundum hoc, si iterum hoc repetes separatim, a veritate simili non
discedes, et sic in infinitum sequetur, Socrates est homo albus, albus, albus
in infinitum. Simile quod ostenditur in alio exemplo. Si quis de Socrate dicat
quod, est musicus, albus, ambulans, cum possit et separatim dicere quod, est
musicus, et quod, est II accidens enumerasset, unico tamen exemplo utrumque
membrum explanavit, ut insinuaret quod distinctio illa non erat in diversa
prædicata per accidens, sed in eadem diversimode comparata. Album enim et
musicum, comparata ad hominem, sub primo cadunt membro; comalbus, et quod, est
ambulans; sequetur, Socrates est musicus, albus, ambulans, musicus, albus,
ambulans. Et quia pluries separatim, in eodem tamen
tempore, enunciari potest, procedit nugatio sine fine. Deinde deducit ad
implicitam nugationem, dicens, cum de Socrate vere dici possit separatim quod,
est homo, et quod, est bipes, si coniunctim inferre licet, sequetur quod,
Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes enim circumloquens
differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis ratione. Unde
ponendo loco hominis suam rationem (quod fieri licet, ut docet Aristoteles II
Topicorum), apparebit manifeste nugatio. Dicetur enim: Socrates est homo, idest,
animal bipes, bipes. Quoniam ergo plurima inconvenientia sequuntur si quis
ponat complexiones, idest, adunationes prædicatorum fieri simpliciter, idest,
absque diversitate aliqua, manifestum est ex dictis. Quomodo autem faciendum
est, nunc, idest, in sequentibus dicemus. Et nota quod iste textus non habetur
uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia non discrepat, legat
quicunque ut vult. 3. Deinde cum dicit: Eorum igitur etc., solvit propositam
quæstionem. Et circa hoc duo facit: primo, respon* *" Num. 11. Num. 7. det
instantiis in ipsa propositione quæstionis adductis; secundo, satisfacit
instantis in probatione positis; ibi: Amplius nec quæcumque * etc. Circa primum duo facit: primo namque, declarat
veritatem ; secundo, applicat ad propositas instantias; ibi: Quocirca * etc.
Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum sive subiectorum
plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per se. Si per
accidens, hoc dupliciter contingit, vel quia ambo dicuntur per accidens de uno
tertio, vel quia alterum de altero mutuo per accidens prædicatur. Quando illa
plura divisim prædicata sunt per accidens quovis modo, ex eis non sequitur
coniunctim prædicatum; quando autem sunt per se, tum ex eis sequitur coniuncte
prædicatum. Unde continuando se de ad præcedentia ait: Eorum. igitur quæ
prædicantur, et quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque dicuntur
secundum accidens (et per hoc innuit oppositum membrum, scilicet per se), vel
de eodem, idest accidentaliter concurrunt ad unius tertii denominationem, vel.
alterutrum. de altero, idest accidentaliter mutuo se denominant (et per hoc
ponit membra duplicis divisionis), ba:c, scilicet plura per accidens, mom erunt
unum, idest non inferent prædicationem coniunctam. Et explanat utrumque horum
exemplariter. Et primo, primum, quando scilicet illa plura per accidens
dicuntur de tertio, dicens: Ut si bomo albus est et musicus. divisim. Sed non
est idem, idest non sequitur adunatim, ergo bomo est musicus albus. Utraque enim
sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando solum illa plura
per accidens de se mutuo prædicantur, subdens: Nec si album. musicum. verum est
dicere, idest, et etiamsi de se invicem ista prædicantur per accidens ratione
subiecti in quo uniuntur, ut dicatur, bomo est albus, et est musicus, el album
est musicum, non tamen sequitur quod album musicum unite prædicetur, dicendo,
ergo bomo est albus musicus. Et causam assignat, quia album dicitur de musico
per accidens, et e converso. $. Notandum est hic quod cum duo membra per parata
autem inter se, sub secundo. Diversitatenr ergo comparationis pluralitate
membrorum, identitatem autem prædicatorum unitate exempli astruxit. 6.
Advertendum est ulterius, ad evidentiam divisionis factæ in littera, quod,
secundum accidens, potest dupliciter accipi. - Uno modo, ut distinguitur contra
perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic: quoniam cum dicitur plura
prædicata secundum accidens, - aut ly secundum accidens determinaret
coniunctionem inter se, et ma sic manifeste esset falsa regula; quoniam inter
priprædicata, animal bipes, seu, animal rationale, est prædicatio secundum
accidens hoc modo (differentia enim in nullo modo perseitatis prædicatur de
genere, et tamen Aristoteles in textu dicit ea non esse prædicata per accidens,
et asserit quod est optima illatio, est amimal et bipes, ergo est animal
bipes); - aut determinaret coniunctionem illarum ad subiectum, et sic etiam
inveniretur falsitas in regula: bene namque dicitur, paries est coloratus, et
est visibilis, et tamen coloratum visibile non per se inest parieti. - Alio
modo, accipitur ly secundum accidens, ut distinguitur contra hoc quod dico,
ratione sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat, quod, per aliud: et hoc
modo accipitur hic. Quæcunque enim sunt talis naturæ quod non ratione sui
iunguntur, sed propter aliud, ab illatione coniuncta deficere necesse est, ex
eo quod coniuncta illatio unum alteri substernit, et ratione sui ea adunata
denotat ut potentiam et actum. - Est ergo sensus divisionis, quod prædicatorum
plurium, quædam sunt per accidens, quædam per se, idest, quædam adunantur inter
se ratione sui, quædam propter aliud. Ea quæ per se uniuntur inferunt
coniunctum, ea autem quæ propter aliud, nequaquam. 7. Deinde cum dicit:
Quocirca nec. citbaroedus etc., applicat declaratam veritatem ad partes
quæstionis. Et primo, ad secundam partem, quia sclicet non sequitur: est bonus
et est citharoedus; ergo est bonus citharoedus, dicens: Quocirca nec
citbaroedus bonus etc.; secundo, ad aliam partem quæstionis, quare sequebatur:
est animal et est bipes; ergo est animal bipes: et ait: Sed animal bipes etc.
Et subiungit huius ultimi dicti causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata
secundum accidens coniuncta inter se rum aut in tertio, sed per se. Et per hoc
explanavit altemembrum primæ divisionis, quod adhuc positum non fuerat
explicite. Adverte quod Aristoteles, eamdem tenens sententiam de citharoedo et
bono et musico et albo, conclusit quod album et musicum non inferunt coniunctum
prædicatum; ideo nec citharoedus et bonus inferunt citharoedus bonus
simpliciter, idest coniuncte. Est autem ratio dicti, quia licet musica et
albedo dissimiles sint bonitati et arti citharisticæ in hoc, quod bonitas nata
est denominare et subiectum tertium, puta hominem et ipsam artem citharisticam
(propter quod falsitas manifeste cernitur, quando dicitur: est bonus et
citharoedus; ergo bonus citharoedus ), musica vero et albedo subiectum tertium
natæ sunt denominare tantum, et non se invicem (propter quod latentior est casus
cum proceditur: est albus et est musicus; ergo est musicus albus), licet,
inquam, in hoc sint dissimiles, et propter istam dissimilitudinem processus
Aristotelis minus sufficiens videatur; attamen similes sunt in hoc quod, si
servetur identitas omnimoda prædicatorum quam servari oportet, si illamet
divisa debent inferri coniunctim, sicut musica non denominat albedinem, neque
contra, ita nec bonitas, de qua fit sermo, cum dicitur, bomo est bonus,
denominat artem citharisticam, neque e converso. Cum enim bonum sit æquivocum,
licet a consilio, alia ratione dicitur de perfectione citharoedi, et alia de
perfectione hominis. Quando namque dicimus, Socrates est bonus, intelligimus
bonitatem moralem, quæ est hominis bonitas simpliciter (analogum siquidem
simpliciter positum sumitur pro potiori); cum autem infertur, citharoedus
bonus, non boni101 9. Nec obstat quod album faciat unum per accideüs cum
homine: non enim dictum est quod unitas per accidens aliquorum impedit ex
diversis inferre coniunctum, sed quod unitas per acccidens aliquorum ratione
tertii tantum est illa quæ impedit. Talia enim quæ non sunt unum per accidens
nisi ratione tertii, inter se nullam hatatem moris sed artis prædicas: unde
terminorum identitas non salvatur. Sufficienter igitur et subtiliter Aristoteles
eamdem de utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi ratio etc.
8. Nec prætereundum est quod, cum tres consequentias adduxit quæstionem
proponendo, scilicet; est animal et bipes; ergo est animal bipes: et, est homo
et albus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est bonus
citharoedus; et duas primas posuerat esse bonas, tertiam vero non ; huius
diversitatis causam inquirere volens, cur solvendo quæstionem nullo modo
meminerit secundæ consequentiæ, sed tantum primæ et tertiæ. Indiscussum namque
reliquit an illa consequentia sit bona —-an ve, SUB -w mala. - Et ad hoc
videtur mihi dicendum quod ex his paucis verbis etiam illius consequentiæ
naturam insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax apparet cum dixit quod,
non sunt unum album et musicum etc., ut scilicet non tantum indicet quod
expositum est, sed etiam eius causam, ex qua natura secundæ consequentiæ
elucescit. Causa namque quare album et musicum non inferunt coniunctam,
prædicationem est, quia in prædicatione coniuncta oportet alteram partem alteri
supponi, ut potentiam actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo. modo unum, et altera
a reliqua denominetur (hoc enim vis coniunctæ prædicationis requirit, ut supra
diximus de partibus definitionis); album autem et musicum secundum se non
faciunt unum per se, ut patet, neque unum per accidens.Licet enim ipsa ut
adunantur in subiecto uno sint unum
subiecto per accidens, tamen ipsamet quæ
adunantur in uno, tertio subiecto, non faciunt inter se unum per accidens: tum quia neutrum informat
alterum (quod requiritur ad unitatem per
accidens aliquorum inter se, licet non
in tertio); tum quia non considerata subiecti
unitate, quæ est extra eorum rationes, nulla remanet inter ea
unitatis causa. Dicens ergo quod album et musicum non sunt unum, scilicet inter se, aliquo
modo, causam expressit quare coniunctim
non infertur ex eis prædicatum. Et quia oppositorum eadem est disciplina,
insinuavit per illamet verba bonitatem
illius consequentiæ. Ex eo enim quod
homo et albus se habent sicut potentia et actus, (et ita albedo informet, denominet atque unum
faciat cum homine ratione sui), sequitur
quod ex divisis potest inferri coniuncta
prædicatio; ut dicatur: est bomo et albus; ergo
δὲ bomo albus. Sicut per oppositum dicebatur quod ideo musicum et album non inferunt coniunctum prædicatum quia neutrum alterum informabat. bent unitatem; et propterea non potest
inferri coniunctum, ut dictum est, quod unitatem importat. Illa vero quæ sunt unum per accidens ratione sui, seu
inter se, ut, bomo albus, cum coniuncta
accipiuntur, unitate necessaria non
carent, quia inter se unitatem habent. Notanter autem apposui ly tantum : quoniam si aliqua duo
sunt unum per accidens, ratione tertii
subiecti scilicet, sed non tantum ex hoc
habent unitatem, sed etiam ratione sui,ex hoc quod alterum reliquum informat, ex istis divisis
non prohibetur inferri coniunctum. Verbi
gratia, optime dicitur: est quantum et est coloratum; ergo est quantum
coloratum: quia color informat
quantitatem. IO. Potes
autem credere quod secunda illa consequentia, quam non explicite
confirmavit Aristoteles respondendo, sit bona et ex eo quod ipse
proponendo quæstionem asseruit bonam, et
ex eo quod nulla istantia reperitur.
Insinuavit autem et Aristoteles quod sola talis
unitas impedit illationem coniunctam, quando dixit quæcunque secundum.
accidens dicuntur vel de eodem vel alterutrum. de altero. Cum enim dixit,
secundum. accidens de eodem, unitatem eorum ex sola adunatione in tertio
posuit (sola enim hæc per accidens prædicantur
de eodem, ut dictum est); cum autem addidit, vel
alterutrum de altero, mutuam accidentalitatem ponens, ex nulla parte inter se
unitatem reliquit. Utraque ergo per accidens adducta prædicata, in tertio
scilicet vel alterutrum, quæ impediant illationem coniunctam, nonnisi in tertio
unitatem habent. 11. Deinde cum dicit: Amplius nec etc.,
satisfacit instantiis in probatione adductis, et in illis in quibus
explicita committebatur nugatio, et in
illis in quibus implicita; et ait quod
non solum inferre ex divisis coniunctum non
licet quando prædicata illa sunt per accidens, sed mec etiam quæcunque insunt im alio: idest, sed
nec hoc licet quando prædicata includunt
se, ita quod unum includatur in significato formali alterius intrinsece, sive
explicite, ut album in albo, sive implicite, ut animal et
bipes in homine. Quare neque album
frequenter dictum divisim infert coniunctum, neque bomo divisim ab animali
vel bipede enunciatum, animal bipes,
coniunctum cum homine infert; ut dicatur, ergo Socrates est bomo bipes, vel
animal bomo. Insunt enim in hominis ratione, animal et bipes actu et
intellectu, licet implicite. Stat ergo solutio
quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in tertio tantum et nugatio, impediunt ex
divisis inferri coniunctum ; et consequenter, ubi neutrum horum inven'tur, licebit inferre coniunctum. divisis
ex quando divisæ sunt simul veræ
de eodem etc. Et hoc
intellige vel bipes. Ed. c:
animal LECTIO (Can. CargTAN: lect.
v) AN EX ENUNCIATIONE HABENTE PLURA PRÆDICATA
CONIUNCTIM INFERRE LICEAT ENUNCIATIONEM
QUÆ EADEM PRÆDICATA DIVISIM CONTINET ᾿Αληθὲς δέ ἐστιν εἰπεῖν χατὰ τοῦ τινὸς χαὶ ἁπλῶς, οἷον
τὸν τινὰ ἄνθρωπον ἄνθρωπον, 5 τὸν τινὰ λευχὸν ἀνθρωπον ἄνθρωπον. λευκόν: οὐχ ἀεὶ δέ. ᾽Αλλ᾽ ὅταν μὲν ἐν τῷ προσχειμένῳ τῶν ἀντιχειμένων τι
ἐνυπάρχῃ; ᾧ ἕπε ται ἀντίφασις, οὐχ ἀληθές, ἀλλὰ y: 930oc, οἷον τὸν τεθνεῶτα ἄνθρωπον ἄνθρωπον εἰπεῖν" ὅταν δὲ Un ἐνυπάρχῃ; ἀληθές. "H ὅταν μὲν ἐνυπάρχῃ, ἀεὶ οὐκ ἀληθές: ὅταν δὲ μὴ ἐνυπάρχῃ, οὐκ ἀεὶ ἀληθές, ὥσπερ, Ὅμηρός ἐ ἐστί τι, οἷον ποιητής" ἄρ᾽ οὖν καὶ ἔστιν, ἢ 00; χατὰ cup ps βηχὸς γὰρ “κατηγορεῖται τοῦ Ὁμήρου τὸ
ἔστι" ὅτι 12e ποιητής ἐστιν, ἀλλ᾽ οὐ καθ᾽ αὐτὸ κατηγορε εἴται χατὰ τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστιν. Ὥστε ἐν ὅσαις κατηγορίαις μήτε ἐναντιότης ἔνε στιν, Hu λόγοι ἀντ᾽ ὀνομάτων λέγονται; καὶ xa ἑαυτὸ χατηγορῆται; χαὶ μὴ κατὰ “συμβεβηκός, ἐπὶ τούτων τὸ τὶ χαὶ ἁπλῶς ἀληθὲς ἔσται εἰπεῖν. Τὸ δὲ μὴ ὄν, ὅτι δοξαστόν, οὐχ ἀληθὲς εἰπεῖν ὄν τι’ δόξα γὰρ αὐτοῦ οὐχ ἔστιν, ὅτι ἔστιν, ἀλλ᾽ ὅτι οὐκ i» ὩΣ secundam dubitationem. Et circa hoc tria fa
Num.seq. Num. 17. Num. 8.
Ξ ys do solvit eam;
ibi: Sed quando in adiecto * etc.,
tertio, ex hoc excludit quemdam errorem; ibi: Quod autem non est* etc. Est ergo quæstio: an
ex enunciatione habente prædicatum coniunctum, liceat inferre enunciationes
dividentes illud coniunctum; et est quæstio: contraria superiori. Ibi enim quæsitum
est an ex divisis inferatur coniunctum; hic autem quæritur an ex coniuncto sequantur divisa. Unde movendo quæstionem
dicit: erum aulem. aliquando est dicere
de aliquo et. simpliciter, idest divisim, quod scilicet prius dicebatur
coniunctim, ΜῈ quemdam hominemalbum esse bominem, aut quoddam album
hominem. album esse, idest ut ex ista, Socrates est. bomo albus, sequitur divisim, ergo Socrates est bomo,
ergo Socrates est albus. Non autem.
semper, idest aliquando autem ex coniuncto
non inferri potest divisim; non enim sequitur, Socrates est bonus citbaroedus, ergo est bonus. Unde hæc
est differentia, quod quandoque licet et
quandoque non. Et adverte quod
notanter adduxit exemplum de homine albo, inferendo utramque partem divisim, ut insinuaret quod
intentio quæstionis est investigare
quando ex coniuncto potest utraque pars
divisim inferri, et non quando altera tantum.
2. Deinde cum dicit: Sed quando in adiecto etc., solvit quæstionem. Et duo facit: primo, respondet
parti negativæ quæstionis, quando
scilicet non licet; secundo, ibi: Quare
in quantiscumque * etc., respondet parti affirmativæ, quando scilicet licet. Circa primum
considerandum quod quia dupliciter
contingit fieri prædicatum coniunctum, uno
modo ex oppositis, alio modo ex non oppositis, ideo duo facit: primo, ostendit quod numquam ex prædicato
coniuncto ex oppositis possunt inferri eius partes divisim; secundo, quod nec hoc licet universaliter in
prædicato coniuncto ex non oppositis,
ibi: Pel etiam quando etc. Ait ergo quod
quando in termino adiecto inest aliquid de
numero oppositorum, ad quæ sequitur contradictio inter * Verum autem est dicere de aliquo et
simpliciter; ut aliquem ' Sea. c. xr. hominem hominem, aut aliquem
album hominem, hohominem album: non autem semper. Sed quando in adiecto aliquid quidem
oppositorum insit, quod consequitur
contradictio, non verum sed falsum est;
ut, hominem mortuum, hominem dicere: quando
autem non insit, verum est. Aut quando insit quidem, semper
non verum est: quando vero non insit,
non semper verum est; ut, Homerus
est aliquid, ut poeta: utrum
igitur est, an ergo etiam est; non? Secundum accidens enim prædicatur, est, de
Homero; (quoniam est enim poeta), sed
non secundum se prædicatur de Homero ipsum est.
Quare in quantiscunque prædicationibus neque contrarietas, [aliqua aut nulla oppositio] inest, si
definitiones pro nominibus dicantur, et secundum se prædicantur et non secundum
accidens, in his aliquid et simpliciter verum
erit dicere. Quod autem non est,
quoniam opinabile est, non est verum
dicere esse aliquid: opinio enim eius non est, quoniam est, sed quoniam non est. ipsos terminos, »on verum. est, scilicet
inferre divisim, sed falsum. Verbi
gratia cum dicitur, Cæsar est bomo mortuus,
non sequitur, ergo est bomo: quia ly mortuus, adiacens homini,
oppositionem habet ad hominem, quam. sequitur
contradictio inter hominem et mortuum: si enim est homo, non est mortuus, quia .non est corpus
inanimatum; et si est mortuus, non est
homo, quia mortuum est corpus
inanimatum. Quando autem mon inest, scilicet talis. oppositio, verum
est, scilicet inferre divisim. Ratio
autem quare, quando est oppositio in
adiecto, non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti
oppositione corrumpitur in ipsa
enunciatione coniuncta. Corruptum autem
seipsum absque corruptione non infert, quod illatio divisa sonaret. 3. Dubitatur hic primo circa id quod
supponitur, quomodo possit vere dici, Cæsar
est bomo mortuus, cum enunciatio non
possit esse vera, in qua duo contradictoria
simul de aliquo prædicantur. Hoc enim est primum principium. Zomo autem
et mortuus, ut in littera dicitur,
contradictoriam oppositionem includunt, quia in
homine includitur vita, in mortuo non vita. - Dubitatur secundo circa ipsam consequentiam, quam
reprobat Aristoteles: videtur enim . optima. Cum enim ex enunciatione
prædicante duo contradictoria possit utrumque inferri (quia æquivalet
copulativæ), aut neutrum, (quia destruit seipsam), et enunciatio supradicta
terminos oppositos contradictorie prædicet, videtur sequi utraque pars, quia
falsum est neutram sequi. 4. Ad hoc simul dicitur quod aliud est loqui de duobus
terminis secundum se, et aliud de eis ut unum stat sub determinatione alterius.
Primo namque modo, bomo et moriuus, contradictionem inter se habent, et
impossibile est quod simul in eodem inveniantur. Secundo autem modo, bomo et
mortuus, non opponuntur, quia homo transmutatus iam per determinationem
corruptivam importatam in ly mortuus, non stat pro suo significato secundum se,
sed secundum exigentiam termini additi, a CAP. , quo suum significatum
distractum est. Ad utrunque autem insinuandum Aristoteles duo dixit, et quod
habent oppositionem quam sequitur contradictio, attendens significata eorum
secundum se, et quod etiam ex eis formatur una vera enunciatio cum dicitur,
Socrates est bomo moriuus, attendens coniunctionem eorum alterius corruptivam.
Unde patet quid dicendum sit ad dubitationes. Ad utramque siquidem dicitur, quod
non enunciantur duo contradictoria simul de eodem, sed terminus ut stat sub
distractione *, seu transmutatione alterius,cui secundum se * Ed. c:
distinclione. esset contradictorius. 5. Dubitatur quoque circa id quod ait:
/mest aliquid oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur
addi illa particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita
consequitur contradictio, ut patet discurrendo in singulis; pater enim est non
filius, et album non nigrum, et videns non cæcum etc. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt
dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata; alio
modo denominative, seu subiective. Verbi gratia, pater et filius possunt accipi
pro paternitate et filiatione, et possunt accipi pro eo qui denominatur pater
vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat oppositione aliqua, ut dicitur in
X Metapbysicæ, supponatur omnino distincta esse opposita. Dicendum ergo est
quod, licet ad omnia opposita seu distincta contradictio sequatur inter se
formaliter sumpta, non tamen ad omnia opposita sequitur contradictio inter ipsa
denominative sumpta. Quamvis enim pater et filius mutuam sui negationem
inferant inter se formaliter, quia paternitas est non filiatio, et filiatio est
non paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem non
necessario inferunt. Non enim sequitur, Socrates est pater; ergo mon est filius; nec e converso.
Ut persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque opposita colligata
impediunt divisam illationem (quia non illa quæ habent contradictionem annexam
formaliter tantum, sed illa quæ,habent contradictionem et formaliter et
secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur contradictio, in tertio
scilicet denominato. Et usus est satis congrue vocabulo, scilicet, consequitur
: contradictio enim ista in tertio est quodammodo extra ipsa opposita. 6.
Deinde cum dicit: Vel etiam quando est etc., declarat quod ex non oppositis in
tertio coniunctis secundum unum prædicatum, non universaliter possunt inferri
partes divisim. Et primo, hoc proponit quasi emendans quod immediate dixerat,
subiungens: Vel etiam quando est, scilicet oppositio inter terminos coniunctos,
falsum est semper, scilicet inferre divisim ; quasi diceret : dixi quod quando
inest oppositio, non verum sed falsum est inferre divisim; quando autem non
inest talis oppositio, verum est inferre divisim. Vel etiam ut melius dicatur,
quod quando est oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis
oppositio, non semper verum est. Et sic modificavit supradicta addendo ly
semper, et, nom semper. Et subdens exemplum quod non semper ex non oppositis
sequatur divisio, ait: Ut, Homerus est aliquid ut poeta; ergo eliam. est? Non.
Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato, altera pars, ergo Homerus
est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ partes colligatæ, est et
poeta, non. habent oppositionem, ad quam sequitur contradictio. Igitur non
semper ex non oppositis coniunctis illatio divisa tenet etc. Deinde cum dicit:
Secundum. accidens etc., probat hoc, quod modo dictum est, ex eo quod altera
pars istius compositi, scilicet, est, in antecedente coniuncto prædicatur de
Homero secundum accidens, idest ratione alterius, quoniam, scilicet poeta,
prædicatur de Homero, et LECT. non prædicatur secundum se ly est de Homero;
quod tamen infertur, cum concluditur: ergo Homerus est. - Considerandum est hic
quod ad solvendam illam conclusionem negativam, scilicet, - non semper ex non
oppositis coniunctis infertur divisim, - sufficit unam instantiam suæ oppositæ
universali affirmativæ afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo illud genus
enunciationum, in quo altera pars coniuncti est aliquid pertinens ad actum
animæ. Loquimur enim modo de Homero vivente in poematibus suis in mentibus
hominum. In his siquidem enunciationibus partes coniunctæ non sunt oppositæ in
tertio, et tamen non licet inferre utramque partem divisim. Committitur enim
fallacia secundum quid ad simpliciter. Non enim valet, Cæsar est laudatus, ergo.
est: et simile est de esse in effectu dependente in conservari. Quomodo autem intelligenda sit ratio ad hoc adducta
ab Aristotele in sequenti particula dicetur. 8. Deinde cum dicit: Quare in
quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis, quando scilicet ex
coniunctis licet inferre divisim. Et ponit duas conditiones oppositas
supradictis debere convenire in unum, ad hoc ut possit fieri talis
consequentia; scilicet, quod nulla inter partes coniuncti oppositio sit, et
quod secundum se prædicentur. Unde dicit inferendo ex dictis: Quare in
quantiscunque prædicamentis, idest prædicatis ordine quodam adunatis, meque
contrarietas aliqua, in cuius ratione ponitur contradictio in tertio (contraria
enim sunt quæ mutuo se ab eodem expellunt), aut universaliter nulla oppositio
inest, ex qua scilicet sequatur contradictio in tertio, si. definitiones pro.
nominibus sumantur. Dixit hoc, quia licet in quibusdam non appareat oppositio,
solis nominibus positis, sicut, bomo mortuus, et in quibusdam appareat, ut, vivum
mortuum; hoc tamen non obstante, si, positis nominum definitionibus loco
nominum, oppositio appareat, inter opposita collocamus. Sicut, verbi gra.tia,
bomo mortuus, licet oppositionem non præseferat, tamen si loco hominis et
mortui eorum definitionibus utamur, videbitur contradictio. Dicemus enim corpus
animatum rationale, corpus inanimatum irrationale. In quantiscunque, inquam,
coniunctis nulla est oppositio, ef secundum se, et non secundum | accidens.
prædicantur, in. bis verum. erit. dicere et. simpliciter, idest divisim quod
fuerat coniunctim enunciatum. 9. Ad evidentiam secundæ conditionis hic positæ,
nota quod ly secumdum se potest dupliciter accipi: uno modo positive, et sic
dicit perseitatem primi, secundi, universaliter, quarti modi; alio modo
negative, et sic idem sonat quod non per aliud. - Rursus considerandum est quod
cum Aristoteles dixit de prædicato coniuncto quod, secundum se prædicetur, ly
secundum. se potest ad tria referri, scilicet, ad partes coniuncti inter se, ad
totum coniunctum respectu subiecti, et ad partes coniuncti respectu subiecti.
Si ergo accipiatur ly secumdum se positive, licet non falsus, extraneus tamen a
mente Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque illorum trium referatur. Licet enim valeat, est bomo
risibilis, ergo. est bomo et est risibilis, et, est animal rationale, ergo est
animal et est rationale; tamen his oppositæ inferunt similes consequentias.
Dicimus enim, est albus musicus, ergo est musicus et est. albus: ubi nulla est
perseitas, sed est coniunctio per accidens, tam inter partes inter se, quam
inter totum et subiectum, quam etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur
quod non accipit Aristoteles ly secundum se positive, ex eo quod vana fuisset
talis additio, quæ ab oppositis non facit in hoc differentiam. Ad quid enim
addidit, secundum se, et non, secundum accidens, si tam illæ quæ sunt secundum
se, modo exposito, quam illæ quæ sunt secundum accidens ex coniuncto, inferunt
di104 II visum? - Si vero accipiatur secundum se, negative, idest, non per aliud,
et referatur ad partes coniuncti inter se, falsa invenitur regula. Nam non
licet dicere, est bonus cilbaroedus ; ergo est. bonus et citlbaroedus ; et
tamen ars citharizandi et bonitas eius sine medio coniunguntur. Et similiter
contingit, si referatur ad totum coniunctum respectu subiecti, ut in eodem
exemplo apparet. Totum enim hoc, citbaroedus bonus, non propter aliud convenit
homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut ad
partem coniuncti respectu subiecti referatur, et sit sensus: quando aliqua
coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur, idest,
quod utraque pars prædicatur de subiecto non propter alteram, sed propter
seipsam et subiectum, tunc ex conAverroes. Boethius. * Ed. c: idest, negative. * Ed. c:
opinionem. iuncto infertur divisa prædicatio. το. Et hoc modo exponunt Averroes et
Boethius; et vera invenitur regula, ut inductive facile manifestari potest, et
ratio ipsa suadet. Si enim partes alicuius coniuncti prædicati ita inhærent
subiecto quod neutra propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod
veritatem impediat divisarum. Est et verbis Aristotelis consonus sensus iste.
Quoniam et per hoc distinguit inter enunciationes ex quibus coniunctum infert
divisam prædicationem, et eas quibus hæc non inest consequentia. Istæ siquidem
ultra habentes oppositiones in adiecto, sunt habentes prædicatum coniunctum,
cuius una partium alterius est ita determinatio, quod nonnisi per illam
subiectum respicit, sicut apparet in exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est
poeta. Est siquidem ibi non respicit Homerum ratione ipsius Homeri, sed præcise
ratione poesis relictæ; et ideo non licet inferre, ergo Homerus est. Et simile
est in negativis. Si quis enim dicat, Socrates non est paries, non licet
inferre, ergo Socrates mon est, eadem ratione, quia esse non est negatum de
Socrate, sed de pariete in Socrate. 11. Et per hoc patet qualiter sit
intelligenda ratio in textu superiore adducta. Accipitur enim ibi, secundum se
negative *, modo hic exposito, et secundum accidens, idest propter aliud. In
eadem ergo significatione est usus ly secundum. accidens, solvendo hanc et
præcedentem quæstionem: utrobique enim intellexit secundum accidens, idest,
propter aliud, coniuncta, sed ad diversa retulit. Ibi namque ly secundum.
accidens determinabat coniunctionem duorum prædicatorum inter se; hic vero
determinat partem coniuncti prædicati in ordine ad subiectum. Unde ibi, album
et musicum, inter ea quæ secundum accidens sunt, numerabantur; hic autem non.
12. Sed occurrit circa hanc expositionem * dubitatio non parva. Si enim ideo
non licet ex coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti non respicit
subiectum propter se, sed propter alteram partem (ut dixit Aristoteles de ista
enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod numquam a tertio adiacente ad
secundum erit bona consequentia: quia in omni enunciatione de tertio adiacente,
est respicit subiectum propter prædicatum et non propter se etc. 13. Ad huius
difficultatis evidentiam, nota primo hanc distinctionem. Aliud est tractare
regulam, quando ex tertio adiacente infertur secundum et quando non, et aliud
quando ex coniuncto fit illatio divisa et quando non. Illa siquidem est extra
propositum, istam autem venamur. Illa compatitur varietatem terminorum, ista
non. Si namque unus terminorum, qui est altera pars coniuncti, secundum
significationem seu suppositionem varietur in separatione, non infertur ex
coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. - Nota secundo hanc
propositionem: Cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur
identitas terminorum. Liquet ista quoad illum terminum, es/. Dictum siquidem
fuit supra a sancto Thoma *, quod aliud importat est secundum adiacens, et
aliud est tertium adiacens. Illud namque importat actum essendi simpliciter, hoc
autem habitudinem inhærentiæ vel identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo
varietas unius termini cum ex tertio adiacente infertur secundum, et
consequenter non fit illatio divisi ex coniuncto. - Unde prælucet responsio ad
obiectionem, quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum,
numquam tamen ex tertio adiacente licet inferri secundum tamquam ex coniuncto
divisum, quia inferri non potest divisim, cuius altera pars ipsa divisione
perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad probationem dicatur quod,
optime concludit quod talis illatio est illicita infra limites illationum, quæ
ex coniuncto divisionem inducunt, de quibus hic Aristoteles loquitur. I4. Sed
contra hoc instatur. Quia etiam tanquam ex per coniuncto divisa fit illatio,
Socrates est albus, ergo est, locum a parte in modo ad suum totum, ubi non fit
varietas terminorum. - Et ad hoc dicitur quod licet homo albus sit pars in modo
hominis (quia nihil minuit de hominis ratione albedo, sed ponit hominem
simpliciter), tamen est album non est pars in modo ipsius est, eo quod pars in
modo est universale cum conditione non minuente, ponente illud simpliciter.
Clarum est autem quod album minuit rationem ipsius esf, et non ponit ipsum
simpliciter: contrahit enim ad esse secundum quid. Unde apud philosophos, cum
fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum quid. 15. Sed
instatur adhuc quia secundum hoc, dicendo, est animal, ergo est, fit illatio
divisa per eumdem locum. Animal enim non minuit rationem ipsius est. - Ad hoc
est dicendum quod ly est, si dicat veritatem propositionis, manifeste peccatur
a secundum quid ad simpliciter. Si autem dicat actum essendi, illatio est bona,
sed non est de tertio, sed de secundo adiacente. 16. Potest ulterius dubitari
circa principale: quia sequitur, est quantum coloratum, ergo est quantum, et,
est. coloratum ; et tamen coloratum respicit subiectum mediante quantitate:
ergo non videtur recta expositio supra adducta. - Ad hoc et similia dicendum
est quod coloratum non ita inest subiecto per quantitatem quod sit eius
determinatio et ratione talis determinationis subiectum denominet, sicut
bonitas artem citharisticam determinat ; cum di-citur, est citbaroedus bonus;
sed potius subiectum ipsum primo coloratum denominatur, quantum vero secundario
coloratum. dicitur, licet color media quantitate suscipiatur. Unde notanter
supra diximus, quod tunc altera pars coniuncti prædicatur per accidens, quando
præcise denominat subiectum, quia denominat alteram partem. Quod nec in hac,
nec in similibus instantiis invenitur 17. Deinde cum dicit: Quod autem non est
etc., excludit quorumdam errorem qui, quod "on est, esse tali syl- logismo
concludere satagebant: Quod est, opinabile est. Quod non est, est opinabile.
Ergo quod non est, est. - Hunc siquidem processum elidit Aristeteles destruendo
primam propositionem, quæ partem coniuncti in subiecto divisim prædicat, ac si
diceret: est opinabile, ergo est. Unde as- sumendo subiectum conclusionis
illorum ait: Quod autem non est; et addit medium eorum, quoniam opinabile est;
et subdit maiorem extremitatem, »om est verum dicere, esse aliquid. Et causam
assignat, quia talis opinatio non pro- pterea est, quia illud sit, sed potius
quia non est. pere * et im. Lib. II, lect. 1 LECTIO (Canp. CareTANt lect. v1)
DE PROPOSITIONIBUS MODALIBUS EARUMQUE INTER SE OPPOSITIONE Τούτων δὲ διωρισμένων, σχεπτέον ὅπως ἔχουσιν αἱ ἀπο- φάσεις χαὶ χαταφάσεις πρὸς ἀλλήλας, αἱ τοῦ δυνα- τὸν εἶναι καὶ μὴ δυνατόν, χαὶ ἐνδεχόμενον καὶ μὴ ἐνδεχόμενον, καὶ περὶ τοῦ ἀδυνάτου τε καὶ ἀναγκα- (ou* ἔχει γὰρ ἀπορίας τινάς. Εἰ γὰρ τῶν συμπλεκομένων αὗται ἀλλήλαις ἀντίχεινται ἀντιφάσεις, ὅσαι χατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τάτ- : His vero determinatis, considerandum est quemadmodum
se se habent negationes et affirmationes ad se invicem; quæ sunt de possibili
esse et non possibili, et de con- tingenti, et de impossibili, et necessario;
habent enim aliquas dubitationes. Nam si eorum, quæ corpplectuntur, illæ sunt
sibi invicem oppositæ contradictiones, quæcunque secundum esse τονται, οἷον τοῦ εἶναι ἄνθρωπον ἀπόφασις τὸ μὴ εἶναι ἄνθρωπον, οὐ τὸ εἶναι μιὴ ἄνθρωπον, καὶ τοῦ εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, τὸ, p εἶναι λευκὸν ἄνθρω- πον, ἀλλ᾽ οὐ τὸ εἶναι μὴ λευχὸν ἄνθρωπον" εἰ γὰρ — χατὰ παντὸς ἡ κατάφασις ἢ ἡ ἀπόφασις, τὸ ξύλον ἔσται ἀληθὲς εἰπεῖν εἶναι μιὴ λευκὸν ἄνθρωπον εἰ δὲ τοῦτο οὕτως, καὶ ὅσοις τὸ εἶναι μὴ προστίθεται, τὸ αὐτὸ ποιήσει τὸ ἀντὶ τοῦ εἶναι λεγόμενον, οἷον τοῦ, ἄνθρωπος βαδίζει, οὐ τὸ οὐχ ἄνθρωπος βαδίζει, ἀπό- φάσις ἔσται, ἀλλὰ «0, οὐ βαδίζει ἄνθρωπος- οὐδὲν dg διαφέρει εἰπεῖν, ἄνθρωπον βαδίζειν, ἢ ἄνθρωπον ζαλζοντα εἶναι. Ὥστε, εἰ οὕτως πανταχοῦ, καὶ τοῦ υνατὸν εἶναι ἀπόφασις ἔσται τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλ᾽ οὐ τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Δοχεῖ δὲ τὸ αὐτὸ δύνασθαι χαὶ εἶναι καὶ μὴ εἶναι: πᾶν do τὸ δυνατὸν τέμνεσθαι ἢ βαδίζειν, καὶ μὴ βα- ίζειν xa μὴ τέμνεσϑαι δυνατόν: λόγος δέ, ὅτι ἅπαν τὸ οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀεὶ ἐνεργεῖ, ὥστε ὑπάρξει αὐτῷ 'χαὶ ἡ ἀπόφασις: δύναται γὰρ καὶ μὴ βαδίζειν τὸ βαδιστικόν, καὶ μὴ ὁρᾶσθαι τὸ ὁρατόν. ᾿Αλλὰ μιὴν ἀδύνατον χατὸὺ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύεσθαι τας ἄντι- χειμένας φάσεις. Οὐχ ἄρα τοῦ δυνατὸν εἶναι ἀπό- ασίς ἐστι τὸ, δυνατὸν μὴ εἶναι. Συμβαίνει γὰρ ἐκ τούτων ἢ τὸ αὐτὸ φάναι xal ἀποφάναι ἅμα κατὰ τοῦ αὐτοῦ, ἢ μὴ κατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τὰ προστιθέμενα γίνεσθαι φάσεις καὶ ἀποφά- σεις. Εἰ οὖν ἐχεῖνο ἀδύνατον, τοῦτ᾽ ἂν εἴη αἱρετόν. gj ostquam determinatum est de enunciationi- Sybus,
quarum partibus aliud additur tam rema- MZ'nente quam variata unitate, hic
intendit de- clarare quid accidat enunciationi, ex eo quod. aliquid additur,
non suis partibus, sed com- positioni eius. Et circa hoc duo facit: primo, determinat de E"
Eest. x. . Num. 7. *Ed. c: et sibili. oppositione earum ; secundo, de
consequentiis; ibi: Conse- quentiæ vero* etc. Circa primum duo facit: primo,
proponit quod intendit; secundo, exequitur; ibi: Nam si eorum * etc. Proponit
ergo quod iam perspiciendum est, quomodo se pos- i habeant affirmationes et
negationes enunciationum de * possibili et non possibili etc. Et causam subdit:
Habent enim multas dubitationes speciales. - Sed antequam ulterius pro-
cedatur, quoniam de enunciationibus, quæ modales vo- cantur, sermo inchoatur,
prælibandum est esse quasdam modales enunciationes, et qui et quot sunt modi
reddentes: propositiones modales; et quid earum sit subiectum et quid
prædicatum ; et quid sit ipsa enunciatio modalis ; quisque sit ordo earum ad
præcedentes; et quæ necessitas sit specialem faciendi tractatum de his. Quia
ergo possumus dupliciter de rebus loqui; uno modo, componendo rem unam cum
alia, alio modo, compositionem factam declarando qualis sit, insurgunt duo
enunciationum genera; quædam scilicet enunciantes Opp. D. Tgowaz T. I. » et non
esse disponuntur, ut eius quæ est, esse hominem, negatio est, non esse hominem,
non autem ea quæ est, esse non hominem: et eius, quæ est, esse album hominem,
ea quæ est, non esse album hominem, sed non ea quæ est, esse non album hominem
(5i énim de omni aut affirmatio aut negatio est, lignum erit verum dicere esse
non album hominem): quod si hoc modo et in quibuscunque esse non additur, idem
faciet quod pro esse dicitur; ut eius, quæ est, homo ambulat, non hæc, ambulat
non homo, negatio erit, sed hæc, non ambulat homo. Nihil enim differt dicere
hominem ambulare, vel hominem ambulantem esse. Qua're si hoc modo ubique, et
eius, quæ est, possibile esse, negatio erit possibile non esse, sed non ea quæ
est, non possibile esse. Videtur autem idem posse et esse et non esse. Omne enim
quod est possibile dividi, vel ambulare, et non ambulare, et non dividi
possibile est. Ratio autem est, quoniam omne quod sic possibile est, non semper
in actu est; quare inerit ipsi etiam negatio: potest enim et non ambulare quod
est ambulativum, et non videri quod est visibile. At vero impossibile est de
eodem oppositas veras esse affirmationes et negationes. Non igitur eius quæ
est, possibile esse, negatio est hæc, possibile non esse. Contingit autem ex
his, aut idem affirmare et negare simul de eodem, aut non secundum esse vel non
esse, quæ opponuntur, fieri affirmationes et negationes. Si ergo illud
impossibile est, hoc erit magis eligendum. aliquid inesse vel non inesse
alteri, et hæ vocantur de inesse, de quibus superius habitus est sermo; quædam
vero enunciantes modum compositionis prædicati cum subiecto, et hæ vocantur
modales, a principaliori parte sua, modo scilicet. Cum enim dicitur, Socratem
currere est possibile, non enunciatur cursus de Socrate, sed qualis sit
compositio cursus cum Socrate ἢ, scilicet possibilis. Signanter
autem dixi modum compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex
est. Quidam enim determinat verbum, vel ratione significati ipsius verbi, ut
Socrates currit velociter, vel ratione temporis consignificati, ut Socrates
currit hodie; quidam autem determinat compositionem ipsam prædicati cum
subiecto; sicut cum dicitur, Socratem. currere est possibile. In illis namque
determinatur qualis cursus insit Socrati, vel quando; in hac autem, qualis sit
coniunctio cursus cum Socrate. Modi ergo non illi qui rem verbi, sed qui
compositionem determinant, modales enunciationes reddunt, eo quod compositio
veluti forma totius totam enunciationem continet. 3. Sunt autem huiusmodi modi
quatuor proprie loquendo, scilicet possibile et impossibile, necessarium et
contingens.-Verum namque et falsum, licet supra compositionem cadant cum
dicitur, Socratem currere est uerum, vel hominem. esse quadrupedem est. falsum,
attamen modificare Cap. xit. Ed. c: de Socrate. * Ed. c et 1526. promitur. II
facit: primo, movendo quæstionem arguit ad partes; seproprie non videntur
compositionem ipsam. Quia modificari
proprie dicitur al'quid, quanlo redditur aliuale, non quando fit secundum suam
substantiam. Compositio autem quando dicitur vera, non aliqualis propon'tur *,
sed quod est: nihil enim aliud est dicere, Socratzm currere. est erum, quam
quod compos:tio cursus cum Socrate est. Et similiter quando est falsa, nihil aliud dicitur, quam
quod non est: nam nihil aliud est dicere, Socratzm currere est falsum, quam
quod compositio cursus cum Socrate non est. Quando vero compositio dicitur
possibilis aut contingens, iam non ipsam esse, sed ipsam al'qualem esse dicimus:
cum s'quidem dicitur, Socratzm currere est possibile, non substantificamus
compositionem cursus cum Socrate, sed qual'ficamus, asserentes illam esse
possibilem. Unde Aristoteles hic modos proponens, veri et falsi nullo modo
meminit, licet infra verum et non verum inferat, propter causam ibi
assignandam. 4. Et quia enunciatio modalis duas in se continet compositiones,
alteram inter partes dicti, alteram inter dictum et modum, intelligendum est
eam compositionem modificari, idest, quæ est inter partes dicti, non eam quæ
est inter modum et dictum. Quod sic perpendi potest. Huius enunciat'on's
modalis, Socratzm esse album est. possibile, duæ sunt partes ; altera est,
Socratzm esse album, altera est, possibile. Prima dictum vocatur, eo.quod est
id quod dicitur per eius indicativam, scilicet, Socrates est a!bus: qui enim
profert hanc, Socratzs est albus, nihil aliud dicit nisi Socratem esse album:
secunda vocatur modus, eo quod modi adiectio est. Prima compositionem quandam
in se continet ex Socrate et albo; secunda pars primæ opposita, compos'tionem
aliquam sonat ex dicti compos:tione et modo. Prima rursus pars, licet omnia
habeat propria, subiectum scilicet, et prædicatum, copulam et compositionem,
tota tamen subiectum est modalis enunciationis; secunda autem est prædicatum.
Dicti ergo compositio subiicitur et modificatur in enunciatione modali. Qui
enim dicit, Socratem esse album est possibile, non significat qualis est se,
coniunctio possibilitatis cum hoc dicto, Socrat»m esse album, sed insinuat
qualis sit compositio partium dicti inter scilicet albi cum Socrate, scilicet
quod est compositio possibilis. Non
dicit igitur enunciatio modalis aliquid inesse, vel non inesse, sed dicti
potius modum enunciat. Nec proprie componit secundum significatum, quia compositionis
non est compositio, sed rerum compositioni modum apponit. Unde nihil aliud est
enunciatio modalis, quam enunciatio dicti modificativa. 5. Nec propterea censenda est
enunciatio plures modalis, quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de
unica compositione enunciat, licet illius compositionis plures sint partes.
Plura enim illa ad dicti compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit
unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est supra quod enunciationis
unitatem non impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus est: alba, est enunciatio
multiplex, licet domus ex multis consurgat partibus. 6. Merito autem est, post
enunciationes de inesse, de modalibus tractandum, quia partes naturaliter sunt
toto priores, et cognitio totius ex partium cognitione dependet; et specialis
sermo de his est habendus, quia proprias habet difficultates. Notavit quoque
Aristoteles in textu multa. Horum ordinem scilicet, cum dixit: His vero
determinatis etc. modos qui et quot sunt, cum eos expressit et inseruit; variationem
eiusdem modi, per affirmationem et negationem, cum dixit: Possibile et non
possibile, contingens et non conlingens; necessitatem cum addidit: Habent enim
multas dubitationzs proprias etc. 7. Deinde cum dicit: Nam si eorum etc.,
exequitur tractatum de oppositione modalium, Et circa hoc duo cundo, determinat
veritatem ; ibi: Contingit autzm * etc. Est
autem dubitatio: an in enunciationibus modalibus fiat contradictio negatione
apposita ad verbum dicti, quod dicit rem; an non, sed potius negatione apposita
ad modum qui qualificat. Et primo, arguit ad partem affirmativam, quod scilicet
addenda sit negatio ad verbum ; secundo, ad partem negativam, quod non
apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi: Vid»tur autzm * etc. 8. Intendit ergo
primo tale argumentum; si complexorum contradictiones attenduntur penes esse et
non esse (ut patet inductive in enunciationibus substantivis de secundo
adiacente et de tertio, et in adiectivis), contradictionesque omnium hoc modo
sumendæ sunt, contradictoria huius, possibile esse, erit, possibile mon esse,
et non illa, non possibile esse. Et consequenter apponenda est negatio verbo,
ad sumendam oppositionem in modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur,
possibile esse, et, possibile non esse, negatio cadit supra esse. Unde dicit:
Nam si eorum, qua» complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicom. sunt
oppositæ contradictionzs, quæ secundum esse vel non esse disponuntur, idest in
quarum una affirmatur esse, et in altera negatur. 9. Et subdit inductionem,
inchoans. a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ est, esse hominem,
idest, bomo est, negatio est, non esse hominem, ubi verbum negatur, idest, bomo
non est; et non est eius negatio ea quæ est, esse non hominem, idest, non bomo
est: hæc enim non est quæ negativa, sed affrmativa de subiecto infinito, simul
est vera cum illa prima, scilicet, homo est. ro. Deinde prosequitur inductionem
in substantivis de tertio adiacente: ut, eius quæ est, esse album hominem,
idest, ut, illius enunciationis, homo est albus, negatio est, non esse album
hominem, ubi verbum negatur, idest, homo non est albus; et non est negatio
illius ea, quæ est, esse;non album hominem, idest, homo est non albus. Hæc enim
non est. negativa, sed affirmativa de prædicato infinito. - Et quia istæ duæ
affirmativæ de prædicato finito et infinito non possunt de eodem verificari,
propterea quia sunt de prædicatis oppositis, posset aliquis credere quod sint
contradictoriæ; et ideo ad hunc errorem tollendum interponit rationem probantem
quod hæ duæ non sunt contradictoriæ. Est autem ratio talis. Contradictoriorum talis est natura
quod de omnibus aut dictio, idest affirmatio aut negatio verificatur. Inter
contradictoria siquidem nullum potest inveniri medium; sed hæ duæ
enunciationes, scilicet, est bomo albus, et, est bomo mon albus, sunt
contradictoriæ per se; ergo sunt talis naturæ quod de omnibus altera
verificatur. Et sic, cum de ligno sit falsum dicere, est homo albus, erit verum
dicere de eo, scilicet ligno, esse non album hom'nem, idest, lignum est homo
non albus. Quod est manifeste falsum: lignum enim neque est homo albus, neque
est homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est simul falsa de eodem, quod
non sit inter eas contradictio: Sed contradictio fit quando negatio apponitur
verbo. 1r. Deinde prosequitur inductionem in enunciationibus adiectivi verbi,
dicens: Quod si boc modo, scilicet supradicto, accipitur contradictio, et. im
quantiscunque enuncialionibus esse non ponitur explicite, idem faciet! quoad
oppositionem sumendam, id quod pro esse ;dicitur (idest verbum adiectivum, quod
locum ipsius esse tenet, pro quanto, propter eius veritatem in se inclusam,
copulæ officium facit), ut eius enunciationis quæ est, bomo ambulat, negatio
est, non ea quæ dicit, mom bomo ambulat (hæc enim est affirmativa de subiecto
infinito), sed negatio illius est, bomo non ambulat ; sicut et in illis. de
verbo substantivo, negatio verbo addenda erat. Nihil enim * * Num. 14. Num. 13.
differt dicere verbo adiectivo, homo ambulat, vel substantivo, homo est
ambulans. Deinde ponit secundam partem inductionis dicens: Et si boc modo in
omnibus sumenda est contradictio, scilicet; apponendo negationem ad esse,
concluditur quod et eius enunciationis, quæ dicit, possibile esse, negatio est,
possibile non esse, et non illa quæ dicit, non possibile esse. Patet conclusionis sequela: quia in illa, possibile
non esse, negatio apponitur verbo; in ista autem non. Dixit autem in principio
huius rationis: Eorum quæ complectuntur, idest complexorum, contradictiones
fiunt secundum esse et non esse, ad differentiam incomplexorum quorum oppositio
non fit negatione dicente mon 107 non semper actu est, sequitur quod sit
possibile non esse. Quod enim non semper est, potest non esse. Bene ergo intulit Aristoteles ex
his duobus: Quare inerit 'etiam negatio possibilis et non solum affirmatio;
potest igitur et non. ambulare, quod est ambulabile, et non. videri, quod est
visibile. Maior vero subiungitur, cum ait: 4t vero impossibile est. de eodem.
veras esse contradictiones. Infertur quoque ultimo conclusio: Nom est igitur
ista (scilicet, possibile non esse) negatio ilius, quæ dicit, possibile esse:
quia sunt simul veræ de eodem. - Caveto autem ne ex isto textu putes possibile,
ut est modus, debere semper accipi pro possibili ad utrumlibet: quoniam hoc
infra declarabitur esse falsum; sed considera quod satis fuit intenesse, sed
ipsi incomplexo apposita, ut, homo, et, non bomo, legit, et, non legit. 153.
Deinde cum dicit: Videtur autem. idem. etc., arguit ad quæstionis partem
negativam (scilicet quod ad sumendam contradictionem in modalibus non addenda
est negatio verbo), tali ratione. Impossibile est duas contradictorias esse
simul veras de eodem; sed supradictæ, scilicet, possibile esse, et, possibile
non esse, simul verificantur de eodem; ergo istæ non sunt contradictoriæ:
igitur contradictio modalium non attenditur penes verbi negationem. Huius rationis primo ponitur in littera minor cum sua
probatione; secundo maior; tertio conclusio. Minor quidem cum dicit: Videtur
autem. idem. possibile esse, el, non possibile esse. Sicut verbi gratia, omne
quod est possibile dividi est etiam possibile non dividi, et quod est possibile
ambulare est etiam possibile non ambulare. Ratio autem. huius minoris est,
quoniam omne quod sic possibile est (sicut, scilicet, est possibile ambulare et
dividi), non semper actu esi: non enim semper actualiter ambulat, qui ambulare
potest; nec semper actu dividitur, quod dividi potest. Quare inerit etiam
negatio possibilis, idest, ergo non solum possibilis est affirmatio, sed etiam
negatio eiusdem. - Adverte quod quia possibile est multiplex, ut infra dicetur,
ideo notanter Aristoteles addidit ly sic, assumens, quod sic possibile est, nom
semper actu est. Non enim de omni possibili verum est
dicere quod non semper UTE. TNT ΞΜ D — »w actu est, sed de aliquo,
eo scilicet quod est sic * possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota
ulterius quod quia tale possibile habet duas conditiones, scilicet quod potest
actu esse et quod non semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est
verum dicere, possibile esse, et, non esse. Ex eo enim quod potest actu esse, sequitur quod sit
possibile esse; ex eo vero quod denti declarare quod in modalibus non sumitur
contradictio ex verbi negatione, afferre instantiam in una modali, quæ
continetur sub modalibus de possibili. 14. Deinde cum dicit: Contingit autem
unum ex bis εἴς.» determinat veritatem huius dubitationis. Et quia duo petebat,
scilicet, an contradictio modalium ex negatione verbi fiat an non, et, an
potius ex negatione modi; ideo primo, determinat veritatem primæ petitionis,
quod scilicet contradictio harum non fit negatione verbi; secundo, determinat
veritatem secundæ petitionis, quod scilicet fiat modalium contradictio ex
negatione modi; ibi: Est ergo negatio * etc. - Dicit ergo quod propter supradictas
rationes evenit unum ex his duobus, quæ conclusimus determinare, aut idem
ipsum, idest, unum et idem dicere, idest affirmare et negare simul de eodem:
idest, aut quod duo contradictoria simul verificantur de eodem, ut prima ratio
conclusit; aut affirmationes vel negationes modalium, quæ opponuntur
contradictorie, fieri nom secundum. esse vel non 6556, idest, aut contradictio
modalium non fiat ex negatione verbi, ut secunda ratio conclusit. Si ergo illud
est impossibile, scilicet quod duo contradictoria possunt simul esse vera de
eodem, boc, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum verbi
negationem, erit magis eligendum. Impossibilia enim semper vitanda sunt. Ex
ipso autem modo loquendi innuit quod utrique earum aliquid obstat. Sed quia primo
obstat impossibilitas quæ acceptari non potest, secundo autem nihil aliud
obstat nisi quod negatio supra enunciationis copulam cadere debet, si negativa
fieri debet enunciatio, et hoc aliter fieri potest quam negando dicti verbum,
ut infra declarabitur; ideo hoc secundum, scilicet quod contradictio modalium
non fiat secundum negationem verbi, eligendum est: primum vero est omnino
abiiciendum. * Lect. seq. II LECTIO (Canp.. CargrANr lect. vi) DE NEGATIONE
APPONENDA NON VERBO SED MODIS IN CONTRADICTIONIBUS PROPOSITIONUM MODALIUM Ἔστιν
ἄρα ἀπόφασις τοῦ δυνατὸν εἶναι τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Ὁ χαὶ δ᾽ αὐτὸς λόγος καὶ
περὶ τοῦ ἐνδεχόμενον εἶναι" καὶ 13e τούτου ἀπόφασις τὸ μὴ ἐνδεχόμενον εἶναι,
ἐπὶ τῶν ἄλλων δὲ ὁμοιοτρόπως, οἷον ἀναγκαίου τε καὶ ἀδυνάτου. Γίνεται γάρ, ὥσπερ
ἐπ᾽ ἐκείνων τὸ εἶναι καὶ τὸ μὴ εἶναι προσθέσεις,) τὰ δ᾽ ὑποχείμενα πράγματα, τὸ
μὲν λευχόν, τὸ δὲ ἄνθρωπος: οὕτως ἐνταῦθα τὸ μὲν εἶναι xai μὴ εἶναι, ὡς ὑποχείμενον
γίνεται, τὸ δὲ δύνασθαι καὶ τὸ ἐνδέχεσθαι, προσθέσεις διορίζουσαι, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐχείνων
τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι, τὸ ἀληθὲς xa τὸ ψεῦδος, ὁμοίως αὖται ἐπὶ τοῦ εἶναι δυνατὸν
χαὶ εἶναι οὐ δυνατόν. Τοῦ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ οὐ δυνατὸν εἶναι, ἀλλὰ
τὸ οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι, καὶ τοῦ δυνατὸν εἶναι οὐ τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ
μιὴ δυνατὸν εἶναι. Διὸ καὶ Hs Pp μὰ ἂν δόξειαν ἀλλήλαις αἱ τοῦ δυνατὸν εἶναι χαὶ
δυνατὸν μὴ εἶναι’ τὸ γὰρ αὐτὸ δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" οὐ γὰρ ἀντιφάσεις
ἀλλήλων αἱ τοιαῦται, τὸ δυνατὸν εἶναι καὶ δυνατὸν μὴ εἶναι" * Est ergo
negatio eius quæ est, possibile esse, ea quæ est ' Seq. cap. xir. non possibile
esse. Eadem quoque ratio
est et in eo quod est contingens esse: etenim negatio eius est, non contingens
esse; et in aliis quoque simili modo, ut in necessario et impossibili. Fiunt
enim quemadmodum in illis, esse et non esse, appositiones, subiectæ vero res, hoc
quidem album, illud vero homo: eodem quoque modo hoc in loco, esse quidem et
non esse, ut subiectum fit, posse vero et conüngere appositiones sunt,
determinantes (quemadmodum in illis esse et non esse) veritatem et falsitatem,
similiter hæ in eo quod est, esse possibile et esse non possibile. Eius vero,
quæ est, possibile non esse, negatio est non ea quæ est, non esse, sed ea quæ
est, non possibile; et eius quæ est, possibile esse, non ea quæ est, possibile
non esse, sed ea quæ est, non possibile esse. Quare et sequi sese invicem
videbuntur, possibile esse et possibile non esse. Idem enim possibile esse et
non esse. ἀλλὰ τὸ δυνατὸν εἶναι χαὶ μὴ δυνατὸν εἶναι οὐδέποτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἅμα ἀληθεύονται" ἀντίκεινται Te, οὐδέ γε τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ οὐ δυνατὸν pen εἶναι οὐδέποτε ἅμα ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύονται. Ὁμοίως δὲ xài τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι" τοῦ δὲ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι, τὸ per ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. Καὶ τοῦ al θελα εἶναι οὐ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι: τοῦ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναί. Καὶ καθόλου 3£, ὥσπερ εἴρηται, τὸ μὲν εἶναι καὶ μὴ εἶναι δεῖ τιθέναι, ὡς τὰ ὑποκείμενα, κατάφασιν δὲ Non enim contradictiones sunt
sibi invicem huiusmodi, possibile esse et possibile non esse; sed possibile
esse et non possibile esse, nunquam simul sunt in eodem veræ sunt: opponuntur
enim : neque ea quæ . est, possibile non esse et non possibile non esse,
nunquam simul in eodem veræ sunt. Similiter autem et eius. quæ est, necessarium
est, negatio non est quæ est, necessarium non esse, sed ea quæ est, non
necessarium esse; eius vero quæ est, necessarium non esse, ea quæ est, non
necessarium non esse. Et eius quæ est, impossibile esse, non ea quæ est,
impossibile non esse, sed hæc, non impossibile esse; eius vero quæ est,
impossibile non esse, ea quæ est, non impossibile non esse. A Universaliter
vero, quemadmodum dictum est, esse quidam et xal ἀπόφασιν ταῦτα ποιοῦντα πρὸς τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι συντάττειν. Καὶ ταύτας οἴεσθαι χρὴ εἶναι τὰς ἀντικειμένας φάσεις" δυνατόν, οὐ δυνατόν" ἐνδεχόμενον; οὐχ ἐνδεχόμενον: ἀδύνατον, οὐχ ἀδύνατον, ἀναγκαῖον, οὐχ ἀναγκαῖον" ἀληθές, οὐχ ἀληθές. qpeterminat ubi ponenda sit negatio ad assumenΞΔ dam modalium contradictionem. Et circa hoc (ἡ [quatuor facit: primo, determinat
veritatem I. summarie; secundo, assignat determinatæ veritatis rationem, quæ
dicitur rationi ad oppo Num. seq. Num. 4. Num. 5. Ed. c: et verba non addenda
in ea declar. situm inductæ; ibi: Fiunt enim * etc.; tertio, explanat eamdem
veritatem in omnibus modalibus; ibi: Eius vero * etc.; quarto, universalem
regulam concludit; ibi: Universaliter vero * etc. Quia igitur negatio aut verbo
aut modo apponenda est, et quod verbo non addenda est *, declaratum est per
locum a divisione; concludendo determinat: Es! ergo negatio eius quæ est
possibile esse, ea quæ est non possibile esse, in qua negatur modus. Et eadem est ratio in
enunciationibus de contingenti. Huius enim, quæ est, contingens esse, negatio
est, non contingens esse. Et in alis, scilicet de mecesse et impossibile idem
est iudicium. 2. liones Deinde etc., cum subdit dicit: Fiust enim in illis apposihuius
veritatis rationem talem. Ad sumendam contradictionem inter aliquas
enunciationes et non esse oportet ponere quemadmodum subiecta, negationem vero
et affirmationem hæc facientem, ad esse non esse apponere. Et has oportet putare esse oppositas dictiones:
possibile non possibile; contingens non contingens; impossibile non
impossibile; necessarium non necessarium; verum non verum. oportet ponere
negationem super appositione, idest coniunctione prædicati cum subiecto; sed in
modalibus appositiones sunt modi; ergo in modalibus negatio apponenda est modo,
ut fiat contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in
littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod
quemadmodum in illis enunciationibus de imesse appositiones, idest
prædicationes, sunt esse et non esse, idest verba significativa esse vel non
esse (verbum enim semper est nota eorum quæ de altero prædicantur), subiective
vero appositionibus res sunt, quibus esse vel non esse apponitur, ut album, cum
dicitur, album est, vel homo, cum dicitur, homo est; eodem modo hoc in loco in
modalibus accidit: esse quidem subiectum fit, idest dictum sunt. significans
esse vel non esse subiecti locum tenet ; contingere vero et posse oppositiones,
idest modi, prædicationes Et quemadmodum in illis de inesse penes esse et non
esse veritatem vel falsitatem determinavimus, ita in istis modalibus penes
modos. Hoc est enim quod
subCAP. , LECT. dit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi modi veritatem,
quemadmodum in illis esse et non esse, eam * determinat. 109 negatio, possibile non esse, sit illa, non
possibile non esse: : Mu præced. 3. Et sic patet responsio ad argumentum in
oppositum primo adductum *, concludens quod negatio verbo apponenda sit, sicut
illis de inesse. Dicitur enim quod cum modalis enunciet modum de dicto sicut
enunciatio de inesse, esse vel esse tale, puta esse album de subiecto, eumdem
locum tenet modus hic, quem ibi verbum; et consequenter super idem
proportionaliter cadit negatio hic et ibi. Eadem enim, ut dictum est, proportio
est modi ad dictum, quæ est verbi ad subiectum. - Rursus cum veritas et
falsitas afhrmationem et negationem sequantur, penes idem. attendenda est
affirmatio vel negatio enunciationis, et veritas vel falsitas eiusdem. Sicut
autem in enunciationibus de igesse veritas vel falsitas esse vel non esse
consequitur, ita in modalibus modum. Illa namque modalis est vera quæ sic
modificat dictum sicut dicti compositio patitur, sicut illa de imesse est vera,
quæ sic significat esse sicut est. Est ergo negatio modo hic apponenda, sicut
ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis quoad veritatem et falsitatem
enunciationis. 7 Adverte quod
modos, appositiones, idest, prædicationes vocavit, sicut esse in illis de
inesse, intelligens per modum totum prædicatum enunciationis modalis, puta, est
possibile. In cuius signum modos ipsos verbaliter protulit dicens: Contingere
vero et posse appositiones sunt. Contingit enim et potest, totum prædicatum
modalis continent. 4. Deinde cum dicit: Eius vero quod est possibile est non
esse etc., explanat determinatam veritatem in omnibus modalibus, scilicet de
possibili, et necessario, et impossibili. Contingens convertitur cum possibili.
Et quia quilibet modus facit duas modales affirmativas, alteram habentem dictum
affirmatum *, et alteram habentem dictum negatum; ideo explanat in singulis
modis quæ cuiusque affirmationis negatio sit. Et primo in illis de possibili.
Et quia primæ affirmativæ de possibili (quæ scilicet habet dictum affirmatum)
scilicet possibile esse, negatio assignata fuit, non possibile esse; ideo ad
reliquam affirmativam de possibili transiens ait: Eius vero, quæ est possibile
non esse (ubi dictum negatur) megatio est mom possibile non esse. Et hoc
consequenter probat per hoc quod contradictoria huius, possibile non esse, aut
est, possibile esse, aut illa, quam diximus, scilicet, non possibile non esse.
Sed illa, scilicet, possibile esse, non est eius contradictoria. Non enim sunt
sibi invicem contradicentes, possibile esse, et, possibile non esse, quia
possunt simul esse veræ. Unde et sequi sese invicem putabuntur: quoniam, ut
supra dictum fuit, idem est - possibile esse, et - non esse, et consequenter
sicut ad, posse esse, sequitur, posse non esse, ita e contra ad, posse non
esse, sequitur, posse esse. Sed contradictoria illius, possibile esse, quæ non
potest simul esse vera est, non possibile esse: hæ enim, ut dictum est,
opponuntur. Remanet ergo quod huius neret. hæ namque simul nunquam sunt veræ
vel falsæ. Dixit quod possibile esse et non esse sequi se invicem putabuntur,
et non dixit quod se invicem consequuntur: quia secundum veritatem
universaliter non sequuntur se, sed particulariter tantum, ut infra dicetur;
propter quod putabitur quod simpliciter se invicem sequantur. Deinde decarat
hoc idem in illis de necessario. Et primo, in affirmativa habente dictum
affirmatum, dicens: Similiter eius quæ est, necessarium. esse, megatio non est
ea, quæ dicit necessarium. mon esse, ubi modus non negatur, sed ea quæ est, non
necessarium. esse. Deinde subdit de affirmativa de necessario habente dictum
negatum, et ait: Eius vero, quæ est, necessarium. mom esse, megatio est ea, quæ
dicit, mon necessarium. mon. esse. Deinde transit ad illas de impossibili,
eumdem ordinem servans, et inquit: Et eius, quæ dicit, impossibile esse,
negatio non est ea quæ dicit, impossibile non esse, sed, non impossibile esse:
ubi idm modus negatur. Alterius vero
afhrmativæ, quæ est, impossibile non es$e, negatio est ea quæ dicit, won
impossibile non esse. Et sic semper modo negatio addenda cst. 5. Deinde cum
dicit: Unmiversaliter vero etc., concludit regulam universalem dicens quod,
quemadmodum dictum est, dicta importantia esse et non esse oportet ponere in
modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem hoc, idest
contradictionis oppositionem, facientem, oportet apponere tantummodo ad suum
eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus negari, qui prius
affirmabatur, si contradictio esse debet. Et exemplariter: explanans quomodo
hoc fiat, subdit: Et oportet putare bas esse oppositas dictiones, idest
affirmationes et negationes in modalibus, possibile et non possibile,
contingens et mon contingens. Item cum dixit negationem alio tantum modo ad
modum apponi debere, non exclusit modi copulam, sed dictum. Hoc enim est
singulare in modalibus quod eamdem oppositionem facit, negatio modo addita, et
eius verbo. Contradictorie enim opponitur huic, possibile est esse, non solum
illa, non possibile est esse, sed ista, possibile non est esse. Meminit autem
modi potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret quod
negatio verbo modi postposita, modo autem præposita, idem facit ac si modali
verbo præponeretur, et quia, cum modo numquam caret modalis enunciatio, semper
negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo: verbo enim modi
carere contingit modalem, ut cum dicitur, Socrates currit necessario; et ideo
semper verbo negatio aptari potest. - Quod autem in fine addidit, verum et non
verum, insinuat, præter quatuor prædictos modos, alios inveniri, qui etiam
compositionem enunciationis determinant, puta, verum et non verum, falsum et
non falsum: quos tamen inter modos supra non posuit, quia, ut declaratum fuit,
non proprie modificant. II LECTIO (Canp. CareTANI lect. vir) DE PROPOSITIONUM
MODALIUM CONSEQUENTIIS Καὶ αἱ ἀκολουθήσεις δὲ κατὰ λόγον γίνονται οὕτω τιθεμένοις: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι τὸ ἐνδέχεσθαι εἶναι, καὶ τοῦτο ἐχείνῳ ἀντιστρέφει, καὶ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι χαὶ τὸ Un ἀναγκαῖον εἰναι" τῷ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι τὸ μὴ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι καὶ τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τῷ δὲ μὴ δυνατὸν εἶναι καὶ y ἐνδεχόμενον εἶναι τὸ ἀναγχαῖον νὴ Ξἶναι xa τὸ ἀδύνατον εἰναι; τῷ δὲ μὴ δυγατὸν μὴ εἶναι, xal μὴ ἐνδεχόμενον [um εἰναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι καὶ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι. Θεωρείσθω δὲ ἐκ ἧς ὑπογραφῆς ὡς λέγομεν, LN ΄ δυνατὸν εἶναι, ἐνδεχόμενον εἶναι; οὐκ ἀδύνατον εἶναι, οὐκ ἀναγκαῖον εἶναι; δυνατὸν μὴ εἶναι, ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι; οὐχ αδυνατον μὴ εἰναι» οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ δυνατὸν εἶναι. οὐκ ἐνδεχόμενον εἶναι. ἀδύνατον εἶναι. ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι. οὐχ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι. ἀδύνατον Un εἶναι. ἀναγκαῖον εἰναι. * Consequentiæ vero secundum
rationem fiunt cum ita 'Cap.xm. ponuntur illam enim quæ est, possibile esse,
sequitur illa quæ est, contingit esse, et hæc illi convertitur, et, non
impossibile esse et non necessarium esse; illam vero non quæ est, possibile non
esse, et, contingens non esse, ea quæ est, non necesse non esse, et, non
impossibile esse: illam autem quæ est, non possibile esse, et, non contingens
esse, ea quæ est, necessarium non esse, et impossibile esse: illam vero quæ
est, non possibile non esse, et, non contingens non esse, ea quæ est, necesse
est esse, et, impossibile non esse. Consideretur autem ex subscriptione
quemadmodum dicimus: Possibile est esse, Contingens est esse, Non impossibile
est esse, Non necessarium est esse, Possibile est non esse, Contingens est non
esse, Non impossibile est non esse, Non possibile est esse. Non contingens est
esse. Impossibile est esse. Necessarium est non esse. Non possibile est non
esse. Non contingens est non esse. Impossibile est non esse. Non necessarium
est non esse, Necessarium est esse. Τὸ μὲν οὖν ἀδύνατον καὶ οὐκ ἀδύνατον τῷ ἐνδεχομένῳ χαὶ δυνατῷ καὶ οὐχ ἐνδεχομένῳ καὶ μὴ δυνατῷ ἀχολουθεῖ μὲν ἀντιφατικῶς, ἀντεστραμμένως δέ: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι ἡ ἀπόφασις τοῦ ἀδυνάτου ἀκολουθεῖ, τῇ δὲ ἀποφάσει ἡ κατάφασις. Τῷ γὰρ οὐ δυνατὸν εἶναι τὸ ἀδύνατον εἶναι: κατάφασις γὰρ τὸ ἀδύνατον εἶναι, τὸ δ᾽ οὐκ ἀδύνατον εἶναι ἀπόφασις. δ" δ᾽ ἀναγκαῖον πῶς, ὀπτέον. Φανερὸν δὴ ὅτι οὐχ οὕ-, ε:ὰ e H, τως σεις γάρ, ἔχει, ἀλλ᾽ χωρίς" ἐστιν » αἱ, ἐναντίαι ἕπονται" αἱ δ᾽ ἀντιφά- kJ ἀπόφασις τοῦ ἀνάγχη μὴ εἶναι τὸ οὐχ ἀνάγκη εἶναι: ἐνδέχεται γὰρ ἀληθεύεσθαι ἐπὶ τοῦ M] 5,, ὁ Ζ » IB,, 5 αὐτοῦ ἀμφοτέρας" τὸ qup ἀναγκαῖον μη εἶναι οὐχ ἀναγκαῖον εἶναι. ὅτι Αἴτιον δὲ τοῦ μὴ ἀκολουθεῖν τὸ ἀναγκαῖον ὁμοίως τοῖς ἑτέροις, ἐναντίως τὸ ἀδύνατον τῷ ἀναγκαίῳ ἀποδίδοται, τὸ αὐτὸ δυνάμενον. Εἰ γὰρ ἀδύνατον εἶναι, ἀναγκαῖον τοῦτο οὐχ εἶναι, ἀλλὰ μὴ εἶναι" εἰ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τοῦτο ἀνάγχη εἶναι: ὥστε εἰ ἐχεῖνα ὁμοίως τῷ δυνατῷ καὶ μή, ταῦτα ἐξ ἐναντίας, ἐπεὶ οὐ σημαίνει γε ταὐτὸν τό τε ἀναγκαῖον xai τὸ ἀδύνατον, ἀλλ᾽ ὥσπερ εἴρηται, ἀντεστραμμένως. ᾿ ἀδύνατον οὕτως κεῖσθαι τὰς τοῦ ἀναγκαίου ἀντιφάPS ; Ξ σεις; τὸ μὲν γὰρ ἀναγκαῖον εἶναι δυνατὸν εἶναι" εἰ N γὰρ μή; ἡ ἀπόφασις ἀκολουθήσει: ἀνάγκη γὰρ ἢ φάναι ἢ ἀποφάναι: ὥστ᾽ εἰ μὴ δυνατὸν εἶναι, ἀδύνατον εἶναι: ἀδύνατον ἄρα εἶναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι, ὅπε ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν τῷ γε δυνατὸν εἶναι τὸ οὐχ ἀδύνατον εἶναι ἀκολουθεῖ, τούτῳ δὲ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι: docs συμβαίνει τὸ ἀναγχαῖον εἶναι μὴ ἀναγxatov εἶναι, ὅπερ ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν οὐδὲ τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἀχολουθεῖ τῷ δυνατὸν εἶναι. οὐδὲ τὸ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι: τῷ μὲν γὰρ duo. ἐνδέχεται συμβαίνειν, τούτων δὲ ὁπότερον ἂν ἀληθὲς ἥ, οὐκέτι ἔσται ἐκεῖνα ἀληθῆ. "Apa γὰρ δυγατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" εἰ δ᾽ ἀνάγκη εἶναι 7) μὴ Hæ igitur, impossibile, et, non
impossibile, eam quæ est, contingens, et possibile, et non contingens, et non
possibile sequuntur quidem contradictorie, sed conversim. Eam enim quæ est, possibile esse, negatio
impossibilis sequitur, quæ est, non impossibile esse: negationem vero
affirmatio. Illam enim, non possibile esse, ea quæ est, impossibile esse:
affirmatio enim est, impossibile esse; non impossibile vero, negatio.
Necessarium autem quemadmodum se habeat, considerandum est. Manifestum est
autem quod non eodem modo se habet, sed contrariæ sequuntur, contradictoriæ
autem sunt extra. Non enim est negatio. eius, quæ est, necesse non esse, ea quæ
est, non necesse esse: contingit enim veras esse utrasque in eodem: quod enim
est necessarium non esse, non est necessarium esse. Causa autem huius est, cur
non sequitur necessarium cæteris similiter: quoniam contrarie, impossibile
esse, necessario redditur idem valens. Nam quod impossibile esse, necesse hoc
non quidem esse, sed potius non esse: quod vero impossibile non esse, hoc
necessarium esse. Quare si illa similiter sequuntur possibile, et, non
possibile: hæc ex opposito: quoniam non significant idem necessarium et
impossibile; sed (ut dictum est) conversim. Aut certe impossibile est sic poni
necessarii contradictiones. Nam quod necessarium est esse, possibile est esse:
nam si non, negatio consequetur: necesse est enim aut affirmare, aut negare.
Quare si non possibile est esse, impossibile est esse. Igitur impossibile est
esse quod necesse est esse: quod est inconveniens. At vero illam quæ est,
possibile esse, non impossibile esse, sequitur: hanc vero, ea quæ est, non
necessarium est esse; quare contingit quod necessarium esse, non necessarium
esse: quod est inconveniens. At vero neque necessarium esse, sequitur eam quæ
est, possibile esse, neque ea quæ est, necessarium non esse. Illi enim utraque
contingit accidere: harum autem utralibet vera fuerit, non erunt illa vera:
simul enim possibile esse, et, non esse. Si vero necesse esse, vel non esse,
CAP. XIII, εἶναι, οὐκ ἔσται δυνατὸν ἄμφω. Λείπεται τοίνυν τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι
ἀκολουθεῖν τῷ δυνατὸν εἶναι. Τοῦτο γὰρ ἀχηθὲς xxl xxcvd τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι. Καὶ
qde αὕτη γίνεται ἀντίφασις τῇ ἑπομένῃ τῷ οὐ δυνατὸν εἰναι" ἐχείνῳ vp ἀχολουθεῖ
τὸ ἀδύνατον εἶνα!: xal ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ ἡ ἀπόφασις τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι.
᾿Ακολουθοῦσί τε ἄρα xal αὐται αἱ ἀντιφάσεις χατὰ τὸν εἰρημένον τρόπον, καὶ οὐδὲν
ἀδύνατον συμβαίνει τιθεμένων οὕτως. I. y ERN S (Q9 ; Jo lium, hic determinare
intendit de consequenD^ tradit veritatem; secundo, movet quandam dubitationem
circa determinata; ibi: Dubita* * * Lect. seq. Num. 5. dun bit autem * etc.
Circa primum duo facit: primo, ponit consequentias earum secundum opinionem
aliorum; secundo, examinando et corrigendo dictam opinionem, determinat
veritatem ; ibi: Ergo impossibile * etc. 2. Quoad primum considerandum est
quod cum quiliLect. præced. bet modus faciat duas affirmationes, ut dictum fuit
*, et un ' *Lect. xi. * Ed. c τος quabus-affirmationibus
opponantur duæ negationes, ut etiam dictum fuit in Primo * ; secundum quemlibet
modum fient quatuor enunciationes, duæ scilicet affirmativæ et duæ negativæ.
Cum autem modi sint quatuor, effcientur sexdecim modales: quaternarius enim in
seipsum ductus sexdecim constituit. Et quoniam apud omnes, quælibet cuiusque
modi, undecumque incipias, habet unam tantum cuiusque modi se consequentem,
ideo ad assignandas consequentias modalium, singulas ex singulis modis accipere
oportet et ad consequentiæ ordinem inter se adunare. 3. Et hoc modo fecerunt antiqui,
de quibus inquit Aristoteles: Consequentiæ vero. fiunt secundum infrascriptum
ordinem, antiquis ita. ponentibus. Formaverunt enim quaomittit se. Averroes.
tuor ordines modalium, in quorum quolibet omnes quæ se * consequuntur
collocaverunt. - Ut autem confusio vitetur, vocetur, cum Averroe, de cætero, in
quolibet modo, affirmativa de De et modo, affirmativa simplex ; afhrmativa
autem de modo et negativa de dicto, affirmativa declinata; negativa vero de
modo et non dicto, negativa simplex; negativa autem de utroque, megativa
d:clinata: ita quod modi affirmationem vel negationem simplicitas, dicti vero
declinatio denominet. - Dixerunt ergo antiqui quod affirmationem simplicem de
possibili, scilicet, possibile est esse, sequitur affirmativa simplex de contingenti,
Scilicet, contingens est esse (contingens enim convertitur cum possibili); et
negativa simplex de impossibili, scilicet, non impossibile esse; et similiter
negativa simplex de necessario, scilicet, non necesse est esse. Et hic est
primus ordo modalium consequentium se. - In secundo au3 QE ecaftema- feih
dixerunt quod affirmativas * declinatas de possibili et contingenti, scilicet,
possibile non esse, et, contingens non esse, sequuntur negativæ declinatæ de
necessario et impossibili, scilicet, non necessarium non esse, et, non
impossibile non esse.- In tertio vero ordine dixerunt quod negativas simplices
de possibili et contingenti, scilicet, non possibile esse, non contingens esse,
sequuntur afBrmativa declinata de necessario, scilicet, necesse non esse, et
affirmativa simplex de impossibili, scilicet, impossibile esse. - In quarto
demum ordine dixerunt quod negativas declinatas de possibili et contingenti,
scilicet, non possibile non esse, et, non contingens non esse, sequuntur
affirmativa simplex de necessario, scilicet, necesse esse, et affirmativa
declinata de impossibili, scilicet, impossibile est non esse. 4. Consideretur
autem ex subscriptione appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut clarius
elucescat depictum. non erit possibile utrunque. Relinquitur ergo non
necessarium non esse, sequi eam quæ est, possibile est esse. Hæc enim vera est,
et de necesse esse. Hæc enim fit contradictio eius, quæ sequitur illam quæ est,
non possibile esse: illam enim sequitur ea quæ est, impossibile esse, cesse et,
necesse non esse, cuius negatio est, non nenon esse. Sequuntur igitur et hæ
contradictiones secundum prædictum modum: et nihil impossibile contingit sic
positis. CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB
ANTIQUIS POSITÆ ET ORDINATÆ Primus Ordo Possibile est esse Contingens est esse
Non impossibile est esse Non necessarium est esse Tertius Ordo Non possibile
est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necessarium est non esse
Secundus Ordo Possibile est non esse Contingzens est non esse Non impossibile
est non esse Non necessarium est non esse Quartus Ordo Non possibile est non
esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Necesse est esse 5. Deinde cum dicit: Ergo impossibile et non impossibile
etc., examinando dictam op'nionem, determinat veritatem. Et circa hoc duo
facit: quia primo examinat consequentias earum de impossibili; secundo, illarum
de necessario; ibi: Necessarium. autem * etc. Unde ex præmissa op' nione
concludens et approbans, dicit: Ergo ista, scilicet, impossibile, et, non
impossibile, sequuntur illas, scilicet, contingens et possibile, non
contingens, et, non possibile, sequuntur, inquam, coniradictoriz, idest ita ut
contradictoriæ de impossibili contradictorias de possibili et contingenti
consequantur, sed comversim, idest, sed non ita quod affirmatio affirmationem
et negatio negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem
negatio et negationem affirmatio. Et explanans hoc ait: lllud enim quod est
possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio sequitur impossibilis,
idest, non impossibile esse; negationem vero possibilis affirmatio sequitur
impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse, sequitur ista,
impossibile est esse ; hæc autem, scilicet, impossibile esse, affirmatio est;
illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio est; hic s'quidem modus
negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in quolibet ordine quoad
consequentias illarum de impossibili, quia, ut in suprascripta figura apparet,
semper ex affirmatione possibilis negationem impossibilis, et ex negatione
possibilis affirmationem impossibilis inferunt. .6. Deinde cum dicit:
Necessarium autem. etc., intendit examinando determinare consequentias de
necessario. Et circa hoc duo facit: primo examinat dicta antiquorum ; secundo,
determinat veritatem intentam; ibi: 4t vero neque necessarium * etc. Circa
primum quatuor facit. Primo, declarat quid bene et quid male dictum sit ab
antiquis in hac re. - Ubi attendendum est quod cum quatuor sint enunciationes
de necessario, ut dictum est, differentes inter se sécundum quantitatem et
qualitatem, adeo ut unam integrent figuram oppositionis iuxta morem illarum de
ine$$£; duæ earum sunt contrariæ inter se, duæ autem illis contrariis
contradictoriæ, ut patet in hac figura. Necesse esse Non necesse non esse
Necesse Contrariæ e 2 $3, € S S [2 «9 o x o *o "v. Subcontrariæ non esse e
e δ Non fiecesse esse * * Num. seq. Num. 1. 112 Il Quia ergo antiqui
universales contrarias bene intulerunt ex aliis, contradictorias autem earum,
scilicet particulares, male intulerunt; ideo dicit quod considerandum restat de
his, quæ sunt de necessario, qualiter se habeant in consequendo illas de
possibili et non possibili. Manifestum est autem ex dicendis quod non eodem
modo istæ de necessario illas de possibili consequuntur, quo easdem sequuntur
illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de impossibili recte illatæ sunt ab antiquis.
Enunciationes autem de necessario non omnes recte inferuntur: sed duæ earum,
quæ sunt contrariæ, scilicet, necessé est esse, et, necesse est nom esse,
sequuntur, idest recta consequentia * Cf. supra, n. 4. Boethius. Averroes.
deducuntur ab antiquis, in tertio scilicet et quarto ordine *; reliquæ autem
duæ de necessario, scilicet, non necesse non esse, et, non necesse esse, quæ
sunt contradictoriæ supradictis, sunt extra consequentias illarum, in secundo
scilicet et primo ordine. Unde
antiqui in tertio et quarto ordine omnia recte fecerunt; in primo autem et in
secundo peccaverunt, non quoad omnia, sed quoad enunciationes de necessario
tantum. 7. Secundo cum dicit: Non enim est negatio eius etc., respondet cuidam
tacitæ obiectioni, qua defendi posset consequentia enunciationis de necessario
in primo ordine ab antiquis. facta. Est autem obiectio tacita talis. Non
possibile esse, et, necesse non esse, convertibiliter se sequuntur in tertio
ordine iam approbato; ergo, possibile esse, et, non necesse esse, invicem se
sequi debent in primo ordine. Tenet consequentia: quia duorum convertibiliter
se sequentium contradictoria mutuo se sequuntur; sed illæ duæ tertii ordinis
convertibiliter se sequuntur, et istæ duæ primi ordinis sunt earum
contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis, scilicet, possibile esse, et, non
necesse esse, mutuo se sequuntur. - Huic, inquam, obiectioni respondet
Aristoteles hic interimendo minorem quoad hoc quod assumit, quod scilicet
necessaria primi ordinis et necessaria tertii ordinis sunt contradictoriæ. Unde
dicit: Non enim est negatio eius quod est, necesse mon esse (quæ erat esse, in
tertio ordine), illa quæ dicit, mom mecesse est quæ sita erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit
utrasque simul esse veras in eodem; quod contradictoriis repugnat. Illud enim
idem, quod est necessarium non esse, non est necessarium esse. Necessarium
siquidem est hominem non esse lignum et non necessarium est hominem esse
lignum. Adverte quod, ut infra patebit, istæ duæ de necessario, quas posuerunt
antiqui. in primo et tertio ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt simul veræ),
et deberent esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. 8. Boethius autem
et Averroes non reprehensive legunt tam hanc, quam præcedentem textus
particulam, sed narrative utranque simul iungentes. Narrare enim aiunt
Aristotelem qualitatem suprascriptæ figuræ quoad consequentiam illarum de
necessario, postquam narravit quo modo se habuerint illæ de impossibili, et
dicere quod secundum præscriptam figuram non eodem modo sequuntur illas de
possibili illæ de necessario, quo sequuntur illæ de impossibili. Nam contradictorias de possibili contradictoriæ de
impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem de necessario non
dicuntur sequi illas contradictorias de possibili, sed potius eas sequi
dicuntur contrariæ de necessario: non inter se contrariæ, sed hoc modo, quod
affirmationem possibilis negatio de necessario sequi dicitur, negationem vero
possibilis non affirmatio de necessario sequi ponitur, quæ sit contradictoria
illi negativæ quæ ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de
necessario contrario. Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex
primo et tertio ordine, quorum capita sunt negatio et affirmatio possibilis, et
extrema sunt, non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt
contradictoriæ. Non enim est negatio eius, quæ est, necesse non esse, non
necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed illa
scilicet, necesse non esse, est contraria contradictoriæ huius, scilicet, non
necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia sequenti litteræ magis
consona est introductio nostra, quæ etiam Alberto consentit, et extorte videtur
ab aliis exponi ly contrariæ, ideo prima, iudicio meo, acceptanda est expositio
et ad antiquorum reprehensionem referendus est textus. Tertio cum dicit: Causa
autem cur etc., manifestat id quod præmiserat, scilicet, quod non simili modo
ad illas de possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario.
Antiquorum enim hoc peccatum fuit tam in primo quam in secundo ordine, et quod
simili modo intulerunt illas de impossibili et necessario. In primo siquidem
ordine, sicut posuerunt negativam simplicem de impossibili, ita posuerunt
negativam simplicem de necessario, et similiter in secundo ordine utranque
negativam declinatam * locaverunt. Hoc ergo quare peccatum sit, et causa autem
quare necessarium som sequitur possibile, similiter, idest, eodem modo cum
cæteris, scilicet, de impossibili, est, quoniam impossibile redditur idem
valens necessario, idest, æquivalet necessario, comtrarie, idest, contrario
modo sumptum, et non eodem modo. Nam si, hoc esse est impossibile, non
inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed, hoc non esse est necesse. Quia ergo
impossibile et necesse mutuo se sequuntur, quando dicta eorum contrario modo
sumuntur, et non quando dicta eorum simili modo sumuntur, sequitur quod non
eodem modo ad possibile se habeant impossibile et necessarium, sed contrario
modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum affirmatum de impossibili,
sequitur dictum negatum de necessario; et e contrario. Quare autem hoc accidit
infra dicetur. Erraverunt igitur antiqui quod similes enunciationes de
impossibili et necessario in primo et in secundo ordine locaverunt. ro. Hinc
apparet quod supra posita nostra expositio conformior est Aristoteli. Cum enim
hunc textum induxerit ad manifestandum illa verba: Manifestum. est autem.
quoniam non eodem modo, etc., eo accipiendo sunt sensu illa verba, quo hic per
causam manifestantur. Liquet autem quod hic redditur causa dissimilitudinis
veræ inter necessarias et impossibiles in consequendo possibiles, et non
dissimilitudinis falso opinatæ ab antiquis: quoniam ex vera causa nonnisi verum
concluditur. Ergo reprehendendo antiquos, veram dissimilitudinem inter
necessarias, et impossibiles in consequendo possibiles, quam non servaverunt
illi, proposuisse tunc intelligendum est, et nunc eam manifestasse. Quod autem
dissimilitudo illa, quam antiqui posuerunt inter necessarias et impossibiles,
sit falso posita, ex infra dicendis patebit. Ostendetur enim quod contradictorias
de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim; et quod in hoc
non differunt ab his quæ sunt de impossibili, sed differunt in hoc quod modo
diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium dictum est
similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem consequentium dictum
est contrarium, ut infra clara luce videbitur. 11. Quarto cum dicit: Aut certe
impossibile est etc., manifestat aliud quod proposuerat, scilicet, quod
contradictoriæ de necessario male situatæ sint secundum consequentiam ab
antiquis, qui contradictiones necessarii ita ordinaverunt. In primo ordine
posuerunt contradictoriam negationem, necesse esse, idest, non necesse esse; et
in secundo contradictoriam negationem, necesse non esse, idest, Albertus. * Ν
Cf. supra, n..3. CAP., non necesse non esse. Et probat hunc consequentiæ modum
esse malum in primo ordine. Cognita enim malitia primi, facile est secundi
ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali ratione ducente ad
impossibile. Ad necessarium esse sequitur possibile esse: aliter sequeretur non
possibile esse, quod manifeste implicat; ad possibile esse sequitur non
impossibile esse, ut patet; ad non impossibile esse, secundum antiquos,
sequitur in primo ordine non necessarium esse; ergo de primo ad ultimum, ad
necessarium esse sequitur non necessarium esse: quod est inconveniens, quia est
manifesta implicatio contradictionis. Relinquitur ergo quod male dictum sit,
quod non necessarium esse consequatur in primo ordine. Ait ergo et certe
impossibile est poni sic secundum consequentiam, ut antiqui posuerunt,
necessarii contradictiones, idest illas duas enunciationes de necessario, quæ
sunt negationes contradictoriæ aliarum duarum de necessario. Nam ad id quod
est, necessarium esse, sequitur, possibile est esse: nam si non, idest quoniam
si hanc negaveris consequentiam, negatio possibilis sequitur illam, scilicet,
necesse esse. Necesse est enim de necessario aut dicere, idest affirmare
possibile, aut negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel negatio
vera. Quare si dicas quod, ad necesse esse, non sequitur, possibile esse, sed,
non possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi quæ dicit, impossibile est
esse, relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur, impossibile esse, et idem
erit, necesse esse et impossibile esse: quod est inconveniens. Bona ergo erat
prima illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est esse. Tunc ultra.
Illud quod est, possibile esse, sequitur, non impossibile esse, ut patet in
primo ordine. Ad hoc vero, scilicet, non impossibile esse, secundum antiquos
eodem primo ordine, sequitur, non necesse est esse (quare contingit de primo ad
ultimum); ad id quod est, necessarium esse, sequitur, non necessarium esse:
quod est inconveniens, immo impossibile. 12. Dubitatur hic: quia in I Priorum
dicitur quod ad possibile sequitur non necessarium, hic autem dicitur
oppositum. Ad hoc est dicendum quod possibile sumitur dupliciter. Uno modo in
communi, et sic est quoddam superius ad necessarium et contingens ad utrunque,
sicut animal ad hominem et bovem; et sic ad possibile non sequitur non
necessarium, sicut ad animal non sequitur non homo. Alio modo sumitur possibile
pro una parte possibilis in communi, idest pro possibili seu contingenti,
scilicet ad utrunque, scilicet quod potest esse et non esse; et sic ad
possibile sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non esse, non necessarium est
esse, et similiter non necessarium est non esse. Loquimur ergo hic de possibili in communi, ibi vero
in speciali. 13. Deinde cum dicit: 4f vero neque necessarium etc., determinat
veritatem intentam. Et circa hoc tria facit: primo, determinat quæ enunciatio
de necessario sequatur ad possibile; secundo, ordinat consequentias omnium
modalium; ibi: Sequuntur enim etc. Quoad primum, sicut duabus viis reprehendit antiquos, ita
ex illis duobus motivis intentum probat. Et
intendit quod, ad possibile esse, sequitur, non necesse non esse. - Primum
motivum est per locum a divisione. Ad, possibile esse, non sequitur (ut
probatum est), non necesse esse, at vero neque, necesse esse, neque, necesse
non esse. Reliquum est ergo ut sequatur ad eam, non necesse non esse: non enim
dantur plures enunciationes de necessario. Huius communis divisionis primo
proponit reliqua duo membra excludenda, dicens: At vero neque necessarium.
esse, neque necessarium. nom esse, sequitur ad, possibile non esse ; secundo
probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum antecedens: tunc enim
oppositum consequentis staret cum antecedente; sed utrunOpp. D. Tnuowar T. I.
LECT. que horum, scilicet, necesse esse, et, necesse non esse, minuit possibile
esse; ergo, etc. Unde, tacita maiore, ponit minoris probationem dicens: Illi
enim, scilicet, possibile esse, utraque, scilicet,esse et non esse, contingit
accidere; horum autem, scilicet, necesse esse et necesse non esse, utrumlibet
verum fuerit, non erunt illa duo, scilicet, esse et non esse, vera simul in
potentia. Et primum horum
explanans ait: cum dico, possibile esse, simul est possibile esse et non esse.
Quoad secundum vero subdit. Si vero dicas, necesse esse vel necesse non esse,
non remanet utrunque, scilicet, esse et non esse, possibile: si enim necesse
est esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si necesse est non esse,
possibilitas ad esse removetur. Utrunque ergo istorum minuit illud antecedens,
possibile esse, quoniam ad esse et non esse se extendit, etc. Tertio subdit
conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est ei quæ
dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo ordine. 14. Occurrit in hac parte dubium circa hoc quod dicit
quod, ad possibile non sequitur necessarium, cum superius dixerit quod ad ipsum
non sequitur non necessarium. Cum enim necessarium et non necessarium sint
contradictoria opposita, et de quolibet sit affirmatio vel negatio vera, non
videtur posse evadi quin ad possibile sequatur necessarium, vel, non
necessarium. Et cum non sequatur necessarium, sequetur non necessarium, ut
dicebant antiqui. - Augetur et dubitatio ex eo quod Aristoteles nunc * usus est
tali argumentationis modo, volens probare quod ad necessarium sequatur
possibile. Dixit enim: Nam si non negatio possibilis consequatur. Necesse est
enim aut dicere aut negare. 15. Pro solutione huius, oportet reminisci
habitudinis quæ est inter possibile et necessarium, quod scilicet possibile est
superius ad necessarium, et attendere quod superius potestate continet suum
inferius et eius oppositum, ita quod neutrum eorum actualiter sibi vindicat,
sed utrunque potest sibi contingere; sicut animali potest accidere homo et non
homo: et consequenter inspicere debes quod, eadem est proportio superioris ad.
habendum affirmationem et negationem unius inferioris, quæ est alicuius
subiecti ad affirmativam et negativam futuri contingentis. Utrobique enim
neutrum habetur, et salvatur potentia ad utrumlibet. Unde, sicut in futuris
contingentibus nec affirmatio nec fiegatio est determinate vera, sed sub
disiunctione altera est necessario vera, ut in fine Primi * conclusum est; ita
nec affirmatio nec negatio inferioris sequitur determinate affirmationem vel
negationem superioris, sed sub disiunctione altera sequitur necessario. Unde non valet, est animal, ergo
est homo, neque, ergo non est homo, sed, ergo est homo vel non est homo. Quia ergo possibile superius est ad necessarium, ideo
optime determinavit Aristoteles neutram contradictionis partem de necessario
determinate sequi ad possibile. Non tamen dixit quod sub disiunctione neutra
sequatur; hoc enim est contra illud primum principium: de quolibet est
affirmatio vera vel falsa. Ad id autem quod additur, ex eadem trahitur radice
responsio. Quia enim necessarium inferius est ad possibile, et inferius non in
potentia sed in actu includit suum superius, necesse est ad inferius determinate
sequi suum superius: aliter determinate sequetur eius contradictorium. Unde per
dissimilem habitudinem, quæ est inter necessarium et possibile et non
possibile, ex una parte, et inter possibile et necessarium et non necessarium,
ex altera parte, ibi optimus fuit processus ad alteram contradictionis partem
determinate, et hic optimus ad neutram determinate. 16. Oritur quoque alia
dubitatiuncula. Videtur enim quod Aristoteles difformiter accipiat ly possibile
in praepy) * "ES ἃ: nunc. * Lect. xin. nunc 114 II cedenti textu et in
isto. Ibi enim accipit ipsum in communi, ut sequitur ad necessarium; hic
videtur accipere ipsum specialiter pro possibili ad utrumlibet, quia dicit quod
possibile est simul potens esse et non esse. Et ad hoc dicendum est quod
uniformiter usus est possibili. Nec eius verba obstant: quoniam et de possibili
in communi verum est dicere quod potest sibi utrunque accidere, scilicet, esse
et non esse: tum quia quidquid verificatur de suo inferiori, verificatur etiam
de suo superiori, licet non eodem modo; tum quia possibile in communi neutram
contradictionis partem sibi determinat, et consequenter utranque sibi advenire
compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem, quemadmodum
possibile ad utrunque. 17. Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ
obiectioni antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: Hoc enim verum est
etc. Ubi notandum quod Aristoteles sub illa maiore adducta pro antiquis
(scilicet, convertibiliter se consequentium contradictoria se mutuo consequuntur),
subsumit minorem: sed horum convertibiliter se sequentium in tertio ordine
(scilicet, non possibile esse et necesse non esse), contradictoria sunt,
possibile esse et non necesse non esse (quoniam modi negatione eis
opponunquuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non esse, . tamquam
contradictoria duorum se mutuo consequentium. 18. Deinde cum dicit: Sequuntur
enim. etc., ordinat omnes consequentias modalium secundum opinionem propriam;
et ait quod, hæ contradictiones, scilicet, de necessario, sequuntur illas de
possibili, secundum modum prædictum et approbatum illarum de impossibili. Sicut
enim contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur,
licet conversim; ita contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario
sequuntur conversim: licet in hoc, ut dictum est, dissimilitudo sit quod,
contradictoriarum de possibili et impossibili similiter est dictum,
contradictoriarum autem de possibili et necessario contrarium est dictum, ut in
sequenti videtur figura: CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR
ORDINES AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ. Primus Ordo Possibile est esse
Contingens est esse Non impossibile est esse Non necesse est non esse .
Secundus Ordo Possibile est non esse Contingens est non esse Non impossibile
est non esse. Non necesse est esse tur); ergo istæ duæ (scilicet, possibile
esse et non necesse non esse) se consequuntur et in primo locandæ sunt ordine.
Unde motivum tangens ait: Hoc enim, quod dictum est, verum est, idest verum
esse ostenditur, et de necesse non esse, idest, et ex illius, scilicet, non
necesse non esse, opposita, quæ est, necesse non esse. Vel, boc enim, scilicet,
non necesse non esse, verum est, scilicet, contradictorium illius de necesse
non esse. Et minorem subdens ait: Hæc enim, scilicet, non necesse non esse, fit
contradictio eius, quæ convertibiliter sequitur, non possibile esse. Et
explanans hoc in terminis subdit. Illud enim, non possibile esse, quod est
caput tertii ordinis, sequitur hoc de impossibili, scilicet, impossibile esse,
et hæc de necessario, scilicet, necesse non esse, cuius negatio seu
contradictoria est, non necesse non esse. Et quia, cæteris paribus, modus
negatur, et illa, possibile esse, est (subauditur) contradictoria illius,
scilicet, non possibile; igitur ista duo mutuo se conseTertius Ordo Non
possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necesse est non
esse Quartus Ordo Non possibile est non esse Non contingens est non esse
Impossibile est non esse Necesse est esse Ubi vides quod nulla est inter
Aristotelem et antiquos differentia, nisi in duobus primis ordinibus quoad
illas de necessario. Præpostero namque
situ usi sunt antiqui, eam de necessario, quæ locanda erat in primo ordine, in
secundo ponentes, et eam quæ in secundo ponenda erat, in primo locantes. Et
aspice quoque quod convertibiliter se consequentium semper contradictoria se
consequi ordinavit. Singulis enim tertii ordinis singulæ primi ordinis
contradictoriæ sunt; et similiter singulæ quarti ordinis singulis, quæ in
secundo sunt, contradictoriæ sunt. Quod antiqui non observarunt. CAP. LECT. LECTIO (Canp.
CarerANr lect. 1x) AN AD ILLUD QUOD EST, NECESSARIUM ESSE, SEQUATUR ID QUOD
EST, POSSIBILE ESSE? ᾽Απορήσειε δ᾽ ἄν τις εἰ τῷ ἀναγκαῖον εἶναι τὸ δυνατὸν εἶναι ἕπεται. Εἴ τε γὰρ μὴ ἕπεται, ἡ ἀντίφχοσις ἀχολουθήσει, τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι" καὶ εἴ τις ταύτην μὴ φήσειεν εἶναι ἀντίφασιν, ἀνάγκη λέγειν τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι: ἅπερ ἄμφω ψευδῇ κατὰ τοῦ ἀναγκαῖον 115 * Dubitabit autem aliquis, si ad illud quod est,
necessarium esse, illud quod est, possibile esse, sequatur. Nam si εἶναι. ᾿Αλλὰ μὴν πάλιν τὸ αὐτὸ εἶναι δοχεῖ δυνατὸν τέμνεσθαι καὶ μὴ τέμνεσθαι, καὶ εἶναι καὶ μιὴ εἶναι, ὥστε ἔσται τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἐνδεχόμενον po εἶναι: τοῦτο δὲ ψεῦδος. 3 ἢ ε Φανερὸν δὴ ὅτι οὐ πᾶν τὸ δυνατὸν ἢ εἶναι ἢ βαδίζειν xxi τὰ ἀντικείμενα δύναται, ἀλλ᾽ ἔστιν ἐφ᾽ ὧν οὐκ ος͵ ἀληθές" πρῶτον μὲν ἐπὶ τῶν μὴ κατα λόγον δυνατῶν, οἷον τὸ πῦρ θερμαντικὸν καὶ ἔχει δύναμιν ἄλογον. Αἱ μὲν οὖν μετὰ λόγου δυνάμεις αἱ αὐταὶ πλειόνων καὶ τῶν ἐναντίων, αἱ δ᾽ ἄλογοι οὐ πᾶσαι, ἀλλ᾿ ὥσπερ εἴρηται, τὸ πῦρ οὐ δυνατὸν θερμαίνειν καὶ μή, οὐδ᾽ ὅσα ἄλλα ἐνεργεῖ ἀεί. "ἔνια μέντοι δύναται xal τῶν χατὰ τὰς ἀλόγους δυνάμεις ἅμα τὰ ἀντιχείμενα δέἕξασται. ᾿λλλὰ τοῦτο μὲν τούτου χάριν εἴρηται, ὅτι οὐ πᾶσα δύναμις τῶν ἀντικειμένων, οὐδ᾽ ὅσαι λέγονται χατὸὰ τὸ αὐτὸ εἴδος. mew [TAS TA necesse. Et duo
facit: quia primo dubitationem absolvit; secundo, ex determinata quæstione
alium or* * Wr ed Ὁ TE ϑ, να MPPT T Lect. seq. Num. 5. dinem earumdem consequentiarum
modalibus statuit ; ibi: Et est fortasse * etc. Circa primum duo facit: primo, movet quæstionem;
secundo, determinat eam; ibi: Manifestum est * etc. Movet ergo quæstionem:
primo dicens: Dubitabit autem. aliquis si ad id quod est. necesse esse
sequatur. possibile &5$£; et secundo, arguit ad partem affirmativam
subdens: Nam si non sequatur, contradictoria eius. sequetur, scilicet non
possibile esse, ut supra deductum est: quia de quolibet est affirmatio vel
negatio vera. Et si quis dicat hanc, scilicet, non possibile esse, non esse
contradictoriam illius, scilicet, possibile esse, et propterea subterfugiendum
velit argumentum, et dicere quod neutra harum sequitur ad necesse esse; talis
licet falsum dicat, tamen concedatur sibi, quoniam necesse erit ipsum dicere
illius contradictoriam fore, possibile non esse. Oportet namque aut non
possibile esse aut possibile non esse, esse contradictoriam, possibile esse; et
tunc in eumdem redibit errorem, quoniam utræque, scilicet, non possibile esse
et possibile non esse, falsæ sunt de eo quod est, necesse esse. Et consequenter
ad ipsum neutra sequi potest. Nulla enim enunciatio sequitur ad ilam, cuius
veritatem destruit. Relinquitur ergo quod, ad necesse esse sequitur possibile
esse. Tertio, arguit ad partem negativam cum subdit: 4 vero rursus etc., et
intendit talem rationem. Si ad necesse esse sequitur possibile esse, cum ad
possibile sequatur possibile non esse (per conversionem in oppositam
qua"litatem, ut dicitur in I Priorum, quia idem est possibile esse et non
6556), sequetur de primo ad ultimum quod necesse esse est possibile non esse:
quod est falsum manifeste. Unde oppositionis hypothesim subdit: 44: vero non
sequatur, contradictio sequetur, quæ est, non possibile esse: et si quis hanc
non dicat esse contradictionem, necesse est dicere, possibile non esse: quæ
utræque falsæ sunt de necesse esse. At vero rursus idem videtur esse possibile
aliquid incidi et non incidi, et esse et non esse: quare erit necesse esse,
contingens non esse. Hoc autem falsum est. Manifestum est autem quod non omne possibile, vel
esse, vel ambulare, etiam opposita potest; sed est in qu:bus non sit verum.
Primum quidem in his quæ non secundum rationem possunt; ut ignis calefactibilis
est, et habet vim irrationalem. Quæ igitur secundum rationem potestates sunt,
eædem plurium etiam contrariorum sunt. Irrationales vero non omnes: sed
(quemadmodum dictum est) ignem non esse possibile calefacere et non; neque
quæcunque alia semper agunt. Alia vero possunt, et secundum irrationales
potestates simul opposita suscipere. Sed hoc huius gratia: dictum est, quoniam
non omnis potestas oppositorum susceptiva est, neque quæcunque secundum eamdem
speciem dicuntur. rursus videtur idem possibile esse et non esse, ut domus, et
possibile incidi et. non. incidi, ut vestis. Quare de primo ad ultimum necesse esse, erit
contingens non esse. Hoc autem est falsum. Ergo hypothesis illa, scilicet, quod
possibile sequatur ad necesse, est falsa. 3. Deinde cum dicit: Manifestum. est.
autem. etc., respondet dubitationi. Et primo, declarat veritatem simpliciter;
secundo, applicat ad. propositum; ibi: Hoc igitur possibile etc. Proponit ergo
primo ipsam veritatem declarandam, dicens: Manifestum est autem, ex dicendis,
quod non omne possibile esse vel ambulare, idest operari: idest, non omne
possibile secundum actum primum vel secundum ad opposita valet, idest ad
opposita viam habet, sed est invenire aliqua possibilia, in quibus non sit
verum dicere quod possunt in opposita. Deinde, quia possibile a potentia
nascitur, manifestat qualiter se habeat potentia ipsa ad opposita: ex hoc enim
clarum erit quomodo possibile se liabeat ad opposita. Et circa hoc duo facit:
primo manifestat hoc in potentiis eiusdem rationis; secundo, in his quæ
æquivoce dicuntur potentiæ; ibi: Quasdam vero potentiæ etc. Circa primum tria
facit: quia primo manifestat qualiter potentia irrationalis se habeat ad
opposita; et ait quod potentia irrationalis non potest in opposita. Ubi
notandum est quod, sicut dicitur IX Metapbys., potentia activa, cum nihil aliud
sit quam principium quo in aliud agimus, dividitur in potentiam rationalem et
irrationalem. Potentia rationalis est, quæ cum ratione et electione operatur;
sicut ars medicinæ, qua medicus cognoscens quid sanando expediat infirmo, et
volens applicat remedia. Potentia autem irrationalis vocatur illa, quæ non ex
ratione et libertate operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor
ignis potentia irrationalis est, quia calefacit, non ut cognoscit et vult, sed
ut natura sua exigit. Assignatur autem ibidem duplex differentia proposito
deserviens inter istas potentias.- Prima est quod activa potentia irrationalis
non potest duo opposita, sed Seq. c. xut. Lect. seq. Lect. seq. RN" 116
est II determinata ad unum oppositorum, sive sumatur oppositum contradictorie
sive contrarie. Verbi gratia: calor non potest calefacere et non calefacere,
quæ sunt contradictorie opposita, reque potest calefacere et frigefacere, quæ
sunt contraria, sed ad calefactionem determinatus est. Et hoc intellige per se,
quia per accidens calor frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris,
humidum scilicet, vel per antiperistasin contrarii. Et similiter potest non calefacere
per accidens, scilicet si calefactibile deest. Potentia autem rationalis potest
in opposita et contradictorie et contrarie. Arte siquidem medicinæ potest
medicus adhibere remedia et non adhibere, quæ sunt contradictoria; et adhibere
remedia sana et nociva, quæ sunt contraria. - Secunda differentia est quod
potentia activa irrationalis, præsente passo, necessario operatur, deductis
impedimentis: calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si
nihil impediat; potentia autem rationalis, passo præsente, non necessario
operatur: præ-: sente siquidem. infirmo, non cogitur medicus remedia adhibere. Dimittantur
autem metaphysico harum differentiarum rationes et ad textum redeamus. Ubi
narrans quomodo se habeat potentia irrationalis ad oppositum, ait: Et primum
quidem, scilicet, non est verum dicere quod sit potentia ad opposita in his
quæ. possunt non secundum rationem, idest, in his quorum posse est per
potentias irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens calefacere, et
babet vim, idest, potentiam istam irrationalem. Ignis siquidem non potest
frigefacere; neque in eius potestate est calefacere et non calefacere. Quod
autem dixit primum ordinem, nota, ad secundum genus possibilis infra dicendum,
in quo etiam non invenitur potentia ad opposita. 6. Secundo, manifestat quomodo
potentia rationalis se habeat ad opposita, intendens quod potentia rationalis
potest in opposita. Unde subdit: Ergo potestates secundum rationem, idest
rationales, ipsæ eædem sunt contrariorum, a non solum duorum, sed etiam
plurimorum, ut arte medicinæ medicus plurima iuga contrariorum adhibere potest,
et multarum operationum contradictionibus abstinere potest. Præposuit autem ly
ergo, ut hoc consequi ex dictis insinuaret: cum enim oppositorum oppositæ sint
proprietates, et potentia irrationalis ex eo quod irrationalis ad opposita non
se extendat; oportet potentiam rationalem ad opposita viam habere, eo quod
rationalis sit. 7. Tertio, explanat id quod dixit de potentiis irrationalibus,
propter causam infra assignandam ab ipso; et intendit quod illud quod dixit de
potentia irrationali, scilicet quod non potest in opposita, non est verum
universaliter, sed particulariter. - Ubi nota quod potentia irrationalis
dividitur in potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam
passivam, quæ est principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem
dividitur in posse calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis
irrationalibus verum est quod non possunt in opposita, .ut declaratum est; in
potentiis autem passivis non est verum. Illud enim quod potest calefieri,
potest etiam frigefieri, quia eadem est materia, seu potentia passiva
contrariorum, ut dicitur in II De cælo et mundo, et potest non calefieri, quia
idem est subiectum privationis et formæ, ut dicitur in I Physic. Et propter hoc
ergo explanando, ait: Irralionales vero potentiæ mom omnes a posse in opposita
excludi intelligendæ sunt, sed illæ quæ sunt quemadmodum potentia ignis
calefactiva (ignem enim non posse non calefacere manifestum est), et
universaliter, quæcunque alia sunt talis potentiæ, quod semper agunt, idest
quod quantum est ex se non possunt non agere, sed ad semper agendum ex sua
forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt, ut declaravimus, omnes potentiæ
activæ irrationales. Alia vero sunt talis conditionis quod etiam secundum
irrationales potentias, scilicet passivas, simul possunt in quædam opposita, ut
ær potest calefieri et frigefieri. Quod vero ait, simul, cadit supra ly
possunt, et non supra ly opposita; et est sensus, quod simul aliquid habet
potentiam passivam ad utrunque oppositorum, et non quod habeat potentiam
passivam ad utrunque oppositorum simul habendum. Opposita namque impossibile
est haberi simul. Unde et dici solet et bene, quod in huiusmodi est simultas
potentiæ, non potentia simultatis. Irrationalis igitur potentia non secundum
totum suum ambitum a posse in opposita excluditur, sed secundum partem eius,
secundum potentias scilicet activas. 8. Quia autem videbatur superflue
addidisse differentias inter activas et passivas irrationales, quia sat erat
proposito ostendisse quod non omnis potentia oppositorum est; ideo subdit quod
hoc idcirco dictum est, ut notum fiat quoniam nedum non omnis potestas
oppositorum est, loquendo de potentia communissime, sed neque quæcunque
potentiæ dicuntur secundum eamdem speciem ad opposita possunt. Potentiæ
siquidem irrationales omnes sub una specie irrationalis potentiæ concluduntur,
et tamen non omnes in opposita possunt, sed passive tantum. Non supervacanea ergo fuit differentia inter passivas
et activas irrationales, sed necessaria ad declarandum quod non omnes potentiæ
eiusdem speciei possunt in opposita. Potest etly boc demonstrare utranque
differentiam, scilicet, inter rationales et irrationales,et inter irrationales
activas et. passivas inter se; et tunc est sensus, quod hoc ideo fecimus, ut
ostenderemus quod non omnis potestas, quæ scilicet secundum eamdem rationem
potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest in aliquid ut rationalis et
irrationalis, neque etiam omnis potestas, quæ sub eadem specie continetur, ut
irrationalis activa et passiva sub specie irrationalis, ad opposita potest. CAP.
LECT. LECTIO (Canp. CargrANI lect. x) DECLARATIS POTENTIIS QUÆ ÆQUIVOCÆ
DICUNTUR, SUMITUR RATIO ZMPOSSIBILIS AD DETERMINANDUM QUODNAM EX POSSIBILIBUS
AD NECESSARIUM SEQUATUR ' *, Ν b Ἔνιαι δὲ δυνάμεις ὁμώνυμοί εἰσι. Τὸ γὰρ δυνατὸν
οὐχ ἁπλῶς λέγεται, ἀλλὰ τὸ μὲν ὅτι ἀληθὲς ὡς ἐνεργείᾳ * 117, Quædam vero
potestates æquivocæ sunt. Possibile enim * Sea. c. xu. : non L4 ὄν, 1 olov ^ à
* L] δυνατὸν e f. δίζε e (Q δίζε ^ ὶ e NI ῥαδίζειν ὅτι βαδίζει, καὶ ὅλως δυ-,
"^, νατὸν εἶναι ὅτι ἤδη ἔστι xav ἐνέργειαν ὃ λέγεται E ^ εἰ, i εἶναι
δυνατόν, τὸ δὲ ὅτι ἐνεργήσειεν ἄν, οἷον δυνα[i * τὸν εἶναι βαδίζειν ὅτι
βαδίσειεν ἄν. Καὶ αὕτη μὲν ἐπὶ τοῖς κινητοῖς ἐστὶ μόνοις ἡ δύναμις, ἐκείνη δὲ
καὶ ἐπὶ τοῖς ἀχινήτοις, Γλμφω δὲ ἀληθὲς εἰπεῖν τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι βαδίζειν ἢ
εἶναι, xai τὸ βαδίζον ἤδη καὶ ἐνεργοῦν καὶ τὸ βαδιστιχόν. Τὸ μὲν οὖν οὕτω δυνατὸν
οὐχ ἀληθὲς χατο τοῦ ἀναγχαίου ἁπλῶς εἰπεῖν, θάτερον δὲ ἀληθές. “Ὥστε ἐπεὶ 7 τῷ ἐν
μέρει τὸ καγόλου ἕπεται, τῷ ἐξ ἀνάγχης ὄντι ἕπεται τὸ δύνασθαι εἶναι, οὐ μέντοι
πᾶν. Καὶ ἔστι δὴ ἀρχὴ ἴσως τὸ ἀναγκαῖον καὶ μὴ ἀνάγκαϊον πάντων ἢ εἶναι ἢ μιὴ εἶναι,
καὶ τἄλλα ὡς τούτοις ἀχολουθοῦντα ἐπισκοπεῖν δεῖ. Φανερὸν δὴ ix τῶν εἰρημένων. ὅτι
τὸ ἐξ ἀνάγκης ὃν χατ᾽ ἐνέργειάν ἐδτιν, ὥστε εἰ πρότερα τὰ ἀίδια, καὶ ἡ ἐνέργεια
δυνάμεως προτέρα. οὐσίαι, τὰ Καὶ τὰ μὲν ἄνευ δυνάμεως ἐνέργειαί εἰσιν, olov αἱ
πρῶται δὲ μετὰ δυνάμεως, ἃ τῇ μὲν φύσει πρότερα, τῷ δὲ χρόνῳ ὕστερα, vd δὲ οὐδέποτε
ἐνέργειαί εἰσιν, ἀλλὰ δυνάμεις μόνον. 3 ntendit declarare quomodo illæ quæ
æquiUP vocæ dicuntur potentiæ, se habeant ad oppoE. sita. Et circa hoc duo
facit: primo, declarat £j) * Num. 3. naturam talis potentiæ; secundo, ponit
differentiam et convenientiam inter ipsas et supradictas, ibi: Et bæc quidem*
etc. Ad evidentiam primi advertendum est quod V et TX Metapbys., Aristoteles
dividit potentiam in potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in
potentias, quæ non ea ratione qua prædictæ potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce
potentias. Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ, et
rationales, et irrationales. Quæcunque enim posse dicuntur per potentiam
activam vel passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt, quia scilicet
est in eis vis principiata alicuius activæ vel passivæ. Sub secundo autem
membro comprehenduntur potentiæ mathematicales et logicales. Mathematica
potentia est, qua lineam posse dicimus in quadratum, et eo quod in semetipsam
ducta quadratum constituit. Logica
potentia est, qua duo termini coniungi absque contradictione in enunciatione
possunt. Sub logica quoque potentia continetur quæ ea ratione potentia dicitur,
quia est. Hæ vero merito æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ
nullam virtutem activam vel passivam prædicant; et quod possibile istis modis
dicitur, non ea ratione possibile appellatur quia aliquis habeat virtutem ad
hoc agendum vel patiendum, sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad
opposita sint activæ vel passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates dicuntur ad
opposita non se habent. De his ergo loquens ait: Quædam vero potestates æquivocæ sunt, et ideo ad
opposita non se habent. 2. Deinde declarans qualis sit ista potestas æquivoce
dicta, subdit divisionem usitatam possibilis per quam hoc simpliciter dicitur:
sed hoc quidem, quoniam verum est, quod in actu est; ut possibile ambulare,
quoniam ambulat iam, et omnino possibile esse, quoniam iam est in actu, quod
dicitur esse possibile: illud vero, quoniam actu esse posset; ut possibile
ambulare, quoniam ambulabit. in Et hæc quidem in mobilibus solis est potestas,
illa vero et immobilibus. Utrunque vero verum est dicere, non impossibile esse
ambulare vel esse, et quod iam ambulat et agit, et ambulativum. Hoc igitur
possibile non est verum de necessario dicere simpliciter, alterum autem verum
est. Quare quoniam partem universale sequitur, illud quod ex necessitate est,
consequitur posse esse, sed non omne. Et est fortasse quidem principium, quod
necessarium est, et quod non necessarium est, omnium vel esse, vel non esse: et
oportet. alia, veluti horum consequentia, considerare Manifestum est autem ex
his quæ dicta sunt, quod id quod ex necessitate est, secundum actum est: quare
si priora sunt sempiterna, et quæ actu sunt potestate priora sunt. Et hæc quidem sine potestate actus sunt, ut primæ
substantiæ: alia vero cum potestate, quæ natura quidem priora sunt, tempore
vero posteriora. Alia vero numquam actus sunt, sed potestates tantum. scitur,
dicens: possibile enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur
possibile eo quod verum est ut in actu, idest ut actualiter est; ut, possibile
est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest universaliter possibile est
esse, quoniam est actu iam quod possibile dicitur. Secundo modo autem possibile
dicitur aliquid non ea ratione quia est actualiter, sed quia forsitan aget,
idest quia potest agere; ut possibile est ambulare, quoniam ambulabit. Ubi
advertendum est quod ex divisione bimembri possibilis divisionem supra positam
potentiæ declaravit a posteriori. Possibile enim a potentia dicitur: sub primo
siquidem membro possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem
potentias univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod quia
possibile dupliciter dicitur, quod etiam potestas duplex est. Declaravit autem
potestates æquivocas ex uno earum membro tantum, scilicet ex his quæ dicuntur
possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo proposito. 3. Deinde cum dicit: Et
bæc quidem etc., assignat differentiam inter utranque potentiam, et ait quod
potentia hæc ultimo dicta physica, est in solis illis rebus, quæ sunt mobiles ;
illa autem est et in rebus mobilibus et immobilibus. Possibile siquidem a
potentia dictum eo quod possit agere, non tamen agit, inveniri non potest
absque mutabilitate eius, quod sic posse dicitur. Si enim nunc potest agere et
non agit,si agere debet, oportet quod mutetur de otio ad operationem. Id autem
quod possibile dicitur eo quod est, nullam mutabilitatem exigit in eo quod sic
possibile dicitur. Esse namque in actu, quod talem possibilitatem fundat,
invenitur et in rebus necessariis, et in immutabilibus, et in rebus mobilibus.
Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius est illo quod physicum
appellari solet. 4. Deinde subdit convenientiam inter utrunque possibile,
dicens quod in utrisque potestatibus et possibilibus verum est non impossibile
esse, scilicet, ipsum ambulare, quod iam actu ambulat seu agit, et quod iam
ambulabile est; idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur possibile ex II
CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES ALIO CONVENIENTI
SITU AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ: Primus Ordo eo * Cf. lect. præc. n. 5.
quod actu est, sive ex eo quod potest esse, de utroque verificatur non
impossibile; et consequenter necessario verificatur possibile, quoniam ad non
impossibile sequitur possibile. Hoc est secundum genus possibilis, respectu
cuius Aristoteles supra dixit: Et primum quidem * etc., in quo non invenitur
via ad utrunque oppositorum, hoc, inquam, est possibile quod iam actu est. Quod
enim tali ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex eo quod actu esse
suppositum est. Non ergo possibile omne ad utrunque possibile est, sive
loquamur de possibili physice, sive logice. 5. Deinde cum dicit : Sic igitur possibile etc.,
applicat determinatam veritatem ad propositum. Et primo, concludendo ex dictis,
declarat habitudinem utriusque possibilis ad necessarium, dicens quod hoc ergo
possibile, scilicet physicum quod est in solis mobilibus, non est verum dicere
Necesse est esse Non possibile est non esse Non contingens est non esse
Impossibile est non esse Tertius Ordo Non. necesse est esse Possibile est non
esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse Secundus Ordo Necesse
est non esse Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est
esse Quartus Ordo Non necesse est non esse Possibile est esse Contingens est
esse Non impossibile est esse Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod
necessariæ quæ ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero dixit
fortasse, non dubitantis, sed absque determinata ratione rem proponentis est.
et prædicare de necessario simpliciter: quia quod simpliciter necessarium est,
non potest aliter esse. Possibile autem physicum potest sic et aliter esse, ut dictum est. Addit
autem ly simpliciter, quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad
bene esse, quoddam ex suppositione: de quibus non est nostrum tractare, sed
solummodo id insinuare. Quod ut præservaret se ab illis modis necessarii qui
non perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly simpliciter. De
tali enim necessario possibile physicum non verificatur.Alterum autem possibile
logicum, quod in rebus immobilibus invenitur, verum est de illo enunciare,
quoniam nihil neces* c * Lect. præced. a Cf. lect. præc. n. I. * Num. seq.
sitatis adimit. Et per hoc solvitur ratio inducta * ad
partem negativam quæstionis. Peccabat siquidem in hoc, -quod ex necessario
inferebat possibile ad utrunque quod convertitur in oppositam qualitatem. 6.
Deinde respondet quæstioni formaliter intendens quod affirmativa pars *
quæstionis tenenda sit, quod scilicet ad necessarium sequitur possibile; et
assignat causam. Quia ad partem subiectivam sequitur constructive suum totum
universale; sed necessarium est pars subiectiva possibilis: quia possibile
dividitur in logicum et physicum, et sub logico comprehenditur necessarium ;
ergo ad necessarium sequitur possibile. Unde dicit: Quare, quoniam partem,
scilicet subiectivam, suum totum universale sequitur, illud quod ex necessitate
est, idest necessarium, tamquam partem subiectivam, consequitur posse esse,
idest possibile, tamquam totum universale. Sed mon omnino, idest sed non ita
quod omnis species possibilis sequatur; sicut ad hominem sequitur animal, sed
non omnino, idest non secundum omnes suas partes subiectivas sequitur ad
hominem: non enim valet: est homo, ergo est animal irrationale. Et per hoc
confirmata ratione adducta ad partem affirmativam, expressius solvit rationem
adductam ad partem negativam, quæ peccabat secundum fallaciam consequentis,
inferens ex necessario possibile, descendendo ad unam possibilis speciem, ut de
se patet. 7. Deinde cum dicit: Et est fortasse quidem etc., ordinat easdem
modalium consequentias alio situ, præponendo necessarium omnibus aliis modis.
Et circa hoc duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo, assignat causam
dicti ordinis; ibi: Manifestum est autem* etc. Dicit ergo: Et est fortasse
principium omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse, idest,
affirmativarum vel negativarum, necessarium et non necessarium. Et oportet
considerare alia, scilicet, possibile contingere et impossibile esse, sicut
borum, scilicet, necessarii et non necessarii, consequentia, hoc modo: 8. Deinde cum dicit: Manifestum est
autem. etc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat causam, quare præposuerit
necessarium possibili tali ratione. Sempiternum est prius temporali; sed
necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in actu, excludendo omnem
mutabilitatem, et consequenter temporalitatem, quæ sine motu non est
imaginabilis), possibile autem dicit temporalitatem (quia non excludit quin
possit esse et non esse); ergo necesse merito prius ponitur quam possibile.
Unde dicit, proponendo minorem: Manifestum est autem ex bis quæ dicta sunt
etc., tractando de necessario: quoniam id quod ex necessitate est, secundum
actum est totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et potentiam ad
oppositum: si enim mutari posset in oppositum aliquo modo, iam non esset
necessarium. - Deinde subdit maiorem per modum antecedentis conditionalis :
Quare si priora sunt sempiterna temporalibus etc. - Ultimo ponit conclusionem:
et quæ actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt potestate, idest
possibilibus, quæ omnino actu esse non ponunt, licet compatiantur. 9. Deinde cum dicit: Et bæ
quidem etc., assignat causam totius ordinis a se inter modales statuti, tali
ratione. Universi triplex est gradus. Quædam sunt actu sine poteillæ state,
idest sine admixta potentia, ut primæ substantiæ, non quas in præsenti diximus
primas, eo quod principaliter et maxime substent, sed illæ quæ sunt primæ, quia
omnium rerum sunt causæ, Intelligentiæ scilicet. - Alia sunt actu cum
possibilitate, ut omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu sunt
priora natura seipsis secundum id quod habent de potentia, licet e contra sit,
aspiciendo ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia
priora tempore seipsis secundum id quod habent de actu. Verbi gratia, Socrates
prius secundum tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter
philosophus. Potentia ergo præcedit actum secundum
ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ, perfectionis et dignitatis e
converso contingit. Prior enim secundum dignitatem, idest dignior et perfectior
habebatur Socrates cum philosophus actualiter erat, quam cum philosophus esse
poterat. Præposterus est igitur ordo potentiæ et actus in unomet, utroque
ordine, scilicet, naturæ et temporis attento, - Alia vero nunquam sunt actu sed
potestate tantum, ut motus, tempus, infinita divisio magnitudinis, et infinita
augmentatio numeri. Hæc enim, ut IX Metapbys. dicitur, nunquam exeunt in actum,
quoniam eorum rationi repugnat. Nunquam enim aliquid horum ita est quin aliquid eius
expectetur, et consequenter nunquam esse potest nisi in potentia. Sed de his
alio tractandum est loco. Nunc hæc ideo dicta sint ut, inspecto ordine
universi, appareat quod illum imitati sumus in nostro ordine. Posuimus siquidem
primo necessarium, quod sonat actu esse sine potestate seu mutabilitate,
imitando primum gradum universi. - Locavimus secundo loco possibile et
contingens, quorum utrunque sonat actum cum possibilitate, et sic servatur
conformitas ad secundum gradum universi. - Præposuimus autem possibile et non
contingens, quia possibile respicit actum, contingens autem secundum vim
nominis respicit defectum causæ, qui ad potentiam pertinet: defectus enim
potentiam sequitur; et ex hoc conforme est secundæ parti universi, in qua actus
est prior potentia secundum naturam, licet non secundum tempus.- Ultimum autem
locum impossibili reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima universi
pars dicta est illa, quæ nunquam actu est. Pulcherrimus igitur ordo statutus
est, quando divinus est observatus. IO. Quia autem suppositæ modalium
consequentiæ nil aliud sunt quam æquipollentiæ earum, quæ ob varium negationis
situm, qualitatem, vel quantitatem, vel utranque mutantis, fiunt; ideo ad
completam notitiam consequentium se modalium, de earum qualitate et quantitate
pauca admodum necessaria dicenda sunt. Quoniam igitur natura totius ex partium
naturis consurgit, sciendum est quod subiectum enunciationis modalis et dicit
esse vel non esse, et est dictum unicum, et continet in se subiectum dicti;
prædicatum autem modalis enunciationis, modus scilicet, et totale prædicatum
est ( quia explicite vel implicite verbum continet, quod est semper nota eorum
quæ de altero prædicantur: propter quod Aristoteles dixit quod modus est ipsa
appositio), et continet in se vim distributivam secundum partes temporis.
Necessarium enim et impossibile distribuunt in omne tempus vel simpliciter vel
tale; possibile autem et contingens pro aliquo tempore in communi. 11. Nascitur
autem ex his quinque conditionibus duplex in qualibet modali qualitas, et
triplex quantitas. - Ex eo enim quod tam subiectum quam prædicatum modalis
verbum in se habet, duplex qualitas fit, quarum altera vocatur qualitas dicti,
altera qualitas modi. Unde et supra dictum est* aliquam esse: affirmativam de
modo et non de dicto, et e converso. - Ex eo vero quod subiectum modalis
continet in se subiectum dicti, una quantitas consurgit, quæ vocatur quantitas
subiecti dicti: et hæc distinguitur in universalem, particularem et singularem,
Sicut et quàántitas illarum de inesse. Possumus enim dicere, Socratem, quemdam
hominem, vel omnem hominem, vel nullum hominem, possibile est currere. Ex eo
autem quod subiectum unius modalis dictum unum * Ed. c: scilicet omne dictum cu
tusque E isttus modalis re, est universalis, scilicet dictum . est, consurgit
alia quantitas, vocata quantitas dicti; et hæc unica est singularitas: secundum
* omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius universalis, scilicet
dictum. Quod ex eo liquet quod cum dicimus, hominem esse album est possibile,
exponitur sic, hoc dictum, hominem esse album, est possibile. Hoc dictum autem
singulare est, sicut et, hic homo. Propterea et dicitur quod omnis modalis est
singularis quoad dictum, licet quoad subiectum dicti sit universalis vel
particularis. - Ex eo autem quod prædicatum modalis, modus scilicet, vim
distributivam habet, alia quantitas consurgit vocata quantitas modi seu modalis;
et hæc distinguitur in universalem et particularem. 12. Ubi diligenter: duo
attendenda sunt. Primum est quod hoc est singulare in modalibus, quod
prædicatum simpliciter quantificat propositionem modalem, sicut et simpliciter
qualificat. Sicut enim illa est simpliciter affirmativa, in qua modus
affirmatur, et illa negativa, in qua modus negatur; ita illa est simpliciter
universalis cuius modus est universalis, et illa particularis cuius modus est
particularis. Et hoc quia modalis modi naturam sequitur. 119 Secundum
attendendum (quod est causa istius primi ) est, quod prædicatum modalis,
scilicet modus, non habet solam habitudinem prædicati respectu sui subiecti,
scilicet esse et non esse, sed habitudinem syncategorematis distributivi, sed
non secundum quantitatem partium subiectivarum ipsius subiecti, sed secundum
quantitatem partium temporis eiusdem. Et merito. Sicut enim quia subiecti
enunciationis de inesse propria quantitas est penes divisionem vel indivisionem
ipsius subiecti (quia est nomen quod significat per modum substantiæ, cuius
quantitas est per divisionem continui: ideo signum quantificans in illis
distribuit secundum partes subiectivas), ita quia subiecti enunciationis
modalis propria quantitas est tempus (quia est verbum quod significat per modum
motus, cuius propria quantitas est tempus), ideo modus quantificans distribuit
ipsum suum subiectum, scilicet, esse vel non esse, secundum partes temporis.
Unde subtiliter inspicienti apparebit quod quantitas ista modalis proprii
subiecti modalis enunciationis quantitas est, scilicet, ipsius esse vel non
esse. Ita quod illa modalis est simpliciter universalis, cuius proprium
subiectum distribuitur pro omni tempore: vel simpliciter, ut, hominem esse
animal est necessarium vel impossibile; vel accepto, ut, hominem currere hodie,
vel, dum currit, est necessarium vel impossibile. Illa vero est particularis,
in qua non pro omni, sed aliquo tempore distributio fit in communi tantum; ut,
hominem esse animal, est possibile vel contingens. Est ergo et ista modalis quantitas
subiecti sui passio (sicut et universaliter quantitas se tenet ex parte
materiæ), sed derivatur a modo, non in quantum prædicatum est (quod, ut sic,
tenetur formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod
habet ex eo quod proprie modus est. 13. Sunt igitur modalium (de propria earum
quantitate loquendo) aliæ universales affirmativæ, ut illæ de necessario, quia
distribuunt ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ de impossibili,
quia distribuunt ad nunquam esse; aliæ particulares affirmativæ, ut illæ de
possibili et contingenti, quia distribuunt utrunque ad aliquando esse; aliæ
particulares negativæ, ut illæ de non necesse et non impossibili, quia
distribuunt ad aliquando non esse:sicut in illis de inesse, omnis, nullus,
quidam, non omnis, non nullus, similem faciunt diversitatem. Et quia, ut dictum
est, hæc quantitas modalium est inquantum modales sunt, et de his, inquantum
huiusmodi, præsens tractatus fit ab Aristotele; idcirco æquipollentiæ, seu
consequentiæ earum, ordinatæ sunt negationis vario situ, quemadmodum
æquipollentiæ illarum de inesse: ut scilicet, negatio præposita modo faciat
æquipollere suæ contradictoriæ; negatio autem modo postposita, posita autem
dicti verbo, suæ æquipollere contrariæ facit; præposita vero et postposita suæ
subalternæ, ut videre potes in consequentiarum figura ultimo ab Aristotele
formata. In qua, tali præformata oppositionum figura, clare videbis omnes se
mutuo consequentes, secundum alteram trium regularum æquipollere, et
consequenter, totum primum ordinem secundo contrarium, tertio contradictorium,
quarto vero subalternum. Necesse
esse o qd Ε S s E ὦ ri Possibile esse Impossibile e Contrariæ eo E δα ES x ο x9
9 ? . [d x Se, ἢ ᾿ς 6 Subcontrariæ esse uU g& z E $ B E Contingens non essc
vtt 120 II LECTIO DECIMATERTIA (Cann. CargTANI lect. xi) CONTRARIETAS IN ANIMI
OPINIONIBUS CONSTITUITUR EX ALIQUA VERI FALSIQUE OPPOSITIONE. Πότερον δὲ ἐναντία
ἐστὶν ἡ κατάφασις τῇ ἀποφάσει ἢ ἡ κατάφασις τῇ χαταφάσει, καὶ ὁ λόγος τῷ λόγῳ; ὁ
λέγων ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ οὐδεὶς ἄνθρωπος δίκαιος ἢ τὸ πᾶς ἄνθρωπος
δίκαιος τῷ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, οἷον ἔστι Καλλίας δίκαιος, οὐχ ἔστι Καλλίας
δίκαιος, Καλλίας ἄδιχός ἐστι" ποτέρα δὴ Εἰ ἐναντία τούτων ; γὰρ τὰ μὲν ἐν
τῇ φωνῇ ἀχολουθεῖ τοῖς ἐν τῇ διανοίᾳ, ἐκεῖ δὲ ἐναντία δόξα ἡ τοῦ ἐναντίου, οἷον
ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῇ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, καὶ ἐπὶ τῶν ἐν τῇ φωνῇ
καταφάσεων ἀνάγχη ὁμοίως ἔχειν. Εἰ δὲ ped ἐχεῖ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα ἐναντία ἐστίν,
οὐδὲ ἡ κατάφασις τῇ καταφάσει ἔσται ἐνανvla, ἀλλ᾽ ἡ εἰρημένη ἀπόφασις. Ὥστε
σχεπτέον ποία δόξα ἀληθὴς ψευδεῖ δόξη ἐναντία. πότερον ἡ τῆς ἀποφάσεος ἢ ἡ τὸ ἐναντίον
εἶναι δοξάζουσα. Λέγω δὲ ὧδε. Ἔστι τις δόξα ἀληθὴς τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν, ἄλλη
δὲ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν ψευδής, ἑτέρα δὲ ὅτι χακόν. Ποτέρα δὴ τούτων ἐναντία τῇ ἀληθεῖ;
xal εἰ ἔστι μία, x40 ' ὁποτέραν ἡ ἐναντία: μὲν δὴ τούτῳ οἴεσθαι τὰς ἐναντίας
δόξας ὡρίσθαι, τῷ τῶν ἐναντίων εἶναι, ψεῦδος" τοῦ γὰρ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ
τοῦ καχοῦ ὅτι κακὸν ἡ αὐτὴ ἴσως καὶ ἀληθὴς ἔσται εἴτε πλείους εἴτε μία ἐστίν. ᾿Εναντία
δὲ ταῦτα. ÀAXA' οὐ τῷ ἐναντίων εἶναι ἐναντία, ἀλλὰ μᾶλλον τῷ ἐναντίως. Εἰ δὴ ἔστι
μὲν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἐστὶν ἀγαθὸν δόξα, ἄλλη δ᾽ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, ἔστι δὲ ἄλλο τι ὃ
οὐχ ὑπάρχει οὐδ᾽ οἷόντε ὑπάρξαι, τῶν μὲν δὴ ἄλλων οὐδεμίαν θετέον, οὔτε ὅσαι ὑπάρχειν
τὸ μιὴ ὑπάρχον δοξαάζουσιν, οὔθ᾽ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον (ἄπειροι γὰρ ἀμφότεραι,
καὶ ὅσαι ὑπάρχειν δοξάζουσι τὸ μὴ ὑπάρyov, καὶ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον);
SEN ene ostquam determinatum est de enunciatione se(Q5) (oy cundum quod
diversificatur tam ex additione facta ad terminos, quam ad compositionem S.
Thomas. * * * Num. 5. Num. 8. Lect. seq. J7 eius, hic secundum divisionem a s.
Thoma in principio huius Secundi factam, intendit Aristoteles tractare quandam
quæstionem circa oppositiones enunciationum provenientes ex eo quod additur
aliquid simplici enunciationi. Et circa hoc quatuor facit: primo, movet
quæstionem; secundo, declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia quæstione
prætractanda; ibi: Nam si ea, quæ sunt in voce * etc.; tertio, determinat illam
aliam quæstionem; ibi: Nam arbitrari * etc.; quarto, redit ad respondendum
quæstioni primo motæ; ibi: Quare si in opinione* etc. Quæstio quam movere
intendit est: utrum affirmativæ enunciationi contraria sit negatio eiusdem
prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu privativo? Unde dicit:
Utrum contraria est affirmatio. negationi. contradictoriæ, scilicet, et
universaliter oratio affirmativa orationi negativæ; ut, affirmativa oratio quæ
dicit, omnis bomo est iustus, illi contraria sit orationi negativæ, nullus bomo
est iustus, aut illi, omnis bomo est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato
privativo? Et similiter ista
affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ negationi,
Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est affirmativa de
prædicato privativo? * Utrum autem contraria est affirmatio negationi, aut affirmatio
affirmationi et oratio orationi, quæ dicit, quod omnis homo iustus est, ei quæ
est, nullus homo iustus est; aut, omnis homo iustus est, ei quæ est, omnis homo
iniustus est; ut, Callias iustus est, Callias iustus non est, Callias iniustus
est; utra harum contraria est? Nam s. a, quæ suntin voce, sequuntur ea, quæ
sunt in intellectu, illic autem contraria est opinio contrarii, ut quod, omnis
homo iustus est, ei quæ est, omnis homo iniustus est, et etiam in his, quæ,sunt
in voce, affirmationibus, necesse est similiter se se habere. Quod si neque illic contrarii opinatio contraria est,
nec affirmatio affirmationi contraria erit; sed ea quæ dicta est negatio. Quare
considerandum est quæ opinio vera opinioni falsæ contraria est, utrum
negationis, an ea, quæ contrarium esse opinatur. Dico autem hoc modo. Est
quædam opinatio vera boni, quod bonum est ;: alia vero, quod non bonum, est
falsa; alia vero, quod malum: utra harum contraria veræ? et si est una,
secundum quamnam contraria est? Nam arbitrari contrarias opiniones definiri, eo
quod contrariorum sunt, falsum est: boni enim, quod bonum est, et mali, quod
malum est, eadem fortasse opinio est et vera, sive plures,sive una sit. Sunt
autem ista contraria. Sed non eo quod contrariorum sint contraria :sunt sed
magis eo quod contrarie. Si ergo est boni quidem, quod est bonum, opinio, alia
autem quod non est bonum: est vero aliquid aliud quod non est, neque potest
esse: aliarum quidem nulia ponenda est, neque quæcunque esse, quod non est,
opinantur, neque quæcunque non esse quod est (infinitæ enim utræque sunt, et
quæ esse opinantur quod non est, et quæ non esse quod est). 2. Ad evidentiam
tituli huius quæstionis, quia hactenus indiscusse ab aliis est relictus,
considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet ipsa enunciatio
seu significatio et modus enunciandi seu significandi, duplex inter
enunciationes fieri potest oppositio, una ratione ipsius enunciationis, altera
ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi attendimus, duas species
oppositionis in latitudine enunciationum inveniemus, contrarietatem scilicet et
contradictionem. Divisæ enim superius sunt enunciationes oppositæ in contrarias
et contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi enunciandi
est quando idem prædicatur de eodem subiecto contradictorio modo enunciandi; ut
sicut unum contradictorium nil ponit, sed alterum tantum destruit, ita una
enunciatio nil asserit, sed id tantum quod altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ
contradictoriæ vocantur, scilicet, omnis bomo est iustus, non omnis bomo est
iustus, Socrates est iustus, Socrates nom est iustus, ut de se patet. Et ex hoc
provenit quod non possunt simul veræ aut falsæ esse, sicut nec duo
contradictoria. Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi enunciandi
est quando idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut
sicut unum contrariorum ponit materiam sibi et reliquo communem in extrema distantia
sub illo | genere, ut patet de albo et nigro, ita una enunciatio ponit * Y Cap.
xiv. CAP. XIV, subiectum commune sibi et suæ
oppositæ in extrema distantia sub illo prædicato. Huiusmodi quoque sunt omnes
illæ quæ contrariæ in figura appellantur, scilicet, omnis bomo est iustus,
omnis bomo non. est iustus. Hæ enim faciunt subiectum, scilicet hominem, maxime
distare sub iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse homini, non quocunque
modo, sed universaliter; ista autem enunciat iustitiam abesse homini, non
qualitercunque, sed universaliter. Maior enim distantia esse non potest quam
ea, quæ est inter totam universitatem habere aliquid et nullum de universitate
habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt esse simul veræ, sicut nec
contraria possunt eidem simul inesse; et quod possunt esse simul falsæ, sicut
et contraria simul non inesse eidem possunt. * Ed. c: posita sunt. Si vero
ipsam enunciationem sive eius significationem attendamus secundum unam tantum
oppositionis speciem, in tota latitudine enunciationum reperiemus
contrarietatem, scilicet secundum veritatem et falsitatem: quia duarum
enunciationum significationes entia positiva * sunt, ac per hoc neque
contradictorie neque privative opponi possunt, quia utriusque oppositionis
alterum extremum est formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur, ut clarum est, restat ut
nonnisi contrarie opponi possunt. 3.
Consistit autem ista contrarietas in hoc quod duarum enunciationum altera
alteram non compatitur vel in veritate vel in falsitate, præsuppositis semper
conditionibus contrariorum, scilicet quod fiant circa idem et in eodem tempore.
Patere quoque potest talem oppositionem esse contrarietatem ex natura
conceptionum animæ componentis et dividentis, quarum singulæ sunt
enunciationes. Conceptiones siquidem animæ adæquatæ nullo alio modo opponuntur
conceptionibus inadæquatis nisi contrarie, et ipsæ conceptiones inadæquatæ, si
se mutuo expellunt, contrariæ quoque dicuntur. Unde verum et falsum, contrarie
opponi probatur a s. Thoma in I parte, qu. xvii *. Sicut ergo hic, ita et in
enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ contrarie opponuntur inædequatis,
idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest falsæ, contrarie quoque opponuntur
inter se, si contingat quod se non compatiantur, salvis semper contrariorum
conditionibus. Est igitur in enunciationibus duplex contrarietas, una ratione
modi, altera ratione significationis, et unica contradictio, scilicet ratione
modi. Et, ut confusio vitetur, prima contrarietas vocetur contrarietas modalis,
secunda contrarietas formalis. Contradictio autem non ad confusionis vitationem
quia unica est, sed ad proprietatis expressionem contradictio modalis vocari
potest. Invenitur autem contrarietas formalis enunciationum inter omnes
contradictorias, quia contradictoriarum altera alteram semper excludit; et
inter omnes contrarias modaliter quoad veritatem, quia non possunt esse simul
veræ, licet non inveniatur inter omnes quoad falsitatem, quia possunt esse
simul falsæ. 4. Quia igitur Aristoteles in hac quæstione loquitur de
contrafietate enunciationum quæ se extendit ad contrarias modaliter, et
contradictorias, ut patet in principio et in fine quæstionis (in principio
quidem, quia proponit utrasque contradictorias dicens: Affirmatio negationi
etc.; et contrarias modaliter dicens: Ef oratio orationi etc., unde et exempla
utrarunque statim subdit, ut patet in littera. In fine vero, quia ibi expresse
quam conclusit esse contrariam affirmativæ universali veræ dividit, in
contrariam modaliter universalem negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ
divisio falsitate non careret, nisi conclusisset contrariam formaliter, ut de
se patet), quia, inquam, sic accipit contrarietatem, ideo de contrarietate
formali enunciationum quæstio intelligenda est. Et est quæstio valde subtilis, necessaria
et adhuc nullo modo superius tacta. Opp. D. Tuowaz T. I. LECT. XIII 121 Est
igitur titulus. quæstionis; utrum affirmativæ veræ contraria formaliter sit
negativa falsa eiusdem prædicati, aut affirmativa falsa de prædicato privativo,
vel contrario? Et sic patet quis sit sensus tituli, et quare non movet
quæstionem de quacunque alia oppositione enunciationum (quia scilicet nulla
alia in eis formaliter invenitur), et quod accipit contrarietatem proprie et
strictissime, licet talis contrarietas inveniatur inter contradictorias
modaliter et contrarias modaliter. Ὁ Dictum vero fuit a s. Thoma * provenire
hanc dubitationem ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi, quia si
tantum simplices, idest, de secundo adiacente enunciationes attendantur, non
habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici enunciationi, idest subiecto et
verbo substantivo, additur aliquid, scilicet práedicatum, nascitur dubitatio
circa oppositionem, an illud additum' in contrariis debeat esse illudmet
prædicatum, negatione apposita verbo, an debeat esse prædicatum contrarium seu
privativum, absque negatione præposita verbo. 5. Deinde cum dicit: Nam siea
etc., declarat unde sumenda sit decisio huius quæstionis. Et duo facit: quia
primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una alia quæstione, ex illa
scilicet: utrum opinio, idest conceptio animæ, in secunda operatione
intellectus, vera, contraria sit opinioni falsæ negativæ eiusdem prædicati, an
falsæ afürmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare illa
quæstio dependet ex ista, quia scilicet enunciationes vocales sequuntur
mentales, ut effectus adæquati causas proprias, et ut significata signa *
adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque natura. Unde inchoans ab
hac causa ait: Nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ed, quæ sunt in anima, ut
dictum est in principio I libri, et illic, idest in anima, opinio contrarii
prædicati circa idem subiectum est contraria illi alteri, quæ affirmat reliquum
contrarium de eodem (cuiusmodi sunt istæ mentales enunciationes, omnis bomo est
iustus, omnis bomo est iniustus); si ita inquam est, etiam et in his
affrmationibus quæ sunt in voce, idest vocaliter sumptis, necesse est similiter
se habere, ut scilicet sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem subiecto et
prædicatis contrariis. Quod si neque
illic, idest in anima, opinatio contrarii prædicati, contrarietatem inter
mentales enunciationes constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi vocali
contraria erit de contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria erit
negatio eiusdem prædicati. 6. Dependet ergo mota quæstio ex ista alia sicut
effectus ex causa. Propterea et concludendo addit secundum, quod scilicet de
hac quæstione prius tractandum est, ut ex causa cognita effectus innotescat
dicens: Quare considerandum est, opinio vera cui opinioni falsæ contraria est:
utrum negationi falsæ am certe ei affirmationi falsæ, quæ contrarium esse
opinatur. Et ut exemplariter proponatur, dico hoc modo: Sunt tres opiniones de
bono, puta vita: quædam enim est ipsius boni opinio vera, quoniam bonum est,
puta, quod vita sit bona; alia vero falsa negativa, scilicet, quoniam bonum non
est, puta, quod vita non sit bona; alia item falsa affirmativa contrarii,
scilicet, quoniam malum est, puta, quod vita sit mala. Quæritur ergo quæ harum
falsarum contraria est veræ? 7. Quod autem subdidit: Et si est una, secundum
quam contraria est, tripliciter legi potest. Primo, dubitative, ut Sit pars
quæstionis; et tunc est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ:
et simul quæritur, si est tantum una harum falsarum secundum quam fiat
contraria ipsi veræ: quia cum unum uni sit contrarium, ut dicitur in X
Metaphysicæ, quærendo quæ harum sit contraria, quæremus etiam an una earum sit
contraria. Alio modo, potest legi adversative, ut sit sensus: quæ16 * * Supra
lect. 1, n. I. * Ed. c: singula. 122 II ritur quæ harum sit contraria; quamquam
sciamus quod non utraque sed una earum est secundum quam fit contrarietas. -
Tertio modo, potest legi dividendo hanc particulam, Et si est una, ab illa
sequenti, secundum quam contraria est; et tunc prima pars expressive, secunda
vero Boethius. dubitative legitur; et est sensus: quæritur quæ harum falsarum
contraria est veræ, non solum si istæ duæ falsæ inter se differunt in
consequendo, sed etiam si utraque est una, idest alteri indivisibiliter unita,
quæritur secundum quam fit contrarietas. Et hoc modo exponit Boethius, dicens
quod Aristoteles apposuit hæc verba propter contraria immediata, in quibus non
differt contrarium a privativo. Inter contraria enim mediata et immediata hæc
est differentia, quod immediatis a prwativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus
colorabile est non album, ergo est nigrum: potest enim esse rubrum. In
immediatis autem valet; verbi gratia: amimal est mon sanum, ergo infirmum ;
numerus est non par, ergo impar. Voluit ergo Aristoteles exprimere quod nunc,
cum quærimus quæ harum falsarum, scilicet negativæ et affirmativæ contrarii,
sit contraria affirmativæ veræ, quærimus universaliter sive illæ duæ falsæ
indivisibiliter se sequantur, sive non. 8. Deinde cum dicit: Nam arbitrari,
prosequitur hanc secundam quæstionem. Et circa hoc quatuor facit. Primo,
declarat quod contrarietas opinionum non attenditur penes contrarietatem
materiæ, circa quam versantur, sed potius penes oppositionem veri vel falsi;
secundo, declarat quod non penes quæcunque opposita secundum veritatem et
falsitatem est contrarietas opinionum; ibi: Si ergo boni etc.; tertio,
determinat quod contrarietas opinionum attenditur penes per se primo opposita
secundum veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi: Sed im quibus primo
falla- cia etc.; quarto, declarat hanc determinationem inveniri in omnibus
veram; ibi: Manifestum. est igitur etc. Dicit ergo proponens intentam
conclusionem, quod falsum est arbitrari opiniones definiri seu determinari de-
bere contrarias ex eo quod contrariorum obiectorum sunt. Et adducit ad hoc
duplicem tationem. Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem opinio; sed
contrariorum eadem est fortasse opinio; ergo opiniones non sunt contrariæ ex
hoc quod contrariorum sunt. - Secunda est: opiniones contrariæ non sunt simul
veræ; sed opiniones contrariorum, sive plures, sive una, sunt simul veræ
quandoque; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt.-
Harum rationum, suppositis maioribus, ponit utriusque minoris declarationem
simul, dicens: Boni enim, quoniam bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem
forlasse opinio est, quoad primam. Et subdit esse vera, sive plures sive una
sit, quoad secundam. Utitur autem dubitativo adverbio et disiunctione, quia non
est determinandi locus an contrariorum eadem sit opinio, et quia aliquo modo
est eadem et aliquo modo non. Si enim loquamur de habituali opinione, sic eadem
est; Si autem de actuali, sic non eadem est. Alia siquidem mentalis compositio
actualiter fit, concipiendo bonum esse bonum, et alia concipiendo malum esse
malum, licet eodem habitu utrunque cognoscamus, illud per se primo, et hoc
secundario, ut dicitur IX Metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad
declarationem minorum sumpta sunt, scilicet bonum et malum, contraria sunt ac
etiam contrarietate sumpta stricte in moralibus, per hoc congrua usi sumus
declaratione. Ultimo inducit conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum
opiniones sunt, contrariæ sunt, sed magis in eo quod contrariæ, idest, sed
potius censendæ sunt opiniones contrariæ ex eo quod contrarie adverbialiter,
scilicet contrario modo, idest vere et false enunciant. Et sic patet primum. 9.
Si ergo boni etc. Quia dixerat quod contrarietas opinionum accipitur secundum
oppositionem veritatis et falsitatis earum, declarat modo quod non quæcunque
secundum veritatem et falsitatem oppositæ opiniones sunt contrariæ, tali
ratione. De bono, puta, de iustitia, quatuor possunt opiniones haberi, scilicet
quod iustitia est bona, et quod non est bona, et quod est fugibilis, et quod
est non appetibilis. Quarum prima est vera, reliquæ sunt falsæ. Inter quas hæc
est diversitas quod, prima negat idem prædicatum quod vera affirmabat ;
[secunda affirmat aliquid aliud quod bono non inest; tertia negat id quod bono
inest, non tamen illud quod vera affirmabat. Tunc sic. Si omnes opiniones
secundum veritatem et falsitatem sunt contrariæ, tunc uni, scilicet veræ
opinioni non solum multa sunt contraria, sed etiam infinita: quod est impossibile,
quia unum uni est contrarium. Tenet consequentia, quia possunt infinitæ
imaginari opiniones falsæ de una re, similes ultimis falsis opinionibus
adductis, affirmantes, scilicet ea quæ non insunt illi, et negantes ea quæ illi
quocunque modo coniuncta sunt: utraque namque indeterminata esse et absque
numero constat. Possumus* enim opinari quod iustitia est quantitas, quod est
relatio, quod est hoc et illud; et similiter opinari quod iustitia non sit
qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus. Unde ex supradictis in
propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum contra unam veram, ait:
Si ergo est opinatio vera boni, puta iustitiæ, quoniam est bonum; et si est
etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam mon est quid bonum; est
vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid aliud inesse illi, quod
non inest nec inesse potest, puta, quod iustitia sit fugibilis, quod sit
illicita; et hinc intelligitur quarta falsa quoque, quæ scilicet negat aliquid
aliud ab eo quod vera opinio affirmat inesse iustitiæ, quod tamen inest, ut
puta quod non sit qualitas, quod non sit virtus; si ita inquam est, nulla
aliarum falsarum ponenda est contraria opinioni veræ. Et exponens quid
demonstret per ly aliarum, subdit: Neque quæcumque opinio opinatur esse quod
mom est, ut tertii ordinis opiniones faciunt: meque quæcumque opiEt nio
opinatur non. esse quod est, ut quarti ordinis opiniones significant. causam
subdit: Infimitæ enim utræque sunt, el quæ esse opinantur quod mom est, el quæ
mon esse quod est, ut supra declaratum fuit. Non ergo quæcunque opiniones oppositæ secundum
veritatem et falsitatem contrariæ sunt. Et sic patet secundum. d. c et : po ssum LECTIO (Cann.
CarkrANI lect. xi1) ILLA VERI FALSIQUE OPPOSITIO, QUÆ OPINIONUM CONTRARIETATEM
CONSTITUIT, EST OPPOSITIO SECUNDUM AFFIRMATIONEM ET NEGATIONEM EIUSDEM DE
EODEM. ἀλλ᾽ ἐν ὅσαις ἐστὶν ἡ ἀπάτη. Αὐται δέ εἰσιν ἐξ ὧν αἱ αἱ t, γενέσεις" ἐκ τῶν ἀντικειμένων δὲ αἱ γενέσεις, ὥστε χαὶ, ^, * E ἀπάται. Ei οὖν τὸ ἀγαθὸν xal ἀγαθὸν xal οὐ χαχόν ἐστι; xad τὸ μὲν καθ᾽ ἑαυτό, τὸ δὲ χατὰ συμβεβηκός (συμβέβηκε γὰρ αὐτῷ οὐ καχῷ εἶναι), μᾶλλον δὲ ἑκάστου, Sed in quibuscunque fallacia
est. Hæ autem sunt ex his * Seq.c.xiv. ex quibus sunt generationes: ex
oppositis vero generationes sunt: quare etiam fallacia. Si ergo quod bonum est,
et bonum, et non malum est; et ἀληθὴς ἡ καθ᾽ ἑαυτό, καὶ ψευδής, εἴπερ καὶ ἀληθής. Ἡ μὲν οὖν ὅτι οὐχ ἀγαθὸν τὸ ἀγαθὸν τοῦ καθ᾽ ἑαυτὸ ὑπάρχοντος, ψευδής, ἡ δὲ τοῦ ὅτι χακὸν τοῦ κατὰ συμβεβηκός. “Ὥστε μᾶλλον ἂν εἴη ψευδής τοῦ ἀγαθοῦ ἡ τῆς ἀποφάσεως, ἢ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα. Διέψευσται δὲ μάλιστα περὶ ἕκαστον ὁ τὴν ἐναντίαν ἔχων. δόξαν: τὰ γὰρ ἐναντία τῶν πλεῖστον διαφερόντων περὶ τὸ αὐτό. Εἰ οὖν ἐναντία μὲν τούτων ἡ ἑτέρα; ἐναντιωτέρα δὲ ἡ τῆς ἀποφάσεως, δῆλον ὅτι αὑτὴ ἂν εἴη ἐναντία. Ἢ δὲ τοῦ ὅτι κακὸν τὸ ἀγαθὸν συμ.πεπλεγμένη ἐστί: xol γὰρ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἀνάγχη ἴσως ὑπολαμβάνειν τὸν αὐτόν. hoc quidem secundum se, illud
vero secundum accidens (accidit enim ei non malum esse); magis autem in
unoquoque vera est, quæ secundum se est etiam falsa, est falsa siquidem et
vera. Ergo ea quæ est, quoniam non bonum quod bonum est, eius, quæ secundum se
est; eius, quæ illa vero quæ est, quoniam malum est, est secundum accidens.
Quare magis erit falsa de bono ea, quæ est negationis opinio, quam ea, quæ est
contrarii. Falsus autem est maxime circa singula, qui habet contrariam
opinionem: contraria enim sunt eorum, quæ plurimum circa idem differunt. Si
igitur harum contraria est altera, magis vero negationis est contraria;
manifestum est quoniam hæc erit contraria. Illa vero quæ est, quoniam malum
est, quod bonum est, implicita est. Etenim quoniam non bonum Ἔτι δέ, εἰ καὶ ἐπὶ τῶν ἄλλων ὁμοίως δεῖ ἔχειν, καὶ ταύτῃ ἂν δόξειε καλῶς concava ἢ γὰρ πανταχοῦ τὸ τῆς ἀποφάσεως ἢ οὐδαμοῦ. Ὅσοις δὲ μή ἐστιν ἐναντία, περὶ τούτων ἔστι μὲν ψευδὴς ἡ τῇ ἀληθεῖ ἀντικειμένη, οἷον ὁ τὸν ἄνθρωπον οὐχ ἄνθρωπον οἰόμενος ον Ei οὖν ἄλλαι αἱ τῆς ἀποφάσεως. αὗται ἐναντίαι. xal αἱ : Ἔτι ὁμοίως ἔχει ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ ἡ τοῦ ^, μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, xad πρὸς ταύταις ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθόν, καὶ ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. Τῇ οὖν τοῦ μηὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἁ αθὸν ἀληθεῖ οὔσῃ δόξῃ τίς ἂν εἴη ἡ ἐναντία ; οὐ γὰρ δ᾽ὴ ἡ λέγουσα ὅτι Xa dv ἅμα γὰρ ἄν ποτε εἴη ἀληθής, s? hail δὲ ἀληθὴς ἀληθεῖ ἐναντία. Ἔστι γάρ τι μὴ ἀγαθὸν χακόν, ὥστε ἐνδέχεται ἅμα ἀληθεῖς εἶναι. Οὐδ᾽ αὖ ἡ ὅτι οὐ κακόν: ἀληθὴς γὰρ καὶ αὕτη" ἅμα γὰρ καὶ ταῦτα ἂν εἴη. Λείπεται οὖν τῇ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἐναντία ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν" ψευδὴς γὰρ αὕτη. Ὥστε χαὶ ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν τῇ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. V Φανερὸν δὲ ὅτι οὐδὲν διοίσει οὐδ᾽ ἂν καθόλου τιθῶμεν τὴν κατάφασιν: ἡ γὰρ καθόλου ἀπόφασις ἐναντία ἔσται, οἷον τῇ δόξῃ τῇ Sobakoóon, ὅτι πᾶν ὃ ἂν dj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστιν, ἡ ὅτι οὐδὲν τῶν ἀγαθῶν ἀγα0óv: Ἢ γὰρ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἁ αθόν, εἰ χαθόλου τὸ ἀγαθόν, ἡ αὐτή ἐστι τῇ ὅτι ὃ ἂν ἡ ἀγαθὸν δοξαζούσῃ ὅτι ἀγαθόν" τοῦτο δὲ οὐδὲν διαφέρει τοῦ ὅτι πᾶν ὃ ἂν fj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστι. 'Ομοίως $: xal ἐπὶ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ. “Ὥστε εἴπερ ἐπὶ δόξης οὕτως ἔχει; εἰσὶ δὲ αἱ ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεις καὶ ἀποφάσεις σύμβολα τῶν ἐν τῇ ψυχῇ, δῇλον ὅτι χαὶ καταφάσει ἐναντία μὲν ἀπόφασις ἡ περὶ τοῦ αὐτοῦ χαθόλου, οἷον, τῇ ὅτι πᾶν ἀγαθὸν ἀγαθόν, ἢ ὅτι πᾶς ἄνθρωπος ἀγαθός, ἡ ὅτι οὐθὲν ἢ οὐδείς, ἀντιφατικῶς $n ἢ οὐ πᾶν ἢ οὐ πᾶς. est, necesse est forte idem ipsum opinari. Amplius si
etiam in aliis similiter oportet se habere, et hoc modo videbitur bene esse
dictum. Aut enim ubique ea, quæ est contradictionis, aut nusquam. Quibus vero
non est contrarium, de his quidem est falsa ea, quæ est veræ opposita; ut qui
hominem non putat esse hominem, falsus est. Si ergo hæ contrariæ sunt, etiam aliæ quæ sunt
contradictiones. Amplius similiter se
habet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni, quoniam non bonum est. Et
præter has boni, quoniam non bonum est, et non boni quoniam bonum est. Illi
ergo quæ est, non boni quoniam non bonum est; veræ opinationi quænam est
contraria? non enim ea, quæ dicit quoniam malum est: simul enim aliquando veræ
erunt. Nunquam autem vera veræ est contraria: est enim quidquam non bonum
malum. Quare contingit simul esse veras. At vero nec illa, quæ est, quod non
malum: vera enim et, hæc: simul enim et hæc erunt. Relinquitur ergo, ei, quæ
est non-bonum, quoniam non bonum est, contraria ea, quæ est, non boni, quoniam
bonum est. Falsa enim hæc. Quare et ea, quæ est boni, quoniam non bonum est,
ei, quæ est boni, quoniam est bonum. Manifestum est autem quoniam nihil
interest nec si universaliter ponamus affirmationem. Universalis enim negatio
contraria erit; ut opinioni, quæ opinatur, quoniam omne .quod est bonum, bonum
est, ea quæ est, quoniam nihil horum quæ bona sunt, bonum est. Nam ea quæ est
boni quoniam bonum est, si universaliter sit bonum, eadem est ei quæ opinatur,
quod quidquid bonum est, quoniam bonum est. Hoc autem nihil differt ab eo quod
est, quod omne quod est bonum, bonum est. Similiter autem et in non bono. Quare
si in opinione sic se habet; sunt autem hæ quæ sunt in voce affirmationes et
negationes notæ eorum quæ sunt in anima; manifestum est quoniam affirmationi
contraria quidem negatio est, quæ de eodem universaliter; ut ei, quæ est,
quoniam omne bonum bonum est, vel quoniam omnis homo bonus, ea quæ est, quoniam
nullum vel nullus: contradictorie autem quæ est, quod non omne aut non omnis.
124 II Φανερὸν δὲ ὅτι καὶ ἀληθῇ ἀληθεῖ οὐχ ἐνδέχεται ἐναντίαν εἶναι οὔτε δόξαν οὔτε ἀπόφασιν. ᾿Εναντίαι μὲν γὰρ αἱ περὶ τὰ ἀντικειμενα περὶ ταῦτα δὲ ἐνδέχεται τὸν ἀληθεύειν αὐτόν: x s οὐχ ἐνδέχεται τὰ ἐναντία ὑπαάρχειντῷ αὐτῷ. uia subtili indagatione ostendit quod nec materiæ
contrarietas, nec veri falsique qualisτῷ hcunque oppositio
contrarietatem opinionum ZA constituit, sed quod aliqua veri falsique oppo77
sitio id facit, ideo nunc determinare intendit qualis sit illa veri falsique
oppositio, quæ opinionum contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe
quæstioni satisfit. Et intendit quod sola oppositio opinionum secundum
affirmationem et negationem eiusdem de eodem etc. constituit contrarietatem
earum. Unde intendit probare istam conclusionem per quam ad quæsitum respondet:
Opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt
contrariæ; et consequenter illæ, quæ sunt oppositæ secundum aflirmationem
contrariorum prædicatorum de eodem, non sunt contrariæ, quia Manifestum est
autem, quoniam et veram veræ non contingit esse contrariam, nec opinionem nec
contradictionem. Contrariæ enim, quæ circa opposita sunt; circa eadem autem
contingit verum dicere eumdem; simul autem non contingit eidem inesse
contraria. et illi inter quos est primo fallacia, quia utrobique termini sunt
affirmatio et negatio. ἡ 4. Deinde cum dicit: Si ergo
quod bonum est etc., intendit probare maiorem principalis rationis. Et quia iam
declaravit quod ea, in quibus primo est fallacia, sunt affirmatio et negatio,
ideo utitur, loco maioris probandæ, scilicet, opiniones in quibus primo est
fallacia, sunt contrariæ, sua conclusione, scilicet, opiniones. oppositæ
secundum affirmationem et negationem eiusdem sunt contrariæ. Æquivalere enim
iam declaratum est. Fecit autem hoc consuetæ brevitati studens, quoniam sic
procedendo, et probat maiorem, et respondet directe quæstioni, et applicat ad
propositum simul. Probat ergo loco maioris conclusionem principaliter intentam
quæstionis, hanc, scilicet: Opiniones oppositæ secundum affirmasic affirmativa
vera haberet duas contrarias, quod est impossibile. Unum enim uni est
contrarium. 2. Probat autem istam conclusionem tribus rationibus. -Prima est:
opiniones in quibus primo est fallacia sunt contrariæ; opiniones oppositæ
secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt in quibus primo est
fallacia; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem
de eodem sunt contrariæ. - Sensus maioris est: opiniones quæ primo ordine
naturæ sunt termini fallaciæ, idest deceptionis seu erroris, sunt contrariæ:
sunt enim, cum quis fallitur seu errat, duo termini, scilicet a quo declinat,
et ad quem labitur. Huius rationis in littera primo ponitur maior, cum dicitur:
Sed in. quibus primo fallacia est ; adversative enim continuans sermonem supra
dictis, insinuavit non tot enumeratas opiniones esse contrarias, sed eas in
quibus primo fallacia est modo exposito. Deinde subdit probationem minoris
talem: eadem proportionaliter sunt, ex quibus sunt generationes et ex quibus
sunt fallaciæ; sed generationes sunt ex oppositis secundum affirmationem et
negationem; ergo et fallaciæ sunt ex oppositis secundum affirmationem et
negationem. Quod erat assumptum in minore. Unde ponens maiorem huius
prosyllogismi, ait: Hæc autem, scilicet fallacia, est ex bis, scilicet
terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes. Et subsumit
minorem: Ex oppositis vero, scilicet secundum affirmationem et negationem, et
generationes fiunt. Et demum concludit: Quare etiam fallacia, scilicet, est ex
oppositis secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem. 3. Ad
evidentiam huius probationis scito quod idem faciunt in processu intellectus
cognitio et fallacia seu error, quod in processu naturæ generatio et corruptio.
Sicut namque perfectiones naturales generationibus acquiruntur, corruptionibus
desinunt; ita cognitione perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus
autem seu deceptionibus amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio
est inter affirmationem et negationem, ut proprios terminos, ut dicitur V
Pbysic.; ita tam cognoscere aliquid, quam falli circa illud, est inter
affirmationem et negationem, ut proprios terminos: ita quod id ad quod primo
attingit cognoscens aliquid in secunda operatione intellectus est veritatis
affirmatio, et quod per se primo abiicitur est illius negatio. Et similiter
quod per se primo perdit qui fallitur est veritatis affirmatio, et quod primo
incurrit est veritatis negatio. Recte ergo dixit quod iidem sunt termini inter
quos primo est generatio, tionem et negationem eiusdem sunt contrariæ; et non
illæ, quæ sunt oppositæ secundum contrariorum affrmationem de eodem. Et
intendit talem rationem. Opinio vera et eius magis falsa sunt contrariæ
opiniones; 'oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt vera et eius
magis falsa; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt
contrariæ. Maior probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt
contraria; vera autem et eius magis falsa plurimum distant circa idem, ut
patet. Minor vero probaturex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de
eodem est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se
falsa magis falsa est quacunque alia. Unumquodque enim quod est per se tale,
magis tale est quolibet quod est per aliud tale. 5. Unde ad suprapositas
opiniones in propositione quæstionis rediens, ut ex illis exemplariter clarius
intentum ostendat, a probatione minoris inchoat tali modo. Sint quatuor
opiniones, duæ veraé, scilicet, bonum est bonum, bonum non est malum, et duæ
falsæ, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum est malum. Clarum est autem
quod prima vera est ratione sui, secunda autem est vera secundum accidens,
idest, ratione alterius, quia scilicet non esse malum est coniunctum ipsi bono:
ideo enim ista est vera, bonum non est malum, quia bonum est bonum, et non e
contra; ergo prima quæ est secundum se vera, ést magis vera quam sécunda: quia
in unoquoque genere quæ secundum se est vera est magis vera. sunt, Illæ autem
duæ falsæ eodem modo censendæ quod scilicet magis falsa est, quæ secundum se
est falsa. Unde quia prima earum, scilicet, bonum non est bonum, quæ est
negativa, est per se et non ratione alterius falsa, relata ad illam
affirmativam, bonum est bonum; et secunda, scilicet, bonum est malum, quæ est
affirmativa contrarii, ad eamdem relata est falsa per accidens, idest ratione
alterius (ista enim, scilicet, bonum est malum, non immediate falsificatur ab
illa vera, scilicet bonum est bonum, sed mediante illa alia falsa, scilicet,
bonum non est bonum); idcirco magis falsa respectu affirmationis veræ est
negatio eiusdem quam affirmatio contrarii. Quod erat assumptum in minore. 6.
Unde rediens ad supra positas (ut dictum est) opiniones, infert primas duas
veras opiniones dicens: Si ergo quod bonum. est et bonum est et. mon. est
malum; et hoc quidem, scilicet quod dicit prima opinio, est verum secundum se,
idest ratione sui; illud vero, scilicet quod dicit CAP. XIV, ecunda opinio, est
verum secundum accidens, quia acci: it, idest, coniunctum est ei, scilicet
bono, malum non esse. In unoquoque autem ordine magis vera est illa quæ
secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ secundum se falsa est:
siquidem et vera huius est naturæ, ut declaratum est, quod scilicet magis vera
est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum opinionum falsarum in
quæstione propositarum, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum est malum, ea
quæ est dicens, quoniam non est bonum quod bonum est, idest negativa, scilicet,
bonum non est bonum, est consistens falsa secundum se, idest, ratione sui
continet in seipsa falsitatem; illa vero reliqua falsa opinio, quæ est dicens,
quoniam malum est, idest, affirmativa contraria, scilicet, bonum est malum,
eius, quæ est, idest, illius affirmationis dijd. * Ed. e et CTS "ENT
AQUINO. TRENT ἀπ᾿ : j centis, bonum est bonum, secundum accidens, idest,
ratione alterius falsa est. Deinde
subdit ipsam minorem: Quare erit magis falsa de bono, opinio negationis, quam
contrarii. Deinde ponit maiorem dicens quod, semper magis falsus circa singula
est ille qui babet contrariam opinionem, ac si dixisset, veræ opinioni magis
falsa-est contraria. Quod assumptum erat in maiore. Et eius probationem subdit,
quia contrarium est de num?ro eorum. quæ. circa idem. plurimum differunt. Nihil
enim plus differt a vera opinione quam magis falsa circa illam *. 7. Ultimo
directe applicat ad quæstionem dicens: Quod si (pro, quia) barum falsarum,
scilicet, negationi eiusdem et affirmationis contrarii, altera est contraria
veræ affirmationi, opinio vero contradictionis, idest, negationis eiuslem de
eodem, magis est contraria secundum falsitatem, idest, magis est falsa,
manifestum est quoniam hæc, scilicet opinio falsa negationis, erit contraria
affirmationi veræ, et e contra. Illa vero opinio quæ est dicens, quoniam malum
est quod bonum est, idest, affirmatio contrarii, non contraria sed implicita
est, idest, sed implicans in se veræ contrariam, scilicet, bonum non est bonum.
Etenim necesse est ipsum opinantem affirmationem contrarii opinari, quoniam
idem de quo affirmat contrarium non est bonum. Oportet siquidem si quis
opinatur quod vita est mala, quod opinetur quod vita non sit bona. Hoc enim
necessario sequitur ad illud, et non e converso; et ideo affirmatio contrarii
implicita dicitur. Negatio autem eiusdem de eodem implicita non est.- Et sic
finitur prima ratio. . 8. Notandum est hic primo quod ista regula generalis
tradita hic ab Aristotele de contrarietate opinionum, quod Scilicet contrariæ
opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et negationem eiusdem de
eodem, et in se et in assumptis ad eius probationem propositionibus scrupulosa
est. Unde multa hic insurgunt dubia.Primum est quia cum oppositio secundum
affirmationem et negationem non constituat contrarietatem sed contradictionem
apud omnes philosophos, quomodo Aristoteles opiniones oppositas secundum
affirmationem et negationem ex hoc contrarias ponat. Augetur et dubitatio quia
dixit quod ea in quibus primo est fallacia sunt contraria, et tamen subdit quod
sunt oppositæ sicut termini generationis, quos constat contradictorie opponi.
Nec dubitatione caret quomodo sit verum id quod supra diximus ex intentione s.
Thomæ, quod nullæ duæ opiniones opponantur contradictorie; cum hic expresse
dicitur aliquas opponi secundum affirmatiónem et negationem. Dubium secundo insurgit
circa id quod assumpsit, quod contraria cuiusque veræ est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam
contraria istius veræ, Socrates est albus, est ista, Socrates non. est albus,
secundum determinata; et tamen non est per se falsa. Sicut namque sua opposita affirmatio est per accidens
vera, ita ista est LECT. per accidens falsa. Accidit enim isti enunciationi
falsitas. Potest enim mutari in veram, quia est in materia contingenti. Dubium est tertio circa id quod
dixit: Magis vero contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle quod
utraque, scilicet, opinio negationis et contrarii, sit contraria veræ
affirmationi; et consequenter vel uni duo ponit contraria, vel non loquitur de
contrarietate proprie sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. 9. Ad
evidentiam omnium, quæ primo loco adducuntur, sciendum quod opiniones seu
conceptiones intellectuales, in secunda operatione de quibus loquimur, possunt
tripliciter accipi: uno modo, secundum id quod sunt absolute; alio modo,
secundum ea quæ repræsentant absolute; tertio, secundum ea quæ repræsentant, ut
sunt in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia non est præsentis
speculationis, scito quod si accipiantur secundo modo secundum repræsentata,
sic invenitur inter eas et contradictionis, et privationis, et contrarietatis
oppositio. Ista siquidem mentalis enunciatio, Socrates est videns, secundum id
quod repræsentat opponitur illi, Socrates non est videns, contradictorie;
privative autem illi, Socrales est cæcus; contrarie autem illi, Socrates est
luscus ; si accipiantur secundum repræsentata. Ut enim dicitur ἴῃ Postprædicamentis, non solum cæcitas est privatio visus,
sed etiam cæcum esse est privatio huius quod est esse videntem, et sic de
aliis. - Si vero accipiantur opiniones tertio modo, scilicet, prout
repræsentata per eas sunt in ipsis, sic nulla oppositio inter eas invenitur
nisi contrarietas: quoniam sive opposita contradictorie sive privative sive
contrarie repræsententur, ut sunt in opinionibus, illius tantum oppositionis
capaces sunt, quæ inter duo entia realia inveniri potest. Opiniones namque
realia entia sunt. Regulare enim est quod quidquid convenit alicui secundum
esse quod habet in alio, secundum modum et naturam illius in quo est sibi
convenit, et non secundum quod exigeret natura propria.Inter entia autem realia
contrarietas sola formaliter reperitur. Taceo nunc de oppositione relativa.
Opiniones ergo hoc modo sumptæ, si oppositæ sunt, contrarietatem sapiunt, sed
non omnes proprie contrariæ sunt, sed illæ quæ plurimum differunt circa idem
veritate et falsitate. Has autem probavit Aristoteles esse opiniones
affirmationis et negationis eiusdem de eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt.
Reliquæ vero per reductionem ad has contrariæ dicuntur. IO. Ex his patet quid
ad obiecta dicendum sit. Fatemur enim quod affirmatio et negatio in seipsis
contradictionem constituunt; in opinionibus vero existentes contrarietatem
inter illas causant propter extremam distantiam, quam ponunt inter entia
realia, opinionem scilicet veram et opinionem falsam circa idem. Stantque ista
duo simul quod ea, in quibus primo est fallacia, sint opposita ut termini
generationis, et tamen sint contraria utendo supradicta distinctione: sunt enim
opposita contradictorie ut termini generationis secundum repræsentata ; sunt
autem contraria, secundum quod habent in seipsis illa contradictoria. Unde
plurimum differunt. - Liquet quoque ex hoc quod nulla est dissentio inter dicta
Aristotelis et s. Thomae, quia opiniones aliquas opponi secundum affirmationem
et negationem verum esse confitemur, si ad repraesentata nos convertimus, ut
hic dicitur. 1I. Tu autem qui perspicacioris ac provectioris ingenii es compos,
hinc habeto quod inter ipsas opiniones oppositas quidam tantum motus est, eo
quod de affrmato in affirmatum mutatio fit: inter ipsas vero secundum
repraesentata, similitudo quaedam generationis et corruptionis invenitur, dum
inter affirmationem et negationem mutatio clauditur. Unde et fallacia sive
error quandoque S. Thomas. RI ERIS 126 et motus et mutationis rationem habet diversa
respiciendo, quando scilicet ex vera in per se falsam, vel e converso, II
Secundum autem dictum simpliciter verum est, quoniam quis mutat opinionem ;
quandoque autem solam mutationem imitatur, quando scilicet absque praeopinata
veritate ipsam falsam offendit quis opinionem; quandoque vero motus undique
rationem possidet, quando scilicet ex vera affirmatione in falsam circa idem
contrarii affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur radix est
oppositio affirmationis et negationis, merito ea in quibus primo est fallacia,
sicut generationis terminos opponi dixit. 12. Ad dubium secundo loco adductum dico quod
peccatur ibi secundum aequivocationem illius termini per se falsa, seu per se
vera. Opinio enim et similiter enunciatio potest dici dupliciter per se vera
seu falsa. Uno modo, in seipsa, sicut sunt omnes verae secundum illos modos
perseitatis qui enumerantur I Posteriorum, et similiter falsae secundum
illosmet modos, ut, bomo non est animal. Et hoc modo non accipitur in hac
regula de contrarietate opinionum et enunciationum opinio per se vera aut
falsa, ut efficaciter obiectio adducta concludit. Si enim ad contrarietatem
opinionum hoc exigeretur non possent esse opiniones contrariae in materia
contingenti: quod est falsissimum. Alio modo potest dici opinio sive enunciatio
per se vera aut falsa respectu suae oppositae. Per se vera quidem respectu suae
falsae, et per se falsa respectu suae verae. Et tunc nihil aliud est dicere,
est per se vera respectu illius, nisi quod ratione sui et non alterius
verificatur ex falsitate illius. Et similiter cum dicitur, est per se falsa
respectu illius, intenditur quod ratione sui et non alterius falsificatur ex
illius veritate. Verbi gratia; istius verae, Socrates currit, non est per se
falsa, Socrates sedet, quia falsitas eius non immediate sequitur ex illa, sed
mediante ista alia falsa, Socrates non currit, quae est per se illius falsa,
quia ratione sui et non per aliquod medium ex illius veritate falsificatur, ut
patet. Et similiter istius falsae, Socrates est. quadrupes, non est per se vera
ista, Socrates est bipes, quia non per seipsam veritas istius illam falsificat,
sed mediante ista, Socrales mon est quadrupes, quae est per se vera respectu
illius: propter seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de se patet. Et
hoc secundo modo utimur istis terminis tradentes regulam de contrarietate
opinionum et enunciationum. Invenitur siquidem sic universaliter vera in omni
materia regula dicens quod, vera et eius per se falsa, et falsa et eius per se
vera, sunt contrariae. Unde patet responsio ad obiectionem, quia procedit
accipiendo ly per se vera, et per se falsa primo modo. 13. Ad ultimum dubium
dicitur quod, quia inter opiniones ad se invicem pertinentes nulla alia est
oppositio nisi contrarietas, coactus fuit Aristoteles (volens terminis
specialibus uti) dicere quod una est magis contraria quam altera, insinuans
quidem quod utraque contrarietatis. oppositionem habet respectu illius verae.
Determinat tamen immediate quod tantum una earum, scilicet negationis opinio,
contraria est affirmationi verae. Subdit enim: Manifestum est quoniam. baec
contraria erit. Duo ergo dixit, et quod utraque, tam scilicet negatio eiusdem
quam affirmatio contrarii, contrariatur affirmationi verae, et quod una tantum
earum, negatio scilicet, est contraria. Et utrunque est verum. Illud quidem,
quia, ut dictum est, ambae contrarietates oppositione contra affirmationem
moliuntur; sed difformiter, quia opinio negationis primo et per se
contrariatur, affirmationis vero contrarii opinio secundario et per accidens,
idest per aliud, ratione scilicet negativae opinionis, ut declaratum est: sicut
etiam in naturalibus albo contrariantur et nigrum et rubrum, sed illud primo,
hoc reductive, ut reducitur scilicet ad nigrum illud inducendo, ut dicitur V
Pbysicor. simpliciter contraria non sunt nisi extrema unius latitudinis, quae
maxime distant; extrema autem unius distantiae non sunt nisi duo. Et ideo cum
inter pertinentes ad se invicem opiniones unum extremum teneat affirmatio vera,
reliquum uni tantum falsae dandum est, illi scilicet quae maxime a vera distat.
Hanc autem negativam opinionem esse probatum est. Haec igitur una tantum
contraria est illi, simpliciter loquendo. Caeterae enim oppositae ratione
istius contrariantur, ut de mediis dictum est. Non ergo uni plura contraria
posuit, nec de contrarietate large loquutus est, ut obiiciendo dicebatur. 14.
Deinde cum dicit: Amplius si etiam etc., probat idem, scilicet quod affirmationi
contraria est negatio eiusdem, et non affirmatio contrarii secunda ratione,
dicens: Si in aliis materiis oportet opiniones se habere similiter, idest,
eodem modo, ita quod contrariae in aliis materiis sunt affirmatio et negatio
eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni et mali opinionibus, videtur
esse bene dictum, quod scilicet contraria affirmationi boni non est affirmatio
mali, sed negatio boni. Et probat hanc consequentiam subdens: Aut enim ubique,
idest, in omni materia, ea quae est contradictionis altera pars censenda est
contraria suae affirmationi, aut nusquam, idest, aut in nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi contrariam
opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo accipiatur
contraria opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio eiusdem de
eodem affirmationi est contraria, in omni materia negatio eiusdem de eodem
contraria erit affirmationi. Deinde intendens concludere a positione
antecedentis, affirmat antecedens ex sua causa, dicens quod illae materiæ
quibus non inest contrarium, ut substantia et quantitas, quibus, ut in
Prædicamentis dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est pér se falsa
ea, quæ est opinioni veræ opposita contradictorie, ut qui putat hominem, puta
Socratem non esse hominem, per se falsus est respectu putantis, Socratem esse
hominem. Deinde affirmando ipsum antecedens formaliter, directe concludit
intentum a positione antecedentis ad positionem consequentis dicens: Si ergo
bæ, scilicet, affirmatio et negatio in materia carente contrario, sunt
contrariæ, et omnes aliæ contradictiones contrariæ censendæ sunt. Deinde cum
dicit: Amplius similiter etc., probat idem tertia ratione, quæ talis est: Sic
se habent istæ duæ opiniones de bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non
est bonum, sicut se habent istæ duæ de non bono, scilicet, non bonum non est
bonum, et, non bonum est bonum. Utrobique enim salvatur oppositio
contradictionis. Et primæ utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem
falsæ. Unde proponens hanc maiorem quoad primas veras utriusque combinationis
ait: Similiter se babet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni quoniam mon
est bonum. Et subdit quoad secundas utriusque falsas: Et super bas opinio bomi
quoniam mon est bonum, et. non boni quoniam .est bonum. Hæc est maior. Sed illi
veræ opinioni de non bono,scilicet, non bonum non est bonum, contraria non est,
non bonum est malum, nec bonum non est malum, quæ sunt de prædicato contrario,
sed illa, non bonum est bonum, quæ est eius contradictoria ; ergo et illi veræ
opinioni de bono, scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria,
scilicet, bonum non est bonum, et non affirmatio contrarii, scilicet, bonum est
malum. Unde subdit minorem supradictam dicens: Illi ergo veræ opinioni non
boni, quæ est dicens quoniam scilicet non bonum non est bonum, quæ est. contraria.
Non enim est sibi contraria ea opinio, quæ dicit affirmativæ prædicatum
contrarium, scilicet, quod non bonum CAP. , LECT. est malum: quia istæ duæ
aliquando erunt simul veræ. Nunquam autem vera opinio veræ contraria est. Quod
autem istæ duæ aliquando simul sint veræ, patet ex hoc quod quoddam non bonum
malum est: iniustitia enim quoddam non bonum est, et malum. Quare contingeret
contrarias esse simul veras: quod est impossibile. At vero nec supradictæ veræ
opinioni contraria est illa opinio, quæ est dicens prædicatum contrarium
negativæ, scilicet, non bonum non est malum, eadem ratione, quia simul et hæ
erunt veræ. Chimæra enim est quoddam non bonum, de qua verum est simul dicere
quod non est bona, et quod non est mala. Relinquitur ergo tertia pars minoris
quod ei opinioni veræ quæ, est dicens quoniam non bonum non est bonum,
contraria est ea opinio. non boni, quæ est dicens quod est bonum, quæ est
contradictoria ilius. Deinde subdit 127 mativæ quæ est, omne bonum est bonum,
vel, omnis homo est bonus, contraria est universalis negativa, ea scilicet,
nullum bonum est bonum, vel, nullus homo est bonus: singula singulis referendo.
Contradictoria autem negatio, contraria illi universali affirmationi est, aut,
non omnis homo est bonus, aut, non omne bonum est bonum, singulis singula
similiter referendo. - Et sic posuit utrunque divisionis membrum, et
declaravit. 18. Sed est hic dubitatio non dissimulanda. Si enim affirmationi
universali contraria est duplex negatio, universalis scilicet et
contradictoria, vel uni duo sunt contraria, vel contrarietate large utitur
Aristoteles: cuius oppositum supra declaravimus. -- Augetur et dubitatio: quia
in præcedenti textu dixit Aristoteles quod, nihil interest si universalem
negationem faciamus ita contrariam universali affBrmationi, sicut singularem
singulari. conclusionem intentam: Quare et ei opinioni boni, quæ dicit bonum
est bonum, contraria est ea boni opinio, quæ dicit quod bonum non est bonum,
idest, sua contradictoria. Contradictiones ergo contrariæ in omni materia
censendæ sunt. 16. Deinde cum dicit: Manifestum est igitur etc., declarat
determinatam veritatem extendi ad cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de
indefinitis, et particularibus, et singularibus iam dictum est, eo quod idem
evidenter apparet de eis in hac re iudicium (indefinitæ enim et particulares
nisi pro eisdem supponant sicut singulares, per modum affirmationis et
negationis non opponuntur, quia simul veræ sunt); ideo ad eas, quæ universalis
quantitatis sunt se transfert, dicens, manifestum esse quod nihil interest
quoad propositam quæstionem, si universaliter ponamus affirmationes. Huic enim,
scilicet, universali affirmationi, contraria est universalis negatio, et non
universalis affirmatio de contrario; ut opinioni quæ opinatur, quoniam omne bonum
est bonum, contraria est, nihil horum, quæ bona sunt, idest, nullum bonum est
bonum. Et declarat hoc ex quid nominis universalis affirmativæ, dicens: Nam
eius quæ est boni, quoniam bonum est, si universaliter sit bonum : idest,
istius opinionis universalis, omne bonum est bonum, eadem est, idest,
æquivalens, illa quæ opinatur, quidquid est bonum est bonum; et consequenter
sua negatio contraria est illa quam dixi, nihil horum quæ bona sunt bonum est,
idest, nullum bonum est bonum. Similiter autem se habet in non bono: quia
affirmationi universali de non bono reddenda est negatio universalis eiusdem,
sicut de bono dictum est. 17. Deinde
cum dicit: Quare si in opinione sic se ba/-* Cf. lect. præced. n. 1, 5 seqq. *
* Num. 2r. Cf. lect. præced. n. 5, seqq. æe Ὑ I eu ER CP πο INCUBE FRE bet
etc., revertitur ad respondendum quæstioni primo motæ *, terminata iam secunda,
ex qua illa dependet. Et circa hoc duo facit: quia primo respondet quæstioni;
secundo, declarat quoddam dictum in præcedenti solutione; ibi: Manifestum est
autem quoniam * etc. Circa primum duo facit. Primo, directe respondet
quæstioni, dicens: Quare si in opinione sic se' babet contrarietas, ut dictum
est; et affirmationes et negationes quæ sunt in voce, notæ sunt eorum, idest,
affirmationum et negationum quæ sunt in anima; manifestum. est. quoniam.
affirmationi, idest, enunciationi affirmativæ, contraria erit negatio circa
idem, idest, enunciatio negativa eiusdem de eodem, et non enunciatio
affirmativa contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua
quærebatur, an enunciationi affirmativæ contraria sit sua negativa, an
affirmativa contraria ἢ. Responsum est enim quod negativa est contraria.
Secundo, dividit negationem contrariam affirmationi, idest, negationem
universalem et contradictoriam, dicens: Universalis, scilicet, negatio,
affirmationi contraria est etc. Ut exemplariter dicatur, ei enunciationi
universali affirEt ita declinari non potest quin affirmationi universali duæ
sint negationes contrariæ, eo modo quo hic loquitur de contrarietate
Aristoteles. I9. Ad huius evidentiam notandum est quod, aliud est loqui de
contrarietate quæ est inter negationem alicuius universalis affirmativæ in
ordine ad affirmationem contrarii de eodem, et aliud est loqui de illamet
universali negativa in ordine ad negationem eiusdem affrmativæ contradictoriam.
Verbi gratia: sint quatuor enunciationes, quarum nunc meminimus, scilicet,
universalis affirmativa, contradictoria, universalis negativa, et universalis
affirmatio contrarii, sic dispositæ in eadem linea recta: Omnis bomo est
iustus, non omnis bomo est iustus, omnis bomo non est iustus, omnis bomo est
iniustus: et intuere quod licet primæ omnes reliquæ aliquo modo contrarientur,
magna tamen differentia est inter primæ et cuiusque earum contrarietatem.
Ultima enim, scilicet affirmatio contrarii, primæ contrariatur ratione
universalis negationis, quæ ante ipsam sita est: quia non per se sed ratione
illius falsa est, ut probavit Aristoteles, quia implicita est*. Tertia autem,
idest universalis negatio, non per se sed ratione secundæ, scilicet negationis
contradictoriæ, contrariatur primæ eadem ratione, quia, scilicet, non est per
se falsa illius affirmationis veritate, sed implicita: continet enim negationem
contradictoriam, scilicet, nom ommis bomo est iustus, mediante qua falsificatur
ab affirmationis veritate, quia simpliciter et prior est falsitas negationis
contradictoriæ falsitate negationis universalis: totum namque compositius et
posterius est partibus. Est ergo inter has tres falsas ordo, ita quod affirmationi
veræ contradictoria negdtio simpliciter sola est contraria, quia est
simpliciter respectu illius per se falsa; affirmativa autem contrarii est per
accidens contraria, quia est per accidens falsa; universalis vero negatio,
tamquam medium sapiens utriusque extremi naturam, relata ad contrarii
affirmationem est per se contraria et per se falsa, relata autem ad negationem
contradictoriam est per accidens falsa et contraria. Sicut rubrum ad nigrum est
album, et ad album est nigrum, ut dicitur in V Physicorum. Aliud igitur est
loqui de negatione universali in ordine ad affirmationem contrarii, et aliud in
ordine ad negationem contradictoriam. Si enim primo modo loquamur, sic negatio
universalis per se contraria et per se falsa est; si autem secundo modo, non
est per se falsa, nec contraria affirmationi. 20. Quia ergo agitur ab
Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem contrarii et negationem quæ earum
contraria sit affirmationi veræ, et non agitur quæstio ipsarum negationum inter
se, quæ, scilicet, earum contraria sit illi afhrmationi, ut patet in toto
processu quæstionis; ideo Aristoteles indistincte dixit quod utraque negatio
est contraria affirmationi veræ, et non affirmatio * Cf.supra n. 4, seqq. E 128
contrarii. Intendens per hoc declarare diversitatem quæ IIl, CAP., LECT.: est
inter affirmationem contrarii ét negationem in hoc quod veræ aífirmationi
contrariantur, et non intendens dicere quod utraque negatio est simpliciter
contraria. Hoc enim in dubitatione non est quæsitum, sed illud tantum.- Et
similiter dixit quod nihil interest si quis ponat negationem universalem: nihil
enim interest quoad hoc, quod affirmatio contrarii ostendatur non contraria
affirmationi veræ, quod inquirimus. Plurimum autem interesset, si negationes
ipsas inter se discutere vellemus quæ earum esset affirmationi contraria.- Sic
ergo patet quod subtilissime Aristoteles locutus de vera contrarietate
enunciationum, unam uni contrariam posuit in omni materia et quantitate, dum
simpliciter contrarias contradictiones asseruit. Deinde cum dicit: Manifestum
est autem etc., resumit quoddam dictum ut probet illud, dicens: Manifestum est
autem. ex dicendis quod mom contingit veram. veræ contrariam esse, nec in
opinione mentali, mec in contradictione, idest, vocali enunciatione. Et causam
subdit: quia contraria sunt quæ circa idem opposita sunt; et consequenter
enunciationes et opiniones veræ circa diversa contrariæ esse non possunt. Circa
idem autem contingit simul omnes veras enunciationes et opiniones verificari,
sicut et significata vel repræsentata earum simul illi insunt: aliter veræ tunc
non sunt. Et consequenter omnes veræ enunciationes et opiniones circa idem
contrariæ non sunt, quia contraria non contingit eidem simul inesse. Nullum
ergo verum sive sit circa idem, sive sit circa aliud, est alteri vero
contrarium. Et sic finitur expositio huius libri Perihermenias. Anno
Nativitatis Dominicæ 1496, in Festo Divi Thomæ Aquinatis. Cui sit honor et
gloria, eo quod dederit opus a se inceptum, tanto tempore incompletum, perfici.
III. 1 Postquam philosophus distinxit enunciationes in quibus subiicitur nomen
infinitum non universaliter sumptum, hic intendit distinguere enunciationes, in
quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum. Et circa hoc tria facit:
primo, ponit similitudinem istarum enunciationum ad infinitas supra positas;
secundo, ostendit dissimilitudinem earumdem; ibi: sed non similiter etc.;
tertio, concludit numerum oppositionum inter dictas enunciationes; ibi: hæ duæ
igitur et cetera. Dicit ergo primo
quod similes sunt enunciationes, in quibus est nominis universaliter sumpti
affirmatio. Having distinguished enunciations in which the subject is an
infinite name not taken universally, Aristotle now distinguishes enunciations
in which the subject is a finite name taken universally. He first proposes a
similarity between these enunciations and the infinite enunciations already
discussed, and then shows their difference where he says, But it is not
possible, in the same way as in the former case, that those on the diagonal
both be true, etc. Finally, he concludes with the number of oppositions there
are between these enunciations where he says, These two pairs, then, are
opposed, etc. He says first, then, that enunciations in which the affirmation
is of a name taken universally are similar to those already discussed. 2 Quoad
primum notandum est quod in enunciationibus indefinitis supra positis erant duæ
oppositiones et quatuor enunciationes, et affirmativæ inferebant negativas, et
non inferebantur ab eis, ut patet tam in expositione Ammonii, quam Porphyrii.
Ita in enunciationibus in quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum
inveniuntur duæ oppositiones et quatuor enunciationes: et affirmativæ inferunt
negativas et non e contra. Unde similiter se habent enunciationes supradictæ,
si nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio universaliter. Fient enim tunc
quatuor enunciationes: duæ de prædicato finito, scilicet omnis homo est iustus,
et eius negatio quæ est non omnis homo est iustus; et duæ de prædicato
infinito, scilicet omnis homo est non iustus, et eius negatio quæ est, non
omnis homo est non iustus. Et quia quælibet affirmatio cum sua negatione unam
integrat oppositionem, duæ efficiuntur oppositiones, sicut et de indefinitis
dictum est. Nec obstat quod de enunciationibus universalibus loquens
particulares inseruit; quoniam sicut supra de indefinitis et suis negationibus
sermonem fecit, ita nunc de affirmationibus universalibus sermonem faciens de
earum negationibus est coactus loqui. Negatio siquidem universalis affirmativæ non est
universalis negativa, sed particularis negativa, ut in I libro habitum est.It
is to be noted in relation to Aristotle’s first point that in indefinite
enunciations there were two oppositions and four enunciations, the affirmatives
inferring the negatives and not being inferred by them, as is clear in the
exposition of Ammonius as well as of Porphyry. In enunciations in which the
finite name universally taken is the subject there are also two oppositions and
four eminciations, the affirmatives inferring the negatives and not the
contrary. Hence, enunciations are related in a similar way if the affirmation
is made universally of the name taken as the subject. For again, four
enunciations will be made, two with a finite predicate-"Every man is
just,” and its negation, "Not every man is just”-and two with an infinite
predicate-"Every man is non-just” and its negation, "Not every man is
non-just.” And since any affirmation together with its negation makes one whole
opposition, two oppositions are made, as was also said of indefinite
enunciations. There might seem to be an objection to his use of particulars
when speaking of universal enunciations, but this cannot be objected to, for
just as in dealing with indefinite enunciations he spoke of their negations, so
now in dealing with universal affirmatives be is forced to speak of their
negations. The negation of the universal affirmative, however, is not the do
universal but the particular negative as was stated in the first book. V. lib. 2 l. 3 n. 3Quod autem
similis sit consequentia in istis et supradictis indefinitis patet
exemplariter. Et ne multa loquendo res clara
prolixitate obtenebretur, formetur primo figura de indefinitis, quæ supra
posita est in expositione Porphyrii, scilicet ex una parte ponatur affirmativa
finita, et sub ea negativa infinita, et sub ista negativa privativa. Ex altera
parte primo negativa finita, et sub ea affirmativa infinita, et sub ea
affirmativa privativa. Deinde sub illa figura formetur alia figura similis illi
universaliter: ponatur scilicet ex una parte universalis affirmativa de
prædicato finito, et sub ea particularis negativa de prædicato infinito, et ad
complementum similitudinis sub ista particularis negativa de prædicato
privativo; ex altera vero parte ponatur primo particularis negativa de
prædicato infinito, et sub ea universalis affirmativa de prædicato finito, et
sub ista universalis affirmativa de prædicato privativo, hoc modo: (Figura).
Quibus ita dispositis, exerceatur consequentia semper in ista proxima figura,
sicut supra in indefinitis exercita est: sive sequendo expositionem Ammonii, ut
infinitæ se habeant ad finitas, sicut privativæ se habent ad ipsas finitas;
finitæ autem non se habeant ad infinitas medias, sicut privativæ se habent ad
ipsas infinitas: sive sectando expositionem Porphyrii, ut affirmativæ inferant
negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni suprascriptæ deserviunt figuræ,
ut patet diligenter indaganti. Similiter
ergo se habent enunciationes istæ universales ad indefinitas in tribus,
scilicet in numero propositionum, et numero oppositionum, et modo consequentiæ.
A table will make
it evident that the consequence is similar in these and in indefinite
eminciations. And lest what is clear be made obscure by prolixity let us first
make a diagram of the indefinites posited in the last lesson, based upon the
exposition of Porphyry. Place the finite affirmative on one side and under it
the infinite negative, and under this the privative negative. On the other side
put the finite negative first, under it the infinite affirmative, and under
this the privative affirmative. Then under this diagram make another similar to
it but of universals. On one side put the universal affirmative of the finite
predicate, under it the particular negative of the infinite predicate, and to
complete the parallel put the particular negative of the privative predicate
under this. On the other side, first put the particular negative of the
infinite predicate, under it the universal affirmative of the finite predicate,”
and under this the universal affirmative of the privative predicate. Thus:
DIAGRAM OF THE INDEFINITES Man is just Man is not just Man is not non-just Man
is non-just Man is not unjust Man is unjust DIAGRAM OF THE UNIVERSALS Every man
is just Not every man is just. Not every man is non-just Every man is non-just
Not every man is unjust Every man is unjust In this disposition of
enunciations, the consequence always follows in the second diagram just as it
followed in regard to indefinites in the first diagram. This is true if we
follow the exposition of Ammonius in which infinites are related to finites as
privatives are related to the same finites, and the finites not related to the
infinite middle enunciatious as privatives are related to those infinites. It
is equally true if we follow the exposition of Porphyry, in which affirmatives
infer negatives and not vice versa. That the tables serve both expositions will
be clear to one studying them. These universal enunciations, therefore, are
related in like manner to indefinite entinciations in three things: the number
of propositions, the number of oppositions, and the mode of consequence. 4
Deinde cum dicit: sed non similiter angulares etc., ponit dissimilitudinem
inter istas universales et supradictas indefinitas, in hoc quod angulares non
similiter contingit veras esse. Quæ verba primo exponenda sunt secundum eam,
quam credimus esse ad mentem Aristotelis, expositionem; deinde secundum alios.
Angulares enunciationes in utraque figura suprascripta vocat eas quæ sunt
diametraliter oppositæ, scilicet affirmativam finitam ex uno angulo, et
affirmativam infinitam sive privativam ex alio angulo: et similiter negativam
finitam ex uno angulo, et negativam infinitam vel privativam ex alio angulo.
When he says, But it is not possible, in the same way as in the former case,
that those on the diagonal both be true, etc., he proposes a difference between
the universals and the indefinites, i.e., that it is not possible for the
diagonals to be true in the case of universals. First we will explain these
words according to the exposition we believe Aristotle had in mind, then
according to the opinion of others. Aristotle means by diagonal eminciations
those that are diametrically opposed in the diagram above, i.e., the finite
affirmative in one corner and the infinite affirmative or the privative in the
other; and the finite negative in one corner and the, infinite negative or
privative in the other. 5 Enunciationes ergo in qualitate similes angulares
vocatæ, eo quod angulares, idest diametraliter distant, dissimilis veritatis
sunt apud indefinitas et universales. Angulares
enim indefinitæ tam in diametro affirmationum, quam in diametro negationum
possunt esse simul veræ, ut patet in suprascripta figura indefinitarum. Et hoc
intellige in materia contingenti. Angulares vero in figura universalium non sic
se habent, quoniam angulares secundum diametrum affirmationum impossibile est
esse simul veras in quacumque materia. Angulares autem secundum diametrum
negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando scilicet fiunt in materia
contingenti: in materia enim necessaria et remota impossibile est esse ambas
veras. Hæc est Boethii,
quam veram credimus, expositio. Enunciations that are similar in quality, and
called diagonal because diametrically distant, are dissimilar in truth, tben,
in the case of indefinites and universals. The indefinites on the corners, both
oil the diagonal of affirmations and the diagonal of negations can be
simultaneously true, as is evident in the table of the indefinite
entinciations. This is to be understood in regard to contingent matter. But
diagonals of universals are not so related, for angtilars on the diagonal of
affirmations cannot be simultaneously true in any matter. Those on the diagonal
of negations, however, can sometimes be true simultaneously, i.e., when they
are in contingerlt matter. In necessary and rernote matter it is impossible for
both of these to be true. This is the exposition of Boethitis, which we believe
to be the true one. 6 Herminus autem, Boethio referente, aliter exponit. Licet enim ponat similitudinem
inter universales et indefinitas quoad numerum enunciationum et oppositionum,
oppositiones tamen aliter accipit in universalibus et aliter in indefinitis.
Oppositiones siquidem indefinitarum numerat sicut et nos numeravimus, alteram
scilicet inter finitas affirmativam et negativam, et alteram inter infinitas
affirmativam et negativam, quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic
numerat oppositiones, sed alteram sumit inter universalem affirmativam finitam
et particularem negativam finitam, scilicet omnis homo est iustus, non omnis
homo est iustus, et alteram inter eamdem universalem affirmativam finitam et
universalem affirmativam infinitam, scilicet omnis homo est iustus, omnis homo
est non iustus. Inter has enim est contrarietas, inter illas vero contradictio.
Dissimilitudinem etiam universalium ad indefinitas aliter ponit. Non enim
nobiscum fundat dissimilitudinem inter angulares universalium et indefinitarum
supra differentiam quæ est inter angulares universalium affirmativas et
negativas, sed supra differentiam quæ est inter ipsas universalium angulares
inter se ex utraque parte. Format
namque talem figuram, in qua ex una parte sub universali affirmativa finita,
universalis affirmativa infinita est; et ex alia parte sub particulari negativa
finita, particularis negativa infinita ponitur; sicque angulares sunt disparis
qualitatis, et similiter indefinitarum figuram format hoc modo: (Figura).
Quibus ita dispositis, ait in hoc stare dissimilitudinem, quod angulares
indefinitarum mutuo se invicem compellunt ad veritatis sequelam, ita quod unius
angularis veritas suæ angularis veritatem infert undecumque incipias.
Universalium vero angulares non se mutuo compellunt ad veritatem, sed ex altera
parte necessitas deficit illationis. Si enim incipias ab aliquo universalium et
ad suam angularem procedas, veritas universalis non ita potest esse simul cum
veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si universalis est vera,
sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt esse simul veræ. Et si
ista universalis contraria est falsa, sua contradictoria particularis, quæ est
angularis primæ universalis assumptæ, erit necessario vera: impossibile est
enim contradictorias esse simul falsas. Si autem incipias e converso ab aliqua
particularium et ad suam angularem procedas, veritas particularis ita potest
stare cum veritate suæ angularis, quod tamen non necessario infert eius
veritatem: quia licet sequatur: particularis est vera; ergo sua universalis
contradictoria est falsa; non tamen sequitur ultra: ista universalis
contradictoria est falsa; ergo sua universalis contraria, quæ est angularis
particularis assumpti, est vera. Possunt enim contrariæ esse simul falsæ. Herminus,
however, according to Boethius, explains this in another way. He takes the
oppositions in one way in universals and in another in indefinites, although he
holds that there is a likeness between universals and indefinites with respect
to the n timber of enunciations and of oppositions. He arrives at the
oppositions of indefinites we have, i.e., one between the affirmative and
negative finites, and the other between the affirmative and negative infinites.
But he disposes the oppositions of universals in another way, taking one
between the finite universal affirmative and finite particular negative,
"Every man is just” and "Not every man is just,” and the other
between the same finite universal affirmative and the infinite universal
affirmative, "Every man is just” and "Every man is non-just.” Between
the latter there is contrariety, between the former contradiction. He also
proposes the dissimilarity between universals and indefinites in another way.
He does not base the dissimilarity between diagonals of universals and
indefinites on the difference between affirinative and negative diagonals of
universals, as we do, but on the difference between the diagonals of universals
on both sides among themselves. Hence he forms his diagram in this way: under
the finite universal affirmative be places the infinite universal affirmative,
and on the other side, under the finite particular negative the infinite
particular negative. Thus the diagonals are of different quality. He also
diagrams the indefinites in this way. Every man is just? contradictories? Not
every man is just contraries subcontraries Every man is non-just?
contradictories? Not every man is non-just Man is just Man is non-just Man is
not just Man is not non-just With enunciations disposed in this way he says their
difference is this: that in indefinite enunciations, one on the diagonal is
true as a necessary consequence of the truth of the other, so that the truth of
one enunciation infers the truth of its diagonal from wherever you begin But
there is no such mutual necessary consequence in universals—from the truth of
one on a diagonal to the other—since the necessity of inference fails in part.
If you begin from any of the universals and proceed to its diagonal, the truth
of the universal cannot be simultaneous with the truth of its diagonal so as to
compel it to truth. For if the universal is true its universal contrary will be
false, since they cannot be at once true; and if this universal contrary is
false, its particular contradictory, which is the diagonal of the first
universal assumed, will necessarily be true, since it is impossible for
contradictories to be at once false; but if, conversely, you begin with a
particular enunciation and proceed to its diagonal, the truth of the particular
can so stand with the truth of its diagonal that it does not infer its truth
necessarily. For this follows: the particular is true, therefore its universal
contradictory is false. But this does not follow: this universal contradictory
is false, therefore its universal contrary, which is the diagonal of the
particular assumed, is true. For contraries can be at once false. 7 Sed videtur
expositio ista deficere ab Aristotelis mente quoad modum sumendi oppositiones. Non enim intendit hic loqui de
oppositione quæ est inter finitas et infinitas, sed de ea quæ est inter finitas
inter se, et infinitas inter se. Si enim de utroque modo oppositionis exponere
volumus, iam non duas, sed tres oppositiones inveniemus: primam inter finitas,
secundam inter infinitas, tertiam quam ipse herminus dixit inter finitam et
infinitam. Figura etiam quam formavit, conformis non est ei, quam Aristoteles
in fine I priorum formavit, ad quam nos remisit, cum dixit: hæc igitur
quemadmodum in resolutoriis dictum est, sic sunt disposita. In Aristotelis namque figura,
angulares sunt affirmativæ affirmativis, et negativæ negativis. But the way in
which oppositions are taken in this exposition does not seem to be what
Aristotle had in mind. He did not intend to speak here of the opposition
between finites and infinites, but of the opposition between finites themselves
and infinites themselves. For if we meant to explain each mode of opposition,
there would not be two but three oppositions: first, between finites; second,
between infinites; and third, the one Herminus states between finite and
infinite. Even the diagram Herminus makes is not like the one Aristotle makes
at the end of I Priorum, to which Aristotle himself referred us in the last
lesson when he said, This, then, is the way these are arranged, as we have said
in the Analytics; for in Aristotle’s diagram affirmatives are diagonal to
affirmatives and negatives to negatives. 8 Deinde cum dicit: hæ igitur duæ etc., concludit numerum
propositionum. Et potest dupliciter exponi; primo, ut ly hæ demonstret universales,
et sic est sensus, quod hæ universales finitæ et infinitæ habent duas
oppositiones, quas supra declaravimus; secundo, potest exponi ut ly hæ
demonstret enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum sive universales
sive indefinitas, et tunc est sensus, quod hæ enunciationes supradictæ habent
duas oppositiones, alteram inter affirmationem finitam et eius negationem,
alteram inter affirmationem infinitam et eius negationem. Placet autem mihi
magis secunda expositio, quoniam brevitas cui Aristoteles studebat,
replicationem non exigebat, sed potius quia enunciationes finitas et infinitas
quoad prædicatum secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas
oppositiones omnes reducere, terminando earum tractatum, voluit. Then Aristotle says, These
two pairs, then, are opposed, etc. Here he concludes to the number of
propositions. What he says here can be interpreted in two ways. In the first
way, "these” designates universals, and thus the meaning is that the
finite and infinite universals have two oppositions, which we have explained
above. In the second, "these” designates enunciations which are finite and
infinite with respect to the predicate, whether universal or indefinite, and
then the meaning is that these enunciations have two oppositions, one between
the finite affirmation and its negation and the other between the infinite
affirmation and its negation. The second exposition seems more satisfactory to
me, for the brevity for which, Aristotle strove allows for no repetition;
hence, in terminating his treatment of the enunciations he had enumerated—those
with a finite and infinite predicate according to diverse quantities—he meant
to reduce all the oppositions to two. 9
Deinde cum dicit: aliæ autem ad id quod est etc., intendit declarare
diversitatem enunciationum de tertio adiacente, in quibus subiicitur nomen
infinitum. Et circa hoc tria facit: primo, proponit et distinguit eas; secundo,
ostendit quod non dantur plures supradictis; ibi: magis autem etc.; tertio,
ostendit habitudinem istarum ad alias; ibi: hæ autem extra et cetera. Ad
evidentiam primi advertendum est tres esse species enunciationum de inesse, in
quibus explicite ponitur hoc verbum est. Quædam sunt, quæ subiecto sive finito
sive infinito nihil habent additum ultra verbum, ut, homo est, non homo est.
Quædam vero sunt quæ subiecto finito habent, præter verbum, aliquid additum
sive finitum sive infinitum, ut, homo est iustus, homo est non iustus. Quædam
autem sunt quæ subiecto infinito, præter verbum, habent aliquid additum sive finitum
sive infinitum, ut, non homo est iustus, non homo est non iustus. Et quia de
primis iam determinatum est, ideo de ultimis tractare volens, ait: aliæ autem
sunt, quæ habent aliquid, scilicet prædicatum, additum supra verbum est, ad id
quod est, non homo, quasi ad subiectum, idest ad subiectum infinitum. Dixit autem quasi, quia sicut nomen infinitum deficit
a ratione nominis, ita deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem
nominis infiniti non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam importat,
est, tertium adiacens. Enumerat quoque quatuor enunciationes et duas
oppositiones in hoc ordine, sicut in superioribus fecit. Distinguit etiam istas
ex finitate vel infinitate prædicata. Unde primo, ponit oppositiones inter
affirmativam et negativam habentes subiectum infinitum et prædicatum finitum,
dicens: ut, non homo est iustus, non homo non est iustus. Secundo, ponit oppositionem
alteram inter affirmativam et negativam, habentes subiectum infinitum et
prædicatum infinitum, dicens: ut, non homo est non iustus, non homo non est non
iustus. When he says, and
there, are two other pairs if something is added to "non-man” as a
subject, etc., he shows the diversity of enunciations when "is” is added
as a third element and the subject is an infinite name. First, he proposes and
distinguishes them; secondly, he shows that there are no more opposites than
these where he says, There will be no more opposites than these; thirdly, he
shows the relationship of these to the others where he says, The latter,
however, are separate from the former and distinct from them, etc. With respect
to the first point, it should be noted that there are three species of absolute
[de inesse] enunciations in which the verb "is” is posited explicitly.
Some have nothing added to the subject—which can be either finite or
infinite—beyond the verb, as in "Man is,” "Non-man is.” Some have,
besides the verb, something either finite or infinite added to a finite
subject, as in "Man is just,” "Man is non-just.” Finally, some have,
besides the verb, something either finite or infinite added to an infinite
subject, as in "Non-man is just,” "Non-man is non-just.” He has
already treated the first two and now intends to take tip the last ones. And
there are two other pairs, he says, that have something, namely a predicate.
added beside the verb "is” to "non-man” as if to a subject, i.e., to
an infinite subject. He says "as if” because the infinite name falls short
of the notion of a subject insofar as it falls short of the notion of a name.
Indeed, the signification of an infinite name is not properly submitted to
composition with the predicate, which "is,” the third element added,
introduces. Aristotle enumerates four enunciations and two oppositions in this
order as he did in the former. In addition he distinguishes these from the former
finiteness and infinity. First, he posits the opposition between affirmative
and negative enunciations with an infinite subject and a finite predicate,
"Non-man is just,” "Non-man is not just.” Then he posits another
opposition between those with an infinite subject and an infinite predicate,
"Non-man is non-just,” "Non-man is not non-just. 10 Deinde cum dicit: magis autem
plures etc., ostendit quod non dantur plures oppositiones enunciationum
supradictis. Ubi notandum est quod enunciationes de inesse, in quibus explicite
ponitur hoc verbum est, sive secundum, sive tertium adiacens, de quibus
loquimur, non possunt esse plures quam duodecim supra positæ; et consequenter
oppositiones earum secundum affirmationem et negationem non sunt nisi sex. Cum
enim in tres ordines divisæ sint enunciationes, scilicet in illas de secundo
adiacente, in illas de tertio subiecti finiti, et in illas de tertio subiecti
infiniti, et in quolibet ordine sint quatuor enunciationes; fiunt omnes
enunciationes duodecim, et oppositiones sex. Et quoniam subiectum earum in
quolibet ordine potest quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate,
particularitate, et singularitate et indefinitione; ideo istæ duodecim
multiplicantur in quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo
faciunt. Nec possibile est plures his imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi
viginti harum expresserit, octo in primo ordine, octo in secundo, et quatuor in
tertio, attamen per eas reliquas voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et
ordinandæ secundum singulos ordines, ut affirmationi negatio prima ex opposito
situetur, ut oppositionis intentum clarius videatur. Et sic contra universalem
affirmativam non est ordinanda universalis negativa, sed particularis negativa,
quæ est illius negatio; et e converso, contra particularem affirmativam non est
ordinanda particularis negativa, sed universalis negativa quæ est eius negatio.
Ad clarius autem intuendum numerum, coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis
quantitatis, simul in recta linea, distinctis tamen ordinibus tribus
supradictis. Quod ut clarius
elucescat, in hac subscripta videatur figura: (Figura). Quod autem plures his non sint,
ex eo patet quod non contingit pluribus modis variari subiectum et prædicatum
penes finitum et infinitum, nec pluribus modis variantur finitum et infinitum
subiectum. Nulla enim enunciatio de secundo adiacente potest variari penes
prædicatum finitum vel infinitum, sed tantum penes subiectum quod sufficienter
factum apparet. Enunciationes autem de tertio adiacente quadrupliciter variari
possunt, quia aut sunt subiecti et prædicati finiti, aut utriusque infiniti,
aut subiecti finiti et prædicati infiniti, aut subiecti infiniti et prædicati
finiti. Quarum nullam
prætermissam esse superior docet figura. Then he says, There will be no more
opposites than these. Here he points out that there are no more oppositions of
enunciations than the ones be has already given. We should note, then, that
simple [or absolute] enunciations—of which we have been speaking—in which the
verb "is” is explicitly posited whether it is the second or third element
added, cannot be more than the twelve posited. Consequently, their oppositions
according to affirmation and negation are only six. For enunciations are
divided into three orders: those with the second element added, those with the
third element added to a finite subject, and those with the third element added
to an infinite subject; and in any order there are four enunciations. And since
their subject in any order can be quantified in four ways, i.e., by
universality, particularity, singularity, and indefiniteness, these twelve will
be increased to fortyeight (four twelves being forty-eight). Nor is it possible
to imagine more than these. Aristotle has only expressed twenty of these, eight
in the first order, eight in the second, and four in the third, but through
them be intended the rest to be understood. They are to be enumerated and
disposed according to each order so that the primary negation is placed
opposite an affirmation in order to make the relation of opposition more
evident. Thus, the universal negative should not be ordered as opposite to the
universal affirmative, but the particular negative, which is its negation.
Conversely, the particular negative should not be ordered as opposite to the
particular affirmative, but the universal negative, which is its negation. For
a clearer look at their number all those of similar quantity should be
co-ordered in a straight line and in the three distinct orders given above. The
following diagram will make this clear. FIRST ORDER Socrates is Socrates is not
Non-Socrates is Non-Socrates is not Some man is Some man is not Some non-man is
Some non-man is not Man is Man is not Non-man is Non-man is not Every man is No
man is Every non-man is No non-man is SECOND ORDER Socrates is just Socrates is
not just Socrates is non-just Socrates is not non-just Some man is just Some
man is not just Some man is non-just Some man is not non-just Man is just Man
is not just Man is non-just Man is not non-just Every man is just No man is
just Every man is non-just No man is non-just THIRD ORDER Non-Socrates is just
Non-Socrates is not just Non-Socrates is non-just Non-Socrates is not non-just
Some non-man is just Some non-man is not just Some non-man is non-just Some non-man
is not non-just Non-man is just Non-man is not just Non-man is non-just Non-man
is not non-just Every non-man is just No non-man is just Every non-man is
non-just No non-man is non-just It is evident that there are no more than
these, for the subject and the predicate cannot be varied in any other way with
respect to finite and infinite. Nor can the finite and infinite subject be
varied in any other way, for the enunciation with a second adjoining element
cannot be varied with a finite and infinite predicate but only in respect to
the subject. This is clear enough. But enunciations with a third adjoining
element can be varied in four ways: they may have either a finite subject and
predicate, or an infinite subject and predicate, or a finite subject and infinite
predicate, or an infinite subject and finite predicate. These variations are
all evident in the above table. 11 Deinde cum dicit: hæ autem extra illas etc.,
ostendit habitudinem harum quas in tertio ordine numeravimus ad illas, quæ in
secundo sitæ sunt ordine, et dicit quod istæ sunt extra illas, quia non
sequuntur ad illas, nec e converso. Et rationem assignans subdit: ut nomine
utentes eo quod est non homo, idest ideo istæ sunt extra illas, quia istæ
utuntur nomine infinito loco nominis, dum omnes habent subiectum infinitum.
Notanter autem dixit enunciationes subiecti infiniti uti ut nomine, infinito
nomine, quia cum subiici in enunciatione proprium sit nominis, prædicari autem
commune nomini et verbo, omne subiectum enunciationis ut nomen subiicitur. Then
when he says, The latter, however, are separate from the former and distinct
from them, etc., he shows the relationship of those we have put in the third
order to those in the second order. The former, he says, are distinct from the
latter because they do not follow upon the latter, nor conversely. He assigns
the reason when he adds: because of the use of "non-man” as a name, i.e.,
the former are separate from the latter because the former use an infinite name
in place of a name, since they all have an infinite subject. It should be noted
that he says enunciations of an infinite subject use an infinite name as a
name; for to be subjected in an enunciation is proper to a name, to be
predicated common to a name and a verb, and therefore every subject of an
enunciation is subjected as a name. 12 Deinde cum dicit: in his vero in quibus
est etc., determinat de enunciationibus in quibus ponuntur verba adiectiva. Et
circa hoc tria facit: primo, distinguit eas; secundo, respondet cuidam tacitæ
quæstioni; ibi: non enim dicendum est etc.; tertio, concludit earum
conditiones; ibi: ergo et cætera eadem et cetera. Ad evidentiam primi
resumendum est, quod inter enunciationes in quibus ponitur est secundum
adiacens, et eas in quibus ponitur est tertium adiacens talis est differentia
quod in illis, quæ sunt de secundo adiacente, simpliciter fiunt oppositiones,
scilicet ex parte subiecti tantum variati per finitum et infinitum; in his
vero, quæ habent est tertium adiacens dupliciter fiunt oppositiones, scilicet
et ex parte prædicati et ex parte subiecti, quia utrumque variari potest per
finitum et infinitum. Unde unum ordinem tantum enunciationum de secundo
adiacente fecimus, habentem quatuor enunciationes diversimode quantificatas et
duas oppositiones. Enunciationes autem de tertio adiacente oportuit partiri in
duos ordines, quia sunt in eis quatuor oppositiones et octo enunciationes, ut
supra dictum est. Considerandum quoque est quod enunciationes, in quibus
ponuntur verba adiectiva, quoad significatum æquivalent enunciationibus de
tertio adiacente, resoluto verbo adiectivo in proprium participium et est, quod
semper fieri licet, quia in omni verbo adiectivo clauditur verbum substantivum.
Unde idem significant ista, omnis homo currit, quod ista, omnis homo est
currens. Propter quod Boethius vocat enunciationes cum verbo adiectivo de
secundo adiacente secundum vocem, de tertio autem secundum potestatem, quia
potest resolvi in tertium adiacens, cui æquivalet. Quoad numerum autem
enunciationum et oppositionum, enunciationes verbi adiectivi formaliter sumptæ
non æquivalent illis de tertio adiacente, sed æquivalent enunciationibus, in
quibus ponitur est secundum adiacens. Non possunt enim fieri oppositiones
dupliciter in enunciationibus adiectivis, scilicet ex parte subiecti et
prædicati, sicut fiebant in substantivis de tertio adiacente, quia verbum, quod
prædicatur in adiectivis, infinitari non potest. Sed oppositiones adiectivarum
fiunt simpliciter, scilicet ex parte subiecti tantum variati per infinitum et
finitum diversimode quantificati, sicut fieri didicimus supra in
enunciationibus substantivis de secundo adiacente, eadem ducti ratione, quia
præter verbum nulla est affirmatio vel negatio, sicut præter nomen esse potest.
Quia autem in præsenti tractatu non de significationibus, sed de numero
enunciationum et oppositionum sermo intenditur, ideo Aristoteles determinat
diversificandas esse enunciationes adiectivas secundum modum, quo distinctæ
sunt enunciationes in quibus ponitur est secundum adiacens. Et ait quod in his
enunciationibus, in quibus non contingit poni hoc verbum est formaliter, sed
aliquod aliud, ut, currit, vel, ambulat, idest in enunciationibus adiectivis,
idem faciunt quoad numerum oppositionum et enunciationum sic posita, scilicet
nomen et verbum, ac si est secundum adiacens subiecto nomini adderetur. Habent
enim et istæ adiectivæ, sicut illæ, in quibus ponitur est, duas oppositiones
tantum, alteram inter finitas, ut, omnis homo currit, omnis homo non currit,
alteram inter infinitas quoad subiectum, ut, omnis non homo currit, omnis non
homo non currit. Next he takes up enunciations in which adjective verbs are
posited, when he says, In enunciations in which "is” does not join the
predicate to the subject, etc. First, he distinguishes these adjective verbs;
secondly, he answers an implied question where he says, We must not say
"non-every man,” etc.; thirdly, he concludes with their conditions where
he says, All else in the enunciations in which "is” does not join the
predicate to the subject will be the same, etc. It is necessary to note here
that there is a difference between enunciations in which "is” is posited
as a second adjoining element and those in which it is posited as a third
element. In those with "is” as a second element oppositions are simple,
i.e., varied only on the part of the subject by finite and infinite. In those
having "is” as a third element oppositions are made in two ways—on the
part of the predicate and on the part of the subject—for both can be varied by
finite and infinite. Hence we made only one order of enunciations with
"is” as the second element. It had four enunciations quantified in diverse
ways, and two oppositions. But enunciations with "is” as a third element
must be divided into two orders, because in them there are four oppositions and
eight enunciations, as we said above. Enunciations with adjective verbs are
made equivalent in signification to enunciations with "is” as the third
element by resolving the adjective verb into its proper participle and
"is,” which may always be done because a substantive verb is contained in
every adjective verb. For example, "Every man runs” signifies the same
thing as "Every man is running.” Because of this Boethius calls
enunciations having an adjective verb "eminciations of the second
adjoining element according to vocal sound, but of the third adjoining element
according to power.” He designates them in this manner because they can be
resolved into enunciations with a third adjoining element to which they are
equivalent. With respect to the number and oppositions of enunciations, those
with an adjective verb, formally taken, are not equivalent to those with a
third adjoining element but to those in which "is” is posited as the
second element. For oppositions cannot be made in two ways in adjectival
enunciations as they are in the case of substantival enunciations with a third
adjoining element, namely, on the part of the subject and predicate, because
the verb which is predicated in adjectival enunciations cannot be made
infinite. Hence oppositions of adjectival enunciations are made simply, i.e.,
only by the subject quantified in diverse ways being varied by finite and
infinite, as was done above in substantival enunciations with a second
adjoining element, and for the same reason, i.e., there can be no affirmation
or negation without a verb but there can be without a name. Since the present
treatment is not of significations but of the number of enunciations and
oppositions, Aristotle determines that adjectival enunciations are to be
diversified according to the mode in which enunciations with "is” as the
second adjoining element are distinguished. And he says that in enunciations in
which the verb "is” is not posited formally, but some other verb, such as
"matures” or "walks,” i.e., in adjectival enunciations, the name and
verb form the same scheme with respect to the number of oppositions and
enunciations as when is as a second adjoining element is added to the name as a
subject. For these adjectival enunciations, like the ones in which "is” is
posited, have only two oppositions, one between the finites, as in "Every
man runs,” "Not every man runs,” the other between the infinites with
respect to subject, as in "Every non-man runs,” "Not every non-man
runs.” 13 Deinde cum dicit:
non enim dicendum est etc., respondet tacitæ quæstioni. Et circa hoc facit duo:
primo, ponit solutionem quæstionis; deinde, probat eam; ibi: manifestum est
autem et cetera. Est ergo quæstio talis: cur negatio infinitans numquam addita
est supra signo universali aut particulari, ut puta, cum vellemus infinitare
istam, omnis homo currit, cur non sic infinitata est, non omnis homo currit,
sed sic, omnis non homo currit? Huic namque quæstioni respondet, dicens quod
quia nomen infinitabile debet significare aliquid universale, vel singulare;
omnis autem et similia signa non significant aliquid universale aut singulare,
sed quoniam universaliter aut particulariter; ideo non est dicendum, non omnis
homo, si infinitare volumus (licet debeat dici, si negare quantitatem
enunciationis quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod significat
aliquid universale, addenda est, et dicendum, omnis non homo. Then he answers an implied
question when he says, We, must not say "non-every man” but must add the
negation to man, etc. First he states the solution of the question, then he
proves it where he says, This is evident from the following, etc. The question
is this: Why is the negation that makes a word infinite never added to the
universal or particular sign? For example, when we wish to make "Every man
runs” infinite, why do we do it in this way "Every non-man runs,” and not
in this, "Non-every man runs.” He answers the question by saying that to
be capable of being made infinite a name has to signify something universal or
singular. "Every” and similar signs, however, do not signify something
universal or singular, but that something is taken universally or particularly.
Therefore, we should not say "non-every man” if we wish to infinitize
(although it may be used if we wish to deny the quantity of an enunciation),
but must add the infinitizing negation to "man,” which signifies something
universal, and say "every non-man.” 14 Deinde cum dicit: manifestum est autem ex eo quod est
etc., probat hoc quod dictum est, scilicet quod omnis et similia non
significant aliquod universale, sed quoniam universaliter tali ratione. Illud,
in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly
omnis, est non universale aliquod, sed quoniam universaliter; sed illud in quo
differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly omnis,
est significatum per ly omnis; ergo significatum per ly omnis est non aliquid
universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis, tacita in textu,
ex se clara est. Id enim in quo, cæteris paribus, habentia a non habentibus
aliquem terminum differunt, significatum est illius termini. Maior vero in
littera exemplariter declaratur sic. Illæ enunciationes homo currit, et omnis
homo currit, præcise differunt ex hoc, quod in una est ly omnis, et in altera
non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod una
sit universalis, alia non universalis. Utraque enim habet subiectum universale,
scilicet ly homo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur
de subiecto universaliter, in altera autem non universaliter. Cum enim dico,
homo currit, cursum attribuo homini universali, sive communi, sed non pro tota
humana universitate; cum autem dico, omnis homo currit, cursum inesse homini
pro omnibus inferioribus significo. Simili modo declarari potest de tribus aliis, quæ in
textu adducuntur, scilicet, homo non currit, respectu suæ universalis
universaliter, omnis homo non currit: et sic de aliis. Relinquitur ergo, quod,
omnis et nullus et similia signa nullum universale significant, sed tantummodo
significant, quoniam universaliter de homine affirmant vel negant. Where he says, This is
evident from the following, etc., he proves that "every” and similar words
do not signify a universal but that a universal is taken universally. His
argument is the following: That by which enunciations having or not having the
"every” differ is not the universal; rather, they differ in that the
universal is taken universally. But that by which enunciations having and not
having the "every” differ is signified by the "every.” Therefore,
that which is signified by the "every” is not a universal but that the
universal is taken universally. The minor of the argument is evident, though
not explicitly given in the text: that in which the having of some term differs
from the not having of it, other things being equal, is the signification of
that term. The major is made evident by examples. The enunciations "Man
matures” and "Every man matures” differ precisely by the fact that in one
there is an "every,” in the other not. However, they do not differ in such
a way by this that one is universal, the other not universal, for both have the
universal subject, "man”; they differ because in the one in which
"every” is posited, the enunciation is of the subject universally, but in
the other not universally. For when I say, "Man matures,” I attribute
maturing to "man” as universal or common but not to man as to the whole
human race; when I say, "Every man matures,” however, I signify maturing
to be present to man according to all the inferiors. This is evident, too, in
the three other examples of enunciations in Aristotle’s text. For example,
"Non-man matures” when its universal is taken universally becomes
"Every non-man matures,” and so of the others. It follows, therefore, that
"every” and "no” and similar signs do not signify a universal but
only signify that they affirm or deny of man universally. 15 Notato hic duo: primum est
quod non dixit omnis et nullus significat universaliter, sed quoniam
universaliter; secundum est, quod addit, de homine affirmant vel negant. Primi
ratio est, quia signum distributivum non significat modum ipsum universalitatis
aut particularitatis absolute, sed applicatum termino distributo. Cum enim
dico, omnis homo, ly omnis denotat universitatem applicari illi termino homo,
ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat quoniam universaliter, per ly
quoniam insinuavit applicationem universalitatis importatam in ly omnis in actu
exercito, sicut et in I posteriorum, in definitione scire applicationem causæ
notavit per illud verbum quoniam, dicens: scire est rem per causam cognoscere,
et quoniam illius est causa. Ratio
autem secundi insinuat differentiam inter terminos categorematicos et
syncategorematicos. Illi siquidem ponunt significata supra terminos absolute;
isti autem ponunt significata sua supra terminos in ordine ad prædicata. Cum enim dicitur, homo albus,
ly albus denominat hominem in seipso absque respectu ad aliquod sibi addendum. Cum vero dicitur, omnis homo, ly omnis etsi hominem
distribuat, non tamen distributio intellectum firmat, nisi in ordine ad aliquod
prædicatum intelligatur. Cuius signum est, quia, cum dicimus, omnis homo
currit, non intendimus distribuere hominem pro tota sua universitate absolute,
sed in ordine ad cursum. Cum autem dicimus, albus homo currit, determinamus
hominem in seipso esse album et non in ordine ad cursum. Quia ergo omnis et
nullus, sicut et alia syncategoremata, nil aliud in enunciatione faciunt, nisi
quia determinant subiectum in ordine ad prædicatum, et hoc sine affirmatione et
negatione fieri nequit; ideo dixit quod nil aliud significant, nisi quoniam
universaliter de nomine, idest de subiecto, affirmant vel negant, idest
affirmationem vel negationem fieri determinant, ac per hoc a categorematicis ea
separavit. Potest etiam referri hoc quod dixit, affirmant vel negant, ad ipsa
signa, scilicet omnis et nullus, quorum alterum positive distribuit, alterum
removendo. Two things should
be noted here: first, that Aristotle does not say "every” and "no”
signify universally, but that the universal is taken universally; secondly,
that he adds, they affirm or deny of man. The reason for the first is that the
distributive sign does not signify the mode of universality or of particularity
absolutely, but the mode applied to a distributed term. When I say, "every
man” the "every” denotes that universality is applied to the term
"man.” Hence, when Aristotle says "every” signifies that a universal
is taken universally, by the "that” he conveys the application in actual
exercise of the universality denoted by the "every,” just as in I
Posteriorum [2: 71b 10] in the definition of "to know,” namely, To know
scientifically is to know a thing through its cause and that this is its cause,
he signifies by the word "that” the application of the cause. The reason
for the second is to imply the difference between categorematic and
syneategorematic terms. The former apply what is signified to the terms
absolutely; the latter apply what they signify to the terms in relation to the
predicates. For example, in "white man” the "white” denominates man
in himself apart from any regard to something to be added; but in "every
man,” although the "every” distributes man,” the distribution does not
confirm the intellect unless it is under stood in relation to some predicate. A
sign of this is that when we say "Every man runs” we do not intend to
distribute "man” in its whole universality absolutely, but only in
relation to "running.” When we say "White man runs,” on the other
hand, we designate man in himself as "white” and not in relation to
"running.” Therefore, since "every” and "no” and the other
syncategorematic terms do nothing except determine the subject in relation to
the predicate in the enunciation, and this cannot be done without affirmation
and negation, Aristotle says that they only signify that the affirmation or
negation is of a name, i.e., of a subject, universally, i.e., they prescribe
the affirmation or negation that is being formed, and by this he separates them
from categorematic terms. They affirm, or deny can also be referred to the
signs themselves i.e., "every” and "no,” one of which distributes
positively, the other distributes by removing. 16 Deinde cum dicit: ergo et
cætera eadem etc., concludit adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat
enim quod adiectivæ enunciationes idem faciunt quoad oppositionum numerum, quod
substantivæ de secundo adiacente; et hoc declaraverat, oppositionum numero
exemplariter subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam sequitur convenientia
quoad finitationem prædicatorum, et quoad diversam subiectorum quantitatem, et
earum multiplicationem ex ductu quaternarii in seipsum, et si qua sunt
huiusmodi enumerata; ideo concludit: ergo et cætera, quæ in illis servanda
erant, eadem, idest similia istis apponenda sunt. When he says All else in
enunciations in which "is”does not join the predicate to the subject,
etc., he concludes the treatment of the conditions of adjectival enunciations.
He has already stated that adjectival enunciations are the same with respect to
the number of oppositions as substantival enunciations with "is” as the
second element, and has clarified this by a table showing the number of
oppositions. Now, since upon this conformity follows conformity both with
respect to finiteness of predicates and with respect to the diverse quantity of
subjects, and also-if any enunciations of this kind are enumerated—their
multiplication in sets of four, he concludes, Therefore also the other things,
which are to be observed in them, are to be considered the same, i.e., similar
to these. IV. 1. Postquam determinatum est de diversitate enunciationum, hic
intendit removere quædam dubia circa prædicta. Et circa hoc facit sex secundum
numerum dubiorum, quæ suis patebunt locis. Quia ergo supra dixerat quod in universalibus
non similiter contingit angulares esse simul veras, quia affirmativæ angulares
non possunt esse simul veræ, negativæ autem sic; poterat quispiam dubitare, quæ
est causa huius diversitatis. Ideo nunc illius dicti causam intendit assignare
talem, quia, scilicet, angulares affirmativæ sunt contrariæ inter se;
contrarias autem in nulla materia contingit esse simul veras. Angulares autem
negativæ sunt subcontrariæ illis oppositæ; subcontrarias autem contingit esse
simul veras. Et circa hæc duo facit: primo, declarat conditiones contrariarum
et subcontrariarum; secundo, quod angulares affirmativæ sint contrariæ et quod
angulares negativæ sint subcontrariæ; ibi: sequuntur vero et cetera. Dicit ergo
resumendo: quoniam in primo dictum est quod enunciatio negativa contraria illi
affirmativæ universali, scilicet, omne animal est iustum, est ista, nullum
animal est iustum; manifestum est quod istæ non possunt simul, idest in eodem
tempore, neque in eodem ipso, idest de eodem subiecto esse veræ. His vero oppositæ,
idest subcontrariæ inter se, possunt esse simul veræ aliquando, scilicet in
materia contingenti, ut, quoddam animal est iustum, non omne animal est iustum.
Having treated the diversity of enunciations Aristotle now answers certain
questions about them. He takes up six points related to the number of
difficulties. These will become evident as we come to them. Since he has said
that in universal enunciations the diagonals in one case cannot be at once true
but can be in another, for the diagonal affirmatives cannot be at once true but
the negatives can,” someone might raise a question as to the cause of this
diversity. Therefore, it is his intention now to assign the cause of this:
namely, that the diagonal affirmatives are contrary to each other, and
contraries cannot be at once true in any matter; but the diagonal negatives are
subcontraries opposed to these and can be at once true. In relation to this he
first states the conditions for contraries and subcontraries. Then he shows
that diagonal affirmatives are contraries and that diagonal negatives are
subcontraries where he says, Now the enunciation "No man is just” follows
upon the enunciation "Every man is nonjust,” etc. By way of resumé,
therefore, he says that in the first book it was said that the negative
enunciation contrary to the universal affirmative "Every animal is just”
is "No animal is just.” It is evident that these cannot be at once true,
i.e., at the same time, nor of the same thing, i.e., of the same subject. But
the opposites of these, i.e., the subcontraries, can sometimes be at once true,
i.e., in contingent matter, as in "Some animal is just” and "Not
every animal is just.” 2 Deinde cum dicit: sequuntur vero etc., declarat quod
angulares affirmativæ supra positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ.
Et primum quidem ex eo quod universalis affirmativa infinita et universalis
negativa simplex æquipollent; et consequenter utraque earum est contraria
universali affirmativæ simplici, quæ est altera angularis. Unde dicit quod hanc
universalem negativam finitam, nullus homo est iustus, sequitur æquipollenter
illa universalis affirmativa infinita, omnis homo est non iustus. Secundum vero
declarat ex eo quod particularis affirmativa finita et particularis negativa
infinita æquipollent. Et consequenter utraque earum est subcontraria
particulari negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut in figura supra
posita inspicere potes. Unde subdit quod illam particularem affirmativam
finitam, aliquis homo est iustus, opposita sequitur æquipollenter (opposita
intellige non istius particularis, sed illius universalis affirmativæ
infinitæ), non omnis homo est non iustus. Hæc enim est contradictoria eius. Ut
autem clare videatur quomodo supra dictæ enunciationes sint æquipollentes,
formetur figura quadrata, in cuius uno angulo ponatur universalis negativa
finita, et sub ea contradictoria particularis affirmativa finita; ex alia vero
parte locetur universalis affirmativa infinita, et sub ea contradictoria
particularis negativa infinita, noteturque contradictio inter angulares et
collaterales inter se, hoc modo: (Figura). His siquidem sic dispositis, patet
primo ipsarum universalium mutua consequentia in veritate et falsitate, quia si
altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa; et si ista est
falsa, sua collateralis contradictoria, quæ est altera universalis, erit vera,
et similiter procedit quoad falsitatem particularium. Deinde eodem modo manifestatur mutua sequela. Si enim
altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa, ista autem
existente falsa, sua contradictoria collateralis, quæ est altera particularis
erit vera; simili quoque modo procedendum est quoad falsitatem. When he says, Now the
enunciation, "No man is just” follows upon the enunciation "Every man
is nonjust,” etc., he shows that the diagonal affirmatives previously posited
are contraries, the negatives subcontraries. First he manifests this from the
fact that the infinite universal affirmative and the simple universal negative
are equal in meaning, and consequently each of them is contrary to the simple
universal affirmative, which is the other diagonal. Hence, he says that the
infinite universal affirmative "Every man is non-just” follows upon the
finite universal negative "No man is just,” equivalently. Secondly he
shows this from the fact that the finite particular affirmative and the
infinite particular negative are equal in meaning, and consequently each of
these is subcontrary to the simple particular negative, which is the other
diagonal. This you can see in the previous diagram. He says, then, that the
opposite "Not every man is non-just” follows upon the finite particular
"Some man is just” equivalently (understand "the opposite” not of
this particular but of the infinite universal affirmative, for this is its
contradictory). In order to see clearly how these enunciations are equivalent,
make a four-sided figure, putting the finite universal negative in one corner
and under it the contradictory, the finite particular affirmative. On the other
side, put the infinite universal affirmative and under it the contradictory,
the infinite particular negative. Now indicate the contradiction between
diagonals and the contradiction between collaterals. No man is just equivalents
Every man is non-just contradictories contradictories Some man is just
equivalents Not every man is non-just This arrangement makes the mutual
consequence of the universals in truth and falsity evident, for if one of them
is true, its diagonal contradictory is false; and if this is false, its
collateral contradictory, which is the other universal, will be true. With
respect to the falsity of the particulars the procedure is the same. Their
mutual consequence is made evident in the same way, for if one of them is true,
its diagonal contradictory is false, and if this is false, its contradictory
collateral, which is the other particular, will be true; the procedure is the
same with respect to falsity. 3 Sed est hic unum dubium. In I enim priorum, in
fine, Aristoteles ex proposito determinat non esse idem iudicium de universali
negativa et universali affirmativa infinita; et superius in hoc secundo, super
illo verbo: quarum duæ se habent secundum consequentiam, duæ vero minime,
Ammonius, Porphyrius, Boethius et sanctus Thomas dixerunt quod negativa simplex
sequitur affirmativam infinitam, sed non e converso. Ad hoc dicendum est, secundum Albertum, quod
negativam finitam sequitur affirmativa infinita subiecto constante; negativa
vero simplex sequitur affirmativam absolute. Unde utrumque dictum verificatur,
et quod inter eas est mutua consequentia cum subiecti constantia, et quod inter
eas non est mutua consequentia absolute. Potest dici secundo, quod supra locuti
sumus de infinita enunciatione quoad suum totalem significatum ad formam
prædicati reductum; et secundum hoc, quia negativa finita est superior
affirmativa infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic autem loquimur de
ipsa infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc adducendo Ammonii
expositionem dixit, secundum hunc modum loquendi: negativa simplex, in plus est
quam affirmativa infinita. Textus vero I priorum ultra prædicta loquitur de
finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum est autem quod
universalis affirmativa sive finita sive infinita non concluditur nisi in primo
primæ. Universalis autem
negativa quæcumque concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo
secundæ. However, a question arises with respect to this. At the end of I
Priorum [46: 51b 5], Aristotle determines from what he has proposed that the
judgment of the universal negative and the infinite universal affirmative is
not the same. Furthermore, in the second book of the present work, in relation
to the phrase Of which two are related according to consequence, two are not.
Ammonius, Porphyry, Boethius, and St. Thomas say that the simple negative
follows upon the infinite affirmative and not conversely.” Albert answers this
latter difficulty by pointing out that the infinite affirmative follows upon
the finite negative when the subject is constant, but the simple negative
follows upon the affirmative absolutely. Hence both positions are verified, for
with a constant subject there is a mutual consequence between them, but there
is not a mutual consequence between them absolutely. We could also answer this
difficulty in this way. In Book II, Lesson 2 we were speaking of the infinite
enunciation with the whole of what it signified reduced to the form of the
predicate, and according to this there was not a mutual consequence, since the
finite negative is superior to the infinite affirmative. But here we are
speaking of the infinite itself formally taken. Hence St. Thomas, when he
introduced the exposition of Ammonius in his commentary on the above passage,
said that according to this mode of speaking the simple negative is wider than
the infinite affirmative. In the above mentioned text in I Priorum [46: 52a
36], Aristotle is speaking of finite and infinite enunciations in relation to
the syllogism. It is evident, however, that the universal affirmative, whether
finite or infinite is only inferred in the first mode of the first figure,
while any universal negative whatever is inferred in the second mode of the
first figure and in the first and second modes of the second figure. 4 Deinde
cum dicit: manifestum est autem etc., movet secundum dubium de vario situ
negationis, an scilicet quoad veritatem et falsitatem differat præponere et
postponere negationem. Oritur autem hæc dubitatio, quia dictum est nunc quod
non refert quoad veritatem si dicatur, omnis homo est non iustus, aut si
dicatur, omnis homo non est iustus; et tamen in altera postponitur negatio, in
altera præponitur, licet multum referat quoad affirmationem et negationem.
Hanc, inquam, dubitationem solvere intendens cum distinctione, respondet quod
in singularibus enunciationibus eiusdem veritatis sunt singularis negatio et
infinita affirmatio eiusdem, in universalibus autem non est sic. Si enim est
vera negatio ipsius universalis non oportet quod sit vera infinita affirmatio
universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria, qua
existente vera, non est necesse suam subalternam, quæ est contraria suæ
contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul falsæ. Unde
dicit quod in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si est verum
negare interrogatum, idest, si est vera negatio enunciationis singularis, de
qua facta est interrogatio, verum etiam est affirmare, idest, vera erit
affirmatio infinita eiusdem singularis. Verbi gratia: putasne Socrates est
sapiens? Si vera est ista responsio, non; Socrates igitur non sapiens est,
idest, vera erit ista affirmatio infinita, Socrates est non sapiens. In
universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur, idest, ex veritate
negationis universalis affirmativæ interrogatæ non sequitur vera universalis
affirmativa infinita, quæ similis est quoad quantitatem et qualitatem
enunciationi quæsitæ; vera autem est eius negatio, idest, sed ex veritate
responsionis negativæ sequitur veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ
negationem, idest, particularem negativam. Verbi gratia: putasne omnis homo est
sapiens? Si vera est ista responsio, non; affirmativa similis interrogatæ quam
quis ex hac responsione inferre intentaret est illa: igitur omnis homo est non
sapiens. Hæc autem non sequitur ex illa negatione. Falsum est enim hoc,
scilicet quod sequitur ex illa responsione; sed inferendum est, igitur non
omnis homo sapiens est. Et ratio utriusque est, quia hæc particularis ultimo illata est opposita,
idest contradictoria illi universali interrogatæ quam respondens falsificavit;
et ideo oportet quod sit vera. Contradictoriarum
enim si una est falsa, reliqua est vera. Illa vero, scilicet universalis
affirmativa infinita primo illata, est contraria illi eidem universali
interrogatæ. Non est autem opus
quod si universalium altera sit falsa, quod reliqua sit vera. In promptu est
autem causa huius diversitatis inter singulares et universales. In singularibus
enim varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in universalibus
autem variat, ut patet. Ideo fit ut non sit eadem veritas negantium universalem
in quarum altera præponitur, in altera autem postponitur negatio, ut de se
patet. When he says, And
it is also clear with respect to the singular that if a question is asked and a
negative answer is the true one, there is also a true affirmation, etc., he
presents a difficulty relating to the varying position of the negation, i.e.,
whether there is a difference as to truth and falsity when the negation is a
part of the predicate or a part of the verb. This difficulty arises from what
he has just said, namely, that it is of no consequence as to truth or falsity
whether you say, "Every man is non-just” or "Every man is not just”;
yet in one case the negation is a part of the predicate, in the other part of
the copula, and this makes a great deal of difference with respect to
affirmation and negation. To solve this problem Aristotle makes a distinction:
in singular enunciations, the singular negation and infinite affirmation of the
same subject are of the same truth, but in universals this is not so. For if
the negation of the universal is true it is not necessary that the infinite
affirmation of the universal is true. The negation of the universal is the
contradictory particular, but if it is true [i.e., the contradictory
particular] it is not necessary that the subaltern, which is the contrary of
the contradictory, be true, for two contraries can be at once false. Hence he
says that in singular enunciations it is evident that if it is true to deny the
thing asked, i.e., if the negation of a singular enunciation, which has been
made into an interrogation, is true, there will also be a true affirmation,
i.e., the infinite affirmation of the same singular will be true. For example,
if the question "Do you think Socrates is wise?” has "No” as a true
response, then "Socrates is non-wise,” i.e., the infinite affirmation
"Socrates is non-wise” will be true. But in the case of universals the
affirmative inference is not true, i.e., from the truth of a negation to a
universal affirmative question, the truth of the infinite universal affirmative
(which is similar in quantity and quality to the enunciation asked) does not
follow. But the negation is true, i.e., from the truth of the negative response
it follows that its negation is true, i.e., the negation of the universal
asked, which is the particular negative. Consider, for example, the question
"Do you think every man is wise?” If the response "No” is true, one
would be tempted to infer the affirmative similar to the question asked, i.e.,
then "Every man is non-wise.” This, however, does not follow from the
negation, for this is false as it follows from that response. Rather, what must
be inferred is "Then not every man is wise.” And the reason for both is
that the particular enunciation inferred last is the opposite, i.e., the
contradictory of the universal question, which, being falsified by the negative
response, makes the contradictory of the universal affirmative true, for of
contradictories, if one is false the other is true. The infinite universal
affirmative first inferred, however, is contrary to the same universal
question. Should it not also be true? No, because it is not necessary in the
case of universals that if one is false the other is true. The cause of the
diversity between singulars and universals is now clear. In singulars the
varying position of the negation does not vary the quantity of the enunciation
‘ but in universals it does. Therefore there is not the same truth in enunciations
denying a universal when in one the negation is a part of the predicate and in
the other a part of the verb. V.
lib. 2 l. 4 n. 5Deinde cum dicit: illæ vero secundum infinitætc., solvit
tertiam dubitationem, an infinita nomina vel verba sint negationes. Insurgit autem hoc dubium, quia
dictum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum est nunc
quod non refert in singularibus præponere et postponere negationem: si enim
infinitum nomen est negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum vel
prædicatum, erit negativa et non affirmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem,
probando quod nec nomina nec verba infinita sint negationes, licet videantur.
Unde duo circa hoc facit: primo, proponit solutionem dicens: illæ vero,
scilicet dictiones, contraiacentes: verbi gratia: non homo, et, homo non iustus
et iustus. Vel sic: illæ vero, scilicet dictiones, secundum infinita, idest
secundum infinitorum naturam, iacentes contra nomina et verba (utpote quæ
removentes quidem nomina et verba significant, ut non homo et non iustus et non
currit, quæ opponuntur contra ly homo ly iustus et ly currit), illæ, inquam,
dictiones infinitæ videbuntur prima facie esse quasi negationes sine nomine et
verbo ex eo quod comparatæ nominibus et verbis contra quæ iacent, ea removent,
sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo quia nomen infinitum, nominis
natura caret, et verbum infinitum verbi natura non possidet. Dixit quasi, quia nec nomen infinitum a nominis
ratione, nec verbum infinitum a verbi proprietate omnino semota sunt. Unde, si
negationes apparent, videbuntur sine nomine et verbo non omnino sed quasi.
Deinde probat distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione. Semper
est necesse negationem esse veram vel falsam, quia negatio est enunciatio
alicuius ab aliquo; nomen autem infinitum non dicit verum vel falsum; igitur
dictio infinita non est negatio. Minorem declarat, quia qui dixit, non homo, nihil magis
de homine dixit quam qui dixit, homo. Et quoad significatum quidem clarissimum
est: non homo, namque, nihil addit supra hominem, imo removet hominem. Quoad
veritatis vero vel falsitatis conceptum, nihil magis profuit qui dixit, non
homo, quam qui dixit, homo, si aliquid aliud non addatur, imo minus verus vel
falsus fuit, idest magis remotus a veritate et falsitate, qui dixit, non homo,
quam qui dixit, homo: quia tam veritas quam falsitas in compositione consistit;
compositioni autem vicinior est dictio finita, quæ aliquid ponit, quam dictio
infinita, quæ nec ponit, nec componit, idest nec positionem nec compositionem
importat. Then he says, The
antitheses in infinite names and verbs, as in " non-man” and
"nonjust,” might seem to be negations without a name or a verb, etc. Here
he raises the third difficulty, i.e., whether infinite names or verbs are
negations. This question arises from his having said that the negative and
infinite are equivalent and from having just said that in singular enunciations
it makes no difference whether the negative is a part of the predicate or a part
of the verb. For if the infinite name is a negation, then the enunciation
having an infinite subject or predicate will be negative and not affirmative.
He resolves this question by an interpretation which proves that neither
infinite names nor verbs are negations although they seem to be. First he
proposes the solution saying, The antitheses in infinite names and verbs, i.e.,
words contraposed, e.g., "non-man,” and "non-just man” and "just
man”; or this may be read as, Those (namely, words) corresponding to infinites,
i.e., corresponding to the nature of infinites, placed in opposition to names
or verbs (namely, removing what the names and verbs signify, as in
"non-man,” "non-just,” and "non-runs,” which are opposed to
"man,” "just” and "runs”), would seem at first sight to be
quasi-negations without Dame and verb, because, as related to the names and
verbs before which they are placed, they remove them; they are not truly
negations however. He says without a name or a verb because the infinite name
lacks the nature of a name and the infinite verb does not have the nature of a
verb. He says quasi because the infinite name does not fall short of the notion
of the name in every way, nor the infinite verb of the nature of the verb.
Hence, if it is thought that they are negations, they will be regarded as
without a name or a verb, not in every way but as though they were without a
name or a verb. He proves that infinitizing signs of separation are not
negations by pointing out that it is always necessary for the negation to be
true or false since a negation is an enunciation of something separated from
something. The infinite name, however, does not assert what is true or false.
Therefore the infinite word is not a negation. He manifests the minor when he
says that the one who says "non-man” says nothing more of man than the one
who says "man.” Clearly this is so with respect to what is signified, for
"non-man” adds nothing beyond "man”; rather, it removes "man.”
Moreover, with respect to a conception of truth or falsity, it is of no more
use to say "non-man” than to say "man” if something else is not
added; rather, it is less true or false, i.e., one who says non-man is more
removed from truth and falsity than one who says man,” for both truth and falsity
depend on composition, and the finite word which posits something is closer to
composition than the infinite word, which neither posits nor composes, i.e., it
implies neither positing nor composition. 6 Deinde cum dicit: significat autem
etc., respondet quartæ dubitationi, quomodo scilicet intelligatur illud verbum
supradictum de enunciationibus habentibus subiectum infinitum: hæ autem extra
illas, ipsæ secundum se erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati
consequentiam, et non solum quantum ad ipsas enunciationes formaliter. Unde
duas habentes subiectum infinitum, universalem scilicet affirmativam et
universalem negativam adducens, ait quod neutra earum significat idem alicui
illarum, scilicet habentium subiectum finitum. Hæc enim universalis affirmativa,
omnis non homo est iustus, nulli habenti subiectum finitum significat idem: non
enim significat idem quod ista, omnis homo est iustus; neque quod ista, omnis
homo est non iustus. Similiter opposita negatio et universalis negativa habens
subiectum infinitum, quæ est contrarie opposita supradictæ, scilicet omnis non
homo non est iustus, nulli illarum de subiecto finito significat idem. Et hoc clarum est ex diversitate
subiecti in istis et in illis. When he says, Moreover, "Every non-man is just does not signify the
same thing as any of the other enunciations, etc., he answers a fourth
difficulty, i.e., how the earlier statement concerning enunciations having an
infinite subject is to be understood. The statement was that these stand by
themselves and are distinct from the former [in consequence of using the name
"non-man”]. This is to be understood not just with respect to the
enunciations themselves formally, but with respect to the consequence of what
is signified. Hence, giving two examples of enunciations with an infinite
subject, the universal affirmative and universal negative,” he says that
neither of these signifies the same thing as any of those, namely of those
having a finite subject. The universal affirmative "Every non-man is just”
does not signify the same thing as any of the enunciations with a finite
subject; for it does not signify "Every man is just” nor "Every man
is non-just.” Nor do the opposite negation, or the universal negative having an
infinite subject which is contrarily opposed to the universal affirmative,
signify the same thing as enunciations with a finite subject; i.e., "Not
every non-man is just” and "No non-man is just,” do not signify the same
thing as any of those with a finite subject. This is evident from the diversity
of subject in the latter and the former. V. lib. 2 l. 4 n. 7Deinde cum dicit:
illa vero quæ est etc., respondet quintæ quæstioni, an scilicet inter
enunciationes de subiecto infinito sit aliqua consequentia. Oritur autem
dubitatio hæc ex eo, quod superius est inter eas ad invicem assignata
consequentia. Ait ergo quod etiam inter istas est consequentia. Nam universalis
affirmativa de subiecto, et prædicato infinitis et universalis negativa de
subiecto infinito, prædicato vero finito, æquipollent. Ista namque, omnis non
homo est non iustus, idem significat illi, nullus non homo est iustus. Idem autem est iudicium de
particularibus indefinitis et singularibus similibus supradictis. Cuiuscunque
enim quantitatis sint, semper affirmativa de utroque extremo infinita et
negativa subiecti quidem infiniti, prædicati autem finiti, æquipollent, ut
facile potes exemplis videre. Unde Aristoteles universales exprimens, cæteras ex illis intelligi
voluit. When he says, But "Every non-man is non-just” signifies the same
thing as "No non-man is just,” he answers a fifth difficulty, i.e., is
there a consequence among enunciations with an infinite subject? This question
arises from the fact that consequences were assigned among them earlier.” He
says, therefore, that there is a consequence even among these, for the
universal affirmative with an infinite subject and predicate and the universal
negative with an infinite subject but a finite predicate are equivalent, i.e.,
"Every non-man is non-just” signifies the same thing as "No non-man
is just.” This is also the case in particular infinites and singulars which are
similar to the foresaid, for no matter what their quantity, the affirmative
with both extremes infinite and the negative with an infinite subject and a
finite predicate are always equivalent, as may be easily seen by examples.
Hence, Aristotle in giving the universals intends the others to be understood
from these. V. lib. 2 l. 4 n. 8Deinde cum dicit: transposita vero nomina etc.,
solvit sextam dubitationem, an propter nominum vel verborum transpositionem
varietur enunciationis significatio. Oritur autem hæc quæstio ex eo, quod
docuit transpositionem negationis variare enunciationis significationem. Aliud
enim dixit significare, omnis homo non est iustus, et aliud, non omnis homo est
iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an similiter contingat circa nominum
transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem varient, sicut negatio
transposita. Et circa hoc duo facit: primo, ponit solutionem dicens, quod
transposita nomina et verba idem significant: verbi gratia, idem significat,
est albus homo, et, est homo albus, ubi est transpositio nominum. Similiter transposita verba idem
significant, ut, est albus homo, et, homo albus est. When he says, When the names
and verbs are transposed, the enunciations signify the same thing, etc., he
resolves a sixth difficulty: whether the signification of the enunciation is
varied because of the transposition of names or verbs. This question arises
from his having shown that the transposition of the negation varies the
signification of the enunciation. "Every man is non-just,” he said, does
not signify the same thing as "Not every man is just.” This raises the
question as to whether a similar thing happens when we transpose names. Would
this vary the enunciation as the transposed negation does? First he states the
solution, saying that transposed names and verbs signify the same thing, e.g.,
"Man is white” signifies the same thing as "White is man.” Transposed
verbs also signify the same thing, as in "Man is white” and "Man
white is.” V. lib. 2 l. 4 n. 9Deinde cum dicit: nam
si hoc non est etc., probat prædictam solutionem ex numero negationum
contradictoriarum ducendo ad impossibile, tali ratione. Si hoc non est, idest
si nomina transposita diversificant enunciationem, eiusdem affirmationis erunt
duæ negationes; sed ostensum est in I libro, quod una tantum est negatio unius
affirmationis; ergo a destructione consequentis ad destructionem antecedentis
transposita nomina non variant enunciationem. Ad probationis autem consequentiæ
claritatem formetur figura, ubi ex uno latere locentur ambæ suprapositæ
affirmationes, transpositis nominibus; et ex altero contraponantur duæ
negativæ, similes illis quoad terminos et eorum positiones. Deinde, aliquantulo
interiecto spatio, sub affirmativis ponatur affirmatio infiniti subiecti, et
sub negativis illius negatio. Et notetur contradictio inter primam affirmationem
et duas negationes primas, et inter secundam affirmationem et omnes tres
negationes, ita tamen quod inter ipsam et infimam negationem notetur
contradictio non vera, sed imaginaria. Notetur quoque contradictio inter
tertiam affirmationem et tertiam negationem inter se. Hoc modo: (Figura). His
ita dispositis, probat consequentiam Aristoteles sic. Illius affirmationis, est albus
homo, negatio est, non est albus homo; illius autem secundæ affirmationis, quæ
est, est homo albus, si ista affirmatio non est eadem illi supradictæ
affirmationi, scilicet, est albus homo, propter nominum transpositionem,
negatio erit altera istarum, scilicet aut, non est non homo albus, aut, non est
homo albus. Sed utraque habet affirmationem oppositam alia ab illa assignatam,
scilicet, est homo albus. Nam altera quidem dictarum negationum, scilicet, non
est non homo albus, negatio est illius quæ dicit, est non homo albus; alia
vero, scilicet, non est homo albus, negatio est eius affirmationis, quæ dicit,
est albus homo, quæ fuit prima affirmatio. Ergo quæcunque dictarum negationum
afferatur contradictoria illi mediæ, sequitur quod sint duæ unius, idest quod
unius negationis sint duæ affirmationes, et quod unius affirmationis sint duæ
negationes: quod est impossibile. Et hoc, ut dictum est, sequitur stante
hypothesi erronea, quod illæ affirmationes sint propter nominum transpositionem
diversæ. Then he proves
the solution from the number of contradictory negations when he says, For if
this is not the case there will be more than one negation of the same
enunciation, etc. He does this by a reduction to the impossible and his
reasoning is as follows. If this is not so, i.e., if transposed names diversify
enunciations, there will be two negations of the same affirmation. But in the
first book it was shown that there is only one negation of one affirmation.
Going, then, from the destruction of the consequent to the destruction of the
antecedent, transposed names do not vary the enunciation. To clarify the proof
of the consequent, make a figure in which both of the affirmations posited
above, with the names transposed are located on one side. Put the two negatives
similar to them in respect to terms and position on the opposite side. Then
leaving a little space, under the affirmatives put the affirmation with an
infinite subject and under the negatives the negation of it. Mark the
contradiction between the first affirmation and the first two negations and
between the second affirmation and all three negations, but in the latter case
mark the contradiction between it and the lowest negation as not true but
imaginary. Mark, also, the contradiction between the third affirmation and
negation. (1) Man is white - contradictories - Man is not white (2) White is
man – contradictories - White is not man (3) Non-man is white - contradictories
- Non-man is not white Now we can see how Aristotle proves the consequent. The
negation of the affirmation "Man is white” is "Man is not white.” But
if the second affirmation, "White is man,” is not the same as "Man is
white,” because of the transposition of the names, its negation, [i.e., of
"White is man”] will be either of these two: "Non-man is not white,”
or "White is not man.” But each of these has another opposed affirmation
than that assigned, namely, than "White is man.” For one of the negations,
namely, "Non-man is not white,” is the negation of "Non-man is
white”; the other, "White is not man” is the negation of the affirmation
"Man is white,” which was the first affirmation. Therefore whatever
negation is given as contradictory to the middle enunciation, it follows that
there are two of one, i.e., two affirmations of one negation, and two negations
of one affirmation, which is impossible. And this, as has been said, follows
upon an erroneously set up hypothesis, i.e., that these affirmations are
diverse because of the transposition of names. 10 Adverte hic primo quod
Aristoteles per illas duas negationes, non est non homo albus, et, non est homo
albus, sub disiunctione sumptas ad inveniendam negationem illius affirmationis,
est homo albus, cæteras intellexit, quasi diceret: aut negatio talis
affirmationis acceptabitur illa quæ est vere eius negatio, aut quæcunque
extranea negatio ponetur; et quodlibet dicatur, semper, stante hypothesi,
sequitur unius affirmationis esse plures negationes, unam veram quæ est
contradictoria suæ comparis habentis nomina transposita, et alteram quam tu ut
distinctam acceptas, vel falso imaginaris; et e contra multarum affirmationum
esse unicam negationem, ut patet in opposita figura. Ex quacunque enim illarum
quatuor incipias, duas sibi oppositas aspicis. Unde notanter concludit
indeterminate: quare erunt duæ unius. Notice first that Aristotle through these
two negations, "Non-man is not white” and "White is not man,” taken
under disjunction to find the negation of the affirmation "Man is white,”
has comprehended other things. It is as though he said: The negation which will
be taken will either be the true negation of such an affirmation or some
extraneous negation; and whichever is taken, it always follows, given the
hypothesis, that there are many negations of one affirmation—one which is the
contradictory of it, having equal truth with the one having its name
transposed, and the other which you accept as distinct, or you imagine falsely.
And conversely, there is a single negation of many affirmations, as is clear in
the diagram. Hence, from whichever of these four you begin, you see two opposed
to it. It is significant, therefore, that Aristotle concludes indeterminately:
Therefore, there will be two [negations] of one [affirmation]. 11 Nota secundo
quod Aristoteles contempsit probare quod contradictoria primæ affirmationis sit
contradictoria secundæ, et similiter quod contradictoria secundæ affirmationis
sit contradictoria primæ. Hoc
enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non possunt simul esse veræ neque
simul falsæ, ut manifeste patet præposito sibi termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo
istæ duæ, Socrates est albus homo, Socrates non est homo albus. Nec turberis
quod eas non singulares proposuit. Noverat enim supra dictum esse in primo quæ
affirmatio et negatio sint contradictoriæ et quæ non, et ideo non fuit
sollicitus de exemplorum claritate. Liquet ergo ex eo quod negationes
affirmationum de nominibus transpositis non sunt diversæ quod nec ipsæ
affirmationes sunt diversæ et sic nomina et verba transposita idem significant.
Note secondly
that Aristotle does not consider it important to prove that the contradictory
of the first affirmation is the contradictory of the second, and similarly that
the contradictory of the second affirmation is the contradictory of the first.
This he accepts as self-evident since they can neither be true at the same time
nor false at the same time. This is manifestly clear when a singular term is
placed first, for "Socrates is a white man” and "Socrates is not a
white man” cannot be maintained at the same time in any mode. You should not be
disturbed by the fact that he does not propose these singulars here, for he was
undoubtedly aware that he had already stated in the first book which
affirmation and negation are contradictories and which not and for this reason
felt that a careful elaboration of the examples was not necessary here. It is
therefore evident that since negations of affirmations with transposed names
are not diverse the affirmations themselves are not diverse, and hence
transposed names and verbs signify the same thing. 12 Occurrit autem dubium
circa hoc, quia non videtur verum quod nominibus transpositis eadem sit affirmatio.
Non enim valet:
omnis homo est animal; ergo omne animal est homo. Similiter, transposito verbo,
non valet: homo est animal rationale; ergo homo animal rationale est, de
secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur, tamen non sequitur primam.
Ad hoc est dicendum quod sicut in rebus naturalibus est duplex transmutatio,
scilicet localis, scilicet de loco ad locum, et formalis de forma ad formam;
ita in enunciationibus est duplex transmutatio, situalis scilicet, quando
terminus præpositus postponitur, et e converso, et formalis, quando terminus,
qui erat prædicatum efficitur subiectum, et e converso vel quomodolibet,
simpliciter et cetera. Et sicut quandoque fit in naturalibus transmutatio pure
localis, puta quando res transfertur de loco ad locum, nulla alia variatione
facta; quandoque autem fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum
variatione formali, sicut quando transit de loco frigido ad locum calidum: ita
in enunciationibus quandoque fit transmutatio pure situalis, quando scilicet nomen
vel verbum solo situ vocali variatur; quandoque autem fit transmutatio situalis
et formalis simul, sicut contingit cum prædicatum fit subiectum, vel cum verbum
tertium adiacens fit secundum. Et quoniam hic intendit Aristoteles de
transmutatione nominum et verborum pure situali, ut transpositionis vocabulum
præsefert, ideo dixit quod transposita nomina et verba idem significant,
insinuare volens quod, si nihil aliud præter transpositionem nominis vel verbi
accidat in enunciatione, eadem manet oratio. Unde patet responsio ad
instantias. Manifestum est namque quod in utraque non sola transpositio fit,
sed transmutatio de subiecto in prædicatum, vel de tertio adiacente in
secundum. Et per hoc patet
responsio ad similia. A doubt does arise, however, about the point Aristotle is
making here, for it does not seem true that with transposed names the
affirmation is the same. This, for example, is not valid: "Every man is an
animal”; therefore, "Every animal is a man.” Nor is the following example
with a transposed verb valid: "Man is a rational animal and (taking
"is” as the second element), therefore "Man animal rational is”; for
although it is nugatory as a whole combination, nevertheless it does not follow
upon the first. The answer to this is as follows. just as there is a twofold
transmutation in natural things, i.e., local, from place to place, and formal,
from form to form, so in enunciations there is a twofold transmutation: a
positional transmutation when a term placed before is placed after, and
conversely, and a formal transmutation when a term that was a predicate is made
a subject, and conversely, or in whatever mode, simply, etc. And just as in
natural things sometimes a purely local transmutation is made (for instance,
when a thing is transferred from place to place, with no other variation made)
and sometimes a transmutation is made according to place—not simply but with a
formal variation (as when a thing passes from a cold place to a hot place), so
in enunciations a transmutation is sometimes made which is purely positional,
i.e., when the name and verb are varied only in vocal position, and sometimes a
transmutation is made which is at once formal and positional, as when the
predicate becomes the subject, or the verb which is the third element added becomes
the second. Aristotle’s purpose here was to treat of the purely positional
transmutation of names and verbs, as the vocabulary of the transposition
indicates; when he says, then, that transposed names and verbs signify the same
thing, he intends to imply that if nothing other than the transposition of name
and verb takes place in the enunciation, what is said remains the same. Hence,
the response to the present objection is clear, for in both examples there is
not only a transposition but a transmutation of subject to predicate in one
case, and from an enunciation with a third element to one with a second element
in the other. The response to similar questions is evident from this. V. 1.
Postquam Aristoteles determinavit diversitatem enunciationis unius provenientem
ex additione negationis infinitatis, hic intendit determinare quid accidat
enunciationi ex hoc quod additur aliquid subiecto vel prædicato tollens eius
unitatem. Et circa hoc duo facit: quia primo, determinat diversitatem earum;
secundo, consequentias earum; ibi: quoniam vero hæc quidem et cetera. Circa
primum duo facit: primo, ponit earum diversitatem; secundo, probat omnes
enunciationes esse plures; ibi: si ergo dialectica et cetera. Dicit ergo quoad primum, resumendo quod in primo
dictum fuerat, quod affirmare vel negare unum de pluribus, vel plura de uno, si
ex illis pluribus non fit unum, non est enunciatio una affirmativa vel
negativa. Et declarando quomodo intelligatur unum debere esse subiectum aut
prædicatum, subdit quod unum dico non si nomen unum impositum sit, idest ex
unitate nominis, sed ex unitate significati. Cum enim plura conveniunt in uno
nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis significatum, tunc solum
vocis unitas est. Cum autem unum nomen
pluribus impositum est, sive partibus subiectivis, sive integralibus, ut eadem
significatione concludat, tunc et vocis et significati unitas est, et
enunciationis unitas non impeditur. After the Philosopher has treated the diversity in an
enunciation arising from the addition of the infinite negation, he explains
what happens to an enunciation when something is added to the subject or
predicate which takes away its unity. He first determines their diversity, and
then proves that all the enunciations are many where he says, In fact, if
dialectical interrogation is a request for an answer, etc. Secondly, he
determines their consequences, where he says, Some things predicated separately
are such that they unite to form one predicate, etc. He begins by taking up
something he said in the first book: there is not one affirmative enunciation
nor one negative enunciation when one thing is affirmed or denied of many or
many of one, if one thing is not constituted from the many. Then he explains
what he means by the subject or predicate having to be one where he says, I do
not use "one” of those things which, although one name may be imposed, do
not constitute something one, i.e., a subject or predicate is one, not from the
unity of the name, but from the unity of what is signified. For when many
things are brought together under one name in such a way that what is signified
by that name is not one, then the unity is only one of vocal sound. But when
one name has been imposed for many, whether for subjective or for integral
parts, so that it encloses them in the same signification, then there is unity
both of vocal sound and what is signified. In the latter case, unity of the
enunciation is not impeded. 2 Secundum quod subiungit: ut homo est fortasse animal et
mansuetum et bipes obscuritate non caret. Potest enim intelligi ut sit exemplum
ab opposito, quasi diceret: unum dico non ex unitate nominis impositi pluribus
ex quibus non fit tale unum, quemadmodum homo est unum quoddam ex animali et
mansueto et bipede, partibus suæ definitionis. Et ne quis crederet quod hæ
essent veræ definitionis nominis partes, interposuit, fortasse. Porphyrius
autem, Boethio referente et approbante, separat has textus particulas, dicens
quod Aristoteles hucusque declaravit enunciationem illam esse plures, in qua
plura subiicerentur uni, vel de uno prædicarentur plura, ex quibus non fit
unum. In istis autem verbis: ut homo est fortasse etc., intendit declarare
enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex quibus fit unum subiiciuntur
vel prædicantur; sicut cum dicitur, homo est animal et mansuetum et bipes,
copula interiecta, vel morula, ut oratores faciunt. Ideo autem addidisse aiunt, fortasse, ut insinuaret
hoc contingere posse, necessarium autem non esse. Then he adds, For example,
man probably is an animal and biped and civilized. This, however, is obscure,
for it can be understood as all example of the opposite, as if he were saying,
"I do not mean by ‘one’ such a ‘one’ as the unity of the name imposed upon
many from which one thing is not constituted, for instance, ‘man’ as ‘one’ from
the parts of the definition, animal and civilized and biped.” And to prevent
anyone from thinking these are true parts of the definition of the name he
interposes perhaps. Porphyry, however, referred to with approval by Boethius,
separates these parts of the text. He says Aristotle first states that that
enunciation is many in which many are subjected to one, or many are predicated
of one, when one thing is not constituted from these. And when he says, For
example, man perhaps is, etc., he intends to show that an enunciation is many
when many from which one thing is constituted are subjected or predicated, as
in the example "Man is an animal and civilized and biped,” with copulas
interjected or a pause such as orators make. He added perhaps, they say, to
imply that this could happen, but it need not. 3 Possumus in eamdem Porphyrii,
Boethii et Alberti sententiam incidentes subtilius textum introducere, ut
quatuor hic faciat. Et primo quidem, resumit quæ sit enunciatio in communi
dicens: enunciatio plures est, in qua unum de pluribus, vel plura de uno
enunciantur. Si tamen ex illis
pluribus non fit unum, ut in primo dictum et expositum fuit. Deinde dilucidat
illum terminum de uno, sive unum, dicens: dico autem unum, idest, unum nomen
voco, non propter unitatem vocis, sed significationis, ut supra dictum est.
Deinde tertio, dividendo declarat, et declarando dividit, quot modis contingit
unum nomen imponi pluribus ex quibus non fit unum, ut ex hoc diversitatem
enunciationis multiplicis insinuet. Et ponit duos modos, quorum prior est,
quando unum nomen imponitur pluribus ex quibus fit unum, non tamen in quantum
ex eis fit unum. Tunc enim, licet materialiter et per accidens loquendo nomen
imponatur pluribus ex quibus fit unum, formaliter tamen et per se loquendo
nomen unum imponitur pluribus, ex quibus non fit unum: quia imponitur eis non
in quantum ex eis est unum, ut fortasse est hoc nomen, homo, impositum ad
significandum animal et mansuetum et bipes, idest, partes suæ definitionis, non
in quantum adunantur in unam hominis naturam per modum actus et potentiæ, sed
ut distinctæ sint inter se actualitates. Et insinuavit quod accipit partes
definitionis ut distinctas per illam coniunctionem, et per illud quoque
adversative additum: sed si ex his unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat
quod ex eis unum fit. Addidit autem, fortasse, quia hoc nomen, homo, non est
impositum ad significandum partes sui definitivas, ut distinctæ sunt. Sed si
impositum esset aut imponeretur, esset unum nomen pluribus impositum ex quibus
non fit unum. Et quia idem iudicium est de tali nomine, et illis pluribus; ideo
similiter illæ plures partes definitivæ possunt dupliciter accipi. Uno modo,
per modum actualis et possibilis, et sic unum faciunt; et sic formaliter loquendo
vocantur plura, ex quibus fit unum, et pronunciandæ sunt continuata oratione,
et faciunt enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale currit. Est
enim ista una sicut et ista, homo currit. Alio modo, accipiuntur prædictæ
definitionis partes ut distinctæ sunt inter se actualitates, et sic non faciunt
unum: ex duobus enim actibus ut sic, non fit unum, ut dicitur VII metaphysicæ;
et sic faciunt enunciationes plures et pronunciandæ sunt vel cum pausa, vel
coniunctione interposita, dicendo, homo est animal et mansuetum et bipes; sive,
homo est animal, mansuetum, bipes, rhetorico more. Quælibet enim istarum est
enunciatio multiplex. Et similiter ista, Socrates est homo, si homo est
impositum ad illa, ut distinctæ actualitates sunt, significandum. Secundus
autem modus, quo unum nomen impositum est pluribus ex quibus non fit unum,
subiungitur, cum dicit: ex albo autem et homine et ambulante etc., idest, alio
modo hoc fit, quando unum nomen imponitur pluribus, ex quibus non potest fieri
unum, qualia sunt: homo, album, et ambulans. Cum enim ex his nullo modo possit
fieri aliqua una natura, sicut poterat fieri ex partibus definitivis, clare
liquet quod nomen aliquod si eis imponeretur, esset nomen non unum significans,
ut in primo dictum fuit de hoc nomine, tunica, imposito homini et equo. While agreeing with the
opinion of Porphyry, Boethius, and Albert, we think a more subtle construction
can be made of the text. According to it Aristotle makes four points here.
First, he reviews what an enunciation is in general when he says, The enunciation
is many in which one is enunciated of many or many of one, unless from the many
something one is constituted... as he stated and explained in the first book.
Secondly, he clarifies the term "one,” when he says, I do not use
"one” of those things, etc., i.e., I call a name one, not by reason of the
unity of vocal sound, but of signification, as was said above. Thirdly, he
manifests (by dividing) and divides (by manifesting) the number of ways in
which one name may be imposed on many things from which one thing is not
constituted. From this he implies the diversity of the multiple enunciation.
And he posits two ways in which one name may be imposed on many things from
which one thing is not constituted: first, when one name is imposed upon many
things from which one thing is constituted but not as one thing is constituted
from them. In this case, materially and accidentally speaking, the name is
imposed on many from which one thing is constituted, but it is formally and per
se imposed on many from which one thing is not constituted; for it is not
imposed upon them in the respect in which they constitute one thing; as perhaps
the name "man” is imposed to signify animal and civilized and biped (i.e.,
parts of its definition) not as they are united in the one nature of man in the
mode of act and potency, but as they are themselves distinct actualities.
Aristotle implies that he is taking these parts of the definition as distinct
by the conjunctions and by also adding adversatively, but if there is something
one formed from these, Neither the Greek nor the Latin text of Aristotle has
the "if” that Cajetan puts into this phrase.The correct reading is
"...but there is something one formed from these.” Close as if to say, "when
however it holds that one thing is constituted from these.” He adds perhaps
because the name "man” is not imposed to signify its definitive parts as
they are distinct. But if it had been so imposed or were imposed, it would be
one name imposed on many things from which no one thing is constituted. And
since the judgment with respect to such a name and those many things is the
same, the many definitive parts can also be taken in two ways: first, in the
mode of the actual and possible, and thus they constitute one thing, and
formally speaking are called many from which one thing is constituted, and they
are to be pronounced in continuous speech and they make one enunciation, for
example, "A mortal rational animal is running.” For this is one
enunciation, just as is "Man is running.” In the second way, the foresaid
parts of the definition are taken as they are distinct actualities, and thus
they do not constitute one thing, for one thing is not constituted from two
acts as such, as Aristotle says in VII Metaphysicæ [13: 1039a 5]. In this case
they constitute many enunciations and are pronounced either with conjunctions
interposed or with a pause in the rhetorical manner, for example, "Man is
an animal and civilized and biped” or "Man is an animal–civilized–biped.”
Each of these is a multiple enunciation. And so is the enunciation,
"Socrates is a man” if "man” is imposed to signify animal, civilized,
and biped as they are distinct actualities. Aristotle takes up the second way
in which one name is imposed on many from which one thing is not constituted
where he says, whereas from "white” and "man” and "walking”
there is not [something one formed]. Since in no way can any one nature be
constituted from "man,” white,” and "walking” (as there can be from
the definitive parts), it is evident that if a name were imposed on these it
would be a name that does not signify one thing, as was said in the first book
of the name "cloak” imposed for man and horse. 4 Habemus ergo enunciationis
pluris seu multiplicis duos modos, quorum, quia uterque fit dupliciter,
efficiuntur quatuor modi. Primus est, quando subiicitur vel prædicatur unum
nomen impositum pluribus, ex quibus fit unum, non in quantum sunt unum;
secundus est, quando ipsa plura ex quibus fit unum, in quantum sunt distinctæ
actualitates, subiiciuntur vel prædicantur; tertius est, quando ibi est unum
nomen impositum pluribus ex quibus non fit unum; quartus est, quando ista plura
ex quibus non fit unum, subiiciuntur vel prædicantur. Et notato quod cum
enunciatio secundum membra divisionis illius, qua divisa est, in unam et
plures, quadrupliciter variari possit, scilicet cum unum de uno prædicatur, vel
unum de pluribus, vel plura de uno, vel plura de pluribus; postremum sub
silentio præterivit, quia vel eius pluralitas de se clara est, vel quia, ut
inquit Albertus, non intendebat nisi de enunciatione, quæ aliquo modo una est,
tractare. Demum concludit totam sententiam, dicens: quare nec si aliquis
affirmet unum de his pluribus, erit affirmatio una secundum rem: sed vocaliter
quidem erit una, significative autem non una, sed multæ fient affirmationes. Nec si e converso de uno ista plura affirmabuntur,
fiet affirmatio una. Ista namque, homo est albus, ambulans et musicus, importat tres
affirmationes, scilicet, homo est albus et est ambulans et est musicus, ut
patet ex illius contradictione. Triplex enim negatio illi opponitur correspondens triplici affirmationi
positæ. We have, therefore, two modes of the many (i.e., the multiple
enunciation) and since both are constituted in two ways, there will be four
modes: first, when one name imposed on many from which one thing is constituted
is subjected or predicated as though the name stands for many; the second, when
the many from one which one thing is constituted are subjected or predicated as
distinct actualities; the third, when one name is imposed for a many from which
nothing one is constituted; the fourth, when many which do not constitute one
thing are subjected or predicated. Note that the enunciation, according to the
members of the division by which it has been divided into one and many, can be
varied in four ways, i.e., one is predicated of one, one of many, many of one,
and many of many. Aristotle has not spoken of the last one, either because its
plurality is clear enough or because, as Albert says, he only intends to treat
of the enunciation which is one in some way. Finally [fourthly], he concludes
with this summary: Consequently, if someone affirms something one of these
latter there will not be one affirmation according to the thing: vocally it
will be one; significatively, it will not be one, but many. And conversely, if
the many are affirmed of one subject, there will not be one affirmation. For
example, "Man is white, walking, and musical” implies three affirmations,
i.e., "Man is white” and "is walking” and "is musical,” as is
clear from its contradiction, for a threefold negation is opposed to it,
corresponding to the threefold affirmation. 5 Deinde cum dicit: si ergo
dialectica etc., probat a posteriori supradictas enunciationes esse plures.
Circa quod duo facit: primo, ponit rationem ipsam ad hoc probandum per modum
consequentiæ; deinde probat antecedens dictæ consequentiæ; ibi: dictum est
autem de his et cetera. Quoad primum talem rationem inducit. Si interrogatio
dialectica est petitio responsionis, quæ sit propositio vel altera pars
contradictionis, nulli enunciationum supradictarum interrogative formatæ erit
responsio una; ergo nec ipsa interrogatio est una, sed plures. Cuius rationis
primo ponit antecedens: si ergo et cetera. Ad huius intelligendos terminos nota
quod idem sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim dicitur, cælum est animatum, in quantum
enunciat prædicatum de subiecto, enunciatio vocatur; in quantum autem quærendo
proponitur, interrogatio; ut vero quæsito redditur, responsio appellatur. Idem
ergo erit probare non esse responsionem unam, et interrogationem non esse unam,
et enunciationem non esse unam. Adverte secundo interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem
contradictionis eligendam proponens; et hæc vocatur dialectica, quia
dialecticus habet viam ex probabilibus ad utramque contradictionis partem
probandam. Altera vero determinatam ad unum
responsionem exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod
demonstrator in unum determinate tendit. Considera ulterius quod interrogationi
dialecticæ dupliciter responderi potest. Uno modo, consentiendo interrogationi,
sive affirmative sive negative; ut si quis petat, cælum est animatum? Et respondeatur, est; vel, Deus
non movetur? Et respondeatur, non: talis responsio vocatur propositio. Alio modo, potest responderi interimendo; ut si quis
petat, cælum est animatum? Et respondeatur, non; vel Deus non movetur? Et
respondeatur, movetur: talis responsio vocatur contradictionis altera pars, eo
quod affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio ergo
dialectica est petitio annuentis responsionis, quæ est propositio, vel
contradicentis, quæ est altera pars contradictionis secundum supradictam
Boethii expositionem. Then when he
says, In fact, if dialectical interrogation is a request for an answer, etc.,
he proves a posteriori that the foresaid enunciations are many. First he states
an argument to prove this by way of the consequent; then he proves the
antecedent of the given consequent where he says, But we have spoken about
these things in the Topics, etc. Now if dialectical questioning is a request
for an answer, either a proposition or one part of a contradiction, none of the
foresaid enunciations, put in the form of a question, will have one answer.
Therefore, the question is not one, but many. Aristotle first states the
antecedent of the argument, if dialectical interrogation is a request for an
answer, etc. To understand this it should be noted that an enunciation, a
question, and an answer sound the same. For when we say, "The region of
heaven is animated,” we call it an enunciation inasmuch as it enunciates a
predicate of a subject, but when it is proposed to obtain an answer we call it
an interrogation, and as applied to what was asked we call it a response.
Therefore, to prove that there is not one response or one question or one
enunciation will be the same thing. It should also be noted that interrogation
is twofold. One proposes either of the two parts of a contradiction to choose
from. This is called dialectical interrogation because the dialectician knows
the way to prove either part of a contradiction from probable positions. The
other kind of interrogation seeks one determinate response. This is the demonstrative
interrogation, for the demonstrator proceeds determinately toward a single
alternative. Note, finally, that it is possible to reply to a dialectical
question in two ways. We may consent to the question, either affirmatively or
negatively; for example, when someone asks, "Is the region of heaven
animated,” we may respond, "It is,” or to the question "Is not God
moved,” we may say, "No.” Such a response is called a proposition. The
second way of replying is by destroying; for example, when someone asks "Is
the region of heaven animated?” and we respond, "No,” or to the question,
"Is not God moved?” we respond, "He is moved.” Such a response is
called the other part of a contradiction, because a negation is given to an
affirmation and an affirmation to a negation. Dialectical interrogation, then,
according to the exposition just given, which is that of Boethius, is a request
for the admission of a response which is a proposition, or which is one part of
a contradiction. 6 Deinde subdit
probationem consequentiæ, cum ait: propositio vero unius contradictionis est et
cetera. Ubi notandum est quod si responsio dialectica posset esse plures, non
sequeretur quod responsio enunciationis multiplicis non posset esse dialectica;
sed si responsio dialectica non potest esse nisi una enunciatio, tunc recte
sequitur quod responsio enunciationis pluris, non est responsio dialectica, quæ
una est. Notandum etiam quod si enunciatio aliqua plurium contradictionum pars
est, una non esse comprobatur: una enim uni tantum contradicit. Si autem unius
solum contradictionis pars est, una est eadem ratione, quia scilicet unius
affirmationis unica est negatio, et e converso. Probat ergo Aristoteles
consequentiam ex eo quod propositio, idest responsio dialectica unius
contradictionis est, idest una enunciatio est affirmativa vel negativa. Ex hoc
enim, ut iam dictum est, sequitur quod nullius enunciationis multiplicis sit
responsio dialectica, et consequenter nec una responsio sit. Nec prætereas quod
cum propositionem, vel alteram partem contradictionis, responsionemque
præposuerit dialecticæ interrogationis, de sola propositione subiunxit, quod
est una; quod ideo fecit, quia illius alterius vocabulum ipsum unitatem
præferebat. Cum enim alteram contradictionis partem audis, unam affirmationem
vel negationem statim intelligis. Adiunxit autem antecedenti ly ergo, vel
insinuans hoc esse aliunde sumptum, ut postmodum in speciali explicabit, vel,
permutato situ, notam consequentiæ huius inter antecedens et consequens
locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur, si ergo Socrates currit,
movetur; pro eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo movetur. Sequitur
deinde consequens: non erit una responsio ad hoc; et infert principalem
conclusionem subdens, quod neque una erit interrogatio et cetera. Si enim responsio non potest esse una, nec
interrogatio ipsa una erit. He adds the proof of the consequent when he says, and a proposition is a
part of one contradiction. In relation to this it should be noted that if a
dialectical response could be many, it would not follow that a response to a
multiple enunciation would not be dialectical. However, if the dialectical
response can only be one enunciation then it follows that a response to a
plural enunciation is not a dialectical response, for it is one [i.e., it
inclines to one part of a contradiction at a time]. It should also be noted
that if an enunciation is a part of many contradictions, it is thereby proven
not to be one, for one contradicts only one. But if an enunciation is a part of
only one contradiction, it is one by the same reasoning, i.e., because there is
only one negation of one affirmation, and conversely. Hence Aristotle proves
the consequent from the fact that the proposition, i.e., the dialectical
response, is a part of one contradiction, i.e., it is one affirmative or one
negative enunciation. It follows from this, as has been said, that there is no
dialectical response of a multiple enunciation, and consequently not one
response. It should not be overlooked that when he designates a proposition or
one part of a contradiction as the response to a dialectical interrogation, it
is only of the proposition that he adds that it is one, because the very
wording shows the unity of the other. For when you hear one part of a
contradiction, you immediately understand one affirmation or negation. He puts
the "therefore” with the antecedent, either implying that this is taken
from another place and he will explain in particular afterward, or having
changed the structure, he places the sign of the consequent, which should be
between the antecedent and consequent before the antecedent, as when one says,
"Therefore if Socrates runs, he is moved,” for "If Socrates runs,
therefore he is moved.” Then the consequent follows: there will not be one
answer to this, etc.; and the inference of the principal conclusion, for there
would not be a single question. For if the response cannot be one, the question
will not be one. 7 Quod autem addidit: nec si sit vera, eiusmodi est. Posset
aliquis credere, quod licet interrogationi pluri non possit dari responsio una,
quando id de quo quæstio fit non potest de omnibus illis pluribus affirmari vel
negari (ut cum quæritur, canis est animal? Quia non potest vere de omnibus
responderi, est, propter cæleste sidus, nec vere de omnibus responderi, non
est, propter canem latrabilem, nulla possit dari responsio una); attamen quando
id quod sub interrogatione cadit potest vere de omnibus affirmari aut negari,
tunc potest dari responsio una; ut si quæratur, canis est substantia? Quia
potest vere de omnibus responderi, est, quia esse substantiam omnibus canibus
convenit, unica responsio dari possit. Hanc erroneam existimationem removet
dicens: nec si sit vera, idest, et dato quod responsio data enunciationi
multiplici de omnibus verificetur, nihilominus non est una, quia unum non
significat, nec unius contradictionis est pars, sed plures responsio illa habet
contradictorias, ut de se patet. He adds, even if there is a true answer,
because someone might think that although one response cannot be given to a
plural interrogation when the question concerns something that cannot be
affirmed or denied of all of the many (for example, when someone asks, "Is
a dog an animal?” no one response can be given, for we cannot truly say of
every dog that it is an animal because of the star by that name; nor can we
truly say of every dog that it is not an animal, because of the barking dog),
nevertheless one response could be given when that which falls tinder the
interrogation can be truly said of all. For example, when someone asks,
"Is a dog a substance?” a single response can be given because it can
truly he said of every dog that it is a substance, for to be a substance
belongs to all dogs. Aristotle adds the phrase, even if there is a true answer,
to remove such an erroneous judgment. For even if the response to the multiple
enunciation is verified of all, it is nonetheless not one, since it does not
signify one thing, nor is it a part of one contradiction. Rather, as is
evident, this response has many contradictories. 8 Deinde cum dicit: dictum est
autem de his in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate
eorum quæ dicta sunt in Topicis; secundo, a signo. Et circa hoc duo facit.
Primo, ponit ipsum signum, dicens: quod similiter etc., cum auctoritate
topicorum, manifestum est, scilicet, antecedens assumptum, scilicet quod
dialectica interrogatio est petitio responsionis affirmativæ vel negativæ. Quoniam nec ipsum quid est,
idest ex eo quod nec ipsa quæstio quid est, est interrogatio dialectica: verbi
gratia; si quis quærat, quid est animal? Talis non quærit dialectice. Deinde
subiungit probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid est, non est quæstio
dialectica; et intendit quod quia interrogatio dialectica optionem respondenti
offerre debet, utram velit contradictionis partem, et ipsa quæstio quid est
talem libertatem non proponit (quia cum dicimus, quid est animal? Respondentem
ad definitionis assignationem coarctamus, quæ non solum ad unum determinata
est, sed etiam omni parte contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse
dicat); ideo ipsa quæstio quid est, non est dialectica interrogatio. Unde
dicit: oportet enim ex data, idest ex proposita interrogatione dialectica, hunc
respondentem eligere posse utram velit contradictionis partem, quam
contradictionis utramque partem interrogantem oportet determinare, idest
determinate proponere, hoc modo: utrum hoc animal sit homo an non: ubi
evidenter apparet optionem respondenti offerri. Habes ergo pro signo cum
quæstio dialectica petat responsionem propositionis, vel alterius
contradictionis partem, elongationem quæstionis quid est a quæstionibus
dialecticis. Where he says,
But we have spoken about these things in the Topics, etc., he proves the
antecedent in two ways. First, he proves it on the basis of what was said in
the Topics; secondly, by a sign. The sign is given first where he says,
Similarly it is clear that the question "What is it?” is not a dialectical
one, etc. That is, given the doctrine in the Topics, it is clear (i.e.,
assuming the antecedent that the dialectical interrogation is a request for an
affirmative or negative response) that the question "What is it?” is not a
dialectical interrogation, e.g., when someone asks, "What is an animal?”
he does not interrogate dialectically. Secondly, he gives the proof of what was
assumed, namely, that the question "What is it?” is not a dialectical
question. He states that a dialectical interrogation must offer to the one
responding the option of whichever part of the contradiction he wishes. The
question "What is it?” does not offer such liberty, for in saying
"What is an animal?” the one responding is forced to assign a definition,
and a definition is not only determined to one but is also entirely devoid of
contradiction, since it affirms neither being nor non-being. Therefore, the
question "What is it?” is not a dialectical interrogation. Whence he says,
For the dialectical interrogation must provide, i.e., from the proposed
dialectical interrogation the one responding must be able to choose whichever
part of the contradiction he wishes, which parts of the contradiction the
interrogator must specify, i.e., he must propose the question in this way:
"Is this animal man or not?” wherein the wording of the question clearly
offers an option to the one answering. Therefore, you have as a sign that a
dialectical question is seeking a response of a proposition or of one part of a
contradiction, the setting apart of the question "What is it?” from
dialectical questions. VI. 1 Postquam declaravit diversitatem multiplicis
enunciationis, intendit determinare de earum consequentiis. Et circa hoc duo
facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda incipit; ibi: verum
autem est dicere et cetera. Circa primum tria facit: primo, proponit
quæstionem; secundo, ostendit rationabilitatem quæstionis; ibi: si enim quoniam
etc.; tertio, solvit eam; ibi: eorum igitur et cetera. Est ergo dubitatio
prima: quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur enunciatio, in qua
illamet unita prædicantur de eodem, et ex aliquibus non. Unde hæc diversitas oritur?
Verbi gratia; ex istis, Socrates est animal et est bipes; sequitur, ergo
Socrates est animal bipes; et similiter ex istis, Socrates est homo et est
albus; sequitur, ergo Socrates est homo albus. Ex illis vero, Socrates est bonus,
et est citharoedus; non sequitur, ergo est bonus citharoedus. Unde proponens
quæstionem inquit: quoniam vero hæc, scilicet prædicta, ita prædicantur
composita, idest coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra prædicantur,
idest, ut ex eis extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero prædicata
non sunt talia, quæ est inter differentia; unde talis innascitur diversitas? Et
subdit exempla iam adducta, et ad propositum applicata: quorum primum continet
prædicata ex quibus fit unum per se, scilicet, animal et bipes, genus et
differentia; secundum autem prædicata ex quibus fit unum per accidens,
scilicet, homo albus; tertium vero prædicata ex quibus neque unum per se neque
unum per accidens inter se fieri sequitur; ut, citharoedus et bonus, ut
declarabitur. Having explained
the diversity of the multiple enunciation Aristotle now proposes to determine
the consequences of this. He treats this in relation to two questions which he
solves. The second begins where he says, On the other hand, it is also true to
say predicates of something singly, etc. With respect to the other question,
first he proposes it, then he shows that the question is a reasonable one where
he says, For if we hold that whenever each is truly said of a subject, both
together must also be true, many absurdities will follow, etc. Finally, he
solves it where he says, Those things that are predicated—taken in relation to
that to which they are joined in predication, etc. The first question is this:
Why is it that from some things predicated divisively of a subject an
enunciation follows in which they are predicated of the same subject unitedly,
and from others not? What is the reason for this diversity? For example, from
"Socrates is an animal and he is biped” follows, "Therefore, Socrates
is a biped animal”; and similarly, from "Socrates is a man and he is
white” follows, "Therefore, Socrates is a white man.” But from
"Socrates is good and he is a lute player,” the enunciation, "Therefore,
he is a good lute player” does not follow. Hence in proposing the question
Aristotle says, Some things, i.e., predicates, are so predicated when combined,
that there is one predicate from what is predicated separately, i.e., from some
things that are predicated separately, a united predication is made but from
others this is riot so. What is the difference between these; whence does such
a diversity arise? He adds the examples which we have already cited and applied
to the question. Of these examples, the first contains predicates from which
something one per se is formed, i.e., "animal” and "biped,” a genus
and difference; the second contains predicates from which something
accidentally one is formed, namely, "white man”; the third contains
predicates from which neither one per se nor one accidentally is formed,
"lute player” and "good,” as will be explained. V. lib. 2 l. 6 n.
2Deinde cum dicit: si enim quoniam etc., declarat veritatem diversitatis
positæ, ex qua rationabilis redditur quæstio: si namque inter prædicata non
esset talis diversitas, irrationabilis esset dubitatio. Ostendit autem hoc
ratione ducente ad inconveniens, nugationem scilicet. Et quia nugatio duobus
modis committitur, scilicet explicite et implicite; ideo primo deducit ad
nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: amplius, si Socrateset
cetera. Ait ergo quod si nulla est inter quæcumque prædicata differentia, sed
de quolibet indifferenter censetur quod quia alterutrum separatum dicitur, quod
utrumque coniunctim dicatur, multa inconvenientia sequentur. De aliquo enim homine, puta
Socrate, verum est separatim dicere quod, homo est, et albus est; quare et
omne, idest et coniunctim dicetur, Socrates est homo albus. Rursus et de eodem
Socrate potest dici separatim quod, est homo albus, et quod, est albus; quare
et omne, idest, igitur coniunctim dicetur, Socrates est homo albus albus: ubi
manifesta est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum dicas separatim quod,
est homo albus albus, verum dices et congrue quod est albus, et secundum hoc,
si iterum hoc repetes separatim, a veritate simili non discedes, et sic in
infinitum sequetur, Socrates est homo albus, albus, albus in infinitum. Simile
quod ostenditur in alio exemplo. Si quis de Socrate dicat quod, est musicus,
albus, ambulans, cum possit et separatim dicere quod, est musicus, et quod, est
albus, et quod, est ambulans; sequetur, Socrates est musicus, albus, ambulans,
musicus, albus, ambulans. Et
quia pluries separatim, in eodem tamen tempore, enunciari potest, procedit
nugatio sine fine. Deinde deducit ad implicitam nugationem, dicens, cum de
Socrate vere dici possit separatim quod, est homo, et quod, est bipes, si
coniunctim inferre licet, sequetur quod, Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes
enim circumloquens differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis
ratione. Unde ponendo loco hominis suam rationem (quod fieri licet, ut docet
Aristoteles II topicorum), apparebit manifeste nugatio. Dicetur enim: Socrates
est homo, idest, animal bipes, bipes. Quoniam ergo plurima inconvenientia
sequuntur si quis ponat complexiones, idest, adunationes prædicatorum fieri
simpliciter, idest, absque diversitate aliqua, manifestum est ex dictis;
quomodo autem faciendum est, nunc, idest, in sequentibus dicemus. Et nota quod
iste textus non habetur uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia
non discrepat, legat quicunque ut vult. When he says, For if we hold that whenever each is
truly said of a subject, both together must also be true, etc., he shows that
there truly is such a diversity among predicates and in so doing renders the
question reasonable, for if there were not such a diversity among predicates
the question would be pointless. He shows this by reasoning lead-ing to an
absurdity, i.e., to something nugatory. Now, something nugatory is effected in
two ways, explicitly and implicitly. Therefore, he first makes a deduction to
the explicitly nugatory, secondly to the implicitly, where he says,
Furthermore, if Socrates is Socrates and a man, Socrates is a Socrates man,
etc. If, he says, there is no difference between predicates, and it is supposed
of any of them indifferently that because both are said separately both may he
said conjointly, many absurdities will follow. For of some man, say Socrates,
it is true to say separately that he is a man and he is white; therefore both
-together, i.e., we may also say conjointly, "Socrates is a white man.”
Again, of the same Socrates we can say separately that he is a white man and
that he is white, and both together, i.e., therefore conjointly, "Socrates
is a white white man.” Here the nugatory expression is evident. Further, if of
the same Socrates that you again say separately is a white white man it will be
true and consistent to say that he is white, and according to this, if again
repeating this separately, you will not deviate from a similar truth, and this
will follow to infinity, then Socrates is a white white white man to infinity.
The same thing can be shown by another example, If someone says of Socrates
that he is musical, white, and walking, since it is also possible to say
separately that he is musical, and that he is white, and that he is walking, it
will follow that Socrates is musical, white, walking, musical, white, walking.
And since these can be enunciated many times separately, yet at the same time,
the nugatory statement proceeds without end. Then he makes a deduction to the
implicitly nugatory. Since it can be truly said of Socrates separately that he
is man and that he is biped, it will follow that Socrates is a biped man, if it
is licit to infer conjointly. This is implicitly nugatory because the
"biped,” which indirectly expresses the difference of man in act and in
understanding, is included in the notion of man. Hence, if we posit the
definition of man in place of "man” (which it is licit to do, as Aristotle
teaches in II Topicorum [2: 110a 5]) the nugatory character of the enunciation
will be evident, for when we say "Socrates is a biped man,” we are saying
"Socrates is a biped biped animal.” From what has been said it is evident
that many absurdities follow if anyone proposes that combinations, i.e., unions
of predicates, be made simply, i.e., without any distinction. Now, i.e., in
what follows, we will state how this must be settled. This particular text is
not uniformly worded in the manuscripts, but since no discrepancy of thought is
involved one may read it as he wishes. 3 Deinde cum dicit: eorum igitur etc.,
solvit propositam quæstionem. Et circa hoc duo facit: primo, respondet
instantiis in ipsa propositione quæstionis adductis; secundo, satisfacit
instantiis in probatione positis; ibi: amplius nec quæcumqueet cetera. Circa primum duo facit: primo namque, declarat
veritatem; secundo, applicat ad propositas instantias; ibi: quocirca et cetera.
Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum sive subiectorum
plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per se. Si per
accidens, hoc dupliciter contingit, vel quia ambo dicuntur per accidens de uno
tertio, vel quia alterum de altero mutuo per accidens prædicatur. Quando illa
plura divisim prædicata sunt per accidens quovis modo, ex eis non sequitur
coniunctim prædicatum; quando autem sunt per se, tum ex eis sequitur coniuncte
prædicatum. Unde continuando se ad præcedentia ait: eorum igitur quæ
prædicantur, et de quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque dicuntur secundum
accidens (et per hoc innuit oppositum membrum, scilicet per se), vel de eodem,
idest accidentaliter concurrunt ad unius tertii denominationem, vel alterutrum
de altero, idest accidentaliter mutuo se denominant (et per hoc ponit membra
duplicis divisionis), hæc, scilicet plura per accidens, non erunt unum, idest
non inferent prædicationem coniunctam. When he says, Those things that are predicated—taken
in relation to that to which they are joined in predication, etc., he solves
the proposed question. First he makes an answer with respect to the instances
cited in proposing the question; secondly, he solves the problem as related to
the instances posited in his proof where he says, Furthermore, predicates that
are present in one another cannot be combined simply. In relation to the first
answer, he states the true position first and then applies it to the instances
where he says, This is the reason "good” and "shoemaker” cannot be
combined simply, etc. He settles the question with this distinction: there are
two kinds of multiple predicates and subjects. Some are accidental, some per
se. If they are accidental this occurs in two ways, either because both are
said accidentally of a third thing or because they are predicated of each other
accidentally. Now when the many predicated divisively are in any way
accidental, a conjoined predicate does not follow from them; but when they are
per se, a conjoined predicate does follow from them. In answering the question,
therefore, Aristotle connects what he is saying with what has gone before: Of
those things that are predicated and those of which they are predicated, i.e.,
subjects, whichever are said accidentally (by which he intimates the opposite
member, i.e., per se), either of the same subject, i.e., they unite
accidentally for the denomination of one third thing, or of one another, i.e.,
they denominate each other accidentally (and by this he posits the members of a
two-fold division), these (i.e., these many accidentally) will not be one,
i.e., do not produce a conjoined predication. 4 Et explanat utrumque horum
exemplariter. Et primo, primum, quando scilicet illa plura per accidens
dicuntur de tertio, dicens: ut si homo albus est et musicus divisim. Sed non
est idem, idest non sequitur adunatim, ergo homo est musicus albus. Utraque enim
sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando solum illa plura
per accidens de se mutuo prædicantur, subdens: nec si album musicum verum est
dicere, idest, et etiamsi de se invicem ista prædicantur per accidens ratione
subiecti in quo uniuntur, ut dicatur, homo est albus, et est musicus, et album
est musicum, non tamen sequitur quod album musicum unite prædicetur, dicendo,
ergo homo est albus musicus. Et causam assignat, quia album dicitur de musico per accidens, et e
converso. He explains both of these by examples. First, the many said
accidentally of a third; for example, man is white and musical divisively. But
they are not the same, i.e., it does not follow unitedly that "Man is
musical white” for both are accidental to the same third thing. Then he
explains the second member by an example. In it the many are predicated only of
one another. Even if it were true to say white is musical, i.e., even if these
are predicated accidentally of each other by reason of the subject in which
they are united, so that we may say "Man is white and he is musical, and
white is musical,” it still does not follow that "musical white” is
predicated as a unity when we say, "Therefore, man is musical white.” He
gives as the cause of this that "white” is said of "musical”
accidentally and conversely. 5 Notandum est hic quod cum duo membra per
accidens enumerasset, unico tamen exemplo utrumque membrum explanavit, ut
insinuaret quod distinctio illa non erat in diversa prædicata per accidens, sed
in eadem diversimode comparata; album enim et musicum, comparata ad hominem,
sub primo cadunt membro; comparata autem inter se, sub secundo. Diversitatem
ergo comparationis pluralitate membrorum, identitatem autem prædicatorum
unitate exempli astruxit. It must be noted here that although he has enumerated
two accidental members, he explains both members by this single example so as
to imply that the distinction is not one of different accidental predicates,
but of the same predicates compared in different ways. "White” and
"musical” compared to "man” fall under the first member, but compared
with each other, under the second. Hence he has provided diversity of
comparison by the plurality of the members, but identity of predicates by the
unity of the example. 6 Advertendum est ulterius, ad evidentiam divisionis
factæ in littera, quod, secundum accidens, potest dupliciter accipi. Uno modo,
ut distinguitur contra perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic:
quoniam cum dicitur plura prædicata secundum accidens, aut ly secundum accidens
determinaret coniunctionem inter se, et sic manifeste esset falsa regula;
quoniam inter prima prædicata, animal bipes, seu, animal rationale, est
prædicatio secundum accidens hoc modo (differentia enim in nullo modo
perseitatis prædicatur de genere, et tamen Aristoteles in textu dicit ea non
esse prædicata per accidens, et asserit quod est optima illatio, est animal et
bipes, ergo est animal bipes); aut determinaret coniunctionem illarum ad
subiectum, et sic etiam inveniretur falsitas in regula: bene namque dicitur,
paries est coloratus, et est visibilis, et tamen coloratum visibile non per se
inest parieti. Alio modo, accipitur ly secundum accidens, ut distinguitur
contra hoc quod dico, ratione sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat,
quod, per aliud: et hoc modo accipitur hic. Quæcunque enim sunt talis naturæ
quod non ratione sui iunguntur, sed propter aliud, ab illatione coniuncta
deficere necesse est, ex eo quod coniuncta illatio unum alteri substernit, et
ratione sui ea adunata denotat ut potentiam et actum. Est ergo sensus
divisionis, quod prædicatorum plurium, quædam sunt per accidens, quædam per se,
idest, quædam adunantur inter se ratione sui, quædam propter aliud. Ea quæ per
se uniuntur inferunt coniunctum, ea autem quæ propter aliud, nequaquam. To make
this division evident it must also be noted that accidentally can be taken in
two ways. It may be taken as it is distinguished from "posterioristic
perseity.” This is not the way it is taken here, for "many predicates
accidentally” would then mean that the "accidentally” determines a
conjunction between predicates, and thus the rule would clearly be false, for
the first predicates he gave as examples are predicated accidentally in this way,
namely, "biped animal,” or "rational animal” (for a difference is not
predicated of a genus in any mode of perseity, and yet Aristotle says in the
text that these are not predicated accidentally, and has asserted that "He
is an animal and biped, therefore he is a biped animal” is a good inference).
Or it would mean that the "accidentally” determines a conjunction of the
predicates with the subject, and thus also the rule would be false, for it is
valid to say, "The wall is colored and it is visible,” yet visible colored
is not per se in the wall. Accidentally” taken in the second way is
distinguished from what I call "on its own account,” i.e., not because of
something else; "accidentally” then means "through another.” This is
the way it is taken here, for whatever are of such a nature that they are
joined because of something else, and not on their own account, do not admit of
conjoined inference, because a conjoined inference subjects one to the other,
and denotes the things united on their own account as potency and act.
Therefore, the sense of the division is this: of many predicates, some are
accidental, some per se, i.e., some are united among themselves on their own
account, some on account of another. Those that are per se united infer
conjointly; those that are united on account of another do not infer conjointly
in any way. 7 Deinde cum dicit: quocirca nec citharoedusetc., applicat
declaratam veritatem ad partes quæstionis. Et primo, ad secundam partem, quia
scilicet non sequitur: est bonus et est citharoedus; ergo est bonus
citharoedus, dicens: quocirca nec citharoedus bonus etc.; secundo, ad aliam
partem quæstionis, quare sequebatur: est animal et est bipes; ergo est animal
bipes: et ait: sed animal bipes et cetera. Et subiungit huius ultimi dicti
causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata secundum accidens coniuncta
inter se aut in tertio, sed per se. Et per hoc explanavit alterum membrum primæ divisionis,
quod adhuc positum non fuerat explicite. Adverte quod Aristoteles, eamdem
tenens sententiam de citharoedo et bono et musico et albo, conclusit quod album
et musicum non inferunt coniunctum prædicatum; ideo nec citharoedus et bonus
inferunt citharoedus bonus simpliciter, idest coniuncte. Est autem ratio dicti,
quia licet musica et albedo dissimiles sint bonitati et arti citharisticæ in
hoc, quod bonitas nata est denominare et subiectum tertium, puta hominem et
ipsam artem citharisticam (propter quod falsitas manifeste cernitur, quando
dicitur: est bonus et citharoedus; ergo bonus citharoedus), musica vero et albedo
subiectum tertium natæ sunt denominare tantum, et non se invicem (propter quod
latentior est casus cum proceditur: est albus et est musicus; ergo est musicus
albus), licet, inquam, in hoc sint dissimiles, et propter istam
dissimilitudinem processus Aristotelis minus sufficiens videatur; attamen
similes sunt in hoc quod, si servetur identitas omnimoda prædicatorum quam
servari oportet, si illamet divisa debent inferri coniunctim, sicut musica non
denominat albedinem, neque contra, ita nec bonitas, de qua fit sermo, cum
dicitur, homo est bonus, denominat artem citharisticam, neque e converso. Cum
enim bonum sit æquivocum, licet a consilio, alia ratione dicitur de perfectione
citharoedi, et alia de perfectione hominis. Quando namque dicimus, Socrates est
bonus, intelligimus bonitatem moralem, quæ est hominis bonitas simpliciter
(analogum siquidem simpliciter positum sumitur pro potiori); cum autem
infertur, citharoedus bonus, non bonitatem moris sed artis prædicas: unde
terminorum identitas non salvatur; sufficienter igitur et subtiliter
Aristoteles eamdem de utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi
ratio et cetera. When he says,
This is the reason "good” and "shoemaker” cannot be combined simply,
etc., he applies the truth he has stated to the parts of the question. He
applies it first to the second part, i.e., why this does not follow: "He
is good and he is a shoemaker, therefore he is a good shoemaker.” Then he
applies it to the other part of the question, i.e., why this follows: "He
is an animal and he is biped, therefore he is a biped animal.” He adds the
reason in the case of the latter: "biped” and "animal” are not
predicates accidentally conjoined among themselves, nor in a third thing, but
per se. This also explains the other member of the first division which has not
yet been explicitly posited. Notice that he maintains the same judgment is to
be made about lute player and good, and musical and white. He has concluded
that "white” and "musical” do not infer a conjoined predicate; hence neither
do "lute player” and "good” infer "good lute player” simply,
i.e., conjointly. There is a reason for saying this. For although there is a
difference between musical and white, and goodness and the art of luteplaying,
they are also similar. Let us consider their difference first. Goodness is of
such a nature that it denominates both a third subject, namely, man, and the
art of lute-playing. This is the reason the falsity is clearly discernible when
we say "He is good and a lute player, therefore he is a good lute player.”
Musical and whiteness, on the other band, are of such a nature that they
denominate only a third subject, and not each other, and hence, the error is
less obvious in "He is white and be is musical, therefore he is musical
white.” Now it is this difference that makes Aristotle’s process of reasoning
appear somewhat inconclusive. However, they are similar. For if identity of
predicates is kept in every way that is required for the same things divided to
be inferred conjointly, then, just as "musical” does not denominate
"whiteness,” nor the contrary, so neither does "goodness,” of which
we are speaking when we say "Man is good,” denominate the art of
lute-playing,,nor conversely. For "good” is equivocal—by choice though—and
therefore is said of the perfection of the lute player by means of one notion
and of the perfection of man by means of another. For example, when we say,
"Socrates is good” we understand moral goodness, which is the goodness of
man absolutely (for the analogous term posited simply, stands for what is
mainly so); but when good lute player is inferred, it is not the goodness of
morality that is predicated but the goodness of art; whence identity of the
terms is not saved. Therefore, Aristotle has adequately and subtly expressed
the same judgment about both, i.e., "white” and "musical,” and
"good” and "lute player,” for the reason here is the same as there.
Nec prætereundum est quod, cum tres consequentias adduxit quæstionem
proponendo, scilicet; est animal et bipes; ergo est animal bipes: et, est homo
et albus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est homo
albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est bonus citharoedus; et duas primas
posuerat esse bonas, tertiam vero non; huius diversitatis causam inquirere
volens, cur solvendo quæstionem nullo modo meminerit secundæ consequentiæ, sed
tantum primæ et tertiæ. Indiscussum namque reliquit an illa consequentia sit
bona an mala. Et ad hoc videtur mihi dicendum quod ex his paucis verbis etiam
illius consequentiæ naturam insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax
apparet cum dixit quod, non sunt unum album et musicum etc., ut scilicet non
tantum indicet quod expositum est, sed etiam eius causam, ex qua natura secundæ
consequentiæ elucescit. Causa namque quare album et musicum non inferunt
coniunctam prædicationem est, quia in prædicatione coniuncta oportet alteram
partem alteri supponi, ut potentiam actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo modo
unum, et altera a reliqua denominetur (hoc enim vis coniunctæ prædicationis
requirit, ut supra diximus de partibus definitionis); album autem et musicum
secundum se non faciunt unum per se, ut patet, neque unum per accidens. Licet
enim ipsa ut adunantur in subiecto uno sint unum subiecto per accidens, tamen
ipsamet quæ adunantur in uno, tertio subiecto, non faciunt inter se unum per
accidens: tum quia neutrum informat alterum (quod requiritur ad unitatem per
accidens aliquorum inter se, licet non in tertio); tum quia non considerata
subiecti unitate, quæ est extra eorum rationes, nulla remanet inter ea unitatis
causa. Dicens ergo quod album et musicum non sunt unum, scilicet inter se,
aliquo modo, causam expressit quare coniunctim non infertur ex eis prædicatum.
Et quia oppositorum eadem est disciplina, insinuavit per illamet verba
bonitatem illius consequentiæ. Ex eo enim quod homo et albus se habent sicut
potentia et actus (et ita albedo informet, denominet atque unum faciat cum
homine ratione sui), sequitur quod ex divisis potest inferri coniuncta
prædicatio; ut dicatur: est homo et albus; ergo est homo albus. Sicut per
oppositum dicebatur quod ideo musicum et album non inferunt coniunctum
prædicatum quia neutrum alterum informabat. There is another point that must be
mentioned. Aristotle in proposing the question draws three consequences:
"He is an animal and biped, therefore he is a biped animal” and "He
is a man and white, therefore he is a white man” and "He is a lute player
and good, therefore he is a good lute player.” Then he states that the first two
consequences are good, the third not. His intention was to inquire into the
cause of this diversity, but in solving the question he mentions only the first
and third consequences, leaving the goodness or badness of the second
consequence undiscussed. Why is this? I would say in answer to this that in
these few words he has also implied the nature of the second consequence, for
there is a more profound meaning to the statement in the text that whiteness
and being musical is not one. It is a meaning that not only indicates what has
already been explained but also its cause, and from this the nature of the
second consequence is apparent. For the reason "white” and "musical”
do not infer a conjoined predication is that in conjoined predication one part
must be subjected to the other as potency to act such that in some way one
thing is formed from them and one is denominated from the other (for the force
of the conjoined predication requires this, as we have said above concerning
the parts of the definition). "White” and "musical,” however, do not
in themselves form one thing per se, as is evident, nor do they form one thing
accidentally. For while it is true that as united in a subject they are one in
subject accidentally, nevertheless things that are united in one third subject
do not form one thing accidentally among themselves: first, because neither
informs the other (which is required for accidental unity of things among
themselves, although not in a third thing); secondly, because, considered apart
from the unity of a subject, which is outside of their notions, there is no
cause of unity between them. Therefore, when Aristotle says that whiteness and
being musical are not one, i.e., among themselves, in some measure he expresses
the reason why a predicate is not conjointly inferred from them. And since the
same discipline extends to opposites, the goodness of the second consequence is
implied by these words. That is, man and white are related as potency and act
(and so, on its own account whiteness informs, denominates, and forms one thing
with ‘man’); therefore from these taken divisively a conjoined predication can
be inferred, i.e., "He is man and white, therefore be is a white man”;
just as, in the opposite case, it was said that "musical” and "white”
do not infer a conjoined predicate because neither informs the other. 9 Nec
obstat quod album faciat unum per accidens cum homine: non enim dictum est quod
unitas per accidens aliquorum impedit ex diversis inferre coniunctum, sed quod
unitas per accidens aliquorum ratione tertii tantum est illa quæ impedit. Talia
enim quæ non sunt unum per accidens nisi ratione tertii, inter se nullam habent
unitatem; et propterea non potest inferri coniunctum, ut dictum est, quod
unitatem importat. Illa vero quæ
sunt unum per accidens ratione sui, seu inter se, ut, homo albus, cum coniuncta
accipiuntur, unitate necessaria non carent, quia inter se unitatem habent.
Notanter autem apposui ly tantum: quoniam si aliqua duo sunt unum per accidens,
ratione tertii subiecti scilicet, sed non tantum ex hoc habent unitatem, sed
etiam ratione sui, ex hoc quod alterum reliquum informat, ex istis divisis non
prohibetur inferri coniunctum. Verbi gratia, optime dicitur: est quantum et est
coloratum; ergo est quantum coloratum: quia color informat quantitatem. There is no opposition
between the position just stated and the fact that white forms an accidental
unity with man. For we did not say that accidental unity of certain things
impedes inferring a conjunction from divided things,” but that accidental unity
of certain things only by reason of a third thing is the one that impedes.
Things that are one accidentally only by reason of a third thing have no unity
among them selves; and for this reason a conjunction, which implies unity,
cannot be inferred, as we have said. But things that are one accidentally on
their own account, i.e., among themselves, as for example, "white man,”
when taken conjointly, have the necessary unity because they have unity among
themselves. Notice that I have added "only.” The reason is that if any two
C are one accidentally, namely, by reason of a third subject, and they not only
have unity from this but also on their own account (because one informs the
other), then from these taken divisively a conjoined inference can be made. For
example, we can infer, "It is a quantity and it is colored, therefore it
is a colored quantity,” because color informs quantity. V. lib. 2 l. 6 n.
10Potes autem credere quod secunda illa consequentia, quam non explicite
confirmavit Aristoteles respondendo, sit bona et ex eo quod ipse proponendo
quæstionem asseruit bonam, et ex eo quod nulla instantia reperitur. Insinuavit
autem et Aristoteles quod sola talis unitas impedit illationem coniunctam,
quando dixit quæcumque secundum accidens dicuntur vel de eodem vel alterutrum
de altero. Cum enim dixit, secundum accidens de eodem, unitatem eorum ex sola
adunatione in tertio posuit (sola enim hæc per accidens prædicantur de eodem,
ut dictum est); cum autem addidit, vel alterutrum de altero, mutuam
accidentalitatem ponens, ex nulla parte inter se unitatem reliquit. Utraque
ergo per accidens adducta prædicata, in tertio scilicet vel alterutrum, quæ
impediant illationem coniunctam, nonnisi in tertio unitatem habent. You can
hold as true that this second consequence is good even though Aristotle has not
explicitly confirmed it by returning to it, both from the fact that in
proposing the question he has claimed it as good and also because there is no
instance opposed to it. Moreover, Aristotle has implied that it is only such
unity that impedes the conjoined inference where he says: which are said
accidentally, either of the same subject or of one another. By accidentally of
the same subject, he posits their unity to be only from union in a third thing
(for only these are predicated accidentally of the same subject, as was said).
When he adds, or of one another—positing mutual accidentality—no unity at all
is left between them. Therefore, both kinds of accidental predicates, namely,
in a third thing or in one another, that impede a conjoined inference have
unity only in a third thing. 11 Deinde cum dicit: amplius nec etc., satisfacit
instantiis in probatione adductis, et in illis in quibus explicita
committebatur nugatio, et in illis in quibus implicita; et ait quod non solum
inferre ex divisis coniunctum non licet quando prædicata illa sunt per
accidens, sed nec etiam quæcunque insunt in alio: idest, sed nec hoc licet
quando prædicata includunt se, ita quod unum includatur in significato formali
alterius intrinsece, sive explicite, ut album in albo, sive implicite, ut
animal et bipes in homine. Quare neque album frequenter dictum divisim infert
coniunctum, neque homo divisim ab animali vel bipede enunciatum, animal bipes,
coniunctum cum homine infert; ut dicatur, ergo Socrates est homo bipes, vel
animal homo. Insunt enim in
hominis ratione, animal et bipes actu et intellectu, licet implicite. Stat ergo
solutio quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in tertio tantum et
nugatio, impediunt ex divisis inferri coniunctum; et consequenter, ubi neutrum
horum invenitur, ex divisis licebit inferre coniunctum. Et hoc intellige quando
divisæ sunt simul veræ de eodem et cetera. Then when he says, Furthermore, predicates that are
present in one another cannot be combined simply, etc., he gives the solution
for the instances (both the explicitly nugatory and the implicitly nugatory)
cited in the proof. It is not only not licit, he says, to infer a union from
divided predicates when these are accidental, but it is not licit when the
predicates are present in one another. That is, it is not licit to infer a
conjoined predicate from divided predicates when the predicates include one
another in such a way that one is included in the formal signification of
another intrinsically, or explicitly, as "white” in white,” or implicitly,
as "animal” and "biped” in "man.” Therefore, white” said
repeatedly and divisively does not infer a conjoined predication, nor does
"man” divisively enunciated from "animal” or "biped” infer
"biped” or "animal” conjoined with man, such that we could say,
"Therefore, Socrates is a biped-man” or "animal-man.” For animal and
biped are included in the notion of man in act and in understanding, although
implicitly. The solution of the question, then, is this: the inferring of a
conjunction from divided predicates is impeded when there is unity of the many
accidentally only in a third thing and when there is a nugatory result.
Consequently, where neither of these is found it will be licit to infer a
conjunction from divided predicates. It is to be understood that this applies
when the divided predicates are at once true of the same subject. VII. 1.
Postquam expedita est prima dubitatio, tractat secundam dubitationem. Et circa
hoc tria facit: primo, movet ipsam quæstionem; secundo, solvit eam; ibi: sed
quando in adiecto etc., tertio, ex hoc excludit quemdam errorem; ibi: quod
autem non est et cetera. Est ergo quæstio: an ex enunciatione habente
prædicatum coniunctum, liceat inferre enunciationes dividentes illud coniunctum;
et est quæstio contraria superiori. Ibi enim quæsitum est an ex divisis inferatur coniunctum;
hic autem quæritur an ex coniuncto sequantur divisa. Unde movendo quæstionem
dicit: verum autemaliquando est dicere de aliquo et simpliciter, idest divisim,
quod scilicet prius dicebatur coniunctim, ut quemdam hominem album esse
hominem, aut quoddam album hominem album esse, idest ut ex ista, Socrates est
homo albus, sequitur divisim, ergo Socrates est homo, ergo Socrates est albus.
Non autem semper, idest aliquando autem ex coniuncto non inferri potest
divisim; non enim sequitur, Socrates est bonus citharoedus, ergo est bonus.
Unde hæc est differentia, quod quandoque licet et quandoque non. Et adverte
quod notanter adduxit exemplum de homine albo, inferendo utramque partem
divisim, ut insinuaret quod intentio quæstionis est investigare quando ex
coniuncto potest utraque pars divisim inferri, et non quando altera tantum. Aristotle now takes up the
second question in relation to multiple enunciations. He first presents it, and
then solves it where he says, When something opposed is present in the adjunct,
from which a contradiction follows, it will not be true to predicate them
singly, but false, etc. Finally, he excludes an error where he says, In the
case of non-being, however, it is not true to say that because it is a matter
of opinion, it is something, etc. The second question is this: Is it licit to
infer from an enunciation having a conjoined predication, enunciations dividing
that conjunction? This question is the contrary of the first question. The
first asked whether a conjoined predicate could be inferred from divided
predicates; the present one asks whether divided predicates follow from
conjoined predicates. When he presents the question he says, on the other hand,
it is also true to say predicates of something singly, i.e., what was
previously said conjointly may be said divisively; for example, that some white
man is a man, or that some white man is white. That is, from "Socrates is
a white man,” follows divisively, "Therefore Socrates is a man,”
"There fore Socrates is white.” However, this is not always the case,
i.e., some times it is not possible to infer divisively from conjoined
predicates, for this does not follow: "Socrates is a good lute player,
therefore he is good.” Hence, sometimes it is licit, sometimes not. Note that
in inferring each part divisively he takes as an ex ample "white man.”
This is significant, for by it he means to imply that his intention is to
investigate when each part can be inferred divisively from a conjoined
predicate, and not when only one of the two can be inferred. 2 Deinde cum
dicit: sed quando in adiecto etc., solvit quæstionem. Et duo facit: primo,
respondet parti negativæ quæstionis, quando scilicet non licet; secundo, ibi:
quare in quantiscumque etc., respondet parti affirmativæ, quando scilicet
licet. Circa primum considerandum quod quia dupliciter contingit fieri
prædicatum coniunctum, uno modo ex oppositis, alio modo ex non oppositis, ideo
duo facit: primo, ostendit quod numquam ex prædicato coniuncto ex oppositis
possunt inferri eius partes divisim; secundo, quod nec hoc licet universaliter
in prædicato coniuncto ex non oppositis, ibi: vel etiam quando et cetera. Ait ergo quod quando in termino adiecto inest aliquid
de numero oppositorum, ad quæ sequitur contradictio inter ipsos terminos, non
verum est, scilicet inferre divisim, sed falsum. Verbi gratia cum dicitur,
Cæsar est homo mortuus, non sequitur, ergo est homo: quia ly mortuus, adiacens
homini, oppositionem habet ad hominem, quam sequitur contradictio inter hominem
et mortuum: si enim est homo, non est mortuus, quia non est corpus inanimatum;
et si est mortuus, non est homo, quia mortuum est corpus inanimatum. Quando autem non inest, scilicet
talis oppositio, verum est, scilicet inferre divisim. Ratio autem quare, quando est oppositio in adiecto,
non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti oppositione
corrumpitur in ipsa enunciatione coniuncta. Corruptum autem seipsum absque corruptione non infert,
quod illatio divisa sonaret. When he says, When something opposed is present in
the adjunct, etc., he solves the question, first by responding to the negative
part of the question, i.e., when it is not licit; secondly, to the affirmative
part, i.e., when it is licit, where he says, Therefore, in whatever
predications no contrariety is present when definitions are put in place of the
names, and wherein predicates are predicated per se and not accidentally, etc.
It should be noted, in relation to the negative part of the question, that a
conjoined predicate may be formed in two ways: from opposites and from
non-opposites. Therefore, he shows first that the parts in a conjoined
predicate of opposites can never be inferred divisively. Secondly, he shows
that this is not licit universally in a conjoined predicate of non-opposites,
where he says, Or, rather, when something opposed is present in it, it is never
true; but when something opposed is not present, it is not always true.
Aristotle says, then, that when something that is an opposite is contained in
the adjacent term, which results in a contradiction between the terms
themselves, it is not true, namely, to infer divisively, but false. For
example, when we say, "Cæsar is a dead man,” it does not follow,
"Therefore he is a man,” because the contradiction between 11 man” and
"dead” which results from adding the "dead” to "man” is opposed
to man, for if he is a man he is not dead, because he is not an inanimate body;
and if he is dead he is not a man, because as dead he is an inanimate body.
When something opposed is not present, i.e., there is no such opposition, it is
true, i.e., it is true to infer divisively. The reason a divided inference does
not follow when there is opposition in the added term is that in a conjoined
enunciation the other term is destroyed by the opposition of the added term.
But that which has been destroyed is not inferred apart from the destruction,
which is what the divided inference would signify. V. lib. 2 l. 7 n. 3Dubitatur hic primo circa id quod
supponitur, quomodo possit vere dici, Cæsar est homo mortuus, cum enunciatio
non possit esse vera, in qua duo contradictoria simul de aliquo prædicantur.
Hoc enim est primum principium. Homo autem et mortuus, ut in littera dicitur,
contradictoriam oppositionem includunt, quia in homine includitur vita, in
mortuo non vita. Dubitatur secundo circa ipsam consequentiam, quam reprobat
Aristoteles: videtur enim optima. Cum enim ex enunciatione prædicante duo
contradictoria possit utrumque inferri (quia æquivalet copulativæ), aut neutrum
(quia destruit seipsam), et enunciatio supradicta terminos oppositos
contradictorie prædicet, videtur sequi utraque pars, quia falsum est neutram
sequi. Two questions
arise at this point. The first concerns something assumed here: how can it ever
be true to make such a statement as "Cæsar is a dead man,” since an
enunciation cannot be true in which two contradictories are predicated at the
same time of something (for this is a first principle). But "man” and
"dead,” as is said in the text, include contradictory opposition, for in
man is included life, and in dead, non-life. The second question concerns the
consequent that Aristotle rejects, which appears to be good. The enunciation
given as an example predicates terms that are opposed contradictorily. But from
an enunciation predicating two contradictory terms, either both can be inferred
(because it is equivalent to a copulative enunciation), or neither (because it
destroys itself); therefore both parts seem to follow, since it is false that
neither follows. V. lib. 2 l. 7 n.
4Ad hoc simul dicitur quod aliud est loqui de duobus terminis secundum se, et
aliud de eis ut unum stat sub determinatione alterius. Primo namque modo, homo
et mortuus, contradictionem inter se habent, et impossibile est quod simul in
eodem inveniantur. Secundo autem modo, homo et mortuus, non opponuntur, quia
homo transmutatus iam per determinationem corruptivam importatam in ly mortuus,
non stat pro suo significato secundum se, sed secundum exigentiam termini
additi, a quo suum significatum distractum est. Ad utrunque autem insinuandum
Aristoteles duo dixit, et quod habent oppositionem quam sequitur contradictio,
attendens significata eorum secundum se, et quod etiam ex eis formatur una vera
enunciatio cum dicitur, Socrates est homo mortuus, attendens coniunctionem
eorum alterius corruptivam. Unde patet quid dicendum sit ad dubitationes. Ad
utramque siquidem dicitur, quod non enunciantur duo contradictoria simul de
eodem, sed terminus ut stat sub distractione, seu transmutatione alterius, cui
secundum se esset contradictorius. These two questions can be answered simultaneously. It
is one thing to speak of two terms in themselves, and another to speak of them
as one stands under the determination of another. Taken in the first way,
"man” and "dead” have a contradiction between them and it is
impossible that they be found in the same thing at the same time. In the second
way, however, "man” and "dead” are not opposed, since "man,”
changed by the destructive element introduced by "dead,” no longer stands
for what it signifies as such, but as determined by the term added, by which
what is signified is removed. Aristotle, in order to imply both, says two
things: that they have the opposition upon which contradiction follows if you
regard what they signify in themselves; and, that one true enunciation is
formed from them as in "Socrates is a dead man,” if you regard their
conjunction as destructive of one of them. Accordingly, the answer to the two
questions is evident. In a case such as this two contradictories are not
enunciated of the same thing at the same time, but one term as it stands under
dissolution or transmutation from the other, to which by itself it would be
contradictory. V. lib. 2 l. 7 n. 5Dubitatur quoque circa id quod ait: inest
aliquid oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur addi
illa particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita consequitur
contradictio, ut patet discurrendo in singulis; pater enim est non filius, et
album non nigrum, et videns non cæcum et cetera. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt
dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata; alio
modo denominative, seu subiective. Verbi gratia, pater et filius possunt accipi
pro paternitate et filiatione, et possunt accipi pro eo qui denominatur pater
vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat oppositione aliqua, ut dicitur in
X metaphysicæ, supponatur omnino distincta esse opposita. Dicendum ergo est
quod, licet ad omnia opposita seu distincta contradictio sequatur inter se
formaliter sumpta, non tamen ad omnia opposita sequitur contradictio inter ipsa
denominative sumpta. Quamvis enim pater et filius mutuam sui negationem
inferant inter se formaliter, quia paternitas est non filiatio, et filiatio est
non paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem non
necessario inferunt. Non enim sequitur, Socrates est pater; ergo non est
filius; nec e converso. Ut persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque
opposita colligata impediunt divisam illationem (quia non illa quæ habent
contradictionem annexam formaliter tantum, sed illa quæ habent contradictionem
et formaliter et secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur
contradictio, in tertio scilicet denominato. Et usus est satis congrue vocabulo, scilicet,
consequitur: contradictio enim ista in tertio est quodammodo extra ipsa
opposita. There is also a question about something else that Aristotle says,
namely, something opposed is present... from which a contradiction follows. The
phrase from which a contradiction follows seems to be superfluous, for
contradiction follows upon all opposites, as is evident in discoursing about
singulars; for a father is not a son, and white is not black, and one seeing is
not blind, etc. Opposites, however, can be taken in two ways: formally, i.e.,
according to what they signify, and denominatively, or subjectively. For
example, father and son can be taken for paternity and filiation, or they can
be taken for the one who is denominated a father or a son. But, again, since
every distinction is made by some opposition, as is said in X Metaphysicæ [3:
1054a 20], it could be supposed that opposites are wholly distinct. It must be
pointed out, therefore, that although contradiction follows between all
opposites or distinct things formally taken, nevertheless, contradiction does
not follow upon all opposites denominatively taken. Father and son formally
taken infer a mutual negation of one another, for paternity is not filiation
and filiation is not paternity, but in respect to what is denominated they do
not necessarily infer a contradiction. It does not follow, for example, that
"Socrates is a father; therefore he is not a son,” nor conversely.
Aristotle, therefore, in order to establish that not all combined opposites
prevent a divided inference (since those having a contradiction applying only
formally do not prevent a divided inference, but those having a contradiction
both formally and according to the thing denominated do prevent a divided
inference) adds, from which a contradiction follows, namely, in the third thing
denominated. And appropriately enough he uses the word follows, for the
contradiction in " the third thing denominated is in a certain way outside
of the opposites themselves. V. lib. 2 l. 7 n. 6Deinde cum dicit: vel etiam
quando est etc., declarat quod ex non oppositis in tertio coniunctis secundum
unum prædicatum, non universaliter possunt inferri partes divisim. Et primo,
hoc proponit quasi emendans quod immediate dixerat, subiungens: vel etiam
quando est, scilicet oppositio inter terminos coniunctos, falsum est semper,
scilicet inferre divisim; quasi diceret: dixi quod quando inest oppositio, non
verum sed falsum est inferre divisim; quando autem non inest talis oppositio,
verum est inferre divisim. Vel etiam ut melius dicatur, quod quando est
oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis oppositio, non
semper verum est. Et sic modificavit
supradicta addendo ly semper, et, non semper. Et subdens exemplum quod non
semper ex non oppositis sequatur divisio, ait: ut, Homerus est aliquid ut
poeta; ergo etiam est? Non. Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato,
altera pars, ergo Homerus est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ
partes colligatæ, est et poeta, non habent oppositionem, ad quam sequitur
contradictio. Igitur non semper ex non oppositis coniunctis illatio divisa
tenet et cetera. When he says, Or,
rather, when something opposed is present in it, it is never true, etc., he
explains that the parts cannot universally be inferred divisively in the case
of a conjoined predicate in which there is a non-opposite as the third thing
denominated. He proposes this—Or, rather, when something opposed is contained
in it, i.e., opposition between the terms conjoined—as if amending what he has
just said, namely, it is always false, i.e., to infer divisively. What he is
saying, then, is this: I have said that when there is inherent opposition it is
not true but false to infer divisively; but when there is not such opposition
it is true to infer divisively; or, even better, when there is opposition it is
always false but when there is not such opposition it is not always true. That
is, he modifies what he first said by the addition of "always” and
"not always.” Then he adds an example to show that division does not
always follow from non-opposites: For example, Homer is something, say, a poet.
Is it therefore true to say also that Homer "is,” or not? From the
conjoined predicate, is a poet, enunciated of Homer, one part, Therefore Homer
is, does not follow; yet it is evident that these two conjoined parts,
"is” and "poet,” do not have the opposition upon which contradiction
follows. Therefore, in the case of conjoined non-opposites a divided inference
does not always hold. V. lib. 2 l. 7 n. 7Deinde cum dicit: secundum accidens
etc., probat hoc, quod modo dictum est, ex eo quod altera pars istius
compositi, scilicet, est, in antecedente coniuncto prædicatur de Homero
secundum accidens, idest ratione alterius, quoniam, scilicet poeta, prædicatur
de Homero, et non prædicatur secundum se ly est de Homero; quod tamen infertur,
cum concluditur: ergo Homerus est. Considerandum est hic quod ad solvendam
illam conclusionem negativam, scilicet,- non semper ex non oppositis coniunctis
infertur divisim,- sufficit unam instantiam suæ oppositæ universali affirmativæ
afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo illud genus enunciationum, in quo
altera pars coniuncti est aliquid pertinens ad actum animæ. Loquimur enim modo
de Homero vivente in poematibus suis in mentibus hominum. In his siquidem
enunciationibus partes coniunctæ non sunt oppositæ in tertio, et tamen non
licet inferre utramque partem divisim. Committitur enim fallacia secundum quid
ad simpliciter. Non enim valet,
Cæsar est laudatus, ergo est: et simile est de esse in effectu dependente in
conservari. Quomodo autem intelligenda sit ratio ad
hoc adducta ab Aristotele in sequenti particula dicetur. When he says, The "is”
here is predicated accidentally of Homer, he proves what he has said. One part
of this composite, namely, "is,” is predicated of Homer in the antecedent
conjunction accidentally, i.e., by reason of another, namely, with regard to
the "poet” which is predicated of Homer; it is not predicated as such of
Homer. Nevertheless, this is what is inferred when one concludes
"Therefore Homer is.” To validate his negative conclusion, namely, that it
is not always true to infer divisively from conjoined non-opposites, it was sufficient
to give one instance of the opposite of the universal affirmative. To do this
Aristotle introduces that genus of enunciation in which one part of the
conjunction is something pertaining to an act of the mind (for we are speaking
only of Homer living in his poems in the minds of men). In such enunciations
the parts conjoined are not opposed in the third thing denominated;
nevertheless it is not licit to infer each part divisively, for the fallacy of
going from the relative to the absolute will be committed. For example, it is
not valid to say, "Cæsar is praiseworthy, therefore he is,” which is a
parallel case, i.e., of an effect whose existence requires maintenance.
Aristotle will explain in the following sections of the text how the reasoning
in the above text is to be understood. V. lib. 2 l. 7 n. 8Deinde cum dicit:
quare in quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis, quando
scilicet ex coniunctis licet inferre divisim. Et ponit duas conditiones
oppositas supradictis debere convenire in unum, ad hoc ut possit fieri talis
consequentia; scilicet, quod nulla inter partes coniuncti oppositio sit, et
quod secundum se prædicentur. Unde
dicit inferendo ex dictis: quare in quantiscunque prædicamentis, idest
prædicatis ordine quodam adunatis, neque contrarietas aliqua, in cuius ratione
ponitur contradictio in tertio (contraria enim sunt quæ mutuo se ab eodem
expellunt), aut universaliter nulla oppositio inest, ex qua scilicet sequatur
contradictio in tertio, si definitiones pro nominibus sumantur. Dixit hoc, quia
licet in quibusdam non appareat oppositio, solis nominibus positis, sicut, homo
mortuus, et in quibusdam appareat, ut, vivum mortuum; hoc tamen non obstante,
si, positis nominum definitionibus loco nominum, oppositio appareat, inter
opposita collocamus. Sicut, verbi gratia, homo mortuus, licet oppositionem non
præseferat, tamen si loco hominis et mortui eorum definitionibus utamur,
videbitur contradictio. Dicemus enim corpus animatum rationale, corpus
inanimatum irrationale. In quantiscunque, inquam, coniunctis nulla est
oppositio, et secundum se, et non secundum accidens prædicantur, in his verum
erit dicere et simpliciter, idest divisim quod fuerat coniunctim enunciatum. When he says, Therefore, in
whatever predications no contrariety is present when definitions are put in
place of the names, etc., he replies to the affirmative part of the question,
i.e., when it is licit to infer divisively from conjoined predicates. He
maintains that two conditions—opposed to what has been said earlier in this
portion of the text—must combine in one enunciation in order that such a
consequence be effected: there must be no opposition between the parts
conjoined, and they must be predicated per se. He says, then, inferring from
what has been said: Therefore, in whatever predicaments, i.e., predicates
joined in a certain order, no contrariety, in virtue of which contradiction is
posited in the third thing denominated (for contraries mutually remove each
other from the same thing), is present, or universally, no opposition is
present, i.e., upon which a contradiction follows in the third thing
denominated, when definitions are taken in place of the names.... He says this
because it may be the case that the opposition is not apparent from the names
alone, as in "dead man,” and again it may be, as in "living dead,”
but whether apparent or not it will be evident that we are putting together
opposites if we posit the definitions of the names in place of the names. For
example, in the case of "dead man,” if we replace "man” and "dead,”
with their definitions, the contradiction will be evident, for what we are
saying is "rational animate body, irrational inanimate body.” In whatever
conjoined predicates, then, there is no opposition, and wherein predicates are
predicated per se and not accidentally, in these it will also be true to
predicate them singly, i.e., say divisively what had been enunciated
conjointly. V. lib. 2 l. 7 n. 9Ad evidentiam secundæ
conditionis hic positæ, nota quod ly secundum se potest dupliciter accipi: uno
modo positive, et sic dicit perseitatem primi, secundi, universaliter, quarti
modi; alio modo negative, et sic idem sonat quod non per aliud. Rursus
considerandum est quod cum Aristoteles dixit de prædicato coniuncto quod,
secundum se prædicetur, ly secundum se potest ad tria referri, scilicet, ad
partes coniuncti inter se, ad totum coniunctum respectu subiecti, et ad partes
coniuncti respectu subiecti. Si ergo accipiatur ly secundum se positive, licet
non falsus, extraneus tamen a mente Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque
illorum trium referatur. Licet enim valeat, est homo risibilis, ergo est homo et
est risibilis, et, est animal rationale, ergo est animal et est rationale;
tamen his oppositæ inferunt similes consequentias. Dicimus enim, est albus
musicus, ergo est musicus et est albus: ubi nulla est perseitas, sed est
coniunctio per accidens, tam inter partes inter se, quam inter totum et
subiectum, quam etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur quod non accipit
Aristoteles ly secundum se positive, ex eo quod vana fuisset talis additio, quæ
ab oppositis non facit in hoc differentiam. Ad quid enim addidit, secundum se,
et non, secundum accidens, si tam illæ quæ sunt secundum se, modo exposito,
quam illæ quæ sunt secundum accidens ex coniuncto, inferunt divisum? Si vero accipiatur secundum se, negative, idest, non
per aliud, et referatur ad partes coniuncti inter se, falsa invenitur regula.
Nam non licet dicere, est bonus citharoedus; ergo est bonus et citharoedus; et
tamen ars citharizandi et bonitas eius sine medio coniunguntur. Et similiter
contingit, si referatur ad totum coniunctum respectu subiecti, ut in eodem
exemplo apparet. Totum enim hoc, citharoedus bonus, non propter aliud convenit
homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut ad
partem coniuncti respectu subiecti referatur, et sit sensus: quando aliqua
coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur, idest,
quod utraque pars prædicatur de subiecto non propter alteram, sed propter
seipsam et subiectum, tunc ex coniuncto infertur divisa prædicatio. In order to make this second
condition clear, it should be noted that "per se” can be taken in two
ways: positively, and thus it refers to "perseity” of the first, of the
second, and of the fourth mode universally; or negatively, and thus it means
the same as not through something else. It should also be noted that when
Aristotle says of a conjoined predicate that it is predicated "per se,”
the "per se” can be referred to three things: to the parts of the
conjunction among themselves, to the whole conjunction with respect to the
subject, and to the parts of the conjoined predicate with respect to the
subject. Now if "per se” is taken positively, although it will not be
false, nevertheless in reference to any of these three the meaning will be
found to be foreign to the mind of Aristotle. For, although these are valid:
"He is a risible man, therefore he is man and he is risible” and "He
is a rational animal, therefore he is animal and he is rational,” nevertheless
the opposite kind of predication infers consequences in a similar way. For
example, there is no 11 perseity” in "He is a white musician, therefore he
is white and he is a musician”; rather, there is an accidental conjunction, not
only between the parts among themselves and between the whole and the subject,
but even between the parts and the subject. It is evident, therefore, that
Aristotle is not taking "per se” positively, for an addition that does not
differentiate this kind of predication from the opposed kind of predication
would be useless. Why add "per se and not accidentally,” if both those
that are per se in the way explained and those that are conjoined accidentally
infer divisively? If "per se” is taken negatively, i.e., as not through
another, and is referred to the parts of the conjoined predicate among
themselves, the rule is found to be false. It is not licit, for example, to
say, "He is a good lute player, therefore he is good and a lute player”;
yet the art of lute-playing and its goodness are conjoined without anything as
a medium. And the case is the same if it is referred to the whole conjoined
predicate with respect to the subject, as is clear in the same example, for the
whole, "good lute player,” does not belong to man on account of another,
and yet it does not infer the division, as has already been said. Therefore,
"per se” is referred to the parts of the conjoined predicate with respect
to the subject and the meaning is: when the predicates are conjointly predicated
per se, i.e., not through another, i.e., each part is predicated of the
subject, not on account of another but on account of itself and the subject,
then a divided predication is inferred from the conjoined predication. 10 Et hoc modo exponunt Averroes
et Boethius; et vera invenitur regula, ut inductive facile manifestari potest,
et ratio ipsa suadet. Si enim partes alicuius coniuncti prædicati ita inhærent
subiecto quod neutra propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod
veritatem impediat divisarum. Est et verbis Aristotelis consonus sensus iste.
Quoniam et per hoc distinguit inter enunciationes ex quibus coniunctum infert
divisam prædicationem, et eas quibus hæc non inest consequentia. Istæ siquidem
ultra habentes oppositiones in adiecto, sunt habentes prædicatum coniunctum,
cuius una partium alterius est ita determinatio, quod nonnisi per illam
subiectum respicit, sicut apparet in exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est
poeta. Est siquidem ibi non respicit Homerum ratione ipsius Homeri, sed præcise
ratione poesis relictæ; et ideo non licet inferre, ergo Homerus est. Et simile
est in negativis. Si quis enim dicat, Socrates non est paries, non licet
inferre, ergo Socrates non est, eadem ratione, quia esse non est negatum de
Socrate, sed de pariete in Socrate. This is the way in which Averroes and Boethius explain
this and, explained in this way, a true rule is found, as can easily be
manifested inductively; moreover, the reasoning is compelling. For, if the
parts of some conjoined predicate so inhere in the subject that neither is in
it on account of another, their separation produces nothing that could impede
the truth of the divided predicates. And this meaning is consonant with the
words of Aristotle, for by this he also distinguishes between enunciations in
which the conjoined predicate infers a divided predicate, and those in which
this consequence is not inherent. For besides the predicates having opposition
in the additional determining element, there are those with a conjoined
predicate wherein one part is a determination of the other in such a way that
only through it does it regard the subject, as is evident in Aristotle’s
example, "Homer is a poet.” The "is” does not regard Homer by reason
of Homer himself, but precisely by reason of the poetry he left. Hence it is
not licit to infer, "Therefore Homer is.” The same is true with respect to
negative enunciations of this type, for it is not licit to infer from
"Socrates is not a wall,” "Therefore Socrates is not.” And the reason
is the same: "to be” is not denied of Socrates, but of "wallness” in
Socrates. 11 Et per hoc patet qualiter sit intelligenda ratio in textu
superiore adducta. Accipitur enim ibi, secundum se negative, modo hic exposito,
et secundum accidens, idest propter aliud. In eadem ergo significatione est
usus ly secundum accidens, solvendo hanc et præcedentem quæstionem: utrobique
enim intellexit secundum accidens, idest, propter aliud, coniuncta, sed ad
diversa retulit. Ibi namque ly secundum accidens determinabat coniunctionem duorum
prædicatorum inter se; hic vero determinat partem coniuncti prædicati in ordine
ad subiectum. Unde ibi, album et musicum, inter ea quæ secundum accidens sunt,
numerabantur; hic autem non. Accordingly, it is evident how the reasoning in
the text above is to be understood. "Per se” is taken negatively in the
way explained here, and "accidentally” as "on account of another.”
The "accidentally” is used with the same signification in solving this and
the preceding question. In both he understands "accidentally” to mean
conjoined on account of another, but it is referred to diverse things. In the
preceding question "accidentally” determines the way in which two
predicates are conjoined among themselves; in the latter question it determines
the way in which the part of the conjoined predicate is ordered to the subject.
Hence, in the former, "white” and "musician” are numbered among the
things that are accidental, but in the latter they are not. 12 Sed occurrit
circa hanc expositionem dubitatio non parva. Si enim ideo non licet ex
coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti non respicit subiectum
propter se, sed propter alteram partem (ut dixit Aristoteles de ista
enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod numquam a tertio adiacente ad
secundum erit bona consequentia: quia in omni enunciatione de tertio adiacente,
est respicit subiectum propter prædicatum et non propter se et cetera. This
exposition seems a bit dubious, however. For if it is not licit to infer
divisively from a conjoined predicate because one part of the conjoined
predicate does not regard the subject on account of itself but on account of
another part (as Aristotle says of the enunciation, "Homer is a poet”), it
will follow that there will never be a good consequence from the third determinant
to the second, since in every enunciation with a third determinant, "is”
regards the subject on account of the predicate and not on account of itself.
13 Ad huius difficultatis evidentiam, nota primo hanc distinctionem. Aliud est
tractare regulam, quando ex tertio adiacente infertur secundum et quando non,
et aliud quando ex coniuncto fit illatio divisa et quando non. Illa siquidem
est extra propositum, istam autem venamur. Illa compatitur varietatem
terminorum, ista non. Si namque unus terminorum, qui est altera pars coniuncti,
secundum significationem seu suppositionem varietur in separatione, non
infertur ex coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. Nota secundo hanc
propositionem: cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur identitas
terminorum. Liquet ista quoad illum terminum, est. Dictum siquidem fuit supra a
sancto Thoma, quod aliud importat est secundum adiacens, et aliud est tertium
adiacens. Illud namque importat actum essendi simpliciter, hoc autem
habitudinem inhærentiæ vel identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo
varietas unius termini cum ex tertio adiacente infertur secundum, et
consequenter non fit illatio divisi ex coniuncto. Unde prælucet responsio ad
obiectionem, quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum,
numquam tamen ex tertio adiacente licet inferri secundum tamquam ex coniuncto
divisum, quia inferri non potest divisim, cuius altera pars ipsa divisione
perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad probationem dicatur quod,
optime concludit quod talis illatio est illicita infra limites illationum, quæ
ex coniuncto divisionem inducunt, de quibus hic Aristoteles loquitur. To make
this difficulty clear, we must first note a distinction. It is one thing to
treat of the rule when inferring a second determinant from a third determinant,
and when not; it is quite another thing when a divided inference is made from a
conjoined predicate, and when not. The former is an additional point; the
latter is the question we have been inquiring about. The former is compatible
with variety of the terms, the latter not. For if one of the terms which is one
part of a conjoined predicate will be varied according to signification, or
supposition when taken separately, it is not inferred divisively from the conjoined
predicate, but the other is. Secondly, note this proposition: when a second
determinant is inferred from a third, identity of the terms is not kept. This
is evident with respect to the term "is.” Indeed, St. Thomas said above
that "is” as the second determinant implies one thing and "is” as the
third determinant another. The former implies the act of being simply, the
latter implies the relationship of inherence, or identity of the predicate with
the subject. Therefore, when the second determinant is inferred from the third,
one term is varied and consequently an inference is not made of the divided
from the conjoined. Accordingly, the response to the objection is clear, for
although the second determinant can sometimes be inferred from the third, it is
never licit for the second to be inferred from the third as divided from
conjoined, because you cannot infer divisively when one part is destroyed by
that very division. Therefore, let the consequence of the objection be denied
and for proof let it be said that the conclusion that such an inference is
illicit under the limits of inferences which induce division from a conjoined
predicate-is good, for this is what Aristotle is speaking of here. 14 Sed
contra hoc instatur. Quia etiam tanquam ex coniuncto divisa fit illatio,
Socrates est albus, ergo est, per locum a parte in modo ad suum totum, ubi non
fit varietas terminorum. Et ad hoc dicitur quod licet homo albus sit pars in
modo hominis (quia nihil minuit de hominis ratione albedo, sed ponit hominem simpliciter),
tamen est album non est pars in modo ipsius est, eo quod pars in modo est
universale cum conditione non minuente, ponente illud simpliciter. Clarum est autem quod album
minuit rationem ipsius est, et non ponit ipsum simpliciter: contrahit enim ad
esse secundum quid. Unde apud
philosophos, cum fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum
quid. But the objection is raised against this that in the case of
"Socrates is white, therefore be is,” a divided inference can be made as
from a conjoined predicate, in virtue of the argument that we can go from what
is in the mode of part to its whole as long as the terms remain the same. The
answer to this is as follows. It is true that white man is a part in the mode
of man (because white diminishes nothing of the notion of man but posits man
simply); is white, however, is not a part in the mode of is, because a part in
the mode of its whole is a universal, the condition not diminishing the
positing of it simply. But it is evident that white diminishes the notion of
is, and does not posit it simply, for it contracts it to relative being. Whence
when something becomes white, philosophers do not say that it is generated, but
generated relatively. 15 Sed instatur adhuc quia secundum hoc, dicendo, est
animal, ergo est, fit illatio divisa per eumdem locum. Animal enim non minuit
rationem ipsius est. Ad hoc est dicendum quod ly est, si dicat veritatem
propositionis, manifeste peccatur a secundum quid ad simpliciter. Si autem
dicat actum essendi, illatio est bona, sed non est de tertio, sed de secundo
adiacente. In accordance with this, the objection is raised that in saying
"It is an animal, therefore it is,” a divided inference is made in virtue
of the same argument; for animal does not diminish the notion of is itself. The
answer to this is that if the is asserts the truth of a proposition, the
fallacy is committed of going from the relative to the absolute; if the is
asserts the act of being, the inference is good, but it is of the second determinant,
not of the third. 16 Potest ulterius dubitari circa principale: quia sequitur,
est quantum coloratum, ergo est quantum, et, est coloratum; et tamen coloratum
respicit subiectum mediante quantitate: ergo non videtur recta expositio supra
adducta. Ad hoc et similia dicendum est quod coloratum non ita inest subiecto
per quantitatem quod sit eius determinatio et ratione talis determinationis
subiectum denominet, sicut bonitas artem citharisticam determinat; cum dicitur,
est citharoedus bonus; sed potius subiectum ipsum primo coloratum denominatur,
quantum vero secundario coloratum dicitur, licet color media quantitate
suscipiatur. Unde notanter supra diximus, quod tunc altera pars coniuncti
prædicatur per accidens, quando præcise denominat subiectum, quia denominat
alteram partem. Quod nec in similibus instantiis invenitur. There is another
doubt, this time about the principle in the exposition; for this follows,
"It is a colored quantity, therefore it is a quantity and it is colored”;
but "colored” regards the subject through the medium of quantity;
therefore the exposition given above does not seem to be correct. The answer to
this and to similar objections is that "colored” is not so present in a
subject by means of quantity that it is its determination, and by reason of
such a determination denominates the subject; as goodness,” for instance,
determines the art of lute-playing when we say "He is a good lute player.”
Rather, the subject itself is first denominated "colored” and quantity is
called "colored” secondarily, although color is received through the
medium of quantity. Hence, we made a point of saying earlier that one part of a
conjoined predicate is predicated accidentally when it denominates the subject
precisely because it denominates the other part.93 This is not the case here
nor in similar instances. 17 Deinde cum dicit: quod autem non est etc., excludit
quorumdam errorem qui, quod non est, esse tali syllogismo concludere
satagebant: quod est, opinabile est. Quod non est, est opinabile. Ergo quod non
est, est. Hunc siquidem processum elidit Aristoteles destruendo primam
propositionem, quæ partem coniuncti in subiecto divisim prædicat, ac si
diceret: est opinabile, ergo est. Unde assumendo subiectum conclusionis illorum
ait: quod autem non est; et addit medium eorum, quoniam opinabile est; et
subdit maiorem extremitatem, non est verum dicere, esse aliquid. Et causam
assignat, quia talis opinatio non propterea est, quia illud sit, sed potius
quia non est. When he says, In
the case of non-being, however, it is not true to say that it is something,
etc., he excludes the error of those who were satisfied to conclude that what
is not, is. This is the syllogism they use: "That which is, is
‘opinionable’; that which is not, is ‘opinionable’; therefore what is not, is.”
Aristotle destroys this process of reasoning by destroying the first
proposition, which predicates divisively a part of what is conjoined in the
subject, as if it said "It is ‘opinionable,’ therefore it is.” Hence,
assuming the subject of their conclusion, he says, In the case of that which is
not, however; and he adds their middle term, because it is a matter of opinion;
then he adds the major extreme, it is not true to say that it is something. He
then assigns the cause: it is not because it is but rather because it is not,
that there is such opinion. VIII. 1 Postquam determinatum est de
enunciationibus, quarum partibus aliud additur tam remanente quam variata
unitate, hic intendit declarare quid accidat enunciationi, ex eo quod aliquid
additur, non suis partibus, sed compositioni eius. Et circa hoc duo facit:
primo, determinat de oppositione earum; secundo, de consequentiis; ibi:
consequentiæ vero et cetera. Circa primum duo facit: primo, proponit quod
intendit; secundo, exequitur; ibi: nam si eorum et cetera. Proponit ergo quod iam
perspiciendum est, quomodo se habeant affirmationes et negationes enunciationum
de possibili et non possibili et cetera. Et causam subdit: habent enim multas
dubitationes speciales. Sed antequam ulterius procedatur, quoniam de
enunciationibus, quæ modales vocantur, sermo inchoatur, prælibandum est esse
quasdam modales enunciationes, et qui et quot sunt modi reddentes propositiones
modales; et quid earum sit subiectum et quid prædicatum; et quid sit ipsa
enunciatio modalis; quisque sit ordo earum ad præcedentes; et quæ necessitas
sit specialem faciendi tractatum de his. Now that he has treated enunciations in which
something added to the parts leaves the unity intact on the one hand, and
varies it on the other, Aristotle begins to explain what happens to the
enunciation when something is added, not to its parts, but to its composition.
First, he explains their opposition; secondly, he treats of the consequences of
their opposition where he says, Logical sequences result from modals ordered
thus, etc. With respect to the first point, he proposes the question he intends
to consider and then begins his consideration where he says, Let us grant that
of mutually related enunciations, contradictories are those opposed to each
other, etc. He proposes that we must now investigate the way in which
affirmations and negations of the possible and not possible are related. He
gives the reason when he adds, for the question has many special difficulties.
However, before we proceed with the consideration of enunciations that are
called modal, we must first see that there are such things as modal
enunciations, and which and how many modes render propositions modal; we must
also know what their subject is and their predicate, what the modal enunciation
itself is, what the order is between modal enunciations and the enunciations
already treated, and finally, why a special treatment of them is necessary. 2
Quia ergo possumus dupliciter de rebus loqui; uno modo, componendo rem unam cum
alia, alio modo, compositionem factam declarando qualis sit, insurgunt duo
enunciationum genera; quædam scilicet enunciantes aliquid inesse vel non inesse
alteri, et hæ vocantur de inesse, de quibus superius habitus est sermo; quædam
vero enunciantes modum compositionis prædicati cum subiecto, et hæ vocantur
modales, a principaliori parte sua, modo scilicet. Cum enim dicitur, Socratem
currere est possibile, non enunciatur cursus de Socrate, sed qualis sit
compositio cursus cum Socrate, scilicet possibilis. Signanter autem dixi modum
compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex est. Quidam enim
determinat verbum, vel ratione significati ipsius verbi ut Socrates currit
velociter, vel ratione temporis consignificati, ut Socrates currit hodie;
quidam autem determinat compositionem ipsam prædicati cum subiecto; sicut cum
dicitur, Socratem currere est possibile. In illis namque determinatur qualis
cursus insit Socrati, vel quando; in hac autem, qualis sit coniunctio cursus
cum Socrate. Modi ergo non illi qui rem verbi, sed qui compositionem
determinant, modales enunciationes reddunt, eo quod compositio veluti forma
totius totam enunciationem continet. We can speak about things in two ways: in one,
composing one thing with another; in the other, declaring the kind of
composition that exists between the two things. To signify these two ways of
speaking about things we form two kinds of enunciations. One kind enunciates
that something belongs or does not belong to something. These are called
absolute [de inesse] enunciations; these we have already discussed. The other
enunciates the mode of composition of the predicate with the subject. These are
called modal, from their principal part, the mode. For when we say, "That
Socrates run is possible,” it is not the running of Socrates that is enunciated
but the kind of composition there is between running and Socrates-in this case,
possible. I have said "mode of composition” expressly, for there are two
kinds of mode posited in the enunciation. One modifies the verb, either with
respect to what it signifies, as in "Socrates runs swiftly,” or with
respect to the time signified along with the verb, as in "Socrates runs
today.” The other kind modifies the very composition of the predicate with the
subject, as in the example, "That Socrates run is possible.” The former
determines how or when running is in Socrates; the latter determines the kind
of conjunction there is between running and Socrates. The former, which affects
the actuality of the verb, does not make a modal enunciation. Only the modes
that affect the composition make a modal enunciation, the reason being that the
composition, as the form of the whole, contains the whole enunciation. 3 Sunt
autem huiusmodi modi quatuor proprie loquendo, scilicet possibile et
impossibile, necessarium et contingens. Verum namque et falsum, licet supra
compositionem cadant cum dicitur, Socratem currere est verum, vel hominem esse
quadrupedem est falsum, attamen modificare proprie non videntur compositionem
ipsam. Quia modificari proprie dicitur aliquid,
quando redditur aliquale, non quando fit secundum suam substantiam. Compositio
autem quando dicitur vera, non aliqualis proponitur, sed quod est: nihil enim
aliud est dicere, Socratem currere est verum, quam quod compositio cursus cum
Socrate est. Et similiter quando
est falsa, nihil aliud dicitur, quam quod non est: nam nihil aliud est dicere,
Socratem currere est falsum, quam quod compositio cursus cum Socrate non est.
Quando vero compositio dicitur possibilis aut contingens, iam non ipsam esse,
sed ipsam aliqualem esse dicimus: cum siquidem dicitur, Socratem currere est
possibile, non substantificamus compositionem cursus cum Socrate, sed
qualificamus, asserentes illam esse possibilem. Unde Aristoteles hic modos
proponens, veri et falsi nullo modo meminit, licet infra verum et non verum inferat,
propter causam ibi assignandam. This kind of mode, properly speaking, is fourfold: possible, impossible,
necessary, and contingent. True and false are not included because, strictly
speaking, they do not seem to modify the composition even though they fall upon
the composition itself, as is evident in "That Socrates runs is true,” and
"That man is four-footed is false.” For something is said to be modified
in the proper sense of the term when it is caused to be in a certain way, not
when it comes to be according to its substance. Now, when a composition is said
to be true it is not proposed that it is in a certain way, but that it is. To
say, "That Socrates runs is true,” for example, is to say that the
composition of running with Socrates is. The case is similar when it is false,
for what is said is that it is not; for example, to say, "That Socrates
runs is false” is to say that the composition of running with Socrates is not.
On the other hand, when the composition is said to be possible or contingent,
we are not saying that it is but that it is in a certain way. For example, when
we say, "That Socrates run is possible,” we do not make the composition of
running with Socrates substantial, but we qualify it, asserting that it is
possible. Consequently, Aristotle in proposing the modes, does not mention the
true and false at all, although later on he infers the true and the not true,
and assigns the reason for it where he does this. 4 Et quia enunciatio modalis
duas in se continet compositiones, alteram inter partes dicti, alteram inter
dictum et modum, intelligendum est eam compositionem modificari, idest, quæ est
inter partes dicti, non eam quæ est inter modum et dictum. Quod sic perpendi
potest. Huius enunciationis modalis, Socratem esse album est possibile, duæ
sunt partes; altera est, Socratem esse album, altera est, possibile. Prima
dictum vocatur, eo quod est id quod dicitur per eius indicativam, scilicet,
Socrates est albus: qui enim profert hanc, Socrates est albus, nihil aliud
dicit nisi Socratem esse album: secunda vocatur modus, eo quod modi adiectio
est. Prima compositionem quandam in se continet ex Socrate et albo; secunda
pars primæ opposita compositionem aliquam sonat ex dicti compositione et modo.
Prima rursus pars, licet omnia habeat propria, subiectum scilicet, et
prædicatum, copulam et compositionem, tota tamen subiectum est modalis
enunciationis; secunda autem est prædicatum. Dicti ergo compositio subiicitur
et modificatur in enunciatione modali. Qui enim dicit, Socratem esse album est
possibile, non significat qualis est coniunctio possibilitatis cum hoc dicto,
Socratem esse album, sed insinuat qualis sit compositio partium dicti inter se,
scilicet albi cum Socrate, scilicet quod est compositio possibilis. Non dicit igitur enunciatio modalis aliquid inesse,
vel non inesse, sed dicti potius modum enunciat. Nec proprie componit secundum
significatum, quia compositionis non est compositio, sed rerum compositioni
modum apponit. Unde nihil aliud est enunciatio modalis, quam enunciatio dicti modificativa.
Since the modal
enunciation contains two compositions, one between the parts of what is said,
the other between what is said and the mode, it must be understood that it is
the former composition that is modified, i.e., the composition between the
parts of what is said, not the composition between what is said and the mode.
This can be seen in an example. In the modal enunciation, "That Socrates
be white is possible,” there are two parts: one, "That Socrates be white,”
the other, "is possible.” The first is called the dictum because it is
that which is asserted by the indicative, namely, "Socrates is white”; for
in saying "Socrates is white” we are simply saying, "That Socrates be
white.” The second part is called the mode because it is the addition of a
restriction. The first part of the modal enunciation consists of a certain
composition of Socrates and white; the second part, opposed to the first, 4
indicates a composition from the composition of dictum and mode. Again, the
first part, although it has all the properties of an enunciation—subject,
predicate, copula, and composition—is, in its entirety, the subject of the
modal enunciation; the second part, the mode, is the predicate. In a modal
enunciation, therefore, the composition of the dictum is subjected and
modified; for when we say, "That Socrates be white is possible,” it does
not signify the kind of conjunction of possibility there is with the dictum
"That Socrates be white,” but it implies the kind of composition there is
of the parts of the dictum among themselves, i.e., of white with Socrates,
namely, that it is a possible composition. The modal enunciation, therefore,
does not say that something is present in or not present in a subject, but
rather, it enunciates a mode of the dictum. Nor properly speaking does it
compose according to what is signified, since it is not a composition of the
composition; rather, it adds a mode to the composition of the things. Hence the
modal enunciation is simply an enunciation in which the dictum is modified. 5 Nec propterea censenda est
enunciatio plures modalis, quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de
unica compositione enunciat, licet illius compositionis plures sint partes.
Plura enim illa ad dicti compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit
unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est supra quod enunciationis
unitatem non impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus est alba, est enunciatio
multiplex, licet domus ex multis consurgat partibus. Because the modal enunciation
has everything duplicated, it must not on that account be thought to be many.
It enunciates one mode of only one composition, although there are many parts
of that composition. The many concurring for the composition of the dictum are
like the many that concur to make one subject, of which it was said above that
it does not impede the unity of the enunciation.” The enunciation, "The
house is white,” is also a case in point, for it is not multiple, although a
house is built of many parts. 6 Merito autem est, post enunciationes de inesse, de
modalibus tractandum, quia partes naturaliter sunt toto priores, et cognitio
totius ex partium cognitione dependet; et specialis sermo de his est habendus,
quia proprias habet difficultates. Notavit quoque Aristoteles in textu multa.
Horum ordinem scilicet, cum dixit: his vero determinatis etc.; modos qui et
quot sunt, cum eos expressit et inseruit; variationem eiusdem modi, per
affirmationem et negationem, cum dixit: possibile et non possibile, contingens
et non contingens; necessitatem cum addidit: habent enim multas dubitationes
proprias et cetera. Modal
enunciations are rightly treated after the absolute enunciation, for parts are
naturally prior to the whole, and knowledge of the whole depends on knowledge
of the parts. Moreover, a special discussion of them was necessary because the
modal enunciation has its own peculiar difficulties. Aristotle indicates in his
text many of the things we have taken up here: the order of modal enunciations,
when he says, Having determined these things, etc.; what and how many modes
there are when he expresses and lists them, the variation of the same mode by
affirmation and negation when he says, the possible and not possible,
contingent and not contingent; the necessity of treating them, when he adds,
for they have many difficulties of their own. 7 Deinde cum dicit: nam si eorum
etc., exequitur tractatum de oppositione modalium. Et circa hoc duo facit:
primo, movendo quæstionem arguit ad partes; secundo, determinat veritatem; ibi:
contingit autem et cetera. Est autem dubitatio: an in enunciationibus modalibus
fiat contradictio negatione apposita ad verbum dicti, quod dicit rem; an non,
sed potius negatione apposita ad modum qui qualificat. Et primo, arguit ad
partem affirmativam, quod scilicet addenda sit negatio ad verbum; secundo, ad
partem negativam, quod non apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi: videtur autem
et cetera. Then he investigates the opposition of modal enunciations, where he
says, Let us grant that of those things that are combined, contradictories are
those opposed to each other by being related in a certain way according to
"to be” and "not to be,” etc. First, he presents the question and in
so doing gives arguments for the parts; secondly, he determines the truth, where
he says, For it follows from what we have said, either that the same thing is
asserted and denied at once of the same subject, etc. The question with respect
to the opposition of modals is this: Is a contradiction made in modal
enunciations by a negation added to the verb of the dictum, which expresses
what is; or is it not, but rather by a negation added to the mode which
qualifies? Aristotle first argues for the affirmative part, that the negation
must be added to the verb; then he argues for the negative part, that the
negation must not be added to the verb, where he says, However it seems that
the same thing is possible to be and possible not to be, etc. 8 Intendit ergo
primo tale argumentum; si complexorum contradictiones attenduntur penes esse et
non esse (ut patet inductive in enunciationibus substantivis de secundo
adiacente et de tertio, et in adiectivis), contradictionesque omnium hoc modo
sumendæ sunt, contradictoria huius, possibile esse, erit, possibile non esse,
et non illa, non possibile esse. Et
consequenter apponenda est negatio verbo, ad sumendam oppositionem in
modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur, possibile esse, et, possibile
non esse, negatio cadit supra esse. Unde dicit: nam si eorum, quæ
complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicem sunt oppositæ
contradictiones, quæ secundum esse vel non esse disponuntur, idest in quarum
una affirmatur esse, et in altera negatur. His first argument is this. If of combined things,
contradictions are those related according to "to be” and "not to be”
(as is clear inductively in substantive enunciations with a second determinant,
in those with a third determinant, and in adjectival enunciations) and all
contradictions must be obtained in this way, the contradictory of
"possible to be” will be "possible not to be,” and not, "not
possible to be.” Consequently, the negation must be added to the verb to get
opposition in modal enunciations. The consequence is clear, for when we say
"possible to be” and possible not to be” the negation falls on "to
be.” Accordingly, he says, Let us grant that of those things that are combined,
i.e., of complex things, contradictions are those opposed to each other which
are disposed according to "to be” and "not to be,” i.e., in one of
which "to be” is affirmed and in the other denied. Et subdit inductionem,
inchoans a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ est, esse hominem,
idest, homo est, negatio est, non esse hominem, ubi verbum negatur, idest, homo
non est; et non est eius negatio ea quæ est, esse non hominem, idest, non homo
est: hæc enim non est negativa, sed affirmativa de subiecto infinito, quæ simul
est vera cum illa prima, scilicet, homo est. He goes on to give an induction,
beginning with an enunciation having a second determinant. The negation of "Man
is,” is, "Man is not,” in which the verb is negated. The negation of
"Man is,” is not, "Non-man is,” for this is not the negative but the
affirmative of the infinite subject, which is true at the same time as the
first enunciation, "Man is.” V. lib. 2 l. 8 n. 10Deinde prosequitur
inductionem in substantivis de tertio adiacente: ut, eius quæ est, esse album
hominem idest, ut illius enunciationis, homo est albus, negatio est, non esse
album hominem, ubi verbum negatur, idest, homo non est albus; et non est negatio
illius ea, quæ est, esse non album hominem, idest, homo est non albus. Hæc enim non est negativa, sed affirmativa de
prædicato infinito. Et quia istæ duæ affirmativæ de prædicato finito et
infinito non possunt de eodem verificari, propterea quia sunt de prædicatis
oppositis, posset aliquis credere quod sint contradictoriæ; et ideo ad hunc
errorem tollendum interponit rationem probantem quod hæ duæ non sunt
contradictoriæ. Est autem ratio
talis. Contradictoriorum talis est natura quod de omnibus aut dictio, idest
affirmatio aut negatio verificatur. Inter contradictoria siquidem nullum potest
inveniri medium; sed hæ duæ enunciationes, scilicet, est homo albus, et, est
homo non albus, sunt contradictoriæ per se; ergo sunt talis naturæ quod de
omnibus altera verificatur. Et sic, cum de ligno sit falsum dicere, est homo
albus, erit verum dicere de eo, scilicet ligno, esse non album hominem, idest,
lignum est homo non albus. Quod est manifeste falsum: lignum enim neque est
homo albus, neque est homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est simul
falsa de eodem, quod non sit inter eas contradictio. Sed contradictio fit quando
negatio apponitur verbo. He continues the induction with substantive
enunciations having a third determinant. The negation of the enunciation
"Man is white” is "Man is not white,” in which the verb is negated.
The negation is not "Man is nonwhite,” for this is not the negative, but
the affirmative of the infinite predicate. Now it might be thought that the
affirmatives of the finite and infinite predicates are contradictories since
they cannot be verified of the same thing because of their opposed predicates.
To obviate this error, Aristotle interposes an argument proving that these two
are not contradictories. The nature of contradictories, he reasons, is such
that either the assertion, i.e., the affirmation, or the negation, is verified
of anything, for between contradictories no middle is possible. Now the two
enunciations, that something "is white man” and "is nonwhite man” are
per se contradictories. Therefore, they are of such a nature that one of them
is verified of anything. For example, it is false to say "is white man” of
wood; hence "is nonwhite man” will be true to say of it, namely of wood,
i.e., "Wood is nonwhite man.” This is manifestly false, for wood is
neither white man nor nonwhite man. Consequently, there is not a contradiction
in the case in which each is at once false of the same subject. Therefore,
contradiction is effected when the negation is added to the verb. 11 Deinde
prosequitur inductionem in enunciationibus adiectivi verbi, dicens: quod si hoc
modo, scilicet supradicto, accipitur contradictio, et in quantiscunque
enunciationibus esse non ponitur explicite, idem faciet quoad oppositionem
sumendam, id quod pro esse dicitur (idest verbum adiectivum, quod locum ipsius
esse tenet, pro quanto, propter eius veritatem in se inclusam, copulæ officium
facit), ut eius enunciationis quæ est, homo ambulat, negatio est, non ea quæ
dicit, non homo ambulat (hæc enim est affirmativa de subiecto infinito), sed
negatio illius est, homo non ambulat; sicut et in illis de verbo substantivo,
negatio verbo addenda erat. Nihil enim differt dicere verbo adiectivo, homo ambulat,
vel substantivo, homo est ambulans. He continues his induction with enunciations having an
adjective verb: Now if the case is as we have stated it, i.e., contradiction is
taken as said above, then in enunciations in which "to be” is not the
determining word added (explicitly), that which is said in place of "to
be” will effect the same thing with respect to the opposition obtained (i.e.,
the adjective verb that occupies the place of "to be,” inasmuch as the
truth of "to be” is included in it, effects the function of the copula).
For example, the negation of the enunciation "Man walks” is not,
"Non-man walks” (for this is the affirmative of the infinite subject) but
"Man is not walking.” In this case, as in that of the substantive verb,
the negation must be added to the verb, for there is no difference between
using the adjective verb, as in "Man walks,” and using the substantive
verb, as in "Man is walking.” 12 Deinde ponit secundam partem inductionis
dicens: et si hoc modo in omnibus sumenda est contradictio, scilicet, apponendo
negationem ad esse, concluditur quod et eius enunciationis, quæ dicit,
possibile esse, negatio est, possibile non esse, et non illa quæ dicit, non
possibile esse. Patet conclusionis sequela: quia in illa,
possibile non esse, negatio apponitur verbo; in ista autem non. Dixit autem in
principio huius rationis: eorum quæ complectuntur, idest complexorum,
contradictiones fiunt secundum esse et non esse, ad differentiam incomplexorum
quorum oppositio non fit negatione dicente non esse, sed ipsi incomplexo
apposita, ut, homo, et, non homo, legit, et non legit. Then he posits the second
part of the induction: And if this is always the case, i.e., that contradiction
must be gotten by adding the negation to "to be,” we must conclude that
the negation of the enunciation that asserts "Possible to be” is "possible
not to be,” and not, "not possible to be.” The consequent of the
conclusion is evident, for in "possible not to be” the negation is added
to the verb, in "not possible to be,” it is not. At the beginning of this
argument, Aristotle said, Of those things that are combined, i.e., complex
things, the contradictions are effected according to "to be” and "not
to be.” He said this in reference to the difference between complex and
incomplex things, for opposition in the latter is not made by the negation
expressing "not to be,” but by adding the negative to the incomplex thing
itself, as in "man” and "non-man,” "reads” and "non-reads.”
V. lib. 2 l. 8 n. 13Deinde cum dicit: videtur autem idem etc., arguit ad
quæstionis partem negativam (scilicet quod ad sumendam contradictionem in
modalibus non addenda est negatio verbo), tali ratione. Impossibile est duas
contradictorias esse simul veras de eodem; sed supradictæ, scilicet, possibile
esse, et, possibile non esse, simul verificantur de eodem; ergo istæ non sunt contradictoriæ:
igitur contradictio modalium non attenditur penes verbi negationem. Huius rationis primo ponitur in littera minor cum sua
probatione; secundo maior; tertio conclusio. Minor quidem cum dicit: videtur
autem idem possibile esse, et, non possibile esse. Sicut verbi gratia, omne
quod est possibile dividi est etiam possibile non dividi, et quod est possibile
ambulare est etiam possibile non ambulare. Ratio autem huius minoris est,
quoniam omne quod sic possibile est (sicut, scilicet, est possibile ambulare et
dividi), non semper actu est: non enim semper actualiter ambulat, qui ambulare
potest; nec semper actu dividitur, quod dividi potest. Quare inerit etiam negatio possibilis, idest, ergo
non solum possibilis est affirmatio, sed etiam negatio eiusdem. Adverte quod quia possibile est
multiplex, ut infra dicetur, ideo notanter Aristoteles addidit ly sic,
assumens, quod sic possibile est, non semper actu est. Non enim de omni
possibili verum est dicere quod non semper actu est, sed de aliquo, eo scilicet
quod est sic possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota ulterius quod quia
tale possibile habet duas conditiones, scilicet quod potest actu esse et quod
non semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est verum dicere,
possibile esse, et, non esse. Ex eo enim quod potest actu esse, sequitur quod
sit possibile esse; ex eo vero quod non semper actu est, sequitur quod sit
possibile non esse. Quod enim non semper est, potest non esse. Bene ergo
intulit Aristoteles ex his duobus: quare inerit etiam negatio possibilis et non
solum affirmatio; potest igitur et non ambulare, quod est ambulabile, et non
videri, quod est visibile. Maior vero subiungitur, cum ait: at vero impossibile
est de eodem veras esse contradictiones. Infertur quoque ultimo conclusio: non
est igitur ista (scilicet, possibile non esse) negatio illius, quæ dicit,
possibile esse: quia sunt simul veræ de eodem. Caveto autem ne ex isto textu putes possibile, ut est
modus, debere semper accipi pro possibili ad utrumlibet: quoniam hoc infra
declarabitur esse falsum; sed considera quod satis fuit intendenti declarare
quod in modalibus non sumitur contradictio ex verbi negatione, afferre
instantiam in una modali, quæ continetur sub modalibus de possibili. When he says, However, it
seems that the same thing is possible to be and possible not to be, etc., he
argues for the negative part of the question, namely, to get a contradiction in
modals the negation should not be added to the verb. His reasoning is the
following: It is impossible for two contradictories to be true at once of the
same subject; but "possible to be” and "possible not to be” are
verified at once of the same thing; therefore, these are not contradictories.
Consequently, contradiction of the modals is not obtained by negation of the
verb. In this reasoning, the minor is posited first, with its proof; secondly,
the major; finally, the conclusion. The minor is: However, it seems that the
same thing is possible to be and possible not to be. For instance, everything
that has the possibility of being divided also has the possibility of not being
divided, and that which has the possibility of walking also has the possibility
of not walking. The proof of this minor is that everything that is possible in
this way (as are possible to walk and to be divided) is not always in act; for
he who is able to walk is not always actually walking, nor is that which can be
divided always divided. And so the negation of the possible will also be
inherent in it, i.e., therefore not only is the affirmation possible but also
the negation. Notice that since the possible is manifold, as will be said
further on, Aristotle explicitly adds "in this way” when he assumes here
that that which is possible is not always in act. For it is not true to say of
every possible that it is not always in act, but only of some, namely, those
that are possible in the way in which to walk and to be divided are possible.
Note also that "possible in this way” has two conditions: that it is able
to be in act, and that it is not always in act. It follows necessarily, then,
that it is true to say of it simultaneously that it is both possible to be and
possible not to be. From the fact that it can be in act it follows that it is
possible to be; from the fact that it is not always in act it follows that it
is possible not to be, for that which not always is, is able not to be.
Aristotle, then, rightly infers from these two: and so the negation of the
possible will also be inherent in it; and not just the affirmation, for that
which could walk could also not walk and that which could be seen not be seen.
The major is: But it is impossible that contradictions in respect to the same
thing be true. The final conclusion inferred is: Therefore, the negation of
"possible to be” is not, "possible not to be” because they are true
at once of the same thing. In relation to this part of the text, be careful not
to suppose that possible as it is a mode, is always to be taken for possible to
either of two alternatives, for this will be shown to be false later on. If you
consider the matter carefully you will see that it was enough for his intention
to give as an instance one modal contained under the modals of the possible in
order to show that contradiction in modals is not obtained by negation of the verb.
14 Deinde cum dicit:
contingit autem unum ex his etc., determinat veritatem huius dubitationis. Et
quia duo petebat, scilicet, an contradictio modalium ex negatione verbi fiat an
non, et, an potius ex negatione modi; ideo primo, determinat veritatem primæ
petitionis, quod scilicet contradictio harum non fit negatione verbi; secundo
determinat veritatem secundæ petitionis, quod scilicet fiat modalium
contradictio ex negatione modi; ibi: est ergo negatioet cetera. Dicit ergo quod
propter supradictas rationes evenit unum ex his duobus, quæ conclusimus
determinare, aut idem ipsum, idest, unum et idem dicere, idest affirmare et
negare simul de eodem: idest, aut quod duo contradictoria simul verificantur de
eodem, ut prima ratio conclusit; aut affirmationes vel negationes modalium, quæ
opponuntur contradictorie, fieri non secundum esse vel non esse, idest, aut
contradictio modalium non fiat ex negatione verbi, ut secunda ratio conclusit.
Si ergo illud est impossibile, scilicet quod duo contradictoria possunt simul
esse vera de eodem, hoc, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum
verbi negationem, erit magis eligendum. Impossibilia enim semper vitanda sunt.
Ex ipso autem modo loquendi innuit quod utrique earum aliquid obstat. Sed quia
primo obstat impossibilitas quæ acceptari non potest, secundo autem nihil aliud
obstat nisi quod negatio supra enunciationis copulam cadere debet, si negativa
fieri debet enunciatio, et hoc aliter fieri potest quam negando dicti verbum,
ut infra declarabitur; ideo hoc secundum, scilicet quod contradictio modalium
non fiat secundum negationem verbi, eligendum est: primum vero est omnino
abiiciendum. Aristotle
establishes the truth with respect to this difficulty where he says, For it
follows from what we have said, either that the same thing is asserted and
denied at once of the same subject, etc. Since he is investigating two things,
i.e., whether contradiction of modals is made by the negation of the verb or
not; and, whether it is not rather by negation of the mode, he first determines
the truth in relation to the first question, namely, that contradiction of
modals is not made by negation of the verb; then he determines the truth in
relation to the second, namely, that contradiction of modals is made by
negation of the mode, where he says, Therefore, the negation of "possible
to be” is "not possible to be,” etc. Hence he says that because of the
foresaid reasoning one of these two follows: first, that either the same thing,
i.e., one and the same thing is said, i.e., is asserted and denied at once of
the same subject, i.e., either two contradictories are verified at once of the
same thing, as the first argument concluded; or secondly, that assertions and
denials of modals, which are opposed contradictorily are not made by the
addition of "to be” or "not to be,” i.e., contradiction of modals is
not made by the negation of the verb, as the second argument concluded. If the
former alternative is impossible, namely, that two contradictories can be true
of the same thing at once, the latter, that contradiction of modals is not made
according to negation of the verb, must obtain, for impossible things must
always be avoided. His mode of speaking here indicates that there is some
obstacle to each alternative. But since in the first the obstacle is an
impossibility that cannot be accepted, while in the second the only obstacle is
that the negation must fall upon the copula of the enunciation if a negative
enunciation is to be formed, and this can be done otherwise than by denying the
verb of the dictum, as will be shown later on, then the second alternative must
be chosen, i.e., that the contradiction of modals is not made according to
negation of the verb, and the first alternative is to be rejected. IX. 1.
Determinat ubi ponenda sit negatio ad assumendam modalium contradictionem. Et
circa hoc quatuor facit: primo, determinat veritatem summarie; secundo,
assignat determinatæ veritatis rationem, quæ dicitur rationi ad oppositum
inductæ; ibi: fiunt enim etc.; tertio, explanat eamdem veritatem in omnibus
modalibus; ibi: eius veroetc.; quarto, universalem regulam concludit; ibi:
universaliter vero et cetera. Quia igitur negatio aut verbo aut modo apponenda
est, et quod verbo non addenda est, declaratum est per locum a divisione;
concludendo determinat: est ergo negatio eius quæ est possibile esse, ea quæ
est non possibile esse, in qua negatur modus. Et eadem est ratio in
enunciationibus de contingenti. Huius enim, quæ est, contingens esse, negatio
est, non contingens esse. Et in aliis, scilicet de necesse et impossibile idem
est iudicium. Aristotle now
determines where the negation must be placed in order to obtain contradiction
in modals. He first determines the truth summarily; secondly, he presents the
argument for the truth of the position, which is also the answer to the
reasoning induced for the opposite position, where he says, For just as
"to be” and "not to be” are the determining additions in the former,
and the things subjected are "white” and "man,” etc.; thirdly, he
makes this truth evident in all the modals, where he says, The negation, then,
of "possible not to be” is "not possible not to be,” etc.; fourthly,
he arrives at a universal rule where he says, And universally, as has been
said, "to be” and "not to be must be posited as the subject, etc.
Since the negation must be added either to the verb or to the mode and it was
shown above in virtue of an argument from division that it is not to be added
to the verb, he concludes: Therefore, the negation of "possible to be” is
"not possible to be”, that is, the mode is negated. The reasoning is the
same with respect to enunciations of the contingent, for the negation of
"contingent to be” is "not contingent to be.” And the judgment is the
same in the others, i.e., the necessary and the impossible. V. lib. 2 l. 9 n. 2Deinde cum
dicit: fiunt enim in illis appositiones etc., subdit huius veritatis rationem
talem. Ad sumendam contradictionem inter aliquas enunciationes oportet ponere
negationem super appositione, idest coniunctione prædicati cum subiecto; sed in
modalibus appositiones sunt modi; ergo in modalibus negatio apponenda est modo,
ut fiat contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in
littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod quemadmodum
in illis enunciationibus de inesse appositiones, idest prædicationes, sunt esse
et non esse, idest verba significativa esse vel non esse (verbum enim semper
est nota eorum quæ de altero prædicantur), subiective vero appositionibus res
sunt, quibus esse vel non esse apponitur, ut album, cum dicitur, album est, vel
homo, cum dicitur, homo est; eodem modo hoc in loco in modalibus accidit: esse
quidem subiectum fit, idest dictum significans esse vel non esse subiecti locum
tenet; contingere vero et posse oppositiones, idest modi, prædicationes sunt.
Et quemadmodum in illis de inesse penes esse et non esse veritatem vel
falsitatem determinavimus, ita in istis modalibus penes modos. Hoc est enim
quod subdit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi modi veritatem, quemadmodum in
illis esse et non esse, eam determinat. When he says, For just as "to be” and "not
to be” are the determining additions in the former, and the things subjected
are "white” and "man,” etc., he gives the argument for the truth of
his position. To obtain contradiction among any enunciations the negation must
be applied to the determining addition, i.e., to the word that joins the
predicate with the subject; but in modals the determining additions are the
modes; therefore, to get a contradiction in modals, the negation must be added
to the mode. The major of the argument is subsumed; the minor is stated in
Aristotle’s wording by a further similitude to absolute enunciations. In
absolute enunciations the determining additions, i.e., the predications, are
"to be” and "not to be,” i.e., the verb signifying "to be” or
"not to be” (for the verb is always a sign of those things that are
predicated of another). The things subjected to the determining additions,
i.e., to which to be” and "not to be” are applied, are "white,” in
"White is, "or man,” in "Man is.” This happens in modals in the
same way but in a manner appropriate to them. "To be” is as the subject,
i.e., the dictum signifying "to be” or "not to be” holds the place of
the subject; "is possible” and "is contingent,” i.e., the modes, are
the predicates. And just as in absolute enunciations we determine truth or
falsity with "to be” and "not to be,” so in modals with the modes. He
makes this point when he says, determining additions, i.e., these modes effect
truth just as "to be” and "not to be” determine truth and falsity in
the others. 3. Et sic patet responsio ad argumentum in oppositum primo
adductum, concludens quod negatio verbo apponenda sit, sicut illis de inesse.
Dicitur enim quod cum modalis enunciet modum de dicto sicut enunciatio de
inesse, esse vel esse tale, puta esse album de subiecto, eumdem locum tenet
modus hic, quem ibi verbum; et consequenter super idem proportionaliter cadit
negatio hic et ibi. Eadem enim, ut dictum est, proportio est modi ad dictum, quæ est verbi ad
subiectum. Rursus cum veritas et falsitas affirmationem et negationem
sequantur, penes idem attendenda est affirmatio vel negatio enunciationis, et
veritas vel falsitas eiusdem; sicut autem in enunciationibus de inesse veritas
vel falsitas esse vel non esse consequitur, ita in modalibus modum. Illa namque
modalis est vera quæ sic modificat dictum sicut dicti compositio patitur, sicut
illa de inesse est vera, quæ sic significat esse sicut est. Est ergo negatio
modo hic apponenda, sicut ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis quoad
veritatem et falsitatem enunciationis. Adverte quod modos, appositiones, idest,
prædicationes vocavit, sicut esse in illis de inesse, intelligens per modum
totum prædicatum enunciationis modalis, puta, est possibile. In cuius signum
modos ipsos verbaliter protulit dicens: contingere vero et posse appositiones
sunt. Contingit enim et potest, totum prædicatum modalis continent. Thus the response to the
argument for the opposite position, which he gave first, is evident. That
argument concluded that the negation should be added to the verb as it is in
absolute enunciations. But since the modal enunciates a mode of a dictum—as the
absolute enunciation enunciates "to be” or "not to be” such, for
instance, "to be white” of a subject—the mode holds the same place here
that the verb does there. Consequently, the negation falls upon the same thing
proportionally here and there, for the proportion of mode to dictum is the same
as the proportion of verb to subject. Again, since truth and falsity follow
upon affirmation and negation, the affirmation and negation of an enunciation
and its truth and falsity must be controlled by the same thing. In absolute
enunciations truth and falsity follow upon "to be” or "not to be,”
hence in the modals they follow upon the mode; for that modal is true which
modifies the dictum as the composition of the dictum permits, just as that
absolute enunciation is true which signifies that something is as it is. Therefore,
negation is added here to the mode just as it is added there to the verb, since
the power of each is the same with respect to the truth and falsity of an
enunciation. Notice that he calls the modes "determining additions,” i.e.,
predications—as "to be” is in absolute enunciations—understanding by the
mode the whole predicate of the modal enunciation, for example, "is
possible.” As a sign of this he expresses the modes themselves verbally when he
says, "is possible” and "is contingent” are determining additions. For
"is contingent” and "is possible” comprise the whole predicate of the
modal enunciation. V. lib. 2 l. 9 n. 4Deinde cum dicit: eius vero quod est
possibile est non esse etc., explanat determinatam veritatem in omnibus
modalibus, scilicet de possibili, et necessario, et impossibili. Contingens
convertitur cum possibili. Et quia quilibet modus facit duas modales
affirmativas, alteram habentem dictum affirmatum, et alteram habentem dictum
negatum; ideo explanat in singulis modis quæ cuiusque affirmationis negatio
sit. Et primo in illis de possibili. Et quia primæ affirmativæ de possibili
(quæ scilicet habet dictum affirmatum) scilicet possibile esse, negatio
assignata fuit, non possibile esse; ideo ad reliquam affirmativam de possibili
transiens ait: eius vero, quæ est possibile non esse (ubi dictum negatur)
negatio est non possibile non esse. Et hoc consequenter probat per hoc quod contradictoria
huius, possibile non esse, aut est, possibile esse, aut illa, quam diximus,
scilicet, non possibile non esse. Sed illa, scilicet, possibile esse, non est
eius contradictoria. Non enim sunt sibi invicem contradicentes, possibile esse,
et, possibile non esse, quia possunt simul esse veræ. Unde et sequi sese
invicem putabuntur: quoniam, ut supra dictum fuit, idem est, possibile esse,
et, non esse, et consequenter sicut ad, posse esse, sequitur, posse non esse,
ita e contra ad, posse non esse, sequitur, posse esse; sed contradictoria
illius, possibile esse, quæ non potest simul esse vera est, non possibile esse:
hæ enim, ut dictum est, opponuntur. Remanet
ergo quod huius negatio, possibile non esse, sit illa, non possibile non esse:
hæ namque simul nunquam sunt veræ vel falsæ. Dixit quod possibile esse et non
esse sequi se invicem putabuntur, et non dixit quod se invicem consequuntur:
quia secundum veritatem universaliter non sequuntur se, sed particulariter
tantum, ut infra dicetur; propter quod putabitur quod simpliciter se invicem
sequantur. Deinde declarat hoc idem in illis de necessario. Et primo, in
affirmativa habente dictum affirmatum, dicens: similiter eius quæ est,
necessarium esse, negatio non est ea, quæ dicit necessarium non esse, ubi modus
non negatur, sed ea quæ est, non necessarium esse. Deinde subdit de affirmativa
de necessario habente dictum negatum, et ait: eius vero, quæ est, necessarium
non esse, negatio est ea, quæ dicit, non necessarium non esse. Deinde transit
ad illas de impossibili, eumdem ordinem servans, et inquit: et eius, quæ dicit,
impossibile esse, negatio non est ea quæ dicit, impossibile non esse, sed, non
impossibile esse: ubi iam modus negatur. Alterius vero affirmativæ, quæ est,
impossibile non esse, negatio est ea quæ dicit non impossibile non esse. Et sic semper modo negatio
addenda est. When he says, The negation, then, of "possible not to be” is
[not, "not possible to be” but] "not possible not to be,” etc., he
makes this truth evident in all the modals, i.e., the possible, the necessary,
and the impossible (the contingent being convertible with the possible). And
since any mode makes two modal affirmatives, one having an affirmed dictum and
the other having a negated dictum, he shows what the negation of each
affirmation is in each mode. First he takes those of the possible. The negation
of the first affirmative of the possible (the one with an affirmed dictum),
i.e., "possible to be,” was assigned as "not possible to be.” Hence,
going on to the remaining affirmative of the possible he says, The negation,
then, of "possible not to be” [wherein the dictum is negated] is,
"not possible not to be.” Then he a proves this. The contradictory of
"possible not to be” is either "Possible to be” or "not possible
not to be.” But the former, i.e., "possible to be,” is not the
contradictory of "possible not to be,” for they can be at once true. Hence
they are also thought to follow upon each other, for, as was said above, the
same thing is possible to be and not to be. Consequently, just as
"possible not to be” follows upon "possible to be,” so conversely
"possible to be” follows upon "possible not to be.” But the
contradictory of "possible to be,” which cannot be true at the same time,
is "not possible to be,” for these, as has been said, are opposed.
Therefore, the negation of "possible not to be” is, "not possible not
to be,” for these are never at once true or false. Note that he says, Wherefore
"possible to be” and "possible not to be” would appear to be
consequent to each other, and not that they do follow upon each other, for it
is not true that they follow upon each other universally, but only particularly
(as will be said later); this is the reason they appear to follow upon each
other simply. Then he manifests the same thing in the modals of the necessary,
and first in the affirmative with an affirmed dictum: The case is the same with
respect to the necessary. The negation of "necessary to be” is not,
"necessary not to be” (in which the mode is not negated) but, "not
necessary to be.” Next he adds the affirmative of the necessary with a negated
dictum: and the negation of "necessary not to be is "not necessary
not to be.” Next, he takes up the impossible, keeping the same order. The
negation of "impossible to be” is not, "impossible not to be” but,
"not impossible to be,” in which the mode is negated. The negation of the
other affirmative, "impossible not to be” is "not impossible not to
be.” The negation, therefore, is always added to the mode. V. lib. 2 l. 9 n.
5Deinde cum dicit: universaliter vero etc., concludit regulam universalem
dicens quod, quemadmodum dictum est, dicta importantia esse et non esse oportet
ponere in modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem hoc, idest
contradictionis oppositionem, facientem, oportet apponere tantummodo ad suum
eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus negari, qui prius
affirmabatur, si contradictio esse debet. Et exemplariter explanans quomodo hoc
fiat, subdit: et oportet putare has esse oppositas dictiones, idest
affirmationes et negationes in modalibus, possibile et non possibile,
contingens et non contingens. Item cum dixit negationem alio tantum modo ad
modum apponi debere, non exclusit modi copulam, sed dictum. Hoc enim est
singulare in modalibus quod eamdem oppositionem facit, negatio modo addita, et
eius verbo. Contradictorie enim opponitur huic, possibile est esse, non solum
illa, non possibile est esse, sed ista, possibile non est esse; meminit autem
modi potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret quod
negatio verbo modi postposita, modo autem præposita, idem facit ac si modali
verbo præponeretur, et quia, cum modo numquam caret modalis enunciatio, semper
negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo: verbo enim modi
carere contingit modalem, ut cum dicitur, Socrates currit necessario; et ideo
semper verbo negatio aptari potest. Quod autem in fine addidit, verum et non
verum, insinuat, præter quatuor prædictos modos, alios inveniri, qui etiam
compositionem enunciationis determinant, puta, verum et non verum, falsum et
non falsum: quos tamen inter modos supra non posuit, quia, ut declaratum fuit,
non proprie modificant. Then he says, And
universally, as has been said, "to be”and "not to be” must be posited
as the subject, and those that produce affirmation and negation must be joined
to "to be” and "not to be,” etc. Here he concludes with the universal
rule. As has been said, the dictums denoting "to be” and "not to be”
must be posited in the modals as subjects, and the one making this an
affirmation and negation, i.e., the opposition of contradiction, must be added
only to the selfsame mode, not to diverse modes, for the selfsame mode which
was previously affirmed must be denied if there is to be a contradiction. He
gives examples of how this is to be done when he adds, And these are the words
that are to be considered opposed, i.e., affirmations and negations in modals,
possible–not possible, contingent–not contingent. Moreover, when he said
elsewhere but in another way that the negation must be applied only to the
mode, he did not exclude the copula of the mode, but the copula of the dictum.
For it is unique to modals that the same opposition is made by adding a
negation to the mode and to its verb. The contradictory of "is possible to
be,” for instance, is not only "is not possible to be,” but also "not
is possible to be.” There are two reasons, however, for his mentioning the mode
rather than the verb: first, for the reason we have just given, namely, so as
to imply that the negation placed after the verb of the mode, the mode having
been put first, accomplishes the same thing as if it were placed before the
modal verb; and secondly, because the modal enunciation is never without a
mode; hence the negation can always be put on the mode. However, it cannot
always be put on the verb of a mode, for the modal enunciation may lack the verb
of a mode as for example in "Socrates runs necessarily,” in which case the
negation can always be adapted to the verb. In adding "true” and "not
true” at the end he implies that besides the four modes mentioned previously
there are others that also determine the composition of the enunciation, for
example, "true” and "not true,” "false” and "not false”;
nevertheless he did not posit these among the modes first given because, as was
shown, they do not properly modify. Postquam determinavit de oppositione
modalium, hic determinare intendit de consequentiis earum. Et circa hoc duo
facit: primo, tradit veritatem; secundo, movet quandam dubitationem circa
determinata; ibi: dubitabit autem et cetera. Circa primum duo facit: primo,
ponit consequentias earum secundum opinionem aliorum; secundo, examinando et
corrigendo dictam opinionem, determinat veritatem; ibi: ergo impossibile et
cetera. Having established the opposition of modals, Aristotle now intends to
determine their consequents. He first presents the true doctrine; then, he
raises a difficulty where he says, But it may be questioned whether
"Possible to be follows upon "necessary to be,” etc. In presenting
the true doctrine, he first posits the consequents of the opposition of modals
according to the opinion of others; secondly, he determines the truth by
examining and correcting their opinion, where he says, Now the impossible and
the not impossible follow contradictorily upon the contingent and the possible
and the not contingent and the not possible, but inversely, etc. 2 Quoad primum
considerandum est quod cum quilibet modus faciat duas affirmationes, ut dictum
fuit, et duabus affirmationibus opponantur duæ negationes, ut etiam dictum fuit
in primo; secundum quemlibet modum fient quatuor enunciationes, duæ scilicet
affirmativæ et duæ negativæ. Cum autem modi sint quatuor, efficientur sexdecim
modales: quaternarius enim in seipsum ductus sexdecim constituit. Et quoniam
apud omnes, quælibet cuiusque modi, undecumque incipias, habet unam tantum
cuiusque modi se consequentem, ideo ad assignandas consequentias modalium,
singulas ex singulis modis accipere oportet et ad consequentiæ ordinem inter se
adunare. Before we consider these consequents according to the opinion of
others, we must first note that since any mode makes two affirmations and there
are two negations opposed to these, there will be four enunciations according
to any one mode, two affirmatives and two negatives. And since there are four
modes, there will be sixteen modals. Among these sixteen, anyone of each mode,
from wherever you begin, has only one of each mode following upon it. Hence, to
assign the consequents of the modals, we have to take one from each mode and
arrange them among themselves to form an order of consequents. V. lib. 2 l. 10
n. 3Et hoc modo fecerunt antiqui, de quibus inquit Aristoteles: consequentiæ
vero fiunt secundum infrascriptum ordinem, antiquis ita ponentibus. Formaverunt
enim quatuor ordines modalium, in quorum quolibet omnes quæ se consequuntur
collocaverunt. Ut autem confusio vitetur, vocetur, cum
Averroe, de cætero, in quolibet modo, affirmativa de dicto, et modo,
affirmativa simplex; affirmativa autem de modo et negativa de dicto,
affirmativa declinata; negativa vero de modo et non dicto, negativa simplex;
negativa autem de utroque, negativa declinata: ita quod modi affirmationem vel
negationem simplicitas, dicti vero declinatio denominet. Dixerunt ergo antiqui
quod affirmationem simplicem de possibili, scilicet, possibile est esse,
sequitur affirmativa simplex de contingenti, scilicet, contingens est esse
(contingens enim convertitur cum possibili); et negativa simplex de
impossibili, scilicet, non impossibile esse; et similiter negativa simplex de
necessario, scilicet, non necesse est esse. Et hic est primus ordo modalium
consequentium se. In secundo autem dixerunt quod affirmativas declinatas de
possibili et contingenti, scilicet, possibile non esse, et, contingens non
esse, sequuntur negativæ declinatæ de necessario et impossibili, scilicet, non
necessarium non esse, et, non impossibile non esse. In tertio vero ordine
dixerunt quod negativas simplices de possibili et contingenti, scilicet, non
possibile esse, non contingens esse, sequuntur affirmativa declinata de
necessario, scilicet, necesse non esse, et affirmativa simplex de impossibili,
scilicet, impossibile esse. In quarto demum ordine dixerunt quod negativas
declinatas de possibili et contingenti, scilicet, non possibile non esse, et,
non contingens non esse, sequuntur affirmativa simplex de necessario, scilicet,
necesse esse, et affirmativa declinata de impossibili, scilicet, impossibile
est non esse. The modals were
ordered in this way by the ancients. They disposed them in four orders placing
together in each order those that were a consequent to each other. Aristotle
speaks of this order when he says, Logical consequents follow according to the
order in the table below, which is the way in which the ancients posited them.
Henceforth, however, to avoid confusion let us call the affirmative of dictum
and mode in any one mode, the simple affirmative, as it is by Averroes, among
others; affirmative of mode and negative of dictum, the declined affirmative;
negative of mode and not of dictum, the simple negative; negative of both mode
and dictum, the declined negative. Hence, simplicity of mode designates
affirmation or negation, and so, too, does declination of dictum. The ancients
said, then, that simple affirmation of the contingent, i.e., "contingent
to be” follows upon simple affirmation of the possible, i.e., "Possible to
be” (for the contingent is converted with the possible); the simple negative of
the impossible also follows upon this, i.e., "not impossible to be”; and
the simple negative of the necessary, i.e., "not necessary to be.” This is
the first order of modal consequents. In the second order they said that the
declined negatives of the necessary and impossible, i.e., "not necessary
not to be” and "not impossible not to be,” follow upon the declined
affirmative of the possible and the contingent, i.e., "possible not to be”
and "contingent not to be.” In the third order, according to them, the
declined affirmative of the necessary, i.e., "necessary not to be,” and
the simple affirmative of of the impossible, i.e., "impossible to be,”
follow upon the simple negatives of the possible and the contingent, i.e.,
"not possible to be” and not contingent to be.” Finally, in the fourth
order, the simple affirmative of the necessary, i.e., "necessary to be,”
and the declined affirmative of the impossible, i.e., "impossible not to
be,” follow upon the declined negatives of the possible and the contingent,
i.e., "not possible not to be” and "not contingent not to be.” 4
Consideretur autem ex subscriptione appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut
clarius elucescat depictum. Consequentiæ enunciationum modalium secundum
quatuor ordines ab antiquis positæ et ordinatæ. (Figura). To make this ordering
more evident, let us consider it with the help of the following table.
CONSEQUENTS OF MODAL ENUNCIATIONS IN THE FOUR ORDERS POSITED AND ORDERED BY THE
ANCIENTS FIRST ORDER It is possible to be It is contingent to be It is not
impossible to be It is not necessary to be SECOND ORDER It is possible not to
be It is contingent not to be It is not impossible not to be It is not necessary
not to be It is not possible to be It is not contingent to be It is impossible
to be It is necessary not to be FOURTH ORDER It is not possible not to be It is
not contingent not to be It is impossible not to be It is necessary to be V.
lib. 2 l. 10 n. 5Deinde cum dicit: ergo impossibile et non impossibile etc.,
examinando dictam opinionem, determinat veritatem. Et circa hoc duo facit: quia
primo examinat consequentias earum de impossibili; secundo, illarum de
necessario; ibi: necessarium autem et cetera. Unde ex præmissa opinione
concludens et approbans, dicit: ergo istæ, scilicet, impossibile, et, non
impossibile, sequuntur illas, scilicet, contingens et possibile, non
contingens, et, non possibile, sequuntur, inquam, contradictorie, idest ita ut
contradictoriæ de impossibili contradictorias de possibili et contingenti
consequantur, sed conversim, idest, sed non ita quod affirmatio affirmationem
et negatio negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem
negatio et negationem affirmatio. Et explanans hoc ait: illud enim quod est
possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio sequitur impossibilis,
idest, non impossibile esse; negationem vero possibilis affirmatio sequitur
impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse, sequitur ista,
impossibile est esse; hæc autem, scilicet, impossibile esse, affirmatio est;
illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio est: hic siquidem modus
negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in quolibet ordine quoad
consequentias illarum de impossibili, quia, ut in suprascripta figura apparet,
semper ex affirmatione possibilis negationem impossibilis, et ex negatione
possibilis affirmationem impossibilis inferunt.When he says, Now the impossible
and the not impossible follow contradictorily upon the contingent and the
possible and the not contingent and the not possible, but inversely, etc., he
determines the truth by examining the foresaid opinion. First, he examines the
consequents of enunciations predicating impossibility; secondly, those predicating
necessity, where he says, Now we must consider how enunciations predicating
necessity are related to these, etc. From the opinion advanced, then, he
concludes with approval that the impossible and the not impossible follow upon
the contingent and the possible and the not contingent and the not possible,
contradictorily, i.e., the contradictories of the impossible follow upon the
contradictories of the possible and the contingent, but inversely, i.e., not so
that affirmation follows upon affirmation and negation upon negation, but
inversely, i.e., negation follows upon affirmation and affirmation upon
negation. He explains this when he says, The negation of "impossible to
be” follows upon "possible to be,” i.e., the negation of the impossible,
i.e., "not impossible to be,” follows upon the affirmation of the
possible, and the affirmation of the impossible follows upon the negation of
the possible. For the affirmation, "impossible to be” follows upon the
negation, "not possible to be.” In the latter the mode is negated, in the
former it is not. Therefore, the ancients were right in saying that in any
order, the consequences of enunciations predicating impossibility are as
follows: from affirmation of the possible, negation of the impossible is
inferred; and from negation of the possible, affirmation of the impossible is
inferred. This is apparent in the diagram. V. lib. 2 l. 10 n. 6Deinde cum
dicit: necessarium autem etc., intendit examinando determinare consequentias de
necessario. Et circa hoc duo facit: primo examinat dicta antiquorum; secundo,
determinat veritatem intentam; ibi: at vero neque necessarium et cetera. Circa
primum quatuor facit. Primo, declarat quid bene et quid male dictum sit ab
antiquis in hac re. Ubi attendendum est quod cum quatuor sint enunciationes de
necessario, ut dictum est, differentes inter se secundum quantitatem et
qualitatem, adeo ut unam integrent figuram oppositionis iuxta morem illarum de
inesse; duæ earum sunt contrariæ inter se, duæ autem illis contrariis contradictoriæ,
ut patet in hac figura. (Figura). Quia ergo antiqui universales contrarias bene
intulerunt ex aliis, contradictorias autem earum, scilicet particulares, male
intulerunt; ideo dicit quod considerandum restat de his, quæ sunt de
necessario, qualiter se habeant in consequendo illas de possibili et non
possibili. Manifestum est autem ex dicendis quod non
eodem modo istæ de necessario illas de possibili consequuntur, quo easdem
sequuntur illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de impossibili recte illatæ sunt
ab antiquis. Enunciationes autem de necessario non omnes recte inferuntur: sed
duæ earum, quæ sunt contrariæ, scilicet, necesse est esse, et, necesse est non
esse, sequuntur, idest recta consequentia deducuntur ab antiquis, in tertio
scilicet et quarto ordine; reliquæ autem duæ de necessario, scilicet, non
necesse non esse, et, non necesse esse, quæ sunt contradictoriæ supradictis,
sunt extra consequentias illarum, in secundo scilicet et primo ordine. Unde antiqui in tertio et quarto ordine omnia recte
fecerunt; in primo autem et in secundo peccaverunt, non quoad omnia, sed quoad
enunciationes de necessario tantum. When he says, Now we must consider how enunciations
predicating necessity are related to these, etc., he proposes an examination of
the consequents of enunciations predicating necessity in order to determine the
truth about them. First he examines what was said by the ancients; secondly, he
determines the truth, where he says, But in fact neither " necessary to
be” nor "necessary not to be” follow upon "possible to be,” etc. In
his examination of the ancients, Aristotle makes four points. First, he shows
what was well said by the ancients and what was badly said. It must be noted in
regard to this that, as we have said, there are four enunciations predicating
necessity, which differ among themselves in quantity and quality, and hence
they make up a diagram of opposition in the manner of the absolute
enunciations. Two of them are contrary to each other, and two are contradictory
to these contraries, as is clear in the diagram below. necessary to be
contraries necessary not to be not necessary not to be subcontraries not
necessary to be Now the ancients correctly inferred the universal contraries
from the possibles, contingents, and impossibles, but incorrectly inferred
their contradictories, namely, particulars. This is the reason Aristotle says
that it remains to be considered how enunciations predicating necessity are
related consequentially to the possible and not possible. From what Aristotle
says, it is clear that those predicating necessity do not follow upon the
possibles in the same way as those predicating impossibility follow upon the
possibles, for all of the enunciations predicating impossibility were correctly
inferred by the ancients, but those predicating necessity were not. Two of
them, the contraries, "necessary to be” and "necessary not to be,”
follow, i.e., correct consequents were deduced by the ancients in the third and
fourth orders; the remaining two, "not necessary not to be” and "not
necessary to be,” which are contradictories of the contraries, are outside of
the consequents of these, i.e., in the second and first orders. Hence, the
ancients represented everything correctly in the third and fourth orders, but
in the first and second they erred, not with respect to all things, but only
with respect to enunciations predicating necessity. V. lib. Secundo cum dicit:
non enim est negatio eius etc., respondet cuidam tacitæ obiectioni, qua defendi
posset consequentia enunciationis de necessario in primo ordine ab antiquis
facta. Est autem obiectio tacita talis. Non
possibile esse, et, necesse non esse, convertibiliter se sequuntur in tertio
ordine iam approbato; ergo, possibile esse, et, non necesse esse, invicem se
sequi debent in primo ordine. Tenet consequentia: quia duorum convertibiliter
se sequentium contradictoria mutuo se sequuntur; sed illæ duæ tertii ordinis
convertibiliter se sequuntur, et istæ duæ primi ordinis sunt earum
contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis, scilicet, possibile esse, et, non
necesse esse, mutuo se sequuntur. Huic, inquam, obiectioni respondet
Aristoteles hic interimendo minorem quoad hoc quod assumit, quod scilicet
necessaria primi ordinis et necessaria tertii ordinis sunt contradictoriæ. Unde
dicit: non enim est negatio eius quod est, necesse non esse (quæ erat in tertio
ordine), illa quæ dicit, non necesse est esse, quæ sita erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit
utrasque simul esse veras in eodem; quod contradictoriis repugnat. Illud enim
idem, quod est necessarium non esse, non est necessarium esse. Necessarium
siquidem est hominem non esse lignum et non necessarium est hominem esse
lignum. Adverte quod, ut infra patebit, istæ duæ de necessario, quas posuerunt
antiqui in primo et tertio ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt simul veræ),
et deberent esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. Secondly, he says, For the
negation of "necessary not to be” is not "not necessary to be,” since
both may be true of the same subject, etc. Here he replies to a tacit
objection. This reply could be used to defend the consequent of the enunciation
of the necessary made by the ancients in the first order. The tacit objection
is this: "not possible to be” and "necessary not to be” follow
convertibly in the third order which has already been shown to be correct;
therefore, "possible to be” and "not necessary to be” ought to follow
upon each other in the first order. The consequent holds; for the
contradictories of two that convertibly follow upon each other, mutually follow
upon each other; but those two follow upon each other convertibly in the third
order and these two in the first order are their contradictories; therefore,
those of the first order, i.e., "possible to be” and "not necessary
to be,” mutually follow upon each other. Aristotle replies here to this
objection by destroying what was assumed in the minor, i.e., that the necessary
of the first order and the necessary of the third order are contradictories. He
says, For the negation of "necessary not to be” (which is in the third
order) is not "not necessary to be” (which has been placed in the first
order). He also gives the reason: it is possible for both to be true at once of
the same subject, which is repugnant to contradictories. For the same thing
which is necessary not to be, is not necessary to be; for example, it is
necessary that man not be wood and it is not necessary that man be wood.
Notice, as will be clear later, that these two which the ancients posited in
the first and third orders, are subalterns and therefore are at once true,
whereas they should be contradictories; hence the ancients were in error. V.
lib. 2 l. 10 n. 8Boethius autem et Averroes non reprehensive legunt tam hanc,
quam præcedentem textus particulam, sed narrative utramque simul iungentes.
Narrare enim aiunt Aristotelem qualitatem suprascriptæ figuræ quoad
consequentiam illarum de necessario, postquam narravit quo modo se habuerint
illæ de impossibili, et dicere quod secundum præscriptam figuram non eodem modo
sequuntur illas de possibili illæ de necessario, quo sequuntur illæ de
impossibili. Nam contradictorias de possibili contradictoriæ
de impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem de necessario
non dicuntur sequi illas contradictorias de possibili, sed potius eas sequi
dicuntur contrariæ de necessario: non inter se contrariæ, sed hoc modo, quod
affirmationem possibilis negatio de necessario sequi dicitur, negationem vero
possibilis non affirmatio de necessario sequi ponitur, quæ sit contradictoria
illi negativæ quæ ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de
necessario contrario. Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex
primo et tertio ordine, quorum capita sunt negatio et affirmatio possibilis, et
extrema sunt, non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt
contradictoriæ. Non enim est negatio eius, quæ est, necesse non esse, non
necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed illa
scilicet, necesse non esse, est contraria contradictoriæ huius, scilicet, non
necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia sequenti litteræ magis
consona est introductio nostra, quæ etiam Alberto consentit, et extorte videtur
ab aliis exponi ly contrariæ, ideo prima, iudicio meo, acceptanda est expositio
et ad antiquorum reprehensionem referendus est textus. Boethius and Averroes read
both this and the preceding part of the text, not reprovingly, but as
explanatorily joined together. They say Aristotle explains the quality of the
above table with respect to the consequents of enunciations predicating necessity
after he has explained in what way those predicating impossibility are related.
What Aristotle is saying, then, is that those of the necessary do not follow
those of the possible in the same way as those of the impossible follow upon
the possible. For contradictories of the impossible follow upon contradictories
of the possible, although inversely; but contradictories of the necessary are
not said to follow the contradictories of the possible, but rather the
contraries of the necessary follow upon them. It is not the contraries among
themselves that follow, but contraries in this way: the negation of the
necessary is said to follow upon the affirmation of the possible; but what
follows on the negation of this possible is not the affirmation of the
necessary contradictory to that negative of the necessary following upon the
possible, but the contrary of such an affirmation of the necessary. That this
is the case is evident in the first and third orders. The sources are negation
and affirmation of the possible, and the extremes are "not necessary to
be” and "necessary not to be.” But these are not contradictories, for the
negation of "necessary not to be” is not "not necessary to be,” for
it is possible for them to be at once true of the same thing. "Necessary
not to be” is the contrary of the contradictory of "not necessary to be,”
which contradictory is "necessary to be.” In my judgment, however, the
first exposition should be accepted and this portion of the text taken as a
reproof of the ancients, because the contraries seem to be explained in a
forced way by others, whereas our introduction is more in accord with what
follows in the next part of the text; in addition, it agrees with Albert’s
interpretation. V. lib. 2 l. 10 n. 9Tertio cum dicit: causa autem cur etc.,
manifestat id quod præmiserat, scilicet, quod non simili modo ad illas de
possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario. Antiquorum enim hoc peccatum fuit tam in primo quam
in secundo ordine, et quod simili modo intulerunt illas de impossibili et
necessario. In primo siquidem ordine, sicut posuerunt negativam simplicem de
impossibili, ita posuerunt negativam simplicem de necessario, et similiter in
secundo ordine utranque negativam declinatam locaverunt. Hoc ergo quare
peccatum sit, et causa autem quare necessarium non sequitur possibile,
similiter, idest, eodem modo cum cæteris, scilicet, de impossibili, est,
quoniam impossibile redditur idem valens necessario, idest, æquivalet
necessario, contrarie, idest, contrario modo sumptum, et non eodem modo. Nam
si, hoc esse est impossibile, non inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed,
hoc non esse est necesse. Quia ergo impossibile et necesse mutuo se sequuntur,
quando dicta eorum contrario modo sumuntur, et non quando dicta eorum simili
modo sumuntur, sequitur quod non eodem modo ad possibile se habeant impossibile
et necessarium, sed contrario modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum
affirmatum de impossibili, sequitur dictum negatum de necessario; et e
contrario. Quare autem hoc accidit infra dicetur. Erraverunt igitur antiqui
quod similes enunciationes de impossibili et necessario in primo et in secundo
ordine locaverunt. Thirdly, he says,
Now the reason why enunciations predicating necessity do not follow in the same
way as the others, etc. Here Aristotle shows why enunciations predicating
impossibility and necessity do not follow in a similar way upon those
predicating possibility. This was the error made by the ancients in both the
first and second orders, for in the first order they posited the simple
negative of the impossible, and in a similar way the simple negative of the
necessary, and in the second order their declined negatives, the reason being
that they inferred those predicating impossibility and necessity in a similar
way. The cause of this error, then, and the reason why enunciations predicating
necessity do not follow the possible in the same way, i.e., in a similar mode,
as the others, i.e., as the impossibles, is that the impossible expresses the
same meaning as the necessary, i.e., is equivalent to the necessary, contrarily,
i.e., taken in a contrary mode, and not in the same mode. For if something is
impossible to be, we do not infer, therefore it is necessary to be, but it is
necessary not to be. Since, therefore, the impossible and necessary mutually
follow each other when their dictums are taken in a contrary mode—and not when
their dictums are taken in a similar mode — it follows that the impossible and
necessary are not related in the same way to the possible, but in a contrary
way. For the negated dictum of the necessary follows upon that possible which
follows the affirmed dictum of the impossible, and contrarily. Why this is so
will be explained later. Therefore, the ancients erred when they located
similar enunciations of the impossible and necessary in the first and in the
second orders. V. lib. 2 l. 10 n. 10 Hinc apparet quod supra posita nostra
expositio conformior est Aristoteli. Cum enim hunc textum induxerit ad
manifestandum illa verba: manifestum est autem quoniam non eodem modo, etc., eo
accipiendo sunt sensu illa verba, quo hic per causam manifestantur. Liquet
autem quod hic redditur causa dissimilitudinis veræ inter necessarias et
impossibiles in consequendo possibiles, et non dissimilitudinis falso opinatæ
ab antiquis: quoniam ex vera causa nonnisi verum concluditur. Ergo
reprehendendo antiquos, veram dissimilitudinem inter necessarias, et
impossibiles in consequendo possibiles, quam non servaverunt illi, proposuisse
tunc intelligendum est, et nunc eam manifestasse. Quod autem dissimilitudo
illa, quam antiqui posuerunt inter necessarias et impossibiles, sit falso
posita, ex infra dicendis patebit. Ostendetur enim quod contradictorias de
possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim; et quod in hoc non
differunt ab his quæ sunt de impossibili, sed differunt in hoc quod modo
diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium dictum est
similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem consequentium dictum
est contrarium, ut infra clara luce videbitur. Hence it appears that our exposition
is more in conformity with Aristotle. For he introduced this text to manifest
these words: It is evident that the case here is not the same, etc. By taking
this meaning, then, these words are made clear through the cause. Moreover, it
is evident that here the cause is given of a true dissimilitude between
necessaries and impossibles in following the possibles, and not of a
dissimilitude falsely held by the ancients, for from a true cause only the
truth is concluded. Therefore in reproving the ancients it must be understood
that a true dissimilitude between the necessary and impossible in following the
possible, which they did not beed, has been proposed, and now has been made
manifest. It will be clear from what will be said later that the dissimilitude
posited by the ancients between the necessary and impossible is falsely
posited, for it will be shown that contradictories of the necessary follow
contradictories of the possible inversely, and that in this they do not differ
from enunciations predicating impossibility. They do differ, however, in the
way we have indicated, i.e., the dictum of the possibles and of the impossibles
following on them is similar, but the dictum of the possibles and of the
necessaries following on them is contrary, as will be seen clearly later. V.
lib. 2 l. 10 n. 11 Quarto cum dicit: aut certe impossibile est etc., manifestat
aliud quod proposuerat, scilicet, quod contradictoriæ de necessario male
situatæ sint secundum consequentiam ab antiquis, qui contradictiones necessarii
ita ordinaverunt. In primo ordine posuerunt contradictoriam
negationem, necesse esse, idest, non necesse esse; et in secundo
contradictoriam negationem, necesse non esse, idest, non necesse non esse. Et
probat hunc consequentiæ modum esse malum in primo ordine. Cognita enim malitia
primi, facile est secundi ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali
ratione ducente ad impossibile. Ad necessarium esse sequitur possibile esse:
aliter sequeretur non possibile esse, quod manifeste implicat; ad possibile
esse sequitur non impossibile esse, ut patet; ad non impossibile esse, secundum
antiquos, sequitur in primo ordine non necessarium esse; ergo de primo ad
ultimum, ad necessarium esse sequitur non necessarium esse: quod est
inconveniens, quia est manifesta implicatio contradictionis. Relinquitur ergo
quod male dictum sit, quod non necessarium esse consequatur in primo ordine.
Ait ergo et certe impossibile est poni sic secundum consequentiam, ut antiqui
posuerunt, necessarii contradictiones, idest illas duas enunciationes de
necessario, quæ sunt negationes contradictoriæ aliarum duarum de necessario.
Nam ad id quod est, necessarium esse, sequitur, possibile est esse: nam si non,
idest quoniam si hanc negaveris consequentiam, negatio possibilis sequitur illam,
scilicet, necesse esse. Necesse est enim de necessario aut dicere, idest
affirmare possibile, aut negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel
negatio vera. Quare si dicas quod, ad necesse esse, non sequitur, possibile
esse, sed, non possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi quæ dicit,
impossibile est esse, relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur, impossibile
esse, et idem erit, necesse esse et impossibile esse: quod est inconveniens.
Bona ergo erat prima illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est
esse. Tunc ultra. Illud quod est, possibile esse, sequitur, non impossibile
esse, ut patet in primo ordine. Ad hoc vero, scilicet, non impossibile esse,
secundum antiquos eodem primo ordine, sequitur, non necesse est esse (quare contingit
de primo ad ultimum); ad id quod est, necessarium esse, sequitur, non
necessarium esse: quod est inconveniens, immo impossibile. Fourthly, when he says, Or is
it impossible to arrange the contradictions of enunciations predicating
necessity in this way? he manifests another point he had proposed, namely, that
contradictories of enunciations predicating necessity were badly placed according
to consequence by the ancients when they ordered them thus: the contradictory
negation to "necessary to be,” i.e., "not necessary to be,” in the
first order, and the contradictory negation to "necessary not to be,”
i.e., "not necessary not to be,” in the second. Aristotle only proves that
this mode of consequence is incorrect in the first order, for when this is
known the mistake in the second order is readily seen. He does this by an
argument leading to an impossibility. "Possible to be” follows upon
"necessary to be”; otherwise "not possible to be” would follow, which
it manifestly implies. "Not impossible to be” follows upon "possible
to be” as is evident, and, according to the ancients, in the first order,
"not necessary to be” follows upon "not impossible to be.” Therefore,
from first to last, "not necessary to be” follows upon "necessary to
be,” which is inadmissible because there is an obvious implication of
contradiction. Therefore, it is erroneous to say that "not necessary to
be” follows in the first order. He says, then, that in fact it is impossible to
posit contradictions of the necessary according to consequence as the ancients
posited them, i.e., in the first order the contradictory negation of
"necessary to be,” i.e., "not necessary to be” and in the second the
contradictory negation of "necessary not to be,” i.e., "not necessary
not to be.” For "possible to be” follows upon "necessary to be”; if
not, i.e., if you deny this consequence, the negation of the possible follows
upon "necessary to be,” since the possible must either be asserted of the
necessary or denied, the reason being that of anything there is a true
affirmation or a true negation. Therefore, if you say that "possible to
be” does not follow upon "necessary to be,” but "not possible to be”
does follow, then, since the latter is equivalent to the former, i.e.,
"not possible to be” to "impossible to be,” "impossible to be”
follows upon "necessary to be” and the same thing will be "necessary
to be” and "impossible to be,” which cannot be admitted. Consequently, the
first inference was good, i.e., "It is necessary to be, therefore it is
possible to be.” But again, "possible to be” follows upon "not
impossible to be,” as is evident in the first order, and according to the
ancients, "not necessary to be” follows upon "not impossible to be”
in the same first order. Therefore, from first to last we arrive at this:
"not necessary to be” follows upon "necessary to be,” which is
unlikely, not to say impossible. 12
Dubitatur hic: quia in I priorum dicitur quod ad possibile sequitur non
necessarium, hic autem dicitur oppositum. Ad hoc est dicendum quod possibile
sumitur dupliciter. Uno modo in communi, et sic est quoddam superius ad
necessarium et contingens ad utrunque, sicut animal ad hominem et bovem; et sic
ad possibile non sequitur non necessarium, sicut ad animal non sequitur non
homo. Alio modo sumitur possibile pro una parte possibilis in communi, idest
pro possibili seu contingenti, scilicet ad utrunque, scilicet quod potest esse
et non esse; et sic ad possibile sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non
esse, non necessarium est esse, et similiter non necessarium est non esse. Loquimur ergo hic de possibili in communi, ibi vero
in speciali. There is a doubt
about this, for in I Priorum, it is said that the not necessary follows upon
the possible, while here the opposite is said. The possible, however, is taken
in two ways: commonly, and thus it is superior to the necessary and the
contingent to either of two alternatives, as is the case with animal in
relation to man and cow; taken in this way, the not necessary does not follow
upon the possible, just as not-man does not follow upon animal. In another way
the possible is taken for one part of the possible commonly, i.e., for the
possible or contingent to either of two alternatives, namely, for what can be
and not be. The not necessary follows upon the possible taken in this way, for
what can be and not be is not necessary to be, and likewise is not necessary
not to be. In the Prior Analytics, then, Aristotle is speaking of the possible
in particular; here of the possible commonly. Deinde cum dicit: at vero neque
necessarium etc., determinat veritatem intentam. Et circa hoc tria facit:
primo, determinat quæ enunciatio de necessario sequatur ad possibile; secundo,
ordinat consequentias omnium modalium; ibi: sequuntur enim et cetera. Quoad primum, sicut duabus viis
reprehendit antiquos, ita ex illis duobus motivis intentum probat. Et intendit quod, ad possibile esse, sequitur, non
necesse non esse. Primum motivum est per locum a divisione. Ad, possibile esse,
non sequitur (ut probatum est), non necesse esse, at vero neque, necesse esse,
neque, necesse non esse. Reliquum est ergo ut sequatur ad eam, non necesse non
esse: non enim dantur plures enunciationes de necessario. Huius communis
divisionis primo proponit reliqua duo membra excludenda, dicens: at vero neque
necessarium esse, neque necessarium non esse, sequitur ad possibile non esse;
secundo probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum antecedens: tunc
enim oppositum consequentis staret cum antecedente; sed utrumque horum,
scilicet, necesse esse, et, necesse non esse, minuit possibile esse; ergo, et
cetera. Unde, tacita maiore, ponit minoris probationem dicens: illi enim,
scilicet, possibile esse, utraque, scilicet, esse et non esse, contingit
accidere; horum autem, scilicet, necesse esse et necesse non esse, utrumlibet
verum fuerit, non erunt illa duo, scilicet, esse et non esse, vera simul in
potentia. Et primum horum
explanans ait: cum dico, possibile esse, simul est possibile esse et non esse.
Quoad secundum vero subdit. Si vero dicas, necesse esse vel necesse non esse,
non remanet utrumque, scilicet, esse et non esse, possibile: si enim necesse
est esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si necesse est non esse,
possibilitas ad esse removetur. Utrumque ergo istorum minuit illud antecedens,
possibile esse, quoniam ad esse et non esse se extendit, et cetera. Tertio
subdit conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est
ei quæ dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo ordine.
When he says, But
in fact neither "necessary to be” nor "necessary not to be” follow
upon "possible to be,” etc., he determines the truth. First he determines
which enunciation of the necessary follows upon the possible; secondly, he
orders the consequents of all of the modals, where he says, Thus, these
contradictions also follow in the way indicated, etc. Aristotle has reproved
the ancients in two ways; on the basis of these two he now proves which
enunciation of the necessary follows upon the possible. What he intends to show
is that "not necessary not to be” follows upon "possible to be.” The
first argument is taken from a locus of division. "Not necessary to be”
does not follow upon possible to be” (as has been proved), but neither does
"necessary to be” nor "necessary not to be.” Therefore, "not
necessary not to be” follows upon "possible to be,” since there are no
more enunciations of the necessary. He first proposes the remaining two members
that are to be excluded from this common division: But in fact neither
"necessary to be” nor "necessary not to be” follow upon
"possible to be.” Then he proves this: no formal consequent diminishes its
antecedent, for if it did, the opposite of the consequent would stand with the
antecedent; but both of these, namely, "necessary to be” and
"necessary not to be,” diminish possible to be”; therefore, etc. The major
is therefore implied and he gives the proof of the minor when he says that
"possible to be” admits of two possibilities, namely, "to be” and
"not to be”; but of these, namely, "necessary to be” and
"necessary not to be” (whichever should be true), these two, "to be”
and "not to be,” will not be true at the same time in potency. He explains
the first point thus: when I say "possible to be” it is at once possible
to be and not to be. With respect to the second, he adds: if you should say,
"necessary to be” or "necessary not to be,” both do not remain, i.e.,
possible to be and not to be do not remain, for if a thing is necessary to be,
possibility not to be is excluded, and if it is necessary not to be,
possibility to be is removed. Both of these, then, diminish the antecedent,
possible to be, for it is extended to "to be” and "not to be,” etc.
Thirdly, he concludes: it remains, therefore, that "not necessary not to
be” accompanies "possible to be,” and consequently will have to be placed
in the first order. V. lib. 2 l. 10
n. 14 Occurrit in hac parte dubium circa hoc quod dicit quod, ad possibile non
sequitur necessarium, cum superius dixerit quod ad ipsum non sequitur non
necessarium. Cum enim necessarium et non necessarium sint contradictoria
opposita, et de quolibet sit affirmatio vel negatio vera, non videtur posse
evadi quin ad possibile sequatur necessarium, vel, non necessarium. Et cum non
sequatur necessarium, sequetur non necessarium, ut dicebant antiqui. Augetur et
dubitatio ex eo quod Aristoteles nunc usus est tali argumentationis modo,
volens probare quod ad necessarium sequatur possibile. Dixit enim: nam si non
negatio possibilis consequatur. Necesse est enim aut dicere aut negare. A
difficulty arises at this point with respect to his saying that the necessary
does not follow upon the possible, since he has also said that the not
necessary does not follow upon it. For the necessary and the not necessary are
opposed contradictorily, and since of anything there is a true affirmation or
negation, it seems impossible to avoid the conclusion that either the necessary
or the not necessary follows upon the possible; and since the necessary does
not follow, the not necessary must follow, as the ancients said. Furthermore,
the difficulty is augmented by the fact that Aristotle just used such a mode of
argumentation when, to prove that the possible follows upon the necessary, he
said, for if not, the negation will follow; for it is necessary either to
affirm or deny. 15. Pro solutione huius, oportet reminisci habitudinis quæ est
inter possibile et necessarium, quod scilicet possibile est superius ad
necessarium, et attendere quod superius potestate continet suum inferius et eius
oppositum, ita quod neutrum eorum actualiter sibi vindicat, sed utrunque potest
sibi contingere; sicut animali potest accidere homo et non homo: et
consequenter inspicere debes quod, eadem est proportio superioris ad habendum
affirmationem et negationem unius inferioris, quæ est alicuius subiecti ad
affirmativam et negativam futuri contingentis. Utrobique enim neutrum habetur,
et salvatur potentia ad utrumlibet. Unde, sicut in futuris contingentibus nec
affirmatio nec negatio est determinate vera, sed sub disiunctione altera est
necessario vera, ut in fine primi conclusum est; ita nec affirmatio nec negatio
inferioris sequitur determinate affirmationem vel negationem superioris, sed
sub disiunctione altera sequitur necessario. Unde non valet, est animal, ergo
est homo, neque, ergo non est homo, sed, ergo est homo vel non est homo. Quia ergo possibile superius est ad necessarium, ideo
optime determinavit Aristoteles neutram contradictionis partem de necessario
determinate sequi ad possibile. Non tamen dixit quod sub disiunctione neutra
sequatur; hoc enim est contra illud primum principium: de quolibet est
affirmatio vera vel falsa. Ad id autem quod additur, ex eadem trahitur radice
responsio. Quia enim necessarium inferius est ad possibile, et inferius non in
potentia sed in actu includit suum superius, necesse est ad inferius
determinate sequi suum superius: aliter determinate sequetur eius
contradictorium. Unde per dissimilem habitudinem, quæ est inter necessarium et
possibile et non possibile, ex una parte, et inter possibile et necessarium et
non necessarium, ex altera parte, ibi optimus fuit processus ad alteram
contradictionis partem determinate, et hic optimus ad neutram determinate. In order to resolve this, we
must recall the relationship between the possible and the necessary, namely,
that the possible is superior to the necessary. Now the superior potentially
contains its own inferior and the opposite of it in such a way that neither of
them is actually appropriated by the superior, but each is possible to it; as
in the case of man and not-man in relation to animal. We must also consider
that the proportion of the superior as related to the affirmation and negation
of one inferior is the same (which is the proportion of some subject to the
affirmative and negative of a future contingent), for it is had by neither of
the two, and the potency to either is kept. Accordingly, as in future
contingents neither the affirmation nor the negation is determinately true, but
under disjunction one is necessarily true (as was concluded at the end of the
first book), so neither the affirmation nor negation of the inferior follows
upon the affirmation or negation of the superior determinately, but under
disjunction one follows necessarily. This, for instance, is not valid: "It
is animal, therefore it is man,” nor is "therefore it is not man” valid,
but, "therefore it is man or it is not man.” Since, then, the possible is
superior to the necessary, Aristotle has correctly determined that neither part
of the contradiction of the necessary determinately follows upon the possible.
However, he has not said that under disjunction neither follows; for this would
be opposed to the first principle, that of anything there is a true or false
affirmation. The response to what was added, beginning with "Furthermore,
the difficulty is augmented,” etc., is based upon the same point. Since the
necessary is inferior to the possible, and the inferior does not include its
superior in potency but in act, the superior must follow determinately upon the
inferior; otherwise the contradiction of it would follow determinately. Hence,
because of the dissimilar relationship between the necessary and the possible
and not possible on the one hand, and between the possible and the necessary
and not necessary on the other, the movement of the earlier argument to one
part of the contradiction determinately was quite right, and the movement here
to neither determinately was quite right. 16. Oritur quoque alia dubitatiuncula. Videtur enim
quod Aristoteles difformiter accipiat ly possibile in præcedenti textu et in
isto. Ibi enim accipit ipsum in communi, ut sequitur ad necessarium; hic
videtur accipere ipsum specialiter pro possibili ad utrumlibet, quia dicit quod
possibile est simul potens esse et non esse. Et ad hoc dicendum est quod
uniformiter usus est possibili. Nec eius verba obstant: quoniam et de possibili
in communi verum est dicere quod potest sibi utrunque accidere, scilicet, esse
et non esse: tum quia quidquid verificatur de suo inferiori, verificatur etiam
de suo superiori, licet non eodem modo; tum quia possibile in communi neutram
contradictionis partem sibi determinat, et consequenter utranque sibi advenire
compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem, quemadmodum
possibile ad utrunque. There is another
slight difficulty, for it seems that Aristotle takes the possible in a
different way in the preceding text and in this. There he takes it commonly as
it follows upon the necessary; here he seems to take it specifically for the
possible that is indifferent to alternatives, since he says that the possible
is at once possible to be and not to be. But in fact Aristotle has used the
possible uniformly. Nor are his words at variance, for it is also true to say
of the possible as common that it admits of both possibilities, i.e., of
"to be” and "not to be”; first, because whatever is verified of its
inferior is verified also of its superior, although not in the same mode;
secondly, because the possible as common determines neither part of the
contradiction to itself and consequently admits of either happening, although
it does not affirm a potency to each part, as does the possible to either of
two alternatives. Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ obiectioni
antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: hoc enim verum est et cetera.
Ubi notandum quod Aristoteles sub illa
maiore adducta pro antiquis (scilicet, convertibiliter se consequentium
contradictoria se mutuo consequuntur), subsumit minorem: sed horum
convertibiliter se sequentium in tertio ordine (scilicet, non possibile esse et
necesse non esse), contradictoria sunt, possibile esse et non necesse non esse
(quoniam modi negatione eis opponuntur); ergo istæ duæ (scilicet, possibile
esse et non necesse non esse) se consequuntur et in primo locandæ sunt ordine. Unde motivum tangens ait: hoc
enim, quod dictum est, verum est, idest verum esse ostenditur, et de necesse
non esse, idest, et ex illius, scilicet, non necesse non esse, opposita, quæ
est, necesse non esse. Vel, hoc enim, scilicet, non necesse non esse, verum
est, scilicet, contradictorium illius de necesse non esse. Et minorem subdens
ait: hæc enim, scilicet, non necesse non esse, fit contradictio eius, quæ
convertibiliter sequitur, non possibile esse. Et explanans hoc in terminis
subdit. Illud enim, non possibile esse, quod est caput tertii ordinis, sequitur
hoc de impossibili, scilicet, impossibile esse, et hæc de necessario, scilicet,
necesse non esse, cuius negatio seu contradictoria est, non necesse non esse. Et
quia, cæteris paribus, modus negatur, et illa, possibile esse, est (subauditur)
contradictoria illius, scilicet, non possibile; igitur ista duo mutuo se
consequuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non esse, tamquam
contradictoria duorum se mutuo consequentium. The second grounds for proving the same thing
corresponds to the tacit objection of the ancients he excluded above: For this,
he says, is true also with respect to "necessary to be,” etc. It should be
noted here that Aristotle subsumes under the major cited as a proof for the
position of the ancients (namely, contradictories of consequences convertibly
following each other mutually follow upon each other) this minor: but the
contradictories of those following upon each other convertibly in the third
order (i.e., of "not possible to be” and "necessary not to be”) are
"possible to be” and "not necessary not to be” (for they are opposed
to them by negation of mode); therefore, these two (i.e., "possible to be”
and "not necessary not to be”) follow upon each other and are to be placed
in the first order. Hence, with respect to the basis of the above argument, he
says, For this, i.e., what has been said, is true, i.e., is shown to be true,
also with respect to "necessary not to be,” i.e., of the opposite of
"not necessary not to be,” i.e., "necessary not to be.” Or, For this,
namely, not necessary not to be,” is true, namely, is the true contradictory of
necessary not to be.” He gives the minor when he says, For "not necessary
not to be” is the contradictory of what follows upon "not possible to be.”
Then he states this explicitly: for "not possible to be,” which is the
source of the third order is followed by this impossible, namely,
"impossible to be,” and by this one of the necessary, namely,
"necessary not to be,” of which the negation or contradictory is "not
necessary not to be.” And since, other things being equal, the mode is negated,
and, "possible to be” is (it is understood) the contradictory of "not
possible to be,” therefore, these two mutually follow upon each other, namely,
"possible to be” and "not necessary not to be,” as contradictories of
the two mutually following upon each other. V. lib. Deinde cum dicit: sequuntur
enim etc., ordinat omnes consequentias modalium secundum opinionem propriam; et
ait quod, hæ contradictiones, scilicet, de necessario, sequuntur illas de
possibili, secundum modum prædictum et approbatum illarum de impossibili. Sicut
enim contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur,
licet conversim; ita contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario
sequuntur conversim: licet in hoc, ut dictum est, dissimilitudo sit quod,
contradictoriarum de possibili et impossibili similiter est dictum,
contradictoriarum autem de possibili et necessario contrarium est dictum, ut in
sequenti videtur figura: consequentiæ enunciationum modalium secundum quatuor
ordines ab Aristotele positæ et ordinatæ. (Figura). Ubi vides quod nulla est
inter Aristotelem et antiquos differentia, nisi in duobus primis ordinibus
quoad illas de necessario. Præpostero
namque situ usi sunt antiqui, eam de necessario, quæ locanda erat in primo
ordine, in secundo ponentes, et eam quæ in secundo ponenda erat, in primo
locantes. Et aspice quoque quod convertibiliter se consequentium semper
contradictoria se consequi ordinavit. Singulis enim tertii ordinis singulæ
primi ordinis contradictoriæ sunt; et similiter singulæ quarti ordinis
singulis, quæ in secundo sunt, contradictoriæ sunt. Quod antiqui non observarunt.
When he says, Thus, these contradictions also follow in the way indicated,
etc., he orders all of the consequents of modals according to his own opinion.
He says, then, that these contradictions, namely, of the necessary, follow
those of the possible, according to the foresaid and approved mode of those of
the impossible. For just as contradictories of the impossible follow upon
contradictories of the possible, although inversely, so contradictories of the
necessary follow contradictories of the possible inversely. In the latter,
however, as has been said, there is a dissimilarity in that the dictum of the
contradictories of the possible and impossible is similar, but the dictum of
the contradictories of the possible and necessary is contrary. This can be seen
in the following table. CONSEQUENTS OF MODAL ENUNCIATIONS POSITED AND ORDERED
BY ARISTOTLE ACCORDING TO FOUR ORDERS FIRST ORDER It is possible to be It is
contingent to be It is not impossible to be It is not necessary to be SECOND
ORDER It is possible not to be It is contingent not to be It is not impossible
not to be It is not necessary not to be It is not possible to be It is not
contingent to be It is impossible to be It is necessary not to be FOURTH ORDER
It is not possible not to be It is not contingent not to be It is impossible
not to be It is necessary to be Here you see that there is no difference
between Aristotle and the ancients except in the first two orders with respect
to those of the necessary. The ancients inverted the position of these, placing
the necessary that should have been placed in the first order in the second
order, and the one that should have been in the second in the first. Notice,
too, that he has ordered them in such a way that the contradictories of those
following upon each other convertibly, always follow each other, for each one
in the first order is the contradictory of each one in the third order, and
similarly, each of the fourth order the contradictory of each in the second.
This the ancients did not observe. Postquam Aristoteles declaravit modalium
consequentias, hic movet quandam dubitationem circa unum eorum quæ determinata
sunt, scilicet quod possibile sequitur ad necesse. Et duo facit: quia primo
dubitationem absolvit; secundo, ex determinata quæstione alium ordinem earumdem
consequentiarum modalibus statuit; ibi: et est fortasse et cetera. Circa primum
duo facit: primo, movet quæstionem; secundo, determinat eam; ibi: manifestum
est et cetera. Movet ergo quæstionem: primo dicens: dubitabit autem aliquis si
ad id quod est necesse esse sequatur possibile esse; et secundo, arguit ad
partem affirmativam subdens: nam si non sequatur, contradictoria eius sequetur,
scilicet non possibile esse, ut supra deductum est: quia de quolibet est
affirmatio vel negatio vera. Et si quis dicat hanc, scilicet, non possibile
esse, non esse contradictoriam illius, scilicet, possibile esse, et propterea
subterfugiendum velit argumentum, et dicere quod neutra harum sequitur ad
necesse esse; talis licet falsum dicat, tamen concedatur sibi, quoniam necesse erit
ipsum dicere illius contradictoriam fore, possibile non esse. Oportet namque
aut non possibile esse aut possibile non esse, esse contradictoriam, possibile
esse; et tunc in eumdem redibit errorem, quoniam utræque, scilicet, non
possibile esse et possibile non esse, falsæ sunt de eo quod est, necesse esse. Et consequenter ad ipsum neutra sequi potest. Nulla
enim enunciatio sequitur ad illam, cuius veritatem destruit. Relinquitur ergo quod, ad
necesse esse sequitur possibile esse. Now that he has explained the consequents
of modals, Aristotle raises a question about one of the points that has already
been determined, namely, that the possible follows upon the necessary. He first
raises the question and then settles it where he says, It is evident by now that
not every possibility of being or walking is one that admits of opposites, etc.
Secondly, he establishes another order of the same consequents from the
determination of the present question, where he says Indeed the necessary and
not necessary may well be the principle of all that is or is not, etc. First,
then, he raises the question: But it may be questioned whether "Possible
to be follows upon "necessary to be.” Secondly, he argues to the
affirmative part: Yet if not, the contradictory, "not possible to be,”
would have to follow, as was deduced earlier, for either the affirmation or the
negation is true of anything. And if someone should say "not possible to
be” is not the contradictory of "possible to be,” because he wants to
avoid the conclusion by saying that neither of these follows upon
"necessary to be,” this may be conceded, although what he says is false.
But then he will have to say that the contradictory of "possible to be” is
"possible not to be,” for the contradictory of "possible to be” has
to be either "not possible to be” or "possible not to be.” But if he
says this, he will fall into another error, for it is false to say it is not
possible to be of that which is necessary to be, and it is false to say it is possible
not to be. Consequently, neither follows upon it, for no enunciation follows
upon an enunciation whose truth it destroys. Therefore, "possible to be”
follows upon "necessary to be.” 2. Tertio, arguit ad partem negativam cum
subdit: at vero rursus etc., et intendit talem rationem. Si ad necesse esse sequitur possibile esse, cum ad
possibile sequatur possibile non esse (per conversionem in oppositam
qualitatem, ut dicitur in I priorum, quia idem est possibile esse et non esse),
sequetur de primo ad ultimum quod necesse est possibile non esse: quod est
falsum manifeste. Unde oppositionis hypothesim subdit: at vero rursus videtur
idem possibile esse et non esse, ut domus, et possibile incidi et non incidi,
ut vestis. Quare de primo ad ultimum necesse esse, erit contingens non esse. Hoc autem est falsum. Ergo
hypothesis illa, scilicet, quod possibile sequatur ad necesse, est falsa.
Thirdly, he argues to the negative part where he says, On the other hand, it
seems possible for the same thing to be cut and not to be cut, etc. His argument
is as follows: If "possible to be” follows upon "necessary to be,”
then, since "possible not to be” follows upon the possible (through
conversion to the opposite quality, as is said in I Priorum, for the same thing
is possible to be and not to be), from first to last it will follow that the
necessary is possible not to be, which is clearly false. In this argument,
Aristotle supplies a hypothesis opposed to the position that possible to be
follows upon necessary to be: On the other hand, it seems possible for the same
thing to be cut and not to be cut, for instance a garment, and to be and not to
be, for instance a house. Therefore, from first to last, necessary to be will
be possible not to be. But this is false. Therefore, the hypothesis that the
possible follows upon the necessary is false. 3. Deinde cum dicit: manifestum
est autemetc., respondet dubitationi. Et primo, declarat veritatem simpliciter;
secundo, applicat ad propositum; ibi: hoc igitur possibile et cetera. Proponit ergo primo ipsam veritatem declarandam,
dicens: manifestum est autem, ex dicendis, quod non omne possibile esse vel
ambulare, idest operari: idest, non omne possibile secundum actum primum vel
secundum ad opposita valet, idest ad opposita viam habet, sed est invenire
aliqua possibilia, in quibus non sit verum dicere quod possunt in opposita.
Deinde, quia possibile a potentia nascitur, manifestat qualiter se habeat
potentia ipsa ad opposita: ex hoc enim clarum erit quomodo possibile se habeat
ad opposita. Et circa hoc duo facit: primo manifestat hoc in potentiis eiusdem
rationis; secundo, in his quæ æquivoce dicuntur potentiæ; ibi: quædam vero
potentiæ et cetera. Circa primum tria facit: quia primo manifestat qualiter
potentia irrationalis se habeat ad opposita; et ait quod potentia irrationalis
non potest in opposita. When he says, It
is evident by now that not every possibility of being or walking, etc., he
answers the question he proposed. First, he manifests the truth simply, then
applies it to the question where he says, So it is not true to say the latter
possible of what is necessary simply, etc. First, then, he proposes the truth
he is going to explain: It is evident by now that not every possibility of
being or walking, i.e., of operating; that is, not everything possible according
to first or second act admits of opposites, i.e., has access to opposites;
there are some possibles of which it is not true to say that they are capable
of opposites. Then, since the possible arises from potency, he manifests how
potency is related to opposites; for it will be clear from this bow the
possible is related to opposites. First he manifests this in potencies having
the same notion; secondly, in those that are called potencies equivocally where
he says, But some are called potentialities equivocally, etc. With respect to
the way in which potencies of the same specific notion are related to
opposites, he does three things. First of all he manifests how an irrational
potency is related to opposites; an irrational potency, he says, is not a potency
that is capable of opposites. V. lib. 2 l. 11 n. 4Ubi notandum est quod, sicut
dicitur IX Metaphys., potentia activa, cum nihil aliud sit quam principium quo
in aliud agimus, dividitur in potentiam rationalem et irrationalem. Potentia
rationalis est, quæ cum ratione et electione operatur; sicut ars medicinæ, qua
medicus cognoscens quid sanando expediat infirmo, et volens applicat remedia.
Potentia autem irrationalis vocatur illa, quæ non ex ratione et libertate
operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor ignis potentia
irrationalis est, quia calefacit, non ut cognoscit et vult, sed ut natura sua
exigit. Assignatur autem ibidem duplex
differentia proposito deserviens inter istas potentias. Prima est quod activa
potentia irrationalis non potest duo opposita, sed est determinata ad unum
oppositorum, sive sumatur oppositum contradictorie sive contrarie. Verbi
gratia: calor non potest calefacere et non calefacere, quæ sunt contradictorie
opposita, neque potest calefacere et frigefacere, quæ sunt contraria, sed ad
calefactionem determinatus est. Et hoc intellige per se, quia per accidens
calor frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris, humidum scilicet,
vel per antiperistasin contrarii. Et similiter potest non calefacere per
accidens, scilicet si calefactibile deest. Potentia autem rationalis potest in
opposita et contradictorie et contrarie. Arte siquidem medicinæ potest medicus
adhibere remedia et non adhibere, quæ sunt contradictoria; et adhibere remedia
sana et nociva, quæ sunt contraria. Secunda differentia est quod potentia
activa irrationalis, præsente passo, necessario operatur, deductis
impedimentis: calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si
nihil impediat; potentia autem rationalis, passo præsente, non necessario operatur:
præsente siquidem infirmo, non cogitur medicus remedia adhibere. It must be noted in this
connection that active potency, since it is the principle by which we act on
something else, is divided into rational and irrational potency, as is said in
IX Metaphysicæ [2: 1046a 36]. Rational potency operates in connection with
reason and choice; for example, the art of medicine by which the physician,
knowing and willing what is expedient in healing an illness, applies a remedy.
Irrational potency operates according to its own natural disposition, not
according to reason and liberty; for example, the heat of fire is an irrational
potency, because it heats, not as it knows and wills, but as its nature
requires. In the Metaphysics, a twofold difference between these potencies is
assigned which is relevant here. The first is that an irrational active potency
is not capable of two opposites, but is determined to one opposite, whether
"opposite” is taken contradictorily or contrarily; e.g., heat cannot heat
and not heat, which are opposed contradictorily; nor can it heat and cool,
which are contraries, but is deter mined to heating. Understand this per se,
for heat can cool accidentally, either by destroying the matter of heat,
namely, the humid, or through alternation of the contrary. It also has the
potentiality not to heat accidentally, if that which can be heated is lacking.
A rational potency, on the other hand, is capable of opposites, both
contradictorily and contrarily; for by the art of medicine the physician can
employ a remedy and not employ it, which are contradictories, and employ
healing and harmful remedies, which are contraries. The second difference is
that an irrational active potency necessarily operates when a subject is
present and impediments are with drawn; for heat necessarily heats when a
subject that can be heated is present, and nothing impedes it. A rational
potency, however, does not necessarily operate when a subject is present; e.g.,
when a sick man is present the physician is not forced to employ a remedy. 5.
Dimittantur autem metaphysico harum differentiarum rationes et ad textum
redeamus. Ubi narrans quomodo se habeat potentia irrationalis ad oppositum,
ait: et primum quidem, scilicet, non est verum dicere quod sit potentia ad opposita
in his quæ possunt non secundum rationem, idest, in his quorum posse est per
potentias irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens calefacere, et
habet vim, idest, potentiam istam irrationalem. Ignis siquidem non potest frigefacere; neque in eius
potestate est calefacere et non calefacere. Quod autem dixit primum ordinem,
nota, ad secundum genus possibilis infra dicendum, in quo etiam non invenitur
potentia ad opposita. The reasons for
these differences are given in the Metaphysics, but let us return to the text.
Explaining bow an irrational potency is related to opposites, he says, First of
all, this is not true, i.e., it is not true to say that there is a potency to
opposites in those which are not according to reason, i.e., whose power is through
irrational potencies; as fire which is calefactive, i.e., capable of heating,
has this power, i.e., this irrational potentiality, since it is not able to
cool, nor is it in its power 4 to heat and not to heat. Note that he speaks
here of a first kind. This is in relation to a second genus of the possible
which he will speak of later, in which there is not a potency to opposites
either. 6. Secundo, manifestat quomodo potentia
rationalis se habeat ad opposita, intendens quod potentia rationalis potest in
opposita. Unde subdit: ergo potestates secundum rationem, idest rationales,
ipsæ eædem sunt contrariorum, non solum duorum, sed etiam plurimorum, ut arte
medicinæ medicus plurima iuga contrariorum adhibere potest, et a multarum
operationum contradictionibus abstinere potest. Præposuit autem ly ergo, ut hoc
consequi ex dictis insinuaret: cum enim oppositorum oppositæ sint proprietates,
et potentia irrationalis ex eo quod irrationalis ad opposita non se extendat;
oportet potentiam rationalem ad opposita viam habere, eo quod rationalis sit. Secondly, he shows how a
rational potency is related to opposites, i.e., it is capable of opposites:
Therefore potentialities that are in conjunction with reason, i.e., rational
potencies, are capable of contraries, not only of two, but even of many; for
example, a physician by the art of medicine can employ many pairs of contraries
and he can abstain from doing or not doing many things. He begins with
"therefore” so as to imply that this follows from what has been said.”’
The argument would be: properties of opposites are opposites; an irrational
potency, because it is irrational, does not extend itself to opposites;
therefore a rational potency, because it is rational, has access to opposites. V. lib. Tertio, explanat id quod
dixit de potentiis irrationalibus, propter causam infra assignandam ab ipso; et
intendit quod illud quod dixit de potentia irrationali, scilicet quod non
potest in opposita, non est verum universaliter, sed particulariter. Ubi nota quod potentia irrationalis dividitur in
potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam passivam, quæ est
principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem dividitur in posse
calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis irrationalibus verum est quod non
possunt in opposita, ut declaratum est; in potentiis autem passivis non est
verum. Illud enim quod potest calefieri, potest etiam frigefieri, quia eadem
est materia, seu potentia passiva contrariorum, ut dicitur in II de cælo et
mundo, et potest non calefieri, quia idem est subiectum privationis et formæ,
ut dicitur in I Physic. Et propter hoc ergo explanando, ait: irrationales vero
potentiæ non omnes a posse in opposita excludi intelligendæ sunt, sed illæ quæ
sunt quemadmodum potentia ignis calefactiva (ignem enim non posse non
calefacere manifestum est), et universaliter, quæcunque alia sunt talis
potentiæ, quod semper agunt, idest quod quantum est ex se non possunt non
agere, sed ad semper agendum ex sua forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt,
ut declaravimus, omnes potentiæ activæ irrationales. Alia vero sunt talis
conditionis quod etiam secundum irrationales potentias, scilicet passivas,
simul possunt in quædam opposita, ut ær potest calefieri et frigefieri. Quod vero
ait, simul, cadit supra ly possunt, et non supra ly opposita; et est sensus,
quod simul aliquid habet potentiam passivam ad utrunque oppositorum, et non
quod habeat potentiam passivam ad utrunque oppositorum simul habendum. Opposita
namque impossibile est haberi simul. Unde et dici solet et bene, quod in
huiusmodi est simultas potentiæ, non potentia simultatis. Irrationalis igitur
potentia non secundum totum suum ambitum a posse in opposita excluditur, sed
secundum partem eius, secundum potentias scilicet activas. Thirdly, he explains what he
has said about irrational potencies. He will assign the reason for doing this
later. He makes the point that what he has said about irrational potentiality,
i.e., that it is not capable of opposites, is not true universally, but
particularly. It should be noted here that irrational potency is divided into
active potency, which is the principle of acting, and passive potency, which is
the principle of being acted upon; e.g., potency to heat is divided into
potentiality to heat and potentiality to be heated. Now it is true that active
irrational potencies are not capable of opposites, as was explained. This is
not true, however, of passive potencies, for what can be heated can also be
cooled, because the mat ter is the same, i.e., the passive potency of
contraries, as is said in II De cælo et mundo [7: 286a 23]. It can also not be
heated, since the subject of privation and of form is the same, as is said in I
Physic [7: 189b 32]. Therefore, in explaining about irrational potencies, he
says, But not all irrational potentialities should be understood to be excluded
from the capacity of opposites. Those like the potentiality of fire to heat are
to be excluded (for it is evident that fire cannot not heat) I and universally,
whatever others are potencies of such a kind that they always act, i.e., the
ones that of themselves cannot not act, but are necessitated by their form
always to act. All active irrational potencies are of this kind, as we have
explained. There are others, however, of such a condition that even though they
are irrational potencies (i.e., passive) are simultaneously capable of certain
opposites; for example, air can be heated and cooled. "Simultaneously”
modifies "are capable” and not "opposites.” What he means is that the
thing simultaneously has a passive potency to each opposite, and not that it
has a passive potency to have both opposites simultaneously, for it is
impossible to have opposites at one and the same time. Hence it is customary and
correct to say that in these there is simultaneity of potency, not potency of
simultaneity. Therefore, irrational potency is excluded from the capacity of
opposites, not completely, but according to its part, namely, according to
active potencies. Quia autem videbatur superflue addidisse differentias inter
activas et passivas irrationales, quia sat erat proposito ostendisse quod non
omnis potentia oppositorum est; ideo subdit quod hoc idcirco dictum est, ut
notum fiat quoniam nedum non omnis potestas oppositorum est, loquendo de
potentia communissime, sed neque quæcunque potentiæ dicuntur secundum eamdem
speciem ad opposita possunt. Potentiæ siquidem irrationales omnes sub una
specie irrationalis potentiæ concluduntur, et tamen non omnes in opposita
possunt, sed passive tantum. Non
supervacanea ergo fuit differentia inter passivas et activas irrationales, sed
necessaria ad declarandum quod non omnes potentiæ eiusdem speciei possunt in
opposita. Potest et ly hoc
demonstrare utranque differentiam, scilicet, inter rationales et irrationales,
et inter irrationales activas et passivas inter se; et tunc est sensus, quod
hoc ideo fecimus, ut ostenderemus quod non omnis potestas, quæ scilicet
secundum eamdem rationem potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest in
aliquid ut rationalis et irrationalis, neque etiam omnis potestas, quæ sub
eadem specie continetur, ut irrationalis activa et passiva sub specie
irrationalis, ad opposita potest. Because it might seem superfluous to have added the
differences between active and passive irrational potencies, since enough had
already been said to show that not every potency is of opposites, Aristotle
gives the reason for this. It was not only to make it known that not every
potency is of opposites, speaking of potency most commonly, but also that not
all that are called potencies according to the same species are capable of
opposites. For all irrational potencies are included under one species of
irrational potency, and yet not all are capable of opposites, but only the
passive potencies. It was not superfluous, therefore, to point out the
difference between passive and active irrational potencies, since this was
necessary in order to show that not all potencies of the same species are
capable of opposites. " This” in the phrase "this has been said”
could designate each difference, the one between rational and irrational
potencies, and the one between active and passive irrational potencies. The
meaning is, then, that we have said this to show that not every potentiality
which is said according to the same notion of physical power—namely, because it
can be in something as rational and irrational—not even every potentiality
which is contained under the same species, as active and passive under the
species irrational, is capable of opposites. Intendit declarare quomodo illæ quæ æquivocæ dicuntur
potentiæ, se habeant ad opposita. Et circa hoc duo facit: primo, declarat
naturam talis potentiæ; secundo, ponit differentiam et convenientiam inter
ipsas et supradictas, ibi: et hæc quidem et cetera. Ad evidentiam primi
advertendum est quod V et IX Metaphys., Aristoteles dividit potentiam in
potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in potentias, quæ non ea
ratione qua prædictæ potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce
potentias. Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ,
et rationales, et irrationales. Quæcunque enim posse dicuntur per potentiam
activam vel passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt, quia scilicet
est in eis vis principiata alicuius activæ vel passivæ. Sub secundo autem
membro comprehenduntur potentiæ mathematicales et logicales. Mathematica
potentia est, qua lineam posse dicimus in quadratum, et eo quod in semetipsam
ducta quadratum constituit. Logica
potentia est, qua duo termini coniungi absque contradictione in enunciatione
possunt. Sub logica quoque potentia continetur quæ ea ratione potentia dicitur,
quia est. Hæ vero merito æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ
nullam virtutem activam vel passivam prædicant; et quod possibile istis modis
dicitur, non ea ratione possibile appellatur quia aliquis habeat virtutem ad
hoc agendum vel patiendum, sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad
opposita sint activæ vel passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates dicuntur ad opposita
non se habent. De his ergo loquens
ait: quædam vero potestates æquivocæ sunt, et ideo ad opposita non se habent. Aristotle now proposes to
show in what way potencies that are called equivocal are related to opposites.
He first explains the nature of this kind of potency, and then gives the
difference and agreement all between these and the foresaid, where he says,
This latter potentiality is only in that which is movable, but the former is
also in the immovable, etc. In V and IX Metaphysicæ [V, 12: 1019a 15; 12, 1:
1046a 4], Aristotle divides potency into those that are called potencies for
the same reason, and those that have the name potency for another reason than
the aforesaid potencies. The latter are named "potencies” equivocally.
Under the first member are included all active and passive, rational and
irrational potencies, for whatever are said to be possible through the active
or passive potency they have, are potencies for the same reason, i.e., because
there is in them the originative force of something active or passive.
Mathematical and logical potencies are included under the second member of this
division. That by which a line can lead to a square we call a mathematical
potency, for a line constitutes a square when protracted back to itself. That
by which two terms can be joined in an enunciation without contradiction is a
logical potency. Logical potency also comprises that which is called
"potency” because it is. The latter [mathematical and logical potencies]
are named from the former equivocally because they predicate no active or
passive capacity; and what is said to be possible in these ways is not termed
possible in virtue of having the capacity to do or undergo as in the first
case. Hence, since the potencies related to opposites are active or passive,
the ones that are called potentialities equivocally are not related to
opposites. These, then, are the potencies he speaks of when he says But some
are called potentialities equivocally, and therefore they are not related to
opposites. V. lib. 2 l. 12 n. 2Deinde declarans
qualis sit ista potestas æquivoce dicta, subdit divisionem usitatam possibilis
per quam hoc scitur, dicens: possibile enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur
possibile eo quod verum est ut in actu, idest ut actualiter est; ut, possibile
est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest universaliter possibile est
esse, quoniam est actu iam quod possibile dicitur. Secundo modo autem possibile
dicitur aliquid non ea ratione quia est actualiter, sed quia forsitan aget,
idest quia potest agere; ut possibile est ambulare, quoniam ambulabit. Ubi
advertendum est quod ex divisione bimembri possibilis divisionem supra positam
potentiæ declaravit a posteriori. Possibile enim a potentia dicitur: sub primo
siquidem membro possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem
potentias univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod quia
possibile dupliciter dicitur, quod etiam potestas duplex est. Declaravit autem
potestates æquivocas ex uno earum membro tantum, scilicet ex his quæ dicuntur
possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo proposito. To clarify the kind of
potency that is called equivocal, he gives the usual division of the possible
through which this is known. "Possible,” he says, is not said in one way,
but in two. Something is said to be possible because it is true as in act,
i.e., inasmuch as it actually is; for example, it is possible to walk when one
is already walking, and in gene eral, i.e., universally, that is said to be
possible which is possible to be because it is already in act. Something is
said to be possible in the second way, not because it actually is, but because
it is about to act, i.e., because it can act; for instance, it is possible for
someone to walk because be is about to walk. Notice here that by this
two-membered division of the possible he makes the division of potency posited
above evident a posteriori, for the possible is named from potency. Under the
first member of the possible he signifies potencies equivocally; under the
second, potencies univocally, i.e., active and passive potencies. He means to
show, then, that since possible is said in two ways, potentiality is also
twofold. He explains equivocal potentialities in terms of only one member,
namely, those that are called possible because they are, since this was
sufficient for his purpose. V. lib. Deinde cum dicit: et hæc quidem etc., assignat
differentiam inter utranque potentiam, et ait quod potentia hæc ultimo dicta
physica, est in solis illis rebus, quæ sunt mobiles; illa autem est et in rebus
mobilibus et immobilibus. Possibile siquidem a potentia dictum eo quod possit
agere, non tamen agit, inveniri non potest absque mutabilitate eius, quod sic
posse dicitur. Si enim nunc potest agere et non agit, si agere debet, oportet
quod mPombaur de otio ad operationem. Id autem quod possibile dicitur eo quod
est, nullam mutabilitatem exigit in eo quod sic possibile dicitur. Esse namque
in actu, quod talem possibilitatem fundat, invenitur et in rebus necessariis,
et in immutabilibus, et in rebus mobilibus. Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius
est illo quod physicum appellari solet. When he says, This latter potentiality
is only in that which is movable, but the former is also in the immovable,
etc., he specifies the difference between each potency. This last potency, he
says, [possible because it can be] which is called physical potency, is only in
things that are movable; but the former is in movable and immovable things. The
possible that is named from the potency which can act, but is not yet acting,
cannot be found without the mutability of that which is said to be possible in
this way. For if that which can act now and is not acting, should act, it is
necessary that it be changed from rest to operation. On the other hand, that
which is called possible because it is, requires no mutability in that which is
said to be possible in this way, for to be in act, which is the basis of such a
possibility, is found in necessary things, in immutable things, and in mobile
things. Therefore, the possible which is called logical, is more common than
the one we customarily call physical. V. lib. Deinde subdit convenientiam inter
utrunque possibile, dicens quod in utrisque potestatibus et possibilibus verum
est non impossibile esse, scilicet, ipsum ambulare, quod iam actu ambulat seu
agit, et quod iam ambulabile est; idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur
possibile ex eo quod actu est, sive ex eo quod potest esse, de utroque
verificatur non impossibile; et consequenter necessario verificatur possibile,
quoniam ad non impossibile sequitur possibile. Hoc est secundum genus
possibilis, respectu cuius Aristoteles supra dixit: et primum quidem etc., in
quo non invenitur via ad utrunque oppositorum, hoc, inquam, est possibile quod
iam actu est. Quod enim tali ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex
eo quod actu esse suppositum est. Non ergo possibile omne ad utrunque possibile
est, sive loquamur de possibili physice, sive logice.Then he shows that there is
a correspondence between these possibles when he adds that not impossible to be
is true of both of these potentialities and possibles, e.g., to walk is not
impossible for that which is already walking in act, i.e., acting, and it is
not impossible for that which could now walk; that is, they agree in that not
impossible is verified of both—of either what is said to be possible from the
fact that it is in act or of what is said to be possible from the fact that it
could be. Consequently, the necessary is verified as possible, for possible
follows upon not impossible. The possible that is already in act is the second
genus of the possible in which access is not found to both opposites, of which
Aristotle spoke when he said, First of all this is not true of the
potentialities which are not according to reason, etc. For that which is said
to be possible because it is already in act is already determined, since it is
supposed as being in act. Therefore, not every possible is the possible of
alternatives, whether we speak of the physical possible or the logical. V. lib. Deinde cum dicit: sic igitur possibile etc.,
applicat determinatam veritatem ad propositum. Et primo, concludendo ex dictis,
declarat habitudinem utriusque possibilis ad necessarium, dicens quod hoc ergo
possibile, scilicet physicum quod est in solis mobilibus, non est verum dicere
et prædicare de necessario simpliciter: quia quod simpliciter necessarium est,
non potest aliter esse. Possibile autem physicum potest sic et aliter esse, ut dictum est. Addit
autem ly simpliciter, quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad
bene esse, quoddam ex suppositione: de quibus non est nostrum tractare, sed
solummodo id insinuare. Quod ut præservaret se ab illis modis necessarii qui
non perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly simpliciter. De tali enim necessario possibile physicum non
verificatur. Alterum autem possibile logicum, quod in rebus immobilibus
invenitur, verum est de illo enunciare, quoniam nihil necessitatis adimit. Et
per hoc solvitur ratio inducta ad partem negativam quæstionis. Peccabat
siquidem in hoc, quod ex necessario inferebat possibile ad utrunque quod
convertitur in oppositam qualitatem. When he says, So it is not true to say the latter
possible of what is necessary simply, etc., he applies the truth he has
determined to what has been proposed. First, by way of a conclusion from what
has been said, he shows the relationship of each possible to the necessary. So,
he says, it is not true to say and predicate this possible, namely physical,
which is only in mobile things, of the necessary simply, because what is
necessary simply cannot be otherwise. The physical possible, however, can be
thus and otherwise, as has been said. He adds "simply” because the
necessary is manifold. There is the necessary for well-being and there is also
the necessary from supposition, but it is not our business to treat these, only
to indicate them. In order, then, to avoid the modes of the necessary that do
not have the notion of the necessary perfectly and in every way, he adds
"simply.” Now the physical possible is not verified of this kind of
necessary [i.e., of the necessary simply], but it is true to enunciate the
logical possible, the one found in immovable things, of the necessary, since it
takes away nothing of the necessity. The argument introduced for the negative
part of this question”’ is destroyed by this. The error in that argument was
the inference—by way of conversion into the opposite quality—of the possible to
both alternatives from the necessary. V. lib. Deinde respondet quæstioni
formaliter intendens quod affirmativa pars quæstionis tenenda sit, quod
scilicet ad necessarium sequitur possibile; et assignat causam. Quia ad partem
subiectivam sequitur constructive suum totum universale; sed necessarium est
pars subiectiva possibilis: quia possibile dividitur in logicum et physicum, et
sub logico comprehenditur necessarium; ergo ad necessarium sequitur possibile.
Unde dicit: quare, quoniam partem, scilicet subiectivam, suum totum universale
sequitur, illud quod ex necessitate est, idest necessarium, tamquam partem
subiectivam, consequitur posse esse, idest possibile, tamquam totum universale.
Sed non omnino, idest sed non ita quod omnis species possibilis sequatur; sicut
ad hominem sequitur animal, sed non omnino, idest non secundum omnes suas
partes subiectivas sequitur ad hominem: non enim valet: est homo, ergo est
animal irrationale. Et per hoc confirmata ratione adducta ad partem
affirmativam, expressius solvit rationem adductam ad partem negativam, quæ
peccabat secundum fallaciam consequentis, inferens ex necessario possibile,
descendendo ad unam possibilis speciem, ut de se patet. Then he replies to the
question formally. He states that the affirmative part of the question must be
held, namely, that the possible follows upon the necessary. Next, he assigns
the cause. The whole universal follows constructively upon its subjective part;
but the necessary is a subjective part of the possible, because the possible is
divided into logical and physical and under the logical is comprehended the
necessary; therefore, the possible follows upon the necessary. Hence he says,
Therefore, since the universal follows upon the part, i.e., since the whole
universal follows upon its subjective part, to be possible to be, i.e.,
possible, as the whole universal, follows upon that which necessarily is, i.e.,
necessary, as a subjective part. He adds: though not every kind of possible
does, i.e., not every species of the possible follows; just as animal follows
upon man, but not in every way, i.e., it does not follow upon man according to
all its subjective parts, for it is not valid to say, "He is a man,
therefore he is an irrational animal.” By this proof of the validity of the
affirmative part, Aristotle has explicitly destroyed the reasoning adduced for
the negative part, which, as is evident, erred according to the fallacy of the
consequent in inferring the possible from the necessary by descending to one
species of the possible. V. lib. Deinde cum dicit: et est fortasse quidem etc.,
ordinat easdem modalium consequentias alio situ, præponendo necessarium omnibus
aliis modis. Et circa hoc duo
facit: primo, proponit quod intendit; secundo, assignat causam dicti ordinis;
ibi: manifestum est autem et cetera. Dicit ergo: et est fortasse principium
omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse, idest, affirmativarum vel
negativarum, necessarium et non necessarium. Et oportet considerare alia, scilicet, possibile
contingere et impossibile esse, sicut horum, scilicet, necessarii et non
necessarii, consequentia, hoc modo: consequentiæ enunciationum modalium
secundum quatuor ordines alio convenienti situ ab Aristotele positæ et
ordinatæ: (Figura). Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod necessariæ quæ
ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero dixit fortasse, non dubitantis, sed absque
determinata ratione rem proponentis est. When he says, Indeed the necessary and
not necessary may well be the principle of all that is or is not, etc., he
disposes the same consequences of modals in another arrangement, placing the
necessary before all the other modes. First he proposes the order of modals and
then assigns the cause of the order where he says, It is evident, then, from
what has been said that that which necessarily is, actually is, etc. Indeed, he
says, the necessary and not necessary may well be the principle of the "to
be” or "not to be” of all modal enunciations, i.e., the necessary and not
necessary is the principle of affirmatives or negatives. And the others, i.e.,
the possible, contingent, and impossible to be must be considered as consequent
to these, i.e., to the necessary and not necessary. THE CONSEQUENTS OF MODAL
ENUNCIATIONS ACCORDING TO THE FOUR ORDERS, POSITED AND DISPOSED BY ARISTOTLE IN
ANOTHER APPROPRIATE ARRANGEMENT FIRST ORDER It is necessary to be It is not
possible not to be It is not contingent not to be It is impossible not to be
SECOND ORDER It is necessary not to be It is not possible to be It is not
contingent to be It is impossible to be It is not necessary to be It is
possible not to be It is contingent not to be It is not impossible not to be
FOURTH ORDER It is not necessary not to be It is possible to be It is
contingent to be It is not impossible to be Nothing is changed here except the
enunciations predicating necessity. They have been allotted the first place,
whereas in the former table they were placed last. When he says "may well
be,” it is not because he is in any doubt, but because he is proposing this
here without a determinate proof. 8. Deinde cum dicit: manifestum est
autemetc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat causam,
quare præposuerit necessarium possibili tali ratione. Sempiternum est prius
temporali; sed necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in actu,
excludendo omnem mutabilitatem, et consequenter temporalitatem, quæ sine motu
non est imaginabilis), possibile autem dicit temporalitatem (quia non excludit
quin possit esse et non esse); ergo necesse merito prius ponitur quam
possibile. Unde dicit, proponendo minorem: manifestum est autem ex his quæ
dicta sunt etc., tractando de necessario: quoniam id quod ex necessitate est,
secundum actum est totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et
potentiam ad oppositum: si enim mutari posset in oppositum aliquo modo, iam non
esset necessarium. Deinde subdit maiorem per modum antecedentis conditionalis:
quare si priora sunt sempiterna temporalibus et cetera. Ultimo ponit
conclusionem: et quæ actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt
potestate, idest possibilibus, quæ omnino actu esse non possunt, licet
compatiantur. When he says, It is evident, then, from what has been said that
that which necessarily is, actually is, etc., he gives the cause of this order.
First he gives the reason for placing the necessary before the possible: the
sempiternal is prior to the temporal; but "necessary” signifies
sempiternal (because it signifies "to be in act,” excluding all mutability
and consequently temporality, which is not imaginable without movement) and the
possible signifies temporality (since it does not exclude the possibility of
being and not being); therefore, the necessary is rightly placed before the
possible. He proposes the minor of this argument when he says, It is evident,
then, from what has been said in treating the necessary, that that which
necessarily is, is totally in act, since it excludes all mutability and potency
to the opposite—for if it could be changed into the opposite in any way, then
it would not be necessary. Next he gives the major, which is in the mode of an
antecedent conditional: and if eternal things are prior to temporal, etc.
Finally, he posits the conclusion: those that are wholly in act in every way,
namely necessary, are prior to the potential, i.e., to possibles, which do not
have being in act wholly although they are compatible with it. V. lib. 2 l. 12 n. 9Deinde cum
dicit: et hæ quidem etc., assignat causam totius ordinis a se inter modales
statuti, tali ratione. Universi triplex est gradus. Quædam sunt actu sine
potestate, idest sine admixta potentia, ut primæ substantiæ, non illæ quas in
præsenti diximus primas, eo quod principaliter et maxime substent, sed illæ quæ
sunt primæ, quia omnium rerum sunt causæ, intelligentiæ scilicet. Alia sunt
actu cum possibilitate, ut omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu
sunt priora natura seipsis secundum id quod habent de potentia, licet e contra
sit, aspiciendo ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia
priora tempore seipsis secundum id quod habent de actu. Verbi gratia, Socrates
prius secundum tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter
philosophus. Potentia ergo præcedit actum secundum
ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ, perfectionis et dignitatis e
converso contingit. Prior enim secundum dignitatem, idest dignior et perfectior
habebatur Socrates cum philosophus actualiter erat, quam cum philosophus esse
poterat. Præposterus est igitur ordo potentiæ et actus in unomet, utroque
ordine, scilicet, naturæ et temporis attento. Alia vero nunquam sunt actu sed
potestate tantum, ut motus, tempus, infinita divisio magnitudinis, et infinita
augmentatio numeri. Hæc enim, ut IX Metaphys. dicitur, nunquam exeunt in actum,
quoniam eorum rationi repugnat. Nunquam enim aliquid horum ita est quin aliquid eius
expectetur, et consequenter nunquam esse potest nisi in potentia. Sed de his alio tractandum
est loco. Then he says, Some things are actualities without potentiality,
namely, the primary substances, etc. Here he assigns the cause of the whole
order established among modals. The grades of the universe are threefold. Some
things are in act without potentiality, i.e., not combined with potency. These
are the primary substances—not those we have called "first” in the present
work because they principally and especially sustain—but those that are first
because they are the causes of all things, namely, the Intelligences. In
others, act is accompanied with possibility, as is the case with all mobile
things, which, according to what they have of act, are prior in nature to
themselves according to what they have of potency, although the contrary is the
case in regard to the order of time. According to what they have of potency
they are prior in time to themselves according to what they have of act. For
example, according to time, Socrates first was able to be a philosopher, then
he actually was a philosopher. In Socrates therefore, potency precedes act
according to the order of time. The converse is the case, however, in the order
of nature, perfection, and dignity, for when he actually was a philosopher,
Socrates was regarded as prior according to dignity, i.e., more worthy and more
perfect than when he was potentially a philosopher. Hence, when we consider
each order, i.e., nature and time, in one and the same thing, the order of
potency and act is reversed. Others never are in act but are only in potency,
e.g., motion, time, the infinite division of magnitude, and the infinite
augmentation of number. These, as is said in IX Metaphysicæ, never terminate in
act, for it is repugnant to their nature. None of them is ever such that
something of it is not expected, and consequently they can only be in potency.
These, however, must be treated in another place. V. lib. Nunc hæc ideo dicta sint ut, inspecto ordine
universi, appareat quod illum imitati sumus in nostro ordine. Posuimus siquidem
primo necessarium, quod sonat actu esse sine potestate seu mutabilitate,
imitando primum gradum universi. Locavimus secundo loco possibile et
contingens, quorum utrunque sonat actum cum possibilitate, et sic servatur
conformitas ad secundum gradum universi. Præposuimus autem possibile et non
contingens, quia possibile respicit actum, contingens autem secundum vim
nominis respicit defectum causæ, qui ad potentiam pertinet: defectus enim
potentiam sequitur; et ex hoc conforme est secundæ parti universi, in qua actus
est prior potentia secundum naturam, licet non secundum tempus. Ultimum autem
locum impossibili reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima
universi pars dicta est illa, quæ nunquam actu est. Pulcherrimus igitur ordo
statutus est, quando divinus est observatus. This has been said so that once
the order of the universe has been seen it should appear that we were imitating
it in our present ordering. The necessary, which signifies "to be in act”
without potentiality or mutability, has been placed first, in imitation of the
first grade of the universe. We have put the possible and contingent, both of
which signify act with possibility, in second place in conformity with the
second grade of the universe. The possible has been Placed before the
contingent because the possible relates to act whereas the contingent, as the
force of the name suggests, relates to the defect of a cause-which pertains to
potency, for defect follows upon potency. The order of these is similar to the
order in the second part of the universe, where act is prior to potency
according to nature, though not according to time. We have reserved the last place
for the impossible because it signifies what never will be, just as the last
part of the universe is said to be that which is never in act. Thus, a
beautifully proportioned order is established when the divine is observed. V.
lib. Quia autem suppositæ modalium consequentiæ nil aliud sunt quam
æquipollentiæ earum, quæ ob varium negationis situm, qualitatem, vel
quantitatem, vel utranque mutantis, fiunt; ideo ad completam notitiam
consequentium se modalium, de earum qualitate et quantitate pauca admodum necessaria
dicenda sunt. Quoniam igitur
natura totius ex partium naturis consurgit, sciendum est quod subiectum
enunciationis modalis et dicit esse vel non esse, et est dictum unicum, et
continet in se subiectum dicti; prædicatum autem modalis enunciationis, modus
scilicet, et totale prædicatum est (quia explicite vel implicite verbum
continet, quod est semper nota eorum quæ de altero prædicantur: propter quod
Aristoteles dixit quod modus est ipsa appositio), et continet in se vim
distributivam secundum partes temporis. Necessarium enim et impossibile
distribuunt in omne tempus vel simpliciter vel tale; possibile autem et
contingens pro aliquo tempore in communi. Since the consequents of modals, i.e., those placed
under each other, are their equivalents in meaning, and these are produced by
the varying position of the negation changing the quality or quantity or both,
a few things must be said about their quality and quantity to complete our
knowledge of them. The nature of the whole arises from the parts, and therefore
we should note the following things about the parts of the modal enunciation.
The subject of the modal enunciation asserts to be or not to be, and is a
singular dictum, and contains in itself the subject of the dictum. The
predicate of a modal enunciation, namely, the mode, is the total predicate
(since it explicitly or implicitly contains the verb, which is always a sign of
something predicated of another, for which reason Aristotle says that the mode
is a determining addition) and contains in itself distributive force according
to the parts of time. The necessary and impossible distribute in all time
either simply or in a limited way; the possible and contingent distribute
according to some time commonly. V. lib. Nascitur autem ex his quinque conditionibus
duplex in qualibet modali qualitas, et triplex quantitas. Ex eo enim quod tam
subiectum quam prædicatum modalis verbum in se habet, duplex qualitas fit,
quarum altera vocatur qualitas dicti, altera qualitas modi. Unde et supra
dictum est aliquam esse affirmativam de modo et non de dicto, et e converso. Ex
eo vero quod subiectum modalis continet in se subiectum dicti, una quantitas
consurgit, quæ vocatur quantitas subiecti dicti: et hæc distinguitur in
universalem, particularem et singularem, sicut et quantitas illarum de inesse.
Possumus enim dicere, Socratem, quemdam hominem, vel omnem hominem, vel nullum
hominem, possibile est currere. Ex eo autem quod subiectum unius modalis dictum
unum est, consurgit alia quantitas, vocata quantitas dicti; et hæc unica est
singularitas: secundum omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius
universalis, scilicet dictum. Quod ex eo liquet quod cum dicimus, hominem esse
album est possibile, exponitur sic, hoc dictum, hominem esse album, est
possibile. Hoc dictum autem singulare est, sicut et, hic homo. Propterea et
dicitur quod omnis modalis est singularis quoad dictum, licet quoad subiectum
dicti sit universalis vel particularis. Ex eo autem quod prædicatum modalis,
modus scilicet, vim distributivam habet, alia quantitas consurgit vocata
quantitas modi seu modalis; et hæc distinguitur in universalem et particularem.
As a consequence
of these five conditions there is a twofold quality and a threefold quantity in
any modal. The twofold quality results from the fact that both the subject and
the predicate of a modal have a verb in them. One of these is called the
quality of the dictum, the other the quality of the mode. This is why it was
said above that there is an enunciation which is affirmative of mode and not of
dictum, and conversely. Of the threefold quantity of a modal enunciation, one
arises from the fact that the subject of the modal contains in it the subject
of the dictum. This is called the quantity of the subject of the dictum, and is
distinguished into universal, particular, and singular, as in the case of the
quantity of an absolute enunciation. For we can say: "That ‘Socrates,’
‘some man,’ ‘every man,”’ or "‘no man,’ run is possible’ " The second
quantity is that of the dictum, which arises from the fact that the subject of
one modal is one dictum. This is a unique singularity, for every dictum of a
modal is the singular of that universal, i.e.,dictum. "That man be white
is possible” means "This dictum, ‘that man be white,’ is possible.”
"This dictum” is singular in quantity, just as "this man” is. Hence,
every modal is singular with respect to dictum, although with respect to the
subject of the dictum it is universal or particular. The third quantity is that
of the mode, or modal quantity, which arises from the fact that the predicate
of the modal, i.e., the mode, has distributive force. This is distinguished
into universal and particular. V. lib. Ubi diligenter duo attendenda sunt. Primum est quod hoc est
singulare in modalibus, quod prædicatum simpliciter quantificat propositionem
modalem, sicut et simpliciter qualificat. Sicut enim illa est simpliciter
affirmativa, in qua modus affirmatur, et illa negativa, in qua modus negatur;
ita illa est simpliciter universalis cuius modus est universalis, et illa
particularis cuius modus est particularis. Et hoc quia modalis modi naturam
sequitur. Secundum attendendum (quod est causa istius primi) est, quod
prædicatum modalis, scilicet modus, non habet solam habitudinem prædicati
respectu sui subiecti, scilicet esse et non esse, sed habitudinem
syncategorematis distributivi, sed non secundum quantitatem partium
subiectivarum ipsius subiecti, sed secundum quantitatem partium temporis
eiusdem. Et merito. Sicut enim quia subiecti enunciationis de inesse propria
quantitas est penes divisionem vel indivisionem ipsius subiecti (quia est nomen
quod significat per modum substantiæ, cuius quantitas est per divisionem
continui: ideo signum quantificans in illis distribuit secundum partes
subiectivas), ita quia subiecti enunciationis modalis propria quantitas est
tempus (quia est verbum quod significat per modum motus, cuius propria
quantitas est tempus), ideo modus quantificans distribuit ipsum suum subiectum,
scilicet, esse vel non esse, secundum partes temporis. Unde subtiliter
inspicienti apparebit quod quantitas ista modalis proprii subiecti modalis
enunciationis quantitas est, scilicet, ipsius esse vel non esse. Ita quod illa
modalis est simpliciter universalis, cuius proprium subiectum distribuitur pro
omni tempore: vel simpliciter, ut, hominem esse animal est necessarium vel
impossibile; vel accepto, ut, hominem currere hodie, vel, dum currit, est
necessarium vel impossibile. Illa vero est particularis, in qua non pro omni,
sed aliquo tempore distributio fit in communi tantum; ut, hominem esse animal,
est possibile vel contingens. Est ergo et ista modalis quantitas subiecti sui
passio (sicut et universaliter quantitas se tenet ex parte materiæ), sed
derivatur a modo, non in quantum prædicatum est (quod, ut sic, tenetur
formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod habet ex eo
quod proprie modus est. Now, there are
two things about modal enunciations that must be carefully noted. The
first—which is peculiar to modals—is that the predicate quantifies the modal
proposition simply, as it also qualifies it simply. For just as the modal
enunciation in which the mode is affirmed is affirmative simply, and negative
when the mode is negated, so the modal enunciation in which the mode is
universal is universal simply and particular in which the mode is particular.
The reason for this is that the modal follows the nature of the mode. The
second thing to be noted (which is the cause of the first) is that the
predicate of a modal, i.e., the mode, not only has the relationship of a
predicate to its subject (i.e., to "to be” and "not to be”), but also
has the relationship to the subject, of a distributive syncategorematic term,
which has the effect of distributing the subject, not according to the quantity
of its subjective parts, but according to the quantity of the parts of its
time. And rightly so, for just as the proper quantity of the subject of an
absolute enunciation varies according to the division or lack of division of
its subject (since the subject is a name which signifies in the mode of
substance, whose quantity is from the division of the continuous, and therefore
the quantifying sign distributes according to the subjective parts), so,
because the proper quantity of the subject of a modal enunciation is time
(since the subject is a verb, which signifies in the mode of movement, whose
proper quantity is time), the quantifying mode distributes the subject, i.e.,
"to be” or "not to be” according to the parts of time. Hence, we
arrive at the subtle point that the quantity of the modal is the quantity of
the proper subject of the modal enunciation, namely, of "to be” or
"not to be.” Therefore, a modal enunciation is universal simply when the
proper subject is distributed throughout all time, either simply, as in
"That man is an animal is necessary or impossible,” or taken in a limited
way, as in "That man is running today,” or "while he is running, is
necessary or impossible.” A modal enunciation is particular in which "to
be” or "not to be” is distributed, not throughout all time, but commonly
throughout some time, as in "That man is an animal is possible or
contingent.” This modal quantity is therefore also a property of its subject
(in that, universally, quantity comes from the matter) but is derived from the
mode, not insofar as it is a predicate (because, as such, it is understood
formally), but insofar as it performs a syncategorematic function, which it has
in virtue of the fact that it is properly a mode. V. lib. Sunt igitur modalium
(de propria earum quantitate loquendo) aliæ universales affirmativæ, ut illæ de
necessario, quia distribuunt ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ
de impossibili, quia distribuunt ad nunquam esse; aliæ particulares
affirmativæ, ut illæ de possibili et contingenti, quia distribuunt utrunque ad
aliquando esse; aliæ particulares negativæ, ut illæ de non necesse et non
impossibili, quia distribuunt ad aliquando non esse: sicut in illis de inesse,
omnis, nullus, quidam, non omnis, non nullus, similem faciunt diversitatem. Et
quia, ut dictum est, hæc quantitas modalium est inquantum modales sunt, et de
his, inquantum huiusmodi, præsens tractatus fit ab Aristotele; idcirco
æquipollentiæ, seu consequentiæ earum, ordinatæ sunt negationis vario situ,
quemadmodum æquipollentiæ illarum de inesse: ut scilicet, negatio præposita
modo faciat æquipollere suæ contradictoriæ; negatio autem modo postposita,
posita autem dicti verbo, suæ æquipollere contrariæ facit; præposita vero et
postposita suæ subalternæ, ut videre potes in consequentiarum figura ultimo ab
Aristotele formata. In qua, tali præformata oppositionum figura, clare videbis
omnes se mutuo consequentes, secundum alteram trium regularum æquipollere, et
consequenter, totum primum ordinem secundo contrarium, tertio contradictorium,
quarto vero subalternum. (Figura). Therefore, with respect to their proper
quantity, some modals are universal affirmatives, i.e., those of the necessary
because they distribute "to be” to all time. Others are universal
negatives, i.e., those of the impossible because they distribute "to be”
to no time. Still others are particular affirmatives, i.e., those signifying
the possible and contingent, for both of these distribute "to be” to some
time. Finally, there are particular negatives, i.e., those of the not necessary
and not impossible, for they distribute "not to be” to some time. This is
similar to the diversity in absolute enunciations from the use of "every,”
"no” "some,” not all,” and "not none.” Now, since this quantity
belongs to modals insofar as they are modals, as has been said, and since
Aristotle is now considering them in this particular respect, the modal
enunciations that are equivalent, i.e., their consequents, are ordered by the
different location of the negation, as is the case with absolute enunciations
that are equivalent. A negative placed before the mode makes an enunciation
equivalent to its contradictory; placed after the mode, i.e., with the verb of
the dictum, makes it equivalent to its contrary; placed before and after the mode
makes it equivalent to its subaltern, as you can see in the last table of
consequents given by Aristotle. In that table of oppositions, you see all the
mutual consequents, according to one of the three rules for making enunciations
equivalent. Consequently, the whole first order of equivalent enunciations is
contrary to the second, contradictory to the third, and the fourth is
subalternated to it. Necessary to be - contraries - Impossible to be subalterns
subalterns Possible to be - subcontraries - Contingent not to be TABLE OF
OPPOSITION OF EQUIPOLLENT MODALS This table is not V.’s but is a full
arrangement of the orders of modal enunciations asdeveloped in this lesson.
Close I Universal Affirmatives It is necessary to be It is not possible not to
be It is not contingent not to be It is impossible not to be contraries II
Universal Negatives It is necessary not to be It is not possible to be It is
not contingent to be It is impossible to be subalterns subalterns IV Particular
Affirmatives It is not necessary not to be It is possible to be It is
contingent to be It is not impossible to be subcontraries III Particular
Negatives It is not necessary to be It is possible not to be It is contingent
not to be It is not impossible not to be. XIII. 1 Postquam determinatum est de
enunciatione secundum quod diversificatur tam ex additione facta ad terminos,
quam ad compositionem eius, hic secundum divisionem a s. Thoma in principio
huius secundi factam, intendit Aristoteles tractare quandam quæstionem circa
oppositiones enunciationum provenientes ex eo quod additur aliquid simplici
enunciationi. Et circa hoc quatuor facit: primo, movet quæstionem secundo,
declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia quæstione prætractanda; ibi: nam
si ea, quæ sunt in voce etc.; tertio, determinat illam aliam quæstionem; ibi:
nam arbitrari etc.; quarto, redit ad respondendum quæstioni primo motæ; ibi:
quare si in opinione et cetera. Quæstio
quam movere intendit est: utrum affirmativæ enunciationi contraria sit negatio
eiusdem prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu privativo? Unde
dicit: utrum contraria est affirmatio negationi contradictoriæ, scilicet, et
universaliter oratio affirmativa orationi negativæ; ut, affirmativa oratio quæ
dicit, omnis homo est iustus, illi contraria sit orationi negativæ, nullus homo
est iustus, aut illi, omnis homo est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato
privativo? Et similiter ista
affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ negationi,
Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est affirmativa de
prædicato privativo? Now that he has
treated the enunciation as it is diversified by an addition made to the terms
and by an addition made to its composition (which is the division of the text
made by St. Thomas at the beginning of the second book), Aristotle takes up
another question about oppositions of enunciations. This question concerns the
oppositions that result from something added to the simple enunciation. First
he asks the question; secondly, he shows that this question depends upon
another, which must be treated first, where he says, For if those things that
are in vocal sound are determined by those in the intellect, etc.; third, he
settles the latter question where he says, It is false, course, to suppose that
opinions are to be defined as contrary because they are about contraries, etc.;
finally, he replies to the first question where he says, If, therefore, this is
the case with respect to opinion, and affirmations and negations in vocal sound
are signs of those in the soul, etc. The first question he raises is this: is the
contrary of an affirmative enunciation the negation of the same predicate or
the affirmation of a contrary or privative predicate? Hence he says, There is a
question as to whether the contrary of an affirmation is the contradictory
negation, and universally, whether affirmative speech is contrary to negative
speech. For instance, is affirmative speech which says "Every man is
just,” contrary to negative speech which says "No man is just,” or to the
affirmative of the privative predicate, "Every man is unjust”? And
similarly, is the affirmation "Callias is just” contrary to the
contradictory negation, "Callias is not just” or is it contrary to
"Callias is unjust,” the affirmative of the privative predicate? V. lib.
Ad evidentiam tituli huius quæstionis, quia hactenus indiscusse ab aliis est
relictus, considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet ipsa
enunciatio seu significatio et modus enunciandi seu significandi, duplex inter
enunciationes fieri potest oppositio, una ratione ipsius enunciationis, altera
ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi attendimus, duas species
oppositionis in latitudine enunciationum inveniemus, contrarietatem scilicet et
contradictionem. Divisæ enim superius sunt enunciationes oppositæ in contrarias
et contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi enunciandi
est quando idem prædicatur de eodem subiecto contradictorio modo enunciandi; ut
sicut unum contradictorium nil ponit, sed alterum tantum destruit, ita una
enunciatio nil asserit, sed id tantum quod altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ
contradictoriæ vocantur, scilicet, omnis homo est iustus, non omnis homo est
iustus, Socrates est iustus, Socrates non est iustus, ut de se patet. Et ex hoc
provenit quod non possunt simul veræ aut falsæ esse, sicut nec duo
contradictoria. Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi enunciandi
est quando idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut
sicut unum contrariorum ponit materiam sibi et reliquo communem in extrema
distantia sub illo genere, ut patet de albo et nigro, ita una enunciatio ponit
subiectum commune sibi et suæ oppositæ in extrema distantia sub illo prædicato.
Huiusmodi quoque sunt omnes illæ quæ contrariæ in figura appellantur, scilicet,
omnis homo est iustus, omnis homo non est iustus. Hæ enim faciunt subiectum, scilicet hominem, maxime
distare sub iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse homini, non quocunque
modo, sed universaliter; ista autem enunciat iustitiam abesse homini, non
qualitercunque, sed universaliter. Maior enim distantia esse non potest quam
ea, quæ est inter totam universitatem habere aliquid et nullum de universitate
habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt esse simul veræ, sicut nec
contraria possunt eidem simul inesse; et quod possunt esse simul falsæ, sicut
et contraria simul non inesse eidem possunt. Si vero ipsam enunciationem sive
eius significationem attendamus secundum unam tantum oppositionis speciem, in
tota latitudine enunciationum reperiemus contrarietatem, scilicet secundum
veritatem et falsitatem: quia duarum enunciationum significationes entia
positiva sunt, ac per hoc neque contradictorie neque privative opponi possunt,
quia utriusque oppositionis alterum extremum est formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur,
ut clarum est, restat ut nonnisi contrarie opponi possunt. Since this question has not
been discussed by others, we must begin by noting that there are two things in
an enunciation, namely, the enunciation itself, i.e., the signification, and
the mode of enunciating or signifying. Hence, a twofold opposition can be made
between enunciations, one by reason of the enunciation itself, the other by
reason of the mode of enunciating. If we consider the modes of enunciating, we
find two species of opposition among enunciations, namely, contrariety and
contradiction. This point was made earlier when opposed enunciations were
divided into contraries and contradictories. There is contradiction by reason
of mode of enunciating when the same thing is predicated of the same subject in
a contradictory mode; so that just as one of a pair of contradictories posits
nothing but only destroys the other, so one enunciation 4 asserts nothing, but
only destroys what the other was enunciating. All enunciations that are called
contradictories are of this kind; e.g., "Every man is just,” "Not
every man is just”; "Socrates is just,” "Socrates is not just.” It
follows from this that they cannot be at once true or false, just as two
contradictories cannot be at once. There is contrariety between enunciations by
reason of mode of enunciating when the same thing is predicated of the same
subject in a contrary mode of enunciating; so that just as one of a pair of
contraries posits matter common to itself and to the other which is at the
extreme distance under that genus—as is evident for instance in white and
black—so one enunciation posits a subject common to itself and its opposite at
the extreme distance under that predicate. All the enunciations in the diagram
that are called contrary are of this kind, for example, "Every man is
just,” "No man is just.” These make the subject "man” distant to the
greatest degree possible under justice, one enunciating justice to be in man,
not in any way, but universally, the other enunciating justice to be absent
from man, not in any way, but universally. For no distance can be greater than
the distance between the total number of things having something and none of
the total number of things having that thing. It follows that contrary enunciations
cannot be at once true, just as contraries cannot be in the same thing at once.
They can, however, be false at the same time, just as it is possible that
contraries not be in the same thing at the same time. If we consider the
enunciation itself (viz., its signification) according to only one species of
opposition, we will find in the whole range of enunciations an opposition of
contrariety, i.e., an opposition according to truth and falsity. The reason for
this is that the significations of two enunciations are positive, and
accordingly cannot be opposed either contradictorily or privatively because the
other extreme of both of these oppositions is formally non-being. And since
significations are not opposed relatively, as is evident, the only way they can
be opposed is contrarily. V. lib. 2 l. 13 n. 3Consistit autem ista contrarietas
in hoc quod duarum enunciationum altera alteram non compatitur vel in veritate
vel in falsitate, præsuppositis semper conditionibus contrariorum, scilicet
quod fiant circa idem et in eodem tempore. Patere quoque potest talem
oppositionem esse contrarietatem ex natura conceptionum animæ componentis et
dividentis, quarum singulæ sunt enunciationes. Conceptiones siquidem animæ
adæquatæ nullo alio modo opponuntur conceptionibus inadæquatis nisi contrarie,
et ipsæ conceptiones inadæquatæ, si se mutuo expellunt, contrariæ quoque
dicuntur. Unde verum et falsum, contrarie opponi
probatur a s. Thoma in I parte, qu. 17. Sicut ergo hic, ita et in
enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ contrarie opponuntur inadæquatis,
idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest falsæ, contrarie quoque opponuntur
inter se, si contingat quod se non compatiantur, salvis semper contrariorum
conditionibus. Est igitur in enunciationibus duplex contrarietas, una ratione
modi, altera ratione significationis, et unica contradictio, scilicet ratione
modi. Et, ut confusio vitetur, prima contrarietas vocetur contrarietas modalis,
secunda contrarietas formalis. Contradictio autem non ad confusionis vitationem
quia unica est, sed ad proprietatis expressionem contradictio modalis vocari
potest. Invenitur autem contrarietas formalis enunciationum inter omnes
contradictorias, quia contradictoriarum altera alteram semper excludit; et
inter omnes contrarias modaliter quoad veritatem, quia non possunt esse simul
veræ, licet non inveniatur inter omnes quoad falsitatem, quia possunt esse
simul falsæ. The contrariety
spoken of here consists in this: of two enunciations one is not compatible with
the other either in truth or falsity—presupposing always the conditions for
contraries, that they are about the same thing and at once. It can be shown
that such opposition is contrariety from the nature of the conceptions of the
soul when composing and dividing, each of which is an enunciation. Adequate
conceptions of the soul are opposed to inadequate conceptions only contrarily,
and inadequate conceptions, if each cancels the other, are also called
contraries. It is from this that St. Thomas proves, in [Summa theologiæ] part
I, question 17, that the true and false are contrarily opposed. Therefore, as
in the conceptions of the soul, so in enunciations, adequate significations are
contrarily opposed to inadequate, i.e., true to false; and the inadequate,
i.e., the false, are also contrarily opposed among themselves if it happens
that they are not compatible, supposing always the conditions for contraries.
There is, therefore, in enunciations a twofold contrariety, one by reason of
mode, the other by reason of signification, and only one contradiction, that by
reason of mode. To avoid confusion, let us call the first contrariety modal and
the second formal. We may call contradiction modal—not to avoid confusion since
it is unique—but for propriety of expression. Formal contrariety is found
between all contradictory enunciations, since one contradictory always excludes
the other. It is also found between all modally contrary enunciations in regard
to truth, since they cannot be at once true. However it is not found between the
latter in regard to falsity, since they can be at once false. V. lib. Quia
igitur Aristoteles in hac quæstione loquitur de contrarietate enunciationum quæ
se extendit ad contrarias modaliter, et contradictorias, ut patet in principio
et in fine quæstionis (in principio quidem, quia proponit utrasque
contradictorias dicens: affirmatio negationi etc.; et contrarias modaliter
dicens: et oratio orationi etc., unde et exempla utrarunque statim subdit, ut
patet in littera. In fine vero, quia ibi expresse quam conclusit
esse contrariam affirmativæ universali veræ dividit, in contrariam modaliter
universalem negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ divisio falsitate non
careret, nisi conclusisset contrariam formaliter, ut de se patet), quia,
inquam, sic accipit contrarietatem, ideo de contrarietate formali enunciationum
quæstio intelligenda est. Et est quæstio valde subtilis, necessaria et adhuc
nullo modo superius tacta. Est igitur titulus quæstionis; utrum affirmativæ
veræ contraria formaliter sit negativa falsa eiusdem prædicati, aut affirmativa
falsa de prædicato, vel contrario? Et sic patet quis sit sensus tituli, et
quare non movet quæstionem de quacunque alia oppositione enunciationum (quia
scilicet nulla alia in eis formaliter invenitur), et quod accipit
contrarietatem proprie et strictissime, licet talis contrarietas inveniatur
inter contradictorias modaliter et contrarias modaliter. Dictum vero fuit a s.
Thoma provenire hanc dubitationem ex eo quod additur aliquid simplici
enunciationi, quia si tantum simplices, idest, de secundo adiacente
enunciationes attendantur, non habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici
enunciationi, idest subiecto et verbo substantivo, additur aliquid, scilicet
prædicatum, nascitur dubitatio circa oppositionem, an illud additum in
contrariis debeat esse illudmet prædicatum, negatione apposita verbo, an debeat
esse prædicatum contrarium seu privativum, absque negatione præposita verbo. Aristotle in this question is
speaking of the contrariety of enunciations that extends to contraries modally
and to contradictories. This is evident from what he says in the beginning and
at the end of the question. In the beginning, he proposes both contradictories
when he says, an affirmation... to a negation, etc.; and contraries modally,
when he says, and in the case of speech whether the one saying... is opposed to
the one saying... etc. It is evident, too, from the examples immediately added.
At the end, he explicitly divides what he has concluded to be contrary to a
true universal affirmative, into the modally contrary universal negative and
the contradictory. It is clear at once that this division would be false unless
it comprised the contrary formally. Since he takes contrariety in this way the
question must be understood with respect to formal contrariety of enunciations.
This is a very subtle question and one that has to be treated and has not been
thus far. The question, therefore, is this: whether the formal contrary of the
true affirmative is the false negative of the same predicate or the false
affirmative of the privative predicate, i.e., of the contrary. The meaning of
the question is now clear, and it is evident why he does not ask about any
other oppositions of enunciations-no other opposition is found in them
formally. It is also evident that he is taking contrariety properly and
strictly, notwithstanding the fact that such contrariety is found among
contradictories modally and contraries modally. St. Thomas has already pointed
out that this question arises from the fact that something is added to the
simple enunciation, for as it far as simple enunciations are concerned, i.e.,
those with only a second determinant, there is no occasion for the question.
When, however, something is added, namely a predicate, to the simple enunciation,
i.e., to the subject and the substantive verb, the question arises as to
whether what ought to be added in contrary enunciations is the selfsame
predicate with a negation added to the verb or a contrary, i.e., privative,
predicate without a negation added to the verb. 5. Deinde cum dicit: nam siea
etc., declarat unde sumenda sit decisio huius quæstionis. Et duo facit: quia
primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una alia quæstione, ex illa
scilicet: utrum opinio, idest conceptio animæ, in secunda operatione
intellectus, vera, contraria sit opinioni falsæ negativæ eiusdem prædicati, an
falsæ affirmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare illa
quæstio dependet ex ista, quia scilicet enunciationes vocales sequuntur
mentales, ut effectus adæquati causas proprias, et ut significata signa
adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque natura. Unde inchoans ab
hac causa ait: nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ea, quæ sunt in anima, ut
dictum est in principio I libri, et illic, idest in anima, opinio contrarii
prædicati circa idem subiectum est contraria illi alteri, quæ affirmat reliquum
contrarium de eodem (cuiusmodi sunt istæ mentales enunciationes, omnis homo est
iustus, omnis homo est iniustus); si ita inquam est, etiam et in his affirmationibus
quæ sunt in voce, idest vocaliter sumptis, necesse est similiter se habere, ut
scilicet sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem subiecto et prædicatis
contrariis. Quod si neque illic, idest in anima,
opinatio contrarii prædicati, contrarietatem inter mentales enunciationes
constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi vocali contraria erit de
contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria erit negatio eiusdem
prædicati. When Aristotle
says, For if those things that are in vocal sound are determined by those in
the intellect, etc.; he shows where we have to begin in order to settle this
question. First he shows that the question depends on another question, namely,
whether a true opinion (i.e., a conception of the soul in the second operation
of the intellect) is contrary to a false negative opinion of the same
predicate, or to a false affirmative of the contrary, i.e., privative,
predicate. Then he gives the reason why the former question depends on this.
Vocal enunciations follow upon mental as adequate effects upon proper causes
and as the signified upon adequate signs. So, in this the nature of each is
similar. He begins, then, with the reason for this dependence: For if those
things that are in vocal sound are determined by those in the intellect (as was
said in the beginning of the first book) and if in the soul, those opinions are
contrary which affirm contrary predicates about the same subject, (for example,
the mental enunciations, "Every man is just, "Every man is unjust”),
then in affirmations that are in vocal sound, the case must be the same. The
contraries will be two affirmatives about the same subject with contrary
predicates. But if in the soul this is not the case, i.e., that opinions with
contrary predicates constitute contrariety in mental enunciations, then the
contrary of a vocal affirmation will not be a vocal affirmation with a contrary
predicate. Rather, the contrary of an affirmation will be the negation of the
same predicate. V. lib. Dependet ergo mota quæstio ex ista alia sicut effectus
ex causa. Propterea et concludendo addit secundum, quod scilicet de hac
quæstione prius tractandum est, ut ex causa cognita effectus innotescat dicens:
quare considerandum est, opinio vera cui opinioni falsæ contraria est: utrum negationi
falsæ an certe ei affirmationi falsæ, quæ contrarium esse opinatur. Et ut
exemplariter proponatur, dico hoc modo: sunt tres opiniones de bono, puta vita:
quædam enim est ipsius boni opinio vera, quoniam bonum est, puta, quod vita sit
bona; alia vero falsa negativa, scilicet, quoniam bonum non est, puta, quod
vita non sit bona; alia item falsa affirmativa contrarii, scilicet, quoniam
malum est, puta, quod vita sit mala. Quæritur ergo quæ harum falsarum contraria
est veræ? The first question, then, depends on this question as an effect upon
its cause. For this reason, and by way of a conclusion to what he has just been
saying, he adds the second question, which must be treated first so that once
the cause is known the effect will be known: We must therefore consider to
which false opinion the true opinion is contrary, whether it is to the false
negation or to the false affirmation that it is to be judged contrary. Then in
order to propose the question by examples he says: what I mean is this; there
are three opinions of a good, for instance, of life. One is a true opinion,
that it is good, for instance, that life is good. The other is a false
negative, that it is not good, for instance, that life is not good. Still
another, likewise false, is the affirmative of the contrary, that it is evil,
for instance, that life is evil. The question is, then, which of these false
opinions is contrary to the true one. V. lib. Quod autem subdidit: et si est
una, secundum quam contraria est, tripliciter legi potest. Primo, dubitative,
ut sit pars quæstionis; et tunc est sensus: quæritur quæ harum falsarum
contraria est veræ: et simul quæritur, si est tantum una harum falsarum
secundum quam fiat contraria ipsi veræ: quia cum unum uni sit contrarium, ut
dicitur in X metaphysicæ, quærendo quæ harum sit contraria, quæremus etiam an
una earum sit contraria. Alio modo, potest legi adversative, ut sit sensus:
quæritur quæ harum sit contraria; quamquam sciamus quod non utraque sed una
earum est secundum quam fit contrarietas. Tertio modo, potest legi dividendo
hanc particulam, et si est una, ab illa sequenti, secundum quam contraria est;
et tunc prima pars expressive, secunda vero dubitative legitur; et est sensus:
quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ, non solum si istæ duæ falsæ
inter se differunt in consequendo, sed etiam si utraque est una, idest alteri
indivisibiliter unita, quæritur secundum quam fit contrarietas. Et hoc modo
exponit Boethius, dicens quod Aristoteles apposuit hæc verba propter contraria
immediata, in quibus non differt contrarium a privativo. Inter contraria enim mediata et immediata hæc est
differentia, quod in immediatis a privativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus
colorabile est non album, ergo est nigrum: potest enim esse rubrum. In immediatis
autem valet; verbi gratia: animal est non sanum, ergo infirmum; numerus est non
par, ergo impar. Voluit ergo Aristoteles exprimere quod nunc, cum quærimus quæ
harum falsarum, scilicet negativæ et affirmativæ contrarii, sit contraria
affirmativæ veræ, quærimus universaliter sive illæ duæ falsæ indivisibiliter se
sequantur, sive non. Then he adds, the
question, and if there is one, is either one the contrary. This passage can be
read in three ways. It can be read inquiringly so that it is a part of the
question, and then the meaning is: which of these false opinions is contrary to
the true opinion, and, is there one of these by which the contrary to the true
one is effected? For since one is contrary to one other, as is said in X
Metaphysicæ, in asking which of these is the contrary we are also asking
whether one of them is the contrary. This can also be read adversatively, and
then the meaning is: which of these is the contrary, given that we know it is
not both but one by which the contrariety is effected? This can be read in a
third way by dividing the first clause, "and if it is one” from the second
clause, "is either one the contrary.” The first part is then read
assertively, the second inquiringly, and the meaning is: which of these two
false opinions is contrary to the true opinion if the two false opinions differ
as to consequence, and also if both are one, i.e., united to each other
indivisibly? BOEZIO explains this passage in the last way. He says that
Aristotle adds these words because of immediate contraries in which the
contrary does not differ from the privative. For the difference between mediate
and immediate contraries is that in the former the contrary is not inferred
from the privative. For example, this is not valid: "A colored body is not
white, therefore it is black”—for it could be red. In immediate contraries, on
the other hand, it is valid to infer the contrary from the privative; e.g.,
"An animal is not healthy, therefore it is number is not even, therefore
it is odd.” Therefore, Aristotle intends to show here that when we ask which of
these false opinions, i.e., negative and affirmative contraries, is contrary to
the true affirmative, we are asking universally whether these two false
opinions follow each other indivisibly or not. 8. Deinde cum dicit: nam
arbitrari, prosequitur hanc secundam quæstionem. Et circa hoc quatuor facit.
Primo, declarat quod contrarietas opinionum non attenditur penes contrarietatem
materiæ, circa quam versantur, sed potius penes oppositionem veri vel falsi;
secundo, declarat quod non penes quæcunque opposita secundum veritatem et
falsitatem est contrarietas opinionum; ibi: si ergo boni etc.; tertio,
determinat quod contrarietas opinionum attenditur penes per se primo opposita
secundum veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi: sed in quibus primo
fallacia etc.; quarto declarat hanc determinationem inveniri in omnibus veram;
ibi: manifestum est igitur et cetera. Dicit ergo proponens intentam
conclusionem, quod falsum est arbitrari opiniones definiri seu determinari
debere contrarias ex eo quod contrariorum obiectorum sunt. Et adducit ad hoc
duplicem rationem. Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem opinio; sed
contrariorum eadem est fortasse opinio; ergo opiniones non sunt contrariæ ex
hoc quod contrariorum sunt. Secunda est: opiniones contrariæ non sunt simul
veræ; sed opiniones contrariorum, sive plures, sive una, sunt simul veræ
quandoque; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt.
Harum rationum, suppositis maioribus, ponit utriusque minoris declarationem
simul, dicens: boni enim, quoniam bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem
fortasse opinio est, quoad primam. Et subdit esse vera, sive plures sive una sit, quoad
secundam. Utitur autem dubitativo adverbio et disiunctione, quia non est
determinandi locus an contrariorum eadem sit opinio, et quia aliquo modo est
eadem et aliquo modo non. Si enim loquamur de habituali opinione, sic eadem
est; si autem de actuali, sic non eadem est. Alia siquidem mentalis compositio
actualiter fit, concipiendo bonum esse bonum, et alia concipiendo malum esse
malum, licet eodem habitu utrunque cognoscamus, illud per se primo, et hoc
secundario, ut dicitur IX metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad
declarationem minorum sumpta sunt, scilicet bonum et malum, contraria sunt
etiam contrarietate sumpta stricte in moralibus, ac per hoc congrua usi sumus
declaratione. Ultimo inducit conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum
opiniones sunt, contrariæ sunt, sed magis in eo quod contrariæ, idest, sed
potius censendæ sunt opiniones contrariæ ex eo quod contrariæ adverbialiter,
scilicet contrario modo, idest vere et false enunciant. Et sic patet primum. When he
says, It is false, of course, to suppose that opinions are to be defined as
contrary because they are about contraries, etc., he proceeds with the second
question. First he shows that contrariety of opinions is not determined by the
contrariety of the matter involved, but rather by the opposition of true and
false; secondly, he shows that there is not contrariety of opinions in just any
opposites according to truth and falsity, where he says, Now if there is the
opinion of that which is good, that it is good, and the opinion that it is not
good, etc.; third, he determines that contrariety of opinions is concerned with
the per se first opposites; according to truth and falsity, for three reasons,
where he says, Rather, those opinions in which there is fallacy must be posited
as contrary to true opinions, etc.; finally, he shows that this determination
is true of all, where he says, It is evident that it will make no difference if
we posit the affirmation universally, for the universal negation will be the
contrary, etc. Aristotle says, then, proposing the conclusion he intends to
prove, that it is false to suppose that opinions are to be defined or
determined as contrary because they are about contrary objects. He gives two
arguments for this. Contrary opinions are not the same opinion; but opinions
about contraries are probably the same opinion; therefore, opinions are not
contrary from the fact that they are about contraries. And, contrary opinions
are not simultaneously true; but opinions about contraries, whether many or
one, are sometimes true simultaneously; therefore, opinions are not contraries
because they are about contraries. Having supposed the majors of these
arguments, he posits a manifestation of each minor at the same time. In
relation to the first argument, he says, for the opinion of that which is good,
that it is good, and of that which is evil, that it is evil are probably the
same. In relation to the second argument he adds: and, whether many or one, are
true. He uses "probably,” an adverb expressing doubt and disjunction,
because this is not the place to determine whether the opinion of contraries is
the same opinion, and, because in some way the opinion is the same and in some
way not. In the case of habitual opinion, the opinion of contraries is the
same, but in the case of an actual opinion it is not. One mental composition is
actually made in conceiving that a good is good and another in conceiving that
an evil is evil, although we know both by the same habit, the former per se and
first, the latter secondarily, as is said in IX Metaphysicæ [4: 1051a 4]. Then
he adds that good and evil—which are used for the manifestation of the
minor—are contraries even when the contrariety is taken strictly in moral
matters; and so in using this our exposition is apposite. Finally, he draws the
conclusion: however, opinions are not contraries because they are about
contraries, but rather because they are contraries, i.e., opinions are to be
considered as contrary from the fact that they enunciate contrarily,
adverbially, i.e., in a contrary mode, i.e., they enunciate truly and falsely.
Thus the first argument is clear. V. lib. Si ergo boni et cetera. Quia dixerat
quod contrarietas opinionum accipitur secundum oppositionem veritatis et
falsitatis earum, declarat modo quod non quæcunque secundum veritatem et
falsitatem oppositæ opiniones sunt contrariæ, tali ratione. De bono, puta, de iustitia,
quatuor possunt opiniones haberi, scilicet quod iustitia est bona, et quod non
est bona, et quod est fugibilis, et quod est non appetibilis. Quarum prima est
vera, reliquæ sunt falsæ. Inter quas hæc est diversitas quod, prima negat idem
prædicatum quod vera affirmabat; secunda affirmat aliquid aliud quod bono non
inest; tertia negat id quod bono inest, non tamen illud quod vera affirmabat.
Tunc sic. Si omnes opiniones secundum veritatem et falsitatem sunt contrariæ,
tunc uni, scilicet veræ opinioni non solum multa sunt contraria, sed etiam
infinita: quod est impossibile, quia unum uni est contrarium. Tenet
consequentia, quia possunt infinitæ imaginari opiniones falsæ de una re similes
ultimis falsis opinionibus adductis, affirmantes, scilicet ea quæ non insunt
illi, et negantes ea quæ illi quocunque modo coniuncta sunt: utraque namque
indeterminata esse et absque numero constat. Possumus enim opinari quod
iustitia est quantitas, quod est relatio, quod est hoc et illud; et similiter
opinari quod iustitia non sit qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus.
Unde ex supradictis in propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum
contra unam veram, ait: si ergo est opinatio vera boni, puta iustitiæ, quoniam
est bonum; et si est etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam non
est quid bonum; est vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid
aliud inesse illi, quod non inest nec inesse potest, puta, quod iustitia sit
fugibilis, quod sit illicita; et hinc intelligitur quarta falsa quoque, quæ
scilicet negat aliquid aliud ab eo quod vera opinio affirmat inesse iustitiæ,
quod tamen inest, ut puta quod non sit qualitas, quod non sit virtus; si ita
inquam est, nulla aliarum falsarum ponenda est contraria opinioni veræ. Et
exponens quid demonstret per ly aliarum, subdit: neque quæcunque opinio
opinatur esse quod non est, ut tertii ordinis opiniones faciunt: neque
quæcunque opinio opinatur non esse quod est, ut quarti ordinis opiniones
significant. Et causam subdit: infinitæ enim utræque sunt, et quæ esse
opinantur quod non est, et quæ non esse quod est, ut supra declaratum fuit. Non ergo quæcunque opiniones oppositæ secundum
veritatem et falsitatem contrariæ sunt. Et sic patet secundum.When he says, Now, if there is
the opinion of that which is good, that it is good, and the opinion that it is
not good, etc., he takes up the second point. Since he has just said that
contrariety of opinions is taken according to their opposition of truth and
falsity, he goes on to show that not just any opposites according to truth and
falsity are contraries. This is his argument. Four opinions can be held about a
good, for instance justice: that justice is good, that it is not good, that it
is avoidable, that it is not desirable. Of these, the first is true, the rest
false. The three false ones are diverse. The first denies the same predicate
the true one affirmed; the second affirms something which does not belong to
the good; the third denies what belongs to the good, but something other than
the true one affirmed. Now if all opinions opposed as to truth and falsity are
contraries, then not only are there many contraries to one true opinion, but an
infinite number. But this is impossible, for one is contrary to one other. The
consequence holds because infinite false opinions about one thing, similar to
those cited, can be imagined; such opinions would affirm of it what does not
belong to it and deny what is joined to it in some way. Both kinds are
indeterminate and without number. We can think, for instance, that justice is a
quantity, that it is a relation, that it is this and that; and likewise we can
think that it is not a quality, is not desirable, is not a habit. Hence, from
what was said above in proposing the question, Aristotle infers a plurality of
false opinions opposed to one true opinion: Now if there is the opinion of that
which is good, for instance justice, that it is good, and there is a false
opinion denying the same thing, namely, that it is not good, and besides these
a third opinion, false also, affirming that some other thing belongs to justice
that does not belong and cannot belong to it (for instance, that justice is
avoidable, that it is illicit) and a fourth opinion, also false, that denies
something other than the true opinion affirms, something, however, which does
belong to justice (for instance, that it is not a quality, that it is not a
virtue), none of these other false enunciations are to be posited as the
contrary of the true opinion. To explain what he is designating by "of
these others,” he adds, neither those purporting that what is not, is, as
opinions of the third order do, nor those purporting that what is, is not, as
opinions of the fourth order signify. Then he adds the reason these cannot be
posited as the contrary of the true opinion: for both the opinions that that is
which is not, and that which is not, is, are infinite, as was shown above.
Therefore, not just any opinions opposed according to truth and falsity are
contraries. Thus the second argument is clear. V. lib. Quia subtili indagatione
ostendit quod nec materiæ contrarietas, nec veri falsique qualiscunque
oppositio contrarietatem opinionum constituit, sed quod aliqua veri falsique
oppositio id facit, ideo nunc determinare intendit qualis sit illa veri falsique
oppositio, quæ opinionum contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe
quæstioni satisfit. Et intendit quod sola oppositio opinionum secundum
affirmationem et negationem eiusdem de eodem etc. constituit contrarietatem
earum. Unde intendit probare istam conclusionem per quam ad quæsitum respondet:
opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt
contrariæ; et consequenter illæ, quæ sunt oppositæ secundum affirmationem
contrariorum prædicatorum de eodem, non sunt contrariæ, quia sic affirmativa
vera haberet duas contrarias, quod est impossibile. Unum enim uni est
contrarium.Aristotle has just completed a subtle investigation in which he has
shown that contrariety of matter does not constitute contrariety of opinion,
nor does just any kind of opposition of true and false, but some opposition of
true and false does. Now he intends to determine what kind of opposition of
true and false it is that constitutes contrariety of opinions, for this will
answer the question directly. He maintains that only opposition of opinions
according to affirmation and negation of the same thing of the same thing,
etc., constitutes their contrariety. Accordingly, as the response to the
question, he intends to prove the following conclusion: opinions opposed
according to affirmation and negation of the same thing of the same thing are
contraries; and consequently, opinions opposed according to affirmation of
contrary predicates of the same subject are not contraries, for if these were
contraries, the true affirmative would have two contraries, which is
impossible, since one is contrary to one other. V. lib. Probat autem istam
conclusionem tribus rationibus. Prima est: opiniones in quibus primo est
fallacia sunt contrariæ; opiniones oppositæ secundum affirmationem et
negationem eiusdem de eodem sunt in quibus primo est fallacia; ergo opiniones
oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ.
Sensus maioris est: opiniones quæ primo ordine naturæ sunt termini fallaciæ,
idest deceptionis seu erroris, sunt contrariæ: sunt enim, cum quis fallitur seu
errat, duo termini, scilicet a quo declinat, et ad quem labitur. Huius rationis
in littera primo ponitur maior, cum dicitur: sed in quibus primo fallacia est;
adversative enim continuans sermonem supradictis, insinuavit non tot enumeratas
opiniones esse contrarias, sed eas in quibus primo fallacia est modo exposito.
Deinde subdit probationem minoris talem: eadem proportionaliter sunt, ex quibus
sunt generationes et ex quibus sunt fallaciæ; sed generationes sunt ex
oppositis secundum affirmationem et negationem; ergo et fallaciæ sunt ex oppositis
secundum affirmationem et negationem. Quod erat assumptum in minore. Unde
ponens maiorem huius prosyllogismi, ait: hæc autem, scilicet fallacia, est ex
his, scilicet terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes.
Et subsumit minorem:
ex oppositis vero, scilicet secundum affirmationem et negationem, et
generationes fiunt. Et demum concludit: quare etiam fallacia, scilicet, est ex
oppositis secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem. Aristotle uses three
arguments to prove this conclusion. The first one is as follows: Those opinions
in which there is fallacy first are contraries. Opinions opposed according to
affirmation and negation of the same predicate of the same subject are those in
which there is fallacy first. Therefore, these are contraries. The sense of the
major is this: Opinions which first in the order of nature are the limits of
fallacy, i.e., of deception or error, are contraries; for when someone is
deceived or errs, there are two limits, the one from which he turns away and
the one toward which he turns. In the text the major of the argument is posited
first: Rather, those opinions in which there is fallacy must be posited as
contrary to true opinions. By uniting this part of the text adversatively with
what was said previously, Aristotle implies that not just any of the number of
opinions enumerated are contraries, but those in which there is fallacy first
in the manner we have explained. Then he gives this proof of the minor: those
things from which generations are and from which fallacies are, are the same
proportionally; generations are from opposites according to affirmation and
negation; therefore fallacies, too, are from opposites according to affirmation
and negation (which was assumed in the minor). Hence he posits the major of
this prosyllogism: Now the things from which fallacies arise, namely, limits,
are the things from which generations arise—proportionally however. Under it he
posits the minor: but generations are from opposites, i.e., according to
affirmation and negation. Finally, he concludes, therefore also fallacies,
i.e., they are from opposites according to affirmation and negation of the same
thing of the same thing. V. lib. Ad evidentiam huius probationis scito quod
idem faciunt in processu intellectus cognitio et fallacia seu error, quod in
processu naturæ generatio et corruptio. Sicut namque perfectiones naturales
generationibus acquiruntur, corruptionibus desinunt; ita cognitione
perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus autem seu deceptionibus
amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio est inter affirmationem
et negationem, ut proprios terminos, ut dicit V Physic.; ita tam cognoscere
aliquid, quam falli circa illud, est inter affirmationem et negationem, ut proprios
terminos: ita quod id ad quod primo attingit cognoscens aliquid in secunda
operatione intellectus est veritatis affirmatio, et quod per se primo abiicitur
est illius negatio. Et similiter quod per se primo perdit qui fallitur est veritatis
affirmatio, et quod primo incurrit est veritatis negatio. Recte ergo dixit quod
iidem sunt termini inter quos primo est generatio, et illi inter quos est primo
fallacia, quia utrobique termini sunt affirmatio et negatio. This proof will be more
evident from the following: Knowledge and fallacy, or error, bring about the
same thing in the intellect’s progression as generation and corruption do in
nature’s progression. For just as natural perfections are acquired by generations
and perish by corruptions, so intellectual perfections are acquired by
knowledge and lost by errors or deceptions. Accordingly, just as generation and
corruption are between affirmation and negation as proper terms, as is said in Physicæ
so both to know something and to be deceived about it is between affirmation
and negation as proper terms. Consequently, what one who knows attains first in
the second operation of the intellect is affirmation of the truth, and what he
rejects per se and first is the negation of it. In like manner, what he who is
deceived loses per se and first is affirmation of the truth, and acquires first
is negation of the truth. Therefore Aristotle is correct in maintaining that
the terms between which there is generation first and between which there is
fallacy first are the same, because with respect to both, the terms are
affirmation and negation. V. lib. Deinde cum dicit: si ergo quod bonum est etc.,
intendit probare maiorem principalis rationis. Et quia iam declaravit quod ea,
in quibus primo est fallacia, sunt affirmatio et negatio, ideo utitur, loco
maioris probandæ, scilicet, opiniones in quibus primo est fallacia, sunt
contrariæ, sua conclusione, scilicet, opiniones oppositæ secundum affirmationem
et negationem eiusdem sunt contrariæ. Æquivalere enim iam declaratum est. Fecit
autem hoc consuetæ brevitati studens, quoniam sic procedendo, et probat
maiorem, et respondet directe quæstioni, et applicat ad propositum simul.
Probat ergo loco maioris conclusionem principaliter intentam quæstionis, hanc,
scilicet: opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem sunt
contrariæ; et non illæ, quæ sunt oppositæ secundum contrariorum affirmationem
de eodem. Et intendit talem rationem. Opinio vera et eius magis falsa sunt
contrariæ opiniones; oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt vera et
eius magis falsa; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem
sunt contrariæ. Maior probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt
contraria; vera autem et eius magis falsa plurimum distant circa idem, ut
patet. Minor vero probatur ex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de
eodem est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se falsa magis falsa est quacunque
alia. Unumquodque enim
quod est per se tale, magis tale est quolibet quod est per aliud tale. When he
says, Now, if that which is good is both good and not evil, the former per se,
the latter accidentally, etc., he intends to prove the major of the principal argument.
He has already shown that the opinions in which there is fallacy first are
affirmation and negation, and therefore in place of the major to be proved
(i.e., opinions in which it there is fallacy first are contraries) he uses his
conclusion—which has already been shown to be equivalent—that opinions opposed
according to affirmation and negation of the same thing are contraries. Thus
with his customary brevity he at once proves the major, responds directly to
the question, and applies it to what he has proposed. In place of the major,
then, he proves the conclusion principally intended, i.e., that opinions
opposed according to affirmation and negation of the same thing are contraries,
and not those opposed according to affirmation of contraries about the same
thing. His argument is as follows: A true opinion and the opinion that is more
false in respect to it are contrary opinions, but opinions opposed according to
affirmation and negation are the true opinion and the opinion that is more
false in respect to it; therefore, opinions opposed according to affirmation
and negation are contraries. The major is proved thus: those things that are
most distant in respect to the same thing are contraries; but the true and the
more false are most distant in respect to the same thing, as is clear. The
proof of the minor is that the opposite according to negation of the same thing
of the same thing is per se false in relation to the true affirmation of it.
But a per se false opinion is more false than any other, since each thing that
is per se such is more such than anything that is such by reason of something
else. V. lib. Unde ad suprapositas opiniones in propositione quæstionis
rediens, ut ex illis exemplariter clarius intentum ostendat, a probatione
minoris inchoat tali modo. Sint quatuor opiniones, duæ veræ, scilicet, bonum est
bonum, bonum non est malum, et duæ falsæ, scilicet, bonum non est bonum, et,
bonum est malum. Clarum est autem quod prima vera est ratione sui, secunda
autem est vera secundum accidens, idest, ratione alterius, quia scilicet non
esse malum est coniunctum ipsi bono: ideo enim ista est vera, bonum non est
malum, quia bonum est bonum, et non e contra; ergo prima quæ est secundum se
vera, est magis vera quam secunda: quia in unoquoque genere quæ secundum se est
vera est magis vera. Illæ autem duæ falsæ eodem modo censendæ sunt, quod
scilicet magis falsa est, quæ secundum se est falsa. Unde quia prima earum,
scilicet, bonum non est bonum, quæ est negativa, est per se et non ratione
alterius falsa, relata ad illam affirmativam, bonum est bonum; et secunda,
scilicet, bonum est malum, quæ est affirmativa contrarii, ad eamdem relata est
falsa per accidens, idest ratione alterius (ista enim, scilicet, bonum est
malum, non immediate falsificatur ab illa vera, scilicet bonum est bonum, sed
mediante illa alia falsa, scilicet, bonum non est bonum); idcirco magis falsa
respectu affirmationis veræ est negatio eiusdem quam affirmatio contrarii. Quod erat assumptum in
minore. Accordingly, returning to the opinions already given in proposing the
question so as to show his intention more clearly by example, he begins with
the proof of the minor. There are four opinions, of which two are true, "A
good is good,” "A good is not evil”; two are false, "A good is not
good” and "A good is evil.” It is evident that the first is true by reason
of itself, the second accidentally, i.e., by reason of another, for not to be
evil is added to that which is good. Hence, "A good is not evil” is true
because a good is good, and not contrarily. Therefore, the first of these
opinions, which is per se true, is more true than the second, for in each genus
that which per se is true is more true. The two false opinions are to be judged
in the same way. The more false is the one that is per se false. The first of
them, the negative, "A good is not good,” in relation to the affirmative,
"A good is good,” is per se false, not false by reason of another. The
second, the affirmative of the contrary, "A good is evil,” in relation to
the same opinion, is false accidentally, i.e., by reason of another (for "A
good is evil” is not immediately falsified by the true opinion, "A good is
good,” but mediately through the other false opinion "A good is not
good”). Therefore, the negation of the same thing is more false in respect to a
trite affirmation than the affirmation of a contrary. This was assumed in the
minor. V. lib. 2 l. 14 n. 6Unde rediens ad supra positas (ut dictum est)
opiniones, infert primas duas veras opiniones dicens: si ergo quod bonum est et
bonum est et non est malum, et hoc quidem, scilicet quod dicit prima opinio,
est verum secundum se, idest ratione sui; illud vero, scilicet quod dicit
secunda opinio, est verum secundum accidens, quia accidit, idest, coniunctum
est ei, scilicet bono, malum non esse. In unoquoque autem ordine magis vera est
illa quæ secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ secundum se
falsa est: siquidem et vera huius est naturæ, ut declaratum est, quod scilicet
magis vera est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum opinionum
falsarum in quæstione propositarum, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum
est malum, ea quæ est dicens, quoniam non est bonum quod bonum est, idest
negativa; scilicet, bonum non est bonum, est consistens falsa secundum se,
idest, ratione sui continet in seipsa falsitatem; illa vero reliqua falsa
opinio, quæ est dicens, quoniam malum est, idest, affirmativa contraria,
scilicet, bonum est malum, eius, quæ est, idest, illius affirmationis dicentis,
bonum est bonum, secundum accidens, idest, ratione alterius falsa est. Deinde subdit ipsam minorem: quare erit magis falsa
de bono, opinio negationis, quam contrarii. Deinde ponit maiorem dicens quod,
semper magis falsus circa singula est ille qui habet contrariam opinionem, ac
si dixisset, veræ opinioni magis falsa est contraria. Quod assumptum erat in
maiore. Et eius probationem subdit, quia contrarium est de numero eorum quæ
circa idem plurimum differunt. Nihil enim plus differt a vera opinione quam
magis falsa circa illam. As was pointed
out above, Aristotle returns to the opinions already posited, and infers the
first two true opinions: Now if that which is good is both good and not evil,
and if what the first opinion says is true per se, i.e., by reason of itself,
and what the second opinion says is trite accidentally (since it is accidental
to it, i.e., added to it, that is, to the good, not to be evil) and if in each
order that which is per se true is more true, then that which is per se false
is more false, since, as has been shown, the true also is of this nature,
namely, that the more true is that which per se is true. Therefore, of the two
false opinions proposed in the question, namely, "A good is not good,” and
"A good is evil,” the one saying that what is good is not good, namely,
the negative, is an opinion positing what is per se false, i.e., by reason of
itself it contains falsity in it. The other false opinion, the one saying it is
evil, namely, the affirmative contrary in respect to it, i.e., in respect to
the affirmation saying that a good is good, is false accidentally, i.e., by
reason of another. Then he gives the minor: Therefore, the opinion of the
negation of the good will be more false than the opinion affirming a contrary.
Next, he posits the major, the one who holds the contrary judgment about each
thing is most mistaken, i.e., in relation to the true judgment the contrary is
more false. This was assumed in the major. He gives as the proof of this, for
contraries are those that differ most with respect to the same thing, for
nothing differs more from a true opinion than the more false opinion in respect
to it. V. lib. 2 l. 14 n. 7Ultimo directe applicat ad quæstionem dicens: quod
si (pro, quia) harum falsarum, scilicet, negationis eiusdem et affirmationis
contrarii, altera est contraria veræ affirmationi, opinio vero contradictionis,
idest, negationis eiusdem de eodem, magis est contraria secundum falsitatem,
idest, magis est falsa, manifestum est quoniam hæc, scilicet opinio falsa
negationis, erit contraria affirmationi veræ, et e contra. Illa vero opinio quæ
est dicens, quoniam malum est quod bonum est, idest, affirmatio contrarii, non
contraria sed implicita est, idest, sed implicans in se veræ contrariam,
scilicet, bonum non est bonum. Etenim necesse est ipsum opinantem affirmationem
contrarii opinari, quoniam idem de quo affirmat contrarium non est bonum.
Oportet siquidem si quis opinatur quod vita est mala, quod opinetur quod vita
non sit bona. Hoc enim necessario sequitur ad illud, et
non e converso; et ideo affirmatio contrarii implicita dicitur. Negatio autem eiusdem de
eodem implicita non est. Et sic finitur prima ratio. Finally, he directly
approaches the question. If (for "since”), then, of two opinions (namely,
false opinions—the negation of the same thing and the affirmation of a
contrary), one is the contrary of the true affirmation, and, the contradictory
opinion, i.e., the negation of the same thing of the same thing, is more
contrary according to falsity, i.e., is more false, it is evident that the
false opinion of negation will be contrary to the true affirmation, and
conversely. The opinion saying that what is good is evil, i.e., the affirmation
of a contrary, is not the contrary but implies it, i.e., it implies in itself
the opinion contrary to the true opinion, i.e., "A good is not good.” The
reason for this is that the one conceiving the affirmation of a contrary must
conceive that the same thing of which he affirms the contrary, is not good. If,
for example, someone conceives that life is evil, he must conceive that life is
not good, for the former necessarily follows upon the latter and not
conversely. Hence, affirmation of a contrary is said to be implicative, but
negation of the same thing of the same thing is not implicative. This concludes
the first argument. V. lib. Notandum est hic primo quod ista regula generalis
tradita hic ab Aristotele de contrarietate opinionum, quod scilicet contrariæ
opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et negationem eiusdem de
eodem, et in se et in assumptis ad eius probationem propositionibus scrupulosa
est. Unde multa hic insurgunt dubia. Primum est quia cum oppositio secundum
affirmationem et negationem non constituat contrarietatem sed contradictionem
apud omnes philosophos, quomodo Aristoteles opiniones oppositas secundum
affirmationem et negationem ex hoc contrarias ponat. Augetur et dubitatio quia
dixit quod ea in quibus primo est fallacia sunt contraria, et tamen subdit quod
sunt oppositæ sicut termini generationis, quos constat contradictorie opponi.
Nec dubitatione caret quomodo sit verum id quod supra diximus ex intentione s.
Thomæ, quod nullæ duæ opiniones opponantur contradictorie, cum hic expresse
dicitur aliquas opponi secundum affirmationem et negationem. Dubium secundo insurgit circa id quod assumpsit, quod
contraria cuiusque veræ est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam
contraria istius veræ, Socrates est albus, est ista, Socrates non est albus,
secundum determinata; et tamen non est per se falsa. Sicut namque sua opposita affirmatio est per accidens
vera, ita ista est per accidens falsa. Accidit enim isti enunciationi falsitas.
Potest enim mutari in veram, quia est in materia contingenti. Dubium est tertio circa id quod
dixit: magis vero contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle quod
utraque, scilicet, opinio negationis et contrarii, sit contraria veræ
affirmationi; et consequenter vel uni duo ponit contraria, vel non loquitur de
contrarietate proprie sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. The general rule about the
contrariety of opinions that Aristotle has given here (namely, that contrary
opinions are those opposed according to affirmation and negation of the same
thing of the same thing) is accurate both in itself and in the propositions
assumed for its proof. Many questions may arise, however, as a consequence of
this doctrine and its proof. First of all, all philosophers hold that
opposition according to affirmation and negation constitutes contradiction, not
contrariety. How, then, can Aristotle maintain that opinions opposed in this
way are contraries? The difficulty is augmented by the fact that he has said
that those opinions in which there is fallacy first are contraries, yet he adds
that they are opposed as the terms of generation are, which he establishes to
be opposed contradictorily. In addition, there is a difficulty as to the way in
which the assertion of St. Thomas, which we used above, is true, namely, that
no two opinions are opposed contradictorily, since here it is explicitly said
that some are opposed according to affirmation and negation. The second uestion
involves his assumption that the contrary of each true opinion is per se false.
This does not seem to be true, for according to what was determined previously,
the contrary of the true opinion "Socrates is white” is "Socrates is
not white.” But this is not per se false, for the opposed affirmation is true
accidentally, and hence its negation is false accidentally. Falsity is
accidental to such an enunciation because, being in contingent matter, it can
be changed into a true one. A third difficulty arises from the fact that
Aristotle says the contradictory opinion is nwre contrary. He seems to be
proposing, according to this, that both the opinion of the negation and of a
contrary are contrary to a true affirmation. Consequently, he is either
positing two opinions contrary to one or he is not taking contrariety strictly,
although we showed above that he was taking contrariety properly and strictly. V.
lib. Ad evidentiam omnium, quæ primo loco adducuntur, sciendum quod opiniones
seu conceptiones intellectuales, in secunda operatione de quibus loquimur,
possunt tripliciter accipi: uno modo, secundum id quod sunt absolute; alio
modo, secundum ea quæ repræsentant absolute; tertio, secundum ea quæ
repræsentant, ut sunt in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia non est
præsentis speculationis, scito quod si accipiantur secundo modo secundum
repræsentata, sic invenitur inter eas et contradictionis, et privationis, et
contrarietatis oppositio. Ista siquidem mentalis enunciatio, Socrates est videns,
secundum id quod repræsentat opponitur illi, Socrates non est videns,
contradictorie; privative autem illi, Socrates est cæcus; contrarie autem illi,
Socrates est luscus; si accipiantur secundum repræsentata. Ut enim dicitur in
postprædicamentis, non solum cæcitas est privatio visus, sed etiam cæcum esse
est privatio huius quod est esse videntem, et sic de aliis. Si vero accipiantur
opiniones tertio modo, scilicet, prout repræsentata per eas sunt in ipsis, sic
nulla oppositio inter eas invenitur nisi contrarietas: quoniam sive opposita
contradictorie sive privative sive contrarie repræsententur, ut sunt in
opinionibus, illius tantum oppositionis capaces sunt, quæ inter duo entia
realia inveniri potest. Opiniones namque realia entia sunt. Regulare enim est
quod quidquid convenit alicui secundum esse quod habet in alio, secundum modum
et naturam illius in quo est sibi convenit, et non secundum quod exigeret
natura propria. Inter entia autem realia contrarietas sola formaliter
reperitur. Taceo nunc de oppositione relativa. Opiniones ergo hoc modo sumptæ,
si oppositæ sunt, contrarietatem sapiunt, sed non omnes proprie contrariæ sunt,
sed illæ quæ plurimum differunt circa idem veritate et falsitate. Has autem
probavit Aristoteles esse opiniones affirmationis et negationis eiusdem de
eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt. Reliquæ vero per reductionem ad has
contrariæ dicuntur. In order to
answer all of the difficulties in regard to the first argument it must be noted
that opinions, or intellectual conceptions in the second operation, can be
taken in three ways: according to what they are absolutely; (2) according to
the things they represent absolutely, according to the things they represent,
as they are in opinions. We will omit the first since it does not belong to the
present consideration. If they are taken in the second way, i.e., according to
the things represented, there can be opposition of contradiction, of privation,
and of contrariety among them. The mental enunciation "Socrates sees,”
according to what it represents, is opposed contradictorily to. Socrates does
not see”; privatively to "Socrates is blind”; contrarily to "Socrates
is purblind.” Aristotle points out the reason for this in the Postpredicamenta
[Categ.]: not only is blindness privation of sight but to be blind is also a
privation of to be seeing, and so of others. Opinions taken in the third way,
i.e., as the things represented through opinions are in the opinions, have no
opposition except contrariety; for opposites as they are in opinions, whether
represented contradictorily or privatively or contrarily, only admit of the
opposition that can be found between two real beings, for opinions are real
beings. The rule is that whatever belongs to something according to the being
which it has in another, belongs to it according to the mode and nature of that
in which it is, and not according to what its own nature would require. Now,
between real beings only contrariety is found formally. (I am omitting here the
consideration of relative opposition.) Therefore, opinions taken in this mode,
if they are opposed, represent contrariety, although not all are contraries
properly. Only those differing most in respect to truth and falsity about the
same thing are contraries properly. Now Aristotle proved that these are -
judgments affirming and denying the same thing of the same thing. Therefore,
these are the true contraries. The rest are called contraries by reduction to
these. V. lib. Ex his patet quid ad obiecta
dicendum sit. Fatemur enim quod affirmatio et negatio in seipsis
contradictionem constituunt; in opinionibus vero existentes contrarietatem
inter illas causant propter extremam distantiam, quam ponunt inter entia
realia, opinionem scilicet veram et opinionem falsam circa idem. Stantque ista
duo simul quod ea, in quibus primo est fallacia, sint opposita ut termini
generationis, et tamen sint contraria utendo supradicta distinctione: sunt enim
opposita contradictorie ut termini generationis secundum repræsentata; sunt
autem contraria, secundum quod habent in seipsis illa contradictoria. Unde
plurimum differunt. Liquet quoque ex hoc quod nulla est dissentio inter dicta
Aristotelis et s. Thomæ, quia opiniones aliquas opponi secundum affirmationem
et negationem verum esse confitemur, si ad repræsentata nos convertimus, ut hic
dicitur. From this the
answer to the objections is clear. We grant that affirmation and negation in
themselves constitute contradiction. In actual judgments,”’ affirmation and
negation cause contrariety between opinions because of the extreme distance
they posit between real beings, namely, true opinion and false opinion in
respect to the same thing. And these two stand at the same time: those in which
there is fallacy first are opposed as the terms of generation are and yet they
are contraries by the use of the foresaid distinction—for they are opposed
contradictorily as terms of generation according to the things represented, but
they are contraries insofar as they have in themselves those contradictories
and hence differ most. It is also evident that there is no disagreement between
Aristotle and St. Thomas, for we have shown that it is true that some opinions
are opposed according to affirmation and negation if we consider the things
represented, as is said here. 11. Tu autem qui perspicacioris ac provectioris
ingenii es compos, hinc habeto quod inter ipsas opiniones oppositas quidam
tantum motus est, eo quod de affirmato in affirmatum mutatio fit: inter ipsas
vero secundum repræsentata, similitudo quædam generationis et corruptionis
invenitur, dum inter affirmationem et negationem mutatio clauditur. Unde et
fallacia sive error quandoque et motus et mutationis rationem habet diversa
respiciendo, quando scilicet ex vera in per se falsam, vel e converso, quis
mutat opinionem; quandoque autem solam mutationem imitatur, quando scilicet
absque præopinata veritate ipsam falsam offendit quis opinionem; quandoque vero
motus undique rationem possidet, quando scilicet ex vera affirmatione in falsam
circa idem contrarii affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur
radix est oppositio affirmationis et negationis, merito ea in quibus primo est
fallacia, sicut generationis terminos opponi dixit. It will be noted, however,
by those of you who are more penetrating and advanced in your thinking, that
between opposite opinions there is something of true motion when a change is
made from the affirmed to the affirmed; but according to the order of
representation there is a certain similitude to generation and corruption so
long as the change is bounded by affirmation and negation. Consequently,
fallacy or error may be regarded in different ways. Sometimes it has the aspect
of both movement and change. This is the case when someone changes his opinion
from a true one to one that is per se false, or conversely. Sometimes change
alone is imitated. This happens when someone arrives at a false opinion apart
from a former true opinion. Sometimes, however, there is movement in every
respect. This is the case when reason passes from the true affirmation to the
false affirmation of a contrary about the same thing. However, since the first
root of being in error is the opposition of affirmation and negation, Aristotle
is correct in saying that those in which there is fallacy first are opposed as
are the terms of generation. 12.
Ad dubium secundo loco adductum dico quod peccatur ibi secundum æquivocationem
illius termini per se falsa, seu per se vera. Opinio enim et similiter
enunciatio potest dici dupliciter per se vera seu falsa. Uno modo, in seipsa,
sicut sunt omnes veræ secundum illos modos perseitatis qui enumerantur I
posteriorum, et similiter falsæ secundum illosmet modos, ut, homo non est
animal. Et hoc modo non accipitur in hac regula de contrarietate opinionum et
enunciationum opinio per se vera aut falsa, ut efficaciter obiectio adducta
concludit. Si enim ad contrarietatem opinionum hoc exigeretur non possent esse
opiniones contrariæ in materia contingenti: quod est falsissimum. Alio modo
potest dici opinio sive enunciatio per se vera aut falsa respectu suæ oppositæ.
Per se vera quidem respectu suæ falsæ, et per se falsa respectu suæ veræ. Et
tunc nihil aliud est dicere, est per se vera respectu illius, nisi quod ratione
sui et non alterius verificatur ex falsitate illius. Et similiter cum dicitur,
est per se falsa respectu illius, intenditur quod ratione sui et non alterius
falsificatur ex illius veritate. Verbi gratia; istius veræ, Socrates currit,
non est per se falsa, Socrates sedet, quia falsitas eius non immediate sequitur
ex illa, sed mediante ista alia falsa, Socrates non currit, quæ est per se
illius falsa, quia ratione sui et non per aliquod medium ex illius veritate
falsificatur, ut patet. Et similiter istius falsæ, Socrates est quadrupes, non
est per se vera ista, Socrates est bipes, quia non per seipsam veritas istius
illam falsificat, sed mediante ista, Socrates non est quadrupes, quæ est per se
vera respectu illius: propter seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de
se patet. Et hoc secundo modo utimur istis terminis tradentes regulam de
contrarietate opinionum et enunciationum. Invenitur siquidem sic universaliter
vera in omni materia regula dicens quod, vera et eius per se falsa, et falsa et
eius per se vera, sunt contrariæ. Unde patet responsio ad obiectionem, quia
procedit accipiendo ly per se vera, et per se falsa primo modo. With respect to the second
question, I say that there is an equivocation of the term "per se false”
and "per se true” in the objection. Opinion, as well as enunciation, can
be called per se true or false in two ways. It can be called per se true in
itself. This is the case in respect to all opinions and enunciations that are
in accordance with the modes of perseity enumerated in I Posteriorum.
Similarly, they can be said to be per se false according to the same modes. An
example of this would be "Man is not an animal.” Per se true or false is
not taken in this mode in the rule about contrariety of opinions and
enunciations, as the objection concludes. For if this were needed for
contrariety of opinions there could not be contrary opinions in contingent
matter, which is false. Secondly, an opinion or enunciation can be said to be
per se true or false in respect to its opposite: per se true with respect to
its opposite false opinion, and per se false with respect to its opposite true
opinion. Accordingly, to say that an opinion is per se true in respect to its
opposite is to say that on its own account and not on account of another it is
verified by the falsity of its opposite. Similarly, to say that an opinion is
per se false in respect to its opposite means that on its own account and not
on account of another it is falsified by the truth of the opposite. For
example, the opinion that is per se false in respect to the true opinion
"Socrates is running "is not, "Socrates is sitting,” since the
falsity of the latter does not immediately follow from the former, but
mediately from the false opinion, "Socrates is not running.” It is the
latter opinion that is per se false in relation to "Socrates is running,”
since it is falsified on its own account by the truth of the opinion
"Socrates is running,” and not through an intermediary. Similarly, the per
se true opinion in respect to the false opinion "Socrates is four-footed”
is not, "Socrates is two-footed,” for the truth of the latter does not by
itself make the former false; rather, it is through "Socrates is not
four-footed” as a medium, which is per se true in respect to "Socrates is
four-footed”; for "Socrates is not four-footed” is verified on its own
account by the falsity of "Socrates is four-footed,” as is evident. We are
using "per se true” and "per se false” in this second mode in
propounding the rule concerning contrariety of opinions and enunciations. Thus
the rule that the true opinion and the per se false opinion in relation to it
and the false opinion and the per se true in relation to it are contraries, is
universally true in all matter. Consequently, the response to the objection is
clear, for it results from taking "per se true” and "per se false” in
the first mode. Ad ultimum dubium dicitur quod, quia inter opiniones ad se
invicem pertinentes nulla alia est oppositio nisi contrarietas, coactus fuit
Aristoteles (volens terminis specialibus uti) dicere quod una est magis
contraria quam altera, insinuans quidem quod utraque contrarietatis
oppositionem habet respectu illius veræ. Determinat
tamen immediate quod tantum una earum, scilicet negationis opinio, contraria
est affirmationi veræ. Subdit enim: manifestum est quoniam hæc contraria erit.
Duo ergo dixit, et quod utraque, tam scilicet negatio eiusdem quam affirmatio
contrarii, contrariatur affirmationi veræ, et quod una tantum earum, negatio
scilicet, est contraria. Et utrunque est verum. Illud quidem, quia, ut dictum
est, ambæ contrarietates oppositione contra affirmationem moliuntur; sed
difformiter, quia opinio negationis primo et per se contrariatur, affirmationis
vero contrarii opinio secundario et per accidens, idest per aliud, ratione
scilicet negativæ opinionis, ut declaratum est: sicut etiam in naturalibus albo
contrariantur et nigrum et rubrum, sed illud primo, hoc reductive, ut reducitur
scilicet ad nigrum illud inducendo, ut dicitur V Physic. Secundum autem dictum
simpliciter verum est, quoniam simpliciter contraria non sunt nisi extrema
unius latitudinis, quæ maxime distant; extrema autem unius distantiæ non sunt nisi
duo. Et ideo cum inter pertinentes ad se invicem opiniones unum extremum teneat
affirmatio vera, reliquum uni tantum falsæ dandum est, illi scilicet quæ maxime
a vera distat. Hanc autem negativam opinionem esse probatum est. Hæc igitur una
tantum contraria est illi, simpliciter loquendo. Cæteræ enim oppositæ ratione
istius contrariantur, ut de mediis dictum est. Non ergo uni plura contraria posuit, nec de
contrarietate large loquutus est, ut obiiciendo dicebatur. The answer to the
third difficulty is the following. Since there is no other opposition but
contrariety between opinions pertaining to each other, Aristotle (since he
chose to use limited terms) has been forced to say that one is more contrary
than another, which implies that both have opposition of contrariety in respect
to a true opinion. However, he determines immediately that only one of them,
the negative opinion, is contrary to a true affirmation, when he adds, it is
evident that it must be the contrary. What he says, then, is that each, i.e.,
both negation of the same thing and affirmation of a contrary, is contrary to a
true affirmation, and that only one of them, i.e., the negation, is contrary.
Both of these statements are true, for both contrarieties are caused by an
opposition contrary to the affirmation, as was said, but not uniformly. The
opinion of negation is contrary first and per se, the opinion of affirmation of
a contrary, secondarily and accidentally, i.e., through another, namely, by
reason of the negative opinion, as has already been shown. There is a parallel
to this in natural things: both black and red are contrary to white, the former
first, the latter reductively, i.e., inasmuch as red is reduced to black in a
motion from white to red, as is said in V Physicorum. However, the second
statement, i.e., that only one of them, the negation, is contrary, is true
simply, for the most distant extremes of one extent are contraries absolutely.
Nov,, there are only two extremes of one distance and since between opinions
pertaining to each other true affirmation is at one extreme, the remaining
extreme must be granted to only one false opinion, i.e., to the one that is
most distant from the true opinion. This has been proved to be the negative
opinion. Only this one, then, is contrary to that absolutely speaking. Other
opposites are contrary by reason of this one, as was said of those in between.
Therefore, Aristotle has not posited many opinions contrary to one, nor used
contrariety in a broad sense, both of which were maintained by the objector. V.
lib. Deinde cum dicit: amplius si etiam etc., probat idem, scilicet quod
affirmationi contraria est negatio eiusdem, et non affirmatio contrarii secunda
ratione, dicens: si in aliis materiis oportet opiniones se habere similiter,
idest, eodem modo, ita quod contrariæ in aliis materiis sunt affirmatio et
negatio eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni et mali opinionibus,
videtur esse bene dictum, quod scilicet contraria affirmationi boni non est
affirmatio mali, sed negatio boni. Et probat hanc consequentiam subdens: aut enim ubique,
idest, in omni materia, ea quæ est contradictionis altera pars censenda est
contraria suæ affirmationi, aut nusquam, idest, aut in nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi contrariam
opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo accipiatur
contraria opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio eiusdem de
eodem affirmationi est contraria, in omni materia negatio eiusdem de eodem
contraria erit affirmationi. Deinde intendens concludere a positione
antecedentis, affirmat antecedens ex sua causa, dicens quod illæ materiæ quibus
non inest contrarium, ut substantia et quantitas, quibus, ut in prædicamentis
dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est per se falsa ea, quæ est opinioni veræ
opposita contradictorie, ut qui putat hominem, puta Socratem non esse hominem,
per se falsus est respectu putantis, Socratem esse hominem. Deinde affirmando
ipsum antecedens formaliter, directe concludit intentum a positione antecedentis
ad positionem consequentis dicens: si ergo hæ, scilicet, affirmatio et negatio
in materia carente contrario, sunt contrariæ, et omnes aliæ contradictiones
contrariæ censendæ sunt. When Aristotle
says, Further, if this necessarily holds in a similar way in till other cases
it would seen that what we have said is correct, etc., he gives the second
argument to prove that the negation of the same thing is contrary to the
affirmation, and not the affirmation of a contrary. If opinions are necessarily
related in a similar way, i.e., in the same way, in other matter, that is, in
such a way that affirmation and negation of the same thing are contraries in
other matter, it would seem that what we have said about the opinions of that
which is good and that which is evil is correct, i.e., that the contrary of the
affirmation of that which is good is not the affirmation of evil but the
negation of good. He proves this consequence when he adds: for the opposition
of contradiction either holds everywhere or nowhere, i.e., in every matter one
part of a contradiction must be judged contrary to its affirmation—or never,
i.e., in no matter. For if there is a general art which deals with contrary
opinions, contrary Opinions must be taken everywhere and in every matter in one
and the same mode. Consequently, if in any matter, negation of the same thing
of the same thin- is the contrary of the affirmation, then in all matter
negation of the same thing of the same thing will be the contrary of the
affirmation. Since he intends in his proof to conclude from the position of the
antecedent, Aristotle affirms the antecedent through its cause: in matter in
which there is not a contrary, such as substance and quantity, which have no
contraries, as is said in the Predicamcnta [Categ.], the one contradictorily
opposed to the true opinion is per se false. For example, he who thinks that
man, for instance Socrates, is not man, is per se mistaken with regard to one
who thinks that Socrates is man. Then he affirms the antecedent formally and concludes
directly from the position of the antecedent to the position of the consequent.
If then these, namely, affirmation and negation in matter which lacks a
contrary, are contraries, all other contradictions must be judged to be
contraries. Deinde cum dicit:
amplius similiter etc., probat idem tertia ratione, quæ talis est: sic se
habent istæ duæ opiniones de bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non est
bonum, sicut se habent istæ duæ de non bono, scilicet, non bonum non est bonum,
et, non bonum est bonum. Utrobique enim salvatur oppositio contradictionis. Et
primæ utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem falsæ. Unde proponens
hanc maiorem quoad primas veras utriusque combinationis ait: similiter se habet
opinio boni, quoniam bonum est, et non boni quoniam non est bonum. Et subdit
quoad secundas utriusque falsas: et super has opinio boni quoniam non est
bonum, et non boni quoniam est bonum. Hæc est maior. Sed illi veræ opinioni de
non bono, scilicet, non bonum non est bonum, contraria non est, non bonum est
malum, nec bonum non est malum, quæ sunt de prædicato contrario, sed illa, non
bonum est bonum, quæ est eius contradictoria; ergo et illi veræ opinioni de
bono, scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria, scilicet,
bonum non est bonum, et non affirmatio contrarii, scilicet, bonum est malum.
Unde subdit minorem supradictam dicens: illi ergo veræ opinioni non boni, quæ
est dicens quoniam scilicet non bonum non est bonum, quæ est contraria. Non
enim est sibi contraria ea opinio, quæ dicit affirmativæ prædicatum contrarium,
scilicet, quod non bonum est malum: quia istæ duæ aliquando erunt simul veræ.
Nunquam autem vera opinio veræ contraria est. Quod autem istæ duæ aliquando
simul sint veræ, patet ex hoc quod quoddam non bonum malum est: iniustitia enim
quoddam non bonum est, et malum. Quare contingeret contrarias esse simul veras:
quod est impossibile. At vero nec supradictæ veræ opinioni contraria est illa
opinio, quæ est dicens prædicatum contrarium negativæ, scilicet, non bonum non
est malum, eadem ratione, quia simul et hæ erunt veræ. Chimæra enim est quoddam
non bonum, de qua verum est simul dicere quod non est bona, et quod non est
mala. Relinquitur ergo tertia pars minoris quod ei opinioni veræ quæ, est
dicens quoniam non bonum non est bonum, contraria est ea opinio non boni, quæ
est dicens quod est bonum, quæ est contradictoria illius. Deinde subdit
conclusionem intentam: quare et ei opinioni boni, quæ dicit bonum est bonum,
contraria est ea boni opinio, quæ dicit quod bonum non est bonum, idest, sua
contradictoria. Contradictiones
ergo contrariæ in omni materia censendæ sunt. Then he says, Again, the opinions
of that which is good, that it is good and of that which is not good, that it
is not good, are parallel. This begins the third argument to prove the same
thing. The two opinions of that which is good, that it is good, and that it is
not good, are related in the same way as the two opinions of that which is not
good, that it is not good and that it is good; i.e., the opposition of
contradiction is kept in both. The first opinion of each combination is true,
the second false. Hence with respect to the first true opinions of each
combination he proposes this major: Again, the opinions of that which is good,
that it is good, and of that which is not good, that it is not good, are
parallel. With respect to the second false judgment of each combination he
adds: so also are the opinions of that which is good, that it is not good, and
of that which is not good, that it is good. This is the major. But the contrary
of the true opinion of that which is not good, namely, the true opinion
"That which is not good is not good,” is not, "That which is not good
is evil,” nor "That which is not good is not evil,” which have a contrary
predicate, but the opinion that that which is not good is good, which is its
contradictory. Therefore, the contrary of the true opinion of that which is
good, namely, the true opinion "That which is good is good,” will also be
its contradictory, "That which is good is not good,” and not the
affirmation of the contrary "That which is good is evil.” Hence he adds
the minor which we have already stated: What, then, would be the contrary of
the true opinion asserting that that which is not good is not good? The
contrary of it is not the opinion which asserts the contrary predicate
affirmatively, "That which is not good is evil,” because these two are
sometimes at once true. But a true opinion is never contrary to a true opinion.
That these two are sometimes at once true is evident from the fact that some
things that are not good are evil. Take injustice; it is something not good,
and it is evil. Therefore, contraries would be true at one and the same time,
which is impossible. But neither is the contrary of the above true opinion the
one asserting the contrary predicate negatively, "That which is not good
is not evil,” and for the same reason. These will also be true at the same
time. For example, a chimera is something not good, and it is true to say of it
simultaneously that it is not good and that it is not evil. There remains the
third part of the minor: the contrary of the true opinion that that which is
not good is not good is the opinion that it is good, which is the contradictory
of it. Then he concludes as he intended: the opinion that a good is not good is
contrary to the opinion that a good is good, i.e., its contradictory.
Therefore, it must be judged that contradictions are contraries in every
matter. 16. Deinde cum dicit: manifestum est igitur etc., declarat determinatam
veritatem extendi ad cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de indefinitis, et
particularibus, et singularibus iam dictum est, eo quod idem evidenter apparet
de eis in hac re iudicium (indefinitæ enim et particulares nisi pro eisdem supponant
sicut singulares, per modum affirmationis et negationis non opponuntur, quia
simul veræ sunt); ideo ad eas, quæ universalis quantitatis sunt se transfert,
dicens, manifestum esse quod nihil interest quoad propositam quæstionem, si
universaliter ponamus affirmationes. Huic enim, scilicet, universali
affirmationi, contraria est universalis negatio, et non universalis affirmatio
de contrario; ut opinioni quæ opinatur, quoniam omne bonum est bonum, contraria
est, nihil horum, quæ bona sunt, idest, nullum bonum est bonum. Et declarat hoc
ex quid nominis universalis affirmativæ, dicens: nam eius quæ est boni, quoniam
bonum est, si universaliter sit bonum: idest, istius opinionis universalis,
omne bonum est bonum, eadem est, idest, æquivalens, illa quæ opinatur, quidquid
est bonum est bonum; et consequenter sua negatio contraria est illa quam dixi,
nihil horum quæ bona sunt bonum est, idest, nullum bonum est bonum. Similiter
autem se habet in non bono: quia affirmationi universali de non bono reddenda
est negatio universalis eiusdem, sicut de bono dictum est. He then says, It is
evident that it will make no difference if we posit the affirmation
universally, etc. Here he shows that the truth he has determined is extended to
opinions of every quantity. The case has already been stated in respect to
indefinites, particulars, and singulars. On this point their status is alike,
for indefinites and particulars, unless they stand for the same thing, as is
the case in singulars, are not opposed by way of affirmation and negation,
since they are at once true. Therefore he turns his attention to those of
universal quantity. It is evident, he says, that it will make no difference
with respect to the proposed question if we posit the affirmations universally,
for the contrary of the universal affirmative is the universal negative, and
not the universal affirmation of a contrary. For example, the contrary of the
opinion that everything that is good is good is the opinion that nothing that
is good (i.e., no good) is good. He manifests this by the nominal definition of
universal affirmative: for the opinion that that which is good is good, if the
good is universal, i.e., the universal opinion "Every good is good,” is
the same, i.e., is equivalent to the opinion that whatever is good is good.
Consequently, its negation is the contrary I have stated, "Nothing which
is good is good,” i.e., "No good is good.” The case is similar with
respect to the not good. The universal negation of the not good is opposed to
the universal affirmation of the not good, as we have stated with respect to
the good. Deinde cum dicit: quare si in opinione
sic se habet etc., revertitur ad respondendum quæstioni primo motæ, terminata
iam secunda, ex qua illa dependet. Et circa hoc duo facit: quia primo respondet
quæstioni; secundo, declarat quoddam dictum in præcedenti solutione; ibi:
manifestum est autem quoniam et cetera. Circa primum duo facit. Primo, directe
respondet quæstioni, dicens: quare si in opinione sic se habet contrarietas, ut
dictum est; et affirmationes et negationes quæ sunt in voce, notæ sunt eorum,
idest, affirmationum et negationum quæ sunt in anima; manifestum est quoniam
affirmationi, idest, enunciationi affirmativæ, contraria erit negatio circa
idem, idest, enunciatio negativa eiusdem de eodem, et non enunciatio
affirmativa contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua
quærebatur, an enunciationi affirmativæ contraria sit sua negativa, an
affirmativa contraria. Responsum est enim quod negativa est contraria. Secundo,
dividit negationem contrariam affirmationi, idest, negationem universalem et
contradictoriam, dicens: universalis, scilicet, negatio, affirmationi contraria
est et cetera. Ut exemplariter dicatur, ei enunciationi universali affirmativæ
quæ est, omne bonum est bonum, vel, omnis homo est bonus, contraria est
universalis negativa, ea scilicet, nullum bonum est bonum, vel, nullus homo est
bonus: singula singulis referendo. Contradictoria autem negatio, contraria illi
universali affirmationi est, aut, non omnis homo est bonus, aut, non omne bonum
est bonum, singulis singula similiter referendo. Et sic posuit utrunque divisionis membrum, et
declaravit. Then he says, If, therefore, this is the case with respect to
opinion, and. affirmations and negations in vocal sound are signs of those in
the soul, etc. With this he returns to the question first advanced, to reply to
it, for he has now completed the second on which the first depends. He first
replies to the question, then manifests a point in the solution of a preceding
difficulty where he says, It is evident, too, that true cannot be contrary to
true, either in opinion or in contradiction, etc. First, then, he replies
directly to the question: If, therefore, contrariety is such in the case of
opinions, and affirmations and negations in vocal sound are signs of
affirmations and negations in the soul, it is evident that the contrary of the
affirmation, i.e., of the affirmative, enunciation, is the negation of the same
subject. In other words, the negative enunciation of the same predicate of the
same subject will be the contrary, and not the affirmative enunciation of a
contrary. Thus the response to the first question—whether the contrary of the
affirmative enunciation is its negative or the contrary affirmative—is clear.
The answer is that the negative is the contrary. Next, he divides negation as
it is contrary to affirmation, i.e., into the universal negation, and the
contradictory: The universal, i.e., negation, is contrary to the affirmation,
etc. In order to state this division by way of example he relates one
enunciation to one enunciation: the contrary of the universal affirmative
enunciation "Every good is’ good” or "Every man is good,” is the
universal negative "No good is good” or "No man is good.” Again,
relating one to one, he says that the contradictory negation contrary to the
universal affirmation is "Not every man is good” or "Not everything
good is good.” Thus he posits both members of the division and makes the
division evident. V. lib. Sed est hic dubitatio non dissimulanda. Si enim
affirmationi universali contraria est duplex negatio, universalis scilicet et
contradictoria, vel uni duo sunt contraria, vel contrarietate large utitur
Aristoteles: cuius oppositum supra declaravimus. Augetur et dubitatio: quia in
præcedenti textu dixit Aristoteles quod, nihil interest si universalem
negationem faciamus ita contrariam universali affirmationi, sicut singularem
singulari. Et ita declinari non potest quin
affirmationi universali duæ sint negationes contrariæ, eo modo quo hic loquitur
de contrarietate Aristoteles. A difficulty arises at this point which we cannot disregard. If the
contrary of the universal affirmative is a twofold negation, namely, the
universal and the contradictory, either there are two contraries to one
affirmation or Aristotle is using contrariety in a broad sense, although we
showed that this was not the case apropos of an earlier passage of the text.
The difficulty is augmented by the fact that Aristotle said in the passage
immediately preceding that it makes no difference if we take the universal
negation as contrary to the universal affirmation, i.e., as one of its
negations. Hence, the conclusion cannot be avoided that in the mode in which
Aristotle speaks of contrariety here, there are two contrary negations to the
universal affirmative. C. lib. Ad huius evidentiam notandum est quod, aliud est
loqui de contrarietate quæ est inter negationem alicuius universalis
affirmativæ in ordine ad affirmationem contrarii de eodem, et aliud est loqui
de illamet universali negativa in ordine ad negationem eiusdem affirmativæ
contradictoriam. Verbi gratia: sint quatuor enunciationes, quarum nunc
meminimus, scilicet, universalis affirmativa, contradictoria, universalis
negativa, et universalis affirmatio contrarii, sic dispositæ in eadem linea
recta: omnis homo est iustus, non omnis homo est iustus, omnis homo non est
iustus, omnis homo est iniustus: et intuere quod licet primæ omnes reliquæ
aliquo modo contrarientur, magna tamen differentia est inter primæ et cuiusque
earum contrarietatem. Ultima enim, scilicet affirmatio contrarii, primæ
contrariatur ratione universalis negationis, quæ ante ipsam sita est: quia non
per se sed ratione illius falsa est, ut probavit Aristoteles, quia implicita
est. Tertia autem, idest universalis negatio, non per se sed ratione secundæ,
scilicet negationis contradictoriæ, contrariatur primæ eadem ratione, quia,
scilicet, non est per se falsa illius affirmationis veritate, sed implicita:
continet enim negationem contradictoriam, scilicet, non omnis homo est iustus,
mediante qua falsificatur ab affirmationis veritate, quia simpliciter et prior
est falsitas negationis contradictoriæ falsitate negationis universalis: totum
namque compositius et posterius est partibus. Est ergo inter has tres falsas ordo, ita quod
affirmationi veræ contradictoria negatio simpliciter sola est contraria, quia
est simpliciter respectu illius per se falsa; affirmativa autem contrarii est
per accidens contraria, quia est per accidens falsa; universalis vero negatio,
tamquam medium sapiens utriusque extremi naturam, relata ad contrarii
affirmationem est per se contraria et per se falsa, relata autem ad negationem
contradictoriam est per accidens falsa et contraria. Sicut rubrum ad nigrum est
album, et ad album est nigrum, ut dicitur in V physicorum. Aliud igitur est
loqui de negatione universali in ordine ad affirmationem contrarii, et aliud in
ordine ad negationem contradictoriam. Si enim primo modo loquamur, sic negatio
universalis per se contraria et per se falsa est; si autem secundo modo, non
est per se falsa, nec contraria affirmationi. To clear up this difficulty we must note that it is
one thing to speak of the contrariety there is between the negation of some
universal affirmative in relation to the affirmation of a contrary, and another
to speak of that same universal negative in relation to the negation
contradictory to the same affirmative. For example, the four enunciations of
which we are now speaking are the universal affirmative, the contradictory, the
universal negative, and the universal affirmation of a contrary: "Every
man is just,” "Not every man is just,” "No man is just,” "Every
man is unjust.” Notice that although all the rest are contrary to the first in
some way, there is a great difference between the contrariety of each to the
first. The last one, the affirmation of a contrary, is contrary to the first by
reason of the preceding universal negation, for it is false, not per se but by
reason of that negation, i.e., it is implicative, as Aristotle has already
proved. The third, the universal negation, is not per se contrary to the first
either. It is contrary by reason of the second, the contradictory negation, and
for the same reason, i.e., it is not per se false in respect to the truth of
the affirmation but is implicative, for it contains the contradictory negation
"Not every man is just,” by means of which it is made false in respect to
the truth of the affirmation. The reason for this is that the falsity of the
contradictory negation is prior absolutely to the falsity of the universal
negation, for the whole is more composite and posterior as compared to its
parts. There is, therefore, an order among these three false enunciations. Only
the contradictory negation is simply contrary to the true affirmation, for it
is per se false simply in respect to the affirmation; the affirmative of the
contrary is per accidens contrary, since it is per accidens false; the
universal negation, which is a medium partaking of the nature of each extreme,
is per se contrary and per se false as related to the affirmation of a
contrary, but is per accidens false and per accidens contrary as related to the
contradictory negation; just as red in a motion from red to black takes the
place of white, and in a motion from red to white takes the place of black, as
is said in V Physicorum. Therefore, it is one thing to speak of the universal
negation in relation to affirmation of a contrary and another to speak of it in
relation to the contradictory negation. If we are speaking of it in the first
way, the universal negation is per se contrary and per se false; if in the
second, it is not per se false or contrary to the affirmation. Quia ergo agitur
ab Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem contrarii et negationem quæ earum
contraria sit affirmationi veræ, et non agitur quæstio ipsarum negationum inter
se, quæ, scilicet, earum contraria sit illi affirmationi, ut patet in toto
processu quæstionis; ideo Aristoteles indistincte dixit quod utraque negatio
est contraria affirmationi veræ, et non affirmatio contrarii. Intendens per hoc
declarare diversitatem quæ est inter affirmationem contrarii et negationem in
hoc quod veræ affirmationi contrariantur, et non intendens dicere quod utraque
negatio est simpliciter contraria. Hoc
enim in dubitatione non est quæsitum, sed illud tantum. Et similiter dixit quod
nihil interest si quis ponat negationem universalem: nihil enim interest quoad
hoc, quod affirmatio contrarii ostendatur non contraria affirmationi veræ, quod
inquirimus. Plurimum autem interesset, si negationes ipsas inter se discutere
vellemus quæ earum esset affirmationi contraria. Sic ergo patet quod
subtilissime Aristoteles locutus de vera contrarietate enunciationum, unam uni
contrariam posuit in omni materia et quantitate, dum simpliciter contrarias
contradictiones asseruit. Since Aristotle
is now treating the question as to which is the contrary of a true affirmation,
affirmation of a contrary or the negation, and not the question as to which of
the negations is contrary to a true affirmation—as is clear in the whole progression
of the question—bis answer is that both negations are contrary to the true
affirmation without distinction, and that affirmation of a contrary is not. His
intention is to manifest the diversity between the negation, and the
affirmation of a contrary, inasmuch as they are contrary to a true affirmation.
He does not intend to say that both negations are contrary simply, for this is
not the difficulty in question here, but the former is. With respect to his
saying that it makes no difference if we posit the universal negation, the same
point applies, for in regard to showing that affirmation of a contrary is not
contrary to a true affirmation, which is the question at issue here, it makes
no difference which negation is posited. It would make a great deal of
difference, however, if we wished to discuss which negation was contrary to a
true affirmation. It is evident, then, that Aristotle’s discussion of the true
contrariety of enunciations is very subtle, for he has posited one to one
contraries in every matter and quantity, and affirmed that contradictions are
contraries simply. 21. Deinde cum dicit: manifestum est autem etc., resumit
quoddam dictum ut probet illud, dicens manifestum est autem ex dicendis quod
non contingit veram veræ contrariam esse, nec in opinione mentali, nec in
contradictione, idest, vocali enunciatione. Et causam subdit: quia contraria
sunt quæ circa idem opposita sunt; et consequenter enunciationes et opiniones
veræ circa diversa contrariæ esse non possunt. Circa idem autem contingit simul
omnes veras enunciationes et opiniones verificari, sicut et significata vel
repræsentata earum simul illi insunt: aliter veræ tunc non sunt. Et
consequenter omnes veræ enunciationes et opiniones circa idem contrariæ non
sunt, quia contraria non contingit eidem simul inesse. Nullum ergo verum sive
sit circa idem, sive sit circa aliud, est alteri vero contrarium. Et sic
finitur expositio huius libri perihermenias. When he says, It is evident,
too, that true cannot be contrary to true, either in opinion or in
contradiction, etc., he returns to a statement he has already made in order to
prove it. It is evident, too, from what has been said, that true cannot be contrary
to true, either in opinion or in contradiction, i.e., in vocal enunciation. He
gives as the cause of this that contraries are opposites about the same thing;
consequently, true enunciations and opinions about diverse things cannot be
contraries. However, it is possible for all true enunciations and opinions
about the same thing to be verified at the same time, inasmuch as the things
signified or represented by them belong to the same thing at the same time;
otherwise they are not true. Consequently, not all true enunciations and opinions
about the same thing are contraries, for it is not possible for contraries to
be in the same thing at the same time. Therefore, no true opinion or
enunciation, whether it is about the same thing or is about another is contrary
to another. V. ORDINIS PRÆDICATORUM S. R. IN E.
CARDINALIS COMMENTARIA RELIQUUM LIBRI SECUNDI PERI HERMENEIAS AD LECTOREM
Humano: capiti cervicem. nitor. equinam Addere: da veniam, si nova monstra
iuvant. —H— LECTIO (Cano. CarrTANt lect. 1). ^ DE NUMERO ET HABITUDINE ENUNCIATIONUM
IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM EST ET SUBIICITUR NOMEN FINITUM UNIVERSALITER
SUMPTUM, VEL NOMEN INFINITUM, ET IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM: ADIECTIVUM Ὁμοίως
δὲ ἔχει κἂν καθόλου τοῦ ὀνόματος ἦ ἡ κατάφάσις" olov, πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος
δίκαιος: ἀπόφασις τούτου, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: πᾶς ἔστιν ἄνθρωπος οὐ
δίκαιος, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος οὐ δίχαιὸς. Πλὴν οὐχ ὁμοίως τὰς κατοὸ διάμετρον ἐνδέχεται
συναληθεύειν: ἐνδέχεται δὲ ποτέ. Αὗται μὲν οὖν δύο ἀντίκεινται, ἴλλλαι δὲ δύο
πρὸς τὸ οὐχ ἄνθρωπος, ὡς ὑποκείμενόν τι προστεθέν- ἔστι δίκαιος οὐκ ἄνθρωπος, οὐχ
ἔστι δίχαιος οὐχ ἄνθρωπος" ἔστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ἐστιν οὐ
δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος. ' Πλείους δὲ τούτων οὐχ ἔσονται ἀντιθέσεις. Αὗται δὲ χωρὶς
ἐκείνων αὐταὶ καθ᾽ ἑαυτὰς ἔσονται, ὡς ὀνόματι τῷ οὐχ ἄνθρωπος χρώμεναι.
"Eg ὅσων δὲ τὸ ἔστι pod ἁρμόττει, olov ἐπὶ τοῦ ὑγιαίνει καὶ βαδίζει, ἐπὶ
τούτων τὸ αὐτὸ ποιεῖ οὕτω. τιθέμενον, ὡς ἂν εἰ τὸ ἔστι προσήπτετο; olov, ὑγιαίνει
à πᾶς ἄνθρωπος; οὐχ ὑγιαίνει πᾶς ἄνθρωπος, ὑγιαίγει πᾶς οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει
πᾶς οὐκ ἄνθρωπος. Οὐ γάρ ἐστι τὸ οὐ πᾶς ἄνθρωπος λεχτέον' ἀλλὰ τὸ οὔ, τὴν ἀπόφασιν,
τῷ ἄνθρωπος προσθετέον" τὸ γὰρ πᾶς οὐ τὸ καθόλου σημαίνει, ἀλλ᾽ ὅτι
καθόλου. ᾿ Δῆλον δὲ ἐκ τοῦδε, ὑγιαίνει ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει ἄνθρωπος" ὑγιαίνει
οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος. Ταῦτα γὰρ ἐχείνων διαφέρει τῷ μὴ
καθόλου εἶναι. Ὥστε τὸ πᾶς, ἢ οὐδείς, οὐδὲν ἄλλο προσσημαίνει; ἢ ὅτι χαθόλου τοῦ
ὀνόματος ἢ κατάφασιν 7) ἀπόφασιν: Τὰ δὲ ἄλλα τὰ αὐτὰ δεῖ προστιθέναι"
Similiter autem se habent, et si universalis nominis sit affirmatio; ut est,
omnis homo iustus est; negatio huius, non omnis est homo iustus, omnis est homo
non iustus, non omnis est homo non iustus. Sed non similiter angulares
contingit veras esse; contingit autem aliquando. Hæ igitur duæ oppositæ sunt.
Aliæ autem duæ ad id quod est, non homo, quasi ad subiectum aliquod additum;
ut, est iustus non homo, non est iustus non homo; est non iustus non homo, non
est non iustus non homo. Plures autem his non erunt oppositæ. Hæ autem extra
illas, ipsæ secundum se erunt, ut nomine utentes eo, quod est non homo. In his
vero, in quibus, est, non convenit ut in eo. quod est valere vel ambulare, idem
faciunt sic positum, ac si, est, adderetur, ut, sanus est omnis homo, non sanus
est nus omnis homo; sanus est omnis non homo, non sæst omnis non homo. Non enim
dicendum est, non omnis homo; sed, non, negationem ad id quod est homo addendum
est; omnis enim non universalem significat, sed quoniam universaliter.
Manifestum est autem ex eo quod est, valet homo, non valet homo; valet non homo,
non valet non homo. Hæc enim ab illis differunt, eo quod universaliter non
sunt. Quare omnis vel nullus nihil significant aliud, nisi quoniam
universaliter de nomine, vel affirmant vel negant. Ergo et cætera eadem oportet
apponi. Seq. cap. x. II ostquam Philosophus α distinxit enunciationes in quibus subiicitur nomen
infinitum non universaliter sumptum, hic S Ed. c: indefinitas. Num. 4. Num. 8.
intendit distinguere enunciationes, in )quibus subiicitur nomen finitum
univerCsaliter sumptum. Et circa hoc tria facit: primo, ponit similitudinem
istarum enunciationum ad infinitas supra positas; secundo, ostendit
dissimilitudinem earumdem; ibi: Sed non similiter etc. ; tertio, concludit
numerum oppositionum inter dictas enunciationes; ibi: Hæ duæ igitur 2. Lib. II,
lect. ui, n. 5. Ammonius. Porphyrius. Lect. xi, n. 5, seq. Ed. c: quam sura
posuimus. orphyrius. et etc. Dicit ergo primo quod: similes sunt enunciationes,
in quibus est nominis universaliter sumpti affirmatio. Quoad primum notandum
est quod in enunciationibus indefinitis supra positis erant duæ oppositiones et
quatuor enunciationes, et affirmativæ inferebant negativas, et non inferebantur
ab eis, ut patet tam in expositione Ammonii, quam Porphyrii. Ita in
enunciationibus in quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum
inveniuntur duæ oppositiones et quatuor enunciationes: affirmativæ inferunt
negativas et non e contra. Unde similiter se habent enunciationes supradictæ,
sj nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio universaliter. Fierit enim tunc
quatuor enunciationes: duæ de prædicato finito, scilicet omnis bomo est iustus,
et eius negatio quæ est, non ommis bomo est iustus; et duæ de prædicato
infinito, scilicet omnis bomo. est non iustus, et eius negatio quæ est, non
omnis bomo est non iustus. Et quia quælibet affirmatio cum sua negatione unam
integrat oppositionem, duæ efficiuntur oppositiones, sicut et de indefinitis
dictum est. Nec obstat quod de enunciationibus universalibus loquens
particulares inseruit; quoniam sicut supra de indefinitis et suis negationibus
sermonem fecit, ita nunc de afhrmationibus universalibus sermonem faciens de
earum negationibus est coactus loqui. Negatio siquidem universalis affirmativæ
non est universalis negativa, sed particularis negativa, ut in I libro habitum
est 3. Quod autem similis sit consequentia in istis et supradictis indefinitis
patet exemplariter. Et ne multa
loquendo res clara prolixitate obtenebretur, formetur primo figura de
indefinitis, quæ supta posita est in expositione Porphyrii, scilicet ex una
parte ponatur affirmativa finita, et sub ea negativa infinita, et sub ista
negativa privativa. Ex altera parte primo negativa finita, et sub ea
affirmativa infinita, et sub ea affirmativa privativa. Deinde sub illa figura
formetur alia figura similis illi universaliter: ponatur scilicet ex una parte
universalis affirmativa de prædicato finito, et sub ea particularis negativa de
prædicato infinito, et ad complementum similitudinis sub ista particularis
negativa de prædicato privativo; ex altera vero parte ponatur primo
particularis negativa de prædicato infinito, Quibus ita dispositis, exerceatur
consequentia semper in ista proxima figura, sicut supra in indefinitis exercita
est: sive sequendo expositionem: Ammonii, ut infinitæ se habeant ad finitas,
sicut privativæ se habent ad ipsas finitas ; finitæ autem non se habeant ad
infinitas medias, sicut privativæ se habent ad ipsas infinitas: sive sectando
expositionem Porphyrii, ut affirmativæ inferant negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni
suprascriptæ deserviunt figuræ, ut patet diligenter indaganti. Similiter ergo se habent enunciationes istæ
universales ad indefinitas in tribus, scilicet in numero propositionum, et
numero oppositionum, et modo consequentiæ. 4. Deinde cum dicit: Sed non
similiter angulares etc., ponit. ctas dissimilitudinem inter istas universales
et supradiindefinitas, in hoc quod angulares non similiter contingit veras
esse. Quæ verba primo exponenda sunt secundum eam, quam credimus esse ad mentem
Aristotelis, expositionem; deinde secundum alios. Angulares ex enunciationes in
utraque figura suprascripta vocat eas quæ sunt diametraliter oppositæ, scilicet
affirmativam finitam uno angulo, et affirmativam infinitam sive privativam ex
alio angulo: et similiter negativam finitam ex uno angulo, et negativam
infinitam vel privativam ex alio angulo. 5. Enunciationes ergo in qualitate
similes angulares vocatæ, eo quod angulares, idest diametraliter distant,
dissimilis veritatis sunt apud indefinitas et universales. Angulares enim
indefinitæ tam in diametro affirmationum, quam in diametro negationum possunt
esse simul veræ, ut patet in suprascripta figura indefinitarum. Et hoc
intellige in materia contingenti. Angulares vero in figura universalium non sic
se habent, quoniam angulares secundum diametrum affirmationum impossibile est
esse simul veras in quacumque materia. Angulares autem secundum diametrum
negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando scilicet fiunt im materia
contingenti : in materia enim necessaria et remota impossibile est esse ambas
veras. Hæc est Boethii, quam veram credimus, expositio. 6. Herminus autem,
Boethio referente, aliter exponit. Licet enim ponat similitudinem inter
universales et indefinitas quoad numerum enunciationum: et. oppositionum,
oppositiones. tàmen aliter accipit in universalibus et aliter in indefinitis. Oppositiones siquidem.
indefinitarum infinitas numerat sicut et nos numeravimus, alteram scilicet
inter finitas affrmativanr et negativam, et alteram inter affirmativam et
negativam, quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic numerat
oppositiones, sed alteram sumit inter universalem affirmativam finitam et
particularem negativam finitam, scilicet. Ammonius. Porphyrius. Cf. lib. 1, lect. xut, n. 3.
Boethius. *Edd. Hermenius, Cf. lib. IL, lect. n, not. 0. . omnis bomo est
iustus, hon omnis bomo est iustus, et sub ea universalis affirmativa de
prædicato finito, et,Sub ista universalis affirmativa de prædicáto privativo,
LI hoc modo: Figura indefinitarum Homo est iustus Homo non est non iustus Homo
non ést iniustus Homo non est iustus Homo est non iustüs Homo est iniustus
Figura universalium Omnis homo est iustus Non omnis homo est non iustus Non
omnis homo est non iustus Omnis homo est iüstus Nón omfis homo est iniustus. —
'Ornnis homo est iniustus a) Postquam Philosophus. Hoc supplementum ad
commentaria s.Thomæ in secundum librum Peri hermeneias, quod Caietanus
complevit anno 1496, impressum est eodem anno in ed. Veneta c Peri hermeneias
et Posteriorum analyticorum. Quocirca dd istam exegimus præet alteram inter
eamdem universalem affirmativam fini«tam et universalem affirmativam infinitam,
scilicet omnis bomo est iustus, omnis bomo est non iustus. Inter has enim est contrarietàs, inter illas vero
contradictio. - Dissimilitudinem etiam universalium ad indefinitas aliter
ponit. Non enim nobiscum fundat dissimilitudinem inter angulares universalium
et indefinitarum supra differentia quæ est inter angulares universalium
affirmativas et negativas, sed supra differentia quæ est inter ipsas
universalium angulares inter se ex utraque parte. Format namque talem figuram,
in qua ex una parte sub universali affirmativa finita, universalis affirmativa
infinita est; et ex alia parte cipue hanc nostram eiusdem supplementi
editionem. Editio præfata c incipit: « Deinde cum dicit: Similiter autem se
habent etc., intendit » distinguere enunciationes in quibus subiicitur nomen
finitum univer» saliter sumptum, οἵ circa hoc tria facit » etc. CAP., LECT. sub
particulari negativa finita, particularis negativa infinita ponitur; sicque
angulares sunt disparis qualitatis, et similiter indefinitarum figuram format
hoc modo: ut 89 ly bæ demonstret enunciationes finitas et infinitas quoad
prædicatum sive universales sive indefinitas, et tunc est sensus, quod hæ
enunciationes supradictæ habent duas oppositiones, alteram inter affirmationem
fiOmnis homo est iustus 1 o E S Ξ 8 o 1 Omnis homo est non iustus Homo est
justus ESSEEE ENS: Homo est non iustus Non omnis homo » Contradictoriæ e fe s
4? 9, $ «Ὁ 9 ἢ *, 9 οι ἊΨ Contradictoriæ $9 ὸ .* EM ?, Ὁ IX x : ? e ^e, ] est
iustus [ o A H E δ s F1 ys r Non omnis homo ἴ est non iustus Homo non est
justus Homo non est non iustus Quibus ita dispositis, ait in hoc stare
dissimilitudinem, quod angulares indefinitarum mutuo se invicem compellunt ad
veritatis sequelam, ita quod unius angularis veritas suæ angularis veritatem
infert undecumque incipias. Universalium vero angulares non se mutuo compellunt
ad *Par. fo et Ven.: Edd. Ven. c et 1526 omitt. nom, sed erronee. . Herminus.
IT ante EXPERS, Mrd ope UR Me RN EE NRI EET Rer METCUNERE veritatem, sed ex
altera parte necessitas deficit illationis. Si enim incipias ab aliquo
universalium et ad suam angularem procedas, veritas universalis non ita potest
esse simul cum veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si
universalis est vera, sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt
esse simul veræ. Et si ista universalis contraria est falsa, sua contradictoria
particularis, quæ est angularis primæ universalis assumptæ, erit necessario
vera: impossibile est enim contradictorias esse simul falsas. Si autem incipias
e converso ab aliqua. particularium et ad suam angularem procedas, veritas
particularis ita potest stare cum veritate suæ angularis, quod tamen non
necessario infert eius veritatem: quia licet sequatur: Particularis est vera;
ergo sua universalis. contradictoria est falsa; non tamen sequitur ultra :
Ista. universalis contradictoria est falsa; ergo sua universalis contraria, quæ
est angularis particularis assumpti, est vera. Possunt enim contrariæ esse
simul falsæ. 7. Sed. videtur expositio ista deficere ab Aristotelis mente quoad
modum sumendi oppositiones. Non enim intendit hic loqui de oppositione quæ est inter
finitas et infinitas, sed de ea quæ est inter finitas inter se, et infinitas
inter se. Si enim de utroque modo oppositionis exponere yolumus, iam. non duas,
sed tres oppositiones invenie-, mus; primam inter finitas, secundam inter
infinitas, tertiam .quam ipse Herminus dixit inter finitam et infinitam. Figura
etiam quam formavit, conformis non est ei, quam Aristoteles in fine I Priorum
formavit, ad quam nos remisit, cum dixit: Hæc igitur quemadmodum in.
Resoluloris dictum. est, sic sunt. disposita. In. Aristotelis namque figura,
angulares sunt affirmativæ aflirmativis, et negativæ negativis. 8. Deinde cum
dicit: Hæ igitur duæ etc., concludit numerum propositionum. Et potest
dupliciter exponi; primo, ut ly bæ demonstret universales, et sic est sensus,
quod. hæ universales finitæ et infinitæ habent duas oppositiones, quas supra
declaravimus; secundo, potest exponi Opp. D. Tnuowar T. I. nitam et eius
negationem, alteram inter affirmationem infinitam et eius negationem. Placet
autem mihi magis secunda expositio, quoniam brevitas cui Aristoteles studebat,
replicationem non exigebat, sed potius quia enunciationes finitas et infinitas
quoad prædicatum secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas
oppositiones omnes reducere, terminando earum tractatum, voluit. 9. Deinde cum
dicit: Aliæ autem ad id quod est etc., intendit declarare diversitatem
enunciationum de tertio adiacente, in quibus subiicitur nomen infinitum. Et
circa hoc tria facit: primo, proponit et distinguit eas; secundo, ostendit quod
non dantur plures supradictis; ibi: Magis autem etc.; tertio, ostendit
habitudinem istarum ad alias ; ibi: Hæ autem extra* etc. Ad. evidentiam primi
advertendum est tres esse species enunciationum de inesse, in quibus explicite
ponitur hoc verbum est.- Quædam sunt, quæ subiecto sive finito sive infinito
nihil habent additum ultra verbum, ut, homo est, non bomo est.- Quædam vero
sunt quæ subiecto finito habent, præter verbum, aliquid additum sive finitum
sive infinitum, ut, bomo est iustus, bomo est non iustus.- Quædam autem sunt
quæ subiecto infinito, præter verbum, habent aliquid additum sive finitum sive
infinitum, ut, non bomo est iustus, non bomo est non iustus. Et quia de primis
iam determinatum est, ideo de ultimis tractare volens, ait: Aliæ autem sunt,
quæ habent aliquid, scilicet prædicatum, additum supra verbum est, ad id quod
est, mon bomo, quasi ad subiectum, idest ad subiectum infinitum. Dixit autem quasi, quia sicut nomen infinitum deficit
a ratione nominis *, ita deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem
nominis infiniti non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam
importat, esf, tertium adiacens. Enumerat quoque quatuor enunciationes et duas
oppositiones in hoc ordine, sicut et in superioribus fecit. Distinguit etiam
istas ex finitate vel infinitate prædicata. Unde primo, ponit oppositiones
inter affirmativam et negativam habentes subiectum infinitum et prædicatum
finitum, dicens: Ut, non bomo est iustus, non bomo non est iustus. Secundo,
ponit oppositionem alteram inter affirmativam et negativam, habentes subiectum
infinitum: et prædicatum infinitum, dicens : Ut, non bomo est non iustus, non
bomo non est non iustus. το. Deinde cum dicit: Magis autem. plures etc., ostendit quod
non dantur plures oppositiones enunciationum supradictis. Ubi notandum est quod
enunciationes de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum «est, sive
secundum, sive tertium adiacens, de quibus loquimur, non possunt esse plures
quam duodecim supra positæ; et consequenter oppositiones earum secundum
affirmationem et negationem non. sunt nisi sex. Cum enim in tres ordines divisæ
sint enunciationes, scilicet in illas de secundo adiacente, in illas de tertio.
subiecti finiti, et in illas de tertio subiecti infiniti, et in quolibet ordine
sint quatuor enunciationes; fiunt omnes enunciationes duode| cim, et
oppositiones sex. Et quoniam subiectum earum in quolibet ordine potest
quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate, particularitate, et
singularitate, et indefinitione; ideo istæ duodecim multiplicantur in
quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo faciunt. Nec possibile
est plures his imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi viginti harum
expresserit, octo in primo ordine, octo in secundo, et quatuor in tertio,
attamen per eas reliquas voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et ordinandæ secundum
singulos ordines, ut affirmationi negatio prima ex opposito situetur, ut
oppositionis ini2 Num. seq. Infra num. Π. Cf. lib.I. lect.iv, n. 13. SPEO 9o
tentum clarius videatur. Et sic contra universalem afhrmativam non est
ordinanda universalis negativa, sed particularis negativa, quæ est illius
negatio; et e converso, contra particularem affirmativam non est ordinanda
particularis negativa, sed universalis negativa quæ est eius negatio. Ad
clarius autem intuendum numerum, coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis
quantitatis, simul in recta linea, distinctis tamen ordinibus tribus
supradictis. Quod ut clarius
elucescat, in hac subscripta videatur figura: Primus Socrates est Quidam homo
.est Homo est Omnis homo est —. Socrates non est Quidam homo non est Homo non
est Omnis homo non est e Ordo Non Socrates est Quidam non homo est Non homo est
Omnis non homo est Secundus Ordo Socrates est iustus Quidam homo est iustus
Homo. est iustus Omnis homo est iustus - Socrates non est iustus Quidam homo
non est iustus Homo non est iustus -Socrates est non iustus Non Socrates non
est Quidam non homo non est Non homo non est Omnis non homo non est Socrates
non est non iustus Quidam homo est non iustus — Quidam homo non est non iustus
Homo est non iustus Omnis homo non est iustus Non Socrates est iustus Quidam
non homo est iustus Non homo est iustus Omnis non homo est iustus - Non
Socrates non est iustus Quidam non homo non est iustus Non homo non est iustus
Tertius Omnis homo est non iustus Ordo Non Socrates est non iustus Homo non est
non iustus Omnis homo non est non iustus Non Socrates non est non iustus Quidam
non homo est non iustus Quidam non homo non est non iustus Non homo est non
iustus Omnis non homo non est iustus Quod autem plures his non sint, ex eo
patet quod non contingit pluribus modis variari subiectum et prædicatum penes
finitum et infinitum, nec pluribus modis variantur finitum et infinitum
subiectum. Nulla enim enunciatio de secundo adiacente potest variari penes
prædicatum finitum vel infinitum, sed tantum penes subiectum quod sufficienter
factum apparet. Enunciationes autem de tertio adiacente quadrupliciter variari
possunt, quia aut sunt subiecti et prædicati finiti, aut utriusque infiniti,
aut subiecti finiti et prædicati infiniti, aut subiecti infiniti et prædicati
finiti. Quarum nullam prætermissam esse superior docet figura. 11. Deinde cum
dicit: Hæ autem extra illas etc., ostendit habitudinem harum quas in tertio
ordine numeravimus ad illas, quæ in secundo sitæ sunt ordine, et dicit quod
istæ sunt extra illas, quia non sequuntur ad illas, nec e converso. Et rationem
assignans subdit: Ut momine ulenles 60 quod est non bomo, idest ideo istæ sunt
extra illas, quia istæ utuntur nomine infinito loco nominis, dum omnes habent
subiectum infinitum. Notanter autem dixit enunciationes subiecti infiniti uti
ut nomine, infinito nomine, quia cum subiici in enunciatione proprium sit
nominis, prædicari autem commune nomini et verbo, omne subiectum enunciationis
ut nomen subiicitur. 12. Deinde cum dicit: In bis vero in quibus est etc.,
determinat de enunciationibus in quibus ponuntur verba adiectiva. Et circa hoc
tria facit: primo, distinguit eas; se Num. 13. Num. 16. cundo, respondet cuidam
tacitæ quæstioni ; ibi: Non enim dicendum est etc.; tertio, concludit earum
conditiones; ibi: Ergo et cætera eadem etc. Ad evidentiam primi resumendum est,
quod inter enunciationes in quibus ponitur es? secundum adiacens, et eas in
quibus ponitur es! tertium adiacens talis est differentia quod in illis, quæ
sunt de secundo adiacente, simpliciter fiunt oppositiones; scilicet ex parte
subiecti tantum variati per finitum et infinitum; in his vero, quæ habent est
tertium. adiacens dupliciter fiunt oppositiones, scilicet et ex parte prædicati
et ex parte subiecti, quia utrumque variari potest per finitum et infinitum.
Unde unum ordinem tantum enunciationum de secundo adiacente fecimus, habentem
quatuor enunciationes diversimode quantificatas et duas oppositiones.
Enunciationes autem de tertio adiacente oportuit partiri in duos ordines, quia
sunt in eis quatuor oppositiones et octo enunciationes, ut supra dictum est.-
Considerandum quoque est quod enunciationes, in quibus ponuntur verba
adiectiva, quoad significatum æquivalent enunciationibus Non homo non est non
iustus Omnis non homo est non iustus Omnis non homo non est non iustus de
tertio adiacente, resoluto verbo adiectivo in proprium participium et es/, quod
semper fieri licet, quia in omni verbo adiectivo clauditur verbum substantivum.
Unde idem significant ista, omnis bomo currit, quod ista, omnis bomo est currens.
Propter quod Boethius vocat enunciationes cum verbo adiectivo de secundo
adiacente secundum vocem, de tertio autem secundum potestatem, quia potest
resolvi in tertium adiacens, cui æquivalet. Quoad numerum autem enunciationum
et oppositionum, enunciationes : verbi adiectivi formaliter sumptæ non
æquivalent illis de tertio adiacente, sed æquivalent enunciationibus, in quibus
ponitur esf secundum adiacens. Non possunt enim fieri oppositiones dupliciter
in enunciationibus adiectivis, scilicet ex parte subiecti et prædicati, sicut
fiebant in substantivis de tertio adiacente, quia verbum, quod prædicatur in
adiectivis, infinitari non potest. Sed oppositiones adiectivarum fiunt
simpliciter, scilicet ex parte subiecti tantum variati per infinitum et finitum
diversimode quantificati, sicut fieri didicimus supra in enunciationibus
substantivis de secundo adiacente, eadem ducti ratione, quia præter verbum
nulla est affirmatio vel negatio *, sicut præter nomen esse potest. Quia autem
in præsenti tractatu non de significalionibus, sed de mumero enunciationum et
oppositionum sermo intenditur, ideo Aristoteles determinat diversificandas esse
enunciationes adiectivas secundum modum, quo distinctæ sunt enunciationes in
quibus ponitur es? secundum adiacens. Et ait quod in his enunciationibus, in
quibus non contingit poni hoc verbum est formaliter, sed aliquod aliud, ut,
currit, vel, ambulat, idest in enunciationibus adiectivis, idem faciunt quoad
numerum oppositionum et enunciationum sic posita, scilicet nomen et verbum, ac
si est secundum adiacens subiecto nomini adderetur. Habent enim et istæ
adiectivæ, sicut illæ, in quibus ponitur es/, duas oppositiones tantum, alteram
inter finitas, ut, omnis bomo currit, omnis bomo mon currit, alteram inter
infinitas quoad subiectum, ut, omnis non bomo currit, omnis non bomo mon
currit. Deinde cum dicit: Non enim dicendum est etc., respondet tacitæ
quæstioni. Et circa hoc facit duo: primo, ponit solutionem quæstionis; deinde,
probat eam; ibi: Manifestum est autem* etc. Est ergo quæstio talis: Cur negatio
infinitans numquam addita est supra signo universali aut particulari, ut puta,
cum vellemus infinitare istam, omnis bomo currit, cur non sic infinitata est,
om omnis bomo currit, sed sic, omnis non bomo currit? Huic namque quæstioni respondet,
dicens quod quia nomen infi* Cf. lib. I, lect. vit, n. 9. Num. 44. CAP., LECT.
nitabile debet significare aliquid universale, vel singulare; omnis autem et
similia signa non significant aliquid universale aut singulare, sed quoniam.
universaliter aut particulariter; ideo non est dicendum, mom ommis bomo, si
infinitare volumus (licet debeat dici, si negare quantitatem enunciationis
quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod significat aliquid
universale, addenda est, et dicendum, omnis non bomo. 14. Deinde cum dicit:
Manifestum est autem. ex eo quod est εἴς.» probat hoc quod dictum est,
scilicet quod omnis et similia non significant aliquod universale, sed quoniam
universaliter tali ratione. Illud, in quo differunt enunciationes præcise
differentes per habere *et non habere ly omnis, est non universale aliquod, sed
quoniam umi91 particularitatis absolute, sed applicatum termino distributo. Cum
enim dico, omnis bomo, ly omnis denotat universitatem applicari illi termino
/omo, ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat quoniam universaliter,
per ly quoniam insinuavit applicationem universalitatis importatam in ly ommis
in actu exercito, sicut et in T per Posteriorum, in. definitione scire
applicationem causæ notavit illud verbum quoniam, dicens: Scire est rem per
causam cognoscere, et quoniam. illius est causa.- Ratio autem versaliter; sed
illud in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non
habere ly ommis, est significatum per ly omnis; ergo significatum per ly ommis
est non aliquid universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis,
tacita in textu, ex se clara est. Id enim in quo, cæteris paribus, habentia a
non habentibus aliquem terminum differunt, significatum est illius termini. Maior vero in littera exemplariter declaratur sic.
Illæ οὐ τὸ. νιν. OG REIR RN
enunciationes, bomo currit, et omnis bomo currit, præcise differunt ex hoc,
quod in una est ly omnis, et in altera non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod una sit
universalis, alia non universalis. Utraque enim habet subiectum universale,
scilicet ly bomo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur
de subiecto universaliter, in altero autem. non universaliter. Cum enim dico,
bomo currit, cursum attribuo homini universali, sive communi, sed non pro tota
humana universitate; cum autem dico, ommis bomo currit, cursum inesse homini
pro omnibus inferioribus significo.- Simili modo declarari potest de tribus aliis, quæ in
textu adducuntur, Scilicet, bomo non currit, respectu suæ universalis universaliter,
omnis bomo mon currit: et sic de aliis. Relinquitur ergo, quod, omnis et nullus
et similia signa nullum universale significant, sed tantummodo significant,
quoniam universaliter de homine affirmant vel negant. I$. Notato hic duo:
primum est quod non dixit omnis et nullus significat universaliter, sed quoniam
universaliter; secundum est, quod addit, de homine affrmant vel negant.- Primi ratio est, quia signum distributivum non
significat modum ipsum universalitatis aut secundi insinuat differentiam inter
terminos categorematicos et syncategorematicos. Illi siquidem ponunt
significata supra terminos absolute; isti autem ponunt ' significata sua supra
terminos in ordine ad prædicata. Cum enim dicitur, bomo albus, ly albus
denominat hominem in seipso absque respectu ad aliquod sibi addendum. Cum vero
dicitur, ommis bomo, ly omnis etsi hominem distribuat, non tamen distributio
intellectum firmat, nisi in ordine ad aliquod prædicatum intelligatur. Cuius
signum est, quia, cum dicimus, omnis bomo currit, non intendimus distribuere
hominem pro tota sua universitate absolute, sed in ordine ad cursum. Cum autem
dicimus, albus bomo currit, determinamus hominem in seipso esse album et non in
ordine ad cursum. Quia ergo ommis et nullus, sicut et alia syncategoremata, nil
aliud in enunciatione faciunt, nisi quia determinant subiectum in ordine ad
prædicatum, et hoc sine affirmatione et negatione fieri nequit; ideo dixit quod
nil aliud significant, nisi quoniam universaliter de nomine, idest de subiecto,
affirmant vel negant, idest affirmationem vel negationem fieri determinant, ac
per hoc a categorematicis ea separavit. Potest etiam referri hoc quod dixit,
affirmant vel negant, ad ipsa signa, scilicet omnis et nullus, quorum alterum
positive distribuit, alterum removendo. 16. Deinde cum dicit: Ergo et cætera eadem etc.,
concludit adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat enim quod adiectivæ
enunciationes idem faciunt quoad oppositionum numerum, quod substantivæ de
secundo adiacente; et hoc declaraverat, oppositionum numero exemplariter
subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam sequitur convenientia quoad
finitationem prædicatorum, et quoad diversam subiectorum quantitatem, et earum
multiplicationem ex ductu quaternarii in seipsum, et si qua sunt huiusmodi enumerata;
ideo concludit: Ergo et cætera, quæ in illis servanda erant, eadem, idest
similia istis apponenda sunt. (Can. CarkTANI lect.). NONNULLÆ CIRCA EA QUÆ
DICTA SUNT DUBITATIONES MOVENTUR AC SOLVUNTUR ᾿Επεὶ δὲ ἐναντία ἀπόφασίς ἐστι τῇ, ἅπαν. ἐστὶ ζῷον δίκαιον, ἡ σημαίνουσα ὅτι οὐδέν ἐστι ζῷον δίκαιον, αὗται μὲν φανερὸν ὅτι οὐδέποτε ἔσονται οὔτε ἀληθεῖς ἅμα οὔτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ, αἱ δὲ ἀντικείμεναι ταύταις ἔσονταί ποτε, οἷον, οὐ πᾶν ζῷον δίκαιον, xai ἔστι τι ζῷον δίχαιον. ᾽᾿Ακολουθοῦσι δὲ αὑται, τῇ μὲν πᾶς ἄνθρωπος οὐ δίχαιός ἐστιν, ἡ, οὐδείς ἐστιν ἄνθρωπος δίκαιος: τῇ δὲ ἔστι τις ἄνηρωπος δίκαιος, ἡ ἀντιχειμένη, ὅτι οὐ πᾶς ἄνθρωπος ἐστὶν οὐ δίκαιος" ἀνάγκη γὰρ εἶναί τινα. Φανερὸν δὲ καὶ ὅτι ἐπὶ μὲν τῶν καθ᾽ ἕχοστον εἰ ἀληθές ἐρωτηθέντα ἀποφῆσαι, ὅτι καὶ χαταφῆσαι ἀληθές" οἷον, ἄρά γε Σωχράτης σοφός; οὔ. Σωχράτης ἄρα οὐ σοφός. ᾿Επὶ δὲ τῶν καθόλου οὐχ ἀληθὴς ἡ ὁμοίως λεγομένη: ἀληθὴς δὲ ἡ ἀπόφασις, οἷον, ἀρά γε πᾶς ἄνθρωπος σοφός; οὔ: πᾶς ἄρα ἄνθρωπος οὐ σοφός" τοῦτο γὰρ ψεῦδος: ἀλλὰ τὸ, οὐ πᾶς ἄρα, ἄνθρωπος σοφός, ἀληθές" αὕτη δέ ἐστιν ἡ ἀντικειμένη, ἐχείνη δὲ ἡ ἐναντία. Αἱ δὲ χατὰ τὰ ἀόριστα ἀντιχείμεναι ὀνόματα καὶ ῥήματα, ὥσπερ οἷον ἐπὶ τοῦ μὴ ἄνθρῳπος καὶ μὴ δίκαιος, ἀποφάσεις ἄνευ ὀνόματος χαὶ ῥήματος δόξειαν ἂν εἶναι" οὐχ εἰσὶ δέ. " Acl 12e ἀληθεύειν ἀν ἄγχη ἢ ψεύδεσθαι τὴν ἀπόφασιν’ ὁ δ᾽ εἰπὼν, οὐκ ἄνθρωπος, οὐδὲν μᾶλλον τοῦ εἰπόντος, ἄνθρωπος, ἀλλὰ καὶ ἧττον ἠλήθευχέ τι ἢ ἔψευσται, ἐὰν μή τι προστεθῇ. Σημαίνει δὲ τὸ, ἔστι πᾶς οὐχ ἄνθρωπος δίκαιος, οὐδεμιᾷ ἐκείνων ταὐτόν’ οὐδὲ ἡ ἀντιχειμένη ταύτῃ, ἡ) οὐχ ἔστι πᾶς οὐκ ἄνθρωπος δίκαιος" τὸ δὲ, πᾶς οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, τῷ, οὐδεὶς δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, ταὐτὸν σημαίνει. Μετατιθέμενα δὲ τὰ ὀνόματα καὶ τὸ ῥήματα ταὐτὸν Εἰ σημαίνει, olov, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος, ἔστιν ἄνθρωπος λευχός. γὰρ Xj τοῦτό ἐστι, τοῦ αὐτοῦ πλείους ἔσονται ἀποφάσεις" ἀλλ᾽ ἐδέδεικτο, ὅτι μία μιᾶς" τοῦ μὲν γάρ; ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἀπόφασις τὸ οὐχ ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" τοῦ δὲ ἔστιν ἄνθρωπος Acuxóc, εἰ μηὴ ἡ αὐτή ἐστι τῇ, ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἔσται ἀπόφασις ἤτοι τὸ οὐχ ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός, ἢ τό, οὐχ ἔστιν φασις ἄνγηρωπος λευκός. ᾿Αλλ’ ἡ ἑτέρα μέν ἐστιν ἀπότοῦ, ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός" ἡ ἑτέρα δὲ τοῦ, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" ὥστε ἔσονται δύο μιᾶς. Ὅτιμεὲν οὖν μετατιθεμένου τοῦ ὀνόματος καὶ τοῦ ῥήματος ἡ αὐτὴ γίνεται κατάφασις καὶ ἀπόφασις, δῆλον. enunciationum, hic intendit
removere quædam dubia circa prædicta. Et circa hoc 2facit sex secundum numerum.
dubiorum, quæ suis patebunt locis. Quia ergo supra dixerat quod. in
universalibus non similiter contingit angulares esse simul veras, quia affirmativæ
angulares non possunt esse simul veræ, negativæ autem sic; poterat quispiam
dubitare, quæ est causa huius diversitatis. Ideo nunc illius dicti causam
intendit assignare talem, quia, scilicet, Cf. lib. I, lect.ix, n. s et lect.
xt, n. 6. Cflib.Llec.x, angulares affirmativæ sunt contrariæ inter se;
contrarias autem in nulla materia contingit esse simul veras *. Angulares autem
negativæ sunt subcontrariæ illis oppositæ; subcontrarias autem contingit esse
simul veras *. Et circa hæc duo facit: primo, declarat condin. P: CU*C-3- tones
contrariarum et subcontrariarum ; secundo, quod angulares affirmativæ sint
contrariæ et quod angulares Quoniam vero contraria est negatio ei quæ est, omne
animal est iustum, illa quæ significat quoniam, nullum animal est iustum; hæ
quidem manifestum est quoniam nunquam erunt, neque veræ simul, neque in eodem
ipso; his vero oppositæ erunt aliquando: ut, non omne animal iustum est, et,
aliquod animal iustum est. Sequuntur vero eam quæ est, omnis homo est non
iustus, illa quæ est, nullus homo est iustus; illam vero quæ est, aliquis homo
iustus est, opposita, quoniam, non omnis est homo non iustus. Necesse est enim
aliquem esse. Manifestum est autem etiam, quod in singularibus si est verum
interrogatum negare, quoniam et affirmare verum est. Ut, putasne Socrates
sapiens est? non. Socrates igitur non sapiens est. In universalibus vero non est vera, quæ similiter
dicitur: vera autem negativa est. Ut, putasne omnis homo sapiens est? non; omnis igitur
homo non sapiens est: hoc enim falsum est: sed, non igitur omnis homo sapiens
est, vera est. Hæc enim opposita est; illa vero
contraria. Illæ vero secundum infinita contraiacentes sunt nomina vel verba, ut
in eo quod est, non homo, vel, non iustus, quasi negationes sine nomine et
verbo esse videbuntur. Sed non sunt. Semper enim vel veram esse vel falsam
necesse est negationem; qui vero dixit, non homo, nihil magis quam qui dicit,
homo, sed etiam minus verus vel falsus fuit, si non aliquid addatur. Significat
autem, est omnis non homo iustus, nulli illarum idem; nec huic opposita ea quæ
est, non est omnis non homo iustus: illa vero, quæ est, omnis non iustus non
homo est, illi quæ est, nullus est iustus non homo, idem significat. Transposita vero nomina et verba
idem significant, ut, est albus homo, et, est homo albus. Nam si hoc non est,
eiusdem multæ erunt negationes; sed ostensum est, quod una unius est: eius enim
quæ est, est albus homo, negatio est, non est albus homo: eius vero quæ est,
est homo albus, si non eadem est ei quæ est, est albus homo, erit negatio, vel
ea quæ est, non est non homo albus, vel ea quæ est, non est homo albus. Sed
altera quidem est negatio eius, quæ est, est non homo albus; altera vero eius
quæ est, est homo albus. Quare erunt duæ unius. Quod igitur transposito nomine
vel verbo, eadem sit affirmatio vel negatio, manifestum est. negativae sint
subcontrariæ; ibi: Sequuntur vero etc.Dicit ergo resumendo: quoniam in Primo
dictum est quod enunciatio negativa contraria illi affirmativæ universali,
scilicet, omne animal estiustum, est ista, nullum animal est iustum ;
manifestum est quod istæ non possunt simul, idest in eodem tempore, meque im
eodem ipso, idest de eodem subiecto esse veræ. His vero oppositæ, idest
subcontrariæ inter se, possunt esse simul veræ aliquando, scilicet in materia
contingenti, ut, quoddam animal est iustum, non omne animal est iustum *. 2.
Deinde cum dicit: Sequuntur vero etc., declarat quod angulares affirmativæ supra
positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ. - Et primum quidem ex eo
quod universalis affirmativa infinita et universalis negativa simplex
æquipollent; et consequenter utraque earum est contraria universali affirmativæ
simplici, quæ est altera angularis. Unde
dicit quod hanc universalem nega Seq. c. x. Num. seq. Cf. lib. I, lect citt.
CAP. X, LECT. IV tivam finitam, wullus bomo est iustus, sequitur æquipollenter
illa universalis affirmativa infinita, omnis bomo est non iustus. Secundum vero
declarat ex eo quod particularis affirmativa finita et particularis negativa
infinita æquipollent. Et consequenter utraque earum est subcontraria
particulari negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut in figura supra
posita inspicere potes. Unde subdit quod illam párticularem affirmativam
finitam, aliquis bomo est iustus, opposita sequitur æquipollenter (opposita
intellige non istius particularis, sed illius universalis affirmativæ
infinitæ), mom ommis bomo est mom iustus. Hæc enim est contradictoria eius. Ut
autem clare videatur quomodo supra dictæ enunciationes sint æquipollentes,
formetur figura quadrata, in cuius uno angulo ponatur universalis negativa
finita, et sub ea contradictoria particularis affirmativa finita; ex alia vero
parte locetur universalis affirmativa infinita, et sub ea contradictoria
particularis negativa infinita, noteturque contradictio inter angulares et
collaterales inter se, hoc modo: Nullus homo T» "poil . est iustus e Ξ 2 E
E d 25 o Quidam homo i est lustus Omnis homo Æquivalentes e o C o ΝᾺ . SU o “πᾶ
ὁ S ow [73 Æquivalentes t est non justus e n ( T [i E" ξ - $ E o Non omnis
homo est non iustus His siquidem sic dispositis, patet primo ipsarum
universalium mutua consequentia in veritate et falsitate, quia si altera earum
est vera, sua angularis contradictoria est falsa; et si ista est falsa, sua
collateralis contradictoria, quæ est altera universalis, erit vera, et
similiter procedit quoad falsitatem particularium. Deinde eodem modo
manifestatur mutua sequela. Si enim altera earum est vera, sua angularis
contradictoria est falsa, ista autem existente falsa, sua contradictoria
collateralis, quæ est altera particularis erit vera; simili quoque modo
procedendum est quoad falsitatem. 3. Sed est hic unum dubium. In I enim
Priorum, in fine, Aristoteles ex proposito determinat non esse idem iudicium de
universali negativa et universali affirmativa infinita. Et superius in hoc
Secundo *, super illo verbo: Quarum duæ se babent secundum consequentiam, duæ
vero minime, Ammonius, Porphyrius, Boethius et sanctus Thomas dixerunt quod
negativa simplex sequitur affirmativam infinitam, sed non e converso. Ad hoc
dicendum est, secundum Albertum, quod negativam finitam sequitur affirmativa
infinita subiecto constante; negativa vero simplex sequitur affirmativam
absolute. Unde utrumque dictum verificatur, et quod inter eas est mutua
consequentia cum subiecti constantia, et AQUINO. Nempe in primo modo primæ gue
eros» syllogisquod inter eas non est mutua consequentia absolute. Potest dici
secundo, quod supra locuti sumus de infinita enunciatione quoad suum totalem
significatum ad formam prædicati reductum; et secundum hoc, quia negativa
finita est superior affirmativa infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic
autem loquimur de ipsa infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc
adducendo Ammonii expositionem dixit, secundum hunc modum loquendi: negativa
simplex, in plus est quam affirmativa infinita. 'Textus vero I Priorum ultra
prædicta loquitur de finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum
est autem quod universalis affirmativa sive finita sive infinita non
concluditur nisi in primo primæ. Universalis autem negativa quæcumque
concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo secundæ. 4. Deinde cum
dicit: Manifestum est autem. etc., movet secundum dubium de vario situ
negationis, an scilicet quoad veritatem et falsitatem differat præponere et
postponere negationem. Oritur autem hæc dubitatio, quia dictum est nunc quod
non refert quoad veritatem si dicatur, ommis bomo est non iustus, aut si
dicatur, omis bomo non est iustus; et tamen in altera postponitur negatio, in
altera præponitur, licet multum referat quoad affirmationem et negationem.
Hanc, inquam, dubitationem solvere intendens cum distinctione, respondet quod
in singularibus enunciationibus eiusdem veritatis sunt singularis negatio et
infinita affirmatio eiusdem, in universalibus autem non est sic. Si enim est
vera negatio ipsius universalis non oportet quod sit vera infinita affirmatio
universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria, qua
existente vera, non est necesse suam subalternam, quæ est contraria suæ
contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul falsæ. Unde
dicit quod in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si est verum negare
interrogatum, idest, si est vera negatio enunciationis singularis, de qua facta
est interrogatio, verum etiam est affirmare, idest, vera erit affirmatio
infinita eiusdem singularis. Verbi gratia: putasne Socrates estsapiens ? Si
vera est ista responsio, z/.9 ; - Socrates igitur non sapiens est, idest, vera
erit ista affirmatio infinita, Socrates est non sapiens. In universalibus vero
non est vera, quæ similiter dicitur, idest, ex veritate negationis universalis
affirmativæ in| terrogatæ non sequitur vera universalis affirmativa infinita,
quæ similis est quoad quantitatem et qualitatem enunciationi quæsitæ; vera
aulem est eius negatio, idest, sed ex veritate responsionis negativæ sequitur
veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ negationem, idest, particularem
negativam. Verbi gratia: putasne omnis bomo est sapiens? Si vera est ista
responsio, non; - affirmativa similis interrogatæ quam quis ex hac responsione
inferre intentaret est illa: igitur omnis bomo est non sapiens. Hæc autem non
sequitur ex illa negatione. Falsum est enim hoc, scilicet quod sequitur ex illa
responsione; sed. inferendum est, igitur non ommis bomo sapiens est.- Et ratio utriusque est, quia hæc
particularis ultimo illata est opposita, idest contradictoria illi universali
interrogatæ quam respondens falsificavit; et ideo oportet quod sit vera. Contradictoriarum enim si una est falsa, reliqua est
vera. Illa vero, scilicet universalis affirmativa infinita primo illata, est
contraria illi eidem universali interrogatæ. Non est autem opus quod si
universalium altera sit falsa, quod reliqua sit vera. In promptu est autem
causa huius diversitatis inter singulares et universales. In singularibus enim
varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in universalibus
autem variat, ut patet. Ideo fit ut de se patet. non sit eadem veritas
negantium universalem in quarum altera præponitur, in altera autem postponitur
negatio, ut 5. Deinde cum dicit: ΠΙᾺ vero secundum.
infinita. etc., solvit tertiam dubitationem, an infinita nomina vel verba sint
negationes. Insurgit autem hoc
dubium, quia dietum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum
est nunc quod non refert in singularibus præponere et postponere negationem: si
enim infinitum nomen est negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum
vel prædicatum, erit negativa et non afhrmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem,
probando quod nec nomina nec verba infinita sint negationes, licet videantur.
Unde duo circa hoc facit: primo, pro: ponit solutionem dicens: Illæ vero,
scilicet dictiones, conPCT iraiacenies: verbi gratia: mom bomo, et, bomo non
iustus et iustus. Vel sic: Illæ vero, scilicet dictiones, secundum infinita,
idest secundum infinitorum naturam, iacentes contra nomina et verba. (utpote
quæ removentes quidem nomina et verba significant, ut som bomo et mon iustus et
mon currit, quæ opponuntur contra ly bomo, ly iustus et ly currit), illæ,
inquam, dictiones infinitæ videbuntur prima facie esse quasi negationes sine
nomine et verbo ex eo quod comparatæ nominibus et verbis contra quæ iacent, ea
removent, sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo quia
nomen infinitum, nominis natura caret, et verbum infinitum verbi natura non
possidet. Dixit quasi, quia nec nomen infinitum a
nominis ratione, nec verbum infinitum a verbi proprietate omnino semota sunt.
Unde, si negationés apparent, videbuntur sine nomine et verbo non omnino sed
quasi. Deinde probat distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione.
Semper est necesse negationem esse veram vel falsam, quia negatio est
enunciatio alicuius ab aliquo; nomen autem infinitum non dicit verum vel fal
sum; igitur dictio infinita non est negatio. - Minorem declarat, quia. qui
dixit, mom bomo, nihil magis de homine dixit quam qui dixit, bomo. Et quoad significatum quidem
clarissimum est: non bomo, namque, nihil addit supra hominem, imo removet
hominem. Quoad veritatis vero vel falsitatis conceptum, nihil magis profuit qui
dixit, non bomo, quam qui dixit, bomo, si aliquid aliud non addatur, imo minus
verus vel falsus fuit, idest magis remotus a veritate et falsitate, qui dixit,
wom bomo, quam qui dixit, homo: quia tam veritas quam falsitas in compositione
consistit; compositioni autem vicinior est dictio finita, quæ aliquid ponit,
quam dictio infinita, quæ nec ponit, nec componit, idest nec positionem nec
compositionem importat. 6. Deinde cum dicit: Significat autem. etc., respondet
quartæ dubitationi, quomodo scilicet intelligatur illud verbum supradictum de
enunciationibus habentibus subiectum infinitum: Hæ autem. extra. illas, ipsæ
secundum se erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati
consequentiam, et non solum quantum ad ipsas enunciationes formaliter. Unde
duas habentes subiectum infinitum, universalem scilicet affirmativam et
universalem negativam adducens, ait quod neutra earum significat idem alicui
illarum, scilicet habentium subiectum finitum. Hæc enim universalis
affirmativa, omnis nom bomo est iustus, nulli habenti subiectum finitum
significat idem: non enim significat idem quod ista, omnis bomo est iustus ;
neque quod ista, omnis bomo est non iustus. Similiter opposita negatio et
universalis negativa habens subiectum infinitum, quæ est contrarie opposita
supradictæ, scilicet omnis non bomo non est iustus, nulli illarum de subiecto
finito significat idem. Et hoc clarum est ex diversitate subiecti in istis et
in illis. 7. Deinde cum dicit: Illa vero quæ est etc., respondet quintæ
quæstioni, an scilicet inter enunciationes de subiecto infinito sit aliqua
consequentia. Oritur autem dubitatio hæc ex eo, quod superius est inter eas ad
invicem assignata consequentia. Ait ergo quod etiam inter istas est
consequentia. Nam universalis affirmativa de subiecto et prædicato infinitis
et, universalis negativa de subiecto infinito, prædicato vero finito,
æquipollent. Ista namque, omnis non bomo est mon iustus, idem significat illi;
cium nullus non. bomo est iustus. Idem autem est iudide particularibus
indefinitis et singularibus similibus supradictis. Cuiuscunque enim quantitatis
sint, semper affirmativa de utroque extremo infinita et negativa subiecti
quidem infiniti, prædicati autem finiti, æquipollent, ut facile potes exemplis
videre. Unde Aristoteles universales exprimens, cæteras ex illis intelligi
voluit. 8. Deinde cum dicit: Transposita vero nomina. etc., solvit sextam
dubitationem, an propter nominum vel verborum transpositionem varietur
enunciationis significatio. Oritur autem hæc quæstio ex eo, quod docuit
transpositionem negationis variare enunciationis significationem. Aliud enim
dixit significare, ommis bomo mon est iustus, et aliud, non omnis bomo est
iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an. similiter contingat circa nominum
transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem varient, sicut negatio
transposita. Et circa hoc duo facit: primo, ponit solutionem dicens, quod
transposita nomina et verba idem significant: verbi gratia, idem significat,
est albus homo, et, est bomo albus, ubi est transpositio nominum. Similiter
transposita verba idem significant, ut, est albus bomo, et, bomo albus est. 9.
Deinde cum dicit: Nam si boc mon est etc., probat prædictam solutionem ex
numero negationum contradictoriarum ducendo ad impossibile, tali ratione. Si
hoc non est, idest si nomina transposita diversificant enunciationem, eiusdem
affirmationis erunt duæ negationes; sed ostensum est in I libro *, quod una
tantum est negatio unius affirmationis; ergo a destructione consequentis ad
destructionem antecedentis transposita nomina non variant enunciationem. Ad
probationis autem consequentiæ claritatem formetur figura, ubi ex uno latere
locentur ex ambæ suprapositæ affirmationes, transpositis nominibus ; et altero
contraponantur duæ negativæ, similes illis quoad terminos et eorum positiones.
Deinde, aliquantulo interiecto spatio, sub affirmativis ponatur affirmatio
infiniti subiecti, et sub negativis illius negatio. Et notetur contradictio
inter primam affirmationem et duas negationes primas, et inter secundam
aflirmationem et omnes tres negationes, ita tamen quod inter ipsam et infimam
negationem notetur contradictio non vera, sed imaginaria. Notetur quoque
contradictio inter tertiam affirmationem et tertiam negationem inter se. Hoc
modo: Est albus homo Est homo albus Est non homo albus His ita dispositis,
probat consequentiam Aristoteles sic. Illius affirmationis, est albus bomo,
negatio est, mom est albus bomo ; ilius autem secundæ affirmationis, quæ est,
est bomo albus, si ista affirmatio non est eadem illi . supradictæ
affirmationi, scilicet, est albus bomo, propter Non est albus - Coníradictoriæ
e o C o cn " s nalf e bi 7. dde Kn Gontradictoriæ EN “Ὁ 36 b" Contradictoriæ homo Non est homo albus Non
est non homo albus Lect. xir. CAP., nominum transpositionem, negatio erit
altera istarum, scilicet aut, non est non bomo albus, aut, non est bomo albus.
Sed utraque habet affirmationem oppositam alia ab illa assignatam, scilicet,
est bomo albus. Nam altera quidem dictarum negationum, scilicet, nom est mon
bomo albus, negatio est illius quæ dicit, est mom bomo albus; alia vero,
scilicet, »on est bomo albus, negatio est eius affirmationis, quæ dicit, est
albus bomo, quæ fuit prima affirmatio. Ergo quæcunque dictarum negationum
afferatur contradictoria illi mediæ, sequitur quod sint duæ unius, idest quod
unius negationis sint duæ affirmationes, et quod unius affirmationis sint duæ
negationes: quod est impossibile. Et hoc, ut dictum est, sequitur stante
hypothesi erronea, quod illæ affBrmationes sint propter nominum transpositionem
diversæ. 10. Adverte hic primo quod Aristoteles per illas duas negationes, non
est non bomo albus, et, non est bomo albus, sub disiunctione sumptas ad
inveniendam negationem | Lect. xi, n. 5 "seq. e ΤΡ) DOR illius affirmationis, est bomo albus, cæteras
intellexit, quasi diceret: Aut negatio talis affirmationis acceptabitur illa uæ
est vere eius negatio, aut quæcunque extranea negatio ponetur; et quodlibet
dicatur, semper, stante hypothesi, sequitur unius affirmationis esse plures
negationes, unam veræ quæ est contradictoria suæ comparis habentis nomina
transposita, et alteram quam tu ut distinctam acceptas, vel falso imaginaris;
et e contra multarum affirmationum esse unicam negationem, ut patet in apposita
figura, Ex quacunque enim illarum quatuor incipias, duas sibi oppositas
aspicis. Unde notanter concludit indeterminate: Quare erunt duæ unius. Nota
secundo quod Aristoteles contempsit probare quod contradictoria primæ
affirmationis sit contradictoria secundæ, et similiter quod contradictoria
secundæ affirmationis sit contradictoria primæ. Hoc enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non
possunt simul esse veræ neque simul falsæ, ut manifeste patet præposito sibi
termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo istæ duæ, Socrates est albus bomo,
Socrates non est bomo albus. Nec turberis quod eas non singulares proposuit.
Noverat enim supra dictum esse in Primo quæ LECT. affirmatio et negatio sint
contradictoriæ et quæ non, et ideo non fuit sollicitus de exemplorum claritate.
Liquet ergo ex eo quod negationes affirmationum de nominibus transpositis non
sunt diversæ quod nec ipsæ affirmationes sunt diversæ et sic nomina et verba
transposita idem significant. I2. Occurrit autem dubium circa hoc, quia non
videtur verum quod nominibus transpositis eadem sit affirmatio. Non enim valet:
omnis bomo est animal; ergo omne animal est bomo. Similiter, transposito verbo,
non valet: bomo est amimal rationale; ergo bomo animal rationale est, de
secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur, tamen non sequitur primam.
Ad hoc est dicendum quod sicut in rebus naturalibus est duplex transmutatio,
scilicet localis, scilicet de loco ad locum, et formalis de forma ad foit? ita
in enunciationibus est duplex transmutatio, situalis scilicet, quando terminus
præpositus postponitur, et e converso, et formalis, quando terminus, qui erat
prædicatum efficitur subiectum, et e converso vel quomodolibet, simpliciter
etc.- Et sicut quandoque fit in naturalibus transmutatio pure localis, puta
quando res transfertur de loco ad locum, nulla alia variatione facta; quandoque
autem fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum variatione formali,
sicut quando transit de'loco frigido ad locum calidum: ita in enunciátionibus
quandoque fit transmutatio pure situalis, quando scilicet nomen vel verbum solo
situ vocali variatur; quandoque autem fit transmutatio situalis et formalis
simul, sicut contingit cum prædicatum fit subiectum, vel cum verbum tertium
adiacens fit secundum. - Et quoniam hic intendit Aristoteles de transmutatione
nominum et verborum pure situali, ut transpositionis vocabulum præsefert, ideo
dixit quod transposita nomina et verba idem significant, insinuare volens quod,
si nihil aliud præter transpositionem nominis vel verbi accidat in
enunciatione, eadem manet oratio.- Unde patet responsio ad instantias.
Manifestum est namque quod in utraque non sola transpositio fit, sed
transmutatio de subiecto in prædicatum, vel de tertio adiacente in secundum. Et
per hoc patet responsio ad similia. TIUS (Cann. CargraNr lect, ui). DE
MULTIPLICITATE ENUNCIATIONUM IUXTA QUOSDAM MODOS, QUIBUS NON UNAM, SED PLURES ESSE
CONTINGIT UNAM ENUNCIATIONEM. ^" B Té δὲ ἕν κατὰ πολλῶν ἢ πολλὰ καθ᾽ ἑνὸς χαταφάναι ἢ ἀποφάναι, ἐὰν uw ἕν τι ἡ τὸ ἐκ τῶν πολλῶν δηλούμενον, οὐχ ἔστι κατάφασις μία οὐδὲ ἀπόφασις. Λέγω δὲ ἕν οὐχ ἐὰν ὄνομα ἕν ἢ κείμενον, pm ἦ δὲ ἕν τι ἐξ ἐχείνων, olov, ὁ ἄνθρωπος ἴσως ἐστὶ καὶ ζῷον καὶ δίπουν καὶ ἥμερον, ἀλλὰ x«l ἕν τι γίνεται ἐκ τούτων’ Ex δὲ τοῦ λευχοῦ, xai τοῦ ἀνθρώπου, καὶ τοῦ βαδίζειν, οὐχ ἕν: ὥστε οὔτε ἐὰν ἕν τι x&v. τούτων καταφήσῃ τις; μία κατάφασις, ἀλλὰ φωνὴ μὲν μία, καταφάσεις δὲ πολλαί: οὔτε ἐὰν καθ’ ἑνὸς ταῦτα, ἀλλ᾽ ὁμοίως πολλαί. Εἰ οὖν ἡ ἐρώτησις ἡ διαλεχτιχὴ ἀποχρίσεώς ἐστιν αἴτησις) ἢ τῆς προτάσεως, ἢ θατέρου μορίου τῆς ἀντι' φάσεως; ἡ δὲ πρότασις ἀντιφάσεως μιᾶς μόριον, οὐκ ἂν εἴη ἀπόχρισις μία πρὸς ταῦτα" οὐδὲ γὰρ ἡ ἐρώτῆσις μία, οὐδὲ ἐὰν ἡ ἀληθής" εἴρηται δὲ ἐν τοῖς Τοπικοῖς περὶ αὐτῶν. "Apa δὲ δῆλον ὅτι οὐδὲ τὸ τί ἐστιν ἐρώτησίς ἐστι διαλεκτική, Δεῖ dp δεδόσθαι ix τῆς ἐρωτήσεως ἑλέσθαι, ὁπότερον βούλεται τῆς ἀντιφάσεως μόριον ἀποφήνασθαι. ᾿Αλλὰ εἴ τὸν ἐρωτῶντα προσδιορίσασθαι, πότερον τόδε ἐστὶν ὁ ἄνθρωπος, ἢ οὐ τοῦτο. jtem enunciationis unius provenientem ex additione
negationis infinitatis, hic intendit D determinare quid accidat enunciationi ex
hoc quod additur aliquid subiecto vel prædicato tollens eius unitatem. Et circa
hoc duo facit: quia Lect. seq. Num.. Lect. vri, n. 12 seq. Porphyrius. primo,
determinat diversitatem earum ; secundo, consequentias earum; ibi: Quoniam vero
bæc quidem etc. Circa primum duo facit: primo, ponit earum diversitatem; secundo,
probat omnes enunciationes esse plures; ibi: Si ergo dialectica etc.- Dicit
ergo quoad primum, resumendo quod in Primo dictum fuerat *, quod affirmare vel
negare unum de pluribus, vel plura de uno, si ex illis pluribus: non fit unum,
non est enunciatio una affirmativa vel negativa. Et declarando quomodo intelligatur unum debere esse
subiectum aut prædicatum, subdit quod unum dico non si nomen unum impositum
sit, idest ex unitate nominis, sed ex unitate significati. Cum enim plura
conveniunt in uno nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis
significatum, tunc solum vocis unitas est. Cum autem unum nomen pluribus
impositum est, sive partibus subiectivis, sive integralibus, ut eadem
significatione concludat, tunc et vocis et significati unitas est, et
enunciationis unitas non impeditur. 2. Secundum quod subiungit: Ut bomo est
fortasse animal et mansuelum et bipes obscuritate non caret. Potest enim
intelligi ut sit exemplem ab opposito, quasi diceret: unum dico non ex unitate
nominis impositi pluribus ex quibus non fit tale unum, quemadmodum homo est
unum quoddam ex animali et mansueto et bipede, partibus suæ definitionis. Et ne
quis crederet quod hæ essent veræ definitionis nominis partes, interposuit,
fortasse. Porphyrius autem, Boethio referente et approbante, separat has textus
particulas, dicens quod Aristoteles hucusque declaravit enunciationem illam
esse plures, in qua plura subiicerentur uni, vel de uno prædicarentur plura, ex
quibus non fit unum. In istis autem verbis: Ut bomo est fortasse etc., At vero
unum de pluribus, vel plura de uno affirmare, vel negare, si non sit unum
aliquid quod ex pluribus significatur, non est affirmatio neque negatio una.
Dico autem unum, non si unum nomen positum sit, non sit autem unum aliquid ex
illis, ut homo est fortasse et animal et bipes et mansuetum, sed ex his unum
fit, ex albo autem et homine et ambulare, non est unum; quare nec si unum
aliquid de his affirmet aliquis, erit affirmatio una: sed vox quidem una,
affirmationes vero multæ, nec si de uno ista, sed similiter plures, Si ergo
dialectica interrogatio responsionis est petitio vel propositionis vel alterius
partis contradictionis, propositio vero unius contradictionis est pars, non
erit una responsio ad hæc. Neque enim interrogatio una, nec si sit vera. Dictum
est autem de his in Topicis. Simul autem manifestum est, quod nec hoc ipsum,
quid est, dialectica interrogatio est. Oportet enim datum esse ex
interrogatione eligere, utram velit contradictionis partem enunciare: sed
oportet interrogantem determinare utrum hoc sit homo, an non hoc. intendit
declarare enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex quibus fit unum
subiiciuntur vel prædicantur; sicut cum dicitur, bomo est animal et mansuetum.|
et bipes, copula interiecta, vel morula, ut oratores faciunt. Ideo autem addidisse aiunt, fortasse, ut insinuaret
hoc contingere posse, necessarium autem non esse. 3. Possumus in eamdem
Porphyrii, Boethii et AIberti sententiam incidentes subtilius textum
introducere, ut quatuor hic faciat. Bs Et primo quidem, resumit quæ sit
enunciatio in communi dicens: Enunciatio plures est, in. qua unum de pluribus,
vel plura de uno. enunciantur. Si tamen ex illis pluribus non fit unum, ut in Primo
dictum et expositum fuit. Deinde dilucidat illum terminum de uno, sive unum,
dicens: Dico autem unum, idest, unum nomen voco, non propter unitatem vocis,
sed significationis, ut supradictum est. Deinde tertio, dividendo declarat, et
declarando dividit, quot modis contingit unum nomen imponi pluribus ex quibus
non fit unum, ut ex hoc diversitatem enunciationis multiplicis insinuet. Et
ponit duos modos, quorum prior est, quando unum nomen imponitur pluribus ex
quibus fit unum, non tamen in quantum ex eis fit unum. Tunc enim, licet
materialiter et per accidens loquendo nomen imponatur pluribus ex quibus fit
unum, formaliter tamen et per se loquendo nomen unum imponitur pluribus, ex
quibus non fit unum: quia imponitur eis non in quantum ex eis est unum, ut
fortasse est hoc nomen, bomo, impositum ad significandum animal et mansuetum et
bipes, idest, partes suæ definitionis, non in quantum adunantur in unam hominis
naturam per modum actus et potentiæ, sed ut distinctæ sint inter se
actualitates. Et insinuavit quod accipit partes definitionis ut distinctas per
illam coniunctionem, et per illud quoque adversative additum: Sed si ex bis
unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat quod ex eis unum fit. Addidit
autem, fortasse, quia hoc nomen, bomo, non est impositum ad signifi* Cap. xr.
Porphyrius. Boethius. Albertus. Lect. cit. Ed. quoque. c omittit CAP., LECT. V
candum partes sui definitivas, ut distinctæ sunt. Sed si impositum esset aut
imponeretur, esset unum nomen pluribus impositum ex quibus non fit unum. Et
quia idem iudicium est de tali nomine, et illis pluribus; ideo similiter illæ
plures partes definitivæ possunt dupliciter accipi. Uno modo, per modum
actualis et possibilis, et sic unum faciunt; et sic formaliter loquendo
vocantur plura, ex quibus fit unum, et pronunciandæ sunt continuata oratione,
et faciunt enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale currit. Est
enim ista una sicut et ista, bomo currit. Alio modo, accipiuntur prædictæ
definitionis partes ut distinctæ sunt inter se actualitates, et sic non faciunt
unum: ex duobus enim actibus ut sic, non fit unum, ut dicitur VII Metaphysicæ ;
et sic faciunt enunciationes plures et pronunciandæ sunt vel cum pausa, vel
coniunctione interposita, dicendo, bomo est animal et mansuetum. οἱ bipes ; sive, bomo est animal, mansuetum, bipes,
rethorico more. Quælibet enim istarum est enunciatio multiplex. Et similiter
ista, Socrates est bomo, si homo est impositum ad illa, ut distinctæ Pm E WC
acm οὐ ORI οτὔὖὦο UPS δ... δου, Lect. xit, n. 9. Num. 8. RESP
actualitates sunt, significandum. Secundus autem modus, quo unum nomen
impositum est pluribus ex quibus non fit unum, subiungitur, cum dicit: Ex albo
autem et bomine. et ambulante etc., idest, alio modo hoc fit, quando unum nomen
imponitur pluribus, ex quibus non potest fieri unum, qualia sunt: bomo, album,
et ambulans. Cum enim ex his nullo modo possit fieri aliqua una natura, sicut
poterat fieri ex partibus definitivis, clare liquet quod nomen aliquod si eis
imponeretur, esset nomen non unum significans, ut in Primo dictum fuit de hoc
nomine, íumica, imposita homini et equo. 4. Habemus ergo enunciationis pluris
seu multiplicis duos modos, quorum, quia uterque fit dupliciter, efficiuntur
quatuor modi. Primus est, quando subiicitur vel prædicatur unum nomen impositum
pluribus, ex quibus fit unum, non in quantum sunt unum; secundus est, quando
ipsa plura ex quibus fit unum, in quantum sunt distinctæ actualitates,
subiiciuntur vel prædicantur; tertius est, quando ibi est unum nomen impositum
pluribus ex quibus non fit unum; quartus est, quando ista plura ex quibus non
fit unum, subiiciuntur vel prædicantur. Et notato quod cum enunciatio secundum
membra divisionis ilius, qua divisa est, in unam et plures, quadrupliciter
variari poss't, scilicet cum unum de uno prædicatur, vel unum de pluribus, vel
plura de uno, vel plura de pluribus; postremum sub silentio præterivit, quia
vel eius pluralitas de se clara est, vel quia, ut inquit Albertus, non
intendebat nisi de enunciatione, quæ aliquo modo una est, tractare. Demum
concludit totam sententiam, dicens: Quare nec si aliquis affirmet unum. de bis
pluribus, erit affirmatio una secundum. rem: sed vocaliter quidem erit una,
significative autem non una, sed multæ fient affirmaliones. Nec si e converso de uno ista plura. affrmabuntur,
fiet affirmatio una. Ista namque, bomo est albus, ambulans et musicus, importat tres
affirmationes, scilicet, bomo est albus et est ambulans et est musicus, ut
patet ex illius contradictione. Triplex enim negatio ili opponitur
correspondens triplici affirmationi positæ. 5. Deinde cum dicit: Si ergo
dialectica etc., probat a posteriori supradictas enunciationes esse plures.
Circa quod duo facit: primo, ponit rationem ipsam ad hoc probandum per modum
consequentiæ; deinde probat antecedens dictæ consequentiæ; ibi: Dictum est
autem de his* etc. Quoad primum talem rationem inducit. Si interrogatio
dialectica est petitio responsionis, quæ sit propositio vel altera pars
contradictionis, nulli enunciationum supradictarum interrogative formatæ erit
responsio una; ergo nec ipsa interrogatio est una, sed plures. Cuius raOpp. D. Tnowas T. I. 9y
tionis primo ponit antecedens: Si ergo etc. Ad huius intelligendos terminos
nota quod idem sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim dicitur,
cælum est animatum, in quantum enunciat prædicatum de subiecto, enunciatio
vocatur; in quantum autem quærendo proponitur, interrogatio; ut vero quæsito
redditur, responsio appellatur. Idem ergo erit probare non esse responsionem
unam, et interrogationem non esse unam, et enunciationem non esse unam. Adverte
secundo interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem contradictionis eligendam
proponens; et hæc vocatur dialectica, quia dialecticus habet viam ex
probabilibus ad utramque contradictionis partem probandam. Altera vero determinatam ad unum responsionem
exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod demonstrator in unum
determinate tendit. Considera ulterius quod interrogationi dialecticæ
dupliciter responderi potest. Uno modo, consentiendo interrogationi, sive
affirmative sive negative; ut si quis petat, cælum est animatum? et
respondeatur, est; vel, Deus non movelur? et respondeatur, mon: talis responsio
vocatur propositio. Alio modo, potest responderi interimendo; ut si quis petat,
cælum est animatum, et respondeatur, non; vel Deus non movetur? et
respondeatur, movetur: talis responsio vocatur contradictionis altera pars, eo
quod affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio ergo
dialectica est petitio annuentis responsionis, quæ est propositio, vel
contradicentis, quæ est altera pars contradictionis secundum supradictam BOEZIO
(vedasi) expositionem. 6. Deinde subdit probationem consequentiæ, cum ait: Propositio vero unius
contradictionis est etc. Ubi notandum est quod si responsio dialectica posset
esse plures, non sequeretur quod responsio enunciationis multiplicis non posset
esse dialectica; sed si responsio dialectica non potest esse nisi una
enunciatio, tunc recte sequitur quod responsio enunciationis pluris, non est
responsio dialectica, quæ una est. Notandum etiam quod si enunciatio aliqua
plurium contradictionum pars est, una non esse comprobatur: una enim uni tantum
contradicit. Si autem unius solum contradictionis pars est, una est eadem
ratione, quia scilicet unius affirmationis unica est negatio, et e converso.
Probat ergo Aristoteles consequentiam ex eo quod propositio, idest responsio
dialectica unius contradictionis est, idest una enunciatio est affirmativa vel
negativa. Ex hoc enim, ut iam dictum est, sequitur quod nullius enunciationis
multiplicis sit responsio dialectica, et consequenter nec una responsio sit.
Nec prætereas quod cum propositionem, vel alteram partem contradictionis,
responsionemque præposuerit dialecticæ interrogationis, de sola propositione
subiunxit, quod est una; quod ideo fecit, quia illius alterius vocabulum ipsum
unitatem præferebat. Cum enim alteram contradictionis partem audis, unam
affirmationem vel negationem statim intelligis. Adiunxit autem antecedenti ly
ergo, vel insinuans hoc esse aliunde sumptum, ut postmodum in speciali
explicabit, vel, permutato situ, notam consequentiæ huius inter antecedens et
consequens locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur, si ergo
Socrates currit, movetur ; pro eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo.
movetur. Sequitur deinde consequens: Nom erit una responsio ad boc ; et infert
principalem conclusionem subdens, Quod neque una erit interrogatio etc. Si enim responsio non potest esse una, nec
interrogatio ipsa una erit. 7. Quod autem addidit: Nec si sit vera, eiusmodi
est. Posset aliquis credere, quod licet interrogationi pluri non possit dari
responsio una, quando id de quo quæstio fit non potest de omnibus illis
pluribus affirmari vel ne -- BOEZIO. TAS -- gari (ut cum quæritur,
canis est animal? quia non potest vere de omnibus responderi, est,
propter cæleste sidus, nec vere de omnibus responderi, som est, propter
canem latrabilem, nulla possit dari responsio una); attamen quando id
quod sub interrogatione cadit potest vere de omnibus affirmari aut
negari, tunc potest dari responsio una; ut si II nec
ipsa quæstio quid est, est interrogatio dialectica: verbi gratia; si quis
quærat, quid est amimal? talis non quærit dialectice. Deinde subiungit
probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid est, non est quæstio dialectica;
et intendit quod quia interrogatio dialectica optionem respondenti offerre
debet, utram velit contradictionis quæratur, camis est substantia? quia
potest vere de omnibus responderi, esí, quia esse substantiam omnibus
canibus convenit, unica responsio dari possit. Hanc erroneam
existimationem removet dicens: Nec si sit vera, idest, et dato quod
responsio data enunciationi multiplici de omnibus verificetur,
nihilominus non est una, quia unum non significat, nec unius
contradictionis est pars, sed plures responsio illa habet
contradictorias, ut de se patet. Deinde cum dicit: Dictum est autem de bis
in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate eorum
quæ dicta sunt in Topicis; secundo, a signo. Et circa hoc duo facit.
Primo, ponit ipsum signum, dicens: Quod similiter etc., cum auctoritate
Topicorum, manifestum est, scilicet, antecedens assumptum, scilicet quod
dialectica interrogatio est petitio responsionis affirmativæ vel
neQuoniam nec ipsum quid est, idest ex eo quod gativæ. partem, et
ipsa quæstio quid est talem libertatem non proponit (quia cum dicimus,
quid est animal? respondentem ad definitionis assignationem coarctamus, quæ
non solum ad unum determinata est, sed etiam omni parte
contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse dicat); ideo ipsa
quæstio quid est, non est dialectica interrogatio. Unde dicit: Oportet enim ex
data, idest ex proposita interrogatione dialectica, hunc respondentem
eligere posse utram velit contradictionis partem, quam contradictionis
utramque partem interrogantem oportet determinare, idest determinate proponere,
hoc modo: Utrum. boc animal sit bomo an mon: ubi evidenter apparet
optionem respondenti offerri. Habes ergo pro signo cum quæstio
dialectica petat responsionem propositionis, vel alterius contradictionis
partem, elongationem quæstionis quid est a quæstionibus
dialecticis. Canp. CargTANr lect. 1v EX. ALIQUIBUS DIVISIM.
PRÆDICATIS DE SUBIECTO SEQUITUR ENUNCIATIO. DE EISDEM CONIUNCTIM IN EODEM
SUBIECTO, EX ALIQUIBUS AUTEM NON SEQUITUR "Excel δὲ τὰ μὲν κατηγορεῖται
συντιθέμενα, ὡς ἕν τὸ πᾶν κατηγόρημα τῶν χορὶς κατηγορουμένων; τὰ δ᾽ οὔ: τίς ἡ
διαφορά; κατὰ γὰρ τοῦ ἀνθρώπου ἀληθὲς εἰπεῖν καὶ χωρὶς ζῷον, καὶ χωρὶς δίπουν,
καὶ ταῦτα ὡς fv καὶ ἄνθρωπον, καὶ λευκόν, καὶ ταῦθ᾽ ὡς ἕν. 99 Quoniam vero hæc
quidem prædicantur composita, ut ' Seq. c. x. unum omne prædicatum fiat eorum
quæ extra prædicantur, alia vero non; quæ differentia est? De homine enim verum
est dicere, εἴ extra animal, et extra bipes; et hæc ut unum: et, hominem, et,
album; et 'AXX οὐχί; εἰ ὀκυτεὺς καὶ ἀγαθός, xal σκυτεὺς ἀγαθός. Εἰ γάρ, ὅτι ἑκάτερον
ἀληθές, εἶναι δεῖ καὶ τὸ συνάμφω, πολλὰ καὶ ἄτοπα ἔσται. Κατὰ γὰρ τοῦ ᾿ἀνθρώπου
καὶ τὸ ἄνθρωπος ἀληθὲς καὶ τὸ λευχόν- ὥστε xal τὸ «muy. Πάλιν, εἰ τὸ λευκὸν αὐτό,
καὶ τὸ ἅπαν, στε ἔσται ἄνθρωπος λευχὸς λευχός, καὶ τοῦτο εἰς ἄπειgov. Καὶ πάλιν
μουσικός, λευχός, βαδίζων" καὶ ταῦτα πολλάκις πεπλεγμένα εἰς ἄπειρον.
"Ect, εἰ ὁ Zoxpdτῆς τῆς Σωχράτης καὶ ἄνθρωπος, καὶ Σωχράτης Σωχράἄνθρωπος.
Καὶ εἰ ἄνθρωπος, καὶ δίπους" καὶ ἄνθρωπος ἄνθρωπος δίπους" Ὅτι μὲν οὖν,
εἴ τις ἁπλῶς φήσει τὰς συμπλοχοὶς γίνεσθαι, πολλὰ συμβαίνει λέεἰν Τῶν ἄτοπα, δῆλον.
Ὅπως δὲ θετέον, λέγωμεν νῦν. αὐτοῦ δὴ κατηγορουμένων καὶ ἐφ᾽ οἷς χατηγορεῖσθται
συμβαίνει, ὅσα μὲν λέγεται κατὰ συμβεβηκὸς ἢ κατὰ τοῦ ἢ θάτερον xavd θατέρου,
ταῦτα οὐχ ἔσται ἕν, οἷον ἄνθρωπος λευχός ἐστι xxl μουσιχός., ἀλλ᾽ οὐχ ἕν τὸ
λευκὸν καὶ τὸ μουσικόν" συμβεβηκότα γὰρ ἄμφω τῷ αὐτῷ. Οὐδ᾽ εἰ τὸ λευκὸν
μουσικὸν ἀληθὲς εἰπεῖν, ὅμως οὐχ ἔσται τὸ μουσικὸν λευκὸν ἕν cv χατὸὰ συμβεβηκὸς
γὰρ τὸ μουσικὸν λευχόν" ὥστε οὐκ ἔσται τὸ λευχὸν μουσικὸν ἕν τι. Διὸ οὐδ᾽ ὁ
σχυτεὺς ἁπλῶς ἀγαθὸς, ἀλλὰ ζῷον δίπουν. οὐ γὰρ κατὰ συμβεβηκός. Ἔτι οὐδ᾽ ὅσα ἐνυπάρχει
ἐν τῷ ἑτέρῳ. Διὸ οὔτε τὸ λευκὸν πολλάχις, οὔτε ὁ ἄνθρωπος ἄνθρωπος ξῷόν ἐστιν ἢ
δίπουν" ἐνυπάρχει γὰρ ἐν τῷ ἀνθρώπῳ τὸ ζῷον καὶ τὸ δίπουν. vá aJ yostquam
declaravit diversitatem multiplicis enunciationis, intendit determinare de
earum consequentiis. Et circa hoc duo facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda
incipit; ibi: Verum autem est dicere etc. Circa primum tria facit: primo,
proponit quæstionem; secundo ostendit rationabilitatem quæstionis; ibi: Si enim
quoniam etc.; tertio, solvit eam ; ibi: Eorum igitur ** etc. Est ergo dubitatio
prima: Quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur enunciatio, in qua
illamet unitæ prædicantur de eodem, et ex aliquibus non. Unde hæc diversitas
oritur? Verbi gratia; ex istis, Socrates est amimal et est bipes ; sequitur,
ergo Socrates est. animal. bipes ; et similiter ex istis, Socrates est bomo et
est albus; sequitur, ergo Socrates est bomo albus. Ex illis vero, Socrates est
bonus, et. est. citbaroedus ; non sequitur, ergo est bonus citbaroedus. Unde
proponens quæstionem inquit: Quoniam vero bæc, scilicet prædicta, ita
prædicantur composita, idest coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra
prædicantur, idest, ut ex eis extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero
prædicata non sunt talia, quæ est inter differentia; unde talis innascitur
diversitas? Et subdit exempla iam adducta, et ad propositum applicata: quorum
primum continet prædicata ex quibus fit unum per se, hæc est ut et unum. Sed
non si citharoedus (coriarius) bonus, etiam citharoedus ('coriarius) bonus. Si
enim quoniam utrunque, verum, esse oportet et simul utrunque multa
inconvenientia erunt. De homine enim verum est et hominem, et album dicere;
quare et omne. Rursus si album, et omne. Quare erit homo albus albus; et hoc in
infinitum. Et rursus musicus albus ambulans; et hæc eadem frequenter implicita
in infinitum. Amplius si Socrates, Socrates est, et homo; et Socrates Socrates
homo; et si homo et bipes, erit homo homo bipes. Quod igitur si quis simpliciter
dicat complexiones fieri, plurima inconvenientia contingere manifestum est.
Quemadmodum ponendum est nunc dicimus. Eorum igitur quæ prædicantur, et de
quibus prædicari accidit quæcumque secundum accidens dicuntur, vel de eodem,
vel alterum de altero, hæc non erunt unum; ut, homo albus est et musicus; sed
non est unum album et musicum; accidentia enim sunt utraque eidem. Nec, si
album, musicum verum est dicere, tamen non erit musicum album unum aliquid:
secundum accidens enim album musicum dicetur; quare non erit album musicum unum
aliquid. Quocirca nec citharoedus (coriarius) bonus simpliciter; sed animal
bipes: non enim sunt secundum accidens. Amplius nec quæcunque insunt in alio.
Quare neque album frequenter dictum, neque homo homo animal est, vel bipes;
insunt enim in homine animal et bipes. scilicet, animal et bipes, genus et
differentia; secundum autem prædicata ex quibus fit unum per accidens,
scilicet, bomo albus; tertium vero prædicata ex quibus neque unum per se neque
unum per accidens inter se fieri sequitur; ut, cilbaroedus et bonus, ut
declarabitur. 2. Deinde cum dicit: Si enim quoniam etc., declarat veritatem
diversitatis positæ, ex qua rationabilis redditur quæstio: si namque inter
prædicata non esset talis diversitas, irrationabilis esset dubitatio. Ostendit
autem hoc ratione ducente ad inconveniens, nugationem scilicet. Et quia nugatio
duobus modis committitur, scilicet explicite et implicite; ideo primo deducit
ad nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: Amplius, si Socrates etc.
Ait ergo quod si nulla est inter quæcumque prædicata differentia, sed de
quolibet indifferenter censetur quod quia alterutrum separatum dicitur, quod
utrumque coniunctim dicatur, multa inconvenientia sequentur. De aliquo enim
homine, puta Socrate, verum est separatim dicere quod, homo est, et albus est;
quare et omne, idest et coniunctim dicetur, Socrates est homo albus. Rursus et
de eodem Socrate potest dici separatim quod, est homo albus, et quod, est
albus; quare et omne, idest, igitur coniunctim dicetur, Socrates est homo albus
albus: ubi manifesta est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum dicas
sepa100 ratim quod, est homo albus albus, verum dices et congrue quod est
albus, et secundum hoc, si iterum hoc repetes separatim, a veritate simili non discedes,
et sic in infinitum sequetur, Socrates est homo albus, albus, albus in
infinitum. Simile quod ostenditur in alio exemplo. Si quis de Socrate dicat
quod, est musicus, albus, ambulans, cum possit et separatim dicere quod, est
musicus, et quod, est accidens enumerasset, unico tamen exemplo utrumque
membrum explanavit, ut insinuaret quod distinctio illa non erat in diversa
prædicata per accidens, sed in eadem diversimode comparata. Album enim et
musicum, comparata ad hominem, sub primo cadunt membro; comalbus, et quod, est
ambulans; sequetur, Socrates est musicus, albus, ambulans, musicus, albus,
ambulans. Et quia pluries separatim, in eodem tamen
tempore, enunciari potest, procedit nugatio sine fine. Deinde deducit ad
implicitam nugationem, dicens, cum de Socrate vere dici possit separatim quod,
est homo, et quod, est bipes, si coniunctim inferre licet, sequetur quod,
Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes enim circumloquens
differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis ratione. Unde
ponendo loco hominis suam rationem (quod fieri licet, ut docet Aristoteles II
Topicorum), apparebit manifeste nugatio. Dicetur enim: Socrates est homo,
idest, animal bipes, bipes. Quoniam ergo plurima inconvenientia sequuntur si
quis ponat complexiones, idest, adunationes prædicatorum fieri simpliciter,
idest, absque diversitate aliqua, manifestum est ex dictis. Quomodo autem
faciendum est, nunc, idest, in sequentibus dicemus. Et nota quod iste textus
non habetur uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia non
discrepat, legat quicunque ut vult. 3. Deinde cum dicit: Eorum igitur etc.,
solvit propositam quæstionem. Et circa hoc duo facit: primo, respon" Num.
11. Num. 7. det instantiis in ipsa propositione quæstionis adductis; secundo,
satisfacit instantis in probatione positis; ibi: Amplius nec quæcumque etc. Circa primum duo facit: primo namque, declarat
veritatem ; secundo, applicat ad propositas instantias; ibi: Quocirca etc.
Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum sive subiectorum
plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per se. Si per
accidens, hoc dupliciter contingit, vel quia ambo dicuntur per accidens de uno
tertio, vel quia alterum de altero mutuo per accidens prædicatur. Quando illa
plura divisim prædicata sunt per accidens quovis modo, ex eis non sequitur
coniunctim prædicatum; quando autem sunt per se, tum ex eis sequitur coniuncte
prædicatum. Unde continuando se de ad præcedentia ait: Eorum. igitur quæ
prædicantur, et quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque dicuntur
secundum accidens (et per hoc innuit oppositum membrum, scilicet per se), vel
de eodem, idest accidentaliter concurrunt ad unius tertii denominationem, vel.
alterutrum. de altero, idest accidentaliter mutuo se denominant (et per hoc
ponit membra duplicis divisionis), ba:c, scilicet plura per accidens, mom erunt
unum, idest non inferent prædicationem coniunctam. 4. Et explanat utrumque horum
exemplariter. Et primo, primum, quando scilicet illa plura per accidens
dicuntur de tertio, dicens: Ut si bomo albus est et musicus. divisim. Sed non
est idem, idest non sequitur adunatim, ergo bomo est musicus albus. Utraque
enim sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando solum illa
plura per accidens de se mutuo prædicantur, subdens: Nec si album. musicum.
verum est dicere, idest, et etiamsi de se invicem ista prædicantur per accidens
ratione subiecti in quo uniuntur, ut dicatur, bomo est albus, et est musicus,
el album est musicum, non tamen sequitur quod album musicum unite prædicetur,
dicendo, ergo bomo est albus musicus. Et causam assignat, quia album dicitur de
musico per accidens, et e converso. $. Notandum est hic quod cum duo membra per
parata autem inter se, sub secundo. Diversitatenr ergo comparationis pluralitate
membrorum, identitatem autem prædicatorum unitate exempli astruxit. 6.
Advertendum est ulterius, ad evidentiam divisionis factæ in littera, quod,
secundum accidens, potest dupliciter accipi. - Uno modo, ut distinguitur contra
perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic: quoniam cum dicitur plura
prædicata secundum accidens, - aut ly secundum accidens determinaret
coniunctionem inter se, et ma sic manifeste esset falsa regula; quoniam inter
priprædicata, animal bipes, seu, animal rationale, est prædicatio secundum
accidens hoc modo (differentia enim in nullo modo perseitatis prædicatur de
genere, et tamen Aristoteles in textu dicit ea non esse prædicata per accidens,
et asserit quod est optima illatio, est amimal et bipes, ergo est animal bipes);
- aut determinaret coniunctionem illarum ad subiectum, et sic etiam inveniretur
falsitas in regula: bene namque dicitur, paries est coloratus, et est
visibilis, et tamen coloratum visibile non per se inest parieti. - Alio modo,
accipitur ly secundum accidens, ut distinguitur contra hoc quod dico, ratione
sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat, quod, per aliud: et hoc modo
accipitur hic. Quæcunque enim sunt talis naturæ quod non ratione sui iunguntur,
sed propter aliud, ab illatione coniuncta deficere necesse est, ex eo quod
coniuncta illatio unum alteri substernit, et ratione sui ea adunata denotat ut
potentiam et actum. - Est ergo sensus divisionis, quod prædicatorum plurium,
quædam sunt per accidens, quædam per se, idest, quædam adunantur inter se
ratione sui, quædam propter aliud. Ea quæ per se uniuntur inferunt coniunctum,
ea autem quæ propter aliud, nequaquam. 7. Deinde cum dicit: Quocirca nec.
citbaroedus etc., applicat declaratam veritatem ad partes quæstionis. Et primo,
ad secundam partem, quia sclicet non sequitur: est bonus et est citharoedus;
ergo est bonus citharoedus, dicens: Quocirca nec citbaroedus bonus etc.;
secundo, ad aliam partem quæstionis, quare sequebatur: est animal et est bipes;
ergo est animal bipes: et ait: Sed animal bipes etc. Et subiungit huius ultimi
dicti causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata secundum accidens
coniuncta inter se rum aut in tertio, sed per se. Et per hoc explanavit
altemembrum primæ divisionis, quod adhuc positum non fuerat explicite. Adverte
quod Aristoteles, eamdem tenens sententiam de citharoedo et bono et musico et
albo, conclusit quod album et musicum non inferunt coniunctum prædicatum; ideo
nec citharoedus et bonus inferunt citharoedus bonus simpliciter, idest
coniuncte. Est autem ratio dicti, quia licet musica et albedo dissimiles sint
bonitati et arti citharisticæ in hoc, quod bonitas nata est denominare et
subiectum tertium, puta hominem et ipsam artem citharisticam (propter quod
falsitas manifeste cernitur, quando dicitur: est bonus et citharoedus; ergo
bonus citharoedus ), musica vero et albedo subiectum tertium natæ sunt
denominare tantum, et non se invicem (propter quod latentior est casus cum
proceditur: est albus et est musicus; ergo est musicus albus), licet, inquam,
in hoc sint dissimiles, et propter istam dissimilitudinem processus Aristotelis
minus sufficiens videatur; attamen similes sunt in hoc quod, si servetur
identitas omnimoda prædicatorum quam servari oportet, si illamet divisa debent
inferri coniunctim, sicut musica non denominat albedinem, neque contra, ita nec
bonitas, de qua fit sermo, cum dicitur, bomo est bonus, denominat artem
citharisticam, neque e converso. Cum enim bonum sit æquivocumn EQUIVOCO GRICE,
licet a consilio, alia ratione dicitur de perfectione citharoedi, et alia de
perfectione hominis. Quando namque dicimus, Socrates est bonus, intelligimus
bonitatem moralem, quæ est hominis bonitas simpliciter (analogum siquidem
simpliciter positum sumitur pro potiori); cum autem infertur, citharoedus
bonus, non boni101 9. Nec obstat quod album faciat unum per accideüs cum
homine: non enim dictum est quod unitas per accidens aliquorum impedit ex
diversis inferre coniunctum, sed quod unitas per acccidens aliquorum ratione
tertii tantum est illa quæ impedit. Talia enim quæ non sunt unum per accidens
nisi ratione tertii, inter se nullam hatatem moris sed artis prædicas: unde
terminorum identitas non salvatur. Sufficienter igitur et subtiliter
Aristoteles eamdem de utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi
ratio etc. 8. Nec prætereundum est quod, cum tres consequentias adduxit
quæstionem proponendo, scilicet; est animal et bipes; ergo est animal bipes:
et, est homo et albus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo
est bonus citharoedus; et duas primas posuerat esse bonas, tertiam vero non ;
huius diversitatis causam inquirere volens, cur solvendo quæstionem nullo modo
meminerit secundæ consequentiæ, sed tantum primæ et tertiæ. Indiscussum namque
reliquit an illa consequentia sit bona -an ve, SUB -w mala. - Et ad hoc videtur
mihi dicendum quod ex his paucis verbis etiam illius consequentiæ naturam
insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax apparet cum dixit quod, non
sunt unum album et musicum etc., ut scilicet non tantum indicet quod expositum
est, sed etiam eius causam, ex qua natura secundæ consequentiæ elucescit. Causa
namque quare album et musicum non inferunt coniunctam, prædicationem est, quia
in prædicatione coniuncta oportet alteram partem alteri supponi, ut potentiam
actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo. modo unum, et altera a reliqua denominetur
(hoc enim vis coniunctæ prædicationis requirit, ut supra diximus de partibus
definitionis); album autem et musicum secundum se non faciunt unum per se, ut
patet, neque unum per accidens. Licet enim ipsa ut adunantur in subiecto uno
sint unum subiecto per accidens, tamen ipsamet quæ adunantur in uno, tertio
subiecto, non faciunt inter se unum per accidens: tum quia neutrum informat
alterum (quod requiritur ad unitatem per accidens aliquorum inter se, licet non
in tertio); tum quia non considerata subiecti unitate, quæ est extra eorum
rationes, nulla remanet inter ea unitatis causa. Dicens ergo quod album et
musicum non sunt unum, scilicet inter se, aliquo modo, causam expressit quare
coniunctim non infertur ex eis prædicatum. Et quia oppositorum eadem est
disciplina, insinuavit per illamet verba bonitatem illius consequentiæ. Ex eo
enim quod homo et albus se habent sicut potentia et actus, (et ita albedo
informet, denominet atque unum faciat cum homine ratione sui), sequitur quod ex
divisis potest inferri coniuncta prædicatio; ut dicatur: est bomo et albus;
ergo δὲ bomo albus. Sicut per oppositum dicebatur quod ideo
musicum et album non inferunt coniunctum prædicatum quia neutrum alterum
informabat. bent unitatem; et propterea non potest inferri coniunctum, ut
dictum est, quod unitatem importat. Illa
vero quæ sunt unum per accidens ratione sui, seu inter se, ut, bomo albus, cum
coniuncta accipiuntur, unitate necessaria non carent, quia inter se unitatem
habent. Notanter autem apposui ly tantum : quoniam si aliqua duo sunt unum per
accidens, ratione tertii subiecti scilicet, sed non tantum ex hoc habent
unitatem, sed etiam ratione sui,ex hoc quod alterum reliquum informat, ex istis
divisis non prohibetur inferri coniunctum. Verbi gratia, optime dicitur:
est quantum et est coloratum; ergo est quantum coloratum: quia color informat
quantitatem. IO. Potes autem credere quod secunda illa consequentia, quam non
explicite confirmavit Aristoteles respondendo, sit bona et ex eo quod ipse
proponendo quæstionem asseruit bonam, et ex eo quod nulla istantia reperitur.
Insinuavit autem et Aristoteles quod sola talis unitas impedit illationem
coniunctam, quando dixit quæcunque secundum. accidens dicuntur vel de eodem vel
alterutrum. de altero. Cum enim dixit, secundum. accidens de eodem, unitatem
eorum ex sola adunatione in tertio posuit (sola enim hæc per accidens
prædicantur de eodem, ut dictum est); cum autem addidit, vel alterutrum de
altero, mutuam accidentalitatem ponens, ex nulla parte inter se unitatem
reliquit. Utraque ergo per accidens adducta prædicata, in tertio scilicet vel
alterutrum, quæ impediant illationem coniunctam, nonnisi in tertio unitatem
habent. Deinde cum dicit: Amplius nec etc., satisfacit instantiis in probatione
adductis, et in illis in quibus explicita committebatur nugatio, et in illis in
quibus implicita; et ait quod non solum inferre ex divisis coniunctum non licet
quando prædicata illa sunt per accidens, sed mec etiam quæcunque insunt im
alio: idest, sed nec hoc licet quando prædicata includunt se, ita quod unum
includatur in significato formali alterius intrinsece, sive explicite, ut album
in albo, sive implicite, ut animal et bipes in homine. Quare neque album
frequenter dictum divisim infert coniunctum, neque bomo divisim ab animali vel
bipede enunciatum, animal bipes, coniunctum cum homine infert; ut dicatur, ergo
Socrates est bomo bipes, vel animal bomo. Insunt enim in hominis ratione,
animal et bipes actu et intellectu, licet implicite. Stat ergo solutio
quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in tertio tantum et
nugatio, impediunt ex divisis inferri coniunctum ; et consequenter, ubi neutrum
horum inven'tur, licebit inferre coniunctum. divisis ex quando divisæ sunt simul
veræ de eodem etc. Et hoc intellige vel bipes. Ed. c: animal (Can. CargTAN:
lect. v) AN EX ENUNCIATIONE HABENTE PLURA PRÆDICATA CONIUNCTIM INFERRE LICEAT
ENUNCIATIONEM QUÆ EADEM PRÆDICATA DIVISIM CONTINET ᾿Αληθὲς δέ ἐστιν εἰπεῖν χατὰ τοῦ τινὸς χαὶ ἁπλῶς, οἷον τὸν τινὰ ἄνθρωπον ἄνθρωπον, 5 τὸν τινὰ λευχὸν ἀνθρωπον ἄνθρωπον. λευκόν: οὐχ ἀεὶ δέ. ᾽Αλλ᾽ ὅταν μὲν ἐν τῷ προσχειμένῳ τῶν ἀντιχειμένων τι ἐνυπάρχῃ; ᾧ ἕπε ται ἀντίφασις, οὐχ ἀληθές, ἀλλὰ y: 930oc, οἷον τὸν τεθνεῶτα ἄνθρωπον ἄνθρωπον εἰπεῖν" ὅταν δὲ Un ἐνυπάρχῃ; ἀληθές. "H ὅταν μὲν ἐνυπάρχῃ, ἀεὶ οὐκ ἀληθές: ὅταν δὲ μὴ ἐνυπάρχῃ, οὐκ ἀεὶ ἀληθές, ὥσπερ, Ὅμηρός ἐ ἐστί τι, οἷον ποιητής" ἄρ᾽ οὖν καὶ ἔστιν, ἢ 00; χατὰ cup ps βηχὸς γὰρ “κατηγορεῖται τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστι" ὅτι 12e ποιητής ἐστιν, ἀλλ᾽ οὐ καθ᾽ αὐτὸ κατηγορε εἴται χατὰ τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστιν. Ὥστε ἐν ὅσαις κατηγορίαις μήτε ἐναντιότης ἔνε στιν, Hu λόγοι ἀντ᾽ ὀνομάτων λέγονται; καὶ xa ἑαυτὸ χατηγορῆται; χαὶ μὴ κατὰ “συμβεβηκός, ἐπὶ τούτων τὸ τὶ χαὶ ἁπλῶς ἀληθὲς ἔσται εἰπεῖν. " Τὸ δὲ μὴ ὄν, ὅτι δοξαστόν, οὐχ ἀληθὲς εἰπεῖν ὄν τι’ δόξα γὰρ αὐτοῦ οὐχ ἔστιν, ὅτι ἔστιν, ἀλλ᾽ ὅτι οὐκ i» ὩΣ secundam dubitationem. Et circa hoc tria fa Num.seq.
Num. . Num. Ξ ys do solvit eam; ibi: Sed quando in adiecto etc.,
tertio, ex hoc excludit quemdam errorem; ibi: Quod autem non est* etc. Est ergo
quæstio: an ex enunciatione habente prædicatum coniunctum, liceat inferre
enunciationes dividentes illud coniunctum; et est quæstio: contraria superiori.
Ibi enim quæsitum est an ex divisis inferatur coniunctum; hic autem quæritur an
ex coniuncto sequantur divisa. Unde movendo quæstionem dicit: erum aulem.
aliquando est dicere de aliquo et. simpliciter, idest divisim, quod scilicet
prius dicebatur coniunctim, ΜῈ quemdam hominemalbum esse
bominem, aut quoddam album hominem. album esse, idest ut ex ista, Socrates est.
bomo albus, sequitur divisim, ergo Socrates est bomo, ergo Socrates est albus.
Non autem. semper, idest aliquando autem ex coniuncto non inferri potest
divisim; non enim sequitur, Socrates est bonus citbaroedus, ergo est bonus.
Unde hæc est differentia, quod quandoque licet et quandoque non. Et adverte
quod notanter adduxit exemplum de homine albo, inferendo utramque partem
divisim, ut insinuaret quod intentio quæstionis est investigare quando ex
coniuncto potest utraque pars divisim inferri, et non quando altera tantum. Deinde
cum dicit: Sed quando in adiecto etc., solvit quæstionem. Et duo facit: primo,
respondet parti negativæ quæstionis, quando scilicet non licet; secundo, ibi:
Quare in quantiscumque etc., respondet parti affirmativæ, quando scilicet
licet. Circa primum considerandum quod quia dupliciter contingit fieri
prædicatum coniunctum, uno modo ex oppositis, alio modo ex non oppositis, ideo
duo facit: primo, ostendit quod numquam ex prædicato coniuncto ex oppositis
possunt inferri eius partes divisim; secundo, quod nec hoc licet universaliter
in prædicato coniuncto ex non oppositis, ibi: Pel etiam quando etc. Ait ergo
quod quando in termino adiecto inest aliquid de numero oppositorum, ad quæ
sequitur contradictio inter Verum autem est dicere de aliquo et simpliciter; ut
aliquem ' Sea. c. xr. hominem hominem, aut aliquem album hominem, hohominem
album: non autem semper. Sed quando in adiecto aliquid quidem oppositorum
insit, quod consequitur contradictio, non verum sed falsum est; ut, hominem
mortuum, hominem dicere: quando autem non insit, verum est. Aut quando insit
quidem, semper non verum est: quando vero non insit, non semper verum est; ut,
Homerus est aliquid, ut poeta: utrum igitur est, an ergo etiam est; non?
Secundum accidens enim prædicatur, est, de Homero; (quoniam est enim poeta),
sed non secundum se prædicatur de Homero ipsum est. Quare in quantiscunque
prædicationibus neque contrarietas, [aliqua aut nulla oppositio] inest, si
definitiones pro nominibus dicantur, et secundum se prædicantur et non secundum
accidens, in his aliquid et simpliciter verum erit dicere. Quod autem non est,
quoniam opinabile est, non est verum dicere esse aliquid: opinio enim eius non
est, quoniam est, sed quoniam non est. ipsos terminos, »on verum. est, scilicet
inferre divisim, sed falsum. Verbi gratia cum dicitur, Cæsar est bomo mortuus,
non sequitur, ergo est bomo: quia ly mortuus, adiacens homini, oppositionem
habet ad hominem, quam. sequitur contradictio inter hominem et mortuum: si enim
est homo, non est mortuus, quia .non est corpus inanimatum; et si est mortuus,
non est homo, quia mortuum est corpus inanimatum. Quando autem mon inest,
scilicet talis. oppositio, verum est, scilicet inferre divisim. Ratio autem quare, quando est oppositio in adiecto,
non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti oppositione
corrumpitur in ipsa enunciatione coniuncta. Corruptum autem seipsum absque
corruptione non infert, quod illatio divisa sonaret. 3. Dubitatur hic primo
circa id quod supponitur, quomodo possit vere dici, Cæsar est bomo mortuus, cum
enunciatio non possit esse vera, in qua duo contradictoria simul de aliquo
prædicantur. Hoc enim est primum principium. Zomo autem et mortuus, ut in
littera dicitur, contradictoriam oppositionem includunt, quia in homine includitur
vita, in mortuo non vita. - Dubitatur secundo circa ipsam consequentiam, quam
reprobat Aristoteles: videtur enim . optima. Cum enim ex enunciatione
prædicante duo contradictoria possit utrumque inferri (quia æquivalet
copulativæ), aut neutrum, (quia destruit seipsam), et enunciatio supradicta
terminos oppositos contradictorie prædicet, videtur sequi utraque pars, quia
falsum est neutram sequi. 4. Ad hoc simul dicitur quod aliud est loqui de duobus
terminis secundum se, et aliud de eis ut unum stat sub determinatione alterius.
Primo namque modo, bomo et moriuus, contradictionem inter se habent, et
impossibile est quod simul in eodem inveniantur. Secundo autem modo, bomo et
mortuus, non opponuntur, quia homo transmutatus iam per determinationem
corruptivam importatam in ly mortuus, non stat pro suo significato secundum se,
sed secundum exigentiam termini additi, a CAP. , quo suum significatum
distractum est. Ad utrunque autem insinuandum Aristoteles duo dixit, et quod
habent oppositionem quam sequitur contradictio, attendens significata eorum
secundum se, et quod etiam ex eis formatur una vera enunciatio cum dicitur,
Socrates est bomo moriuus, attendens coniunctionem eorum alterius corruptivam.
Unde patet quid dicendum sit ad dubitationes. Ad utramque siquidem dicitur,
quod non enunciantur duo contradictoria simul de eodem, sed terminus ut stat
sub distractione, seu transmutatione alterius,cui secundum se Ed. c:
distinclione. esset contradictorius. 5. Dubitatur quoque circa id quod ait:
/mest aliquid oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur
addi illa particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita
consequitur contradictio, ut patet discurrendo in singulis; pater enim est non
filius, et album non nigrum, et videns non cæcum etc. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt
dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata; alio
modo denominative, seu subiective. Verbi gratia, pater et filius possunt accipi
pro paternitate et filiatione, et possunt accipi pro eo qui denominatur pater
vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat oppositione aliqua, ut dicitur in
X Metapbysicæ, supponatur omnino distincta esse opposita. Dicendum ergo est
quod, licet ad omnia opposita seu distincta contradictio sequatur inter se
formaliter sumpta, non tamen ad omnia opposita sequitur contradictio inter ipsa
denominative sumpta. Quamvis enim pater et filius mutuam sui negationem
inferant inter se formaliter, quia paternitas est non filiatio, et filiatio est
non paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem non
necessario inferunt. Non enim sequitur, Socrates est pater; ergo mon est filius; nec e converso.
Ut persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque opposita colligata
impediunt divisam illationem (quia non illa quæ habent contradictionem annexam
formaliter tantum, sed illa quæ,habent contradictionem et formaliter et
secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur contradictio, in tertio
scilicet denominato. Et usus est satis congrue vocabulo, scilicet, consequitur
: contradictio enim ista in tertio est quodammodo extra ipsa opposita. 6.
Deinde cum dicit: Vel etiam quando est etc., declarat quod ex non oppositis in
tertio coniunctis secundum unum prædicatum, non universaliter possunt inferri
partes divisim. Et primo, hoc proponit quasi emendans quod immediate dixerat,
subiungens: Vel etiam quando est, scilicet oppositio inter terminos coniunctos,
falsum est semper, scilicet inferre divisim ; quasi diceret : dixi quod quando
inest oppositio, non verum sed falsum est inferre divisim; quando autem non
inest talis oppositio, verum est inferre divisim. Vel etiam ut melius dicatur,
quod quando est oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis
oppositio, non semper verum est. Et sic modificavit supradicta addendo ly
semper, et, nom semper. Et subdens exemplum quod non semper ex non oppositis
sequatur divisio, ait: Ut, Homerus est aliquid ut poeta; ergo eliam. est? Non.
Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato, altera pars, ergo Homerus
est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ partes colligatæ, est et
poeta, non. habent oppositionem, ad quam sequitur contradictio. Igitur non
semper ex non oppositis coniunctis illatio divisa tenet etc. Deinde cum dicit:
Secundum. accidens etc., probat hoc, quod modo dictum est, ex eo quod altera
pars istius compositi, scilicet, est, in antecedente coniuncto prædicatur de
Homero secundum accidens, idest ratione alterius, quoniam, scilicet poeta,
prædicatur de Homero, et non prædicatur secundum se ly est de Homero; quod
tamen infertur, cum concluditur: ergo Homerus est. - Considerandum est hic quod
ad solvendam illam conclusionem negativam, scilicet, - non semper ex non
oppositis coniunctis infertur divisim, - sufficit unam instantiam suæ oppositæ
universali affirmativæ afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo illud genus
enunciationum, in quo altera pars coniuncti est aliquid pertinens ad actum
animæ. Loquimur enim modo de Homero vivente in poematibus suis in mentibus
hominum. In his siquidem enunciationibus partes coniunctæ non sunt oppositæ in
tertio, et tamen non licet inferre utramque partem divisim. Committitur enim
fallacia secundum quid ad simpliciter. Non enim valet, Cæsar est laudatus,
ergo. est: et simile est de esse in effectu dependente in conservari. Quomodo autem intelligenda sit ratio ad hoc adducta
ab Aristotele in sequenti particula dicetur. Deinde cum dicit: Quare in
quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis, quando scilicet ex
coniunctis licet inferre divisim. Et ponit duas conditiones oppositas
supradictis debere convenire in unum, ad hoc ut possit fieri talis
consequentia; scilicet, quod nulla inter partes coniuncti oppositio sit, et
quod secundum se prædicentur. Unde dicit inferendo ex dictis: Quare in
quantiscunque prædicamentis, idest prædicatis ordine quodam adunatis, meque
contrarietas aliqua, in cuius ratione ponitur contradictio in tertio (contraria
enim sunt quæ mutuo se ab eodem expellunt), aut universaliter nulla oppositio
inest, ex qua scilicet sequatur contradictio in tertio, si. definitiones pro.
nominibus sumantur. Dixit hoc, quia licet in quibusdam non appareat oppositio,
solis nominibus positis, sicut, bomo mortuus, et in quibusdam appareat, ut,
vivum mortuum; hoc tamen non obstante, si, positis nominum definitionibus loco
nominum, oppositio appareat, inter opposita collocamus. Sicut, verbi gra.tia,
bomo mortuus, licet oppositionem non præseferat, tamen si loco hominis et
mortui eorum definitionibus utamur, videbitur contradictio. Dicemus enim corpus
animatum rationale, corpus inanimatum irrationale. In quantiscunque, inquam,
coniunctis nulla est oppositio, ef secundum se, et non secundum | accidens.
prædicantur, in. bis verum. erit. dicere et. simpliciter, idest divisim quod
fuerat coniunctim enunciatum. 9. Ad evidentiam secundæ conditionis hic positæ,
nota quod ly secumdum se potest dupliciter accipi: uno modo positive, et sic
dicit perseitatem primi, secundi, universaliter, quarti modi; alio modo
negative, et sic idem sonat quod non per aliud. - Rursus considerandum est quod
cum Aristoteles dixit de prædicato coniuncto quod, secundum se prædicetur, ly
secundum. se potest ad tria referri, scilicet, ad partes coniuncti inter se, ad
totum coniunctum respectu subiecti, et ad partes coniuncti respectu subiecti.
Si ergo accipiatur ly secumdum se positive, licet non falsus, extraneus tamen a
mente Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque illorum trium referatur. Licet enim valeat, est bomo
risibilis, ergo. est bomo et est risibilis, et, est animal rationale, ergo est
animal et est rationale; tamen his oppositæ inferunt similes consequentias.
Dicimus enim, est albus musicus, ergo est musicus et est. albus: ubi nulla est
perseitas, sed est coniunctio per accidens, tam inter partes inter se, quam
inter totum et subiectum, quam etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur
quod non accipit Aristoteles ly secundum se positive, ex eo quod vana fuisset
talis additio, quæ ab oppositis non facit in hoc differentiam. Ad quid enim
addidit, secundum se, et non, secundum accidens, si tam illæ quæ sunt secundum
se, modo exposito, quam illæ quæ sunt secundum accidens ex coniuncto, inferunt
di104 visum? - Si vero accipiatur secundum se, negative, idest, non per aliud,
et referatur ad partes coniuncti inter se, falsa invenitur regula. Nam non
licet dicere, est bonus cilbaroedus ; ergo est. bonus et citlbaroedus ; et
tamen ars citharizandi et bonitas eius sine medio coniunguntur. Et similiter
contingit, si referatur ad totum coniunctum respectu subiecti, ut in eodem
exemplo apparet. Totum enim hoc, citbaroedus bonus, non propter aliud convenit
homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut ad
partem coniuncti respectu subiecti referatur, et sit sensus: quando aliqua
coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur, idest,
quod utraque pars prædicatur de subiecto non propter alteram, sed propter
seipsam et subiectum, tunc ex conAverroes. Boethius. Ed. c: idest, negative. Ed. c: opinionem.
iuncto infertur divisa prædicatio. το. Et hoc modo exponunt Averroes et Boethius; et vera
invenitur regula, ut inductive facile manifestari potest, et ratio ipsa suadet.
Si enim partes alicuius coniuncti prædicati ita inhærent subiecto quod neutra
propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod veritatem impediat
divisarum. Est et verbis Aristotelis consonus sensus iste. Quoniam et per hoc
distinguit inter enunciationes ex quibus coniunctum infert divisam
prædicationem, et eas quibus hæc non inest consequentia. Istæ siquidem ultra
habentes oppositiones in adiecto, sunt habentes prædicatum coniunctum, cuius
una partium alterius est ita determinatio, quod nonnisi per illam subiectum
respicit, sicut apparet in exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est poeta.
Est siquidem ibi non respicit Homerum ratione ipsius Homeri, sed præcise
ratione poesis relictæ; et ideo non licet inferre, ergo Homerus est. Et simile
est in negativis. Si quis enim dicat, Socrates non est paries, non licet
inferre, ergo Socrates mon est, eadem ratione, quia esse non est negatum de
Socrate, sed de pariete in Socrate. 11. Et per hoc patet qualiter sit
intelligenda ratio in textu superiore adducta. Accipitur enim ibi, secundum se
negative *, modo hic exposito, et secundum accidens, idest propter aliud. In
eadem ergo significatione est usus ly secundum. accidens, solvendo hanc et
præcedentem quæstionem: utrobique enim intellexit secundum accidens, idest,
propter aliud, coniuncta, sed ad diversa retulit. Ibi namque ly secundum.
accidens determinabat coniunctionem duorum prædicatorum inter se; hic vero
determinat partem coniuncti prædicati in ordine ad subiectum. Unde ibi, album
et musicum, inter ea quæ secundum accidens sunt, numerabantur; hic autem non.
12. Sed occurrit circa hanc expositionem dubitatio non parva. Si enim ideo non
licet ex coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti non respicit
subiectum propter se, sed propter alteram partem (ut dixit Aristoteles de ista
enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod numquam a tertio adiacente ad
secundum erit bona consequentia: quia in omni enunciatione de tertio adiacente,
est respicit subiectum propter prædicatum et non propter se etc. 13. Ad huius
difficultatis evidentiam, nota primo hanc distinctionem. Aliud est tractare
regulam, quando ex tertio adiacente infertur secundum et quando non, et aliud
quando ex coniuncto fit illatio divisa et quando non. Illa siquidem est extra
propositum, istam autem venamur. Illa compatitur varietatem terminorum, ista
non. Si namque unus terminorum, qui est altera pars coniuncti, secundum
significationem seu suppositionem varietur in separatione, non infertur ex
coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. - Nota secundo hanc
propositionem: Cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur
identitas terminorum. Liquet ista quoad illum terminum, es/. Dictum siquidem
fuit supra a sancto Thoma *, quod aliud importat est secundum adiacens, et
aliud est tertium adiacens. Illud namque importat actum essendi simpliciter,
hoc autem habitudinem inhærentiæ vel identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo
varietas unius termini cum ex tertio adiacente infertur secundum, et
consequenter non fit illatio divisi ex coniuncto. Unde prælucet responsio ad
obiectionem, quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum,
numquam tamen ex tertio adiacente licet inferri secundum tamquam ex coniuncto
divisum, quia inferri non potest divisim, cuius altera pars ipsa divisione
perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad probationem dicatur quod,
optime concludit quod talis illatio est illicita infra limites illationum, quæ
ex coniuncto divisionem inducunt, de quibus hic Aristoteles loquitur. I4. Sed contra hoc instatur. Quia etiam tanquam ex
per coniuncto divisa fit illatio, Socrates est albus, ergo est, locum a parte
in modo ad suum totum, ubi non fit varietas terminorum. Et ad hoc dicitur quod
licet homo albus sit pars in modo hominis (quia nihil minuit de hominis ratione
albedo, sed ponit hominem simpliciter), tamen est album non est pars in modo
ipsius est, eo quod pars in modo est universale cum conditione non minuente,
ponente illud simpliciter. Clarum est autem quod album minuit rationem ipsius esf,
et non ponit ipsum simpliciter: contrahit enim ad esse secundum quid. Unde apud
philosophos, cum fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum
quid. 15. Sed instatur adhuc quia secundum hoc, dicendo, est animal, ergo est,
fit illatio divisa per eumdem locum. Animal enim non minuit rationem ipsius
est. - Ad hoc est dicendum quod ly est, si dicat veritatem propositionis,
manifeste peccatur a secundum quid ad simpliciter. Si autem dicat actum
essendi, illatio est bona, sed non est de tertio, sed de secundo adiacente. 16.
Potest ulterius dubitari circa principale: quia sequitur, est quantum
coloratum, ergo est quantum, et, est. coloratum ; et tamen coloratum respicit
subiectum mediante quantitate: ergo non videtur recta expositio supra adducta.
- Ad hoc et similia dicendum est quod coloratum non ita inest subiecto per
quantitatem quod sit eius determinatio et ratione talis determinationis subiectum
denominet, sicut bonitas artem citharisticam determinat ; cum di-citur, est
citbaroedus bonus; sed potius subiectum ipsum primo coloratum denominatur,
quantum vero secundario coloratum. dicitur, licet color media quantitate
suscipiatur. Unde notanter supra diximus, quod tunc altera pars coniuncti
prædicatur per accidens, quando præcise denominat subiectum, quia denominat
alteram partem. Quod nec in hac, nec in similibus instantiis invenitur 17.
Deinde cum dicit: Quod autem non est etc., excludit quorumdam errorem qui, quod
"on est, esse tali syllogismo concludere satagebant: Quod est, opinabile
est. Quod non est, est opinabile. Ergo quod non est, est. - Hunc siquidem
processum elidit Aristeteles destruendo primam propositionem, quæ partem coniuncti
in subiecto divisim prædicat, ac si diceret: est opinabile, ergo est. Unde
assumendo subiectum conclusionis illorum ait: Quod autem non est; et addit
medium eorum, quoniam opinabile est; et subdit maiorem extremitatem, »om est
verum dicere, esse aliquid. Et causam assignat, quia talis opinatio non
propterea est, quia illud sit, sed potius quia non est. pere et im. Lib. II,
lect. 1 (Canp. CareTANt lect. v1) DE PROPOSITIONIBUS MODALIBUS EARUMQUE INTER
SE OPPOSITIONE Τούτων δὲ διωρισμένων, σχεπτέον ὅπως ἔχουσιν αἱ ἀποφάσεις χαὶ χαταφάσεις πρὸς ἀλλήλας, αἱ τοῦ δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ δυνατόν, χαὶ ἐνδεχόμενον καὶ μὴ ἐνδεχόμενον, καὶ περὶ τοῦ ἀδυνάτου τε καὶ ἀναγκα(ou* ἔχει γὰρ ἀπορίας τινάς. Εἰ γὰρ τῶν συμπλεκομένων αὗται ἀλλήλαις ἀντίχεινται ἀντιφάσεις, ὅσαι χατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τάτ* 105 : His vero determinatis,
considerandum est quemadmodum se se habent negationes et affirmationes ad se
invicem; quæ sunt de possibili esse et non possibili, et de contingenti, et de
impossibili, et necessario; habent enim aliquas dubitationes. Nam si eorum, quæ
corpplectuntur, illæ sunt sibi invicem oppositæ contradictiones, quæcunque
secundum esse τονται, οἷον τοῦ εἶναι ἄνθρωπον ἀπόφασις τὸ μὴ εἶναι ἄνθρωπον, οὐ τὸ εἶναι μιὴ ἄνθρωπον, καὶ τοῦ εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, τὸ, p εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, ἀλλ᾽ οὐ τὸ εἶναι μὴ λευχὸν ἄνθρωπον" εἰ γὰρ χατὰ παντὸς ἡ κατάφασις ἢ ἡ ἀπόφασις, τὸ ξύλον ἔσται ἀληθὲς εἰπεῖν εἶναι μιὴ λευκὸν ἄνθρωπον εἰ δὲ τοῦτο οὕτως, καὶ ὅσοις τὸ εἶναι μὴ προστίθεται, τὸ αὐτὸ ποιήσει τὸ ἀντὶ τοῦ εἶναι λεγόμενον, οἷον τοῦ, ἄνθρωπος βαδίζει, οὐ τὸ οὐχ ἄνθρωπος βαδίζει, ἀπόφάσις ἔσται, ἀλλὰ «0, οὐ βαδίζει ἄνθρωπος- οὐδὲν dg διαφέρει εἰπεῖν, ἄνθρωπον βαδίζειν, ἢ ἄνθρωπον ζαλζοντα εἶναι. Ὥστε, εἰ οὕτως πανταχοῦ, καὶ τοῦ υνατὸν εἶναι ἀπόφασις ἔσται τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλ᾽ οὐ τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Δοχεῖ δὲ τὸ αὐτὸ δύνασθαι χαὶ εἶναι καὶ μὴ εἶναι: πᾶν do τὸ δυνατὸν τέμνεσθαι ἢ βαδίζειν, καὶ μὴ βαίζειν xa μὴ τέμνεσϑαι δυνατόν: λόγος δέ, ὅτι ἅπαν τὸ οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀεὶ ἐνεργεῖ, ὥστε ὑπάρξει αὐτῷ 'χαὶ ἡ ἀπόφασις: δύναται γὰρ καὶ μὴ βαδίζειν τὸ βαδιστικόν, καὶ μὴ ὁρᾶσθαι τὸ ὁρατόν. ᾿Αλλὰ μιὴν ἀδύνατον χατὸὺ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύεσθαι τας ἄντιχειμένας φάσεις. Οὐχ ἄρα τοῦ δυνατὸν εἶναι ἀπόασίς ἐστι τὸ, δυνατὸν μὴ εἶναι. Συμβαίνει γὰρ ἐκ τούτων ἢ τὸ αὐτὸ φάναι xal ἀποφάναι ἅμα κατὰ τοῦ αὐτοῦ, ἢ μὴ κατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τὰ προστιθέμενα γίνεσθαι φάσεις καὶ ἀποφάσεις. Εἰ οὖν ἐχεῖνο ἀδύνατον, τοῦτ᾽ ἂν εἴη αἱρετόν. gj ostquam determinatum est de
enunciationiSybus, quarum partibus aliud additur tam remaMZ'nente quam variata
unitate, hic intendit declarare quid accidat enunciationi, ex eo quod. aliquid
additur, non suis partibus, sed compositioni eius. Et circa hoc duo facit: primo, determinat de E"
Eest. x. . Num. 7. Ed. c: et sibili. oppositione earum ; secundo, de
consequentiis; ibi: Consequentiæ vero etc. Circa primum duo facit: primo,
proponit quod intendit; secundo, exequitur; ibi: Nam si eorum etc. Proponit ergo
quod iam perspiciendum est, quomodo se posi habeant affirmationes et negationes
enunciationum de possibili et non possibili etc. Et causam subdit: Habent enim
multas dubitationes speciales. - Sed antequam ulterius procedatur, quoniam de
enunciationibus, quæ modales vocantur, sermo inchoatur, prælibandum est esse
quasdam modales enunciationes, et qui et quot sunt modi reddentes:
propositiones modales; et quid earum sit subiectum et quid prædicatum ; et quid
sit ipsa enunciatio modalis ; quisque sit ordo earum ad præcedentes; et quæ
necessitas sit specialem faciendi tractatum de his. Quia ergo possumus
dupliciter de rebus loqui; uno modo, componendo rem unam cum alia, alio modo,
compositionem factam declarando qualis sit, insurgunt duo enunciationum genera;
quædam scilicet enunciantes Opp. D. Tgowaz T. I. » et non esse disponuntur, ut
eius quæ est, esse hominem, negatio est, non esse hominem, non autem ea quæ
est, esse non hominem: et eius, quæ est, esse album hominem, ea quæ est, non
esse album hominem, sed non ea quæ est, esse non album hominem (5i énim de omni
aut affirmatio aut negatio est, lignum erit verum dicere esse non album
hominem): quod si hoc modo et in quibuscunque esse non additur, idem faciet
quod pro esse dicitur; ut eius, quæ est, homo ambulat, non hæc, ambulat non
homo, negatio erit, sed hæc, non ambulat homo. Nihil enim differt dicere
hominem ambulare, vel hominem ambulantem esse. Qua're si hoc modo ubique, et
eius, quæ est, possibile esse, negatio erit possibile non esse, sed non ea quæ
est, non possibile esse. Videtur autem idem posse et esse et non esse. Omne enim
quod est possibile dividi, vel ambulare, et non ambulare, et non dividi
possibile est. Ratio autem est, quoniam omne quod sic possibile est, non semper
in actu est; quare inerit ipsi etiam negatio: potest enim et non ambulare quod
est ambulativum, et non videri quod est visibile. At vero impossibile est de
eodem oppositas veras esse affirmationes et negationes. Non igitur eius quæ
est, possibile esse, negatio est hæc, possibile non esse. Contingit autem ex
his, aut idem affirmare et negare simul de eodem, aut non secundum esse vel non
esse, quæ opponuntur, fieri affirmationes et negationes. Si ergo illud
impossibile est, hoc erit magis eligendum. aliquid inesse vel non inesse alteri,
et hæ vocantur de inesse, de quibus superius habitus est sermo; quædam vero
enunciantes modum compositionis prædicati cum subiecto, et hæ vocantur modales,
a principaliori parte sua, modo scilicet. Cum enim dicitur, Socratem currere
est possibile, non enunciatur cursus de Socrate, sed qualis sit compositio
cursus cum Socrate ἢ, scilicet possibilis. Signanter
autem dixi modum compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex
est. Quidam enim determinat verbum, vel ratione significati ipsius verbi, ut
Socrates currit velociter, vel ratione temporis consignificati, ut Socrates
currit hodie; quidam autem determinat compositionem ipsam prædicati cum
subiecto; sicut cum dicitur, Socratem. currere est possibile. In illis namque
determinatur qualis cursus insit Socrati, vel quando; in hac autem, qualis sit
coniunctio cursus cum Socrate. Modi ergo non illi qui rem verbi, sed qui
compositionem determinant, modales enunciationes reddunt, eo quod compositio
veluti forma totius totam enunciationem continet. 3. Sunt autem huiusmodi modi
quatuor proprie loquendo, scilicet possibile et impossibile, necessarium et
contingens.-Verum namque et falsum, licet supra compositionem cadant cum
dicitur, Socratem currere est uerum, vel hominem. esse quadrupedem est. falsum,
attamen modificare Cap. Ed. c: de Socrate. Ed. c et . promitur. facit: primo, movendo quæstionem
arguit ad partes; seproprie non videntur compositionem ipsam. Quia modificari
proprie dicitur al'quid, quanlo redditur aliuale, non quando fit secundum suam
substantiam. Compositio autem quando dicitur vera, non aliqualis propon'tur *,
sed quod est: nihil enim aliud est dicere, Socratzm currere. est erum, quam
quod compos:tio cursus cum Socrate est. Et similiter quando est falsa, nihil aliud dicitur, quam
quod non est: nam nihil aliud est dicere, Socratzm currere est falsum, quam
quod compositio cursus cum Socrate non est. Quando vero compositio dicitur
possibilis aut contingens, iam non ipsam esse, sed ipsam al'qualem esse
dicimus: cum s'quidem dicitur, Socratzm currere est possibile, non
substantificamus compositionem cursus cum Socrate, sed qual'ficamus, asserentes
illam esse possibilem. Unde Aristoteles hic modos proponens, veri et falsi
nullo modo meminit, licet infra verum et non verum inferat, propter causam ibi
assignandam. 4. Et quia enunciatio modalis duas in se continet compositiones,
alteram inter partes dicti, alteram inter dictum et modum, intelligendum est
eam compositionem modificari, idest, quæ est inter partes dicti, non eam quæ
est inter modum et dictum. Quod sic perpendi potest. Huius enunciat'on's
modalis, Socratzm esse album est. possibile, duæ sunt partes ; altera est,
Socratzm esse album, altera est, possibile. Prima dictum vocatur, eo.quod est
id quod dicitur per eius indicativam, scilicet, Socrates est a!bus: qui enim
profert hanc, Socratzs est albus, nihil aliud dicit nisi Socratem esse album:
secunda vocatur modus, eo quod modi adiectio est. Prima compositionem quandam
in se continet ex Socrate et albo; secunda pars primæ opposita, compos'tionem
aliquam sonat ex dicti compos:tione et modo. Prima rursus pars, licet omnia
habeat propria, subiectum scilicet, et prædicatum, copulam et compositionem,
tota tamen subiectum est modalis enunciationis; secunda autem est prædicatum.
Dicti ergo compositio subiicitur et modificatur in enunciatione modali. Qui
enim dicit, Socratem esse album est possibile, non significat qualis est se,
coniunctio possibilitatis cum hoc dicto, Socrat»m esse album, sed insinuat
qualis sit compositio partium dicti inter scilicet albi cum Socrate, scilicet
quod est compositio possibilis. Non
dicit igitur enunciatio modalis aliquid inesse, vel non inesse, sed dicti
potius modum enunciat. Nec proprie componit secundum significatum, quia
compositionis non est compositio, sed rerum compositioni modum apponit. Unde
nihil aliud est enunciatio modalis, quam enunciatio dicti modificativa. 5. Nec propterea censenda est
enunciatio plures modalis, quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de
unica compositione enunciat, licet illius compositionis plures sint partes.
Plura enim illa ad dicti compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit
unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est supra quod enunciationis
unitatem non impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus est: alba, est enunciatio
multiplex, licet domus ex multis consurgat partibus. 6. Merito autem est, post
enunciationes de inesse, de modalibus tractandum, quia partes naturaliter sunt
toto priores, et cognitio totius ex partium cognitione dependet; et specialis
sermo de his est habendus, quia proprias habet difficultates. Notavit quoque
Aristoteles in textu multa. Horum ordinem scilicet, cum dixit: His vero
determinatis etc. modos qui et quot sunt, cum eos expressit et inseruit;
variationem eiusdem modi, per affirmationem et negationem, cum dixit: Possibile
et non possibile, contingens et non conlingens; necessitatem cum addidit:
Habent enim multas dubitationzs proprias etc. 7. Deinde cum dicit: Nam si eorum
etc., exequitur tractatum de oppositione modalium, Et circa hoc duo cundo,
determinat veritatem ; ibi: Contingit autzm etc. Est autem dubitatio: an in enunciationibus modalibus
fiat contradictio negatione apposita ad verbum dicti, quod dicit rem; an non,
sed potius negatione apposita ad modum qui qualificat. Et primo, arguit ad
partem affirmativam, quod scilicet addenda sit negatio ad verbum ; secundo, ad
partem negativam, quod non apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi: Vid»tur autzm
etc. 8. Intendit ergo primo tale argumentum; si complexorum contradictiones
attenduntur penes esse et non esse (ut patet inductive in enunciationibus
substantivis de secundo adiacente et de tertio, et in adiectivis),
contradictionesque omnium hoc modo sumendæ sunt, contradictoria huius,
possibile esse, erit, possibile mon esse, et non illa, non possibile esse. Et
consequenter apponenda est negatio verbo, ad sumendam oppositionem in
modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur, possibile esse, et, possibile
non esse, negatio cadit supra esse. Unde dicit: Nam si eorum, qua»
complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicom. sunt oppositæ
contradictionzs, quæ secundum esse vel non esse disponuntur, idest in quarum
una affirmatur esse, et in altera negatur. 9. Et subdit inductionem, inchoans.
a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ est, esse hominem, idest, bomo
est, negatio est, non esse hominem, ubi verbum negatur, idest, bomo non est; et
non est eius negatio ea quæ est, esse non hominem, idest, non bomo est: hæc
enim non est quæ negativa, sed affrmativa de subiecto infinito, simul est vera
cum illa prima, scilicet, homo est. ro. Deinde prosequitur inductionem in
substantivis de tertio adiacente: ut, eius quæ est, esse album hominem, idest,
ut, illius enunciationis, homo est albus, negatio est, non esse album hominem,
ubi verbum negatur, idest, homo non est albus; et non est negatio illius ea,
quæ est, esse;non album hominem, idest, homo est non albus. Hæc enim non est.
negativa, sed affirmativa de prædicato infinito. - Et quia istæ duæ affirmativæ
de prædicato finito et infinito non possunt de eodem verificari, propterea quia
sunt de prædicatis oppositis, posset aliquis credere quod sint contradictoriæ;
et ideo ad hunc errorem tollendum interponit rationem probantem quod hæ duæ non
sunt contradictoriæ. Est autem ratio talis. Contradictoriorum talis est natura quod de omnibus
aut dictio, idest affirmatio aut negatio verificatur. Inter contradictoria
siquidem nullum potest inveniri medium; sed hæ duæ enunciationes, scilicet, est
bomo albus, et, est bomo mon albus, sunt contradictoriæ per se; ergo sunt talis
naturæ quod de omnibus altera verificatur. Et sic, cum de ligno sit falsum
dicere, est homo albus, erit verum dicere de eo, scilicet ligno, esse non album
hom'nem, idest, lignum est homo non albus. Quod est manifeste falsum: lignum enim
neque est homo albus, neque est homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est
simul falsa de eodem, quod non sit inter eas contradictio: Sed contradictio fit
quando negatio apponitur verbo. 1r. Deinde prosequitur inductionem in
enunciationibus adiectivi verbi, dicens: Quod si boc modo, scilicet supradicto,
accipitur contradictio, et. im quantiscunque enuncialionibus esse non ponitur
explicite, idem faciet! quoad oppositionem sumendam, id quod pro esse ;dicitur
(idest verbum adiectivum, quod locum ipsius esse tenet, pro quanto, propter
eius veritatem in se inclusam, copulæ officium facit), ut eius enunciationis
quæ est, bomo ambulat, negatio est, non ea quæ dicit, mom bomo ambulat (hæc
enim est affirmativa de subiecto infinito), sed negatio illius est, bomo non
ambulat ; sicut et in illis. de verbo substantivo, negatio verbo addenda erat.
Nihil enim Num. 14. Num. 13. CAP., LECT. differt dicere verbo adiectivo, homo
ambulat, vel substantivo, homo est ambulans. 12. Deinde ponit secundam partem
inductionis dicens: Et si boc modo in omnibus sumenda est contradictio,
scilicet; apponendo negationem ad esse, concluditur quod et eius enunciationis,
quæ dicit, possibile esse, negatio est, possibile non esse, et non illa quæ
dicit, non possibile esse. Patet
conclusionis sequela: quia in illa, possibile non esse, negatio apponitur
verbo; in ista autem non. Dixit autem in principio huius rationis: Eorum quæ
complectuntur, idest complexorum, contradictiones fiunt secundum esse et non
esse, ad differentiam incomplexorum quorum oppositio non fit negatione dicente
mon non semper actu est, sequitur quod sit possibile non esse. Quod enim non semper est, potest
non esse. Bene ergo intulit Aristoteles ex his duobus: Quare inerit 'etiam
negatio possibilis et non solum affirmatio; potest igitur et non. ambulare,
quod est ambulabile, et non. videri, quod est visibile. Maior vero subiungitur,
cum ait: 4t vero impossibile est. de eodem. veras esse contradictiones.
Infertur quoque ultimo conclusio: Nom est igitur ista (scilicet, possibile non
esse) negatio ilius, quæ dicit, possibile esse: quia sunt simul veræ de eodem.
- Caveto autem ne ex isto textu putes possibile, ut est modus, debere semper
accipi pro possibili ad utrumlibet: quoniam hoc infra declarabitur esse falsum;
sed considera quod satis fuit intenesse, sed ipsi incomplexo apposita, ut,
homo, et, non bomo, legit, et, non legit. Deinde cum dicit: Videtur autem.
idem. etc., arguit ad quæstionis partem negativam (scilicet quod ad sumendam
contradictionem in modalibus non addenda est negatio verbo), tali ratione.
Impossibile est duas contradictorias esse simul veras de eodem; sed supradictæ,
scilicet, possibile esse, et, possibile non esse, simul verificantur de eodem;
ergo istæ non sunt contradictoriæ: igitur contradictio modalium non attenditur
penes verbi negationem. Huius rationis
primo ponitur in littera minor cum sua probatione; secundo maior; tertio
conclusio. Minor quidem cum dicit: Videtur autem. idem. possibile esse, el, non
possibile esse. Sicut verbi gratia, omne quod est possibile dividi est etiam
possibile non dividi, et quod est possibile ambulare est etiam possibile non
ambulare. Ratio autem. huius
minoris est, quoniam omne quod sic possibile est (sicut, scilicet, est
possibile ambulare et dividi), non semper actu esi: non enim semper actualiter
ambulat, qui ambulare potest; nec semper actu dividitur, quod dividi potest.
Quare inerit etiam negatio possibilis, idest, ergo non solum possibilis est
affirmatio, sed etiam negatio eiusdem. - Adverte quod quia possibile est multiplex,
ut infra dicetur, ideo notanter Aristoteles addidit ly sic, assumens, quod sic
possibile est, nom semper actu est. Non
enim de omni possibili verum est dicere quod non semper UTE. TNT ΞΜ D »w actu est, sed de aliquo, eo scilicet quod est sic
possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota ulterius quod quia tale
possibile habet duas conditiones, scilicet quod potest actu esse et quod non
semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est verum dicere,
possibile esse, et, non esse. Ex eo
enim quod potest actu esse, sequitur quod sit possibile esse; ex eo vero quod
denti declarare quod in modalibus non sumitur contradictio ex verbi negatione,
afferre instantiam in una modali, quæ continetur sub modalibus de possibili.
14. Deinde cum dicit: Contingit autem unum ex bis εἴς.» determinat veritatem
huius dubitationis. Et quia duo petebat, scilicet, an contradictio modalium ex
negatione verbi fiat an non, et, an potius ex negatione modi; ideo primo,
determinat veritatem primæ petitionis, quod scilicet contradictio harum non fit
negatione verbi; secundo, determinat veritatem secundæ petitionis, quod
scilicet fiat modalium contradictio ex negatione modi; ibi: Est ergo negatio
etc. - Dicit ergo quod propter supradictas rationes evenit unum ex his duobus,
quæ conclusimus determinare, aut idem ipsum, idest, unum et idem dicere, idest
affirmare et negare simul de eodem: idest, aut quod duo contradictoria simul
verificantur de eodem, ut prima ratio conclusit; aut affirmationes vel
negationes modalium, quæ opponuntur contradictorie, fieri nom secundum. esse
vel non 6556, idest, aut contradictio modalium non fiat ex negatione verbi, ut
secunda ratio conclusit. Si ergo illud est impossibile, scilicet quod duo
contradictoria possunt simul esse vera de eodem, boc, scilicet quod
contradictio modalium non fiat secundum verbi negationem, erit magis eligendum.
Impossibilia enim semper vitanda sunt. Ex ipso autem modo loquendi innuit quod
utrique earum aliquid obstat. Sed quia primo obstat impossibilitas quæ
acceptari non potest, secundo autem nihil aliud obstat nisi quod negatio supra
enunciationis copulam cadere debet, si negativa fieri debet enunciatio, et hoc
aliter fieri potest quam negando dicti verbum, ut infra declarabitur; ideo hoc
secundum, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum negationem
verbi, eligendum est: primum vero est omnino abiiciendum. Lect. seq. (Canp..
CargrANr lect. vi) DE NEGATIONE APPONENDA NON VERBO SED MODIS IN
CONTRADICTIONIBUS PROPOSITIONUM MODALIUM Ἔστιν ἄρα ἀπόφασις τοῦ δυνατὸν εἶναι τὸ
μὴ δυνατὸν εἶναι. Ὁ χαὶ δ᾽ αὐτὸς λόγος καὶ περὶ τοῦ ἐνδεχόμενον εἶναι" καὶ
13e τούτου ἀπόφασις τὸ μὴ ἐνδεχόμενον εἶναι, ἐπὶ τῶν ἄλλων δὲ ὁμοιοτρόπως, οἷον
ἀναγκαίου τε καὶ ἀδυνάτου. Γίνεται γάρ, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐκείνων τὸ εἶναι καὶ τὸ μὴ εἶναι
προσθέσεις,) τὰ δ᾽ ὑποχείμενα πράγματα, τὸ μὲν λευχόν, τὸ δὲ ἄνθρωπος: οὕτως ἐνταῦθα
τὸ μὲν εἶναι xai μὴ εἶναι, ὡς ὑποχείμενον γίνεται, τὸ δὲ δύνασθαι καὶ τὸ ἐνδέχεσθαι,
προσθέσεις διορίζουσαι, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐχείνων τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι, τὸ ἀληθὲς xa τὸ
ψεῦδος, ὁμοίως αὖται ἐπὶ τοῦ εἶναι δυνατὸν χαὶ εἶναι οὐ δυνατόν. Τοῦ δὲ δυνατὸν
μὴ εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ οὐ δυνατὸν εἶναι, ἀλλὰ τὸ οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι, καὶ τοῦ
δυνατὸν εἶναι οὐ τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μιὴ δυνατὸν εἶναι. Διὸ καὶ Hs Pp
μὰ ἂν δόξειαν ἀλλήλαις αἱ τοῦ δυνατὸν εἶναι χαὶ δυνατὸν μὴ εἶναι’ τὸ γὰρ αὐτὸ
δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" οὐ γὰρ ἀντιφάσεις ἀλλήλων αἱ τοιαῦται, τὸ
δυνατὸν εἶναι καὶ δυνατὸν μὴ εἶναι" Est ergo negatio eius quæ est,
possibile esse, ea quæ est ' Seq. cap. xir. non possibile esse. Eadem quoque ratio est et in eo
quod est contingens esse: etenim negatio eius est, non contingens esse; et in
aliis quoque simili modo, ut in necessario et impossibili. Fiunt enim
quemadmodum in illis, esse et non esse, appositiones, subiectæ vero res, hoc
quidem album, illud vero homo: eodem quoque modo hoc in loco, esse quidem et
non esse, ut subiectum fit, posse vero et conüngere appositiones sunt,
determinantes (quemadmodum in illis esse et non esse) veritatem et falsitatem,
similiter hæ in eo quod est, esse possibile et esse non possibile. Eius vero,
quæ est, possibile non esse, negatio est non ea quæ est, non esse, sed ea quæ
est, non possibile; et eius quæ est, possibile esse, non ea quæ est, possibile
non esse, sed ea quæ est, non possibile esse. Quare et sequi sese invicem
videbuntur, possibile esse et possibile non esse. Idem enim possibile esse et
non esse. ἀλλὰ τὸ δυνατὸν εἶναι χαὶ μὴ δυνατὸν εἶναι οὐδέποτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἅμα ἀληθεύονται" ἀντίκεινται Te, οὐδέ γε τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ οὐ δυνατὸν pen εἶναι οὐδέποτε ἅμα ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύονται. Ὁμοίως δὲ xài τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι" τοῦ δὲ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι, τὸ per ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. Καὶ τοῦ al θελα εἶναι οὐ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι: τοῦ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναί. Καὶ καθόλου 3£, ὥσπερ εἴρηται, τὸ μὲν εἶναι καὶ μὴ εἶναι δεῖ τιθέναι, ὡς τὰ ὑποκείμενα, κατάφασιν δὲ Non enim contradictiones sunt
sibi invicem huiusmodi, possibile esse et possibile non esse; sed possibile
esse et non possibile esse, nunquam simul sunt in eodem veræ sunt: opponuntur
enim : neque ea quæ . est, possibile non esse et non possibile non esse,
nunquam simul in eodem veræ sunt. Similiter autem et eius. quæ est, necessarium
est, negatio non est quæ est, necessarium non esse, sed ea quæ est, non
necessarium esse; eius vero quæ est, necessarium non esse, ea quæ est, non
necessarium non esse. Et eius quæ est, impossibile esse, non ea quæ est,
impossibile non esse, sed hæc, non impossibile esse; eius vero quæ est,
impossibile non esse, ea quæ est, non impossibile non esse. A Universaliter
vero, quemadmodum dictum est, esse quidam et xal ἀπόφασιν ταῦτα ποιοῦντα πρὸς τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι συντάττειν. Καὶ ταύτας οἴεσθαι χρὴ εἶναι τὰς ἀντικειμένας φάσεις" δυνατόν, οὐ δυνατόν" ἐνδεχόμενον; οὐχ ἐνδεχόμενον: ἀδύνατον, οὐχ ἀδύνατον, ἀναγκαῖον, οὐχ ἀναγκαῖον" ἀληθές, οὐχ ἀληθές. qpeterminat ubi ponenda sit negatio ad assumenΞΔ dam modalium contradictionem. Et circa hoc (ἡ [quatuor facit: primo, determinat
veritatem I. summarie; secundo, assignat determinatæ veritatis rationem, quæ
dicitur rationi ad oppo Num. seq. Num. .Num. . Ed. c: et verba non addenda in
ea declar. situm inductæ; ibi: Fiunt enim etc.; tertio, explanat eamdem
veritatem in omnibus modalibus; ibi: Eius vero etc.; quarto, universalem
regulam concludit; ibi: Universaliter vero etc. Quia igitur negatio aut verbo
aut modo apponenda est, et quod verbo non addenda est, declaratum est per locum
a divisione; concludendo determinat: Es! ergo negatio eius quæ est possibile
esse, ea quæ est non possibile esse, in qua negatur modus. Et eadem est ratio in
enunciationibus de contingenti. Huius enim, quæ est, contingens esse, negatio
est, non contingens esse. Et in alis, scilicet de mecesse et impossibile idem
est iudicium. liones Deinde etc., cum subdit dicit: Fiust enim in illis
apposihuius veritatis rationem talem. Ad sumendam contradictionem inter aliquas
enunciationes et non esse oportet ponere quemadmodum subiecta, negationem vero
et affirmationem hæc facientem, ad esse non esse apponere. Et has oportet putare esse oppositas dictiones:
possibile non possibile; contingens non contingens; impossibile non
impossibile; necessarium non necessarium; verum non verum. oportet ponere
negationem super appositione, idest coniunctione prædicati cum subiecto; sed in
modalibus appositiones sunt modi; ergo in modalibus negatio apponenda est modo,
ut fiat contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in
littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod
quemadmodum in illis enunciationibus de imesse appositiones, idest
prædicationes, sunt esse et non esse, idest verba significativa esse vel non
esse (verbum enim semper est nota eorum quæ de altero prædicantur), subiective
vero appositionibus res sunt, quibus esse vel non esse apponitur, ut album, cum
dicitur, album est, vel homo, cum dicitur, homo est; eodem modo hoc in loco in
modalibus accidit: esse quidem subiectum fit, idest dictum sunt. significans
esse vel non esse subiecti locum tenet ; contingere vero et posse oppositiones,
idest modi, prædicationes Et quemadmodum in illis de inesse penes esse et non
esse veritatem vel falsitatem determinavimus, ita in istis modalibus penes
modos. Hoc est enim quod
sub CAP. XII, LECT. IX dit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi modi veritatem,
quemadmodum in illis esse et non esse, eam determinat. 109 negatio, possibile non esse, sit illa, non
possibile non esse: : Mu præced. 3. Et sic patet responsio ad argumentum in
oppositum primo adductum *, concludens quod negatio verbo apponenda sit, sicut
illis de inesse. Dicitur enim quod cum modalis enunciet modum de dicto sicut
enunciatio de inesse, esse vel esse tale, puta esse album de subiecto, eumdem
locum tenet modus hic, quem ibi verbum; et consequenter super idem
proportionaliter cadit negatio hic et ibi. Eadem enim, ut dictum est, proportio
est modi ad dictum, quæ est verbi ad subiectum. - Rursus cum veritas et
falsitas afhrmationem et negationem sequantur, penes idem. attendenda est
affirmatio vel negatio enunciationis, et veritas vel falsitas eiusdem. Sicut
autem in enunciationibus de igesse veritas vel falsitas esse vel non esse
consequitur, ita in modalibus modum. Illa namque modalis est vera quæ sic
modificat dictum sicut dicti compositio patitur, sicut illa de imesse est vera,
quæ sic significat esse sicut est. Est ergo negatio modo hic apponenda, sicut
ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis quoad veritatem et falsitatem
enunciationis. Adverte quod modos,
appositiones, idest, prædicationes vocavit, sicut esse in illis de inesse,
intelligens per modum totum prædicatum enunciationis modalis, puta, est
possibile. In cuius signum modos ipsos verbaliter protulit dicens: Contingere
vero et posse appositiones sunt. Contingit enim et potest, totum prædicatum
modalis continent. 4. Deinde cum dicit: Eius vero quod est possibile est non
esse etc., explanat determinatam veritatem in omnibus modalibus, scilicet de
possibili, et necessario, et impossibili. Contingens convertitur cum possibili.
Et quia quilibet modus facit duas modales affirmativas, alteram habentem dictum
affirmatum *, et alteram habentem dictum negatum; ideo explanat in singulis
modis quæ cuiusque affirmationis negatio sit. Et primo in illis de possibili.
Et quia primæ affirmativæ de possibili (quæ scilicet habet dictum affirmatum)
scilicet possibile esse, negatio assignata fuit, non possibile esse; ideo ad
reliquam affirmativam de possibili transiens ait: Eius vero, quæ est possibile
non esse (ubi dictum negatur) megatio est mom possibile non esse. Et hoc
consequenter probat per hoc quod contradictoria huius, possibile non esse, aut
est, possibile esse, aut illa, quam diximus, scilicet, non possibile non esse.
Sed illa, scilicet, possibile esse, non est eius contradictoria. Non enim sunt
sibi invicem contradicentes, possibile esse, et, possibile non esse, quia
possunt simul esse veræ. Unde et sequi sese invicem putabuntur: quoniam, ut
supra dictum fuit, idem est - possibile esse, et - non esse, et consequenter
sicut ad, posse esse, sequitur, posse non esse, ita e contra ad, posse non
esse, sequitur, posse esse. Sed contradictoria illius, possibile esse, quæ non
potest simul esse vera est, non possibile esse: hæ enim, ut dictum est,
opponuntur. Remanet ergo quod huius neret. hæ namque simul nunquam sunt veræ
vel falsæ. Dixit quod possibile esse et non esse sequi se invicem putabuntur,
et non dixit quod se invicem consequuntur: quia secundum veritatem
universaliter non sequuntur se, sed particulariter tantum, ut infra dicetur;
propter quod putabitur quod simpliciter se invicem sequantur. Deinde decarat
hoc idem in illis de necessario. Et primo, in affirmativa habente dictum
affirmatum, dicens: Similiter eius quæ est, necessarium. esse, megatio non est
ea, quæ dicit necessarium. mon esse, ubi modus non negatur, sed ea quæ est, non
necessarium. esse. Deinde subdit de affirmativa de necessario habente dictum
negatum, et ait: Eius vero, quæ est, necessarium. mom esse, megatio est ea, quæ
dicit, mon necessarium. mon. esse. Deinde transit ad illas de impossibili,
eumdem ordinem servans, et inquit: Et eius, quæ dicit, impossibile esse,
negatio non est ea quæ dicit, impossibile non esse, sed, non impossibile esse:
ubi idm modus negatur. Alterius vero
afhrmativæ, quæ est, impossibile non es$e, negatio est ea quæ dicit, won
impossibile non esse. Et sic semper modo negatio addenda est. Deinde cum dicit:
Unmiversaliter vero etc., concludit regulam universalem dicens quod,
quemadmodum dictum est, dicta importantia esse et non esse oportet ponere in
modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem hoc, idest
contradictionis oppositionem, facientem, oportet apponere tantummodo ad suum
eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus negari, qui prius
affirmabatur, si contradictio esse debet. Et exemplariter: explanans quomodo
hoc fiat, subdit: Et oportet putare bas esse oppositas dictiones, idest
affirmationes et negationes in modalibus, possibile et non possibile,
contingens et mon contingens. Item cum dixit negationem alio tantum modo ad
modum apponi debere, non exclusit modi copulam, sed dictum. Hoc enim est
singulare in modalibus quod eamdem oppositionem facit, negatio modo addita, et
eius verbo. Contradictorie enim opponitur huic, possibile est esse, non solum
illa, non possibile est esse, sed ista, possibile non est esse. Meminit autem
modi potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret quod
negatio verbo modi postposita, modo autem præposita, idem facit ac si modali
verbo præponeretur, et quia, cum modo numquam caret modalis enunciatio, semper
negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo: verbo enim modi
carere contingit modalem, ut cum dicitur, Socrates currit necessario; et ideo
semper verbo negatio aptari potest. - Quod autem in fine addidit, verum et non
verum, insinuat, præter quatuor prædictos modos, alios inveniri, qui etiam
compositionem enunciationis determinant, puta, verum et non verum, falsum et
non falsum: quos tamen inter modos supra non posuit, quia, ut declaratum fuit,
non proprie modificant. Canp. CareTANI lect. vir DE PROPOSITIONUM MODALIUM
CONSEQUENTIIS Καὶ αἱ ἀκολουθήσεις δὲ κατὰ λόγον γίνονται οὕτω τιθεμένοις: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι τὸ ἐνδέχεσθαι εἶναι, καὶ τοῦτο ἐχείνῳ ἀντιστρέφει, καὶ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι χαὶ τὸ Un ἀναγκαῖον εἰναι" τῷ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι τὸ μὴ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι καὶ τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τῷ δὲ μὴ δυνατὸν εἶναι καὶ y ἐνδεχόμενον εἶναι τὸ ἀναγχαῖον νὴ Ξἶναι xa τὸ ἀδύνατον εἰναι; τῷ δὲ μὴ δυγατὸν μὴ εἶναι, xal μὴ ἐνδεχόμενον [um εἰναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι καὶ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι. Θεωρείσθω δὲ ἐκ ἧς ὑπογραφῆς ὡς λέγομεν, LN δυνατὸν εἶναι, ἐνδεχόμενον εἶναι; οὐκ ἀδύνατον εἶναι, οὐκ ἀναγκαῖον εἶναι; δυνατὸν μὴ εἶναι, ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι; οὐχ αδυνατον μὴ εἰναι» οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ δυνατὸν εἶναι. οὐκ ἐνδεχόμενον εἶναι. ἀδύνατον εἶναι. ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι. οὐχ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι. ἀδύνατον Un εἶναι. ἀναγκαῖον εἰναι. Consequentiæ vero secundum
rationem fiunt cum ita 'Cap.xm. ponuntur illam enim quæ est, possibile esse,
sequitur illa quæ est, contingit esse, et hæc illi convertitur, et, non
impossibile esse et non necessarium esse; illam vero non quæ est, possibile non
esse, et, contingens non esse, ea quæ est, non necesse non esse, et, non impossibile
esse: illam autem quæ est, non possibile esse, et, non contingens esse, ea quæ
est, necessarium non esse, et impossibile esse: illam vero quæ est, non
possibile non esse, et, non contingens non esse, ea quæ est, necesse est esse,
et, impossibile non esse. Consideretur autem ex subscriptione quemadmodum
dicimus: Possibile est esse, Contingens est esse, Non impossibile est esse, Non
necessarium est esse, Possibile est non esse, Contingens est non esse, Non
impossibile est non esse, Non possibile est esse. Non contingens est esse.
Impossibile est esse. Necessarium est non esse. Non possibile est non esse. Non
contingens est non esse. Impossibile est non esse. Non necessarium est non
esse, Necessarium est esse. Τὸ μὲν οὖν ἀδύνατον καὶ οὐκ ἀδύνατον τῷ ἐνδεχομένῳ χαὶ δυνατῷ καὶ οὐχ ἐνδεχομένῳ καὶ μὴ δυνατῷ ἀχολουθεῖ μὲν ἀντιφατικῶς, ἀντεστραμμένως δέ: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι ἡ ἀπόφασις τοῦ ἀδυνάτου ἀκολουθεῖ, τῇ δὲ ἀποφάσει ἡ κατάφασις. Τῷ γὰρ οὐ δυνατὸν εἶναι τὸ ἀδύνατον εἶναι: κατάφασις γὰρ τὸ ἀδύνατον εἶναι, τὸ δ᾽ οὐκ ἀδύνατον εἶναι ἀπόφασις. δ" δ᾽ ἀναγκαῖον πῶς, ὀπτέον. Φανερὸν δὴ ὅτι οὐχ οὕ-, ε:ὰ e H, τως σεις γάρ, ἔχει, ἀλλ᾽ χωρίς" ἐστιν » αἱ, ἐναντίαι ἕπονται" αἱ δ᾽ ἀντιφά- kJ ἀπόφασις τοῦ ἀνάγχη μὴ εἶναι τὸ οὐχ ἀνάγκη εἶναι: ἐνδέχεται γὰρ ἀληθεύεσθαι ἐπὶ τοῦ M] 5,, ὁ Ζ » IB,, 5 αὐτοῦ ἀμφοτέρας" τὸ qup ἀναγκαῖον μη εἶναι οὐχ ἀναγκαῖον εἶναι. ὅτι Αἴτιον δὲ τοῦ μὴ ἀκολουθεῖν τὸ ἀναγκαῖον ὁμοίως τοῖς ἑτέροις, ἐναντίως τὸ ἀδύνατον τῷ ἀναγκαίῳ ἀποδίδοται, τὸ αὐτὸ δυνάμενον. Εἰ γὰρ ἀδύνατον εἶναι, ἀναγκαῖον τοῦτο οὐχ εἶναι, ἀλλὰ μὴ εἶναι" εἰ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τοῦτο ἀνάγχη εἶναι: ὥστε εἰ ἐχεῖνα ὁμοίως τῷ δυνατῷ καὶ μή, ταῦτα ἐξ ἐναντίας, ἐπεὶ οὐ σημαίνει γε ταὐτὸν τό τε ἀναγκαῖον xai τὸ ἀδύνατον, ἀλλ᾽ ὥσπερ εἴρηται, ἀντεστραμμένως. ᾿ἀδύνατον οὕτως κεῖσθαι τὰς τοῦ ἀναγκαίου ἀντιφάPS ; Ξ σεις; τὸ μὲν γὰρ ἀναγκαῖον εἶναι δυνατὸν εἶναι" εἰ N γὰρ μή; ἡ ἀπόφασις ἀκολουθήσει: ἀνάγκη γὰρ ἢ φάναι ἢ ἀποφάναι: ὥστ᾽ εἰ μὴ δυνατὸν εἶναι, ἀδύνατον εἶναι: ἀδύνατον ἄρα εἶναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι, ὅπε ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν τῷ γε δυνατὸν εἶναι τὸ οὐχ ἀδύνατον εἶναι ἀκολουθεῖ, τούτῳ δὲ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι: docs συμβαίνει τὸ ἀναγχαῖον εἶναι μὴ ἀναγxatov εἶναι, ὅπερ ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν οὐδὲ τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἀχολουθεῖ τῷ δυνατὸν εἶναι. οὐδὲ τὸ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι: τῷ μὲν γὰρ duo. ἐνδέχεται συμβαίνειν, τούτων δὲ ὁπότερον ἂν ἀληθὲς ἥ, οὐκέτι ἔσται ἐκεῖνα ἀληθῆ. "Apa γὰρ δυγατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" εἰ δ᾽ ἀνάγκη εἶναι 7) μὴ Hæ igitur, impossibile, et, non impossibile, eam quæ
est, contingens, et possibile, et non contingens, et non possibile sequuntur
quidem contradictorie, sed conversim. Eam
enim quæ est, possibile esse, negatio impossibilis sequitur, quæ est, non
impossibile esse: negationem vero affirmatio. Illam enim, non possibile esse,
ea quæ est, impossibile esse: affirmatio enim est, impossibile esse; non
impossibile vero, negatio. Necessarium autem quemadmodum se habeat,
considerandum est. Manifestum est autem quod non eodem modo se habet, sed
contrariæ sequuntur, contradictoriæ autem sunt extra. Non enim est negatio.
eius, quæ est, necesse non esse, ea quæ est, non necesse esse: contingit enim
veras esse utrasque in eodem: quod enim est necessarium non esse, non est
necessarium esse. Causa autem huius est, cur non sequitur necessarium cæteris
similiter: quoniam contrarie, impossibile esse, necessario redditur idem
valens. Nam quod impossibile esse, necesse hoc non quidem esse, sed potius non
esse: quod vero impossibile non esse, hoc necessarium esse. Quare si illa
similiter sequuntur possibile, et, non possibile: hæc ex opposito: quoniam non
significant idem necessarium et impossibile; sed (ut dictum est) conversim. Aut
certe impossibile est sic poni necessarii contradictiones. Nam quod necessarium
est esse, possibile est esse: nam si non, negatio consequetur: necesse est enim
aut affirmare, aut negare. Quare si non possibile est esse, impossibile est
esse. Igitur impossibile est esse quod necesse est esse: quod est inconveniens.
At vero illam quæ est, possibile esse, non impossibile esse, sequitur: hanc
vero, ea quæ est, non necessarium est esse; quare contingit quod necessarium
esse, non necessarium esse: quod est inconveniens. At vero neque necessarium
esse, sequitur eam quæ est, possibile esse, neque ea quæ est, necessarium non
esse. Illi enim utraque contingit accidere: harum autem utralibet vera fuerit,
non erunt illa vera: simul enim possibile esse, et, non esse. Si vero necesse
esse, vel non esse, CAP. XIII, εἶναι, οὐκ ἔσται δυνατὸν ἄμφω. Λείπεται τοίνυν τὸ
οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι ἀκολουθεῖν τῷ δυνατὸν εἶναι. Τοῦτο γὰρ ἀχηθὲς xxl xxcvd
τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι. Καὶ qde αὕτη γίνεται ἀντίφασις τῇ ἑπομένῃ τῷ οὐ δυνατὸν εἰναι"
ἐχείνῳ vp ἀχολουθεῖ τὸ ἀδύνατον εἶνα!: xal ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ ἡ ἀπόφασις τὸ
οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. ᾿Ακολουθοῦσί τε ἄρα xal αὐται αἱ ἀντιφάσεις χατὰ τὸν εἰρημένον
τρόπον, καὶ οὐδὲν ἀδύνατον συμβαίνει τιθεμένων οὕτως. I. y ERN S (Q9 ; Jo lium,
hic determinare intendit de consequenD^ tradit veritatem; secundo, movet
quandam dubitationem circa determinata; ibi: Dubita Lect. seq. Num. 5. dun bit
autem etc. Circa primum duo facit: primo, ponit consequentias earum secundum
opinionem aliorum; secundo, examinando et corrigendo dictam opinionem,
determinat veritatem ; ibi: Ergo impossibile etc. 2. Quoad primum considerandum est
quod cum quiliLect. præced. bet modus faciat duas affirmationes, ut dictum fuit
*, et un ' Lect. xi. Ed. c τος quabus-affirmationibus
opponantur duæ negationes, ut etiam dictum fuit in Primo ; secundum quemlibet
modum fient quatuor enunciationes, duæ scilicet affirmativæ et duæ negativæ.
Cum autem modi sint quatuor, effcientur sexdecim modales: quaternarius enim in
seipsum ductus sexdecim constituit. Et quoniam apud omnes, quælibet cuiusque
modi, undecumque incipias, habet unam tantum cuiusque modi se consequentem,
ideo ad assignandas consequentias modalium, singulas ex singulis modis accipere
oportet et ad consequentiæ ordinem inter se adunare. Et hoc modo fecerunt
antiqui, de quibus inquit Aristoteles: Consequentiæ vero. fiunt secundum
infrascriptum ordinem, antiquis ita. ponentibus. Formaverunt enim quaomittit
se. Averroes. tuor ordines modalium, in quorum quolibet omnes quæ se
consequuntur collocaverunt. - Ut autem confusio vitetur, vocetur, cum Averroe,
de cætero, in quolibet modo, affirmativa de De et modo, affirmativa simplex ;
afhrmativa autem de modo et negativa de dicto, affirmativa declinata; negativa
vero de modo et non dicto, negativa simplex; negativa autem de utroque, megativa
d:clinata: ita quod modi affirmationem vel negationem simplicitas, dicti vero
declinatio denominet. - Dixerunt ergo antiqui quod affirmationem simplicem de
possibili, scilicet, possibile est esse, sequitur affirmativa simplex de
contingenti, Scilicet, contingens est esse (contingens enim convertitur cum
possibili); et negativa simplex de impossibili, scilicet, non impossibile esse;
et similiter negativa simplex de necessario, scilicet, non necesse est esse. Et
hic est primus ordo modalium consequentium se. - In secundo au3 QE ecaftema-
feih dixerunt quod affirmativas declinatas de possibili et contingenti,
scilicet, possibile non esse, et, contingens non esse, sequuntur negativæ
declinatæ de necessario et impossibili, scilicet, non necessarium non esse, et,
non impossibile non esse.- In tertio vero ordine dixerunt quod negativas
simplices de possibili et contingenti, scilicet, non possibile esse, non
contingens esse, sequuntur afBrmativa declinata de necessario, scilicet,
necesse non esse, et affirmativa simplex de impossibili, scilicet, impossibile
esse. - In quarto demum ordine dixerunt quod negativas declinatas de possibili
et contingenti, scilicet, non possibile non esse, et, non contingens non esse,
sequuntur affirmativa simplex de necessario, scilicet, necesse esse, et
affirmativa declinata de impossibili, scilicet, impossibile est non esse. 4.
Consideretur autem ex subscriptione appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut
clarius elucescat depictum. non erit possibile utrunque. Relinquitur ergo non
necessarium non esse, sequi eam quæ est, possibile est esse. Hæc enim vera est,
et de necesse esse. Hæc enim fit contradictio eius, quæ sequitur illam quæ est,
non possibile esse: illam enim sequitur ea quæ est, impossibile esse, cesse et,
necesse non esse, cuius negatio est, non nenon esse. Sequuntur igitur et hæ
contradictiones secundum prædictum modum: et nihil impossibile contingit sic
positis. CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB
ANTIQUIS POSITÆ ET ORDINATÆ Primus Ordo Possibile est esse Contingens est esse
Non impossibile est esse Non necessarium est esse Tertius Ordo Non possibile
est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necessarium est non esse
Secundus Ordo Possibile est non esse Contingzens est non esse Non impossibile
est non esse Non necessarium est non esse Quartus Ordo Non possibile est non
esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Necesse est esse
Deinde cum dicit: Ergo impossibile et non impossibile etc., examinando dictam
op'nionem, determinat veritatem. Et
circa hoc duo facit: quia primo examinat consequentias earum de impossibili;
secundo, illarum de necessario; ibi: Necessarium. autem etc. Unde ex præmissa
op' nione concludens et approbans, dicit: Ergo ista, scilicet, impossibile, et,
non impossibile, sequuntur illas, scilicet, contingens et possibile, non
contingens, et, non possibile, sequuntur, inquam, coniradictoriz, idest ita ut
contradictoriæ de impossibili contradictorias de possibili et contingenti
consequantur, sed comversim, idest, sed non ita quod affirmatio affirmationem
et negatio negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem
negatio et negationem affirmatio. Et explanans hoc ait: lllud enim quod est
possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio sequitur impossibilis,
idest, non impossibile esse; negationem vero possibilis affirmatio sequitur
impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse, sequitur ista,
impossibile est esse ; hæc autem, scilicet, impossibile esse, affirmatio est;
illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio est; hic s'quidem modus
negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in quolibet ordine quoad
consequentias illarum de impossibili, quia, ut in suprascripta figura apparet,
semper ex affirmatione possibilis negationem impossibilis, et ex negatione
possibilis affirmationem impossibilis inferunt. Deinde cum dicit: Necessarium
autem. etc., intendit examinando determinare consequentias de necessario. Et
circa hoc duo facit: primo examinat dicta antiquorum ; secundo, determinat
veritatem intentam; ibi: 4t vero neque necessarium etc. Circa primum quatuor
facit. Primo, declarat quid bene et quid male dictum sit ab antiquis in hac re.
- Ubi attendendum est quod cum quatuor sint enunciationes de necessario, ut
dictum est, differentes inter se sécundum quantitatem et qualitatem, adeo ut
unam integrent figuram oppositionis iuxta morem illarum de ine$$£; duæ earum
sunt contrariæ inter se, duæ autem illis contrariis contradictoriæ, ut patet in
hac figura. Necesse esse Non necesse non esse Necesse Contrariæ e 2 $3, € S S
[2 «9 o x o *o "v. Subcontrariæ non esse e e δ Non fiecesse esse Num. seq.
Num. 1. Quia ergo antiqui universales contrarias bene intulerunt ex aliis,
contradictorias autem earum, scilicet particulares, male intulerunt; ideo dicit
quod considerandum restat de his, quæ sunt de necessario, qualiter se habeant
in consequendo illas de possibili et non possibili. Manifestum est autem ex
dicendis quod non eodem modo istæ de necessario illas de possibili
consequuntur, quo easdem sequuntur illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de
impossibili recte illatæ sunt ab antiquis. Enunciationes autem de necessario
non omnes recte inferuntur: sed duæ earum, quæ sunt contrariæ, scilicet,
necessé est esse, et, necesse est nom esse, sequuntur, idest recta consequentia
Cf. supra, n. 4. Boethius. Averroes. deducuntur ab antiquis, in tertio scilicet
et quarto ordine; reliquæ autem duæ de necessario, scilicet, non necesse non
esse, et, non necesse esse, quæ sunt contradictoriæ supradictis, sunt extra
consequentias illarum, in secundo scilicet et primo ordine. Unde antiqui in tertio et quarto ordine omnia recte
fecerunt; in primo autem et in secundo peccaverunt, non quoad omnia, sed quoad
enunciationes de necessario tantum. 7. Secundo cum dicit: Non enim est negatio
eius etc., respondet cuidam tacitæ obiectioni, qua defendi posset consequentia
enunciationis de necessario in primo ordine ab antiquis. facta. Est autem
obiectio tacita talis. Non possibile esse, et, necesse non esse,
convertibiliter se sequuntur in tertio ordine iam approbato; ergo, possibile
esse, et, non necesse esse, invicem se sequi debent in primo ordine. Tenet
consequentia: quia duorum convertibiliter se sequentium contradictoria mutuo se
sequuntur; sed illæ duæ tertii ordinis convertibiliter se sequuntur, et istæ
duæ primi ordinis sunt earum contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis, scilicet,
possibile esse, et, non necesse esse, mutuo se sequuntur. - Huic, inquam,
obiectioni respondet Aristoteles hic interimendo minorem quoad hoc quod
assumit, quod scilicet necessaria primi ordinis et necessaria tertii ordinis
sunt contradictoriæ. Unde dicit: Non enim est negatio eius quod est, necesse
mon esse (quæ erat esse, in tertio ordine), illa quæ dicit, mom mecesse est quæ
sita erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit utrasque simul esse
veras in eodem; quod contradictoriis repugnat. Illud enim idem, quod est
necessarium non esse, non est necessarium esse. Necessarium siquidem est
hominem non esse lignum et non necessarium est hominem esse lignum. Adverte
quod, ut infra patebit, istæ duæ de necessario, quas posuerunt antiqui. in
primo et tertio ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt simul veræ), et deberent
esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. 8. Boethius autem et Averroes
non reprehensive legunt tam hanc, quam præcedentem textus particulam, sed
narrative utranque simul iungentes. Narrare enim aiunt Aristotelem qualitatem
suprascriptæ figuræ quoad consequentiam illarum de necessario, postquam
narravit quo modo se habuerint illæ de impossibili, et dicere quod secundum
præscriptam figuram non eodem modo sequuntur illas de possibili illæ de
necessario, quo sequuntur illæ de impossibili. Nam contradictorias de possibili contradictoriæ de
impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem de necessario non
dicuntur sequi illas contradictorias de possibili, sed potius eas sequi
dicuntur contrariæ de necessario: non inter se contrariæ, sed hoc modo, quod
affirmationem possibilis negatio de necessario sequi dicitur, negationem vero
possibilis non affirmatio de necessario sequi ponitur, quæ sit contradictoria
illi negativæ quæ ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de
necessario contrario. Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex
primo et tertio ordine, quorum capita sunt negatio et affirmatio possibilis, et
extrema sunt, non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt
contradictoriæ. Non enim est negatio eius, quæ est, necesse non esse, non
necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed illa
scilicet, necesse non esse, est contraria contradictoriæ huius, scilicet, non
necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia sequenti litteræ magis
consona est introductio nostra, quæ etiam Alberto consentit, et extorte videtur
ab aliis exponi ly contrariæ, ideo prima, iudicio meo, acceptanda est expositio
et ad antiquorum reprehensionem referendus est textus. 9. Tertio cum dicit:
Causa autem cur etc., manifestat id quod præmiserat, scilicet, quod non simili
modo ad illas de possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario.
Antiquorum enim hoc peccatum fuit tam in primo quam in secundo ordine, et quod
simili modo intulerunt illas de impossibili et necessario. In primo siquidem
ordine, sicut posuerunt negativam simplicem de impossibili, ita posuerunt
negativam simplicem de necessario, et similiter in secundo ordine utranque
negativam declinatam locaverunt. Hoc ergo quare peccatum sit, et causa autem
quare necessarium som sequitur possibile, similiter, idest, eodem modo cum
cæteris, scilicet, de impossibili, est, quoniam impossibile redditur idem
valens necessario, idest, æquivalet necessario, comtrarie, idest, contrario
modo sumptum, et non eodem modo. Nam si, hoc esse est impossibile, non
inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed, hoc non esse est necesse. Quia ergo
impossibile et necesse mutuo se sequuntur, quando dicta eorum contrario modo
sumuntur, et non quando dicta eorum simili modo sumuntur, sequitur quod non
eodem modo ad possibile se habeant impossibile et necessarium, sed contrario
modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum affirmatum de impossibili,
sequitur dictum negatum de necessario; et e contrario. Quare autem hoc accidit
infra dicetur. Erraverunt igitur antiqui quod similes enunciationes de
impossibili et necessario in primo et in secundo ordine locaverunt. ro. Hinc
apparet quod supra posita nostra expositio conformior est Aristoteli. Cum enim
hunc textum induxerit ad manifestandum illa verba: Manifestum. est autem.
quoniam non eodem modo, etc., eo accipiendo sunt sensu illa verba, quo hic per
causam manifestantur. Liquet autem quod hic redditur causa dissimilitudinis
veræ inter necessarias et impossibiles in consequendo possibiles, et non
dissimilitudinis falso opinatæ ab antiquis: quoniam ex vera causa nonnisi verum
concluditur. Ergo reprehendendo antiquos, veram dissimilitudinem inter
necessarias, et impossibiles in consequendo possibiles, quam non servaverunt
illi, proposuisse tunc intelligendum est, et nunc eam manifestasse. Quod autem
dissimilitudo illa, quam antiqui posuerunt inter necessarias et impossibiles,
sit falso posita, ex infra dicendis patebit. Ostendetur enim quod
contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim;
et quod in hoc non differunt ab his quæ sunt de impossibili, sed differunt in
hoc quod modo diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium
dictum est similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem
consequentium dictum est contrarium, ut infra clara luce videbitur. Quarto cum
dicit: Aut certe impossibile est etc., manifestat aliud quod proposuerat,
scilicet, quod contradictoriæ de necessario male situatæ sint secundum
consequentiam ab antiquis, qui contradictiones necessarii ita ordinaverunt. In
primo ordine posuerunt contradictoriam negationem, necesse esse, idest, non
necesse esse; et in secundo contradictoriam negationem, necesse non esse,
idest, Albertus. Ν Cf. supra, n..3. CAP., non necesse non esse. Et probat hunc
consequentiæ modum esse malum in primo ordine. Cognita enim malitia primi,
facile est secundi ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali ratione
ducente ad impossibile. Ad necessarium esse sequitur possibile esse: aliter
sequeretur non possibile esse, quod manifeste implicat; ad possibile esse
sequitur non impossibile esse, ut patet; ad non impossibile esse, secundum
antiquos, sequitur in primo ordine non necessarium esse; ergo de primo ad
ultimum, ad necessarium esse sequitur non necessarium esse: quod est
inconveniens, quia est manifesta implicatio contradictionis. Relinquitur ergo
quod male dictum sit, quod non necessarium esse consequatur in primo ordine.
Ait ergo et certe impossibile est poni sic secundum consequentiam, ut antiqui
posuerunt, necessarii contradictiones, idest illas duas enunciationes de
necessario, quæ sunt negationes contradictoriæ aliarum duarum de necessario.
Nam ad id quod est, necessarium esse, sequitur, possibile est esse: nam si non,
idest quoniam si hanc negaveris consequentiam, negatio possibilis sequitur
illam, scilicet, necesse esse. Necesse est enim de necessario aut dicere, idest
affirmare possibile, aut negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel
negatio vera. Quare si dicas quod, ad necesse esse, non sequitur, possibile
esse, sed, non possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi quæ dicit,
impossibile est esse, relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur, impossibile
esse, et idem erit, necesse esse et impossibile esse: quod est inconveniens.
Bona ergo erat prima illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est
esse. Tunc ultra. Illud quod est, possibile esse, sequitur, non impossibile
esse, ut patet in primo ordine. Ad hoc vero, scilicet, non impossibile esse,
secundum antiquos eodem primo ordine, sequitur, non necesse est esse (quare
contingit de primo ad ultimum); ad id quod est, necessarium esse, sequitur, non
necessarium esse: quod est inconveniens, immo impossibile. 12. Dubitatur hic:
quia in I Priorum dicitur quod ad possibile sequitur non necessarium, hic autem
dicitur oppositum. Ad hoc est dicendum quod possibile sumitur dupliciter. Uno
modo in communi, et sic est quoddam superius ad necessarium et contingens ad
utrunque, sicut animal ad hominem et bovem; et sic ad possibile non sequitur
non necessarium, sicut ad animal non sequitur non homo. Alio modo sumitur
possibile pro una parte possibilis in communi, idest pro possibili seu
contingenti, scilicet ad utrunque, scilicet quod potest esse et non esse; et
sic ad possibile sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non
esse, non necessarium est esse, et similiter non necessarium est non esse. Loquimur ergo hic de possibili in communi, ibi vero
in speciali. 13. Deinde cum dicit: 4f vero neque necessarium etc., determinat
veritatem intentam. Et circa hoc tria facit: primo, determinat quæ enunciatio
de necessario sequatur ad possibile; secundo, ordinat consequentias omnium
modalium; ibi: Sequuntur enim etc. Quoad primum, sicut duabus viis reprehendit antiquos, ita
ex illis duobus motivis intentum probat. Et
intendit quod, ad possibile esse, sequitur, non necesse non esse. - Primum
motivum est per locum a divisione. Ad, possibile esse, non sequitur (ut
probatum est), non necesse esse, at vero neque, necesse esse, neque, necesse
non esse. Reliquum est ergo ut sequatur ad eam, non necesse non esse: non enim
dantur plures enunciationes de necessario. Huius communis divisionis primo
proponit reliqua duo membra excludenda, dicens: At vero neque necessarium.
esse, neque necessarium. nom esse, sequitur ad, possibile non esse ; secundo
probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum antecedens: tunc enim
oppositum consequentis staret cum antecedente; sed utrunOpp. D. Tnuowar T. I.
LECT. que horum, scilicet, necesse esse, et, necesse non esse, minuit possibile
esse; ergo, etc. Unde, tacita maiore, ponit minoris probationem dicens: Illi
enim, scilicet, possibile esse, utraque, scilicet,esse et non esse, contingit
accidere; horum autem, scilicet, necesse esse et necesse non esse, utrumlibet
verum fuerit, non erunt illa duo, scilicet, esse et non esse, vera simul in
potentia. Et primum horum
explanans ait: cum dico, possibile esse, simul est possibile esse et non esse.
Quoad secundum vero subdit. Si vero dicas, necesse esse vel necesse non esse,
non remanet utrunque, scilicet, esse et non esse, possibile: si enim necesse
est esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si necesse est non esse,
possibilitas ad esse removetur. Utrunque ergo istorum minuit illud antecedens,
possibile esse, quoniam ad esse et non esse se extendit, etc. Tertio subdit
conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est ei quæ
dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo ordine. 14. Occurrit in hac parte dubium circa hoc quod dicit
quod, ad possibile non sequitur necessarium, cum superius dixerit quod ad ipsum
non sequitur non necessarium. Cum enim necessarium et non necessarium sint
contradictoria opposita, et de quolibet sit affirmatio vel negatio vera, non
videtur posse evadi quin ad possibile sequatur necessarium, vel, non
necessarium. Et cum non sequatur necessarium, sequetur non necessarium, ut
dicebant antiqui. - Augetur et dubitatio ex eo quod Aristoteles nunc usus est
tali argumentationis modo, volens probare quod ad necessarium sequatur
possibile. Dixit enim: Nam si non negatio possibilis consequatur. Necesse est
enim aut dicere aut negare. Pro solutione huius, oportet reminisci habitudinis
quæ est inter possibile et necessarium, quod scilicet possibile est superius ad
necessarium, et attendere quod superius potestate continet suum inferius et
eius oppositum, ita quod neutrum eorum actualiter sibi vindicat, sed utrunque
potest sibi contingere; sicut animali potest accidere homo et non homo: et
consequenter inspicere debes quod, eadem est proportio superioris ad. habendum
affirmationem et negationem unius inferioris, quæ est alicuius subiecti ad
affirmativam et negativam futuri contingentis. Utrobique enim neutrum habetur,
et salvatur potentia ad utrumlibet. Unde, sicut in futuris contingentibus nec
affirmatio nec fiegatio est determinate vera, sed sub disiunctione altera est
necessario vera, ut in fine Primi conclusum est; ita nec affirmatio nec negatio
inferioris sequitur determinate affirmationem vel negationem superioris, sed
sub disiunctione altera sequitur necessario. Unde non valet, est animal, ergo
est homo, neque, ergo non est homo, sed, ergo est homo vel non est homo. Quia ergo possibile superius est ad necessarium, ideo
optime determinavit Aristoteles neutram contradictionis partem de necessario
determinate sequi ad possibile. Non tamen dixit quod sub disiunctione neutra
sequatur; hoc enim est contra illud primum principium: de quolibet est
affirmatio vera vel falsa. Ad id autem quod additur, ex eadem trahitur radice
responsio. Quia enim necessarium inferius est ad possibile, et inferius non in
potentia sed in actu includit suum superius, necesse est ad inferius
determinate sequi suum superius: aliter determinate sequetur eius
contradictorium. Unde per dissimilem habitudinem, quæ est inter necessarium et
possibile et non possibile, ex una parte, et inter possibile et necessarium et
non necessarium, ex altera parte, ibi optimus fuit processus ad alteram
contradictionis partem determinate, et hic optimus ad neutram determinate. 16.
Oritur quoque alia dubitatiuncula. Videtur enim quod Aristoteles difformiter
accipiat ly possibile in præpy) "ES ἃ: nunc. Lect. xin. nunc cedenti textu
et in isto. Ibi enim accipit ipsum in communi, ut sequitur ad necessarium; hic
videtur accipere ipsum specialiter pro possibili ad utrumlibet, quia dicit quod
possibile est simul potens esse et non esse. Et ad hoc dicendum est quod
uniformiter usus est possibili. Nec eius verba obstant: quoniam et de possibili
in communi verum est dicere quod potest sibi utrunque accidere, scilicet, esse
et non esse: tum quia quidquid verificatur de suo inferiori, verificatur etiam
de suo superiori, licet non eodem modo; tum quia possibile in communi neutram
contradictionis partem sibi determinat, et consequenter utranque sibi advenire
compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem, quemadmodum
possibile ad utrunque. Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ
obiectioni antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: Hoc enim verum est
etc. Ubi notandum quod Aristoteles sub illa maiore adducta pro antiquis
(scilicet, convertibiliter se consequentium contradictoria se mutuo
consequuntur), subsumit minorem: sed horum convertibiliter se sequentium in
tertio ordine (scilicet, non possibile esse et necesse non esse),
contradictoria sunt, possibile esse et non necesse non esse (quoniam modi
negatione eis opponunquuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non
esse,. tamquam contradictoria duorum se mutuo consequentium. Deinde cum dicit:
Sequuntur enim. etc., ordinat omnes consequentias modalium secundum opinionem
propriam; et ait quod, hæ contradictiones, scilicet, de necessario, sequuntur
illas de possibili, secundum modum prædictum et approbatum illarum de
impossibili. Sicut enim contradictorias de possibili contradictoriæ de
impossibili sequuntur, licet conversim; ita contradictorias de possibili
contradictoriæ de necessario sequuntur conversim: licet in hoc, ut dictum est,
dissimilitudo sit quod, contradictoriarum de possibili et impossibili similiter
est dictum, contradictoriarum autem de possibili et necessario contrarium est
dictum, ut in sequenti videtur figura: CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM
SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ. Primus Ordo
Possibile est esse Contingens est esse Non impossibile est esse Non necesse est
non esse. Secundus Ordo Possibile est non esse Contingens est non esse Non
impossibile est non esse. Non necesse est esse tur); ergo istæ duæ (scilicet,
possibile esse et non necesse non esse) se consequuntur et in primo locandæ
sunt ordine. Unde motivum tangens ait: Hoc enim, quod dictum est, verum est,
idest verum esse ostenditur, et de necesse non esse, idest, et ex illius,
scilicet, non necesse non esse, opposita, quæ est, necesse non esse. Vel, boc
enim, scilicet, non necesse non esse, verum est, scilicet, contradictorium
illius de necesse non esse. Et minorem subdens ait: Hæc enim, scilicet, non
necesse non esse, fit contradictio eius, quæ convertibiliter sequitur, non
possibile esse. Et explanans hoc in terminis subdit. Illud enim, non possibile
esse, quod est caput tertii ordinis, sequitur hoc de impossibili, scilicet,
impossibile esse, et hæc de necessario, scilicet, necesse non esse, cuius
negatio seu contradictoria est, non necesse non esse. Et quia, cæteris paribus,
modus negatur, et illa, possibile esse, est (subauditur) contradictoria illius,
scilicet, non possibile; igitur ista duo mutuo se conseTertius Ordo Non
possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necesse est non
esse Quartus Ordo Non possibile est non esse Non contingens est non esse
Impossibile est non esse Necesse est esse Ubi vides quod nulla est inter
Aristotelem et antiquos differentia, nisi in duobus primis ordinibus quoad
illas de necessario. Præpostero namque
situ usi sunt antiqui, eam de necessario, quæ locanda erat in primo ordine, in
secundo ponentes, et eam quæ in secundo ponenda erat, in primo locantes. Et
aspice quoque quod convertibiliter se consequentium semper contradictoria se
consequi ordinavit. Singulis enim tertii ordinis singulæ primi ordinis
contradictoriæ sunt; et similiter singulæ quarti ordinis singulis, quæ in
secundo sunt, contradictoriæ sunt. Quod antiqui non observarunt. LECTIO (Canp. CarerANr
lect. 1x) AN AD ILLUD QUOD EST, NECESSARIUM ESSE, SEQUATUR ID QUOD EST,
POSSIBILE ESSE? ᾽Απορήσειε δ᾽ ἄν τις εἰ τῷ ἀναγκαῖον εἶναι τὸ δυνατὸν εἶναι ἕπεται. Εἴ τε γὰρ μὴ ἕπεται, ἡ ἀντίφχοσις ἀχολουθήσει, τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι" καὶ εἴ τις ταύτην μὴ φήσειεν εἶναι ἀντίφασιν, ἀνάγκη λέγειν τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι: ἅπερ ἄμφω ψευδῇ κατὰ τοῦ ἀναγκαῖον 115 Dubitabit autem aliquis, si ad illud quod est,
necessarium esse, illud quod est, possibile esse, sequatur. Nam si εἶναι. ᾿Αλλὰ μὴν πάλιν τὸ αὐτὸ εἶναι δοχεῖ δυνατὸν τέμνεσθαι καὶ μὴ τέμνεσθαι, καὶ εἶναι καὶ μιὴ εἶναι, ὥστε ἔσται τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἐνδεχόμενον po εἶναι: τοῦτο δὲ ψεῦδος. 3 ἢ ε Φανερὸν δὴ ὅτι οὐ πᾶν τὸ δυνατὸν ἢ εἶναι ἢ βαδίζειν xxi τὰ ἀντικείμενα δύναται, ἀλλ᾽ ἔστιν ἐφ᾽ ὧν οὐκ ος͵ ἀληθές" πρῶτον μὲν ἐπὶ τῶν μὴ κατα λόγον δυνατῶν, οἷον τὸ πῦρ θερμαντικὸν καὶ ἔχει δύναμιν ἄλογον. Αἱ μὲν οὖν μετὰ λόγου δυνάμεις αἱ αὐταὶ πλειόνων καὶ τῶν ἐναντίων, αἱ δ᾽ ἄλογοι οὐ πᾶσαι, ἀλλ᾿ ὥσπερ εἴρηται, τὸ πῦρ οὐ δυνατὸν θερμαίνειν καὶ μή, οὐδ᾽ ὅσα ἄλλα ἐνεργεῖ ἀεί. "ἔνια μέντοι δύναται xal τῶν χατὰ τὰς ἀλόγους δυνάμεις ἅμα τὰ ἀντιχείμενα δέἕξασται. ᾿λλλὰ τοῦτο μὲν τούτου χάριν εἴρηται, ὅτι οὐ πᾶσα δύναμις τῶν ἀντικειμένων, οὐδ᾽ ὅσαι λέγονται χατὸὰ τὸ αὐτὸ εἴδος. mew [TAS TA necesse. Et duo
facit: quia primo dubitationem absolvit; secundo, ex determinata quæstione
alium or Wr ed Ὁ TE ϑ, να MPPT T Lect. seq. Num. 5. dinem earumdem consequentiarum
modalibus statuit ; ibi: Et est fortasse etc. Circa primum duo facit: primo, movet quæstionem;
secundo, determinat eam; ibi: Manifestum est etc. Movet ergo quæstionem: primo
dicens: Dubitabit autem. aliquis si ad id quod est. necesse esse sequatur.
possibile &5$£; et secundo, arguit ad partem affirmativam subdens: Nam si
non sequatur, contradictoria eius. sequetur, scilicet non possibile esse, ut
supra deductum est: quia de quolibet est affirmatio vel negatio vera. Et si
quis dicat hanc, scilicet, non possibile esse, non esse contradictoriam illius,
scilicet, possibile esse, et propterea subterfugiendum velit argumentum, et
dicere quod neutra harum sequitur ad necesse esse; talis licet falsum dicat,
tamen concedatur sibi, quoniam necesse erit ipsum dicere illius contradictoriam
fore, possibile non esse. Oportet namque aut non possibile esse aut possibile
non esse, esse contradictoriam, possibile esse; et tunc in eumdem redibit
errorem, quoniam utræque, scilicet, non possibile esse et possibile non esse,
falsæ sunt de eo quod est, necesse esse. Et consequenter ad ipsum neutra sequi
potest. Nulla enim enunciatio sequitur ad ilam, cuius veritatem destruit.
Relinquitur ergo quod, ad necesse esse sequitur possibile esse. Tertio, arguit
ad partem negativam cum subdit: vero rursus etc., et intendit talem rationem.
Si ad necesse esse sequitur possibile esse, cum ad possibile sequatur possibile
non esse (per conversionem in oppositam qua"litatem, ut dicitur in I
Priorum, quia idem est possibile esse et non 6556), sequetur de primo ad
ultimum quod necesse esse est possibile non esse: quod est falsum manifeste.
Unde oppositionis hypothesim subdit: : vero non sequatur, contradictio
sequetur, quæ est, non possibile esse: et si quis hanc non dicat esse
contradictionem, necesse est dicere, possibile non esse: quæ utræque falsæ sunt
de necesse esse. At vero rursus idem videtur esse possibile aliquid incidi et
non incidi, et esse et non esse: quare erit necesse esse, contingens non esse. Hoc autem falsum est. Manifestum
est autem quod non omne possibile, vel esse, vel ambulare, etiam opposita
potest; sed est in qu:bus non sit verum. Primum quidem in his quæ non secundum
rationem possunt; ut ignis calefactibilis est, et habet vim irrationalem. Quæ
igitur secundum rationem potestates sunt, eædem plurium etiam contrariorum
sunt. Irrationales vero non omnes: sed (quemadmodum dictum est) ignem non esse
possibile calefacere et non; neque quæcunque alia semper agunt. Alia vero
possunt, et secundum irrationales potestates simul opposita suscipere. Sed hoc
huius gratia: dictum est, quoniam non omnis potestas oppositorum susceptiva
est, neque quæcunque secundum eamdem speciem dicuntur. rursus videtur idem
possibile esse et non esse, ut domus, et possibile incidi et. non. incidi, ut
vestis. Quare de primo ad ultimum necesse esse,
erit contingens non esse. Hoc autem est falsum. Ergo hypothesis illa, scilicet,
quod possibile sequatur ad necesse, est falsa. 3. Deinde cum dicit: Manifestum.
est. autem. etc., respondet dubitationi. Et primo, declarat veritatem
simpliciter; secundo, applicat ad. propositum; ibi: Hoc igitur possibile* etc.
Proponit ergo primo ipsam veritatem declarandam, dicens: Manifestum est autem,
ex dicendis, quod non omne possibile esse vel ambulare, idest operari: idest,
non omne possibile secundum actum primum vel secundum ad opposita valet, idest
ad opposita viam habet, sed est invenire aliqua possibilia, in quibus non sit
verum dicere quod possunt in opposita. Deinde, quia possibile a potentia
nascitur, manifestat qualiter se habeat potentia ipsa ad opposita: ex hoc enim
clarum erit quomodo possibile se liabeat ad opposita. Et circa hoc duo facit:
primo manifestat hoc in potentiis eiusdem rationis; secundo, in his quæ
æquivoce dicuntur potentiæ; ibi: Quasdam vero potentiæ * etc. Circa primum tria
facit: quia primo manifestat qualiter potentia irrationalis se habeat ad
opposita; et ait quod potentia irrationalis non potest in opposita. Ubi
notandum est quod, sicut dicitur IX Metapbys., potentia activa, cum nihil aliud
sit quam principium quo in aliud agimus, dividitur in potentiam rationalem et
irrationalem. Potentia rationalis est, quæ cum ratione et electione operatur;
sicut ars medicinæ, qua medicus cognoscens quid sanando expediat infirmo, et
volens applicat remedia. Potentia autem irrationalis vocatur illa, quæ non ex
ratione et libertate operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor
ignis potentia irrationalis est, quia calefacit, non ut cognoscit et vult, sed
ut natura sua exigit. Assignatur autem ibidem duplex differentia proposito
deserviens inter istas potentias.- Prima est quod activa potentia irrationalis
non potest duo opposita, sed Seq. c. xut. Lect. seq. Lect. seq. RN est
determinata ad unum oppositorum, sive sumatur oppositum contradictorie sive
contrarie. Verbi gratia: calor non potest calefacere et non calefacere, quæ
sunt contradictorie opposita, reque potest calefacere et frigefacere, quæ sunt
contraria, sed ad calefactionem determinatus est. Et hoc intellige per se, quia
per accidens calor frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris, humidum
scilicet, vel per antiperistasin contrarii. Et similiter potest non calefacere
per accidens, scilicet si calefactibile deest. Potentia autem rationalis potest
in opposita et contradictorie et contrarie. Arte siquidem medicinæ potest
medicus adhibere remedia et non adhibere, quæ sunt contradictoria; et adhibere
remedia sana et nociva, quæ sunt contraria. - Secunda differentia est quod
potentia activa irrationalis, præsente passo, necessario operatur, deductis
impedimentis: calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si
nihil impediat; potentia autem rationalis, passo præsente, non necessario
operatur: præ-: sente siquidem. infirmo, non cogitur medicus remedia adhibere.
É 5. Dimittantur autem metaphysico harum differentiarum rationes et ad textum
redeamus. Ubi narrans quomodo se habeat potentia irrationalis ad oppositum,
ait: Et primum quidem, scilicet, non est verum dicere quod sit potentia ad
opposita in his quæ. possunt non secundum rationem, idest, in his quorum posse
est per potentias irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens
calefacere, et babet vim, idest, potentiam istam irrationalem. Ignis siquidem
non potest frigefacere; neque in eius potestate est calefacere et non
calefacere. Quod autem dixit primum ordinem, nota, ad secundum genus possibilis
infra dicendum, in quo etiam non invenitur potentia ad opposita. 6. Secundo,
manifestat quomodo potentia rationalis se habeat ad opposita, intendens quod
potentia rationalis potest in opposita. Unde subdit: Ergo potestates secundum
rationem, idest rationales, ipsæ eædem sunt contrariorum, a non solum duorum,
sed etiam plurimorum, ut arte medicinæ medicus plurima iuga contrariorum
adhibere potest, et multarum operationum contradictionibus abstinere potest.
Præposuit autem ly ergo, ut hoc consequi ex dictis insinuaret: cum enim
oppositorum oppositæ sint proprietates, et potentia irrationalis ex eo quod
irrationalis ad opposita non se extendat; oportet potentiam rationalem ad
opposita viam habere, eo quod rationalis sit. Tertio, explanat id quod dixit
de potentiis irrationalibus, propter causam infra assignandam ab ipso; et
intendit quod illud quod dixit de potentia irrationali, scilicet quod non
potest in opposita, non est verum universaliter, sed particulariter. Ubi nota quod potentia irrationalis dividitur in
potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam passivam, quæ est
principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem dividitur in posse
calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis irrationalibus verum est quod non
possunt in opposita, .ut declaratum est; in potentiis autem passivis non est
verum. Illud enim quod potest calefieri, potest etiam frigefieri, quia eadem
est materia, seu potentia passiva contrariorum, ut dicitur in II De cælo et
mundo, et potest non calefieri, quia idem est subiectum privationis et formæ,
ut dicitur in I Physic. Et propter hoc ergo explanando, ait: Irralionales vero
potentiæ mom omnes a posse in opposita excludi intelligendæ sunt, sed illæ quæ
sunt quemadmodum potentia ignis calefactiva (ignem enim non posse non
calefacere manifestum est), et universaliter, quæcunque alia sunt talis
potentiæ, quod semper agunt, idest quod quantum est ex se non possunt non
agere, sed ad semper agendum ex sua forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt,
ut declaravimus, omnes potentiæ activæ irrationales. Alia vero sunt talis
conditionis quod etiam secundum irrationales potentias, scilicet passivas,
simul possunt in quædam opposita, ut ær potest calefieri et frigefieri. Quod
vero ait, simul, cadit supra ly possunt, et non supra ly opposita; et est
sensus, quod simul aliquid habet potentiam passivam ad utrunque oppositorum, et
non quod habeat potentiam passivam ad utrunque oppositorum simul habendum.
Opposita namque impossibile est haberi simul. Unde et dici solet et bene, quod
in huiusmodi est simultas potentiæ, non potentia simultatis. Irrationalis
igitur potentia non secundum totum suum ambitum a posse in opposita excluditur,
sed secundum partem eius, secundum potentias scilicet activas. Quia autem
videbatur superflue addidisse differentias inter activas et passivas
irrationales, quia sat erat proposito ostendisse quod non omnis potentia oppositorum
est; ideo subdit quod hoc idcirco dictum est, ut notum fiat quoniam nedum non
omnis potestas oppositorum est, loquendo de potentia communissime, sed neque
quæcunque potentiæ dicuntur secundum eamdem speciem ad opposita possunt.
Potentiæ siquidem irrationales omnes sub una specie irrationalis potentiæ
concluduntur, et tamen non omnes in opposita possunt, sed passive tantum. Non supervacanea ergo fuit differentia inter passivas
et activas irrationales, sed necessaria ad declarandum quod non omnes potentiæ
eiusdem speciei possunt in opposita. Potest etly boc demonstrare utranque
differentiam, scilicet, inter rationales et irrationales,et inter irrationales
activas et. passivas inter se; et tunc est sensus, quod hoc ideo fecimus, ut
ostenderemus quod non omnis potestas, quæ scilicet secundum eamdem rationem
potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest in aliquid ut rationalis et
irrationalis, neque etiam omnis potestas, quæ sub eadem specie continetur, ut
irrationalis activa et passiva sub specie irrationalis, ad opposita potest.
Canp. CargrANI lect.DECLARATIS POTENTIIS QUÆ ÆQUIVOCÆ DICUNTUR, SUMITUR RATIO
ZMPOSSIBILIS AD DETERMINANDUM QUODNAM EX POSSIBILIBUS AD NECESSARIUM SEQUATUR Ν
b Ἔνιαι δὲ δυνάμεις ὁμώνυμοί εἰσι. Τὸ γὰρ δυνατὸν οὐχ ἁπλῶς λέγεται, ἀλλὰ τὸ μὲν
ὅτι ἀληθὲς ὡς ἐνεργείᾳ, Quædam vero potestates æquivocæ sunt. Possibile enim
Sea. c. xu. : non L4 ὄν, 1 olov ^ à L] δυνατὸν e f. δίζε e (Q δίζε ^ ὶ e NI ῥαδίζειν
ὅτι βαδίζει, καὶ ὅλως δυνατὸν εἶναι ὅτι ἤδη ἔστι xav ἐνέργειαν ὃ λέγεται E εἰ,
i εἶναι δυνατόν, τὸ δὲ ὅτι ἐνεργήσειεν ἄν, οἷον δυνα[i τὸν εἶναι βαδίζειν ὅτι
βαδίσειεν ἄν. Καὶ αὕτη μὲν ἐπὶ τοῖς κινητοῖς ἐστὶ μόνοις ἡ δύναμις, ἐκείνη δὲ
καὶ ἐπὶ τοῖς ἀχινήτοις, Γλμφω δὲ ἀληθὲς εἰπεῖν τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι βαδίζειν ἢ
εἶναι, xai τὸ βαδίζον ἤδη καὶ ἐνεργοῦν καὶ τὸ βαδιστιχόν. Τὸ μὲν οὖν οὕτω δυνατὸν
οὐχ ἀληθὲς χατο τοῦ ἀναγχαίου ἁπλῶς εἰπεῖν, θάτερον δὲ ἀληθές. “Ὥστε ἐπεὶ 7 τῷ ἐν
μέρει τὸ καγόλου ἕπεται, τῷ ἐξ ἀνάγχης ὄντι ἕπεται τὸ δύνασθαι εἶναι, οὐ μέντοι
πᾶν. Καὶ ἔστι δὴ ἀρχὴ ἴσως τὸ ἀναγκαῖον καὶ μὴ ἀνάγκαϊον πάντων ἢ εἶναι ἢ μιὴ εἶναι,
καὶ τἄλλα ὡς τούτοις ἀχολουθοῦντα ἐπισκοπεῖν δεῖ. Φανερὸν δὴ ix τῶν εἰρημένων. ὅτι
τὸ ἐξ ἀνάγκης ὃν χατ᾽ ἐνέργειάν ἐδτιν, ὥστε εἰ πρότερα τὰ ἀίδια, καὶ ἡ ἐνέργεια
δυνάμεως προτέρα. οὐσίαι, τὰ Καὶ τὰ μὲν ἄνευ δυνάμεως ἐνέργειαί εἰσιν, olov αἱ
πρῶται δὲ μετὰ δυνάμεως, ἃ τῇ μὲν φύσει πρότερα, τῷ δὲ χρόνῳ ὕστερα, vd δὲ οὐδέποτε
ἐνέργειαί εἰσιν, ἀλλὰ δυνάμεις μόνον. 3 ntendit declarare quomodo illæ quæ
æquiUP vocæ dicuntur potentiæ, se habeant ad oppoE. sita. Et circa hoc duo
facit: primo, declarat £j) Num. 3. naturam talis potentiæ; secundo, ponit
differentiam et convenientiam inter ipsas et supradictas, ibi: Et bæc quidem*
etc. Ad evidentiam primi advertendum est quod V et TX Metapbys., Aristoteles
dividit potentiam in potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in
potentias, quæ non ea ratione qua prædictæ potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce
potentias. Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ,
et rationales, et irrationales. Quæcunque enim posse dicuntur per potentiam
activam vel passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt, quia scilicet
est in eis vis principiata alicuius activæ vel passivæ. Sub secundo autem
membro comprehenduntur potentiæ mathematicales et logicales. Mathematica
potentia est, qua lineam posse dicimus in quadratum, et eo quod in semetipsam
ducta quadratum constituit. Logica
potentia est, qua duo termini coniungi absque contradictione in enunciatione
possunt. Sub logica quoque potentia continetur quæ ea ratione potentia dicitur,
quia est. Hæ vero merito æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ
nullam virtutem activam vel passivam prædicant; et quod possibile istis modis
dicitur, non ea ratione possibile appellatur quia aliquis habeat virtutem ad
hoc agendum vel patiendum, sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad
opposita sint activæ vel passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates dicuntur ad
opposita non se habent. De his ergo loquens ait: Quædam vero potestates æquivocæ sunt, et ideo ad
opposita non se habent. Deinde declarans qualis sit ista potestas æquivoce
dicta, subdit divisionem usitatam possibilis per quam hoc simpliciter dicitur:
sed hoc quidem, quoniam verum est, quod in actu est; ut possibile ambulare,
quoniam ambulat iam, et omnino possibile esse, quoniam iam est in actu, quod
dicitur esse possibile: illud vero, quoniam actu esse posset; ut possibile
ambulare, quoniam ambulabit. in Et hæc quidem in mobilibus solis est potestas,
illa vero et immobilibus. Utrunque vero verum est dicere, non impossibile esse
ambulare vel esse, et quod iam ambulat et agit, et ambulativum. Hoc igitur
possibile non est verum de necessario dicere simpliciter, alterum autem verum
est. Quare quoniam partem universale sequitur, illud quod ex necessitate est,
consequitur posse esse, sed non omne. Et est fortasse quidem principium, quod
necessarium est, et quod non necessarium est, omnium vel esse, vel non esse: et
oportet. alia, veluti horum consequentia, considerare Manifestum est autem ex
his quæ dicta sunt, quod id quod ex necessitate est, secundum actum est: quare
si priora sunt sempiterna, et quæ actu sunt potestate priora sunt. Et hæc quidem sine potestate actus sunt, ut primæ
substantiæ: alia vero cum potestate, quæ natura quidem priora sunt, tempore
vero posteriora. Alia vero numquam actus sunt, sed potestates tantum. scitur,
dicens: possibile enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur
possibile eo quod verum est ut in actu, idest ut actualiter est; ut, possibile
est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest universaliter possibile est
esse, quoniam est actu iam quod possibile dicitur. Secundo modo autem possibile
dicitur aliquid non ea ratione quia est actualiter, sed quia forsitan aget,
idest quia potest agere; ut possibile est ambulare, quoniam ambulabit. Ubi
advertendum est quod ex divisione bimembri possibilis divisionem supra positam
potentiæ declaravit a posteriori. Possibile enim a potentia dicitur: sub primo
siquidem membro possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem
potentias univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod quia
possibile dupliciter dicitur, quod etiam potestas duplex est. Declaravit autem
potestates æquivocas ex uno earum membro tantum, scilicet ex his quæ dicuntur
possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo proposito. 3. Deinde cum dicit: Et
bæc quidem etc., assignat differentiam inter utranque potentiam, et ait quod
potentia hæc ultimo dicta physica, est in solis illis rebus, quæ sunt mobiles ;
illa autem est et in rebus mobilibus et immobilibus. Possibile siquidem a
potentia dictum eo quod possit agere, non tamen agit, inveniri non potest
absque mutabilitate eius, quod sic posse dicitur. Si enim nunc potest agere et
non agit,si agere debet, oportet quod mutetur de otio ad operationem. Id autem
quod possibile dicitur eo quod est, nullam mutabilitatem exigit in eo quod sic
possibile dicitur. Esse namque in actu, quod talem possibilitatem fundat,
invenitur et in rebus necessariis, et in immutabilibus, et in rebus mobilibus.
Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius est illo quod physicum
appellari solet. Deinde subdit convenientiam inter utrunque possibile, dicens
quod in utrisque potestatibus et possibilibus verum est non impossibile esse,
scilicet, ipsum ambulare, quod iam actu ambulat seu agit, et quod iam
ambulabile est; idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur possibile ex
CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES ALIO CONVENIENTI
SITU AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ: Primus Ordo eo Cf. lect. præc. n. 5.
quod actu est, sive ex eo quod potest esse, de utroque verificatur non
impossibile; et consequenter necessario verificatur possibile, quoniam ad non
impossibile sequitur possibile. Hoc est secundum genus possibilis, respectu
cuius Aristoteles supra dixit: Et primum quidem etc., in quo non invenitur via
ad utrunque oppositorum, hoc, inquam, est possibile quod iam actu est. Quod
enim tali ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex eo quod actu esse
suppositum est. Non ergo possibile omne ad utrunque possibile est, sive
loquamur de possibili physice, sive logice. 5. Deinde cum dicit : Sic igitur possibile etc.,
applicat determinatam veritatem ad propositum. Et primo, concludendo ex dictis,
declarat habitudinem utriusque possibilis ad necessarium, dicens quod hoc ergo
possibile, scilicet physicum quod est in solis mobilibus, non est verum dicere
Necesse est esse Non possibile est non esse Non contingens est non esse
Impossibile est non esse Tertius Ordo Non. necesse est esse Possibile est non
esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse Secundus Ordo Necesse
est non esse Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est
esse Quartus Ordo Non necesse est non esse Possibile est esse Contingens est
esse Non impossibile est esse Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod
necessariæ quæ ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero dixit
fortasse, non dubitantis, sed absque determinata ratione rem proponentis est.
et prædicare de necessario simpliciter: quia quod simpliciter necessarium est,
non potest aliter esse. Possibile autem physicum potest sic et aliter esse, ut dictum est. Addit
autem ly simpliciter, quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad
bene esse, quoddam ex suppositione: de quibus non est nostrum tractare, sed
solummodo id insinuare. Quod ut præservaret se ab illis modis necessarii qui
non perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly simpliciter. De
tali enim necessario possibile physicum non verificatur. Alterum autem
possibile logicum, quod in rebus immobilibus invenitur, verum est de illo
enunciare, quoniam nihil neces* c Lect. præced. a Cf. lect. præc. n. I. Num.
seq. sitatis adimit. Et per hoc
solvitur ratio inducta ad partem negativam quæstionis. Peccabat siquidem in
hoc, -quod ex necessario inferebat possibile ad utrunque quod convertitur in
oppositam qualitatem. 6. Deinde respondet quæstioni formaliter intendens quod
affirmativa pars quæstionis tenenda sit, quod scilicet ad necessarium sequitur
possibile; et assignat causam. Quia ad partem subiectivam sequitur constructive
suum totum universale; sed necessarium est pars subiectiva possibilis: quia
possibile dividitur in logicum et physicum, et sub logico comprehenditur
necessarium ; ergo ad necessarium sequitur possibile. Unde dicit: Quare,
quoniam partem, scilicet subiectivam, suum totum universale sequitur, illud
quod ex necessitate est, idest necessarium, tamquam partem subiectivam,
consequitur posse esse, idest possibile, tamquam totum universale. Sed mon omnino,
idest sed non ita quod omnis species possibilis sequatur; sicut ad hominem
sequitur animal, sed non omnino, idest non secundum omnes suas partes
subiectivas sequitur ad hominem: non enim valet: est homo, ergo est animal
irrationale. Et per hoc confirmata ratione adducta ad partem affirmativam,
expressius solvit rationem adductam ad partem negativam, quæ peccabat secundum
fallaciam consequentis, inferens ex necessario possibile, descendendo ad unam
possibilis speciem, ut de se patet. Deinde cum dicit: Et est fortasse quidem
etc., ordinat easdem modalium consequentias alio situ, præponendo necessarium
omnibus aliis modis. Et circa hoc duo facit: primo, proponit quod intendit;
secundo, assignat causam dicti ordinis; ibi: Manifestum est autem etc. Dicit ergo:
Et est fortasse principium omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse,
idest, affirmativarum vel negativarum, necessarium et non necessarium. Et
oportet considerare alia, scilicet, possibile contingere et impossibile esse,
sicut borum, scilicet, necessarii et non necessarii, consequentia, hoc modo: 8.
Deinde cum dicit:
Manifestum est autem. etc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat causam, quare præposuerit
necessarium possibili tali ratione. Sempiternum est prius temporali; sed
necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in actu, excludendo omnem
mutabilitatem, et consequenter temporalitatem, quæ sine motu non est
imaginabilis), possibile autem dicit temporalitatem (quia non excludit quin
possit esse et non esse); ergo necesse merito prius ponitur quam possibile.
Unde dicit, proponendo minorem: Manifestum est autem ex bis quæ dicta sunt
etc., tractando de necessario: quoniam id quod ex necessitate est, secundum
actum est totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et potentiam ad
oppositum: si enim mutari posset in oppositum aliquo modo, iam non esset
necessarium. Deinde subdit maiorem per modum antecedentis conditionalis : Quare
si priora sunt sempiterna temporalibus etc. Ultimo ponit conclusionem: et quæ
actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt potestate, idest
possibilibus, quæ omnino actu esse non ponunt, licet compatiantur. Deinde cum dicit: Et bæ quidem
etc., assignat causam totius ordinis a se inter modales statuti, tali ratione.
Universi triplex est gradus. Quædam sunt actu sine poteillæ state, idest sine
admixta potentia, ut primæ substantiæ, non quas in præsenti diximus primas, eo
quod principaliter et maxime substent, sed illæ quæ sunt primæ, quia omnium
rerum sunt causæ, Intelligentiæ scilicet. - Alia sunt actu cum possibilitate,
ut omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu sunt priora natura
seipsis secundum id quod habent de potentia, licet e contra sit, aspiciendo
ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia priora tempore
seipsis secundum id quod habent de actu. Verbi gratia, Socrates prius secundum
tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter philosophus. Potentia
ergo præcedit actum secundum ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ,
perfectionis et dignitatis e converso contingit.Prior enim secundum dignitatem,
idest dignior et perfectior habebatur Socrates cum philosophus
actualiter erat, quam cum philosophus esse poterat. Præposterus est igitur ordo
potentiæ et actus in unomet, utroque ordine, scilicet, naturæ et temporis
attento, - Alia vero nunquam sunt actu sed potestate tantum, ut
motus, tempus, infinita divisio magnitudinis, et infinita augmentatio
numeri. Hæc enim, ut IX Metapbys. dicitur, nunquam exeunt in actum,
quoniam eorum rationi repugnat. Nunquam enim aliquid horum ita est quin aliquid
eius expectetur, et consequenter nunquam esse potest nisi in potentia. Sed de
his alio tractandum est loco. Nunc hæc ideo dicta sint ut, inspecto ordine
universi, appareat quod illum imitati sumus in nostro ordine. Posuimus
siquidem primo necessarium, quod sonat actu esse sine potestate seu
mutabilitate, imitando primum gradum universi- Locavimus secundo loco
possibile et contingens, quorum utrunque sonat actum cum possibilitate, et sic
servatur conformitas ad secundum gradum universi. - Præposuimus autem possibile
et non contingens, quia possibile respicit actum, contingens autem secundum vim
nominis respicit defectum causæ, qui ad potentiam pertinet: defectus enim
potentiam sequitur; et ex hoc conforme est secundæ parti universi, in qua actus
est prior potentia secundum naturam, licet non secundum tempus.- Ultimum autem
locum impossibili reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima
universi pars dicta est illa, quæ nunquam actu est. Pulcherrimus igitur ordo
statutus est, quando divinus est observatus. Quia autem suppositæ modalium
consequentiæ nil aliud sunt quam æquipollentiæ earum, quæ ob varium negationis
situm, qualitatem, vel quantitatem, vel utranque mutantis, fiunt; ideo ad
completam notitiam consequentium se modalium, de earum qualitate et quantitate
pauca admodum necessaria dicenda sunt. Quoniam igitur natura totius ex partium
naturis consurgit, sciendum est quod subiectum enunciationis modalis et dicit
esse vel non esse, et est dictum unicum, et continet in se subiectum dicti;
prædicatum autem modalis enunciationis, modus scilicet, et totale prædicatum
est ( quia explicite vel implicite verbum continet, quod est semper nota eorum
quæ de altero prædicantur: propter quod Aristoteles dixit quod modus est ipsa
appositio), et continet in se vim distributivam secundum partes temporis.
Necessarium enim et impossibile distribuunt in omne tempus vel simpliciter vel
tale; possibile autem et contingens pro aliquo tempore in communi. Nascitur
autem ex his quinque conditionibus duplex in qualibet modali qualitas, et
triplex quantitas. - Ex eo enim quod tam subiectum quam prædicatum modalis
verbum in se habet, duplex qualitas fit, quarum altera vocatur qualitas dicti,
altera qualitas modi. Unde et supra dictum est* aliquam esse: affirmativam de
modo et non de dicto, et e converso. - Ex eo vero quod subiectum modalis
continet in se subiectum dicti, una quantitas consurgit, quæ vocatur quantitas
subiecti dicti: et hæc distinguitur in universalem, particularem et singularem,
Sicut et quàántitas illarum de inesse. Possumus enim dicere, Socratem, quemdam
hominem, vel omnem hominem, vel nullum hominem, possibile est currere. Ex eo
autem quod subiectum unius modalis dictum unum Ed. c: scilicet omne dictum
cutusque E isttus modalis re, est universalis, scilicet dictum . est, consurgit
alia quantitas, vocata quantitas dicti; et hæc unica est singularitas: secundum
omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius universalis, scilicet
dictum. Quod ex eo liquet quod cum dicimus, hominem esse album est possibile,
exponitur sic, hoc dictum, hominem esse album, est possibile. Hoc dictum autem
singulare est, sicut et, hic homo. Propterea et dicitur quod omnis modalis est
singularis quoad dictum, licet quoad subiectum dicti sit universalis vel
particularis. Ex eo autem quod prædicatum modalis, modus scilicet, vim
distributivam habet, alia quantitas consurgit vocata quantitas modi seu
modalis; et hæc distinguitur in universalem et particularem. Ubi diligenter:
duo attendenda sunt. Primum est quod hoc est singulare in modalibus, quod
prædicatum simpliciter quantificat propositionem modalem, sicut et simpliciter
qualificat. Sicut enim illa est simpliciter affirmativa, in qua modus
affirmatur, et illa negativa, in qua modus negatur; ita illa est simpliciter
universalis cuius modus est universalis, et illa particularis cuius modus est
particularis. Et hoc quia modalis modi naturam sequitur. Secundum attendendum
(quod est causa istius primi ) est, quod prædicatum modalis, scilicet modus,
non habet solam habitudinem prædicati respectu sui subiecti, scilicet esse et
non esse, sed habitudinem syncategorematis distributivi, sed non secundum
quantitatem partium subiectivarum ipsius subiecti, sed secundum quantitatem
partium temporis eiusdem. Et merito. Sicut enim quia subiecti enunciationis de
inesse propria quantitas est penes divisionem vel indivisionem ipsius subiecti
(quia est nomen quod significat per modum substantiæ, cuius quantitas est per
divisionem continui: ideo signum quantificans in illis distribuit secundum
partes subiectivas), ita quia subiecti enunciationis modalis propria quantitas
est tempus (quia est verbum quod significat per modum motus, cuius propria
quantitas est tempus), ideo modus quantificans distribuit ipsum suum subiectum,
scilicet, esse vel non esse, secundum partes temporis. Unde subtiliter
inspicienti apparebit quod quantitas ista modalis proprii subiecti modalis
enunciationis quantitas est, scilicet, ipsius esse vel non esse. Ita quod illa
modalis est simpliciter universalis, cuius proprium subiectum distribuitur pro
omni tempore: vel simpliciter, ut, hominem esse animal est necessarium vel
impossibile; vel accepto, ut, hominem currere hodie, vel, dum currit, est
necessarium vel impossibile. Illa vero est particularis, in qua non pro omni,
sed aliquo tempore distributio fit in communi tantum; ut, hominem esse animal,
est possibile vel contingens. Est ergo et ista modalis quantitas subiecti sui
passio (sicut et universaliter quantitas se tenet ex parte materiæ), sed
derivatur a modo, non in quantum prædicatum est (quod, ut sic, tenetur
formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod habet ex eo
quod proprie modus est. Sunt igitur modalium (de propria earum quantitate
loquendo) aliæ universales affirmativæ, ut illæ de necessario, quia distribuunt
ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ de impossibili, quia distribuunt
ad nunquam esse; aliæ particulares affirmativæ, ut illæ de possibili et
contingenti, quia distribuunt utrunque ad aliquando esse; aliæ particulares
negativæ, ut illæ de non necesse et non impossibili, quia distribuunt ad
aliquando non esse:sicut in illis de inesse, omnis, nullus, quidam, non omnis,
non nullus, similem faciunt diversitatem. Et quia, ut dictum est, hæc quantitas
modalium est inquantum modales sunt, et de his, inquantum huiusmodi, præsens
tractatus fit ab Aristotele; idcirco æquipollentiæ, seu consequentiæ earum,
ordinatæ sunt negationis vario situ, quemadmodum æquipollentiæ illarum de
inesse: ut scilicet, negatio præposita modo faciat æquipollere suæ
contradictoriæ; negatio autem modo postposita, posita autem dicti verbo, suæ
æquipollere contrariæ facit; præposita vero et postposita suæ subalternæ, ut
videre potes in consequentiarum figura ultimo ab Aristotele formata. In qua,
tali præformata oppositionum figura, clare videbis omnes se mutuo consequentes,
secundum alteram trium regularum æquipollere, et consequenter, totum primum
ordinem secundo contrarium, tertio contradictorium, quarto vero subalternum. Necesse esse o qd Ε S s E ὦ ri Possibile esse
Impossibile e Contrariæ eo E δα ES x ο x9 ? . [d x Se, ἢ ᾿ς 6 Subcontrariæ esse
uU g& z E $ B E Contingens non essc vtt (Cann. CargTANI lect. xi)
CONTRARIETAS IN ANIMI OPINIONIBUS CONSTITUITUR EX ALIQUA VERI FALSIQUE
OPPOSITIONE. Πότερον δὲ ἐναντία ἐστὶν ἡ κατάφασις τῇ ἀποφάσει ἢ ἡ κατάφασις τῇ
χαταφάσει, καὶ ὁ λόγος τῷ λόγῳ; ὁ λέγων ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ οὐδεὶς ἄνθρωπος
δίκαιος ἢ τὸ πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, οἷον ἔστι Καλλίας
δίκαιος, οὐχ ἔστι Καλλίας δίκαιος, Καλλίας ἄδιχός ἐστι" ποτέρα δὴ Εἰ ἐναντία
τούτων ; γὰρ τὰ μὲν ἐν τῇ φωνῇ ἀχολουθεῖ τοῖς ἐν τῇ διανοίᾳ, ἐκεῖ δὲ ἐναντία
δόξα ἡ τοῦ ἐναντίου, οἷον ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῇ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, καὶ ἐπὶ
τῶν ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεων ἀνάγχη ὁμοίως ἔχειν. Εἰ δὲ ped ἐχεῖ ἡ τοῦ ἐναντίου
δόξα ἐναντία ἐστίν, οὐδὲ ἡ κατάφασις τῇ καταφάσει ἔσται ἐνανvla, ἀλλ᾽ ἡ εἰρημένη
ἀπόφασις. Ὥστε σχεπτέον ποία δόξα ἀληθὴς ψευδεῖ δόξη ἐναντία. πότερον ἡ τῆς ἀποφάσεος
ἢ ἡ τὸ ἐναντίον εἶναι δοξάζουσα. Λέγω δὲ ὧδε. Ἔστι τις δόξα ἀληθὴς τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι
ἀγαθόν, ἄλλη δὲ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν ψευδής, ἑτέρα δὲ ὅτι χακόν. Ποτέρα δὴ τούτων ἐναντία
τῇ ἀληθεῖ; xal εἰ ἔστι μία, x40 ' ὁποτέραν ἡ ἐναντία: μὲν δὴ τούτῳ οἴεσθαι τὰς ἐναντίας
δόξας ὡρίσθαι, τῷ τῶν ἐναντίων εἶναι, ψεῦδος" τοῦ γὰρ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ
τοῦ καχοῦ ὅτι κακὸν ἡ αὐτὴ ἴσως καὶ ἀληθὴς ἔσται εἴτε πλείους εἴτε μία ἐστίν. ᾿Εναντία
δὲ ταῦτα. ÀAXA' οὐ τῷ ἐναντίων εἶναι ἐναντία, ἀλλὰ μᾶλλον τῷ ἐναντίως. Εἰ δὴ ἔστι
μὲν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἐστὶν ἀγαθὸν δόξα, ἄλλη δ᾽ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, ἔστι δὲ ἄλλο τι ὃ
οὐχ ὑπάρχει οὐδ᾽ οἷόντε ὑπάρξαι, τῶν μὲν δὴ ἄλλων οὐδεμίαν θετέον, οὔτε ὅσαι ὑπάρχειν
τὸ μιὴ ὑπάρχον δοξαάζουσιν, οὔθ᾽ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον (ἄπειροι γὰρ ἀμφότεραι,
καὶ ὅσαι ὑπάρχειν δοξάζουσι τὸ μὴ ὑπάρyov, καὶ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον);
SEN ene ostquam determinatum est de enunciatione se(Q) (oy cundum quod
diversificatur tam ex additione facta ad terminos, quam ad compositionem AQUINO
Num. . Num. . Lect. seq. J7 eius, hic secundum divisionem a s. Thoma in
principio huius Secundi factam, intendit Aristoteles tractare quandam
quæstionem circa oppositiones enunciationum provenientes ex eo quod additur
aliquid simplici enunciationi. Et circa hoc quatuor facit: primo, movet
quæstionem; secundo, declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia quæstione
prætractanda; ibi: Nam si ea, quæ sunt in voce etc.; tertio, determinat illam
aliam quæstionem; ibi: Nam arbitrari etc.; quarto, redit ad respondendum
quæstioni primo motæ; ibi: Quare si in opinione etc. Quæstio quam movere
intendit est: utrum affirmativæ enunciationi contraria sit negatio eiusdem
prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu privativo? Unde dicit:
Utrum contraria est affirmatio. negationi. contradictoriæ, scilicet, et
universaliter oratio affirmativa orationi negativæ; ut, affirmativa oratio quæ
dicit, omnis bomo est iustus, illi contraria sit orationi negativæ, nullus bomo
est iustus, aut illi, omnis bomo est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato
privativo? Et similiter ista
affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ negationi,
Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est affirmativa de
prædicato privativo? Utrum autem contraria est affirmatio negationi, aut affirmatio
affirmationi et oratio orationi, quæ dicit, quod omnis homo iustus est, ei quæ
est, nullus homo iustus est; aut, omnis homo iustus est, ei quæ est, omnis homo
iniustus est; ut, Callias iustus est, Callias iustus non est, Callias iniustus
est; utra harum contraria est? Nam s. a, quæ suntin voce, sequuntur ea, quæ
sunt in intellectu, illic autem contraria est opinio contrarii, ut quod, omnis
homo iustus est, ei quæ est, omnis homo iniustus est, et etiam in his, quæ,sunt
in voce, affirmationibus, necesse est similiter se se habere. Quod si neque illic contrarii opinatio contraria est,
nec affirmatio affirmationi contraria erit; sed ea quæ dicta est negatio. Quare
considerandum est quæ opinio vera opinioni falsæ contraria est, utrum
negationis, an ea, quæ contrarium esse opinatur. Dico autem hoc modo. Est
quædam opinatio vera boni, quod bonum est ;: alia vero, quod non bonum, est
falsa; alia vero, quod malum: utra harum contraria veræ? et si est una,
secundum quamnam contraria est? Nam arbitrari contrarias opiniones definiri, eo
quod contrariorum sunt, falsum est: boni enim, quod bonum est, et mali, quod
malum est, eadem fortasse opinio est et vera, sive plures,sive una sit. Sunt autem
ista contraria. Sed non eo quod contrariorum sint contraria :sunt sed magis eo
quod contrarie. Si ergo est boni quidem, quod est bonum, opinio, alia autem
quod non est bonum: est vero aliquid aliud quod non est, neque potest esse:
aliarum quidem nulia ponenda est, neque quæcunque esse, quod non est,
opinantur, neque quæcunque non esse quod est (infinitæ enim utræque sunt, et
quæ esse opinantur quod non est, et quæ non esse quod est). Ad evidentiam
tituli huius quæstionis, quia hactenus indiscusse ab aliis est relictus,
considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet ipsa enunciatio
seu significatio et modus enunciandi seu significandi, duplex inter
enunciationes fieri potest oppositio, una ratione ipsius enunciationis, altera
ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi attendimus, duas species
oppositionis in latitudine enunciationum inveniemus, contrarietatem scilicet et
contradictionem. Divisæ enim superius sunt enunciationes oppositæ in contrarias
et contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi enunciandi
est quando idem prædicatur de eodem subiecto contradictorio modo enunciandi; ut
sicut unum contradictorium nil ponit, sed alterum tantum destruit, ita una
enunciatio nil asserit, sed id tantum quod altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ
contradictoriæ vocantur, scilicet, omnis bomo est iustus, non omnis bomo est
iustus, Socrates est iustus, Socrates nom est iustus, ut de se patet. Et ex hoc
provenit quod non possunt simul veræ aut falsæ esse, sicut nec duo
contradictoria. Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi enunciandi
est quando idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut
sicut unum contrariorum ponit materiam sibi et reliquo communem in extrema
distantia sub illo | genere, ut patet de albo et nigro, ita una enunciatio
ponit Y Cap. . CAP. , subiectum commune sibi et suæ oppositæ in extrema
distantia sub illo prædicato. Huiusmodi quoque sunt omnes illæ quæ contrariæ in
figura appellantur, scilicet, omnis bomo est iustus, omnis bomo non. est
iustus. Hæ enim faciunt subiectum, scilicet
hominem, maxime distare sub iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse
homini, non quocunque modo, sed universaliter; ista autem enunciat iustitiam
abesse homini, non qualitercunque, sed universaliter. Maior enim distantia esse
non potest quam ea, quæ est inter totam universitatem habere aliquid et nullum
de universitate habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt esse simul
veræ, sicut nec contraria possunt eidem simul inesse; et quod possunt esse
simul falsæ, sicut et contraria simul non inesse eidem possunt. Ed. c: posita
sunt. Si vero ipsam enunciationem sive eius significationem attendamus secundum
unam tantum oppositionis speciem, in tota latitudine enunciationum reperiemus contrarietatem,
scilicet secundum veritatem et falsitatem: quia duarum enunciationum
significationes entia positiva sunt, ac per hoc neque contradictorie neque
privative opponi possunt, quia utriusque oppositionis alterum extremum est
formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur, ut clarum est, restat ut nonnisi contrarie
opponi possunt. 3. Consistit autem ista contrarietas in
hoc quod duarum enunciationum altera alteram non compatitur vel in veritate vel
in falsitate, præsuppositis semper conditionibus contrariorum, scilicet quod
fiant circa idem et in eodem tempore. Patere quoque potest talem oppositionem
esse contrarietatem ex natura conceptionum animæ componentis et dividentis,
quarum singulæ sunt enunciationes. Conceptiones siquidem animæ adæquatæ nullo
alio modo opponuntur conceptionibus inadæquatis nisi contrarie, et ipsæ
conceptiones inadæquatæ, si se mutuo expellunt, contrariæ quoque dicuntur. Unde
verum et falsum, contrarie opponi probatur ad AQUINO (vedasi) in I parte, qu.
xvii. Sicut ergo hic, ita et in enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ
contrarie opponuntur inædequatis, idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest
falsæ, contrarie quoque opponuntur inter se, si contingat quod se non
compatiantur, salvis semper contrariorum conditionibus. Est igitur in
enunciationibus duplex contrarietas, una ratione modi, altera ratione
significationis, et unica contradictio, scilicet ratione modi. Et, ut confusio
vitetur, prima contrarietas vocetur contrarietas modalis, secunda contrarietas
formalis. Contradictio autem non ad confusionis vitationem quia unica est, sed
ad proprietatis expressionem contradictio modalis vocari potest. Invenitur
autem contrarietas formalis enunciationum inter omnes contradictorias, quia
contradictoriarum altera alteram semper excludit; et inter omnes contrarias
modaliter quoad veritatem, quia non possunt esse simul veræ, licet non
inveniatur inter omnes quoad falsitatem, quia possunt esse simul falsæ. 4. Quia
igitur Aristoteles in hac quæstione loquitur de contrafietate enunciationum quæ
se extendit ad contrarias modaliter, et contradictorias, ut patet in principio
et in fine quæstionis (in principio quidem, quia proponit utrasque
contradictorias dicens: Affirmatio negationi etc.; et contrarias modaliter
dicens: Ef oratio orationi etc., unde et exempla utrarunque statim subdit, ut
patet in littera. In fine vero, quia ibi expresse quam conclusit esse
contrariam affirmativæ universali veræ dividit, in contrariam modaliter
universalem negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ divisio falsitate non
careret, nisi conclusisset contrariam formaliter, ut de se patet), quia,
inquam, sic accipit contrarietatem, ideo de contrarietate formali enunciationum
quæstio intelligenda est. Et est quæstio valde subtilis, necessaria et adhuc nullo
modo superius tacta. Opp. D. Tuowaz LECT. Est igitur titulus. quæstionis; utrum
affirmativæ veræ contraria formaliter sit negativa falsa eiusdem prædicati, aut
affirmativa falsa de prædicato privativo, vel contrario? Et sic patet quis sit
sensus tituli, et quare non movet quæstionem de quacunque alia oppositione
enunciationum (quia scilicet nulla alia in eis formaliter invenitur), et quod
accipit contrarietatem proprie et strictissime, licet talis contrarietas
inveniatur inter contradictorias modaliter et contrarias modaliter. Ὁ Dictum
vero fuit a s. Thoma provenire hanc dubitationem ex eo quod additur aliquid
simplici enunciationi, quia si tantum simplices, idest, de secundo adiacente
enunciationes attendantur, non habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici
enunciationi, idest subiecto et verbo substantivo, additur aliquid, scilicet
práedicatum, nascitur dubitatio circa oppositionem, an illud additum' in
contrariis debeat esse illudmet prædicatum, negatione apposita verbo, an debeat
esse prædicatum contrarium seu privativum, absque negatione præposita verbo.
Deinde cum dicit: Nam siea etc., declarat unde sumenda sit decisio huius
quæstionis. Et duo facit: quia primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una
alia quæstione, ex illa scilicet: utrum opinio, idest conceptio animæ, in
secunda operatione intellectus, vera, contraria sit opinioni falsæ negativæ
eiusdem prædicati, an falsæ afürmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare illa
quæstio dependet ex ista, quia scilicet enunciationes vocales sequuntur
mentales, ut effectus adæquati causas proprias, et ut significata signa
adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque natura. Unde inchoans ab
hac causa ait: Nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ed, quæ sunt in anima, ut
dictum est in principio I libri, et illic, idest in anima, opinio contrarii
prædicati circa idem subiectum est contraria illi alteri, quæ affirmat reliquum
contrarium de eodem (cuiusmodi sunt istæ mentales enunciationes, omnis bomo est
iustus, omnis bomo est iniustus); si ita inquam est, etiam et in his
affrmationibus quæ sunt in voce, idest vocaliter sumptis, necesse est similiter
se habere, ut scilicet sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem subiecto et
prædicatis contrariis. Quod si neque
illic, idest in anima, opinatio contrarii prædicati, contrarietatem inter
mentales enunciationes constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi vocali
contraria erit de contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria erit
negatio eiusdem prædicati. Dependet ergo mota quæstio ex ista alia sicut
effectus ex causa. Propterea et concludendo addit secundum, quod scilicet de
hac quæstione prius tractandum est, ut ex causa cognita effectus innotescat
dicens: Quare considerandum est, opinio vera cui opinioni falsæ contraria est: utrum
negationi falsæ am certe ei affirmationi falsæ, quæ contrarium esse opinatur.
Et ut exemplariter proponatur, dico hoc modo: Sunt tres opiniones de bono, puta
vita: quædam enim est ipsius boni opinio vera, quoniam bonum est, puta, quod
vita sit bona; alia vero falsa negativa, scilicet, quoniam bonum non est, puta,
quod vita non sit bona; alia item falsa affirmativa contrarii, scilicet,
quoniam malum est, puta, quod vita sit mala. Quæritur ergo quæ harum falsarum
contraria est veræ? Quod autem subdidit: Et si est una, secundum quam contraria
est, tripliciter legi potest. Primo, dubitative, ut Sit pars quæstionis; et
tunc est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ: et simul
quæritur, si est tantum una harum falsarum secundum quam fiat contraria ipsi
veræ: quia cum unum uni sit contrarium, ut dicitur in X Metaphysicæ, quærendo
quæ harum sit contraria, quæremus etiam an una earum sit contraria. Alio modo,
potest legi adversative, ut sit sensus: quæ16 Supra lect. 1, n. I. Ed. c:
singula. ritur quæ harum sit contraria; quamquam sciamus quod non utraque sed
una earum est secundum quam fit contrarietas. - Tertio modo, potest legi
dividendo hanc particulam, Et si est una, ab illa sequenti, secundum quam
contraria est; et tunc prima pars expressive, secunda vero Boethius. dubitative
legitur; et est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ, non
solum si istæ duæ falsæ inter se differunt in consequendo, sed etiam si utraque
est una, idest alteri indivisibiliter unita, quæritur secundum quam fit
contrarietas. Et hoc modo exponit Boethius, dicens quod Aristoteles apposuit
hæc verba propter contraria immediata, in quibus non differt contrarium a
privativo. Inter contraria enim mediata et immediata hæc est differentia, quod
immediatis a prwativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus
colorabile est non album, ergo est nigrum: potest enim esse rubrum. In
immediatis autem valet; verbi gratia: amimal est mon sanum, ergo infirmum ;
numerus est non par, ergo impar. Voluit ergo Aristoteles exprimere quod nunc,
cum quærimus quæ harum falsarum, scilicet negativæ et affirmativæ contrarii,
sit contraria affirmativæ veræ, quærimus universaliter sive illæ duæ falsæ
indivisibiliter se sequantur, sive non. 8. Deinde cum dicit: Nam arbitrari,
prosequitur hanc secundam quæstionem. Et circa hoc quatuor facit. Primo,
declarat quod contrarietas opinionum non attenditur penes contrarietatem
materiæ, circa quam versantur, sed potius penes oppositionem veri vel falsi;
secundo, declarat quod non penes quæcunque opposita secundum veritatem et
falsitatem est contrarietas opinionum; ibi: Si ergo boni etc.; tertio,
determinat quod contrarietas opinionum attenditur penes per se primo opposita
secundum veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi: Sed im quibus primo
fallacia etc.; quarto, declarat hanc determinationem inveniri in omnibus veram;
ibi: Manifestum. est igitur etc. Dicit ergo proponens intentam conclusionem,
quod falsum est arbitrari opiniones definiri seu determinari debere contrarias
ex eo quod contrariorum obiectorum sunt. Et adducit ad hoc duplicem tationem.
Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem opinio; sed contrariorum eadem
est fortasse opinio; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum
sunt. - Secunda est: opiniones contrariæ non sunt simul veræ; sed opiniones
contrariorum, sive plures, sive una, sunt simul veræ quandoque; ergo opiniones
non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt.- Harum rationum, suppositis
maioribus, ponit utriusque minoris declarationem simul, dicens: Boni enim,
quoniam bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem forlasse opinio est, quoad
primam. Et subdit esse vera, sive plures sive una sit, quoad secundam. Utitur
autem dubitativo adverbio et disiunctione, quia non est determinandi locus an
contrariorum eadem sit opinio, et quia aliquo modo est eadem et aliquo modo
non. Si enim loquamur de habituali opinione, sic eadem est; Si autem de
actuali, sic non eadem est. Alia siquidem mentalis compositio actualiter fit,
concipiendo bonum esse bonum, et alia concipiendo malum esse malum, licet eodem
habitu utrunque cognoscamus, illud per se primo, et hoc secundario, ut dicitur
IX Metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad declarationem minorum sumpta
sunt, scilicet bonum et malum, contraria sunt ac etiam contrarietate sumpta
stricte in moralibus, per hoc congrua usi sumus declaratione. Ultimo inducit
conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum opiniones sunt, contrariæ sunt,
sed magis in eo quod contrariæ, idest, sed potius censendæ sunt opiniones
contrariæ ex eo quod contrarie adverbialiter, scilicet contrario modo, idest
vere et false enunciant. Et sic patet primum. 9. Si ergo boni etc. Quia dixerat
quod contrarietas opinionum accipitur secundum oppositionem veritatis et
falsitatis earum, declarat modo quod non quæcunque secundum veritatem et
falsitatem oppositæ opiniones sunt contrariæ, tali ratione. De bono, puta, de
iustitia, quatuor possunt opiniones haberi, scilicet quod iustitia est bona, et
quod non est bona, et quod est fugibilis, et quod est non appetibilis. Quarum
prima est vera, reliquæ sunt falsæ. Inter quas hæc est diversitas quod, prima
negat idem prædicatum quod vera affirmabat secunda affirmat aliquid aliud quod
bono non inest; tertia negat id quod bono inest, non tamen illud quod vera affirmabat.
Tunc sic. Si omnes opiniones secundum veritatem et falsitatem sunt contrariæ,
tunc uni, scilicet veræ opinioni non solum multa sunt contraria, sed etiam
infinita: quod est impossibile, quia unum uni est contrarium. Tenet
consequentia, quia possunt infinitæ imaginari opiniones falsæ de una re,
similes ultimis falsis opinionibus adductis, affirmantes, scilicet ea quæ non
insunt illi, et negantes ea quæ illi quocunque modo coniuncta sunt: utraque
namque indeterminata esse et absque numero constat. Possumus* enim opinari quod
iustitia est quantitas, quod est relatio, quod est hoc et illud; et similiter
opinari quod iustitia non sit qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus.
Unde ex supradictis in propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum
contra unam veram, ait: Si ergo est opinatio vera boni, puta iustitiæ, quoniam
est bonum; et si est etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam mon
est quid bonum; est vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid
aliud inesse illi, quod non inest nec inesse potest, puta, quod iustitia sit
fugibilis, quod sit illicita; et hinc intelligitur quarta falsa quoque, quæ
scilicet negat aliquid aliud ab eo quod vera opinio affirmat inesse iustitiæ,
quod tamen inest, ut puta quod non sit qualitas, quod non sit virtus; si ita
inquam est, nulla aliarum falsarum ponenda est contraria opinioni veræ. Et
exponens quid demonstret per ly aliarum, subdit: Neque quæcumque opinio
opinatur esse quod mom est, ut tertii ordinis opiniones faciunt: meque quæcumque
opiEt nio opinatur non. esse quod est, ut quarti ordinis opiniones significant.
causam subdit: Infimitæ enim utræque sunt, el quæ esse opinantur quod mom est,
el quæ mon esse quod est, ut supra declaratum fuit. Non ergo quæcunque opiniones oppositæ secundum
veritatem et falsitatem contrariæ sunt. Et sic patet secundum. d. c et: possum
(Cann. CarkrANI lect. xi1) ILLA VERI FALSIQUE OPPOSITIO, QUÆ OPINIONUM
CONTRARIETATEM CONSTITUIT, EST OPPOSITIO SECUNDUM AFFIRMATIONEM ET NEGATIONEM
EIUSDEM DE EODEM. ἀλλ᾽ ἐν ὅσαις ἐστὶν ἡ ἀπάτη. Αὐται δέ εἰσιν ἐξ ὧν αἱ αἱ t,
γενέσεις" ἐκ τῶν ἀντικειμένων δὲ αἱ γενέσεις, ὥστε χαὶ, ^, E ἀπάται. Ei οὖν
τὸ ἀγαθὸν xal ἀγαθὸν xal οὐ χαχόν ἐστι; xad τὸ μὲν καθ᾽ ἑαυτό, τὸ δὲ χατὰ
συμβεβηκός (συμβέβηκε γὰρ αὐτῷ οὐ καχῷ εἶναι), μᾶλλον δὲ ἑκάστου, Sed in
quibuscunque fallacia est. Hæ autem sunt ex his Seq.c.xiv. ex quibus sunt
generationes: ex oppositis vero generationes sunt: quare etiam fallacia. Si
ergo quod bonum est, et bonum, et non malum est; et ἀληθὴς ἡ καθ᾽ ἑαυτό, καὶ
ψευδής, εἴπερ καὶ ἀληθής. Ἡ μὲν οὖν ὅτι οὐχ ἀγαθὸν τὸ ἀγαθὸν τοῦ καθ᾽ ἑαυτὸ ὑπάρχοντος,
ψευδής, ἡ δὲ τοῦ ὅτι χακὸν τοῦ κατὰ συμβεβηκός. “Ὥστε μᾶλλον ἂν εἴη ψευδής τοῦ ἀγαθοῦ
ἡ τῆς ἀποφάσεως, ἢ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα. Διέψευσται δὲ μάλιστα περὶ ἕκαστον ὁ τὴν
ἐναντίαν ἔχων. δόξαν: τὰ γὰρ ἐναντία τῶν πλεῖστον διαφερόντων περὶ τὸ αὐτό. Εἰ
οὖν ἐναντία μὲν τούτων ἡ ἑτέρα; ἐναντιωτέρα δὲ ἡ τῆς ἀποφάσεως, δῆλον ὅτι αὑτὴ ἂν
εἴη ἐναντία. Ἢ δὲ τοῦ ὅτι κακὸν τὸ ἀγαθὸν συμ.πεπλεγμένη ἐστί: xol γὰρ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν
ἀνάγχη ἴσως ὑπολαμβάνειν τὸν αὐτόν. hoc quidem secundum se, illud vero secundum
accidens (accidit enim ei non malum esse); magis autem in unoquoque vera est,
quæ secundum se est etiam falsa, est falsa siquidem et vera. Ergo ea quæ est,
quoniam non bonum quod bonum est, eius, quæ secundum se est; eius, quæ illa
vero quæ est, quoniam malum est, est secundum accidens. Quare magis erit falsa
de bono ea, quæ est negationis opinio, quam ea, quæ est contrarii. Falsus autem
est maxime circa singula, qui habet contrariam opinionem: contraria enim sunt
eorum, quæ plurimum circa idem differunt. Si igitur harum contraria est altera,
magis vero negationis est contraria; manifestum est quoniam hæc erit contraria.
Illa vero quæ est, quoniam malum est, quod bonum est, implicita est. Etenim quoniam
non bonum Ἔτι δέ, εἰ καὶ ἐπὶ τῶν ἄλλων ὁμοίως δεῖ ἔχειν, καὶ ταύτῃ ἂν δόξειε
καλῶς concava ἢ γὰρ πανταχοῦ τὸ τῆς ἀποφάσεως ἢ οὐδαμοῦ. Ὅσοις δὲ μή ἐστιν ἐναντία,
περὶ τούτων ἔστι μὲν ψευδὴς ἡ τῇ ἀληθεῖ ἀντικειμένη, οἷον ὁ τὸν ἄνθρωπον οὐχ ἄνθρωπον
οἰόμενος ον Ei οὖν ἄλλαι αἱ τῆς ἀποφάσεως. αὗται ἐναντίαι. xal αἱ: Ἔτι ὁμοίως ἔχει
ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ ἡ τοῦ ^, μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, xad πρὸς ταύταις
ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθόν, καὶ ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. Τῇ οὖν τοῦ μηὴ ἀγαθοῦ
ὅτι οὐχ ἁ αθὸν ἀληθεῖ οὔσῃ δόξῃ τίς ἂν εἴη ἡ ἐναντία ; οὐ γὰρ δ᾽ὴ ἡ λέγουσα ὅτι
Xa dv ἅμα γὰρ ἄν ποτε εἴη ἀληθής, s? hail δὲ ἀληθὴς ἀληθεῖ ἐναντία. Ἔστι γάρ τι
μὴ ἀγαθὸν χακόν, ὥστε ἐνδέχεται ἅμα ἀληθεῖς εἶναι. Οὐδ᾽ αὖ ἡ ὅτι οὐ κακόν: ἀληθὴς
γὰρ καὶ αὕτη" ἅμα γὰρ καὶ ταῦτα ἂν εἴη. Λείπεται οὖν τῇ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι
οὐχ ἀγαθὸν ἐναντία ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν" ψευδὴς γὰρ αὕτη. Ὥστε χαὶ ἡ
τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν τῇ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. V Φανερὸν δὲ ὅτι οὐδὲν
διοίσει οὐδ᾽ ἂν καθόλου τιθῶμεν τὴν κατάφασιν: ἡ γὰρ καθόλου ἀπόφασις ἐναντία ἔσται,
οἷον τῇ δόξῃ τῇ Sobakoóon, ὅτι πᾶν ὃ ἂν dj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστιν, ἡ ὅτι οὐδὲν τῶν
ἀγαθῶν ἀγα0óv: Ἢ γὰρ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἁ αθόν, εἰ χαθόλου τὸ ἀγαθόν, ἡ αὐτή ἐστι τῇ
ὅτι ὃ ἂν ἡ ἀγαθὸν δοξαζούσῃ ὅτι ἀγαθόν" τοῦτο δὲ οὐδὲν διαφέρει τοῦ ὅτι πᾶν
ὃ ἂν fj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστι. 'Ομοίως $: xal ἐπὶ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ. “Ὥστε εἴπερ ἐπὶ
δόξης οὕτως ἔχει; εἰσὶ δὲ αἱ ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεις καὶ ἀποφάσεις σύμβολα τῶν ἐν
τῇ ψυχῇ, δῇλον ὅτι χαὶ καταφάσει ἐναντία μὲν ἀπόφασις ἡ περὶ τοῦ αὐτοῦ χαθόλου,
οἷον, τῇ ὅτι πᾶν ἀγαθὸν ἀγαθόν, ἢ ὅτι πᾶς ἄνθρωπος ἀγαθός, ἡ ὅτι οὐθὲν ἢ οὐδείς,
ἀντιφατικῶς $n ἢ οὐ πᾶν ἢ οὐ πᾶς. est, necesse est forte idem ipsum opinari. Amplius si etiam in aliis
similiter oportet se habere, et hoc modo videbitur bene esse dictum. Aut enim
ubique ea, quæ est contradictionis, aut nusquam. Quibus vero non est
contrarium, de his quidem est falsa ea, quæ est veræ opposita; ut qui hominem
non putat esse hominem, falsus est. Si
ergo hæ contrariæ sunt, etiam aliæ quæ sunt contradictiones. Amplius similiter se habet
opinio boni, quoniam bonum est, et non boni, quoniam non bonum est. Et præter
has boni, quoniam non bonum est, et non boni quoniam bonum est. Illi ergo quæ
est, non boni quoniam non bonum est; veræ opinationi quænam est contraria? non
enim ea, quæ dicit quoniam malum est: simul enim aliquando veræ erunt. Nunquam
autem vera veræ est contraria: est enim quidquam non bonum malum. Quare
contingit simul esse veras. At vero nec illa, quæ est, quod non malum: vera
enim et, hæc: simul enim et hæc erunt. Relinquitur ergo, ei, quæ est non-bonum,
quoniam non bonum est, contraria ea, quæ est, non boni, quoniam bonum est.
Falsa enim hæc. Quare et ea, quæ est boni, quoniam non bonum est, ei, quæ est
boni, quoniam est bonum. Manifestum est autem quoniam nihil interest nec si
universaliter ponamus affirmationem. Universalis enim negatio contraria erit;
ut opinioni, quæ opinatur, quoniam omne .quod est bonum, bonum est, ea quæ est,
quoniam nihil horum quæ bona sunt, bonum est. Nam ea quæ est boni quoniam bonum
est, si universaliter sit bonum, eadem est ei quæ opinatur, quod quidquid bonum
est, quoniam bonum est. Hoc autem nihil differt ab eo quod est, quod omne quod
est bonum, bonum est. Similiter autem et in non bono. Quare si in opinione sic
se habet; sunt autem hæ quæ sunt in voce affirmationes et negationes notæ eorum
quæ sunt in anima; manifestum est quoniam affirmationi contraria quidem negatio
est, quæ de eodem universaliter; ut ei, quæ est, quoniam omne bonum bonum est,
vel quoniam omnis homo bonus, ea quæ est, quoniam nullum vel nullus:
contradictorie autem quæ est, quod non omne aut non omnis. Φανερὸν δὲ ὅτι καὶ ἀληθῇ ἀληθεῖ οὐχ ἐνδέχεται ἐναντίαν εἶναι οὔτε δόξαν οὔτε ἀπόφασιν. ᾿Εναντίαι μὲν γὰρ αἱ περὶ τὰ ἀντικειμενα περὶ ταῦτα δὲ ἐνδέχεται τὸν ἀληθεύειν αὐτόν: x s οὐχ ἐνδέχεται τὰ ἐναντία ὑπαάρχειντῷ αὐτῷ. uia subtili indagatione
ostendit quod nec materiæ contrarietas, nec veri falsique qualisτῷ hcunque oppositio contrarietatem opinionum ZA
constituit, sed quod aliqua veri falsique oppositio id facit, ideo nunc
determinare intendit qualis sit illa veri falsique oppositio, quæ opinionum
contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe quæstioni satisfit. Et intendit
quod sola oppositio opinionum secundum affirmationem et negationem eiusdem de
eodem etc. constituit contrarietatem earum. Unde intendit probare istam
conclusionem per quam ad quæsitum respondet: Opiniones oppositæ secundum
affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ; et consequenter
illæ, quæ sunt oppositæ secundum aflirmationem contrariorum prædicatorum de
eodem, non sunt contrariæ, quia Manifestum est autem, quoniam et veram veræ non
contingit esse contrariam, nec opinionem nec contradictionem. Contrariæ enim,
quæ circa opposita sunt; circa eadem autem contingit verum dicere eumdem; simul
autem non contingit eidem inesse contraria. et illi inter quos est primo
fallacia, quia utrobique termini sunt affirmatio et negatio. Deinde cum dicit:
Si ergo quod bonum est etc., intendit probare maiorem principalis rationis. Et
quia iam declaravit quod ea, in quibus primo est fallacia, sunt affirmatio et
negatio, ideo utitur, loco maioris probandæ, scilicet, opiniones in quibus
primo est fallacia, sunt contrariæ, sua conclusione, scilicet, opiniones.
oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem sunt contrariæ.
Æquivalere enim iam declaratum est. Fecit autem hoc consuetæ brevitati studens,
quoniam sic procedendo, et probat maiorem, et respondet directe quæstioni, et
applicat ad propositum simul. Probat ergo loco maioris conclusionem
principaliter intentam quæstionis, hanc, scilicet: Opiniones oppositæ secundum
affirmasic affirmativa vera haberet duas contrarias, quod est impossibile. Unum
enim uni est contrarium. Probat autem istam conclusionem tribus rationibus.
Prima est: opiniones in quibus primo est fallacia sunt contrariæ; opiniones
oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt in quibus
primo est fallacia; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et
negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ. - Sensus maioris est: opiniones quæ
primo ordine naturæ sunt termini fallaciæ, idest deceptionis seu erroris, sunt
contrariæ: sunt enim, cum quis fallitur seu errat, duo termini, scilicet a quo
declinat, et ad quem labitur. Huius rationis in littera primo ponitur maior,
cum dicitur: Sed in. quibus primo fallacia est ; adversative enim continuans
sermonem supra dictis, insinuavit non tot enumeratas opiniones esse contrarias,
sed eas in quibus primo fallacia est modo exposito. Deinde subdit probationem
minoris talem: eadem proportionaliter sunt, ex quibus sunt generationes et ex
quibus sunt fallaciæ; sed generationes sunt ex oppositis secundum affirmationem
et negationem; ergo et fallaciæ sunt ex oppositis secundum affirmationem et
negationem. Quod erat assumptum in minore. Unde ponens maiorem huius
prosyllogismi, ait: Hæc autem, scilicet fallacia, est ex bis, scilicet
terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes. Et subsumit
minorem: Ex oppositis vero, scilicet secundum affirmationem et negationem, et
generationes fiunt. Et demum concludit: Quare etiam fallacia, scilicet, est ex
oppositis secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem. 3. Ad
evidentiam huius probationis scito quod idem faciunt in processu intellectus
cognitio et fallacia seu error, quod in processu naturæ generatio et corruptio.
Sicut namque perfectiones naturales generationibus acquiruntur, corruptionibus
desinunt; ita cognitione perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus
autem seu deceptionibus amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio
est inter affirmationem et negationem, ut proprios terminos, ut dicitur V
Pbysic.; ita tam cognoscere aliquid, quam falli circa illud, est inter
affirmationem et negationem, ut proprios terminos: ita quod id ad quod primo
attingit cognoscens aliquid in secunda operatione intellectus est veritatis
affirmatio, et quod per se primo abiicitur est illius negatio. Et similiter
quod per se primo perdit qui fallitur est veritatis affirmatio, et quod primo
incurrit est veritatis negatio. Recte ergo dixit quod iidem sunt termini inter
quos primo est generatio, tionem et negationem eiusdem sunt contrariæ; et non
illæ, quæ sunt oppositæ secundum contrariorum affrmationem de eodem. Et
intendit talem rationem. Opinio vera et eius magis falsa sunt contrariæ
opiniones; oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt vera et eius
magis falsa; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt
contrariæ. Maior probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt
contraria; vera autem et eius magis falsa plurimum distant circa idem, ut
patet. Minor vero probaturex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de
eodem est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se
falsa magis falsa est quacunque alia. Unumquodque enim quod est per se tale,
magis tale est quolibet quod est per aliud tale. Unde ad suprapositas opiniones
in propositione quæstionis rediens, ut ex illis exemplariter clarius intentum
ostendat, a probatione minoris inchoat tali modo. Sint quatuor opiniones, duæ
veraé, scilicet, bonum est bonum, bonum non est malum, et duæ falsæ, scilicet,
bonum non est bonum, et, bonum est malum. Clarum est autem quod prima vera est
ratione sui, secunda autem est vera secundum accidens, idest, ratione alterius,
quia scilicet non esse malum est coniunctum ipsi bono: ideo enim ista est vera,
bonum non est malum, quia bonum est bonum, et non e contra; ergo prima quæ est
secundum se vera, ést magis vera quam sécunda: quia in unoquoque genere quæ
secundum se est vera est magis vera. sunt, Illæ autem duæ falsæ eodem modo
censendæ quod scilicet magis falsa est, quæ secundum se est falsa. Unde quia
prima earum, scilicet, bonum non est bonum, quæ est negativa, est per se et non
ratione alterius falsa, relata ad illam affirmativam, bonum est bonum; et
secunda, scilicet, bonum est malum, quæ est affirmativa contrarii, ad eamdem
relata est falsa per accidens, idest ratione alterius (ista enim, scilicet,
bonum est malum, non immediate falsificatur ab illa vera, scilicet bonum est
bonum, sed mediante illa alia falsa, scilicet, bonum non est bonum); idcirco
magis falsa respectu affirmationis veræ est negatio eiusdem quam affirmatio
contrarii. Quod erat assumptum in minore. 6. Unde rediens ad supra positas (ut
dictum est) opiniones, infert primas duas veras opiniones dicens: Si ergo quod
bonum. est et bonum est et. mon. est malum; et hoc quidem, scilicet quod dicit
prima opinio, est verum secundum se, idest ratione sui; illud vero, scilicet
quod dicit, ecunda opinio, est verum secundum accidens, quia acci: it, idest,
coniunctum est ei, scilicet bono, malum non esse. In unoquoque autem ordine
magis vera est illa quæ secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ
secundum se falsa est: siquidem et vera huius est naturæ, ut declaratum est,
quod scilicet magis vera est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum
opinionum falsarum in quæstione propositarum, scilicet, bonum non est bonum,
et, bonum est malum, ea quæ est dicens, quoniam non est bonum quod bonum est,
idest negativa, scilicet, bonum non est bonum, est consistens falsa secundum
se, idest, ratione sui continet in seipsa falsitatem; illa vero reliqua falsa
opinio, quæ est dicens, quoniam malum est, idest, affirmativa contraria,
scilicet, bonum est malum, eius, quæ est, idest, illius affirmationis dijd. Ed.
e et CTS ENT AQUINO TRENT ἀπ᾿ : j centis, bonum est bonum,
secundum accidens, idest, ratione alterius falsa est. Deinde subdit ipsam minorem: Quare erit magis falsa
de bono, opinio negationis, quam contrarii. Deinde ponit maiorem dicens quod,
semper magis falsus circa singula est ille qui babet contrariam opinionem, ac
si dixisset, veræ opinioni magis falsa-est contraria. Quod assumptum erat in
maiore. Et eius probationem subdit, quia contrarium est de num?ro eorum. quæ.
circa idem. plurimum differunt. Nihil enim plus differt a vera opinione quam
magis falsa circa illam. Ultimo directe applicat ad quæstionem dicens: Quod si
(pro, quia) barum falsarum, scilicet, negationi eiusdem et affirmationis
contrarii, altera est contraria veræ affirmationi, opinio vero contradictionis,
idest, negationis eiuslem de eodem, magis est contraria secundum falsitatem,
idest, magis est falsa, manifestum est quoniam hæc, scilicet opinio falsa
negationis, erit contraria affirmationi veræ, et e contra. Illa vero opinio quæ
est dicens, quoniam malum est quod bonum est, idest, affirmatio contrarii, non
contraria sed implicita est, idest, sed implicans in se veræ contrariam,
scilicet, bonum non est bonum. Etenim necesse est ipsum opinantem affirmationem
contrarii opinari, quoniam idem de quo affirmat contrarium non est bonum.
Oportet siquidem si quis opinatur quod vita est mala, quod opinetur quod vita
non sit bona. Hoc enim necessario sequitur ad illud, et non e converso; et ideo
affirmatio contrarii implicita dicitur. Negatio autem eiusdem de eodem
implicita non est.- Et sic finitur prima ratio. Notandum est hic primo quod
ista regula generalis tradita hic ab LIZIO de contrarietate opinionum, quod
Scilicet contrariæ opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et
negationem eiusdem de eodem, et in se et in assumptis ad eius probationem
propositionibus scrupulosa est. Unde multa hic insurgunt dubia.Primum est quia
cum oppositio secundum affirmationem et negationem non constituat
contrarietatem sed contradictionem apud omnes philosophos, quomodo Aristoteles
opiniones oppositas secundum affirmationem et negationem ex hoc contrarias ponat.
Augetur et dubitatio quia dixit quod ea in quibus primo est fallacia sunt
contraria, et tamen subdit quod sunt oppositæ sicut termini generationis, quos
constat contradictorie opponi. Nec dubitatione caret quomodo sit verum id quod
supra diximus ex intentione AQUINO (vedasi), quod nullæ duæ opiniones
opponantur contradictorie; cum hic expresse dicitur aliquas opponi secundum
affirmatiónem et negationem. Dubium secundo insurgit circa id quod assumpsit,
quod contraria cuiusque veræ est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam
contraria istius veræ, Socrates est albus, est ista, Socrates non. est albus,
secundum determinata; et tamen non est per se falsa. Sicut namque sua opposita affirmatio est per accidens
vera, ita ista est per accidens falsa. Accidit enim isti enunciationi falsitas.
Potest enim mutari in veram, quia est in materia contingenti. Dubium est tertio circa id quod
dixit: Magis vero contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle quod
utraque, scilicet, opinio negationis et contrarii, sit contraria veræ
affirmationi; et consequenter vel uni duo ponit contraria, vel non loquitur de
contrarietate proprie sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. 9. Ad
evidentiam omnium, quæ primo loco adducuntur, sciendum quod opiniones seu
conceptiones intellectuales, in secunda operatione de quibus loquimur, possunt
tripliciter accipi: uno modo, secundum id quod sunt absolute; alio modo,
secundum ea quæ repræsentant absolute; tertio, secundum ea quæ repræsentant, ut
sunt in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia non est præsentis
speculationis, scito quod si accipiantur secundo modo secundum repræsentata,
sic invenitur inter eas et contradictionis, et privationis, et contrarietatis
oppositio. Ista siquidem mentalis enunciatio, Socrates est videns, secundum id
quod repræsentat opponitur illi, Socrates non est videns, contradictorie;
privative autem illi, Socrales est cæcus; contrarie autem illi, Socrates est
luscus; si accipiantur secundum repræsentata. Ut enim dicitur ἴῃ Postprædicamentis, non solum cæcitas est privatio visus,
sed etiam cæcum esse est privatio huius quod est esse videntem, et sic de
aliis. Si vero accipiantur opiniones tertio modo, scilicet, prout repræsentata
per eas sunt in ipsis, sic nulla oppositio inter eas invenitur nisi contrarietas:
quoniam sive opposita contradictorie sive privative sive contrarie
repræsententur, ut sunt in opinionibus, illius tantum oppositionis capaces
sunt, quæ inter duo entia realia inveniri potest. Opiniones namque realia entia
sunt. Regulare enim est quod quidquid convenit alicui secundum esse quod habet
in alio, secundum modum et naturam illius in quo est sibi convenit, et non
secundum quod exigeret natura propria.Inter entia autem realia contrarietas
sola formaliter reperitur. Taceo nunc de oppositione relativa. Opiniones ergo
hoc modo sumptæ, si oppositæ sunt, contrarietatem sapiunt, sed non omnes
proprie contrariæ sunt, sed illæ quæ plurimum differunt circa idem veritate et
falsitate. Has autem probavit Aristoteles esse opiniones affirmationis et negationis
eiusdem de eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt. Reliquæ vero per reductionem
ad has contrariæ dicuntur. Ex his patet quid ad obiecta dicendum sit. Fatemur
enim quod affirmatio et negatio in seipsis contradictionem constituunt; in
opinionibus vero existentes contrarietatem inter illas causant propter extremam
distantiam, quam ponunt inter entia realia, opinionem scilicet veram et
opinionem falsam circa idem. Stantque ista duo simul quod ea, in quibus primo
est fallacia, sint opposita ut termini generationis, et tamen sint contraria
utendo supradicta distinctione: sunt enim opposita contradictorie ut termini
generationis secundum repræsentata ; sunt autem contraria, secundum quod habent
in seipsis illa contradictoria. Unde plurimum differunt. - Liquet quoque ex hoc
quod nulla est dissentio inter dicta LIZIO et AQUINO, quia opiniones aliquas
opponi secundum affirmationem et negationem verum esse confitemur, si ad
repræsentata nos convertimus, ut hic dicitur. Tu autem qui perspicacioris ac
provectioris ingenii es compos, hinc habeto quod inter ipsas opiniones
oppositas quidam tantum motus est, eo quod de affrmato in affirmatum mutatio
fit: inter ipsas vero secundum repræsentata, similitudo quædam generationis et
corruptionis invenitur, dum inter affirmationem et negationem mutatio
clauditur. Unde et fallacia sive error quandoque et motus et mutationis
rationem habet diversa respiciendo, quando scilicet ex vera in per se falsam,
vel e converso, Secundum autem dictum simpliciter verum est, quoniam quis mutat
opinionem ; quandoque autem solam mutationem imitatur, quando scilicet absque
præopinata veritate ipsam falsam offendit quis opinionem; quandoque vero motus
undique rationem possidet, quando scilicet ex vera affirmatione in falsam circa
idem contrarii affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur radix
est oppositio affirmationis et negationis, merito ea in quibus primo est
fallacia, sicut generationis terminos opponi dixit. Ad dubium secundo loco adductum dico quod peccatur
ibi secundum æquivocationem illius termini per se falsa, seu per se vera.
Opinio enim et similiter enunciatio potest dici dupliciter per se vera seu
falsa. Uno modo, in seipsa, sicut sunt omnes veræ secundum illos modos
perseitatis qui enumerantur I Posteriorum, et similiter falsæ secundum illosmet
modos, ut, bomo non est animal. Et hoc modo non accipitur in hac regula de
contrarietate opinionum et enunciationum opinio per se vera aut falsa, ut
efficaciter obiectio adducta concludit. Si enim ad contrarietatem opinionum hoc
exigeretur non possent esse opiniones contrariæ in materia contingenti: quod
est falsissimum. Alio modo potest dici opinio sive enunciatio per se vera aut
falsa respectu suæ oppositæ. Per se vera quidem respectu suæ falsæ, et per se
falsa respectu suæ veræ. Et tunc nihil aliud est dicere, est per se vera
respectu illius, nisi quod ratione sui et non alterius verificatur ex falsitate
illius. Et similiter cum dicitur, est per se falsa respectu illius, intenditur
quod ratione sui et non alterius falsificatur ex illius veritate. Verbi gratia;
istius veræ, Socrates currit, non est per se falsa, Socrates sedet, quia
falsitas eius non immediate sequitur ex illa, sed mediante ista alia falsa,
Socrates non currit, quæ est per se illius falsa, quia ratione sui et non per
aliquod medium ex illius veritate falsificatur, ut patet. Et similiter istius
falsæ, Socrates est. quadrupes, non est per se vera ista, Socrates est bipes,
quia non per seipsam veritas istius illam falsificat, sed mediante ista,
Socrales mon est quadrupes, quæ est per se vera respectu illius: propter
seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de se patet. Et hoc secundo modo
utimur istis terminis tradentes regulam de contrarietate opinionum et
enunciationum. Invenitur siquidem sic universaliter vera in omni materia regula
dicens quod, vera et eius per se falsa, et falsa et eius per se vera, sunt
contrariæ. Unde patet responsio ad obiectionem, quia procedit accipiendo ly per
se vera, et per se falsa primo modo. Ad ultimum dubium dicitur quod, quia inter
opiniones ad se invicem pertinentes nulla alia est oppositio nisi contrarietas,
coactus fuit Aristoteles (volens terminis specialibus uti) dicere quod una est
magis contraria quam altera, insinuans quidem quod utraque contrarietatis.
oppositionem habet respectu illius veræ. Determinat tamen immediate quod tantum
una earum, scilicet negationis opinio, contraria est affirmationi veræ. Subdit
enim: Manifestum est quoniam. bæc contraria erit. Duo ergo dixit, et quod
utraque, tam scilicet negatio eiusdem quam affirmatio contrarii, contrariatur
affirmationi veræ, et quod una tantum earum, negatio scilicet, est contraria.
Et utrunque est verum. Illud quidem, quia, ut dictum est, ambæ contrarietates
oppositione contra affirmationem moliuntur; sed difformiter, quia opinio
negationis primo et per se contrariatur, affirmationis vero contrarii opinio
secundario et per accidens, idest per aliud, ratione scilicet negativæ
opinionis, ut declaratum est: sicut etiam in naturalibus albo contrariantur et
nigrum et rubrum, sed illud primo, hoc reductive, ut reducitur scilicet ad
nigrum illud inducendo, ut dicitur Pbysicor. simpliciter contraria non sunt
nisi extrema unius latitudinis, quæ maxime distant; extrema autem unius
distantiæ non sunt nisi duo. Et ideo cum inter pertinentes ad se invicem
opiniones unum extremum teneat affirmatio vera, reliquum uni tantum falsæ
dandum est, illi scilicet quæ maxime a vera distat. Hanc autem negativam
opinionem esse probatum est. Hæc igitur una tantum contraria est illi,
simpliciter loquendo. Cæteræ enim oppositæ ratione istius contrariantur, ut de mediis dictum est.
Non ergo uni plura contraria posuit, nec de contrarietate large loquutus est,
ut obiiciendo dicebatur. Deinde cum dicit: Amplius si etiam etc., probat idem,
scilicet quod affirmationi contraria est negatio eiusdem, et non affirmatio
contrarii secunda ratione, dicens: Si in aliis materiis oportet opiniones se
habere similiter, idest, eodem modo, ita quod contrariæ in aliis materiis sunt
affirmatio et negatio eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni et mali
opinionibus, videtur esse bene dictum, quod scilicet contraria affirmationi
boni non est affirmatio mali, sed negatio boni. Et probat hanc consequentiam
subdens: Aut enim ubique, idest, in omni materia, ea quæ est contradictionis
altera pars censenda est contraria suæ affirmationi, aut nusquam, idest, aut in
nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi
contrariam opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo
accipiatur contraria opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio
eiusdem de eodem affirmationi est contraria, in omni materia negatio eiusdem de
eodem contraria erit affirmationi. Deinde intendens concludere a positione
antecedentis, affirmat antecedens ex sua causa, dicens quod illæ materiæ quibus
non inest contrarium, ut substantia et quantitas, quibus, ut in Prædicamentis
dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est pér se falsa ea, quæ est opinioni veræ
opposita contradictorie, ut qui putat hominem, puta Socratem non esse hominem,
per se falsus est respectu putantis, Socratem esse hominem. Deinde affirmando
ipsum antecedens formaliter, directe concludit intentum a positione
antecedentis ad positionem consequentis dicens: Si ergo bæ, scilicet,
affirmatio et negatio in materia carente contrario, sunt contrariæ, et omnes
aliæ contradictiones contrariæ censendæ sunt. Deinde cum dicit: Amplius
similiter etc., probat idem tertia ratione, quæ talis est: Sic se habent istæ
duæ opiniones de bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non est bonum,
sicut se habent istæ duæ de non bono, scilicet, non bonum non est bonum, et,
non bonum est bonum. Utrobique enim salvatur oppositio contradictionis. Et
primæ utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem falsæ. Unde proponens
hanc maiorem quoad primas veras utriusque combinationis ait: Similiter se babet
opinio boni, quoniam bonum est, et non boni quoniam mon est bonum. Et subdit
quoad secundas utriusque falsas: Et super bas opinio bomi quoniam mon est
bonum, et. non boni quoniam .est bonum. Hæc est maior. Sed illi veræ opinioni
de non bono,scilicet, non bonum non est bonum, contraria non est, non bonum est
malum, nec bonum non est malum, quæ sunt de prædicato contrario, sed illa, non
bonum est bonum, quæ est eius contradictoria ; ergo et illi veræ opinioni de
bono, scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria, scilicet,
bonum non est bonum, et non affirmatio contrarii, scilicet, bonum est malum.
Unde subdit minorem supradictam dicens: Illi ergo veræ opinioni non boni, quæ est
dicens quoniam scilicet non bonum non est bonum, quæ est. contraria. Non enim
est sibi contraria ea opinio, quæ dicit affirmativæ prædicatum contrarium,
scilicet, quod non bonum est malum: quia istæ duæ aliquando erunt simul veræ.
Nunquam autem vera opinio veræ contraria est. Quod autem istæ duæ aliquando
simul sint veræ, patet ex hoc quod quoddam non bonum malum est: iniustitia enim
quoddam non bonum est, et malum. Quare contingeret contrarias esse simul veras:
quod est impossibile. At vero nec supradictæ veræ opinioni contraria est illa
opinio, quæ est dicens prædicatum contrarium negativæ, scilicet, non bonum non
est malum, eadem ratione, quia simul et hæ erunt veræ. Chimæra enim est quoddam
non bonum, de qua verum est simul dicere quod non est bona, et quod non est
mala. Relinquitur ergo tertia pars minoris quod ei opinioni veræ quæ, est
dicens quoniam non bonum non est bonum, contraria est ea opinio. non boni, quæ
est dicens quod est bonum, quæ est contradictoria ilius. Deinde subdit mativæ
quæ est, omne bonum est bonum, vel, omnis homo est bonus, contraria est
universalis negativa, ea scilicet, nullum bonum est bonum, vel, nullus homo est
bonus: singula singulis referendo. Contradictoria autem negatio, contraria illi
universali affirmationi est, aut, non omnis homo est bonus, aut, non omne bonum
est bonum, singulis singula similiter referendo. - Et sic posuit utrunque
divisionis membrum, et declaravit. 18. Sed est hic dubitatio non dissimulanda.
Si enim affirmationi universali contraria est duplex negatio, universalis
scilicet et contradictoria, vel uni duo sunt contraria, vel contrarietate large
utitur Aristoteles: cuius oppositum supra declaravimus. Augetur et dubitatio:
quia in præcedenti textu dixit Aristoteles quod, nihil interest si universalem
negationem faciamus ita contrariam universali affBrmationi, sicut singularem
singulari. conclusionem intentam: Quare et ei opinioni boni, quæ dicit bonum
est bonum, contraria est ea boni opinio, quæ dicit quod bonum non est bonum,
idest, sua contradictoria. Contradictiones ergo contrariæ in omni materia
censendæ sunt. Deinde cum dicit: Manifestum est igitur etc., declarat
determinatam veritatem extendi ad cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de
indefinitis, et particularibus, et singularibus iam dictum est, eo quod idem
evidenter apparet de eis in hac re iudicium (indefinitæ enim et particulares
nisi pro eisdem supponant sicut singulares, per modum affirmationis et
negationis non opponuntur, quia simul veræ sunt); ideo ad eas, quæ universalis
quantitatis sunt se transfert, dicens, manifestum esse quod nihil interest
quoad propositam quæstionem, si universaliter ponamus affirmationes. Huic enim,
scilicet, universali affirmationi, contraria est universalis negatio, et non
universalis affirmatio de contrario; ut opinioni quæ opinatur, quoniam omne
bonum est bonum, contraria est, nihil horum, quæ bona sunt, idest, nullum bonum
est bonum. Et declarat hoc ex quid nominis universalis affirmativæ, dicens: Nam
eius quæ est boni, quoniam bonum est, si universaliter sit bonum : idest,
istius opinionis universalis, omne bonum est bonum, eadem est, idest,
æquivalens, illa quæ opinatur, quidquid est bonum est bonum; et consequenter
sua negatio contraria est illa quam dixi, nihil horum quæ bona sunt bonum est,
idest, nullum bonum est bonum. Similiter autem se habet in non bono: quia
affirmationi universali de non bono reddenda est negatio universalis eiusdem,
sicut de bono dictum est. Deinde
cum dicit: Quare si in opinione sic se ba/- Cf. lect. præced. n. 1, 5 seqq.
Num. 2r. Cf. lect. præced. n. 5, seqq. æe Ὑ I eu ER CP πο INCUBE FRE bet etc.,
revertitur ad respondendum quæstioni primo motæ, terminata iam secunda, ex qua
illa dependet. Et circa hoc duo facit: quia primo respondet quæstioni; secundo,
declarat quoddam dictum in præcedenti solutione; ibi: Manifestum est autem
quoniam etc. Circa primum duo facit. Primo, directe respondet quæstioni,
dicens: Quare si in opinione sic se' babet contrarietas, ut dictum est; et
affirmationes et negationes quæ sunt in voce, notæ sunt eorum, idest,
affirmationum et negationum quæ sunt in anima; manifestum. est. quoniam.
affirmationi, idest, enunciationi affirmativæ, contraria erit negatio circa
idem, idest, enunciatio negativa eiusdem de eodem, et non enunciatio
affirmativa contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua
quærebatur, an enunciationi affirmativæ contraria sit sua negativa, an
affirmativa contraria ἢ. Responsum est enim quod negativa est contraria.
Secundo, dividit negationem contrariam affirmationi, idest, negationem universalem
et contradictoriam, dicens: Universalis, scilicet, negatio, affirmationi
contraria est etc. Ut exemplariter dicatur, ei enunciationi universali affirEt
ita declinari non potest quin affirmationi universali duæ sint negationes
contrariæ, eo modo quo hic loquitur de contrarietate Aristoteles. Ad huius
evidentiam notandum est quod, aliud est loqui de contrarietate quæ est inter
negationem alicuius universalis affirmativæ in ordine ad affirmationem
contrarii de eodem, et aliud est loqui de illamet universali negativa in ordine
ad negationem eiusdem affrmativæ contradictoriam. Verbi gratia: sint quatuor
enunciationes, quarum nunc meminimus, scilicet, universalis affirmativa,
contradictoria, universalis negativa, et universalis affirmatio contrarii, sic
dispositæ in eadem linea recta: Omnis bomo est iustus, non omnis bomo est
iustus, omnis bomo non est iustus, omnis bomo est iniustus: et intuere quod
licet primæ omnes reliquæ aliquo modo contrarientur, magna tamen differentia
est inter primæ et cuiusque earum contrarietatem. Ultima enim, scilicet
affirmatio contrarii, primæ contrariatur ratione universalis negationis, quæ
ante ipsam sita est: quia non per se sed ratione illius falsa est, ut probavit
Aristoteles, quia implicita est*. Tertia autem, idest universalis negatio, non
per se sed ratione secundæ, scilicet negationis contradictoriæ, contrariatur
primæ eadem ratione, quia, scilicet, non est per se falsa illius affirmationis
veritate, sed implicita: continet enim negationem contradictoriam, scilicet,
nom ommis bomo est iustus, mediante qua falsificatur ab affirmationis veritate,
quia simpliciter et prior est falsitas negationis contradictoriæ falsitate
negationis universalis: totum namque compositius et posterius est partibus. Est
ergo inter has tres falsas ordo, ita quod affirmationi veræ contradictoria
negdtio simpliciter sola est contraria, quia est simpliciter respectu illius
per se falsa; affirmativa autem contrarii est per accidens contraria, quia est
per accidens falsa; universalis vero negatio, tamquam medium sapiens utriusque
extremi naturam, relata ad contrarii affirmationem est per se contraria et per
se falsa, relata autem ad negationem contradictoriam est per accidens falsa et
contraria. Sicut rubrum ad nigrum est album, et ad album est nigrum, ut dicitur
in V Physicorum. Aliud igitur est loqui de negatione universali in ordine ad
affirmationem contrarii, et aliud in ordine ad negationem contradictoriam. Si
enim primo modo loquamur, sic negatio universalis per se contraria et per se
falsa est; si autem secundo modo, non est per se falsa, nec contraria
affirmationi. Quia ergo agitur ab Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem
contrarii et negationem quæ earum contraria sit affirmationi veræ, et non
agitur quæstio ipsarum negationum inter se, quæ, scilicet, earum contraria sit
illi afhrmationi, ut patet in toto processu quæstionis; ideo Aristoteles
indistincte dixit quod utraque negatio est contraria affirmationi veræ, et non
affirmatio Cf.supra n. 4, seqq. E contrarii. Intendens per hoc declarare
diversitatem quæ st inter affirmationem contrarii ét negationem in hoc quod
veræ aífirmationi contrariantur, et non intendens dicere quod utraque negatio
est simpliciter contraria. Hoc enim in dubitatione non est quæsitum, sed illud
tantum.- Et similiter dixit quod nihil interest si quis ponat negationem
universalem: nihil enim interest quoad hoc, quod affirmatio contrarii
ostendatur non contraria affirmationi veræ, quod inquirimus. Plurimum autem
interesset, si negationes ipsas inter se discutere vellemus quæ earum esset
affirmationi contraria.- Sic ergo patet quod subtilissime Aristoteles locutus
de vera contrarietate enunciationum, unam uni contrariam posuit in omni materia
et quantitate, dum simpliciter contrarias contradictiones asseruit. Deinde cum
dicit: Manifestum est autem etc., resumit quoddam dictum ut probet illud,
dicens: Manifestum est autem. ex dicendis quod mom contingit veram. veræ
contrariam esse, nec in opinione mentali, mec in contradictione, idest, vocali
enunciatione. Et causam subdit: quia contraria sunt quæ circa idem opposita
sunt; et consequenter enunciationes et opiniones veræ circa diversa contrariæ
esse non possunt. Circa idem autem contingit simul omnes veras enunciationes et
opiniones verificari, sicut et significata vel repræsentata earum simul illi
insunt: aliter veræ tunc non sunt. Et consequenter omnes veræ enunciationes et
opiniones circa idem contrariæ non sunt, quia contraria non contingit eidem
simul inesse. Nullum ergo verum sive sit circa idem, sive sit circa aliud, est
alteri vero contrarium. Et sic finitur expositio huius libri Perihermenias.
Anno Nativitatis Dominicæ 1496, in Festo Divi Thomae Aquinatis. Cui sit honor
et gloria, eo quod dederit opus a se inceptum, tanto tempore incompletum,
perfici.. Grice turns to a
third mode of unification, which he would describe as Cajetan in nature, and
what is possibly the most baffling of the various ways explicitly suggested by
Aristotle as being those in which what Grice is calling this unification or
aequi-vocality the multiplicity of significations may arise, even if made less
baffling by Vio – vide Ashford. These will be those cases in which the
application of an epithet or expression E to a range of items is accounted for
by an analogy detectable within that range. More explicitly, an analogy between
the specific ‘universal’ which determines the application of the epithet or
expression, or between an exemplification of that ‘universal’ by this or that
type of item. Even more explicitly, an analogy between the universals U1, U2, …
Un, which determines the application of the epithet or expression, or between
an exemplifications of U1, U2, … Un, by items of the sorts ly. lo etc., The
puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number
of different factors. First, there are a few things which Aristotle himself
might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of
examples of epithets or expressions, the application of which to a given range
of items is to be accounted for in this way. Alternatively, Aristotle might
have given us a reasonably clearer characterisation of the kind of accounting
which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range
of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of
these things. Aristotle only offers us the most meagre hints about the way in
which analogy might ‘unify,’ via aequi-vocality, the various applications of an
epithet. We are told, for example, that as seeing is in the eye, so understanding
is in the soul with the implicature that this fact accounts for the application
of see both to a case of optical vision and a case of intellectual ‘vision.’ He
also suggests that analogy is responsible for the application of the calm both
to an undisturbed body of sea water and to an undisturbed expanse of air. Such
offerings do not get us very far. Furthermore, not surprisingly, where
Aristotle seems to fear to tread his commentators are most reluctant to plant
their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion comes from a latter-day
commentator, not Avicenna, but the influential Oxford, indeed Scottish,
philosopher W. D. Ross, who suggests, as Aristotle's view, that the application
of good is attributable to the fact that within one category C1 items which are
good are related to an item in general belonging to that category, in a way
which is analogous to the way in which a good item (say, a good cabbage) in
some second category C2 is related to the general run of items which belong to
that second category. Apart from the obscurity in the presentation of this
idea, Ross's suggestion takes for granted something which Aristotle himself
does not tell us, viz. that the application of the epithet good is one
exemplification of unification or aequi-vocality of a value-oriented concept
which is the outcome of analogy. Ross's suggestion about good would, moreover,
be at best only a description of one special case of analogical unification via
aequi-vocality, and would not give us any general account of such unification.
Grice adds that little supplementary assistance is derivable from those who
study general concepts. Such philosophers seem to adhere to the principle that
silence is golden when it comes to discussion of such questions as the relation
between analogy, and her sisters: metaphor, simile, allegory, and parable. So
far as Aristotle himself is concerned, it seems fairly clear to Grice that the
primary notion behind the concept of analogy is that of ‘proportion’: a:b::c:d.
This notion is embodied, for example, in Aristotle's treatment of just. where
one kind of just is alleged to consist in a due proportion between return,
reward, or penalty, and antecedent desert, merit, or demerit. But it does
remains a bit of a mystery how what starts life as, or as something
approximating to, a quantitative relationship gets converted into a
non-quantitative relation of correspondence or affinity. It looks as if we
might be thrown back upon what we might hope to be an inspired conjecture.
Grice takes as task the provision of an example, congenial to Aristotle, of the
unification by analogy of the application to a range of objects of some
epithet. Grice expects this to involve the detection of an analogical link
between the exemplifications of the variety of this or that universal which the
epithet may be used to ‘signify.’ Grice’s chosen specimen is grow. In the case
of grow, a number of different kinds of shifts might be thought of as
possessing an analogical unification by aequi-vocality. One of these would be
examples of shifts in respect of what might be termed a syntactical
metaphysical or ontological category. A substance, indeed a physical substance
like a lump of wax or a mass of metal, might be said to grow. It would be
tempting here to suggest that the relevantly involved ‘universal,’ that of
increase in size or getting larger, provides the foundational instance of the
literal ‘signification’ or sense of a universal by the application of th
expression grow. We have here, so to speak, the 'ground-floor' signification –
dictiveness -- of grow. But now, not only the physical substance itself but
some accident of the substance may also be said to grow. Not only the piece of
wax, but its magnitude, some event or process in its history, its powers or
causal efficacy and its aesthetic quality or beauty might each be said to grow.
And it seems not unplausible to suggest that though growth on the part of these
non-substantial accidents is different, and more or, again, less boringly
connected with growth on the part of the substance, there will always be some
kind of correspondence, indeed analogical connection, between grow in the case
of a non-substantial item and grow in the initial case of a substantial item.
Another and different kind of categorial variation may separate some of the
universals which the grow may be used to ‘signify’ from others. These will be
connected with differences in some sub-category within the category of
substance within which fall different sorts of items which may be said to grow.
Different universals may be ‘signified’ by someone who speaks of a plant as
growing and by someone who speaks of a human being as growing. The connection
between these diverse realisations of grow may rest on, say, vegetal, analogy.
In what is called the grow of a plant, such as a rose, internally originated
increase in size seems to occupy a prominent place. In the case of a human
being, the kind of development which may be involved in the grow may be much
more varied and complex. The link between the two distinct universals which may
be ‘signified’ might be provided by analogy between the roles which such
changes fulfill in the development of the very different kinds of substances
which are being characterised. No doubt many further kinds of analogical
connection would emerge within the general practice of attributing this or that
grow. Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some general account
of the way in which the presence of analogy may serve to unify multiplicity of
signification; and if such an account should be found to offer prospects of
distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor (as
conversational implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my
coffee’ to use Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ which belongs to
the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is
Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than literal -- description, a
universal is ‘signified’ (you’re my pride and joy), which though distinct from
that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in the
coffee) is nevertheless recognisably similar to the literal signification.
Grice comes then to the concept of analogy itself. Grice starts by considering
this or that item, I1, I2, … In, any one of which may be called an S. Grice
initially supposes that being an S consists in belonging to a substantial type
or kind, or category S, though that supposition may be relaxed. Grice’s move is
to assume that being an S, consists in being subject to a system of laws which
jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si.
Further, these laws, which furnish the core theory of S,, are to be formulated
in terms of a finite set of Si-core properties -- let us say P1 to Pn. Each law
involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any fully
authentic Sy. This totality may well not include every law which applies to S,:
but it does include every law which is deemed to be relevant to the identity or
identification of Sy, every law which determines whether or not a particular
item I1, I2, … In, is to count as an 5. Grice next considers not merely things
each of which is an S, but also things each of which is an Sz. It remains an
open question whether or not the type S is to be deemed identical with the type
S1. Grice assumes that, as in the case of S, membership of S, is determined by
conformity to a system of laws relating to those properties which are central
to S2. Grice symbolises these properties by the set of devices Or ... Q.. We
now have various possibilities to consider. The first is that every law which
is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which is
central to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this
end, we assume that the properties which are central to being an S, are the
properties of the devices O, through Os; and that if a law involving a certain
ordered extract from the set P through P, belongs to the central theory of S to
a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O,
through O, will belong to the central theory of S; and that the same holds in
reverse. In that case, we are in the position to say that there is a perfect
analogy between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also
be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We
should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced
to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be differently
related to perception, only one of them, perhaps, being accessible to sight. We
shall only be forced to allow that essentially, or theoretically, the types are
not distinct. The possibility just considered is that of a total perfect
analogy between the central theories of S, and Sa. There is also, however, the
possibility of a merely partial pertect analogy between S, and Sz. That is to
say part of the central theory of one type, say S, may mirror the whole of the
central theory of Sz, or again may mirror some part of a central theory of Sz.
In such a circumstance, one might be led to say, in one case, that the type S,
is a special case of the type S,; or, in another case, that the types S, and S,
both fall under a common super-type, determined by the limited area of perfect
analogy between the central theories of S, and Sz. Another possibility will be
that no perfect analogy, either total or partial, will hold between the two
central theories. The best that can be found are imperfect analogies which will
consist in laws central to one type approximating, to a certain degree, with
the status of being analogues of laws central to the other. At this stage,
Grice proposes a relaxation in the characterization of the signification of
such symbols as 'S!', 'Sz etc., which till now I have been regarding as
‘signifying’ or denoting substantial types or kinds, reference to which is made
in more or less regimented discourse of a theoretical or ‘alethic’ sort. But
Grice allows for such symbols as being allowed to relate to what he hopes might
be legitimately regarded as an informal precursor of the afore-mentioned
substantial types, as expressing this or that concept of one or other
classificatory sort, concepts which will be deployed in an unregimented
description or explanations as pre-theoretical. Examples of such unregimented
classificatory concepts might be concepts such as that of an investor, a
doctor, a vehicle, a confidante, and so on. Grice would hope that in many ways
their general character or metier might run parallel to that of their more
regimented counterpart. In particular, Grice hopes and expects that the nature
of such concepts would be bound up with conformity to a certain set of central
generalities, like platitudes, truisms, etc. To be an investor or a vehicle
will be to perform a metier, that is, to do a sufficient number of the kinds of
things which are typically even stereotypically done by an investor or a
vehicle. Grice expects, however, that the variety of possible forms of
generalisation might considerably exceed the meagre armament which a
theoretical enquirer normally permit themselves to employ. Grice also hopes and
expects that the generalities which would be expressive of the nature of a
particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited
body of features which would be central to the concept in question. This
material might be sufficient to provide for the presence, from time to time, of
analogy, at least of imperfect analogy, between such generalities which aro expressive
of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies might be
sufficient to provide for some unity or uni-vocality of ‘signification’ in the
employment of a single epithet to ‘signify’ even different classificatory
concepts; and this unity or aequi-vocality of ‘signification’, in turn, might
be sufficient to justify the idea that, in such a case, the expression in
question is used with a single ‘significatoin,’ lexical meaning, or Fregean
sense. Grice concludes his ‘Aristotle on the multiplicity of being’ with
some suggestions about the interpretation of the concept of analogy as a
possible foundation for the unity of ‘signification’ with two supplementary
comments. His first comment is that there seems to be a good case for supposing
that anyone who, like VIO did, accepts an account of an analogy-based unity of
signification should not feel free to combine it with a rejection of the
so-called analytic-synthetic distinction. After all, the analogy-based unity
account relies crucially on a connection between the application of a
particular concept and the application of a system of laws, or some such
generalities, which is expressive of that concept. This, in tum, relies on the
idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws and
generalities are to be formulated, being central to the original concept. But
it seems plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality involves
a non-contingent connection between the original concept and the concepts which
are said to be central to it, a connection which cannot he admitted by one who
denies the analytic/synthetic distinction, as Quine and his fellow nominalists
did. So either one does accept the analytic/synthetic distinction, or one
rejects at least this account of analogy-based unity of ‘signification.’ Grice
makes no attempt here to decide between these alternatives. Grice’s second
comment is that material introduced in Grice’s suggested elaboration of the
notion of analogy, particularly the connection between concepts and conformity
to laws or some such generalities, may serve to provide a needed explanation
and justification of an initial idea that the applicability of a single
defining formula, couched in terms of the ideas of genus, but also species, and
differentia is a paradeigmatic condition, if not an indispensable condition,
for identity of ‘sigification,’ never mind unity. We might, for a start, agree
to treat a situation in which the applicability of an epithet to an item I1
rests on a conformity to exactly the same laws or generalities as does its
application to item I2, as being a limiting case of partially perfect analogy.
But situations in which no such interpretation at all is required may be
treated as limiting cases of situations in which, though re-interpretation is
required, one such re-interpretation is available which achieves such partial
perfect analogy. As one might say, a law is perfectly analogous with itself.
Situations, then, in which an epithet or expression E applies to a range of items
I1, I2, … In, solely by virtue of the presence of a single ‘universal,’ and so
of a single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary
instance of a kind of unity which is required for identity of ‘signification.’
Both a proper assessment of Aristotle's contribution to metaphysics and the
analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’ and studies in the theory of meaning
themselves might profit from a somewhat less localised attention to questions
about the relation between a ‘universal’ and ‘signification’ than is visible in
Grice’s reflections. Grice has it in mind to raise not the general question
whether, despite what he calls the school of latter-day nominalists, an
analysis of ‘signification’ requires an abstract entity such as a ‘universal,’
to which Grice assumes an affirmative answer), but rather the question in what
way the concept of a ‘universal’ is to be supposed to be relevant to the
analysis of ‘signification.’ Consideration of the practices of latter-day
lexicographers, so far from supporting a charge that, at least on Grice’s
interpretation of him, Aristotle proposes an illegitimate divorce between the
concept of a ‘universal’ and the concept of ‘signification’ suggests that it
would be proper to go a deal further than did Aristotle himself in championing
such a divorce. There will be many different forms of connection between the
varieties of the concept of a ‘universal’ which may be ‘signified’ by a
non-equivocable expression beyond that countenanced by the tradition of the
theory of definition alla Robinson, and even perhaps beyond the extensions to
that theory envisaged by Aristotle himself. These forms will include some form
of connection like that involved in metonymy or synecdoche, recognised by later
grammatical theorists, and no doubt others as well. It would, Grice suggests,
be a profitable undertaking to study carefully the contents of a good modern
dictionary, with a view to constructing an inventory of these various modes of
connection. Such an investigation would, Grice suspects, reveal both that, in a
given case, the invocation of one mode of connection may be subordinate and
posterior to the invocation of another, and also that there is no prescribed
order or limitation of order which such invocations must observe. Grice
suspects, also, that it might emerge that the question whether variations in
‘signification’ are thought of as synchronic or diachronic has no bearing on
the nature of these uniting connections. The same form of connection may be
available in both cases, and either case may in turn well be found to
correspond with the range of such different figures of speech which
conversational practice may typically employ for the effect of implicature.
Should this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of
its truth might, Grice would guess, run along the following lines. Rational
communication, in pursuit of its co-operative purpose, encounters a boundless,
indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity -- of distinct situations.
Perhaps unlike a computer we shall not have, ready made, any vast array of
forms of description and explanation from which to select what is suitable for
a particular conversational occasion. We shall have to rely on our rational
capacities, particularly those for imaginative construction and combination, to
provide for our needs as they arise. It would not then be surprising that the
operations will reflect, in this or that way, the character of the capacities
on which we rely. Grice confesses to only the haziest of conception bow
such an idea might be worked out in detail. Which is a long way from the
aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his fourth Kant lecture
Grice confesses to have been so far in the early stages of an attempt to estimate
the prospects of what he names as an AEQUI-vocality thesis,” – that is, a
thesis, or set of theses, which claims that an expression is UNI-vocal. In
‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is veiled under the
guise of unification, but the spirit lives on! Vio. Keywords: analogia,
commentary on Porphyry on Aristotle’s categories, the example of ‘healthy’[sanus,
corpore, medicina, excrementum], analogy in philosophical eschatology, analogy
of proportion, aequivocality, Grice, “focal unity”, “Aristotle on the
multiplicity of ‘being’” – ‘healthy’ – an animal is healthy – various types of
analogy. Unfortunately, the Germans focus more on his, the saint’s, fight with
Luther!” Seminar by Grice and Austin on DE INTERPRETATIONE – the Vio
commentary. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e de Vio” – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Vio: Le categorie” -- The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Virgilio: la ragione conversazionale e la leggenda
d’Enea a Roma – la scuola d’Andes -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pietola). Abstract: Grice: “We English have Beowulf; the Romans
have Vergil!” --. Keywords: Portico, Orto. Filosofo romano.
Filosofo italiano. Pietole, Borgo Virgilio, Andes, Mantova. Publio Virgilio
Marone Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia
Strumenti Disambiguazione – "Virgilio" rimanda qui. Se stai cercando
altri significati, vedi Virgilio (disambigua). Publio Virgilio Marone Publio
Virgilio Marone, noto semplicemente come Virgilio o Vergilio (in latino:
Publius Vergilius Maro, pronuncia classica o restituta: [ˈpuːblɪ.ʊs wɛrˈɡɪlɪ.ʊs
ˈmaroː]; Andes – Brindisi), è stato un poeta romano, autore di tre opere, tra
le più famose e influenti della letteratura latina: le Bucoliche[2][4]
(Bucolica), le Georgiche (Georgica), e l'Eneide (Aeneis). Al poeta viene
attribuita anche una serie di componimenti giovanili, la cui autenticità è
oggetto di discussioni accademiche, che si è soliti indicare nel complesso come
Appendix Vergiliana (Appendice Virgiliana). V., per il senso sublime dell'arte
e per l'influenza che esercitò nei secoli, viene considerato il massimo poeta
di Roma,[1] nonché l'interprete più completo del grandioso momento storico che,
dalla morte di Giulio Cesare, conduce alla fondazione del Principato e
dell'Impero ad opera di Augusto.[1] L'opera di V., presa a modello e studiata
fin dall'antichità, ha avuto una profondissima influenza sulla letteratura e
sugli autori occidentali, in particolare su Dante Alighieri e la sua Divina
Commedia, nella quale V. funge anche da guida dell'Inferno e del Purgatorio.[2]
Biografia Immagine giovanile del poeta V., di profilo e con la corona di
alloro, di autore ignoto. A differenza di altri poeti latini, sono molte le
notizie giunte fino a noi, da fonti dirette o da testimonianze indirette, in
merito alla biografia di V.. La nascita Casalpoglio, zona di Castel Goffredo,
possibile luogo di nascita di V. Il poeta nacque ad Andes, un piccolo villaggio
sito nei pressi dell'antica città di Mantua (odierna Mantova), nella Gallia
Cisalpina (abolita ed annessa all'Italia proprio durante la sua vita), il 15
ottobre del 70 a.C. da una benestante famiglia di coloni romani, figlio di
Marone Figulo, un piccolo proprietario terriero, arricchitosi considerevolmente
con l'apicoltura, l'allevamento e l'artigianato, e di Màgia Polla, figlia a sua
volta d'un facoltoso mercante, Magio, al cui servizio aveva lavorato il padre
del poeta in passato. Andes (dalla radice etimologica and- che indica il
cammino ad anse di un corso fluviale) era il nome celtico del borgo sulla riva
destra del fiume Mincio ove nacque il Sommo Poeta, borgo che, rientrato nel
feudo dei Canossa che ivi costruirono l'importante pieve, nel medioevo mutò il
nome in Pletule. Suo padre, a quanto riferito, apparteneva alla gens Vergilia -
di scarsa attestazione all'infuori di sole quattro iscrizioni rinvenute nei
pressi di Verona e dell'odierna Calvisano, che suggerirebbero pure una sua
parentela con la gens Munatia -, mentre sua madre alla gens Magia, d'origine
campana. Il biografo Foca lo definisce "vates Etruscus" e le origini
etrusche vengono confermate dallo stesso poeta nell'Eneide: " Mantua dives
avis....ipsa caput populis: Tusco de sanguine vires" (E. X, 201 ss.). Il
nome Marone (in latino Maro) deriverebbe dalla carica politica etrusca di maru.
L'ubicazione esatta del borgo natio del Vate è stata oggetto di controversie;
tuttavia, stando all'identificazione più accreditata facente capo agli studi
dei più eminenti filologi classici e studiosi della tradizione virgiliana[senza
fonte], esso corrisponderebbe al borgo di Pietole, in prossimità delle acque
del Mincio, nelle vicinanze di Mantova, nome assunto nel corso del Medioevo,
divenuto poi, in tempi recenti, "Pietole Vecchia" per distinguerlo da
"Pietole Nuova" venuta a formarsi tra Sette e Ottocento in prossimità
della strada Romana, a due chilometri dall'antico borgo natale sito in
prossimità del fiume; il borgo natio del Poeta ha ripreso alcuni anni fa
l'antico nome celtico Andes ed è divenuto, nel 2014, con la fusione dei comuni
di V. e Borgoforte, una frazione del comune di Borgo V.. L'attuale Pietole
corrisponde dunque a Pietole Nuova. La fama dell'antica Pietole come luogo di
pellegrinaggio e venerazione, poiché fu considerato sin dai primi secoli dopo
la morte il borgo natale del vate e "profeta di Cristo", è
testimoniata da Dante Alighieri nella Divina Commedia (Purgatorio) e dalle
opere di Boccaccio e di altri scrittori. Altri studi sostengono invece che il
corrispettivo odierno dell'antica Andes vada ricercato nella zona di
Casalpoglio, frazione di Castel Goffredo, così come anche per il comune di
Calvisano è stata avanzata l'ipotesi d'una sua identificazione col luogo di
nascita del poeta, sulla base anche di un'iscrizione recante il nome della gens
paterna nei suoi pressi (si vedano in tal senso gli studi e le ricerche
effettuate dal filologo ed accademico inglese Conway). Secondo altri,
corrisponderebbe all'odierno Redondesco, comune situato a ovest di Mantova,
lungo l'antica strada romana Postumia. Analisi sul toponimo sembrano confermare
questa ipotesi[senza fonte]. La formazione e l'avvicinamento all'epicureismo V.
frequenta la scuola di grammatica a Cremona, poi la scuola di filosofia a
Milano, dove si avvicina alla corrente filosofica epicureista grazie a Sirone e
infine la scuola di retorica a Roma. Qui conobbe molti poeti e uomini di
cultura e si dedicò alla composizione delle sue opere. Inoltre nella capitale
portò a termine la propria formazione oratoria studiando eloquenza alla scuola
di Epidio, un maestro importante di quell'epoca. Lo studio dell'eloquenza
doveva fare di lui un avvocato e aprirgli la via per la conquista delle varie
cariche politiche. L'oratoria di Epidio non era certo congeniale alla natura
del mite V., riservato e timido, e dunque quantomai inadatto a parlare in
pubblico. Infatti, nella sua prima causa come avvocato non riuscì nemmeno a
parlare. In seguito a ciò V. entrò in una crisi esistenziale che lo portò, non
ancora trentenne, a spostarsi dopo il 42 a.C. a Napoli, per recarsi alla scuola
dei filosofi Filodemo di Gadara e Sirone per apprendere i precetti di Epicuro.
La crisi e la confisca dei possedimenti agricoli Le colonne terminali della via
Appia nei pressi della casa dove, secondo la tradizione, V. morì. Gli anni in
cui V. si trova a vivere sono anni di grandi sconvolgimenti a causa delle
guerre civili: prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta
di quest'ultimo a Farsalo, poi l'uccisione di Cesare in una congiura, e lo
scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e
Cassio) dall'altra, culminato con la battaglia di Filippi. Egli fu toccato
direttamente da queste tragedie come testimoniano le sue opere: infatti la
distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi mise in
grave pericolo le sue proprietà nel mantovano ma sembra che, grazie
all'intercessione di personaggi influenti (Pollione, Varo, Gallo, Alfeno,
Mecenate e dunque lo stesso Augusto), V. sia riuscito (almeno in un primo
tempo) ad evitare la confisca. Si spostò poi a Napoli con la famiglia e in
seguito si fa assegnare da Mecenate un podere in Campania come risarcimento per
le proprietà perdute ad Andes. In Campania avrebbe terminato le Bucoliche e
composto le Georgiche, dedicate all'amico Mecenate, che V. frequentava. V.
entrò dunque nel circolo del "primo ministro imperiale", che
raccoglieva molti letterati famosi dell'epoca. L'avvicinamento ad Augusto Il
poeta frequentava le tenute terriere di Mecenate, che egli possedeva in
Campania nei pressi di Atella e in Sicilia. Attraverso Mecenate, V. conobbe
meglio Augusto. Divenne il maggiore poeta di Roma e dell'Impero e le sue opere
poetiche furono introdotte nell'insegnamento scolastico da Quinto Cecilio
Epirota ancor prima della sua morte. Il poeta inizia la stesura dell'Eneide, e l'imperatore
Augusto richiese a V. degli estratti del poema in corso di stesura. Il poeta
lesse ad Augusto alcune parti dell'Eneide, tra cui quasi sicuramente, il
celebre VI libro. L'ultimo viaggio in Grecia e la morte La Tomba di V. a Napoli
V. morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. (calendario giuliano), di
ritorno da un importante viaggio in Grecia, forse per ricevere alcuni pareri
tecnici sull'Eneide[21]. Secondo alcuni biografi fatali furono le conseguenze
di un colpo di sole, ma non è l'unica ipotesi accreditata. Prima di morire, V.
raccomandò ai suoi compagni di studio Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere
il manoscritto dell'Eneide, perché, per quanto l'avesse quasi terminata, non
aveva fatto in tempo a rivederla: i due però consegnarono il manoscritto
all'imperatore, cosicché l'Eneide, pur recando tuttora qua e là evidenti tracce
di incompiutezza, divenne in breve il poema nazionale romano. I resti del
grande poeta furono poi trasportati a Napoli, dove sono custoditi in un tumulo
tuttora visibile, nel quartiere di Piedigrotta. L'urna che conteneva i suoi
resti andò dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre epitaffio: Mantua
me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua rura duces» Mi
ha generato Mantova, il Salento mi rapì la vita, ora Napoli mi conserva; cantai
pascoli [le Bucoliche], campagne le Georgiche, comandanti l'Eneide Opere
Appendix Vergiliana Lo stesso argomento in dettaglio: Appendix Vergiliana e
Storia della letteratura latina. Un primo gruppo di opere, la cui autenticità e
la partenità restano ancora oggi oggetto di dubbi, vengono generalmente
indicate con l'appellativo di Appendix Vergiliana; tale appellativo è stato
coniato per la prima volta dall'umanista Giuseppe Scaligero. Alla spicciolata
(Catalepton); La focaccia (Moretum); Epigrammi (Epigrammata): che comprendono
le Rose (Rosae), Sì e no (Est et non), Uomo buono (Vir bonus), Elegiae in
Maecenatis obitu, Hortulus, Il vino e Venere (De vino et Venere), Il livore (De
livore), Il canto delle Sirene De cantu Sirenarum, Il compleanno De die natali,
La fortuna De fortuna, Orfeo De Orpheo, Su sé stesso De se ipso, Le età degli
animali De aetatibus animalium, Il gioco De ludo, De Musarum inventis, Lo
specchio De speculo, Mira Vergilii experientia, Le quattro stagioni (De
quattuor temporibus anni), La nascita del sole (De ortu solis), Le fatiche di
Ercole (De Herculis laboribus), La lettera Y (De littera Y), ed I segni celesti
(De signis caelestibus). L'ostessa Copa solo secondo il biografo Servio;
Maledizioni Dirae; L'airone Ciris; La zanzara Culex; L'Etna Aetna; Storia
romana Res romanae, opera solo progettata e poi abbandonata. Opere autentiche
Lo stesso argomento in dettaglio: Bucoliche, Georgiche, Eneide e Storia della
letteratura latina. Bucolica Queste tre opere si distinguono dalle precedenti,
in quanto composte sicuramente dal poeta latino. Bucoliche (Bucolica): composte
a Napoli, sono una raccolta di dieci componimenti detti "ecloghe" o
"egloghe" di stile perlopiù bucolico e che seguono il modello del
poeta siciliano Teocrito. Le Bucoliche, che significa canti dei bovari, sono
dunque costituite da dieci egloghe: la prima è un dialogo tra due contadini,
Titiro e Melibeo. Melibeo è costretto ad abbandonare la sua casa e i campi, che
diverranno la ricompensa di un soldato romano. Titiro invece può restare grazie
all'influenza di un potente (forse Ottaviano, o un nobile della sua cerchia,
come Asinio Pollione); la seconda egloga contiene il lamento d'amore del
pastore Coridone, che si strugge per il giovane Alessi; la terza egloga è una
tenzone poetica fra due pastori, svolta in canti alternati detti amebèi; la
quarta egloga è dedicata a Pollione ed è la celebre profezia circa la nascita
di un puer il cui avvento rigenererà l'umanità; la quinta è il lamento per la
morte di Dafni, il "principe dei pastori" (Elio Donato); nella sesta
il vecchio Sileno canta l'origine del mondo; nella settima Melibeo racconta la
gara di canto tra due pastori; l'ottava egloga contiene due canti d'amore ed è
dedicata ad Asinio Pollione; la nona egloga è molto simile alla prima, ma vi si
canta un esproprio di terre definitivo (i due protagonisti sono Lìcida e Meri)
e la decima è dedicata a Gallo e ne celebra gli amori infelici. Varo, Gallo e
Pollione furono tre potenti governatori della provincia Cisalpina presso cui il
poeta aveva forse sperato di trovare favore per rientrare in possesso delle
proprie terre perdute durante l'esproprio. Georgiche (Georgica): composte a
Napoli. È un poema didascalico sul lavoro dei campi, sull'arboricoltura (in
particolare della vite e dell'olivo), sull'allevamento e sull'apicoltura come
metafora di un'ideale società umana. Ciascun libro presenta una digressione: il
primo le guerre civili, il secondo la lode della vita agreste, il terzo la
peste degli animali nel Norico, il quarto libro si conclude con la storia di
Aristeo e delle sue api (questa digressione contiene la famosa favola di Orfeo
e Euridice). Secondo il grammatico tardoantico Servio, nella prima stesura
delle Georgiche, la conclusione del IV libro era dedicata a Cornelio Gallo ma,
caduto questi in disgrazia presso Augusto, V. avrebbe concluso l'opera in modo
diverso. L'opera fu dedicata a Mecenate. Si tratta sicuramente di uno dei più
grandi capolavori della letteratura latina e l'espressione più alta
dell'autentica e vera poesia virgiliana. I modelli qui seguiti sono Esiodo e
Varrone. Eneide (Aeneis): poema epico composto forse fra Napoli e Roma. Opera
monumentale, considerata dai contemporanei alla stregua di un'Iliade latina, fu
il libro ufficiale sacro all'ideologia del regime di Augusto sancendo l'origine
e la natura divina del potere imperiale. Naturalmente il modello fu Omero. Essa
narra la storia di Enea, esule da Ilio e fondatore della divina gens Iulia. Il
poema rimase privo di revisione, e nonostante V. prima di partire per l'Oriente
ne avesse chiesto la distruzione e ne avesse vietato la diffusione in caso di
sua morte, esso fu pubblicato per volere dell'imperatore. Il poeta Vegio
compose in esametri il Supplementum Aeneidos, cioè il tredicesimo libro a
completare la vicenda narrata nel poema virgiliano. V. nella cultura successiva
Monumento a V. Piazza Virgiliana, Mantova. Mantova, Piazza Broletto, statua di
V. in cattedra[29] La fama del vate dopo la morte fu tale che egli fu
considerato una divinità degna di ricevere onori, lodi, preghiere, e riti
sacri. Già Silio Italico (appena un secolo dopo), che acquistò la villa e la
tomba di V., istituì una celebrazione in memoria del Mantovano nel suo giorno
di nascita (le Idi di ottobre). In tal modo questa celebrazione si tramandò
anno per anno nei primi secoli dell'era volgare, diventando un punto di
riferimento importante soprattutto per il popolo napoletano che vide in V. ("Vergilius")
il suo secondo patrono e spirito protettore della città di Napoli, dopo la
vergine Partenope. Ai suoi resti (cenere e ossa), conservati nel sepolcro da
lui stesso concepito secondo forme e proporzioni pitagoriche, fu attribuito il potere
di proteggere la città dalle invasioni e dalle calamità. Nonostante le divinità
pagane venissero dimenticate, di V. si mantenne comunque intatto il ricordo, e
le sue opere furono interpretate cristianamente. Egli divenne in particolare un
simbolo dell'identità e della libertà politica di Napoli: fu per questo che nel
XII secolo i conquistatori normanni, col consenso interessato della Chiesa di
Roma, consentirono ad un filosofo e negromante inglese di nome Ludowicus di
profanare il sepolcro di V. con lo scopo di rimuovere e asportare il vaso con
le sue ossa, al fine di indebolire e sottomettere Napoli al potere normanno
distruggendo l'oggetto di culto che era la base simbolica della sua autonomia.
I resti di V. furono salvati dalla popolazione che li trasferì all'interno di
Castel dell'Ovo, ma in seguito vennero qui sotterrati e nascosti per sempre ad
opera dei Normanni. Da allora i napoletani ritennero che il potere protettivo
del Poeta verso la città fosse vanificato. Il ricordo di V. però, soprattutto
nel popolo napoletano, rimase sempre vivo. Alla fama di sapiente per la
tradizione colta, con il tempo si affiancò quella di mago nella tradizione
popolare, inteso come uomo che conosce i segreti della natura e ne fa uso a fin
di bene. Di tale interpretazione ci resta un corpus basso-medievale di leggende
che hanno come sfondo soprattutto le città di Roma e Napoli: ad esempio, tanto
per citarne una, quella che lo vede costruttore del Castel dell'Ovo magicamente
edificato sopra il guscio di un uovo magico di struzzo che si sarebbe rotto
solo quando la fortezza fosse stata definitivamente espugnata, oppure quella
che riguarda la creazione e l'occultamento sotterraneo di una specie di
palladio (una riproduzione in miniatura della città di Napoli contenuta in una
bottiglia vitrea dal collo finissimo) che per magia protesse la città dalle
sciagure e dalle invasioni finché non fu trovato e distrutto da Corrado di
Querfurt, cancelliere dell'imperatore Enrico VI inviato nel XII secolo a
conquistare il Regno di Sicilia (che allora comprendeva anche la città di
Napoli). Durante l'Alto Medioevo V. fu letto con ammirazione, il che permise
alle sue opere di essere tramandate completamente. L'interpretazione dell'opera
virgiliana utilizzò largamente lo strumento dell'allegoria: al poeta fu infatti
attribuito un ruolo di profeta di Cristo, sulla base di un brano delle
Bucoliche (la IV ecloga) annunciante la venuta di un bambino che avrebbe
riportato l'età dell'oro e identificato per questo con Gesù. V. venne quindi
rappresentato come vate, maestro e profeta nella Divina Commedia (Purgatorio,
canto XXII, vv. 67-72) da Dante Alighieri, il quale ne fece la propria guida
attraverso i gironi dell'Inferno e del Purgatorio. «O de li altri poeti onore e
lume, vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore che m' ha fatto cercar lo tuo
volume.» (Inferno) Da Dante al Rinascimento Georgica. Illustrazione di François
Gérard La presenza di V. è costante nello svolgimento della letteratura
italiana. L'eco della sua poesia risuona sovente nelle opere dei nostri più
grandi scrittori. Per Dante Alighieri, l'Eneide diviene modello di alta poesia,
fonte di ispirazione di tanti suoi versi. È vero, egli avverte il fascino anche
di altri grandi autori del passato, di "Omero, poeta sovrano" di
" Orazio satiro", "Ovidio", "Lucano", e poi
"Tullio e Lino e Seneca morale" (Inferno) ma è V. la sua guida, V.
"l'altissimo poeta" (ibid.,80). Dante riconosce la grandezza morale,
il peso del pensiero antico e nella sua opera fa confluire insieme i valori
dell'umanesimo classico e quelli cristiani. Si può considerare pertanto il
primo umanista della nostra letteratura: un discepolo di V., al di là del
pensiero medievale. Dalla lettura delle sue opere apprese il senso di
partecipazione al dolore universale, la pietas, intesa quest'ultima nel senso
morale di adesione al cielo sì, ma anche di attenzione ai valori della terra.
Egli si accosta al mantovano non solo per capire "come l'uom
s'eterna", ma anche per perfezionare lingua e stile. Con diversa e più
moderna sensibilità si avvicina a V. un cultore degli studia humanitatis come
Francesco Petrarca. Il dolore umano alla scuola del poeta antico trova
innumerevoli rivoli per elevarsi in una poesia soavemente malinconica. Da lui
deriva l'amore per le belle lettere, la nobiltà dei sentimenti e del pensiero,
da lui l'arte della perfezione stilistica. La lingua italiana diviene, come
vuole de Sanctis, "la dolcissima delle lingue".[31] Intuisce e
tramanda ai posteri i più alti segreti della poesia del mantovano. Virgiliano
nell'anima, vive a lui unito nello spirito, gli dedica epistole. Petrarca venne
salutato come il nuovo V., modello di poeta, elegante, raffinato: si colloca
tra i più grandi lirici di tutti i tempi. Nell'Umanesimo è ancora V.,
unitamente a Cicerone, l'autore più amato, più ricercato come guida di maestria
linguistica. Con il ritorno al mondo classico nasce la nuova civiltà in cui
confluisce l'antica e, nel contempo, una nuova visione della vita e del mondo.
La lingua latina per tutta la prima metà del Quattrocento domina incontrastata
nella nostra letteratura, ed è una letteratura elegante, che raggiunge come per
miracolo forme umanissime. Si pensi alle Neniae, le celebri ninne-nanne che il
Pontano scrive per il suo bambino; alle Sylvae del Poliziano, ben due dedicate
a V.: Manto, carica di suggestioni e risonanze dell'antica bucolica in cui si
celebra la poesia pastorale, e il Rusticus, che si ispira invece alle
Georgiche, ricolma di immagini e di echi virgiliani. Il Poliziano, complice V.,
viene ritenuto il lirico più elegante che abbia scritto in latino. Della
riscoperta del mondo antico non solo la lingua latina viene a giovarsi, ma
anche la lingua volgare quando si torna a prediligerla. Jacopo Sannazaro,
considerato il "V. cristiano" per il suo De Partu Virginis,
nell'Arcadia riproduce la classica bucolica in una lingua armoniosa, piena di
fluidità e di malinconia. Non si può non parlare della Fabula di Orfeo del
Poliziano: Orfeo ed Euridice come nelle Georgiche rivivono il loro dramma
d'amore in un canto accorato, di estrema eleganza. Riporta altresì a V. quella
sorta di immersione nell'universo e nella natura presente nella favola del giovane
Julio nelle Stanze, così come la Giostra richiama la mente al senso di vaga
malinconia delle ombre virgiliane della sera. Ancor più determinante è
l'influsso di V. nel Rinascimento. Il volgare, assurto a piena dignità
letteraria, affronta temi alti, impegnativi e viene adottato dai grandi
scrittori del tempo. Il riferimento è all'Ariosto e al Tasso. L'Incoronazione
di V., parte di un ciclo di affreschi settecenteschi sull'Eneide a Palazzo
Pianetti, Jesi L'Eneide non poco contribuisce a portare l'Orlando Furioso alle
più alte vette della poesia rinascimentale e l'Ariosto tra i più grandi artisti
del tempo. Qui Cloridano e Medoro ritrovano il fascino, l'umanità di Eurialo e
Niso a rappresentare un sentimento alto come l'amicizia, nobile come la
fedeltà; e molte analogie si possono trovare nella caratterizzazione dei
guerrieri uccisi nel sonno dalle due coppie. Angelica vive all'unisono con la
natura che la circonda, ama le cose semplici e umili, effonde intorno un
sentimento virgiliano di pace, di serenità, appena velato di malinconia. Per
non riferire di altri temi comuni ai due poeti: l'amore, la giovinezza,
l'eroismo, la religione della vita, la rappresentazione dell'animo umano in
tutte le sue variazioni. E si arriva a Torquato Tasso, che da V. eredita finezza
e musicalità del dire. Le ingenue parole di Aminta, allorché descrive il primo
sbocciare di un amore nuovo nella favola pastorale che da lui prende il nome,
riportano insistentemente al mondo idillico popolato di prati, ninfe, pastori,
boschi, nel quale regna una lieve, sospesa virgiliana malinconia. Il candore di
Galatea torna a risplendere nella delicata figura di Erminia, che si desta al
"garrir" degli uccelli tra alberi e fiori mentre "scherzan"
con l'onda al suon di pastorali accenti (Gerusalemme liberata). Al pari di
Didone, Armida, creatura piena di mistero riscopre l'umanità nel dolore e
nell'amore. Come l'eroica Camilla, desta commozione la fiera Clorinda.
Nell'opera tutta aleggia quel senso di tristezza per il quale molti hanno
ritenuto la Liberata il poema italiano forse più vicino all'Eneide[33], già a
partire dall'incipit (il verso canto l'armi pietose e il capitano richiama
immediatamente il virgiliano arma virumque cano). Al sommo poeta latino sono
intitolate l'Accademia Nazionale Virgiliana e il Liceo Classico di Mantova. Il
Liceo, fondato nel 1584, è tuttora considerato uno dei più prestigiosi licei
classici d'Italia. La leggenda virgiliana Come stretto amico di personaggi di
potere e di grandissima influenza come l'imperatore Augusto, del governatore
provinciale Gaio Asinio Pollione e del ricco Gaio Cilnio Mecenate, secondo
leggende medioevali di scarsa o nessuna attendibilità, il grande poeta avrebbe
potuto beneficare in molti modi la città di Napoli in cui tanto amava
risiedere. I suoi biografi medioevali infatti ci narrano che fu V. a proporre
all'imperatore di costruire un acquedotto (proveniente dalle sorgenti nei
pressi di Serino, nell'Irpinia) che servisse questa e anche altre città, come
Nola, Avella, Pozzuoli e Baia. Inoltre avrebbe esortato Augusto a creare per
Napoli una rete di pozzi e fontane per l'approvvigionamento idrico, un sistema
fognario di cloache e complessi termali terapeutici a Baia e Pozzuoli, per cui
fu anche necessario scavare un traforo nella collina di Posillipo, l'odierna
"Grotta di Posillipo", nota per tale motivo fino al XIV secolo come
"Grotta di V.". Infine, V., essendo grandemente appassionato di
divinazione e del mondo della religione in generale (come si nota dalle sue
opere letterarie), avrebbe fatto installare due sculture di teste umane in
marmo, una maschile e allegra, l'altra femminile e triste, sulle mura della
città e precisamente ai lati della porta di Forcella al fine di fornire un
presagio casuale fausto o infausto (una sorta di innocua cefalomanzia minerale)
per i cittadini di passaggio. Con le modifiche fatte in epoca aragonese, le
teste furono trasferite nella lussuosa villa reale di Poggioreale, ma andarono
poi perdute a causa della distruzione del complesso. Come riportano i suoi più
antichi biografi, V. aderì al neopitagorismo, corrente filosofica e magica
allora molto diffusa nelle colonie della Magna Grecia, in particolare a
Neapolis, una delle poche poleis magnogreche che dopo la conquista romana aveva
conservato la sua vita culturale genuinamente ellenica. In quanto filosofo
neopitagorico e mago gli sono attribuite diverse immagini magiche e talismani
volti alla protezione della città di Napoli che tanto amò, secondo alcuni
biografi medievali e rinascimentali. Omaggi A V. sono intitolate le Virgil
Fossae sulla superficie di Plutone[34] e il Museo Virgiliano a Borgo
V..Letteratura Le ultime ore di vita del poeta sono raccontate da Hermann Broch
nel romanzo La morte di V., dove il protagonista, sentendosi prossimo alla
morte, avrebbe voluto bruciare l'Eneide non perdonandosi di averla lasciata
incompiuta. V. è uno dei protagonisti di Un infinito numero, romanzo di
Sebastiano Vassalli. Lo stesso autore ha reso il poeta protagonista di uno dei
racconti che compongono la raccolta Amore Lontano. Nel romanzo del 2024 I
demoni di Pausilypon di Pino Imperatore V. agisce nelle vesti di detective.
Videogiochi Nella serie Devil May Cry, si trova un chiaro riferimento a V.:
Vergil, fratello del protagonista Dante e antagonista principale della saga. Note
V., in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL
consultato il 21 marzo 2018. V. Marone, Publio, in Enciclopedia dei ragazzi,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2. ^ Virgìlio Maróne, Publio, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Le opere di Publio V. Marone: "Bucoliche", "Georgiche",
"Eneide", in m.oilproject.org. Nardoni, La terra di V., in
Archeologia Viva. ^ Conway, Robert
Seymour. Where Was V.'s Farm." Harvard Lectures on the Vergilian Age. Biblo et Tannen. Conway. Bonfante, Larissa Bonfante,
Lingua e Cultura degli Etruschi, Editori Riuniti, Telò, Massimo Telò, San
Michele et dintorni, Fotografie di Massimo Telò, Mantova Gualtierotti, Castel
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Calabri rapuere, tenet nunc Partenope. Cecini pascua, rura, duces" e
"+ Millenis lapsis annis Dominique ducentis bisque decem iunctis septemque
sequentibus illos uir constans animo fortis sapiensque benignus Laudarengus
honestis moribus undiq(ue) plenus / hanc fieri, lector, fecit quam conspicis
edem. Tunc aderant secum ciuili iure periti / Brixia quem genuit Bonacursius
alter eorum, / Iacobus alter erat, Bononia quem tulit alta." ^ Augustin
Renaudet, Dante humaniste, Paris, Les Belles Lettres. Sanctis, Saggio critico
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Luca Canali, Milano, Rizzoli; Mario Ramous, Milano, Garzanti; Eneide,
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mantovano: opere, bibliografie, mappe e gruppi di discussione. Accademia
Nazionale Virgiliana di Scienza, Lettere, Arti Sito ufficiale dell'Accademia
mantovana. Vita di V. di Donato Traduzione in lingua inglese di una delle più
antiche biografie di V.. Essa deriva dalla perduta biografia di Svetonio. Testo
originale delle Bucoliche, delle Georgiche e dell'Eneide da The Latin Library
(LA) IntraText Digital Library Testi originali dei Catalepton, delle Bucoliche,
delle Georgiche e dell'Eneide con concordanze e liste di frequenza (da
Intratext) (LA) Bibliotheca Augustana Estratti di alcuni codici antichi
dell'Università tedesca di Augusta. Marcovalerio.it Traduzione in lingua
italiana delle Ecloghe Bucoliche. (EN) IntraText Digital Library Traduzione in
lingua inglese dell'Eneide. Classici Italiani Archiviato il 7 novembre 2009 in
Internet Archive. "V. nel Medioevo" di Domenico Comparetti . Napoli
on the road Interessante articolo sull'interpretazione magica di V. nel
Medioevo. Virgil Murder Sito di uno studioso francese, Maleuvre, che presenta le
ipotesi sull'assassinio di V. da parte dell'imperatore Augusto. Parco della
Tomba di V. Sito della Soprintendenza per il Patrimonio Storico-artistico
dedicato al Parco della Tomba di V.. Parco della Tomba di V. in Internet
Archive. Sito sul Parco della Tomba di V. all'interno della Rete dei Musei
Napoletani. Scolii delle opere di V.: Marco Valerio Probo, In Vergilii bucolica
et georgica commentarius, accedunt scholiorum veronensium et aspri quaestionum
vergilianarum fragmenta, Keil (ed.), Halis sumptibus Eduardi Anton,. Mauro
Servio Onorato, Servii grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii,
Georius Thilo, Hermannus Hagen (ed.), Lipsiae in aedibus B. G. Teubneri Gli
scolii veronesi a V., Claudio Baschera (a cura di), Casa Editrice Mazziana,
giugno 1999. Ettore Paratore, La santità di V. in un mondo disorientato
Archiviato in Internet Archive., Il Tempo. Opere di Virgílio presso la
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romaniNeopitagorici[altre]Influssi lucreziani, e, quindi, della filosofia
dell’orto. Nato presso Mantova, muore a Brindisi. Studia la filosofia dell’orto
sotto SIRONE. In “Catal.” prende congedo dalle muse per volgersi verso la
scuola di SIRONE affinchè la filosofia gl’insegni a liberare la sua vita dalle
passioni. Esprime il proponimento di dedicare alla filosofia il resto
dell’esistenza. Nel “Ciris,” esaltando di nuovo l'insegnamento dei filosofi
dell’ORTO, manifesta l'intenzione di filosofare sui fenomeni celesti.
L’influsso dell’orto è esplicito nelle “Georgiche.” L' “Eneide", invece,
nella escatologia, dipende dalle correnti orfica e pitagorica – di CROTONE --,
mediata, si erede, da Posidonio, dal quale si fa derivare le rappresentazioni
dell’età dell'oro e dello sviluppo della civiltà umana e alcune teorie
d’impronta del PORTICO. Agl'interessi di psicologia filosofica si collegano
quelli naturalistici. In una ecloga, Sileno espone una cosmogonia. Nelle
"Georgiche" prega le muse d’interpretargli una serie di fenomeni
naturali. Nell’ “Eneide” Iopas tratta di problemi naturalistici. Fa parte dell'
“Appendix Vergiliana” il poemetto "Aetna" sullo cause e gl’effetti di
queso volcano -- del quale sono incerte la paternità e la data. Fra i filosofi
ai quali è stato attribuito il "Aetna", trovano adesioni soprattutto
V. e LUCILIO, l’amico di SENECA. Per le teorie scientifiche particolari,
l’autore dell'"Aetna" si serve principalmente di Posidonio e ciò
spiega l’affinità dell'"Aetna" con le "Questioni Naturali"
di Seneca che provengono dalla stessa fonte. Per la filosofia, V. mescola
ecletticamente elementi svariati e non fusi, perchè espone dottrine del
portico, dell’orto-lucreziane e inoltre eraclitei, democritei, ecc. Grice: “It
is interesting to study Virgil as the author of what at Oxford we call
“Beowulf,” an heroic narrative of origin. But in the history of philosophy, -- and the history
of Roman philosophy under the principate, specifically, it was the exegesis of
“Eneide” that we only have with Beowulf when it comes to Tolkien and the
monsters! On the other hand, the Roman aristocrats find in “Eneide” a fabulous
source for their even more fabulous philosophisings! My favourite is Macrobio’s
“Saturnalia” – it fits a gentleman’s pocket – but there are others. The idea is
to produce a didaskalia, i. e. a way to deal with conceptual notions or
philosophical concepts as we study one line or other from “Eneide” as we did at
Clifton! However false, the philosophy behind V. comprises not only a physical
theory (natural philosophy) – the theory of the three ages – but a full moral
theory – and one of philosophical psychology. The Eurialo/Niso episode is an
interesting one as a re-creation of the old Achilles-Patroclus topos that has
fascinated even Plato and the author of “Maurice,” i. e. E. M. Forster.
Usually, you won’t find Virgil listed in any manual on Roman philosophy, but
you should. It is fascinating also to trace the influence, via Alighieri in
“Commedia” down to Mussolini, where there were few exhibitions of the Mostra
della Revoluzione Fascista that would fail to quote from Enea. Note that the
iconography – and I don’t mix the effeminate one by Flaxman, but the fascist
one – helped!”. Publio V. Marone – He spent some time in fellowship with a
Garden community in Naples headed by Siro. He appears to have been a particular
favourite of Siro, inheriting the villa upon his death. The extent to which the
Garden influenced his poetry has long been debated. Approdato a Cuma, Enca consulta la Sibilla nell'antro
presso il tempio di Apollo e la prega di guidarlo negli Inferi. La Sibilla
accetta, ma l'eroe deve prima procurarsi il ramo d'oro da offrire in dono a
Proserpina e dare sepoltura a un compagno morto durante la sua assenza dalle
nasi. Dunque, Enea porta alla Sibilla il ramo d'oro, trovato nel bosco grazie
all'aiuto di Venere, e celebra i funerali di Miseno. Giunta la notte, e
compiuto il sacrificio propiziatorio alle divinità infernali, inizia il viaggio
verso gli Inferi, e l'eroe varca, con la Sibilla, la soglia dell'Averno. Essi
attraversano il vestibolo, pieno di mostri e simulacri di mali e malattie, e
arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove appare Caronte, il traghettatore
infernale.tra i quali spicca la figura di Marcello. Infine, Enea e la Sibilla
varcano la porta d'avorio e ritornano alla luce.libro 6 dell'Encide: la Sibilla
cumana e la discesa agli inferiEneide: analisi Libro 6 Cuma e la Sibilla nel
Libro 6 dell'Eneide Lapio po de i praga da pala, le da di ad ge di and in al
pre fite di Oli, nd e alce e esca cabr sua discendenza. In questa parte si
distinguono le fasi di un vero e proprio percorso iniziatico: rispettare gli
ordini di un sacerdote, la Sibilla dare prova della pietas celebrando i riti
trovare il ramo d'oro da donare a Proserpina, per poter entrare negli Inferi.
Enea viene assistito dalla madre nel recupero del ramo, mentre la Sibilla lo
aiuta nel viaggio verso gli Inferi. La catabasi è preceduta da due rituali: le
esequie di Miseno, e il rito propiziatorio agli dei inferi. Questi riti
sottolineano la sacralità dell'impresa. La differenza fra la catabasi di
Odisseo e quella di Enca sta nel fatto che quella di Odisseo non è altro che
l'ennesima avventura ai confini della realtà, mentre l'eroe virgiliano
intraprende un viaggio religioso per assecondare i voleri del Fato.Gli Inferi
nel Libro 6 dell'Eneide Celebrati i rituali, Enea e la Sibilla entrano nel
regno dei morti. Predominano le descrizioni dell'Aldilà, ma l'attenzione si
sposta sull'eroe nel momento in cui entrano in scena personaggi a lui
collegati. Per esempio, gli incontri con Palinuro e Didone permettono al poeta
di dare spazio ad Enca e alla sua umanità. Il passo delinea la concezione
virgilianadell'Oltretomba: un luogo in cui le ombre si aggirano rimpiangendo la
vita perduta, e in cui i giudici infernali, Minosse e Radamanto, assegnano la
dimora definitiva nel Tartaro alle anime malvagie, nei Campi Elisi ai beati.Dal
Tartaro ai Campi Elisi nel Libro 6 dell'Encide un bivio: a sinistra la Sibilla
mostra ad Enca il Tartaro, dove sono puniti gli empi, e poi lo conduce a
destra, verso la città di Dite. Dopo essersi purificato, Enea afligge sulla
porta delle case di Plutone il ramo d'oro, come dono a Proserpina. Poi prosegue
con la Sibilla verso i Campi Elisi. giovane Marcello, il giovane adottato da
Augusto ma morto precocemente, rappresenta un omaggio alla casa di Augusto, ma
nello stesso tempo sfuma in immagini di morte la visione trionfalistica del
destino di Roma. pitagorismo, l'orfismo, lo stoicismo. Nella parte finale del
libro, in ogni caso, domina l'esaltazione delle glorie romane, del periodo
augusteo e della missione civilizzatrice e ordinatrice di Roma. L'orgoglio di
appartenere a un popolo vincitore non impedisce a V. di condannare la guerra e
di celebrare i valori della pace della concordia. Completata l'analisi e il
riassunto del libro 6 dell'Eneide, ti potrebbero interessare altri
approfondimenti dei poemi epici di V. e Omero. UUPI^ HI Bott. Ccdare 'Ranjoli
MI m Ili DI V. PADOVA R. Stilb. Tipo-Litografico P. Prosperini J^y/f,SOÌ.Ì
^-i:t--Cant ; il qunle verso ci è rischiarato di queste parole del commento di
Servio t" Aìiiùinì Jooìs sìgnxim lapide m s ilice m put(werunt esse ».
Tuttavia, anche dopo T invasione dell' antropomorfismo greco, gli dèi romani
conservamno questo loro carattere vago ed astratto ; essi non riuscirono mai ad
assumere a^ìì occhi dei loro adoratori una individualità vera e propria, una
]»ersonalità ben definita, cosicché ad ogni preghiera ed invocazione si
fai^evano i>recedere formole ambigue come : sire Deus sive Dea, sin* fetiuna
:i^':-, ^ q*.::i: es-ere essenzialmente un male: e T anima dal princi;^1:
'" l'ù:, -d •?-^>^re perei'» es>enzialmente un Wne È naturale che,
rri. s:~-i.:. or line di idee, la religione consistesse nella i ktrì/ìc/izìone
iell'iz :..i j::e»i:inte !a mortificazione del corpo. — In seguito, in uno
-'^:o :^:• :;;±lc p.ù avanzato, nel .juale si verificò che un capo puniva, in
rune iella giiisii/ia, l'infrazione volontaria della legge, il dolore apparve
=r::'VL.e :I «nisiijo dovuto alla legge violata. E allora si potè formare il e:
::•>;:•: della divinità giusta, che vt^n-ìica la colpa, inrliggendo una
animecii rnr-jrzlonata, ossia un dolore E la religione consistè nel ^vx/d^
'-*//v all^i inesrrabile esiirenza di ui.ì tale pers^-^nifioazione
oltremondjkLA iella giustizia. In pari tempo, per la osser>'a2ione, che il
«lolore, ossia la punizione, si veritlcava anche nei n«^n c»:»lpevoli, si
dovette, affine di lib-erarr* in qualeKe m'>io il conceno religioso
fondamentale dalla contrai iizione, rl.orrere allo spediente, suuigerito anch'
^l-S'-*^ da una osservaziorie di fatto, del peccato originale. — 1 ni ultimo,
avendo il progresso d»rLl' incivilimento reso più mite l'animo e fat:o
preiiominare il sentimento della benevolenza e del perdono, la carità divenuta
coscienza dell' uomo, fu da tf^>so fH-rtata in dio : e insieme alla carità,
la re«lenzione e U perd:no, invece della riprovazione e del casii^ro senza
scampo E ne venne la religione, non totalmente servile, ma in parte figliale,
drlla conversione per mezzo del jr:n'r,r'r:,t'o inspirato dall'amore del bene,
e dimostrato colla so:ye^^'nza pas-iva rassegnata dei patimenti, e coli'
applicazione vo1 anuria di essi d, TalL al.'r»ra:.'ìati in utia sintesi grand:
sa che soio la mente del tìh>- :.» p::'« avvi>are. i «juiutro gradini
penarsi attraverso i seioli del senti ini^nt.» reli*n>so. I e irutteri dt-l
primo periodo sono evidentissimi nelle pn..;itive reli-rivoi italiche, e nella
relii:iv»ue rv»mana, la quale non perdette mai il eamtt-re cup*.> e
tenebroso che aveva in oriirine A differenza de! {- p Io i:re« o, cLe ciclo e
terra aveva s;iputo accornuuiire nella sua b ti i \ e ri itrnte fantasia, il
popolo romano non eMn? mai alcuna familiarità coi propri d- i. che per lui
fun^no sempre un oi:getto di sp;ìvento. ai •{i vii Tu -in • n- lì pu'»
avvicinarsi cbe tnMiiatido. : alla «uiale fa eoo il detto •li Servio
'.*"/«/if- .*'/ e\«'./i .s-'.tf : / ./' et f>\(:!0 -» ta Non diverso
concetto della religione doveva avere il più grande degli epici latini, il
quale, amiamo ripeterlo, per natura, per abitudini, per sentimenti era portato
ad essere l' interprete più fedele e più sincero della religio patrum. Per
fermo, nel sentimento religioso che circola attraverso i poemi virgiliani, si
possono anche riscontrare diversi caratteri propri di uno stadio più evoluto
della religiosità: tale il concetto di una sanzione oltremondana dell' operare
umano, svolto ampiamente nel canto sesto dell' Eneide ; tale ancora il dualismo
tra V anima, considerata come il principio del bene, e il corpo, considerato
invece come principio del male, che si appalesa pure nel canto sesto, e che noi
esamineremo a suo luogo, studiando le manilestazioni del pensiero platonico in
V.. Ma questi elementi nuovi non informano di sé stessi il sentimento religioso
dominante, non fanno parte della convinzione intima del poeta, e sono dovuti
più che altro all'influsso di nuove idee, venute da paesi stranieri. (ili dèi
di V. hanno una potenza illimitata, della quale usano ed abusano a loro
piacere. Tutto quanto avviene nel mondo, non è che un eftetto della loro
volontà. Essi presiedono a tutti i fenomeni naturali (4) e a tutte le azioni
umane (5) ; essi possono rivolgere il corso delle leggi ordinarie di natura, e
scatenare i venti, suscitare le tempeste e i terremoti (8;, cambiare gli uomini
in virgulti, mutare una intera flotta in tante Nereidi oceanine, fornire ai
mortali armi intangibili accrescere o togliere loro la forza e il coraggio,
predire il futuro direttamente , o per mezzo di profeti (14, o per mezzo dei
Penati e dei morti o per mezzo dei più vari portenti. Del modo onde impiegano
la loro potenza, essi non devono render conto ad alcuno : sic placitum » dice
Giove nel narrare a Venere i futuri destini di Enea; ìì Coelestium vis magna
iubet)) dice Aletto a Turno per costringerlo e ripigUare la guerra t me jussa
Deàm cogunt », « sic Dii votuistis » « ubi primum anntierint superi t, dice ad ogni
tratto Enea, e in codeste frasi secche e recise è sintetizzato tutto il cieco
dispotismo degli dèi. L' uomo è lo schiavo della divinità, e nulhi può fare,
nulla può tentare se gli dèi non lo assistono : « Hea nihil invitis, esclama
Enea, fas quetnqitatn fidere Diois. Non solo, ma allorché essi si
rivelanocontrari è empio e sacrilego ogni tentativo di resistenza: Infelix,
quae tanta animum denientia coepit ? Non vires alias, conversaque numina
sentis? Cede Deo. È questo V ammonimento che Enea rivolge al forte Darete,
atterrato e vinto dal vecchio Entello, cui gli dèi avevano ispirato un ardore
sovrumano. Quando la divinità ha mostrato con segni non dubbi di essere /
ostile, unico scampo è la morte ; tal pensiero è espresso nel lamento di
Anchise, colpito dai tristi presagì di Giove: Facilis jaotura sepulcri. Jampridem invisus Divis, et
inutilis aonos Demoror, ex quo me Divùm pater atque hominum rex Fulminis
afilavit ventis, et contìgìt igni. Né la
potenza illimitata di cui godono codeste divinità è sempre rivolta a fin di
bene ; tutt' altro. Crudeli, vendicative, gelosissime delle proprie
prerogative, esse non si piegano alle preghiere e alle implorazioni, ma
perseguitano senza posa e in tutti i modi gli infelici che si attirarono i loro
sdegni ingiustificati. Contro V ira dei celesti non v'ha scampo, non V* ha
speranza, non giova la purificazione dell' anima mediante la mortificazione del
corpo, non la soddisfazione ad un concetto astratto di giustizia, che essi sono
ancor lungi dal personificare, non il pentimento che essi non sono capaci né di
comprendere né di inspirare. Con questi detti risponde la Sibilla alle
preghiere dell'infelice Palimiro, cui era impedito di traghettare l'Acheronte,
perché privo, senza sua colpa, di sepoltura : donde, o Palimìro, tanto funesto
desiderio? Tu insepolto vedrai le acque Stigie e il tremendo fiume delle
Eumeneidi ? e contro il divieto ne varcherai la riva ? Cessa di lusingarti che
i voleri degli dèi si pieghino pregando », E così grida il re Latino al
valoroso Turno, che per difendere il patrio suolo dall' invasore troiano aveva
iniziata una guerra sacrilega contra omina e contra fata Deàm : Ipsi has
sacrilego pendetis sanguine poenas miseri. Te, Turno, nefas, te triste manebit
Supplicium; votisque Deos venerabere seris (26). E la vendetta venne pe '1
misero Turno, terribile e senza scampo ; che, mentre teneva testa da vero eroe
ad Enea, cui lo scudo di Vulcano rendeva intangibile, sente scemare ad un
tratto l'usato vigore, i tristi presagi di Giove lo colpiscono, gli vacillano
sotto le ginocchia; e ad Enea, che imbaldanzito lo incalza, gitta in faccia
quel grido tanto naturale e straziante: e non mi atterriscono le tue feroci
parole, o uomo crudele; gli Dei mi atterriscono, e Giove che mi è nemico . Ac velut
in somnis, oculoa ubi languida pressit Nocte quies, nequidquam avidos extendere
cursus Velie videmur, et in mediis conatibus aegri Succidimus: non lingua
valet, non corpore notae Sufficiunt vires, nec vox, aut verba sequuntur : Sic
Turno, quaqumque viam virtute petivit Successum Dea dira negat . Spossato,
atterrito, implorando salva la vita nel nome del vecchio padre, il re dei
Rutoli cade sotto i colpi ingenerosi del pio Enea: Ast illi solvuotar frigore
membra Vitaque cum gemitu fugìt indignata sub umbras. Questi esempi credo
possano essere sufficienti per dare un' idea esatta del modo onde nei poemi
virgiliani è concepita e descritta l'azione della divinità; molti altri
potremmo citarne, come quello di Palinuro sacrificato dagli dèi per sfogare su un
capo almeno Tira concepita su molti (30); e la spaventosa descrizione delle
Arpie, delle loro ire e delle loro feroci imprecazioni; e il racconto di
Diomede intorno ai castighi inflitti dagli dèi a quanti avevano combattuto
sotto le mura di Troia (32); e le tremende profezie svelate dal veggente Proteo
ad Aristeo perseguitato dairira di un nume ; e la tetra descrizione della peste
cagionata da Tisifone (34). Ma l'esempio più convincente e caratteristico della
ferocia degli dèi ci è otìerto da Giunone, il cui odio per la nazione troiana
in genere, e per Enea in ispecie, costituisce tutta la macchina che muove
VEneide. In che cosa consiste infatti l'intreccio del poema? Nei dissidio tra
Venere e Giunone, la prima deile quali protegge il figlio Enea in ogni sua
impresa, mentre la seconda cerca di impedire ch'egli venga in Italia a compiere
il volere dei fati. Dopo un sèguito di favolose avventure, nelle quali cosi
Tuna che T altra delle due dee mettono in azione tutti i mezzi che sono in loro
potere per riuscire nel proprio intento, la vittoria definitiva rimane alla dea
dell' amore, e cosi finisce il poema che è tutto compenetrato del sovrumano, e
in cui gli uomini non figurano che come deboli stromenti nelle mani degli dèi.
Ma quaP è la causa dell'odio di Giunone? Ce lo dice il poeta stesso nel
principio del suo racconto: Nec dum etiam causae irarum, saevictue dolores
Exciderant animo; manet alta mente repostum ludicium Paridis, spraetaeque
injuria formae, Et genus in visura, et rapti Ganimedìs honores. Ma se tanto
puerile e tanto meschina è la causa, terribili però ne sono gli eff'etti;
poiché, come dicemmo, lo sdegno di Giunone non ha limiti. Uatrox Juno (36),
aeternum servans sub pectore vulnics, la Juno saevissima Quam nec longa dies,
pietas nec mitigat ulla col suscitare spaventose tempeste, col favorire da
prima l'amore, poi gli sdegni disperati di Didone, coir eccitare le dame
troiane a bruciare le navi, col mandare la terribile Aletto a suscitare la
discordia e la guerra fra i Latini, coirorcitare Turno a far impeto sui Troiani
mentre Enea è lonlano dal campo, col far rompere al re dei Rutoli gli accordi
del prossimo duello, non si stanca di frainiorre ostacoli e procurar danni al
discendente di quel Priamo che sprezzò la sua bellezza, al concittadino di quel
Ganimede che In da Gìoa'c prrferito alla figlia sua Ebe. Terribili specialmente
sono le imprecazioni che V ira insoddisfatta le fa uscire dall' animo: i|nando,
ad esempio, vide Enea che lieto cominciava a fabbricarsi le case sulle sponde
sicule « stette, pimta da acerbo dolore; poi, scrollando il capo, versa fuori
dal j>etto tali parole: Ahi! razza abominata, e destini dei Frigi contrari
ai nostri! Forse che poterono soccombere nelle campagne Sigee? forse Troia ^\ì
avvolse nelle sue fiamme? essi trovarono una via ili scampo fi-ammezzo agli
incendi e agli eserciti nemici. Ma io eredo 4'he la mia divinità, stanca aitine
soggiaccia, ovvero io. satura di odi. mi acc|ui(1ai *>. Poiché air odio suo
irla forte rontro Enea, si aggiunge anche la gelosia della propria potenza, il
timore di iliminuire nella venerazione degli uomini, la rabbia di vedersi vinta
— essa, la moglie di (jiove — non solo da una imniiirtale. Venere, ma anche da
un semplice mortale che Venere protegge. Cosi, quando vede Enea approdare in
Sicilia, esclama: ViiU'or ab Aenea. Quoti si mea numina non sunt Magna satis^
duliiteia liaud ei iniziano i htdi noren^ftiale-s indetti da Enea per onorare
il padre. Cloanto riesce ad ottenere la vittoria facendo questo vóto alle
divinità del mare : e^o hoc candtntem in litore taurum Constituam ante aras,
voti reus, extaqiie sals«iS Porriciam in fluctns. et vina lùiuentia fundam S\l
Qui non si tratta che di una semplice promes>a : ma poco più innanzi,
narrando il poeta la partenza della flotta troiana alla volta d'Italia, cosi
descrive il sacrificio col quale Enea cerca propiziarsi gli dèi del mare :
opoIo romano era chiamato a compiere nella storia del mondo: l'autorità
religiosa doveva ben guardarsi dall' intralciarla. Questo concetto è espresso
chiaramente nei versi — an«'or oggi pi eni di significato per il popolo
italiano — coi quali Turno rimprovera la vecchia Calibe, sa«Nrdotessa di
Giunone, che voleva spingerlo alla guerra: Cura tibi, Divùin eflìgies et tempia
tiieri: Bella viri pacein^ue re-^ant, quìs bella merenda ^. — Se gli antichi
commentatori, rnn le loro interpretazioni allegoriche dell' E/ieif le. avevano
fatto dire a V. una infinità di corbellerie, che non gli eran mai {»as>ate
per la mente, non s'erano perO> ingannati nel ritenere che il poeta avesse
voluto dare un significato allegorico alla sua narrazione della venuta di Enea
in Italia. Infatti è facile comprendere — per «juanto compreso da pochi che il
viaggio fatale dell' eroe troiano dalle coste dell'Asia Minore alle terre
italiche, altro non significa che V introduzione nel Lazio di nuovi culti e di
nuove diNinità venute dallOriente: fatto importantissimo, avvenuto in tempi
assai lontani, e per il quale l'antica religione romana era rimasta
profondamente trasformata. Quest'allegoria traspare evidentissima da tutta V
Eneide, e semhra che il poeta n^niesimo, con accenni frequenti, abbia voluto
togliere ogni possibile dubbio intorno ad essa, (iià dal primo libro egli ha
cura dì farci sapere che l' impresa di Enea è voluta dai destini 1). e che il
compito dell'eroe è di trasportare i propri dèi nel Lazio r2) : nel secóndo è
il morto Ettore che c (:»v. preparandosi alla fuga dalla patria, il primo
pensiero di Enea è quello di affidare alle pure mani di Anchise le cose sacre
ed i patri numi (4); giunto a Creta, sono le slesse ef'pges sacrae diimm ed i
PJirigii penales che gli compaiono durante il sonno e lo scongiurano a non
fermarsi oltre su quelle spiaggie. ed a procedere arditamente verso l'Esperia,
dove saranno le loro sedi (5, Durante tutto il fatidico suo viaggio Enea — che
somiglia più un sacerdote che un guerriero — non si mostra tanto preoccupato di
conquistare un regno, quanto dì ottenere un asilo per i propri dèi: u io non
domando altro che un posticino {sedem exiguam) per ripom i miei Penati » dice
egli al re del Lazio ((>) ; e quando è giunto al conspetto della Sibilla, si
alìVetta a farle conoscere che non è venuto a chiedere regni non dovutigli, ma
soltanto un luogo sicuro per i suoi numi erranti: da, non indebita posco Regna
nieis fatis, Latio considero Tencros, Errantesque Deos agitataque numlna Trojae
^7). Ma Tallegoria ci sembra tanto evidente, che crederemmo inutile insistervi
oltre. Fin qui il nostro studio è stato unicamente rivolto a porre in lue(^
quei caratteri della religione di V. che corrispondono all'indole dell' antica
religione romana ; per rendere compiuto il nostro quadro dohhiamo dunque
esaminare anche questi elementi nuovi, che s'infiltrarono assai presto in essa,
e, pur lasciandole un fondo tutto proprio e particolare, l'accostarono
sensibilmente alle altre religioni dei popoli antichi, e specialmente dei
Greci. LMntroduzione del culto e degli dèi greci in Roma ha cause diverse,
prima delle quali Y uso di ricorrere ai Libri sibillini, che provenivano da
Gergis (rèpytc, ed erano stati portati a Roma sotto Tarquinio il Superbo (8).
La conservazione e l'interpretazione di codesti libri fu affidata ad \\n
collegio speciale di sacerdoti, i (juali, da due che erano all' epoca dei re, '
s'accrebbero a poco a poco fino a raggiungere sotto l'impero il numero di
quindici, e furon detti perciò Quindiceminri sacris faciundis. Quando
avvenivano fenomeni straordinari, come pestilenze, terremoti, inoncL^zioni,
ecc., o prodigi affatto nuovi, non contemplati nei libri pontificali, lo Stato
ricorreva solennemente al consiglio di codesti sacerdoti, i quali, dopo aver
consultato i libri loro affidati, prescrivevano le relative cennio nie di
preghiera e di purificazione. Siccome poi i libri sibillini raccomandavano il
culto degli dèi del lon* paese d'origine, così d'allora in poi accanto al
Romanus ritus si eblie il Graecus ritus, e accanto agli antichi dèi italici le
divinità dell' Olimpo greco, che finirono col sovrapporsi quasi completamente
ai primi. Questa mescolanza di riti e di divinità possiamo agevolmente riscon
trarla anche nella religione del massimo fra gli epici latini. Insieme ai .*.
dii patrii indAyetea^ appartenenti all'antichissimo ciclo degli dèi romano f
sabini, quali Giano, Pico, Vesta, Pilumno, Romolo, Fauno, Silvano, il suo ';
Olimpo contiene anche quegli dèi che, per contrapposto, eran detti dii ^,
peregriìii o novemsédes ; vale a dire divinità greche ed orientali come » Febo,
Apollo, Cibele, Bellona, Latona, Mercurio. Vulcano, Venere, (giunone -'Cerere,
Proserpina, Plutone, Esculapio; e infine divinità greche identi ficatesi
poi con divinità italiche, quali Saturno, Nettuno, Artemide (= Diana in
Aventino) ed Ercole (= Hercules domesticus o Mars). Il culto che nei L
poemi virgiliani è reso a tutte queste divinità, varia naturalmente col
va \ riare dell'origine loro ; cosi, mentre gli dèi greci sono onorati
secondo le (; norme del rito greco, agli dèi patri è serbato
l'antico rito romano. I primi hanno auree statue, pompe solenni e
templi di marmo dalle colonne di : bronzo e dalle porte istoriate in oro
ed avorio, i secondi conservano invece la primitiva agreste
semplicità : Vesta non ha altra imagine che " il sacro fuoco, alla
cui conservazione vegliano assiduamente le vergini sacerdotesse ;
Fauno è ancora rappresentato da un semplice t oleaster foliis amaris »,
al quale i marinai salvati dalle onde solevano atta(rcare i loro doni e
le spoglie votive (11); il dio Tevere è adorato nella sacra quercia, al
cui tronco i guerrieri appendono le armi e le exuriae (spoglie) dei nemici
uccisi \V2). Insieme agli dèi ed ai riti, anche Tantropomorfismo
greco è penetrato largamente nella religione virgiliana, togliendole, o,
a dir meglio, attenuandole (luel carattere incerto e nebuloso che vedemmo
provenirle dalla astrattezza propria delle antiche divinità italiche. Né poteva
essere altrimenti; prima di tutto perchè in Roma Tantropomorfismo s' era
imposto alla imaginazione di tutti fino dal tempo dei Taniuinj, poi perchè il
poeta non avrebbe potuto rinunziare al grande vantaggio, clie gli
proveniva dal valersi di divinità dotate di forma e passioni umane. Per tal
modo, gli dèi che V. fa soprassedere agli avvenimenti svolgentisi
nelFEneide, sono, in fondo in fondo, gli stessi di cui Omero s' era
servito nell'Iliade e nelr Odissea. Essi hanno un corpo simile in tutto e per
tutto a quello dei semplici mortali, con le identiche qualità e bisogni
ad esso inerenti : vi è la sola differenza che tali qualità sono portate
ad un grado sovrumano, cosicché anche quando gli dèi scendono in terra- e
cercano nascondersi sotto spoglie mortali, il suono della loro voce, il
loro portamento, la loro statura, la loro bellezza, il scintillare degli
occhi, ne svelano agevolmente Torigine divina. Quando Iride, deposto
Tabito e l'aspetto di dea, cerca persuadere le donne troiane a bruciare
la flotta che doveva condurle in Italia, la vecchia Pirgo, nutrice di
Priamo, si accorge subito che sotto -- l'apparenza della matrona Beroe
era nascosta una dea, e grida alle compagne: Non Beroe vobis, nou
haec rhaeteia, matres, Est Dorycii coniux. Divini signa decoris,
Ardentesque notate oculos; qui spiritiis illi, Qui vultus, voeisve sonus,
vel gressus eunti E quando la dea Venere appare ad Enea sotto V aspetto e
V armi di vergine cacciatrice spartana, e gii chiede con mentita voce se
avesse veduta alcuna delle sue sorelle, V eroe troiano risponde senza
esitazione: Nulla tuarum audita railii, neque visa sororum
(quam te raemorem ?) virgo: namque hand tibi vultus Mortalis,
nec vox hominem sonat. dea certe: An Phoebi soror? an nimpharuin sanguinis
uua? Ed è curioso notare come, nei poemi di V., V antropomorfismo non si
restringa agli dèi venuti dalla Grecia, ma si sia esteso persino a quelle
antiche divinità romane, le quali, nella loro originaria astrattezza ed
immaterialità, sembravano le più restie ad assumere forma umana. Il deus
Tiberinus era uno dei numi più vetusti e rispettati fra il popolo romano,
che lo considerava come il protettore naturale del patrio suolo, il
genius loci simbolizzante in sé stesso l' origine, le vicende e la gloria
di Roma : suo unico simulacro era, come vedemmo, T umile quercia, alla
quale i soldati vincitori appendevano divotamente le spoglie dei vinti nemici.
Or bene, anche il dio Tevere ha assunto neir Eneide veste, forma voce
umana, che lo fa rassomigliare in tutto ad un dio dell'Olimpo greco :
uscendo di tra i pioppi dell' amena sua corrente, egli si presenta ad
Enea in sembianza di vecchio, e eum tennis glauco velabat
amictu Carbasus, et crines umbrosa tegebat arundo ; Tum sic affari,
et curas bis demere dictis (15'. Come per le qualità fisiche, così anche
per le qualità morali gli dèi somigliano in tutto e per tutto agli uomini
: essi nutrono nel loro animo passioni, desideri e sentimenti al pari di
ogni mortale, ma con una forza ed una intensità di gran lunga superiore a
quella umana. I loro odi, i loro amori, le loro gelosie, le loro
vendette, che hanno tanta parte negli avvenimenti umani, sono riprodotte
da V. sulla falsariga di Omero, (lai quale il poeta mantovano ha mutuato
tutto il macchinismo mitologico. Ciò è tanto evidente, per chi abbia una
certa conoscenza dei poemi virgiliani che sarebbe affatto inutile ci
dilungassimo a mostrarlo. Noteremo soltanto che esagerarono quei critici i
quali vollero scorgere nella mitologia virgiliana una serietà ed una
moralità di molto superiori a quella omerica
4»' Ch*:? Li ma-gior rispetto del i)4)polo latino
verso gli dèi, la sua inatrj:- r»- izrtivirà, e il pn»}j:r^^>so stesso
compiuto dalla ragione umana in otto s^ci I: di riflessione, «li >tudi
e di ricerche, «ìovesJ^ero spingere il nostro j toeta a d^ire una
ve>te più severa e più casti^jata alle antiche favole > • . «n-ire
sul >uolo ell»-nni«*o. è cosa naturale, confermata anche dall'esame
•i-i p» «-uJ iVià nr-i tempi di poct) anterit>ri al poeta, codeste favole
sem! /.iVAi... :i: più sfa«NÌate, assurde, immorali, e contro di esse
protestava .rrjicaiiit-ritt- il più trrande dejrli oratori romani: u nec
enim multo aì)-:!:•' :. r:i — es^Uma ej:li, «lopo aver esposto i giudizi dei
tilosofi sulla divi:.:-^ — >unt ea, quae poetarum vocibus fusa ipsa
suavitate nocuerunt,,'iì et ira inrI:ìmiiiatos et libidine furentis induxeruut
deos feceruntque. r.: ri:r;m hèUa. pro«-lìa, pugnas, vulnera videremus,
odia praeterea. dis-i.a. -i:^ or.iia.s, ortu>. iiiteritus. «|uerellas.
lamentationes. effusas in •:n.: intrriiiprrantia libidines. aduUeria,
vincula, cum humano genere con^ r\i lvd> iiiortaii'[Uè ex iLimurtali procrea
tos » 17). Ma. come abbiam ve I :r . C:- eri'iie non aveva la natura
timida e profondamente religiosa di Vìrjil:?. né s'era accinto come
lui ad un poema epico il cui fine era di r. :.r. iurre i Romani ali"
aritica religiosità, e la cui materia si trovava già :r: -è -ie tu'ù
.libine divina: lo stesso pn»tagonista del poema è figlio di una dea, jr
Vrrnere, ol.e s«..ntratasi con Anchise sulle falde dell'Ida, s'era
congiunta P e n lui: Latino padr»- dì Lavinia e re del Lazio, è
figlio del dio Fauno S tr iella n:r*f:i Mari, a (IS). Ma questa
semidivinità di Enea e di Lavinia. % »^: ->:.•" nifi
n«^'lia tradizione, era necessaria al poeta non solo per aver
5 n. io i; L':;>t:n. are le favolose imprese del primo e l'aiuto che a
lui con ^ c-rÌLO jl. dèL lua aiii'he per dimosti*are ai Fiomani derivati
dal matri • !..?:.!• 'l-l prÌMio **olIa sfonda, la loro origine
divina, e con ciò in ^ iiirli ad es.>ere più religiosi. Fra i
guerrieri italici che scendono in guerra 1^ *.» re-enit» troiano, i
più devono la loro nascita al connubio di un « Iemale con rialclie
divinità : Turno ha per avo il dio Pilumno e per nia ^ dre li dea
Venilia li») Messapo è tìglio di Nettuno (2l>), Cecolo fu gene \ rat •
da Vulcano tra le greggi e trovato nel fuoco -, Ebaio da Telone i è
dil!a iiinra Seb»'tidr' ;. : il leggiadro Aventino è tìglio del dio
Ercole e i -Il.i >^acerd-te>*>a Rea. la quale
Furtivum parta sul» luiuìnis edìlit aurati, Mivta l>n» imilior; ed
anche in questo caso il nostro poeta non fa che servirsi di una tradìzione
antichissima, colla quale può giustificare la prima sconfitta ecc.
ecc. Sulle condizioni della religione romana verso il finire della
repubblica e sulle cause della sua decadenza, vedi G. Boissier - La
Belìgìon Bomaine, Marquardt - Le eulte chez les Bomains, Paris, Schmidt - Essai
hìstorique sur la Società civile dans le monde Bomain et sur sa transformation
par le Christianisme, Strasbourg, Havet - Lo Chrhtìanisme et ses orìgines,
Paris, Livio - Ab urbe condita- L. . La prima legge per la quale anche al
popolo fu aperta la via al sacerdozio, fu la lex Licinia; vennero poi la
lex Ogulnia e infine la lex Domitia. Zeller, Religion und Phìlosophie bei den Romern.
Berlin, Vortrage und Abhandlungen, Asìnaria, II, 1, 11. Persa, Iecc. CICERONE (vedasi) De Divinatione,
Ennius - Telamo Ribbeck Com' è noto, la notizia della traduzione, ora perduta,
fatta da Ennio della Storia sacra di Evemero, ci è data da Cicerone nel
De nat. deoi\ 1. I, C. 42 « gwae ratio maxime tractata ab Euhemeì'o est,
quem noster et interpretatus et secutus est praeter ceteros Ennius 9, Dei
brani della storia di Evemero sono riportati da Lattanzio, Justit,; le
maggiori notizie su di lui si trovano in R. de Block - Euhèmère son Ihrre
et sa doctrine, Bruxelles, 1876. Quanto al poema di Epicarmo, esso è
citato da Varrone nel De lingua latina V, 65. Una prova, fra le tante,
degli eilettì prodotti in Roma dal diffondersi della Storia sacra di
Evemero, ci è data da questo passo di CICERONE (vedasi), De nat. deor.: An
Amphtaraus erit deus et Trophonins ? Nostri quidem publicnni, cum essent
agri in tìoeotia deorum immortalium excepti legi" censoria, negabant
immortali^ esse ullus, qui aliquando homines fuissent. VARRONE, che
consacra il suo libro sulle Antichità divine a ia,r conoscere gli antichi
riti^ all'ignoranza dei quali attribuiva la decadenza della religione
romana, chiamava poi assurde le favole che si raccontavano sugli dei, e
confesssava che il culto romano era mal fatto^ e che non sarebbe più tale
se egli potesse rifarlo; cfr. S. Agostino, De civitate dei. Per Lucilio, vedasi
il modo con cui egli giudica le religioni popolari nelle sue satire XV, 2; ed.
Miìller, Lipsia Com' è noto, Cicerone era augure, ed a tale suo officio teneva
moltissimo, facendo feilelmente la guardia alla porta dei templi. Con
tutto questo egli non si fa scrupoli di combattere recisamente, nel suo
trattato sulla divinazione, l'opinione di coloro che credevano possibile
una scienza dell'avvenire, ne vuol permettere che la superstizione sia
posta sotto la protezione della filosofia. Nel trattato sulla Natura
degli Dèi si mostra titubante, incerto, né sa giungere ad una conclusione
recisa; tantoché non a torto vi fu chi ai nostri giorni credette sorprendere,
in codesta assenza di conclusioni formali, una prova di ateismo. Boissier.
Nelle lettere familiari, che ce lo mostrano nella vita privata, di religione
non ia quasi mai parola. I discorsi politici e giudiziari sono per contro
tutti compenetrati di religiosità, e ne vedremo più avanti la ragione. In
questa esagerazione cadono quasi tutti gli autori sopra citati, specie il
Marquadt (loc. cit, op, cit) (14) Epist. ad famil. Ad. Att,, ì,
3. Cicero. Act, in C Ve7rem, Havet. Vedcsi specialmente la Pro lege
manilia, (quelle In Catilinam, ([uelle contro Verre, già ricordate, ecc.
ecc. Plutarco — Le vite degli uomini illustri, trad. G. Pompei, Cremona,
Ab urbe cond.Vedi fram. del De rer. nat. Lentulo, il complice di Catilina,
credeva agli oracoli della Sibilla; cfr. Cicero In L' Calilinam orat^ ieri., 5.
Siila, che aveva rubato i tesori del tempio di Delfo, portava sempre con
se una piccola ima'^ine di Apollo che baciava di tempo in tempo; cfr.
Plutarco, Siila, . , Mario eonduceva sempre con sé la profetessa Marta^
nella quale aveva grande fiducia e dietro ordine della quale sacrificava; cfr.
in Plutarco la vita di Mario. Vatinio, che affettava incredulità per gli
auspici, e\ oca va segretamente i morti e immolava loro dei fanciulli; cfr.
Cicerone, In Vatin,, 6. Quando apparo qualche meteora, quando qualche
statua divina ha sudato, quando qualche rumore misterioso s*è fatto
sentire sotto terra o nel cielo, il terrore invade tutti, e per ordine
del Senato si consultano ì libri della Sibilla e gli auspici; CICERONE
(vedasi), De Divinatione Le superstizioni funebri dominano specialmente tra gli
sventurati. Lucrezio ce li fa vedere, nelle ansie e nelle sofferenze
(leiresi^lio, affrettarsi a sacrificare ai mani e immolare pecore nere là ove
il caso li ha condotti; cfr. De rer^ nat- III, n. 8. Quanto a Cicerone,
vedemmo già com'egli attribuisse la propria guarigione agli dèi e
incaricasse la moglie di ringraziarli. Per verità, al tempo di Cesare e
di Cicerone, le matematiche pure ed applic^itct la fisica, la scienza musicale,
la meccanica, l'astronomia, la geografia, la storia naturale ecc. si
trovano ormai ad uno stato soddisfacente di sviluppo. Ma oltreché molto
delle verità più alte, come ad esempio il movimento della terra intorno al
sole, erano ancora al puro stato di ipotesi non dimostrate, s'aggiungeva
anche che coloro che nella loro gioventù avevano potuto compiere una
buona educazione scientifica, dimenticavano poi ogni cosa; cfr. a tal
proposito Polibio, e Cicerone De Republica, e Academica. Per convincersi poi a
qual punto di imperfezione era ancora la cosmologia e l'astronomia, basta
leggere le considerazioni di Lucrezio .sugli antipodi, le dimensioni del
sole, la durata dei giorni e dello notti, le fasi della luna ecc.; cfr.
De rer. nat. Che OTTAVIANO fosse grandemente superstizioso, è cosa risaputa
(cfr. Svetonio, Ang.); ma ciò non implica che fosse anche religioso nel vero e
proprio senso della parola. Antonio lo acculò di aver parodiato in modo
così turpe durante un banchetto l'Olimpo degli dèi, che Giove aveva
abbandonato il Campidoglio per sottrarsi a quella vista. Lo stesso
Svetonio narra che, avendogli una tempesta distrutta Tarmata navale, adirato
cacciò Nettuno dal tempio (Ang,). Kpist. 1. I, IV. LIVIO, M.
Georg. Georg. En. En. Sulla religione romana, vedasi, oltre le opere a;ià
citate del Boissier, del Marquardt, dello Sehmidt, dello Zeller e dell'
Ha vet, anche Bouché Leclerecq, Les Ponti fes de rancieìine Rome. Paris;
e, dello stesso, il Manuel des ìnsliiU' tlons romaines. Paris, 1866.
Preller, !.£s dkicv de /' ancienne Rome, Paris; Friedlaender — DarsCellungen
nus der Sittengeschìchle Roms, Leipzig, 3 voi.; Inscriplìonum iMinarum
amplissima collectio pubblicato a Zurigo dall' Creili pei due primi volumi e
dall' Hcrzen per il terzo; le Inscriptiones regni Neapoletani pubblicate
a Zurigo dal Mommsen ; io mi sono anche servito di uno splendido e
comprensivo riassunto della religione romana, fatto dal Boissier in Remie
de V histoire des religions, En. Hinc Augustns agens Italos in poelia
Caesar Cum patribus, populoque, penatibus et magnis dis, Stans
celsa in puppi : geminas cui tempora flammas Laeta vomunt patriuinqne
apei-itur vertice sidus. tll) Georg. Properzio; Zeller, op. di. p. 6:
Preller Hamisvke Mythologie, Diogini d'Aliearnasso PcojiatxYj 'ApxatoXoyia, I En.
Quando gli Arvali sacrificavano due pecore alla divinità protettrice del
luogo, pronunciavano queste parole. Infatti, mentre i primi
indirizzavano i loro inni a Giunone, a Minerva, a Giano^ a Lucetins
(Giove,; i secondi non cantavano che le imprese di Ercole; ora il canto
che V. pone in tM>ccg^. : li Massarani — yei parentali di V.,
Mantova. Nai. Deor, En. Eh.
En En. En. IV, 912 Giunone è detta cara Jovis coniux ; cfr. iinclic En. XII, 806 uUerius tentare veto. En.
Eru En. En. En. En C Uiad. XIV,
346-351. Y] pOL xal àyxàg Ijiapxs Kpóvou nal^ if^v Tiapixomv
Totoi 8' uno x^à)v Sìa qpiiev vsoOijXéa «oIt}v, Xa)xóv ^'IpoVìevxa t8è
xpóxov vj8' ftàxivO-ov Ttoxvòv xal {iaXaxóv, Sg ìtcò x^C &'+io'
èspYsv. xqi ivt Xegaoi'hjv ènl 8è vscyéXr^v Sooavxo xaXrjv
xpuoeCrjv. (38) A'n. Per
tutte queste notizie cl'r. A. Gabrielli. Sulla IV egloga di V.. Mantova
1. II. l41) 1. II. (42) V. Ogereaii. Easai sur le système
philosophique des Sloicìens — Paris Gabrielli, op. cit.; i>er vedere quale
diffusione avesse codesta leggenda in Italia, cfr. Ccnsorinus, De die
natali, 17. Sugli anni e i //ja^^ne /wt'fwe* dell'eglog, IV cfr. De
Romanorum anno saec ad Very. eclg. IV nc^li Archivi di Filologia dell'
Henghelmann. En. Riguardo ai carmi sibillini cfr. le opere già
citate. (49) Completo magno anno, omnia si/dera in ortus suos
redire et referri rursus eodem motu. Quod si est idem st/derum motus,
necesse est ut omnia qiiae fueiunt habeant iteratiorwm. Compareti,
op. ci/., C. VII; ed ancora Schickedanz: Unde VirgiUus argumentum quartae
eclogae hauseriU Servest. 1761 ; Frcj'mullcr: Die messianische Weùsagung in
Vergils Edoga IV, McUeii, 1852. (51) Sì confrontino i vorsi 10-45
con (lucsto frammento del carme dclhi 2»ibilla cumana. Cum
Deus ab alto llegem dimittet Olympo Junc terra omniparens friictas mortalibus
aegris Reddet inexaustos frumenti, vini, oleÌQUc; Dulcia tunc
mellis diffundent pocula coeli, Et niveo latices erumpent lacte
suaves. Oppida piena bonis, et pinguia eulta vigebunt, Nec gladios
metuet, nec belli Terra tumultus, Verum pax terris florebit omnibus alta.
Cumque lapis Agni per montes gramina carpent. Permistique simul Pardi
pascentur, et Hoedi ; Gum Vitulis Ursi degent, Armenta sequentes
Carnivorusque leo praesepia carpct uti bos: Cum pueris capient somnos in
noctc Dracones, Nec laedent, quoniam Domini manus obteget illois. Si
confrontino ancora i versi 10-45 dell'egl. IV, con queste parole di
Isaia Ei erit justUia cingulum lumborum e.jus ; ei fides cinclorìum
renum ejus. liabitablt lupits cum agno, et pardus cum hoedo occubabil et
leu et ovis simul morahantur, et parvulm mbiabit eos. VltuliLS et ursus pascentur :
s'unuI requiescent catuli eorum ; et leo quasi bos comedet paleas. Et
delectabilur infaìia ab ubere supeì' foramine aspidis ; et in caverna
regulì, qui ablactatus fuerit. manuin sua mittet. Non nocebunt et non occident
in universo monte sancto meo; quia repleta est terra scientia Domini,
sicut aqtuie maris aperientes. Comparetti,
op. cit. C. VII; Evangelicher Kalender. 1862, pan- i7-5o. Vedasi il saggio
veramente geniale di G. Negri « I Ricordi di Marco Aurei in eie
Confessioni di S- Agostino» in Meditazioni vagabomie, Milano. riiica fra
le sètte filosofiche deirantirhitii. la scuola di Epicuro esclude nel
modo i)iù assoluto la religione, nega ogni sorta di miracoli, e bandisce
il sovrannaturah* che l'ignoranza e la paura avevano cui loi^ato nel seno
dei fenomeni. La strana dottrina psicologica della i^pO-rfyy;,, nhe pure
ha un fondo indiscutibile di verità, aveva bensì costretto il (ilosofo
d'Abdera ad ammettere un Olimpo di dèi immortali, ma essi non hanno alcun
potere sul mondo e sugli uomini, sono formati da una semplice successione
di imagini prive affatto di consistenza, e vivono riligati negli spazi
intercosmici {intermundia). dai quali non potrebbero uscire per la
diversa natura degli atomi che li compongono. Quindi riiomo min ha nulla
da temere e nulla da sperare da codeste vane ombre senza cor|)0, che non
possono togliergli (jnello che l'epicureo considera il massimo dei beni: la
libertà dello spirito. In modo ben diverso intendeviino razione divina le
altre scuole, che si disputavano nel mondo rintien la direzione degli
animi. La dottrina del Portico, ad esempio, era venuta, col suo mal
definito panteismo, a giustificare ogni più volgare superstizione, e ad ammettere
nel mondo una incessante azione divina, una rnntinua provvidenza, un perpetuo
miracolo ; lo stoico, al pari di ogni altro pagano, credeva alla
fatalità, alla predestinazione e persino agli oracoli e alla scienza
augurale. Lo stesso può dirsi della filosofia platonica, la quale,
mistica ed ascetica già neirorigine. aveva accentuato aiici^r più questi
suoi caratteri passando attraverso la speculazione degli Alessandrini, ed era
giunta al punto di accettare non solo, ma di giustificare col
ragionamento filosofico l'ermetica e la magia. L'epicureismo soltanto era
recisamente nemico di ogni religione, qualunque essa fosse : poiché ogni
religione deve, dal più al meno, poggiare su quelle idee di provvidenza,
di creazione, di miracolo, di solidarietà fra il mondo e dio, che il
seguace d' Epicuro esclude nel modo più assoluto, u Ce n' est donc pas sans
raison, diremo anche noi col Guyau, que le nom d'epicurien devint
rapidement synonyme d'incredule et d'irréligieux. Dato questo carattere
della filosofia epicurea, era possibile che il mite V., iJ cantore del
pius Aeneas, il ristauratore dell'antica religione romana, il poeta
religioso per eccellenza, accordasse il proprio assentimento alle
dottrine dell’ORTO? Assolutamente no; a meno che non si voglia ammettere
che nell' animo suo fosse tale il distacco tra i principi filosofici e le
credenze religiose, da poter negare in filosofia ciò che credeva in religione.
Ma questa ipotesi sarebbe assurda e priva di ogni fondamento. Tutta la
storia del pensiero umano ci dimostra che uno strettissimo legame ha sempre
unito la religione e la filosofia; ed anche al giorni nostri, se nel campo
teorico i loro domìni sono stati divisi, nel campo pratico delle coscienze
individuali esse continuano a rimanere strettamente, invincibilmente
unite. Questo legame che unisce la religione e la filosofia è al tempo
stesso positivo e negativo : è positivo in quanto Tana e l'altra
soddisfano al bisogno imprescindibile dell'anima umana di possedere la
realtà superiore, l' unità suprema delle cose ; negativo, o, dirò meglio,
di esclusione, in quanto la seconda sostituisce a poco a poco la prima
nella esplicazione delle verità superiori. Ed infatti, considerata
storicamente, la religione non è altro, secondo la definisce il Réville,
che « la determinazione della vita umana, per il sentimento di un legame che
unisce lo spirito umano allo spirito misterioso, di cui egli riconosce la
dominazione sul mondo e sopra sé stesso, ed al quale ama sentirsi unito »
; la filosofia invece, considerata pure sul terreno strettamente storico,
è la ricerca libera della verità superiore nel mondo e nell'uomo sulla base
delle conoscenze acquisite in generale e deir osservazione della natura umana.
La religione deriva dal sentimento spontaneo che l' uomo ne ha, e che
egli interpreta senza rifiessione e senza metodo, sotto la direzione
preponderante delle facoltà imaginative ; la filosofia deriva dal bisogno che
l'uomo prova di correggere con formule razionali le ispirazioni del
sentimento :i). Dove la prima pone il piede, la seconda deve ritirarsi ;
ed è soltanto quando la filosofia si acconcia alle forme ed ai simboli
della tradizione religiosa, traducendo nel linguaggio tradizionale le sue
idee e le sue speculazioni, che l'una e l'altra possono trovarsi d'accoido sul
medesimo terreno. Ciò avvenne infatti nel pitagoreismo, nel platonismo,
nello stoicismo, nel giudaismo alessandrino ; ma non, come vedemmo nella
dottrina d* Epicuro. Quindi per noi la questione dell' epicureismo di V.
è già a priori risolta: essendo profondamente religioso, il nostro poeta
non poteva essere al tempo stesso epicureo. Ma non cosi l' intendono
tutti coloro che, nei tempi antichi e nei moderni, si occuparono in qualche
modo delle opinioni dei grande mantovano. Se fra tante verità stoiche non
avessi errato con qualche principio epicureo, non sarei pagano ». Queste
parole, che Fabio Pianciade Fulgenzio pone in bocca allo stesso V. nel suo De
continentia Virgiliana, riassumono, si può dire, l'opinione generale dei
grammatici e dei commentatori antichi e moderni intorno ai principi filosofici
professati dal nostro poeta. Non tutti codesti illustratori sono
certamente d' accordo nel considerare le dottrine stoiche come il fondamento
della filosofia virgiliana ; anzi a questo riguardo le divergenze sono
parecchie, inclinando alcuni per lo stoicismo, altri per il platonismo,
altri per il neo - pitagorismo, altri infine, e con maggior ragione, per
l'eclettismo stoico - platonizzante. Ma si trovano poi tutti
meravigliosamente uniti nelP affermare che Virgilio, tra il candore immacolato
delle sue dottrine spiritualistiche, non seppe andar esente da qualche
piccola macchia di queir epicureismo che fu sempre la filosofia degli
spiriti ribelli. Questa, ripeto, è Y opinione generale degli
illustratori di V. ; ma ben più recisa è a tal proposito l'opinione
volgare. Come osserva lo stesso Heyne nel suo celebrato commento, vulgo
prò Epicureo haheri solet Virgilius. E cosi è infatti. Oggi ancora i più
credono che il nostro poeta abbia non solo accordato spesse volte facile
«orecchio alle ttjntazioni delle dottrine epicuree, ma che sia stato un
epicureo vero e proprio, un seguace convinto e deciso, sebben mite, del
grande pensatore d'Abdera. Scevri da ogni idea preconcetta e da qualsiasi
preoccupazione filosofica e religiosa, che turberebbe la necessaria serenità
della ricerca, noi ora dobbiamo domandarci : quali sono le origini
storiche ed i fondamenti reali di questa, che non chiameremo la leggenda
dell' epicureismo virgiliano ? Lasciando completamente da parte Y opinione
volgare, che non potrebbe avere la più lontana giustificazione nei
documenti storici e letterari che ci sono rimasti, io credo che l'origine prima
dell'opinione dei commentatori risieda in quel noto paragrafo della P.
Virgilii Maronis ri/a di Tiberio Claudio Donato, nel quale si parla
appunto degli studi e delle opinioni filosofiche di V.. Il paragrafo dice
precisamente cosi: Audivit a Syrone praecepta Epicuri : cuius doctrinae
socium habuit Varium. Quamvis diversorum Philosophorum opiniones libris suis
inseruisse de animo maxime videatur, ipse tamen fuit Academicus : nam
Platonis sententias omnibus aliis praetulit. L' antichità medesima del
passo, r autorità sempre concessa al suo autore, non potevano in certo
qual modo non suggestionare critici e commentatori, così da convincerli
che à qualche traccia degli insegnamenti di Sirene doveva necessariamente
trovarsi nelle opere virgiliane, prima ancora di averne ricavato la prova
dall'esame spassionato di esse. Non c'è quanto mettersi a studiare un
autore con idee preconcette, per creder poi di vedere confermate ad ogni momento
e nel modo più indiscutibile quelle medesime idee! Ma ci sono veramente, o
nelle Bucoliche, o nelle Georgiche o nelV Eneide degli elementi filosofici di
indole tale da poter giustificare in modo positivo questa opinione tanto
universalmente diffusa? Vediamolo. 11 primo luogo che quasi tutti i commentatori
sono concordi nel chiamare prettamente epicureo, è l'egloga sesta, nella
quale il mitico Sileno canta T origino degli uomini e delle cose. Ed è tanta la
loro sicurezza intorno alla natura di questo passo, che molti fra essi,
ed anche dei modernissimi, non dubitano di veder raffigurato in Sileno
Tepicureo maestro di V., Sirene, e nei due fanciulli V. stesso e il suo
condiscepolo Varo. Non v'ha dubbio che i concetti espressi in
quest'egloga, e la melodia soavissima dei verei che li accompagna, e la
pittura giocondamente serena colla quale incomincia, possono spiegare
sufficientemente l'illusione in cui sono caduti i commentatori. Il
vecchio padre di Bacco, gonfie le vene pe'l gran vino bevuto, seria
procul capiti delapsa, se ne giace dormendo in un antro. Lo vedono due
fanciulli, che il vegliardo avea spesso lusingato colla speranza di
rallegra^-li con un canto, ed unitisi ad Egle, Naiadum pulcherrima, lo
legano coi serti, gli impiastricciano la fronte e le tempie di sanguigne
more e lo costringono a cantare. Ed egli, dolum ridens^ fra l'esultanza dei
Fauni, delle piante e delle fiere, incomincia il suo canto narrando: uti
magnum per inane coacta Semina terrarumque animaeque marisquc
fnissent, Et liquidi simul ignis; ut liis exordia primis Omnia, et
ipse tener mundi concreverit orbis; Tum durare sohnn, et discludere Nerea
ponto Coeperit, et rerum paullatim sumere formas; Jamque novum
terrac stupeant lucescere solem Altius at) e specialmente dal Trezza, che
disvelò la profonda moralità inerente air epicureismo, mostrandone Y eccellenza
fra di tutti i sistemi filosofici antichi, io credo affatto inutile
sfatare un' accusa che ormai può solo essere accettata dalla credulitii
stolta dei volghi. (Hi è certo che fra i seguaci di Epicuro vi furono
molti che si fecero schermo delle sue dottrine per condurre una vita scioperata
ed immorale; ma oltreché non bisogna mai chieder conto ad una dottrina
dalle conseguenze illegittime che le passioni umane possono dedurne (8), e'
eran pure tra gli epicurei uomini forti ed eletti, che. ispirati ad un
alto ideale di dignità umana, liberi dalle umilianti tirannie celesti,
sapean trarre una vita virilmente austera nella serena contemplazione del
vero. Ma a completare l'illusione, vengono infine i primi versi del
canto di Sileno, che più sopra abbiamo riportato. L' origine del mondo,
il suo lento progressivo conformarsi, Y iniziarsi dei fenomeni tellurici,
il sorgere delle piante e degli animali, tutto è narrato in cotesti versi
senza il benché minimo accenno ed una azione qualsiasi della divinità,
senza la più piccola allusione al sovrannaturale : ogni cosa ha principio
dai semina^ ogni cosa che esiste non è che 1' eftetto del loro
accozzamento magnun per inane. Ora non é questa appunto la dottrina
d'Epicuro, secondo il quale tutto nasce, si forma e muore per un puro
aggregarsi e dissolversi di atomi nel seno del vuoto infinito, senza che
gli dèi, relegati negli spazi intercosmici, quasi famiglia di monarchi
spodestati, possano mai interrompere l'addentellato delle leggi immanenti
ed eterne di natura? Sembra evidentissimo ; anzi, ad avvalorare sempre
più questa opinione, si aggiunge anche la circostanza che nei versi sopra
citati apparisce manifesta ed innegabile Y imitazione del massimo fra gii filosofi
romani dell’ORTO LUCREZIO. È proprio infatti d(»ir orazione lucreziana quel
semina del verso :V2, che Lucrezio usa tanto spesso per significare gli
atomi, quel liquidus ignis del verso ;53, queir anima che é adoperata nel
verso 32 in luogo di aer^ e che ci ricorda subito come per Lucrezio
l'anima umana sia composta degli stessi atomi levigati e sottili che
compongono l'anima (9): è decisamente lucreziano quel maguiim per inane
del verso 31 m che ci richiama tosto la concezione atomistica delV
estensione pura, del vuoto entità reale, inteso cioè come il luogo dove i
corpi materiali, e quindi estesi, possono trovar posto (10); bia di
epicureismo. ( onìineiani il no.stro poeta non avesse creduto di
aggiungerne altri che distruggono completamente il significato dei primi,
avrebbe dimostrato, almeno in questa parte, di seguire in tutto le idee
già espresse dal grande poeta e filosofo latino. Ma sembra che V. si sia
proposto, nelle opere sue, di togliere con una mano ciò che con l'altra
concedeva; sembra che abbia voluto, con (juesto continuo ondeggiare fra i
due poli opposti della filosofia, far perdere ai lettori ogni traccia del
modello cui s'inspirava, e dissipare non solo ogni giustificato sospetto
di professare dottrine men che ortodosse, ma anche di condividere una
qualunque teoria filosofica determinata. Questo vedemmo già, e vedremo
meglio proseguendo nella nostra ricerca; per ora possiamo averne una
prova indubbia nei versi che stiamo esaminando. Egli infatti prosegue il
suo racconto così : Prinius ab aetherio venit Saturnus Olympo Arma
lovis fugiens, et res^nis exiil ademtis. Is gcnus indocile ac dispersimi
montibiis altis Conposuit, legesque dedit, Latiumque vocari Maluit,
his quoniam hUuissot tutus in oris. Aurea quae perhibent, ilio sub rtge
fecerunt Saecula: sic placida in^pulo^ in pace regebat. Qui
la tradizione ha ripij^liato il sopravvento, imponendosi alla scienza ed
alla ragione che prima sombravano prevalere : il poeta, quasi spaventato del
soverchio suo ardire, rìtv>rna ad adagiai-si nelle braccia morbide del
mito, e canta il regno paradisiaco di Saturno, che fuggito air Olimpo
viene in Italia, ed accolto iv^pitalmente da Giano, ammaestra il popolo
noir agricoltura, ne corregge il vivere selvaggio, trasfonde in esso abitudini
di ordine, di moralità e di lavoro, iniziando cosi il periodo felice deir
età dell' oro. Tali ci»se narrava la leggenda, assai diffusa nel popolo
tra i tilosofi e i letterati (^J'i); tali, e non diverse, sono per V. le
prime storie della terra ancor giovane. Ce lo dice in modo egualmente
esplicito in un altro punto delle sue opere, e cioè sul finire della
seconda Georgica, ove descivendo con frasi idilliche la vita beatrma i
poemi virgiliani, credo possa esser tale da indurci a rispondere
negativaviieiite a una simile domanda. Non v' ha dubbio: dove il
soprannaturale si mescola ed incombe con tanta forza sul mondo, dove le
potenze dispoticb.vì d:::j»^:-i- >i «^zzarla a sua po-ìta. ivi non può
♦---ere uè ^l'iiiio -si'» il»^ in uu moiAo «o-ì s-^j-: • airinij»erió di
volontà oliraniondane. ^ la -«i^-nz;! '\^V.\ «livin tzioriM e d»:'i riti:
studiarsi di penetrare nel pen>i»ro r:jcere all'ii^m'.» ii.^n«Mchiato
e treuiani^r s-.tt»> la verga inesorabile del di«j. K tale ir.faiti.
Lis-:iando da [«arte gli inse-juanienu contenuti nelle Georgiche, che >ono
più che altro una meo»: Ila di precetti pratici comuni a pirito
super>tizio>o di cui è imlHrvuto, egli manifesta di quando in
«{uando certe, sia jiur vaghe, a^jirazi^.ni a conoscere la vera natura delle
cse. e specialmente i m»ti dt i coi-pi cele>ti. le ecli-,^i del sole e
le fasi della luna, le inondazioni, i terremoti, i fulnn'ni ed altri simili
fenomeni naturali, che colpendo i»er la loro apparente irregolarità o per
la lon» grandio>ità le menti incolte degli uomini primitivi, dovevano
maggiormente giustificare la credenza dell'intervento divino nella
produzione loro. Di questa cres, lunaenue labores: Uride trcmor terris:
qua vi maria alta tumescant Obijcìlma ruptis, rur^iisque in se ipsa residant:
Quid tantum Oceana i^roperent se tingere soles Hìberni; vel ti tre versi,
pure delle Georgiche, che riassumono, quasi direi, commentano e
giustificano i versi antecedenti: Felix, qui [mtuit rerunj
cognoscere causas, Attiue metiis omnes, éì inesorabile fatum
Subiecit pedibus, strepi tu mine Acheroiitis avari I (iO) Non v* ha
commentatore che, cfiuiìto a questi due luoghi, non si faccia un dovere
di avvertire ctie in essi è contenuta Teco distinta degli insegnamenti di
Sirene, citando anche a maggior conferma i versi lucreziani dai quali il
secondo è palesemente imitato (11); non v'ha critico che si rispetti, il
quale, trattando così ù\ passaggio delle opinioni filosofiche di V., non
citi questi due luoghi come una prova indiscutibile delle sue
tenden>:e epicuree. Ora tali conclusioni sarebbero giustissime, ed io
per primo le sottoscriverei a piene mani, riconoscendo che almeno in questi due
passi le traccìe delle dottrine epicuree sono di una innegabile evidenza,
se non vi si opponesse un ostacolo addirittura insormontabile : vale a
dire gli stessi versi che seguono roi^i il primo come il secondo dei due
luoghi, versi che non solo ne infirmano il primitivo valore, ma
conferiscono loro un significato camplctamente, recisamente contrario.
Infatti, al primo dei due passaggi citati seguono immediatamente questi
versi : Sin, Ims ne pomm natm-ae accedere partes, Ffigidiis
obstiterit circum praecordia sanguis; Rura mìhi, et ridili placeant in
vallibus amnes; FI amina ameni silvasqiie ìn'^iorius! 0, ubi
campi, Spercheosque, et virginibus bacchata lacaenis, Taygetal o,
qui me gelidìs in vallibus Haemi Sistat, et ingenti ramorum protegat
umbra! {ììk Al secondo seguono immediatamente questi: Fortunatus et
ille, Deos qui novit agrestes, Panaque, Silvanumque senem, Nymphasque
sorores! lllum non populi fasces, non purpura regum Flexit, et
infidos agitans discordia fratres Aut coniuratio ecc. ecc. Veda ora il
lettore spassionato come la citazione integrale dei passi virgiliani,
indispensabile per riprodurre con tutta fedeltà il pensiero del poeta,
muti di punto in bianco Y aspetto della cosa ; veda ora con quanto
fondamento i versi sopra citati, uniti a questi ohe ne sono il sèguito
naturale, possano essere interpretati come un'aspirazione a conoscere la vera
natura delle cose, a liberarsi dalle visioni torbide delPoltretomba e dal
timore degli dei ! Poiché, alla fin fine, qual'è il significato dei
versi che stiamo esaminando? che cosa intese di esprimere con essi il nostro
poeta? Semplicemente il contrario di quanto intendono i commentatori. È
certamente una bella cosa, dice V., penetrare i segreti della natura,
conoscere le cause dei fenomeni che atteriscono la nostra imaginazione,
apprendere le leggi che regolano i movimenti degli astri, i terremoti, le
inondazioni ; ma io non mi sento da tanto. Io preferisco trascorrere la
mia vita nella beata ingenuità del povero agricoltore, sotto la santa
protezione dei vecchi iddii trasmessimi in sacro deposito dagli avi,
ammirando le eterne bellezze della natura esteriore, senza guastarmi la pace
dell'animo e la tranquillità della coscienza con ricerche pericolose e con
verità inquietanti. Tuttavia, anche intesi in questo modo, si
potrebbe sempre obiettare che il nostro poeta non nasconde la propria
ammirazione per coloro che, con lo studio della natura, avevano saputo
liberarsi dai gioghi celesti, e giustifica la preferenza data alla
religione soltanto colla mancanza del suo coraggio e la tardezza del suo
ingegno {/rigidus circum pr^aecordia sangxiis\ e che quindi può ritenersi
ugualmente verace Topinione comune intorno alPepicuroismo dei due passi.
L' obiezione sarebbe giustissima nella prima parte, ma assolutamente
falsa nella conclusione ; e per dimostrarlo sarà duopo fare alcune
considerazioni sul sentimento religioso degli antichi, che ci riveleranno
la vera ed intima natura dei versi virgiliani. Come abbiamo ripetutamente
osservato^ le religioni antiche e la religione romana più d'ogni altra, hanno
un carattere triste e cupo, che induce facilmente neir animo del divoto
tutti i terrori della più cieca superstizione. Quelle mille potenze
sovrannaturali disseminate per la natura, quella schiavitù continua al loro
capriccioso dominio, quella cura incessante di antivederne il volere,
quella attenzione sempre desta di scongiurarne le ire, dovevano rendere
piena di ansie e quasi insopportabile la vita. « EJisognerebbe conoscere - dice
il Guyau - tutti i pensieri che assalgono a' nostri giorni ancora un'
anima superstiziosa, per comprendere quale poteva essere la vita dei
superstiziosi d' altri tempi, allora che la superstizione era garantita ed
incoraggiata dalla religione stessa, faceva parte delle credenze dello
stato, e che CICERONE (vedasi) stesso briga per ottenere il titolo di augure.
Ora, a tal riguardo, noi al>biamo per fortuna un documento assai importante
di quei temi>i, vale a dire il trattato di Plutarco sulla
Superstizione. Plutarco, testimonio non sospetto e degno di fede, ci fa
un quadro assai fosco delle ansie e dei terrori suscitati negli animi
dalla superstizione, che egli chiama « malattia ripiena di passioni » « viltà
servile » « piaga delle coscienze » « fuoco che divora T anima » e
definisce cosi : « quale sia la natura della superstizione ci dimostra la voce
greca «siotdaiiiovfa che altro non significa clie aver paura degli dei,
ed è una affannosa opinione, e imaginazione che impaurisce, atterra e
consuma T uomo, il quale ben crede che esistono gli Dei, ma dispensatori
di dolore e di sventure ». Per tal modo, mentre chi non solca il mare non
teme le tempeste, chi non è soldato la guerra, chi non esce di casa i
ladri, ecc. * cohii invece che ha paura degli dèi teme tutte le cose, la
terra, il mare, Taria, il cielo, le tenebre, la luce, la fama, il
silenzio, i sogni i ; mentre ciascuno può sfuggire ai propri affanni, il
superstizioso non può sottrarsi alla sua paura né di giorno, né di notte,
e neppure colla morte; e mentre l'empio, caduto in disgrazia o in malattia,
ricerca le cause del suo male e vi pone rimedio, il superstizioso,
credendosi castigato dagli Dei, si spaventa, si dispera, e non vuol nemmeno
provvedere a sé stesso per non disobbedire alla volontìi divina. Che più
*? (c Cagione di gran gioia sogliono essere agli uomini le solennità
delle feste e i sacri conviti, che si celebrano nei templi, Tessere
ammesso alla religione, le misteriose cerimonie dei sacrifizi, le
preghiere, le adorazioni.... Ma il superstizioso ben vorrà, ma non può star
lieto... Tutto pallido e smorto nel volto pur si corona, sacrifica
insieme e trema di paura, e con voce tremante porge preghi a Dio, e con
la mano mal ferma sparge fumi e incensi. Insomma, mostra esser vano il
detto di Pitagora, che noi diventiamo migliori quando andiamo a Dio;
perchè non mai i superstiziosi sono più in pessimo stato e
malavventuroso, che quando entrano nei templi degli Dei, come se fossero
covi di orsi, ripostigli di serpenti o caverne di mostri marini ». In
questo modo, continua Plutarco, avviene che molti supei-stiziosi, mirando
la quiete e la libertà di spirito di cui godono gli empi, non solo li
invidiano e desiderano poter ridersi m come loro dei terrori
religiosi, ma giungano persino a farsi deliberatcìmente increduli ».
Questa eloquente e vivace pittura degli effetti della superstizione
nella società greco-romana, getta un fascio di luce sui v*.tsì che stiamo
esaminando ; nei (inali diremmo quasi di sentire — se !ion temessimo di
cadere in un enorme anacronismo — Teco distinta dellu ultime parole di
Plutarco. Vi è la sola dilTerenza che, mentre lo storico e moraliata
arreco descrive gli effetti dalla superstizione sull'animo degli altri,
il poeta latino esprime gli effetti che essa produce sul proprio ; e
mentre il primo ci parla di superstiziosi che si davano addirittura in
brar-cio alla inrredulità, il secondo si limita a manifestare la propria
ammirazione per gli spiriti forti che sanno affrontare la luce del vero,
e gìttarsi sotto i piedi i timori religiosi, il fato inesorabile, gli
strepiti dell'avaro Acjieronte ; ma aggiunge subito che egli non si sente
capace di fare altrettanto. Che poi la religione di V. fosse una vera e
propria superstizione, nel senso che Plutarco dà a questa parola,
l'abbiamo a lungo dimastnito: come pure mostreremo a suo luogo quanto
fosse viva nel nostro poeta la (mura della morte e la preoccupazione
della vita futura. Ben diverso dal vero è adunque il significato che si
dà universalmente a ^piesti famosissìnii versi; i quali, in fondo in
fondo, non diversificano mollo per la loro natura da quelle subitanee
ribellioni alla tirannia degli (U'i, che stndirimmo più indietro.
Soltantochè in questo caso ci troviamo dinanzi mi uno stato d' animo assai
più complesso ed interessante ; là non si trattava che di Sfratti vivaci
e quasi incoscienti, tosto repressi; qui invece la ribellione è meno fugace e
più meditata ; quelli erano sempliri moti passionali, questi invece racchiudono
un vero e proprio raere sue: le Bucoliche rappresenterebbero il primitivo
indirizzo epicureo, VKneide Y indirizzo mistico platonico e quasi cristiano, le
Georgiche il ponte di passaggio tra Y una o Y altra dottrina.
In uno studio sul sentimento poetico in relazione con Tarte, l'Aloardi
descrive col suo stile imaginoso e fiorito questo preteso mutan«ento avvenuto
nelle opinioni filosofiche di V. : « invaghitosi da giovane della I
filosofìa d' Epicuro, la cantò nella ammirabile Egloga di Sileno.
anchV^di ricalcando con pie gentile le franche orme di Lucrezio :
poscia guardando con più delicato studio la natura, si tolse da quella
agitazione vertiginosa degli atomi, si accostò a Platone, si rivolse a
quel non so che di più spirituale, che gli fece cantare nella Eneide lo
stupendo canto dei Morti e dei Nascituri, nel quale si rivela una confusa
idea della immortalità dell' anima. Respirò gli effluvi balsamici che una
corrente arcana rei ava neir aria del nascente Impero, e prestando
orecchio airantico carme delle Sibille vaticinò un nuovo ordine di cose
più apertamente dei Profitti di Giuda ; e forse fece tesoro dei concetti
Bacchici, che innestati negli drtiei, nelle feste di Eleusi e nei
Baccanali, ivano sviluppando e purificando r idea di Dio e della seconda
vita. Boissier è ancora più pi eriso nel descrivere questi diversi
atteggiamenti dell'anima di V.. Egli esamina successivamente i tre poemi
virgiliani, e trova nelle Bucoiiclie la spensieratezza, 1' assenza di
patriottismo e di religione propria dei seguaci di Epicuro, nelle Georgiche le
incertezze di un' anima che sta per abbandonare, non senza qualche
rammarico, le dottrine fino allora seguite, nelYEneide tutti i caratteri del
poeta che milita senza esitazioni sotto le bandiere della filosofia
platoneggiante (:3). Questa nuova versione, oltre schivare gli scogli
della logica, può anche sembrare a tutta prima abbastanza seducente, e
non del tutto priva di sicuro fondamento. Piace raffigurarci il nostro
poeta, già tanto assorto negli artifizi della forma e nelle cure dello
stile, approfondirsi anche negli alti problemi della scienza filosofica,
e rivolgerli ed agitarli incessantemente nell' animo suo, cosi da
abbandonare dopo lunghi dubbi V opinione da prima formatasi per abbracciarne
poi in modo definitivo un' altra che gli sembrava più vera e più giusta.
E d' altro canto, 1' aver egli avuto per primo maestro di scienza
filosofica r epicureo Sirone, V aver frequentato nella sua gioventù la
compagnia di Cornelio Gallo e di Asinio PoUione; Tessersi più tardi staccato da
essi e stretto invece di più intima amicizia con Cesare Ottaviano, di cui
interpretò d'allora in poi le idee di restaurazione religiosa e morale: l'aver
infine passata la seconda parte della sua vita nella solitudine
campestre, paiono rendere sempre più valida questa ipotesi. Ma la prova
più convincente, secondo i critici, ci sarebbe data come vedremo dall'indole
stessa intrinsecamente assai diversa dei tre poemi ; che nella gaia
amabilità delle Bucoliche, nell' assenza di ogni preoccupazione politica
e religiosa, nelle pitture soavemente idilliche che le infiorano, sembra
quasi riflesso quel sentimento epicureo della natura, che nasce dalla
contemplazione serena di essa, non turbata dalla visione dolorosa di un
ideale impossibile a raggiungersi; nella severa mestizia delle Georgiche,
nel lieve sotho di religiosità che le attraversa, negli accenni frequenti
alla incredulità da una parte e alla fede dall'altra, sembra vedere
rappresentato r uomo che tentenna ancora fra due dottrine radicalmente
opposte, ma accenna già a piegare per una di esse ; mentre infine nel
freddo misticismo che pervade da un capo all' altro il poema d' Enea, tu vedi
un animo ormai tutto compenetrato della potenza infinita degli dèi, tutto
dedito a conoscerne i voleri e piamente obbedirli. Ora,
questa supposta prova è tanto convincente quanto si vuol far credere dai
commentatori ? Io per fermo non vorrò escludere la esistenza dei
caratteri che distinguono fra loro i poemi virgiliani; credo però di
appormi al vero affermando che tali caratteri difierenziali non derivano
da una diversità fondameatale di concetti filosofici, e tanto meno accennano ad
una evoluzione successiva del nostro poeta dal campo dell* epicureismo a quello
dello spiritualismo stoico, platonico e pitagoreo, ma sono un eff'etto
necessario della natura diversa dei componimenti poetici, e del diverso
scopo propostosi dal poeta per ciascuno di essi e infine della diversità
del modello seguito. Cantando nelle Bucoliche — dietro r ispirazione
della ridente musa teocritea, e col solo intendimento di sperimentare le
proprie forze giovanili nel più tenue dei componimenti poetivi la vita
primitiva, tranquilla, spensierata dei pastori e dei loro armenti, il nostro
poeta non poteva, senza contraddire alle leggi più elementari dell'arte, usare
quella maggiore gravità di stile e di argomenti che adopera nelle
Georgiche, componimento didattico e scientifico per eccellenza, intessuto degli
insegnamenti di Esiodo, di Democrito, di Senofonte, di Aristotile, di Teofrasto
e di Catone il censore, e composto, dietro il consiglio di Mecenate, col
proposito di richiamare i suoi ccmcìttadini alla sana vita dei campi e
alle pratiche della romana religione^ da cui s'erano venuti allontanando
: e così nelle bucoliche come nelle TTeorgiche non avrebbe potuto
introdurre quel soffio di gelido misticismo, 4Ut^llH continua preoccupazione
del divino, quella tetraggine farisaica di riti t? di formule — per usare
una espressione del Trezza — che vedemmo essere caratteristica dell'
Eneide; poiché questo è poema religioso nel [ùù puro senso della parola,
composto sulla guida di Omero con triplice seoiJO politico religioso e
morale, per narrare ai Romani rimmi^rrazione delle nuove divinità
elleniche ed il loro assorbimento da parte delle itiiliebe, per ricordare
a' suoi poco di voti concittadini la loro origine divina ed il modo con
cui dovevano comportarsi rispetto agli dèi. Dimostrata per tal modo
la insufficienza di questa prova, cade anche il valore delle altre più
sopra ricordate, le quali, se ben si guardi, poggiavano più che altro sulla
validità di quella or ora esaminata. CosicchfV pure ammettendo che col
crescere degli anni e col maturarsi della riflessione s'aumentasse nel nostro
poeta quella sua naturai disposi/Joiir allo spiritualismo, rimane però
esluso nel modo più categorico che durante la sua gioventù abbia militato
sotto le bandiere di Epicuro. Ripojtandoci dunque alla conclusione esposta nel
principio di (jnesto paragrafo, «noi siamo autorizzati a conchiudere che
in nessun luogo delh? sue opere il poeta mantovano manifestò principi di
carattere epicureo, e che quindi, per quanto si può dedurre da questi
soli documenti rimasti, egli non appartenne, né poco né molto, alla scuola
d'Epicuro. Reville - Prolégomènes de V hìst. des relig, - Paris. Il solo ALIGHIERII
(vedasi), che pure conosce tanto bene le opere vir^iliaDo, mostra di
andare esente dall'errore comune. Ciò prova prima di tutto col non aver
collocato V. nel sesto cerchio dell' Inferno, ove sono « Con Epicuro
tutti i suoi seguavi Che r anima col corpo morta fanno; in secondo luogo,
ed h prova ben più importante, col pigliarlo a guida per quella prima
parte dell' allei^órìco suo viaggio, in cui l'anima, pur rimanendo in
ragione umana, purifica se stessa e d rende degna della visione
beatificante. Il Comparetti, nella sua splendida opera su V. nel medio
evo (V. 3>l crede ciò dipenda dal fatto che Dante conosceva assai poco la
dottrina epicurea, come appare dal C. IV, del Conviio, e come si può
desumere dal fatto che egli non conosceva il De Natura Deorum^ unico
libro dal quale avrebbe potuto averne notizie sicure. Lasciando pur da
parte i molti argomenti che si potrebbero opporre a questa opinione, io osservo
soltanto che ii Comparetti stesso, nella pagina precedente, aveva notato che
Dante doveva avere pure conoscenza delle diffusissime leggende medioevali
intorno all'epicureismo viri^iliano, «Poiché - dice il Comparetti - c'era
bensì nel medio evo l'idea che il grande poeta latino si fosse
grandemente accostato ai princìpi cristiani, ma c'era anche nuella che
egli come pagano fosse caduto in più d' un errore, singolarmente epicureo.
Questo si accordava con la sua biografia che lo presenta come discepolo
di un epicureo, e anche col fatto, perchè realmente princìpi di indole
epicurea, com'è naturale in im poeta lii quella età in cui l'epicureismo
era tanto in favore presso i Romani, non uianeano nelle sue opere.
Dunque, io dico, se anche allora come oggi V. passava agli occhi di tutti
per un semi-epicureo, Dante dovè avere un qualche motivo più forte ftie
non la sua ignoranza dell'epicureismo per allontanarsi in modo cosi indubbio
dal sentimento universale. Sia come si sia, le ultime righe del passo
citato ci provai uo se non altro come uomini dottissimi possano essere
trascinati dalle creilenze comuni ad errori grossolani, che un esame
oculato delle fonti varrebbe a ^orreggere^ Come vedremo più
innanzi. Gotti. Heyne - P. Virgilim Maro varietale lectionis et perpetua
adito* tallone illustratus - Ed. tertia – Lipsiae Tib. Claudii Donati -
De P. Virgilii Maronis vita. C. : in
Heyne, ad es. il commento di Arcangeli. Riferendomi alle considerazioni
che verrò facendo più avanti, le quali sfatano completamente questa assurda
interpretazione, osservo per ora che assai difficilmente V. avrebbe potuto
decidersi a raffigurare in un vecchio eternamente ubriaco, per quanto semidio,
il suo antioo maestro, che Cicerone ci fa conoscere come ottimo uomo ed
amicissimo suo,1 f. Ihf fin, II, 35, e Div. VI, II). là). Vedi
aggiunta alle Note. k\) Constant Martha - Le poème de Liccrèce Paris La morale d' i.piciire – Paris Studi
Increzioni – Torino Lìici'ezìo - Firenze
i870; e Epicuro e V epicureismo – Firenze Lo dice anche il Manzoni, nella
Morale Cattolica, De rer. nat,, ecc. anche Cfr. la dotta dissertazione di
Giussani intorno alla questione dell’inane, spatium, locus, vacuum
secondo LUCREZIO, in Studi lucreziani De rer. nat. e la lunga nota del
Giussani V,V. la lunga nota di Giussani dissimilis
formas varìasque figuras. la nota del Giussani. La plastica descrizione del coniectus
material. Univers. 5: Inter ignem et terram aquam Deus animamque posuit.
Anche Tmc. per avere una idea dal modo erroneo con cui è intesa, Schaper,
Die sechste Ecloge des Vergilius, In lahrbh f, class, PhiloL, Zeller - La
philosophie des Grecs trad. Boutroux Paris Cfr. Zeller. Die Philosophie der Griechen -
Leipzig. , dice così riguardo a Posidenier : Posidenius, von seinen Vorgàngern
abwekherJ nur so viel leeren Bauni au^ser der Welt annehmen wolte, als
die Welt bei ihrer Auflosung durch die Ekpyrosis nóthig habe, E riguardo
agli altri filosofi del PORTICO. Atielten dieStoiker ein Leeres ausser der Welt
schon desshalb fùr nóthig, wcil die Welt sonst bei der Weltvcrbrennung
Keinen Raum bàtte, in den sie sich iiuflosen konnte, und sie glaubten
dasselbe unbegrenzt setzen zu mùssen, weil deni Unkorperlichcn und
Nichtseienden weder cine Greuze, nodi sonst eine Bestimmtheit ;iukommen
konne. Ogereau F. Le
sisteme philosophique des Stoiciens. Paris,
C, IC. L. V, En. Lucr. En. Lucr;
En. e Lucr. Georg. Ili, 242-45, LUCREZIO e anche Arìst. Ifktor. Anien. VI,
18; e Lucci EpisL I, II, Per tutte queste ed altre notizie, cfr. Max
Muller - Nouvelles études (k MythoLogìe - Paris, Zeller. Igino -
Fabularum lìber, Basilea Georg,; En Georg, , . Giussani. E' un commento a
Lucr. V, 1026, ovi? è narrata appunto l'origine del linguaggio. L'A. fa
un confronto fra le teorie di Platone ed Epicuro intorno a questo problema, e
pone in luce come quest'ultimo abbia divinato concetti e teorie
scientifiche modernissime. Macrobio Sai. I; P. Vitt. De orìg. gent. Bom, I
ecc. fine. ecc. Nel V combatte invece coloro che vedono un
segno della mente e della volontà divina nel sistematico coordinamento
delle parti del mondo, nella regolarità delle leggi che lo governano,
nella razionalità dello sviluppo delFumano incivilimento. Georg. En. Lucrezio, Milano De
rer. nat, Diog. L. X, 82. A proposito degli dèi volgari, Epicuro diceva:
'Aaspfjg fi'oOy. 6 Toùg T(3v 7coXX(5v Bsoùg àvapffiv, àXX'6 xàg
tc5v tioXXcSv *C ^«ofC wpoodicxov (D- L.). GIAMBELLI (vedasi) DelC Epicureismo di V. (in Album
Virgiliano Per vedere quanto sia diffusa la credenza nell'epicureismo di V.,
cfr. il Trezza {V Epicuro e il Lucrezio) e il Giussani, Ea. Eglog. Heyne,
En, VI, 850-51.Georg. III, Et metus ille
foras praeceps Acherontis agendus - Punditus humanam vitam qui turbat ab imo -
Omnia suffundens mortis nigrere, negus ullam Esse voluptatem puram liquidamque
relinquit Georg. Guyau Plutarco - Della Superstizione, in Opuscoli Morali, trad.
Marcello Adriani, Firenze C. I, Anche CICERONE (vedasi) De Fin, e
Guyau. ì 5. Guyau Nella rivista La filosofia delle scuole
italiane, anno I, disp. I. Boissier Racconta Cicerone, nel De Legibus (1),
che un certo Gellio, proconsole romano nella Grecia, trovandosi ad Atene,
rimase stordito e meravigliato delle lunghe discussioni dei filosofi intorno
alla questione del sommo bene: e credette suo dovere riunirli tutti,
eccitandoli a finirla una buona volta con codeste interminabili dispute,
ed assicurandoli che, qualora non si fossero mostrati ostinati e decisi ad
azzuffarsi per tutta la vita, la cosa si sarebbe potuta facilmente
combinare ; egli poi, da parto sua, prometteva di fare del suo meglio
perchè V accomodamento riuscisse. Lo scrittore latino aggiunge
maliziosamente che l'ingenuità del proconsole suscitò il riso universale.
E non torto; tuttavia codesto grazioso aneddoto può farci conoscere,
meglio di qualunque trattato, la poca attitudine dei Romani alle sottili
astrazioni, e il modo onde essi intendevano la filosofia. Propensi più al fare
che al dire, e ad apprezzare ogni cosa secondo la sua pratica utilità,
codesta scienza era rimasta loro per lungo tempo affatto sconosciuta, ne,
per vero, ne avevan mai sentita la mancanza: e soltanto al principio del
secolo 111 A. C, quando la dominazione romana si estese sulle colonie
greche dell' Italia meridionale, cominciarono a penetrare in Roma, insieme alle
favole e alle rappresentazioni drammatiche, gli insegnamenti della
sapienza greca. Più tardi, anche i filosofi greci %\^ la quale è solo
privilegio degli uomini (Xoytxà ;;(T)a) e degli dèi (f)). V. non mostra
di essersi scostato nemmeno per questa parte dalla dottrina degli stoici;
cosicché, sebbene anch' egli creda ch(? i bruti siano dotati di anima al
pari degli uomini, come ci manifesta nell'episodio dei vitelli che muoiono
nei lieti prati : Et dulces anìmas piena praesepia reddunt. e come ci
fa conoscere molte volte parlando delle api, e dei loro ìnotm aniiìiorum
dei loro contusos animos, e tnstabiles animos; e dei loro re i
quali Ingentes animos angusto in pectore versant; e del modo
con cui quando pungono tanùnas in vulnere po7iuntn if)); sebbene anch'
egli conceda agli animali sentimenti e passioni al pari degli uomini,
come prova la descrizione che egli fa dell' ira delle api e dello spavento da
cui sono prese alcune di esse durante i combattimenti e dell' allegria dei
bestiami dopo la pioggia; sebbene in fine ammetta che gli animali possano
compiere azioni tali che sembrano suggerite dalla intelligenza, come nel
commovente episodio del cervo addomesticato di Silvia, che, ferito da
Ascanio, nota intra tecta refugit Successitque gemens
stabulìs, questuque cruentus Atque imploranti similis tectum omne
replevit; tuttavia egli si dà cura di avvertirci che non si tratta né di
ragione né di intelligenza, ma solamente di istinti, di t ìiaiuras qitas
Tuppiter ipse addidìt. Col qual vocabolo « natuì^as » egli traduce
esattamente il xi Tipffixa xaxà cpóaiv con cui gli stoici solevano
indicare le tendenze primitive proprie degli animali. E trattando nel
primo delle (jeorgiche in qual modo l' agricoltore possa presagire ex
imbri sole et aperta serena, gli insegna la maniera con cui gh alcioni, i
ciacchi, i falchi, le civette e i corvi manifestano V approssimarsi del bel
tempo ; ed aggiunge di non credere affatto che ciò derivi dal possedere
tuli animali una intelligenza superiore a quella assegnata alla loro
specie: Haud eguideni credo, quia sit divinltus illis Ingenium, aut
rerum fato prudentia maior, ma solamente, seguendo anche in ciò una
credenza assai conmne tra i pitagorici i platonici e gli stoici (23),
dalla diversa densità degli elementi, dell' aria in special modo, che
muta gli istinti dei loro animi: Verum, ubi tempestas, et coeli mobilia
huinor Mutavere vias, et Jupiter uvidus Austris DenJ^et, erant quae
rara modo, et quae densa, relaxat: Vertuntur speries animorum, et pcctora
motus Nun alios, alios, dum nubila ventus agebat, J Concipiunt: liinc
ille aviiim conceotus in agris, ^ Et laetae pecudes, et ovantes
gutture corvi. Vi è però un punto nel quale sembra che il nostro poeta si
scoEti '[ alquanto dall'opinione fin qui seguita, ed inclini a
concedere ai bruti quella intelligenza che prima aveva negata ; ed è sul
finire del canto decimo, ove Mezenzio, dopo aver fatto prodigi di valore ed
essere stato già- j Temente ferito ad una coscia, vedendosi portare
innanzi il cadavere esangue ì deir unico figlio, si rianima di
novello ardore e preparandosi a combattere; rivolge al preferito cavai di
battaglia quella splendida apostrofe, che non j possiamo
trattenerci dal citare integralmente: Rlioebe, diu, res si qua diu
mortalibus ulla est, i Viximus: aut hodie Victor spolia illa cruenta,
i Et caput Aeneae referes, Lausique doloruni ;i Ultor eris
mecum : aut, aperit si nulla viam vis, Occumbes pariter : neque
enim, fortissime, credo, lussa aliena pati, et doniinos dignabere
Teucros i Questo discorso,
che presupporrebbe in chi l'ascolta una intelligenza j simile a
quella di chi lo profl'erisce, ha fatto arricciare il naso ai soliti
commentatori (2()), per i quali Tirragionevolezza degli animali è un
dogmii su cui non è nemmeno permessa la discussione ; e lo stesso
Heyne ha ^ cura di avvertirci a questo punto che « displicuit haec ad
equam suuni | Mezentii ovatto venustioribus nostra aetate. Tanto più che
nel j canto seguente V. sembra confermare questa sua nuova
opinione, descrivendoci il cavallo Aethon, che segue piangendo il cadavere
di Pai- * laute, suo signore: Post bellator equus, positis
insignibus, Aetlion It lacrimans, guttisque humeetat 8:randìbus ora
Che realmente il nostro poeta, dopo aver negato T intelligenza a tutti
gli animali, anche a quelli che, come le api, sembrano possederla nel I
modo più indubbio, voglia ora concederla soltanto ai cavalli ? I due
passi' ora citati non sono tali per fermo da autorizzarci ad ammetterlo.
Poiché il discorrere dei guerrieri ai loro cavalli è cosa che occorre
assai fre- ] quente cosi negli antichi poemi eroici come nei più
moderni poemi cavallereschi; senza che con questo i loro autori abbiano avuto
nemmeno la lontana idea di atferniare la ragionevolezza degli animali.
Quanto al nostro poeta, egli dovè manifestamente ispirarsi all' Iliade d'
Omero, ove spesse volte così Ettore come Achille rivolgono la parola ai
loro destrieri (29); ed è pure una seiiiplice imitazione omerica quel pianto
del cavallo di Palhinte, che ci richiama subito alla mente i cavalli di
Achille piangenti la morte di Patroclo (30 . Ma, oltre a tutto ciò, non è
forse naturale e comune anche fra noi questo amare e rivolgere la parola a
bruti e perfino a cose inanimate cui ci sentiamo fortemente affezionati ?
Possiamo dunque concludere senza tema di errare che V., seguendo la
opinione degli stoici, non ammetteva la ragionevolezza in nessuna sorta
di animali. L'esposizione ohe nel sesto canto dell'Eneide fa Anchise della dottrina stoica dell'
anima del mondo, è ancora più ordinata e precisa di (luella che vedemmo
nelle Georgiche. Il vecchio padre di Enea, comincia prima di tutto col
rivelare al fìgliuol suo T esistenza di quel fuoco etereo universale, che
compenetra ed informa il cielo e la terra, la luna e gli astri : Principio
coelum ac terras, camposqiie liquentes, Lucentemquc globuin Lunae
Titaniaque astra, Spiritus intiis alit; Poscia gli insegna
come quest' anima ugualmente diffusa sia il « principio di universale attività
)> (xò tioioùv), per rapporto al quale tutto non è che passivo, e il
principio dirigente (f^rej^ovtxóv) che domina e governa tutti gli esseri
: totamque infusa per artus Mens ai^it it molem, et nìa'^no se
corpore miscet. Viene quindi a ricordargli come questo fuoco divino non
sia soltanto un semplice pensiero ragionante, che si limita a combinare e
comparare delle nozioni ; esso non è né l' idea delle idee, né il
pensiero dei pensieri, ma piuttosto un i ragione seminale, uno
auspnaTixòv Xó^ov Svia toO tlóoiìou (:t2): Inde hominuni pecudumqiie
genus, vitaeqiie volantum Et quae marmoreo fert nionstra sub aequore
pontus Per questo modo adunque gli esseri animati dovranno
contenere in sé stessi una scintilla dell' ignea essenza
divina: Igneus est ollis vigor et coelestis origo Semini busCerto
che, per quanto sufficientemente definita, questa esposizione della
dottrina stoica non ha quella determinatezza che pur sarebbe necessaria per
rendere in tutta la sua interezza il pensiero dei filosofi dello Sfoci .
Qui non é fatta menzione né dei due principi attivo e passivo, cioè
qualità e materia, né degli elementi e della loro uguale divisione in attivi e
passivi, né dei modi onde gli elementi attivi combinandosi lulLi massa
sostanziale le danno unità, qualità, vita e movimento; ne insointnu di
tutti gli altri presupposti teorici da cui gli stoici facevano
disceiiilere per deduzione logica la loro dottrina, concatenandola in un
tutto fortemente organico e vitale. Ma, come vedemmo, è carattere proprio
lirllo stoicismo romano di rifuggire da tutte le astrattezze della
metafìsica, da tutte le minuzie della dialettica, per ritenere di una
data concezione filosofica soltanto quello che poteva esservi di veramente
importante e di pratico. Poiché i Romani non avevano ricercato nello
studio della filosofia un divertimento dello spirito o la soddisfazione
di una oziosa curiosità, ma le avevano chiesto dei princìpi di condotta,
delle regole per vivere e per morire, delle norme sul modo di contenersi
rispetto a sé stessi, ai propri simili, alla divinità. Ora, le linee
assai generali e sintetiche — oltre le quali io non credo si estendesse
molto la cognizione di nessuno dei Romani che seguivano le dottrine del
Portico colle quali Vir^^àlio ci riproduce la dottrina dell' anima del
mondo, sono più che sufficienti per cavarne quelle conseguenze morali,
che sono per lui come per i suoi compatriotti tutto ciò che vi ha di
veramente serio nella filosofia. (JtuiU sono adunque queste conseguenze
morali? L'amore versoi propri simili, r austerità verso sé stessi. Che la
dottrina panteistica degli stoici dovesse persuadere ^^H uomini ad amarsi
ed aiutarsi a vicenda, ad osservare nei loro mutui la]»porti i precetti della
giustizia, della carità, della benevolenza, a considerarsi tutti come uguali e
fratelli anche oltre gli artificiali confini della città delki nazione, è
cosa che, sebbene negata da certi storici della filosofia, a nessuno
potrà sembrare strana, e che fu infatti da essi professata fino ab antiquo,
prima ancora che gli Esseni, Filone ebreo itosela il cristianesimo 1'
adottassero e la bandissero, con si scarso frutto, alle genti. Quella
essenza divina uniformemente trasfusa per il mondo, dalla quale ogni
essere è derivato; (juel «legame interno i> (sips^io^) che unisce fra
loro tutti gli esseri particolari e fa dell' universo, ad ogni ma-* mento
della sua esistenza, un tutto coerente e simpatico, un insieme le cui
parti cospirano neir azione reciproca universale, doveva necessariamente
spingerli a proclamare per primi, e con tanta energia, l' universale
fraternità ed uguaglianza degli uomini. E mentre Platone, nel quinto
libro della sua Repubblica, ammette soltanto la fratellanza di tutti i
Oreci, escludendone i Barbari, Plutarco, riferendo le dottrine di Zenone,
dirà più tardi : « Noi non siamo divisi per nazioni e per città, aventi
ciascuna la sua giustizia particolare ; noi siamo l)ensì tutti
compatriotti e concittadini, viventi una medesima vita sotto una medesima
legge, come un greggie immenso retto da un solo governo. Il
mondo è per gli stoici una città universale, governata dalla diritta
ragione, e in cui tutti pos sono venire ammessi ; nò importa V essere
greco o barbaro, uscito di stirpe reale o nato in condizione servile, ma
basta essere un uomo. « Umis omnium parens, dice Seneca, mundus est, sive
libertini hahentur, sive servi, sive exterarum /lomines. Tutti questi generosi sentimenti, che si possono
riassumere in due sole parole « umanità » e « cosmopolitismo » e che ci
riempiono di ammirazione per i seguaci di Zenone di Cizio, possono anche
riscontrarsi, profusi nella più larga misura, nelle opere del grande poeta
mantovano, già inclinato ad essi per la natura mite, gentile, affettuosa
deir animo suo. Nessuno di quei sentimenti altruistici che nobilitano il
cuore umano, e costituiscono il fondamento primo della moralità sociale,
manca di trovare un* eco sincera nelT animo di V.. Sensibile a tutte le
miserie che affliggono la umana famiglia, per ogni dolore ha una lacrima,
per ogni sventura una parola di conforto ; sembra che egli abbia assunto
per sua impresa quel noto verso dì Monandro, tradotto da
Terenzio: Homo sum, humani nil a me alienum puto; sono uomo, e quante
cose nobili e belle ha il pensiero e Y opera umana prodotte, quante
affezioni dolorose o liete ha la natura umana in sé accolte, in quelle io
consento. Enea, sbalzato dalla tempesta sulle spiagge di Libia, e
venuto al tempio di Cartagine, scorge dipinte sulla mura di esso le
battaglie Iliache, che la fama aveva già divulgate per il mondo intero. Colpito
e commosso dalla pietà di quei ricordi, si volge al fido Acato, e : Quis
jam locus, inquit, Adiate, Quae regio'in terris nostri non piena
laboris? En Priamus ! Sunt liic etiam sua praemla laudi ; Sunt
lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt. Solve metus : feret haec
aliquam tibi fama salutem. In questi versi, mirabili per arte e per
affetto, è espressa la compassione che piange sulle umane miserie, da qualunque
parte esse vengano, qualunque sia il popolo che le subisce. Ed alla
commiserazione segue poi un altro sentimento umanissimo, la misericordia.
Poiché la soave Elisa, la quale pure ha tanto amato e tanto sofferto,
sopraggiunge a soccorrere gli sventurati, ricordando che i dolori
sofferti le insegnano ad aiutare gli infelici: Quare agite, o
tectis, juvenes, succedite nostris. Me quoque per multos similis fortuna
labores Jactatam, hac demum voluit consistere terra. Non ignara
mali miseris succurrere disco. In questi due versi, dei quali come dice il Canna — uno è un gemito, r
altro una consolazione : Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia
tangunt, Non ignara mali miseris suocurrcre disco, in questi due
versi sono espressi due dei più nobili sentimenti che legano l'uomo al proprio
simile. Del quale vincolo che deve affratellare il mondo in una sola
immensa famiglia, sono espressione più evidente questi versi di Ilioneo, che
racconta g^ Didone le traversie dei profughi troiani : Quod genus
hoc Iio.ninum ? quaeve hunc tam barbara morelli Permittìt patria?
hospitio prohibimur arenaci Bella cient, primaqiie vetant consistere
terra. Si genus humanum et mortalia temnitis arma; At sperate Deos,
memores fanJi aUjue nefandi. Nella dolorosa meraviglia, nella profonda
indignazione con cui Ilioneo narra questo fatto di uomini che non
ospitano ed aiutano altri uamini colpiti dalla sventura, per quanto
stranieri, poveri e sconosriuli, unzi li respingono brutalmente dalle
loro spiagge, il cosmopolitismo degli stoici, il sentimento della
universale fratellanza umana sono espressi nel modo più chiaro, e
sembrano poi sintetizzati iu quel verso della regina dei Cartaginesi
: Tros Tyriusque mihi nullo discrimine agetur. Ma una delle
più belle manifestazioni della umanità di V., è r avversione profonda,
decisa, assoluta che egli, appartenente' al popolo più bellicoso del
mondo antico, nutre per V arte omicida della guerra. Noi esamineremo con
una certa larghezza questa avversione di V. per la scclerata insania
belli, coni' egli la chiama, pei'chè con ciò il nostro poeta seppe non
soltanto farsi interprete del vero ispirilo della filosofia del Portico,
ma anche preannunziare in certo modo la posi/ione che qualche secolo più
tardi lo stoicismo doveva prendere contro la guerra ed i suoi
ministri. Già prima di V., Dicearco aveva scritto un libro sulla
Distruzione degli uomini, nel quale si dimostrava come la guerra
recidesse maggior numero di esistenze di tutti gli altri fiagelli presi
insieme. Lo stesso CICERONE, quantunque cerchi di giustificarla, non
sempre riesce a comprimere quei sentimenti umanitari e civili, che lo
studio della sapienza greca avevano sviluppato neli' animo suo ; ed allora,
posta da canto ogni esitazione, condanna severamente come filosofo ciò
ch+^ aveva prìina ^usiitìoato come cittadino romano e come uomo politico.
A tutti sono noti 1 ^;ioi sdegni generosi per la barbara distruzione di
Corinto, che furono rviiardati come rammenda onorevole di Roma alla
Grecia, maestra del ^lUi-re umano. Nelle sue orazioni contro Verre, egli
si commuove >jK'Sso per le crudeltà commesse dai soldati nelle
battaglie. Il popolo ivmano non può più resistere )> esclama a«l un
certo punto — non dirò ai sollevamenti, e alle resistenze armate, ma ai
pianti, alle lacrime, ai gemiti delle popolazioni. Ma tutte queste erano
proteste assai timide, olle non potevano scuotere alcuno. Soltanto verso
la fine del secolo d'Augusto e sotto il regno di Tiberio e di Nerone, lo
stoicismo sorgerà coraggiosamente, in nome della fratellanza umana, contro le
guerre e le carne(ìoìne. Seneca il retore, nelle sue Controcersiae, ha contro
la guerra delle lungiìe invettive, nelle quali il suo stile, di solito
cosi artificioso e imbellettato, ac(iuista un calore ed una vivacità insolita.
La guerra è per luL una cosa crudele e riprovevole, la cui origine si
deve sempre ricercare nelle più bieche passioni umane: «ecco due eserciti
di fronte; dai due lati le colline si coi)rono di cavalieri, il terreno è
seminato di corpi, e sparisce sotto la moltitudine dei cadaveri e di coloro che
li spogliano. Se si domanda (juaF è la causa che spinge in tal modo V
uomo contro l'uomo (poiché gli animali non si fanno tra loro la guerra; e
anche se la facessero, tali costumi non converrebbero alla specie umana,
che è fatta per la pace e si accosta alla natura divina) e quale malattia
crudele, quale furore, ([uale traviamento spinge voi, che siete una sola
famiglia e un solo sangue, a versare il sangue gli uni sugli altri; quale
fatalità o quale caso funesto ha messo in voi un simile delirio, si dovrà
dire che è per innalzare delle tavole ove segga un popolo intero? o
perchè la casa rifulga d'oro? e tutto ciò può valere dunque tali
fratricidi. Seneca il filosofo segue a questo riguardo le orme del padre ;
egli ha in orrore la guerra, e la persegue con tutti i suoi anatemi; ad
Alessandro, che nelle scuole era preso come il modello del genio della
conquista e della forza distruttiva, ei contrappone Ercole, V ideale
stoico, il dio della forza che fa il bene (14,. t Se l'umanità ascoltasse
la voce del sapiente, esclama, comprenderebbe che essa non ha affatto bisogno
di sol[ dati. Queste ultime parole di Seneca sembrano preludiare a quel
il dissidio allora latente, ma che di necessità doveva scoppiare più
tardi, tra [ i filosofi da un lato e gli ufficiali deir esercito
dall' altro. Di questo dis l sidio ò rimasta un'eco nelle Satire di
Persio, Tallievo di Anneo Cornuto, f- e il più rigidamente stoico
dei poeti latini. Egli cerca di sfogare il proprio i disprezzo per gli
uomini di spada, che in quel governo essenzialmente mi { litare
rappresentavano la classe più numerosa, più forte e più temuta,
ac cusandoli di puzzare di caprone: t. r Hic aliquis de
gente hircosa centurionum tu e di avere le varici : Dixeris
haec iiiter varieosos centuriones. I centurioni, dal canto loro, si
facevan beffe di codesti Arcesilai dalle barbe lunghe incolte, dai visi
pallidi e dagli abiti a brandelli, che cumini navano per le vie di Roma
mormorando sentenze. Ma la querela fini miìlamente per i filosofi; poiché
Domiziano, comprendendo quanto pericolo potesse venire da codesti uomini,
che screditavano il mestiere deli^' anni e predicavano la virtù, la pace,
la fratellanza, ordinò fossero cacciati tutti da Roma. V. non
condanna la triste belliim, la larrinvìbile belium, come spesso la
chiama, in virtù di astratte considerazioni filosofiche o politiche, uè per i
danni materiali che le ultime guerre disastrose, e particolarmente le guerre
civili, avevano arrecato alla patria. No: è la delicatezza deir animo suo che
lo spinge a commoversi tutto ed indignarsi \h\^ vanti allo spettacolo
delle bestiali passioni che le horrida bella scatenano, delle stragi
umane che arrecano, delle tante vite che recidono sul fiore, dei dolori e
delle ansie che portano ai padri, alle madri, ai figli dei combattenti. Le
dottrine largamente umanitarie dello stoicismo non avevano fatto che
rendere ancora più vibrante e sijuisita codesta innata sensibilità d'
animo. Cosicché, prima di accingersi a narrare una guerra o a descrive! e una
battaglia, quando t bello dal signum ranca cruentum òueCina •, il suo pensiero
corre sùbito trepidante ai dolori e alle eaiiieficine imminenti: Dicam
horrida bella; Dicam acies, actosque animis in funera rec:es
Tyrrhenamque maiium, totamque sub arnia coacta llesperiam i21j ; e a
quel pensiero increscioso si sente commuovere di pietà, anclir per i
nemici: «Ahi, quante stragi sovrastano ai miseri Laurenti! padre
Tevere quanti scudi e cimieri e corpi di prodi travolgerai sotto le tue
onde )^ Poiché sembra che egli stesso sperimenti nel proprio animo le
anguseie dei miseri genitori, i cui figli stanno per esporsi ai tremendi
pericoli della battaglia; e ci rappresenta le madri, che ai primi rumori
di guerra Vota metu duplicant propriusque periclo It timor, et
major Marti jam appan^t imago. E (juando la guerra é già decisa, e la
colonna dei combattenti, avvolta nella polvere e lampeggiante d' acciaio, s'
allontana giù giù in fondo alla pianura, egli non le dimentica quelle
povere madri, che, ferme sulle mura deserte della patria, seguono con gli
occhi, forse per Tultima volta, i figli allontanantìsi: Stant
pavidae in muris matres, oculisque sequuntur Pulveream nubem, et
fulgentes aere catervas. Ed è col richiamargli al pensiero la
vecchia madre, quella madre che non vive che per V unico suo figlio, che
Niso tenta sconsigliare V amico Eurialo dal seguirlo in quella generosa e
temeraria impresa, che doveva costare la vita a tutt' e due :
Neil inatri miserae tanti sim causa doloris; Quae te sola, puer,
luuitis e matribus ausa Prosequitur, magni nec moenia curat
Acestae. Preso da una brama ardentissima di lodi, Eurialo non si lascia
smuovere da questa esortazione dell' amico, e vuole a tutti i costi essergli
compagno. Ma prima di accingersi a partire, è il pensiero della vecchia
madre che gli si affaccia angoscioso alla mente; ed a lulo, che gli
andava proI mettendo ogni sorta di premi, egli risponde che di un dono solo lo
pre gava: consolasse la derelitta madre sua, che egli lasciava di tutto
ignara i I e senza addio, perchè non avrebbe potuto sostenerne le lacrime;
ed è I I tanto spontaneo il suo discorso, tanto pieno del più
tenero affetto filiale. '^ j che giustifica pienamente la commozione di
lulo e il pianto dei Dardani 1 .^ ; ascoltanti. ' j : Ma dove V.
raggiunge veramente la perfezione, dove l'animo suo ' j t aperto a tutti i
i)iù nobili sentimenti, dove la delicatezza del suo sentire » i i e la
soavità dell' arte sua ci si rivelano sotto la luce più viva e più
bella, j. '. ' è nei discorsi die egli pone in bocca ai padri e alle madri
dei combat I ! tenti. Tra questi discorsi, è per me addirittura
insuperabile il commovente j ; addio di Evandro a Pallante, che
parte con Enea per la guerra. Il vecchio re, inexpletnm Idcrìinnns, e
baciando convulsamente la destra dell'unico .! : figlio, dopo aver
sospirato T antica gagliardia che gli avrebbe permesso di * i non
staccarsi mai da quel dolce abbraccio e di essere a fianco del figlio: anche
fra i travagli della guerra, con frasi brevi, rotte, in cui si sente quasi
direi Tansimare del suo petto agitato, rivolge agli Dei quella splendida sua
invocazione, riboccante d' amor paterno : si numina vestra
Incoluiiiem Pallanta inihi, si fata reservant, Si visurus eum vivo, et
vcnturus in unum, Vitam oro: patiar quemvis durare laborcra. Sin
aliquem infandum casuin, fortuna, minaris, Nunc, nunc liceat crudelcm
obrumpere vitam, Dum curae ambi^uae, duin spes incerta futuri, Duin
te, care puer^ mea sera et sola voluptas, Complexu teneo: gravior ne
nuncius aures Vulneret. Quando finalnaente, accese dair
insani Martis amore (28j, le schiere nemiche si urtano, e la battaglia
incomincia, sembra che qualche volta l'animo del poeta si lasci
trascinare dalle reminiscenze omeriche air entusiasmo de' bei colpi dati e
ricevuti, delle morti eroiche, dei discoi-si feroci; ma è cosa che dura poco,
poiché il cuore ripiglia subito il suo sopravvento sulla rettorica, ed il vero,
il miserando spettacolo del campo di battaglia gli si para innanzi in
tutta la sua cruda realtà, et gemitus morientum, et sanguine in
alto Armaque, corporaque, et permixti caede virorum Semianimes
volvuntur equi; e non può trattenere le lacrime: (a al iter, qaiin
•l«rlia corrente, ma si renda d^no con Tiissiiluo lavoro di quelli
tVlioiui ohe s’ac«ompa«:na sempre alla virtù; poiché : labùr omnia
vìneit laiprobus, et Juris urgens in rebus egcstas 13 Ma jjiuuto r
inverno, può finalmente godere il frutto delle sue lunghe fatiche in
onorato riposo; allora celebra i giorni festivi, liba a Bacco steso neir
erba attorno a un gran fuoco, si esercita nella ginnastica e nel ^^^m^
bersaglio, mentre : dulces pendent circum oscula nati: Casta
pndi'-ìtiain servat dotnus 'U. Ria.ssumendo, T agricoltore
rappresentatoci da V. nelle Georgiche ha più che evidenti in sé stesso tutti i
caratteri del sapiente degli stoici : impassibilità alle passioni,
disprezzo per gli onori, le ricchezze, le lodi, venerazione per gli dèi.
austerità nei costumi, assiduità al lavoro, frugalità, amore p«'i figli e
per la famiglia. Attribuendo all' agricoltore tutte queste qualità, il
nostro poeta si è certamente scostato dal vero; ma se ciò può costituire
un difetto agli occhi del critico letterario, per noi non è che una prova
novella degli intenti educativi che animavano il poeta, e del ti/xj
ideale che gli servi di guida nella descrizione. 11 vero sapiente,
dice anche Orazio, « è colui che passa davanti ai mucchi d'oro
senza volgere gli occhi » tl5); colui che, il giorno in cui la fortuna s'
invola. « restituisce senza rammarico ciò che essa aveva coii fc.. cesso,
e avviluppandosi nella propria virtù, sposa volentieri, senza dote, |r la
povertà onesta » (!(>;. Ma non è soltanto nella pittura della
vita agreste che il nostro poeta ci appalesa il suo entusiasmo e la sua
adesione ai princìpi morali dello stoicismo; poiché, come dicemmo, della
rigidità stoica sono tutte compenetrate cosi le (leorgiche come V Eneide.
Quindi — lasciando da parte per il momento lo studio dello spirito
misogino profuso nei homo est qiiem graphics Terentianus exprimit
Chremes: homo sum ec€. »* Cfr. G. Canna, Della umanità di V., Torino En. M. )
hi 574. (9) Eìh VU, 4i)t (10) Cict^ro, l>e Ofnai.^.
U, ù iììì Havet,.; e CICERONE (vedasi), De Officiis, Or, Controvm'sme, De,
lìfiicfìvìis, ; e ancbu f.ucano EpiMoip, Xi\ 15^ Firenze, 1". aa) Salirae Nisard, Kludes de
moeurs et de critique sur les poè'tes latins de la décadence, Paris En.
VEn. En. En En. En. En, En. En. En. En. En. En En. En
En. ; è degno di nota il fatto che questi versi si trovano proprio al
principio del poema, nel quale poi si narreranno tante battaglie. Per non
dilungarmi troppo in un argomento (ihe non è l'oggetto di questo studio,
ho qui dovuto riassumere in poche parole e assai imperfettamente una
delle dottrino più complicate e sottili dello stoicismo. L'uomo nasce
buono per natura, dicono gli stoici ; ma come avviene dunque che la maggior
parte degli uomini non sono virtuosi ? Perchè, rispondono essi, la società
li deprava. Questa risposta non fa che portare indietro il problema;
infatti, se la società deprava l'individuo, è apparentemente perchè essa stessa
è malvagia, ma in realtà la società non può esser tale che perchè gli
individui che la compongono sono essi stessi malvagi. La contraddizione è
evidente, e gli stoici cercarono di toglierla invocando un' altra nigione : le
tendenze naturali, essi dicono, sono sane e dirette verso il bene, ma la
loro intensità non ha, prima dell'esercizio, quella giusta misura e
quella perfetta sicurezza che la virtù esige. Il giovine ha ricevuto
dalla natura un ardore che lo porta ad affrontare il pericolo, ma la sua
inesperienza fa sì che egli non misuri con sicurezza la natura del
pericolo ohe egli affronta, che il suo slancio impetuoso lo trasporti alla
collera e alla temerità. All'Ogereau pare che così la questione sia
risolta; ma io non sono dello stesso avviso. Poiché, questa debolezza \\e\Y
assentimento che precede l’atto, e questo eccesso nello sviluppo della
tendenza, costituiscono per gli stoici la passione, il cui complesso dà
il vizio; quindi sì verrebbe a concludere che r uomo nasce malvagio,
contrariamente a quanto gli stoici stessi ammettevano. Epistole,
passim. Georg, Secondo gli stoici, Tuomo perfetto è un saggio che s'ignora
XeXt|d^€ oó(fO€. Seneca però, molto tempo più tardi, comprendendo come
assai difficilmente si avrebbe potuto capire che un uomo possa essere
felice senza sentire di esserlo, modificò la dottrina primitiva dicendo
che non è il saggio stesso che s'ignora, ma solo colui eh' è sul punto di
divenir saggio {Epist. Georg. Georg.
Georg. Georg Georg. II, Carmina li, Id.
in, III ecc. En. Georg.
En. Epist. Georg. En. L'Epicureismo En. En ICfr. le Controversiae Vi si
trova, ad esempio, questa sentenza : « I ricchi hanno molti vizi, il più grande
dei quali è di non amare » ; e più avanti : « povertà, come tu sei poco
compresa! > ; vYj)^
l'altra la restringe (pena-Xo'JiiTi). En. En. En. En.
En. En. Il nostro poeta,
per la natura stessa dell' animo suo e per i suoi propositi di riforma morale e
religiosa, sentivasi spinto irresistibilmente verso quello spiritualismo
mistico, che era allora rappresentato dalla filosofìa del Portico.
Dicemmo ancora che nel suo passaggio dal mondo greco al mondo romano lo
stoicismo aveva subite profonde modificazioni, dovute in parte alla
diversità dell' ambiente, in parte al mutato spirito dei tempi, in parte
all'indole stessa dei filosofi che l'avevano primi insegnato in Roma.
Cosicché, durante i suoi cinque secoli di vita attiva e rigogliosa tale
dottrina ha attraversato tre diversi periodi nettamente distinti l' uno
dall' altro : il primo è rappresentato da Zenone di Cizio, Cleante d'Assos,
Crisippo di Soli, Zenone di Tarso, Diogene di Seleucia e Antipatro di
Tarso, ed ha il suo centro esclusivo in Atene; il secondo da Panezio di
Rodi e Posidonio d'Apanea, che ebbero ambidue lunghe e frequenti relazioni con
la società romana; il terzo da Seneca, Cornuto, Musonio Rufo,
Epitteto, Marco Aurelio, ed ha la sua sede principale in Roma. Di questo
terzo periodo, che si designa più propriamente col nome di stoicismo
platonizzaute, V. può essere considerato come l'antesignano e il
precursore. Qual' è adunque il carattere che distingue dalle
precedenti Y ultima fase dello stoicismo ? Ce lo dice chiaramente il nome
stesso col quale suol essere designato : una maggiore immistione di quegli
elementi platonici che avevano già cominciato ad infiltrarvisi per opera
di Panezio e di Posidonio, e che si trovano tutti, più o meno sviluppati,
nelle opere del massimo fra gli oratori latini. Poiché la storia della
filosofia romana - chi ben la osservi - presenta questo
particolarissimo carattere : che cioè, tolto il breve periodo in cui le
dottrine di Epicuro sembrano prevalere, essa segue fedehnente nel suo svolgersi
il primo impulso datole da un uomo solo. Cicerone ; le cui opere formano,
a cosi dire, il perno su cui s' aggira tutta la filosofia posteriore, da
Sestio a Marco Aurelio, da Fabiano ad Apuleio. Ciò è dovuto, secondo me,
non soltanto al fatto che Cicerone fu il primo a scrivere dei veri e
propri trattati di filosofia, creando un linguaggio filosofico che non
esisteva, ma anche all'essersi la filosofia romana ristretta sempre più
nel campo della morale pratica. Ora, se nelle questioni teoriche le
divergenze tra le diverse scuole erano grandi, nelle applicazioni morali
il loro accordo era quasi completo ; perchè, come sempre avviene, mentre
nelle prime poteva sbizzarirsi liberamente il genio speculativo dei filosofi,
nelle seconde esso doveva di necessità conformarsi alle norme generali
imposte dal sentimento popolare. Il quale sentimento andava appunto
orientandosi sempre più verso quello spiritualismo dualistico che
preparava la vittoria definitiva del cristianesimo, e che Cicerone aveva
attinto dalle opere del sommo filosofo greco. Non è, per fermo,
difficile impresa il separare dall' organismo - poco solido invero? -
della filosofia ciceroniana, quei germi platonici che poi dovevano
prendere tanto sviluppo nel primo e secondo secolo dell'era volgare.
Secondo Cicerone, dio ha composto l'uomo di due principi assolutamente opposti
r uno air altro : e cioè di un corpo caduco e di una anima incorruttibile
ed eterna; se l'anima, egli dice, è il cuore o il sangue o il cervello,
postochè così è corpo, perini col rimanente del corpo : se è fuo%\\ si
estìnguerà : se è armonia si dissolverò Nulla è nell' a ninia di misto e
di concreto e neanche di umido, di aereo, di igneo: come non v'è nulla,
nella natura di queste cose, che abbia potenza di memoria, d* intelletto,
di pensiero, o che ritenga il passato, prevegga il futuro, e possa abbracciare
il presente: le quali sono facoltà divino. Xè si troverà mai donde
possano derivare le anime se non da dio. Per la qual cosa, checché sia
ciò che sente, che sa. che vuole, che vive, è celeste e divino, e deve di
necessità essere eterno. E dio stesso, quale da noi s' intende, non può
concepirsi in altro uumìo. se non come una mente libera sciolta,
segre^rata da ogni concretezza mortale, tutto senziente e movente, e dotata di
moto sempiterno « (1) Il coi-po rappresenta dunque il principio del male,
il carcere tenebroso nel quale T anima - principio del bone - è
im])rigionata ; quindi V uomo deve studiarsi di tenere separata il più
possibile V anima dal corpo, e considerare la morte non come una sorte
temibile, non come la fine della vita, ma come una liberazione, come il
cominciamento della vera esistenza. « Separare il corpo dair anima non è
altro che imparare a morire. Per cui, credi a me, pensiamo il più che si
può a dividerci dai corpi ; vale a dire, avvezziamoci a morire. Questo, anche
durante la vita terrena, sarà qualche cosa di simile alla vita celeste ;
e quando, sciolti da questi lacci, saremo trasportati colà, verrà meno
ritardato il corso agli animi. Poiché quelli che si lasciarono sempre
soggiogare dai lacci del corpo, anche quando si trovan disciolti vi
giungono più tardi; come avviene di coloro che stettero molti anni in catene. E
quando poi giungeremo colà, allora si che finalmente vivremo. Poiché
questa vita è pur troppo una morte; ed io avrei, se volessi, di che
lagnarmene >. Ma quale sarà la condizione di queste anime dopo il loro
distacco dal corpo? Conserverà ciascuna la propria individualità
distinta, o torneranno a confondersi con l' anima universale ?
Imprenderanno anch' esse il loro viaggio attraverso i regni mitologici di
Acheronte, o voleranno nella sfera del fuoco purissimo per attendervi
Tecpirosi ? Su questo punto anche Cicerone come tutti gli antichi,
da Socrate a Epitteto, si mostra incerto e dubbioso. Tuttavia, se la
saggezza aristocratica degli stoici sembra attrarlo qualche volta,
raffigurandogli una specie di senato ultramondano ove soltanto le anime
elette dei sapienti possono trovar luogo, assai più spesso egli sembra
prestar orecchio a quei racconti favolosi, che il grande filosofo greco aveva
primo raccolti dalle labbra del popolo e ridotti a dogma nel Fedone. Neir
ultima parte del De Senectute, egli mostra di non credere che V immortalità sia
privilegio di pochi eletti, come pretendeva Crisippo, ma destino di tutti
gli uomini : « perchè il saggio muore con tanta serenità, e gli altri con
tanto terrore ? Perchè colui che vede più distintamente e più lontano,
conosce di andare ad una vita migliore, mentre l' altro ha la vista
troppo corta e nulla scorge al di là . . . Io ho messo il corpo di mio
figlio sul rogo funebre; egli avrebbe dovuto riporvi me; ma il suo spirito non
m' ha abbandonato, s' è soltanto ritirato in un soggiorno nel quale
sapeva che io T avrei raggiunto. È sen}brato che io sopportassi la mia
sventura con fermezza; invece sofi*ersi molto, ma mi consolai pensando che la
separazione non sarebbe stata lunga tra noi due. Queste parole, nelle
quali parrebbe d'intendere .gli insegnamenti di un Padre della Chiesa,
non sono le sole che accennino alle dottrine platoniche della seconda
vita. Nel Sogno di Scipione, ad esempio, troviamo espressa in questo modo
la dottrina della purificazione delle anime: l'anima si involerà tanto più
presto verso la dimora ond' era discesa, quanto più essa si sarà elevata
al di sopra del corpo nella vita terrena, e quanto più se ne sarà
staccata contemplando le cose celesti. Ma le anime che si sono date ai
piaceri del corpo facendosene schiave, e che, trasportate dalle passioni,
ministre della voluttà, violarono le leggi degli dèi e degli uomini,
quando siano sfuggite dal corpo errano miserabilmente intorno alla terra,
e non ritornano al cielo che dopo lunghe espiazioni. Potremmo continuare
ancora nelle citazioni, ma sarebbe affatto inutile, perchè nei brani che siam
venuti riportando è più che evidente l'impronta di quel dualismo platonico, che
vedremo poi dispiegarsi con tanto vigore nelle opere degli stoici delP
ultimo periodo. Certo che in Cicerone, natura scettica e positiva se
altra mai, codeste corse nei campi nebulosi dello spiritualismo voglion
essere giudicate in un modo tutto particolare. Esse non sono che
atFermazioni teoriche, tesi brillanti che V autore sembra aver scelto per
esercizio di eloquenza ; mentre invece sulle labbra di Seneca, di
Epitteto, di Marco Aurelio acquistano una vivacità, un calore di convinzione,
che ci rivelano come non siano più semplici esercitazioni rettoriche, ma
debbano aver avuto non poca efficacia nella pratica della vita. Ed è questa
forse la ragione per cui essi possono sembrare agli occhi dei più veri e propri
innovatori, piuttosto che continuatori di un indirizzo già esìstente nella
filosofia romana. Questo strettissimo legame che unisce i filosofi romani
come tanti anelli di una medesima catena, ci era necessario rilevarlo per
poter meglio comprendere quale posto occupi in essa il Mantovano, e quale
fosse, a cosi dire, il clima filosofico che lo circondava. Vissuto quando
era ancor viva nella più eletta società romana Tammirazione per i libri
del nobilis Panaeti, come Orazio stesso lo chiama (5), e per le dotte e
brillanti dissertazioni dell' oratore arpìnate, morto poco prima che
vedesse la luce uno dei più attivi, dei più popolari, dei più geniali tra
i filosofi romani, Lucio Anneo Seneca, il nostro poeta si ricollega per
un lato allo stoicismo eclettico del secondo periodo, e per l'altro
preannunzia il sorgere di quell'indirizzo spiritualistico i cui germi
s'andavano già maturando nell'animo delle popolazioni. Non è a credere però che
V. si conformi in tutto e per tutto agli impulsi che gli venivano dall'
ambiente. La sua fibra delicatissima d'artista, l'ingenua e sincera religiosità
che domina in ogni suo pensiero, la solitudine stessa in cui trascorse
gran parte della sua vita, dovevano scostarlo tal poco dall' indirizzo
filosofico dei suoi contemporanei e successori. Per prepararci a cogliere
questo lato originale del pensier. di V., vediamo quale fosse il carattere
predominante dei due sistemi filosofici, che da Cicerone a Marco Aurelio
tendono a stringersi sempre più in intimo accordo. Per quanto i Romani
fossero portati di lor natura aireclettismo, per quanto sul terreno delle
applicazioni morali divenisse più agevole un accordo tra le diverse
tendenze del pensiero, pure il combinare tra loro due sistemi
originariamente così opposti come lo stoicismo e il platonismo, era tale
impresa che nemmeno un filosofo romano poteva acciiigervisi senza correre il
pericolo di inceppare ad ogni piò sospinto nelle più stridenti
contraddizioni. Poiché - chi ben guardi - la scuola del Portico è nel suo fondo
una delle più rigidamente materialistiche e razionalistiche che la storia della
filosofia ricordi : dio, la ragione, V anima umana, l'anima del mondo, le
qualità delle cose, le passioni, il vizio, la sapienza, il sommo bene,
tutto insomma ciò che esiste ed agisce è materia. Et qiiocl fu et quod facit
corpus e.s7» dice Seneca; ed a tal grado di ridicola esagerazione era
giunto il materialismo degli stoici, che sostenevano pei*sino essere gli
anni, i mesi, i giorni tante entità materiali. Se adunque nulla esiste fuori
della materia, se tutto avviene per una semplice trasformazione di essa,
se la divinità stessa è materiale e compenetrata nel mondo, ne viene di
conseguenza che la vita terrena è sola e vera vita, che non esiste un «
al di là » dove la virtù ed il vizio abbiano una sanzione divina, e che Y
uomo può giungere per propria volontà a rendersi uguale a dio. Tali infatti
sono le norme ed i princìpi fondamentali dello stoicismo; e con essi la
natura era ristaurata nella multiforme unità delle sue leggi immanenti ed
eterne, era tolto ogni antagonismo che smezzasse il mondo fra i sensi e
le idee, fra la materia e lo spirito, fra T esperienza e la
trascendenza. Questa falsa dualità della vita era invece propria e
caratteristica della filosofia platonica, che Gaetano Trezza ha
magistralmente sintetizzato in queste poche parole : Platone spostò il
mito dalla fantasia nella ragione; le idee fattrici, universali, eterne,
costituivano la realtà verace; la vita era reminiscenza d' uno stato
uranico anteriore agli organi del corpo, una perenne ascensione verso le
idee ; V uomo dee slegarsi dai sensi come da catena dolorosa, per tornare
alla piena libertà delle idee. Il corpo è una tomba, il mondo prigione
delle anime piovute, per desiderio improvvido di peccato, a macularsi
quaggiù, abbandonando le convivenze serene della Psiche cosmica; il
termine della vita è fuor della vita, il presente un lungo gemito di
sepolti che tentano di spezzare le custodie del tempo e sottrarsi
all'ignominia dei sensi. Fra lo stoicismo e il platonismo Topposizione era
dunque assoluta, e un accordo non sarebbe stato possibile, se non qualora
Y una o Y altra delle due scuole avesse volontariamente sacrificato alle
esigenze della logica la massima parte delle proprie dottrine. Questo non avvenne.
I filosofi romani, troppo intenti per un lato nel conformare alle mutevoli
circostanze i loro precetti di morale pratica, e poco esperti dalP altro
nelle sottigliezze della dialettica, non sembrano accorgersi nemmeno
della disparatezza dei due sistemi, e si servono indilTerentemente ora dell'
uno ora dell'altro, riuscendo così al più babelico dei sincretismi.
Nessuno degli stoici del terzo periodo ne va esente ; nemmeno Y anima
delicata e pensierosa di Marco Aurelio ANTONINO. Ma quello che più d'ogni altro
incespica nelle contraddizioni, quello in cui il dire e disdire sembra
diventato, quasi direi, un male organico è appunto l'iniziatore di codesto
nuovo indirizzo dello stoicismo, Lucio Anneo Seneca. Questa
continua contraddizione ci si appalesa persino nelle cose più
insignificanti. Seneca disprezza quei filosofi della cattedra
{cathedrarii philosophi:, i quali nella vita pratica smentiscono le belle
massime che insegnano agli altri con tanta eloquenza ; ma poi, dal canto
suo, non si comporta diversamente. Egli possedeva trecento milioni di
sesterzi (sessanta milioni di lire), che pare avesse ammucchiato coli'
usura e coi denari dei proscritti, e dei quali sapeva valersi assai bene,
circondandosi di tutti gli agi della vita, arredando le proprie ville
cultius quam natiiralis icsus desiderat, e invitando gli amici a sontuosi
banchetti, nei quali si beveva del vino piìi vecchio di lui (10);
contuttociò egli non si fa scrupolo di predicare continuamente 1' amore alla
vita povera ed austera, lo sprezzo per le ricchezze, le voluttà, gli
onori, e di rimproverare i ricchi per la loro ambizione e ghiottoneria.
La dottrina stoica dell' uguaglianza di tutti gli uomini, doveva spingerlo a
cercare seguaci in ogni classe di persone; invece, per quanto egli
proclami che non v'ha distinzione fra schiavi liberi e cavalieri, e che la
virtù si trova più facilmente nella capanna del povero, e che tutti
possono aspirare alla sapienza [V2, ha cura di sciegliere i suoi
discepoli fra i giovani della più ricca nobiltà, fra i letterati e i
cittadini più potenti. Coi quali poi sa essere di una larghezza, di una
indulgenza davvero meravigliosa, trovando modo di giustificare non pure
le ricchezze, il lusso, V ambizione, ma persino V ubriachezza. E se qualcuno
gli rinfaccia di essere incoerente, allora risponde con invidiabile
disinvoltura : « hoc, malignissìma capita et optimo cuique inimicissima^
Platoni obiectum est, óbì'ectum Epicuro, obiectum Zenoni-, omnes enim
isti dicebant non quemadmodum ipsi viverent, sed quemadmodum esset ipsis
vicendum. De virtute, non de me loquor, et cum vitiis convicium facio, in
primis ìueis facio : cum potuero^ vivam quomodo oportet. È proprio il
ragionameto di padre Zappata t Del resto, se tutto ciò può rivelarci
la natura intima dell' uomo, non ci scuopre ancora quello stridente
contrasto di princìpi filosofici di cui più sopra parlavamo. Per
ricercarlo dobbiam portarci sul terreno stesso della discordia, al
cospetto di quei problemi che stoici e platonici consideravano e risolvevano in
modo affatto opposto. E qui sembra proprio che neir animo di Seneca
esistano due distinte personalità, continuamente in lotta tra di loro.
Alcune volte è il materialismo degli stoici che prevale nell'animo suo;
ed egli ne espone i princìpi con una rigidezza e una precisione di
formule, che non possono lasciare alcun dubbio intorno al suo pensiero :
« totum hoc, quo continemur, et unum, est et deus: et sodi sumus eius et
membra; « omne hoc quod vides, quo divina atque hiimana conclusa simt,
unum est: membra sumus corporis "inagrii. Né egli s'arresta davanti
alle estreme conse^ruenze di tale dottrina: siccome tutto ciò che esiste
è materia, così per lin sono materiali anche il tempo, la virtù, la
benevolenza, l' amore, V ira, V invidili, la malvagità. Perfino il bene è
un corpo, e lo dimostra con nueslo la* gionamento : « placet noslris,
quod bonum est, corpus essf\ quìi f/utnl honum est, facil, qaidquid
facit, corpus est; quod bonum est, prof test, faciat autem aliquid
oportet, ut prosit; si facit, corpus est). Altre volte, per contro, è lo
spiritualismo dualistico del filosofo att^niese che s' impadronisce del
suo pensiero ; allora divide la filosofia njUurciìe in due parti, una che
tratta delle cose materiali, T altra delle spirituali. e con lo stesso
calore di convinzione con cui altrove aveva diniostnito che il tempo, la
sapienza, le virtù, i vizi sono entità corporee, nra invece si sforza di
provare che non possono essere se non iniorporee. Anche riguardo alla
natura della divinità, in cui erano tanto discordi la teologia stoica e
quella platonica, il nostro filosofo dà prova del wuo sincretismo. Talora,
seguendo rigorosamente il panteismo di ZtMn>ne e di Cleante,
identifica la divinità col mondo, colla natura, colla ragione, col
destino e colla provvidenza; ìì quid est deus? Quod vides lotum e quod
non rides totum^^; quid est deus ? Dioina
ratio; mens Hìiityersi: animus ac spiritus mundio (24). Questa divinità,
non essendo che una pura astrazione, è impersonale e indefinita; quindi T
nomo rum deve né temerla, né amarla, né rivolgerle preghiere, né otfrirle
sacrifizi, Ma quando il freddo razionalismo de' suoi maestri non può più
servirgli per consolare gli afflitti o dar ammaestramenti agli amici,
allora abbandona il dio rotondo della scuola per appigliarsi al dio
personale di Platone : e questo dio egli descrive come padre e creatore,
che vede ogni nostro aito, che assiste ad ogni nostra impresa, che
nell'infinita sua bontii ascolta ed esaudisce le preghiere degli uomini.
Del resto, a lui sembra importar poco che questa divinità sia personale o
impersonale, ragiono cosmica destino comune ; Seneca é a tal riguardo un
indifferente, e lo mostra presentando tutte le diverse ipotesi, senza
sapersi dt/cidere per alcuna : « id actum est, mihi crede, ab ilio
quisquis formaior universi fuit, sive ille deus et potens omnium, sive
incorporalis ratio ii/f/entium operum artifex, sice dicinus spiritus per
omnia maxima aequali inlentione difffcsus, sice fatum et immutabilis causarum
inter .se cohaerentium series. Ma dove l'incoerenza di Seneca e dei
suoi seguaci raggiungo rastremo limite dell'assurdo, è nella questione della
vita futura VA iniatti su questo punto i princìpi fondamentali delle due
scuole conducevano a conchiusioni affatto opposte e irreconciliabili.
Poiché se V anima è materiale, come sostenevano i primi stoici, essa
dovrà puie assogettiirsi alle condizioni della materia e perire insieme
col corpo ; se invece è spirituale, come insegnava Platone, essa sarà
incorruttibile ed eterna. Ora, gli stoici roinaoì ammettono beosi che l’anima
rappresenti un qualche cosa di divei-ìso dal corpo, anzi di opposto al
corpo, ma quando si tratta di decidere se essa è mortale o immortale e di
determinare quali siano le condizioni della seconda vita, si mostrano
indecisi, irresoluti, e ora ani mettono V inuaortalità ora hi negano, ora
sembrano accettare i dogmi incerti dì Crisippo, ora i favolosi racconti
di Platone. In questo punto V., pur cadendo nel resto in alcuna di
quelle contradLlizioiii die lino ad ora abbiamo rilevato in Seneca, si
mostra assai più coerente dei suoi succetison, e si stacca anche dai
filosofi che l' avevano preceduto. Avendo ai-cettato il principio platonico
della spiritualità deiranima, egli arcetta anche la dottrina
dell'immortalità e le leggende ruitolo^iclie suir oltretomba; a
descrivere la quale ha consacrato uno dei canti ^^ più belli e più
drammatici del suo divino poema. Noi faremo oggetto di lunt^o esame
questa parte tanto interessante del pensiero di V., che i commentatori
hanno intorbidato con ogni sorta di ipotesi ìissurde. Prima però dobbiamo
vedere con quali caratteri ed in qual misura il pensiero platonico si sia
trasfuso in V., e per che modo il nostro poeta si rieoUeglii agli stoici
platonizzanti delF ultimo periodo. Come abbiamo veduto, la filosofia di
Platone spostando l’interesse umano dal di qua al di là della tomba, induceva a
considerare il uiòudo e resistenza come un qualche cosa di provvisorio e
di sfuggevole, conìc un breve e doloroso intervallo che corre dalla
nascita alla morte, e jireludia alla vera vita, la vila eterna. Tutto
questo tempo - dice Socrate - che trascorre (ìalF inFanxia alla vecchiezza, non
è ben piccolo in eimlronto del tcnii>o lutto intiero? E non
credi tu che tutto ciò che è immortale debba preoccui>arsi non
di questa corta misura di tempo, ma di tutta la durata?» (Ij. Questo
senso della provvisorietà, se mi si permette il vocabolo, della vita
umana, era affatto estraneo non soltanto al vero spirito pagano, tutto
inteso a^di interessi iminein'f^. Stolto, dunque, colui che in questa
condizione si gonfia, si travaglia e si lamenta, dimenticando come sia piccolo
il tempo in cui deve soffrire i> . Le cose del mondo girano
continuamente, e su e giù, di eternità in eternità.,.. Già la terra ci cuoprirà
tutti ; e poi anche la terra si trasformerà ; e poi anche quello in cui
si sarà così trasformata si trasformerà air influito. Ma chi pensi air
incalzante ondeggiamento di queste trai^irormazioni e mutazioni e alla
loro rapidità, disprezzerà davvero of^ni cosa mortale, Il sentimento di
amarezza sconsolata che tras]»are da queste riflessioni di Marco Aurelio, la
soave Musa virgiliana V aveva già espt esso due secoli prima e con non
minore intensità. Alcune volte sono semplici e fugaci accenni, che
sembrano nubi passeggiere noir animo sereno del poeta : « o Rebo, siam
vissuti lungamente, se può dirsi che alcuna cosa duri lungamente tra i
mortali I » ; « Tutte le cose per volere dei destini cadono in peggio, e
cadute ritornano indietro, ecc. Ma più spesso sono vere e proprie
esclamazioni di scoraggiamento, che ci rivelano in qual conto V. tenesse
la vita umana e le cose terrene: Insere, Daphni, piros ; carpent
tua poma nepotes. Omnia fert aetas, animum quoque : saepc ego lunps
Cantando puerum memini me condere soles. lam fugit ipsa: lupi Moerim
videre priores. Tutto adunque si porta T età, pei^sino la memoria, persino
la voce: e mentre noi ci aggiriamo in questo mondo di parvenze, l'ug^^e
Irrepabile il tempo: Sed fugit interea, fugit irreparabile terapus
Singula dum capti circumvectamur amore: e a questi velasi sembrano far eco
le parole di Seneca, rhe in modo non diverso concepiva la vita umana : t
labunt fiumana ac {ìuunt, neque ulla pars vitae nostrae tam obnoxia aut
tenera est, quam quae mnxinie placet. Fugge adunque il tempo, e nel l'uggire si
trasporta i seco ogni giorno un brandello delle nostre illusioni, e
ci avvicina sempre più agli acciacchi della triste vecchiezza e alla
morte inesorabile: Optima quaeque dies niiseris mortalibus aevi
Prima fugit: subeunt morbi, tristisque senectus Et labor et durae rapit
inclementìa mortis. Seneca, che fra tutti i poeti romani mostra una
specialissima predilezione per V., al quale sentivasi maggiormente vicino per
idee, aspirazioni e sentimenti, riporta nel suo trattato sulla brevità
della vita questi versi del Mantovano, e li commenta poco più avanti cosi
« Praesens tempus brevissi'mus esl, adeo qmdeni, utquìbusdam nullum
videatxir; in cursu enim semper est fluii et praecipilatur ; ante desinit
esse quam venit, nec niagis moram patitur quam mundus aut sidera, quorum
inrequieta semper agitatio numfiuam in eodem vestigio nianet. Ma tale, ad
ogni modo, è il volere di dio, che determina a ciascuno dei mortali le
durata del soggiorno in questo carcere terreno, e fissa il giorno della
morte. Così infatti dice Giove al tìglio Alcide : (/ Stat sua
j^uique dies: breve et irreparabile tempus Omnibus est vitae : sed famam
extendere factis. Hoc virtutis opus. Troiae sub moenibus allis Tot
nati cecidere deum ; quin occidit una Sarpedon, mea progenies. Etiam sua
Turnum Fata vocant, metasque dati pervenit ad aevi. Non
altrimenti Socrate, nel proemio del Fedone, spiega ai suoi discepoli che r uomo
è lo schiavo degli dèi, e che egli deve quindi rima' nere come a guardia in
questo mondo, per tutto il tempo che gli im ) mortali hanno stabilito di
lasciarvelo. l La vita corporea, la vita dei sensi non è adunque la
vera vita, ma \ piuttosto un doloroso periodo di espiazione e di
castigo, in cui la scin I tilla di essenza divina, che costituisce T anima
dell' uomo, si trova per " così dire oppressa, contaminata
dalFinvolucro corporeo che la imprigiona, j Stretta in questo carcere,
l'anima nostra non può giungere al possesso di quelle realtà assolute che
sono le idee divine, le quali, possedute in una vita beata
anteriore, le sono rimast * impresse soltanto come un vago e lontano
ricordo. Essa quindi deve accontentarsi di conoscere quelle apparenze o fenomeni
che offre la sensazione : fra queste ombre, proiettate nel fondo della caverna
terrestre dal sole che illumina le realtà invisibili, trascorre la vita umana,
lusingata di conoscere il vero, e agitata dalle passioni che le derivano
dal' contatto col corpo: Igneus est olii vigor et coelestis ori^^o
Seininibus, quantum non noxia corpora tardant, Terrenique hebetant
artus moribundaque membrii. Hic metuunt cupiuntque; dolent gaudentque: ne^iuc
auriis Despiciunt clausae teuebris et carcere cocco ^ j
Lo spiritualismo ascetico di Platone c'è tutto i questi versi, e
Tniitagonismo esistente fra 1' anima e il corpo, tra lo spirito e la materia è,
espresso nel modo più chiaro. Anche per Platone il corpo i? un cieco
carcere (12), che impedisce all'anima di conoscere la veritu: «sino a che
noi abbiamo il corpo e V anima nostra è commista con sitfatto malanno
(TotdoTou xaxoD), uon c' è verso che si venga mai in adeguato possesso di
quello che desideriamo, eh' è, aftermiamo, il vero; perche cisiscun piacere e
dolore, come fornito d'un chiodo, la inchioda al rorpo e la conficca e la fa
corporea, inducendola a credere che quelle cose siano verti che il corpo
dice tali. Né questo disprezzo per tutto ciò che ò senso e materia, è
meno evidente in Seneca, in Epitteto. in ^lareu Aurelio, e, in generale, negli
ultimi stoici ; i quali usano spesso, riferendosi al corpo, le medesime
espressioni - cieco carceie, tenebri!, membra corruttibili - qui adoperate da V..
Si considerino, ad est^mpio, queste parole che Seneca rivolge alla
sconsolata madre di Metilio : a ftaec quae vides ossa cìrcum nobis,
nervos et obduciam culetn ruUuìnque et ministras nianus et cetera quibus
involuti sunius, vinnUa miimorum tenebraeque sicnt; obruitur Jiis animus^
effocatur, injhitar, ttrcetnr a reris et suis in f(dsa coniectus ; omne
itti cum hac carne grave certamen esl^ ne abstrahatur et sidat ; nititur ilio,
tende dimìssus est: ibi illum aeterna requies inanet e confusis
crassisque pura ac liqtuda nsentem w. Data adunque questa netta separazione
tra il principio spirituale^ divino, immutabile, e il principio
materiale, umano, caduco, diss^olubile, la morte non può essere se non
ciò che la definisce Socrate, vale a dire « la liberazione dell'anima dal
corpo, e l'esser morto..., il fai-si da parte il corpo di per sé
liberato^ dall'anima, e lo stare a partt* T anima, liberata dal corpo, di per
sé *. Infatti, anche per V. la morte è separazione dell' anima dal corpo ; e
con ciò egli si contrappone risolutamente ad una delle credenze più diffuse e
più tenaci fra il popolo l'omano, il cui persistere - anche dopo il diffondersi
della filosoJia - ci ò rivelato dalle cerimonie dei funerali : e cioè la
credenzn che nelle tombe sopravvivesse insieme coir anima anche il corpo.
Quando Didone vede Enea fuggente sulle navi, così impreca: Scquar
atris ignibus absens; Et, quum frigida mors anima seduxerit artus,
Omnibus umbra locis adero. Quando la sorella di Giove, addolorata dalla
lun^a e straziante agonia della infelice regina di Cartagine, vuol
liberarla da quelle pene, spedisce Iride, Quae luctantem
animain nexosque resolveret artus. Quando V invidioso Drance insulta il re
dei Rutoli, questi gli risponde cosi: Nunquam animain talem dextra hac -
absiste moveri Amittes; habitet tecum, et sit pectore in isto. E qui mi
fermo con gli esempi, perchè sarebbe affatto inutile continuare nella
dimostrazione di una cosa che traspira evidentissima da tutti i poemi
virgiliani. Cerchiamo piuttosto di vedere quali conseguenze traesse seco questo
dualismo assoluto tra Y anima e il corpo. Siccome F anima è considerata come un
principio essenzialmente buono, perchè di origine divina, e il corpo come
principio cattivo, perchè di origine umana, è naturale che la vita
terrestre, la quale risulta dal connubio delP una coir altro debba essere
considerato come un male, e infelicissimo il giorno della nascita e
felice quello della morte., e che Marco Aurelio, con accento quasi
cristiano, sconsiglierà più tardi con queste parole: «è proprio dell'uomo
amare coloro che lo ofleiiduno; ciò farai se ti verrà in mente che sono
tuoi simili e che fanno il male per ignoranza e senza volerlo, o che, fra
breve, e tu ed essi morrete >> (2H;. Lo stesso avviene nel
drammatico episodio che occupa tutto lo splendido libro quarto. Anche ivi
sembra che il suo cuore si sia riscalduto della più umana delle passioni,
per quella dolce e appassionata li^^ura di donna che è la regina di
Cartagine; ma è un /a//o passeggiero. Al primo avvertimento che gli
giunge dagli dèi, egli dimentica come per incanto tutti i giuramenti
d'amore, tutti i benefizi ricfìvuti, tutte le gioie provate, e se ne va
freddo, impassibile, indifTerente ai richiami disperati di Didone, la cui
sventura riusciva a commuovere non soltanto gli dèi pagani, ma strappava
le lacrime tanti secoli più tardi persino ad uno dei santi maggiori della
Chiesa, Agostino. I critici letterari hanno giudicalo con severità questa
glaciale freddezza di Enea, rimproverando a V. di essere per tal guisa
rimasto inferiore a tutti i poeti che descrissero in qualche modo le
passioni amorose, da Omero ad Apollonio, da CatuUu ad Ovidio.
dall'Ariosto al Tasso, dal Racine al Voltaire. E non a torto: davanti air
onda calda e generosa di passione che erompe dal cuon^ della regina
fenicia, davanti ai benefìci ed alle gentilezze ond' essa avea ricolmo r
uomo che amava. Enea ci appare non soltanto un indifTerente. ma anche un
ingrato. V. avrebbe potuto fare di lui un personaggio più vivo, più
simpatico, più umano, pur conservandolo rispettoso verso gli dèi e
obbediente ai loro comandi: la pietà non esclude T amore, i doveri della
religione e della patria non escludono i doveri della riconoscetis'.a
verso chi ci ha beneficato. Quando Mercurio, mandato da Giove, investìsre
(invadit) Enea con i suoi aspri rimproveri, imponendogli di partire
Immediatamente per l'Italia, il duca troiano non ha un pentimento, non
mia ribellione, non un rimorso : 1 s aspectu obmatuit
amens, Àrrectauque horrore comae, et vox faiicibus haesit Ardet
abire fuga, dulcesque relinquere terras, AttODÌtus tanto monìtu
imperioque deorum; e subito decide di partire, appigliandosi al meno
nobile degli spedienti : la dissimulazione e la Tuga segreta. Ma T
innamorata regina presente la sventura che sta per colpirla {quis f
altere i)Ossit aniantemì), e correndo forsennata tome Baccante per la città,
rivolge ad Enea quella sua lunga apostrofe^ che è un \-\.^vo gioiello di
spontaneità e di verità, un capolavoro di eloquenza caldu e sentita, in
cui tutti i moti di un cuore innamorato si succedono nel modo più
naturale. Ci basti riferirne una parte: Me ne fugisf Per ego has
lacriiuas dextramque tuam te, Quando aJiud mihi jam miserae nihil ìpsa
reliqui Per cuniiiibia nostra, per inceptos hymenaeos,
Sì bene uuid de te merui, fuit aut tibi (luidquaoi Diilci,' meiim :
miserere domus labentis^ et istam, Oru, ai qiiis adhuc precibus
locus, exne mentem. Ttì proptur Libycae gentes Nomadumque
tyranni Odere: inftinsi Tyrii; te propter eundem
Exstìnctuà pudor, et, qua sola sidera adibam, Fama priur; cui
me moribundara deseris, hospes? Hoc solurn noiiiea quoniam de
conjuge restat. Quid moror^ im mea Pygmalion dum moenia
frater Deitniat, aut (-aptam ducat Gaetulus Jarbas?
Saltelli sì '|ua mihi de te suscepta fuisset Ante fu^am
^itboles; sì quis mihi parvulus aula Luderel Aeiieas, qui te tameu
ore referret, Nun eqiudein oiunino capta ac deserta
viderer. L'arte sublime di V. ci si rivela tutta in questo squarcio
imniortak^ di pousìa, che. ;dla distanza di due millenni, ha ancora la
virtù di commuovere (luaisiasi animo gentile. Ma non si commuove Enea: ei
tiene iitiiiioto lo sfjuardo sugli avvisi di Giove, e terminate le fervide
parole di Elisa, ris|»onde con glaciale fredde/za, dicendosi memore dei
benetìzi rici'vuti, nejj^ando dì aver mai pensato di partire furtivamente
(questa è una bugia!) e di lU'er mai fatto promesse di matrimonio : « se
il destino sofferisso che io vive.ssi secondo il mio talento - egli
aggiunge - e compiessi ì miei destini di piena volontà, innanzi tutto onorerei
la città di Troia e le amate ceneri de' miei : le alte case di Priamo
rimarrebbero, e con le mie mani avrei fondata ai vinti troiani una
Pergamo risorta. Ma ora il Grineo Apollo mi nomando di dirigermi alla
grande Italia; le sorti di Licia mi comandarono di pensare all' Italia.
Ivi è l'amor mio, ivi la mia patria {hic amor^ liaec patria est). 8e
I*> rocche ili Càrtsigine tratfen^ront^ te Fenicia, e V aspetto di una
dttii di Libiti ha per te va\ihe7//A\. ptTchè dunque tu hai invidia che i
Teucri fenriìno le loro sedi sulle fniìtrade d'Ausonia? Anche a noi è
permesso di proracciaroi regni stranieri..,., uniscila adunque di
conturbare me e te con le tue querimonie: non a mia voglia vado in
traccia d'Italia». V., dt^bbiatu confessarlo, avrebbe potuto facilmente
raddolcire V asprezza eccessiva di queste parole, pur mostrando il suo eroe
incrollabile noi proposito di andarsene: l'arte sua se ne sarebbe di
molto avvantairtriatu. Poiché non v'ha una parola, in tutta la risposta
di Knea, cfie non sia un irisulto ai più delicati sentimenti d'amore:
quel rinfacciare a Didone di non aver mai fatta una promessa di
matrimonio; quel ringraziarla freddamente e quasi a malincuore dei benefizi
ricevuti; quel ricordarle che, anche ove gli dei non avessero comandato
altrimenti, egli non si sarebbe fei-mato a Cartagine; la mal celata
ironia di quell' accenno alla diversità della loro schiatta e dei loro
gusti; e, infine, la dura imperiosità delle ultime parale, ^embrano tante lame
di acciaio con cui il nostro eroe si diverta a trafij^gere il cuore della sventurata
regina. Tuttociò getta sul protagonistfi dell' Knetde una luce
supremamente antipatica, che s' accresce durante 11 seguito dell'
episodio, e raggiunge addirittura il disgusto nell' ultima parte di
eii^so. La fiotta troiana, staccatasi nottetempo dalla spia;j^'ia, naviga a
piene vele nel mezzo del golfo, fendendo le onde agitate dall'Aquilone.
Dalla riva un bagliore sinistro si proietta sulle navi fuggenti: è il
rogo sul quale abbrucia T infelice rp^ gina di Cartagine. Ma quelle
fiamme non dicono nulla al cuore di Enea: egli non ne imagina nemmeno la
causa, e j)rosegue injpassihìle il suo viaggio, senza che mai un pensiero
delT amante abbandonata ven^a a commovergli l'animo. È bella, è
verosimile, è umaiia questa inditrerenzat No; e di essa fu fatto
giustriinrtue rimprovero al iio.stro poeta. «Non si concepisce affatto -
dice il Tissut - la freddezza di Enea ; egli ha inteso le iìnprecazioni
di Bidone, egli ha assistito alla sua disperazione, e le fiamme del rogo
non lo avvertono che la regina di Cartagine sN"' data la morte.
Lungi dall' avere i presentimenti profetici delle passioni^ egli non
sospetta nemmeno ciò che gli animi più indifierenti divinano senza fatica. Che V.
non abbia fatto parlare Enea fìavanti a' suoi compagni in questa
circostanza, la riflessione mi spiega questa riserva necessaria : ma che
Enea rimanga inseuBibile allo spettacolo che colpisce i suoi sguardi, non
si riesce a spiegare tanta imlilTerenza. Teme egli per av ventura di
offendere gli dèi iisioltando la voce della pietà t Confessiamolo senza
sotterfugi: il principio di questo libro lascia molto a desiderare, V.
poteva conciliare facihnenti^ il rispetto delle convenienze, gli artifici
dovuti al carattere delTeroe, con la pittura dei movimenti naturali.
Euripide, Racine o Fénélon avrebbero detto a un dipresso. - La cansa di io ceduto
incendio è sconosciuta ai Troiani, ma il loro duce comprende anr*he
troppo il fatale mistero; le fiamme che rischiarano l'orizzonte sono
quelle del rogo della regina, egli lo sa, e distoglie da esse il suo
sguardo con un dolore misto di spavento. Tuttavia, dominando se stesso,
rimane silenzioso davanti ai suoi compagni; egli non sembra occupato che
degli ordini di Giove. Ma il suo cuore soffre uno strazio crudele;
malgrado i comandi del re dell' Olimpo, egli si rimprovera la morte di
Dìdone : e, rivolgendo dal profondo dell' animo un addio alla %ittima dell'
amore, implora per lei a Venere il soggiorno dei Campi Elisi. Ah, Bidone! se tu
avessi potuto leggere nella sua anima prima di ascendere l'altare del
sacrificio, forse avresti consentito a vivere, almeno non saresti discesa
senza qualche consolazione nel regno delle ombre. - Con queste
precauzioni così semplici, si sarebbe anche evitato di lasciar vagare su Enea
dei sospetti che contraddicono all'idea che il poeti ha voluto darci del
suo eroe» (ilo). Ma queste lacune e questi difetti del carattere di
Enea, per quanto giustamente rimproverati dalla crìtica, sono tante prove
che avvalorano il nostro asserto. Se V., poeta vero e grande, artefice
insuperabile di tipi profondamente umani, pittore efficacissimo di
sentimenti e di passioni, ha creduto conferire al protagonista del suo maggior
poema codesto carattere ascetico e contemplativo, contrario alle esigenze
dell'arte, ciò significa che esso corrisponde ad una particolare ed
intima disposizione dell'animo suo. Poiché del personaggio di Enea egli non
aveva inteso di fare una semplice creazione artistica, ma un modello di
uomo virtuoso e perfetto, nel quale fossero rispecchiate tutte quelle
virtù che i suoi concittadini avrebbero dovuto studiarsi di
imitare. Sarebbe inutile seguire Enea in tutte le vicende del suo
viaggio fatale. Solo negli ultimi canti del poema, che sì svolgono sulle
terre italiche, e^li accenna ad acquistare maggior vita ed energia; ma
il fondo del suo carattere rimane sempre il medesimo. Poiché, non è
proprio caratteristico tutto quel suo battagliare e cospargere il Lazio
di stragi e di rovine, e impadronirsi delle terre altrui, per rapire il
fidanzato a quella povera Lavinia, che non aveva mai né vista né
conosciuta, e alla quale non rivolge mai né una parola nò un pensiero?
Anche a questo riguardo furon mossi molti rimproveri a V.. Il Voltaire,
dopo aver rilevato come Turno raccolga tutte le simpatie del lettore, a
danno del protagonista, giungeva persino a proporre un rimaneggiamento
del poema, in cui la situazione dei personaggi è affatto mutata, ed Enea,
in luogo di essere il rapitore di Lavinia, né diveiUa il vendicatore
(36). Ciò r avrebbe roso iiidubbianiente più umano e naturale. Questa
scialba figura di asceta più che di soldato, questo spirito contemplativo
che non ama, non s' adira, non si vendica, sembra vivere in un altro
mondo ove tacciano le passioni e lo spirito può liberarsi in tutta la sua
purezza; ma la vita terrena egli la disprezza, e la subisce come
un pesante fardello, e anela staccarsene il più presto possibile : «Quale si
iiin [augurata vaghezza di veder la luce hanno quelle sciaurate?» domanda
attonito^ vedendo la schiera delle anime che dovranno ritornare nei corpi
mortali: e, questa domanda, in cui si sente alitare un soffio gelido di
ascetismo, ci richiama tosto, alla mente le parole che un altro
personaggio platonico e troppo virtuoso, il Goffredo del Tasso, rivolge
ad Ugone, che ^ì\ mostra, fra le sedi dei pii guerrieri, la sua: Quando
ciò Ha .. il mortai laccio Sciolgasi ormai, se al restar qui m*è
impaccio. E veniamo ora al secondo punto, al disprezzo di V. per
Taniore sensuale e la donna. Che V ascetismo, condannando tutto ciò che
avvìnce r anima al corpo e distrae lo spirito dalla contemplazione delle
cose divine, inspirasse agli uomini T orrore più profondo per l'amore dei
seirsì. è cosa che certamente non potrà sembrare strana. Se v' ha una
passione che più affetti il senso, la materia, la carne, e quasi le
simholi/ggi in sé stessa, questa è certamente la passione d' amore,
contro coi gli asceti antichi e moderni lanciarono i fulmini più infocati
della loro eloquenza. Tra questi è naturalmente il 6ommo filosofo
ateniese. Egli condanna severamente la voluttà, e dice che essa non pure è
malvagia per i mali che può trar seco, ma è anche riprovevole in sé
stessa, perchè ci fa malamente godere». Egli consiglia a tutti la più
rigida castità, e predica una purezza di costumi che a quei tempi e in
quella societtt doveva sembrare, egli stesso lo sente, cosa strana ed
impossibile. Tutto ciò si trova anche nelle opere di V., cominciando
dalle stesse BucoHclie, il cui genere poetico può sembrare per verità il
meno adatto alla espressione di tal sorta di dottrine. Nelle Bucoliche V amore
è descritto dai lamenti degli innamorati come una passione cui non è
postiibile re sistere: Omnia vincit umor, et nos cedanios
amori, come triste divinità generata nelle più selvaggie contrade, tra le
più barbare genti : Nane scio, quid sit Amor; duris in ootibus illum
Aut Tmaros, aut Rhodope, aut cxtromi Garamantes Nec generis nostri puerum
nec sanguinis edunt, Esso sconvolge iV un sùbito V animo e la mente degli
uomini, trascinandoli al delirio ed all'errore: Ut vidi, ut perii,
ut me inalus abstulit error, facendo loro provare le pene più crudeli e
riducendoli l^en tosto a completa rovina: r .Ileu, heu, quam pingui
macer est milii taurus in arvo! Idem amor exitium pecori pecorisquo
magistro, f spingendoli da ultimo ai più nefandi delitti, e
inducendo persino le madri a macchiarsi le mani nel sangue dei figli
: Saevus amor docuit gnatorum sanguine matrem Commaculare manus:
crudelis tu quoque mater; Crudelis mater mai^is, au puor improbus iile?
tesso Bahellieo porco corre precipitoso, ed aguzzò i denti, e scava col
piode la terra, frega le coste ad un albero, e qua e là indura gli omeri
alle ferite» (lf>). Lo stesso dicasi delle puledre, del 9. gennai acre
lupò^ti/n atqae cfinuììi*, delle filynces Bacchi rariao^ dei paurosi
cervi, e, intìne, del toro, che l'agricoltore dovrà tener lontano dalla
giovenca, perchè Carpit... vires paulatim, urit^ue videndo
Femina, nec uemorum patitur mcininissc, n&. herbae. Ma
tutta questa esagerata descrizione degli t^tletti dell'amore sui bruti,
non serve al nostro poeta che come pret*'S4to pt r vt air poscia a
dipingere coi più neri colori le tristi conseguenze die e^sio ha sugli uomini.
E infatti, saltando rapidamente dal sabeUica:^ a^m alla i^perìe uLiiana,
egli si domanda : Quid juveuis, magnurn cui vorsat in ossibas
\%m\\\ Durus amor? La descrizione che precede lascia
agevolmente iinsigitmre quale duhba essere la risposta :
Ncinpo abruptis turbat^i iiroj^llis . Nocte natat cacca sorui
freta; iiucm super ìn^en* Porta tonat coeli» et scopulia illi^a
rcclanuuìt Aequora; noe aiiscri possunt revocare par^iut^^a, % Nec
nioritura super crudeli fuaere virgo Ctti). Né Virglio s'è
accontentato di descrivere in una maui*!ra cosi gene rale e, (]uasi
diremmo, teorica, i mali e le sciagure cIjl' trae sero l'ardore della carne.
Egli ha anclie voluto porre sotto gli occhi de* suoi concittadini un esempio
concreto, che servisse loro ^ Ipse ante alios pulcherrimus ouines
Infert se socium Aeneas, atquc agmina jun^it : Qiuilis ubi
bibernain Lyciain Xanthique fluenta Deserit, ac Delum' maternaui invisìt
Apollo, Instaiiratque clioros, mixtiquc alturia cìrcum Crctcsque
Dryopesque fremunt pictique Agathyrai ; Ipse jugis Cynthi graditur, molliquo
fluentom Fronde premit crioem fingens, atque implicat auro; Tela
sonant humeris Haud ilio segnior ibat Aeneas ; tantum egregio decus
enitet ore. Del resto, V. ci fa conoscere lo scopo che lo muove in
un'altra maniera, e cioè coi rimproveri che ora questo ora quello dei
personaggi rivolgono ad Enea per la sua effemminatezza. Così Mercurio, il
dio alato, lo chiama da prima servitore di femmine^ poi addirittura
pazzo; larba, nella sua preghiera a Giove, lo dipinge come un Paride con
corteggio di eunuchi, mitrato alla Meonia il mento e profumata la chioma; e la
fama va descrivendo ai popoli i due innamorati in questo modo : Nunc
hiemem Inter se luxu, quam longa, fovere, 1^ KegQorum immeniores turpique
cupidine captos. Ma in Enea, come abbiam veduto, codesto amore è una cosa
affatto superficiale e passeggiera, che sparisce come per incanto al
primo avvertimento degli dèi. È in Bidone che esso è causa di irreparabili
sciagure. i ^Plllipi —.,
u|j.iiiju|,|ij,,j|jppaj||pppp trascinandola prima all'abbandono dei suoi
doveri di regina, poi al disonore, e infine al suicidio. Avanti della venuta di
Enea, essa ed H suo popolo non avevano altra cura che la prosperità della
nuova patria, e V. si sofferma di proposito - per far risaltare il
contrasto - a d. La stessa Didone « lieta s' aggirava tra i suoi sudditi,
incoraggiando le opere e il futuro seggio del regno ;.... dava ordini e
leggi, distribuiva il lavoro in giuste parti, e traeva a sorte le fatiche
e le opere • (54). Ma al [giungere di Enea sembra che un vento di sventura si
riversi sopra cotk-sto popolo laboVioso e felice. Innamoratasi follemente
del duce troiano, Tm/'elix Dido non pensa più che a soddisfare la propria
passione ; cosicché i Cartaginesi, sviati dalle continue feste, privi di
direzione e di consiglio, abbandonano l'impresa iniziata con tanto
entusiasmo, e anneghittisroiio neirozio. Frattanto i nemici rumoreggiano
minacciosi ai confini, ed i re \ affricani, delusi nelle loro speranze,
si preparano alla vendetta. Tutte le pene, tutti i sussulti, tutte le ansie che
possono far palpitare \ un cuore di donna follemente innamorata,
tutte le febbri che possono scori- \ volgere i suoi sensi eccitati, sono
descritte nello splendido libro quarto con una evidenza e una precisione,
che ci rilevano ancora* una voHa in V. il psicologo finissimo, oltreché
l'artista insuperabile; ma le tinte alquanto cupe ed esagerate ond'egli
colorisce la sua descrizione, la catastrofe con la quale finisce, il sèguito
fosco che essa ha nei iuycnteìi campi (campi del pianto), ove la
miserrima Dido si dispera ancora tra quegli infelici quos
durus amor crudeli tabe peredit (55), tutto ciò ne rivela, sotto
l'artista e lo psicologo, Tasceta che vuol ammonire l'umanità a fuggire le
lusinghe della carne, descrivendone al vivo i mali ed i pericoli, il
moralista severo che condanna l'amore quando è pura febbre dei sensi, non
patto sancito dalle leggi e dalla religione. «Prima del matrimonio tu
devi serbarti puro il più possibile dai piaceri corporali i dirà più
tardi Epitteto (56) ; e molti secoli prima Platone, riformando nelle sue Leggi
la legge reale, condannava il marito che teneva in sua casa una
concubina, «anche quando questa concubina è una schiavai.
Didone non è moglie, ma soltanto amante, e amante doppiamente
colpevole in quanto ha rotto il pegno di fedeltà giurato al defunto
.Sicheo. É questo il suo unico, il suo imperdonabile errore; ed è appunto
il rimorso di violare la giurata fedeltà coniugale, che le dà forza di
resistere fino all'ultimo agli assalti disperati delF amore.
Agnosoo veteris vestigia flainmae. Sed mibì vel tellus optein prius
ima dehiscat, Vel Pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras,
Pallentes umbras Èrebi, noctemque profundam, Ante, pudor, quam te violo,
aut tua jura resolvo (58)* Ma r impeto della passione e il malanimo
di una nemica divinità la travolgono alfine : nella spelonca ove s' era
rifugiata, sola con Enea, per ripararsi dal temporale suscitato da
Giunone, il gran delitto si compie : lUc dies primus leti primusque
malorum Causa fuit; ed allora, quasi per nascondere ai propri occhi la
vergogna dell' aver violato le leggi del pudore, essa cerca di illudere sé
stessa, di diminuire U propria colpa chiamando u matrimonio » il nodo che
la unisce ad En^i: Cooiugium vocat: hoc praetexit uomine culpam
fCO)/ Ma questo non è che un inganno di peccatrice conscia di tutta
l'enormità del proprio peccato, e da questo momento V. Y ha già giuIflicata e
condannata. Solo da ultimo sembra che ei voglia perdonare V infelice regina; ed
è precisamente quando ce la descrive nel regno delle ombre, insensibile
ai lamenti e alle proteste di Enea, tutta assorta nel ricambiare l'amore
dello sposo: Tandeiu corripuit sese, at(iue inimica refugit
Ili nemus umbrìferum; coniux ubi pristinus illi Rcspondct curis,
aequatque Sycliaeus aiiiorem.
(Juesta arcigna severità, questo austero disprezzo per le lusinghe della
carne e dei sensi, doveva generare inevitabilmente un sentimento di odio e di
avversione per colei che dell'amore è la partecipe necessaria e la
ministra principale: la donna. Lo spirito misogino è infatti una delle
caratteristiche più spiccate della età di maggiore ascetismo;
w,«-i--r-^ dove trovai'e, ad esempio, maggior violenza di invettive contro
la donna che nei Padri della Chiesa e in tutta la letteratura sacra e
profana dell' età di mezfo ? Eppure Cristo aveva cercato di dittbndere tra ì
suui seguaci un più alto concetto della dignità femminile, e la religione
cristiana, sebbene accusasse Eva del primo peccato, venerava in Maria la
salvatrice del genere umano. Ma era inevitabile che la morale ascetica
del cristianesimo, contraddicendo alle stesse sue massime di fratellanza e dì
amore, dovesse condurre all'odio più intransigente contro la donna: «chi
predicava - dice il Frati - il distacco assoluto dello spirito umano dalie
vanità terrene, trovava nella donna il più forte ostacolo; poiché in essa
sono rappresentati tAti i più potenti vincoli che legano Tuomo alla vita,
e per essa r uomo commette i maggiori peccati. Chi non conosce la
lunga e roboante apostrofe contro la donna di Giovanni Boccadoro t «i nel
yesto secolo, si discusse a lungo e con tutta serietà se la donna aveva o
non aveva un'anima (4)! Lo stesso misoginismo noi possiamo
trovarlo in quei filosofi pagani^ le cui dottrine spiritualistiche ed
ascetiche prepararono nel mondo antico la vittoria del cristianesimo.
Platone mostra di avere della femmina un concetto non molto diverso da
quello dei Padri della Chiesa : vedendo nu giorno alcune donne che
piangevano una loro compagna defunta, esclamò; u il male s'attrista
perchè il male è partito» (5); e nella sua Repntibiica, volendo tracciare
il quadro di un^ scapigliata società denÉOcruiica, ci mostra, come supremo
assurdo, lo schiavo che rifiuta obbedienza al padrone e la moglie che
pretende d'essere uguale al marito (tJ). Gli stoici romani dell'ultimo
periodo sono anch'essi molto severi verso la gentile compagna dell' uomo,
e non le risparmiano i più acri rimproveri, u Tania qmmlam demcnlia lenel
- dice Seneca - ul sibi conlumeliu/ìi (ieri puleni ponine a tnuliere;
quid re/eri quam fiabeaìil, quod leclicarim habeniem, quam oneralas
aures, qua?n laxani sellami aeque impiruiìen^ aìiimal est^ et^ nisi
scienfia accessil ac malia erudilio, f'eimm^ CHpidifatujìi tnvimliutviò-».
Quanto a V., egli si ricongiunge anche per questo lato a (luelhi corrente
ascetica che, originatasi in Grecia coji Socrate e Platone, passando attraverso
alle scuole d'Alessandria e allo stoicismo platonizzante dell'impero romano,
sbocca da ultimo nel gran mare del misticismo cristiano. La sua avversione per
i piaceri della carne e per tutto ciò che vincola in qualche modo T anima
al corpo, non poteva non condurlo al misoginismo; e se in lui cercheremmo
invano le apostrofi violenti degli asceti cristiani o l'altero disprezzo di
Platone e (Ji Seneca, trovare mo però, e specialmente nell' Eneide, un'
inimicizia decisa per colei che induce l'uomo al peccato.
Dello spirito misogino di V. abbiamo già avuti alcuni recentissimi
esempi: vedemmo come egli, mirando ad un fine più alto, ammonisca r
agricoltore a tener lontani i tori dalle giovenche, «poiché la femmina
consuma loro a poco a poco le forze, e li strugge al solo mostrai*si »;
vedtimmo come i due soli suicidj che avvengono nell'Eneide siano di
donne. Aggiungiamo ora che così Amata come Bidone sono ^inte al
suicidio per aver sacrilegamente posto ostacolo alle imprese di Enea,
volute ed aiutate dagli dèi; che tanto l'una (jome T altra si uccidono
dopo aver dnto spettacolo di furori spaventevoli, che il poeta ha cura di
indicarci come propri soltanto della donna, chiamandoli wue feniìneae e dimostrando furens quid f emina possit; e
che infine, trasgredendo alla verità storica, egli ha voluto far morire
la moglie di Latino d' una morte pili infame di quella che la tradizione
narrava; poiché, secondo Fabio Pittore, Amata sarebbe morta non col
laccio ma d'inedia. Altra circostanza che ci pone sotto gli occhi il
misoginismo virgiliano, è il fatto che di tutte le traversie, di tutte le
sventure subite dal condottiero dei Teucri nella sua lunga e dolorosa
odissea, è causa diretta o indiretta la doimii. La leggenda omerica aveva
già indicato una femmina, Elena, come Foiigine prima della rovina di
Troia. Seguendo accuratamente la via segnata da questa tradizione, V. fa
risalire a femminili ambizioni insoddisfatte Todio implacabile di
Giunone, causa di tutte le sventure di Enea: Nec dum etiain
causae irarum^ saevique dolores Exciderant animo; manet alte mente
repostum Judicium Paridis, spraetaeque injuria formae (H); di più, è
una femmina quella Bidone che, avvincendo Enea nelle sottili ujaglìe
d'amore, mette in perìcolo l'impresa d'Italia voluta dai fati; sono
femmine quelle matrone troiane che, eccitate da Iride, urlando e schiamazzando
incendiano con tizzoni ardenti la flotta di Enea per impedirgli di
partire dalle contrade sicule: At matres attonitac iiionstris,
actaeque furore Conclamant, rapiuntqiie focis penetralibus
ignem: Pars spoliant aras, frondcm ac virgulta, faces(iue
Conjiciunt: furit immissis Vulcanus habenis Transtra per, et remos et
pietas abiete puppes; v^^if^Z7;^r^'^r^ ^rr -,-^^y.--^yr^?-T.-> l -» i
^M.y,^..v^.v. i H^ » iuyy4. ' j ! ^gtPU ' «. ed è ancora per colpa di una
donna, 1^ fìglia di Latino, che tutto il Lazio è sconvolto da quella
lunga e sanguinosa guerra che occupa tutti i sei ultimi canti del poema:
Gau8a mali tanti coniux iteram, liospita Teucris, Externique
iteruiu thalami. Ma vi è un ultimo episodio, assai caratteristico, che ci
mostra nel modo più evidente quale concetto e quale stima avesse il
nostro poeta del ^sso gentile. È T episodio della vergine guerriera
Camilla, che armata di tutto punto, combatte con virile coraggio per la
difesa del proprio paese. Nata fra le orride balze e i dumi dei monti
solitari, nudrita con lacte ferino, educata fin da bambina ai più rudi
esercizi maschili, a maneggiare il giavellotto e la fionda, ad inseguire le
fiere per le selve, la figlia di Metabo serba l'animo insensibile alle
dolci lusinghe dell'amore; « invano molte madri tirrene agognarono averla per
nuora», perchè Camilla sola contenta Diana Àeternum telorum et
virgiaitas amorem intemerata colit Ma V. non si lascia
convincere da questa apparente virilità di Camilla. Antifemminista deciso
- come oggi si direbbe - egli vuol anzi dimostrarci che, per quanto
virilmente educata, la donna rimane sempre donna, vale a dire un essere
volubile, leggero, amante delle frivolezze e delle vanità. Poiché è
questo il concetto che egU ha della donna, e ce lo esprime chiarameiile e
seccamente in quella breve sentenza: Varium et mutabile semper
Femina, la femmina è un essere vario sempre e mutabile; la qual sentenza
ci appare tanto più ingiustificata e brutale inquantochè è riferita a
quelPappassionata Bidone che dimostrò coll'esempio di essere ben più ferma
nel proprio amore dell' uomo che l' avea sedotta. Tornando dunque all'
episodio di Camilla, s'aggirava tra le file troiane un tal Cloreo, la cui
splendida armatura frigia luccicava da lungi; aveva le gambiere alla
barbarica, la veste purpurea, l'arco e l'elmo d'oro, e teneva annodato
con aureo fermaglio il croceo manto e la giubba di lino. Lo splendore di
questo acconciamento - che il poeta descrive con una ironica minuziosità
e uno sfoggio malizioso di yezzeggiativi che non sfuggi nemmeno ai più
antichi commentatori (16) - attira l'attenzione di Camilla, la quale,
quantunque abituata dal padre a sprezzare i vani adornamenti e a coprirsi
di una 1 semplice pelle di tigre, sente iicciMulorsi tutta dal
capriccio donnesco, dalla feraniiuile vjighezza {/emàfeo atnore) di
adornarsi di quell'auree vestimenta. Ma fio fu causa duihi sua rovina: che,
mentre era tutta intenta ad inseguire Cloreo, non cunmflosi che di lui e
delle sue belle vesti, Anmte, còlto il destro, le vibra V asta sotto la
scoperta mammella e la ferisce a morte: Labi tur exanguis;
laEniatur frigida leto Lumina; lairptirous qnùndam color ora
reliquit. Vitrtque mm gemitìi fui^lt indignata sub umijras (i7). Ci
si potrebbe obbiettare che il misoginismo virgiliano non è affatto una
coiise^Lieoza dei principi morali del poeta, perchè nella società romana
la donna ora sempre stata coiisidei'ata come un essere inferiore, e
tenuta quasi in Ktato di schiavitù. Ma questo non è se non uno dei tanti
pregiudizi che pesano sul popolo romano, e traggono origine da una
imperfettissima conoscenza delle sue abitudini, dei suoi costumi, della sua
educazione. Chi si limltaase a prendere in esame la legislazione romana,
sarebbe indotto realmente a credere che la condizione della donna doveva
essere assai ini elice; ma cbij lasciando i testi delle leggi, si facesse a
studiarne la vita, si accorgerebbe che nella società romana la donna occupava
un posto eguale, se non superiore, a quello da essa occupato nella
società tnodenia. lu nessun popolo antico, e meno di tutti nel greco, la
madre di famiglia fu tenuta in maggior stima, più circondata di riguardo
e di venerazione delia matrona romana. Tra le pareti domestiche essa è
veranieute regina, rispettata dal marito, venerata dagli schiavi, dai
clienti e dai iìgli; ba parte neiramunnistrazione del p^atrimonio*e nel
governo della casa, compie i sacrifizi, custodisce l'altare dei lari, le
imagini degli antenati e il tesoro domestieo. Fuori della casa il potere
delle donne si va estendendo sempre più; esse avevano il diritto di riunirsi in
associazione, e sotto Eliugaliab giunsero pei^ino a formare un niccolo'
senato (senacidum) con attribuzioni speciuli. È nota a tatti la grande
influenza che esse esercì tiu^ono durante tutto T impero: bastava entrare nelle
grazie di qualche donna delFainstocrazia per essere sicuri di fare una
brillante carriera; Seneca stesso ottenne la questm^a per gli intrighi di
una sua zia. Ma la corjsuguenza tli gran lunga più importante che trae
seco l'opposizione tra r anima e il corpo, tra il princìpio spirituale e il
principio materiale, è la continua preoccupazione della vita futura. Ed
è, del resto cohseguenza naturalissima. Se la vera esistenza non è quella
che si conduce quaggiù, ma quella che si vive nelle regioni del sovrasensibile,
se la vita terrena non è che un transito doloroso preliijliante la vita
eterna deiroltretomìKU ove rauiiuti (ìcvt^^ purificarsi di tutte le
macchie contratte neirimmoiidu connubiu dei curpuj l'uomo deve sentirsi
continuamente i5d oppresso dal pensiero di codesta esistenza oltremondana
di dolere o di beatitudine, e dal desiderio di squarciare i veli che la
nascondono :il suo sguardo. Platone ci offre per primo l'esempio più
caratteristico di qnL^sUi preocoupazione dell'oltretomba^ che trasfusasi
molti secoli più tnnlì nel cristianesimo, alimentò le tetre e spaventose
visioni degli asceti delT cU\ di mezzo. In ben quattro luoghi delle opere
platoniche il probabili^ st;ìto delle anime dopo la morte del corpo offre
argomento di lunghe rirmbe al sommo filosofo greco; e in tutti quattro
questi luoghi la desrrì/inne della vita futura, ormeggiando pur sempre le
credenze popolari e filosi illclir più diffuse, è fatta in modo
sensibilmente diverso. Il che ci provn am quale inquieta sollecitudine,
con quale ansia non mai soddisfai hi lu sguardo di Platone cercasse di
penetrare i paurosi misteri dolln vita futura. I romani, popolo
grave e riflessivo per natura, avevano coni infoiato assai presto a
prestar fede alla persistenza della vita dopo la morto: ti- I cerone,
nelle sue Tusculane, si compiace di constatare che questa crrdenza aveva
origini antichissime nella storia di Roma. Tuttavìa, sic come essi
credevano da principio che nella tomba persistesse Fani ma in sìenie col
corpo, e che i morti fossero tutti buoni e felici {manes=\*\ìnin), così
il problema della seconda vita non li preoccupava gran fatto. Mm do
poche, per i continui rapporti con l'Egitto, con la Grecia e con
FElrurìa, penetrarono anche in Roma le fosche visioni della fantasia
orientale v h' tragedie di Sofocle e di Euripide da un lato, i testi di
Platone dallaltro, ebbero diffuso le leggende greche del Tartaro e
dell'Eliso, la paura rupei*stiziosa degli inferni cominciò a turbare la mente
dei Romani. I tnisì come io le ho esposte, non s'addice ad uomo di mente;
ma però rhe o questo' ó qualcosa di simile succeda delle anime nostre e
delle loro di inni e, poiché mostra che l'anima nostra sia immortale,
ciò, mi sembra, s'addire; e vale il pregio d'arrischiarsi a crederlo;
poiché é bello il risiilo,^1 deve con simili credenze fare come
l'incantesimo a sé medesimi»,^i) Questi terrori divennero alla fine
tanto intollerabili, che La(i*e/ja cercò liberarne i suoi concittadini,
dimostrando loro che l'anima iinri e incorruttibile, ma si spegne insieme
col corpo, e che quindi niilla ah biamo a temere dopo la morte. Ma se la
calda parola del poeta della natura potè avere, come vedemmo, larga eco
nelle anime delle persone cólte sul finire della repubblica, perdette
ogni efficacia collo stabilirsi deir impero. I tempi di più in più tristi
favorivano V ascetismo, religioso, e la preoccupazione della vita futura tornò
ad agitare la cupa fantasia di quel popolo di oppressi. Plutarco, che pure
aveva combattuto con tanta copia di argomentazioni la dottrina epicurea
sulP annientamento dopo la morte, ci ha lasciato una preziosissima
testimonianza degli spaventi superstiziosi che suscitava l'oltretomba in
quei primi due secoli deir èra volgare. « La morte - egli dice - è la
fine della vita di tutti gli uomini, della superstizione non già ; ma
passa oltre a' termini del vivere, facendo più lunga la paura che la
vita, e congiungendo c/>n la morte una imaginazione di mali estremi;
ed allorché viene al riposo, si persuade che ricomincino altri travagli
da non aver mai fine. S' aprono le profondte porte di non so che Plutone
dio dell' inferno, e vanno discorrendo fiumi di fuoco, e si distende insieme la
corrente, e profonda riviera di Stige, s'ammassano d'ogni intorno tenebre
ripiene di mille e mille apparizioni dì spiriti, ed anime
rappresentatrici di imagini orrende alla vista, e voci pietose a udirsi,
e sonvi molti giudici, e tormentatori e profondi abissi, e caverne colme
d'infiniti mali. E cosi la miserabile superstizione che scampò in vita il
castigo d' Iddio, non se ne accorgendo si fabbrica aspettazione di mali
inevitabili di morte, ninno dei quali si ritrova nell'empietà» (23}.
Questa preoccupazione dei mali inevitabili di morte, questa triste
fantasia di tormenti e di tormentati, di profondi abissi e di spiriti gementi,
ci è facile riscontrarla nei poemi virgiliani, e più di tutto nel canto
sesto dell'Eneide. Noi studieremo nel paragrafo successivo la configurazione
deir inferno virgiliano, la distribuzione che vi è fatta dei premi e dei
castighi, l'intento che mosse il poeta a comporre codesto tragico canto
della morte, il modello che gli servi di guida; per ora ci basti trarre
in luce - a prova del nostro asserto - il carattere fosco e terribile che
domina in tutta codesta descrizione. E invero, V. non è rimasto
inferiore al filosofo ateniese ed ai tragici greci nel descrivere coi più
oscuri colori le domos Ditis vacuas et inanta regna (24) ; e noi non
dobbiamo stupirci se il libro sesto dell'Eneide, letto avidamente dai Romani,
ebbe per primo effetto di spingerli a preoccuparsi sempre più dello stato
delle anime dopo la morte e servi più tardi ai Padri della Chiesa per
rieccitare nei fedeli il timore dell'inferno. Fino dai primi versi, prima
ancora che il suo eroe discenda negli abissi, il nostro poeta comincia ad
assumere quel tono cupo che lo accompagnerà durante tutta la descrizione.
Siamo alle grotte del lago d'Averne, non lungi da Pozzuoli in Campania,
in cui la fantasia dei popoli italici riponeva da tempo l'apertura dei regni
infernali. Questa ere li] J Wypm! il ^W ^|>|y)||y^^B^>^ denza
era diffusissima e durò fino alla completa caduta del paganesimo, per
quanto Lucrezio avesse cercato con ogni sforzo di distruggerla (26). II
luogo è bello e ridente, ma V. lo dipinge in modo ben diverso: Spelunca
alta fuit, vastoque immanis hiatu, Scrupea, tuta lacii nigro nemorumque
tenebris: Quam super iiaud ullae poterant impune volantes Tendere
iter pennis: talìs sese halitus atris Faucibus effundens supera ad
convexa ferebat (27). Enea e la sibilla, fatti allontanare i
profani, s'inoltrano nella paurosa caverna, non senza che prima la sacerdotessa
abbia esortato il compagno a munirsi di tutto il suo coraggio, e che il poeta
non si sia rivolto agli dèi « delle tacite ombre e dei luoghi dove
vastamente regna la silenziosa notte », per ottenere il permesso « di palesare
le cose sepolte nel profondo della terra e involte nella caligine ».
Giunti sulla soglia deirinferno, i più orrendi mostri si avventano contro i due
sotterranei pellegrini: il primo è Orcus, il dio personificante la morte stessa,
il dio che più d'ogni altro empieva di terrori la mente dei Romani. Esso
era rappresentato in tutte le forme più spaventose : ora appariva come
guerriero armato che dà al morente il colpo di grazia; ora gira
silenziosamente per i luoghi abitati, picchiando a tutte poj^e ; ora
volteggia per Tarla, demone notturno, librandosi sulle immense ali nere (28).
Dopo Orcus vengono le personificazioni di tutti gli altri flagelli umani : i
pallidi morbi, la triste vecchiezza, Io spavento, la fame, la povertà,
lerribiles oisu farmae; poi la morte, la fatica, le voluttà, le furie, la
guerra, e infine la Discordia demens, Vipereum orinem vittis
innexa cruentis. E non basta ancora; accanto a queste figure allegoriche,
prodotto di una età più evoluta, V. pone a guardia dell' inferno tutti i
mostri deir antica mitologia omerica, come i Centauri, i Titani, le
Gorgoni, le Ai-pie, r idra di Lerno, horrendwn strìdéns, contro cui
invano si slancia Enea, per trapassarla con la spada. Frattanto sono
giunti al tremendo fiume, al tartareo Acheronte, « simbolo - dice il
Preller - di tutti i terrori e di tutte le paure che inspira il mondo
sotterraneo, tantoché gli Etruschi diedero il nome di Acherontica a tutta
quella parte della loro letteratura sacerdotale che tratta delle anime
dei morti e del loro culto. Li trasporta all'altra riva Caronte, il
terribile nocchiero noto a tutti i popoli antichi, spaventosamente
pallido ed irsuto: Portitor lias orreodus aquas et flumina servat
Terribili squalore Charon: cui plurima monto Canities inculta jacet;
stant lumina flamma; Sordìdu» ex humeris nodo dependet
amictus, ";^f^rjP^-»F!^j ^cuor della notte, in forme sempre strane,
gigantesche, paurose : cosi Tornbra di Creusa appare innanzi agli occhi
del marito maggiore della nota figura (nota major imago); quella dì
Sicheo è ingigantita in modo meraviglioso nel pallido aspetto {ora modis
atloltens pallida miris); quella di Ettore è in forma ancor più paurosa^
e par di sentire un fremito di raccapriccio nella de^s^Tìzione che ne fa Enea :
« Eni l' ora in cui la prima quiete comincia ]>er gli stunclil
mortali, e gratissima serpeggia per dono degli dèi. Quand' ecco il
mestissimo Ettore parve mi apparisse dinanzi, e spargesse largo piantn,
stra.scinato come un tempo dai carri, e lordo di polvere sangui nule uta,
e traforato dalle correggi e i piedi rigonfi. Ahimè, com'era ridotto! quanto
cangiato da queir Ettore che tornò vestito delle spoglie d* Achille, o
dopo lanciale le Frìgie fiamme sulle navi dei Greci! Aveva squallida la
barba, e i capelli raggrumati nel sangue, e coperto di ijuelle ferite che
innumerevoh ricevette sotto le paterne mura». Altre volte le Lar%a- dei
defunti assumono formo di lugubri uccelli, che vagando nel cupo della notle
perseguitano coi loro urli lamentevoli i miseri mortali. È questo il
destino dei morti Etoli, che riempiono di terrore le ni (4:J).
Poiché sarebbe inconcepitale che una qualsiasi divinità del mare, del
fuoco, della terra o del cielo, fosse pure Hiove o Saturno, avesse T audacia di
rompere un giuratjientu l'atto sulla testìnmnianza degli dèi delr
inferno: Cocyti stagna alta vides, Slydamque pahideni, Di cuius
jurare tiiiieat et fallerc niuneii ili di tutte le altre divinità, poiché
il loro cuore è incapace di alcun hentimento di perdono : I ^1
IJi i pPH manesque regemque tremendiim, Nessciaque humanis
precibiis. mansuescere corda. Una delle [n\x terribili tra le divinità
infernali che ci sono ricordate nei poemi virgiliani, è la pallida
Tisipfione^ la maggiore delle tre Furie. Essa risiede ordinariamente
nella parte più profonda dell'inferno, in quel recìnto circondato da tre
girbni di mura e dal Flegetonte, in cui scontano le loro pene i più
scellerati tra i peccatori. Ivi, « impugnando un flagello, con una mano
percuote i rei schernendoli, e con la sinistra aiTUotfindo orridi
serpenti, chiama il feroce stuolo delle sorelle. Perù questa officio è
ben lungi dal bastarle ; a quando a quando essa abbandona i morti regni
per precipitarsi sulla terra, a portarvi lo spavento e il dolore: ila squallida
Tisifone, sortita alla luce dalle tenebre dello Stìge. incrudelisce ;
essa conduce davanti a sé i morbi e la paura, i e ogni giorno più alto
sorgendo, leva T ingordo capo. Altra terribile \ divinità infernale è
quella che Giove manda a Giuturna, la dea delle sorgenti e dei
fìuniij per annunziarle la morte imminente del fratello : « dicesi essere
diu' maledizioni chiamate Dirne, che la orrida Notte generò ad un parto
con la Tartarea Megera, e V avvinse con uguali serpenti, e Fanno di ali
sventolanti. Queste appaiono innanzi al trono di Giove e sulla soglia de!
re tremendo, e incutono spavento ai poveri mortali, se ' talora il
re de^di dèi minaccia morte orribile, e malattie, ed atterrisce •
con guerra cittìi colpevoli. All' apparire dell' orrendo mostro, Giuturna
comprende che la propria potenza di dea è resa ormai inutile, e Turno noti
tt^nta più nemmeno di difendersi dagli assalti di Enea: Tlle membra novus
solvit formidine torpor; Arrectaeque horrore comae, et vox faucibus
haesit. Ma di gran lunga più terribile e spaventosa di tutte è la pestis
aupera Aleelo^ le cui geste occupano buona parte del libro settimo. Essa
am:i y le tristi guerre, le ire, le insidie, i notevoli delitti > ; ed
è tanto orrenda che non soltanto la temono i mortali, ma « tino lo
stesso padre Plutone la odia, fino le sue Tartaree sorelle odiano un tal
mostro: in tanti aspetti si trasmuta, tanto ne è orribile la figura,
tanti serpenti spaventOfsaraente le pullulano intorno ». Il suo genio
malefico non ha contini, e Giunone, che s'è rivolta a lei per far
insorgere il Lazio contro Enea, le enumera con compiacenza tutte le arti
infernali di cui può disporre : ; per scendere « fra le ombre
crudeli », a « soffrirvi i inali estremi? Aveva ben ragione il severo
poeta della Natura : gli uomini, imagìnando una continuazione della vita oltre
la vita, s'erano illusi di risolvere il tormentoso problema della* morte ; ma
non avean lat to che rendere ancora più paurosa quella che è la fine naturale
ed inevitabile di ogni organismo vivente. Se noi ci facciamo a
considerare la catena degli avvenimenti che costituiscono il poema di
Enea, potremo accorgerci facilmente che il libro sesto non ne rappresenta
un anello necessario ; la discesa del condottiero troiano neir inferno non è
per nulla indispensabile allo svolgimento dell' azione, né la fa procedere di
un passo. Anche T episodio dell' amore di Bidone, ad esempio, può sembrare a
tutta prima affatto inutile alla trama del poema; ma esso era invece
indispensabile per dar modo al poeta di esporre in forma drammatica e
succinta, secondo i più savi criteri dell'arte, gli antefatti
dell'azione. Eppure, il libro sesto è per avventura uno dei più belli,
dei più succosi, dei più finiti che la musa virgiliana abbia dettato; e
lo stesso poeta mostrò di esserne pienamente soddisfatto, leggendolo come
saggio e come primizia all'imperatore ed a' suoi famigliari, che
l'ascoltarono ammirati e commossi. Quale intento speciale persuase
.dunque V. ad innestare al suo poema codesto splendido canto dei morti e
dei nascituri ? Furon molte le ipotesi e le interpretazioni avanzate a
tal proposito dai commentatori d'ogni età e d' ogni paese, e noi fra
breve sottoporremo ad esame alcuna di quelle che hanno ancora maggior
sèguito e possono sembrare più fondate. Prima però sarà necessario
esponiamo brevemente V ipotesi nostra, per dimostrare poi, al confronto dì
essa, qujinto abbiano le altre di erroneo o d' incompleto.
IVr quanto la credenza nella vita futura fosse assai antica e
diffusa tra ì Romani, pur tuttavia essa n^n riuscì ad assumere per
codesto popolo - come, in generale, per tutti i popoli antichi - una forma
chiara e ben determinata, se non dopo la vittoria definitiva del
cristianesimo. Prima di questo tempo, le leggende sulla seconda vita
avevano un carattere rtuttuante eii incerto, evi assumevano aspetti speciali di
età in età, da individuo ad indivìduo Da principio i Romani credevano che
nella tomba continuassero a vìvere insieme f anima ed il corpo ; e questa
credenza, rivelataci dalle cerimonie funebri e dalle iscrizioni delle
tombe, persìstette tino a quando tiiron distìnti neir uomo due elementi
opposti, la cui separazione dà luogo alla morte. Sì credette allora che
soprav\ivesse soltanto una parte del corpo, la parte più pura più leggera ed
imuiatMÙale. vale a dire T anima, e che tutte le anime si riunissero
insieme nel cenine dt Ha torni. Fino a questo punto, si ora sempre
creduto che i in rei f'^ssoro buoni e puri ('(#t\N' e ttì-ittcs): ma
dopAohè. per le vicende p.V.ìtìche, si feoero più intimi i IciTìnii che
univano Roma alFEtruria, i R^:!ii:ii v'Miìiluciaroiio a cre^lelv al pari
do^li Etruschi che i morti fosSfr-> oru ìeli, ma!erì/ì, amatiti dol sui::;ie
e delle stragi. Una iscrizione lar'.riu n.va .i::;e più aiì:>ii.\
reo.i qa-.^stt frase significativa « iiìortum E n:*n è a credete
c':ie, a ii.ar.o a man • ciu- ju-.-ste nuove credenze a: : ivi:: ^
r.up^:i-::i Isi. le ai.ti.^he sc^iìuwrissvr^ : per quanto assoluta
Ite mm^^^^T" ' ™i»i"^WHm»wp "n
«inerite con t radei ito ri e, essa con ti mi aro no del pari a vivere le une a
e evinto alle altre, generando non poca incertezza e confasione. Cosi
acL'auto ai mane^* si ebbero le tarme etl ì lemure^\ spiriti malici,
mostruosi, vendicativi, a placare i rtnali si cele])ravui>o, durante le
notti del nove, undici e tredici maggio, speciali «'eriinonie teriebro^^e,
descritteci mi untamente da Ovidio, Si continuò a versare tazza di sangue
tepido e vi* sceri di animali uccìsi sulle tombe dei morti, ci'ede!ido li
amassero, ed a compiere tutte le altre cerimoiue funebri, clje
tlinotavano il persistere delle primitive superstizioni. Si continuò pnre
a cistruire nel centro delle c*tà il mMndiis, oiifrlnato dalla credenza
che le anime dei defunti si I riunissero nel centro della terra. Era esso
una fossa circolare a forma di cielo rovesciato, il cui fondo era
chiuso da una grossa pietra {lapis maj naiis), che si riteneva la porla del
regno sutlerraneo. Questa pietra ve niva tolta tre giorni ogni anno (^H
a^josto, 5 ottobre e 8 novembre) affin* che gli spiriti potessero uscire
ìiberamentie e vagare per la terra ; quindi codesti tre giorni eran
passati in religiosa contemplazione ed era interrotto j qualsiasi affare
importante di fiimiglia e di Stato (:])* Quandi» alla fine co ' minciaroim
a dit!bn Cicerone, come vedemmo, sembra inclinare per la soluzione
platonica, sebbene qualche volta si sottermi con compiacenza sui
dogmi aristocratici di Crisippo; Marco Aurelio è tutto compenetrato dal
concetto materiali-, stico del continuo disciogliersi e trasformarsi degli
elementi, quantunque egli pure accenni talvolta ad una esistenza
posteriore alla morte (5); Epitteto non si mostra meno incerto, ora
parlando con convinzione della vita futura e dell'inferno, ora burlandosi
delle leggende popolari sul Oocito e l'Acheronte. Ma quello che più d' ogni
altro appare incerto e titubante fra le due ipotesi contrarie è, anche in
questo caso, Lucio Anneo Seneca, il cui eclettismo molti tra gli storici della
filosofia ancora si ostinano a negare. Seneca è il più prossimo ai tempi
di V., giacche nacque circa due decenni dopo la morte del poeta ; vai
quindi la pena di esaminare un poco più partitamente quale fosse il
pensiero, ..dato che riusciamo a scuoprirlo) di codesto filosofo intorno
alla immortalità deir anima. Chi, aprendo a caso il libro
Della consolazione a Marcia, s'imbattesse a leggere il capitolo XIX, crederebbe
senza dubbio di aver a che fare con un filosofo rigidamente epicureo.
Ecco infatti con quali esortazioni e con quali ragionamenti Seneca cerca di
consolare la madre del defunto Metilio: E che mai, dunque, ti commove o
Marcia? fc^se che tuo figlio sia morto, o che non sia vissuto più a
lungo? Se ti addolori perchè è morto, avresti dovuto dolerti sempre,
poiché sapevi sempre che doveva morire. Pensa che un morto non è afflitto
da alcun male; clie 171 tutte quelle cose che ci
rendono spaventoso V inforno ^ono una fiaba ; che ai morti non sovrastano
né tenebre, né carcere, ne fiumi ardenti di ' fuoco, né acque d'oblio, né
tribunali e peccatori, né nuovi tiranni in quella libertà tanto larga.
Con tali favole i poeti si burlarono di noi t? ei turbarono l'animo con
vani terrori. La morte é lo svolt^iniento e la fine di tutti 1 dolori,
più in là della quale i nostri mali non vanno: essa ci pone in quella
tranquillità nella quale giacevamo prima di naiàcere. Se alcuno sente
compassione dei morti, la senta pure di chi non e nato. La morte non é né
un bene né un male, poiché può essere ben.' o male soltanto ciò che è qualche
cosa, ma ciò che non é nulla, ed o^'ni cosa riduce al nulla, non può
sottoporci ad alcuna sventura. Intatti 1 mali ed i beni vertono intorno a
qualche materia ; non può essere trattenuto dalla fortuna ciò che venne
rilasciato dalla natura, né pUit es^en^ intolice colui che non è niente.
Tuo figlio valicò i confini dentro i quali V uomo serve ; lo accolse una
profonda ed eterna pace ; egli non è più assalito dalla paura della
povertà, nò dalla cura delle ricchezze, ne dygli eeriiamecjti della
libidine, che prende gli animi all' esca del piacere : non è toccato
dalla invidia della felicità altrui, né oppresso dalla sua ; uè le sue pudiche
orecchie vengono straziate da parole villane; non vede alcuna sventura,
né pubblica né privata; non pende atfannoso dair evento del futuro, che
sempre inclina al peggio. Infine, egli si fermò là dove nulla lo scaccia,
dove nulla lo spaventa». Ma chi volesse da fiuestu brajio eloquente trarre
la conseguenza che Seneca non credeva atTatLo nella vita futura, e
condivideva a tal riguardo le dottrine scettiche di Epicuro, si
ingannerebbe a partito ; basti infatti considerare fiueste parole che,
con uguale calore di convinzione, egli rivolge all'amint Lucilio: «
t'rnne il ventre di nostra madre ci tiene nove mesi, apparei-chìandoci
non a sé ma al luogo nel quale slam dati alla luce, quando siamo
preparati e capaci di trarre il respiro e crescere, cosi per tutti >
il tempo cite corre dalla fanciullezza alla vecchiaia noi siamo come nel
ventre della natura. Altro nascimento, altro stato ci aspetta : noi non
possiamo ancora sofferire il cielo, se non dalla lunga. Tu devi attendere con
sicurezza V ora in cui r anima partirà dal corpo, perocché é l' ultima
del corpo non dell' anima Quel giorno che tu temi come ultimo, è nascita e
comincia* mento di vita perpetua. Abbandona dunque l'errore che ti
opprime, e non dubitare. L'opposizione tra questi due brani è tanto
grande, che maggiore non si potrebbe imaginare: ciò che il primo nega, il
secondo afferma. E questo si può riscontrare ad ogni pie sospinto nelle
opere del tragico e filosofo latino, dalle epistole alle consolazioni,
dalle operette morali alle questioni di natura. Io credo che nessnn
filosofo, da Talete ai nostri giorni, si sia mostrato più titubante e più
indiù semplice colla interpretazione che jj noi abbiali! data. L'
ingtigno paradossale del Warburton si è acconten ttato di accumulare
analogie su analogie, alcune delle quali molto stentate, senza teoer conto delle
cundizioni del tempo e dell' ambiente, e senza nemmeno soffermarsi
davanti ad una obbiezione, che pur doveva r presentargijsi facile alla
mente. 1 misteri erano spettacoli religiosi che si I» compievano
nel più assoluto segreto ; a pochissimi era permesso 1' assi stervi, ed
anche questi pochi dovevano assogettarsi a lunghe prove preK» p:iratorie e
promettere di non rivolar mai nulla di quanto avevano veduto. Ohi avesse osato
violare il se2reto dei sacri misteri era ritenuto empio, e punito
mi piti tremendi castighi. Noi conosciamo già abbastanza la profondità e la
sincerità del sentimento religioso di V., il suo rispetto per i voleri
degli dèi, la sua scrupolosa timidezza nelF obbedire a tutti i più minuti
precetti della religione, per negare reìcisamente che egli avesse pensato a
trasgredirli in modo così palese; e questa obbiezione avrebtie ilovuto avere
tanto maggior valore per il Warhurlon^ in quanto, secondo la sua stessa
interpretazione, V. ha collocato Teseo e Piritoo n^\ più profondo del Tartaro
appunto perchè colpevoli di fòsserei hitrusi nei niislen e di averne violato il
segreto. Se il libro quarto dell' Eneide è uno dei più drammatici
canti dell' amore che la letteratura antica abbia lasciato, il libro sesto,
considerato come Oliera letteraria, è senza dubbio il più bel canto della
morte che sia uscite da fantasia di poeta avanti V immortale visione di Alighieri.
I mistici racconti della Nekya omerica, gli esametri artifìiiosi dì
Apollonio, le pitture esagerate dei^oeti latini della decadenza, non
possono certo competere con la splendida descrizione virgiliana del
viaggio sotterraneo di Enea, Ma il lìt)ro sesto non vuol essere guardato
soltanto sotto il rispetto artistica : come il poeta intese con es6o di
indicare lo stato delle anime nella vita d'oltretomba e di far opera più
di moralista e di credente che di letterato, così si deve giudicarlo innanzi
tutto quale complesso di opinioni e di dottrine, quale opera filosofica e
religiosa. E sotto questo riguardo il suo pregio appare molto minore. Già
gli antichi commentatori avevano osservato che T inferno virgiliano, pur
rivelando la profonda sapienza del poeta, appare molto oscuro, confuso,
non condotto sopra un piano ben detìnito; e Servio ci ricorda che molti
eruditi avevano composto trattati speciali, oggi 'perduti, intesi a
chiarirne le difììcoltà e spiegarne le contraddizioni. La critica moderna
ha i mi wi,m. posto maggiormente in luce questi difetti,
giustificandoli col fatto chf? a V. mancò il tempo di completare e limane
il stio poema. Io non credo che questa sia Y unica causa delle
oscurità e delle contraddizioni che si notano nel libro sesto. Se anche il
poeta avesse avuto la ventura di poter dare l'ultima mano airripera sxhì,
codesto incertezze sarebbero ugualmente esistite, poiché tragtrono origine più
che tutto dalla diversità dei materiali su cui il libro se.sto ì*
costruito. Assai diversamente da Dante — cui la religione offriva un
coniples-so di dogmi precisi, già entrati nel consentimento univei-snle V.
non poteva attingere con sicurezza né alle credenze dei contemporanei, uè
ai dogmi' della religione nazionale: dacché, come vedemmo, le prime enmo
molto incerte, e la seconda, se pur conosceva gli dei dell' inferno,
Orcus, DisPater, Larunda, Mania ecc., non ammetteva in origine una sanzione
oltremondana dell'operare umano. E neppure avrei ibo potuto aflìdarsi
completamente alla descrizione del regno delle ombre, quale si trovava
nel libro undecimo del poema di Ulisse. Troppo primitivo, troppo
semplice, troppo rimoto dal sentimento dei contemporanei eia T inferno
omerico, per poter servire ad un poeta latino dell'ultimo secolo avanti
("risto. Himanevano le rappresentazioni mitiche della vita futuni che
Platone aveva esposto con tanto splendore di forma nel Gorgia, nel Fedro,
nella Ilepubblica e nel Fedone : ma la loro estrema complica'^ione e Je
profonde vedute filosofiche sulle quali erano intessute, obbligavano il
poeta a servirsene con molta cautela e soltanto in parte. V.
si vide quindi costretto a mod(^llare il proprio inferno su tutti questi
elementi di origine e di natura diversa, togliendo dalla religione nazionale
taluna delle antiche divinità sotterranee, dalla Nekya omerica alcuni
episodi e molti personaggi mitoUf^^^iri, e dai dialoghi platonici la
distribuzione generale dell'inferno, il concetto della purìHca/Jone e
della metempsicosi; conformando poi il tutto a quelle idee più generali del
Tartaro, dell'Acheronte e dell'Eliso che il teatro e ìa filosofia greca
avevano rese ormai comuni trft i suoi eoncìttatlini. Dobbìanio ora
meravigliarci se il pensiero del poeta non appare sempre limpido, sempre
coerente a sé stesso, e se la descrizione i^roef^de alquanto dilagata ed
incerta? Codesti difetti erano una conseguenza naturale del modo onde il
libro sesto era composto ; nò V. avrebbe potuto evitarli, per ;!
quanta cura ed attenzione avesse posto nell' unificare quei disparati
materiali. Tuttavia, le incoerenze e le contraddizioni sono più dei
particolari che della disposizione generale, poiché ben definito, corno
i'rn. Ijreve vedremo, era il concetto che dirigeva il poeta nel distribuire i
premi e le pene. L'inferno virgiliano si divide in tre regioni: i!
Tartaro, F Eliso, e una regione che per ora chiameremo intermedia, non
j^er il luogo che essa occupa, ma per la condizione delle anime ivi
raccolte. Esso è posto -i^k?:' nelle viscere della terra, e circondato
nove volte dall' Acheronte o Stige (et novi'es Styx interfasa coèrcet
(13) ), il quale a sua volta si getta nel Cocito (omnem Cocyto eructat
arena. L' Eliso poi è trascorso dal fiume Eridano, e il Tartaro è
circondato dal Piriflegetonte, o semplicemente Flegetonte, fiume di fuoco
: rapidus flainmis ambìt torrentibus amois Tartareus Phlegethon,
torquetqae sonantia saxa. Come si vede, T idrografia dell' inferno
virgiliano, pur ispirandosi a quelle di Omero e di Platone, è assai
diversa da esse e conforme alle idee non molto definite che se ne aveva ai
tempi del poeta. Per Omero il soggiorno dei morti è posto agli estremi confini
del mondo, vale a dire sulla spiaggia occidentale dell'Oceano, il gran fiume
che lambisce tutt"* intorno il disco della terra: fjépt xal veqpéJLig
x8xaX'j|X|iévoi ' où5é zox' aÙTOùg yjéXtoc cfaéOtov xaxaSépxsxat axxiveoffiv,
oOd-' ÒTióx' àv oxsixTÌ^^ '^pòc oùpavòv daxspóevxa, oOy 5x' òtv à;^ i%i y*^*^
*'^' oOpaviO-ev iipoxpduTjxat, dXX' irJ. vOg àXof^ xixaxai fistXorot ^poxorotv;
in quel luogo è la sede del popolo dei Cinimerj, nascosti nel buio e nella
nebbia. Giammai il sole splendente li guarda dall'alto co' suoi raggi, né
quando trascorre pe'l cielo stellato, nò quando si volge dal cielo vei'so la
terra, ma una triste notte circonda sempre questi popoli infelici». Su codeste
spiaggie si alza una rupe smisurata, ai piedi della quale si urtano tra loro,
per gettarsi insieme nell'Acheronte, due fiumi: il Cocito, che è un ramo dello
Stige, e il Piriflegetonte. Il sistema idrografico di Platone è assai più complesso:
al disopra della cavità coperta di nebbie nella quale vivono gli uomini, si
stende una regione di meravigliosa bellezza e splendente di luce purissima; al
di sotto di tale cavità si aprono baratri immensi e laghi e stagni percorsi e
collegati tra loro da quattro fiumi, Y Oceano, l'Acheronte, lo Stige e il
4Mriflege tonte, i quali si gettano con foce distinta in un gran foro che
trapassa da parte a parte la terra, detto il Tartaro, quindi, come per un
sistema di pompe, risalgono alla superficie, formando tre di essi i fiumi
terrestri, e il quarto, il Flegetonte, le correnti di lava. V., staccandosi da
Omero e da Platone, ha collocato l'apertura dei regni infernali nelle grotte
del lago d'Averne, in Campania; e conciò ha voluto seguire una credenza assai
antica e diffusa tra i popoli italici, credenza che originatasi dai fenomeni
vulcanici frequenti in codesto paese. persistette lìuo oltre il «luarto secolo
deirèra vol^^are. In fondo a codeste grotte è il vestibolo di-ir inferno,
difeso da vari mostri mitologici, quali le Seille, le Gorgoni, le Arpie, i
Centauri ecc., e da altri mostri tulti alla tragedia, i (inali non sono se non
allegorie o fantasmi dei mali che precodoiio o segnouo la morte: la vecchiezza,
la fatica, la povertà, le malattie, i piaceri illeciti^ hi guerra, la
discordia, lo spavento e il pianto, Nel mezzo del vestibolo stende i suoi rami
e le annose braccia un olmo smisurato, al quale s'attaccano i vani sogni. Oltre
la soglia s'apre la vìa che conduce al varco d'Acheronte, sulla cui sponda s'
accalcano, numerose come le fo«jflìe che cadono d'autunno, le anime dei
defunti: u madri e sposi, e salme di magnanimi croi, che hanno compiuta la loro
vita: faneinlll, vergini innuptae e giovani posti sui roglii sotto gli occhi
dei padri ». Nocchiero è il mitìi'o Caronte, ancora sconosciuto ad Omero, ma
che più tardi divenne assai popolare in Grecia, in Etruria (il C/'Oriui dei
sarcolaghi etruschi), e quindi in tutta Italia. V. ce Io rappresenta come un
vecchio orribilmente squallido, seti cruda rirùfìsque senectus, dalla liarba
foltn, bianca ed irsut^ì, coperto da un lurido manto annoi lato sulle spalle.
Egli accoglie nella su;t nera barca, per trasportarli nlT ultra riva soltanto
coloro che ebbero sepoltura, respingendo irosumente coi remo le anime degli
insepolti^ che devono attendere cent" anni prima dì essere accolte.
Dall'altra parte dello Stige comincia il vero inferno, che si divide» come
sopra vedemmo, in tre distinte regioni; su codesta spiaggia, tutta fangosa e
coperta di canne, sta sdraiato un altro mostro mitologico, figlio di Tifaone ed
Echidna: Cerbero, il cane dalle tre teste e dalla coda di drago, che fa
rintronare co' suoi latrati il baratro infernale. La prima delle tre regioni
che s'incontra appena varcato io Stige è quella che denominammo intermedia, e
che ora possiamo chiamare sen* se* altro il limbo, su! principio del quale
Minosse giudica le anime dei defunti, determinando a ciascuna il luogo di ^,spia/jone.
K qui ci si rivela sùbito r Intento che mosse V. a descrivere la vita d'oltre
sepolcro; egli si atlretta ad avvertire che in codesta seconda vita i dolori e
le gioie non sontJ distribuite a caso, ma secondo un rigoroso criterio di
giustizia: .rossima allo Htige, é occupata dai bamlnni « cui T immatura moi-te
staccr> dal seno della madre e dalia dolce vita», da quelli che furono
ingiustamente condannati [ler talso delitto e dai suicidi. La seconda è tutta
contornata e nascosta da una folta siepe di mirtfj, e si chiama CamiJO delle
Lacrime, nel quale s'aggirano silenziosamente *H|uelU »,).l py l . l l^.. che
un amore infelice con cruda morte consunse; gli affanni non li abbandonano
nella stessa morte ». Fra costoro, oltre a molti personaggi mitologici, il
nostro poeta ci mostra anche T infelice regina di Cartagine, che davanti alle
lacrime di Enea rimane « più insensibile della dura selce o di un Marpesio
macigno». Nell'ultima parte hanno loro sede guerrieri famosi, che palleggiano
ancora le armi e salgono sui carri di battaglia: Enea vi scorge le ombre dei
compagni morti in difesa della patria, dei Greci uccisi sotto le mura di Troia,
e infine lo straziato simulacro di Deifobo, il cui episodio è assai più
commovente di quello di Elpenore descritto da Omero (21). Tutte queste ànime
che V. ha radunate nella prima parte del suo inferno, non sono sottoposte a
pena alcuna; tuttavia esse traggono una esistenza supremamente lugubre e
monotona in codeste tristi abitazioni, prive di sole e di luce. Donde ha tolto
V. codesto suo concetto di una regione intermedia fra il Tartaro e l'Eliso, tra
l'inferno e 1 beati regni? •Questa è la domanda che si son sempre posta dinanzi
i commentatori, senza che alcuno sia mai riuscito a darle una risposta
soddisfacente. Delle ipotesi ne furono avanzate molte. Il Warburton, ad
esempio, afferma che Virgiho non ha inteso descrivere se non la prima parte dei
misteri di Eleusi, nella quale si facevano appunto comparire le anime dei
neonati; ma noi vedemmo già quale valore possa ragionevolmente attribuirsi a
codesta interpretazione. Boissier crede invece che il poeta siasi ispirato a
quella frase della descrizione platonica dell'inferno: t Di coloro che appena
nati morirono, o vissero sol breve tempo, altre cose ne riferì, che ora non è il
caso di ricordare» (t>2): ma a noi sembra molto dubbio il vedere in codesto
rapido e breve accenno l’origine del complesso limbo virgiliano. Ad ogni modo,
la questione è di tanta importanza teologica e storica che merita di essere
attentamente considerata. Com'è noto, i teologi cattolici designano colla
parola « limbo » la prima parte del regno d' oltretomba, nella quale hanno sede
le anime di quei defunti che sono escluse dalle }?ioie del cielo senza essere
condannate ai tormenti dell' inferno; esso si divide in limbus Patram nel quale
si trovano i giusti pagani, e in ligiìlìits inlanihon nel (juale sono posti i
fiinciuUi morti senza aver ricevuto il battesimo. Quanto al limbo dantesco,
anch'esso è popolato d'2/ifanti. dì Icmttìine ^ ài n'n\ e posto sul lembo
superiore (il prww cerchio che raffisso ci^//ìc) di queirimmenso imbuto
costituito da nove cerchi digradanti e man mano restringentisi fino al centro
della terra, che è Tinlerno di Dante (li\). Ora ^'li storici delle religioni -
non certo i teologi cattolici - sono o^^gimai concordi nel ritenere che la
prima idea del limbo cristiano sia derivaUi appunto da codesta rej:ione
intermedia dell'inferno ili V.: poiciiè c»^sì la parola limbo come il luogo che
essa designa, non solo non si trovano mai accennati da nessuno degli altri
scrittori pagani, ma nemm»'no dai Padri dei primi secoli della Chiesa. ÌFino ad
AQUINO il soggiorno dei morti non si concepiva che diviso in luogo di
dannazione e luogo di premio, e la voce latina limbus è adoperata per
significare la parte estrema o l’orlo di un vestimento, o il lato esteriore più
vicino air estremità di un cerchio o di qualsiasi figura rotonda. Quindi non si
trova alcun accenno al limbo né nella sacra scrittura né nei libri delle
sentenze di Lombardo; e la discesa di Cristo a quello che fu poi il limbo si
esprime colle parole generiche descendit ad in/eros. Lo stesso Agostino non
pone ancora gradazione alcuna fra la felicità e la dannazione, quindi insegna
che i fanciulli morti senza battesimo non solo sono privati della gloria
celeste, ma anche condannati eternamente, benché sottomessi a minori tormenti:
damnatio mitissima et tolerabilior (24). Per poter risolvere in modo definitivo
la questione dell'origine del limbo virgiliano, noi crediamo si debl)a anzi
tutto separarla in due questioni distinte; e cioè, da chi sia stato tratto il
nostro poeta a collocare suir orlo dell' inferno le anime dei fanciulli, degli
innocenti condannati, dei suicidi, delle donne morte per amore e dei guerrieri
uccisi in battaglia; quale criterio affatto nuovo nella storia delle religioni
antiche r abbia indotto a privare codeste anime cosi dei supplizi del Tartaro
come delle gioie dell' Eliso. Riguardo al primo problema, un esame attento
dell' inferno omerico ci ha fermamente convinti che la collocazione del limbo
virgiliano trae origine da Omero. Quando Ulisse, disceso sulle spiaggie
desolate dei Cimmerj, vuol far apparire davanti a sé le ombre dei defunti,
scava una larga fossa vicino alla rupe ai cui piedi s' inabissano il Cocito e
il Flegetonte ; quindi riempie la fossa di miele di acqua di vino e di farina,
chiamando ad alta voce le anime dei trapassati. Non appena ha terminata la sua
invocazione, « ecco sorgere dall' Èrebo le pallide ombre dei morti : vùp,(pat
x' Y](^so( X8 TcoXóxXTjTof X8 Y^povxs^ iiapd-evtxaC x' àxaXal veoirevd'éa
d-up-òv Ixouoat, 'izoXXoi 8' oòxòt'isvot '/jxX%i\pZQ\.'^ éyX^^TÌ^^^» fivSpe^
àpTjfcpaxot ps^poxcoiiéva xetixe' lyio^'^^Z' oli nokXoi TCSpl '^ò^po^
àcpo(xft)v àXXoO«v 9X\oz V807i80tig lax^' ip-i 8è yiXmpò^ déog ijpetv. Queste
anime che si presentano prime ad Ulisse, sono duncpie a un dipresso le stesse
che si presentano ad Enea appena entrato nel vero inferno, vale a dire le
stesse che popolano il limbo virgiliano : « giovanette appena maritate, giovani
non ancora ammogliati, vecchi che molto hanno sofferto, vergini ancora acerbe
che hanno nell'animo una sciagura recente (d'amore), e molti guerrieri feriti
dalle bronzee lance e uccisi in battaglia colle armi ancora insanguinate».
Omero, com'è noto, non fa distinzione alcuna nel suo inferno tra luogo di
castigo e luogo di premio; le anime dei morti vi si aggirano tutte alla
rinfusa, tutte ugualmente addolorate della loro condizione e rimpiangenti la
vita: « Non cercare di consolarmi della morte, o glorioso Ulisse - esclama
Achille; - io amerei piuttosto servire qualche contadino povero e con scarso
alimento, che regnare su tutti quanti i trapassati. Tuttavia, se le prime ombre
che compaiono ad Ulisse sono appunto quelle dei fanciulli e delle fanciulle,
delle donne morte per amore, dei guerrieri uccisi in battaglia, non è forse
naturale il supporre che esse abbiano la loro sede vicino alla porta delF
Èrebo, vale a dire sul lembo dell'inferno? Ma la questione del luogo non ha,
alla fin fine, che una importanza relativa. Omero non fa parola della
condizione di codeste anime, mentre V. ha immaginato per esse una maniera
speciale dell'esistenza d'oltretomba; è qui che si manifesta l'originalità del
pensiero di V., ed è qui che si appalesa tutta l'estensione del suo intento
morale e politico, col quale soltanto può risolversi la dibattuta questione.
Molti critici e commentatori hanno acerbamente rimproverato il poeta latino per
aver escluso dalle gioie dell'Eliso tutte codeste anime, le quali, per cause
nobilissime indipendenti dalla loro volontà, s'erano divelto anzi tempo dal
corpo: « che cosa si può immaginare di più ributtante e di più scandaloso ~
esclama con enfasi Bayle - del castigo cui sono sottoposte codeste piccole
creature che non hanno ancora commesso alcun peccato, e della pena di coloro la
cui innocenza fu oppressa sotto la calunnia? Ma questi rimproveri sono
ingiustificati, e traggono origine dall'ignoranza dell'altissimo fine sociale
che animava il poeta. La condizione dei fanciulli e, in generale, dei figli di
famiglia, era lungi dall' essere felice presso il popolo romano, perchè in
nessun altro paese del mondo la patria pòtestas era così assoluta e spinta alle
sue estreme conseguenze come in Roma: a nulli alti sunt hmnines - confessa lo
stesso Gaio - qui talem in filios sioos habe^it potestatem qualem nos liabemus.
La legge concedeva al padre un potere assoluto di disposizione sopra i suoi
figli, potere che non cessava se non colla morte; egli era autorizzato ad
esporli, a venderli e persino ad ucciderli. La pratica crudele e snaturata di
esporre i fanciulli era assai diffusa tra i Romani, ed aveva grandemente
affievolito nel loro animo i sentimenti della natura e della morale; si
esponevano gli aborti, i bambini malaticci e quelli nati in un giorno di pubblica
sventura {dies ater). Cosi Svetonio ci ricorda che furono esposti tutti i
fanciulli nati nel giorno della morte di Germanico. Quanto al vendere i propri
figli, Diocleziano fu il primo a proibirlo con apposita legge ; e dobbiamo poi
venire fino agli imperatori cristiani per veder trattata di parricidium Y
uccisione d' un figlio. V. non poteva non commuoversi davanti a codesta triste
condizione di cose, non poteva non preoccuparsi dell'onta o del danno che ne
derivava alla Pi^^^'1 patria. Pensò quindi che nulla sarebbe stato più efficace
a ravvivare i ?^ enti menti e gli istinti naturali dei genitori, a spingt^rli
ad aver cura dei tigli, del mostrar loro che i fanciulli morti in tenera età
non vanno al Tartaro — che il suo animo giusto e mite non V avrebbe consentito
— ma nemmeno all' Elìso, come potevano su^rgerirgli il suo cuore e la credenza
comune, bensì in un luogo intermedio di et». In tiuutìlo oiFioio che a
Radamante attribuisce il poeta, si appalesa ancora una volta il fine che lo
indusse a descrivere la vita futura; il qual fine si rivela pure nella qualità
dei malvagi che ivi sono sottoposti ai più tremendi castighi. Ed infatti, non è
stato sufficientemente posto in luce come tutte le colpe pujiite nel Tartaro,
sono quelle che si riferiscono al vivere sociale, ed erano più particolarmente
proprie della società romana. I dannati che V. pone neir abisso infernale si
possono dividere - a nostro giudizio - in sette categorie. La prima è
costituita dagli atei, da tutti coloro che furono irrivrrenti o ribelli agli
dèi, sia assaltando V Olimpo, sia arrogandosi onori divini, sia imitando le
folgori di Giove. Questi sono tutti eroi mitologici, che il poeta latino ha
tolto in gran parte dair epico greco, come pure ha imitato da Omero i supplizi
a cui codesti rei sono sottoposti (^i^t). Appartengono alla seconda tutti
coloro i cui delitti, pur essendo dannosi alla morale e alla società, non
cadono sotto la diretta sanzione delle leggi umane: perciò il poeta ha voluto
mostrare che tutti quegli sciagurati che in vita odiarono i loro fratelli, o
maltrattarono i propri genitori, o ordirono frodi ai clienti, o godettero
egoisticamente delle ricchezze accumulate, senza farne parte ai legittimi
eredi, e di questi colpevoli maxima turba est, se in vita non possono essere puniti
dagli Uomini, ricevono però dopo morti il giusto castigo dagli dèi. La terza,
p**r contro, e composta da coloro che furono condannati a morte per adutteiio:
ponendoli nel profondo del Tartaro, V. ha inteso ammonire che codesto crìmine,
anche se punito colla più terribile delle pene umane, non sfugge per questo al
massimo dei castighi divini. Viene quindi la categoria di coloro che non ebbero
vergogna di tradire la fede giurata ai loro padroni, o che suscitarono guerre
scellerate e fratricide. Il ricordo delle guerre civili appena sopite doveva
presentare assai numerosa la loro schiera agli occhi del poeta; il quale,
accennando in altra parte dell'Eneide al regno di Plutone, mostra infatti tra
essi CatUina t appiccato ad un rovinoso macigno, tutto tremante all' aspetto
delle Furie » (34). Ai traditori seguono gli empi, tra i quali è Teseo,
condannato a rimanere eternamente assiso, e Flegia, che grida senza posa ai
peccatori che lo circondano: Dibcite justitiain moniti, et non temnere Divos.
Questo ammonimento di Flegia, che provocava i frizzi mordaci di quello spirito
bizzarro che fu Scarron /35), costituisce un' altra delle dif* fieoltà che i
commentatori non hanno mai saputo risolvere: non è perfettamente inutile e fuor
di luogo — osservano essi — il gridnre che imparino la giustizia e il rispetto
verso gli dèi ad infelici che non possono più sperare perdono ? Ma quando si
voglia riconoscere il Hne che indusse il poeta a descrivere la vita d'
oltretomba, si comprenderà lo scopo di codesto ammonimento, che è rivolto ai
cittadini romani non ai dannati senza scampo. Fanno parte della sesta categoria
quelli che vendettero la patria a prezzo d' oro, sottoponendola ad una odiosa
tirannide, e quei magistrati e dominatori che trasgredirono alle leggi da essi
medesimi pubblicate. L' ultima è costituita dagli incestuosi. L'Eliso è una
vasta e ridente regione, trascorsa da due llumì, T Eridano e il Lete, e tutta a
boschetti, valli, colline e verdi praterie; ha costellazioni proprie, un
proprio sole che la illumina di purpurea luce e ditìfonde un più spirabil aere
(largior aetlier) per quelle liete cam])agne. Come nel Tartaro sono puniti i
delitti che più nuociono al vivere sociale, cosi neir Eliso ricevono il premio
adeguato quelli che con la loro virtù recarono maggior vantaggio alla patria e
alla società. Già Y oratore arpinate aveva detto nel suo sogno Sogno di
Scipione^ che « a tutti coloro i quali avranno conservata, aiutata e
accresciuta la patria è riservato un posto nel cielo, dove essi trascorrono una
esistenza beata ed eterna; perchè nessuna delle cose terrene è più accetta a
Colui che governa tutto il mondo, di quei consigli e compagnie di uomini
ragionevolmente raccolti, che si chiamano nazioni; per la qual cosa i rettori e
dìfensari di esse, dopo morti ritornano in cielo » (36). Ed infatti V. ha
riunito nelle beatas secles gli antichi legislatori, i fondatori di città,
quelli che soffersero ferite combattendo in difesa della patria, i sacerdoti
die sei)pero conservarsi casti, coloro che scopersero e insegnarono agli uomini
l-ll'lp" I le arti e le industrie, i poeti che cantarono la religione, la
patria, la I virtù, e quelli che beneficarono in qualsiasi modo i propri
simili, ren P; dendosi degni per tal modo della loro riconoscenza. Essi non
hanno una !* sede fissa neir Eliso, ma s' aggirano per valli e per riviere,
raggruppan 'r' dosi secondo le proprie inclinazioni, e - conforme alla credenza
degli antichi - dilettandosi di quelle cose stesse che avevano maggiormente i
amate in vita. Così i poeti si riuniscono a banchettare sull'erba, cantando •;
inni giocondi di vittoria; i guerrieri trascorrono invece il loro tempo tm f, i
carri, le armi ed i cavalli, poiché qiiae gratia curruum Armorumque fuit vivis,
quae cura nitentes Pascere equos^ eadeiu sequitur tellure repostos. E qui
finisce il vero e proprio inferno, V inferno tradizionale colle sue gioie e i
suoi tormenti, con la sua separazione di puniti e di premiati, con i suoi
mostri mitologici, co' suoi personaggi leggendari. Ora incomincia invece
l'inferno filosofico, che non solo è affatto diverso dal primo, ma che col
primo è in assoluta contraddizione. Fino ad ora noi siamo riusciti a
rischiarare tutte le oscurità che rendevano difficile la lettura di questo
canto, richiamandoci costantemente al palese intento morale che aveva guidato
il poeti nell'opera sua; ma giunti a questo punto dobbiamo confessare che
nessuno sforzo di critica sagace varrebbe a togliere lo stridente dissidio che
esiste tra la prima e la seconda parte del libro sesto, perchè esso deriva
appunto da quella disparatezza di fonti cui più sopra abbiamo accennato. E infatti,
due inferni distinti vi hanno nel libro sesto : il primo, che il poeta fa
percorrere da Enea, è costruito per la maggior parte sulle leggende popolari di
Roma; il secondo, descritto da Anchise ad Enea, è tolto interamente dalle
fantasie filosofiche degli Orfici, di Pitagora e di Platone, ed ha per
fondamento le dottrine dell' anima del mondo, della purificazione e della
metempsicosi. In questo secondo inferno le condizioni delle anime sono ben
diverse dal primo : dopoché r anima umana che, come vedemmo, è costituita dalla
medesima essenza eterea dell' anima del mondo e della divinità — s'è separata
dal pesante involucro che la imprigionava, essa deve purgarsi di tutte le
macchie e le corporee lordure (corpot^eae pestes) contratte nel suo lungo
connubio colla materia terrena. La purgazione può avvenire in diversi modi, a
seconda della maggiore e minore profondità di codeste macchie, vale a dire
secondo che codeste anime furono più o meno asservite alle cupidigie e ai
piaceri del corpo. Alcune di esse vanno errando qua e là in balia dei venti,
altre sono immerse nell' acqua, altre purificate col fuoco : r ^r l'il io %m
*exercentur poenk, vctenimque malortim Supplicia expedunt. Aliae panduEitur
jnaties Suspcnsae ad ventos: alìis mh piTfìk vasto Infectum eluitur scelus, ani
exiiritur igni: Qiiisque suos patimur manes. Fin qui T imitazione platonica è
evidentissima, nò occorre ci ter* miamo a dimostrarlo, poiché tutte queste
dottrint^ si possono trovare largamente esposte nel Fedone nella Repubblica e
nel Timeo . Riguardo poi al quisque suos patimur 7nanes, ì commentatori non
sono per anco riusciti a mettersi d' accordo. Alcuni, come Ladewig, considerano
i nianes come spìriti usciti dal corpo, ancora tutti impressi dei vt^stigi
ilella materia e quindi soggetti alle prove dolorose delle catarsi ^18j ; altri
intendono per manes le Furie o gli altri minori dèi infernali, esecutori delle
sentenze pronunziate da Minosse, altri infine i maligni fantasmi dei defunti,
che sotto la guida della terribile dea Mania tormentano le anime. Noi crediamo
invece che con codesta frase il nostro poeta abbia inteso alludere al genio o
demone particolare, che, secondo la dottrina platonica, ci accompagna durante
tutta la vita quale testimonio delle nostre opere, e durante la morte quale
ministro dei castighi divini (39). Quando adunque, dopo un lun^^o volger dì
amil, le anime si sono lavate dalla macchia congenita fconcretam labem) ed è
riUiveJmto puro il sentimento celeste e la scintilla del semplice fuoco divino
(aethermm sensum atqice aurai Simplicio ignem), dio le chiama tutte intorno a
sé, perchè tornino ad informare nuovi corpi. Prima però esse sono costrette a
bere una certa quantità di acqua del fiume Lete, affine di perdere ogni ricordo
della vita passata ed aver va)=rhej!;za di ritornare sulla terra. Il fiume Lete
scorre in una parte remota dell' Eliso, lungo una stretta valle (reducta valle)
coperta di boschi silenziosi : sulle sponde di esso Enea scorge infatti una
grande moltitudine di popoli e di genti, che diffondono tutt' intorno un lieve
ronzio t come nei prati, ove le api nei giorni sereni deir estate posano su
vari fiori e s' aggirano intorno ai candidi gigli w. Secondo i miti esposti dal
filosofo ateniese neUa visione d' Er di l'ampilla, le anime purificate, prima
di bere IVac^na del Lete, dovevano presentarsi dinanzi a Lachesi, una delle tre
Moire, figlia della Necessità, la quale gettava loro dinanzi le sorti delle
anime e ogni fatta modelli di vita. Ciascuna poteva scegliere a suo talento
quella che più le piacesse; cosi r ignoto soldato di Pampilia viena duri
cent'anni, avvegnaché questa sia la misura della vita umana affinchè scontino
decupla la pena del lor peccato. V. ha seguito anche in questo il filosofo
greco: egli infatti stabilisce cosi la durata della vita oltremondana: Has
oinnes, ubi mille rotam volvere per annos, Lethaeiitn ad fluvium deus evocat
agmine magno : Scilicet immemores, supera ut convexa revisant Rupsus, et
incipiant in corpora velie reverti. Però non deve intendersi, come fanno i più,
che tutte le anime siano assogettate a questo lungo periodo di purgazione ;
secondo la dottrina platonica, qui seguita da V., alcune di esse, quelle cioè
che uscirono dalla terra incontaminate e pure, senza nulla trar seco delle
nequizie del corpo, sono inviate senz'altro aéreis in canipis latis delr Eliso,
ove rimangono poi eternamente. Questo ci sembra il vero e l’unico senso delle
parole di Anchise: per amplum Mittiuiur Elysium, et pauci laeta arva tenemus;
mediante questa interpretazione, che si ricollega strettamente alle dottrine
ascetiche esposte qui ed altrove dal poeta, e da esse logicamente deriva, si
risolve una delle maggiori difficoltà dell' inferno filosofico di V.. E
infatti, se tutte indistintamente le anime fossero assoggettate ud un periodo
millenare di purgazione, come potrebbesi spiegare la presenza di Anchise, morto
da poco tempo, nelle sedi dei beati? Ed ora che conosciamo il sistema della
vita futura esposto nella seconda parte del libro sesto, ci riuscirà facile il
comprendere quanto esso sia diverso dall'altro esposto nella prima. In quello
le ombre dei morti sono traghettate nell'inferno da Caronte, giudicate da
Minosse e assegnate paa-te al Limbo, parte all'Eliso, parte al Tartaro, ove ad
ogni delitto corrisponde una pena proporzionata; in questo non esistono né
regni sotterranei, uè fiumi, né nocchieri, uè giudicij né separazioni di
colpevoli maggiori o minori, ma tutte le anime vengono divise in pure ed
impure, e le prime sono inviate al cielo le seconde purgate tielì'aria, neir
acqua o nel fuoco. Nel primo le anima conservano integro il ricordo della loro
esistenza terrena, con tutti gli affetti e gli odi, i sentimenti e le passioni
che le avevano agitate in vita; nel secondo esse non i^einbrano avere né il
ricordo dell' esistenza passata, né il presentimento delr esistenza futura, e
sfilano indifferenti e silenziose dinanzi ad Enea, senza nemmeno mostrare di
riconoscere il capostipilo della loro schiatta. Neir inferno tradizionale Y
espiazione è eterna, né potrà mai cessare per quanto sia grande il castigo e
sincero il pentimento ; in quello iilosoHcu la purificazione dura per tutte le
anime indistintamente nulle anni, trascorsi i quali esse sono pure e
ricominciano una novella esistenza. Quindi mentre nel primo é posta
l'immortalità deiranijna, nel secondo è negata: poiché ivi non si tratta più di
una medesima esistenza che si prolunga eternamente al di là del sepolcro, ma di
una serie di esistenze nuove e distinte, che ricominciano ogni volta da capo.
Avrebbe dun(iue^ potuto il nostro poeta togliere queste stridenti
contraddizioni? Dissimularle foi^e, ma farle scomparire del tutto no, per
quanta cura, jn^r i[uanta arte, per quanto studio vi avesse posto. Esse sono,
lo ripetiamo, una conseguenza necessaria del modo onde il libro sesto è stato
composto, e si trovavano nelle credenze medesime dei contemporanei. 1 ijuali
dovevano meravigliarsene assai meno di noi, perché ciascuno poteva scoprirle
nel fondo stesso della propria coscienza. Siamo giunti così alla fine del
viaggio sotterraneo di Enea e della sibilla. Le ombre dei futuri eroi di Roma
^mo passate silenziosamente davanti al figlio d'Anchise, ultima fra tutte T
omlira dolorosa del giovine Marcello. Più nulla ormai rimane da vedere o da
conoscere al principe troiano, quindi i due solitari pellegrini s’avviano per
torniire supemun ad lumen. Due sono le porte dalle quali si può uscire dal
soggiorno dvi defunti: una é tutta di corno, l'altra di candido avorio. Dalla
prinia sortono le ombre veritiere, dalla seconda i sstgni tailaci che ingannano
i mortali ; Enea e la sibilla escono per quet' ultima. Sunt geminae Sommi
portae; quiirnm ultera fertur Cornea, qua veris facilis datar e\itus iiiuiirìs;
Altera candenti perfecta nitens elciilianto; Sed falsa ad coelum mittunt
insoiniiKi nianes. His ubi tum natum Anchìses una'iuc Sil;yl1am Prosequitur
dictis, portaque emittìt ebiirniu Perchè V. ha fatto uscire il suo eroe dalla
porta d'avorio? Forse per slgniticare che ciò che Enea aveva creduto di vedere
non era che un vano sogno, e che quindi tutto quello che è narrato in questo
libro è una pura finzione ? La maggior parte dei commentatori - quando non
preferiscono tacere, come fanno il Ladewig, il Rota, l'Arcangeli, ecc. -
accettano questa seconda interpretazione, giustificandola con argomenti più
meno ingegnosi. Servio, ad esempio, che è sempre fisso nel suo concetto della
grande sapienza di V., commenta cosi questi versi: Phùiologia vero hoc loco
habet. Per portani comeam oculi s igni ficantar, qui et cornei sunt coloris, et
duriores coeteris membris : nani frigus non aentiunt : sicut etiam Cicei^o
dicit in libris de natura deorum. Per eburneam vero portum os signifhatur a
dentibus. Et scimics quia quae loquimur, falsa esse possunt : ea vero quae
videmxis, sine dubio vera sunt. Ideo Aeneas per eburneam emittitur portam.
Warburton, naturalmente, ritrova in questi versi una nuova conferma alla sua
interpretazione favorita, asserendo che « con la prima porta d' avorio V. vuol
esprimere la realtà di una nuova vita futura, e con la seconda le
rappresentazioni enigmatiche che se ne faceva negli spettacoli dei misteri :
cosicché le visioni che ebbe Enea erano fallaci non in quanto fosse falso il
dogma della vita futura, ma perchè ciò che egli vide non avvenne realmente
negli inferni, bensì nel tempio di Cerere» Rue, nel suo diligente commento,
afferma senza tanti preamì)oli che « cuin igitur Virgilius Aeneam eburnea porta
emittit, indicai profecto, quidquid a se de ilio inf'eriorum aditu dictum est^
in fabulis esse numerandum » . Noi non possiamo ammettere che tale sia
realmente il significato riposto di questi ultimi versi. V. era troppo grande
artista per chiudere in un modo così meschino il canto più splendido del suo
poema immortale. Ma oltre che poeta sommo, V. era anche un credente sincero, un
caldo patriota, un buon cittadino : questa ci sembra la conclusione più sicura
di tutto il nostro studio. Egli non credeva soltanto alla realtà di una vita
oltremondana di premio o di castigo, ma voleva anche che codesta credenza fosse
condivisa dai suoi contemporanei, perchè aveva compreso la grande efficacia
morale che poteva esercitare su di loro. Il libro sesto è insieme T espressione
e il prodotto di questi suoi convincimenti. Quindi le due porte d'uscita
vogliono essere riguardate come un semplice ornamento poetico, suggeritogli,
qui come altrove, da una diftusissima tradizione mitologica, contenuta già in
questi vei*si di Omero, che ha quasi letteralmente tradotti: fio'.al Y^P
"f® TtùXai àjisvrjvc5v eIoIv dvefpcav. ai [lèv Y^p xspdeoot xexsóxaxat, al
S'èXé^avxu x(5v 0^ [lèv x' 6X0-0)0. 5la :ip'.oxoO èXé^avxog, im ot il 5tà
^laì^ì* xtpawv iX*(i>3*. ìHpat^t, Terminata cosi la nostra lunga ricerca,
crerìiamo affatto inutile rlafìSurnerne i resultati generali, per stabilire a
quale delle scuoio che allora fiorivano nel mondo romano il nostro poeta siasi
maggiormente accostato. Più volte abbiamo avuto ocrasiorte di accennarlo,
specie in tiuesl' uUiuia parte dell'opera; né il lettore che ci abbia seguito
pazientemente fin qui ha desiderio di sentirlo ripetere. Quindi, anziché dilungarci
in un inutìltì e pedestre lavoro di riassunto, stimi amo miglior cosa chiarire
le ultime difficoltà che potessero esser rimaste nella mente dei lettori,
richiamando a tal uopo i punti più importanti della ricerca. Distrutta da prima
la secolare e diftusissima credenx.a che faceva di V. un timido seguace della
scuola epicurea, noi dimostrammo poscia com' egli si ricolleghi invece a q^4|^
corrente mistica e teologica^ che nella storia del [^easieru fìlosolico
sì^Mtrappone direttamente alla corrente scientìfica e positiva rappresentata
dall’ORTO. E come ai tempi del nostro poeta era lo stoicismo che raccoglieva
sotto le sue insegne gli spiriti più bisognosi di appoggiarsi al
sovrauJiaturale. più ligi al passato, più iedeli alle tradizioni religiose,
cosi le dottrine tilosofìche di V. sono tutte improntate air antica sapienza
del Portico. Ma lo stoicismo romano era ben diverso dal primitivo stoicismo
greco. Emigrando da Atene a Roma, le dottrine di Zenone e di Cleante s erano
protondameiUe trasformate sotto f intìusso del nuovo ambiente e dei nuovi
bisogni spirituali che s' andavano via via maturando nel seno della società
romana. Non il materialismo panteistico dei primi stoici/ non il loro rigido
determinismo, non le loro astrusità dialettiche, si bene i dogmi
spiritualistici ed ascetici del grande filosofo ateniese potevano corrispondere
ad un clima storico, nel quale già lampeggiavano i primi bagliori di quella
profonda rivoluzione delie coscienze che fu il cristianesimo. Ed infatti la
storia della fìlosotia romana è caratterizzata da un sempre maggiore
sovrapporsi del pensiero platonico sul tronco delle dottrine del PORTICO, che
timido ancora in Posidonio e in Panezio diventa poi evidentissimo in Seneca, in
Epitteto, in ANTONINO. V., di poco anteriore a Seneca e vissuta quando era
ancor viva nel mondo romano V ammirazione per ì libri di Parje:vrapparsi cosi
completamente all'antica religione romana, da cancellare quei caratteri
particolari, che le derivavano dalla natura stessa dei popoli onde aveva avuto
l'origine. E codesti caratteri sono ancora più manifesti in V., spirito
essenzialmente romano, educato e vissuto nelle gloriose memorie del passato, al
culto delle quali voleva anche ricondurre i suoi concittadini. Sembrerà per
avventura a taluni che noi abbiamo esagerato non poco neir attribuire a V. una
fede sincera ed oggettiva in quei presagi divini, in quei miti ingenui, in
quelle divinità chimeriche, in quelle apparizioni notturne di defunti, che
hanno tanta parte nei poemi virgiliani. «Il macchinario mitologico dell'Eneide,
ci osserva Negri, è cosi artifizioso e così voluto, che mi pare proprio
impossibile il vedervi l' esposizione di una fede vera. Manzoni sì negli Inni
sacri C~ crede davvero a quello che dice, V. mi pare un credente in man canza
di meglio. E il meglio non doveva spuntare se non quel giorno in nix Y uomo
cominciasse a comprendere che la spiegazione della natura non sta nel
sovrannaturale, ma, bensì, nella natura stessa, e sapesse dare a tale idea uno
svolgimento razionale; cosa che Epicuro, il quale ne aveva avuto il
presentimento, non poteva fare, e che non divenne possibile se non quando si
abbandonò il concetto geo e antropocentrico dell' universo. A questa obbiezione
noi abbiamo già risposto, laddove dimostrammo i come V. fosse uno spirito
essenzialmente, profondamente religioso, e come le prime impressioni della sua
giovinezza, Y educazione ricevuta, la vita trascorsa fra le ingenue popolazioni
dei campi, le quali conservavano integro il patrimonio dell' antica religione,
tutto insomma dovesse contribuire a fare di lui un credente sincero nei miti
del paganesimo. La nostra coscienza di uomini moderni, educata al metodo severo
della critica, resa scettica da venti secoli di vittorie scientifiche, si
ribella a credere che codeste favole, sempre assurde e spesso immorali,
potessero acCDj4liei*e anche per un istante il consenso dei più. Ma noi
dobbiamo astrarre da ogni sentimento nostro per trasportarci col pensiero a
codeste ct:*i di profonda ignoranza, quando la scienza, ristretta a poche
verità malcerte, doveva abbandonare una parte immensa dell' inesplorata natura
ailMmpero di potenze sovrannaturali. In questo modo soltanto riusciremo a
romprendere come il nostro poeta potesse credere in Giano bifronte, nelle Ninfe
sorelle, nelle ire di Giunone, nelle folgori di Giove, nei presugi divini,
nella scienza augurale, e in queir insieme di leggende, di formule, di riti e
di superstizioni, che, per qualche secolo ancora, doveva appagare pienamente
gli istinti superstiziosi delle popolazioni italiche. Poiché non dobbiamo
dimenticare che presso nessun popolo, in nessun pnese le tradizioni religiose
erano conservate con maggior tenacia e circon(liite di maggior venerazione che
in Roma. Si continuavano a cantare gli antichi inni sacri [ad es. i Saliorum
carmina) anche quando erano divenuti '\^r ^.'?-f^»f»5r'pi«^5« •^-^r^r;yvfT^ ^v
' ' T »' v^^>^r/Jt^j era questo il dilemma che, nella sua rude franchezza,
il popolo romano sembrava aver gittate in faccia ai filosofi greci quand' essi,
piena la niente di speculazioni ardite, avevano abbandonato le spiagge ormai
deserto del Pireo per risalire le bionde correnti del Tevere. La scuola d'
Epicuro, fedele alle dottrine del maestro, aveva continuato a combattere la
^super stizione ; ed era sparita. La scuola del Portico invece, animala da nn
singolare ardore di proselitismo, più affine nel suo panteismo naturalistico
alle religioni popolari, potè non solo accordarsi con esse, ma rafforzarle
anche nella loro debolezza senile con una apparenza di ^n untiticazione
scientifica; e divenne la filosofia officiale del mondo romano. 11 dio rotondo
di Cleante, l'anima dell'universo, il fuoco artista (tgnis artificiosus) fu per
tal guisa il Giove pagano o principio della vita: Cerere una parte del fuoco
divino penetrata nella terra; Nettuno una parie penetrata nel mare, e cosi via
via. Le leggende assurde o immorali della mitologia furono spiegate e
giustificate con allegorie fìsiche, e la divinazione, gli oracoli, gli auspici,
legittimati con ogni sorta di argomentazioni filosofiche. Ma se l'accordo era
possibile e facile tra i princìpi fondamentali dello Stoa e i dogmi più vetusti
della religione romana, non era così per quelle dottrine platoniche che vedemmo
penetrare in larga vena nello stoicismo romano; poiché se esse non s'opponevano
direttamente alle credenze popolari, rappresentavano però uno stadio ben più
evoluto del sentimento religioso. Infatti, mentre nella religione romana la
divinità è conc+'pita come una potenza cieca ed inclemente che si deve placare
coi sacrifici, la teologia platonica invece è tutta compenetrata del concetto,
che tu poi cristiano, dell' origine divina dell'anima, e della giustizia di dm
; per tal modo la religione non consiste già nel placare i sognati furori
celesti, ma nel purificare l'anima mediante la mortificazione del corpo, e nel
soddisfare alle esigenze di codesta personificazione oltre-mondana della
giustizia. Non era dunque possibile che questi concetti tanto disparati
avessero a conciliarsi fra loro, perchè una conciliazione non sarebbe avveimta
che col sacrificio di ciò che di più intimo e di più t aralteristico aveva l'
antica religione. E come d' altro canto il naturale pro^^edire dei tempi aveva
aperto le coscienze dei più ai nuovi orizzonti spirituali, cosi la religione
filosofica e la religione popolare, quasi formazioni psicologiche indipendenti,
seguitarono a coesistere V una accanto air altra neir animo dei Romani, fino a
che il cristianesimo trionfante non ebbe distrutto ogni rudere del passato
pagano. Questo fatto, per quanto possa sembrare strano, non deve tuttavia
meravigliarci. La psiche umana è un' unità naturale, in cui le produzioni
veccliie persistono lungamente accanto alle nuove, sebbene fra loro repugnanti,
per il grado maggiore di resistenza acquistato dalle prime: essa quindi
presenta sempre, in qualsiasi momento della sua storia, quella molteplicità
varia e discorde degli elementi costitutivi che si può riscontrare in tutte le
altre unità naturali. Ma è nei popoli eminentemente conservatori, quale fu il
romano, è nei momenti in cui si stanno maturando le più grandi rivoluzioni
morali e religiose, quale fu il cristianesimo, che la coscienza umana accoglie
in sé stessa maggior contrasto di sentimenti e di idee : e V., che appartenne a
quel popolo e visse in quel momento, ce n'ha offerto un esempio in massimo
grado suggestivo. Nell'aiiimo suo l'antica religione degli avi e le correnti
nuove del pensiero filosofico — che contenevano in germe la religione dei
nepoti — occupano un posto nettamente separato, né sarebbe possibile riempire V
abisso profondu che le divide. Come conciliare, ad esempio, le mille potenze
del suo politeismo antropomorfico, col dio unico ed incorporeo che chiama le
anime dei puri alle sponde del fiume Lete? e i commerci impudichi p^ ^^m degli
dèi con 0ì iioniinì. le toro ire, le loro vendette, col concetto altÌBsiiììo di
una divinità infinitamente buona e perfetta i e le imprecazioni afjli dèi
perchè riversino ogni male sui propri nemici, col pietoso conipianto per gli
stessi neinicì caduti in hattaglia? e la pratica scrupolosa del sacrifìcio, col
concetto della divinità giusta che premia i buoni e punisce i malvagi ? e le
frei|uenti alter mozioni della implacabilità degli dèi, col concetto della
sanzione oltremondana dell' operare umano? Sono due mondi, due ten^^-ì-n\^'
-r»-*^ •^ y^.v ; yvT^.y "^'^'y'''^,^g"y L ! r ^isroTE m«cu/., I, 27,
e II. TuscuL. Catone, che è il personaggio del dialogo,
parla qui dì suo tiglio; ma è manifesto che Cicerone, facendolo parlare cosi,
pensava alla propria figlia defunta. Il frammento del 1. IV de fìepvòlica
conservato da Macrobio. Orazio, Carmina: Nobilis libros Panaetì, Epist- . Sul
materialismo degli stoici, vedasi: C. A. Brolén, De philosophìa L. i4. Senecae,
Upsaliae, 1880, p. 46 e sogg.; e anche F. Lange, Hisioire du maleiia' lisine,
Paris. Ho voluto riportare le parole del Trezza, perchè mi parve che assai
difficilmente io avrei potuto riassumere in cosi poche parole, e con tanta
chiarezza e fedeltà, tutto il succo del pensiero platonico. Pel resto ci siamo
serviti deli* opera notissima del Fouillée Paris, e dei Manuali dello Zeller,
dell' Ueberweg Gi'undriss der Geschkhte der Philosophie, Berlin e di FIORENTINO
(vedasi) (Napoli li Negri ha rilevato, con l'abituale acutezza, le profonde
contraddizioni che esistono nel pensiero di Marco Aurelio ANTONINO (vedasi).
Quanto a Cornuto, Musoriio Rufo, Seneca ed Epitteto abbiamo intenzione di
dimostrarlo per disteso in uno studio cui stiamo da tempo meditando. De
brevitate vitae, C. X. Ad Gallionem de vita beata, C XVil. Epist., XVU, ex,
Epist. ecc.Tutti i discepoli di cui ci fu conservata memoria, quali Lucilio,
Sereno, NERONE, ecc. appartenevano alla nobiltà. Epist. V; de tranq, animi,
ecc. De vita beata Lo Zeller sostiene che Seneca non fu eclettico, ma soltanto
si spinse fino agli estremi confini dello stoicismo, senza però varcarli [Phil
ite?- Griech,). A noi sembra che questa volta il genialissimo storico della
filosofia sia caduto in un grave errore, il che apparirà dal seguito della
nostra dimostrazione, e ancor meglio da quel no^stro studio sugli stoici
platoni zzanti, che più sopra abbiamo preannunziato. Riguardo alla filosofia di
Seneca, oltre al Brolén già citato, si confronti: Holzherr Der philosoph L. ^,
Seneca, Rastatt, ; Burgnìann - Senecas Theologlae in ihrem Verhalinss zum
Stoicismus und zum Christenthum, Berlin; Schmidt - Essai historiqìie sur la
societé civile dans le mond Bomain et sur sa transformation -T^ jr par le II,
VII, V, ecc. Quaest. nat,, proL; De benef,; De ot, V; Epist., 41; ad Helv. ,
ecc. m) De benef, IV, 2; Epist, ecc. m) Ad Helv. X; de vita b. II; ad Marc.
XVI; de Benef ; Epht- ecc. Il Buri^mann, in op. cit, p. 43, non credo che
Seneca si sia allontanato dalla dottrina stoica riguardo alla nAura dulia
divinità; ma è opinione insostenibile. Cons, ad Ilelviam, VII! Del resto,
l'eclettismo di Seneca si può desumere dallo sue stesse dichiarazioni: poiché
ora si proclama rigido seguace de^H stoici {EpiM.), 1), e loda le loro dottrine
(ad Helv. ; de Geni, li; de olio I), ora invece dice di non consentire in tutto
alle loro teorie (Epist.; ecc.; de Olio mp^ III; de vita b. IH; Brev. vit.
ecc.), che in parecchi luoghi combatte aperlamente -- Epist.; ecc. Repubblica.
/ ricordi; Eneide, Georg. Seneca dice: omne futurum incertum est et ad
deteriora cerlius. Ad Marc. Eglog. Ecco la traduzione di questo passo, che può
offrire qualche tliflinjlt-i d'interpretazione: «0 Dafni, innesta ì peri; i
tuoi nepoti ne raccogliepaniio le frutta. Tutto la età si porta, persino la
memoria (animum quoque) ; mi ricorda oh*^ fanciullo io cantava spesso, finché i
lunghi soli tramontassero. Ora tante canzoni dimenticai; la voce essa pure si
dileguò da Meri: i lupi lo videro primi t. Alludesi qui all' intercalare
comune, per cui dicesi che si perde la voce quando i lupi vedono noi prima che
ce ne accorgiamo. Georg De brevitate vitaé Georg. I versi surriferiti sono
riportati da Seneca nel C. IX; il brano che qui citiamo è tolto invece dal
capitolo successivo- Wp=^'^'•-•it-'sr.-^c:. En, ; si cfr. V Apologia di
Socrate, ove Piatone esprime l'identico pensiero. En. Fedone, VI. Avvertiamo
fin d'ora che per le opere platoniche ci serviamo della traduzione del Bonghi
(Roma, Bocca). Fcd., Ad Marciam, ; ed anche Episi. , i2; ecc. Fed., En.. 1
Romani sono tanto formalisti, che continuano a ripetere le antiche formule e
seguire gl’antichi riti, anche quando non fossero pia conformi alle loro nuove
opinioni. V. ce ne offre un esempio caratteristico: sebbene egli non presti più
fede all'antica credenza che faceva sussistere nel sepolcro l'anima e il corpo
uniti, tuttavia, descrivendo i funerali di Polidoro, ha questa espressione:
animamqiie sepulcro comjiimus, che si riferisce appunto all' antica credenza,
ed è in piena contraddizione con le sue dottrine sulla vita futura.En. En. De
brevitate vitae En. Negri - Rumori mondani, Milano, il saggio: « 11 Fedone e
l'immortalità dell' anima Havet Da queste considerazioni noi escludiamo,
naturalmente, la poesia filosofica vera e propria, quale, ad esempio, quella di
Lucrezio. (23) Cfr. Malfilatre
- Le gènte de V,, Paris, Tissot - ludes sur V., compare avec tous les poètes
épiques et dramatiques des anciens et dts modemes, Bruxelles . Boissier En. IPer maggiore brevità d'ora innanzi
verrò citando, riguardo al carattere di Enea, solo quei passi non altrove
riportati. Fedone (trad. Meini, Roma Fedone En. / Ricordi En. Agostino - Le confessioni Tissot
En. /6irf.,Tissot - Ètudes sur V. Cfr. Essai sur le poème épique Tasso - Gerus.
Havet Eglog. Eglog. Eglog. HI, .Eglog. En. Georg. -2U. ItM, En, En.: ille
Paris, cum semiviro comitatu - Maeonia merUum mitra crinemque madentem -
Subnixus /élrf..En. En. Epìtteto – Manuale Havet En. En.. Lodovico Frati - La
donna italiana, Torino Joau Chrys. - Ser in decollai. S. Jo. Bapt. Orig. in
Math. Traggo queste notizie da un saggio di Viazzi - La lotta di sesso, Palermo
Frati, op. cit, C. CICERONE (vedasi) traduce questo passo nella sua Republica De
const' sapientis. En. ; per la descrizione dei furori di Amata cfr. ibid^ ; En.
Dice l'Heyne, ; Hanc
adeo mor lem praetuUt poeta historiarum fidei, qua apud Seimum Fablus Piclor,
Amata inedia se interemisse tradiderat t. En. En. En. En. En. Dice infatti THeyne,
III, p. 619: « liene autem Servius: - sane armorum longa descriptio eo special,
ut in eorum vupididatem merito Camilla videatur esse succensa. - Sciiicet elsi
virili animi femirui, tamen a cultu et omalu intactam mentem non habuit. L. rT,-V^-yy^^,è77T'-^,yy^^r:^^7y;?V^y^^En. XI,
8ia-819. i Cons. ad Helv, XIX. Per la
condizione della donna a Roma vedansi: 6. Bois- 5 sior, op, ciLj ; Gide -
Étude sur la condition de la femme, Paris, :i p. 98 e segg.; Marquardt - La vie
privée des Romains, Paris. CICERONE
(vedasi) Tusculane Plauto - Captivi Fedone, trad. Bonghi, In Opuscoli morali,
il trattato: Non poleì'si vivere felicemente secondo Epicuro, (trad. M.
Adriani, Firenze In Op, mor,, il trattato sulla Superstizione En. AMBROGIO
(vedasi), De Sancto Sptr,. Quanto alla impressione destata fra i Romani dal 1.
VI, vedasi Boissier De re^\ nat„ En. . I versi che veniamo citando in seguito,
sono tolti dallo stesso libro Preller, op. cit. P. VII. C. I. Preller, ibid, ;
si vedano anche ivi le notizie su Caronte. En En, X, 641-642. (33) En. 11,268 e
segg. Circa la credenza neirapparizione dei morti, diffusissima ' in tutto il
mondo antico, si Friedlaender.; e CICERONE (vedasi), Tusc. En. En. En..En. En..
^) Orelli - Inscript. lai. amplissima collectio Corpus inscript lat. (pubbl.
dall'Accademia di Berlino . En. En. . (» En. . Si abbia presente che per V. il
vocabolo numen significa sempre potenza divina; vedasi a tal proposito il
diligentissimo studio di R. Dietsch, Theologumenon Virgilianorum particula,
off, Grim. Georg.. Riguardo all' implacabilità degli dèi infernali, vedasi
ancora ihid. ; En. En. L, VII, lo7 - 4 Xp'bL^Tt'JC 54 "càg tttiv a^i^rijv
(/J^'jxàs) |idv5V (litt8Lat|iéviiV titxpì -rfje ixwjp(;>aE(tì^)i, Per la
rinesti^me pncrale, vedasi Ogereau, p OH e seg^4, (5Ì Cfr Negri, op. ciL p-
I2i, ovo si dinn>strit che il lìoiKctto doli' iminurtal ita deir anima
sembra assente dal pensiero di Man'o Aurelio- Si consideri però ^[ue^sta frase
dei Fiicordi, IV, 14: * 'EvuTiéaTT^; «g lispag. ^RvaqpavtaH^a'g xtp x^^ì'^^^
jidtUttìv (tì) EpicL fimer^. li, 6; HI, i:). Ep'tsL C. II. Tutta «luesta lunga
lettera è aiia fervida diaiostranìoiic della immortalità dell anima. Epist En. ^.
A proposito del carattrre i^enerale del popolo ronjano e della letteratura
latina, vedasi : G. Michant, /.f? genie latin, Paris, 1900, p. 9-62. Cosi il
Brurietiòre, nel (luinto volume dei suoi EHules crUh/ues definisce come so^
date la letteratura francese Mallilatre, U gmk de Virgik, Parigi, : e
Warbiirton, The dinne legalion of }foses ecc* Londra, !7'iH-.^, Voi. II parte
4, tll) Ed infatti, ora tanto il ti moro di erodesti va*^he notizie ci giunsero
circa le cerimonie che s in Porfirio, fk antro Ni/rnpharum, C. Nel proemio al L
VI ; ed. Venezia Gfiorg En. VI, 4;{n* Sali" idrografia dell" inferno
vìrsjiMano molto disputarono i commentatori, fra cui ii Cerdanus, il Ruaens, l'
lleyne e A. Jario Viaggio di Enea all' In fé?- no e agli Eli»i secondo V.,'
Napoli; la conclusione più coiunnc è die dal T Acheronte derivi lo Stige a da
questo il Cogito; ma uno studio attento ci jiersiiase ohe Acheronte e Stille
sono per V. una stessa eoaa En. Fldd. 5.H0-551,Odiss, Ft^dom, I ; cfr anchi.^
op, di. LIVIO (vedasi) Lucrezia, /> rer- naL Vi, 7V0; script NtapoL, Kruger
- Charnn undThanatos, Ciiarlottenhurg En^ Odiss.lìoissier, op. dU ; lìepnJM.
trad. Ferrai- castighi, elle pochissime ed assai n compievano nei misteri. Si
veda il limpido riassunto fattone da Negri, MoHimaen, /n fe. i.Ma j m ^
mmmmmff^ Cfr. r opera dottisiiima del P, Bottagisio - il Limbo daiUesco,
Padovii^ S^ Asost. - Ep.Odiss. - Questi versi sono [*ogtÌ tra parenUiit nelle
edizioni crìtiche, perchè ritenuti di funiiazione posteriore, come in generale
tutti i ]uoy;lii in cui é accenna ad una sanzione oitremoDdana dell' operare
umano, i quali Sìuao da attribuirsi alla poesia teosofica e teologica- Ad o^^ni
modo, l'aggiunta non è posteriore ai sec. V a. C, quindi rimane il valore della
nostra alferuiazione. Cfr- la lettera del Luechesini al Mìcalì Sopra alcuni
luoghi deli' Odis^ìm che si credono spuni, mìV Antologia del Vieusseux, t YIU,
; e Coinparetti - Die Strafe des Tanialus navh Pimiar in Pkìhlogm IL disp. %,
n- Od'm. - V91.MaUllatrc, Gai US - lìulii^ I, . Svetonio - Cai-, 5. 1* Marquardt - Iji vie privée
des Bomaineàj Paria, Eepuò; Gorgia trad- Ferrai; En. Erh ; in questo modo, e non altrimenti, vogliono
essere interpretati questi versi, i quali si potrebbero volgere in prosa cojii:
ipse Tariarus bis tantum desceìidU In profundum^ et sub umbì^as extendUur^
quantm est pròspeclus ìtidn mi aethereum cotti olympum^ {%%] Uifxd^ Vili, 1*5;
Esiodo, Teogon. 720, laov oùpctvóc ic ànò t^^j Fedone^ 410 B - 11^ E. Odiss-
ecc. Nella descrizione dello scudo di Vulcano, En. Nella sua Eneide traveslie,
parodiando questi versi lEìi. VI, ùfiì), esclama: Celle sentence est borine et
beile - Mais en Enfer de quol si^rl-eilef De RepuòL ; e anclie Tiisc. 1. I, tO.
j II Winson mi suo Les religions avtuelks^ Paris II. dice che la teoria esposta
da V. nei versi che stiamo esaminando è quella dei;li Indiani. Nul invece
abbìamarte di essi riproduce la dottrina stoica deiranima dei mojido; e
diinostrei-emo ora che la seconda parte s'ispira direttamente alle dottrine
platoniche. 0* Trezza - Lum^esw^ Firenze,. rwta^ mi Platone - Repubblica;
Fedone, p- *07 d. HepubbL. BepubòL A tal proposito le osservazioni del
BoisBÌer, op. cU., Voi. Ad Am. VK . ed. Parigi, .AVaiburton; Malfilatre, op.
clL^ loc cit Ruaeus (kiiss. , o():l-5fi7. Questa tradizione era stata
riprodotta anche da Ovidio, Orazio, Cicerone- %\ confronti il gindizioso comm.
dell'Heyne ad Aen. i E' comparsa di questi ultimi giorni un'opera di E. Disa,
Le previsioni del tempo da V. ai di nostri (Torino, Bocca) nella quale l'A.
dice, a proposiU» degli insegnamenti contenuti nelle Georgiche, che V. « ebbe
incontestabilmente il senso scientifico del metodo sperimentale, ebbe
quell'acuto e potente concepinii^ntn che, dati i mezzi, giunge a grandi
scoperte; e riporta quindi il giiidi/Ì4> di due moderni scienziati francesi,
secondo i quali il nostro poeta avrebbe intuito le leggi delle tempeste
(fissateselo da pochi anni coli' aiuto del telegrafo, degli stromeuti e degli
Osservatori), e le leggi organiche del Darwin sulla evoluzione degli organismi
mediante la selezione. Addirittura! Scevri da qualsiasi idolatria, noi abbiamo
potuto vedere quale sia realmente il senso scientifico di V. Notiamo frattanto
che allo stesso Disa non è sfuggito che gli insegnamenti di V., non mno dovuti
ad intuizioni sue proprie, ma attinti in parte alla sapienza volgare propria
de' suoi tempi, in parte alle opere greche, come dimostrò primo l'Orsini, e più
lardi l'Eichofif, il Ribbeck, il Knuche, il Morsch, e come Servio aveva già
mostrato net suo commento. CICERONE (vedasi) Accademica] É questo un brano di
una lunga e splendida lettera che l'illustre critico e filosofo ci scriveva
dopo aver lette le prime tre parti del nostro lavoro. Egli vorrà perdonarci se
il desiderio di far conoscere almeno una piccola parte -• non laudativa del suo
scritto, ci ha indotti a portare nel dominio pubblici» ciò che era destinato a
rimanere nell'ambito di una semplice corrispondenza privata. La Prefazione alla
trad. francese dell'opera più volte citata del Preller, CICERONE (vedasi) De
nat. deor. Zeller - Philos. dcr Griechen, III, ì, mi e Prefuionfl daU'A Inì[iorUnza
delia pfcsente ricerca, Deficienza degli studi antichi e moderni sulla
lìlosolia di V., Metodo ed estensione del nostro lavoro Noie: KEIiIOIONE Le
condiiioni della relipone romana ai tempi di V. e le riforme d’OTTAVIANO, i-
Poca sincerità dei lettcriitì suoi colìaìioratori, La religiosità di V., la lui
rivive l’antica religione romana con tutti ì suoi caratteri Segue della
religione romana in V., crudeltà e dispotismo degli dèi, Ribellioni al loro
volere, I 4» Il rituale romano in V., fi. Funerali e sacriliii, Spirito pratico
della religione romana, L'allegoria dell' Eneide I libri sibiiliai e l'elemento
greco asiatieo nella reiigione di V. L'antropomorfismo e la moralità degli dèi
L'egloga e il cristiauesimo di V., kX Pvrlfl II. i^'EFXCITBmSMO L'epicureismo e
la religione, Rapporti storici tra la religione e la filosofiate^ -^ L'opinione
dei critici e dei commentatori suUepicureismodi V., L'egloga Essa non ei^prime
principi epicurei e nemmeno eni pedoelei o stoici, tki. E" una
eoniaminaiio di vari sistemi L'imitazione lucrexiana in V. La prima età del
mondo e l'uomo primitivo La descrizione della peste e il gruppo plastico di
Venero e Vulcano Lo spirito scientifico nella filosofìa epicurea Credute
aspiraKionì di V. a conoscere le cause dei fenomeni, Gli effetti della
superstizione, L'ultimo argomento, V. non è epicureo Fartd in. - LO STOICISMO
La filosofia a Roma L'amore alla filosofia nel secolo di Augusto: Orazio La
Scuola del Portico, Lo Stoicismo e la tradizione religiosa La dottrina stoica
dell'anima del mondo in V.L'intelligenza degli animali, Conseguenze morali
Umanità e cosmopolitismo L'avversione alla guerra nello stoicismo romano e in
V., I doveri verso sé stessi, il5. Il saggio delle Georgiche secondo la
dottrina degli stoici Disprezzo delle ricchezze e degli onori Amore alla
povertà Il vizio Il suicidio IL PLATOITISMO Lo stoicismo platonizzaute CICERONE
(vedasi) e la filosofia romana L'eclettismo di Seneca Il concetto pessimistico
della vita umana L'ascetismo e lo spiritualismo, Il carattere di Enea, Il
disprezzo dell'amore e il significato del libro IV dell'Eneide Il mìsoginismo
negli scrittori ascetici e in V. La preoccupazione dell'oltretomba Gli dèi
infernali e le apparizioni dei morti La credenza della vita futura a Roma e lo
scopo del libro VI dell'Eneide, Critica delle interpretazioni comuni e di
quella del Warburton, Le fonti dell* inferno virgiliano, Il limbo, sua vera
origine e significato Il Tartaro e l'Eliso L'inferno filosofico e le due porte
d'uscita. Nome compiuto: Publio Virgilio Marone. Virgilio. Vergilio. Keywords:
catabasi. Luigi Speranza, per il Play Group di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Virno:
la ragione conversazionale di un popolo di due -- filosofia ed azione – la
scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library
(Napoli). Abstract. Keywords: filosofia della lingua, Cicerone. Filosofo
napoletano. Filoofo campaese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Essential
Italian philosopher. Grice: “Virno, like me, is a semiotician.” D’orientamento
operaista, insegna filosofia a Roma. Tra i principali esponenti
dell'organizzazione della sinistra extra-parlamentare, Potere Operaio, il suo
nome ricorse nelle cronache dei cosiddetti anni di piombo in Italia. Arrestato
e detenuto in prigione. Nel corso della detenzione elabora la sua filosofia che
trova espressione in Luogo comune. Democrazia è il fucile in spalla agl’operai
-- slogan attribuito a Potere Operaio. “Mi sono formato politicamente a Genova,
dove la mia famiglia vive e io faccio liceo. Genova e esposta all’influenza di
Torino, dove vi sono le prime occupazioni. Quindi, si mobilitarono gli studenti
del liceo – molto vivaci e in contatto con le organizzazioni tradizionai dei
partiti, UGI e via dicendo. Come studente del liceo fondo dunque il sindacato
degli studenti, che fa i primi scioperi sulla lotta all’autoritarismo,
solidarietà con Grecia dopo il golpe dei colonnelli e quant’altro. Per un
trasferimento di famiglia, vengo ad abitare a Roma, e di lì a non molto prendo
contatti e rapporti con il gruppo che divenne Potere Operaio, che allora
sostanzialmente a Roma e il gruppo delle facoltà. Entra in Potere operaio dopo
gl’episodi cruciali della primavera a Torino. Lavora a Milano come insegnante
all'Alfa Romeo di Arese e all'Innocenti, organizzando anche azioni collettive
nelle fabbriche sino alla dissoluzione di Potere operaio. Si laurea con la
tesi, Lavoro e coscienza –su Adorno, non Francesco. Partecipa attivamente alle
manifestazioni ad opera dei lavoratori precari e di altri emarginati. Fonda
Metropoli, organo ideologico del movimento politico. Nell'ambito
dell'inchiesta giudiziaria nota come 7 aprile, la redazione di Metropoli viene
accusata di appartenere in blocco all'organizzazione eversiva costituita in più
bande armate variamente denominate. “Siamo arrestati io, CASTELLANO,
MAESANO, e PACE -- che però sfugge all’arresto, di nuovo, giuro, non per
sagacia. Noi siamo arrestati, poi ci
fanno confluire, ritroviamo gl’altri nel cortile di Rebibbia, nel braccio
speciale, stiamo un po’di mesi lì, poi c’è la diaspora, cioè il ministero
ordina di mandare ognuno di questi detenuti in un carcere speciale diverso,
perché ovviamente, tramite avvocati, visite, benché ci fosse il regime di
braccio speciale, quello e diventato una specie di luogo in cui si elaborano
documenti, lettere a giornali, si fa campagna politica, c’e state delle lotte
interne. Quindi, c’è la diaspora, io vado a Novara. Oreste va a Cuneo;
quell’altro va a Favignana. Quell’altro ancora da un’altra parte. Comincia questo
giro negli speciali, e ci ritroviamo non tutti ma in parte nel carcere di
Palmi, carcere per soli politici o per detenuti comuni completamente
politicizzati, una specie di “Kesh”. Là dentro c’e una situazione curiosa,
anche molto spettacolare, perché si incontrano assolutamente tutti. Infatti,
per un primo periodo con i compagni delle BR o con Alunni o quelli dei NAP, si
pensa anche di approfittare di questa situazione per avviare una discussione
larga, di carattere costituente. Però, il problema è che anche lì c’è il fatto
che i più spregiudicati di loro, come CURCIO, sono d’accordo, hanno capito di
aver perso l’essenziale, cioè il cambio di paradigma, cioè il fatto che
gl’operai sono non più riconducibili, altri invece no. Riassumendo in breve, la
mia detenzione e un anno, poi due anni liberi in cui curai la serie continua di
Metropoli, due anni ancora di carcere, condanna a 12 anni in primo grado, un
anno di arresti domiciliario e l’assoluzione, insieme a tanti altri imputati,
du la conferma. La travagliata esperienza politica e esistenziale di questi
anni e trasfusa nella pubblicazione di “Luogo Comune,” una rivista dedicata
all'analisi della vita nella situazione sociale del
"postfordismo". Lascia il lavoro di editore della rivista per
insegnare filosofia a Urbino e filosofia del linguaggio, semiotica ed etica
della comunicazione a Calabria da dove si trasferisce a Roma. Convinto della
necessità di un nuovo linguaggio della politica che chiarisca le trasformazioni
economiche, sociali e culturali che caratterizzano le società occidentali,
introduce nella “Grammatica della moltitudine” una riflessione sul contrasto
tra i termini di “popolo” – il “popolo” di Cicerone, S. P. Q. R -- e
moltitudine che generano una accesa polemica filosofica. Quando avvenne la formazione
dello stato nazionale e l’espressione “popolo” a prevalere. V. si domanda se
non sia venuto il tempo di restaurare l'altro concetto della “moltitudine”. La
multitude è quell'insieme di persone che nell'azione politica e in quella
economica, pur agendo collettivamente, non perdono il senso della propria
individualità, resistendo sempre alla riduzione a unica massa informe com'è nel
termine di "popolo". La “moltitudine” è dunque la base della libertà
civile – l’uno e i molti dei veliani. Una “moltitudine” e una dualita o
una pluralità che non si sintetizza nell'uno, il più grave pericolo per
l'autorità di uno stato che esercita il supremo imperio. Dopo i secoli
del “popolo” e quindi dello stato -- stato-nazione, stato centralizzato, ecc. -
torna infine a manifestarsi la polarità contrapposta. . La moltitudine come
ultimo grido della teoria sociale, politica e filosofica? Grice: “Peacocke popularized
‘population’ in the Oxford seminar organized by Evans and McDowell. Thus, I
cannot claim to have meant that p, unless ‘p’ means that p for a population –
of say, me and myself!” Forse.” Saggi:
“L'idea di mondo: intelletto pubblico e uso della vita” (Quodlibet); “Saggio
sulla negazione: per una antropologia linguistica” (Bollati); “E così via,
all'infinito: Logica e antropologia” (Boringhieri), “Motto di spirito e azione
innovative: per una logica del cambiamento” (Boringhieri); “Quando il verbo si
fa carne: linguaggio e natura umana” (Boringhieri); “Scienze sociali e natura
umana -- facoltà di linguaggio, invariante biologico, rapporti di produzione”
(Rubbettino); “Grammatica della moltitudine: per una analisi delle forme di
vita contemporanee” (Derive Approdi); “Esercizi di esodo: linguaggio e azione
politica” (Ombre Corte); “Il ricordo del presente: saggio sul tempo storico”
(Bollati); “Parole con parole: poteri e limiti del linguaggio” (Donzelli);
“Mondanità: l'idea di “mondo” tra esperienza sensibile e sfera pubblica”
(Manifesto libri); “Convenzione e materialismo” (Theoria). Roma Tre Intervista, Hecceitas. Questo termine è
entrato nel linguaggio corrente per indicare un insieme di caratteristiche
economiche, sociali e istituzionali del nostro presente, avvertite
pessimisticamente come profondamente diverse rispetto al nostro
recente passato e in genere come molto negativamente mutate. Fordismo e
postfordismo. Qualche dubbio su alcune certezze della sinistra italiana.
Protagonisti; “Anni di piombo: potere operaio"; Lessico postfordista:
dizionario di idee della mutazione. Feltinelli, sito "Filosofico
net". Nome compiuto: Paolo Virno. Virno.
Keywords: populus, res publica res populi, Cicerone, multus, unus e multi, due
e moltitudine, linguaggio e azione, linguaggio, base biologica, invariante
biologica, rappori di produzioni, natura umana, el verbo fatto carne. Refs.: H.
P. Grice Papers, Bancroft MS. Luigi Speranza, “Grice e Virno”; “Grice e Virno:
la conversazione: una popolazione di due!” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viroli:
la ragione conversazionale della res pvblica – Cicerone – res publica, res
populi -- e la filosofia italiana – la scuola di Forlì—filosofia emiliana –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Forlì).
Abstract. Keywords:
Cicerone, res publica, res populi. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Forlì, Forlì-Cesena, Emilia-Romagna. Essential
Italian philosopher. Actually “Viroli-Cavalieri”? Grice, “I shall be fighting
soon.” “The loyalty for one’s country is not based on evidence.” Durante il settennato di Ciampi serve la presidenza
della repubblica italiana. Insegna a Lugano. I suoi campi di ricerca sono la
filosofia politica e la storia della filosofia politica. I suoi autori di
riferimento sono MACHIAVELLI, Rousseau, MAZZINI, CROCE, ROSSELLI, e ROSSELLI.
La sua ricerca si basa sul metodo contestualista di Skinner, a cui apporta
alcune innovazioni. Il suoi riferimenti politico-ideali sono il repubblicanesimo
e l'azionismo del partito dell’azione. Collabora ad alcune testate
giornalistiche, tra cui La stampa, il Sole 24 ORE e Il fatto quotidiano. Si
laurea dal liceo Calbol di Forlì. Come egli stesso racconta in L'autunno della
Repubblic”, per mantenersi agli studi,
lavora come garzone di bottega, cameriere d'albergo e operaio presso lo
zuccherificio. Abitavo a Forlì con i miei genitori, in via Mellini, in un
appartamento angusto e freddissimo, riscaldato soltanto da una stufa a gas
tenuta, per la nostra povertà, sempre con la fiammella azzurrognola al minimo.
Al termine degli studi liceali si iscribe a Bologna. Si laurea con la tesi su
Engels. Svolge il servizio di leva a Casarsa in Venezia Giulia. Il
ritorno alla vita civile è stato all'insegna del precariato. Perceve un piccolo
salario organizzando convegni e lavorando come redattore alla rivista Problemi
della transizione all’istituto Gramsci di Bologna. Studia Firenze. Di fronte
alla commissione composta dai Maihofer, Skinner, BOBBIO, Cranston, e Moulakisha,
discute la tesi sulla società bene ordinata, Mulino. Perfeziona la sua
formazione svolgendo attività di ricerca. Insegna comunicazione politica alla
Svizzera. Dirige il Laboratorio di Studi civili, Svizzera italiana.
Finanzato dal Fondo Svizzero per la Ricerca Scientifica con un progetto di
ricerca che prevede l'impegno di un folto gruppo di ricercatori. I suoi
interessi di studio ruotano intorno alla filosofia politica e alla sua storia.
Studia il repubblicanesimo nella sua accezione classica da MACHIAVELLI a
Rousseau e in quella contemporanea. Si occupa di culto uffiziale e politica, di
retorica classica, libertà e tirannide, di patriottismo e nazionalismo, di
etica civile, di diritti e doveri. Pone particolare attenzione ai fondamenti
della convivenza civile. I suoi periodi storici di riferimento sono il
rinascimento con MACHIAVELLI, il risorgimento con MAZZINI e il FASCISMO – con
sui opponenti: CROCE, ROSSELLI, e ROSSELLI. I suoi filosofi di riferimento sono
Machiavelli, Rousseau, Mazzini, Croce, Rosselli e Rosselli. Come impegno
civile si occupa d'educazione civica e della difesa e dell'attuazione della
costituzione della repubblica italiana. Collabora colla direzione generale
dell'Ufficio Scolastico Regionale per le Marche a progetti di educazione alla
cittadinanza. Fonda il Master in Civic Education presso l'associazione Ethica
di Asti. Coordina e diregge progetti di Educazione civica per la Fondazione per
la scuola della Compagnia di San Paolo. Dirige un progetto a San Marino. Dirige
il progetto Lezioni di Casa Cervi-Scuola di Etica civile presso Casa Cervi.
Prende parte attivamente alle campagne referendarie svoltesi in occasione del
referendum costituzionale, contro la riforma proposta dal centro-destra, e del
referendum costituzionale contro la riforma costituzionale
Renzi-Boschi. Colleziona inviti e incarichi di insegnamento presso
prestigiose istituzioni culturali. Insegna a Pisa, Trento, Molise, Ferrara,
Catania ed Urbino. Collabora con Milano e la Scuola Superiore della pubblica
amministrazione, Scuola superiore di polizia, Fondazione per la Scuola della
Compagnia di San Paolo, il Collegio Carlo Alberto e l'Associazione Nazionale
Comuni Italiani, la Fondazione Alcide Cervi presso Casa Cervi. Spiega la
le sua posizione politica. Non sono soltanto uno studioso del repubblicanesimo,
mi sento repubblicano. Amo il princìpio della reppublica e cerco di applicarli
nella vita e nell’analisi dei fatti politici e sociali. Più oltre, in
riferimento a Ciampi racconta. La prima volta che incontro CIAMPI provo la
sensazione di trovarmi di fronte ad un uomo di straordinaria energia morale,
l’esempio vero della migliore cultura del risorgimento e dell’azionismo.
Rammento ancora le parole che mi dice dopo aver ascoltato con attenzione la mia
considerazione sul significato del concetto di amor di patria. Quello che
Ciampi dice l’ho sempre sentito e vissuto nella mia coscienza. E allora che
realizzai che io sono prima uno studioso di repubblicanesimo e poi un
repubblicano. Ciampi è repubblicano nell’intimo della coscienza: repubblicano e
azionista. Anzi, credo, repubblicano perché azionista. Anche la lotta contro il
fascismo é rilevante nel patrimonio ideale. Trovo in Croce, Rosselli, Parri,
Rossi, Calamandrei -- per citare soltanto i nomi più noti -- non solo idee e
argomenti in perfetta sintonia con il mio anti-fascismo assoluto e
intransigente, ma anche e soprattutto le più convincenti riflessioni sulle
ragioni della fragilità della libertà. Il patriottismo si oppone al
nazionalismo, anzi, ne è l'antidoto. Ancora ne L'Autunno della Repubblica si
legge a proposito del Per amore della patria. In Italia abbiamo una tradizione
di patriottismo di straordinario valore morale e politico, la migliore che io
conosca. Mi riferisco in primo luogo al patriottismo di MAZZINI, fondato sul
principio che la patria non è il territorio -- bensì un principio di libertà, e
al patriottismo degl’anti-fascisti di Giustizia e Libertà, concordi
nell’affermare che la nostra patria coincide con il mondo morale delle persone
libere non e poi idea tanto peregrina sostenere che il patriottismo
repubblicano e il mezzo più efficace per combattere la marea del nazionalismo
che comincia a montare. Credo sia troppo tardi. Infine, ci spiega il suo
relativismo. Sulle questioni etiche sono stato sempre un convinto relativista,
con comprensibile scandalo di molti. Se il dovere esiste soltanto là dove la
coscienza morale personale lo riconosce come tale, segue necessariamente che ci
sono persone che riconoscono quali loro doveri determinati princìpi, altre che
riconoscono quali loro doveri princìpi diversi, se non del tutto opposti. Il
pluralismo e il contrasto dei doveri sono sotto gl’occhi di tutti. Ad alcuni il
dovere indica il servizio e la pratica della carità, ad altri la pura e
semplice affermazione di sé stessi, anche a costo di usare altri esseri umani
come mezzi. La ragione, tante volte invocata quale guida sicura all’agire
umano, non detta i fini ma solo i mezzi. Lo spiega in modo esemplare JUVALTA
(si veda). La ragione per sé non comanda nulla. Né l’egoismo né l’altruismo --
né la giustizia. La ragione cerca, e mostra, se le riesce, i mezzi che servono
a conservar la vita a chi la vuol conservare, a distruggerla a chi la vuol
distruggere. La ragione addita ai pietosi le vie della pietà, ai giusti le vie
della giustizia, e le vie del proprio tornaconto agl’uomini senza scrupoli. Ma
l’egoismo non è per sé più razionale dell’altruismo, né il regresso più
razionale del progresso. Né la conservazione dell’individuo più razionale di
quella della specie. Né l’utile proprio più razionale che l’utile della
collettività. Razionale non e il fine, ma la relazione del mezzo al fine. Ed è
così ragionevole che dia la vita per un’idea chi pregia più l’idea che la vita,
come che taccia la verità per un ciondolo chi ama più i ciondoli che la verità.
Consulente della Presidenza della Repubblica Italiana per le attività culturali
durante il settennato di Ciampi. Collabora con la Presidenza della Camera dei
Deputati durante la presidenza di Violante. Coordinatore del Comitato Nazionale
per la valorizzazione della Cultura della Repubblica presso il Ministero
dell'Interno. Presidente dell'ASSOCIAZIONE MAZZINIANA. Ufficiale
dell'Ordine al merito della Repubblica italianana strino per uniforme
ordinaria; Ufficiale dell'ordine al merito della repubblica italiana di
iniziativa del presidente della repubblica. Saggi: “Nazionalisti e patrioti”
(Roma, Laterza); “Etica del servizio e etica del commando” (Napoli,
Scientifica); “L’autunno della repubblica” (Roma, Laterza); “La redenzione
dell’Italia: sul principe” (Roma, Laterza); “Il sorriso di Machiavelli” (Roma,
Laterza); “Scegliere il principe: i consigli di MACHIAVELLI al cittadino
elettore” (Roma, Laterza); “L’Intransigente” (Roma, Laterza); “Le parole del
cittadino” (Roma, Laterza); “La libertà dei servi” (Roma, Laterza); “Lo
scrittore di ricami” (Reggio Emilia, Diabasis); “Come se Dio ci fosse:
religione e libertà nella storia d’Italia” (Torino, Einaudi); “MACHIAVELLI,
filosofo della libertà” (Roma, Castelvecchi); “L’Italia dei doveri” (Milano,
Rizzoli); “Il dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia” (Roma,
Laterza); “Dialogo intorno alla repubblica” (Roma, Laterza); “Per amor alla
patria: patriottismo e nazionalismo nella storia” (Roma, Laterza); “Dalla
politica alla RAGION DI STATO” (Roma, Donzelli); “L’etica laica di JUVALTA”
(Milano, Angeli); “La civiltà statuale’, in “Cultura civica e civiltà statuale”
(Bologna, Mulino); “Libertà e profezia in MACHIAVELLI’, MACHIAVELLI e i confini
del potere” (Milano, Mimesis); “La passione civile e la scienza politica di
Sartori’, Protagonisti sempre. Un secolo di storia visto con gl’occhi dei
ragazzi, Reggio Emilia, Imprimatur ‘Prefazione’, in Mosca, Il prefetto e
l’unità nazionale, Napoli, Editoriale Scientifica. ‘Skinner’, ‘God’ and
‘Macaulay’, Enciclopedia machiavelliana” Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vita di MACHIAVELLI” (Roma, Castelvecchi); “La tradizione del
Risorgimento” (Roma, Castelvecchi); “Se è libero bisogna che creda”; “Cinque
variazioni sul credere” (Torino, Abele); “L’attualità del principe”; “Il
principe e il suo tempo” (Roma, Complesso del Vittoriano, Salone centrale,
Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana); “La moralità della resistenza:
l’esperienza del partigiano Bosco” (Benevento, Terre dei Gambacorta); “Dalla
patria allo stato: una biografia intellettuale di SPAVENTA” (Roma, Laterza);
“‘La costituzione repubblicana: un manuale di educazione civica’, in Lessico
civico: teorie e pratiche della cittadinanza (Reggio Emilia, Diabasis); “Le origini
meridiane del repubblicanesimo, Ethos repubblicano e pensiero meridiano”
(Reggio Emilia, Diabasis); “La dimensione religiosa del risorgimento --
Cristiani d’Italia. chiese, società, stato” (Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana); “La libertà politica è un bene fragile’, Lettera
internazionale. Rivista europea;
“Ragione e passioni nell’educazione civica -- Questioni civiche. Forme, simboli
e confini della cittadinanza” (Reggio Emilia, Diabasis); “La costituzione: il
pilastro di cristallo” (Napoli, Pitagora); “MACHIAVELLI, il carcere, Il
Principe”, in Gl’anni di Firenze, Roma-Bari, in La Costituzione ieri e oggi.
Roma, Atti dei Convegni Lincei (Roma, Bardi); “Etica e diritto: la forza
intelligente per sconfiggere la violenza’ in Regione Piemonte, Piano regionale
per la prevenzione della violenza contro le donne e per il sostegno alle
vittime; “Religione e libertà nella Democratie en Amérique’, Fra libertà e
democrazia: l’eredità di Tocqueville e Mill” (Milano, Angeli); “Una nuova
utopia della libertà’, Quaderni del Circolo Rosselli, ‘Machiavelli’s Realism’,
Constellations, ‘Religione”; “Tutte le ragioni del liberalismo’, Dove
Ratzinger sbaglia”; “MACHIAVELLI oratore”; “Machiavelli senza i Medici,
scrittura del potere, potere della scrittura,” Atti del convegno di Losanna
(Roma, Salerno); ‘Due concetti di religione civile’, in “Rituali civili: storie
nazionali e memorie pubbliche in Europa” (Roma, Gangemi); “Patriottismo e
rinascita civile’, Aspenia, in MAZZINI,
Scritti politici” (Torino, POMBA); “Che cos’è l’uomo? Raccolta di pensieri”
(Senigallia, MIUR, Le Marche); “Repubblicanesimo”; “Dizionario di Politica”
(Torino, POMBA); “Libertà democratica, libertà repubblicana e libertà
socialista”; “Repubblicanesimo, democrazia, socialismo delle libertà”; “Incroci”
per una rinnovata cultura politica” (Milano, Angeli); “Il lavoro nobilita
l’uomo e l’impresa’, Impegno. Mensile di cultura sociale”; “Della lontananza’,
La saggezza del vivere. Tracce di etica” (Reggio Emilia, Diabasis);
“Repubblicanesimo e costituzione della repubblica’ Almanacco della Repubblica:
storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie
repubblicane (Milano, Mondadori); ‘Europa contro America?’, Il pensiero
mazziniano, ‘Dio nella costituzione’, Il pensiero mazziniano, con BOBBIO, ‘Sul
rientro dei Savoia’, Il pensiero mazziniano, ‘Scrivere la costituziuone.
L’esempio della storia americana’, Il pensiero mazziniano”; “Il despota e il
tiranno si sono fatti furbi’, Il pensiero mazziniano, ‘Il repubblicanesimo di
Machiavelli”; ‘Le ragioni di un dibattito’, Politica e cultura nelle
repubbliche italiane dal medioevo all’età moderna: Firenze, Genova, Lucca,
Siena, Venezia. Atti del convegno (Siena), Roma, Istituto Storico Italiano per
l’età moderna e contemporanea. ‘Giù le mani da CATTANEO’, Il pensiero
mazziniano, ‘Questioni attorno al repubblicanesimo”; “Il pensiero mazziniano”; “Repubblicanesimo,
liberalism. e comunitarismo”; Filosofia e questioni pubbliche; “Machiavelli’,
Il pensiero politico. Idee, teorie, dottrine. Età moderna” (Torino, POMBA); “La
repubblica romana’, Il pensiero mazziniano, ‘Repubblicanesimo’, ‘La sinistra non scordi la Patria’, Il
pensiero mazziniano, ‘I guerrieri di
Dio: chi sono i theo-conservatori che scendono in lotta contro aborto,
eutanasia e gay’, “La Stampa”,
‘L’arcipelago progressista: l’orgogliosa cultura liberal, fra battaglie
per le minoranze, ambientalismo e progetti per riprendere il New Deal’, La
Stampa, “Discussione americana e caso italiano”; “Piccole patrie, grande mondo”
(Roma, Donzelli); “Il significato storico della nascita del concetto di RAGION
DI STATO’, Aristotelismo politico e RAGION DI STATOr. Atti del Convegno a
Torino” (Firenze, Olschki); “Patrioti o traditori?”; “L’Indice”; “Il ritorno
della nazione’, I democratici, ‘L’etica politica di CICERONE e il suo
significato moderno’, Nuova Civiltà delle Macchine, ‘La cattiva retorica
dell’autonomia della politica’, (Mulino); ‘Nazionalismo e patriottismo’
(Mulino); “Una filosofia civile tra comunitari e liberali’, Ragioni Critiche,
‘Introduction’, in Skinner, “Le origini
del pensiero politico moderno” (Bologna, Mulino); “L’Indice”; “Machiavelli e
Rousseau: i dilemmi della politica republicana”; “Teoria Politica,
‘“Revisionisti” e “ortodossi” nella storia delle idee politiche”, Rivista di
filosofia; “Dovere morale e pluralismo etico in JUVALTA’, Rivista di Storia
della Filosofia; “La “Morale dei Positivisti” e l’etica del socialismo’, L’età
del positivismo” (Bologna, Mulino); “Il Marxismo e l’ideologia del socialismo
italiano’, Despotismo e cittadini’, Transizione, JUVALTA e la teoria della
giustizia, Rivista di filosofia,
‘LABRIOLA, filosofo del socialismo”, Giornale critico della filosofia
italiana, ‘Aspetti della recezione di Engels in Italia: tra socialismo
scientifico e crisi del marxismo”; “L’Antidühring: affermazione e deformazione
del marxismo? Annale della Fondazione Issoco” (Milano, Angeli); “Il problema
dell’etica razionale in JUVALTA’, “Studi sulla cultura filosofica italiana” (Bologna,
CLUEB); Etica e marxismo: a proposito di una recente discussione’, Problemi
della Transizione”; “Socialismo e cultura, 'Studi Storici”; “Il dialogo fra
Engels e LABRIOLA”; “Critica marxista”; “Nella crisi del positivismo: la
ricerca teorica del divenire sociale,” “Giornale critico della filosofia
italiana”; “Filosofia e politica nell’Engels di Mondolfo’, Pensiero antico e
pensiero moderno” (Bologna, Cappelli); “Wellness. Storia e cultura del
vivere bene” (Milano, Sperling et Kupfer); “Libertà politica e virtù [andreia]
civile”; “Significati e percorsi del repubblicanesimo classico” (Torino,
Agnelli); “Lezioni per la repubblica: la festa è tornata in città” (Reggio
Emilia, Diabasis); “Ascesa e declino delle repubbliche” (Urbino, Quattro
Venti); “L'Autunno della Repubblica” (Laterza); “Per amore della patria.
Patriottismo e nazionalismo nella storia” (Laterza); Quirinale. blogspot
issuu.com/edizioni-in-magazine/docs/forli Enciclopedia multimediale delle
scienze filosofiche della RAI profilo
biografico da Ethica Forum profilo dall'Università della Svizzera italiana
Nello Ajello, Quanti servi in giro per l'Italia, recensione a La libertà dei
servi, la Repubblica, La libertà dei servi, Associazione Labini; “La libertà
dei servi; L'intransigente, da Fahrenheit del Radio Tre. Grice: “At Oxford, we
don’t have a republic!” -- Il repubblicanesimo è una lunga e variegata
tradizione del pensiero politico che si ispira all'ideale della repubblica
intesa quale comunità di cittadini sovrani fondata sul diritto e sul bene
comune. Il punto di riferimento ideale più rilevante del repubblicanesimo è il
concetto ciceroniano di res publica. Repubblica per CICERONE vuol dite ciò che
appartiene al popolo, res publica res populi, e aggiunge che non è popolo ogni
moltitudine di uomini riunitasi in modo qualsiasi, bensì una società
organizzata che ha per fondamento l'osservanza della giustizia e la comunanza
di interessi -- De re publica. Agli albori dell'età contemporanea un altro
esponente del repubblicanesimo, Rousseau, ribadisce la medesima interpretazione
del concetto di repubblica. Chiamo repubblica, scrive, «ogni Stato retto dalle
leggi, qualunque sia la sua forma di amministrazione, poiché solo allora
l'interesse pubblico governa e la cosa pubblica è qualcosa » (Contrat Social.
Per i teorici repubblicani la repubblica è l'opposto del potere senza freno e
senza regola, chiunque lo eserciti, e della tirannide, ovvero il dominio di un
uomo (o di una fazione o di molti) contro l'interesse comune. La repubblica si
contrappone anche alla monarchia perché la libertà sotto il re è sempre
dipendente dalla volontà arbitraria di un uomo. Il re, anche nelle monarchie
costituzionali, assume in virtù della nascita prerogative e poteri che sono
negati agli altri cittadini e dunque viola il principio dell'uguaglianza
repubblicana. Il concetto di repubblica è connesso al principio che la vera
libertà politica consiste nel non essere dipendenti dalla volontà arbitraria di
un uomo o di alcuni uomini ed esige l'uguaglianza dei diritti civili e
politici. La vera libertà, spiega Cicerone, esiste «solo in quella repubblica
in cui il popolo ha il sommo potere» e comporta «una assoluta uguaglianza di
diritti», in quanto «la libertà non
consiste nell'avere un buon padrone, ma nel non averne affatto» (De re
publica). Questo concetto di libertà vale sia per l'individuo sia per lo stato.
Uno stato può dirsi libero se non dipende dalla volontà di un altro stato e non
deve ricevere da altri gli statuti e leggi o richiedere approvazione per i suoi
atti.Come recitano le formule di Bartolo da Sassoferrato, le città che vivono
in libertà si governano da sole («proprio regimine»). Esse non riconoscono
alcun potere superiore («civitas quem superiorem non recognoscit»), e per
questo il loro popolo è un popolo libero. Rousseau, ma altri esempi si potrebbero
citare, racchiude in una formula precisa il concetto di libertà repubblicana:
«un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni;
obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non
diventa servo degli uomini» (Jean-Jacques Rousseau, Lettres écrites de la
montagne. Per i filosofi politici repubblicani la libertà politica ha quale
condizione necessaria il governo della legge. Essi hanno sempre sottolineato
che la vera legge è un comando pubblico e universale che vale ugualmente per
tutti i cittadini, o per tutti i membri del gruppo rilevante. La limitazione o
l'interferenza che la legge impone sulle scelte degli individui non è dunque
una restrizione della libertà ma come un freno essenziale e benefico. Se il governo
della legge è scrupolosamente rispettato, nessun individuo può impone la sua
volontà arbitraria ad altri individui in virtù del fatto che egli può compiere
con impunità azioni che ad altri sono proibite sotto pena di sanzione. Se
invece sono gli uomini e non la legge a governare, alcuni individui possono
imporre la loro volontà arbitraria ad altri ed impedire ad essi di perseguire i
fini che essi vorrebbero perseguire, e quindi privarli della libertà (questo
vale anche nel caso in cui è la maggioranza degli uomini a governare, ovvero
una democrazia). Questa interpretazione della libertà politica è descritta in
modo eloquente in testi classici che diventarono il nucleo centrale del
repubblicanesimo moderno, in particolare un passo in cui Livio afferma che la
libertà dei romani consiste in primo luogo nel fatto che le leggi sono più
potenti degli uomini (Ab urbe condita) e un passo di Cicerone, citato infinite
volte dagli scrittori politici repubblicani: «Legum idcirco omnes servi sumus
ut Liberi esse possimus -- Pro Cluentio. Anche Machiavelli identifica la
libertà politica con le restrizioni che il diritto impone ugualmente a tutti i
cit-tadini. Se in una città vi è un cittadino che i magistrati temono, e che
può rompere i vincoli delle leggi, egli scrive, la città non è libera --
Discorsi. Nelle Istorie fiorentine – Proemio -- osserva che si può chiamar
libera solo quella città in cui le leggi e gli ordinamenti costituzionali
restringono in modo efficacie i cattivi umori della nobiltà e del popolo. Per
contro, tutti gli esempi di oppressione che i repubblicani classici offrono nei
loro scritti sono violazioni del principio del governo della legge: il tiranno
che si pone al di sopra delle leggi civili e delle leggi costituzionali e
quindi comanda ad arbitrio; il cittadino potente che ha ottenuto per se un
privilegio che è negato ad altri cittadini; i governanti che hanno poteri
discrezionali. Le restrizioni che la legge impone sulle azioni dei governanti e
dei cittadini sono dunque, per i repubblicani, l'unica valida difesa contro la
coercizione imposta da individui: essere liberi vuol dire vivere sotto leggi
eque. L'argomento repubblicano che il governo della legge è la condizione
necessaria affinché i cittadini non siano assoggettati alla volontà arbitraria
di alcuni individui o di un solo individuo, e possano pertanto vivere liberi, è
il tema di fondo di uno dei più significativi dibattiti nella storia del
repubblicanesimo, ovvero la risposta di James Harrington a Hobbes, che nel
Leviatano aveva sostenuto che non è affatto vero che i cittadini di una
repubblica come Lucca sono più liberi dei sudditi di un sovrano assoluto come
il sultano di Constantinopoli perché tanto i primi quanto i secondi sono
sottomessi alle leggi. Ciò che rende i cittadini di Lucca più liberi dei
sudditi di Costantinopoli, spiega Harrington, è il fatto che a Lucca tanto i
governanti quanto i cittadini sono sottoposti alle leggi civili e
costituzionali, mentre a Constantinopoli il sultano è al di sopra delle leggi e
può disporre arbitrariamente delle proprietà e della vita dei sudditi,
costringendoli in tal modo a vivere in una condizione di completa dipendenza, e
dunque di mancanza di libertà. I cittadini di Lucca sono liberi per le leggi di
Lucca -- by the laws of Lucca --, perché essi sono controllati solo dalle leggi
(James Harrington, The Commonwealth of Oceana and A System of Politics, a cura
di Pocock, Cambridge, Preliminaries). Nella sua lunga storia, il
repubblicanesimo si è caratterizzato non solo per gli ideali della repubblica e
della libertà ma anche per l'insistenza sull'idea che l'una e l'altra hanno
bisogno della virtù civile dei cittadini. Per virtù essi intendono la saggezza
che fa capire ai cittadini che il loro interesse individuale è parte del bene
comune, la generosità dell'animo che spinge a partecipare alla vita pubblica,
la forza interiore che dà la determinazione di resistere contro i potenti e gli
arroganti che vogliono opprimere. Nonostante l'autorevole opinione di
Montesquieu che considerava la virtù politica una forma di rinuncia e di
sacrificio, gli scrittori politici repubblicani dei secoli precedenti
interpretavano la virtù come una passione che non si contrapponeva né
all'interesse né alla ricchezza, ma solo all'avarizia e all'ambizione sfrenata
di dominio. Il repubblicanesimo è stato il linguaggio politico dominante delle
élites politiche e sociali delle repubbliche commerciali d'Europa. Anche se non
mancarono, come nel caso di Girolamo Savonarola, pensatori repubblicani che
teorizzarono la repubblica come una Nuova Gerusalemme abitata da uomini dediti
alla virtù cristiana, il pensiero politico repubblicano, con i suoi pensatori
più influenti, ha teorizzato un ideale mondano e realistico di virtù. Accanto
all'ideale della virtù civile, un altro concetto fondamentale della tradizione
repubblicana è il patriottismo. Per il repubblicanesimo classico l'amore della
patria è una passione, e più precisamente un amore caritatevole per la
repubblica (caritas reipublicae) e per i concittadini (caritas civium). Anche se
rispetta i principi della giustizia e della ragione, e può quindi essere
chiamato «amore razionale», l'amore della patria è un affetto particolare per
una particolare repubblica e per i suoi cittadini che nasce fra i cittadini
delle libere repubbliche perché essi condividono molti e importanti beni, quali
le leggi, la libertà, i consigli pubblici, le pubbliche piazze, gli amici e i
nemici, le memorie delle vittorie e delle sconfitte, le speranze, le paure.
Essa presuppone l'eguaglianza civile e politica e si traduce in atti di
servizio (officium) e di cura (cultus) per il bene comune. Infine, la caritas
reipublicae è una passione che irrobustisce l'animo, dà ai cittadini la forza
per compiere i loro doveri civici e ai governanti il coraggio di assolvere gli
obblighi, spesso onerosi, che la difesa della libertà comune richiede. Il
principio fondamentale del patriottismo repubblicano è che vera patria è solo
la libera 2 repubblica in cui vivono solo cittadini liberi ed eguali. La parola
patria si legge ad es. nell'Encyclopédie, non significa il luogo in cui siamo
nati, come vuole la concezione volgare, bensí uno stato libero (état libre) di
cui siamo membri e le cui leggi proteggono le nostre libertà e la nostra
felicità (D'Alembert, Diderot, Encyclopédie, Neuchatel, Bouloiseau 1765, vol.
XII, p. 178). Gli scrittori repubblicani dell'età dell'Illuminismo usavano la
parola «patria» come sinonimo di «repubblica». Questa identificazione non era
solo un motivo polemico; riassumeva la considerazione che sotto il giogo del
despota i cittadini sono senza protezione e non possono partecipare alla vita
pubblica, come se fossero stranieri, e dunque non hanno patria. Il concetto di
patria è dunque strettamente connesso alla libertà e alla virtù, come scrive
Jean Jacques Rousseau: «La patria non può sussistere senza la libertà, né la
libertà senza la virtù, ne la virtù senza i cittadini -- Economie politique, in
Oeuvres Complètes. Anche MAZZINI sottolinea che la vera patria è quella che
assicura a tutti i cittadini non solo i diritti civili e politici, ma anche il
diritto al lavoro e all'educazione. Per Mazzini e per i repubblicani
dell'Ottocento la patria è la casa comune dove viviamo con persone che capiamo
e che abbiamo care perché le sentiamo simili e vicine. Ma è anche una patria
accanto ad altre patrie di ugual pregio.Quando siamo nella nostra casa dobbiamo
assolvere i nostri obblighi in quanto cittadini; quando siamo in casa di altri
dobbiamo assolvere i doveri verso l'umanità. La difesa della libertà è
l'obbligo supremo di ognuno, anche se viviamo in suolo straniero e anche se il
popolo oppresso è un popolo straniero. Gli obblighi morali verso l'umanità
vengono prima degli obblighi verso la patria. Prima di essere cittadini di una
patria particolare, siamo esseri umani.Nonostante l'accordo sui principi della
repubblica, della libertà, e del patriottismo, il repubblicanesimo non è mai
diventato un corpo dottrinario sistematico e ha assunto molteplici
accentuazioni legate ai diversi contesti storici e culturali nei quali si è
sviluppato dall'antichità classica all'età contemporanea. Il repubblicanesimo è
dunque una tradizione del pensiero politico solo nel senso che i teorici
repubblicani hanno spesso elaborato le proprie analisi riprendendo concetti di
scrittori politici di epoche precedenti. Ma è del pari vero che i teorici
repubblicani hanno spesso rielaborato in maniera anche radicale idee di altri
scrittori politici appartenenti alla medesima tradizione.Le divergenze più
significative riguardano la forma di governo considerata più atta a realizzare
l'ideale della repubblica. Quasi tutti i teorici repubblicani furono
sostenitori del governo misto inteso quale forma di governo che contempera gli
aspetti positivi delle tre forme rette: il governo di uno(monarchia), ilgoverno
del pochi (aristocrazia) e il governo dei molti (governo popolare o
democratico). Mentre alcuni ritenevano che nell'ambito del governo misto il
popolo, il consiglio grande, dove avere un ruolo preponderante, altri erano
favorevoli ad assegnare tale ruolo all'elemento aristocratico rappresentato da
un senato, o da un consiglio ristretto. Un'altra differenza è quella fra i
sostenitori della repubblica che garantisce i diritti politici alla maggioranza
degli abitanti (repubblica democratica) e i sostenitori di una repubblica che
garantisce i diritti politici solo ad una minoranza degli abitanti (repubblica
aristocratica). Inoltre, alcuni teorici repubblicani, come Machiavelli,
sostenevano la necessità dell'espansione territoriale sulla base del modello della
repubblica romana (o del modello federativo etrusco); altri, ad es. Rousseau,
erano convinti che la repubblica, per conservarsi incorrotta, doveva rimanere
confinata entro un piccolo territorio. Vi furono pensatori repubblicani che
propugnarono l'ideale di una repubblica unitaria, e pensatori che propugnarono
l'ideale di una repubblica fondata sul decentramento amministrativo e
sull'autogoverno, come Carlo Cattaneo. Infine, la storia del pensiero politico
repubblicano presenta pensatori favorevoli ad usare la religione per rafforzare
la lealtà dei cittadini verso la repubblica (Machiavelli) accanto ad altri che
raccomandarono la creazione di una vera e propria religione civile (Rousseau) e
altri ancora che si fecero banditori dell'idea religiosa come principio morale
interiore (Mazzini). Anche a causa della molteplicità di concezioni politiche
che si raccolgono all'interno del pensiero repubblicano, gli studiosi
contemporanei hanno opinioni diverse su importanti problemi storici e teorici.
Mentre John Pocock sostiene che il repubblicanesimo è una forma di
aristotelismo politico 3 fondato sull'idea che la vita politica è la massima
realizzazione dell'individuo, altri studiosi, in particolare Quentin Skinner,
sottolineano il ruolo prevalente del pensiero politico e giuridico ROMANO.
Anche l'interpretazione del concetto di libertà è materia di divergenze
interpretative. Philip Pettit sostiene che la mancanza di libertà consiste solo
nella dipendenza dalla volontà arbitraria di altri uomini; per Quentin Skinner
la mancanza di libertà può essere causata sia dalla dipendenza che
dall'interferenza. Vi sono inoltre autori che interpretano il repubblicanesimo
come una dottrina democratica, lontana dal liberalismo, che insiste sulla
partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche; altri avvicinano il
repubblicanesimo al comunitarismo, altri ancora sottolineano piuttosto
l'affinità fra repubblicanesimo e liberalismo radicale; altri infine ritengono
che tanto il liberalismo quanto la democrazia siano derivazioni del repubblicanesimo.
Nonostante le divergenze interpretative gli studiosi di storia del pensiero
politico e di filosofia politica sono in larga maggioranza concordi nel
riconoscere che il repubblicanesimo rappresenta un'autonoma e distinta
tradizione di pensiero politico che ha svolto un ruolo di primo piano nella
nascita e nella formazione delle moderne democrazie. BIBLIOGRAFIA. BARON, In
Search of Fiorentine Civic Humanism: Essays on the Transition from Medieval io
Modern Thought, Princeton, BOCK, Q. SKINNER,VIROLI, Machiavelli and
Republicanism, Cambridge University Press, Cambridge POCOCK, Il momento
machiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la
tradizione repubblicana anglosassone Il Mulino, Bologna; SANDEL, Democracy's
Discontent: America in Search of a Public Philosophy, Harvard, PETTIT,
Repubblicanesimo, a cura di M. GEUNA, Feltrinelli, Milano; Q. SKINNER, The
Foundations of Modem Political Thought, Cambridge; Le origini del pensiero
politico moderno, a cura di V., Il Mulino, Bologna; ID., Libertà prima del
liberalismo, a cura di M. GEUNA, Einaudi, Torino, SMITH, Civic Ideals:
Conflicting Visions of Citizenship in U.S. History, Yale University Press, New
Haven, Conn. V., Repubblicanesimo, Laterza, RomaBari. V.] Da N.Bobbio, N.
Matteucci, G. Pasquino, Il dizionario di Politica, UTET, Torino. Nome compiuto:
Maurizio Viroli. Keywords: Cicerone, ragion di stato, repubblica,
repubblicanismo, la repubblica romana, la morte, il crollo, il fine, la caduta
della repubblica romana, l’assassinio di Giulio Cesare, Catone uticense, la
repubblica romana, del re Romo alla repubblica romana, il ratto di Lucrezia –
republicanism e principato, storia della repubblica di Genova, la repubblica
romana, il gusto per l’antico; quasi-contratto, il sorriso di Macchiavelli. Refs.:
H. P. Grice Papers, Bancroft MS, Luigi Speranza, “Grice e Viroli:
Contrattualismo e quasi-contrattualismo” – Luigi Speranza: “Il sorriso di
Viroli: Grice e Machiavelli ironista” -- The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vitale – la ragione conversazionale – Luigi
Speranza (Aversa). Aversa. Filosofo italiano. Filosofia
medievale Storie, opere e concetti. Filosofia medievale Tempo rimanente
-6:24 Nel video V., intervistato a Frattamaggiore, nella biblioteca del
Liceo Scientifico Statale Carlo Miranda, parla del suo libro Filosofia
medievale. Storie, opere e concetti. I saperi fondamentali che hanno plasmato
la società occidentale, pubblicato da Diarkos. Il motivo che mi ha spinto
a scrivere questo libro è stata la lettura di un articolo di Poppi nel quale il
grande storico della filosofia afferma che ignorare la filosofia medievale
significa praticare una violenta rottura nei confronti del pensiero classico e
al contempo non cogliere il movimento di idee che è alla base del pensiero
moderno. Secondo lo storico della filosofia medievale Alain De Libera,
il Medioevo è “plurale” perché ha parlato in diverse lingue, arabo, siriaco,
oltre che greco e latino, perché non conosceva ancora le distinzioni moderne
tra «scolastica», «mistica» e «filosofia» e soprattutto perché il movimento di
idee non era separato dall’organizzazione concreta della vita intellettuale di
uomini che leggevano, scrivevano e insegnavano in mondo geograficamente
definiti Per questo ho cercato di porre molta attenzione alle biografie anche
raccontando aneddoti e storie di vita vissuta, per far avvicinare gli allievi
alla realtà concreta dei filosofi e fargli capire che le idee filosofiche erano
una risposta a problemi concreti. La filosofia medievale è una miniera in
cui sono custoditi i concetti e i saperi fondamentali che hanno plasmato la
civiltà occidentale e il luogo comune di un Medioevo solo teologico è
quantomeno riduttivo e limitante. -- docente di filosofia e storia, fa
parte del comitato scientifico della rivista online «Figure dell’immaginario»,
è laureato in filosofia medievale e in filologia moderna ed è giornalista
pubblicista. È autore di numerosi articoli di filosofia pubblicati su riviste
scientifiche, ha tenuto numerosi convegni e seminari su temi di rilevanza
sociale, è autore di una monografia dal titolo Letture e riletture aristoteliche:
dai cosiddetti pitagorici a Bergson, di testi per uso didattico, tra cui La
filosofia aristotelica e il linguaggio del corpo nell’immaginario dantesco –
ALIGHIERI (vedasi), e di un manuale di filosofia contemporanea dal titolo La
nottola di Minerva. Filosofia contemporanea: dal teatro ai fumetti. Di recente,
con Maria Gagliardini, ha pubblicato Pasolini attraverso i racconti. Analisi
linguistica, retorica e stilistica di Donne di Roma. Nome compiuto: Pasquale
Vitale. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Vitale,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Vitielo: la ragione conversazionale e il segno infranto in Lucrezio e nel Vico
topologico – la scuola di Napoli – filosofia napoleetana – filosofia campanese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: Lucrezio. Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. “Come la lingua
dell’eroe separa l’eroe dall’uomo, così la lingua volgare separa il filologo
dal filosofo. La lingua italiana volgare, comune a ogni uomo, non riusce a
descrivere la natura e le proprietà delle cose. Sorge la scissione tra un
filosofo – come Paul Grice -- che si dettero ad investigare sulla natura delle
cose, e un filologo – come H. P. Grice -- che, invece investiga sulle origini
delle parole. Così la filosofia e la filologia che sono nate tutte e due dalla
lingua dell’eroe, vennero ad essere divise dalla lingua volgare o commone. Essential Italian philosopher. Insegna a Salerno.
Studia VICO, l'idealismo, Nietzsche e Heidegger in rapporto con la filosofia
romana, elabora una teoria ermeneutica. La sua topo-logia si fonda su una
re-interpretazione del concetto di spazio come orizzonte trascendentale
dell'operare umano. Gli sviluppi della sua topologia riguardano in particolare
la genealogia della communicazione. Affronta più volte la fede da un punto di
vista laico. Fonda Paradosso. Collabora a Filosofia di Laterza e a numerose
altre riviste filosofiche, tra cui “aut aut.” Dirige Il pensiero. Collabora
all'annuario Filosofia e all'annuario sulla Religione. Pubblica in Teoria ed
altre ancora. Svolge un’intensa attività pubblicistica su quotidiani e
periodici. Tenne cicli di conferenze e seminari. Saggi: Filosofia della pratica
e dottrina politica liberale in CROCE, Napoli; Etica e liberalismo in CROCE,
Napoli; Il carattere DISCORSIVO del conoscere, Napoli; ANTONI, interprete di
CROCE, Napoli; Storia e storiografia nella filosofia di CROCE, Scientifica,
Napoli; Sentimento e relazione nell’ESPERIENZA, Napoli; Il nulla e la
fondazione dello storico, Argalia, Urbino; Dialettica ed ermeneutica, Guida,
Napoli; Utopia del nichilismo, Guida, Napoli; Studi heideggeriani, Roma; Ethos
ed eros, ESI, Napoli; Logica e storia in Hegel, Napoli; Il problema del
cominciamento, Guida, Napoli; Hegel e la comprensione;Topologia, Marietti,
Genova; La voce riflessa, Logica ed etica della contraddizione, Lanfranchi,
Milano; Elogio dello spazio: ermeneutica e topologia, Bompiani, Milano;
Cristianesimo senza redenzione, Laterza, Roma; Non dividere il sì dal no: tra
filosofia e letteratura (Laterza, Roma); Filosofia teoretica: le domande
fondamentali: percorsi e interpretazioni (Milano); La favola di Cadmo (Laterza,
Roma); “VICO (si veda) e la topologia” (Cronopio, Napoli); “La vita e il suo
oltre: sulla morte” (Roma); “Il Dio possibile, esperienze di cristianesimo”
(Città Nuova, Roma); “Hegel in Italia, Milano); “Dire Dio in segreto” (Roma);
“Cristianesimo e nichilismo: Dostoevskij-Heidegger” (Morcelliana, Brescia);
“Estetica e ascesi” (Modena); E pose la tenda in mezzo a noi,” Albo Versorio,
Il Decalogo. Ricordati di Santificare le feste; I tempi della poesia.
Ieri/oggi” (Mimesis, Milano); “Dipingere Dio” (Albo Versorio); “VICO: storia,
LINGUAGGIO, natura, Storia e Letteratura, Roma); “Ri-pensare il cristianesimo”
(De Europa, Ananke); “Oblio e memoria del sacro” (Moretti, Bergamo);
“Grammatiche del pensiero: dalla kenosi dell'io alla logica della seconda
persona, ETS, Celan; Heidegger” (Mimesis); “I comandamenti. Non dire falsa
testimonianza” (Il Mulino); “L'ethos della topologia. Un itinerario di
pensiero” (Lettere, Firenze); “Paolo e l'Europa: cristianesimo e filosofia”
(Città Nuova, Roma); “L'immagine infranta: linguaggio e mondo in VICO”
(Bompiani, Milano); “VICO: tra storia e natura,” aut aut; “Complessità e aporie
del moderno”, in Filosofia politica; “Dall'ermeneutica alla topologia”,“aut
aut”; “Goethe, interprete della modernità” aut aut; “Per amicizia: Epochè e
metafora”; “aut aut”, “Sentire le Radici, la Terra stessa”, i“aut aut”;
“Zanzotto, ovvero: la poesia come genealogia della parola”, in “aut aut”;
“Redaelli, Il nodo dei nodi; L'esercizio del pensiero in VATTIMO”, V. (Sini,
ETS, Pisa); “Luoghi del pensare” (Mimesis, Milano); Enciclopedia multimediale delle
scienze filosofiche di RAI Educational; "Filosofia". Appare la
"seconda" Scienza Nuova. Non è propriamente una seconda edizione dei
Principj di una Scienza Nuova intorno alla Natura delle Nazioni, apparsi cinque
anni innanzi. La revisione, a cui Vico ha sottoposto il testo, è tale da farne
un'altra opera: basterebbe ricordare l'inserimento della "discoverta del
vero Omero", argomento affatto nuovo e fondamentale che occupa un intero
libro, il terzo; invero è mutata la struttura stessa del lavoro, come anche una
rapida scorsa degli indici delle due edizioni mostra. Se, ciononostante, Vico
ha mantenuto anche nella successiva edizione il medesimo titolo, salvo piccole
varianti,2 è perché l'ampliamento e la diversa distribuzione della materia, nonché
la correzione dell'"errore" d'aver egli separato, nella prima
redazione, i principi delle idee da quelli delle lingue, che sono "per
natura tra loro uniti", non solo non hanno mutato l'orientamento di fondo
dell'opera, l'hanno bensì approfondito e sviluppato, specialmente riguardo al
tema del linguaggio. Tra le novità della seconda scienza spicca l'immagine
posta sul frontespizio dell'opera: una "dipintura allegorica"
commissionata dal filosofo a Vaccaro, noto pittore napoletano, che l'aveva
eseguita secondo precise indicazioni e sotto il controllo del committente. Che
l'uso di accompagnare un testo filosofico o letterario con un'immagine fosse
frequente al tempo di Vico è cosa nota: si citano come esempi illustri
l'Organon di Francesco Bacone, il Leviathan di Hobbes, i Second Characters di
Shaftesbury e da ultimo la Istoria universale provata con monumenti e figurata
con simboli degli antichi di Francesco Bianchini. Che il filosofo napoletano ne
sia stato influenzato, ben si ricava da quanto egli stesso dice nel primo
capoverso dell'Introduzione, dove spiega che l'immagine sul frontespizio
dell'opera serve a"ridurla più facilmente a memoria dopo di averla
letta".Ma che la funzione mnemonica di questa Tavola delle cose civili sia
affatto secondaria, è del tutto chiaro, premurandosi Vico di dire per prima
cosa che la dipintura serve al Leggitore per concepir l'idea di quest'opera
avanti di leggerla – scienza. Prima di chiarire questo punto che è essenziale
comprendere l'esigenza filosofica cui risponde la "dipintura", è
opportuno darle uno sguardo veloce. In alto, a sinistra dell'osservatore, è
dipinto un sole, al cui interno è un triangolo con dentro un occhio, dal quale
parte un raggio di luce che giunge al petto della fanciulla dalle tempie alate,
allegoria della Metafisica, che ha lo sguardo fisso al sole. Dal petto della
fanciulla, i cui piedi poggiano sul globo terrestre, il raggio si riflette
sulla statua collocata in basso a sinistra. Ai piedi della statua, che
raffigura Omero, vari arnesi: та оно, un timone, un aratro, una borsa; poi una
tavola con su scritte alcune lettere alfabetiche, quindi un fascio di verghe.
Al lato opposto della statua un altare, su cui scorgiamo un lituo, una
fiaccola, un orciuolo contenente acqua, quindi il fuoco accanto al globo su cui
poggia la fanciulla alata. La fascia che cinge il globo è quella dello zodiaco,
con i segni delle costellazioni della Vergine e del Leone in evidenza. In
basso, a destra, un'urna cineraria, ai margini di una gran selva. Vico concepì
il dipinto come "Idea dell'opera" - così nell'Introduzione dedicata
alla "spiegazione della dipintura proposta al frontespizio" - e cioè
come figura o immagine della scienza, ovvero della storia: della storia ideale
eterna e delle storie che "corron' in tempo". L'ampiezza e la
meticolosità della spiegazione attestano l'importanza ch'egli attribuiva alla
"traduzione" dei suoi argomenti in "immagine". L'immagine
doveva, infatti, integrare la voce, facendo cogliere uno actu - e non in
successione - i due aspetti che caratterizzano la storia: la cornice stabile e
permanente dell'eterna provvedenza, esemplata nel raggio di luce che parte
dall'occhio divino e, toccando la metafisica, illumina e regge il mondo degli
uomini, e l'operare umano nel tempo, volto, anche inconsciamente, a Dio,
testimoniato dallo sguardo della fanciulla alata, eternamente fisso sul
triangolo solare. E, pertanto, come l'immagine serviva ad integrare la voce,
così questa doveva a sua volta completare l'immagine, dacché soltanto la voce
dà in successione quello che in successione accade entro l'ordine necessario
della storia ideale eterna: il "correre in tempo" delle storie di
tutte le nazioni "ne' loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini
Scienza. Vico non intese questa congiunzione di voce e immagine - phonè kai
schêma, per dirla con le parole del Cratilo di Platone, di cui il filosofo
napoletano resta insuperato interprete - come una novità da lui introdotta in
filosofia. Al contrario la presenta come un'operazione di restauro. Per comprenderne
le ragioni, dobbiamo fare alcuni passi indietro nel tempo e leggere quella nota
che lui aggiunse al Il libro del diritto universale, il De constantia
jurisprudentis. Come prima la lingua eroica aveva diviso gli eroi dagli uomini,
così dopo la lingua volgare divise i filologi dai filosofi. Il motivo di questa
seconda osservazione è che, poiché la lingua volgare, in quanto comune, non
riusciva a descrivere la natura e le proprietà delle cose, sorse la scissione
tra i filosofi che si dettero a investigare sulla natura delle cose, e i
filologi che invece investigavano sulle origini delle parole; e così la
filosofia e la filologia, che erano nate tutte e due dalla lingua eroica,
vennero ad essere divise dalla lingua volgare.? La lingua volgare, così detta
perché lingua della comunicazione - in seguito Vico la chiamerà
"pistolare" (SN, Degnità) -, rende solo i caratteri
"comuni", "generici", delle cose, non la loro
"natura", ciò che ad esse è proprio, la loro concreta, reale, determinatezza.
Questo ha portato alla divisione della filologia, che s'interroga sull'origine
delle parole - quindi su come siano sorte le parole generiche, vuote di
determinatezza, della lingua "comune" -, dalla filosofia che, invece,
investiga direttamente la natura delle cose. Ma in che modo? Non è anche la
filosofia legata al linguaggio? GRICE STONE-AGE PHYSICS – linguistic categories
as ontological categories --. Vico s'avvide del cul-de-sac in cui s'era
cacciato. Ne uscì, con due mosse geniali. La prima fu l'abbandono del latino
delle scuole, lingua di pura comunicazione di concetti, priva di vero rapporto
con la vita quotidiana del popolo, fatta di eventi reali e cose concrete;
scelse di scrivere in volgare - ma bisogna aver confidenza con la lingua di
Vico, con il barocco napoletano della scienza, per capire la portata di questo
mutamento.La seconda mossa strategica fu "l'idea dell'opera": la
"dipintura allegorica", con cui egli volle ricongiungere voce e
immagine, o, per dirla con Nietzsche, il mondo dell'ascolto, della parola
(Hörwelt), e quello della visione, dell'immagine (Schauwelt). Vico opera,
consapevolemente, in controtendenza rispetto all'intera tradizione occidentale
e in particolare al suo tempo, che spingeva la lingua all'astrazione, secondo
il modello"matematico". Vico - ho detto; ma debbo subito precisare:
il filologo più che non il filosofo. Ché come filosofo non fu meno attratto dal
mos geometricum di quanto lo furono Cartesio e Spinoza, se volle estendere alla
storia quella mathesis universalis già da Grozio applicata al diritto. Come
filologo, invece, seppe risalire alle origini lontane, remote del linguaggio,
alle fonti antiche della poesia greca, con la "discoverta" del vero
Omero o dei molti Omeri, e della latina, leggendo insieme con VIRGILIO (vedasi)
e LUCREZIO (vedasi), e ORAZIO (vedasi), STAZIO (vedasi), Plauto, gli storici e
gl’eruditi, interpretando anche l'antico diritto romano qual serioso poema e
l'antica giurisprudenza come severa poesia. Né si ferma qui, ma piegandosi
sulla lingua dei contadini, sulle loro metafore e i loro gesti, vide con
l'occhio di una fervida immaginazione i primi abitanti della terra, i forti ed
empiamente pii Polifemi, atterriti dalla luce del lampo che squarcia le notti e
dal cupo rimbombo del tuono che fa tremare la Terra, emettere i primi suoni
inarticolati di una lingua naturale, inintenzionale, prima fonte della lingua
ARTIFIZIALE – Grice: non-natural --articolata dell'uomo. Scorse, talora come da
dietro un vetro opaco, la nascita dell'uomo dall'animale, della mente dal
corpo, della storia dall'ingens sylva, e ne descrisse lo sviluppo, non senza
"salti" e "confusioni" di tempi e forme linguistiche.
Philologia contra philosophia? In certo senso sì, se la filologia lo convinse
non solo a trattare dei miti, ma in qualche modo a "mimarne" il gesto
narrativo.10 Tentò una nuova lingua, logica e mitica ad un tempo, capace di
tenere insieme narrazione e logica, la contingenza della storia e la necessità
della mathesis. Anticipava con le sue folgoranti intuizioni, l'idea della
Mythologie der Vernunft,11 che nacque all'incirca mezzo secolo dopo in terra
germanica, ma che presto fu abbandonata, e proprio dal suo massimo
rappresentante, Hegel, che, anni dopo, avrebbe esaltato il linguaggio
alfabetico sulla lingua geroglifica, per essere quello costituito di nomi, che
sono bildlose Vorstellungen, rappresentazioni senza immagini. Ed è nei nomi che
noi pensiamo, La dipintura serve a Vico per ricostruire nella composizione di
parola e immagine quella unità di voce e gesto che l'uomo storico ha già
perduto molto prima che sorgesse la lingua della comunicazione - la lingua
pistolare della ragione riflessa -, già con la lingua eroica. Ma era, Vico, in
ritardo sul suo tempo. La frattura parola/immagine era solo l'aspetto "in
superficie" di una più profonda scissione. Nome compiuto: Vincenzo
Vitielo. Vitielo. Keywords: la lingua dell’eroe, la lingua degl’eroi, Lazio,
lazini, italiano, volgare, Lucrezio, confronto vichiano, vicho contro vico, la
lingua eroica di Vico, Vico, semiotica, Croce, Vico topologico, linguaggio in
Vico. Refs.: H. P. Grice Papers,
Bancroft. Luigi Speranza, “Grice e Vittielo” – “Topologia semiotica di Vico” –
“Il Vico di Vitielo” – Vico e il segno infranto”, The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viveros: le implicature del deutero-esperanto –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma).
Abstract. Keywords: deutero-esperanto. Filosofo italiano. Roma, Lazio.
Tentativi sono quelli di V., che presenta la lingua scinter, acronimo per
lingua SC-entifico-INTER-nazionale – cf. Grice on the formalists and the unity
of science --, basata sia sul latino che sul greco, e la cui tendenza è ancora
una volta quella di creare una lingua logica in cui vi sia un rapporto MONOSEMO
-- UNIVOCO – H. P. Grice: equivocality thesis -- e giustificato tra significato
e significante. In questo senso egli si discosta dal lavoro dei suoi colleghi e
si avvicina più alle idee dei filosofi, andando alla ricerca di una lingua
ideale a priori, che egli definisce lingua exacto mundiale. Proposta al
Principe di Napoli di compilare un dizionario scientifico internazionale.
Proposta a MUSSOLINI di compilare un dizionario scientifico internazionale.
L’essatismo – Grice, ‘Avoid ambiguity’ – Avoid polysemy -- di Burzio. Lingua scientifico
internazionale. Lingua scinter. Grice: It is a commonplace of
philosophical logic that there are, or appear to be, divergences in meaning
between, on the one hand, at least some of what I shall call the formal
devices-~, A, V, J, (Vx), (Bx), (ux) (when these are given a standard
two-valued interpretation)-and, on the other, what are taken to be their
analogues or counterparts in natural language-such expressions as not, and, or,
if, all, some (or at least one), the. Some logicians may at some time have
wanted to claim that there are in fact no such divergences; but such claims, if
made at all, have been somewhat rashly made, and those suspected of making them
have been subjected to some pretty rough handling. Those who concede that
such divergences exist adhere, in the main, to one or the other of two rival
groups, which I shall call the formalist and the informalist groups. An outline
of a not uncharacteristic formalist position may be given as follows: Insofar
as logicians are concerned with the formulation of very general patterns of
valid inference, the formal devices possess a decisive advantage over their
natural counterparts. For it will be possible to construct in terms of the
formal devices a system of very general formulas, a considerable number of
which can be regarded as, or are closely related to, patterns of inferences the
expression of which involves some or all of the devices: Such a system may
consist of a certain set of simple formulas that must be acceptable if the
devices have the meaning that has been assigned to them, and an indefinite
number of further formulas, many of which are less obviously acceptable and
each of which can be shown to be acceptable if the members of the original set
are accept-able. We have, thus, a way of handling dubiously acceptable patterns
of inference, and if, as is sometimes possible, we can apply a
decisionprocedure, we have an even better way. Furthermore, from a
philosophical point of view, the possession by the natural counterparts of
those clements in their meaning, which they do not share with the corresponding
formal devices, is to be regarded as an imperfection of natural languages; the
elements in question are undesirable excres-cences. For the presence of these
elements has the result both that the concepts within which they appear cannot
be precisely or clearly de-fined, and that at least some statements involving
them cannot, in some circumstances, be assigned a definite truth value; and the
indef-initeness of these concepts not only is objectionable in itself but also
leaves open the way to metaphysics-we cannot be certain that none of these
natural language expressions is metaphysically "loaded." For these
reasons, the expressions, as used in natural speech, cannot be regarded as
finally acceptable, and may turn out to be, finally, not fully intelligible.
The proper course is to conceive and begin to construct an ideal language, incorporating
the formal devices, the sentences of which will be clear, determinate in truth
value, and certifiably free from metaphysical implications; the foundations of
science will now be philosophically secure, since the statements of the
scientist will be expressible (though not necessarily actually expressed)
within this ideal language. (I do not wish to suggest that all formalists would
accept the whole of this outline, but I think that all would accept at least
some part of it.) To this, an informalist might reply in the following
vein. The philosophical demand for an ideal language rests on certain
assumptions that should not be conceded; these are, that the primary yardstick
by which to judge the adequacy of a language is its ability to serve the needs
of science, that an expression cannot be guaranteed as fully intelligible
unless an explication or analysis of its meaning has been provided, and that
every explication or analysis must take the form of a precise definition that
is the expression or assertion of a logical equivalence. Language serves many
important purposes besides those of scientific inquiry; we can know perfectly
well what an expression means (and so a fortiori that it is intelligible)
without knowing its analysis, and the provision of an analysis may (and usually
does) consist in the specification, as generalized as possible, of the
conditions that count for or against the applicability of the expression being
ana-lyzed. Moreover, while it is no doubt true that the formal devices are
especially amenable to systematic treatment by the logician, it remains the
case that there are very many inferences and arguments, expressed in natural
language and not in terms of these devices, whichare nevertheless recognizably
valid. So there must be a place for an unsimplified, and so more or less
unsystematic, logic of the natural counterparts of these devices; this logic
may be aided and guided by the simplified logic of the formal devices but
cannot be supplanted by it. Indeed, not only do the two logics differ, but
sometimes they come into conflict; rules that hold for a formal device may not
hold for its natural counterpart. On the general question of the place in
philosophy of the reformation of natural language, I shall, in this essay, have
nothing to say. I shall confine myself to the dispute in its relation to the
alleged divergences. I have, moreover, no intention of entering the fray on
behalf of either contestant. I wish, rather, to maintain that the common
assumption of the contestants that the divergences do in fact exist is (broadly
speaking) a common mistake, and that the mistake arises from inadequate
attention to the nature and importance of the conditions governing
conversation. I shall, thereforc, inquire into the gen-cral conditions that, in
one way or another, apply to conversation as such, irrespective of its subject
matter. I begin with a characterization of the notion of
"implicature." Gaetano
Viveros. Keywords: Implicature di Deutero-Esperanto, essatismo. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Viveros,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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